precipuo

[pre-cì-puo]
In sintesi
principale, molto importante, essenziale, peculiare
← dal lat. praecipŭu(m) ‘che si prende prima, di prima importanza’, comp. di prāe- ‘pre-’ e capĕre ‘prendere’.
1
lett. Principale, fondamentale, essenziale: i doveri precipui del cittadino CONT. secondario
2
estens. Particolare, caratteristico: i caratteri precipui dell'opera SIN. peculiare

Citazioni
Vegniamo  adunque  ormai  a  dar  principio  a  quello  che  è  nostro presuposto e, se possibil è, formiamo un cortegian tale, che quel principe che sarà degno d’esser da lui servito, ancor che poco stato avesse, si possa però chiamar grandissimo signore. Noi in questi libri non seguiremo un certo ordine o regula di precetti distinti, che ‘l più delle volte nell’insegnare qualsivoglia cosa usar si sòle; ma alla foggia di molti antichi, rinovando una grata memoria, recitaremo alcuni ragionamenti, i quali già passarono tra omini  singularissimi  a  tale  proposito;  e  benché  io  non  v’intervenissi presenzialmente per ritrovarmi, allor che furon detti, in Inghilterra, avendogli poco appresso il mio ritorno intesi da persona che fidelmente me gli narrò, sforzerommi a punto, per quanto la memoria mi comporterà, ricordarli, acciò che noto vi sia quello che abbiano giudicato e creduto di questa materia omini degni di somma laude ed al cui giudicio in ogni cosa prestar si potea indubitata fede. Né fia ancor fuor di proposito, per giungere ordinatamente al fine dove tende il parlar nostro, narrar la causa dei successi ragionamenti. II Alle pendici dell’Appennino, quasi al mezzo della Italia verso il mare Adriatico, è posta, come ognun sa, la piccola città d’Urbino; la quale, benché tra monti sia, e non così ameni come forse alcun’altri che veggiamo in molti lochi, pur di tanto avuto ha il cielo favorevole, che intorno il paese è fertilissimo e pien di frutti; di modo che, oltre alla salubrità dell’aere, si trova abundantissima d’ogni cosa che fa mestieri per lo vivere umano. Ma tra le maggior felicità che se le possono attribuire, questa credo sia la principale, che da gran tempo in qua sempre è stata dominata da ottimi Signori; avvenga che nelle calamità universali delle guerre della Italia essa ancor per un tempo ne sia restata. Ma non ricercando più lontano, possiamo di questo far bon testimonio con la gloriosa memoria del duca Federico, il quale a’ dì suoi fu lume della Italia; né mancano veri ed amplissimi testimonii, che ancor vivono, della sua prudenzia, della umanità, della giustizia, della liberalità, dell’animo invitto e della disciplina militare; della quale precipuamente fanno fede le sue tante vittorie, le espugnazioni de lochi inespugnabili, la sùbita prestezza nelle espedizioni, l’aver molte volte con pochissime genti fuggato numerosi e validissimi eserciti, né mai esser stato perditore in bat- 13 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
giochi di questa sera, non possendo ragionevolmente mancar d’obedirvi, delibero proporre un gioco, del qual penso dover aver poco biasmo e men fatica; e questo sarà ch’ognun proponga secondo il parer suo un gioco non più fatto; da poi si eleggerà quello che parerà esser più degno di celebrarsi in questa compagnia.” E così dicendo, si rivolse al signor Gaspar Pallavicino, imponendogli che ‘l suo dicesse: il qual sùbito rispose: “A voi tocca, signora, dir prima il vostro.” Disse la signora Emilia: “Eccovi ch’io l’ho detto, ma voi, signora Duchessa, commandategli ch’e’ sia obediente.” Allor la signora Duchessa ridendo, “Acciò,” disse, “che ognuno vi abbia ad obedire, vi faccio mia locotenente e vi dò tutta la mia autorità.” VII “Gran cosa è pur,” rispose il signor Gaspar, “che sempre alle donne sia licito aver questa esenzione di fatiche, e certo ragion saria volerne in ogni modo intender la cagione; ma per non esser io quello che dia principio a disobedire, lasserò questo ad un altro tempo e dirò quello che mi tocca”; e cominciò: “A me pare che gli animi nostri, sì come nel resto, così ancor nell’amare siano di giudicio diversi, e perciò spesso interviene che quello che all’uno è gratissimo, all’altro sia odiosissimo. Ma con tutto questo, sempre però si concordano in aver ciascuno carissima la cosa amata, talmente che spesso la troppo affezione degli amanti di modo inganna il loro giudicio, che estiman quella persona che amano essere sola al mondo ornata d’ogni eccellente virtù e senza diffetto alcuno; ma perché la natura umana non ammette queste così compite perfezioni, né si trova persona a cui qualche cosa non manchi, non si po dire che questi tali non s’ingannino e che lo amante non divenga cieco circa la cosa amata. Vorrei adunque che questa sera il gioco nostro fosse, che ciascun dicesse di che virtù precipuamente vorrebbe che fosse ornata quella persona ch’egli ama; e poiché così è necessario che tutti abbiano qualche macchia, qual vicio ancor vorrebbe che in essa  fosse,  per  veder  chi  saprà  ritrovare  più  lodevoli  ed  utili  virtù  e  più escusabili vicii, e meno a chi ama nocivi ed a chi è amato.” Avendo così detto il signor Gaspar, fece segno la signora Emilia a madonna Costanza Fregosa, per esser in ordine vicina, che seguitasse; la qual già s’apparechiava a dire; ma la signora Duchessa sùbito disse: “Poiché madonna Emilia non vole affaticarsi in trovar gioco alcuno, sarebbe pur ragione che l’altre donne partecipassino  di  questa  commodità,  ed  esse  ancor  fussino  esente  di  tal
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
saremmo in una medesima condicione per aver avuto un medesimo principio, né più un che l’altro sarebbe nobile. Ma delle diversità nostre e gradi d’altezza  e  di  bassezza  credo  io  che  siano  molte  altre  cause:  tra  le  quali estimo la fortuna esser precipua, perché in tutte le cose mondane la veggiamo dominare e quasi pigliarsi a gioco d’alzar spesso fin al cielo chi par a lei senza merito alcuno, e sepellir nell’abisso i più degni d’esser esaltati. Confermo ben ciò che voi dite della felicità di quelli che nascon dotati dei beni dell’animo e del corpo; ma questo così si vede negli ignobili come nei nobili, perché la natura non ha queste così sottili distinzioni; anzi, come ho detto, spesso si veggono in persone bassissime altissimi doni di natura. Però non acquistandosi questa nobilità né per ingegno né per forza né per arte, ed essendo più tosto laude dei nostri antecessori che nostra propria, a me par  troppo  strano  voler  che,  se  i  parenti  del  nostro  cortegiano  son  stati ignobili,  tutte  le  sue  bone  qualità  siano  guaste,  e  che  non  bastino  assai quell’altre condizioni che voi avete nominate, per ridurlo al colmo della perfezione: cioè ingegno, bellezza di volto, disposizion di persona e quella grazia, che al primo aspetto sempre lo faccia a ciascun gratissimo. XVI Allor il conte Ludovico, “Non nego io,” rispose, “che ancora negli omini bassi non possano regnar quelle medesime virtù che nei nobili; ma per non replicar quello che già avemo detto con molte altre ragioni che si poriano addurre in laude della nobiltà, la qual sempre ed appresso ognuno è onorata, perché ragionevole cosa è che de’ boni nascano i boni, avendo noi a formare un cortegiano senza diffetto alcuno e cumulato d’ogni laude, mi par necessario farlo nobile, si per molte altre cause, come ancor per la opinion universale, la qual sùbito accompagna la nobiltà. Ché se saranno dui omini di palazzo, i quali non abbiano per prima dato impression alcuna di se stessi con l’opere o bone o male, sùbito che s’intenda l’un esser nato gentilomo  e  l’altro  no,  appresso  ciascuno  lo  ignobile  sarà  molto  meno estimato che ‘l nobile, e bisognerà che con molte fatiche e con tempo nella mente degli omini imprima la bona opinion di sé, che l’altro in un momento, e solamente con l’esser gentilom, averà acquistata. E di quanta importanzia siano queste impressioni, ognun po facilmente comprendere; ché, parlando di noi, abbiam veduto capitare in questa casa omini, i quali, essendo sciocchi e goffissimi, per tutta Italia hanno però avuto fama di grandissimi Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
discordanti l’un dall’altro. Eccovi quanto essa po, che già trasse un pesce a lassarsi cavalcar da un omo per mezzo il procelloso mare. Questa veggiamo operarsi ne’ sacri tempii nello rendere laude e grazie a Dio; e credibil cosa è che ella grata a lui sia ed egli a noi data l’abbia per dolcissimo alleviamento delle fatiche e fastidi nostri. Onde spesso i duri lavoratori de’ campi sotto l’ardente sole ingannano la lor noia col rozzo ed agreste cantare. Con questo la inculta contadinella, che inanzi al giorno a filare o a tessere si lieva, dal  sonno  si  diffende  e  la  sua  fatica  fa  piacevole;  questo  è  iocundissimo trastullo dopo le piogge, i venti e le tempeste ai miseri marinari; con questo consolansi i stanchi peregrini dei noiosi e lunghi viaggi e spesso gli afflitti prigionieri delle catene e ceppi. Così, per maggiore argumento che d’ogni fatica e molestia umana la modulazione, benché inculta, sia grandissimo refrigerio, pare che la natura alle nutrici insegnata l’abbia per rimedio precipuo del pianto continuo de’ teneri fanciulli; i quali al suon di tal voce s’inducono a riposato e placido sonno, scordandosi le lacrime così proprie, ed a noi per presagio del rimanente della nostra vita in quella età da natura date.” XLVIII Or quivi tacendo un poco il Conte, disse il Magnifico Iuliano: “Io non son già di parer conforme al signor Gaspar; anzi estimo per le ragioni che voi dite e per molte altre esser la musica non solamente ornamento, ma necessaria al cortegiano. Vorrei ben che dechiaraste in qual modo questa e l’altre qualità che voi gli assignate siano da esser operate, ed a che tempo e con che maniera; perché molte cose che da sé meritano laude, spesso con l’operarle fuor di tempo diventano inettissime e, per contrario, alcune che paion di poco momento, usandole bene, sono pregiate assai.” XLIX Allora il Conte, “Prima che a questo proposito entriamo, voglio,” disse, “ragionar d’un’altra cosa, la quale io, perciò che di molta importanza la estimo, penso che dal nostro cortegiano per alcun modo non debba esser lasciata addietro: e questo è il saper disegnare ed aver cognizion dell’arte propria del dipingere. Né vi maravigliate s’io desidero questa parte, la qual oggidì forsi par mecanica e poco conveniente a gentilomo; ché ricordomi aver letto che gli antichi, massimamente per tutta Grecia, voleano che i Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
nostra; e però io per alcun modo non voglio consentirvi che ragionevol sia, anzi mi daria il core di concludervi, e con ragioni evidentissime, che senza questa perfetta amicizia gli omini sariano molto più infelici che tutti gli altri animali; e se alcuni guastano, come profani, questo santo nome d’amicizia, non è però da estirparla così degli animi nostri e per colpa dei mali privar i boni di tanta felicità. Ed io per me estimo che qui tra noi sia più di un par di amici, l’amor de’ quali sia indissolubile e senza inganno alcuno, e per durar fin alla morte con le voglie conformi, non meno che se fossero quegli antichi che voi dianzi avete nominati; e così interviene quando, oltre alla inclinazion che nasce dalle stelle, l’omo s’elegge amico a sé simile di costumi; e ‘l tutto intendo che sia tra boni e virtuosi, perché l’amicizia de’ mali non è amicizia. Laudo ben che questo nodo così stretto non comprenda o leghi più che dui, ché altramente forse saria pericoloso; perché, come sapete,  più  difficilmente  s’accordano  tre  instromenti  di  musica  insieme, che dui. Vorrei adunque che ‘l nostro cortegiano avesse un precipuo e cordial amico, se possibil fosse, di quella sorte che detto avemo; poi, secondo ‘l valore e meriti, amasse, onorasse ed osservasse tutti gli altri, e sempre procurasse d’intertenersi più con gli estimati e nobili e conosciuti per boni, che con gli ignobili e di poco pregio; di manera che esso ancor da loro fosse amato ed onorato; e questo gli verrà fatto se sarà cortese, umano, liberale, affabile e dolce in compagnia, officioso e diligente nel servire e nell’aver cura dell’utile ed onor degli amici così assenti come presenti, supportando i lor diffetti naturali e supportabili, senza rompersi con essi per piccol causa, e correggendo in se stesso quelli che amorevolmente gli saranno ricordati; non si anteponendo mai agli altri con cercar i primi e i più onorati lochi, né con fare come alcuni che par che sprezzino il mondo e vogliano con una certa austerità molesta dar legge ad ognuno; ed oltre allo essere contenziosi in ogni minima cosa e fuor di tempo, riprender ciò che essi non fanno e sempre cercar causa di lamentarsi degli amici; il che è cosa odiosissima.” XXXI Quivi essendosi fermato di parlare messer Federico, “Vorrei,” disse il signor Gasparo Pallavicino, “che voi ragionaste un poco più minutamente di questo conversar con gli amici che non fate; ché in vero vi tenete molto al generale e quasi ci mostrate le cose per transito.” “Come per transito?” rispose messer Federico. “Vorreste voi forse che io vi dicessi ancor le parole Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
cavalieri ornata; il che fatto hanno quasi tutti gli altri, che in essa creati si sono; ché veramente del caval troiano non uscirono tanti signori e capitani, quanti  di  questa  casa  usciti  sono  omini  per  virtù  singulari  e  da  ognuno sommamente pregiati. Ché, come sapete, messer Federico Fregoso fu fatto arcivescovo  di  Salerno;  il  conte  Ludovico,  vescovo  di  Baious;  il  signor Ottaviano, duce di Genova; messer Bernardo Bibiena, cardinale di Santa Maria in Portico; messer Pietro Bembo, secretario di papa Leone; il signor Magnifico al ducato di Nemours ed a quella grandezza ascese dove or si trova; il signor Francesco Maria Ruvere, prefetto di Roma, fu esso ancora fatto duca d’Urbino; benché molto maggior laude attribuir si possa alla casa dove nutrito fu, che in essa sia riuscito così raro ed eccellente signore in ogni qualità di virtù, come or si vede, che dello esser pervenuto al ducato d’Urbino; né credo che di ciò piccol causa sia stata la nobile compagnia, dove in continua conversazione sempre ha veduto ed udito lodevoli costumi. Però parmi che quella causa, o sia per ventura o per favore delle stelle, che ha così lungamente concesso ottimi signori ad Urbino, pur ancora duri e produca i medesimi effetti; e però sperar si po che ancor la bona fortuna debba secondar tanto queste opere virtuose, che la felicità della casa e dello stato non solamente non sia per mancare, ma più presto di giorno in giorno per accrescersi; e già se conoscono molti chiari segni, tra i quali estimo il precipuo l’esserci stata concessa dal cielo una tal signora, com’è la signora Eleonora Gonzaga,  Duchessa  nova;  ché  se  mai  furono  in  un  corpo  solo congiunti sapere, grazia, bellezza, ingegno, manere accorte, umanità ed ogni altro gentil costume, in questa tanto sono uniti, che ne risulta una catena, che ogni suo movimento di tutte queste condizioni insieme compone ed adorna. Seguitiamo adunque i ragionamenti del nostro cortegiano, con speranza che dopo noi non debbano mancare di quelli che piglino chiari ed onorati  esempi  di  virtù  dalla  corte  presente  d’Urbino,  così  come  or  noi facciamo dalla passata. III Parve adunque, secondo che ‘l signor Gasparo Pallavicino raccontar soleva, che ‘l seguente giorno, dopo i ragionamenti contenuti nel precedente libro, il signor Ottaviano fosse poco veduto; per che molti estimarono che egli fosse retirato, per poter senza impedimento pensar bene a ciò che dire avesse. Però, essendo all’ora consueta ridottasi la compagnia alla signo-
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
indurre o aiutare il suo principe al bene e spaventarlo dal male, sia il vero frutto della cortegiania. E perché la laude del ben far consiste precipuamente  in  due  cose,  delle  quai  l’una  è  lo  eleggersi  un  fine  dove  tenda  la intenzion nostra, che sia veramente bono, l’altra il saper ritrovar mezzi opportuni ed atti per condursi a questo bon fine desegnato, certo è che l’animo di colui, che pensa di far che ‘l suo principe non sia d’alcuno ingannato, né ascolti gli adulatori, né i malèdici e bugiardi, e conosca il bene e ‘l male ed all’uno porti amore, all’altro odio, tende ad ottimo fine. VI Parmi ancora che le condizioni attribuite al cortegiano da questi signori possano esser bon mezzo da pervenirvi, e questo perché dei molti errori ch’oggidì veggiamo in molti dei nostri prìncipi, i maggiori sono la ignoranzia e la persuasion di se stessi; e la radice di questi dui mali non è altro che la bugia; il qual vicio meritamente è odioso a Dio ed agli omini e più nocivo ai prìncipi che alcun altro; perché essi più che d’ogni altra cosa hanno carestia di quello di che più che d’ogni altra cosa saria bisogno che avessero abundanzia, cioè di chi dica loro il vero e ricordi il bene; perché gli inimici non son stimulati dall’amore a far questi offici, anzi han piacere che vivano  sceleratamente  né  mai  si  correggano;  dall’altro  canto,  non  osano calunniargli publicamente per timor d’esser castigati; degli amici poi, pochi sono che abbiano libero adito ad essi, e quelli pochi han riguardo a riprendergli dei loro errori così liberamente come riprendono i privati, e spesso, per guadagnar grazia e favore, non attendono ad altro che a propor cose che dilettino e dian piacere all’animo loro, ancora che siano male e disoneste; di modo che d’amici divengono adulatori e, per trarre utilità da quel stretto commercio, parlano ed oprano sempre a complacenzia e per lo più fannosi la  strada  con  le  bugie,  le  quali  nell’animo  del  principe  partoriscono  la ignoranzia non solamente delle cose estrinseche, ma ancor di se stesso; e questa dir si po la maggior e la più enorme bugia di tutte l’altre, perché l’animo ignorante inganna se stesso e mentisce dentro a se medesimo. VII Da questo interviene che i signori, oltre al non intendere mai il vero di cosa alcuna, inebbriati da quella licenziosa libertà che porta seco il dominio e dalla abundanzia delle delizie, sommersi nei piaceri, tanto s’inganna-
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
qual cosa e il fare il sepolcro e il porvi li mandati versi si rimase. Li quali versi stati a me mostrati poi più tempo appresso, e veggendo loro [non] avere avuto luogo per lo caso già dimostrato, pensando le presenti cose per me  scritte,  come  che  sepoltura  non  sieno  corporale,  ma  sieno,  sì  come quella sarebbe stata, perpetue conservatrici della colui memoria; imaginai non essere sconvenevole quegli aggiugnere a queste cose. Ma, perciò che più che quegli che l’uno di coloro avesse fatti (che furo più) non si sarebbero ne’ marmi intagliati, così solamente quegli d’uno qui estimai che fosser da scrivere; per che, tutti meco esaminatigli, per arte e per intendimento più degni estimai che fossero quattordici fattine da maestro Giovanni del Virgilio  bolognese,  allora  famosissimo  e  gran  poeta,  e  di  Dante  stato singularissimo amico; li quali sono questi appresso scritti: Theologus Dante, nullius dogmatis expers, quod foveat claro phylosophya sinu: gloria musarum, vulgo gratissimus auctor, hic iacet, et fama pulsat utrumque polum: qui loca defunctis gladiis regnumque gemellis distribuit, laycis rhetoricisque modis. Pascua Pyeriis demum resonabat avenis; Amtropos heu letum livida rupit opus. Huic ingrata tulit tristem Florentia fructum, exilium, vati patria cruda suo. Quem pia Guidonis gremio Ravenna Novelli gaudet honorati continuisse ducis, mille trecentenis ter septem Numinis annis, ad sua septembris ydibus astra redit. Oh  ingrata  patria,  quale  demenzia,  quale  trascutaggine  ti  teneva, quando  tu  il  tuo  carissimo  cittadino,  il  tuo  benefattore  precipuo,  il  tuo unico poeta con crudeltà disusata mettesti in fuga, e poscia tenuta t’ha? Se forse per la comune furia di quel tempo mal consigliata ti scusi; ché, tornata, cessate l’ire, la tranquillità dell’animo, ripentùtati del fatto, nol rivocasti? Deh! non ti rincresca lo stare con meco, che tuo figliuol sono, alquanto a ragione, e quello che giusta indegnazione mi fa dire, come da uomo che ti rammendi disidera e non che tu si punita, piglierai. Parti egli essere gloriosa di tanti titoli e di tali, che tu quello uno del quale non hai vicino città che di simile si possa esaltare, tu abbi voluto da te cacciare? Deh! dimmi: di
Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio
Vedendone l’inanità, cessò dal fare delle scoperte per falsare la sua contabilità, ma non perciò riacquistò la calma. Ogni qualvolta veniva in ufficio si rabbuiava guardando i suoi libroni. Mi confessò, un giorno, che entrando nella nostra stanza gli era parso di trovarsi nell’anticamera della galera e avrebbe voluto correr via. Un giorno mi domandò: – Augusta sa tutto del nostro bilancio? Arrossii perché nella domanda mi parve sentire un rimprovero. Ma evidentemente se Ada sapeva del bilancio poteva saperne anche Augusta. Non pensai subito così, ma mi parve invece di meritare il rimprovero che egli intendeva di muovermi. Perciò mormorai: – L’avrà saputo da Ada o forse da Alberta cui Ada l’avrà detto! Rivedevo tutti i rigagnoli che potevano condurre ad Augusta e non mi pareva con ciò di negare che essa avesse avuto tutto dalla prima fonte, cioè da me, ma di asserire che sarebbe stato inutile per me di tacere. Peccato! Se avessi invece confessato subito ch’io con Augusta non avevo segreti, mi sarei sentito tanto più leale e onesto! Un lieve fatto così, cioè la dissimulazione di un atto che sarebbe stato meglio di confessare e proclamare innocente, basta ad imbarazzare la più sincera amicizia. Registro qui, quantunque non abbia avuto alcun’importanza né per Guido né per la mia storia, il fatto che alcuni giorni appresso, quel chiacchierone di sensale col quale avevamo avuto da fare per il solfato di rame, mi fermò per istrada e, guardandomi dal basso in alto, come ve lo obbligava la sua bassa statura ch’egli sapeva esagerare abbassandosi sulle gambe, mi disse ironicamente: – Si dice che abbiate fatti degli altri buoni affari come quello del solfato! Poi, vedendomi allibire, mi strinse la mano e soggiunse: – Per conto mio io vi auguro i migliori affari. Spero non ne dubiterete! E mi lasciò. Io suppongo che i fatti nostri gli sieno stati riferiti dalla figliuola sua che frequentava al Liceo la stessa classe della piccola Anna. Non riferii a Guido la piccola indiscrezione. Il mio compito precipuo era di difenderlo da inutili angustie. Fui stupito che Guido non prendesse alcuna disposizione per Carmen, perché sapevo che aveva formalmente promesso alla moglie di congedarla. Io credevo che Ada sarebbe ritornata a casa dopo qualche mese come la prima volta. Ma essa, senza passare per Trieste, si recò invece a soggiornare in una villetta sul Lago Maggiore ove poco dopo Guido le portò i bambini. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La coscienza di Zeno di Italo Svevo