prebenda

[pre-bèn-da]
In sintesi
guadagno senza fatica
← dal lat. tardo praebĕnda ‘cose da offrire’, neutro pl. del gerund. di praebēre ‘offrire’, comp. di prāe- ‘pre-’ e habēre ‘tenere’.
1
ECCL Rendita assegnata a un ecclesiastico in relazione al suo grado e al suo ufficio: prebende canonicali
2
estens. Guadagno facile e illecito: andare a caccia di prebende governative
3
ant. Razione di biada o di foraggio

Citazioni
A siffatta proposta, l’indegnazione del frate, rattenuta a stento fin allora, traboccò. Tutti que’ bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo: l’uomo vecchio si trovò d’accordo col nuovo; e, in que’ casi, fra Cristoforo valeva veramente per due. “La vostra protezione!” esclamò, dando indietro due passi, postandosi fieramente sul piede destro, mettendo la destra sull’anca, alzando la sinistra con l’indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi infiammati: “la vostra protezione! È meglio che abbiate parlato così, che abbiate fatta a me una tale proposta. Avete colmata la misura; e non vi temo più.” “Come parli, frate?... “Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far paura. La vostra protezione! Sapevo bene che quella innocente è sotto la protezione di Dio; ma voi, voi me lo fate sentire ora, con tanta certezza, che non ho più bisogno di riguardi a parlarvene. Lucia, dico: vedete come io pronunzio questo nome con la fronte alta, e con gli occhi immobili.” “Come! in questa casa...!” “Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e suggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno...” Don Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia, attonito, non trovando parole; ma, quando sentì intonare una predizione, s’aggiunse alla rabbia un lontano e misterioso spavento. Afferrò rapidamente per aria quella mano minacciosa, e, alzando la voce, per troncar quella dell’infausto profeta, gridò: “escimi di tra’ piedi, villano temerario, poltrone incappucciato”. Queste  parole  così  chiare  acquietarono  in  un  momento  il  padre Cristoforo. All’idea di strapazzo e di villania era, nella sua mente, così bene, e da tanto tempo, associata l’idea di sofferenza e di silenzio, che, a quel complimento, gli cadde ogni spirito d’ira e d’entusiasmo, e non gli restò altra risoluzione che quella d’udir tranquillamente ciò che a don Rodrigo piacesse d’aggiungere. Onde, ritirata placidamente la mano dagli artigli del gentiluo-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
poteva esser per lui lo spavento di Lucia? E non aveva adoperato un po’ d’artifizio a farlo crescere, per farlo fruttare? Il nostro autore protesta di non ne saper nulla; e io credo che nemmen Renzo non lo sapesse bene. Il fatto sta ch’era realmente infuriato contro don Rodrigo, e che bramava ardentemente il consenso di Lucia, e quando due forti passioni schiamazzano insieme nel cuor d’un uomo, nessuno, neppure il paziente, può sempre distinguer chiaramente una voce dall’altra, e dir con sicurezza qual sia quella che predomini. “Ve l’ho promesso,” rispose Lucia, con un tono di rimprovero timido e affettuoso: “ma anche voi avevate promesso di non fare scandoli, di rimettervene al padre...” “Oh via! per amor di chi vado in furia? Volete tornare indietro, ora? e farmi fare uno sproposito?” “No no,” disse Lucia, cominciando a rispaventarsi. “Ho promesso, e non mi ritiro. Ma vedete voi come mi avete fatto promettere. Dio non voglia...” “Perché volete far de’ cattivi augùri, Lucia? Dio sa che non facciam male a nessuno.” “Promettetemi almeno che questa sarà l’ultima.” “Ve lo prometto, da povero figliuolo.” “Ma, questa volta, mantenete poi,” disse Agnese. Qui l’autore confessa di non sapere un’altra cosa: se Lucia fosse, in tutto e per tutto, malcontenta d’essere stata spinta ad acconsentire. Noi lasciamo, come lui, la cosa in dubbio. Renzo avrebbe voluto prolungare il discorso, e fissare, a parte a parte, quello che si doveva fare il giorno dopo; ma era già notte, e le donne gliel’augurarono buona; non parendo loro cosa conveniente che, a quell’ora, si trattenesse più a lungo. La notte però fu a tutt’e tre così buona come può essere quella che succede a un giorno pieno d’agitazione e di guai, e che ne precede uno destinato a un’impresa importante, e d’esito incerto. Renzo si lasciò veder di buon’ora, e concertò con le donne, o piuttosto con Agnese, la grand’operazione della sera, proponendo e sciogliendo a vicenda difficoltà, antivedendo contrattempi, e ricominciando, ora l’uno ora l’altra, a descriver la faccenda, come si racconterebbe una cosa fatta. Lucia ascoltava; e, senza approvar con parole ciò che non poteva approvare in cuor suo, prometteva di far meglio che saprebbe.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
col pensiero sull’una o sull’altra di queste cose, s’ingolfava tutto nella rabbia, e nel desiderio della vendetta; ma gli tornava poi in mente quella preghiera che aveva recitata anche lui col suo buon frate, nella chiesa di Pescarenico; e si ravvedeva: gli si risvegliava ancora la stizza; ma vedendo un’immagine sul muro, si levava il cappello, e si fermava un momento a pregar di nuovo: tanto che, in quel viaggio, ebbe ammazzato in cuor suo don Rodrigo, e risuscitatolo, almeno venti volte. La strada era allora tutta sepolta tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia, divenivan rigagnoli; e in certe parti più basse, s’allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. A que’ passi, un piccol sentiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri passeggieri s’eran fatta una strada ne’ campi. Renzo, salito per un di que’ valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava maraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. Ma dopo qualche momento, voltandosi indietro, vide all’orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardar tristamente da quella parte, poi tristamente si voltò, e seguitò la sua strada. A poco a poco cominciò poi a scoprir campanili e torri e cupole e tetti; scese allora nella strada, camminò ancora qualche tempo, e quando s’accorse d’esser ben vicino alla città, s’accostò a un viandante, e, inchinatolo, con tutto quel garbo che seppe, gli disse: “di grazia, quel signore”. “Che volete, bravo giovine?” “Saprebbe insegnarmi la strada più corta, per andare al convento de’ cappuccini dove sta il padre Bonaventura?” L’uomo a cui Renzo s’indirizzava, era un agiato abitante del contorno, che, andato quella mattina a Milano, per certi suoi affari, se ne tornava, senza aver fatto nulla, in gran fretta, chè non vedeva l’ora di trovarsi a casa, e avrebbe fatto volentieri di meno di quella fermata. Con tutto ciò, senza dar segno d’impazienza, rispose molto gentilmente: “figliuol caro, de’ conventi ce n’è più d’uno: bisognerebbe che mi sapeste dir più chiaro quale è quello che voi cercate”. Renzo allora si levò di seno la lettera del padre Cristoforo, e la fece vedere a quel signore, il quale, lettovi: porta orientale, gliela rendette dicendo: “siete fortunato, bravo giovine; il convento che cercate è poco lontano di qui. Prendete per questa viottola a mancina: è una scorciatoia: in pochi mi-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni     I Promessi sposi    Capitolo ventesimo Capitolo XX Il castello dell’innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima d’un poggio che sporge in fuori da un’aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe dir bene, se congiunto ad essa o separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni di tane e di precipizi, che si prolungano anche dalle due parti. Quella che guarda la valle è la sola praticabile; un pendìo piuttosto erto, ma uguale e continuato; a prati in alto; nelle falde a campi, sparsi qua e là di casucce. Il fondo è un letto di ciottoloni, dove scorre un rigagnolo o torrentaccio, secondo la stagione: allora serviva di confine ai due stati. I gioghi opposti, che formano, per dir così, l’altra parete della valle, hanno anch’essi un po’ di falda coltivata; il resto è schegge e macigni, erte ripide, senza strada e nude, meno qualche cespuglio ne’ fessi e sui ciglioni. Dall’alto del castellaccio, come l’aquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio signore dominava all’intorno tutto lo spazio dove piede d’uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto. Dando un’occhiata in giro, scorreva tutto quel recinto, i pendìi, il fondo, le strade praticate là dentro. Quella che, a gomiti e a giravolte, saliva al terribile domicilio, si spiegava davanti a chi guardasse di lassù, come un nastro serpeggiante: dalle finestre, dalle feritoie, poteva il signore contare a suo bell’agio i passi di chi veniva, e spianargli l’arme contro, cento volte. E anche d’una grossa compagnia, avrebbe potuto, con quella guarnigione di bravi che teneva lassù, stenderne sul sentiero, o farne ruzzolare al fondo parecchi, prima che uno arrivasse a toccar la cima. Del resto, non che lassù, ma neppure nella valle, e neppur di passaggio, non ardiva metter piede nessuno che non fosse ben visto dal padrone del castello. Il birro poi che vi si fosse lasciato vedere, sarebbe stato trattato come una spia nemica che venga colta in un accampamento. Si raccontavano le storie tragiche degli ultimi che avevano voluto tentar l’impresa; ma eran già storie antiche; e nessuno de’ giovani si rammentava d’aver veduto nella valle uno di quella razza, né vivo, né morto. Tale è la descrizione che l’anonimo fa del luogo: del nome, nulla; anzi, per non metterci sulla strada di scoprirlo, non dice niente del viaggio di don Rodrigo, e lo porta addirittura nel mezzo della valle, appiè del poggio, all’imboccatura dell’erto e tortuoso sentiero. Lì c’era una taverna, che si sarebbe anche potuta chiamare un corpo di guardia. Sur una vecchia insegna che pendeva sopra l’uscio, era dipinto da tutt’e due le parti un sole raggiante; ma la voce pubblica, che talvolta ripete i nomi come le vengono insegnati, talvolta li rifà a modo suo, non chiamava quella taverna che col nome della Malanotte. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Per l’appunto; ma...” “Sua signoria illustrissima e reverendissima vuol lei.” “Me?” disse ancora quella voce, significando chiaramente in quel monosillabo: come ci posso entrar io? Ma questa volta, insieme con la voce, venne fuori l’uomo, don Abbondio in persona, con un passo forzato, e con un viso tra l’attonito e il disgustato. Il cappellano gli fece un cenno con la mano, che voleva dire: a noi; andiamo; ci vuol tanto? E precedendo i due curati, andò all’uscio, l’aprì, e gl’introdusse. Il cardinale lasciò andar la mano dell’innominato, col quale intanto aveva concertato quello che dovevan fare; si discostò un poco, e chiamò con un cenno il curato della chiesa. Gli disse in succinto di che si trattava; e se saprebbe trovar subito una buona donna che volesse andare in una lettiga al castello, a prender Lucia: una donna di cuore e di testa, da sapersi ben governare in una spedizione così nuova, e usar le maniere più a proposito, trovar le parole più adattate, a rincorare, a tranquillizzare quella poverina, a cui, dopo tante angosce, e in tanto turbamento, la liberazione stessa poteva metter nell’animo una nuova confusione. Pensato un momento, il curato disse che aveva la persona a proposito, e uscì. Il cardinale chiamò con un altro cenno il cappellano, al quale ordinò che facesse preparare subito la lettiga e i lettighieri, e sellare due mule. Uscito anche il cappellano, si voltò a don Abbondio. Questo, che già gli era vicino, per tenersi lontano da quell’altro signore, e che intanto dava un’occhiatina di sotto in su ora all’uno ora all’altro, seguitando a almanaccar tra sé che cosa mai potesse essere tutto quel rigirìo, s’accostò  di  più,  fece  una  riverenza,  e  disse:  “m’hanno  significato  che vossignoria illustrissima mi voleva me; ma io credo che abbiano sbagliato”. “Non hanno sbagliato,” rispose Federigo: “ho una buona nuova da darvi, e un consolante, un soavissimo incarico. Una vostra parrocchiana, che avrete pianta per ismarrita, Lucia Mondella, è ritrovata, è qui vicino, in casa di questo mio caro amico; e voi anderete ora con lui, e con una donna che il signor curato di qui è andato a cercare, anderete, dico, a prendere quella vostra creatura, e l’accompagnerete qui.” Don Abbondio fece di tutto per nascondere la noia, che dico? l’affanno e l’amaritudine che gli dava una tale proposta, o comando che fosse; e non essendo più a tempo a sciogliere e a scomporre un versaccio già formato sulla sua faccia, lo nascose, chinando profondamente la testa, in segno d’ubbidienza. E non l’alzò che per fare un altro profondo inchino all’innominato,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
qualcosa che abbiamo al sole, si campa. Sicché mangiate senza pensieri intanto; ché presto il cappone sarà a tiro, e potrete ristorarvi un po’ meglio.” Così detto, ritornò ad accudire al desinare, e ad apparecchiare. Lucia, tornatele alquanto le forze, e acquietandosele sempre più l’animo, andava intanto assettandosi, per un’abitudine, per un istinto di pulizia e di verecondia: rimetteva e fermava le trecce allentate e arruffate, raccomodava il fazzoletto sul seno, e intorno al collo. In far questo, le sue dita s’intralciarono nella corona che ci aveva messa, la notte avanti; lo sguardo vi corse; si fece nella mente un tumulto istantaneo; la memoria del voto, oppressa fino allora e soffogata da tante sensazioni presenti, vi si suscitò d’improvviso, e vi comparve chiara e distinta. Allora tutte le potenze del suo animo, appena riavute, furon sopraffatte di nuovo, a un tratto: e se quell’animo non fosse stato così preparato da una vita d’innocenza, di rassegnazione e di fiducia, la costernazione che provò in quel momento, sarebbe stata disperazione. Dopo un ribollimento di que’ pensieri che non vengono con parole, le prime che si formarono nella sua mente furono: – oh povera me, cos’ho fatto! – Ma non appena l’ebbe pensate, ne risentì come uno spavento. Le tornarono in mente tutte le circostanze del voto, l’angoscia intollerabile, il non avere una speranza di soccorso, il fervore della preghiera, la pienezza del sentimento con cui la promessa era stata fatta. E dopo avere ottenuta la grazia, pentirsi della promessa, le parve un’ingratitudine sacrilega, una perfidia verso Dio e la Madonna; le parve che una tale infedeltà le attirerebbe nuove e più terribili sventure, in mezzo alle quali non potrebbe più sperare neppur nella preghiera; e s’affrettò di rinnegare quel pentimento momentaneo. Si levò con divozione la corona dal collo, e tenendola nella mano tremante, confermò, rinnovò il voto, chiedendo nello stesso tempo, con una supplicazione accorata, che le fosse concessa la forza d’adempirlo, che le fossero risparmiati i pensieri e l’occasioni le quali avrebbero potuto, se non ismovere il suo animo, agitarlo troppo. La lontananza di Renzo, senza nessuna probabilità di ritorno, quella lontananza che fin allora le era stata così amara, le parve ora una disposizione della Provvidenza, che avesse fatti andare insieme i due avvenimenti per un fine solo; e si studiava di trovar nell’uno la ragione d’esser contenta dell’altro. E dietro a quel pensiero, s’andava figurando ugualmente che quella Provvidenza medesima, per compir l’opera, saprebbe trovar la maniera di far che Renzo si rassegnasse anche lui, non pensasse più... Ma una tale idea, appena trovata, mise sottosopra la mente ch’era andata a cercarla.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Accostatosi poi passo passo alla moglie, che staccava il calderotto dalla catena, le disse sottovoce: “è andato bene ogni cosa?” “Benone: ti racconterò poi tutto.” “Sì, sì; con comodo.” Messo poi subito in tavola, la padrona andò a prender Lucia, ve l’accompagnò, la fece sedere; e staccata un’ala di quel cappone, gliela mise davanti; si mise a sedere anche lei e il marito, facendo tutt’e due coraggio all’ospite abbattuta e vergognosa, perché mangiasse. Il sarto cominciò, ai primi bocconi, a discorrere con grand’enfasi, in mezzo all’interruzioni de’ ragazzi, che mangiavano ritti intorno alla tavola, e che in verità avevano viste troppe cose straordinarie, per fare alla lunga la sola parte d’ascoltatori. Descriveva le cerimonie solenni, poi saltava a parlare della conversione miracolosa. Ma ciò che gli aveva fatto più impressione, e su cui tornava più spesso, era la predica del cardinale. “A vederlo lì davanti all’altare,” diceva, “un signore di quella sorte, come un curato...” “E quella cosa d’oro che aveva in testa...” diceva una bambinetta. “Sta zitta. A pensare, dico, che un signore di quella sorte, e un uomo tanto sapiente, che, a quel che dicono, ha letto tutti i libri che ci sono, cosa a cui non è mai arrivato nessun altro, né anche in Milano; a pensare che sappia adattarsi a dir quelle cose in maniera che tutti intendano...” “Ho inteso anch’io,” disse l’altra chiacchierina. “Sta zitta! cosa vuoi avere inteso, tu?” “Ho inteso che spiegava il Vangelo in vece del signor curato.” “Sta zitta. Non dico chi sa qualche cosa; ché allora uno è obbligato a intendere; ma anche i più duri di testa, i più ignoranti, andavan dietro al filo del discorso. Andate ora a domandar loro se saprebbero ripeter le parole che diceva: sì; non ne ripescherebbero una; ma il sentimento lo hanno qui. E senza mai nominare quel signore, come si capiva che voleva parlar di lui! E poi, per capire, sarebbe bastato osservare quando aveva le lacrime agli occhi. E allora tutta la gente a piangere...” “È proprio vero,” scappò fuori il fanciullo: “ma perché piangevan tutti a quel modo, come bambini?” “Sta zitto. E sì che c’è de’ cuori duri in questo paese. E ha fatto proprio vedere che, benché ci sia la carestia, bisogna ringraziare il Signore, ed esser contenti: far quel che si può, industriarsi, aiutarsi, e poi esser contenti. Perché
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
monte d’imbrogli, s’era messa la confusione e l’incertezza in casa; eppure aveva sonno. Andò dunque in camera, s’accostò a quel letto in cui la notte avanti aveva trovate tante spine; e vi s’inginocchiò accanto, con l’intenzione di pregare. Trovò in fatti in un cantuccio riposto e profondo della mente, le preghiere ch’era stato ammaestrato a recitar da bambino; cominciò a recitarle; e quelle parole, rimaste lì tanto tempo ravvolte insieme, venivano l’una dopo l’altra come sgomitolandosi. Provava in questo un misto di sentimenti indefinibile; una certa dolcezza in quel ritorno materiale all’abitudini dell’innocenza; un inasprimento di dolore al pensiero dell’abisso che aveva messo tra quel tempo e questo; un ardore d’arrivare, con opere di espiazione, a una coscienza nuova, a uno stato il più vicino all’innocenza, a cui non poteva tornare; una riconoscenza, una fiducia in quella misericordia che lo poteva condurre a quello stato, e che gli aveva già dati tanti segni di volerlo. Rizzatosi poi, andò a letto, e s’addormentò immediatamente. Così terminò quella giornata, tanto celebre ancora quando scriveva il nostro anonimo; e ora, se non era lui, non se ne saprebbe nulla, almeno de’ particolari; giacché il Ripamonti e il Rivola, citati di sopra, non dicono se non che quel sì segnalato tiranno, dopo un abboccamento con Federigo, mutò mirabilmente vita, e per sempre. E quanti son quelli che hanno letto i libri di que’ due? Meno ancora di quelli che leggeranno il nostro. E chi sa se, nella valle stessa, chi avesse voglia di cercarla, e l’abilità di trovarla, sarà rimasta qualche stracca e confusa tradizione del fatto? Son nate tante cose da quel tempo in poi!
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Lo so pur troppo,” disse Renzo. E così, barattando e mescolando in fretta saluti, domande e risposte, entrarono insieme nella casuccia. E lì, senza sospendere i discorsi, l’amico si mise in faccende per fare un po’ d’onore a Renzo, come si poteva così all’improvviso e in quel tempo. Mise l’acqua al fuoco, e cominciò a far la polenta; ma cedè poi il matterello a Renzo, perché la dimenasse; e se n’andò dicendo: “son rimasto solo; ma! son rimasto solo!” Tornò con un piccol secchio di latte, con un po’ di carne secca, con un paio di raveggioli, con fichi e pesche; e posato il tutto, scodellata la polenta sulla tafferìa, si misero insieme a tavola, ringraziandosi scambievolmente, l’uno della visita, l’altro del ricevimento. E, dopo un’assenza di forse due anni, si trovarono a un tratto molto più amici di quello che avesser mai saputo d’essere nel tempo che si vedevano quasi ogni giorno; perché all’uno e all’altro, dice qui il manoscritto, eran toccate di quelle cose che fanno conoscere che balsamo sia all’animo la benevolenza; tanto quella che si sente, quanto quella che si trova negli altri. Certo, nessuno poteva tenere presso di Renzo il luogo d’Agnese, né consolarlo della di lei assenza, non solo per quell’antica e speciale affezione, ma anche perché, tra le cose che a lui premeva di decifrare, ce n’era una di cui essa sola aveva la chiave. Stette un momento tra due, se dovesse continuare il suo viaggio, o andar prima in cerca d’Agnese, giacché n’era così poco lontano; ma, considerato che della salute di Lucia, Agnese non ne saprebbe nulla, restò nel primo proposito d’andare addirittura a levarsi questo dubbio, e aver la sua sentenza, e di portar poi lui le nuove alla madre. Però, anche dall’amico seppe molte cose che ignorava, e di molte venne in chiaro che non sapeva bene, sui casi di Lucia, e sulle persecuzioni che gli avevan fatte a lui, e come don Rodrigo se n’era andato con la coda tra le gambe, e non s’era più veduto da quelle parti; insomma su tutto quell’intreccio di cose. Seppe anche (e non era per Renzo cognizione di poca importanza) come fosse proprio il casato di don Ferrante: ché Agnese gliel aveva bensì fatto scrivere dal suo segretario; ma sa il cielo com’era stato scritto; e l’interprete bergamasco, nel leggergli la lettera, n’aveva fatta una parola tale, che, se Renzo fosse andato con essa a cercar ricapito di quella casa in Milano, probabilmente non avrebbe trovato persona che indovinasse di chi voleva parlare. Eppure quello era l’unico filo che avesse, per andar in cerca di Lucia. In quanto alla giustizia, poté confermarsi sempre più ch’era un pericolo abbastanza lontano, per non darsene gran pensiero: il signor podestà era morto di peste: chi sa quando se ne man-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
La  mattina  del  21  di  giugno  1630,  verso  le  quattro  e  mezzo,  una donnicciola chiamata Caterina Rosa, trovandosi, per disgrazia, a una finestra d’un cavalcavia che allora c’era sul principio di via della Vetra de’ Cittadini, dalla parte che mette al corso di porta Ticinese (quasi dirimpetto alle colonne di san Lorenzo), vide venire un uomo con una cappa nera, e il cappello sugli occhi, e una carta in mano, sopra la quale, dice costei nella sua deposizione, metteva su le mani, che pareva che scrivesse. Le diede nell’occhio che, entrando nella strada, si fece appresso alla muraglia delle case, che è subito dopo voltato il cantone, e che a luogo a luogo tirava con le mani dietro al muro. All’hora, soggiunge, mi viene in pensiero se a caso fosse un poco uno de quelli che, a’ giorni passati, andavano ongendo le muraglie. Presa da un tal sospetto, passò in un’altra stanza, che guardava lungo la strada, per tener d’occhio lo sconosciuto, che s’avanzava in quella; et viddi, dice, che teneva toccato la detta muraglia con le mani. C’era alla finestra d’una casa della strada medesima un’altra spettatrice, chiamata Ottavia Bono; la quale, non si saprebbe dire se concepisse lo stesso pazzo sospetto alla prima e da sé, o solamente quando l’altra ebbe messo il campo a rumore. Interrogata anch’essa, depone d’averlo veduto fin dal momento ch’entrò nella strada; ma non fa menzione di muri toccati nel camminare. Viddi, dice, che si fermò qui in fine della muraglia del giardino della casa delli Crivelli... et viddi che costui haveva una carta in mano, sopra la quale misse la mano dritta, che mi pareva che volesse scrivere; et poi viddi che, levata la mano dalla carta, la fregò sopra la muraglia del detto giardino, dove era un poco di bianco. Fu probabilmente per pulirsi le dita macchiate d’inchiostro, giacché pare che scrivesse davvero. Infatti, nell’esame che gli fu fatto il giorno dopo, interrogato, se l’attioni che fece quella mattina, ricercorno scrittura, risponde: signor sì. E in quanto all’andar rasente al muro, se a una cosa simile ci fosse bisogno d’un perché, era perché pioveva, come accennò quella Caterina medesima, ma per cavarne una induzione di questa sorte: è ben una gran cosa: hieri, mentre costui faceva questi atti di ongere, pioveva, et bisogna mo che havesse pigliato quel tempo piovoso, perché più persone potessero imbrattarsi li panni nell’andar in volta, per andar al coperto. Dopo quella fermata, costui tornò indietro, rifece la medesima strada, arrivò alla cantonata, ed era per isparire; quando, per un’altra disgrazia, fu rintoppato da uno ch’entrava nella strada, e che lo salutò. Quella Caterina, che, per tener dietro all’untore, fin che poteva, era tornata alla finestra di
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Ma gli esaminatori, senza far nessuna osservazione, passarono a domandargli, con qual occasione detto Barbiero gli ha dato detto onto. Ed ecco cosa rispose: passai di là, et lui chiamandomi mi disse: vi ho puoi da dare un non so che; io gli dissi che cosa era? et egli disse: è non so che onto; et io dissi: sì, sì, verrò puoi a tuorlo; et così da lì a due o tre giorni, me lo diede puoi. Altera le circostanze materiali del fatto, quanto è necessario per accomodarlo alla favola; ma gli lascia il suo colore; e alcune delle parole che riferisce, eran probabilmente quelle ch’eran corse davvero tra loro. Parole dette in conseguenza d’un concerto già preso, a proposito d’un preservativo, le dà per dette all’intento di proporre di punto in bianco un avvelenamento, almen tanto pazzo quanto atroce. Con tutto ciò, gli esaminatori vanno avanti con le domande, sul luogo, sul giorno, sull’ora della proposta e della consegna; e, come contenti di quelle risposte, ne chiedon dell’altre. Che cosa gli disse quando gli consegnò il detto vasetto d’onto? Mi disse: pigliate questo vasetto, et ongete le muraglie qui adietro, et poi venete da me, che haverete una mano de danari. “Ma perché il barbiero, senza arrischiare, non ungeva da sé di notte!” postilla qui, stavo per dire esclama, il Verri. E una tale inverisimiglianza avventa, per dir così, ancor più in una risposta successiva. Interrogato se il detto Barbiero assignò a lui Constituto il luogo preciso da ongere, risponde: mi disse che ongessi lì nella Vedra de’ Cittadini, et che cominciassi dal suo uschio, dove in effetto cominciai. “Nemmeno l’uscio suo proprio aveva unto il barbiere!” postilla qui di nuovo il Verri. E non ci voleva, certo, la sua perspicacia per fare un’osservazion simile; ci volle l’accecamento della passione per non farla, o la malizia della passione per non farne conto, se, come è più naturale, si presentò anche alla mente degli esaminatori. L’infelice inventava così a stento, e come per forza, e solo quando era eccitato, e come punto dalle domande, che non si saprebbe indovinare se quella promessa di danari sia stata immaginata da lui, per dar qualche ragione dell’avere accettata una commission di quella sorte, o se gli fosse stata suggerita da un’interrogazion dell’auditore, in quel tenebroso abboccamento. Lo stesso bisogna dire d’un’altra invenzione, con la quale, nell’esame, andò incontro  indirettamente  a  un’altra  difficoltà,  cioè  come  mai  avesse  potuto maneggiar quell’unto così mortale, senza riceverne danno. Gli domandano
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
lor  discorsi  e  divini  pensieri;  la  qual  cosa  volentier  fanno  ancor  tutte  le qualità d’omini; ché non solamente i lavoratori de’ campi, i marinari e tutti quelli  che  hanno  duri  ed  asperi  esercizi  alle  mani,  ma  i  santi  religiosi,  i prigioneri che d’ora in ora aspettano la morte, pur vanno cercando qualche rimedio e medicina per recrearsi. Tutto quello adunque che move il riso esilara l’animo e dà piacere, né lascia che in quel punto l’omo si ricordi delle noiose molestie, delle quali la vita nostra è piena. Però a tutti, come vedete, il riso è gratissimo, ed è molto da laudare chi lo move a tempo e di bon modo. Ma che cosa sia questo riso, e dove stia ed in che modo talor occupi  le  vene,  gli  occhi,  la  bocca  e  i  fianchi,  che  par  che  ci  voglia  far scoppiare, tanto che, per forza che vi mettiamo, non è possibile tenerlo, lasciarò disputare a Democrito; il quale, se forse ancora lo promettesse, non lo saprebbe dire. XLVI Il loco adunque e quasi il fonte onde nascono i ridiculi consiste in una certa deformità; perché solamente si ride di quelle cose che hanno in sé disconvenienzia e par che stian male, senza però star male. Io non so altrimenti dichiarirlo; ma se voi da voi stessi pensate, vederete che quasi sempre quel di che si ride è una cosa che non si conviene, e pur non sta male. Quali adunque siano quei modi che debba usar il cortegiano per mover il riso e fin a che termine,  sforzerommi  di  dirvi,  per  quanto  mi  mostrerà  il  mio giudicio; perché il far rider sempre non si convien al cortegiano, né ancor di  quel  modo  che  fanno  i  pazzi  e  gli  imbriachi  e  i  sciocchi  ed  inetti,  e medesimamente i buffoni; e benché nelle corti queste sorti d’omini par che si richieggano, pur non meritano esser chiamati cortegiani, ma ciascun per lo nome suo ed estimati tali quai sono. Il termine e misura del far ridere mordendo bisogna ancor esser diligentemente considerato, e chi sia quello che si morde; perché non s’induce riso col dileggiar un misero e calamitoso, né ancora un ribaldo e scelerato publico, perché queti par che meritino maggior castigo che l’esser burlati; e gli animi umani non sono inclinati a beffare i miseri, eccetto se quei tali nella sua infelicità non si vantassero e fossero superbi e prosuntuosi. Deesi ancora aver rispetto a quei che sono universalmente grati ed amati da ognuno e potenti, perché talor col dileggiar questi poria l’uom acquistarsi inimicizie pericolose. Però conveniente
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
non si conviene”. E di questi cotali sono molti idioti che non saprebbero l’a.b.c., e vorrebbero disputare in geometria, in astrologia e in fisica. E secondo malizia, o vero difetto di corpo, può essere la mente non sana: quando per difetto d’alcuno principio da la nativitade, sì come [ne’] mentecatti; quando per l’alterazione del cerebro, sì come sono frenetici. E di questa infertade de la mente intende la legge, quando lo Inforzato dice: “In colui che fa testamento, di quel tempo nel quale lo testamento fa, sanitade di mente, non di corpo, è a domandare”. Per che a quelli intelletti che per malizia d’animo o di corpo infermi non sono, liberi, espediti e sani a la luce de la veritade, dico essere manifesto l’oppinione de la gente, che detto è, essere vana, cioè sanza valore. .....Appresso soggiugne, che io così li giudico falsi e vani, e così li ripruovo; e ciò si fa quando si dice: E io così per falsi li riprovo. E appresso dico che da venire è a la veritade mostrare; e dico che mostrare [è] quello, cioè che cosa è gentilezza, e come si può conoscere l’uomo in cui essa è. E ciò dico quivi: E dicer voglio omai, sì com’io sento. XVI “Lo rege si letificherà in Dio, e saranno lodati tutti quelli che giurano in lui, però che serrata è la bocca di coloro che parlano le inique cose”. Queste parole posso io qui veramente proponere; però che ciascuno vero rege dee massimamente amare la veritade. Ond’è scritto nel libro di Sapienza: “Amate lo lume di sapienza, voi che siete dinanzi a li populi”; e lume di sapienza è essa veritade. Dico adunque che però si rallegrerà ogni rege che riprovata è la falsissima e dannosissima oppinione de li malvagi e ingannati uomini che di nobilitade hanno infino a ora iniquamente parlato. Convienesi procedere al trattato de la veritade, secondo la divisione fatta nel terzo capitolo di questo trattato. Questa seconda parte adunque, che comincia: Dico ch’ogni vertù principalmente, intende diterminare d’essa nobilitade secondo la veritade; e partesi questa parte in due: che ne la prima s’intende mostrare che è questa nobilitade; ne la seconda s’intende mostrare come conoscere si puote colui dov’ella è: e comincia questa parte seconda: L’anima cui adorna esta bontate. La prima parte ha due parti ancora: che ne la prima si cercano certe cose che sono mestiere a veder la diffinizione di nobilitade; ne la seconda si cerca de la sua diffinizione: e comincia questa seconda parte: È gentilezza dovunqu’è vertute. A  perfettamente  entrare  per  lo  trattato  è  prima  da  vedere  due  cose: l’una, che per questo vocabulo “nobilitade” s’intende, solo semplicemente considerato; l’altra è per che via sia da camminare a cercare la prenominata Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
CXXIII Vitale  da  Pietra  Santa,  per  introdotto  della  moglie,  dice  al  figliuolo  che  ha studiato in legge, che tagli uno cappone per gramatica. Egli lo taglia in forma che, dalla sua parte in fuori, ne tocca agli altri molto poco. Nel castello di Pietra Santa, in quello di Lucca, fu già un castellano abitante in quello, ch’avea nome Vitale. Era, secondo di là, abiente, e orrevole contadino; ed essendogli morta una sua donna, lasciandogli uno figliuolo d’anni venti, e due figliuole femine, da’ sette infino a’ dieci anni, gli venne pensiero che questo suo figliuolo, che già era bonissimo gramatico, di farlo studiare in legge, e mandollo a Bologna. E mentre che era a Bologna, il detto  Vitale  tolse  moglie.  E  stando  insieme,  come  per  li  tempi  avviene, Vitale cominciò aver novelle come questo suo figliuolo diveniva valentissimo; e quando bisognava danari pe’ libri, e quando per le spese per la sua vita, el padre mandava quando quaranta e quando cinquanta fiorini: e molto di danari si votava la casa. La donna di  Vitale, e matrigna del giovane  che studiava a Bologna, veggendo mandare questi danari così spesso, e pensando che per questo a lei diminuiva la prebenda, cominciò a mormorare, e dice al marito: —  Or  getta  ben  via  questi  parecchi  danari  che  ci  sono;  mandagli bene, e non sai a cui. Dice il marito: — Donna mia, che è quel che tu di’? o non pensi tu quello che ci varrà, e l’onore e l’utile? Se questo mio figliuolo serà giudico, potrà poi esser dottorio conventinato, che ne saremo saltati in perpetuo seculo. Dice la donna: — Io non so che secolo; io mi credo che tu se’ ingannato, e che costui, a cui tu mandi ciò che puoi fare e dire, sia un corpo morto, e consumiti per lui. E in questa maniera la donna s’avea sì recato in costume di dire questo corpo morto che come il marito mandava o denari o altro, così costei era alle mani, dicendo al marito: — Manda, manda, consumati bene, per dar ciò che tu hai a questo tuo corpo morto. Continuando questa cosa in sì fatta maniera, agli orecchi del giovane che studiava in Bologna pervenne come la matrigna il chiamava in questa contesa che facea col marito “corpo morto”. Il giovane lo tenne a mente; ed
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Di  grazia,  signor  Salviati,  parlate  con  più  rispetto  d’Aristotile.  Ed  a  chi potrete  voi  persuader  già  mai  che  quello  che  è  stato  il  primo,  unico  ed ammirabile  esplicator  della  forma  silogistica,  della  dimostrazione,  de  gli elenchi, de i modi di conoscere i sofismi, i paralogismi, ed in somma di tutta la logica, equivocasse poi sì gravemente in suppor per noto quello che è in quistione? Signori, bisogna prima intenderlo perfettamente, e poi provarsi a volerlo impugnare. Signor Simplicio, noi siamo qui tra noi discorrendo familiarmente per investigar qualche verità; io non arò mai per male che voi mi palesiate i miei errori, e quando io non avrò conseguita la mente d’Aristotile, riprendetemi pur liberamente, che io ve ne arò buon grado. Concedetemi in tanto che io esponga le mie difficultà, e ch’io risponda ancora alcuna cosa a le vostre ultime parole, dicendovi che la logica, come benissimo sapete, è l’organo col quale si filosofa; ma, sì come può esser che un artefice sia eccellente in fabbricare organi, ma indotto nel sapergli sonare, così può esser un gran logico, ma poco esperto nel sapersi servir della logica; sì come ci son molti che sanno per lo senno a mente tutta la poetica, e son poi infelici nel compor quattro versi solamente; altri posseggono tutti i precetti del  Vinci, e non saprebber poi dipignere uno sgabello. Il sonar l’organo non s’impara da quelli che sanno far organi, ma da chi gli sa sonare; la poesia s’impara dalla continua lettura de’ poeti; il dipignere s’apprende col continuo disegnare e dipignere; il dimostrare, dalla lettura dei libri pieni di dimostrazioni, che sono i matematici soli, e non i logici. Ora, tornando al proposito, dico che quello che vede Aristotile del moto de i corpi leggieri, è il partirsi il fuoco da  qualunque  luogo  della  superficie  del  globo  terrestre  e  dirittamente discostarsene  salendo  in  alto;  e  questo  è  veramente  muoversi  verso  una circonferenza maggiore di quella della Terra, anzi il medesimo Aristotile lo fa muovere al concavo della Luna: ma che tal circonferenza sia poi quella del mondo, o concentrica a quella, sì che il muoversi verso questa sia un muoversi anco verso quella del mondo, ciò non si può affermare se prima non si suppone che ‘l centro della Terra, dal quale noi vediamo discostarsi i leggieri ascendenti, sia il medesimo che ‘l centro del mondo, che è quanto dire che ‘l globo terrestre sia costituito nel centro del mondo; che è poi quello di che noi dubitiamo e che Aristotile intende di provare. E questo direte che non sia un manifesto paralogismo? Questo  argomento  d’Aristotile  mi  era  parso,  anco  per  un  altro  rispetto, manchevole e non concludente, quando bene se gli concedesse che quella circonferenza alla quale si muove rettamente il fuoco, fusse quella che racchiude il mondo. Imperocché, preso dentro a un cerchio non solamente il
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
A rivederci da ora a cent’anni. Buona notte a voi, m[esser] Scaramuré. A dio, andate. A dio. O povero Bartolomeo, quando sarrò appiccato, son certo che sarrò libero, ché più disastri non me si aggiongerranno! Scena 14 Scarramuré Questo diavolo di Sanguino è conosciuto come la falsa moneta; e con tutto ciò si sa maneggiare di tal sorte, che in certo modo il capitan Palma medesmo non  si  saprebbe  rapresentar  meglio  che  come  lo  rapresenta  lui.  Guarda, guarda come tratta queste povere bestie. Or, mentre m[esser] Gio. Bernardo negocia lui da un canto, io voglio far di modo che questo buon cristiano non solo non si lamenti di me, ma che me si tenga ubligato. Ecco qua la porta della academia di marioli. To, to, to.
Il Candelaio di Giordano Bruno
rimanere, io mi credo che noi n’avremmo buon servigio, per ciò che egli ci bisogna, e egli è forte e potrebbene l’uomo fare ciò che volesse: e oltre a questo non vi bisognerebbe d’aver pensiero che egli motteggiasse queste vostre giovani.” A cui la badessa disse: “In fé di Dio tu di’ il vero! sappi se egli sa lavorare e ingegnati di ritenercelo: dagli qualche paio di scarpette, qualche cappuccio vecchio, e lusingalo, fagli vezzi, dagli ben da mangiare.” Il castaldo disse di farlo. Masetto non era guari lontano, ma faccendo vista di spazzar la corte tutte queste parole udiva e seco lieto diceva: “Se voi mi mettete costà entro, io vi lavorerò sì l’orto, che mai non vi fu così lavorato.” Ora, avendo il castaldo veduto che egli ottimamente sapeva lavorare e con cenni domandatolo se egli voleva star quivi e costui con cenni rispostogli che far volea ciò che egli volesse, avendolo ricevuto, gl’impose che egli l’orto lavorasse e mostrogli quello che a fare avesse; poi andò per altre bisogne del monistero e lui lasciò. Il quale lavorando l’un dì appresso l’altro, le monache incominciarono a dargli noia e a metterlo in novelle, come spesse volte avviene che altri fa de’ mutoli, e dicevangli le più scellerate parole del mondo, non credendo da lui essere intese; e la badessa, che forse stimava che egli così senza coda come senza favella fosse, di ciò poco o niente si curava. Or pure avvenne che, costui un dì avendo lavorato molto e riposandosi, due giovinette monache, che per lo giardino andavano, s’appressarono là dove egli era e lui che sembiante facea di dormire cominciarono a riguardare; per che l’una, che alquanto era più baldanzosa, disse all’altra: “Se io credessi che tu mi tenessi credenza, io ti direi un pensiero che io ho avuto più volte, il quale forse anche a te potrebbe giovare.” L’altra rispose: “Dì sicuramente, ché per certo io nol dirò mai a persona.” Allora la baldanzosa incominciò: “Io non so se tu t’hai posto mente come noi siamo tenute strette, né che mai qua entro uomo alcuno osa entrare se non il castaldo ch’è vecchio e questo mutolo; e io ho più volte a più donne che a noi son venute udito dire che tutte l’altre dolcezze del mondo sono una beffa a rispetto di quella quando la femina usa con l’uomo. Per che io m’ho più volte messo in animo, poi che con altrui non posso, di volere con questo mutolo provare se così è; e egli è il miglior del mondo da ciò costui, ché, perché egli pur volesse, egli nol potrebbe né saprebbe ridire: tu vedi che egli è un cotal giovanaccio sciocco, cresciuto innanzi al senno. Volentieri udirei quello che a te ne pare.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  164 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Decameron di Giovanni Boccaccio
“Adunque” disse il frate “e io, che son men parente di vostro figliuolo che non è vostro marito, così mi debbo poter giacere con voi come vostro marito.” La donna, che loica non sapeva e di piccola levatura aveva bisogno, o credette o fece vista di credere che il frate dicesse vero, e rispose: “Chi saprebbe rispondere alle vostre savie parole?”; e appresso, non obstante il comparatico, si recò a dover fare i suoi piaceri. Né incominciarono per una volta ma sotto la coverta del comparatico avendo più agio, perché la sospezione era minore, più e più volte si ritrovarono insieme. Ma tra l’altre una avvenne che, essendo frate Rinaldo venuto a casa la donna e vedendo quivi niuna persona essere altri che una fanticella della donna, assai bella e piacevoletta, mandato il compagno suo con essolei nel palco de’ colombi a insegnarle il paternostro, egli colla donna, che il fanciullin suo avea per mano, se n’entrarono nella camera e dentro serrati sopra un lettuccio da sedere, che in quella era, s’incominciarono a trastullare. E in questa guisa dimorando, avvenne che il compar tornò e, senza esser sentito da alcuno, fu all’uscio della camera e picchiò e chiamò la donna. Madonna Agnesa, questo sentendo, disse: “Io son morta, ché ecco il marito mio: ora sì pure avvedrà egli qual sia la cagione della nostra dimestichezza.” Era frate Rinaldo spogliato, cioè senza cappa e senza scapolare, in tonicella; il quale questo udendo disse: “Voi dite vero: se io fossi pur vestito, qualche modo ci avrebbe; ma se voi gli aprite e egli mi truovi così, niuna scusa ci potrà essere.” La donna, da subito consiglio aiutata, disse: “Or vi vestite; e vestito che voi siete, recatevi in braccio vostro figlioccio e ascolterete bene ciò che io gli dirò, sì che le vostre parole poi s’accordino colle mie: e lasciate fare a me.” Il buono uomo non era ancora ristato di picchiare, che la moglie rispose “Io vengo a te”, e levatasi, con un buon viso se n’andò all’uscio della camera e aperselo e disse: “Marito mio, ben ti dico che frate Rinaldo nostro compare ci si venne, e Iddio il ci mandò; ché per certo, se venuto non ci fosse, noi avremmo oggi perduto il fanciul nostro.” Quando il bescio sanctio udì questo, tutto svenne e disse: “Come?” “O marido mio, ” disse la donna “e’ gli venne dianzi di subito uno sfinimento, che io mi credetti ch’e’ fosse morto e non sapeva né che mi far né che mi dire, se non che frate Rinaldo nostro compare ci venne in quella e recato-
Decameron di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Giovanni Boccaccio      Decameron – Giornata nona Chiarmontesi spogliatosi in farsetto, uscì di casa sua per andare a stare in luogo di Scannadio nell’avello; e andando gli venne un pensier molto pauroso nell’animo, e cominciò a dir seco: “Deh, che bestia sono io? dove vo io? o che so io se i parenti di costei, forse avvedutisi che io l’amo, credendo essi quel che non è, le fanno far questo per uccidermi in quello avello? Il che se avvenisse, io m’avrei il danno, né mai cosa del mondo se ne saprebbe che lor nocesse. O che so io se forse alcun mio nemico questo m’ha procacciato, il quale ella forse amando, di questo il vuol servire?” E poi dicea: “Ma pogniam che niuna di queste cose sia, e che pure i suoi parenti a casa di lei portar mi debbano; io debbo credere che essi il corpo di Scannadio non vogliono per doverlosi tenere in braccio o metterlo in braccio a lei, anzi si dee credere che essi ne voglian far qualche strazio, sì come di colui che forse già d’alcuna cosa gli diservì. Costei dice che di cosa che io senta io non faccia motto: o se essi mi cacciasser gli occhi o mi traessero i denti o mozzassermi le mani o facessermi alcuno altro così fatto giuoco, a che sare’ io? come potre’ io star cheto? E se io favello, e’ mi conosceranno e per avventura mi faranno male; ma come che essi non me ne facciano, io non avrò fatto nulla, ché essi non mi lasceranno con la donna; e la donna dirà poi che io abbia rotto il suo comandamento e non farà mai cosa che mi piaccia.” E così dicendo fu tutto che tornato a casa: ma pure il grande amore il sospinse innanzi con argomenti contrarii a questi e di tanta forza, che all’avello il condussero; il quale egli aperse, e entratovi dentro e spogliato Scannadio e sé rivestito e l’avello sopra sé richiuso e nel lugo di Scannadio postosi, gl’incominciò a tornare a mente chi costui era stato e le cose che già aveva udite dire che di notte erano intervenute non che nelle sepolture de’ morti ma ancora altrove. Tutti i peli gli s’incominciarono a arricciare addosso a, e parevagli tratto tratto che Scannadio si dovesse levar ritto e quivi scannar lui. Ma da fervente amore aiutato, questi e gli altri paurosi pensier vincendo, stando come se egli il morto fosse, cominciò a aspettare che di lui dovesse intervenire. Rinuccio, appressandosi la mezzanotte, uscì di casa sua per far quello che dalla sua donna gli era stato mandato a dire; e andando, in molti e varii pensieri entrò delle cose possibili a intervenirgli, sì come di poter col corpo, sopra le spalle, di Scannadio venire alle mani della signoria e esser come malioso condennato al fuoco, o di dovere, se egli si risapesse, venire in odio de’ suoi parenti, e d’altri simili, da’ quali tutto che rattenuto fu. Ma poi rivolto disse:
Decameron di Giovanni Boccaccio
«Or dunque mi risponda a tono» riprese il Venchieredo fa ella il prete o il contrabbandiere? «Eccellenza... ella ha voglia di scherzare!» «Di scherzare io? Si figuri, reverendo!... Mi sono alzato all’alba; e quando ciò mi succede, non è già per voglia di scherzare!... Vengo a dirle netto e tondo che se il signor Conte di Fratta non è capace di tutelare gl’interessi della Serenissima, ci son qua io poco lontano, che me ne sento in grado. Ella accoglie in casa sua contrabbandi e contrabbandieri... No, no, reverendo!... non serve il diniegare col capo... Ci abbiamo anche i testimoni, e all’uopo si potrà citarlo in giudizio, o andare intesi colla Curia.» «Misericordia!» sclamò il Cappellano. «Or dunque» proseguì il feudatario «siccome non mi garba per nulla a me la vicinanza di cotali combriccole, sarei a pregarla di cambiar aria a suo talento, prima che si possa essere indotti a fargliela cambiare per forza.» «Cambiar aria? Cosa vuol dire?... cambiar aria io? come? si spieghi Eccellenza!» «Ecco, voglio dire, che se la potesse ottenere una prebenda in montagna, la mi userebbe una vera finezza!» «In montagna?» continuò sempre più stupefatto il Cappellano. «Io in montagna? Ma non è possibile, Eccellenza! Io non so nemmeno dove sieno le montagne!» «Eccole là» soggiunse il signore accennando fuori dalla finestra. Ma il castellano avea fatto i conti senza valutar la timidità eccessiva del prete. In alcuni esseri rozzi semplici modesti ma interi e primitivi, la timidità tien luogo alle volte di coraggio; e allora al Cappellano quel dover incominciare una vita nuova in paese nuovo con gente a lui sconosciuta, sembrò una fatica più grave e formidabile di quella di morire. Era nato a Fratta, lì aveva le sue radici e sentiva che a sbarbicarlo di quel paese lo si avrebbe addirittura ammazzato. «No, Eccellenza» rispose egli con intonazione più sicura che non avesse mai avuto per lo addietro. «Bisogna ch’io muoia a Fratta come vi sono vissuto; e quanto alla montagna se mi vi manderanno, dubito di giungervi vivo.» «Or bene» riprese alzandosi il tirannello. «La vi arriverà morto; ma o in un modo o nell’altro io l’assicuro che il manutengolo dello Spaccafumo non resterà cappellano a Fratta. Questo le serva di regola.»
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
«Eh via! a lei, padre, basta un’occhiata per veder tutto!... Oh quanto mi tarda di veder stabilito questo ottimo patto di alleanza!... E mio cognato come sarà contento di poter avere in casa un uomo del suo calibro!... Domani subito penseranno a provvedere d’una prebenda il cappellano attuale. Giacché lo desidera, nulla di meglio!» «Pure, signora Contessa...» «No, padre, non faccia obbiezioni... la mi prometta di far questa grazia a mio cognato! giacché gli è scappata una parola non la ritiri...» «Io non dico di ritirarla, ma...» «Ma, ma, ma... non ci sono ma!... Guardi guardi un po’ ora il signor Raimondo e la mia Clara! Come si guardano!... Non sembrano proprio due colombini...» «Se il Signore vorrà, non vi sarà mai stata un coppia più perfetta.» «Ma i disegni del Signore bisogna aiutarli, padre, e a lei tocca prima degli altri che è un suo degnissimo ministro...» «Indegno, indegnissimo, signora Contessa!» «Insomma io li aspetto domani a pranzo... me ne dirà qualche cosa del suo Raimondo.» «Accetto le sue grazie, signora Contessa; ma non so... così a precipizio... Insomma non prometto nulla... Basta, mi costerà assai dividermi da quel buon figliolo.» «Le assicuro che i miei cognati la compenseranno ad usura di quanto ella sarà per perdere.» «Oh sì, lo credo, lo spero; ma...» «Insomma, padre, a domani. Parleremo, ci concerteremo; io ne butterò un cenno stasera al Senatore, giacché appunto restiamo con lui a cena.» «Oh, per carità, signora Contessa, non mi esponga, non mi comprometta troppo. È proprio per me un sacrificio che...» «Oh bella! vorrebbe dunque per egoismo lasciar senza sposa quel caro figliuolo! Che precettore cattivo! A domani, a domani, padre; e venga per tempo che discorreremo mentre bolliranno i risi.» «Servo umilissimo della signora Contessa, non mancherò certamente, e Dio meni a buon fine le nostre intenzioni.» Il buon padre infatti, uscito che fu di casa Frumier con Raimondo e sprofondato nei comodi sedili d’un bombé, cominciò subito a lodarlo della vita ch’egli menava e del buon uso fatto de’ suoi consigli. Ma i proponimenti
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Ippolito Nievo     Le Confessioni di un italiano    Capitolo decimoterzo allora a Venezia per la prima volta, li seguivano con un’aria di trionfo; l’accostarsi di quest’ultimo a simil razza di gente mi spiacque non poco; non tanto per lui quanto perché era indizio del gran frutto che i furbi saprebbero trarre dalla pieghevole natura degli ignoranti. La lama non pensa, ma è tuttavia strumento micidiale in un pugno ben sperimentato. Finii collo scappare a casa, perché sentiva di non poter reggere più a lungo; e vi confesso che in quel momento era inetto affatto a qualunque forte deliberazione. Per quanto avessi udito bisbigliare di arresti, di condanne e di proscrizioni, non mi poteva decidere a movermi di colà. Era caduto in quello spensierato abbattimento nel quale ci mancano i nervi e la volontà per saltare dalla finestra; ma un fulmine che ci colpisse, o una trave caduta giù pel capo, parrebbe un regalo del cielo. Allora soltanto mi risovvenne di quelle carte appartenenti a mia madre le quali io doveva trovare nello scrittoio; misera eredità d’una sventurata ad un orfano più sventurato ancora. Apersi trepidando il cassetto; e slegata una vecchia busta di cartone, mi misi a rovistare alcuni fogli polverosi e giallognoli che vi si contenevano. Scorsi prima alcune lettere amorose più o meno invenezianate e cosperse di errori ortografici. Erano d’un nobiluomo forse morto da gran tempo e seppellito coi fantasmi de’ suoi amori; non appariva il nome, ma la nobiltà del suo casato era accertata da molti passi sparsi qua e là in quella lunga corrispondenza. Potrei darne qualche saggio per mostrar la maniera con cui si faceva all’amore colle zitelle alla metà del secolo passato. Pare che le quistioni importanti non si trattassero in iscritto; invece l’amante si dava gran cura di metter in mostra le proprie belle qualità, e di descrivere le impressioni avute dalle buone grazie della bella in varie circostanze. Il frasario non era troppo squisito; ma quanto mancava di squisitezza si compensava coll’ardenza; sopra tutto poi si diffondeva un incanto di buona fede, di calma, di bontà, che adesso è relegato nelle letterine che i collegiali scrivono ai parenti per le feste di Natale. Tuttavia, potete crederlo, che quella lettura non si affaceva molto in quel giorno con quell’umore. Passai oltre. Altre lettere di maestre e d’amiche di convento, più scipite delle prime. Andai innanzi ancora. Successe il completo epistolario erotico di mio padre. C’era del balzano assai; ma egli pareva innamorato quanto mai lo può essere uomo al mondo; e l’ultimo suo biglietto stabiliva il giorno e l’ora di quella fuga, che avea condotto i miei genitori a concepirmi in Levante. Come corollario a quelle lettere, trovai un libricciuolo di memorie tutte di pugno di mia madre, datate da molte città del Levante e dell’Asia Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
– A quest’ora non è mai qui. – Non saprebbe dirmi dove potrei trovarlo ora? Ho a casa un malato che avrebbe bisogno di lui. Cortesemente mi diede l’indirizzo del dottore ed io lo ripetei più volte per farle credere che volessi ricordarlo. Non mi sarei mica tanto affrettato di andar via, ma essa, seccata, mi volse le spalle.  Venivo addirittura buttato fuori della mia prigione. Da basso una donna fu pronta ad aprirmi la porta. Non avevo un soldo con me e mormorai: – La mancia gliela darò un’altra volta. Non si può mai conoscere il futuro. Da me le cose si ripetono: non era escluso ch’io fossi ripassato per di là. La notte era chiara e calda. Mi levai il cappello per sentir meglio la brezza della libertà. Guardai le stelle con ammirazione come se le avessi conquistate da poco. Il giorno seguente, lontano dalla casa di salute, avrei cessato di fumare. Intanto in un caffè ancora aperto mi procurai delle buone sigarette perché non sarebbe stato possibile di chiudere la mia carriera di fumatore con una di quelle sigarette della povera Giovanna. Il cameriere che me le diede mi conosceva e me le lasciò a fido. Giunto alla mia villa suonai furiosamente il campanello. Dapprima venne alla finestra la fantesca eppoi, dopo un tempo non tanto breve, mia moglie. Io l’attesi pensando con perfetta freddezza: – Sembrerebbe che ci sia il dottor Muli. – Ma, avendomi riconosciuto, mia moglie fece echeggiare nella strada deserta il suo riso tanto sincero che sarebbe bastato a cancellare ogni dubbio. In casa m’attardai per fare qualche atto d’inquisitore. Mia moglie cui promisi di raccontare il giorno appresso le mie avventure ch’essa credeva di conoscere, mi domandò: – Ma perché non ti corichi? Per scusarmi dissi: – Mi pare che tu abbia approfittato della mia assenza per cambiar di posto a quell’armadio. E’ vero ch’io credo che le cose, in casa, sieno sempre spostate ed è anche vero che mia moglie molto spesso le sposta, ma in quel momento io guardavo ogni cantuccio per vedere se vi era nascosto il piccolo, elegante corpo del dottor Muli.
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Nella mente di un giovine di famiglia borghese il concetto di vita umana s’associa a quello della carriera e nella prima gioventù la carriera è quella di Napoleone I. Senza che perciò si sogni di diventare imperatore perché si può somigliare a Napoleone restando molto ma molto più in basso. La vita più intensa è raccontata in sintesi dal suono più rudimentale, quello dell’onda del mare, che, dacché si forma, muta ad ogni istante finché non muore! M’aspettavo perciò anch’io di divenire e disfarmi come Napoleone e l’onda. La mia vita non sapeva fornire che una nota sola senz’alcuna variazione, abbastanza alta e che taluni m’invidiano, ma orribilmente tediosa. I miei amici mi conservarono durante tutta la mia vita la stessa stima e credo che neppur io, dacché son giunto all’età della ragione, abbia mutato di molto il concetto che feci di me stesso. Può perciò essere che l’idea di sposarmi mi sia venuta per la stanchezza di emettere e sentire quell’unica nota. Chi non l’ha ancora sperimentato crede il matrimonio più importante di quanto non sia. La compagna che si sceglie rinnoverà, peggiorando o migliorando, la propria razza nei figli, ma madre natura che questo vuole e che per via diretta non saprebbe dirigerci, perché in allora ai figli non pensiamo affatto, ci dà a credere che dalla moglie risulterà anche un rinnovamento nostro, ciò ch’è un’illusione curiosa non autorizzata da alcun testo. Infatti si vive poi uno accanto all’altro, immutati, salvo che per una nuova antipatia per chi è tanto dissimile da noi o per un’invidia per chi a noi è superiore. Il bello si è che la mia avventura matrimoniale esordì con la conoscenza del mio futuro suocero e con l’amicizia e l’ammirazione che gli dedicai prima che avessi saputo ch’egli era il padre di ragazze da marito. Perciò è evidente che non fu una risoluzione quella che mi fece procedere verso la mèta ch’io ignoravo. Trascurai una fanciulla che per un momento avrei creduto facesse al caso mio e restai attaccato al mio futuro suocero. Mi verrebbe voglia di credere anche nel destino. Il desiderio di novità che c’era nel mio animo veniva soddisfatto da Giovanni Malfenti ch’era tanto differente da me e da tutte le persone di cui io fino ad allora avevo ricercato la compagnia e l’amicizia. Io ero abbastanza còlto essendo passato attraverso due facoltà universitarie eppoi per la mia lunga inerzia, ch’io credo molto istruttiva. Lui, invece, era un grande negoziante, ignorante ed attivo. Ma dalla sua ignoranza gli risultava forza e serenità ed io m’incantavo a guardarlo, invidiandolo.
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
lo ch’io intendessi per salute ciò che avrebbe anche servito ad educare Carla) aveva saputo conquistare il mio rispetto, ma anche il mio amore. Prendendo il caffè, ero tanto assorto nel preparare un tanto elaborato discorso, che Augusta non ebbe da me altro segno di affetto che un lieve bacio prima di uscire. Se ero tutto suo! Andavo da Carla per riaccendere la mia passione per lei. Non appena entrai nella stanza di studio di Carla, ebbi un tale sollievo al trovarla sola e pronta, che subito l’attirai a me e appassionatamente l’abbracciai. Fui spaventato dall’energia con la quale essa mi respinse. Una vera violenza! Essa non voleva saperne ed io rimasi a bocca aperta in mezzo alla stanza, dolorosamente deluso. Ma Carla subito rimessasi mormorò: – Non vede che la porta è rimasta aperta e che qualcuno sta scendendo le scale? Assunsi l’aspetto di un visitatore cerimonioso finché l’importuno non passò. Poi chiudemmo la porta. Essa impallidì vedendo che giravo anche la chiave. Così tutto era chiaro. Poco dopo essa mormorò fra le mie braccia con voce soffocata: – Lo vuoi? Veramente lo vuoi? M’aveva dato del tu, e questo fu decisivo. Io poi avevo subito risposto: – Se non desidero altro! Avevo dimenticato che avrei voluto prima chiarire qualche cosa. Subito dopo io avrei voluto cominciare a parlarle dei miei rapporti con Augusta avendo tralasciato di farlo prima. Ma era difficile per il momento. Parlando con Carla d’altro in quel momento sarebbe stato come diminuire l’importanza della sua dedizione. Anche il più sordo fra gli uomini sa che non si può fare una cosa simile, per quanto tutti sappiano che non c’è confronto fra l’importanza di quella dedizione prima che avvenga e immediatamente dopo. Sarebbe una grande offesa per una donna, che aperse le braccia per la prima volta, sentirsi dire: “Prima di tutto debbo chiarire quelle parole che ti dissi ieri... ”. Ma che ieri? Tutto quello che avvenne il giorno prima deve apparire indegno di essere menzionato e se ad un gentiluomo avviene di non sentire così, tanto peggio per lui e deve fare in modo che nessuno se ne avveda. E’ certo che io ero quel gentiluomo che non sentiva così perché nella simulazione sbagliai come la sincerità non saprebbe. Le domandai:
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
che si frangevano sulla diga. Nell’oscurità della notte senza luna, al di là dei bastimenti schierati alla riva, il mare sembrava un vuoto enorme, nero. Soltanto il raggio mobile del faro si rifletteva sull’acqua e ne svelava la superficie. Macario trascinò seco Alfonso a destra, verso la stazione. – Avrei preferito di non venir invitato. Del resto sia certo che non mi lagnerò con nessuno. Gli era venuto il sospetto che Macario volesse questa promessa. Macario si mise a ridere: – Oh! in quanto a me, può raccontarlo a tutti. Crede davvero ch’io ami tanto i miei cari parenti? Non ha visto con quanto piacere feci adirare la cuginetta? Che vanerella, eh! Poi evidentemente non pensava più al contegno di Annetta con Alfonso. Parlava per proprio conto e alquanto agitato. – Come poteva io lodarla dopo averla udita poco prima filare le note di quella canzone da Gavroche come se fossero state di una romanza di Tosti! Di qui a qualche tempo potrò mentire perché allora non rammenterò più quelle note e soltanto la magnifica figura agitata dalla stanchezza. Non trova che di solito la faccia di mia cugina non è abbastanza vivace? Ecco! Come Napoleone aveva il pieno possesso delle sue facoltà mentali soltanto sul campo di battaglia, così mia cugina non è bella perfettamente che quand’è agitata! Ma è difficile agitarla. Alla luce di un fanale Alfonso vide che mancava il gesto abituale. Con la sua semplicità da contadino gli chiese se realmente non volesse bene a sua cugina. – In quanto ad amarla... – si fermò volendo far mostra d’essere pentito dello scherzo e con voce profonda e seria continuò: – Amo le ragazze che sono fatte altrimenti. Mia cugina non è una ragazza, è una donna e anzi di più... – e fece un breve risolino; – una cara donna però, bella, dotta troppo, tanto che di spesso appare di non essere educata. Conosce matematica, conosce filosofia, legge con predilezione libri seri, e di questo non sarebbe troppo da meravigliarsi, ma li comprende, parola di onore, li comprende! Con la sua solita scrupolosa esattezza saprebbe ridirne il contenuto. Però artista non sarà giammai... forse in qualche istante di forte ebollizione del sangue... – e con le mani fece dei gesti vivaci tanto che avrebbero fatto supporre ch’egli volesse parlare di rivoluzione. – E’ figliuola di suo padre, non di sua madre ch’era
Una vita di Italo Svevo
61 Stavan sì stretti quei duo amanti insieme, Che l’aria non potrebbe tra lor gire; E l’uno e l’altro sì forte se preme, Che non vi serìa forza a dipartire. Come ciascun sospira e ciascun geme De alta dolcezza, non saprebbi io dire; Lor lo dican per me, poi che a lor tocca, Che ciascaduno avea due lingue in bocca. 62 Parve niente a lor il primo gioco, Tanto per la gran fretta era passato; E, nel secondo assalto, intrarno al loco Che al primo ascontro apena fu toccato. Sospirando de amore, a poco a poco Se fu ciascun di loro abandonato, Con la faccia suave insieme stretta, Tanto il fiato de l’un l’altro diletta. 63 Sei volte ritornarno a quel danzare, Prima che il lor desir ben fosse spento; Poi cominciarno dolce ragionare De’ loro affanni e passato tormento; Il fresco loco gli invita a posare, Perché in quel prato sospirava un vento, Che sibillava tra le verde fronde Del bel boschetto che li amanti asconde, 64 E un ruscelletto di fontana viva Mormorando passava per quel prato. Brandimarte, che stava in quella riva, Per molto affanno in quel giorno durato, Nel bel pensar de amor qui se adormiva; E Fiordelisa che gli era da lato, Che di guardarlo uno attimo non perde, Se dormentò con lui su l’erba verde. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
53 E questo si può dir per me, tapino, Qual con tanto piacere e tanto onore Accolto fui da quel viso divino, Ch’io non credetti aver più mai dolore; Ma poi fu ciò per farme più meschino, E che la pena mia fusse maggiore; Ché perder l’acquistato è maggior doglia, Che il non acquistar quel de che s’ha voglia. 54 Io son venuto nella fin del mondo Per l’amor d’una dama conquistare, Ed ebbi iersira un giorno sì iocondo, Quanto m’avria saputo imaginare: Non vôl Fortuna ch’io gionga al secondo, Perché Ranaldo me viene a sturbare. E ben cognosce Iddio, ch’egli ha gran torto: Ma certo l’un de noi rimarrà morto. 55 Sempre a mia possa l’aggio favorito Nella gran corte de lo imperatore; E mille volte che è stato bandito, L’ho ritornato in grazia al mio segnore. Lui amato non m’ha né reverito; Pur, a sua onta, io son di lui maggiore, Ché egli è di piccol terra castellano, Ed io son conte e senator romano. 56 Lui non mi porta amore o riverenza, Bench’io m’abbia de ciò poco a curare, E sempre io volsi che la mia prudenza La sua pacìa dovesse temperare; Or romper mi convien la pacienza, Ché a tal taglier non puon duo giotti stare, Sì che finirla io son deliberato, Ché compagnia non vôle amor né stato. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 435 � Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto ventesimoquinto 57 Se lui campasse, egli ha tanta malizia, Ch’io resterebbi di mia vita privo; Lui sa del lusingare ogni tristizia, E più che alcun demonio egli è cattivo; E se io volessi alciare una pelizia Di donna, io non serìa morto né vivo: Se lei non m’insegnasse o desse ardire, Cominciar non saprebbi io né finire. 58 Ché! dico io, adunque fia abattuta La lunga parentezza ed amistade, Che fu da’ nostri antiqui mantenuta? Mal faccio, e lo cognosco in veritade; Ma da dritta ragione amor mi muta, E fia partita al tutto con le spade Nostra amistade antiqua e parentella, E l’amor nostro di questa donzella.” 59 Così col cor di doglia tutto ardente Il conte seco stesso ragionava, E quella notte non dormì niente, Ma spesso a ciascun lato si voltava. Il tempo via trapassa e lui non sente, Ma la luna e le stelle biasimava, Che al suo occidente non faccian ritorno Per donar loco al luminoso giorno. 60 Più de tre ore avanti al matutino Il conte a gran ruina fu levato; Una tempesta sembra il paladino, Passeggiando d’intorno tutto armato. L’elmo ha d’Almonte, che fu tanto fino, E Durindana il suo buon brando a lato; Giù nella stalla va il conte gagliardo, E ben guarnisce il bon destrier Baiardo. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
25 Lasciamo Astolfo, che è rimaso in terra, Ch’io voglio adesso agli altri seguitare, Poi che contar convien tutta la guerra. Prasildo al re Adrian s’ebbe a incontrare; Contra de Iroldo Chiarion si serra, Né bon iudicio si potrebbe dare Se tra lor quattro fu vantaggio alcuno, Ma ben sua lancia ruppe ciascaduno. 26 Torindo fo colpito da Grifone, E netto se n’andò fuor della sella; Il franco Orlando e il forte fio d’Amone Se vanno addosso con tanta flagella, Che profondar l’un l’altro ha opinione. Ora ascoltate che strana novella: Il bon Baiardo cognobbe di saldo, Come fu gionto, il suo patron Ranaldo. 27 Orlando il guadagnò, come io ve ho detto, Allor che il re Agrican fece morire; E quel destrier, come avesse intelletto, Contra Ranaldo non volse venire; Ma voltasi a traverso a mal dispetto De Orlando, proprio al contro del ferire. Sua lancia cadde al conte in su l’arcione, Ranaldo lo colpì sopra al gallone; 28 E fu per roversarlo a l’altro lato. Or chi saprebbe a ponto ricontare L’alto furor di quel conte adirato? Ché, quando a più tempesta mugia il mare, E quando a maggior foco è divampato, E quando se ode la terra tremare, Nulla serebbe a l’ira smisurata Che in sé raccolse Orlando in quella fiata. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
37 Il Greco, che era di malizia pieno (Come son tutti de arte e di natura), Quando la luce al giorno venne meno, Uscì de casa per la notte scura, E via soletto sopra a un palafreno Ove era Orlando di trovar procura, E trovato che l’ebbe, queto queto Lo trasse in parte e a lui parlò secreto; 38 E dimostrògli che il re Tibiano Secretamente facea gente armare, Perché era gionto un messaggio di Gano, Il qual cercava Orlando far pigliare; Però, se egli era desso, a mano a mano Vedesse quel paese disgombrare; E perciò a ritrovarlo era venuto, Per palesarli questo e dargli aiuto; 39 E ch’egli aveva una sua fusta armata Nascosta ad una spiaggia indi vicina, Qual via lo portarebbe alla spiegata In Franza a qualche terra di marina. Fu questa cosa sì ben colorata Dal Greco, che sapea cotal dottrina, Che il conte a ponto ogni cosa li crede, Ringraziandolo assai con pura fede. 40 E, fatta presto Angelica svegliare, Con essa alla marina se ne gia, Ove Costanzo il volse accompagnare, E là il condusse ove la fusta avia. Facendosi il parone a dimandare, Gli impose che il baron portasse via Ove più gli piacesse al suo talento; E lor ne andarno avendo in poppa il vento. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 337 � Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto ventesimo 41 Quel che si fusse poi di Norandino Né di Costanzo, non saprebbi io dire, Perché di lor non parla più Turpino; Ma ben del conte vi saprò seguire, Il qual sopra alla fusta al suo camino, Fu per fortuna a risco di morire, E stette sette giorni a l’aria bruna, Che mai non vidde il sole, e men la luna. 42 E questo sopportò con pazienza, Poscia che altra diffesa non può fare; Ma poi che ebbe di terra cognoscenza, Ed avendo in fastidio tutto il mare, Posar se fece al lito de Provenza, Ché de esser fuora mille anni gli pare, Per trovarsi a Parigi a mano a mano, E dar di sua amistate al conte Gano. 43 Ché ben l’avria trattato, vi prometto, Come dovea trattarlo il can fellone, Ma non piacque al demonio maledetto, Che lo avea tolto in sua protezione; Al manco male il facea stare in letto Cinque o sei mesi rotto dal bastone; Ma Lucifer che lo ha preso a guardare, Al conte Orlando dette altro che fare. 44 Però che cavalcando il paladino, Come fortuna o sua ventura il mena, Arivò un giorno al Fonte di Merlino, Che è posto in mezo del bosco di Ardena. Del Fonte vi ho già detto il suo destino, Sì che a ridirlo non torrò più pena, Se non che quel Merlin, qual fu lo autore, Lo fece al tutto per cacciar l’amore. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
I Due sono, monsignor messer Giulio, per comune giudicio di ciascun savio, della vita degli uomini le vie; per le quali si può, caminando, a molta loda di sé con molta utilità d’altrui pervenire. L’una è il fare le belle e le laudevoli cose; l’altra è il considerare e il contemplare, non pur le cose che gli uomini far possono, ma quelle ancora che Dio fatte ha, e le cause e gli effetti loro e il loro ordine, e sopra tutte esso facitor di loro e disponitore e conservator Dio. Perciò che e con le buone opere, e in pace e in guerra, si fa in diversi modi e alle private persone e alle comunanze de’ popoli e alle nazioni giovamento, e per la contemplazione diviene l’uom saggio e prudente e può gli altri di molta virtù abondevoli fare similmente, loro le cose da sé trovate e considerate dimostrando. E in tanto furono l’una e l’altra per sé di queste vie dagli antichi filosofi lodata, che ancora la quistion pende, quale di loro preporre all’altra si debba e sia migliore. Ora se alle buone opere e alle belle contemplazioni la penna mancasse, né si trovasse chi le scrivesse, elle così giovevoli non sarebbono di gran lunga, come sono. Con ciò sia cosa che essendo lor tolto il modo del poter essere da tutte genti, e per molti secoli, conosciute, esse né con l’essempio gioverebbono né con l’insegnamento, se non in picciola e menomissima parte a rispetto di quel tanto, che far possono con la memoria e col testimonio degl’inchiostri; a’ quali, quando elle state sono raccomandate con vaga e leggiadra maniera, non solo gran frutto rendono, ma ancora maraviglioso diletto apportano alle umane menti, vaghe naturalmente sempre d’intendere e di sapere. Per la qual cosa primieramente da quelli d’Egitto infinite cose si scrissero, infinite poscia da’ Fenici, dagli Assirii, da’ Caldei e da altre nazioni sopra essi; infinite sopra tutto da’ Greci, che di tutte le scienze e le discipline e di tutti i modi dello scrivere stati sono grandi e diligenti maestri; infinite ultimatamente da’ Romani, i quali  co’  Greci garreggiarono  della  maggioranza  delle  scritture, istimando per aventura, sì come nelle arti della cavalleria e del signoreggiare fatto aveano, di vincernegli così in questa, nella quale tanto oltre andarono; che la latina lingua n’è divenuta tale, chente la vediamo. II È ora, monsignor messer Giulio, e a questi ultimi secoli successa alla latina lingua la volgare; et è successa così felicemente, che già in essa, non pur molti, ma ancora eccellenti scrittori si leggono, e nel verso e nella prosa. Perciò che da quel secolo, che sopra Dante infino ad esso fu, cominciando, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 35 Pietro Bembo   Prose della volgar lingua   Libro secondo  � molti rimatori incontanente sursero, non solamente della vostra città e di tutta  Toscana,  ma  eziandio  altronde;  sì  come  furono  messer  Piero  dalle Vigne, Buonagiunta da Lucca, Guitton d’Arezzo, messer Rinaldo d’Acquino, Lapo Gianni, Francesco Ismera, Forese Donati, Gianni Alfani, Ser Brunetto, Notaio Jacomo da Lentino, Mazzeo e Guido Giudice messinesi, il re Enzo, lo ‘mperador Federigo, messer Onesto e messer Semprebene da Bologna, messer Guido Guinicelli bolognese anch’egli, molto da Dante lodato, Lupo degli Uberti, che assai dolce dicitor fu per quella età senza fallo alcuno, Guido Orlandi, Guido Cavalcanti, de’ quali tutti si leggono ora componimenti;  e  Guido  Ghisilieri  e  Fabrizio  bolognesi  e  Gallo  pisano  e  Gotto mantovano, che ebbe Dante ascoltatore delle sue canzoni, e Nino sanese e degli altri, de’ quali non così ora componimenti, che io sappia, si leggono. Venne appresso a questi e in parte con questi, Dante, grande e magnifico poeta, il quale di grandissimo spazio tutti adietro gli si lasciò. Vennero appresso a Dante, anzi pure con esso lui, ma allui sopravissero, messer Cino, vago e gentil poeta e sopra tutto amoroso e dolce, ma nel vero di molto minore spirito, e Dino Frescobaldi, poeta a quel tempo assai famoso ancora egli, e Iacopo Alaghieri, figliuol di Dante, molto, non solamente del padre, ma ancora di costui minore e men chiaro. Seguì a costoro il Petrarca, nel quale uno tutte le grazie della volgar poesia raccolte. Furono altresì molti prosatori tra quelli tempi, de’ quali tutti Giovan Villani, che al tempo di Dante fu e la istoria fiorentina scrisse, non è da sprezzare; e molto meno Pietro Crescenzo bolognese, di costui più antico, a nome del quale dodici libri delle bisogne del contado, in volgare fiorentino scritti, per mano si tengono. E alcuni di quelli ancora che in verso scrissero, medesimamente scrissero in prosa, sì come fu Guido Giudice di Messina, e Dante istesso e degli altri. Ma ciascun di loro vinto e superato fu dal Boccaccio, e questi medesimo  da  sé  stesso;  con  ciò  sia  cosa  che  tra  molte  composizioni  sue tanto ciascuna fu migliore, quanto ella nacque dalla fanciullezza di lui più lontana. Il qual Boccaccio, come che in verso altresì molte cose componesse, nondimeno assai apertamente si conosce che egli solamente nacque alle prose. Sono dopo questi stati, nell’una facultà e nell’altra, molti scrittori. Vedesi tuttavolta che il grande crescere della lingua a questi due, al Petrarca e al Boccaccio, solamente pervenne; da indi innanzi, non che passar più oltre, ma pure a questi termini giugnere ancora niuno s’è veduto. Il che senza dubbio a vergogna del nostro secolo si trarrà; nel quale, essendosi la
Prose della volgar lingua di Pietro Bembo
XXVII Ma passisi a dire del verbo, nel quale la licenza de’ poeti e la libertà medesima della lingua v’hanno più di malagevolezza portata, che mestier non fa a doverlovi in poche parole far chiaro. Il qual verbo, tutto che di quattro maniere si veda essere così nella nostra lingua come egli è nella latina, con ciò sia cosa che egli in alquante voci così termina come quello fa, ché Amare Valere Leggere Sentire da noi medesimamente si dice, non perciò usa sempre una medesima regola con esso lui. Anzi egli, in queste altre voci, due vocali solamente ha ne’ suoi fini, Ama  Vale Legge Sente, dove il latino ne ha tre, come sapete. Di questo verbo, la primiera voce nessun mutamento fa, se non in quanto Seggo eziandio Seggio s’è detto alcuna volta da’ poeti, i quali da altre lingue più tosto l’hanno così preso che dalla mia, e Leggo, Leggio; e Veggo, Veggio, traponendovi la I, e Deggio altresì, la qual voce dirittamente non Deggo ma Debbo si dice, e Vegno e Tegno, nelle quali Vengo e Tengo sono della Toscana. Levaronne i poeti alcuna volta, in contrario di quelli, la vocale che propriamente vi sta; quantunque ella, non come vocale, ma come consonante vi stia; e di Seguo fecero Sego, come fe’ il Petrarca. E tale volta ne levarono la consonante medesima, da cui piglia regola tutto il verbo; sì come fecero messer Piero dalle Vigne e Guittone nelle lor canzoni, i quali Creo e Veo, in vece di Credo e di  Vedo dissero, e messer Semprebene da Bologna oltre a questi, che Crio, in vece di Credo, disse. Né solamente di questa voce, la vocale o la consonante che io dissi, ma ancora tutta intera l’ultima sillaba essi levarono in questo verbo, Vo’ in vece di Voglio dicendo; il che imitarono e fecero i prosatori altresì alcuna fiata. Vedo Siedo, non sono voci della Toscana.  Nella  prima  voce  poi  del  numero  del  più,  è  da  vedere  che  sempre  vi s’aggiunga la I, quando ella da sé non vi sta. Ché non Amamo Valemo Leggemo, ma Amiamo Valiamo Leggiamo si dee dire. Semo e Avemo, che disse il Petrarca, non sono della lingua, come che Avemo eziandio nelle prose del Boccaccio si legga alcuna fiata, nelle quali si potrà dire che ella, non come natìa, ma come straniera già naturata, v’abbia luogo. Quando poscia la I naturalmente vi sta, sì come sta ne’ verbi della quarta maniera, è di mestiero aggiugnervi la A in quella vece, perciò che Sentiamo e non Sentimo si dice. XXVIII Nella seconda voce del numero del meno, è solamente da sapere che ella sempre nella I termina, se non quando i poeti la fanno alcuna volta, ne’ verbi della prima maniera, terminare eziandio nella E; sì come fe’ il Petrarca, che disse: Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Prose della volgar lingua di Pietro Bembo
Venne nella terza voce del numero del meno e Vennero in quella del più, e il verbo Aprire, che Apersi e Aperse ha, e il verbo Coprire; le quali voci sotto regola non istanno, come che Aprì in vece d’Aperse, e Coprì in vece di Coperse, si legga nel verso. Dissi che si dà l’accento sopra essa, forse perciò che le intere voci erano primieramente queste, Udìo Sentìo Dipartìo; le quali nondimeno in ogni stagione si sono alle volte dette e ne’ versi e nelle prose; uso per aventura preso da’ Ciciliani, che l’hanno in bocca molto, come che essi usino ciò fare, non solo ne’ verbi della quarta maniera, ma ancora in quegli dell’altre. Il che tuttavia non è stato ricevuto dalla Toscana, se non in poca parte e da’ suoi più antichi, sì come furono messer Semprebene e  messer  Piero  dalle  Vigne,  i  quali  Passao  Mostrao  Cangiao  Toccao Domandao dissero ne’ loro versi; quantunque il Boccaccio ancora, che così antico non fu, Discerneo dicesse ne’ suoi. Di queste voci della quarta maniera levandosi, come io dico, l’ultima loro sillaba, che è la O, l’accento pure nel suo luogo rimase. Feo, oltre a questi, s’è alle volte da’ toscani poeti detto, e Poteo e per aventura Perdeo. Né Feo qui si prende come voce di verbo della prima maniera, ma della terza; perciò che quantunque Fare sì come Amare si dica, non si formano perciò da questa le altre voci di lui, anzi da quest’altra Facere, che in uso della mia lingua non è, non altramente che  se  ella  in  uso  fosse.  È  oltre  acciò  alcuna  volta,  che  questa  voce  ha parimente due fini, sì come ha la prima di cui si disse, perciò che e Volle e Volse e Dolse e Dolfe si dice. Di questi nondimeno più nuovo pare a dire Dolfe, con ciò sia cosa che la F non sia lettera di questo verbo, né in alcuna altra parte di lui abbia luogo, se non in questo tempo, nel quale Dolfi e Dolfero eziandio alcuna volta dagli antichi s’è detto. Beo ancora egli due fini pare che abbia in questa voce, perciò che e Bebbe e Bevve si legge nelle buone scritture; il che è più tosto da dire che un fine sia, per la somiglianza che hanno verso di sé queste due lettere B e V, di maniera che Spesse volte si piglia una per altra. Formasi nondimeno Bevve da questa voce Beve, che tuttavia toscana non è, raddoppiandovisi la V, sì come da Piove, Piovve in questa  medesima  guisa  si  forma.  Ha  due  fini  medesimamente  in  questi verbi, ma in altra guisa, Diede e Die’, Fece e Fe’, non solo ne’ poeti, ma ancora alle volte nelle prose. Dette Cadette Tacette Seguette e altre simili, che posero e Dante e il Boccaccio ne’ loro versi, o esse della lingua propriamente non sono, o sono della molto antica e di quella, che più di ruvidezza in sé ha che di leggiadria. E se Penté e Converté nel medesimo Dante si
Prose della volgar lingua di Pietro Bembo
Or avvenne che i due viaggiatori, i quali m’aveano parlato nel cortile, passarono nel frangente di quella crisi, ed osservando la nostra dimestichezza s’avvisarono naturalmente che noi fossimo marito e moglie almeno; però soprastando su l’uscio della rimessa, l’un d’essi, ed era il viaggiatore curioso, c’interrogò: E domattina partirete voi per Parigi? – Posso rispondere per me solo, diss’io: e la signora soggiunse che andava a Amiens. Vi abbiamo desinato ieri, disse il semplice viaggiatore – E voi andando a Parigi, mi disse l’altro, vi passerete propriamente per mezzo. Poco mancò ch’io non gli rendessi infinite grazie della notizia che Amiens fosse su la strada di Parigi; ma avvedendomi ch’io pigliava appunto allora tabacco nella scatoletta di corno del mio frate dabbene – risposi pacificamente con un inchino, ed augurai loro un tragitto prospero a Douvre – Ci lasciarono soli. Or chi pregasse quest’afflitta gentildonna perch’ella accetti la metà del suo sterzo? – e che male ci sarebb’egli? dissi tra me; e che infortunio tremendo ne verrebb’egli? Ogni sordida passione e trista propensione della mia natura gridarono all’arme, mentr’io proponeva il partito – Ci vorrà il terzo cavallo, dicea l’AVARIZIA; e ti trarrà di tasca un’altra ventina di lire – Tu non sai chi mai sia costei, dicea la DIFFIDENZA – Nè in che brighe questo imbroglio può avvilupparti, bisbigliava la CODARDIA. Fa  conto,  Yorick!  dicea  la  CIRCOSPEZIONE,  ch’e’  si  dirà  che  tu viaggi con l’amica, e che vi siete data la posta a Calais – Tu  non  potrai  più  d’oggi  in  poi,  gridò  strepitando  l’IPOCRISIA, mostrar  la  tua  faccia  al  popolo  –  Nè  promuoverti,  aggiunse  la MEDIOCRITA1, nelle dignità della Chiesa – E finchè tu campi, disse l’ORGOGLIO, ti rimarrai prebendario cencioso. –  Ma  io  fo  pure  una  gentilezza,  diss’io  –  E  perchè  per  lo  più  mi governo col primo impulso, e perciò quasi mai non do retta a cotali cabale che non ti giovano a nulla, ch’io sappia, fuorchè a smaltarti il cuor di diamante – mi volsi tosto alla dama... – Ma mentre il concilio mio disputava, la dama se n’era ita, nè me n’accorsi; anzi nel punto ch’io pronunziava la mia sentenza, ella avea fatto da dieci o dodici passi lungo la via; e m’affrettai dietro a lei per farle con bella maniera la mia proferta: ma notai ch’ella se n’andava con la guancia appoggiata alla palma – col tardo e misurato portamento della meditazione, e  con  gli  occhi  fitti  di  passo  in  passo  sul  suolo;  onde  venni  in  pensiero
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
E se tanta pur fosse la viltà degli oppressi, che colla forza aperta non ardissero affrontare questi loro oppressori, potrebbero anche facilmente con arte e doni corrompergli e comprarli; che quel loro valore sta per chi meglio lo paga. Ma da un sì fatto mezzo ne ridonderebbero in appresso più mali; tra cui non è il menomo, il ritrovarsi poscia fra il popolo una sì gran moltitudine d’enti, che soldati non potrebbero esser più, e che cittadini (ove anco il volessero) divenir non saprebbero. Vero è, che il popolo li teme e quindi gli odia; ma non gli odia pur mai quanto egli abborrisce il tiranno, e non quanto costoro sel meritano. Questa non è una delle più leggiere prove, che il popolo nella tirannide non ragiona, e non pensa: che se egli osservasse, che senza codesti soldati non potrebbe oramai più sussistere tiranno nessuno, gli abborrirebbe assai più; e da quest’odio estremo perverrebbe il popolo assai più presto allo spegnere affatto cotali soldati. E non paja contraddizione  il  dire;  che  senza  soldati  non  sussisterebbe  il tiranno, dopo aver detto di sopra, che non sempre i tiranni hanno avuto eserciti perpetui. Coll’accrescere i mezzi di usare la forza, hanno i tiranni accresciuta la violenza in tal modo, che se ora quei mezzi scemassero, verrebbe di tanto a scemare nei popoli il timore, che si distruggerebbe forse la tirannide affatto. Perciò quegli eserciti, che non erano necessarj prima che si  oltrepassassero  certi  limiti,  e  prima  che  il  popolo  fosse  intimorito  e rattenuto da una forza effettiva e palpabile, vengono ad essere necessarissimi dopo: perchè natura dell’uomo è, che chiunque per molti anni ha avuto davanti agli occhi e ceduto ad una forza effettiva, non si lasci più intimorire da una forza ideale. Quindi, nel presente stato delle tirannidi europee, al cessare dei perpetui eserciti, immantinente cesseran le tirannidi. Il popolo non può dunque mai con verisimiglianza sperare di vedersi diminuito o tolto questo continuo aggravio ed obbrobrio, dello stipendiare egli stesso  i  suoi  proprj  carnefici,  tratti  dalle  sue  proprie  viscere,  e  così  tosto immemori affatto dei loro più sacri e naturali legami. Ma il popolo ha pur sempre, non la speranza soltanto, ma la piena e dimostrata certezza di torsi egli stesso questo aggravio ed obbrobrio, ogniqualvolta egli veramente volendolo non chiederà ad altrui ciò che sta soltanto in sua mano di prendersi. Ogni tiranno europeo assolda quanti più può di questi satelliti, e più assai che non può; egli se ne compiace, se ne trastulla, e ne va oltre modo superbo. Sono costoro il vero e primo gioiello delle loro corone: e, mantenuti a stento dai sudori e digiuni del popolo, preparati son sempre a beverne il Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri