prammatica

[pram-mà-ti-ca]
In sintesi
norma, consuetudine
← da prammatico.
1
Regola pratica, consuetudinaria, che si segue in determinate circostanze della vita sociale || Di prammatica, di norma, di regola e sim.: lo scambio degli auguri natalizi è di p. || Indossare l'abito di prammatica, quello che si porta in una determinata occasione
2
DIR, ell. Prammatica sanzione

Citazioni
alcune novelle sono dette, che ebbe nome Buonamico, dipintore, il quale cercò di dormire, quando venìa la notte, dove Gian Sega nella passata novella cercò il contrario. Costui nella sua giovenezza essendo discepolo d’uno che avea nome Tafo, dipintore, e la notte stando con lui in una medesima casa, e in una camera a muro soprammattone allato alla sua, e com’è d’usanza de’ maestri dipintori chiamare i discepoli, spezialmente di verno, quando sono le gran notti, in sul mattutino a dipignere; ed essendo durata questa consuetudine un mezzo verno che Tafo avea chiamato continuo Buonamico a fare la veglia, a Buonamico cominciò a rincrescere questa faccenda, come a uomo che averebbe voluto più presto dormire che dipignere; e pensò di trovare via e modo che ciò non avesse a seguire; e considerando che Tafo era attempato, s’avvisò con una sottile beffa levarlo da questo chiamare della notte, e che lo lasciasse dormire. Di che un giorno se n’andò in una volta poco spazzata, là dove prese circa a trenta scarafaggi; e trovato modo d’avere certe agora sottile e piccole e ancora certe candeluzze di cera, nella camera sua in una piccola cassettina l’ebbe condotte; e aspettando fra l’altre una notte che Tafo cominciassi a svegliarsi per chiamarlo, come l’ebbe sentito che in sul letto si recava a sedere, ed egli trovava a uno a uno gli scarafaggi, ficcando  li  spilletti  su  le  loro  reni  e  su  quelli  le  candeluzze  acconciando accese, gli mettea fuori della fessura dell’uscio suo, mandandoli per la camera di Tafo. Come Tafo cominciò a vedere il primo, e seguendo gli altri co’ lumi per tutta la camera, cominciò a tremare come verga, e fasciatosi col copertoio il viso, ché quasi poco vedea, se non per l’un occhio, si raccomandava a Dio dicendo la intemerata e’ salmi penitenziali; e così insino a dì stava in timore credendo veramente che questi fossono demoni dell’inferno. Levandosi poi mezzo aombrato, chiamava Buonamico, dicendo: — Hai tu veduto stanotte quel che io? Buonamico rispose: — Io non ho veduto cosa che sia, però che ho dormito e ho tenuto gli occhi chiusi; maravigliomi io che non m’avete chiamato a vegliare come solete. Dice Tafo: — Come a vegliare? ché io ho veduto cento demoni per questa camera, avendo la maggiore paura che io avesse mai; e in questa notte, non che io abbia aùto pensiero al dipignere, ma io non ho saputo dove io mi sia; e per tanto, Buonamico mio, per Dio ti prego truovi modo che noi abbia-
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
nali. Il Cappellano, com’era di dovere, pagava sempre le spese di cotali trastulli; e ne veniva rimeritato con qualche invito a pranzo, ricompensa più crudele dello stesso malanno. Senonché il più delle volte la preoccupazione di quegli inviti gli metteva addosso la quartana doppia ed egli così non avea d’uopo di bugie per iscusarsene. Quando poi gli veniva fatto di metter piede al di là del ponte levatoio, nessun uomo, credo, si sentiva più felice di lui; ed era questo il compenso de’ suoi martirii. Saltava correva si stropicciava le mani il naso i ginocchi; prendeva tabacco, bisbigliava giaculatorie, passava il bastoncino da un’ascella all’altra, parlava, rideva, gesticolava con tutti, e accarezzava ogni persona che gli capitasse sotto mano, fosse un ragazzo, una vecchia, un cane o una giovenca. Io pel primo ebbi la gloria e la cattiveria di scoprire le strane giubilazioni del Cappellano ad ogni sua scappata dal castello; e fatta ch’io ebbi la scoperta, tutti, quand’egli partiva, si affollavano alle finestre del tinello per goder lo spettacolo. Il fattore giurò che una volta o l’altra per la soverchia consolazione egli sarebbe saltato nella peschiera; ma convien dire a lode del povero prete che questo accidente non gli avvenne mai. Il maggior segno di contentezza che diede fu una volta quello di mettersi coi birichini a scampanare a festa dinanzi la chiesa. Ma in quel giorno l’avea scapolata bella. C’era in castello un prelato di Porto, chiamato il Canonico di Sant’Andrea, grande teologo e pochissimo tollerante dell’ignoranza altrui, che avea onorato in addietro e seguitava ad onorar la Contessa del suo patrocinio spirituale. Costui con monsignor Orlando e il Piovano s’era impancato vicino al focolare a dogmatizzar di morale. Il cappellanello che veniva a domandar conto della digestione del signor Conte, come voleva la prammatica di ogni dopopranzo, era stato lì lì per cascare nel trabocchetto; ma a metà della cucina aveva orecchiato la voce del teologo e protetto dalle tenebre se l’avea data a gambe, ringraziando tutti i santi del calendario. Figuratevi se non avea ragione di scampanar d’allegrezza! Oltre a questi due preti e ad altri canonici e abati della città che venivano a visitar di sovente monsignor di Fratta, il castello era frequentato da tutti i signorotti e castellani minori del vicinato. Una brigata mista di beoni, di scioperati, di furbi e di capi ameni, che spassavano la loro vita in caccie in contese in amorazzi e in cene senza termine; e lusingavano del loro corteo l’aristocratico sussiego del signor Conte. Quand’essi capitavano era giorno di gazzarra. Si spillava la miglior botte; molti fiaschi di Picolit e di Refosco perdevano  il  collo;  e  le  giovani  aiutanti  della  cuoca  si  rifugiavano  nello
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo