postilla

[po-stìl-la]
In sintesi
breve annotazione scritta sul margine di un libro, di un manoscritto o documento; aggiunta a disposizioni testamentarie
← dal lat. mediev. postilla, forse comp. di st ‘dopo’ e ĭlla ‘quelle cose’, perché queste annotazioni seguivano per lo più al testo.
1
Breve annotazione scritta a mano sul margine di un libro o a piè di pagina, spec. a commento, a chiarimento del testo: fare una p. al testo, al verso, al periodo; libro pieno di postille SIN. glossa, chiosa
2
spec. al pl., estens. Note di commento a un testo, stampate a piè di pagina, in appendice, o come volume a sé stante: le postille del Tommaseo al Manzoni
3
fig. Aggiunta, commento, chiarimento: mi sia consentito aggiungere una p.
4
DIR Testo aggiunto a un atto o a un documento per modificarne o integrarne il contenuto

Citazioni
quale poté fare stampare le sue difese, e corredarle d’un estratto del processo, che, come a reo costituito, gli fu comunicato. E certo, que’ giudici non s’accorsero allora, che lasciavan fare da uno stampatore un monumento più autorevole e più durevole di quello che avevan commesso a un architetto. Di quest’estratto, c’è di più un’altra copia manoscritta, in alcuni luoghi più scarsa, in altri più abbondante, la quale appartenne al conte Pietro Verri, e fu dal degnissimo suo figlio, il signor conte Gabriele, con liberale e paziente cortesia, messa e lasciata a nostra disposizione. È quella che servì all’illustre scrittore per lavorar l’opuscolo citato, ed è sparsa di postille, che sono  riflessioni  rapide,  o  sfoghi  repentini  di  compassion  dolorosa,  e d’indegnazione  santa.  Porta  per  titolo:  Summarium  offensivi  contra  Don Johannem Cajetanum de Padilla; ci si trovan per esteso molte cose delle quali nell’estratto stampato non c’è che un sunto; ci son notati in margine i numeri delle pagine del processo originale, dalle quali son levati i diversi brani; ed è pure sparsa di brevissime annotazioni latine, tutte però del carattere stesso del testo: Detentio Morae; Descriptio Domini Johannis; Adversatur Commissario; Inverisimile; Subgestio, e simili, che sono evidentemente appunti presi dall’avvocato del Padilla, per le difese. Da tutto ciò pare evidente che sia una copia letterale dell’estratto autentico che fu comunicato al difensore; e che questo, nel farlo stampare, abbia omesse varie cose, come meno importanti, e altre si sia contentato d’accennarle. Ma come mai se ne trovano nello stampato alcune che mancano nel manoscritto? Probabilmente il difensore poté spogliar di nuovo il processo originale, e farci una seconda scelta di ciò che gli paresse utile alla causa del suo cliente. Da questi due estratti abbiamo naturalmente ricavato il più; ed essendo il primo, altre volte rarissimo, stato ristampato da poco tempo, il lettore potrà, se gli piace, riconoscere, col confronto di quello, i luoghi che abbiam presi dalla copia manoscritta. Anche le difese suddette ci hanno somministrato diversi fatti, e materia di qualche osservazione. E siccome non furon mai ristampate, e gli esemplari ne sono scarsissimi, non mancherem di citarle, ogni volta che avremo occasion di servircene. Qualche piccola cosa finalmente abbiam potuto pescare da qualcheduno de’ pochi e scompagnati documenti autentici che son rimasti di quell’epoca di confusione e di disperdimento, e che si conservano nell’archivio citato più d’una volta nello scritto antecedente.
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Ma gli esaminatori, senza far nessuna osservazione, passarono a domandargli, con qual occasione detto Barbiero gli ha dato detto onto. Ed ecco cosa rispose: passai di là, et lui chiamandomi mi disse: vi ho puoi da dare un non so che; io gli dissi che cosa era? et egli disse: è non so che onto; et io dissi: sì, sì, verrò puoi a tuorlo; et così da lì a due o tre giorni, me lo diede puoi. Altera le circostanze materiali del fatto, quanto è necessario per accomodarlo alla favola; ma gli lascia il suo colore; e alcune delle parole che riferisce, eran probabilmente quelle ch’eran corse davvero tra loro. Parole dette in conseguenza d’un concerto già preso, a proposito d’un preservativo, le dà per dette all’intento di proporre di punto in bianco un avvelenamento, almen tanto pazzo quanto atroce. Con tutto ciò, gli esaminatori vanno avanti con le domande, sul luogo, sul giorno, sull’ora della proposta e della consegna; e, come contenti di quelle risposte, ne chiedon dell’altre. Che cosa gli disse quando gli consegnò il detto vasetto d’onto? Mi disse: pigliate questo vasetto, et ongete le muraglie qui adietro, et poi venete da me, che haverete una mano de danari. “Ma perché il barbiero, senza arrischiare, non ungeva da sé di notte!” postilla qui, stavo per dire esclama, il Verri. E una tale inverisimiglianza avventa, per dir così, ancor più in una risposta successiva. Interrogato se il detto Barbiero assignò a lui Constituto il luogo preciso da ongere, risponde: mi disse che ongessi lì nella Vedra de’ Cittadini, et che cominciassi dal suo uschio, dove in effetto cominciai. “Nemmeno l’uscio suo proprio aveva unto il barbiere!” postilla qui di nuovo il Verri. E non ci voleva, certo, la sua perspicacia per fare un’osservazion simile; ci volle l’accecamento della passione per non farla, o la malizia della passione per non farne conto, se, come è più naturale, si presentò anche alla mente degli esaminatori. L’infelice inventava così a stento, e come per forza, e solo quando era eccitato, e come punto dalle domande, che non si saprebbe indovinare se quella promessa di danari sia stata immaginata da lui, per dar qualche ragione dell’avere accettata una commission di quella sorte, o se gli fosse stata suggerita da un’interrogazion dell’auditore, in quel tenebroso abboccamento. Lo stesso bisogna dire d’un’altra invenzione, con la quale, nell’esame, andò incontro  indirettamente  a  un’altra  difficoltà,  cioè  come  mai  avesse  potuto maneggiar quell’unto così mortale, senza riceverne danno. Gli domandano
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Mora, perché spiegasse cos’era. Questo la stracciò, perché, in quella confusione, l’aveva presa per la ricetta dello specifico. I pezzi furon raccolti subito; ma vedremo come questo miserabile accidente fu poi fatto valere contro quell’infelice. Nell’estratto del processo non si trova quante persone fossero arrestate insieme con lui. Il Ripamonti dice che menaron via tutta la gente di casa e di bottega; giovani, garzoni, moglie, figli, e anche parenti, se ce n’era lì. Nell’uscir da quella casa, nella quale non doveva più rimetter piede, da quella casa che doveva esser demolita da’ fondamenti, e dar luogo a un monumento d’infamia, il Mora disse: io non ho fallato, et se ho fallato, che sij castigato; ma da quello Elettuario in puoi, io non ho fatto altro; però, se havessi fallato in qualche cosa, ne dimando misericordia. Fu esaminato il giorno medesimo, e interrogato principalmente sul ranno che gli avevan trovato in casa, e sulle sue relazioni col commissario. Intorno al primo, rispose: signore, io non so niente, et l’hanno fatto far le donne; che ne dimandano conto da loro, che lo diranno; et sapevo tanto io che quel smoglio vi fosse, quanto che mi credessi d’esser oggi condotto prigione. Intorno al commissario, raccontò del vasetto d’unguento che doveva dargli, e ne specificò gl’ingredienti; altre relazioni con lui, disse di non averne avute, se non che, circa un anno prima, quello era venuto a casa sua, a chiedergli un servizio del suo mestiere. Subito dopo fu esaminato il figliuolo; e fu allora che quel povero ragazzo ripeté la sciocca ciarla del vasetto e della penna, che abbiam riferita da principio. Del resto, l’esame fu inconcludente; e il Verri osserva, in una postilla, che “si doveva interrogare il figlio del barbiere su quel ranno, e vedere da quanto tempo si trovava nella caldaia, come fatto, a che uso; e allora si sarebbe chiarito meglio l’affare. Ma”, soggiunge, “temevano di non trovarlo reo”. E questa veramente è la chiave di tutto. Interrogarono però su quel particolare la povera moglie del Mora, la quale alle varie domande rispose che aveva fatto il bucato dieci o dodici giorni avanti; che ogni volta riponeva del ranno per certi usi di chirurgia; che per questo gliene avevan trovato in casa; ma che quello non era stato adoperato, non essendocene stato bisogno. Si fece esaminare quel ranno da due lavandaie, e da tre medici. Quelle dissero ch’era ranno, ma alterato; questi, che non era ranno; le une e gli altri,
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
I – Prologo [I] ................................................... 5 II – Peregrino del ciel, garrulo a volo [III] ......... 12 III – Tu, mesta peregrina, il dolce nido [IV] ..... 13 IV – Candidi soli e riso di tramonti [IX] .......... 14 V – Quella cura che ogn’or dentro mi piagne [XII] ......................................... 15 VI – Brindisi [XXIX] ....................................... 16 VII – Primavera cinese [XXXII] ....................... 18 VIII – Passa la nave mia, sola, tra il pianto [XXXVI] ............................................... 20 IX – A un poeta di montagna [LXIX] .............. 21 X – A un geometra [LXX] ............................... 22 XI – A un filosofo [LXXI] ............................... 23 XII – Ai poeti [LXXII] ..................................... 24 XIII – Ancora ai poeti [LXXIII] ....................... 25 XIV – A scusa di un francesismo scappato nel precedente sonetto [LXXIV] ..................... 27 XV – Alla Musa odiernissima [LXXV] ............. 29 XVI – P . Fanfani e le postille [LXXVI] ............. 33 XVII – Al b. Giovanni della Pace [LXXVII] ..... 34 XVIII – Brindisi [XCIV] ................................. 37 XIX – Il plebiscito [XCVIII] ............................ 40
Juvenilia di Giosue Carducci
Padova, 23 Dicembre. Questo scomunicato paese m’addormenta l’anima, nojata della vita: tu puoi garrirmi a tua posta, in Padova non so che farmi: se tu vedessi con che faccia sguajata mi sto qui scioperando e durando fatica a incominciarti questa meschina lettera! – Il padre di Teresa è tornato a’ colli e mi ha scritto; gli ho risposto dandogli avviso che fra non molto ci rivedremo; e mi pare mill’anni. Questa università (come saranno, pur troppo, tutte le università della terra!) è per lo più composta di professori orgogliosi e nemici fra loro, e di scolari dissipatissimi. Sai tu perchè fra la turba de’ dotti gli uomini sommi son così rari? Quello istinto ispirato dall’alto che costituisce il GENIO non vive se non se nella indipendenza e nella solitudine, quando i tempi vietandogli d’operare, non gli lasciano che lo scrivere. Nella società si legge molto, non si medita, e si copia; parlando sempre, si svapora quella bile generosa che fa sentire, pensare, e scrivere fortemente: per balbettar molte lingue, si balbetta anche la propria, ridicoli a un tempo agli stranieri e a noi stessi: dipendenti dagl’interessi, dai pregiudizj, e dai vizj degli uomini fra’ quali si vive, e guidati da una catena di doveri e di bisogni, si commette alla moltitudine la nostra gloria, e la nostra felicità: si palpa la ricchezza e la possanza, e si paventa perfino di essere grandi perchè la fama aizza i persecutori, e l’altezza di animo fa sospettare i governi; e i principi vogliono gli uomini tali da non riescire nè eroi, nè incliti scellerati mai. E però chi in tempi schiavi è pagato per istruire, rado o non mai si sacrifica al vero e al suo sacrosanto istituto; quindi quell’apparato delle lezioni cattedratiche le quali ti fanno difficile la ragione e sospetta la verità. – Se non ch’io d’altronde sospetto che gli uomini tutti sieno altrettanti ciechi che viaggiano al bujo, alcuni de’ quali si schiudano le palpebre a fatica immaginando di distinguere le tenebre fra le quali denno pur camminar brancolando. Ma questo sia per non detto: e’ ci sono certe opinioni che andrebbero disputate con que’ pochi soltanto che guardano le scienze col sogghigno con che Omero guardava le gagliardie delle rane e de’ topi. A questo proposito: vuoi tu darmi retta una volta? or che Dio mandò il compratore, vendi in corpo e in anima tutti i miei libri. Che ho da fare di quattro migliaja e più di volumi ch’io non so nè voglio leggere? Preservami que’ pochissimi che tu vedrai ne’ margini postillati di mia mano. O come un tempo io m’affannava profondendo co’ librai tutto il mio! ma questa pazzia
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
amore dell’equità a trucidarsi scambievolmente su’ nostri campi onde liberare l’Italia! Ma i francesi che hanno fatto parere esecrabile la divina teoria della pubblica libertà, faranno da Timoleoni in pro nostro? – Moltissimi intanto si fidano nel Giovine Eroe nato di sangue italiano; nato dove si parla il nostro idioma. Io da un animo basso e crudele non m’aspetterò mai cosa utile ed alta per noi. Che importa ch’abbia il vigore e il fremito del leone, se ha la mente volpina, e se ne compiace? Sì; basso e crudele – nè gli epiteti sono esagerati. A che non ha egli venduto Venezia con aperta e generosa ferocia? Selim I che fece scannare sul Nilo trenta mila guerrieri Circassi arresisi alla sua fede, e Nadir Schah che nel nostro secolo trucidò trecento mila Indiani, sono più atroci, bensì meno spregevoli. Vidi con gli occhi miei una costituzione democratica postillata dal Giovine Eroe, postillata di mano sua, e mandata da Passeriano a Venezia perchè s’accettasse; e il trattato di Campo Formio era già da più giorni firmato e Venezia era trafficata; e la fiducia che l’Eroe nutriva in noi tutti ha riempito l’Italia di proscrizioni, d’emigrazioni, e d’esilii. – Non accuso la ragione di stato che vende come branchi di pecore le nazioni: così fu sempre, e così sarà: piango la patria mia, Che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende. Nasce italiano, e soccorrerà un giorno alla patria.: – altri sel creda; io risposi, e risponderò sempre: La Natura lo ha creato tiranno: e il tiranno non guarda a patria; e non l’ha. Alcuni altri de’ nostri, veggendo le piaghe d’Italia, vanno pur predicando doversi sanarle co’ rimedi estremi necessari alla libertà. Ben è vero, l’Italia ha preti e frati; non già sacerdoti: perchè dove la religione non è inviscerata nelle leggi e ne’ costumi d’un popolo, l’amministrazione del culto è bottega. L’Italia ha de’ titolati quanti ne vuoi; ma non ha propriamente patrizj: da che i patrizj difendono con una mano la repubblica in guerra, e con l’altra la governano in pace; e in Italia sommo fasto de’ nobili è il non fare e il non sapere mai nulla. Finalmente abbiamo plebe; non già cittadini; o pochissimi. I medici, gli avvocati, i professori d’università, i letterati, i ricchi mercatanti, l’innumerabile schiera degl’impiegati fanno arti gentili, essi dicono, e cittadinesche; non però hanno nerbo e diritto cittadinesco. Chiunque si guadagna sia pane, sia gemme con l’industria sua personale, e non è padrone di terre, non è se non parte di plebe; meno misera, non già meno serva. Terra senza abitatori può stare; popolo senza terra, non mai: quindi i Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
franchezza poi e il calore dei nostri due animi ben tosto ebbe operato il di più. Io dunque mi trovava felicissimo nell’Haja, dove per la prima volta in vita mia mi occorreva di non desiderare altra cosa al mondo nessuna, oltre l’amica, e l’amico. Amante io ed amico, riamato da entrambi i soggetti, traboccava da ogni parte gli affetti, parlando dell’amata all’amico, e dell’amico all’amata; e gustava così dei piaceri vivissimi incomparabili, e fino a quel punto ignoti al mio cuore, benché tacitamente pur sempre me li fosse egli andato richiedendo, e additando come in confuso. Mille savi consigli mi dava continuamente quel degnissimo amico; e quello massimamente, di cui non perderò mai la memoria, si fu del farmi con destrezza ed efficacia arrossire della mia stupida oziosa vita, del non mai aprir un libro qualunque, dell’ignorar tante cose, e più che altro i nostri, pur tanti e sì ottimi, italiani poeti ed i più distinti (ancorché pochi) prosatori e filosofi. Tra questi, l’immortal Niccolò Machiavelli, di cui null’altro sapeva io che il semplice  nome,  oscurato  e  trasfigurato  da  quei  pregiudizi  con  cui  nelle  nostre educazioni ce lo definiscono senza mostrarcelo, e senza averlo i detrattori di esso né letto, né inteso se pur mai visto l’hanno. L’amico D’Acunha me ne regalò un esemplare, che ancora conservo, e che poi molto lessi, e alcun poco postillai, ma dopo molti e molti anni. Una stranissima cosa però (la quale io notai molto dopo, ma che allora vivamente sentii senza pure osservarla) si era, che io non mi sentiva mai rimestare in mente e nel cuore un certo desiderio di studi ed un certo impeto ed effervescenza d’idee creatrici, se non se in quei tempi in cui mi trovava il cuore fortemente occupato d’amore; il quale, ancorché mi distornasse da ogni mentale applicazione, ad un tempo stesso me ne invogliava; onde io non mi teneva mai tanto capace di riuscire in un qualche ramo di letteratura, che allorquando avendo un oggetto caro ed amato mi parea di potere a quello tributare anco i frutti del mio ingegno. Ma quella mia felicità olandese non mi durò gran tempo. Il marito della  mia  donna,  era  un  ricchissimo  individuo,  il  di  cui  padre  era  stato governatore di Batavia; egli mutava spessissimo luogo, ed avendo recentemente comprata una baronia negli Svizzeri, voleva andarvi a villeggiare in quell’autunno. Nell’agosto egli fece colla moglie un viaggietto all’acque di Spa; ed io dietro loro, non essendo egli gran fatto geloso. Nel tornare poi di Spa  verso  l’Olanda,  si  venne  insieme  sino  a  Mastricht,  e  là  mi  fu  forza lasciarla,  perché  ella  dovea  andar  in  villa  con  la  di  lei  madre,  mentre  il
Vita di Vittorio Alfieri
pure avergli mai mostrato quel mio primo aborto, di cui ho mostrato qui addietro  il  soggetto),  egli  me  la  comprò  e  donò.  Io  in  un  momento  di lucido intervallo avea avuta la pazienza di leggerla, e di postillarla; e glie l’avea così rimandata, stimandola in me stesso assai peggiore della mia quanto al  piano  e  agli  effetti,  se  io  veniva  mai  a  proseguirla,  come  di  tempo  in tempo me ne rinasceva il pensiere. Intanto il Paciaudi, per non farmi smarrire d’animo, finse di trovar buono il mio sonetto, benché né egli il credesse,  né  effettivamente  lo  fosse.  Ed  io  poi,  di  lì  a  pochi  mesi  ingolfatomi davvero nello studio dei nostri ottimi poeti, tosto imparai a stimare codesto mio sonetto per quel giusto nulla ch’egli valeva. Professo con tutto ciò un grand’obbligo  a  quelle  prime  lodi  non  vere,  e  a  chi  cortesemente  le  mi donò, poiché molto mi incoraggirono a cercare di meritarne delle vere. Già parecchi giorni prima della rottura con la signora, vedendola io indispensabile ed imminente, mi era sovvenuto di ripescare di sotto al cuscino  della  poltroncina  quella  mia  mezza  Cleopatra,  stata  ivi  in  macero quasi che un anno. Venne poi dunque quel giorno, in cui, fra quelle mie smanie e solitudine quasi che continua, buttandovi gli occhi su, ed allora soltanto quasi come un lampo insortami la somiglianza del mio stato di cuore con quello di Antonio, dissi fra me stesso: “Va proseguita quest’impresa; rifarla, se non può star così; ma in somma sviluppare in questa tragedia gli affetti che mi divorano, e farla recitare questa primavera dai comici che ci verranno”. Appena mi entrò questa idea, ch’io (quasiché vi avessi ritrovata  la  mia  guarigione)  cominciai  a  schiccherar  fogli,  rappezzare, rimutare, troncare, aggiungere, proseguire, ricominciare, ed in somma a impazzare in altro modo intorno a quella sventurata e mal nata mia Cleopatra. Né mi vergognai anco di consultare alcuni de’ miei amici coetanei, che non avevano, come io, trascurata tanti anni la lingua e poesia italiana; e tutti ricercava ed infastidiva, quanti mi poteano dar qualche lume su un’arte di cui cotanto io mi trovava al buio. E in questa guisa, null’altro desiderando io allora che imparare, e tentare, se mi poteva riuscire quella pericolosissima e temeraria impresa, la mia casa si andava a poco a poco traformando in una semiaccademia di letterati. Ma essendo io in quelle date circostanze bramoso d’imparare, e arrendevole, per accidente; ma per natura, ed attesa l’incrostata ignoranza, essendo ad un tempo stesso agli ammaestramenti recalcitrante ed indocile; disperavami, annoiava altrui e me stesso, e quasiché nulla venivami a profitto. Era tuttavia sommo il guadagno dell’andarmi
Vita di Vittorio Alfieri
Cleopatra tragedia. E avendo messo al pulito (senza forbirmene) il primo atto, lo mandai al benigno padre Paciaudi, perch’egli me lo spilluzzicasse, e dessemene  il  di  lui  parere  in  iscritto.  E  qui  pure  fedelmente  trascriverò alcuni versi di esso, con la risposta del Paciaudi. Nelle postille da lui apposte a que’ miei versi, alcune eran molto allegre e divertenti, e mi fecero ridere di vero cuore, benché fosse alle spalle mie: e questa tra l’altre. “Verso 184, il latrato del cor... Questa metafora è soverchiamente canina. La prego di torla”. Le postille di quel primo atto, ed i consigli che nel paterno biglietto le accompagnavano, mi fecero risolvere a tornar rifare il tutto con più ostinazione ed arrabbiata pazienza. Dal che poi ne uscì la cosidetta tragedia, quale si recitò in Torino a dì 16 giugno 1775; della quale pure trascriverò, per terza ed ultima prova della mia asinità nella età non poca di anni venzei e mezzo, i primi versi, quanti bastino per osservare i lentissimi progressi, e l’impossibilità di scrivere che tuttavia sussisteva, per mera mancanza dei più triviali studi. E nel modo stesso con cui avea tediato il buon padre Paciaudi per cavarne una censura di quella mia seconda prova, andai anche tediando molti altri, tra i quali il conte Agostino Tana mio coetaneo, e stato paggio del re neltempo ch’io stava nell’Accademia. L’educazione nostra era perciò stata a un di presso consimile, ma egli dopo uscito di paggio avea costantemente poi applicato alle lettere sì italiane che francesi, ed erasi formato il gusto, massimamente nella parte critica filosofica, e non grammaticale. L’acume, grazia e leggiadria delle di lui osservazioni su quella mia infelice Cleopatra farebbero ben bene ridere il lettore, se io avessi il coraggio di mostrargliele; ma elle mi scotterebbero troppo, e non sarebbero anche ben intese, non avendo io ricopiato che i soli primi quaranta versi di quel secondo aborto. Trascriverò bensì la di lui letterina, con la quale mi rimandò le postille, e basterà  a  farlo  conoscere.  Io  frattanto  avea  aggiunta  una  farsetta,  che  si reciterebbe immediatamente dopo la mia Cleopatra; e la intitolai I poeti. Per dare anco un saggio della mia incompetenza in prosa, ne trascrivo uno squarcio.  Né  la  farsetta  però,  né  la  tragedia,  erano  le  sciocchezze  d’uno sciocco; ma un qualche lampo e sale qua e là in tutte due traluceva. Nei Poeti aveva introdotto me stesso sotto il nome di Zeusippo, e primo io era a deridere la mia Cleopatra, la di cui ombra poi si evocava dall’inferno, perch’ella desse sentenza in compagnia d’alcune altre eroine da tragedia, su questa mia composizione paragonata ad alcune altre tragediesse di questi
Vita di Vittorio Alfieri
(come  nella  lirica)  l’abito  fa  il  tutto;  a  segno  che  alcuni  versi  con  la  lor vanità  che  par  persona.  trionfano  di  parecchi  altri  in  cui  fosser  gemme legate in vile anello. E noterò pure qui, che sì al padre Paciaudi, che al conte Tana, e principalmente a questo secondo, io professerò eternamente una riconoscenza somma per le verità che mi dissero, e per avermi a viva forza fatto  rientrare  nel  buon  sentiero  delle  sane  lettere.  E  tanta  era  in  me  la fiducia in questi due soggetti, che il mio destino letterario è stato interamente ad arbitrio loro; ed avrei ad ogni lor minimo cenno buttata al fuoco ogni mia composizione che avessero biasimata, come feci di tante rime, che altra correzione non meritavano. Sicché, se io nesono uscito poeta, mi debbo intitolare, per grazia di Dio, e del Paciaudi, e del Tana. Questi furono i miei  santi  protettori  nella  feroce  continua  battaglia  in  cui  mi  convenne passare ben tutto il primo anno della mia vita letteraria, di sempre dar la caccia alle parole e forme francesi, di spogliar per dir così le mie idee per rivestirle di nuovo sotto altro aspetto, di riunire in somma nello stesso punto lo studio d’un uomo maturissimo con quello di un ragazzaccio alle prime scuole. Fatica indicibile, ingratissima, e da ributtare chiunque avesse avuto (ardirò dirlo) una fiamma minor della mia. Tradotte dunque in mala prosa le due tragedie, come dissi, mi posi all’impresa di leggere e studiare a verso a verso per ordine d’anzianità tutti i nostri poeti primari, e postillarli in margine, non di parole, ma di uno o più tratticelli perpendicolari ai versi; per accennare a me stesso se più o meno mi andassero a genio quei pensieri, o quelle espressioni, o quei suoni. Ma trovando a bella prima Dante riuscirmi pur troppo difficile, cominciai dal Tasso, che non avea mai neppure aperto fino a quel punto. Ed io leggeva con sì pazza attenzione, volendo osservar tante e sì diverse e sì contrarie cose, che dopo dieci stanze non sapea più quello ch’io avessi letto, e mi trovava essere più stanco e rifinito assai che se le avessi io stesso composte. Ma a poco a poco mi andai formando e l’occhio e la mente a quel faticosissimo genere di lettura; e così tutto il Tasso, la Gerusalemme; poi l’Ariosto, il Furioso; poi Dante senza commenti, poi il Petrarca, tutti me gli invasai d’un fiato postillandoli tutti, e v’impiegai forse un anno. Le difficoltà di Dante, se erano istoriche, poco mi curava di intenderle, se di espressione, di modi, o di voci, tutto faceva per superarle indovinando; ed in molte non riuscendo, le poche poi ch’io vinceva mi insuperbivano tanto più. In quella prima lettura io mi cacciai piuttosto in corpo un’indigestione che non una
Vita di Vittorio Alfieri
vera quintessenza di quei quattro gran luminari; ma mi preparai così a ben intenderli poi nelle letture susseguenti, a sviscerarli, gustarli, e forse anche rassomigliarli. Il Petrarca però mi riuscì ancor più difficile che Dante; e da principio mi piacque meno; perché il sommo diletto dei poeti non si può mai estrarre, finché si combatte coll’intenderli. Ma dovendo io scrivere in verso sciolto, anche di questo cercai di formarmi dei modelli. Mi fu consigliata la traduzione di Stazio del Bentivoglio. Con somma avidità la lessi, studiai, e postillai tutta; ma alquanto fiacca me ne parve la struttura del verso per adattarla al dialogo tragico. Poi mi fecero i miei amici censori capitare alle mani l’Ossian, del Cesarotti, e questi furono i versi sciolti che davvero mi piacquero, mi colpirono e m’invasarono. Questi mi parvero, con poca modificazione, un eccellente modello pel verso di dialogo. Alcune altre tragedie o nostre italiane, o tradotte dal francese, che io volli pur leggere sperando d’impararvi almeno quanto allo stile, mi cadevano dalle mani per la languidezza, trivialità, e prolissità dei modi e del verso, senza parlare poi della snervatezza dei pensieri. Tra le men cattive lessi e postillai le quattro traduzioni del Paradisi dal francese, e la Merope originale del Maffei. E questa, a luoghi mi piacque bastantemente per lo stile, ancorché mi lasciasse pur tanto desiderare per adempirne la perfettibilità, o vera, o sognata, ch’io me n’andavafabbricando nella fantasia. E spesso andava interrogando me stesso: or, perché mai questa nostra divina lingua, sì maschia ancor ed energica e feroce in bocca di Dante, dovrà ella farsi così sbiadata ed eunuca nel  dialogo  tragico?  Perché  il  Cesarotti  che  sì  vibratamente  verseggia nell’Ossian, così fiaccamente poi sermoneggia nella Semiramide e nel Maometto  del  Voltaire  da  esso  tradotte?  Perché  quel  pomposo  galleggiante scioltista  caposcuola,  il  Frugoni,  nella  sua  traduzione  del  Radamisto  del Crebillon, è egli sì immensamente minore del Crebillon e di sé medesimo? Certo, ogni altra cosa ne incolperò che la nostra pieghevole e proteiforme favella. E questi dubbi ch’io proponeva ai miei amici e censori, nissuno me li sciogliea. L’ottimo Paciaudi mi raccomandava frattanto di non trascurare nelle mie laboriose letture la prosa, ch’egli dottamente denominava la nutrice del verso. Mi sovviene a questo proposito, che un tal giorno egli mi portò il Galateo del Casa, raccomandandomi di ben meditarlo quanto ai modi, che certo ben pretti toscani erano, ed il contrario d’ogni franceseria. Io, che da ragazzo lo aveva (come abbiam fatto tutti) maledetto, poco inteso, e niente gustatolo, mi tenni quasiché offeso di questo puerile o pedantesco
Vita di Vittorio Alfieri
consiglio. Onde, pieno di mal talento contro quel Galateo, lo apersi. Ed alla vista di quel primo Conciossiacosache, a cui poi si accoda quel lungo periodo cotanto pomposo e sì poco sugoso, mi prese un tal impeto di collera, che scagliato per la finestra il libro, gridai quasi maniaco: “Ella è pur dura e stucchevole necessità, che per iscrivere tragedie in età di venzett’anni mi convenga ingoiare di nuovo codeste baie fanciullesche, e prosciugarmi il cervello con sì fatte pedanterie”. Sorrise di questo mio poetico ineducato furore; e mi profetizzò che io leggerei poi il Galateo, e più d’una volta. E così fu in fatti; ma parecchi anni dopo, quando poi mi era ben bene incallite  le  spalle  ed  il  collo  a  sopportare  il  giogo  grammatico.  E  non  il  solo Galateo, ma presso che tutti quei nostri prosatori del Trecento, lessi e postillai poi, con quanto frutto, nol so. Ma fatto si è che chi gli avesse ben letti quanto ai lor modi, e fosse venuto a capo di prevalersi con giudizio e destrezza dell’oro dei loro abiti, scartando i cenci delle loro idee, quegli potrebbe forse poi ne’ suoi scritti sì filosofici che poetici, o istorici, o d’altro qualunque genere, dare una ricchezza, brevità, proprietà, e forza di colorito allo stile, di cui non ho visto finora nessuno scrittore italiano veramente andar corredato. Forse, perché la fatica è improba; e chi avrebbe l’ingegno e la capacità di sapersene giovare, non la vuol fare; e chi non ha questi dati, la fa invano. Capitolo secondo Rimessomi sotto il pedagogo a spiegare Orazio. Primo viaggio letterario in Toscana. Verso  il  principio  dell’anno  ’76,  trovandomi  già  da sei  e  più  mesi ingolfato negli studi italiani, mi nacque una onesta e cocente vergogna di non più intendere quasi affatto il latino; a segno che, trovando qua e là, come accade, delle citazioni, anco le più brevi e comuni, mi trovava costretto di saltarle a piè pari, per non perder tempo a diciferarle. Trovandomi inoltre inibita ogni lettura francese, ridotto al solo italiano, io mi vedeva affatto privo d’ogni soccorso per la lettura teatrale. Questa ragione, aggiuntasi al rossore, mi sforzò ad intraprendere questa seconda fatica, per poter leggere le tragedie di Seneca, di cui alcuni sublimi tratti mi aveano rapito; e leggere  anche  le  traduzioni  letterali  latine  dei  tragici  greci,  che  sogliono essere più fedeli e meno tediose di quelle tante italiane che sì inutilmente possediamo. Mi presi dunque pazientemente un ottimo pedagogo, il quale,
Vita di Vittorio Alfieri