picca

[pìc-ca]
In sintesi
antica arma bianca

A
s.f.
(pl. -che)

1
ST Arma delle antiche fanterie usata dal sec. XIII al sec. XVII, costituita da una lunga e robusta asta di legno terminante in una punta di ferro: una lancia nove braccia lunga, la quale chiamano p. (Machiavelli)
|| Mezza picca, arma simile alla picca, con l'asta più corta
2
estens. Soldato armato di picca
3
al pl. Seme delle carte da gioco francesi, di colore nero e a forma di cuore, con la punta in alto e uno stelo che si inserisce fra i due lobi: asso di picche
|| fig. Contare, valere quanto il fante, il re di picche, valere poco o nulla
|| Fante di picche, persona che si dà delle arie, ma che in realtà non vale nulla
|| Rispondere picche, rifiutare, rispondere negativamente

B
Ostinazione puntigliosa dovuta a rancore, invidia, dispetto: lo ha fatto per p.

Citazioni
di
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    Adelchi    Atto secondo Oh! se frapposti tra il conquisto e i Franchi Fosser uomini sol, questa parola Il re dei Franchi proferir potrebbe: Chiusa è la via? Natura al mio nemico Il campo preparò, gli abissi intorno Gli scavò per fossati; e questi monti, Che il Signor fabbricò, son le sue torri E i battifredi: ogni più picciol varco Chiuso è di mura, onde insultare ai mille Potrieno i dieci, ed ai guerrier le donne. - Già troppo in opra ove il valor non basta, Di valenti io perdei; troppo, fidando Nel suo vantaggio, il fiero Adelchi ha tinta Di Franco sangue la sua spada. Ardito Come un leon presso la tana, ei piomba, Percote, e fugge. Oh ciel! più volte io stesso, Nell’alta notte visitando il campo, Fermo presso le tende, udii quel nome Con terror proferito. I Franchi miei Ad una scola di terror più a lungo Io non terrò. S’io del nemico a fronte Venir poteva in campo aperto, oh! breve Era questa tenzon, certa l’impresa... Fin troppo certa per la gloria. E Svarto, Un guerrier senza nome, un fuggitivo L’avria con me divisa; ei che già vinti Mi rassegnò tanti nemici. Un giorno, Men che un giorno bastava: Iddio mel niega. Non se ne parli più. Pietro Re, all’umil servo Di colui che t’elesse, e pose il regno Nella tua casa, non vorrai tu i preghi Anco inibir. Pensa a che man tu lasci Quel che padre tu nomi. Il suo nemico Già provocato a guerra avevi, in arme Già tu scendevi, e ancor di rabbia insano
Adelchi di Alessandro Manzoni
Addimandai di Francia. - Oltre quei monti Sono altri monti, ei disse, ed altri ancora; E lontano lontan Francia; ma via Non havvi; e mille son quei monti, e tutti Erti, nudi, tremendi, inabitati Se non da spirti, ed uom mortal giammai Non li varcò. - Le vie di Dio son molte, Più assai di quelle del mortal, risposi; E Dio mi manda. - E Dio ti scorga, ei disse: Indi tra i pani che teneva in serbo Tanti pigliò di quanti un pellegrino Puote andar carco; e in rude sacco avvolti Ne gravò le mie spalle: il guiderdone Io gli pregai dal cielo; e in via mi posi. Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi, E in Dio fidando, lo varcai. Qui nulla Traccia d’uomo apparìa; solo foreste D’intatti abeti, ignoti fiumi, e valli Senza sentier: tutto tacea; null’altro Che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora Lo scrosciar dei torrenti, o l’improvviso Stridir del falco, o l’aquila dall’erto Nido spiccata in sul mattin, rombando Passar sovra il mio capo, o, sul meriggio, Tocchi dal sole, crepitar del pino Silvestre i coni. Andai così tre giorni; E sotto l’alte piante, o nei burroni Posai tre notti. Era mia guida il sole; Io sorgeva con esso e il suo viaggio Seguia, rivolto al suo tramonto. Incerto Pur del cammino io gìa; di valle in valle Trapassando mai sempre; o se talvolta D’accessibil pendio sorgermi innanzi Vedeva un giogo, e n’attingea la cima; Altre più eccelse cime, innanzi, intorno Sovrastavanmi ancora; altre di neve
Adelchi di Alessandro Manzoni
Si parlerà dopo il conquisto, e quando Fia diviso il bottin. Tre giorni; e poi La pugna e la vittoria; indi il riposo Là nella bella Italia, in mezzo ai campi Ondeggianti di spighe, e nei frutteti Carchi di poma ai padri nostri ignote; Fra i tempi antichi e gli atrj, in quella terra Rallegrata dai canti, al sol diletta, Che i signori del mondo in sen racchiude, E i martiri di Dio; dove il supremo Pastor leva le palme, e benedice Le nostre insegne; ove nemica abbiamo Una picciola gente, e questa ancora Tra sé divisa, e mezza mia; la stessa Gente su cui due volte il mio gran padre Corse; una gente che si scioglie. Il resto Tutto è per noi; tutto ci aspetta. - Intento Dalle vedette sue, miri il nemico Moversi il nostro campo; e si rallegri. Sogni il nostro fuggir, sogni del tempio La scellerata preda, in sua man servo Sogni il sommo Levita, il comun padre, Il nostro amico; in fin che giunga Eccardo, Risvegliator non aspettato. - E voi, Vescovi santi e sacerdoti, al campo Intimate le preci. A Dio si vóti Questa impresa ch’è sua. Come i miei Franchi A Lui dinanzi abbasseran la fronte, Tale i nemici innanzi a lor, nel campo.
Adelchi di Alessandro Manzoni
Scampo non v’è: schierati ei sono; e i nostri Chi qua, chi là, senz’arme, in fuga: Adelchi Non li raguna: siam traditi. Desiderio Oh vili! Alle Chiuse salviamci; ivi a difesa Restar si può. Sono deserte: i Franchi Le passeranno; e noi siam posti intanto Fra due nimici: un picciol varco appena Resta alla fuga; or or fia chiuso. Ebbene; Moriam qui da guerrier. Siamo traditi: Siam venduti al macello. In giusta guerra Morir vogliam, come a guerrier conviensi, Non isgozzati a tradimento. I Franchi! Fuggiamo! Ebben, correte; anch’io con voi Fuggo: è destin di chi comanda ai tristi.
Adelchi di Alessandro Manzoni
Solo? Gran parte Gettan l’arme, e si danno; in fuga a torme Altri ne van. Lento ritrarsi e solo Costui vedemmo, che alle barde, all’armi, Uom d’alto affar parea: quattro guerrieri Da un drappel ci spiccammo, e a tutta briglia Sull’orme sue, pei campi. Egli inseguito Nulla affrettò della sua fuga; e quando Sopra gli fummo, si rivolse. Arrenditi, Gli gridiamo; ei ne affronta; al più vicino Vibra l’asta, e lo abbatte, la ritira, Prostra il secondo ancor, ma nello stesso Ferir, percosso dalle nostre ei cadde. Quando fu al suol, tese le mani in atto Di supplicante, e ci pregò, che posto Ogni rancor, sull’aste nostre ei fosse Portato lunge dal tumulto, in loco Dove in pace ei si muoia. Invitto sire, Meglio da far quivi non v’era: al prego Ci arrendemmo. E ben feste: a chi resiste L’ire vostre serbate. Il riconosci? Anfrido egli è, scudier d’Adelchi. Anfrido, Tu solo andavi contro alor? Bisogno Fa di compagni per morir? Rutlando! Ecco un prode. O guerrier, perché gittavi Una vita sì degna? e non sapevi Che nostra divenìa? che, a noi cedendo, Guerrier restavi e non prigion di Carlo?
Adelchi di Alessandro Manzoni
Consiglio segreto: e sapete che effetto fanno quelle paroline nell’orecchio del signor podestà. Alla fin de’ conti, ha più bisogno lui della nostra protezione, che voi della sua condiscendenza. Farò di buono, e ci anderò, e ve lo lascerò meglio disposto che mai.” Dopo queste e altri simili parole, il conte Attilio uscì, per andare a caccia; e don Rodrigo stette aspettando con ansietà il ritorno del Griso. Venne costui finalmente, sull’ora del desinare, a far la sua relazione. Lo scompiglio di quella notte era stato tanto clamoroso, la sparizione di tre persone da un paesello era un tal avvenimento, che le ricerche, e per premura e per curiosità, dovevano naturalmente esser molte e calde e insistenti; e dall’altra parte, gl’informati di qualche cosa eran troppi, per andar tutti d’accordo a tacer tutto. Perpetua non poteva farsi veder sull’uscio, che non fosse tempestata da quello o da quell’altro, perché dicesse chi era stato a far quella gran paura al suo padrone: e Perpetua, ripensando a tutte le circostanze del fatto, e raccapezzandosi finalmente ch’era stata infinocchiata da Agnese, sentiva tanta rabbia di quella perfidia, che aveva proprio bisogno d’un po’ di sfogo. Non già che andasse lamentandosi col terzo e col quarto della maniera tenuta per infinocchiar lei: su questo non fiatava; ma il tiro fatto al suo povero padrone non lo poteva passare affatto sotto silenzio; e sopra tutto, che un tiro tale fosse stato concertato e tentato da quel giovine dabbene,  da  quella  buona  vedova,  da  quella  madonnina  infilzata.  Don Abbondio poteva ben comandarle risolutamente, e pregarla cordialmente che stesse zitta; lei poteva bene ripetergli che non faceva bisogno di suggerirle una cosa tanto chiara e tanto naturale; certo è che un così gran segreto stava nel cuore della povera donna, come, in una botte vecchia e mal cerchiata, un vino molto giovine, che grilla e gorgoglia e ribolle, e, se non manda il tappo per aria, gli geme all’intorno, e vien fuori in ischiuma, e trapela tra doga e doga, e gocciola di qua e di là, tanto che uno può assaggiarlo, e dire a un di presso che vino è. Gervaso, a cui non pareva vero d’essere una volta più informato degli altri, a cui non pareva piccola gloria l’avere avuta una gran paura, a cui, per aver tenuto di mano a una cosa che puzzava di criminale, pareva d’esser diventato un uomo come gli altri, crepava di voglia di vantarsene. E quantunque Tonio, che pensava seriamente all’inquisizioni e ai processi possibili e al conto da rendere, gli comandasse, co’ pugni sul viso, di non dir nulla a nessuno, pure non ci fu verso di soffogargli in bocca ogni parola. Del resto Tonio, anche lui, dopo essere stato quella notte fuor di casa
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Renzo non potesse più tornar con Lucia, né metter piede in paese; e a questo fine, macchinava di fare sparger voci di minacce e d’insidie, che, venendogli all’orecchio, per mezzo di qualche amico, gli facessero passar la voglia di tornar da quelle parti. Pensava però che la più sicura sarebbe se si potesse farlo sfrattar dallo stato: e per riuscire in questo, vedeva che più della forza gli avrebbe potuto servir la giustizia. Si poteva, per esempio, dare un po’ di colore al tentativo fatto nella casa parrocchiale, dipingerlo come un’aggressione, un atto sedizioso, e, per mezzo del dottore, fare intendere al podestà ch’era il caso di spedir contro Renzo una buona cattura. Ma pensò che non conveniva a lui di rimestar quella brutta faccenda; e senza star altro a lambiccarsi il cervello, si risolvette d’aprirsi col dottor Azzecca-garbugli, quanto era necessario per fargli comprendere il suo desiderio. – Le gride son tante! – pensava: – e il dottore non è un’oca: qualcosa che faccia al caso mio saprà trovare, qualche garbuglio da azzeccare a quel villanaccio: altrimenti gli muto nome. – Ma (come vanno alle volte le cose di questo mondo!) intanto che colui pensava al dottore, come all’uomo più abile a servirlo in questo, un altr’uomo, l’uomo che nessuno s’immaginerebbe, Renzo medesimo, per dirla, lavorava di cuore a servirlo, in un modo più certo e più spedito di tutti quelli che il dottore avrebbe mai saputi trovare. Ho visto più volte un caro fanciullo, vispo, per dire il vero, più del bisogno, ma che, a tutti i segnali, mostra di voler riuscire un galantuomo; l’ho visto, dico, più volte affaccendato sulla sera a mandare al coperto un suo gregge di porcellini d’India, che aveva lasciati scorrer liberi il giorno, in un giardinetto. Avrebbe voluto fargli andar tutti insieme al covile; ma era fatica buttata: uno si sbandava a destra, e mentre il piccolo pastore correva per cacciarlo nel branco, un altro, due, tre ne uscivano a sinistra, da ogni parte. Dimodoché, dopo essersi un po’ impazientito, s’adattava al loro genio, spingeva prima dentro quelli ch’eran più vicini all’uscio, poi andava a prender gli altri, a uno, a due, a tre, come gli riusciva. Un gioco simile ci convien fare co’ nostri personaggi: ricoverata Lucia, siam corsi a don Rodrigo; e ora lo dobbiamo abbandonare, per andar dietro a Renzo, che avevam perduto di vista. Dopo la separazione dolorosa che abbiam raccontata, camminava Renzo da Monza verso Milano, in quello stato d’animo che ognuno può immaginarsi facilmente. Abbandonar la casa, tralasciare il mestiere, e quel ch’era più di tutto, allontanarsi da Lucia, trovarsi sur una strada, senza saper dove anderebbe a posarsi; e tutto per causa di quel birbone! Quando si tratteneva
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
col pensiero sull’una o sull’altra di queste cose, s’ingolfava tutto nella rabbia, e nel desiderio della vendetta; ma gli tornava poi in mente quella preghiera che aveva recitata anche lui col suo buon frate, nella chiesa di Pescarenico; e si ravvedeva: gli si risvegliava ancora la stizza; ma vedendo un’immagine sul muro, si levava il cappello, e si fermava un momento a pregar di nuovo: tanto che, in quel viaggio, ebbe ammazzato in cuor suo don Rodrigo, e risuscitatolo, almeno venti volte. La strada era allora tutta sepolta tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia, divenivan rigagnoli; e in certe parti più basse, s’allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. A que’ passi, un piccol sentiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri passeggieri s’eran fatta una strada ne’ campi. Renzo, salito per un di que’ valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava maraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. Ma dopo qualche momento, voltandosi indietro, vide all’orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardar tristamente da quella parte, poi tristamente si voltò, e seguitò la sua strada. A poco a poco cominciò poi a scoprir campanili e torri e cupole e tetti; scese allora nella strada, camminò ancora qualche tempo, e quando s’accorse d’esser ben vicino alla città, s’accostò a un viandante, e, inchinatolo, con tutto quel garbo che seppe, gli disse: “di grazia, quel signore”. “Che volete, bravo giovine?” “Saprebbe insegnarmi la strada più corta, per andare al convento de’ cappuccini dove sta il padre Bonaventura?” L’uomo a cui Renzo s’indirizzava, era un agiato abitante del contorno, che, andato quella mattina a Milano, per certi suoi affari, se ne tornava, senza aver fatto nulla, in gran fretta, chè non vedeva l’ora di trovarsi a casa, e avrebbe fatto volentieri di meno di quella fermata. Con tutto ciò, senza dar segno d’impazienza, rispose molto gentilmente: “figliuol caro, de’ conventi ce n’è più d’uno: bisognerebbe che mi sapeste dir più chiaro quale è quello che voi cercate”. Renzo allora si levò di seno la lettera del padre Cristoforo, e la fece vedere a quel signore, il quale, lettovi: porta orientale, gliela rendette dicendo: “siete fortunato, bravo giovine; il convento che cercate è poco lontano di qui. Prendete per questa viottola a mancina: è una scorciatoia: in pochi mi-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Io non li butto via; cascan da sé: com’ho a fare?” rispose quello. “Ih! buon per te, che ho le mani impicciate,” riprese la donna, dimenando i pugni, come se desse una buona scossa al povero ragazzo; e, con quel movimento, fece volar via più farina, di quel che ci sarebbe voluto per farne i due pani lasciati cadere allora dal ragazzo. “Via, via,” disse l’uomo: “torneremo indietro a raccoglierli, o qualcheduno li raccoglierà. Si stenta da tanto tempo: ora che viene un po’ d’abbondanza, godiamola in santa pace.” In tanto arrivava altra gente dalla porta; e uno di questi, accostatosi alla donna, le domandò: “dove si va a prendere il pane?” “Più avanti,” rispose quella; e quando furon lontani dieci passi, soggiunse borbottando: “questi contadini birboni verranno a spazzar tutti i forni e tutti i magazzini, e non resterà più niente per noi.” “Un po’ per uno, tormento che sei,” disse il marito: “abbondanza, abbondanza.” Da queste e da altrettali cose che vedeva e sentiva, Renzo cominciò a raccapezzarsi ch’era arrivato in una città sollevata, e che quello era un giorno di conquista, vale a dire che ognuno pigliava, a proporzione della voglia e della forza, dando busse in pagamento. Per quanto noi desideriamo di far fare buona figura al nostro povero montanaro, la sincerità storica ci obbliga a dire che il suo primo sentimento fu di piacere. Aveva così poco da lodarsi dell’andamento ordinario delle cose, che si trovava inclinato ad approvare ciò che lo mutasse in qualunque maniera. E del resto, non essendo punto un uomo superiore al suo secolo, viveva anche lui in quell’opinione o in quella passione comune, che la scarsezza del pane fosse cagionata dagl’incettatori e da’ fornai; ed era disposto a trovar giusto ogni modo di strappar loro dalle mani l’alimento che essi, secondo quell’opinione, negavano crudelmente alla fame di tutto un popolo. Pure, si propose di star fuori del tumulto, e si rallegrò d’esser diretto a un cappuccino, che gli troverebbe ricovero, e gli farebbe da padre. Così pensando, e guardando intanto i nuovi conquistatori che venivano carichi di preda, fece quella po’ di strada che gli rimaneva per arrivare al convento. Dove ora sorge quel bel palazzo, con quell’alto loggiato, c’era allora, e c’era ancora non son molt’anni, una piazzetta, e in fondo a quella la chiesa e il convento de’ cappuccini, con quattro grand’olmi davanti. Noi ci rallegriamo, non senza invidia, con que’ nostri lettori che non han visto le cose in quello stato: ciò vuol dire che son molto giovani, e non hanno avuto tempo
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
crocchi, senza essersi dati l’intesa, quasi senza avvedersene, come gocciole sparse sullo stesso pendìo. Ogni discorso accresceva la persuasione e la passione degli uditori, come di colui che l’aveva proferito. Tra tanti appassionati, c’eran pure alcuni più di sangue freddo, i quali stavano osservando con molto piacere, che l’acqua s’andava intorbidando; e s’ingegnavano d’intorbidarla di più, con que’ ragionamenti, e con quelle storie che i furbi sanno comporre, e che gli animi alterati sanno credere; e si proponevano di non lasciarla posare, quell’acqua, senza farci un po’ di pesca. Migliaia d’uomini andarono a letto col sentimento indeterminato che qualche cosa bisognava fare, che qualche cosa si farebbe. Avanti giorno, le strade eran di nuovo sparse di crocchi: fanciulli, donne, uomini, vecchi, operai, poveri, si radunavano a sorte: qui era un bisbiglio confuso di molte voci; là uno predicava, e gli altri applaudivano; questo faceva al più vicino la stessa domanda ch’era allora stata fatta a lui; quest’altro ripeteva l’esclamazione che s’era sentita risonare agli orecchi; per tutto lamenti, minacce, maraviglie: un piccol numero di vocaboli era il materiale di tanti discorsi. Non mancava altro che un’occasione, una spinta, un avviamento qualunque, per ridurre le parole a fatti; e non tardò molto. Uscivano, sul far del giorno, dalle botteghe de’ fornai i garzoni che, con una gerla carica di pane, andavano  a  portarne  alle  solite  case.  Il  primo  comparire  d’uno  di  que’ malcapitati ragazzi dov’era un crocchio di gente, fu come il cadere d’un salterello acceso in una polveriera. “Ecco se c’è il pane!” gridarono cento voci insieme. “Sì, per i tiranni, che notano nell’abbondanza, e voglion far morir noi di fame,” dice uno; s’accosta al ragazzetto, avventa la mano all’orlo della gerla, dà una stratta, e dice: “lascia vedere”. Il ragazzetto diventa rosso, pallido, trema, vorrebbe dire: lasciatemi andare; ma la parola gli muore in bocca; allenta le braccia, e cerca di liberarle in fretta dalle cigne. “Giù quella gerla,” si grida intanto. Molte mani l’afferrano a un tempo: è in terra; si butta per aria il canovaccio che la copre: una tepida fragranza si diffonde all’intorno. “Siam cristiani anche noi: dobbiamo mangiar pane anche noi,” dice il primo; prende un pan tondo, l’alza, facendolo vedere alla folla, l’addenta: mani alla gerla, pani per aria; in men che non si dice, fu sparecchiato. Coloro a cui non era toccato nulla, irritati alla vista del guadagno altrui, e animati dalla facilità dell’impresa, si mossero a branchi, in cerca d’altre gerle: quante incontrate, tante svaligiate. E non c’era neppur bisogno di dar l’assalto ai portatori: quelli che, per loro disgrazia, si trovavano in giro, vista la mala parata, posavano
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
volontariamente il carico, e via a gambe. Con tutto ciò, coloro che rimanevano a denti secchi, erano senza paragone i più; anche i conquistatori non eran soddisfatti di prede così piccole, e, mescolati poi con gli uni e con gli altri, c’eran coloro che avevan fatto disegno sopra un disordine più co’ fiocchi. “Al forno! al forno!” si grida. Nella strada chiamata la Corsia de’ Servi, c’era, e c’è tuttavia un forno, che conserva lo stesso nome; nome che in toscano viene a dire il forno delle grucce, e in milanese è composto di parole così eteroclite, così bisbetiche, così salvatiche, che l’alfabeto della lingua non ha i segni per indicarne il suono. A quella parte s’avventò la gente. Quelli della bottega stavano interrogando il garzone tornato scarico, il quale, tutto sbigottito e abbaruffato, riferiva balbettando la sua trista avventura; quando si sente un calpestìo e un urlìo insieme; cresce e s’avvicina; compariscono i forieri della masnada. Serra, serra; presto, presto: uno corre a chiedere aiuto al capitano di giustizia; gli altri chiudono in fretta la bottega, e appuntellano i battenti. La gente comincia a affollarsi di fuori, e a gridare: “pane! pane! aprite! aprite!” Pochi momenti dopo, arriva il capitano di giustizia, con una scorta d’alabardieri. “Largo, largo, figliuoli: a casa, a casa; fate luogo al capitano di giustizia,” grida lui e gli alabardieri. La gente, che non era ancor troppo fitta, fa un po’ di luogo; dimodoché quelli poterono arrivare, e postarsi, insieme, se non in ordine, davanti alla porta della bottega. “Ma figliuoli,” predicava di lì il capitano, “che fate qui? A casa, a casa. Dov’è il timor di Dio? Che dirà il re nostro signore? Non vogliam farvi male; ma andate a casa. Da bravi! Che diamine volete far qui, così ammontati? Niente di bene, né per l’anima, né per il corpo. A casa, a casa.” Ma quelli che vedevan la faccia del dicitore, e sentivan le sue parole, quand’anche avessero voluto ubbidire, dite un poco in che maniera avrebber potuto, spinti com’erano, e incalzati da quelli di dietro, spinti anch’essi da altri, come flutti da flutti, via via fino all’estremità della folla, che andava sempre crescendo. Al capitano, cominciava a mancargli il respiro. “Fateli dare addietro ch’io possa riprender fiato,” diceva agli alabardieri: “ma non fate male a nessuno. Vediamo d’entrare in bottega: picchiate; fateli stare indietro.” “Indietro! indietro!” gridano gli alabardieri, buttandosi tutti insieme addosso ai primi, e respingendoli con l’aste dell’alabarde. Quelli urlano, si tirano indietro, come possono; danno con le schiene ne’ petti, co’ gomiti
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
nelle pance, co’ calcagni sulle punte de’ piedi a quelli che son dietro a loro: si fa un pigìo, una calca, che quelli che si trovavano in mezzo, avrebbero pagato qualcosa a essere altrove. Intanto un po’ di vòto s’è fatto davanti alla porta: il capitano picchia, ripicchia, urla che gli aprano: quelli di dentro vedono dalle finestre, scendon di corsa, aprono; il capitano entra, chiama gli alabardieri, che si ficcan dentro anch’essi l’un dopo l’altro, gli ultimi rattenendo la folla con l’alabarde. Quando sono entrati tutti, si mette tanto di catenaccio, si riappuntella; il capitano sale di corsa, e s’affaccia a una finestra. Uh, che formicolaio! “Figliuoli,” grida: molti si voltano in su; “figliuoli, andate a casa. Perdono generale a chi torna subito a casa.” “Pane! pane! aprite! aprite!” eran le parole più distinte nell’urlìo orrendo, che la folla mandava in risposta. “Giudizio, figliuoli! badate bene! siete ancora a tempo. Via, andate, tornate a casa. Pane, ne avrete; ma non è questa la maniera. Eh!... eh! che fate laggiù! Eh! a quella porta! Oibò oibò! Vedo, vedo: giudizio! badate bene! è un delitto grosso. Or ora vengo io. Eh! eh! smettete con que’ ferri; giù quelle mani. Vergogna. Voi altri milanesi, che, per la bontà, siete nominati in tutto il mondo! Sentite, sentite: siete sempre stati buoni fi... Ah canaglia!” Questa rapida mutazione di stile fu cagionata da una pietra che, uscita dalle mani d’uno di que’ buoni figliuoli, venne a batter nella fronte del capitano, sulla protuberanza sinistra della profondità metafisica. “Canaglia! canaglia!” continuava a gridare, chiudendo presto presto la finestra, e ritirandosi. Ma quantunque avesse gridato quanto n’aveva in canna, le sue parole, buone e cattive, s’eran tutte dileguate e disfatte a mezz’aria, nella tempesta delle grida che venivan di giù. Quello poi che diceva di vedere, era un gran lavorare di pietre, di ferri (i primi che coloro avevano potuto procacciarsi per la strada), che si faceva alla porta, per sfondarla, e alle finestre, per svellere l’inferriate: e già l’opera era molto avanzata. Intanto, padroni e garzoni della bottega, ch’erano alle finestre de’ piani di sopra, con una munizione di pietre (avranno probabilmente disselciato un cortile), urlavano e facevan versacci a quelli di giù, perché smettessero; facevan vedere le pietre, accennavano di volerle buttare. Visto ch’era tempo perso, cominciarono a buttarle davvero. Neppur una ne cadeva in fallo; giacché la calca era tale, che un granello di miglio, come si suol dire, non sarebbe andato in terra.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
sopra. All’intorno era un batter di mani e di piedi, un frastono di mille grida di trionfo e d’imprecazione. L’uomo del fascio lo buttò su quel mucchio; un altro, con un mozzicone di pala mezzo abbruciacchiato, sbracia il fuoco: il fumo cresce e s’addensa; la fiamma si ridesta; con essa le grida sorgon più forti. “Viva l’abbondanza! Moiano gli affamatori! Moia la carestia! Crepi la Provvisione! Crepi la giunta! Viva il pane!” Veramente, la distruzion de’ frulloni e delle madie, la devastazion de’ forni, e lo scompiglio de’ fornai, non sono i mezzi più spicci per far vivere il pane; ma questa è una di quelle sottigliezze metafisiche, che una moltitudine non ci arriva. Però, senza essere un gran metafisico, un uomo ci arriva talvolta alla prima, finch’è nuovo nella questione; e solo a forza di parlarne, e di sentirne parlare, diventerà inabile anche a intenderle. A Renzo in fatti quel pensiero gli era venuto, come abbiam visto, da principio, e gli tornava, ogni momento. Lo tenne per altro in sé; perché, di tanti visi, non ce n’era uno che sembrasse dire: fratello, se fallo, correggimi che l’avrò caro. Già era di nuovo finita la fiamma; non si vedeva più venir nessuno con altra materia, e la gente cominciava a annoiarsi; quando si sparse la voce, che, al Cordusio (una piazzetta o un crocicchio non molto distante di lì), s’era messo l’assedio a un forno. Spesso, in simili circostanze, l’annunzio d’una cosa la fa essere. Insieme con quella voce, si diffuse nella moltitudine una voglia di correr là: “io vo; tu, vai? vengo; andiamo,” si sentiva per tutto: la calca si rompe, e diventa una processione. Renzo rimaneva indietro, non movendosi quasi, se non quanto era strascinato dal torrente; e teneva intanto consiglio in cuor suo, se dovesse uscir dal baccano, e ritornare al convento, in cerca del padre Bonaventura, o andare a vedere anche quest’altra. Prevalse di nuovo la curiosità. Però risolvette di non cacciarsi nel fitto della mischia, a farsi ammaccar l’ossa, o a risicar qualcosa di peggio; ma di tenersi in qualche distanza, a osservare. E trovandosi già un poco al largo, si levò di tasca il secondo pane, e attaccandoci un morso, s’avviò alla coda dell’esercito tumultuoso. Questo, dalla piazza, era già entrato nella strada corta e stretta di Pescheria vecchia, e di là, per quell’arco a sbieco, nella piazza de’ Mercanti. E lì eran ben pochi quelli che, nel passar davanti alla nicchia che taglia il mezzo della loggia dell’edifizio chiamato allora il collegio de’ dottori, non dessero un’occhiatina alla grande statua che vi campeggiava, a quel viso serio, burbe-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Lo sventurato vicario stava, in quel momento, facendo un chilo agro e stentato d’un desinare biascicato senza appetito, e senza pan fresco; e attendeva, con gran sospensione, come avesse a finire quella burrasca, lontano però dal sospettar che dovesse cader così spaventosamente addosso a lui. Qualche galantuomo precorse di galoppo la folla, per avvertirlo di quel che gli sovrastava. I servitori, attirati già dal rumore sulla porta, guardavano sgomentati lungo la strada, dalla parte donde il rumore veniva avvicinandosi. Mentre ascoltan l’avviso, vedon comparire la vanguardia: in fretta e in furia, si porta l’avviso al padrone: mentre questo pensa a fuggire, e come fuggire, un altro viene a dirgli che non è più a tempo. I servitori ne hanno appena tanto che basti per chiuder la porta. Metton la stanga, metton puntelli, corrono a chiuder le finestre, come quando si vede venire avanti un tempo nero, e s’aspetta la grandine, da un momento all’altro. L’urlìo crescente, scendendo dall’alto come un tuono, rimbomba nel voto cortile; ogni buco della casa ne rintrona: e di mezzo al vasto e confuso strepito, si senton forti e fitti colpi di pietre alla porta. “Il vicario! Il tiranno! L’affamatore! Lo vogliamo! vivo o morto!” Il meschino girava di stanza in stanza, pallido, senza fiato, battendo palma a palma, raccomandandosi a Dio, e a’ suoi servitori, che tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo scappare. Ma come, e di dove? Salì in soffitta; da un pertugio, guardò ansiosamente nella strada, e la vide piena zeppa di furibondi; sentì le voci che chiedevan la sua morte; e più smarrito che mai, si ritirò, e andò a cercare il più sicuro e riposto nascondiglio. Lì rannicchiato, stava attento, attento, se mai il funesto rumore s’affievolisse, se il tumulto s’acquietasse un poco; ma sentendo in vece il muggito alzarsi più feroce e più rumoroso, e raddoppiare i picchi, preso da un nuovo soprassalto al cuore, si turava gli orecchi in fretta. Poi, come fuori di sé, stringendo i denti, e raggrinzando il viso, stendeva le braccia, e puntava i pugni, come se volesse tener ferma la porta... Del resto, quel che facesse precisamente non si può sapere, giacché era solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna che c’è avvezza. Renzo, questa volta, si trovava nel forte del tumulto, non già portatovi dalla piena, ma cacciatovisi deliberatamente. A quella prima proposta di sangue, aveva sentito il suo rimescolarsi tutto; in quanto al saccheggio, non avrebbe saputo dire se fosse bene o male in quel caso; ma l’idea dell’omicidio gli cagionò un orrore pretto e immediato. E quantunque, per quella funesta
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
docilità degli animi appassionati all’affermare appassionato di molti, fosse persuasissimo che il vicario era la cagion principale della fame, il nemico de’ poveri, pure, avendo, al primo moversi della turba, sentita a caso qualche parola che indicava la volontà di fare ogni sforzo per salvarlo, s’era subito proposto d’aiutare anche lui un’opera tale; e, con quest’intenzione, s’era cacciato, quasi fino a quella porta, che veniva travagliata in cento modi. Chi con ciottoli picchiava su’ chiodi della serratura, per isconficcarla; altri, con pali e scarpelli e martelli, cercavano di lavorar più in regola: altri poi, con pietre, con coltelli spuntati, con chiodi, con bastoni, con l’unghie, non avendo altro, scalcinavano e sgretolavano il muro, e s’ingegnavano di levare i mattoni, e fare una breccia. Quelli che non potevano aiutare, facevan coraggio con gli urli; ma nello stesso tempo, con lo star lì a pigiare, impicciavan di più il lavoro già impicciato dalla gara disordinata de’ lavoranti: giacché, per grazia del cielo, accade talvolta anche nel male quella cosa troppo frequente nel bene, che i fautori più ardenti divengano un impedimento. I magistrati ch’ebbero i primi l’avviso di quel che accadeva, spediron subito a chieder soccorso al comandante del castello, che allora si diceva di porta Giovia; il quale mandò alcuni soldati. Ma, tra l’avviso, e l’ordine, e il radunarsi, e il mettersi in cammino, e il cammino, essi arrivarono che la casa era già cinta di vasto assedio; e fecero alto lontano da quella, all’estremità della folla. L’ufiziale che li comandava, non sapeva che partito prendere. Lì non era altro che una, lasciatemi dire, accozzaglia di gente varia d’età e di sesso, che stava a vedere. All’intimazioni che gli venivan fatte, di sbandarsi, e di dar luogo,  rispondevano  con  un  cupo  e  lungo  mormorìo;  nessuno  si moveva. Far fuoco sopra quella ciurma, pareva all’ufiziale cosa non solo crudele, ma piena di pericolo; cosa che, offendendo i meno terribili, avrebbe irritato i molti violenti: e del resto, non aveva una tale istruzione. Aprire quella prima folla, rovesciarla a destra e a sinistra, e andare avanti a portar la guerra a chi la faceva, sarebbe stata la meglio; ma riuscirvi, lì stava il punto. Chi sapeva se i soldati avrebber potuto avanzarsi uniti e ordinati? Che se, in vece di romper la folla, si fossero sparpagliati loro tra quella, si sarebber trovati a sua discrezione, dopo averla aizzata. L’irresolutezza del comandante e l’immobilità de’ soldati parve, a diritto o a torto, paura. La gente che si trovavan vicino a loro, si contentavano di guardargli in viso, con un’aria, come si dice, di me n’impipo; quelli ch’erano un po’ più lontani, non se ne stavano di provocarli, con visacci e con grida di scherno; più in là, pochi
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
sapevano o si curavano che ci fossero; i guastatori seguitavano a smurare, senz’altro pensiero che di riuscir presto nell’impresa; gli spettatori non cessavano d’animarla con gli urli. Spiccava tra questi, ed era lui stesso spettacolo, un vecchio mal vissuto, che, spalancando due occhi affossati e infocati, contraendo le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le mani alzate sopra una canizie vituperosa, agitava in aria un martello, una corda, quattro gran chiodi, con che diceva di volere attaccare il vicario a un battente della sua porta, ammazzato che fosse. “Oibò! vergogna!” scappò fuori Renzo, inorridito a quelle parole, alla vista di tant’altri visi che davan segno d’approvarle, e incoraggito dal vederne degli altri, sui quali, benché muti, traspariva lo stesso orrore del quale era compreso lui. “Vergogna! Vogliam noi rubare il mestiere al boia? assassinare un cristiano? Come volete che Dio ci dia del pane, se facciamo di queste atrocità? Ci manderà de’ fulmini, e non del pane!” “Ah cane! ah traditor della patria!” gridò, voltandosi a Renzo, con un viso da indemoniato, un di coloro che avevan potuto sentire tra il frastono quelle sante parole. “Aspetta, aspetta! È un servitore del vicario, travestito da contadino: è una spia: dalli, dalli!” Cento voci si spargono all’intorno. “Cos’è? dov’è? chi è? Un servitore del vicario. Una spia. Il vicario travestito da contadino, che scappa. Dov’è? dov’è? dalli, dalli!” Renzo ammutolisce, diventa piccino piccino, vorrebbe sparire; alcuni suoi vicini lo prendono in mezzo; e con alte e diverse grida cercano di confondere quelle voci nemiche e omicide. Ma ciò che più di tutto lo servì fu un “largo, largo,” che si sentì gridar lì vicino: “largo! è qui l’aiuto: largo, ohe!” Cos’era? Era una lunga scala a mano, che alcuni portavano, per appoggiarla alla casa, e entrarci da una finestra. Ma per buona sorte, quel mezzo, che avrebbe resa la cosa facile, non era facile esso a mettere in opera. I portatori, all’una e all’altra cima, e di qua e di là della macchina, urtati, scompigliati, divisi dalla calca, andavano a onde: uno, con la testa tra due scalini, e gli staggi sulle spalle, oppresso come sotto un giogo scosso, mugghiava; un altro veniva staccato dal carico con una spinta; la scala abbandonata picchiava spalle, braccia, costole: pensate cosa dovevan dire coloro de’ quali erano. Altri sollevano con le mani il peso morto, vi si caccian sotto, se lo mettono addosso, gridando: “animo! andiamo!” La macchina fatale s’avanza balzelloni, e serpeggiando. Arrivò a tempo a distrarre e a disordinare i nemici di Renzo,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
queste grida, ora dicendo a buon conto le parole che sapeva dover esser più accette, o che qualche necessità istantanea pareva richiedere, parlò anche lui per tutta la strada. “Sì, signori; pane, abbondanza. Lo condurrò io in prigione: sarà gastigato... si es culpable. Sì, sì, comanderò io: il pane a buon mercato.  Asì es... così è, voglio dire: il re nostro signore non vuole che codesti fedelissimi vassalli patiscan la fame. Ox! ox! guardaos: non si facciano male, signori. Pedro, adelante con juicio. Abbondanza, abbondanza. Un po’ di luogo, per carità. Pane, pane. In prigione, in prigione. Cosa?” domandava poi a uno che s’era buttato mezzo dentro lo sportello, a urlargli qualche suo consiglio o preghiera o applauso che fosse. Ma costui, senza poter neppure ricevere il “cosa?”, era stato tirato indietro da uno che lo vedeva lì lì per essere schiacciato da una rota. Con queste botte e risposte, tra le incessanti acclamazioni, tra qualche fremito anche d’opposizione, che si faceva sentire qua e là, ma era subito soffogato, ecco alla fine Ferrer arrivato alla casa, per opera principalmente di que’ buoni ausiliari. Gli altri che, come abbiam detto, eran già lì con le medesime buone intenzioni, avevano intanto lavorato a fare e a rifare un po’ di piazza. Prega, esorta, minaccia; pigia, ripigia, incalza di qua e di là, con quel raddoppiare di voglia, e con quel rinnovamento di forze che viene dal veder vicino il fine desiderato; gli era finalmente riuscito di divider la calca in due, e poi di spingere indietro le due calche; tanto che, tra la porta e la carrozza, che vi si fermò davanti, v’era un piccolo spazio voto. Renzo, che, facendo un po’ da battistrada, un po’ da scorta, era arrivato con la carrozza, poté collocarsi in una di quelle due frontiere di benevoli, che facevano, nello stesso tempo, ala alla carrozza e argine alle due onde prementi di popolo. E aiutando a rattenerne una con le poderose sue spalle, si trovò anche in un bel posto per poter vedere. Ferrer mise un gran respiro, quando vide quella piazzetta libera, e la porta ancor chiusa. Chiusa qui vuol dire non aperta; del resto i gangheri eran quasi sconficcati fuor de’ pilastri: i battenti scheggiati, ammaccati, sforzati e scombaciati nel mezzo lasciavano veder fuori da un largo spiraglio un pezzo di catenaccio storto, allentato, e quasi divelto, che, se vogliam dir così, li teneva insieme. Un galantuomo s’era affacciato a quel fesso, a gridar che aprissero; un altro spalancò in fretta lo sportello della carrozza: il vecchio mise fuori la testa, s’alzò, e afferrando con la destra il braccio di quel galantuomo, uscì, e scese sul predellino.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
no, avevano cooperato a mandare in pace un po’ di gente, e a tenere il passo libero all’ultima uscita. All’arrivar della carrozza, fecero ala, e presentaron l’arme al gran cancelliere, il quale fece anche qui un saluto a destra, un saluto a sinistra; e all’ufiziale, che venne più vicino a fargli il suo, disse, accompagnando le parole con un cenno della destra: “beso a usted las manos”: parole che l’ufiziale intese per quel che volevano dir realmente, cioè: m’avete dato un bell’aiuto! In risposta, fece un altro saluto, e si ristrinse nelle spalle. Era veramente il caso di dire: cedant arma togae; ma Ferrer non aveva in quel momento la testa a citazioni: e del resto sarebbero state parole buttate via, perché l’ufiziale non intendeva il latino. A Pedro, nel passar tra quelle due file di micheletti, tra que’ moschetti così rispettosamente alzati, gli tornò in petto il cuore antico. Si riebbe affatto dallo sbalordimento, si rammentò chi era, e chi conduceva; e gridando: “ohe! ohe!” senz’aggiunta d’altre cerimonie, alla gente ormai rada abbastanza per poter esser trattata così, e sferzando i cavalli, fece loro prender la rincorsa verso il castello. “Levantese, levantese; estàmos ya fuera”, disse Ferrer al vicario; il quale, rassicurato dal cessar delle grida, e dal rapido moto della carrozza, e da quelle parole, si svolse, si sgruppò, s’alzò; e riavutosi alquanto, cominciò a render grazie, grazie e grazie al suo liberatore. Questo, dopo essersi condoluto con lui del pericolo e rallegrato della salvezza: “ah!” esclamò, battendo la mano sulla sua zucca monda, “que dirà de esto su excelencia, che ha già tanto la luna a rovescio, per quel maledetto Casale, che non vuole arrendersi? Que dirà el conde duque, che piglia ombra se una foglia fa più rumore del solito? Que dirà el rey nuestro señor, che pur qualche cosa bisognerà che venga a risapere d’un fracasso così? E sarà poi finito? Dios lo sabe.” “Ah! per me, non voglio più impicciarmene,” diceva il vicario: “me ne chiamo fuori; rassegno la mia carica nelle mani di vostra eccellenza, e vo a vivere in una grotta, sur una montagna, a far l’eremita, lontano, lontano da questa gente bestiale.” “Usted  farà  quello  che  sarà  più  conveniente  por  el  servicio  de  su magestad”, rispose gravemente il gran cancelliere. “Sua maestà non vorrà la mia morte,” replicava il vicario: “in una grotta, in una grotta; lontano da costoro.” Che avvenisse poi di questo suo proponimento non lo dice il nostro autore, il quale, dopo avere accompagnato il pover’uomo in castello, non fa più menzione de’ fatti suoi. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
pendenti da due pertiche attaccate alla trave del palco, vi spandevano una mezza luce. Molta gente era seduta, non però in ozio, su due panche, di qua e di là d’una tavola stretta e lunga, che teneva quasi tutta una parte della stanza: a intervalli, tovaglie e piatti; a intervalli, carte voltate e rivoltate, dadi buttati e raccolti; fiaschi e bicchieri per tutto. Si vedevano anche correre berlinghe, reali e parpagliole, che, se avessero potuto parlare, avrebbero detto probabilmente: – noi eravamo stamattina nella ciotola d’un fornaio, o nelle tasche di qualche spettatore del tumulto, che tutt’intento a vedere come andassero gli affari pubblici, si dimenticava di vigilar le sue faccendole private. – Il chiasso era grande. Un garzone girava innanzi e indietro, in fretta e in furia, al servizio di quella tavola insieme e tavoliere: l’oste era a sedere sur una piccola panca, sotto la cappa del cammino, occupato, in apparenza, in certe figure che faceva e disfaceva nella cenere, con le molle; ma in realtà intento a tutto ciò che accadeva intorno a lui. S’alzò, al rumore del saliscendi; e andò incontro ai soprarrivati. Vista ch’ebbe la guida, – maledetto! – disse tra sé: – che tu m’abbia a venir sempre tra’ piedi, quando meno ti vorrei! – Data poi un’occhiata in fretta a Renzo, disse ancora tra sé: – non ti conosco; ma venendo con un tal cacciatore, o cane o lepre sarai: quando avrai detto due parole, ti conoscerò. – Però, di queste riflessioni nulla trasparve sulla faccia dell’oste, la quale stava immobile come un ritratto: una faccia pienotta e lucente, con una barbetta folta, rossiccia, e due occhietti chiari e fissi. “Cosa comandan questi signori?” disse ad alta voce. “Prima di tutto, un buon fiasco di vino sincero,” disse Renzo: “e poi un boccone.” Così dicendo, si buttò a sedere sur una panca, verso la cima della tavola, e mandò un “ah!” sonoro, come se volesse dire: fa bene un po’ di panca, dopo essere stato, tanto tempo, ritto e in faccende. Ma gli venne subito in mente quella panca e quella tavola, a cui era stato seduto l’ultima volta, con Lucia e con Agnese: e mise un sospiro. Scosse poi la testa, come per iscacciar quel pensiero: e vide venir l’oste col vino. Il compagno s’era messo a sedere in faccia a Renzo. Questo gli mescè subito da bere, dicendo: “per bagnar le labbra”. E riempito l’altro bicchiere, lo tracannò in un sorso. “Cosa mi darete da mangiare?” disse poi all’oste. “Ho dello stufato: vi piace?” disse questo. “Sì, bravo; dello stufato.” “Sarete servito,” disse l’oste a Renzo; e al garzone: “servite questo forestiero.” E s’avviò verso il cammino. “Ma...” riprese poi, tornando verso Renzo: “ma pane, non ce n’ho in questa giornata.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Cosa?” disse Renzo: “cosa c’entrano codeste storie col letto?” “Io fo il mio dovere,” disse l’oste, guardando in viso alla guida: “noi siamo obbligati a render conto di tutte le persone che vengono a alloggiar da noi:  nome e cognome, e di che nazione sarà, a che negozio viene, se ha seco armi... quanto tempo ha di fermarsi in questa città... Son parole della grida.” Prima di rispondere, Renzo votò un altro bicchiere: era il terzo; e d’ora in poi ho paura che non li potremo più contare. Poi disse: “ah ah! avete la grida! E io fo conto d’esser dottor di legge; e allora so subito che caso si fa delle gride.” “Dico davvero,” disse l’oste, sempre guardando il muto compagno di Renzo; e, andato di nuovo al banco, ne levò dalla cassetta un gran foglio, un proprio esemplare della grida; e venne a spiegarlo davanti agli occhi di Renzo. “Ah! ecco!” esclamò questo, alzando con una mano il bicchiere riempito di nuovo, e rivotandolo subito, e stendendo poi l’altra mano, con un dito teso, verso la grida: “ecco quel bel foglio di messale. Me ne rallegro moltissimo. La conosco quell’arme; so cosa vuol dire quella faccia d’ariano, con la corda al collo.” (In cima alle gride si metteva allora l’arme del governatore; e in quella di don Gonzalo Fernandez de Cordova, spiccava un re moro incatenato per la gola.)“Vuol dire, quella faccia: comanda chi può, e ubbidisce chi vuole. Quando questa faccia avrà fatto andare in galera il signor don... basta, lo so io; come dice in un altro foglio di messale compagno a questo; quando avrà fatto in maniera che un giovine onesto possa sposare una giovine onesta che è contenta di sposarlo, allora le dirò il mio nome a questa faccia; le darò anche un bacio per di più. Posso aver delle buone ragioni per non dirlo, il mio nome. Oh bella! E se un furfantone, che avesse al suo comando una mano d’altri furfanti: perché se fosse solo...” e qui finì la frase con un gesto: “se un furfantone volesse saper dov’io sono, per farmi qualche brutto tiro, domando io se questa faccia si moverebbe per aiutarmi. Devo dire i fatti miei! Anche questa è nuova. Son venuto a Milano per confessarmi, supponiamo; ma voglio confessarmi da un padre cappuccino, per modo di dire, e non da un oste.” L’oste stava zitto, e seguitava a guardar la guida, la quale non faceva dimostrazione di sorta veruna. Renzo, ci dispiace il dirlo, tracannò un altro bicchiere, e proseguì: “ti porterò una ragione, il mio caro oste, che ti capaciterà. Se le gride che parlan bene, in favore de’ buoni cristiani, non contano; tanto meno devon contare quelle che parlan male. Dunque leva tutti que-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
st’imbrogli, e porta in vece un altro fiasco; perché questo è fesso.” Così dicendo, lo percosse leggermente con le nocca, e soggiunse: “senti, senti, oste, come crocchia”. Anche questa volta, Renzo aveva, a poco a poco, attirata l’attenzione di quelli che gli stavan d’intorno: e anche questa volta, fu applaudito dal suo uditorio. “Cosa devo fare?” disse l’oste, guardando quello sconosciuto, che non era tale per lui. “Via, via,” gridaron molti di que’ compagnoni: “ha ragione quel giovine: son tutte angherie, trappole, impicci: legge nuova oggi, legge nuova.” In mezzo a queste grida, lo sconosciuto, dando all’oste un’occhiata di rimprovero, per quell’interrogazione troppo scoperta, disse: “lasciatelo un po’ fare a suo modo: non fate scene”. “Ho fatto il mio dovere,” disse l’oste, forte; e poi tra sé: – ora ho le spalle al muro. – E prese la carta, la penna, il calamaio, la grida, e il fiasco voto, per consegnarlo al garzone. “Porta del medesimo,” disse Renzo: “che lo trovo galantuomo; e lo metteremo a letto come l’altro, senza domandargli nome e cognome, e di che nazione sarà, e cosa viene a fare, e se ha a stare un pezzo in questa città.” “Del medesimo,” disse l’oste al garzone, dandogli il fiasco; e ritornò a sedere sotto la cappa del cammino. – Altro che lepre! – pensava, istoriando di nuovo la cenere: – e in che mani sei capitato! Pezzo d’asino! se vuoi affogare, affoga; ma l’oste della luna piena non deve andarne di mezzo, per le tue pazzie. – Renzo ringraziò la guida, e tutti quegli altri che avevan prese le sue parti. “Bravi amici!” disse: “ora vedo proprio che i galantuomini si danno la mano, e si sostengono.” Poi, spianando la destra per aria sopra la tavola, e mettendosi di nuovo in attitudine di predicatore, “gran cosa,” esclamò, “che tutti quelli che regolano il mondo, voglian fare entrar per tutto carta, penna e calamaio! Sempre la penna per aria! Grande smania che hanno que’ signori d’adoprar la penna!” “Ehi, quel galantuomo di campagna! volete saperne la ragione?” disse ridendo uno di que’ giocatori, che vinceva. “Sentiamo un poco,” rispose Renzo. “La ragione è questa,” disse colui: “che que’ signori son loro che mangian l’oche, e si trovan lì tante penne, tante penne, che qualcosa bisogna che ne facciano.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Tutti si misero a ridere, fuor che il compagno che perdeva. “To’” disse Renzo: “è un poeta costui. Ce n’è anche qui de’ poeti: già ne nasce per tutto. N’ho una vena anch’io, e qualche volta ne dico delle curiose... ma quando le cose vanno bene.” Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna sapere che, presso il volgo di Milano, e del contado ancora più, poeta non significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un abitator di Pindo, un allievo delle Muse; vuol dire un cervello bizzarro e un po’ balzano, che, ne’ discorsi e ne’ fatti, abbia più dell’arguto e del singolare che del ragionevole. Tanto quel guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far dir loro le cose più lontane dal loro legittimo significato! Perché, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano? “Ma la ragione giusta la dirò io,” soggiunse Renzo: “è perché la penna la tengon loro: e così, le parole che dicon loro, volan via, e spariscono; le parole che dice un povero figliuolo, stanno attenti bene, e presto presto le infilzan per aria, con quella penna, e te le inchiodano sulla carta, per servirsene, a tempo e luogo. Hanno poi anche un’altra malizia; che, quando vogliono imbrogliare un povero figliuolo, che non abbia studiato, ma che abbia un po’ di... so io quel che voglio dire...” e, per farsi intendere, andava picchiando, e come arietando la fronte con la punta dell’indice; “e s’accorgono che comincia a capir l’imbroglio, taffete, buttan dentro nel discorso qualche parola in latino, per fargli perdere il filo, per confondergli la testa. Basta; se ne deve smetter dell’usanze! Oggi, a buon conto, s’è fatto tutto in volgare, e senza carta, penna e calamaio; e domani, se la gente saprà regolarsi, se ne farà anche delle meglio: senza torcere un capello a nessuno, però; tutto per via di giustizia.” Intanto alcuni di que’ compagnoni s’eran rimessi a giocare, altri a mangiare, molti a gridare; alcuni se n’andavano; altra gente arrivava; l’oste badava agli uni e agli altri: tutte cose che non hanno che fare con la nostra storia. Anche la sconosciuta guida non vedeva l’ora d’andarsene; non aveva, a quel che paresse, nessun affare in quel luogo; eppure non voleva partire prima d’aver chiacchierato un altro poco con Renzo in particolare. Si voltò a lui, riattaccò il discorso del pane; e dopo alcune di quelle frasi che, da qualche tempo, correvano per tutte le bocche, venne a metter fuori un suo progetto. “Eh! se comandassi io,” disse, “lo troverei il verso di fare andar le cose bene.” “Come vorreste fare?” domandò Renzo, guardandolo con due occhietti
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
brillanti più del dovere, e storcendo un po’ la bocca, come per star più attento. “Come vorrei fare?” disse colui: “vorrei che ci fosse pane per tutti; tanto per i poveri, come per i ricchi.” “Ah! così va bene,” disse Renzo. “Ecco come farei. Una meta onesta, che tutti ci potessero campare. E poi, distribuire il pane in ragione delle bocche: perché c’è degl’ingordi indiscreti, che vorrebbero tutto per loro, e fanno a ruffa raffa, pigliano a buon conto; e poi manca il pane alla povera gente. Dunque dividere il pane. E come si fa? Ecco: dare un bel biglietto a ogni famiglia, in proporzion delle bocche, per andare a prendere il pane dal fornaio. A me, per esempio, dovrebbero rilasciare un biglietto in questa forma: Ambrogio Fusella, di professione spadaio, con moglie e quattro figliuoli, tutti in età da mangiar pane (notate bene): gli si dia pane tanto, e paghi soldi tanti. Ma far le cose giuste, sempre in ragion delle bocche. A voi, per esempio, dovrebbero fare un biglietto per... il vostro nome?” “Lorenzo Tramaglino,” disse il giovine; il quale, invaghito del progetto, non fece attenzione ch’era tutto fondato su carta, penna e calamaio; e che, per metterlo in opera, la prima cosa doveva essere di raccogliere i nomi delle persone. “Benissimo,” disse lo sconosciuto; “ma avete moglie e figliuoli?” “Dovrei bene... figliuoli no... troppo presto... ma la moglie... se il mondo andasse come dovrebbe andare...” “Ah siete solo! Dunque abbiate pazienza, ma una porzione più piccola.” “È giusto; ma se presto, come spero... e con l’aiuto di Dio... Basta; quando avessi moglie anch’io?” “Allora si cambia il biglietto, e si cresce la porzione. Come v’ho detto; sempre in ragion delle bocche,” disse lo sconosciuto, alzandosi. “Così va bene,” gridò Renzo; e continuò, gridando e battendo il pugno sulla tavola: “e perché non la fanno una legge così?” “Cosa volete che vi dica? Intanto vi do la buona notte, e me ne vo; perché penso che la moglie e i figliuoli m’aspetteranno da un pezzo.” “Un altro gocciolino, un altro gocciolino,” gridava Renzo, riempiendo in fretta il bicchiere di colui; e subito alzatosi, e acchiappatolo per una falda del farsetto, tirava forte, per farlo seder di nuovo. “Un altro gocciolino: non mi fate quest’affronto.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Ma l’amico, con una stratta, si liberò, e lasciando Renzo fare un guazzabuglio d’istanze e di rimproveri, disse di nuovo: “buona notte”, e se n’andò. Renzo seguitava ancora a predicargli, che quello era già in istrada; e poi ripiombò sulla panca. Fissò gli occhi su quel bicchiere che aveva riempito; e, vedendo passar davanti alla tavola il garzone, gli accennò di fermarsi, come se avesse qualche affare da comunicargli; poi gli accennò il bicchiere, e con una pronunzia lenta e solenne, spiccando le parole in un certo modo particolare, disse: “ecco, l’avevo preparato per quel galantuomo: vedete; pieno raso, proprio da amico; ma non l’ha voluto. Alle volte, la gente ha dell’idee curiose. Io non ci ho colpa: il mio buon cuore l’ho fatto vedere. Ora, giacché la cosa è fatta non bisogna lasciarlo andare a male.” Così detto, lo prese, e lo votò in un sorso. “Ho inteso,” disse il garzone, andandosene. “Ah! avete inteso anche voi,” riprese Renzo: “dunque è vero. Quando le ragioni son giuste...!” Qui è necessario tutto l’amore, che portiamo alla verità, per farci proseguire fedelmente un racconto di così poco onore a un personaggio tanto principale, si potrebbe quasi dire al primo uomo della nostra storia. Per questa stessa ragione d’imparzialità, dobbiamo però anche avvertire ch’era la prima volta, che a Renzo avvenisse un caso simile: e appunto questo suo non esser uso a stravizi fu cagione in gran parte che il primo gli riuscisse così fatale. Que’ pochi bicchieri che aveva buttati giù da principio, l’uno dietro l’altro, contro il suo solito, parte per quell’arsione che si sentiva, parte per una certa alterazione d’animo, che non gli lasciava far nulla con misura, gli diedero subito alla testa: a un bevitore un po’esercitato non avrebbero fatto altro che levargli la sete. Su questo il nostro anonimo fa una osservazione, che noi ripeteremo: e conti quel che può contare. Le abitudini temperate e oneste, dice, recano anche questo vantaggio, che, quanto più sono inveterate e radicate in un uomo, tanto più facilmente, appena appena se n’allontani, se ne risente subito; dimodoché se ne ricorda poi per un pezzo; e anche uno sproposito gli serve di scola. Comunque sia, quando que’ primi fumi furono saliti alla testa di Renzo, vino e parole continuarono a andare, l’uno in giù e l’altre in su, senza misura né regola: e, al punto a cui l’abbiam lasciato, stava già come poteva. Si sentiva una gran voglia di parlare: ascoltatori, o almeno uomini presenti che potesse prender per tali, non ne mancava; e, per qualche tempo, anche le parole
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
pronunzia, nell’aspetto e negli atti. – Una giornata come questa, a forza di politica, a forza d’aver giudizio, io n’uscivo netto; e dovevi venir tu sulla fine, a guastarmi l’uova nel paniere. Manca osterie in Milano, che tu dovessi proprio capitare alla mia? Fossi almeno capitato solo; che avrei chiuso un occhio, per questa sera; e domattina t’avrei fatto intender la ragione. Ma no signore; in compagnia ci vieni; e in compagnia d’un bargello, per far meglio! – A ogni passo, l’oste incontrava o passeggieri scompagnati, o coppie, o brigate di gente, che giravano susurrando. A questo punto della sua muta allocuzione, vide venire una pattuglia di soldati; e tirandosi da parte, per lasciarli passare, li guardò con la coda dell’occhio, e continuò tra sé: – eccoli i gastigamatti. E tu, pezzo d’asino, per aver visto un po’ di gente in giro a far baccano, ti sei cacciato in testa che il mondo abbia a mutarsi. E su questo bel fondamento, ti sei rovinato te, e volevi anche rovinar me; che non è giusto. Io facevo di tutto per salvarti; e tu, bestia, in contraccambio, c’è mancato poco che non m’hai messo sottosopra l’osteria. Ora toccherà a te a levarti d’impiccio: per me ci penso io. Come se io volessi sapere il tuo nome per una  mia  curiosità!  Cosa  m’importa  a  me  che  tu  ti  chiami  Taddeo  o Bartolommeo? Ci ho un bel gusto anch’io a prender la penna in mano! ma non siete voi altri soli a voler le cose a modo vostro. Lo so anch’io che ci son delle gride che non contan nulla: bella novità, da venircela a dire un montanaro! Ma tu non sai che le gride contro gli osti contano. E pretendi girare il mondo, e parlare; e non sai che, a voler fare a modo suo, e impiparsi delle gride, la prima cosa è di parlarne con gran riguardo. E per un povero oste che fosse del tuo parere, e non domandasse il nome di chi capita a favorirlo, sai tu, bestia, cosa c’è di bello? Sotto pena a qual si voglia dei detti osti, tavernai ed altri, come sopra, di trecento scudi: sì, son lì che covano trecento scudi; e per ispenderli così bene; da essere applicati, per i due terzi alla regia Camera, e l’altro all’accusatore o delatore: quel bel cecino! Ed in caso di inabilità, cinque anni di galera, e maggior pena pecuniaria o corporale, all’arbitrio di sua eccellenza. Obbligatissimo alle sue grazie. – A queste parole, l’oste toccava la soglia del palazzo di giustizia. Lì, come a tutti gli altri ufizi, c’era un gran da fare: per tutto s’attendeva a dar gli ordini che parevan più atti a preoccupare il giorno seguente, a levare i pretesti e l’ardire agli animi vogliosi di nuovi tumulti, ad assicurare la forza nelle mani solite a adoprarla. S’accrebbe la soldatesca alla casa del vicario; gli sbocchi della strada furono sbarrati di travi, trincerati di carri. S’ordi-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Il perché lo sentirete dal signor capitano di giustizia.” “Io? Io sono un galantuomo: non ho fatto nulla; e mi maraviglio...” “Meglio per voi, meglio per voi; così, in due parole sarete spicciato, e potrete andarvene per i fatti vostri.” “Mi lascino andare ora,” disse Renzo: “io non ho che far nulla con la giustizia.” “Orsù, finiamola!” disse un birro. “Lo portiamo via davvero?” disse l’altro. “Lorenzo Tramaglino!” disse il notaio. “Come sa il mio nome, vossignoria?” “Fate il vostro dovere,” disse il notaio a’ birri; i quali misero subito le mani addosso a Renzo, per tirarlo fuori del letto. “Eh! non toccate la carne d’un galantuomo, che...! Mi so vestir da me.” “Dunque vestitevi subito,” disse il notaio. “Mi vesto,” rispose Renzo; e andava di fatti raccogliendo qua e là i panni sparsi sul letto, come gli avanzi d’un naufragio sul lido. E cominciando a metterseli, proseguiva tuttavia dicendo: “ma io non ci voglio andare dal capitano di giustizia. Non ho che far nulla con lui. Giacché mi si fa quest’affronto ingiustamente, voglio esser condotto da Ferrer. Quello lo conosco, so che è un galantuomo; e m’ha dell’obbligazioni.” “Sì, sì, figliuolo, sarete condotto da Ferrer,” rispose il notaio. In altre circostanze, avrebbe riso, proprio di gusto, d’una richiesta simile; ma non era momento da ridere. Già nel venire, aveva visto per le strade un certo movimento, da non potersi ben definire se fossero rimasugli d’una sollevazione non del tutto sedata, o princìpi d’una nuova: uno sbucar di persone, un accozzarsi, un andare a brigate, un far crocchi. E ora, senza farne sembiante, o cercando almeno di non farlo, stava in orecchi, e gli pareva che il ronzìo andasse crescendo. Desiderava dunque di spicciarsi; ma avrebbe anche voluto condur via Renzo d’amore e d’accordo; giacché, se si fosse venuti a guerra aperta con lui, non poteva esser certo, quando fossero in istrada, di trovarsi tre contr’uno. Perciò dava d’occhio a’ birri, che avessero pazienza, e non inasprissero il giovine; e dalla parte sua, cercava di persuaderlo con buone parole. Il giovine intanto, mentre si vestiva adagino adagino, richiamandosi, come poteva, alla memoria gli avvenimenti del giorno avanti, indovinava bene, a un di presso, che le gride e il nome e il cognome dovevano esser la causa di
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
tutto; ma come diamine colui lo sapeva quel nome? E che diamine era accaduto in quella notte, perché la giustizia avesse preso tant’animo, da venire a colpo sicuro, a metter le mani addosso a uno de’ buoni figliuoli che, il giorno avanti, avevan tanta voce in capitolo? e che non dovevano esser tutti addormentati, poiché Renzo s’accorgeva anche lui d’un ronzìo crescente nella strada.  Guardando  poi  in  viso  il  notaio,  vi  scorgeva  in  pelle  in  pelle  la titubazione che costui si sforzava invano di tener nascosta. Onde, così per venire in chiaro delle sue congetture, e scoprir paese, come per tirare in lungo, e anche per tentare un colpo, disse: “vedo bene cos’è l’origine di tutto questo: gli è per amor del nome e del cognome. Ier sera veramente ero un po’allegro: questi osti alle volte hanno certi vini traditori; e alle volte, come dico, si sa, quando il vino è giù, è lui che parla. Ma, se non si tratta d’altro, or son pronto a darle ogni soddisfazione. E poi, già lei lo sa il mio nome. Chi diamine gliel ha detto?” “Bravo, figliuolo, bravo!” rispose il notaio, tutto manieroso: “vedo che avete giudizio; e, credete a me che son del mestiere, voi siete più furbo che tant’altri. È la miglior maniera d’uscirne presto e bene: con codeste buone disposizioni, in due parole siete spicciato, e lasciato in libertà. Ma io, vedete figliuolo, ho le mani legate, non posso rilasciarvi qui, come vorrei. Via, fate presto, e venite pure senza timore; che quando vedranno chi siete; e poi io dirò... Lasciate fare a me... Basta; sbrigatevi, figliuolo.” “Ah!  lei  non  può:  intendo,”  disse  Renzo;  e  continuava  a  vestirsi, rispingendo con de’ cenni i cenni che i birri facevano di mettergli le mani addosso per farlo spicciare. “Passeremo dalla piazza del duomo?” domandò poi al notaio. “Di dove volete; per la più corta, affine di lasciarvi più presto in libertà,” disse quello, rodendosi dentro di sé, di dover lasciar cadere in terra quella domanda misteriosa di Renzo, che poteva divenire un tema di cento interrogazioni. – Quando uno nasce disgraziato! – pensava. – Ecco; mi viene alle mani uno che, si vede, non vorrebbe altro che cantare; e, un po’ di respiro che s’avesse, così extra formam, accademicamente, in via di discorso amichevole, gli si farebbe confessar, senza corda, quel che uno volesse; un uomo da condurlo in prigione già bell’e esaminato, senza che se ne fosse accorto: e un uomo di questa sorte mi deve per l’appunto capitare in un momento così angustiato. Eh! non c’è scampo, – continuava a pensare, tendendo gli orecchi, e piegando la testa all’indietro: – non c’è rimedio; e’ risica d’essere una
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
giornata peggio di ieri. – Ciò che lo fece pensar così, fu un rumore straordinario che si sentì nella strada: e non poté tenersi di non aprir l’impannata, per dare un’occhiatina. Vide ch’era un crocchio di cittadini, i quali, all’intimazione di sbandarsi, fatta loro da una pattuglia, avevan da principio risposto con cattive parole, e finalmente si separavan continuando a brontolare; e quel che al notaio parve un segno mortale, i soldati eran pieni di civiltà. Chiuse l’impannata e stette un momento in forse, se dovesse condur l’impresa a termine, o lasciar Renzo in guardia de’ due birri, e correr dal capitano di giustizia, a render conto di ciò che accadeva. – Ma, – pensò subito, – mi si dirà che sono un buon a nulla, un pusillanime, e che dovevo eseguir gli ordini. Siamo in ballo; bisogna ballare. Malannaggia la furia! Maledetto il mestiere! – Renzo era levato; i due satelliti gli stavano a’ fianchi. Il notaio accennò a costoro che non lo sforzasser troppo, e disse a lui: “da bravo, figliuolo; a noi, spicciatevi”. Anche Renzo sentiva, vedeva e pensava. Era ormai tutto vestito, salvo il farsetto, che teneva con una mano, frugando con l’altra nelle tasche. “Ohe!” disse, guardando il notaio, con un viso molto significante: “qui c’era de’ soldi e una lettera. Signor mio!” “Vi sarà dato ogni cosa puntualmente,” disse il notaio, “dopo adempite quelle poche formalità. Andiamo, andiamo.” “No, no, no,” disse Renzo, tentennando il capo: “questa non mi va: voglio la roba mia, signor mio. Renderò conto delle mie azioni; ma voglio la roba mia.” “Voglio farvi vedere che mi fido di voi: tenete, e fate presto,” disse il notaio, levandosi di seno, e consegnando, con un sospiro, a Renzo le cose sequestrate. Questo, riponendole al loro posto, mormorava tra’ denti: “alla larga! bazzicate tanto co’ ladri, che avete un poco imparato il mestiere”. I birri non potevan più stare alle mosse; ma il notaio li teneva a freno con gli occhi, e diceva intanto tra sé: – se tu arrivi a metter piede dentro quella soglia, l’hai da pagar con usura, l’hai da pagare. – Mentre Renzo si metteva il farsetto, e prendeva il cappello, il notaio fece cenno a un de’ birri, che s’avviasse per la scala; gli mandò dietro il prigioniero, poi l’altro amico; poi si mosse anche lui. In cucina che furono, mentre Renzo dice: “e quest’oste benedetto dove s’è cacciato?” il notaio fa un altro cenno a’ birri; i quali afferrano, l’uno la destra, l’altro la sinistra del giovine,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
e in fretta in fretta gli legano i polsi con certi ordigni, per quell’ipocrita figura d’eufemismo, chiamati manichini. Consistevano questi (ci dispiace di dover discendere a particolari indegni della gravità storica; ma la chiarezza lo richiede), consistevano in una cordicella lunga un po’ più che il giro d’un polso ordinario, la quale aveva nelle cime due pezzetti di legno, come due piccole stanghette. La cordicella circondava il polso del paziente; i legnetti, passati tra il medio e l’anulare del prenditore, gli rimanevano chiusi in pugno, di modo che, girandoli, ristringeva la legatura, a volontà; e con ciò aveva mezzo, non solo d’assicurare la presa, ma anche di martirizzare un ricalcitrante: e a questo fine, la cordicella era sparsa di nodi. Renzo si divincola, grida: “che tradimento è questo? A un galantuomo...!” Ma il notaio, che per ogni tristo fatto aveva le sue buone parole, “abbiate pazienza,” diceva: “fanno il loro dovere. Cosa volete? son tutte formalità; e anche noi non possiamo trattar la gente a seconda del nostro cuore. Se non si facesse quello che ci vien comandato, staremmo freschi noi altri, peggio di voi. Abbiate pazienza.” Mentre parlava, i due a cui toccava a fare, diedero una girata a’ legnetti. Renzo s’acquietò, come un cavallo bizzarro che si sente il labbro stretto tra le morse, e esclamò: “pazienza!” “Bravo figliuolo!” disse il notaio: “questa è la vera maniera d’uscirne a bene. Cosa volete? è una seccatura; lo vedo anch’io; ma, portandovi bene, in un momento ne siete fuori. E giacché vedo che siete ben disposto, e io mi sento inclinato a aiutarvi, voglio darvi anche un altro parere, per vostro bene. Credete a me, che son pratico di queste cose: andate via diritto diritto, senza guardare in qua e in là, senza farvi scorgere: così nessuno bada a voi, nessuno s’avvede di quel che è, e voi conservate il vostro onore. Di qui a un’ora voi siete in libertà: c’è tanto da fare, che avranno fretta anche loro di sbrigarvi: e poi parlerò io... Ve n’andate per i fatti vostri; e nessuno saprà che siete stato nelle mani della giustizia. E voi altri,” continuò poi, voltandosi a’ birri, con un viso severo: “guardate bene di non fargli male, perché lo proteggo io: il vostro dovere bisogna che lo facciate; ma ricordatevi che è un galantuomo, un giovine civile, il quale, di qui a poco, sarà in libertà; e che gli deve premere il suo onore. Andate in maniera che nessuno s’avveda di nulla: come se foste tre galantuomini che vanno a spasso.” E, con tono imperativo, e con sopracciglio minaccioso, concluse: “m’avete inteso”. Voltatosi poi a Renzo, col sopracciglio spianato, e col viso divenuto a un tratto ridente, che pareva volesse
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
dire: oh noi sì che siamo amici!, gli bisbigliò di nuovo: “giudizio; fate a mio modo: andate raccolto e quieto; fidatevi di chi vi vuol bene: andiamo”. E la comitiva s’avviò. Però, di tante belle parole Renzo, non ne credette una: né che il notaio volesse più bene a lui che a’ birri, né che prendesse tanto a cuore la sua riputazione, né che avesse intenzion d’aiutarlo: capì benissimo che il galantuomo, temendo che si presentasse per la strada qualche buona occasione di scappargli dalle mani, metteva innanzi que’ bei motivi, per istornar lui dallo starci attento e da approfittarne. Dimodoché tutte quelle esortazioni non servirono ad altro che a confermarlo nel disegno che già aveva in testa, di far tutto il contrario. Nessuno concluda da ciò che il notaio fosse un furbo inesperto e novizio; perché s’ingannerebbe. Era un furbo matricolato, dice il nostro storico, il quale pare che fosse nel numero de’ suoi amici: ma, in quel momento, si trovava con l’animo agitato. A sangue freddo, vi so dir io come si sarebbe fatto beffe di chi, per indurre un altro a fare una cosa per sé sospetta, fosse andato suggerendogliela e inculcandogliela caldamente, con quella miserabile finta di dargli un parere disinteressato, da amico. Ma è una tendenza generale degli uomini, quando sono agitati e angustiati, e vedono ciò che un altro potrebbe fare per levarli d’impiccio, di chiederglielo con istanza e ripetutamente e con ogni sorte di pretesti; e i furbi, quando sono angustiati e agitati, cadono anche loro sotto questa legge comune. Quindi è che, in simili circostanze, fanno per lo più una così meschina figura. Que’ ritrovati maestri, quelle belle malizie con le quali sono avvezzi a vincere, che son diventate per loro quasi una seconda natura, e che, messe in opera a tempo, e condotte con la pacatezza d’animo, con la serenità di mente necessarie, fanno il colpo così bene e così nascostamente, e conosciute anche, dopo la riuscita, riscotono l’applauso universale; i poverini quando sono alle strette, le adoprano in fretta, all’impazzata, senza garbo né grazia. Di maniera che a uno che li veda ingegnarsi e arrabattarsi a quel modo, fanno pietà e movon le risa, e l’uomo che pretendono allora di mettere in mezzo, quantunque meno accorto di loro, scopre benissimo tutto il loro gioco, e da quegli artifizi ricava lume per sé, contro di loro. Perciò non si può mai abbastanza raccomandare a’ furbi di professione di conservar sempre il loro sangue freddo, o d’esser sempre i più forti, che è la più sicura. Renzo adunque, appena furono in istrada, cominciò a girar gli occhi in
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
qua e in là, a sporgersi con la persona, a destra e a sinistra, a tender gli orecchi. Non c’era però concorso straordinario; e benché sul viso di più d’un passeggiero si potesse legger facilmente un certo non so che di sedizioso, pure ognuno andava diritto per la sua strada; e sedizione propriamente detta, non c’era. “Giudizio, giudizio!” gli susurrava il notaio dietro le spalle: “il vostro onore; l’onore, figliuolo.” Ma quando Renzo, badando attentamente a tre che venivano con visi accesi, sentì che parlavan d’un forno, di farina nascosta, di giustizia, cominciò anche a far loro de’ cenni col viso, e a tossire in quel modo che indica tutt’altro che un raffreddore. Quelli guardarono più attentamente la comitiva, e si fermarono; con loro si fermarono altri che arrivavano; altri, che gli eran passati davanti, voltatisi al bisbiglìo, tornavano indietro, e facevan coda. “Badate a voi; giudizio, figliuolo; peggio per voi vedete; non guastate i fatti vostri; l’onore, la riputazione,” continuava a susurrare il notaio. Renzo faceva peggio. I birri, dopo essersi consultati con l’occhio, pensando di far bene (ognuno è soggetto a sbagliare), gli diedero una stretta di manichini. “Ahi! ahi! ahi!” grida il tormentato: al grido, la gente s’affolla intorno; n’accorre da ogni parte della strada: la comitiva si trova incagliata. “È un malvivente,” bisbigliava il notaio a quelli che gli erano a ridosso: “è un ladro colto sul fatto. Si ritirino, lascin passar la giustizia.” Ma Renzo, visto il bel momento, visti i birri diventar bianchi, o almeno pallidi, – se non m’aiuto ora, pensò, mio danno. – E subito alzò la voce: “figliuoli! mi menano in prigione, perché ieri ho gridato: pane e giustizia. Non ho fatto nulla; son galantuomo: aiutatemi, non m’abbandonate, figliuoli!” Un mormorìo favorevole, voci più chiare di protezione s’alzano in risposta: i birri sul principio comandano, poi chiedono, poi pregano i più vicini d’andarsene, e di far largo: la folla in vece incalza e pigia sempre più. Quelli, vista la mala parata, lascian andare i manichini, e non si curan più d’altro che di perdersi nella folla, per uscirne inosservati. Il notaio desiderava ardentemente di far lo stesso; ma c’era de’ guai, per amor della cappa nera. Il pover’uomo, pallido e sbigottito, cercava di farsi piccino piccino, s’andava storcendo, per isgusciar fuor della folla; ma non poteva alzar gli occhi, che non se ne vedesse venti addosso. Studiava tutte le maniere di comparire un estraneo che, passando di lì a caso, si fosse trovato stretto nella calca, come una pagliucola nel ghiaccio; e riscontrandosi a viso a viso con uno che lo guardava fisso, con un cipiglio peggio degli altri, lui, composta la bocca al sorriso, con un suo fare sciocco, gli domandò: “cos’è stato?” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Scappa, scappa, galantuomo: lì c’è un convento, ecco là una chiesa; di qui, di là,” si grida a Renzo da ogni parte. In quanto allo scappare, pensate se aveva bisogno di consigli. Fin dal primo momento che gli era balenato in mente una speranza d’uscir da quell’unghie, aveva cominciato a fare i suoi conti, e stabilito, se questo gli riusciva, d’andare senza fermarsi, fin che non fosse fuori, non solo della città, ma del ducato. – Perché, – aveva pensato, – il mio nome l’hanno su’ loro libracci, in qualunque maniera l’abbiano avuto; e col nome e cognome, mi vengono a prendere quando vogliono. – E in quanto a un asilo, non vi si sarebbe cacciato che quando avesse avuto i birri alle spalle. – Perché, se posso esser uccel di bosco, – aveva anche pensato, – non voglio diventare uccel di gabbia. – Aveva dunque disegnato per suo rifugio quel paese nel territorio di Bergamo, dov’era accasato quel suo cugino Bortolo, se ve ne rammentate, che più volte l’aveva invitato a andar là. Ma trovar la strada, lì stava il male. Lasciato in una parte sconosciuta d’una città si può dire sconosciuta, Renzo non sapeva neppure da che porta s’uscisse per andare a Bergamo; e quando l’avesse saputo, non sapeva poi andare alla porta. Fu lì lì per farsi insegnar la strada da qualcheduno de’ suoi liberatori; ma siccome nel poco tempo che aveva avuto per meditare su’ casi suoi, gli eran passate per la mente certe idee su quello spadaio così obbligante, padre di quattro figliuoli, così, a buon conto, non volle manifestare i suoi disegni a una gran brigata, dove ce ne poteva essere qualche altro di quel conio; e risolvette subito d’allontanarsi in fretta di lì: che la strada se la farebbe poi insegnare, in luogo dove nessuno sapesse chi era, né il perché la domandasse. Disse a’ suoi liberatori: “grazie tante, figliuoli: siate benedetti”, e, uscendo per il largo che gli fu fatto immediatamente, prese la rincorsa, e via; dentro per un vicolo, giù per una stradetta, galoppò un pezzo, senza saper dove. Quando gli parve d’essersi allontanato abbastanza, rallentò il passo, per non dar sospetto; e cominciò a guardare in qua e in là, per isceglier la persona a cui far la sua domanda, una faccia che ispirasse confidenza. Ma anche qui c’era dell’imbroglio. La domanda per sé era sospetta; il tempo stringeva; i birri, appena liberati da quel piccolo intoppo, dovevan senza dubbio essersi rimessi in traccia del loro fuggitivo; la voce di quella fuga poteva essere arrivata fin là; e in tali strette, Renzo dovette fare forse dieci giudizi fisionomici, prima di trovar la figura che gli paresse a proposito. Quel grassotto, che stava ritto sulla soglia della sua bottega, a gambe larghe, con le mani di dietro, colla pancia in fuori, col mento in aria, dal quale pendeva una gran pappagorgia, e
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
che, non avendo altro che fare, andava alternativamente sollevando sulla punta de’ piedi la sua massa tremolante, e lasciandola ricadere sui calcagni, aveva un viso di cicalone curioso, che, in vece di dar delle risposte, avrebbe fatto delle interrogazioni. Quell’altro che veniva innanzi, con gli occhi fissi, e col labbro in fuori, non che insegnar presto e bene la strada a un altro, appena pareva conoscer la sua. Quel ragazzotto, che, a dire il vero, mostrava d’esser molto sveglio, mostrava però d’essere anche più malizioso; e probabilmente avrebbe avuto un gusto matto a far andare un povero contadino dalla parte opposta a quella che desiderava. Tant’è vero che all’uomo impicciato, quasi ogni cosa è un nuovo impiccio! Visto finalmente uno che veniva in fretta, pensò che questo, avendo probabilmente qualche affare pressante, gli risponderebbe subito, senz’altre chiacchiere; e sentendolo parlar da sé, giudicò che dovesse essere un uomo sincero. Gli s’accostò, e disse: “di grazia, quel signore, da che parte si va per andare a Bergamo?” “Per andare a Bergamo? Da porta orientale.” “Grazie tante; e per andare a porta orientale?” “Prendete questa strada a mancina; vi troverete sulla piazza del duomo; poi...” “Basta, signore; il resto lo so. Dio gliene renda merito.” E diviato s’incamminò dalla parte che gli era stata indicata. L’altro gli guardò dietro un momento, e, accozzando nel suo pensiero quella maniera di camminare con la domanda, disse tra sé: – o n’ha fatta una, o qualcheduno la vuol fare a lui. – Renzo arriva sulla piazza del duomo; l’attraversa, passa accanto a un mucchio di cenere e di carboni spenti, e riconosce gli avanzi del falò di cui era stato spettatore il giorno avanti; costeggia gli scalini del duomo, rivede il forno delle grucce, mezzo smantellato, e guardato da soldati; e tira diritto per la strada da cui era venuto insieme con la folla; arriva al convento de’ cappuccini: dà un’occhiata a quella piazza e alla porta della chiesa, e dice tra sé, sospirando: – m’aveva però dato un buon parere quel frate di ieri: che stessi in chiesa a aspettare, e a fare un po’ di bene. – Qui, essendosi fermato un momento a guardare attentamente alla porta per cui doveva passare, e vedendovi, così da lontano, molta gente a guardia, e avendo la fantasia un po’ riscaldata (bisogna compatirlo; aveva i suoi motivi), provò una certa ripugnanza ad affrontare quel passo. Si trovava così a mano un luogo d’asilo, e dove, con quella lettera, sarebbe ben raccomandato; fu tentato fortemente d’entrarvi. Ma, subito ripreso animo, pensò: –
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Potrebb’essere benissimo che qualcheduno là sapesse qualche cosa,” rispose il montanaro: “ma io non ho sentito dir nulla.” E queste parole le proferì in quella maniera particolare che par che voglia dire: ho finito. Il curioso ritornò al suo posto; e, un momento dopo, l’oste venne a mettere in tavola. “Quanto c’è di qui all’Adda?” gli disse Renzo, mezzo tra’ denti, con un fare da addormentato, che gli abbiam visto qualche altra volta. “All’Adda, per passare?” disse l’oste. “Cioè... sì... all’Adda.” “Volete passare dal ponte di Cassano, o sulla chiatta di Canonica?” “Dove si sia... Domando così per curiosità.” “Eh, volevo dire, perché quelli sono i luoghi dove passano i galantuomini, la gente che può dar conto di sé.” “Va bene: e quanto c’è?” “Fate conto che, tanto a un luogo, come all’altro, poco più, poco meno, ci sarà sei miglia.” “Sei miglia! non credevo tanto,” disse Renzo. “E già,” riprese poi, con un’aria d’indifferenza, portata fino all’affettazione: “e già, chi avesse bisogno di prendere una scorciatoia, ci saranno altri luoghi da poter passare?” “Ce n’è sicuro,” rispose l’oste, ficcandogli in viso due occhi pieni d’una curiosità maliziosa. Bastò questo per far morir tra’ denti al giovine l’altre domande che aveva preparate. Si tirò davanti il piatto; e guardando la mezzetta che l’oste aveva posata, insieme con quello, sulla tavola, disse: “il vino è sincero?” “Come l’oro,” disse l’oste: “domandatene pure a tutta la gente del paese e del contorno, che se n’intende: e poi, lo sentirete.” E così dicendo, tornò verso la brigata. – Maledetti gli osti! – esclamò Renzo tra sé: – più ne conosco, peggio li trovo. – Non ostante si mise a mangiare con grand’appetito, stando, nello stesso tempo, in orecchi, senza che paresse suo fatto, per veder di scoprir paese, di rilevare come si pensasse colà sul grand’avvenimento nel quale egli aveva avuta non piccola parte, e d’osservare specialmente se, tra que’ parlatori, ci fosse qualche galantuomo, a cui un povero figliuolo potesse fidarsi di domandar la strada, senza timore d’esser messo alle strette, e forzato a ciarlare de’ fatti suoi. “Ma!” diceva uno: “questa volta par proprio che i milanesi abbian voluto far davvero. Basta; domani al più tardi, si saprà qualcosa.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Era vero?” “Diavolo! Volete che i monsignori del duomo venissero in cappa magna a dir delle fandonie?” “E la gente cosa fece?” “A poco a poco se n’andarono; corsero alle cantonate; e, chi sapeva leggere, la c’era proprio la meta. Indovinate un poco: un pane d’ott’once per un soldo.” “Che bazza!” “La vigna è bella; pur che la duri. Sapete quanta farina hanno mandata a male, tra ieri e stamattina? Da mantenerne il ducato per due mesi.” “E per fuori di Milano, non s’è fatta nessuna legge buona?” “Quel che s’è fatto per Milano, è tutto a spese della città. Non so che vi dire: per voi altri sarà quel che Dio vorrà. A buon conto, i fracassi son finiti. Non v’ho detto tutto; ora viene il buono.” “Cosa c’è ancora?” “C’è che, ier sera o stamattina che sia, ne sono stati agguantati molti; e subito s’è saputo che i capi saranno impiccati. Appena cominciò a spargersi questa voce, ognuno andava a casa per la più corta, per non arrischiare d’esser nel numero. Milano, quand’io ne sono uscito, pareva un convento di frati.” “Gl’impiccheranno poi davvero?” “Eccome! e presto,” rispose il mercante. “E la gente cosa farà?” domandò ancora colui che aveva fatta l’altra domanda. “La gente? anderà a vedere,” disse il mercante. “Avevan tanta voglia di veder morire un cristiano all’aria aperta, che volevano, birboni! far la festa al signor vicario di provvisione. In vece sua, avranno quattro tristi, serviti con tutte le formalità, accompagnati da’ cappuccini, e da’ confratelli della buona morte; e gente che se l’è meritato. È una provvidenza, vedete; era una cosa necessaria. Cominciavan già a prender il vizio d’entrar nelle botteghe, e di servirsi, senza metter mano alla borsa; se li lasciavan fare, dopo il pane sarebbero venuti al vino, e così di mano in mano... Pensate se coloro volevano smettere, di loro spontanea volontà, una usanza così comoda. E vi so dir io che, per un galantuomo che ha bottega aperta, era un pensier poco allegro.” “Davvero,” disse uno degli ascoltatori. “Davvero,” ripeteron gli altri, a una voce. “E,” continua il mercante, asciugandosi la barba col tovagliolo, “l’era ordita da un pezzo; c’era una lega, sapete?” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“C’era una lega?” “C’era una lega. Tutte cabale ordite da’ navarrini, da quel cardinale là di Francia, sapete chi voglio dire, che ha un certo nome mezzo turco, e che ogni giorno ne pensa una, per far qualche dispetto alla corona di Spagna. Ma sopra tutto, tende a far qualche tiro a Milano; perché vede bene, il furbo, che qui sta la forza del re.” “Già.” “Ne volete una prova? Chi ha fatto il più gran chiasso, eran forestieri; andavano in giro facce, che in Milano non s’eran mai vedute. Anzi mi dimenticavo di dirvene una che m’è stata data per certa. La giustizia aveva acchiappato uno in un’osteria...” Renzo, il quale non perdeva un ette di quel discorso, al tocco di questa corda, si sentì venir freddo, e diede un guizzo, prima che potesse pensare a contenersi. Nessuno però se n’avvide; e il dicitore, senza interrompere il filo del racconto, seguitò: “uno che non si sa bene ancora da che parte fosse venuto, da chi fosse mandato, né che razza d’uomo si fosse; ma certo era uno de’ capi. Già ieri, nel forte del baccano, aveva fatto il diavolo; e poi, non contento di questo, s’era messo a predicare, e a proporre, così una galanteria, che s’ammazzassero tutti i signori. Birbante! Chi farebbe viver la povera gente, quando i signori fossero ammazzati? La giustizia, che l’aveva appostato, gli mise l’unghie addosso; gli trovarono un fascio di lettere; e lo menavano in gabbia; ma che? i suoi compagni, che facevan la ronda intorno all’osteria, vennero in gran numero, e lo liberarono, il manigoldo.” “E cosa n’è stato?” “Non si sa; sarà scappato, o sarà nascosto in Milano: son gente che non ha né casa né tetto, e trovan per tutto da alloggiare e da rintanarsi: però finché il diavolo può, e vuole aiutarli: ci dan poi dentro quando meno se lo pensano; perché, quando la pera è matura, convien che caschi. Per ora si sa di sicuro che le lettere son rimaste in mano della giustizia, e che c’è descritta tutta la cabala; e si dice che n’anderà di mezzo molta gente. Peggio per loro; che hanno messo a soqquadro mezzo Milano, e volevano anche far peggio. Dicono che i fornai son birboni. Lo so anch’io; ma bisogna impiccarli per via di giustizia. C’è del grano nascosto. Chi non lo sa? Ma tocca a chi comanda a tener buone spie, e andarlo a disotterrare, e mandare anche gl’incettatori a dar calci all’aria, in compagnia de’ fornai. E se chi comanda non fa nulla, tocca alla città a ricorrere; e se non danno retta alla prima, ricorrere ancora; chè a forza di ricorrere s’ottiene; e non metter su un’usanza così scellerata d’entrar nelle botteghe e ne’ fondachi, a prender la roba a man salva.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
sentir voi, erano i miei amici, perché, in un certo momento, io dissi una parola da buon cristiano, mi vollero fare un brutto scherzo; sappiate che, intanto che voi stavate a guardar la vostra bottega, io mi faceva schiacciar le costole, per salvare il vostro signor vicario di provvisione, che non l’ho mai né visto né conosciuto. Aspetta che mi mova un’altra volta, per aiutar signori... È vero che bisogna farlo per l’anima: son prossimo anche loro. E quel gran fascio di lettere, dove c’era tutta la cabala, e che adesso è in mano della giustizia, come voi sapete di certo; scommettiamo che ve lo fo comparir qui, senza l’aiuto del diavolo? Avreste curiosità di vederlo quel fascio? Eccolo qui... Una lettera sola?... Sì signore, una lettera sola; e questa lettera, se lo volete sapere, l’ha scritta un religioso che vi può insegnar la dottrina, quando si sia; un religioso che, senza farvi torto, val più un pelo della sua barba che tutta la vostra; e è scritta, questa lettera, come vedete, a un altro religioso, un uomo anche lui... Vedete ora quali sono i furfanti miei amici. E imparate a parlare un’altra volta; principalmente quando si tratta del prossimo. – Ma dopo qualche tempo, questi pensieri ed altri simili cessarono affatto: le circostanze presenti occupavan tutte le facoltà del povero pellegrino. La paura d’essere inseguito o scoperto, che aveva tanto amareggiato il viaggio in pieno giorno, non gli dava ormai più fastidio; ma quante cose rendevan questo molto più noioso! Le tenebre, la solitudine, la stanchezza cresciuta, e ormai dolorosa; tirava una brezzolina sorda, uguale, sottile, che doveva far poco servizio a chi si trovava ancora indosso quegli stessi vestiti che s’era messi per andare a nozze in quattro salti, e tornare subito trionfante a casa sua; e, ciò che rendeva ogni cosa più grave, quell’andare alla ventura, e, per dir così, al tasto, cercando un luogo di riposo e di sicurezza. Quando s’abbatteva a passare per qualche paese, andava adagio adagio, guardando però se ci fosse ancora qualche uscio aperto; ma non vide mai altro segno di gente desta, che qualche lumicino trasparente da qualche impannata. Nella strada fuor dell’abitato, si soffermava ogni tanto; stava in orecchi, per veder se sentiva quella benedetta voce dell’Adda; ma invano. Altre voci non sentiva, che un mugolìo di cani, che veniva da qualche cascina isolata, vagando per l’aria, lamentevole insieme e minaccioso. Al suo avvicinarsi a qualcheduna di quelle, il mugolìo si cambiava in un abbaiar frettoloso e rabbioso: nel passar davanti alla porta, sentiva, vedeva quasi, il bestione, col muso al fessolino della porta, raddoppiar gli urli: cosa che gli faceva andar via la tentazione di picchiare, e di chieder ricovero. E forse, anche senza i cani,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
non ci si sarebbe risolto. – Chi è là? – pensava: – cosa volete a quest’ora? Come siete venuto qui? Fatevi conoscere. Non c’è osterie da alloggiare? Ecco, andandomi bene, quel che mi diranno, se picchio: quand’anche non ci dorma qualche pauroso che, a buon conto, si metta a gridare: aiuto! al ladro! Bisogna aver subito qualcosa di chiaro da rispondere: e cosa ho da rispondere io? Chi sente un rumore la notte, non gli viene in testa altro che ladri, malviventi, trappole: non si pensa mai che un galantuomo possa trovarsi in istrada di notte, se non è un cavaliere in carrozza. – Allora serbava quel partito all’estrema necessità, e tirava innanzi, con la speranza di scoprire almeno l’Adda, se non passarla, in quella notte; e di non dover andarne alla cerca di giorno chiaro. Cammina, cammina: arrivò dove la campagna coltivata moriva in una sodaglia sparsa di felci e di scope. Gli parve, se non indizio, almeno un certo qual argomento di fiume vicino, e s’inoltrò per quella, seguendo un sentiero che l’attraversava. Fatti pochi passi, si fermò ad ascoltare; ma ancora invano. La noia del viaggio veniva accresciuta dalla salvatichezza del luogo, da quel non veder più né un gelso, né una vite, né altri segni di coltura umana, che prima pareva quasi che gli facessero una mezza compagnia. Ciò non ostante andò avanti; e siccome nella sua mente cominciavano a suscitarsi certe immagini, certe apparizioni, lasciatevi in serbo dalle novelle sentite raccontar da bambino, così, per discacciarle, o per acquietarle, recitava, camminando, dell’orazioni per i morti. A poco a poco, si trovò tra macchie più alte, di pruni, di quercioli, di marruche. Seguitando a andare avanti, e allungando il passo, con più impazienza che voglia, cominciò a veder tra le macchie qualche albero sparso; e andando ancora, sempre per lo stesso sentiero, s’accorse d’entrare in un bosco. Provava un certo ribrezzo a inoltrarvisi; ma lo vinse, e contro voglia andò avanti; ma più s’inoltrava, più il ribrezzo cresceva, più ogni cosa gli dava fastidio. Gli alberi che vedeva in lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi, mostruose; l’annoiava l’ombra delle cime leggermente agitate, che tremolava sul sentiero illuminato qua e là dalla luna; lo stesso scrosciar delle foglie secche che calpestava o moveva camminando, aveva per il suo orecchio un non so che d’odioso. Le gambe provavano come una smania, un impulso di corsa, e nello stesso tempo pareva che durassero fatica a regger la persona. Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
prima di ricever da lui il titolo di madre, n’aveva preso il linguaggio e il cuore, e dimostrata co’ fatti la premura. Ma era un dolore di più, e non il meno pungente, quel pensiero, che, in grazia appunto di così amorevoli intenzioni, di tanto bene che voleva a lui, la povera donna si trovava ora snidata, quasi raminga, incerta dell’avvenire, e raccoglieva guai e travagli da quelle cose appunto da cui aveva sperato il riposo e la giocondità degli ultimi suoi anni. Che notte, povero Renzo! Quella che doveva esser la quinta delle sue nozze! Che stanza! Che letto matrimoniale! E dopo qual giornata! E per arrivare a qual domani, a qual serie di giorni! – Quel che Dio vuole, – rispondeva ai pensieri che gli davan più noia: – quel che Dio vuole. Lui sa quel che fa: c’è anche per noi. Vada tutto in isconto de’ miei peccati. Lucia è tanto buona! non vorrà poi farla patire un pezzo, un pezzo, un pezzo! – Tra questi pensieri, e disperando ormai d’attaccar sonno, e facendosegli il freddo sentir sempre più, a segno ch’era costretto ogni tanto a tremare e a battere i denti, sospirava la venuta del giorno, e misurava con impazienza il lento scorrer dell’ore. Dico misurava, perché, ogni mezz’ora, sentiva in quel vasto silenzio, rimbombare i tocchi d’un orologio: m’immagino che dovesse esser quello di Trezzo. E la prima volta che gli ferì gli orecchi quello scocco, così inaspettato, senza che potesse avere alcuna idea del luogo donde venisse, gli fece un senso misterioso e solenne, come d’un avvertimento che venisse da persona non vista, con una voce sconosciuta. Quando finalmente quel martello ebbe battuto undici tocchi, ch’era l’ora  disegnata  da  Renzo  per  levarsi,  s’alzò  mezzo  intirizzito,  si  mise inginocchioni, disse, e con più fervore del solito, le divozioni della mattina, si rizzò, si stirò in lungo e in largo, scosse la vita e le spalle, come per mettere insieme tutte le membra, che ognuno pareva che facesse da sé, soffiò in una mano, poi nell’altra, se le stropicciò, aprì l’uscio della capanna; e, per la prima cosa, diede un’occhiata in qua e in là, per veder se c’era nessuno. E non vedendo nessuno, cercò con l’occhio il sentiero della sera avanti; lo riconobbe subito, e prese per quello. Il cielo prometteva una bella giornata: la luna, in un canto, pallida e senza raggio, pure spiccava nel campo immenso d’un bigio ceruleo, che, giù giù verso l’oriente, s’andava sfumando leggermente in un giallo roseo. Più giù, all’orizzonte, si stendevano, a lunghe falde ineguali, poche nuvole, tra l’azzurro e il bruno, le più basse orlate al di sotto d’una striscia quasi di fuoco, che di mano in mano si faceva più viva e tagliente: da mezzogiorno,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
avanti, e che allora gli appariva ben più distinta, disse: “è Bergamo, quel paese?” “La città di Bergamo,” rispose il pescatore. “E quella riva lì, è bergamasca?” “Terra di san Marco.” “Viva san Marco!” esclamò Renzo. Il pescatore non disse nulla. Toccano finalmente quella riva: Renzo vi si slancia; ringrazia Dio tra sé, e poi con la bocca il barcaiolo; mette le mani in tasca, tira fuori una berlinga, che, attese le circostanze, non fu un piccolo sproprio, e la porge al galantuomo; il quale, data ancora una occhiata alla riva milanese, e al fiume di sopra e di sotto, stese la mano, prese la mancia, la ripose, poi strinse le labbra, e per di più ci mise il dito in croce, accompagnando quel gesto con un’occhiata espressiva; e disse poi: “buon viaggio”, e tornò indietro. Perché la così pronta e discreta cortesia di costui verso uno sconosciuto non faccia troppo maravigliare il lettore, dobbiamo informarlo che quell’uomo, pregato spesso d’un simile servizio da contrabbandieri e da banditi, era avvezzo a farlo; non tanto per amore del poco e incerto guadagno che gliene poteva venire, quanto per non farsi de’ nemici in quelle classi. Lo faceva, dico, ogni volta che potesse esser sicuro che non lo vedessero né gabellieri, né birri, né esploratori. Così, senza voler più bene ai primi che ai secondi, cercava di soddisfarli tutti, con quell’imparzialità, che è la dote ordinaria di chi è obbligato a trattar con cert’uni, e soggetto a render conto a cert’altri. Renzo si fermò un momentino sulla riva a contemplar la riva opposta, quella terra che poco prima scottava tanto sotto i suoi piedi. – Ah! ne son proprio fuori! – fu il suo primo pensiero. – Sta lì, maledetto paese, – fu il secondo, l’addio alla patria. Ma il terzo corse a chi lasciava in quel paese. Allora incrociò le braccia sul petto, mise un sospiro, abbassò gli occhi sull’acqua che gli scorreva a’ piedi, e pensò – è passata sotto il ponte! – Così, all’uso del suo paese, chiamava per antonomasia, quello di Lecco. – Ah mondo birbone! Basta; quel che Dio vuole. – Voltò le spalle a que’ tristi oggetti, e s’incamminò, prendendo per punto di mira la macchia biancastra sul pendìo del monte, finché trovasse qualcheduno da farsi insegnar la strada giusta. E bisognava vedere con che disinvoltura s’accostava a’ viandanti, e, senza tanti rigiri, nominava il paese dove abitava quel suo cugino. Dal primo a cui si rivolse, seppe che gli rimanevano ancor nove miglia da fare. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Se te lo devo dire, non sono venuto via di mia volontà,” disse Renzo; e, con la più gran brevità, non però senza molta commozione, gli raccontò la dolorosa storia. “È un altro par di maniche,” disse Bortolo. “Oh povero Renzo! Ma tu hai fatto capitale di me; e io non t’abbandonerò. Veramente, ora non c’è ricerca d’operai; anzi appena appena ognuno tiene i suoi, per non perderli e disviare il negozio; ma il padrone mi vuol bene, e ha della roba. E, a dirtela, in gran parte la deve a me, senza vantarmi: lui il capitale, e io quella poca abilità. Sono il primo lavorante, sai? e poi, a dirtela, sono il factotum. Povera Lucia Mondella! Me ne ricordo, come se fosse ieri: una buona ragazza! sempre la più composta in chiesa; e quando si passava da quella sua casuccia... Mi par di vederla, quella casuccia, appena fuor del paese, con un bel fico che passava il muro...” “No, no; non ne parliamo.” “Volevo dire che, quando si passava da quella casuccia, sempre si sentiva quell’aspo, che girava, girava, girava. E quel don Rodrigo! già, anche al mio tempo, era per quella strada; ma ora fa il diavolo affatto, a quel che vedo: fin che Dio gli lascia la briglia sul collo. Dunque, come ti dicevo, anche qui si patisce un po’ la fame... A proposito, come stai d’appetito?” “Ho mangiato poco fa, per viaggio.” “E a danari, come stiamo?” Renzo stese una mano, l’avvicinò alla bocca, e vi fece scorrer sopra un piccol soffio. “Non importa,” disse Bortolo: “n’ho io: e non ci pensare, che, presto presto, cambiandosi le cose, se Dio vorrà, me li renderai, e te n’avanzerà anche per te.” “Ho qualcosina a casa; e me li farò mandare.” “Va bene; e intanto fa conto di me. Dio m’ha dato del bene, perché faccia del bene; e se non ne fo a’ parenti e agli amici, a chi ne farò?” “L’ho detto io della Provvidenza!” esclamò Renzo, stringendo affettuosamente la mano al buon cugino. “Dunque,” riprese questo, in Milano hanno fatto tutto quel chiasso. Mi paiono un po’ matti coloro. Già, n’era corsa la voce anche qui; ma voglio che tu mi racconti poi la cosa più minutamente. Eh! n’abbiamo delle cose da discorrere. Qui però, vedi, la va più quietamente, e si fanno le cose con un po’ più di giudizio. La città ha comprate duemila some di grano da un mer-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
cante che sta a Venezia: grano che vien di Turchia; ma, quando si tratta di mangiare, la non si guarda tanto per il sottile. Ora senti un po’ cosa nasce: nasce che i rettori di Verona e di Brescia chiudono i passi, e dicono: di qui non passa grano. Che ti fanno i bergamaschi? Spediscono a Venezia Lorenzo Torre, un dottore, ma di quelli! È partito in fretta, s’è presentato al doge, e ha detto: che idea è venuta a que’ signori rettori? Ma un discorso! un discorso, dicono, da dare alle stampe. Cosa vuol dire avere un uomo che sappia parlare! Subito un ordine che si lasci passare il grano; e i rettori, non solo lasciarlo passare, ma bisogna che lo facciano scortare; ed è in viaggio. E s’è pensato anche al contado. Giovanbatista Biava, nunzio di Bergamo in Venezia (un uomo anche quello!) ha fatto intendere al senato che, anche in campagna, si pativa la fame; e il senato ha concesso quattro mila staia di miglio. Anche questo aiuta a far pane. E poi, lo vuoi sapere? se non ci sarà pane, mangeremo del companatico. Il Signore m’ha dato del bene, come ti dico. Ora ti condurrò dal mio padrone: gli ho parlato di te tante volte, e ti farà buona accoglienza. Un buon bergamascone all’antica, un uomo di cuor largo. Veramente, ora non t’aspettava; ma quando sentirà la storia... E poi gli operai sa tenerli di conto, perché la carestia passa, e il negozio dura. Ma prima di tutto, bisogna che t’avverta d’una cosa. Sai come ci chiamano in questo paese, noi altri dello stato di Milano?” “Come ci chiamano?” “Ci chiaman baggiani.” “Non è un bel nome.” “Tant’è: chi è nato nel milanese, e vuol viver nel bergamasco, bisogna prenderselo in santa pace. Per questa gente, dar del baggiano a un milanese, è come dar dell’illustrissimo a un cavaliere.” “Lo diranno, m’immagino, a chi se lo vorrà lasciar dire.” “Figliuolo mio, se tu non sei disposto a succiarti del baggiano a tutto pasto, non far conto di poter viver qui. Bisognerebbe esser sempre col coltello in mano: e quando, supponiamo, tu n’avessi ammazzati due, tre, quattro, verrebbe poi quello che ammazzerebbe te: e allora, che bel gusto di comparire al tribunal di Dio, con tre o quattro omicidi sull’anima!” “E un milanese che abbia un po’ di...” e qui picchiò la fronte col dito, come aveva fatto nell’osteria della luna piena. “Voglio dire, uno che sappia bene il suo mestiere?” “Tutt’uno: qui è un baggiano anche lui. Sai come dice il mio padrone,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    I Promessi sposi    Capitolo diciassettesimo quando parla di me co’ suoi amici? – Quel baggiano è stato la man di Dio, per il mio negozio; se non avessi quel baggiano, sarei ben impicciato. – L’è usanza così.” “L’è un’usanza sciocca. E vedendo quello che sappiam fare (chè finalmente chi ha portata qui quest’arte, e chi la fa andare, siamo noi), possibile che non si sian corretti?” “Finora no: col tempo può essere; i ragazzi che vengon su; ma gli uomini fatti, non c’è rimedio: hanno preso quel vizio, non lo smetton più. Cos’è poi finalmente? Era ben un’altra cosa quelle galanterie che t’hanno fatte, e il di più che ti volevan fare i nostri cari compatriotti.” “Già, è vero: se non c’è altro di male...” “Ora che sei persuaso di questo, tutto anderà bene. Vieni dal padrone, e coraggio.” Tutto infatti andò bene, e tanto a seconda delle promesse di Bortolo, che crediamo inutile di farne particolar relazione. E fu veramente provvidenza; perché la roba e i quattrini che Renzo aveva lasciati in casa, vedremo or ora quanto fosse da farci assegnamento.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Tali pensieri tennero per più giorni don Rodrigo tra un sì e un no, l’uno e l’altro più che noiosi. Venne intanto una lettera del cugino, la quale diceva che la trama era ben avviata. Poco dopo il baleno, scoppiò il tuono; vale a dire che, una bella mattina, si sentì che il padre Cristoforo era partito dal convento di Pescarenico. Questo buon successo così pronto, la lettera d’Attilio che faceva un gran coraggio, e minacciava di gran canzonature, fecero inclinar sempre più don Rodrigo al partito rischioso: ciò che gli diede l’ultima spinta, fu la notizia inaspettata che Agnese era tornata a casa sua: un impedimento di meno vicino a Lucia. Rendiam conto di questi due avvenimenti, cominciando dall’ultimo. Le due povere donne s’erano appena accomodate nel loro ricovero, che si sparse per Monza, e per conseguenza anche nel monastero, la nuova di quel gran fracasso di Milano; e dietro alla nuova grande, una serie infinita di particolari, che andavano crescendo e variandosi ogni momento. La fattoressa, che, dalla sua casa, poteva tenere un orecchio alla strada, e uno al monastero, raccoglieva notizie di qui, notizie di lì, e ne faceva parte all’ospiti. “Due, sei, otto, quattro, sette ne hanno messi in prigione; gl’impiccheranno, parte davanti al forno delle grucce, parte in cima alla strada dove c’è la casa del vicario di provvisione... Ehi, ehi, sentite questa! n’è scappato uno, che è di Lecco, o di quelle parti. Il nome non lo so; ma verrà qualcheduno che me lo saprà dire; per veder se lo conoscete.” Quest’annunzio, con la circostanza d’esser Renzo appunto arrivato in Milano nel giorno fatale, diede qualche inquietudine alle donne, e principalmente a Lucia; ma pensate cosa fu quando la fattoressa venne a dir loro: “è proprio del vostro paese quello che se l’è battuta, per non essere impiccato: un filatore di seta, che si chiama Tramaglino: lo conoscete?” A Lucia, ch’era a sedere, orlando non so che cosa, cadde il lavoro di mano; impallidì, si cambiò tutta, di maniera che la fattoressa se ne sarebbe avvista certamente, se le fosse stata più vicina. Ma era ritta sulla soglia con Agnese; la quale, conturbata anche lei, però non tanto, poté star forte; e, per risponder qualcosa, disse che, in un piccolo paese, tutti si conoscono, e che lo conosceva; ma che non sapeva pensare come mai gli fosse potuta seguire una cosa simile; perché era un giovine posato. Domandò poi se era scappato di certo, e dove. “Scappato, lo dicon tutti; dove, non si sa: può essere che l’acchiappino ancora, può essere che sia in salvo; ma se gli torna sotto l’unghie, il vostro giovine posato...” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
che credesse di poter sentire dalla signora. In queste c’era tirannia, insidie, patimenti; cose brutte e dolorose, ma che pur si potevan nominare: nella sua c’era mescolato per tutto un sentimento, una parola, che non le pareva possibile di proferire, parlando di sé; e alla quale non avrebbe mai trovato da sostituire una perifrasi che non le paresse sfacciata: l’amore! Qualche volta, Gertrude quasi s’indispettiva di quello star così sulle difese; ma vi traspariva tanta amorevolezza, tanto rispetto, tanta riconoscenza, e anche tanta fiducia! Qualche volta forse, quel pudore così delicato, così ombroso, le dispiaceva ancor più per un altro verso; ma tutto si perdeva nella soavità d’un pensiero che le tornava ogni momento, guardando Lucia: – a questa fo del bene –. Ed era vero; perché, oltre il ricovero, que’ discorsi, quelle carezze famigliari erano di non poco conforto a Lucia. Un altro ne trovava nel lavorar di continuo; e pregava sempre che le dessero qualcosa da fare: anche nel parlatorio, portava sempre qualche lavoro da tener le mani in esercizio: ma, come i pensieri dolorosi si caccian per tutto! cucendo, cucendo, ch’era un mestiere quasi nuovo per lei, le veniva ogni poco in mente il suo aspo; e dietro all’aspo, quante cose! Il secondo giovedì, tornò quel pesciaiolo o un altro messo, co’ saluti del padre Cristoforo, e con la conferma della fuga felice di Renzo. Notizie più positive intorno a’ suoi guai, nessuna; perché, come abbiam detto al lettore, il cappuccino aveva sperato d’averle dal suo confratello di Milano, a cui l’aveva raccomandato; e questo rispose di non aver veduto né la persona, né la lettera; che uno di campagna era bensì venuto al convento, a cercar di lui; ma che, non avendocelo trovato, era andato via, e non era più comparso. Il terzo giovedì, non si vide nessuno; e, per le povere donne, fu non solo una privazione d’un conforto desiderato e sperato, ma, come accade per ogni piccola cosa a chi è afflitto e impicciato, una cagione d’inquietudine, di cento sospetti molesti. Già prima d’allora, Agnese aveva pensato a fare una scappata a casa; questa novità di non vedere l’ambasciatore promesso, la fece risolvere. Per Lucia era una faccenda seria il rimanere distaccata dalla gonnella della madre; ma la smania di saper qualche cosa, e la sicurezza che trovava in quell’asilo così guardato e sacro, vinsero le sue ripugnanze. E fu deciso tra loro  che  Agnese  anderebbe  il  giorno  seguente  ad  aspettar  sulla  strada  il pesciaiolo che doveva passar di lì, tornando da Milano; e gli chiederebbe in cortesia un posto sul baroccio, per farsi condurre a’ suoi monti. Lo trovò in fatti, gli domandò se il padre Cristoforo non gli aveva data qualche commis-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl’illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d’Allori, rapiscono solo che le sole spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando co’ loro inchiostri le Imprese de Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggj, e trapontando coll’ago finissimo dell’ingegno i fili d’oro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito solleuarsi a tal’argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra Labirinti de’ Politici maneggj, et il rimbombo de’ bellici Oricalchi: solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di lasciarne memoria a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto, ouuero sia Relatione. Nella quale si vedrà in angusto Teatro luttuose Traggedie d’horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezi d’Imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi diaboliche. E veramente, considerando che questi nostri climi sijno sotto l’amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda l’Heroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue parti, e gl’Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl’altri Spettabili Magistrati qual’erranti Pianeti spandino la luce per ogni doue, venendo così a formare un nobilissimo Cielo, altra causale trouar non si può del vederlo tramutato in inferno d’atti tenebrosi, malvaggità e sevitie che dagl’huomini temerarij si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica, attesochè l’humana malitia per sé sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che con occhij d’Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici emolumenti. Per locchè descriuendo questo Racconto auuenuto ne’ tempi di mia verde staggione, abbenché la più parte delle persone che vi rappresentano le loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con rendersi tributarij delle Parche, pure per degni rispetti, si tacerà li loro nomi, cioè la parentela, et il medemo si farà de’ luochi, solo indicando li Territorij generaliter. Né alcuno dirà questa sij imperfettione del Racconto, e defformità di questo mio rozzo Parto, a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della Filosofia: che quanto agl’huomini in essa versati, ben vederanno nulla mancare alla sostanza di detta Narratione. Imperciocchè, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi accidenti...” – Ma, quando io avrò durata l’eroica fatica di trascriver questa storia
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
serpeggianti, che finivano in punta, e che, nell’intenzion dell’artista, e agli occhi degli abitanti del vicinato, volevan dir fiamme; e, alternate con le fiamme, cert’altre figure da non potersi descrivere, che volevan dire anime del purgatorio: anime e fiamme a color di mattone, sur un fondo bigiognolo, con qualche scalcinatura qua e là. Il curato, voltata la stradetta, e dirizzando, com’era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non s’aspettava, e che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano, l’uno dirimpetto all’altro, al confluente, per dir così, delle due viottole: un di costoro, a cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e l’altro piede posato sul terreno della strada; il compagno, in piedi, appoggiato al muro, con le braccia incrociate sul petto. L’abito, il portamento, e quello che, dal luogo ov’era giunto il curato, si poteva distinguer dell’aspetto, non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione. Avevano entrambi intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull’omero sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori d’un taschino degli ampi e gonfi calzoni, uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine d’ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de’ bravi. Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia, e già molto antica. Chi non ne avesse idea, ecco alcuni squarci autentici, che potranno darne una bastante de’ suoi caratteri principali, degli sforzi fatti per ispegnerla, e della sua dura e rigogliosa vitalità. Fino dall’otto aprile dell’anno 1583, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don Carlo d’Aragon, Principe di Castelvetrano, Duca di Terranuova, Marchese d’Avola, Conte di Burgeto, grande Ammiraglio, e gran Contestabile di Sicilia, Governatore di Milano e Capitan Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia, pienamente informato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive questa Città di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi, pubblica un bando contro di essi. Dichiara e diffinisce tutti coloro essere compresi in questo bando, e doversi ritenere bravi e vagabondi... i quali, essendo forestieri o del paese, non hanno esercizio alcuno, od avendolo, non lo fanno... ma, senza salario, o pur con esso, s’appoggiano a qualche cavaliere o gentiluomo, officiale o mercante... per fargli spalle e favore, o veramente, come si può presumere, per
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Benissimo, e buona notte, messere,” disse l’un d’essi, in atto di partir col compagno. Don Abbondio, che, pochi momenti prima, avrebbe dato un occhio per iscansarli, allora avrebbe voluto prolungar la conversazione e le trattative. “Signori...” cominciò, chiudendo il libro con le due mani; ma quelli, senza più dargli udienza, presero la strada dond’era lui venuto, e s’allontanarono, cantando una canzonaccia che non voglio trascrivere. Il povero don Abbondio rimase un momento a bocca aperta, come incantato; poi prese quella delle due stradette che conduceva a casa sua, mettendo innanzi a stento una gamba dopo l’altra, che parevano aggranchiate. Come stesse di dentro, s’intenderà meglio, quando avrem detto qualche cosa del suo naturale, e de’ tempi in cui gli era toccato di vivere. Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone. Ma fin da’ primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que’ tempi, era quella d’un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d’esser divorato. La forza legale non proteggeva in alcun conto l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far paura altrui. Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori; le procedure, studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli d’impedimento a proferire una condanna: gli squarci che abbiam riportati delle gride contro i bravi, ne sono un piccolo, ma fedel saggio. Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò, quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza de’ loro autori; o, se producevan qualche effetto immediato, era principalmente d’aggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già soffrivano da’ perturbatori, e d’accrescer le violenze e l’astuzia di questi. L’impunità era organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili, tali i privilegi d’alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività d’interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora, quest’impunità minacciata e insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni, per conservarsi. Così accadeva in effetto; e, all’apparire delle
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l’individuo trovava il vantaggio d’impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene l’impunità. Le forze però di queste varie leghe eran molto disuguali; e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e violento, con intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di contadini avvezzi, per tradizione famigliare, e interessati o forzati a riguardarsi quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un potere, a cui difficilmente nessun’altra frazione di lega avrebbe ivi potuto resistere. Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta. Ma una classe qualunque non protegge un individuo, non lo assicura, che fino a un certo segno: nessuna lo dispensa dal farsi un suo sistema particolare. Don Abbondio, assorbito continuamente ne’ pensieri della propria quiete, non si curava di que’ vantaggi, per ottenere i quali facesse bisogno d’adoperarsi molto, o d’arrischiarsi un poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all’altro ch’egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch’io mi sarei messo dalla vostra parte. Stando alla larga da’ prepotenti, dissimulando le loro soverchierie passeggiere e capricciose, corrispondendo con sommissioni a quelle che venissero da un’intenzione più seria e
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
più meditata, costringendo, a forza d’inchini e di rispetto gioviale, anche i più burberi e sdegnosi, a fargli un sorriso, quando gl’incontrava per la strada, il pover’uomo era riuscito a passare i sessant’anni, senza gran burrasche. Non è però che non avesse anche lui il suo po’ di fiele in corpo; e quel continuo esercitar la pazienza, quel dar così spesso ragione agli altri, que’ tanti bocconi amari inghiottiti in silenzio, glielo avevano esacerbato a segno che, se non avesse, di tanto in tanto, potuto dargli un po’ di sfogo, la sua salute n’avrebbe certamente sofferto. Ma siccome v’eran poi finalmente al mondo, e vicino a lui, persone ch’egli conosceva ben bene per incapaci di far male, così poteva con quelle sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso, e cavarsi anche lui la voglia d’essere un po’ fantastico, e gridare a torto. Era poi un rigido censore degli uomini che non si regolavan come lui, quando però la censura potesse esercitarsi senza alcuno, anche lontano, pericolo. Il battuto era almeno almeno un imprudente; l’ammazzato era sempre stato un uomo torbido. A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non difficile, perché la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro. Sopra tutto poi, declamava contro que’ suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti d’un debole oppresso, contro un soverchiatore potente. Questo chiamava un comprarsi gl’impicci a contanti, un voler raddirizzar le gambe ai cani; diceva anche severamente, ch’era un mischiarsi nelle cose profane, a danno della dignità del sacro ministero. E contro questi predicava, sempre però a quattr’occhi, o in un piccolissimo crocchio, con tanto più di veemenza, quanto più essi eran conosciuti per alieni dal risentirsi, in cosa che li toccasse personalmente. Aveva poi una sua sentenza prediletta, con la quale sigillava sempre i discorsi su queste materie: che a un galantuomo, il qual badi a sé, e stia ne’ suoi panni, non accadon mai brutti incontri. Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull’animo del poveretto, quello che s’è raccontato. Lo spavento di que’ visacci e di quelle parolacce, la minaccia d’un signore noto per non minacciare invano, un sistema di quieto vivere, ch’era costato tant’anni di studio e di pazienza, sconcertato in un punto, e un passo dal quale non si poteva veder come uscirne: tutti questi pensieri ronzavano tumultuariamente nel capo basso di don Abbondio. – Se Renzo si potesse mandare in pace con un bel no, via; ma vorrà delle ragioni; e cosa ho da rispondergli, per amor del cielo? E, e, e,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
suo doloroso segreto, quanta ne avesse Perpetua di conoscerlo; onde, dopo aver respinti sempre più debolmente i nuovi e più incalzanti assalti di lei, dopo averle fatto più d’una volta giurare che non fiaterebbe, finalmente, con molte sospensioni, con molti ohimè, le raccontò il miserabile caso. Quando si venne al nome terribile del mandante, bisognò che Perpetua proferisse un nuovo e più solenne giuramento; e don Abbondio, pronunziato quel nome, si rovesciò sulla spalliera della seggiola, con un gran sospiro, alzando le mani, in atto insieme di comando e di supplica, e dicendo: “per amor del cielo!” “Delle sue!” esclamò Perpetua. “Oh che birbone! oh che soverchiatore! oh che uomo senza timor di Dio!” “Volete tacere? o volete rovinarmi del tutto?” “Oh! siam qui soli che nessun ci sente. Ma come farà, povero signor padrone?” “Oh vedete,” disse don Abbondio, con voce stizzosa: “vedete che bei pareri mi sa dar costei! Viene a domandarmi come farò, come farò; quasi fosse lei nell’impiccio, e toccasse a me di levarnela.” “Ma! io l’avrei bene il mio povero parere da darle; ma poi...” “Ma poi, sentiamo.” “Il mio parere sarebbe che, siccome tutti dicono che il nostro arcivescovo è un sant’uomo, e un uomo di polso, e che non ha paura di nessuno, e, quando può fare star a dovere un di questi prepotenti, per sostenere un curato, ci gongola; io direi, e dico che lei gli scrivesse una bella lettera, per informarlo come qualmente...” “Volete tacere? volete tacere? Son pareri codesti da dare a un pover’uomo? Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi! l’arcivescovo me la leverebbe?” “Eh! le schioppettate non si danno via come confetti: e guai se questi cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano! E io ho sempre veduto che a chi sa mostrare i denti, e farsi stimare, gli si porta rispetto; e, appunto perché lei non vuol mai dir la sua ragione, siam ridotti a segno che tutti vengono, con licenza, a...” “Volete tacere?” “Io taccio subito; ma è però certo che, quando il mondo s’accorge che uno, sempre, in ogni incontro, è pronto a calar le...” “Volete tacere? È tempo ora di dir codeste baggianate?” “Basta: ci penserà questa notte; ma intanto non cominci a farsi male da sé, a rovinarsi la salute; mangi un boccone.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Ci penserò io,” rispose, brontolando, don Abbondio: “sicuro; io ci penserò, io ci ho da pensare.” E s’alzò, continuando: “non voglio prender niente; niente: ho altra voglia: lo so anch’io che tocca a pensarci a me. Ma! la doveva accader per l’appunto a me.” “Mandi almen giù quest’altro gocciolo,” disse Perpetua, mescendo. “Lei sa che questo le rimette sempre lo stomaco.” “Eh! ci vuol altro, ci vuol altro, ci vuol altro.” Così dicendo, prese il lume, e, brontolando sempre: “una piccola bagattella!  a  un  galantuomo  par  mio!  e  domani  com’andrà?”  e  altre  simili lamentazioni, s’avviò per salire in camera. Giunto su la soglia, si voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca, disse, con tono lento e solenne: “per amor del cielo!” e disparve.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina. Don Abbondio in vece non sapeva altro ancora se non che l’indomani sarebbe giorno di battaglia; quindi una gran parte della notte fu spesa in consulte angosciose. Non far caso dell’intimazione ribalda, né delle minacce, e fare il matrimonio, era un partito, che non volle neppur mettere in deliberazione. Confidare a Renzo l’occorrente, e cercar con lui qualche mezzo... Dio liberi! “Non si lasci scappar parola... altrimenti... ehm!” aveva detto un di que’ bravi; e, al sentirsi rimbombar quell’”ehm!” nella mente, don Abbondio, non che pensare a trasgredire una tal legge, si pentiva anche dell’aver ciarlato con Perpetua. Fuggire? Dove? E poi! Quant’impicci, e quanti conti da rendere! A ogni partito che rifiutava, il pover’uomo si rivoltava nel letto. Quello che, per ogni verso, gli parve il meglio o il men male, fu di guadagnar tempo, menando Renzo per le lunghe. Si rammentò a proposito, che mancavan pochi giorni al tempo proibito per le nozze; – e, se posso tenere a bada, per questi pochi giorni, quel ragazzone, ho poi due mesi di respiro; e, in due mesi, può nascer di gran cose. – Ruminò pretesti da metter in campo; e, benché gli paressero un po’ leggieri, pur s’andava rassicurando col pensiero che la sua autorità gli avrebbe fatti parer di giusto peso, e che la sua antica esperienza gli darebbe gran vantaggio sur un giovanetto ignorante. – Vedremo, – diceva tra sé: – egli pensa alla morosa; ma io penso alla pelle: il più interessato son io, lasciando stare che sono il più accorto. Figliuol caro, se tu ti senti il bruciore addosso, non so che dire; ma io non voglio andarne di mezzo. – Fermato così un poco l’animo a una deliberazione, poté finalmente chiuder occhio: ma che sonno! che sogni! Bravi, don Rodrigo, Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate. Il primo svegliarsi, dopo una sciagura, e in un impiccio, è un momento molto amaro. La mente, appena risentita, ricorre all’idee abituali della vita tranquilla antecedente; ma il pensiero del nuovo stato di cose le si affaccia subito sgarbatamente; e il dispiacere ne è più vivo in quel paragone istantaneo. Assaporato dolorosamente questo momento, don Abbondio ricapitolò subito i suoi disegni della notte, si confermò in essi, gli ordinò meglio, s’alzò, e stette aspettando Renzo con timore e, ad un tempo, con impazienza. Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo non si fece molto aspettare. Appena gli parve ora di poter, senza indiscrezione, presentarsi al curato, v’an-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
dò, con la lieta furia d’un uomo di vent’anni, che deve in quel giorno sposare quella che ama. Era, fin dall’adolescenza, rimasto privo de’ parenti, ed esercitava la professione di filatore di seta, ereditaria, per dir così, nella sua famiglia; professione, negli anni indietro, assai lucrosa; allora già in decadenza, ma non però a segno che un abile operaio non potesse cavarne di che vivere onestamente. Il lavoro andava di giorno in giorno scemando; ma l’emigrazione continua de’ lavoranti, attirati negli stati vicini da promesse, da privilegi e da grosse paghe, faceva sì che non ne mancasse ancora a quelli che rimanevano in paese. Oltre di questo, possedeva Renzo un poderetto che faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il filatoio stava fermo; di modo che, per la sua condizione, poteva dirsi agiato. E quantunque quell’annata fosse ancor più scarsa delle antecedenti, e già si cominciasse a provare una vera carestia, pure il nostro giovine, che, da quando aveva messi gli occhi addosso a Lucia, era divenuto massaio, si trovava provvisto bastantemente, e non aveva a contrastar con la fame. Comparve davanti a don Abbondio, in gran gala, con penne di vario colore al cappello, col suo pugnale del manico bello, nel taschino de’ calzoni, con una cert’aria di festa e nello stesso tempo di braverìa, comune allora anche agli uomini più quieti. L’accoglimento incerto e misterioso di don Abbondio fece un contrapposto singolare ai modi gioviali e risoluti del giovinotto. – Che abbia qualche pensiero per la testa, – argomentò Renzo tra sé; poi disse: “son venuto, signor curato, per sapere a che ora le comoda che ci troviamo in chiesa.” “Di che giorno volete parlare?” “Come, di che giorno? non si ricorda che s’è fissato per oggi?” “Oggi?” replicò don Abbondio, come se ne sentisse parlare per la prima volta. “Oggi, oggi... abbiate pazienza, ma oggi non posso.” “Oggi non può! Cos’è nato?” “Prima di tutto, non mi sento bene, vedete.” “Mi dispiace; ma quello che ha da fare è cosa di così poco tempo, e di così poca fatica...” “E poi, e poi, e poi...” “E poi che cosa?” “E poi c’è degli imbrogli.” “Degl’imbrogli? Che imbrogli ci può essere?” “Bisognerebbe trovarsi nei nostri piedi, per conoscer quanti impicci 24 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“E poi, non ci sarà più altri impedimenti?” “Quando vi dico...” “Ebbene: avrò pazienza per una settimana; ma ritenga bene che, passata questa, non m’appagherò più di chiacchiere. Intanto la riverisco.” E così detto, se n’andò, facendo a don Abbondio un inchino men profondo del solito, e dandogli un’occhiata più espressiva che riverente. Uscito poi, e camminando di mala voglia, per la prima volta, verso la casa della sua promessa, in mezzo alla stizza, tornava con la mente su quel colloquio; e sempre più lo trovava strano. L’accoglienza fredda e impicciata di don Abbondio, quel suo parlare stentato insieme e impaziente, que’ due occhi grigi che, mentre parlava, eran sempre andati scappando qua e là, come se avesser avuto paura d’incontrarsi con le parole che gli uscivan di bocca, quel farsi quasi nuovo del matrimonio così espressamente concertato, e sopra tutto quell’accennar sempre qualche gran cosa, non dicendo mai nulla di chiaro; tutte queste circostanze messe insieme facevan pensare a Renzo che ci fosse sotto un mistero diverso da quello che don Abbondio aveva voluto far credere. Stette il giovine in forse un momento di tornare indietro, per metterlo alle strette, e farlo parlar più chiaro; ma, alzando gli occhi, vide Perpetua che camminava dinanzi a lui, ed entrava in un orticello pochi passi distante dalla casa. Le diede una voce, mentre essa apriva l’uscio; studiò il passo, la raggiunse, la ritenne sulla soglia, e, col disegno di scovar qualche cosa di più positivo, si fermò ad attaccar discorso con essa. “Buon giorno, Perpetua: io speravo che oggi si sarebbe stati allegri insieme.” “Ma! quel che Dio vuole, il mio povero Renzo.” “Fatemi  un  piacere:  quel  benedett’uomo  del  signor  curato  m’ha impastocchiate certe ragioni che non ho potuto ben capire: spiegatemi voi meglio perché non può o non vuole maritarci oggi.” “Oh! vi par egli ch’io sappia i segreti del mio padrone?” – L’ho detto io, che c’era mistero sotto, – pensò Renzo; e, per tirarlo in luce, continuò: “via, Perpetua; siamo amici; ditemi quel che sapete, aiutate un povero figliuolo.” “Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo.” “È vero,” riprese questo, sempre più confermandosi ne’ suoi sospetti; e, cercando d’accostarsi più alla questione, “è vero,” soggiunse, “ma tocca ai preti a trattar male co’ poveri?”
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Sentite, Renzo; io non posso dir niente, perché... non so niente; ma quello che vi posso assicurare è che il mio padrone non vuol far torto, né a voi né a nessuno: e lui non ci ha colpa.” “Chi è dunque che ci ha colpa?” domandò Renzo, con un cert’atto trascurato, ma col cuor sospeso, e con l’orecchio all’erta. “Quando vi dico che non so niente... In difesa del mio padrone, posso parlare; perché mi fa male sentire che gli si dia carico di voler far dispiacere a qualcheduno. Pover’uomo! se pecca, è per troppa bontà. C’è bene a questo mondo de’ birboni, de’ prepotenti, degli uomini senza timor di Dio...” – Prepotenti! birboni! – pensò Renzo: – questi non sono i superiori. “Via,” disse poi, nascondendo a stento l’agitazione crescente, “via, ditemi chi è.” “Ah! voi vorreste farmi parlare; e io non posso parlare, perché... non so niente: quando non so niente, è come se avessi giurato di tacere. Potreste darmi la corda, che non mi cavereste nulla di bocca. Addio; è tempo perduto per tutt’e due.” Così dicendo, entrò in fretta nell’orto, e chiuse l’uscio. Renzo, rispostole con un saluto, tornò indietro pian piano, per non farla accorgere del cammino che prendeva; ma, quando fu fuor del tiro dell’orecchio della buona donna, allungò il passo; in un momento fu all’uscio di don Abbondio; entrò, andò diviato al salotto dove l’aveva lasciato, ve lo trovò, e corse verso lui, con un fare ardito, e con gli occhi stralunati. “Eh! eh! che novità è questa?” disse don Abbondio. “Chi è quel prepotente,” disse Renzo, con la voce d’un uomo ch’è risoluto d’ottenere una risposta precisa, “chi è quel prepotente che non vuol ch’io sposi Lucia?” “Che? che? che?” balbettò il povero sorpreso, con un volto fatto in un istante bianco e floscio, come un cencio che esca del bucato. E, pur brontolando, spiccò un salto dal suo seggiolone, per lanciarsi all’uscio. Ma Renzo, che doveva aspettarsi quella mossa, e stava all’erta, vi balzò prima di lui, girò la chiave, e se la mise in tasca. “Ah! ah! parlerà ora, signor curato? Tutti sanno i fatti miei, fuori di me. Voglio saperli, per bacco, anch’io. Come si chiama colui?” “Renzo! Renzo! per carità, badate a quel che fate; pensate all’anima vostra.” “Penso che lo voglio saper subito, sul momento.” E, così dicendo, mise, forse senza avvedersene, la mano sul manico del coltello che gli usciva dal taschino. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
parole annunziarle una tal nuova? E poi, che partito prendere? Come farla sua, a dispetto della forza di quell’iniquo potente? E insieme a tutto questo, non un sospetto formato, ma un’ombra tormentosa gli passava per la mente. Quella soverchieria di don Rodrigo non poteva esser mossa che da una brutale passione per Lucia. E Lucia? Che avesse data a colui la più piccola occasione, la più leggiera lusinga, non era un pensiero che potesse fermarsi un momento nella testa di Renzo. Ma n’era informata? Poteva colui aver concepita quell’infame passione, senza che lei se n’avvedesse? Avrebbe spinte le cose tanto in là prima d’averla tentata in qualche modo? E Lucia non ne aveva mai detta una parola a lui! al suo promesso! Dominato da questi pensieri, passò davanti a casa sua, ch’era nel mezzo del villaggio, e, attraversatolo, s’avviò a quella di Lucia, ch’era in fondo, anzi un po’ fuori. Aveva quella casetta un piccolo cortile dinanzi, che la separava dalla strada, ed era cinto da un murettino. Renzo entrò nel cortile, e sentì un misto e continuo ronzìo che veniva da una stanza di sopra. S’immaginò che sarebbero amiche e comari, venute a far corteggio a Lucia; e non si volle mostrare a quel mercato, con quella nuova in corpo e sul volto. Una fanciulletta che si trovava nel cortile, gli corse incontro gridando: “lo sposo! lo sposo!” “Zitta, Bettina, zitta!” disse Renzo. “Vien qua; va su da Lucia, tirala in disparte, e dille all’orecchio... ma che nessun senta, né sospetti di nulla, ve’... dille che ho da parlarle, che l’aspetto nella stanza terrena, e che venga subito.” La fanciulletta salì in fretta le scale, lieta e superba d’avere una commission segreta da eseguire. Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere: e lei s’andava schermendo, con quella modestia un po’ guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s’apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d’argento, che si dividevano all’intorno, quasi a guisa de’ raggi d’un’aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d’oro a filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
vermiglie, due pianelle, di seta anch’esse, a ricami. Oltre a questo, ch’era l’ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand’in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare. La piccola Bettina si cacciò nel crocchio, s’accostò a Lucia, le fece intendere accortamente che aveva qualcosa da comunicarle, e le disse la sua parolina all’orecchio. “Vo un momento, e torno,” disse Lucia alle donne; e scese in fretta. Al veder la faccia mutata, e il portamento inquieto di Renzo, “cosa c’è?” disse, non senza un presentimento di terrore. “Lucia!” rispose Renzo, “per oggi tutto è a monte; e Dio sa quando potremo esser marito e moglie.” “Che?” disse Lucia tutta smarrita. Renzo le raccontò brevemente la storia di quella mattina: ella ascoltava con angoscia: e quando udì il nome di don Rodrigo, “ah!” esclamò, arrossendo e tremando, “fino a questo segno!” “Dunque voi sapevate...?” disse Renzo. “Pur troppo!” rispose Lucia; “ma a questo segno!” “Che cosa sapevate?” “Non mi fate ora parlare, non mi fate piangere. Corro a chiamar mia madre, e a licenziar le donne: bisogna che siam soli.” Mentre ella partiva, Renzo susurrò: “non m’avete mai detto niente.” “Ah, Renzo!” rispose Lucia, rivolgendosi un momento, senza fermarsi. Renzo intese benissimo che il suo nome pronunziato in quel momento, con quel tono, da Lucia, voleva dire: potete voi dubitare ch’io abbia taciuto se non per motivi giusti e puri? Intanto la buona Agnese (così si chiamava la madre di Lucia), messa in sospetto e in curiosità dalla parolina all’orecchio, e dallo sparir della figlia, era discesa a veder cosa c’era di nuovo. La figlia la lasciò con Renzo, tornò alle donne radunate, e, accomodando l’aspetto e la voce, come poté meglio, disse: “il signor curato è ammalato; e oggi non si fa nulla”. Ciò detto, le salutò tutte in fretta, e scese di nuovo. Le donne sfilarono, e si sparsero a raccontar l’accaduto. Due o tre andaron fin all’uscio del curato, per verificar se era ammalato davvero. “Un febbrone,” rispose Perpetua dalla finestra; e la trista parola, riportata all’altre, troncò le congetture che già cominciavano a brulicar ne’ loro cervelli, e ad annunziarsi tronche e misteriose ne’ loro discorsi. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Sentite, figliuoli; date retta a me,” disse, dopo qualche momento, Agnese. “Io son venuta al mondo prima di voi; e il mondo lo conosco un poco. Non bisogna poi spaventarsi tanto: il diavolo non è brutto quanto si dipinge. A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perché non sappiam trovarne il bandolo; ma alle volte un parere, una parolina d’un uomo che abbia studiato... so ben io quel che voglio dire. Fate a mio modo, Renzo; andate a Lecco; cercate del dottor Azzecca-garbugli, raccontategli... Ma non lo chiamate così, per amor del cielo: è un soprannome. Bisogna dire il signor dottor... Come si chiama, ora? Oh to’! non lo so il nome vero: lo chiaman tutti a quel modo. Basta, cercate di quel dottore alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una voglia di lampone sulla guancia.” “Lo conosco di vista,” disse Renzo. “Bene,” continuò Agnese: “quello è una cima d’uomo! Ho visto io più d’uno ch’era più impicciato che un pulcin nella stoppa, e non sapeva dove batter la testa, e, dopo essere stato un’ora a quattr’occhi col dottor Azzeccagarbugli (badate bene di non chiamarlo così!), l’ho visto, dico, ridersene. Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli; perché non bisogna mai andar con le mani vote da que’ signori. Raccontategli tutto l’accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno.” Renzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia l’approvò; e Agnese, superba d’averlo dato, levò, a una a una, le povere bestie dalla stia, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano a Renzo; il quale, date e ricevute parole di speranza, uscì dalla parte dell’orto, per non esser veduto da’ ragazzi, che gli correrebber dietro, gridando: lo sposo! lo sposo! Così, attraversando i campi o, come dicon colà, i luoghi, se n’andò per viottole, fremendo, ripensando alla sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al dottor Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Pare che abbian fatta la grida apposta per me.” “Eh? non è vero? sentite, sentite: et altre simili violenze, quali seguono da feudatarii, nobili, mediocri, vili, e plebei. Non se ne scappa: ci son tutti: è come la valle di Giosafat. Sentite ora la pena. Tutte queste et altre simili male attioni, benché siano proibite, nondimeno, convenendo metter mano a maggior rigore, S.E, per la presente, non derogando, eccetera,  ordina e comanda che contra li contravventori in qualsivoglia dei suddetti capi, o altro simile, si proceda da tutti li giudici ordinarii di questo Stato a pena pecuniaria e corporale, ancora di relegatione o di galera, e fino alla morte... una piccola bagattella! all’arbitrio dell’Eccellenza Sua, o del Senato, secondo la qualità dei casi, persone e circostanze. E questo ir-re-mis-si-bil-mente e con ogni rigore, eccetera. Ce n’è  della  roba,  eh?  E  vedete  qui  le  sottoscrizioni:  Gonzalo  Fernandez  de Cordova; e più in giù:  Platonus; e qui ancora:  Vidit Ferrer: non ci manca niente.” Mentre il dottore leggeva, Renzo gli andava dietro lentamente con l’occhio, cercando di cavar il costrutto chiaro, e di mirar proprio quelle sacrosante parole, che gli parevano dover esser il suo aiuto. Il dottore, vedendo il nuovo cliente più attento che atterrito, si maravigliava. – Che sia matricolato costui, – pensava tra sé. “Ah! ah!” gli disse poi: “vi siete però fatto tagliare il ciuffo. Avete avuto prudenza: però, volendo mettervi nelle mie mani, non faceva bisogno. Il caso è serio; ma voi non sapete quel che mi basti l’animo di fare, in un’occasione.” Per intender quest’uscita del dottore, bisogna sapere, o rammentarsi che, a quel tempo, i bravi di mestiere, e i facinorosi d’ogni genere, usavan portare un lungo ciuffo, che si tiravan poi sul volto, come una visiera, all’atto d’affrontar qualcheduno, ne’ casi in cui stimasser necessario di travisarsi, e l’impresa fosse di quelle, che richiedevano nello stesso tempo forza e prudenza. Le gride non erano state in silenzio su questa moda. Comanda Sua Eccellenza (il marchese de la Hynojosa) che chi porterà i capelli di tal lunghezza che coprano il fronte fino alli cigli esclusivamente, ovvero porterà la trezza, o avanti o dopo le orecchie, incorra la pena di trecento scudi; et in caso d’inhabilità, di tre anni di galera, per la prima volta, e per la seconda, oltre la suddetta, maggiore ancora, pecuniaria et corporale, all’arbitrio di Sua Eccellenza. Permette però che, per occasione di trovarsi alcuno calvo, o per altra ragionevole causa di segnale o ferita, possano quelli tali, per maggior decoro e sanità loro, portare i capelli tanto lunghi, quanto sia bisogno per coprire simili
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
mancamenti e niente di più; avvertendo bene a non eccedere il dovere e pura necessità, per (non) incorrere nella pena agli altri contraffacienti imposta. E parimente comanda a’ barbieri, sotto pena di cento scudi o di tre tratti di corda da esser dati loro in pubblico, et maggiore anco corporale, all’arbitrio come sopra, che non lascino a quelli che toseranno, sorte alcuna di dette trezze, zuffi, rizzi, né capelli più lunghi dell’ordinario, così nella fronte come dalle bande, e dopo le orecchie, ma che siano tutti uguali, come sopra, salvo nel caso dei calvi, o altri difettosi, come si è detto. Il ciuffo era dunque quasi una parte dell’armatura, e un distintivo de’ bravacci e degli scapestrati; i quali poi da ciò vennero comunemente chiamati ciuffi. Questo termine è rimasto e vive tuttavia, con significazione più mitigata, nel dialetto: e non ci sarà forse nessuno de’ nostri lettori milanesi, che non si rammenti d’aver sentito, nella sua fanciullezza, o i parenti, o il maestro, o qualche amico di casa, o qualche persona di servizio, dir di lui: è un ciuffo, è un ciuffetto. “In verità, da povero figliuolo,” rispose Renzo, “io non ho mai portato ciuffo in vita mia.” “Non facciam niente,” rispose il dottore, scotendo il capo, con un sorriso, tra malizioso e impaziente. “Se non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete ch’io v’aiuti, bisogna dirmi tutto, dall’a fino alla zeta, col cuore in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui avete avuto il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo; e, in questo caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli dirò, vedete, ch’io sappia da voi, che v’ha mandato lui: fidatevi. Gli dirò che vengo ad implorar la sua protezione, per un povero giovine calunniato. E con lui prenderò i concerti opportuni, per finir l’affare lodevolmente. Capite bene che, salvando sé, salverà anche voi. Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli... Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m’impegno a togliervi d’impiccio: con un po’ di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l’offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l’umore dell’amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d’attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell’orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente. In quanto al curato, se è persona di giudizio, se ne starà zitto; se fosse una testolina, c’è
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
rimedio anche per quelle. D’ogni intrigo si può uscire; ma ci vuole un uomo: e il vostro caso è serio; serio, vi dico, serio: la grida canta chiaro; e se la cosa si deve decider tra la giustizia e voi, così a quattr’occhi, state fresco. Io vi parlo da amico: le scappate bisogna pagarle: se volete passarvela liscia, danari e sincerità, fidarvi di chi vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che vi sarà suggerito.” Mentre il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo stava guardando con un’attenzione estatica, come un materialone sta sulla piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai. Quand’ebbe però capito bene cosa il dottore volesse dire, e quale equivoco avesse preso, gli troncò il nastro in bocca, dicendo: “oh! signor dottore, come l’ha intesa? l’è proprio tutta al rovescio. Io non ho minacciato nessuno; io non fo di queste cose, io: e domandi pure a tutto il mio comune, che sentirà che non ho mai avuto che fare con la giustizia. La bricconeria l’hanno fatta a me; e vengo da lei per sapere come ho da fare per ottener giustizia; e son ben contento d’aver visto quella grida.” “Diavolo!” esclamò il dottore, spalancando gli occhi. “Che pasticci mi fate? Tant’è; siete tutti così: possibile che non sappiate dirle chiare le cose?” “Ma mi scusi; lei non m’ha dato tempo: ora le racconterò la cosa, com’è. Sappia dunque ch’io dovevo sposare oggi,” e qui la voce di Renzo si commosse, “dovevo sposare oggi una giovine, alla quale discorrevo, fin da quest’estate; e oggi, come le dico, era il giorno stabilito col signor curato, e s’era disposto ogni cosa. Ecco che il signor curato comincia a cavar fuori certe scuse... basta, per non tediarla, io l’ho fatto parlar chiaro, com’era giusto; e lui m’ha confessato che gli era stato proibito, pena la vita, di far questo matrimonio. Quel prepotente di don Rodrigo...” “Eh via!” interruppe subito il dottore, aggrottando le ciglia, aggrinzando il naso rosso, e storcendo la bocca, “eh via! Che mi venite a rompere il capo con queste fandonie? Fate di questi discorsi tra voi altri, che non sapete misurar le parole; e non venite a farli con un galantuomo che sa quanto valgono. Andate, andate; non sapete quel che vi dite: io non m’impiccio con ragazzi; non voglio sentir discorsi di questa sorte, discorsi in aria.” “Le giuro...” “Andate, vi dico: che volete ch’io faccia de’ vostri giuramenti? Io non c’entro: me ne lavo le mani.” E se le andava stropicciando, come se le lavasse
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
davvero. “Imparate a parlare: non si viene a sorprender così un galantuomo.” “Ma senta, ma senta,” ripeteva indarno Renzo: il dottore, sempre gridando, lo spingeva con le mani verso l’uscio; e, quando ve l’ebbe cacciato, aprì, chiamò la serva, e le disse: “restituite subito a quest’uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio niente.” Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo ch’era stata in quella casa, eseguito un ordine simile: ma era stato proferito con una tale risoluzione, che non esitò a ubbidire. Prese le quattro povere bestie, e le diede a Renzo, con un’occhiata di compassione sprezzante, che pareva volesse dire: bisogna che tu l’abbia fatta bella. Renzo voleva far cerimonie; ma il dottore fu inespugnabile; e il giovine, più attonito e più stizzito che mai, dovette riprendersi le vittime rifiutate, e tornar al paese, a raccontar alle donne il bel costrutto della sua spedizione. Le donne, nella sua assenza, dopo essersi tristamente levate il vestito delle feste e messo quello del giorno di lavoro, si misero a consultar di nuovo, Lucia singhiozzando e Agnese sospirando. Quando questa ebbe ben parlato de’ grandi effetti che si dovevano sperare dai consigli del dottore, Lucia disse che bisognava veder d’aiutarsi in tutte le maniere; che il padre Cristoforo era uomo non solo da consigliare, ma da metter l’opera sua, quando si trattasse di sollevar poverelli; e che sarebbe una gran bella cosa potergli far sapere ciò ch’era accaduto. “Sicuro”, disse Agnese: e si diedero a cercare insieme la maniera; giacché andar esse al convento, distante di là forse due miglia, non se ne sentivano il coraggio, in quel giorno: e certo nessun uomo di giudizio gliene avrebbe dato il parere. Ma, nel mentre che bilanciavano i partiti, si sentì un picchietto all’uscio, e, nello stesso momento, un sommesso ma distinto: “Deo gratias”. Lucia, immaginandosi chi poteva essere, corse ad aprire; e subito, fatto un piccolo inchino famigliare, venne avanti un laico cercatore cappuccino, con la sua bisaccia pendente alla spalla sinistra, e tenendone l’imboccatura attortigliata e stretta nelle due mani sul petto. “Oh fra Galdino!” dissero le due donne. “Il Signore sia con voi,” disse il frate. “Vengo alla cerca delle noci.” “Va a prender le noci per i padri,” disse Agnese. Lucia s’alzò, e s’avviò all’altra  stanza,  ma,  prima  d’entrarvi,  si  trattenne  dietro  le  spalle  di  fra Galdino, che rimaneva diritto nella medesima positura; e, mettendo il dito alla bocca, diede alla madre un’occhiata che chiedeva il segreto, con tenerezza, con supplicazione, e anche con una certa autorità.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Il cercatore, sbirciando Agnese così da lontano, disse: “e questo matrimonio? Si doveva pur fare oggi: ho veduto nel paese una certa confusione, come se ci fosse una novità. Cos’è stato?” “Il signor curato è ammalato, e bisogna differire,” rispose in fretta la donna. Se Lucia non faceva quel segno, la risposta sarebbe probabilmente stata diversa. “E come va la cerca?” soggiunse poi, per mutar discorso. “Poco bene, buona donna, poco bene. Le son tutte qui.” E, così dicendo, si levò la bisaccia d’addosso, e la fece saltar tra le due mani. “Son tutte qui; e, per mettere insieme questa bella abbondanza, ho dovuto picchiare a dieci porte.” “Ma! le annate vanno scarse, fra Galdino; e, quando s’ha a misurar il pane, non si può allargar la mano nel resto.” “E per far tornare il buon tempo, che rimedio c’è, la mia donna? L’elemosina. Sapete di quel miracolo delle noci, che avvenne, molt’anni sono, in quel nostro convento di Romagna?” “No, in verità; raccontatemelo un poco.” “Oh! dovete dunque sapere che, in quel convento, c’era un nostro padre, il quale era un santo, e si chiamava il padre Macario. Un giorno d’inverno, passando per una viottola, in un campo d’un nostro benefattore, uomo dabbene anche lui, il padre Macario vide questo benefattore vicino a un suo gran noce; e quattro contadini, con le zappe in aria, che principiavano a scalzar la pianta, per metterle le radici al sole. – Che fate voi a quella povera pianta? domandò il padre Macario. – Eh! padre, son anni e anni che la non mi vuol far noci; e io ne faccio legna. – Lasciatela stare, disse il padre: sappiate che, quest’anno, la farà più noci che foglie. Il benefattore, che sapeva chi era colui che aveva detta quella parola, ordinò subito ai lavoratori, che gettasser di nuovo la terra sulle radici; e, chiamato il padre, che continuava la sua strada: – Padre Macario, gli disse, la metà della raccolta sarà per il convento. – Si sparse la voce della predizione; e tutti correvano a guardare il noce. In fatti, a primavera, fiori a bizzeffe, e, a suo tempo, noci a bizzeffe. Il buon benefattore non ebbe la consolazione di bacchiarle; perché andò, prima della raccolta, a ricevere il premio della sua carità. Ma il miracolo fu tanto più grande, come sentirete. Quel brav’uomo aveva lasciato un figliuolo di stampa ben diversa. Or dunque, alla raccolta, il cercatore andò per riscotere la metà ch’era dovuta al convento; ma colui se ne fece nuovo affatto, ed ebbe la temerità di rispondere che non aveva mai sentito dire che i cappuccini sapes-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
tegno d’umiltà e di sicurezza, esser talvolta, nella stessa casa, un soggetto di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla, chieder l’elemosina per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento, a tutto era avvezzo un cappuccino. Andando per la strada, poteva ugualmente abbattersi in un principe che gli baciasse riverentemente la punta del cordone, o in una brigata di ragazzacci che, fingendo d’esser alle mani tra loro, gl’inzaccherassero la barba di fango. La parola “frate” veniva, in que’ tempi, proferita col più gran rispetto, e col più amaro disprezzo: e i cappuccini, forse più d’ogni altr’ordine, eran oggetto de’ due opposti sentimenti, e provavano le due opposte fortune; perché, non possedendo nulla, portando un abito più stranamente diverso dal comune, facendo più aperta professione d’umiltà, s’esponevan più da vicino alla venerazione e al vilipendio che queste cose possono attirare da’ diversi umori, e dal diverso pensare degli uomini. Partito fra Galdino, “tutte quelle noci!” esclamò Agnese: “in quest’anno!” “Mamma, perdonatemi,” rispose Lucia; “ma, se avessimo fatta un’elemosina come gli altri, fra Galdino avrebbe dovuto girare ancora, Dio sa quanto, prima d’aver la bisaccia piena; Dio sa quando sarebbe tornato al convento; e, con le ciarle che avrebbe fatte e sentite, Dio sa se gli sarebbe rimasto in mente...” “Hai pensato bene; e poi è tutta carità che porta sempre buon frutto,” disse Agnese, la quale, co’ suoi difettucci, era una gran buona donna, e si sarebbe, come si dice, buttata nel fuoco per quell’unica figlia, in cui aveva riposta tutta la sua compiacenza. In questa, arrivò Renzo, ed entrando con un volto dispettoso insieme e mortificato, gettò i capponi sur una tavola; e fu questa l’ultima trista vicenda delle povere bestie, per quel giorno. “Bel parere che m’avete dato!” disse ad Agnese. “M’avete mandato da un buon galantuomo, da uno che aiuta veramente i poverelli!” E raccontò il suo abboccamento col dottore. La donna, stupefatta di così trista riuscita, voleva mettersi a dimostrare che il parere però era buono, e che Renzo non doveva aver saputo far la cosa come andava fatta; ma Lucia interruppe quella questione, annunziando che sperava d’aver trovato un aiuto migliore. Renzo accolse anche questa speranza, come accade a quelli che sono nella sventura e nell’impiccio. “Ma, se il padre”, disse, “non ci trova un ripiego, lo troverò io, in un modo o nell’altro.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Il sole non era ancor tutto apparso sull’orizzonte, quando il padre Cristoforo uscì dal suo convento di Pescarenico, per salire alla casetta dov’era aspettato. È Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dell’Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare. Il convento era situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori, e in faccia all’entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco conduce a Bergamo. Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole s’alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità de’ monti opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, giù per i pendìi, e nella valle. Un venticello d’autunno, staccando da’ rami le foglie appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante dall’albero. A destra e a sinistra, nelle vigne, sui tralci ancor tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra lavorata di fresco, spiccava bruna e distinta ne’ campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza. La scena era lieta; ma ogni figura d’uomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero. Ogni tanto, s’incontravano mendichi laceri e macilenti, o invecchiati nel mestiere, o spinti allora dalla necessità a tender la mano. Passavano zitti accanto al padre Cristoforo, lo guardavano pietosamente, e, benché non avesser nulla a sperar da lui, giacché un cappuccino non toccava mai moneta, gli facevano un inchino di ringraziamento, per l’elemosina che avevan ricevuta, o che andavano a cercare al convento. Lo spettacolo de’ lavoratori sparsi ne’ campi, aveva qualcosa d’ancor più doloroso. Alcuni andavan gettando le lor semente, rade, con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme; altri spingevan la vanga come a stento, e rovesciavano svogliatamente la zolla. La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per cibo della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli uomini potevan vivere. Questi spettacoli accrescevano, a ogni passo, la mestizia del frate, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore, d’andar a sentire qualche sciagura. – Ma perché si prendeva tanto pensiero di Lucia? E perché, al primo avviso, s’era mosso con tanta sollecitudine, come a una chiamata del padre provinciale? E chi era questo padre Cristoforo? – Bisogna soddisfare a tutte queste domande. Il padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant’anni. Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli, che vi gira-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
va intorno, secondo il rito cappuccinesco, s’alzava di tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che d’altero e d’inquieto; e subito s’abbassava, per riflessione d’umiltà. La barba bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva ancor più risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto, alle quali un’astinenza, già da gran pezzo abituale, aveva assai più aggiunto di gravità che tolto d’espressione. Due occhi incavati eran per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di morso. Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Era figliuolo d’un mercante di *** (questi asterischi vengon tutti dalla circospezione del mio anonimo) che, ne’ suoi ultim’anni, trovandosi assai fornito di beni, e con quell’unico figliuolo, aveva rinunziato al traffico, e s’era dato a viver da signore. Nel suo nuovo ozio, cominciò a entrargli in corpo una gran vergogna di tutto quel tempo che aveva speso a far qualcosa in questo mondo. Predominato da una tal fantasia, studiava tutte le maniere di far dimenticare ch’era stato mercante: avrebbe voluto poterlo dimenticare anche lui. Ma il fondaco, le balle, il libro, il braccio, gli comparivan sempre nella memoria, come l’ombra di Banco a Macbeth, anche tra la pompa delle mense, e il sorriso de’ parassiti. E non si potrebbe dire la cura che dovevano aver que’ poveretti, per schivare ogni parola che potesse parere allusiva all’antica condizione del convitante. Un giorno, per raccontarne una, un giorno, sul finir della tavola, ne’ momenti della più viva e schietta allegria, che non si sarebbe potuto dire chi più godesse, o la brigata di sparecchiare, o il padrone d’aver apparecchiato, andava stuzzicando, con superiorità amichevole, uno di que’ commensali, il più onesto mangiatore del mondo. Questo, per corrispondere alla celia, senza la minima ombra di malizia, proprio col candore d’un bambino, rispose: “eh! io fo l’orecchio del mercante”. Egli stesso fu subito colpito dal suono della parola che gli era uscita di bocca: guardò, con faccia incerta, alla faccia del padrone, che s’era rannuvolata: l’uno e l’altro avrebber voluto riprender quella di prima; ma non era possibile. Gli altri convitati pensavano, ognun da sé, al modo di sopire il piccolo scandolo, e di fare una diversione; ma, pensando, tacevano, e, in quel silenzio, lo scandolo era più manifesto. Ognuno scansava d’incontrar gli occhi degli altri; ognuno sentiva che tutti
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
eran occupati del pensiero che tutti volevan dissimulare. La gioia, per quel giorno, se n’andò; e l’imprudente o, per parlar con più giustizia, lo sfortunato, non ricevette più invito. Così il padre di Lodovico passò gli ultimi suoi anni in angustie continue, temendo sempre d’essere schernito, e non riflettendo mai che il vendere non è cosa più ridicola che il comprare, e che quella professione di cui allora si vergognava, l’aveva pure esercitata per tant’anni, in presenza del pubblico, e senza rimorso. Fece educare il figlio nobilmente, secondo la condizione de’ tempi, e per quanto gli era concesso dalle leggi e dalle consuetudini; gli diede maestri di lettere e d’esercizi cavallereschi; e morì, lasciandolo ricco e giovinetto. Lodovico aveva contratte abitudini signorili; e gli adulatori, tra i quali era cresciuto, l’avevano avvezzato ad esser trattato con molto rispetto. Ma, quando volle mischiarsi coi principali della sua città, trovò un fare ben diverso da quello a cui era accostumato; e vide che, a voler esser della lor compagnia, come avrebbe desiderato, gli conveniva fare una nuova scuola di pazienza e di sommissione, star sempre al di sotto, e ingozzarne una, ogni momento. Una tal maniera di vivere non s’accordava, né con l’educazione, né con la natura di Lodovico. S’allontanò da essi indispettito. Ma poi ne stava lontano con rammarico; perché gli pareva che questi veramente avrebber dovuto essere i suoi compagni; soltanto gli avrebbe voluti più trattabili. Con questo  misto  d’inclinazione  e  di  rancore,  non  potendo  frequentarli famigliarmente, e volendo pure aver che far con loro in qualche modo, s’era dato a competer con loro di sfoggi e di magnificenza, comprandosi così a contanti inimicizie, invidie e ridicolo. La sua indole, onesta insieme e violenta, l’aveva poi imbarcato per tempo in altre gare più serie. Sentiva un orrore spontaneo e sincero per l’angherie e per i soprusi: orrore reso ancor più vivo in lui dalla qualità delle persone che più ne commettevano alla giornata; ch’erano appunto coloro coi quali aveva più di quella ruggine. Per acquietare, o per esercitare tutte queste passioni in una volta, prendeva volentieri le parti d’un debole sopraffatto, si piccava di farci stare un soverchiatore, s’intrometteva in una briga, se ne tirava addosso un’altra; tanto che, a poco a poco, venne a costituirsi come un protettor degli oppressi, e un vendicatore de’ torti. L’impiego era gravoso; e non è da domandare se il povero Lodovico avesse nemici, impegni e pensieri. Oltre la guerra esterna, era poi tribolato continuamente da contrasti interni; perché, a spuntarla in un impegno (senza parlare di quelli in cui restava al di sotto), doveva anche lui adoperar raggiri e
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
violenze, che la sua coscienza non poteva poi approvare. Doveva tenersi intorno un buon numero di bravacci; e, così per la sua sicurezza, come per averne un aiuto più vigoroso, doveva scegliere i più arrischiati, cioè i più ribaldi; e vivere co’ birboni, per amor della giustizia. Tanto che, più d’una volta, o scoraggito, dopo una trista riuscita, o inquieto per un pericolo imminente, annoiato del continuo guardarsi, stomacato della sua compagnia, in pensiero dell’avvenire, per le sue sostanze che se n’andavan, di giorno in giorno, in opere buone e in braverie, più d’una volta gli era saltata la fantasia di farsi frate; che, a que’ tempi, era il ripiego più comune, per uscir d’impicci. Ma questa, che sarebbe forse stata una fantasia per tutta la sua vita, divenne una risoluzione, a causa d’un accidente, il più serio che gli fosse capitato. Andava un giorno per una strada della sua città, seguito da due bravi, e accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte giovine di bottega e, dopo chiusa questa, diventato maestro di casa. Era un uomo di circa cinquant’anni, affezionato, dalla gioventù, a Lodovico, che aveva veduto nascere, e che, tra salario e regali, gli dava non solo da vivere, ma di che mantenere e tirar su una numerosa famiglia. Vide Lodovico spuntar da lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il contraccambio: giacché è uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi. Costui, seguito da quattro bravi, s’avanzava diritto, con passo superbo, con la testa alta, con la bocca composta all’alterigia e allo sprezzo. Tutt’e due camminavan rasente al muro; ma Lodovico (notate bene) lo strisciava col lato destro; e ciò, secondo una consuetudine, gli dava il diritto (dove mai si va a ficcare il diritto!) di non istaccarsi dal detto muro, per dar passo a chi si fosse; cosa della quale allora si faceva gran caso. L’altro pretendeva, all’opposto, che quel diritto competesse a lui, come a nobile, e che a Lodovico toccasse d’andar nel mezzo; e ciò in forza d’un’altra consuetudine. Perocché, in questo, come accade in molti altri affari, erano in vigore due consuetudini contrarie, senza che fosse deciso qual delle due fosse la buona; il che dava opportunità di fare una guerra, ogni volta che una testa dura s’abbattesse in un’altra della stessa tempra. Que’ due si venivano incontro, ristretti alla muraglia, come due figure di basso rilievo ambulanti. Quando si trovarono a viso a viso, il signor tale, squadrando Lodovico, a capo alto, col cipiglio imperioso, gli disse, in un tono corrispondente di voce: “fate luogo”.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Fate luogo voi,” rispose Lodovico. “La diritta è mia.” “Co’ vostri pari, è sempre mia.” “Sì, se l’arroganza de’ vostri pari fosse legge per i pari miei.” I bravi dell’uno e dell’altro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il suo padrone, guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe, preparati alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di là, si teneva in distanza, a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatori animava sempre più il puntiglio de’ contendenti. “Nel mezzo, vile meccanico; o ch’io t’insegno una volta come si tratta co’ gentiluomini.” “Voi mentite ch’io sia vile.” “Tu menti ch’io abbia mentito.” Questa risposta era di prammatica. “E, se tu fossi cavaliere, come son io,” aggiunse quel signore, “ti vorrei far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu.” “È un buon pretesto per dispensarvi di sostener co’ fatti l’insolenza delle vostre parole.” “Gettate nel fango questo ribaldo,” disse il gentiluomo, voltandosi a’ suoi. “Vediamo!” disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e mettendo mano alla spada. “Temerario!” gridò l’altro, sfoderando la sua: “io spezzerò questa, quando sarà macchiata del tuo vil sangue.” Così s’avventarono l’uno all’altro; i servitori delle due parti si slanciarono alla difesa de’ loro padroni. Il combattimento era disuguale, e per il numero, e anche perché Lodovico mirava piuttosto a scansare i colpi, e a disarmare il nemico, che ad ucciderlo; ma questo voleva la morte di lui, a ogni costo. Lodovico aveva già ricevuta al braccio sinistro una pugnalata d’un bravo, e una sgraffiatura leggiera in una guancia, e il nemico principale gli piombava addosso per finirlo; quando Cristoforo, vedendo il suo padrone nell’estremo pericolo, andò col pugnale addosso al signore. Questo, rivolta tutta la sua ira contro di lui, lo passò con la spada. A quella vista, Lodovico, come fuor di sé, cacciò la sua nel ventre del feritore, il quale cadde moribondo, quasi a un punto col povero Cristoforo. I bravi del gentiluomo, visto ch’era finita, si diedero alla fuga, malconci: quelli di Lodovico, tartassati e sfregiati anche loro, non essendovi più a chi dare, e non volendo trovarsi impicciati nella gente, che già accorreva, scantonarono dall’altra parte: e 51 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
dichiarava suo nemico chiunque s’attentasse di mettervi ostacolo. La storia non dice che a loro dolesse molto dell’ucciso, e nemmeno che una lagrima fosse stata sparsa per lui, in tutto il parentado: dice soltanto ch’eran tutti smaniosi d’aver nell’unghie l’uccisore, o vivo o morto. Ora questo, vestendo l’abito  di  cappuccino,  accomodava  ogni  cosa.  Faceva,  in  certa  maniera, un’emenda, s’imponeva una penitenza, si chiamava implicitamente in colpa, si ritirava da ogni gara; era in somma un nemico che depon l’armi. I parenti del morto potevan poi anche, se loro piacesse, credere e vantarsi che s’era fatto frate per disperazione, e per terrore del loro sdegno. E, ad ogni modo, ridurre un uomo a spropriarsi del suo, a tosarsi la testa, a camminare a piedi nudi, a dormir sur un saccone, a viver d’elemosina, poteva parere una punizione competente, anche all’offeso il più borioso. Il padre guardiano si presentò, con un’umiltà disinvolta, al fratello del morto, e, dopo mille proteste di rispetto per l’illustrissima casa, e di desiderio di compiacere ad essa in tutto ciò che fosse fattibile, parlò del pentimento di Lodovico, e della sua risoluzione, facendo garbatamente sentire che la casa poteva esserne contenta, e insinuando poi soavemente, e con maniera ancor più destra, che, piacesse o non piacesse, la cosa doveva essere. Il fratello diede in ismanie, che il cappuccino lasciò svaporare, dicendo di tempo in tempo: “è un troppo giusto dolore”. Fece intendere che, in ogni caso, la sua famiglia avrebbe saputo prendersi una soddisfazione: e il cappuccino, qualunque cosa ne pensasse, non disse di no. Finalmente richiese, impose come una condizione, che l’uccisor di suo fratello partirebbe subito da quella città. Il guardiano, che aveva già deliberato che questo fosse fatto, disse che si farebbe, lasciando che l’altro credesse, se gli piaceva, esser questo un atto d’ubbidienza: e tutto fu concluso. Contenta la famiglia, che ne usciva con onore; contenti i frati, che salvavano un uomo e i loro privilegi, senza farsi alcun nemico; contenti i dilettanti di cavalleria, che vedevano un affare terminarsi lodevolmente; contento il popolo, che vedeva fuor d’impiccio un uomo ben voluto, e che, nello stesso tempo, ammirava una conversione; contento finalmente, e più di tutti, in mezzo al dolore, il nostro Lodovico, il quale cominciava una vita d’espiazione e di servizio, che potesse, se non riparare, pagare almeno il mal fatto, e rintuzzare il pungolo intollerabile del rimorso. Il sospetto che la sua risoluzione fosse attribuita alla paura, l’afflisse un momento; ma si consolò subito, col pensiero che anche quell’ingiusto giudizio sarebbe un gastigo per lui, e un mezzo d’espiazione. Così, a trent’anni, si
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
tempo. Che! tu andavi in cerca d’amici... quali amici!... che non t’avrebber potuto aiutare, neppur volendo! E cercavi di perder Quel solo che lo può e lo vuole! Non sai tu che Dio è l’amico de’ tribolati, che confidano in Lui? Non sai tu che, a metter fuori l’unghie, il debole non ci guadagna? E quando pure...” A questo punto, afferrò fortemente il braccio di Renzo: il suo aspetto, senza perder d’autorità, s’atteggiò d’una compunzione solenne, gli occhi s’abbassarono, la voce divenne lenta e come sotterranea: “quando pure... è un terribile  guadagno!  Renzo!  vuoi  tu  confidare  in  me?...  che  dico  in  me, omiciattolo, fraticello? Vuoi tu confidare in Dio?” “Oh sì!” rispose Renzo. “Quello è il Signore davvero.” “Ebbene; prometti che non affronterai, che non provocherai nessuno, che ti lascerai guidar da me.” “Lo prometto.” Lucia fece un gran respiro, come se le avesser levato un peso d’addosso; e Agnese disse: “bravo figliuolo”. “Sentite, figliuoli,” riprese fra Cristoforo: “io anderò oggi a parlare a quell’uomo. Se Dio gli tocca il cuore, e dà forza alle mie parole, bene: se no, Egli ci farà trovare qualche altro rimedio. Voi intanto, statevi quieti, ritirati, scansate le ciarle, non vi fate vedere. Stasera, o domattina al più tardi, mi rivedrete.” Detto questo, troncò tutti i ringraziamenti e le benedizioni, e partì. S’avviò al convento, arrivò a tempo d’andare in coro a cantar sesta, desinò, e si mise subito in cammino, verso il covile della fiera che voleva provarsi d’ammansare. Il  palazzotto  di  don  Rodrigo  sorgeva  isolato,  a  somiglianza  d’una bicocca, sulla cima d’uno de’ poggi ond’è sparsa e rilevata quella costiera. A questa indicazione l’anonimo aggiunge che il luogo (avrebbe fatto meglio a scriverne alla buona il nome) era più in su del paesello degli sposi, discosto da questo forse tre miglia, e quattro dal convento. Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di don Rodrigo; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno. Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de’ costumi del paese. Dando un’occhiata nelle stanze terrene, dove qualche uscio fosse aperto, si vedevano attaccati al muro schioppi, tromboni, zappe, rastrelli, cappelli di paglia, reticelle e fiaschetti da polvere, alla rinfusa. La gente che  vi  s’incontrava  erano  omacci  tarchiati  e  arcigni,  con  un  gran  ciuffo arrovesciato sul capo, e chiuso in una reticella; vecchi che, perdute le zanne,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
parevan sempre pronti, chi nulla nulla gli aizzasse, a digrignar le gengive; donne con certe facce maschie, e con certe braccia nerborute, buone da venire in aiuto della lingua, quando questa non bastasse: ne’ sembianti e nelle mosse de’ fanciulli stessi, che giocavan per la strada, si vedeva un non so che di petulante e di provocativo. Fra Cristoforo attraversò il villaggio, salì per una viuzza a chiocciola, e pervenne sur una piccola spianata, davanti al palazzotto. La porta era chiusa, segno che il padrone stava desinando, e non voleva esser frastornato. Le rade e piccole finestre che davan sulla strada, chiuse da imposte sconnesse e consunte dagli anni, eran però difese da grosse inferriate, e quelle del pian terreno tant’alte che appena vi sarebbe arrivato un uomo sulle spalle d’un altro. Regnava quivi un gran silenzio; e un passeggiero avrebbe potuto credere che fosse una casa abbandonata, se quattro creature, due vive e due morte, collocate in simmetria, di fuori, non avesser dato  un indizio d’abitanti. Due grand’avoltoi, con l’ali spalancate, e co’ teschi penzoloni, l’uno spennacchiato e mezzo roso dal tempo, l’altro ancor saldo e pennuto, erano inchiodati, ciascuno sur un battente del portone; e due bravi, sdraiati, ciascuno sur una delle panche poste a destra e a sinistra, facevan la guardia, aspettando d’esser chiamati a goder gli avanzi della tavola del signore. Il padre si fermò ritto, in atto di chi si dispone ad aspettare; ma un de’ bravi s’alzò, e gli disse: “padre, padre, venga pure avanti: qui non si fanno aspettare i cappuccini: noi siamo amici del convento: e io ci sono stato in certi momenti che fuori non era troppo buon’aria per me; e se mi avesser tenuta la porta chiusa, la sarebbe andata male.” Così dicendo, diede due picchi col martello. A quel suono risposer subito di dentro gli urli e le strida di mastini e di cagnolini; e, pochi momenti dopo, giunse borbottando un vecchio servitore; ma, veduto il padre, gli fece un grand’inchino, acquietò le bestie, con le mani e con la voce, introdusse l’ospite in un angusto cortile, e richiuse la porta. Accompagnatolo poi in un salotto, e guardandolo con una cert’aria di maraviglia e di rispetto, disse: “non è lei... il padre Cristoforo di Pescarenico?” “Per l’appunto.” “Lei qui?” “Come vedete, buon uomo.” “Sarà per far del bene. Del bene,” continuò mormorando tra i denti, e rincamminandosi, “se ne può far per tutto.” Attraversati due o tre altri salotti oscuri, arrivarono all’uscio della sala del convito. Quivi un gran frastono
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Padre Cristoforo,” rispose più d’uno. “Ma,  padre  Cristoforo,  padron  mio  colendissimo,  con  queste  sue massime, lei vorrebbe mandare il mondo sottosopra. Senza sfide! Senza bastonate! Addio il punto d’onore: impunità per tutti i mascalzoni. Per buona sorte che il supposto è impossibile.” “Animo, dottore,” scappò fuori don Rodrigo, che voleva sempre più divertire la disputa dai due primi contendenti, “animo, a voi, che, per dar ragione a tutti, siete un uomo. Vediamo un poco come farete per dar ragione in questo al padre Cristoforo.” “In verità,” rispose il dottore, tenendo brandita in aria la forchetta, e rivolgendosi al padre, “in verità io non so intendere come il padre Cristoforo, il quale è insieme il perfetto religioso e l’uomo di mondo, non abbia pensato che la sua sentenza, buona, ottima e di giusto peso sul pulpito, non val niente, sia detto col dovuto rispetto, in una disputa cavalleresca. Ma il padre sa, meglio di me, che ogni cosa è buona a suo luogo; e io credo che, questa volta, abbia voluto cavarsi, con una celia, dall’impiccio di proferire una sentenza.” Che si poteva mai rispondere a ragionamenti dedotti da una sapienza così antica, e sempre nuova? Niente: e così fece il nostro frate. Ma don Rodrigo, per voler troncare quella questione, ne venne a suscitare un’altra. “A proposito,” disse, “ho sentito che a Milano correvan voci d’accomodamento.” Il lettore sa che in quell’anno si combatteva per la successione al ducato di Mantova, del quale, alla morte di Vincenzo Gonzaga, che non aveva lasciata prole legittima, era entrato in possesso il duca di Nevers, suo parente più prossimo. Luigi XIII, ossia il cardinale di Richelieu, sosteneva quel principe,  suo  ben  affetto,  e  naturalizzato  francese:  Filippo  IV,  ossia  il  conte d’Olivares, comunemente chiamato il conte duca, non lo voleva lì, per le stesse ragioni; e gli aveva mosso guerra. Siccome poi quel ducato era feudo dell’impero, così le due parti s’adoperavano, con pratiche, con istanze, con minacce, presso l’imperator Ferdinando II, la prima perché accordasse l’investitura al nuovo duca; la seconda perché gliela negasse, anzi aiutasse a cacciarlo da quello stato. “Non son lontano dal credere,” disse il conte Attilio, “che le cose si possano accomodare. Ho certi indizi...” “Non creda, signor conte, non creda,” interruppe il podestà. “Io, in
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Che ne dite eh, dottore?” domandò don Rodrigo. Tirato fuor del bicchiere un naso più vermiglio e più lucente di quello, il dottore rispose, battendo con enfasi ogni sillaba: “dico, proferisco, e sentenzio che questo è l’Olivares de’ vini: censui, et in eam ivi sententiam, che un liquor simile non si trova in tutti i ventidue regni del re nostro signore, che Dio guardi: dichiaro e definisco che i pranzi dell’illustrissimo signor don Rodrigo vincono le cene d’Eliogabalo; e che la carestia è bandita e confinata in perpetuo da questo palazzo, dove siede e regna la splendidezza.” “Ben detto! ben definito!” gridarono, a una voce, i commensali: ma quella parola, carestia, che il dottore aveva buttata fuori a caso, rivolse in un punto tutte le menti a quel tristo soggetto; e tutti parlarono della carestia. Qui andavan tutti d’accordo, almeno nel principale; ma il fracasso era forse più grande che se ci fosse stato disparere. Parlavan tutti insieme. “Non c’è carestia,” diceva uno: “sono gl’incettatori...” “E i fornai,” diceva un altro: “che nascondono il grano. Impiccarli.” “Appunto; impiccarli, senza misericordia.” “De’ buoni processi,” gridava il podestà. “Che processi?” gridava più forte il conte Attilio: “giustizia sommaria. Pigliarne tre o quattro o cinque o sei, di quelli che, per voce pubblica, son conosciuti come i più ricchi e i più cani, e impiccarli.” “Esempi! esempi! senza esempi non si fa nulla.” “Impiccarli! impiccarli! e salterà fuori grano da tutte le parti.” Chi, passando per una fiera, s’è trovato a goder l’armonia che fa una compagnia di cantambanchi, quando, tra una sonata e l’altra, ognuno accorda il suo stromento, facendolo stridere quanto più può, affine di sentirlo distintamente, in mezzo al rumore degli altri, s’immagini che tale fosse la consonanza di quei, se si può dire, discorsi. S’andava intanto mescendo e rimescendo  di  quel  tal  vino;  e  le  lodi  di  esso  venivano,  com’era  giusto, frammischiate alle sentenze di giurisprudenza economica; sicchè le parole che s’udivan più sonore e più frequenti, erano: ambrosia, e impiccarli. Don Rodrigo intanto dava dell’occhiate al solo che stava zitto; e lo vedeva sempre lì fermo, senza dar segno d’impazienza né di fretta, senza far atto che tendesse a ricordare che stava aspettando; ma in aria di non voler andarsene, prima d’essere stato ascoltato. L’avrebbe mandato a spasso volentieri, e fatto di meno di quel colloquio; ma congedare un cappuccino, senza avergli dato udienza, non era secondo le regole della sua politica. Poiché la
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
poter riportare un avviso, qual si fosse, a’ suoi protetti, e arrivar poi al convento, prima di notte: che era una delle leggi più precise, e più severamente mantenute del codice cappuccinesco. Intanto, nella casetta di Lucia, erano stati messi in campo e ventilati disegni, de’ quali ci conviene informare il lettore. Dopo la partenza del frate, i tre rimasti erano stati qualche tempo in silenzio; Lucia preparando tristamente il desinare; Renzo sul punto d’andarsene ogni momento, per levarsi dalla vista di lei così accorata, e non sapendo staccarsi; Agnese tutta intenta, in apparenza, all’aspo che faceva girare. Ma, in realtà, stava maturando un progetto; e, quando le parve maturo, ruppe il silenzio in questi termini: “Sentite, figliuoli! Se volete aver cuore e destrezza, quanto bisogna, se vi fidate di vostra madre,” a quel vostra Lucia si riscosse, “io m’impegno di cavarvi di quest’impiccio, meglio forse, e più presto del padre Cristoforo, quantunque sia quell’uomo che è.” Lucia rimase lì, e la guardò con un volto ch’esprimeva più maraviglia che fiducia in una promessa tanto magnifica; e Renzo disse subitamente: “cuore? destrezza? dite, dite pure quel che si può fare.” “Non è vero,” proseguì Agnese, “che, se foste maritati, si sarebbe già un pezzo avanti? E che a tutto il resto si troverebbe più facilmente ripiego?” “C’è dubbio?” disse Renzo: “maritati che fossimo... tutto il mondo è paese; e, a due passi di qui, sul bergamasco, chi lavora seta è ricevuto a braccia aperte. Sapete quante volte Bortolo mio cugino m’ha fatto sollecitare d’andar là a star con lui, che farei fortuna, com’ha fatto lui: e se non gli ho mai dato retta, gli è... che serve? perché il mio cuore era qui. Maritati, si va tutti insieme, si mette su casa là, si vive in santa pace, fuor dell’unghie di questo ribaldo, lontano dalla tentazione di fare uno sproposito. N’è vero, Lucia?” “Sì,” disse Lucia: “ma come...?” “Come ho detto io,” riprese la madre: “cuore e destrezza; e la cosa è facile.” “Facile!” dissero insieme que’ due, per cui la cosa era divenuta tanto stranamente e dolorosamente difficile. “Facile, a saperla fare,” replicò Agnese. “Ascoltatemi bene, che vedrò di farvela intendere. Io ho sentito dire da gente che sa, e anzi ne ho veduto io un caso, che, per fare un matrimonio, ci vuole bensì il curato, ma non è necessario che voglia; basta che ci sia.” “Come sta questa faccenda?” domandò Renzo.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Ascoltate e sentirete. Bisogna aver due testimoni ben lesti e ben d’accordo. Si va dal curato: il punto sta di chiapparlo all’improvviso, che non abbia tempo di scappare. L’uomo dice: signor curato, questa è mia moglie; la donna dice: signor curato, questo è mio marito. Bisogna che il curato senta, che i testimoni sentano; e il matrimonio è bell’e fatto, sacrosanto come se l’avesse fatto il papa. Quando le parole son dette, il curato può strillare, strepitare, fare il diavolo; è inutile; siete marito e moglie.” “Possibile?” esclamò Lucia. “Come!” disse Agnese: “state a vedere che, in trent’anni che ho passati in questo mondo, prima che nasceste voi altri, non avrò imparato nulla. La cosa è tale quale ve la dico: per segno tale che una mia amica, che voleva prender uno contro la volontà de’ suoi parenti, facendo in quella maniera, ottenne il suo intento. Il curato, che ne aveva sospetto, stava all’erta; ma i due diavoli seppero far così bene, che lo colsero in un punto giusto, dissero le parole, e furon marito e moglie: benché la poveretta se ne pentì poi, in capo a tre giorni.” Agnese diceva il vero, e riguardo alla possibilità, e riguardo al pericolo di non ci riuscire: chè, siccome non ricorrevano a un tale espediente, se non persone che avesser trovato ostacolo o rifiuto nella via ordinaria, così i parrochi mettevan gran cura a scansare quella cooperazione forzata; e, quando un d’essi venisse pure sorpreso da una di quelle coppie, accompagnata da testimoni, faceva di tutto per iscapolarsene, come Proteo dalle mani di coloro che volevano farlo vaticinare per forza. “Se  fosse  vero,  Lucia!”  disse  Renzo,  guardandola  con  un’aria d’aspettazione supplichevole. “Come! se fosse vero!” disse Agnese. “Anche voi credete ch’io dica fandonie. Io m’affanno per voi, e non son creduta: bene bene; cavatevi d’impiccio come potete: io me ne lavo le mani.” “Ah no! non ci abbandonate,” disse Renzo. “Parlo così, perché la cosa mi par troppo bella. Sono nelle vostre mani; vi considero come se foste proprio mia madre.” Queste parole fecero svanire il piccolo sdegno d’Agnese, e dimenticare un proponimento che, per verità, non era stato serio. “Ma perché dunque, mamma,” disse Lucia, con quel suo contegno sommesso, “perché questa cosa non è venuta in mente al padre Cristoforo?” “In mente?” rispose Agnese: “pensa se non gli sarà venuta in mente! Ma non ne avrà voluto parlare.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Lucia,” disse Renzo, “volete voi mancarmi ora? Non avevamo noi fatto tutte le cose da buon cristiani? Non dovremmo esser già marito e moglie? Il curato non ci aveva fissato lui il giorno e l’ora? E di chi è la colpa, se dobbiamo ora aiutarci con un po’ d’ingegno? No, non mi mancherete. Vado e torno con la risposta.” E, salutando Lucia, con un atto di preghiera, e Agnese, con un’aria d’intelligenza, partì in fretta. Le tribolazioni aguzzano il cervello: e Renzo il quale, nel sentiero retto e piano di vita percorso da lui fin allora, non s’era mai trovato nell’occasione d’assottigliar molto il suo, ne aveva, in questo caso, immaginata una, da far onore a un giureconsulto. Andò addirittura, secondo che aveva disegnato, alla casetta d’un certo Tonio, ch’era lì poco distante; e lo trovò in cucina, che, con un ginocchio sullo scalino del focolare, e tenendo, con una mano, l’orlo d’un paiolo, messo sulle ceneri calde, dimenava, col matterello ricurvo, una piccola polenta bigia, di gran saraceno. La madre, un fratello, la moglie di Tonio, erano a tavola; e tre o quattro ragazzetti, ritti accanto al babbo, stavano  aspettando,  con  gli  occhi  fissi  al  paiolo,  che  venisse  il  momento  di scodellare. Ma non c’era quell’allegria che la vista del desinare suol pur dare a chi se l’è meritato con la fatica. La mole della polenta era in ragion dell’annata, e non del numero e della buona voglia de’ commensali: e ognun d’essi, fissando, con uno sguardo bieco d’amor rabbioso, la vivanda comune, pareva pensare alla porzione d’appetito che le doveva sopravvivere. Mentre Renzo barattava i saluti con la famiglia, Tonio scodellò la polenta sulla tafferìa di faggio, che stava apparecchiata a riceverla: e parve una piccola luna, in un gran cerchio di vapori. Nondimeno le donne dissero cortesemente a Renzo: “volete restar servito?”, complimento che il contadino di Lombardia, e chi sa di quant’altri paesi! non lascia mai di fare a chi lo trovi a mangiare, quand’anche questo fosse un ricco epulone alzatosi allora da tavola, e lui fosse all’ultimo boccone. “Vi ringrazio,” rispose Renzo: “venivo solamente per dire una parolina a Tonio; e, se vuoi, Tonio, per non disturbar le tue donne, possiamo andar a desinare all’osteria, e lì parleremo.” La proposta fu per Tonio tanto più gradita, quanto meno aspettata; e le donne, e anche i bimbi (giacché, su questa materia, principian presto a ragionare) non videro mal volentieri che si sottraesse alla polenta un concorrente, e il più formidabile. L’invitato non istette a domandar altro, e andò con Renzo. Giunti all’osteria del villaggio; seduti, con tutta libertà, in una perfetta
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni     I Promessi sposi    Capitolo sesto solitudine, giacché la miseria aveva divezzati tutti i frequentatori di quel luogo di delizie; fatto portare quel poco che si trovava; votato un boccale di vino; Renzo, con aria di mistero, disse a Tonio: “se tu vuoi farmi un piccolo servizio, io te ne voglio fare uno grande.” “Parla, parla; comandami pure,” rispose Tonio, mescendo. “Oggi mi butterei nel fuoco per te.” “Tu hai un debito di venticinque lire col signor curato, per fitto del suo campo, che lavoravi, l’anno passato.” “Ah, Renzo, Renzo! tu mi guasti il benefizio. Con che cosa mi vieni fuori? M’hai fatto andar via il buon umore.” “Se ti parlo del debito,” disse Renzo, “è perché, se tu vuoi, io intendo di darti il mezzo di pagarlo.” “Dici davvero?” “Davvero. Eh? saresti contento?” “Contento? Per diana, se sarei contento! Se non foss’altro, per non veder più que’ versacci, e que’ cenni col capo, che mi fa il signor curato, ogni volta che c’incontriamo. E poi sempre: Tonio, ricordatevi: Tonio, quando ci vediamo, per quel negozio? A tal segno che quando, nel predicare, mi fissa quegli occhi addosso, io sto quasi in timore che abbia a dirmi, lì in pubblico: quelle venticinque lire! Che maledette siano le venticinque lire! E poi, m’avrebbe a restituir la collana d’oro di mia moglie, che la baratterei in tanta polenta. Ma...” “Ma, ma, se tu mi vuoi fare un servizietto, le venticinque lire son preparate.” “Dì su.” “Ma...!” disse Renzo, mettendo il dito alla bocca. “Fa bisogno di queste cose? tu mi conosci.” “Il signor curato va cavando fuori certe ragioni senza sugo, per tirare in lungo il mio matrimonio; e io in vece vorrei spicciarmi. Mi dicon di sicuro che, presentandosegli davanti i due sposi, con due testimoni, e dicendo io: questa è mia moglie, e Lucia: questo è mio marito, il matrimonio è bell’e fatto. M’hai tu inteso?” “Tu vuoi ch’io venga per testimonio?” “Per l’appunto.” “E pagherai per me le venticinque lire?” “Così l’intendo.”
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Anderete voi giù al convento, per parlare al padre Cristoforo, come v’ha detto ier sera?” domandò Agnese a Renzo. “Le zucche!” rispose questo: “sapete che diavoli d’occhi ha il padre: mi leggerebbe in viso, come sur un libro, che c’è qualcosa per aria; e se cominciasse a farmi dell’interrogazioni, non potrei uscirne a bene. E poi, io devo star qui, per accudire all’affare. Sarà meglio che mandiate voi qualcheduno.” “Manderò Menico.” “Va bene,” rispose Renzo; e partì, per accudire all’affare, come aveva detto. Agnese andò a una casa vicina, a cercar Menico, ch’era un ragazzetto di circa dodici anni, sveglio la sua parte, e che, per via di cugini e di cognati, veniva a essere un po’ suo nipote. Lo chiese ai parenti, come in prestito, per tutto quel giorno, “per un certo servizio”, diceva. Avutolo, lo condusse nella sua cucina, gli diede da colazione, e gli disse che andasse a Pescarenico, e si facesse vedere al padre Cristoforo, il quale lo rimanderebbe poi, con una risposta, quando sarebbe tempo. “Il padre Cristoforo, quel bel vecchio, tu sai, con la barba bianca, quello che chiamano il santo...” “Ho capito,” disse Menico: “quello che ci accarezza sempre, noi altri ragazzi, e ci dà, ogni tanto, qualche santino.” “Appunto, Menico. E se ti dirà che tu aspetti qualche poco, lì vicino al convento, non ti sviare: bada di non andar, con de’ compagni, al lago, a veder pescare, né a divertirti con le reti attaccate al muro ad asciugare, né a far quell’altro tuo giochetto solito...” Bisogna saper che Menico era bravissimo per fare a rimbalzello; e si sa che tutti, grandi e piccoli, facciam volentieri le cose alle quali abbiamo abilità: non dico quelle sole. “Poh! zia; non son poi un ragazzo.” “Bene, abbi giudizio; e, quando tornerai con la risposta... guarda; queste due belle parpagliole nuove son per te.” “Datemele ora, ch’è lo stesso.” “No, no, tu le giocheresti. Va, e portati bene; che n’avrai anche di più.” Nel rimanente di quella lunga mattinata, si videro certe novità che misero non poco in sospetto l’animo già conturbato delle donne. Un mendico, né rifinito né cencioso come i suoi pari, e con un non so che d’oscuro e di sinistro nel sembiante, entrò a chieder la carità, dando in qua e in là cert’occhiate da spione. Gli fu dato un pezzo di pane, che ricevette e ripose,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Tutto ciò non si poté fare, senza che quel vecchio servitore, il quale stava a occhi aperti, e a orecchi tesi, s’accorgesse che qualche gran cosa si macchinava. A forza di stare attento e di domandare; accattando una mezza notizia di qua, una mezza di là, commentando tra sé una parola oscura, interpretando un andare misterioso, tanto fece, che venne in chiaro di ciò che si doveva eseguir quella notte. Ma quando ci fu riuscito, essa era già poco lontana, e già una piccola vanguardia di bravi era andata a imboscarsi in quel casolare diroccato. Il povero vecchio, quantunque sentisse bene a che rischioso giuoco giocava, e avesse anche paura di portare il soccorso di Pisa, pure non volle mancare: uscì, con la scusa di prendere un po’ d’aria, e s’incamminò in fretta in fretta al convento,  per  dare  al  padre  Cristoforo  l’avviso  promesso.  Poco  dopo,  si mossero gli altri bravi, e discesero spicciolati, per non parere una compagnia: il Griso venne dopo; e non rimase indietro che una bussola, la quale doveva esser portata al casolare, a sera inoltrata; come fu fatto. Radunati che furono in quel luogo, il Griso spedì tre di coloro all’osteria del paesetto: uno che si mettesse sull’uscio, a osservar ciò che accadesse nella strada, e a veder quando tutti gli abitanti fossero ritirati: gli altri due che stessero dentro a giocare e a bere, come dilettanti; e attendessero intanto a spiare se qualche cosa da spiare ci fosse. Egli, col grosso della truppa, rimase nell’agguato ad aspettare. Il povero vecchio trottava ancora; i tre esploratori arrivavano al loro posto; il sole cadeva; quando Renzo entrò dalle donne, e disse: “Tonio e Gervaso m’aspettan fuori: vo con loro all’osteria, a mangiare un boccone; e, quando sonerà l’ave maria, verremo a prendervi. Su, coraggio, Lucia! tutto dipende da un momento.” Lucia sospirò, e ripeté: “coraggio”, con una voce che smentiva la parola. Quando Renzo e i due compagni giunsero all’osteria, vi trovaron quel tale già piantato in sentinella, che ingombrava mezzo il vano della porta, appoggiato con la schiena a uno stipite, con le braccia incrociate sul petto; e guardava e riguardava, a destra e a sinistra, facendo lampeggiare ora il bianco, ora il nero di due occhi grifagni. Un berretto piatto di velluto chermisi, messo storto, gli copriva la metà del ciuffo, che, dividendosi sur una fronte fosca, girava, da una parte e dall’altra, sotto gli orecchi, e terminava in trecce, fermate con un pettine sulla nuca. Teneva sospeso in una mano un grosso randello; arme propriamente, non ne portava in vista; ma, solo a guardargli in viso, anche un fanciullo avrebbe pensato che doveva averne sotto quante ce ne poteva stare. Quando Renzo, ch’era innanzi agli altri, fu lì per entrare,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
tratto: talvolta comparisce grande l’ostacolo a cui s’era appena badato; l’immaginazione dà indietro sgomentata; le membra par che ricusino d’ubbidire; e il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza. Al picchiare sommesso di Renzo, Lucia fu assalita da tanto terrore, che risolvette, in quel momento, di soffrire ogni cosa, di star sempre divisa da lui, piuttosto ch’eseguire quella risoluzione; ma quando si fu fatto vedere, ed ebbe detto: “son qui, andiamo”; quando tutti si mostraron pronti ad avviarsi, senza esitazione, come a cosa stabilita, irrevocabile; Lucia non ebbe tempo né forza di far difficoltà, e, come strascinata, prese tremando un braccio della madre, un braccio del promesso sposo, e si mosse con la brigata avventuriera. Zitti zitti, nelle tenebre, a passo misurato, usciron dalla casetta, e preser la strada fuori del paese. La più corta sarebbe stata d’attraversarlo: chè s’andava diritto alla casa di don Abbondio; ma scelsero quella, per non esser visti. Per viottole, tra gli orti e i campi, arrivaron vicino a quella casa, e lì si divisero. I due promessi rimaser nascosti dietro l’angolo di essa; Agnese con loro, ma  un  po’  più  innanzi,  per  accorrere  in  tempo  a  fermar  Perpetua,  e  a impadronirsene; Tonio, con lo scempiato di Gervaso, che non sapeva far nulla da sé, e senza il quale non si poteva far nulla, s’affacciaron bravamente alla porta, e picchiarono. “Chi è, a quest’ora?” gridò una voce dalla finestra, che s’aprì in quel momento: era la voce di Perpetua. “Ammalati non ce n’è, ch’io sappia. È forse accaduta qualche disgrazia?” “Son io,” rispose  Tonio, “con mio fratello, che abbiam bisogno di parlare al signor curato.” “È ora da cristiani questa?” disse bruscamente Perpetua. “Che discrezione? Tornate domani.” “Sentite: tornerò o non tornerò: ho riscosso non so che danari, e venivo a saldar quel debituccio che sapete: aveva qui venticinque belle berlinghe nuove; ma se non si può, pazienza: questi, so come spenderli, e tornerò quando n’abbia messi insieme degli altri.” “Aspettate, aspettate: vo e torno. Ma perché venire a quest’ora?” “Gli ho ricevuti, anch’io, poco fa; e ho pensato, come vi dico, che, se li tengo a dormir con me, non so di che parere sarò domattina. Però, se l’ora non vi piace, non so che dire: per me, son qui; e se non mi volete, me ne vo.” “No, no, aspettate un momento: torno con la risposta.” Così dicendo, richiuse la finestra. A questo punto, Agnese si staccò dai
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Sicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! Chi è costei?” “Non me lo domandate, che non mi piace metter male.” “Me lo direte, me l’avete a dire: oh la bugiarda!” “Basta... ma non potete credere quanto mi sia dispiaciuto di non saper bene tutta la storia, per confonder colei.” “Guardate se si può inventare, a questo modo!” esclamò di nuovo Perpetua; e riprese subito: “in quanto a Beppe, tutti sanno, e hanno potuto vedere... Ehi, Tonio! accostate l’uscio, e salite pure, che vengo.” Tonio, di dentro, rispose di sì; e Perpetua continuò la sua narrazione appassionata. In faccia all’uscio di don Abbondio, s’apriva, tra due casipole, una stradetta, che, finite quelle, voltava in un campo. Agnese vi s’avviò, come se volesse tirarsi alquanto in disparte, per parlar più liberamente; e Perpetua dietro. Quand’ebbero voltato, e furono in luogo, donde non si poteva più veder ciò che accadesse davanti alla casa di don Abbondio, Agnese tossì forte. Era il segnale: Renzo lo sentì, fece coraggio a Lucia, con una stretta di braccio; e tutt’e due, in punta di piedi, vennero avanti, rasentando il muro, zitti zitti; arrivarono all’uscio, lo spinsero adagino adagino; cheti e chinati, entraron nell’andito, dov’erano i due fratelli, ad aspettarli. Renzo accostò di nuovo l’uscio pian piano; e tutt’e quattro su per le scale, non facendo rumore neppur per uno. Giunti sul pianerottolo, i due fratelli s’avvicinarono all’uscio della stanza, ch’era di fianco alla scala; gli sposi si strinsero al muro. “Deo gratias,” disse Tonio, a voce chiara. “Tonio, eh? Entrate,” rispose la voce di dentro. Il chiamato aprì l’uscio, appena quanto bastava per poter passar lui e il fratello, a un per volta. La striscia di luce, che uscì d’improvviso per quella apertura, e si disegnò sul pavimento oscuro del pianerottolo, fece riscoter Lucia, come se fosse scoperta. Entrati i fratelli, Tonio si tirò dietro l’uscio: gli sposi rimasero immobili nelle tenebre, con l’orecchie tese, tenendo il fiato: il rumore più forte era il martellar che faceva il povero cuore di Lucia. Don Abbondio stava, come abbiam detto, sur una vecchia seggiola, ravvolto in una vecchia zimarra, con in capo una vecchia papalina, che gli faceva cornice intorno alla faccia, al lume scarso d’una piccola lucerna. Due folte ciocche di capelli, che gli scappavano fuor della papalina, due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti, e sparsi su quella faccia bruna e rugosa, potevano assomigliarsi a cespugli coperti di neve, sporgenti da un dirupo, al chiaro di luna.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Ah! ah!” fu il suo saluto, mentre si levava gli occhiali, e li riponeva nel libricciolo. “Dirà il signor curato, che son venuto tardi,” disse Tonio, inchinandosi, come pure fece, ma più goffamente, Gervaso. “Sicuro ch’è tardi: tardi in tutte le maniere. Lo sapete, che sono ammalato?” “Oh! mi dispiace.” “L’avrete sentito dire; sono ammalato, e non so quando potrò lasciarmi vedere... Ma perché vi siete condotto dietro quel... quel figliuolo?” “Così per compagnia, signor curato.” “Basta, vediamo.” “Son venticinque berlinghe nuove, di quelle col sant’Ambrogio a cavallo,” disse Tonio, levandosi un involtino di tasca. “Vediamo,” replicò don Abbondio: e, preso l’involtino, si rimesse gli occhiali, l’aprì, cavò le berlinghe, le contò, le voltò, le rivoltò, le trovò senza difetto. “Ora, signor curato, mi darà la collana della mia Tecla.” “È giusto,” rispose don Abbondio; poi andò a un armadio, si levò una chiave di tasca, e, guardandosi intorno, come per tener lontani gli spettatori, aprì una parte di sportello, riempì l’apertura con la persona, mise dentro la testa, per guardare, e un braccio, per prender la collana; la prese, e, chiuso l’armadio, la consegnò a Tonio, dicendo: “va bene?” “Ora,” disse Tonio, “si contenti di mettere un po’ di nero sul bianco.” “Anche questa!” disse don Abbondio: “le sanno tutte. Ih! com’è divenuto sospettoso il mondo! Non vi fidate di me?” “Come, signor curato! s’io mi fido? Lei mi fa torto. Ma siccome il mio nome è sul suo libraccio, dalla parte del debito... dunque, giacché ha già avuto l’incomodo di scrivere una volta, così... dalla vita alla morte...” “Bene bene,” interruppe don Abbondio, e brontolando, tirò a sé una cassetta del tavolino, levò fuori carta, penna e calamaio, e si mise a scrivere, ripetendo a viva voce le parole, di mano in mano che gli uscivan dalla penna. Frattanto  Tonio e, a un suo cenno, Gervaso, si piantaron ritti davanti al tavolino, in maniera d’impedire allo scrivente la vista dell’uscio; e, come per ozio, andavano stropicciando, co’ piedi, il pavimento, per dar segno a quei ch’erano fuori, d’entrare, e per confondere nello stesso tempo il rumore delle loro pedate. Don Abbondio, immerso nella sua scrittura, non badava ad
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
altro. Allo stropiccìo de’ quattro piedi, Renzo prese un braccio di Lucia, lo strinse, per darle coraggio, e si mosse, tirandosela dietro tutta tremante, che da sé non vi sarebbe potuta venire. Entraron pian piano, in punta di piedi, rattenendo il respiro; e si nascosero dietro i due fratelli. Intanto don Abbondio, finito di scrivere, rilesse attentamente, senza alzar gli occhi dalla carta; la piegò in quattro, dicendo: “ora, sarete contento?” e, levatosi con una mano gli occhiali dal naso, la porse con l’altra a Tonio, alzando il viso. Tonio, allungando la mano per prender la carta, si ritirò da una parte; Gervaso, a un suo cenno, dall’altra; e, nel mezzo, come al dividersi d’una scena, apparvero Renzo e Lucia. Don Abbondio, vide confusamente, poi vide chiaro, si spaventò, si stupì, s’infuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto questo nel tempo che Renzo mise a proferire le parole: “signor curato, in presenza di questi testimoni, quest’è mia moglie.” Le sue labbra non erano ancora tornate al posto, che don Abbondio, lasciando cader la carta, aveva già afferrata e alzata, con la mancina, la lucerna, ghermito, con la diritta, il tappeto del tavolino, e tiratolo a sé, con furia, buttando in terra libro, carta, calamaio e polverino; e, balzando tra la seggiola e il tavolino, s’era avvicinato a Lucia. La poveretta, con quella sua voce soave, e allora tutta tremante, aveva appena potuto proferire: “e questo...” che don Abbondio le aveva buttato sgarbatamente il tappeto sulla testa e sul viso, per impedirle di pronunziare intera la formola. E subito, lasciata cader la lucerna che teneva nell’altra mano, s’aiutò anche con quella a imbacuccarla col tappeto, che quasi la soffogava; e intanto gridava quanto n’aveva in canna: “Perpetua! Perpetua! tradimento! aiuto!” Il lucignolo, che moriva sul pavimento, mandava una luce languida e saltellante sopra Lucia, la quale, affatto smarrita, non tentava neppure di svolgersi, e poteva parere una statua abbozzata in creta, sulla quale l’artefice ha gettato un umido panno. Cessata ogni luce, don Abbondio lasciò la poveretta, e andò cercando a tastoni l’uscio che metteva a una stanza più interna; lo trovò, entrò in quella, si chiuse dentro, gridando tuttavia: “Perpetua! tradimento! aiuto! fuori di questa casa! fuori di questa casa!” Nell’altra stanza, tutto era confusione: Renzo, cercando di fermare il curato, e remando con le mani, come se facesse a mosca cieca, era arrivato all’uscio, e picchiava, gridando: “apra, apra; non faccia schiamazzo”. Lucia chiamava Renzo, con voce fioca, e diceva, pregando: “andiamo, andiamo, per l’amor di Dio”. Tonio, carpone, andava spazzando con le mani il pavimento, per veder di raccapezzare la sua ricevuta. Gervaso, spiritato, gridava e saltellava, cercando l’uscio di scala, per uscire a salvamento. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s’era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l’apparenza d’un oppressore; eppure, alla fin de’ fatti, era l’oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a’ fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo. L’assediato, vedendo che il nemico non dava segno di ritirarsi, aprì una finestra che guardava sulla piazza della chiesa, e si diede a gridare: “aiuto! aiuto!” Era il più bel chiaro di luna; l’ombra della chiesa, e più in fuori l’ombra lunga ed acuta del campanile, si stendeva bruna e spiccata sul piano erboso e lucente della piazza: ogni oggetto si poteva distinguere, quasi come di giorno. Ma, fin dove arrivava lo sguardo, non appariva indizio di persona vivente. Contiguo però al muro laterale della chiesa, e appunto dal lato che rispondeva verso la casa parrocchiale, era un piccolo abituro, un bugigattolo, dove dormiva il sagrestano. Fu questo riscosso da quel disordinato grido, fece un salto, scese il letto in furia, aprì l’impannata d’una sua finestrina, mise fuori la testa, con gli occhi tra’ peli, e disse: “cosa c’è?” “Correte,  Ambrogio!  aiuto!  gente  in  casa,”  gridò  verso  lui  don Abbondio. “Vengo subito,” rispose quello; tirò indietro la testa, richiuse la sua impannata, e, quantunque mezzo tra ‘l sonno, e più che mezzo sbigottito, trovò su due piedi un espediente per dar più aiuto di quello che gli si chiedeva, senza mettersi lui nel tafferuglio, quale si fosse. Dà di piglio alle brache, che teneva sul letto; se le caccia sotto il braccio, come un cappello di gala, e giù balzelloni per una scaletta di legno; corre al campanile, afferra la corda della più grossa di due campanette che c’erano, e suona a martello. Ton, ton, ton, ton: i contadini balzano a sedere sul letto; i giovinetti sdraiati sul fenile, tendon l’orecchio, si rizzano. “Cos’è? Cos’è? Campana a martello! fuoco? ladri? banditi?” Molte donne consigliano, pregano i mariti, di non moversi, di lasciar correre gli altri: alcuni s’alzano, e vanno alla finestra: i poltroni, come se si arrendessero alle preghiere, ritornan sotto: i più curiosi e più bravi scendono a prender le forche e gli schioppi, per correre al rumore: altri stanno a vedere. Ma, prima che quelli fossero all’ordine, prima anzi che fosser ben desti, il rumore era giunto agli orecchi d’altre persone che vegliavano, non lon-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
tano, ritte e vestite: i bravi in un luogo, Agnese e Perpetua in un altro. Diremo prima brevemente ciò che facesser coloro, dal momento in cui gli abbiamo lasciati, parte nel casolare e parte all’osteria. Questi tre, quando videro tutti gli usci chiusi e la strada deserta, uscirono in fretta, come se si fossero avvisti d’aver fatto tardi, e dicendo di voler andar subito a casa; diedero una giravolta per il paese, per venire in chiaro se tutti eran ritirati; e in fatti, non incontrarono anima vivente, né sentirono il più piccolo strepito. Passarono anche, pian piano, davanti alla nostra povera casetta: la più quieta di tutte, giacché non c’era più nessuno. Andarono allora diviato al casolare, e fecero la loro relazione al signor Griso. Subito, questo si mise in testa un cappellaccio, sulle spalle un sanrocchino di tela incerata, sparso di conchiglie; prese un bordone da pellegrino, disse: “andiamo da bravi: zitti, e attenti agli ordini”, s’incamminò il primo, gli altri dietro; e, in un momento, arrivarono alla casetta, per una strada opposta a quella per cui se n’era allontanata la nostra brigatella, andando anch’essa alla sua spedizione. Il Griso trattenne la truppa, alcuni passi lontano, andò innanzi solo ad esplorare, e, visto tutto deserto e tranquillo di fuori, fece venire avanti due di quei tristi, diede loro ordine di scalar adagino il muro che chiudeva il cortiletto, e, calati dentro, nascondersi in un angolo, dietro un folto fico, sul quale aveva messo l’occhio, la mattina. Ciò fatto, picchiò pian piano, con intenzione di dirsi un pellegrino smarrito, che chiedeva ricovero, fino a giorno. Nessun risponde: ripicchia un po’ più forte; nemmeno uno zitto. Allora, va a chiamare un terzo malandrino, lo fa scendere nel cortiletto, come gli altri due, con l’ordine di sconficcare adagio il paletto, per aver libero l’ingresso e la ritirata. Tutto s’eseguisce con gran cautela, e con prospero successo. Va a chiamar gli altri, li fa entrar con sé, li manda a nascondersi accanto ai primi; accosta adagio adagio l’uscio di strada, vi posta due sentinelle di dentro; e va diritto all’uscio del terreno. Picchia anche lì, e aspetta: e’ poteva ben aspettare. Sconficca pian pianissimo anche quell’uscio: nessuno di dentro dice: chi va là? ; nessuno si fa sentire: meglio non può andare. Avanti dunque: “st”, chiama quei del fico, entra con loro nella stanza terrena, dove, la mattina, aveva scelleratamente accattato quel pezzo di pane. Cava fuori esca, pietra, acciarino e zolfanelli, accende un suo lanternino, entra nell’altra stanza più interna, per accertarsi che nessun ci sia: non c’è nessuno. Torna indietro, va all’uscio di scala, guarda, porge l’orecchio: solitudine e silenzio. Lascia due altre sentinelle a terreno, si fa venir dietro il Grignapoco, ch’era un bravo del contado di Bergamo, il quale solo
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
doveva minacciare, acchetare, comandare, essere in somma il dicitore, affinché il suo linguaggio potesse far credere ad Agnese che la spedizione veniva da quella parte. Con costui al fianco, e gli altri dietro, il Griso sale adagio adagio, bestemmiando in cuor suo ogni scalino che scricchiolasse, ogni passo di que’ mascalzoni che facesse rumore. Finalmente è in cima. Qui giace la lepre. Spinge mollemente l’uscio che mette alla prima stanza; l’uscio cede, si fa spiraglio: vi mette l’occhio; è buio: vi mette l’orecchio, per sentire se qualcheduno russa, fiata, brulica là dentro; niente. Dunque avanti: si mette la lanterna davanti al viso, per vedere, senza esser veduto, spalanca l’uscio, vede un letto; addosso: il letto è fatto e spianato, con la rimboccatura arrovesciata, e composta sul capezzale. Si stringe nelle spalle, si volta alla compagnia, accenna loro che va a vedere nell’altra stanza, e che gli vengan dietro pian piano; entra, fa le stesse cerimonie, trova la stessa cosa. “Che diavolo è questo?” dice allora: “che qualche cane traditore abbia fatto la spia?” Si metton tutti, con men cautela, a guardare, a tastare per ogni canto, buttan sottosopra la casa. Mentre costoro sono in tali faccende, i due che fan la guardia all’uscio di strada, sentono un calpestìo di passini frettolosi, che s’avvicinano in fretta; s’immaginano che, chiunque sia, passerà diritto; stan quieti, e, a buon conto, si mettono all’erta. In fatti, il calpestìo si ferma appunto all’uscio. Era Menico che veniva di corsa, mandato dal padre Cristoforo ad avvisar le due donne che, per l’amor del cielo, scappassero subito di casa, e si rifugiassero al convento, perché... il perché lo sapete. Prende la maniglia del paletto, per picchiare, e se lo sente tentennare in mano, schiodato e sconficcato. – Che è questo? – pensa; e spinge l’uscio con paura: quello s’apre. Menico mette il piede dentro, in gran sospetto, e si sente a un punto acchiappar per le braccia, e due voci sommesse, a destra e a sinistra, che dicono, in tono minaccioso: “zitto! o sei morto”. Lui in vece caccia un urlo: uno di que’ malandrini gli mette una mano alla bocca; l’altro tira fuori un coltellaccio, per fargli paura. Il garzoncello trema come una foglia, e non tenta neppur di gridare; ma, tutt’a un tratto, in vece di lui, e con ben altro tono, si fa sentir quel primo tocco di campana così fatto, e dietro una tempesta di rintocchi in fila. Chi è in difetto è in sospetto, dice il proverbio milanese: all’uno e all’altro furfante parve di sentire in que’ tocchi il suo nome, cognome e soprannome: lasciano andar le braccia di Menico, ritirano le loro in furia, spalancan la mano e la bocca, si guardano in viso, e corrono alla casa, dov’era il grosso della compagnia. Menico, via a gambe per la strada, alla volta del campanile, dove a buon
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
che, alzando la voce, proposero d’inseguire i rapitori: che era un’infamità; e sarebbe una vergogna per il paese, se ogni birbone potesse a man salva venire a portar via le donne, come il nibbio i pulcini da un’aia deserta. Nuova consulta e più tumultuosa; ma uno (e non si seppe mai bene chi fosse stato) gettò nella brigata una voce, che Agnese e Lucia s’eran messe in salvo in una casa. La voce corse rapidamente, ottenne credenza; non si parlò più di dar la caccia ai fuggitivi; e la brigata si sparpagliò, andando ognuno a casa sua. Era un bisbiglio, uno strepito, un picchiare e un aprir d’usci, un apparire e uno sparir di lucerne, un interrogare di donne dalle finestre, un rispondere dalla strada. Tornata questa deserta e silenziosa, i discorsi continuaron nelle case, e moriron negli sbadigli, per ricominciar poi la mattina. Fatti però, non ce ne fu altri; se non che, quella medesima mattina, il console, stando nel suo campo, col mento in una mano, e il gomito appoggiato sul manico della vanga mezza ficcata nel terreno, e con un piede sul vangile; stando, dico, a speculare tra sé sui misteri della notte passata, e sulla ragion composta di ciò che gli toccasse a fare, e di ciò che gli convenisse fare, vide venirsi incontro due uomini d’assai gagliarda presenza, chiomati come due re de’ Franchi della prima razza, e somigliantissimi nel resto a que’ due che cinque giorni prima avevano affrontato don Abbondio, se pur non eran que’ medesimi. Costoro, con un fare ancor men cerimonioso, intimarono al console che guardasse bene di non far deposizione al podestà dell’accaduto, di non rispondere il vero, caso che ne venisse interrogato, di non ciarlare, di non fomentar le ciarle de’ villani, per quanto aveva cara la speranza di morir di malattia. I nostri fuggiaschi camminarono un pezzo di buon trotto, in silenzio, voltandosi, ora l’uno ora l’altro, a guardare se nessuno gl’inseguiva, tutti in affanno per la fatica della fuga, per il batticuore e per la sospensione in cui erano stati, per il dolore della cattiva riuscita, per l’apprensione confusa del nuovo oscuro pericolo. E ancor più in affanno li teneva l’incalzare continuo di que’ rintocchi, i quali, quanto, per l’allontanarsi, venivan più fiochi e ottusi, tanto pareva che prendessero un non so che di più lugubre e sinistro. Finalmente cessarono. I fuggiaschi allora, trovandosi in un campo disabitato, e non sentendo un alito all’intorno, rallentarono il passo; e fu la prima Agnese che, ripreso fiato, ruppe il silenzio, domandando a Renzo com’era andata, domandando a Menico cosa fosse quel diavolo in casa. Renzo raccontò brevemente la sua trista storia; e tutt’e tre si voltarono al fanciullo, il
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
socchiusa la porta, e a starci in sentinella, per accogliere que’ poveri minacciati: e non si richiedeva meno dell’autorità del padre, e della sua fama di santo, per ottener dal laico una condiscendenza incomoda, pericolosa e irregolare. Entrati che furono, il padre Cristoforo riaccostò la porta adagio adagio. Allora il sagrestano non poté più reggere, e, chiamato il padre da una parte, gli andava susurrando all’orecchio: “ma padre, padre! di notte... in chiesa... con donne... chiudere... la regola... ma padre!” E tentennava la testa. Mentre diceva  stentatamente  quelle  parole,  –  vedete  un  poco!  –  pensava  il  padre Cristoforo, – se fosse un masnadiero inseguito, fra Fazio non gli farebbe una difficoltà al mondo; e una povera innocente, che scappa dagli artigli del lupo... – “Omnia munda mundis,” disse poi, voltandosi tutt’a un tratto a fra Fazio, e dimenticando che questo non intendeva il latino. Ma una tale dimenticanza fu appunto quella che fece l’effetto. Se il padre si fosse messo a questionare con ragioni, a fra Fazio non sarebber mancate altre ragioni da opporre; e sa il cielo quando e come la cosa sarebbe finita. Ma, al sentir quelle parole gravide d’un senso misterioso, e proferite così risolutamente, gli parve che in quelle dovesse contenersi la soluzione di tutti i suoi dubbi. S’acquietò, e disse: “basta! lei ne sa più di me”. “Fidatevi pure,” rispose il padre Cristoforo; e, all’incerto chiarore della lampada che ardeva davanti all’altare, s’accostò ai ricoverati, i quali stavano sospesi aspettando, e disse loro: “figliuoli! ringraziate il Signore, che v’ha scampati da un gran pericolo. Forse in questo momento...!” E qui si mise a spiegare ciò che aveva fatto accennare dal piccol messo: giacché non sospettava ch’essi ne sapesser più di lui, e supponeva che Menico gli avesse trovati tranquilli in casa, prima che arrivassero i malandrini. Nessuno lo disingannò, nemmeno  Lucia,  la  quale  però  sentiva  un  rimorso  segreto  d’una  tale dissimulazione, con un tal uomo; ma era la notte degl’imbrogli e de’ sotterfugi. “Dopo di ciò,” continuò egli, “vedete bene, figliuoli, che ora questo paese non è sicuro per voi. È il vostro; ci siete nati; non avete fatto male a nessuno; ma Dio vuol così. È una prova, figliuoli: sopportatela con pazienza, con fiducia, senza odio, e siate sicuri che verrà un tempo in cui vi troverete contenti di ciò che ora accade. Io ho pensato a trovarvi un rifugio, per questi primi momenti. Presto, io spero, potrete ritornar sicuri a casa vostra; a ogni modo, Dio vi provvederà, per il vostro meglio; e io certo mi studierò di non mancare alla grazia che mi fa, scegliendomi per suo ministro, nel servizio di
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
più abbondante: ritirò le mani, anche lui, e, come fuggendo, corse a governare la sua bestia. Dopo una sera quale l’abbiamo descritta, e una notte quale ognuno può immaginarsela, passata in compagnia di que’ pensieri, col sospetto incessante di qualche incontro spiacevole, al soffio d’una brezzolina più che autunnale, e tra le continue scosse della disagiata vettura, che ridestavano sgarbatamente chi di loro cominciasse appena a velar l’occhio, non parve vero a tutt’e tre di sedersi sur una panca che stava ferma, in una stanza, qualunque fosse. Fecero colazione, come permetteva la penuria de’ tempi, e i mezzi scarsi in proporzione de’ contingenti bisogni d’un avvenire incerto, e il poco appetito. A tutt’e tre passò per la mente il banchetto che, due giorni prima, s’aspettavan di fare; e ciascuno mise un gran sospiro. Renzo avrebbe voluto fermarsi lì, almeno tutto quel giorno, veder le donne allogate, render loro i primi servizi; ma il padre aveva raccomandato a queste di mandarlo subito per la sua strada. Addussero quindi esse e quegli ordini, e cento altre ragioni, che la gente ciarlerebbe, che la separazione più ritardata sarebbe più dolorosa, ch’egli potrebbe venir presto a dar nuove e a sentirne; tanto che si risolvette di partire. Si concertaron, come poterono, sulla maniera di rivedersi, più presto che fosse possibile. Lucia non nascose le lacrime; Renzo trattenne a stento le sue, e, stringendo forte forte la mano a Agnese, disse con voce soffogata: “a rivederci”, e partì. Le donne si sarebber trovate ben impicciate, se non fosse stato quel buon barocciaio, che aveva ordine di guidarle al convento de’ cappuccini, e di dar loro ogn’altro aiuto che potesse bisognare. S’avviaron dunque con lui a quel convento; il quale, come ognun sa, era pochi passi distante da Monza. Arrivati alla porta, il conduttore tirò il campanello, fece chiamare il padre guardiano; questo venne subito, e ricevette la lettera sulla soglia. “Oh! fra Cristoforo!” disse, riconoscendo il carattere. Il tono della voce e i movimenti del volto indicavano manifestamente che proferiva il nome d’un grand’amico. Convien poi dire che il nostro buon Cristoforo avesse, in quella lettera, raccomandate le donne con molto calore, e riferito il loro caso con molto sentimento, perché il guardiano, faceva, di tanto in tanto, atti di sorpresa e d’indegnazione; e, alzando gli occhi dal foglio, li fissava sulle donne con una certa espressione di pietà e d’interesse. Finito ch’ebbe di leggere, stette lì alquanto a pensare; poi disse: “non c’è che la signora: se la signora vuol prendersi quest’impegno...”
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Tirata quindi Agnese in disparte, sulla piazza davanti al convento, le fece alcune interrogazioni, alle quali essa soddisfece; e, tornato verso Lucia disse a tutt’e due: “donne mie, io tenterò; e spero di potervi trovare un ricovero più che sicuro, più che onorato, fin che Dio non v’abbia provvedute in miglior maniera. Volete venir con me?” Le donne accennarono rispettosamente di sì; e il frate riprese: “bene; io vi conduco subito al monastero della signora. State però discoste da me alcuni passi, perché la gente si diletta di dir male; e Dio sa quante belle chiacchiere si farebbero, se si vedesse il padre guardiano per la strada, con una bella giovine... con donne voglio dire.” Così dicendo, andò avanti. Lucia arrossì; il barocciaio sorrise, guardando Agnese, la quale non poté tenersi di non fare altrettanto; e tutt’e tre si mossero, quando il frate si fu avviato; e gli andaron dietro, dieci passi discosto. Le donne allora domandarono al barocciaio, ciò che non avevano osato al padre guardiano, chi fosse la signora. “La signora,” rispose quello, “è una monaca; ma non è una monaca come l’altre. Non è che sia la badessa, né la priora; che anzi, a quel che dicono, è una delle più giovani: ma è della costola d’Adamo; e i suoi del tempo antico erano gente grande, venuta di Spagna, dove son quelli che comandano; e per questo la chiamano la signora, per dire ch’è una gran signora; e tutto il paese la chiama con quel nome, perché dicono che in quel monastero non hanno avuto mai una persona simile; e i suoi d’adesso, laggiù a Milano, contan molto, e son di quelli che hanno sempre ragione; e in Monza anche di più, perché suo padre, quantunque non ci stia, è il primo del paese; onde anche lei può far alto e basso nel monastero; e anche la gente di fuori le porta un gran rispetto; e quando prende un impegno, le riesce anche di spuntarlo; e perciò, se quel buon religioso lì, ottiene di mettervi nelle sue mani, e che lei v’accetti, vi posso dire che sarete sicure come sull’altare.” Quando fu vicino alla porta del borgo, fiancheggiata allora da un antico torracchione mezzo rovinato, e da un pezzo di castellaccio, diroccato anch’esso, che forse dieci de’ miei lettori possono ancor rammentarsi d’aver veduto in piedi, il guardiano si fermò, e si voltò a guardar se gli altri venivano; quindi entrò, e s’avviò al monastero; dove arrivato, si fermò di nuovo sulla soglia, aspettando la piccola brigata. Pregò il barocciaio che, tra un par d’ore, tornasse da lui, a prender la risposta: questo lo promise, e si licenziò dalle donne, che lo caricaron di ringraziamenti, e di commissioni per il padre
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
un contorno delicato e grazioso, ma alterato e reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d’un roseo sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna, non che per una monaca. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato o di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimento. Queste cose non facevano specie alle due donne, non esercitate a distinguer monaca da monaca: e il padre guardiano, che non vedeva la signora per la prima volta, era già avvezzo, come tant’altri, a quel non so che di strano, che appariva nella sua persona, come nelle sue maniere. Era essa, in quel momento, come abbiam detto, ritta vicino alla grata, con una mano appoggiata languidamente a quella, e le bianchissime dita intrecciate ne’ vòti; e guardava fisso Lucia, che veniva avanti esitando. “Reverenda madre, e signora illustrissima,” disse il guardiano, a capo basso, e con la mano al petto: “questa è quella povera giovine, per la quale m’ha fatto sperare la sua valida protezione; e questa è la madre.” Le due presentate facevano grand’inchini: la signora accennò loro con la mano, che bastava, e disse, voltandosi, al padre: “è una fortuna per me il poter fare un piacere a’ nostri buoni amici i padri cappuccini. Ma,” continuò: “mi dica un po’ più particolarmente il caso di questa giovine, per veder meglio cosa si possa fare per lei.” Lucia diventò rossa, e abbassò la testa. “Deve sapere, reverenda madre...” incominciava Agnese; ma il guardiano le troncò, con un’occhiata, le parole in bocca, e rispose: “questa giovine, signora illustrissima, mi vien raccomandata, come le ho detto, da un mio confratello. Essa ha dovuto partir di nascosto dal suo paese, per sottrarsi a de’ gravi pericoli; e ha bisogno, per qualche tempo, d’un asilo nel quale possa vivere sconosciuta, e dove nessuno ardisca venire a disturbarla, quand’anche...” “Quali pericoli?” interruppe la signora. “Di grazia, padre guardiano,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    I Promessi sposi    Capitolo nono Agnese mortificata diede a Lucia una occhiata che voleva dire: vedi quel che mi tocca, per esser tu tanto impicciata. Anche il guardiano accennava alla giovine, dandole d’occhio e tentennando il capo, che quello era il momento di sgranchirsi, e di non lasciare in secco la povera mamma. “Reverenda signora,” disse Lucia, “quanto le ha detto mia madre è la pura verità. Il giovine che mi discorreva,” e qui diventò rossa rossa, “lo prendevo io di mia volontà. Mi scusi se parlo da sfacciata, ma è per non lasciar pensar male di mia madre. E in quanto a quel signore (Dio gli perdoni!) vorrei piuttosto morire, che cader nelle sue mani. E se lei fa questa carità di metterci al sicuro, giacché siam ridotte a far questa faccia di chieder ricovero, e ad incomodare le persone dabbene; ma sia fatta la volontà di Dio; sia certa, signora, che nessuno potrà pregare per lei più di cuore che noi povere donne.” “A voi credo,” disse la signora con voce raddolcita. “Ma avrò piacere di sentirvi da solo a solo. Non che abbia bisogno d’altri schiarimenti, né d’altri motivi, per servire alle premure del padre guardiano,” aggiunse subito, rivolgendosi a lui, con una compitezza studiata. “Anzi,” continuò, “ci ho già pensato; ed ecco ciò che mi pare di poter far di meglio, per ora. La fattoressa del monastero ha maritata, pochi giorni sono, l’ultima sua figliuola. Queste donne potranno occupar la camera lasciata in libertà da quella, e supplire a que’ pochi servizi che faceva lei. Veramente...” e qui accennò al guardiano che s’avvicinasse alla grata, e continuò sottovoce: “veramente, attesa la scarsezza dell’annate, non si pensava di sostituir nessuno a quella giovine; ma parlerò io alla madre badessa, e una mia parola... e per una premura del padre guardiano... In somma do la cosa per fatta.” Il guardiano cominciava a ringraziare, ma la signora l’interruppe: “non occorron cerimonie: anch’io, in un caso, in un bisogno, saprei far capitale dell’assistenza de’ padri cappuccini. Alla fine,” continuò, con un sorriso, nel quale traspariva un non so che d’ironico e d’amaro, “alla fine, non siam noi fratelli e sorelle?” Così detto, chiamò una conversa (due di queste erano, per una distinzione singolare, assegnate al suo servizio privato), e le ordinò che avvertisse di ciò la badessa, e prendesse poi i concerti opportuni, con la fattoressa e con Agnese. Licenziò questa, accommiatò il guardiano, e ritenne Lucia. Il guardiano accompagnò Agnese alla porta, dandole nuove istruzioni, e se n’andò a scriver la lettera di ragguaglio all’amico Cristoforo. – Gran cervellino che è
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Andiamo pure,” disse la principessa. “Vo a dar gli ordini,” disse il principino. “Ma...” proferì sommessamente Gertrude. “Piano, piano,” riprese il principe: “lasciam decidere a lei: forse oggi non si sente abbastanza disposta, e le piacerebbe più aspettar fino a domani. Dite: volete che andiamo oggi o domani?” “Domani,” rispose, con voce fiacca, Gertrude, alla quale pareva ancor di far qualche cosa, prendendo un po’ di tempo. “Domani,” disse solennemente il principe: “ha stabilito che si vada domani. Intanto io vo dal vicario delle monache, a fissare un giorno per l’esame.” Detto fatto, il principe uscì, e andò veramente (che non fu piccola degnazione) dal detto vicario; e concertarono che verrebbe di lì a due giorni. In tutto il resto di quella giornata, Gertrude non ebbe un minuto di bene. Avrebbe desiderato riposar l’animo da tante commozioni, lasciar, per dir così, chiarire i suoi pensieri, render conto a sé stessa di ciò che aveva fatto, di ciò che le rimaneva da fare, sapere ciò che volesse, rallentare un momento quella macchina che, appena avviata, andava così precipitosamente; ma non ci fu verso. L’occupazioni si succedevano senza interruzione, s’incastravano l’una con l’altra. Subito dopo partito il principe, fu condotta nel gabinetto della principessa, per essere, sotto la sua direzione, pettinata e rivestita dalla sua propria cameriera. Non era ancor terminato di dar l’ultima mano, che furon avvertite ch’era in tavola. Gertrude passò in mezzo agl’inchini della servitù, che accennava di congratularsi per la guarigione, e trovò alcuni parenti più prossimi, ch’erano stati invitati in fretta, per farle onore, e per rallegrarsi con lei de’ due felici avvenimenti, la ricuperata salute, e la spiegata vocazione. La sposina (così si chiamavan le giovani monacande, e Gertrude, al suo apparire, fu da tutti salutata con quel nome), la sposina ebbe da dire e da fare a rispondere a’ complimenti che le fioccavan da tutte le parti. Sentiva bene che ognuna delle sue risposte era come un’accettazione e una conferma; ma come rispondere diversamente? Poco dopo alzati da tavola, venne l’ora della trottata. Gertrude entrò in carrozza con la madre, e con due zii ch’erano stati al pranzo. Dopo un solito giro, si riuscì alla strada Marina, che allora attraversava lo spazio occupato ora dal giardin pubblico, ed era il luogo dove i signori venivano in carrozza a ricrearsi delle fatiche della giornata. Gli zii parlarono anche a Gertrude, come portava la convenienza in quel giorno: e uno di loro, il qual pareva che, più dell’altro, conoscesse ogni persona, ogni Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
137 Q Alessandro Manzoni    I Promessi sposi    Capitolo decimo carrozza, ogni livrea, e aveva ogni momento qualcosa da dire del signor tale e della signora tal altra, si voltò a lei tutt’a un tratto, e le disse: “ah furbetta! voi date un calcio a tutte queste corbellerie; siete una dirittona voi; piantate negl’impicci noi poveri mondani, vi ritirate a fare una vita beata, e andate in paradiso in carrozza.” Sul tardi, si tornò a casa; e i servitori, scendendo in fretta con le torce, avvertirono che molte visite stavano aspettando. La voce era corsa; e i parenti e gli amici venivano a fare il loro dovere. S’entrò nella sala della conversazione. La sposina ne fu l’idolo, il trastullo, la vittima. Ognuno la voleva per sé: chi si faceva prometter dolci, chi prometteva visite, chi parlava della madre tale sua parente, chi della madre tal altra sua conoscente, chi lodava il cielo di Monza, chi discorreva, con gran sapore, della gran figura ch’essa avrebbe fatta là. Altri, che non avevan potuto ancora avvicinarsi a Gertrude così assediata, stavano spiando l’occasione di farsi innanzi, e sentivano un certo rimorso, fin che non avessero fatto il loro dovere. A poco a poco, la compagnia s’andò dileguando; tutti se n’andarono senza rimorso, e Gertrude rimase sola co’ genitori e il fratello. “Finalmente,” disse il principe, “ho avuto la consolazione di veder mia figlia trattata da par sua. Bisogna però confessare che anche lei s’è portata benone, e ha fatto vedere che non sarà impicciata a far la prima figura, e a sostenere il decoro della famiglia.” Si cenò in fretta, per ritirarsi subito, ed esser pronti presto la mattina seguente. Gertrude contristata, indispettita e, nello stesso tempo, un po’ gonfiata da tutti que’ complimenti, si rammentò in quel punto ciò che aveva patito dalla sua carceriera; e, vedendo il padre così disposto a compiacerla in tutto, fuor che in una cosa, volle approfittare dell’auge in cui si trovava, per acquietare almeno una delle passioni che la tormentavano. Mostrò quindi una gran ripugnanza a trovarsi con colei, lagnandosi fortemente delle sue maniere. “Come!” disse il principe: “v’ha mancato di rispetto colei! Domani, domani, le laverò il capo come va. Lasciate fare a me, che le farò conoscere chi è lei, e chi siete voi. E a ogni modo, una figlia della quale io son contento, non deve vedersi intorno una persona che le dispiaccia.” Così detto, fece chiamare un’altra donna, e le ordinò di servir Gertrude; la quale intanto, masticando e assaporando la soddisfazione che aveva ricevuta, si stupiva di
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
pe, e un giorno, il signor principe sarà lui; più tardi che sia possibile, però. Lesta, lesta, signorina! Perché mi guarda così incantata? A quest’ora dovrebbe esser fuor della cuccia.” All’immagine del principino impaziente, tutti gli altri pensieri che s’erano affollati alla mente risvegliata di Gertrude, si levaron subito, come uno stormo di passere all’apparir del nibbio. Ubbidì, si vestì in fretta, si lasciò pettinare, e comparve nella sala, dove i genitori e il fratello eran radunati. Fu fatta sedere sur una sedia a braccioli, e le fu portata una chicchera di cioccolata: il che, a que’ tempi, era quel che già presso i Romani il dare la veste virile. Quando vennero a avvertir ch’era attaccato, il principe tirò la figlia in disparte, e le disse: “orsù, Gertrude, ieri vi siete fatta onore: oggi dovete superar voi medesima. Si tratta di fare una comparsa solenne nel monastero e nel paese dove siete destinata a far la prima figura. V’aspettano...” È inutile dire che il principe aveva spedito un avviso alla badessa, il giorno avanti. “V’aspettano, e tutti gli occhi saranno sopra di voi. Dignità e disinvoltura. La badessa vi domanderà cosa volete: è una formalità. Potete rispondere che chiedete d’essere ammessa a vestir l’abito in quel monastero, dove siete stata educata così amorevolmente, dove avete ricevute tante finezze: che è la pura verità. Dite quelle poche parole con un fare sciolto: che non s’avesse a dire che v’hanno imboccata, e che non sapete parlare da voi. Quelle buone madri non sanno nulla dell’accaduto: è un segreto che deve restar sepolto nella famiglia; e perciò non fate una faccia contrita e dubbiosa, che potesse dar qualche sospetto. Fate vedere di che sangue uscite: manierosa, modesta; ma ricordatevi che, in quel luogo, fuor della famiglia, non ci sarà nessuno sopra di voi.” Senza aspettar risposta, il principe si mosse; Gertrude, la principessa e il principino lo seguirono; scesero tutti le scale, e montarono in carrozza. Gl’impicci e le noie del mondo, e la vita beata del chiostro, principalmente per le giovani di sangue nobilissimo, furono il tema della conversazione, durante il tragitto. Sul finir della strada, il principe rinnovò l’istruzioni alla figlia, e le ripeté più volte la formola della risposta. All’entrare in Monza, Gertrude si sentì stringere il cuore; ma la sua attenzione fu attirata per un istante da non so quali signori che, fatta fermar la carrozza, recitarono non so qual complimento. Ripreso il cammino, s’andò quasi di passo al monastero, tra gli sguardi de’ curiosi, che accorrevano da tutte le parti sulla strada. Al fermarsi della carrozza, davanti a quelle mura, davanti a quella porta, il cuore si strinse ancor più a Gertrude. Si smontò tra due ale di popolo, che i servitori
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
farlo suo genero: quindi riguardava le cose di quella casa come sue proprie; ed era ben naturale che s’interessasse per quella cara Gertrude, niente meno de’ suoi parenti più prossimi. Il giorno dopo, Gertrude si svegliò col pensiero dell’esaminatore che doveva venire; e mentre stava ruminando se potesse cogliere quella occasione così decisiva, per tornare indietro, e in qual maniera, il principe la fece chiamare. “Orsù, figliuola,” le disse: “finora vi siete portata egregiamente: oggi si tratta di coronar l’opera. Tutto quel che s’è fatto finora, s’è fatto di vostro consenso.  Se  in  questo  tempo  vi  fosse  nato  qualche  dubbio,  qualche pentimentuccio, grilli di gioventù, avreste dovuto spiegarvi; ma al punto a cui sono ora le cose, non è più tempo di far ragazzate. Quell’uomo dabbene che deve venire stamattina, vi farà cento domande sulla vostra vocazione: e se vi fate monaca di vostra volontà, e il perché e il per come, e che so io? Se voi titubate nel rispondere, vi terrà sulla corda chi sa quanto. Sarebbe un’uggia, un tormento per voi; ma ne potrebbe anche venire un altro guaio più serio. Dopo tutte le dimostrazioni pubbliche che si son fatte, ogni più piccola esitazione che si vedesse in voi, metterebbe a repentaglio il mio onore, potrebbe far credere ch’io avessi presa una vostra leggerezza per una ferma risoluzione, che avessi precipitato la cosa, che avessi... che so io? In questo caso, mi troverei nella necessità di scegliere tra due partiti dolorosi: o lasciar che il mondo formi un tristo concetto della mia condotta: partito che non può stare assolutamente con ciò che devo a me stesso. O svelare il vero motivo della vostra risoluzione e...” Ma qui, vedendo che Gertrude era diventata scarlatta, che le si gonfiavan gli occhi, e il viso si contraeva, come le foglie d’un fiore, nell’afa che precede la burrasca, troncò quel discorso, e, con aria serena, riprese: “via, via, tutto dipende da voi, dal vostro buon giudizio. So che n’avete molto, e non siete ragazza da guastar sulla fine una cosa fatta bene; ma io doveva preveder tutti i casi. Non se ne parli più; e restiam d’accordo che voi risponderete con franchezza, in maniera di non far nascer dubbi nella testa di quell’uomo dabbene. Così anche voi ne sarete fuori più presto.” E qui, dopo aver suggerita qualche risposta all’interrogazioni più probabili, entrò nel solito discorso delle dolcezze e de’ godimenti ch’eran preparati a Gertrude nel monastero; e la trattenne in quello, fin che venne un servitore ad annunziare il vicario. Il principe rinnovò in fretta gli avvertimenti più importanti, e lasciò la figlia sola con lui, com’era prescritto. L’uomo dabbene veniva con un po’ d’opinione già fatta che Gertrude
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
La vista delle spose alle quali si dava questo titolo nel senso più ovvio e più usitato, le cagionava un’invidia, un rodimento intollerabile; e talvolta l’aspetto di qualche altro personaggio le faceva parere che, nel sentirsi dare quel titolo, dovesse trovarsi il colmo d’ogni felicità.  Talvolta la pompa de’ palazzi, lo splendore degli addobbi, il brulichìo e il fracasso giulivo delle feste, le comunicavano un’ebbrezza, un ardor tale di viver lieto, che prometteva a sé stessa di disdirsi, di soffrir tutto, piuttosto che tornare all’ombra fredda e morta del chiostro. Ma tutte quelle risoluzioni sfumavano alla considerazione più riposata delle difficoltà, al solo fissar gli occhi in viso al principe. Talvolta anche, il pensiero di dover abbandonare per sempre que’ godimenti, gliene rendeva amaro e penoso quel piccol saggio; come l’infermo assetato guarda con rabbia, e quasi rispinge con dispetto il cucchiaio d’acqua che il medico gli concede a fatica. Intanto il vicario delle monache ebbe rilasciata l’attestazione necessaria, e venne la licenza di tenere il capitolo per l’accettazione di Gertrude. Il capitolo si tenne; concorsero, com’era da aspettarsi, i due terzi de’ voti segreti ch’eran richiesti da’ regolamenti; e Gertrude fu accettata. Lei medesima, stanca di quel lungo strazio, chiese allora d’entrar più presto che fosse possibile, nel monastero. Non c’era sicuramente chi volesse frenare una tale impazienza. Fu dunque fatta la sua volontà; e, condotta pomposamente al monastero, vestì l’abito. Dopo dodici mesi di noviziato, pieni di pentimenti e di ripentimenti, si trovò al momento della professione, al momento cioè in cui conveniva, o dire un no più strano, più inaspettato, più scandaloso che mai, o ripetere un sì tante volte detto; lo ripeté, e fu monaca per sempre. È una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione cristiana, il  poter  indirizzare  e  consolare  chiunque,  in  qualsivoglia  congiuntura,  a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se al passato c’è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per metterlo in opera, a qualunque costo; se non c’è, essa dà il modo di far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessità virtù. Insegna a continuare con sapienza ciò ch’è stato intrapreso per leggerezza; piega l’animo ad abbracciar con propensione ciò che è stato imposto dalla prepotenza, e dà a una scelta che fu temeraria, ma che è irrevocabile, tutta la santità, tutta la saviezza, diciamolo pur francamente, tutte le gioie della vocazione. È una strada così fatta che, da qualunque laberinto, da qualunque precipizio, l’uomo capiti ad essa, e vi faccia un passo, può d’allora in poi camminare con sicurezza e di buona voglia, e arri-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
nel sentirsi chiamar la signora; ma quali consolazioni! Il cuore, trovandosene così poco appagato, avrebbe voluto di quando in quando aggiungervi, e goder con esse le consolazioni della religione; ma queste non vengono se non a chi trascura quell’altre: come il naufrago, se vuole afferrar la tavola che può condurlo in salvo sulla riva, deve pure allargare il pugno e abbandonar l’alghe, che aveva prese, per una rabbia d’istinto. Poco dopo la professione, Gertrude era stata fatta maestra dell’educande; ora pensate come dovevano stare quelle giovinette, sotto una tal disciplina. Le sue antiche confidenti eran tutte uscite; ma lei serbava vive tutte le passioni di quel tempo; e, in un modo o in un altro, l’allieve dovevan portarne il peso. Quando le veniva in mente che molte di loro eran destinate a vivere in quel mondo dal quale essa era esclusa per sempre, provava contro quelle poverine  un  astio,  un  desiderio  quasi  di  vendetta;  e  le  teneva  sotto,  le bistrattava, faceva loro scontare anticipatamente i piaceri che avrebber goduti un giorno. Chi avesse sentito, in que’ momenti, con che sdegno magistrale le gridava, per ogni piccola scappatella, l’avrebbe creduta una donna d’una spiritualità salvatica e indiscreta. In altri momenti, lo stesso orrore per il chiostro, per la regola, per l’ubbidienza, scoppiava in accessi d’umore tutto opposto. Allora, non solo sopportava la svagatezza clamorosa delle sue allieve, ma l’eccitava; si mischiava ne’ loro giochi, e li rendeva più sregolati; entrava a parte de’ loro discorsi, e li spingeva più in là dell’intenzioni con le quali esse gli avevano incominciati. Se qualcheduna diceva una parola sul cicalìo della madre badessa, la maestra lo imitava lungamente, e ne faceva una scena di commedia; contraffaceva il volto d’una monaca, l’andatura d’un’altra: rideva allora sgangheratamente; ma eran risa che non la lasciavano più allegra di prima. Così era vissuta alcuni anni, non avendo comodo, né occasione di far di più; quando la sua disgrazia volle che un’occasione si presentasse. Tra l’altre distinzioni e privilegi che le erano stati concessi, per compensarla di non poter esser badessa, c’era anche quello di stare in un quartiere a parte. Quel lato del monastero era contiguo a una casa abitata da un giovine, scellerato di professione, uno de’ tanti, che, in que’ tempi, e co’ loro sgherri, e con l’alleanze d’altri scellerati, potevano, fino a un certo segno, ridersi della forza pubblica e delle leggi. Il nostro manoscritto lo nomina Egidio, senza parlar del casato. Costui, da una sua finestrina che dominava un cortiletto di quel quartiere, avendo veduta Gertrude qualche volta passare o girandolar lì, per ozio, allettato anzi che atterrito dai pericoli e dall’empietà dell’impresa, un giorno osò rivolgerle il discorso. La sventurata rispose. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
In que’ primi momenti, provò una contentezza, non schietta al certo, ma viva. Nel vòto uggioso dell’animo suo s’era venuta a infondere un’occupazione forte, continua e, direi quasi, una vita potente; ma quella contentezza era simile alla bevanda ristorativa che la crudeltà ingegnosa degli antichi mesceva al condannato, per dargli forza a sostenere i tormenti. Si videro, nello stesso tempo, di gran novità in tutta la sua condotta: divenne, tutt’a un tratto, più regolare, più tranquilla, smesse gli scherni e il brontolìo, si mostrò anzi carezzevole e manierosa, dimodoché le suore si rallegravano a vicenda del cambiamento felice; lontane com’erano dall’immaginarne il vero motivo, e dal comprendere che quella nuova virtù non era altro che ipocrisia aggiunta all’antiche magagne. Quell’apparenza però, quella, per dir così, imbiancatura esteriore, non durò gran tempo, almeno con quella continuità e uguaglianza: ben presto tornarono in campo i soliti dispetti e i soliti capricci, tornarono a farsi sentire l’imprecazioni e gli scherni contro la prigione claustrale, e talvolta espressi in un linguaggio insolito in quel luogo, e anche in quella bocca. Però, ad ognuna di queste scappate veniva dietro un pentimento, una gran cura di farle dimenticare, a forza di moine e buone parole. Le suore sopportavano alla meglio tutti questi alt’e bassi, e gli attribuivano all’indole bisbetica e leggiera della signora. Per qualche tempo, non parve che nessuna pensasse più in là; ma un giorno che la signora, venuta a parole con una conversa, per non so che pettegolezzo, si lasciò andare a maltrattarla fuor di modo, e non la finiva più, la conversa, dopo aver sofferto, ed essersi morse le labbra un pezzo, scappatale finalmente la pazienza, buttò là una parola, che lei sapeva qualche cosa, e che, a tempo e luogo, avrebbe parlato. Da quel momento in poi, la signora non ebbe più pace. Non passò però molto tempo, che la conversa fu aspettata in vano, una mattina, a’ suoi ufizi consueti: si va a veder nella sua cella, e non si trova: è chiamata ad alta voce; non risponde: cerca di qua, cerca di là, gira e rigira, dalla cima al fondo; non c’è in nessun luogo. E chi sa quali congetture si sarebber fatte, se, appunto nel cercare, non si fosse scoperto una buca nel muro dell’orto; la qual cosa fece pensare a tutte, che fosse sfrattata di là. Si fecero gran ricerche in Monza e ne’ contorni, e principalmente a Meda, di dov’era quella conversa; si scrisse in varie parti: non se n’ebbe mai la più piccola notizia. Forse se ne sarebbe potuto saper di più, se, in vece di cercar lontano, si fosse scavato vicino. Dopo molte maraviglie, perché nessuno l’avrebbe creduta capace di ciò, e dopo molti discorsi, si concluse che doveva
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
cose da farsene maraviglia. I signori, chi più, chi meno, chi per un verso, chi per un altro, han tutti un po’ del matto. Convien lasciarli dire, principalmente quando s’ha bisogno di loro; far vista d’ascoltarli sul serio, come se dicessero delle cose giuste. Hai sentito come m’ha dato sulla voce, come se avessi detto qualche gran sproposito? Io non me ne son fatta caso punto. Son tutti così. E con tutto ciò, sia ringraziato il cielo, che pare che questa signora t’abbia preso a ben volere, e voglia proteggerci davvero. Del resto, se camperai, figliuola mia, e se t’accaderà ancora d’aver che fare con de’ signori, ne sentirai, ne sentirai, ne sentirai.” Il desiderio d’obbligare il padre guardiano, la compiacenza di proteggere, il pensiero del buon concetto che poteva fruttare la protezione impiegata così santamente, una certa inclinazione per Lucia, e anche un certo sollievo nel far del bene a una creatura innocente, nel soccorrere e consolare oppressi, avevan realmente disposta la signora a prendersi a petto la sorte delle due povere fuggitive. A sua richiesta, e a suo riguardo, furono alloggiate nel quartiere della fattoressa attiguo al chiostro, e trattate come se fossero addette al servizio del monastero. La madre e la figlia si rallegravano insieme d’aver trovato così presto un asilo sicuro e onorato. Avrebber anche avuto molto piacere di rimanervi ignorate da ogni persona; ma la cosa non era facile in un monastero: tanto più che c’era un uomo troppo premuroso d’aver notizie d’una di loro, e nell’animo del quale, alla passione e alla picca di prima s’era aggiunta anche la stizza d’essere stato prevenuto e deluso. E noi, lasciando le donne nel loro ricovero, torneremo al palazzotto di costui, nell’ora in cui stava attendendo l’esito della sua scellerata spedizione.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
donna honesta, per giunta di quelle che hai già addosso; e poi esser ricevuto in quella maniera! Ma! così pagano spesso gli uomini. Tu hai però potuto vedere, in questa circostanza, che qualche volta la giustizia, se non arriva alla prima, arriva, o presto o tardi anche in questo mondo. Va a dormire per ora: che un giorno avrai forse a somministrarcene un’altra prova, e più notabile di questa. La mattina seguente, il Griso era fuori di nuovo in faccende, quando don Rodrigo s’alzò. Questo cercò subito del conte Attilio, il quale, vedendolo spuntare, fece un viso e un atto canzonatorio, e gli gridò: “san Martino!” “Non so cosa vi dire,” rispose don Rodrigo, arrivandogli accanto: “pagherò la scommessa; ma non è questo quel che più mi scotta. Non v’avevo detto nulla, perché, lo confesso, pensavo di farvi rimanere stamattina. Ma... basta, ora vi racconterò tutto.” “Ci ha messo uno zampino quel frate in quest’affare,” disse il cugino, dopo aver sentito tutto, con più serietà che non si sarebbe aspettato da un cervello così balzano. “Quel frate,” continuò, “con quel suo fare di gatta morta, e con quelle sue proposizioni sciocche, io l’ho per un dirittone, e per un impiccione. E voi non vi siete fidato di me, non m’avete mai detto chiaro cosa sia venuto qui a impastocchiarvi l’altro giorno.” Don Rodrigo riferì il dialogo. “E voi avete avuto tanta sofferenza?” esclamò il conte Attilio: “e l’avete lasciato andare com’era venuto?” “Che volevate ch’io mi tirassi addosso tutti i cappuccini d’Italia?” “Non so,” disse il conte Attilio, “se, in quel momento, mi sarei ricordato che ci fossero al mondo altri cappuccini che quel temerario birbante; ma via, anche nelle regole della prudenza, manca la maniera di prendersi soddisfazione anche d’un cappuccino? Bisogna saper raddoppiare a tempo le gentilezze a tutto il corpo, e allora si può impunemente dare un carico di bastonate a un membro. Basta; ha scansato la punizione che gli stava più bene; ma lo prendo io sotto la mia protezione, e voglio aver la consolazione d’insegnargli come si parla co’ pari nostri.” “Non mi fate peggio.” “Fidatevi una volta, che vi servirò da parente e da amico.” “Cosa pensate di fare?” “Non lo so ancora; ma lo servirò io di sicuro il frate. Ci penserò, e... il signor conte zio del Consiglio segreto è lui che mi deve fare il servizio. Caro signor conte zio! Quanto mi diverto ogni volta che lo posso far lavorare per
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
me, un politicone di quel calibro! Doman l’altro sarò a Milano, e, in una maniera o in un’altra, il frate sarà servito.” Venne intanto la colazione, la quale non interruppe il discorso d’un affare di quell’importanza. Il conte Attilio ne parlava con disinvoltura; e, sebbene ci prendesse quella parte che richiedeva la sua amicizia per il cugino, e l’onore del nome comune, secondo le idee che aveva d’amicizia e d’onore, pure ogni tanto non poteva tenersi di non ridere sotto i baffi, di quella bella riuscita. Ma don Rodrigo, ch’era in causa propria, e che, credendo di far quietamente un gran colpo, gli era andato fallito con fracasso, era agitato da passioni più gravi, e distratto da pensieri più fastidiosi. “Di belle ciarle,” diceva, “faranno questi mascalzoni, in tutto il contorno. Ma che m’importa? In quanto alla giustizia, me ne rido: prove non ce n’è; quando ce ne fosse, me ne riderei ugualmente: a buon conto, ho fatto stamattina avvertire il console che guardi bene di non far deposizione dell’avvenuto. Non ne seguirebbe nulla; ma le ciarle, quando vanno in lungo, mi seccano. È anche troppo ch’io sia stato burlato così barbaramente.” “Avete fatto benissimo,” rispondeva il conte Attilio. “Codesto vostro podestà... gran caparbio, gran testa vota, gran seccatore d’un podestà... è poi un galantuomo, un uomo che sa il suo dovere; e appunto quando s’ha che fare con persone tali, bisogna aver più riguardo di non metterle in impicci. Se un mascalzone di console fa una deposizione, il podestà, per quanto sia ben intenzionato, bisogna pure che...” “Ma voi,” interruppe, con un po’ di stizza, don Rodrigo, “voi guastate le mie faccende, con quel vostro contraddirgli in tutto, e dargli sulla voce, e canzonarlo anche, all’occorrenza. Che diavolo, che un podestà non possa esser bestia e ostinato, quando nel rimanente è un galantuomo!” “Sapete, cugino,” disse guardandolo, maravigliato, il conte Attilio, “sapete che comincio a credere che abbiate un po’ di paura? Mi prendete sul serio anche il podestà...” “Via via, non avete detto voi stesso che bisogna tenerlo di conto?” “L’ho detto: e quando si tratta d’un affare serio, vi farò vedere che non sono un ragazzo. Sapete cosa mi basta l’animo di far per voi? Son uomo da andare in persona a far visita al signor podestà. Ah! sarà contento dell’onore? E son uomo da lasciarlo parlare per mezz’ora del conte duca, e del nostro signor castellano spagnolo, e da dargli ragione in tutto, anche quando ne dirà di quelle così massicce. Butterò poi là qualche parolina sul conte zio del
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Già lei sa meglio di me che soggetto fosse al secolo, le cosette che ha fatte in gioventù.” “È la gloria dell’abito questa, signor conte, che un uomo, il quale al secolo ha potuto far dir di sé, con questo indosso, diventi un altro. E da che il padre Cristoforo porta quest’abito...” “Vorrei crederlo: lo dico di cuore: vorrei crederlo; ma alle volte, come dice il proverbio... l’abito non fa il monaco.” Il proverbio non veniva in taglio esattamente; ma il conte l’aveva sostituito in fretta a un altro che gli era venuto sulla punta della lingua: il lupo cambia il pelo, ma non il vizio. “Ho de’ riscontri,” continuava, “ho de’ contrassegni...” “Se lei sa positivamente,” disse il provinciale, “che questo religioso abbia commesso qualche errore (tutti si può mancare), avrò per un vero favore l’esserne informato. Son superiore: indegnamente; ma lo sono appunto per correggere, per rimediare.” “Le dirò: insieme con questa circostanza dispiacevole della protezione aperta di questo padre per chi le ho detto, c’è un’altra cosa disgustosa, e che potrebbe... Ma, tra di noi, accomoderemo tutto in una volta. C’è, dico, che lo stesso padre Cristoforo ha preso a cozzare con mio nipote, don Rodrigo ***.” “Oh! questo mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace davvero.” “Mio nipote è giovine, vivo, si sente quello che è, non è avvezzo a esser provocato...” “Sarà mio dovere di prender buone informazioni d’un fatto simile. Come ho già detto a vostra magnificenza, e parlo con un signore che non ha meno giustizia che pratica di mondo, tutti siamo di carne, soggetti a sbagliare... tanto da una parte, quanto dall’altra: e se il padre Cristoforo avrà mancato...” “Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo... si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti... A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent’altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire. Mio nipote è giovine; il religioso, da quel che sento, ha ancora tutto lo spirito, le... inclinazioni d’un giovine; e tocca a noi, che abbiamo i nostri anni... pur troppo eh, padre molto reverendo?...”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
quel nome tanto temuto e abborrito era stato benedetto un momento: perché, non dirò quella giustizia, ma quel rimedio, quel compenso qualunque, non si sarebbe potuto, in que’ tempi, aspettarlo da nessun’altra forza né privata, né pubblica. Più spesso, anzi per l’ordinario, la sua era stata ed era ministra di voleri iniqui, di soddisfazioni atroci, di capricci superbi. Ma gli usi così diversi di quella forza producevan sempre l’effetto medesimo, d’imprimere negli animi una grand’idea di quanto egli potesse volere e eseguire in onta dell’equità e dell’iniquità, quelle due cose che metton tanti ostacoli alla volontà degli uomini, e li fanno così spesso tornare indietro. La fama de’ tiranni ordinari rimaneva per lo più ristretta in quel piccolo tratto di paese dov’erano i più ricchi e i più forti: ogni distretto aveva i suoi; e si rassomigliavan tanto, che non c’era ragione che la gente s’occupasse di quelli che non aveva a ridosso. Ma la fama di questo nostro era già da gran tempo diffusa in ogni parte del milanese: per tutto, la sua vita era un soggetto di racconti popolari; e il suo nome significava qualcosa d’irresistibile, di strano, di favoloso. Il sospetto che per tutto s’aveva de’ suoi collegati e de’ suoi sicari, contribuiva anch’esso a tener viva per tutto la memoria di lui. Non eran più che sospetti; giacché chi avrebbe confessata apertamente una tale dipendenza? ma ogni tiranno poteva essere un suo collegato, ogni malandrino, uno de’ suoi; e l’incertezza stessa rendeva più vasta l’opinione, e più cupo il terrore della cosa. E ogni volta che in qualche parte si vedessero comparire figure di bravi sconosciute e più brutte dell’ordinario, a ogni fatto enorme di cui non si sapesse alla prima indicare o indovinar l’autore, si proferiva, si mormorava il nome di colui che noi, grazie a quella benedetta, per non dir altro, circospezione de’ nostri autori, saremo costretti a chiamare l’innominato. Dal castellaccio di costui al palazzotto di don Rodrigo, non c’era più di sette miglia: e quest’ultimo, appena divenuto padrone e tiranno, aveva dovuto vedere che, a così poca distanza da un tal personaggio, non era possibile far quel mestiere senza venire alle prese, o andar d’accordo con lui. Gli s’era perciò offerto e gli era divenuto amico, al modo di tutti gli altri, s’intende; gli aveva reso più d’un servizio (il manoscritto non dice di più); e n’aveva riportate ogni volta promesse di contraccambio e d’aiuto, in qualunque occasione. Metteva però molta cura a nascondere una tale amicizia, o almeno a non lasciare scorgere quanto stretta, e di che natura fosse. Don Rodrigo voleva bensì fare il tiranno, ma non il tiranno salvatico: la professione era per lui un mezzo, non uno scopo: voleva dimorar liberamente in città, godere i
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
comodi, gli spassi, gli onori della vita civile; e perciò bisognava che usasse certi riguardi, tenesse di conto parenti, coltivasse l’amicizia di persone alte, avesse una mano sulle bilance della giustizia, per farle a un bisogno traboccare dalla sua parte, o per farle sparire, o per darle anche, in qualche occasione, sulla testa di qualcheduno che in quel modo si potesse servir più facilmente che con l’armi della violenza privata. Ora, l’intrinsichezza, diciam meglio, una lega con un uomo di quella sorte, con un aperto nemico della forza pubblica, non gli avrebbe certamente fatto buon gioco a ciò, specialmente presso il conte zio. Però quel tanto d’una tale amicizia che non era possibile di nascondere, poteva passare per una relazione indispensabile con un uomo la cui inimicizia era troppo pericolosa; e così ricevere scusa dalla necessità: giacché chi ha l’assunto di provvedere, e non n’ha la volontà, o non ne trova il verso, alla lunga acconsente che altri provveda da sé, fino a un certo segno, a’ casi suoi; e se non acconsente espressamente, chiude un occhio. Una mattina, don Rodrigo uscì a cavallo, in treno da caccia, con una piccola scorta di bravi a piedi; il Griso alla staffa, e quattro altri in coda; e s’avviò al castello dell’innominato.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
rado; e a poco a poco non le rimase del vivere umano quasi altre idee salvo quelle che ne riceveva in quel luogo. Non era addetta ad alcun servizio particolare, ma, in quella masnada di sgherri, ora l’uno ora l’altro, le davan da fare ogni poco; ch’era il suo rodimento. Ora aveva cenci da rattoppare, ora da preparare in fretta da mangiare a chi tornasse da una spedizione, ora feriti da medicare. I comandi poi di coloro, i rimproveri, i ringraziamenti, eran conditi di beffe e d’improperi: vecchia, era il suo appellativo usuale; gli aggiunti, che qualcheduno sempre ci se n’attaccava, variavano secondo le circostanze e l’umore dell’amico. E colei, disturbata nella pigrizia, e provocata nella stizza, ch’erano due delle sue passioni predominanti, contraccambiava alle volte que’ complimenti con parole, in cui Satana avrebbe riconosciuto più del suo ingegno, che in quelle de’ provocatori. “Tu vedi laggiù quella carrozza!” le disse il signore. “La vedo,” rispose la vecchia, cacciando avanti il mento appuntato, e aguzzando gli occhi infossati, come se cercasse di spingerli su gli orli dell’occhiaie. “Fa allestir subito una bussola, entraci, e fatti portare alla Malanotte. Subito subito; che tu ci arrivi prima di quella carrozza: già la viene avanti col passo della morte. In quella carrozza c’è... ci dev’essere... una giovine. Se c’è, dì al Nibbio, in mio nome, che la metta nella bussola, e lui venga su subito da me. Tu starai nella bussola, con quella... giovine; e quando sarete quassù, la condurrai nella tua camera. Se ti domanda dove la meni, di chi è il castello, guarda di non...” “Oh!” disse la vecchia. “Ma,” continuò l’innominato, “falle coraggio.” “Cosa le devo dire?” “Cosa le devi dire? Falle coraggio, ti dico. Tu sei venuta a codesta età, senza sapere come si fa coraggio a una creatura, quando si vuole! Hai tu mai sentito affanno di cuore? Hai tu mai avuto paura? Non sai le parole che fanno piacere in que’ momenti? Dille di quelle parole: trovale, alla malora. Va.” E partita che fu, si fermò alquanto alla finestra, con gli occhi fissi a quella carrozza, che già appariva più grande di molto; poi gli alzò al sole, che in quel momento si nascondeva dietro la montagna; poi guardò le nuvole sparse al di sopra, che di brune si fecero, quasi a un tratto, di fuoco. Si ritirò, chiuse la finestra, e si mise a camminare innanzi e indietro per la stanza, con un passo di viaggiatore frettoloso. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 27 Q Alessandro Manzoni     I Promessi sposi    Capitolo ventunesimo Capitolo XXI La vecchia era corsa a ubbidire e a comandare, con l’autorità di quel nome che, da chiunque fosse pronunziato in quel luogo, li faceva spicciar tutti; perché a nessuno veniva in testa che ci fosse uno tanto ardito da servirsene falsamente. Si trovò infatti alla Malanotte un po’ prima che la carrozza ci arrivasse; e vistala venire, uscì di bussola, fece segno al cocchiere che fermasse, s’avvicinò allo sportello; e al Nibbio, che mise il capo fuori, riferì sottovoce gli ordini del padrone. Lucia, al fermarsi della carrozza, si scosse, e rinvenne da una specie di letargo. Si sentì da capo rimescolare il sangue, spalancò la bocca e gli occhi, e guardò. Il Nibbio s’era tirato indietro; e la vecchia, col mento sullo sportello, guardando Lucia, diceva: “venite, la mia giovine; venite, poverina; venite con me, che ho ordine di trattarvi bene e di farvi coraggio”. Al suono d’una voce di donna, la poverina provò un conforto, un coraggio momentaneo; ma ricadde subito in uno spavento più cupo. “Chi siete?” disse con voce tremante, fissando lo sguardo attonito in viso alla vecchia. “Venite, venite, poverina,” andava questa ripetendo. Il Nibbio e gli altri due, argomentando dalle parole e dalla voce così straordinariamente raddolcita di colei, quali fossero l’intenzioni del signore, cercavano di persuader con le buone l’oppressa a ubbidire. Ma lei seguitava a guardar fuori; e benché il luogo selvaggio e sconosciuto, e la sicurezza de’ suoi guardiani non le lasciassero concepire speranza di soccorso, apriva non ostante la bocca per gridare; ma vedendo il Nibbio far gli occhiacci del fazzoletto, ritenne il grido, tremò, si storse, fu presa e messa nella bussola. Dopo, c’entrò la vecchia; il Nibbio disse ai due altri manigoldi che andassero dietro, e prese speditamente la salita, per accorrere ai comandi del padrone. “Chi siete?” domandava con ansietà Lucia al ceffo sconosciuto e deforme: “perché son con voi? dove sono? dove mi conducete?” “Da chi vuol farvi del bene,” rispondeva la vecchia, “da un gran... Fortunati quelli a cui vuol far del bene. Buon per voi, buon per voi. Non abbiate paura, state allegra, ché m’ha comandato di farvi coraggio. Glielo direte, eh? che v’ho fatto coraggio?” “Chi è? perché? che vuol da me? Io non son sua. Ditemi dove sono; lasciatemi andare; dite a costoro che mi lascino andare, che mi portino in qualche chiesa. Oh! voi che siete una donna, in nome di Maria Vergine...!” Quel nome santo e soave, già ripetuto con venerazione ne’ primi anni,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
quella voce segreta, “no: va a riposarti; e domattina... farai quello che ti dirò!” – Un qualche demonio ha costei dalla sua, – pensava poi, rimasto solo, ritto, con le braccia incrociate sul petto, e con lo sguardo immobile sur una parte del pavimento, dove il raggio della luna entrando da una finestra alta, disegnava un quadrato di luce pallida, tagliata a scacchi dalle grosse inferriate, e intagliata più minutamente dai piccoli compartimenti delle vetriate. Un qualche demonio, o... un qualche angelo che la protegge... Compassione al Nibbio!... Domattina, domattina di buon’ora, fuor di qui costei; al suo destino, e non se ne parli più, e, – proseguiva tra sé, con quell’animo con cui si comanda a un ragazzo indocile, sapendo che non ubbidirà, – e non ci si pensi più. Quell’animale di don Rodrigo non mi venga a romper la testa con ringraziamenti; che... non voglio più sentir parlar di costei. L’ho servito perché... perché ho promesso: e ho promesso perché... è il mio destino. Ma voglio che me lo paghi bene questo servizio, colui. Vediamo un poco... – E voleva almanaccare cosa avrebbe potuto richiedergli di scabroso, per compenso, e quasi per pena; ma gli si attraversaron di nuovo alla mente quelle parole: compassione al Nibbio! – Come può aver fatto costei? – continuava, strascinato da quel pensiero. – Voglio vederla... Eh! no... Sì, voglio vederla. – E d’una stanza in un’altra, trovò una scaletta, e su a tastone, andò alla camera della vecchia, e picchiò all’uscio con un calcio. “Chi è?” “Apri.” A quella voce, la vecchia fece tre salti; e subito si sentì scorrere il paletto negli anelli, e l’uscio si spalancò. L’innominato, dalla soglia, diede un’occhiata in giro; e, al lume d’una lucerna che ardeva sur un tavolino, vide Lucia rannicchiata in terra, nel canto il più lontano dall’uscio. “Chi t’ha detto che tu la buttassi là come un sacco di cenci, sciagurata?” disse alla vecchia, con un cipiglio iracondo. “S’è messa dove le è piaciuto,” rispose umilmente colei: “io ho fatto di tutto per farle coraggio: lo può dire anche lei; ma non c’è stato verso.” “Alzatevi,” disse l’innominato a Lucia, andandole vicino. Ma Lucia, a cui il picchiare, l’aprire, il comparir di quell’uomo, le sue parole, avevan messo un nuovo spavento nell’animo spaventato, stava più che mai raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto tra le mani, e non movendosi, se non che tremava tutta.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Io son vecchia, son vecchia, – continuò, mormorando tra i denti. – Maledette le giovani, che fanno bel vedere a piangere e a ridere, e hanno sempre ragione. – Ma sentendo Lucia singhiozzare, e tornandole minaccioso alla mente il comando del padrone, si chinò verso la povera rincantucciata, e, con voce raddolcita, riprese: “via, non v’ho detto niente di male: state allegra. Non mi domandate di quelle cose che non vi posso dire; e del resto, state di buon animo. Oh se sapeste quanta gente sarebbe contenta di sentirlo parlare come ha parlato a voi! State allegra, che or ora verrà da mangiare; e io che capisco... nella maniera che v’ha parlato, ci sarà della roba buona. E poi anderete a letto, e... mi lascerete un cantuccino anche a me, spero,” soggiunse, con una voce, suo malgrado, stizzosa. “Non voglio mangiare, non voglio dormire. Lasciatemi stare; non v’accostate; non partite di qui!” “No, no, via,” disse la vecchia, ritirandosi, e mettendosi a sedere sur una seggiolaccia, donde dava alla poverina certe occhiate di terrore e d’astio insieme; e poi guardava il suo covo, rodendosi d’esserne forse esclusa per tutta la notte, e brontolando contro il freddo. Ma si rallegrava col pensiero della cena, e con la speranza che ce ne sarebbe anche per lei. Lucia non s’avvedeva del freddo, non sentiva la fame, e come sbalordita, non aveva de’ suoi dolori, de’ suoi terrori stessi, che un sentimento confuso, simile all’immagini sognate da un febbricitante. Si riscosse quando sentì picchiare; e, alzando la faccia atterrita, gridò: “chi è? chi è? Non venga nessuno!” “Nulla, nulla; buone nuove,” disse la vecchia: “è Marta che porta da mangiare.” “Chiudete, chiudete!” gridava Lucia. “Ih! subito, subito,” rispondeva la vecchia; e presa una paniera dalle mani di quella Marta, la mandò via, richiuse, e venne a posar la paniera sur una tavola nel mezzo della camera. Invitò poi più volte Lucia che venisse a goder di quella buona roba. Adoprava le parole più efficaci, secondo lei, a mettere appetito alla poverina, prorompeva in esclamazioni sulla squisitezza de’ cibi: “di que’ bocconi che, quando le persone come noi possono arrivare a assaggiarne, se ne ricordan per un pezzo! Del vino che beve il padrone co’ suoi amici... quando capita qualcheduno di quelli...! e vogliono stare allegri! Ehm!” Ma vedendo che tutti gl’incanti riuscivano inutili, “siete voi che non volete,” disse. “Non istate poi a dirgli domani ch’io non v’ho fatto coraggio.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
non finite, in vece d’animarsi al compimento, in vece d’irritarsi degli ostacoli (ché l’ira in quel momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno spavento de’ passi già fatti. Il tempo gli s’affacciò davanti voto d’ogni intento, d’ogni occupazione, d’ogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte l’ore somiglianti a quella che gli passava così lenta, così pesante sul capo. Si schierava nella fantasia tutti i suoi malandrini, e non trovava da comandare a nessuno di loro una cosa che gl’importasse; anzi l’idea di rivederli, di trovarsi tra loro, era un nuovo peso, un’idea di schifo e d’impiccio. E se volle trovare un’occupazione per l’indomani, un’opera fattibile, dovette pensare che all’indomani poteva lasciare in libertà quella poverina. – La libererò, sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le dirò: andate, andate. La farò accompagnare... E la promessa? e l’impegno? e don Rodrigo?... Chi è don Rodrigo? – A guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante d’un superiore, l’innominato pensò subito a rispondere a questa che s’era fatta lui stesso, o piuttosto quel nuovo “lui”, che cresciuto terribilmente a un tratto, sorgeva come a giudicare l’antico. Andava dunque cercando le ragioni per cui, prima quasi d’esser pregato, s’era potuto risolvere a prender l’impegno di far tanto patire, senz’odio, senza timore, un’infelice sconosciuta, per servire colui; ma, non che riuscisse a trovar ragioni che in quel momento gli paressero buone a scusare il fatto, non sapeva quasi spiegare a sé stesso come ci si fosse indotto. Quel volere, piuttosto che una deliberazione, era stato un movimento istantaneo dell’animo ubbidiente a sentimenti antichi, abituali, una conseguenza di mille fatti antecedenti; e il tormentato esaminator di sé stesso, per rendersi ragione d’un sol fatto, si trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva all’animo consapevole e nuovo, separata da’ sentimenti che l’avevan fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosità che que’ sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui: l’orrore di questo pensiero, rinascente a ognuna di quell’immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione. S’alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e... al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un’inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine. S’immaginava con raccapriccio il
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Poco dopo, il bravo venne a riferire che, il giorno avanti, il cardinal Federigo Borromeo, acivescovo di Milano, era arrivato a ***, e ci starebbe tutto quel giorno; e che la nuova sparsa la sera di quest’arrivo ne’ paesi d’intorno aveva invogliati tutti d’andare a veder quell’uomo; e si scampanava più per allegria, che per avvertir la gente. Il signore, rimasto solo, continuò a guardar nella valle, ancor più pensieroso. – Per un uomo! Tutti premurosi, tutti allegri, per vedere un uomo! E però ognuno di costoro avrà il suo diavolo che lo tormenti. Ma nessuno, nessuno n’avrà uno come il mio; nessuno avrà passata una notte come la mia! Cos’ha quell’uomo, per render tanta gente allegra? Qualche soldo che distribuirà così alla ventura... Ma costoro non vanno tutti per l’elemosina. Ebbene, qualche segno nell’aria, qualche parola... Oh se le avesse per me le parole che possono consolare! se...! Perché non vado anch’io? Perché no?... Anderò, anderò; e gli voglio parlare: a quattr’occhi gli voglio parlare. Cosa gli dirò? Ebbene, quello che, quello che... Sentirò cosa sa dir lui, quest’uomo! – Fatta così in confuso questa risoluzione, finì in fretta di vestirsi, mettendosi una sua casacca d’un taglio che aveva qualche cosa del militare; prese la terzetta rimasta sul letto, e l’attaccò alla cintura da una parte; dall’altra, un’altra che staccò da un chiodo della parete; mise in quella stessa cintura il suo pugnale; e staccata pur dalla parete una carabina famosa quasi al par di lui, se la mise ad armacollo; prese il cappello, uscì di camera; e andò prima di tutto a quella dove aveva lasciata Lucia. Posò fuori la carabina in un cantuccio vicino all’uscio, e picchiò, facendo insieme sentir la sua voce. La vecchia scese il letto in un salto, e corse ad aprire. Il signore entrò, e data un’occhiata per la camera, vide Lucia rannicchiata nel suo cantuccio e quieta. “Dorme?” domandò sotto voce alla vecchia: “là, dorme? eran questi i miei ordini, sciagurata?” “Io ho fatto di tutto,” rispose quella: “ma non ha mai voluto mangiare, non è mai voluta venire...” “Lasciala dormire in pace; guarda di non la disturbare; e quando si sveglierà... Marta verrà qui nella stanza vicina; e tu manderai a prendere qualunque cosa che costei possa chiederti. Quando si sveglierà... dille che io... che il padrone è partito per poco tempo, che tornerà, e che... farà tutto quello che lei vorrà.” La vecchia rimase tutta stupefatta pensando tra sé: – che sia qualche principessa costei? –
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
convenevolmente, Federigo la dotò di quattromila scudi. Forse a taluno parrà questa una larghezza eccessiva, non ben ponderata, troppo condiscendente agli stolti capricci d’un superbo; e che quattromila scudi potevano esser meglio impiegati in cent’altre maniere. A questo non abbiamo nulla da rispondere, se non che sarebbe da desiderarsi che si vedessero spesso eccessi d’una virtù così libera dall’opinioni dominanti (ogni tempo ha le sue), così indipendente dalla tendenza generale, come, in questo caso, fu quella che mosse un uomo a dar quattromila scudi, perché una giovine non fosse fatta monaca. La carità inesausta di quest’uomo, non meno che nel dare, spiccava in tutto il suo contegno. Di facile abbordo con tutti, credeva di dovere specialmente a quelli che si chiamano di bassa condizione, un viso gioviale, una cortesia affettuosa; tanto più, quanto ne trovan meno nel mondo. E qui pure ebbe a combattere co’ galantuomini del ne quid nimis, i quali, in ogni cosa, avrebbero voluto farlo star ne’ limiti, cioè ne’ loro limiti. Uno di costoro, una volta che, nella visita d’un paese alpestre e salvatico, Federigo istruiva certi poveri fanciulli, e, tra l’interrogare e l’insegnare, gli andava amorevolmente accarezzando, l’avvertì che usasse più riguardo nel far tante carezze a que’ ragazzi, perché eran troppo sudici e stomacosi: come se supponesse, il buon uomo, che Federigo non avesse senso abbastanza per fare una tale scoperta, o non abbastanza perspicacia, per trovar da sé quel ripiego così fino. Tale è, in certe condizioni di tempi e di cose, la sventura degli uomini costituiti in certe dignità: che mentre così di rado si trova chi gli avvisi de’ loro mancamenti, non manca poi gente coraggiosa a riprenderli del loro far bene. Ma il buon vescovo, non senza un certo risentimento, rispose: “sono mie anime, e forse non vedranno mai più la mia faccia; e non volete che gli abbracci?” Ben raro però era il risentimento in lui, ammirato per la soavità de’ suoi modi, per una pacatezza imperturbabile, che si sarebbe attribuita a una felicità straordinaria di temperamento; ed era l’effetto d’una disciplina costante sopra un’indole viva e risentita. Se qualche volta si mostrò severo, anzi brusco, fu co’ pastori suoi subordinati che scoprisse rei d’avarizia o di negligenza o d’altre tacce specialmente opposte allo spirito del loro nobile ministero. Per tutto ciò che potesse toccare o il suo interesse, o la sua gloria temporale, non dava mai segno di gioia, né di rammarico, né d’ardore, né d’agitazione: mirabile se questi moti non si destavano nell’animo suo, più mira-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
bile se vi si destavano. Non solo da’ molti conclavi ai quali assistette, riportò il concetto di non aver mai aspirato a quel posto così desiderabile all’ambizione, e così terribile alla pietà; ma una volta che un collega, il quale contava molto, venne a offrirgli il suo voto e quelli della sua fazione (brutta parola, ma era quella che usavano), Federigo rifiutò una tal proposta in modo, che quello depose il pensiero, e si rivolse altrove. Questa stessa modestia, quest’avversione al predominare apparivano ugualmente nell’occasioni più comuni della vita. Attento e infaticabile a disporre e a governare, dove riteneva che fosse suo dovere il farlo, sfuggì sempre d’impicciarsi negli affari altrui; anzi si scusava a tutto potere dall’ingerirvisi ricercato: discrezione e ritegno non  comune,  come  ognuno  sa,  negli  uomini  zelatori  del  bene,  qual  era Federigo. Se volessimo lasciarci andare al piacere di raccogliere i tratti notabili del suo carattere, ne risulterebbe certamente un complesso singolare di meriti in apparenza opposti, e certo difficili a trovarsi insieme. Però non ometteremo di notare un’altra singolarità di quella bella vita: che, piena come fu d’attività,  di  governo,  di  funzioni,  d’insegnamento,  d’udienze,  di  visite diocesane, di viaggi, di contrasti, non solo lo studio c’ebbe una parte, ma ce n’ebbe tanta, che per un letterato di professione sarebbe bastato. E infatti, con tant’altri e diversi titoli di lode, Federigo ebbe anche, presso i suoi contemporanei, quello d’uom dotto. Non dobbiamo però dissimulare che tenne con ferma persuasione, e sostenne in pratica, con lunga costanza, opinioni, che al giorno d’oggi parrebbero a ognuno piuttosto strane che mal fondate; dico anche a coloro che avrebbero una gran voglia di trovarle giuste. Chi lo volesse difendere in questo, ci sarebbe quella scusa così corrente e ricevuta, ch’erano errori del suo tempo, piuttosto che suoi: scusa che, per certe cose, e quando risulti dall’esame particolare de’ fatti, può aver qualche valore, o anche molto; ma che applicata così nuda e alla cieca, come si fa d’ordinario, non significa proprio nulla. E perciò, non volendo risolvere con formole semplici questioni complicate, né allungar troppo un episodio, tralasceremo anche d’esporle; bastandoci d’avere accennato così alla sfuggita che, d’un uomo così ammirabile in complesso, noi non pretendiamo che ogni cosa lo fosse ugualmente; perché non paia che abbiam voluto scrivere un’orazion funebre. Non è certamente fare ingiuria ai nostri lettori il supporre che qualcheduno di loro domandi se di tanto ingegno e di tanto studio quest’uomo
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
abbia lasciato qualche monumento. Se n’ha lasciati! Circa cento son l’opere che rimangon di lui, tra grandi e piccole, tra latine e italiane, tra stampate e manoscritte, che si serbano nella biblioteca da lui fondata: trattati di morale, orazioni, dissertazioni di storia, d’antichità sacra e profana, di letteratura, d’arti e d’altro. – E come mai, dirà codesto lettore, tante opere sono dimenticate, o almeno così poco conosciute, così poco ricercate? Come mai, con tanto ingegno, con tanto studio, con tanta pratica degli uomini e delle cose, con tanto meditare, con tanta passione per il buono e per il bello, con tanto candor d’animo, con tant’altre di quelle qualità che fanno il grande scrittore, questo, in cento opere, non ne ha lasciata neppur una di quelle che son riputate insigni anche da chi non le approva in tutto, e conosciute di titolo anche da chi non le legge? Come mai, tutte insieme, non sono bastate a procurare, almeno col numero, al suo nome una fama letteraria presso noi posteri? – La domanda è ragionevole senza dubbio, e la questione, molto interessante; perché le ragioni di questo fenomeno si troverebbero con l’osservar molti fatti generali: e trovate, condurrebbero alla spiegazione di più altri fenomeni simili. Ma sarebbero molte e prolisse: e poi se non v’andassero a genio? se vi facessero arricciare il naso? Sicché sarà meglio che riprendiamo il filo della storia, e che, in vece di cicalar più a lungo intorno a quest’uomo, andiamo a vederlo in azione, con la guida del nostro autore.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Il cardinal Federigo, intanto che aspettava l’ora d’andar in chiesa a celebrar gli ufizi divini, stava studiando, com’era solito di fare in tutti i ritagli di tempo; quando entrò il cappellano crocifero, con un viso alterato. “Una strana visita, strana davvero, monsignore illustrissimo!” “Chi è?” domandò il cardinale. “Niente meno che il signor...” riprese il cappellano; e spiccando le sillabe con una gran significazione, proferì quel nome che noi non possiamo scrivere ai nostri lettori. Poi soggiunse: “è qui fuori in persona; e chiede nient’altro che d’esser introdotto da vossignoria illustrissima.” “Lui!” disse il cardinale, con un viso animato, chiudendo il libro, e alzandosi da sedere: “venga! venga subito!” “Ma...” replicò il cappellano, senza moversi: “vossignoria illustrissima deve sapere chi è costui: quel bandito, quel famoso...” “E non è una fortuna per un vescovo, che a un tal uomo sia nata la volontà di venirlo a trovare?” “Ma...” insistette il cappellano: “noi non possiamo mai parlare di certe cose, perché monsignore dice che le son ciance: però, quando viene il caso, mi pare che sia un dovere... Lo zelo fa de’ nimici, monsignore; e noi sappiamo positivamente che più d’un ribaldo ha osato vantarsi che, un giorno o l’altro...” “E che hanno fatto?” interruppe il cardinale. “Dico che costui è un appaltatore di delitti, un disperato, che tiene corrispondenza co’ disperati più furiosi, e che può esser mandato...” “Oh, che disciplina è codesta,” interruppe ancora sorridendo Federigo, “che i soldati esortino il generale ad aver paura?” Poi, divenuto serio e pensieroso, riprese: “san Carlo non si sarebbe trovato nel caso di dibattere se dovesse ricevere un tal uomo: sarebbe andato a cercarlo. Fatelo entrar subito: ha già aspettato troppo.” Il cappellano si mosse, dicendo tra sé: – non c’è rimedio: tutti questi santi sono ostinati. – Aperto l’uscio, e affacciatosi alla stanza dov’era il signore e la brigata, vide questa ristretta in una parte, a bisbigliare e a guardar di sott’occhio quello, lasciato solo in un canto. S’avviò verso di lui; e intanto squadrandolo, come poteva, con la coda dell’occhio, andava pensando che diavolo d’armeria poteva esser nascosta sotto quella casacca: e che, veramente, prima d’introdurlo, avrebbe dovuto proporgli almeno... ma non si seppe risolvere. Gli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
s’accostò, e disse: “monsignore aspetta vossignoria. Si contenti di venir con me”. E precedendolo in quella piccola folla, che subito fece ala, dava a destra e a sinistra occhiate, le quali significavano: cosa volete? non lo sapete anche voi altri, che fa sempre a modo suo? Appena introdotto l’innominato, Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata, e fece subito cenno al cappellano che uscisse: il quale ubbidì. I due rimasti stettero alquanto senza parlare, e diversamente sospesi. L’innominato, ch’era stato come portato lì per forza da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno, ci stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno, e dall’altra parte una stizza, una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, né quasi ne cercava. Però, alzando gli occhi in viso a quell’uomo, si sentiva sempre più penetrare da un sentimento di venerazione imperioso insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto, e senza prender l’orgoglio di fronte, l’abbatteva, e, dirò così, gl’imponeva silenzio. La presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente composto, e quasi involontariamente maestoso, non incurvato né impigrito punto dagli anni; l’occhio grave e vivace, la fronte serena e pensierosa; con la canizie, nel pallore, tra i segni dell’astinenza, della meditazione, della fatica, una specie di floridezza verginale: tutte le forme del volto indicavano che in altre età, c’era stata quella che più propriamente si chiama bellezza; l’abitudine de’ pensieri solenni e benevoli, la pace interna d’una lunga vita, l’amore degli uomini, la gioia continua d’una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una, direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più in quella magnifica semplicità della porpora. Tenne anche lui, qualche momento, fisso nell’aspetto dell’innominato il suo sguardo penetrante, ed esercitato da lungo tempo a ritrarre dai sembianti i pensieri; e, sotto a quel fosco e a quel turbato, parendogli di scoprire sempre più qualcosa di conforme alla speranza da lui concepita al primo annunzio d’una tal visita, tutt’animato, “oh!” disse: “che preziosa visita è questa! e quanto vi devo esser grato d’una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po’ del rimprovero!”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Lucia s’era risentita da poco tempo; e di quel tempo una parte aveva penato a svegliarsi affatto, a separar le torbide visioni del sonno dalle memorie e dall’immagini di quella realtà troppo somigliante a una funesta visione d’infermo. La vecchia le si era subito avvicinata, e, con quella voce forzatamente umile, le aveva detto: “ah! avete dormito? Avreste potuto dormire in letto: ve l’ho pur detto tante volte ier sera”. E non ricevendo risposta, aveva continuato, sempre con un tono di supplicazione stizzosa: “mangiate una volta: abbiate giudizio. Uh come siete brutta! Avete bisogno di mangiare. E poi se, quando torna, la piglia con me?” “No, no; voglio andar via, voglio andar da mia madre. Il padrone me l’ha promesso, ha detto: domattina. Dov’è il padrone?” “È uscito; m’ha detto che tornerà presto, e che farà tutto quel che volete.” “Ha detto così? ha detto così? Ebbene; io voglio andar da mia madre; subito, subito.” Ed ecco si sente un calpestìo nella stanza vicina; poi un picchio all’uscio. La vecchia accorre, domanda: “chi è?” “Apri,” risponde sommessamente la nota voce. La vecchia tira il paletto; l’innominato, spingendo leggermente i battenti, fa un po’ di spiraglio: ordina alla vecchia di venir fuori, fa entrar subito don Abbondio con la buona donna. Socchiude poi di nuovo l’uscio, si ferma dietro a quello, e manda la vecchia in una parte lontana del castellaccio; come aveva già mandata via anche l’altra donna che stava fuori, di guardia. Tutto questo movimento, quel punto d’aspetto, il primo apparire di persone nuove, cagionarono un soprassalto d’agitazione a Lucia, alla quale, se lo stato presente era intollerabile, ogni cambiamento però era motivo di sospetto e di nuovo spavento. Guardò, vide un prete, una donna; si rincorò alquanto: guarda più attenta: è lui, o non è lui? Riconosce don Abbondio, e rimane con gli occhi fissi, come incantata. La donna, andatale vicino, si chinò sopra di lei, e, guardandola pietosamente, prendendole le mani, come per accarezzarla e alzarla a un tempo, le disse: “oh poverina! venite, venite con noi”. “Chi siete?” le domandò Lucia; ma, senza aspettar la risposta, si voltò ancora a don Abbondio, che s’era trattenuto discosto due passi, con un viso, anche lui, tutto compassionevole; lo fissò di nuovo, e esclamò: “lei! è lei? il signor curato? Dove siamo?... Oh povera me! son fuori di sentimento!”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Oh! il Signore vi ricompensi della vostra carità!” “Che dite mai, la mia povera giovine? E m’ha detto il signor curato, che vi facessi coraggio, e cercassi di sollevarvi subito, e farvi intendere come il Signore v’ha salvata miracolosamente...” “Ah sì! proprio miracolosamente; per intercession della Madonna.” “Dunque, che stiate di buon animo, e perdonare a chi v’ha fatto del male, e esser contenta che Dio gli abbia usata misericordia, anzi pregare per lui; ché, oltre all’acquistarne merito, vi sentirete anche allargare il cuore.” Lucia rispose con uno sguardo che diceva di sì, tanto chiaro come avrebbero potuto far le parole, e con una dolcezza che le parole non avrebbero saputa esprimere. “Brava giovine!” riprese la donna: “e trovandosi al nostro paese anche il vostro curato (che ce n’è tanti tanti, di tutto il contorno, da mettere insieme quattro ufizi generali), ha pensato il signor cardinale di mandarlo anche lui in compagnia; ma è stato di poco aiuto. Già l’avevo sentito dire ch’era un uomo da poco; ma in quest’occasione, ho dovuto proprio vedere che è più impicciato che un pulcin nella stoppa.” “E questo...” domandò Lucia, “questo che è diventato buono... chi è?” “Come! non lo sapete?” disse la buona donna, e lo nominò. “Oh misericordia!” esclamò Lucia. Quel nome, quante volte l’aveva sentito ripetere con orrore in più d’una storia, in cui figurava sempre come in altre storie quello dell’orco! E ora, al pensiero d’essere stata nel suo terribil potere, e d’essere sotto la sua guardia pietosa; al pensiero d’una così orrenda sciagura, e d’una così improvvisa redenzione; a considerare di chi era quel viso che aveva veduto burbero, poi commosso, poi umiliato, rimaneva come estatica, dicendo solo, ogni poco: “oh misericordia!” “È una gran misericordia davvero!” diceva la buona donna: “dev’essere un gran sollievo per mezzo mondo. A pensare quanta gente teneva sottosopra; e ora, come m’ha detto il nostro curato... e poi, solo a guardarlo in viso, è diventato un santo! E poi si vedon subito le opere.” Dire che questa buona donna non provasse molta curiosità di conoscere un po’ più distintamente la grand’avventura nella quale si trovava a fare una parte, non sarebbe la verità. Ma bisogna dire a sua gloria che, compresa d’una pietà rispettosa per Lucia, sentendo in certo modo la gravità e la dignità dell’incarico che le era stato affidato, non pensò neppure a farle una domanda indiscreta, né oziosa: tutte le sue parole, in quel tragitto, furono di conforto e di premura per la povera giovine. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
La povera Lucia, sentendo che il cuore era lì lì per pentirsi, ritornò alla preghiera, alle conferme, al combattimento, dal quale s’alzò, se ci si passa quest’espressione, come il vincitore stanco e ferito, di sopra il nemico abbattuto: non dico ucciso. Tutt’a un tratto, si sente uno scalpiccìo, e un chiasso di voci allegre. Era la famigliola che tornava di chiesa. Due bambinette e un fanciullo entran saltando; si fermano un momento a dare un’occhiata curiosa a Lucia, poi corrono alla mamma, e le s’aggruppano intorno: chi domanda il nome dell’ospite sconosciuta, e il come e il perché; chi vuol raccontare le maraviglie vedute: la buona donna risponde a tutto e a tutti con un “zitti, zitti”. Entra poi, con un passo più quieto, ma con una premura cordiale dipinta in viso, il padrone di casa. Era, se non l’abbiamo ancor detto, il sarto del villaggio, e de’ contorni; un uomo che sapeva leggere, che aveva letto in fatti più d’una volta il Leggendario de’ Santi, il Guerrin meschino e i Reali di Francia, e passava, in quelle parti, per un uomo di talento e di scienza: lode però che rifiutava modestamente, dicendo soltanto che aveva sbagliato la vocazione; e che se fosse andato agli studi, in vece di tant’altri...! Con questo, la miglior pasta del mondo. Essendosi trovato presente quando sua moglie era stata pregata dal curato d’intraprendere quel viaggio caritatevole, non solo ci aveva data la sua approvazione, ma le avrebbe fatto coraggio, se ce ne fosse stato bisogno. E ora che la funzione, la pompa, il concorso, e soprattutto la predica del cardinale avevano, come si dice, esaltati tutti i suoi buoni sentimenti, tornava a casa con un’aspettativa, con un desiderio ansioso di sapere come la cosa fosse riuscita, e di trovare la povera innocente salvata. “Guardate un poco,” gli disse, al suo entrare, la buona donna, accennando Lucia; la quale fece il viso rosso, s’alzò e cominciava a balbettar qualche scusa. Ma lui, avvicinatosele, l’interruppe facendole una gran festa, e esclamando: “ben venuta, ben venuta! Siete la benedizione del cielo in questa casa. Come son contento di vedervi qui! Già ero sicuro che sareste arrivata a buon porto; perché non ho mai trovato che il Signore abbia cominciato un miracolo senza finirlo bene; ma son contento di vedervi qui. Povera giovine! Ma è però una gran cosa d’aver ricevuto un miracolo!” Né si creda che fosse lui il solo a qualificar così quell’avvenimento, perché aveva letto il Leggendario: per tutto il paese e per tutt’i contorni non se ne parlò con altri termini, fin che ce ne rimase la memoria. E, a dir la verità, con le frange che vi s’attaccarono, non gli poteva convenire altro nome.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
occhi fissi e con la bocca aperta, non sapendo dove si riuscirebbe. Quando vide quel dove inaspettato, si fece far largo, pensate con che strepito, gridando e rigridando: “lasciate passare chi ha da passare”; e entrò. Agnese e Lucia sentirono un ronzìo crescente nella strada; mentre pensavano cosa potesse essere, videro l’uscio spalancarsi, e comparire il porporato col parroco. “È quella?” domandò il primo al secondo; e, a un cenno affermativo, andò verso Lucia, ch’era rimasta lì con la madre, tutt’e due immobili e mute dalla sorpresa e dalla vergogna. Ma il tono di quella voce, l’aspetto, il contegno, e soprattutto la parola di Federigo l’ebbero subito rianimate. “Povera giovine,” cominciò: “Dio ha permesso che foste messa a una gran prova; ma v’ha anche fatto vedere che non aveva levato l’occhio da voi, che non v’aveva dimenticata. V’ha rimessa in salvo; e s’è servito di voi per una grand’opera, per fare una gran misericordia a uno, e per sollevar molti nello stesso tempo.” Qui comparve nella stanza la padrona, la quale, al rumore, s’era affacciata anch’essa alla finestra, e avendo veduto chi le entrava in casa, aveva sceso le scale, di corsa, dopo essersi raccomodata alla meglio; e quasi nello stesso tempo, entrò il sarto da un altr’uscio. Vedendo avviato il discorso, andarono a riunirsi in un canto, dove rimasero con gran rispetto. Il cardinale, salutatili cortesemente, continuò a parlar con le donne, mescolando ai conforti qualche domanda, per veder se nelle risposte potesse trovar qualche congiuntura di far del bene a chi aveva tanto patito. “Bisognerebbe che tutti i preti fossero come vossignoria, che tenessero un po’ dalla parte de’ poveri, e non aiutassero a metterli in imbroglio, per cavarsene loro,” disse Agnese, animata dal contegno così famigliare e amorevole di Federigo, e stizzita dal pensare che il signor don Abbondio, dopo aver sempre sacrificati gli altri, pretendesse poi anche d’impedir loro un piccolo sfogo, un lamento con chi era al di sopra di lui, quando, per un caso raro, n’era venuta l’occasione. “Dite pure tutto quel che pensate,” disse il cardinale: “parlate liberamente.” “Voglio dire che, se il nostro signor curato avesse fatto il suo dovere, la cosa non sarebbe andata così.” Ma facendole il cardinale nuove istanze perché si spiegasse meglio, quella cominciò a trovarsi impicciata a dover raccontare una storia nella qua-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
le aveva anch’essa una parte che non si curava di far sapere, specialmente a un tal personaggio. Trovò però il verso d’accomodarla con un piccolo stralcio: raccontò del matrimonio concertato, del rifiuto di don Abbondio, non lasciò fuori il pretesto de’ superiori che lui aveva messo in campo (ah, Agnese!); e saltò all’attentato di don Rodrigo, e come, essendo stati avvertiti, avevano potuto scappare. “Ma sì,” soggiunse e concluse: “scappare per inciamparci di nuovo. Se in vece il signor curato ci avesse detto sinceramente la cosa, e avesse subito maritati i miei poveri giovani, noi ce n’andavamo via subito, tutti insieme, di nascosto, lontano, in luogo che né anche l’aria non l’avrebbe saputo. Così s’è perduto tempo; ed è nato quel che è nato.” “Il signor curato mi renderà conto di questo fatto,” disse il cardinale. “No, signore, no, signore,” disse subito Agnese: “non ho parlato per questo: non lo gridi, perché già quel che è stato è stato; e poi non serve a nulla: è un uomo fatto così: tornando il caso, farebbe lo stesso.” Ma  Lucia,  non  contenta  di  quella  maniera  di  raccontar  la  storia, soggiunse: “anche noi abbiamo fatto del male: si vede che non era la volontà del Signore che la cosa dovesse riuscire”. “Che male avete potuto far voi, povera giovine?” disse Federigo. Lucia, malgrado gli occhiacci che la madre cercava di farle alla sfuggita, raccontò la storia del tentativo fatto in casa di don Abbondio; e concluse dicendo: “abbiam fatto male; e Dio ci ha gastigati”. “Prendete dalla sua mano i patimenti che avete sofferti, e state di buon animo,” disse Federigo: “perché, chi avrà ragione di rallegrarsi e di sperare, se non chi ha patito, e pensa ad accusar sé medesimo?” Domandò allora dove fosse il promesso sposo, e sentendo da Agnese (Lucia stava zitta, con la testa e gli occhi bassi) ch’era scappato dal suo paese, ne provò e ne mostrò maraviglia e dispiacere; e volle sapere il perché. Agnese raccontò alla meglio tutto quel poco che sapeva della storia di Renzo. “Ho sentito parlare di questo giovine,” disse il cardinale: “ma come mai uno che si trovò involto in affari di quella sorte, poteva essere in trattato di matrimonio con una ragazza così?” “Era un giovine dabbene,” disse Lucia, facendo il viso rosso, ma con voce sicura. “Era un giovine quieto, fin troppo,” soggiunse Agnese: “e questo lo può domandare a chi si sia, anche al signor curato. Chi sa che imbroglio
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Il giorno seguente, nel paesetto di Lucia e in tutto il territorio di Lecco, non si parlava che di lei, dell’innominato, dell’arcivescovo e d’un altro tale, che, quantunque gli piacesse molto d’andar per le bocche degli uomini, n’avrebbe, in quella congiuntura, fatto volentieri di meno: vogliam dire il signor don Rodrigo. Non già che prima d’allora non si parlasse de’ fatti suoi; ma eran discorsi rotti, segreti: bisognava che due si conoscessero bene bene tra di loro, per aprirsi sur un tale argomento. E anche, non ci mettevano tutto il sentimento di che sarebbero stati capaci: perché gli uomini, generalmente parlando, quando l’indegnazione non si possa sfogare senza grave pericolo, non solo dimostran meno, o tengono affatto in sé quella che sentono, ma ne senton meno in effetto. Ma ora, chi si sarebbe tenuto d’informarsi, e di ragionare d’un fatto così strepitoso, in cui s’era vista la mano del cielo, e dove facevan buona figura due personaggi tali? uno, in cui un amore della giustizia tanto animoso andava unito a tanta autorità; l’altro, con cui pareva che la prepotenza in persona si fosse umiliata, che la braveria fosse venuta, per dir così, a render l’armi, e a chiedere il riposo. A tali paragoni, il signor don Rodrigo diveniva un po’ piccino. Allora si capiva da tutti cosa fosse tormentar l’innocenza per poterla disonorare, perseguitarla con un’insistenza così sfacciata, con sì atroce violenza, con sì abbominevoli insidie. Si faceva, in quell’occasione, una rivista di tant’altre prodezze di quel signore: e su tutto la dicevan come la sentivano, incoraggiti ognuno dal trovarsi d’accordo con tutti. Era un susurro, un fremito generale; alla larga però, per ragione di tutti que’ bravi che colui aveva d’intorno. Una buona parte di quest’odio pubblico cadeva ancora sui suoi amici e cortigiani. Si rosolava bene il signor podestà, sempre sordo e cieco e muto sui fatti di quel tiranno; ma alla lontana, anche lui, perché, se non aveva i bravi, aveva i birri. Col dottor Azzecca-garbugli, che non aveva se non chiacchiere e cabale, e con altri cortigianelli suoi pari, non s’usava tanti riguardi: eran mostrati a dito, e guardati con occhi torti; di maniera che, per qualche tempo, stimaron bene di non farsi veder per le strade. Don Rodrigo, fulminato da quella notizia così impensata, così diversa dall’avviso che aspettava di giorno in giorno, di momento in momento, stette rintanato nel suo palazzotto, solo co’ suoi bravi, a rodersi, per due giorni;  il  terzo,  partì  per  Milano.  Se  non  fosse  stato  altro  che  quel mormoracchiare della gente, forse, poiché le cose erano andate tant’avanti,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
sarebbe rimasto apposta per affrontarlo, anzi per cercar l’occasione di dare un esempio a tutti sopra qualcheduno de’ più arditi; ma chi lo cacciò, fu l’essersi saputo per certo, che il cardinale veniva anche da quelle parti. Il conte zio, il quale di tutta quella storia non sapeva se non quel che gli aveva detto Attilio, avrebbe certamente preteso che, in una congiuntura simile, don Rodrigo facesse una gran figura, e avesse in pubblico dal cardinale le più distinte accoglienze: ora, ognun vede come ci fosse incamminato. L’avrebbe preteso, e se ne sarebbe fatto render conto minutamente; perché era un’occasione importante di far vedere in che stima fosse tenuta la famiglia da una primaria autorità. Per levarsi da un impiccio così noioso, don Rodrigo, alzatosi una mattina prima del sole, si mise in una carrozza, col Griso e con altri bravi, di fuori, davanti e di dietro; e, lasciato l’ordine che il resto della servitù venisse poi in seguito, partì come un fuggitivo, come (ci sia un po’ lecito di sollevare i nostri personaggi con qualche illustre paragone), come Catilina da Roma, sbuffando, e giurando di tornar ben presto, in altra comparsa, a far le sue vendette. Intanto, il cardinale veniva visitando, a una per giorno, le parrocchie del territorio di Lecco. Il giorno in cui doveva arrivare a quella di Lucia, già una gran parte degli abitanti erano andati sulla strada a incontrarlo. All’entrata del paese, proprio accanto alla casetta delle nostre due donne, c’era un arco trionfale, costrutto di stili per il ritto, e di pali per il traverso, rivestito di paglia e di borraccina, e ornato di rami verdi di pugnitopo e d’agrifoglio, distinti di bacche scarlatte; la facciata della chiesa era parata di tappezzerie; al davanzale d’ogni finestra pendevano coperte e lenzoli distesi, fasce di bambini disposte a guisa di pendoni; tutto quel poco necessario che fosse atto a fare, o bene o male, figura di superfluo. Verso le ventidue, ch’era l’ora in cui s’aspettava il cardinale, quelli ch’eran rimasti in casa, vecchi, donne e fanciulli la più parte, s’avviarono anche loro a incontrarlo, parte in fila, parte in truppa, preceduti da don Abbondio, uggioso in mezzo a tanta festa, e per il fracasso che lo sbalordiva, e per il brulicar della gente innanzi e indietro, che, come andava ripetendo, gli faceva girar la testa, e per il rodìo segreto che le donne avesser potuto cicalare, e dovesse toccargli a render conto del matrimonio. Quand’ecco si vede spuntare il cardinale, o per dir meglio, la turba in mezzo a cui si trovava nella sua lettiga, col suo seguito d’intorno; perché di tutto questo non si vedeva altro che un indizio in aria, al di sopra di tutte le
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
teste, un pezzo della croce portata dal cappellano che cavalcava una mula. La gente che andava con don Abbondio, s’affrettò alla rinfusa, a raggiunger quell’altra: e lui, dopo aver detto, tre e quattro volte: “adagio; in fila; cosa fate?” si  voltò  indispettito;  e  seguitando  a  borbottare:  “è  una  babilonia,  è  una babilonia”, entrò in chiesa, intanto ch’era vota; e stette lì ad aspettare. Il cardinale veniva avanti, dando benedizioni con la mano, e ricevendone dalle bocche della gente, che quelli del seguito avevano un bel da fare a tenere un po’ indietro. Per esser del paese di Lucia, avrebbe voluto quella gente fare all’arcivescovo dimostrazioni straordinarie; ma la cosa non era facile, perché era uso che, per tutto dove arrivava, tutti facevano più che potevano. Già sul principio stesso del suo pontificato, nel primo solenne ingresso in duomo, la calca e l’impeto della gente addosso a lui era stato tale, da far temere della sua vita; e alcuni gentiluomini che gli eran più vicini, avevano sfoderate le spade, per atterrire e respinger la folla. Tanto c’era in que’ costumi di scomposto e di violento, che, anche nel far dimostrazioni di benevolenza a un vescovo in chiesa, e nel moderarle, si dovesse andar vicino all’ammazzare.  E  quella  difesa  non  sarebbe  forse  bastata,  se  il  maestro  e  il sottomaestro delle cerimonie, un Clerici e un Picozzi, giovani preti che stavan bene di corpo e d’animo, non l’avessero alzato sulle braccia, e portato di peso,  dalla  porta  fino  all’altar  maggiore.  D’allora  in  poi,  in  tante  visite episcopali ch’ebbe a fare, il primo entrar nella chiesa si può senza scherzo contarlo tra le sue pastorali fatiche, e qualche volta, tra i pericoli passati da lui. Entrò anche in questa come poté; andò all’altare e, dopo essere stato alquanto in orazione, fece, secondo il suo solito, un piccol discorso al popolo, sul suo amore per loro, sul suo desiderio della loro salvezza, e come dovessero disporsi alle funzioni del giorno dopo. Ritiratosi poi nella casa del parroco, tra gli altri discorsi, gli domandò informazione di Renzo. Don Abbondio disse ch’era un giovine un po’ vivo, un po’ testardo, un po’ collerico. Ma, a più particolari e precise domande, dovette rispondere ch’era un galantuomo, e che anche lui non sapeva capire come, in Milano, avesse potuto fare tutte quelle diavolerie che avevan detto. “In quanto alla giovine,” riprese il cardinale, “pare anche a voi che possa ora venir sicuramente a dimorare in casa sua?” “Per ora,” rispose don Abbondio, “può venire e stare, come vuole: dico, per ora; ma,” soggiunse poi con un sospiro, “bisognerebbe che vossignoria illustrissima fosse sempre qui, o almeno vicino.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Terminate le funzioni, don Abbondio, ch’era corso a vedere se Perpetua aveva ben disposto ogni cosa per il desinare, fu chiamato dal cardinale. Andò subito dal grand’ospite, il quale, lasciatolo venir vicino, “signor curato,” cominciò; e quelle parole furon dette in maniera, da dover capire, ch’erano il principio d’un discorso lungo e serio: “signor curato; perché non avete voi unita in matrimonio quella povera Lucia col suo promesso sposo?” – Hanno votato il sacco stamattina coloro, – pensò don Abbondio; e rispose borbottando: “monsignore illustrissimo avrà ben sentito parlare degli scompigli che son nati in quell’affare: è stata una confusione tale, da non poter, neppure al giorno d’oggi, vederci chiaro: come anche vossignoria illustrissima può argomentare da questo, che la giovine è qui, dopo tanti accidenti, come per miracolo; e il giovine, dopo altri accidenti, non si sa dove sia.” “Domando,” riprese il cardinale, “se è vero che, prima di tutti codesti casi, abbiate rifiutato di celebrare il matrimonio, quando n’eravate richiesto, nel giorno fissato; e il perché.” “Veramente... se vossignoria illustrissima sapesse... che intimazioni... che comandi terribili ho avuti di non parlare...” E restò lì, senza concludere, in un cert’atto, da far rispettosamente intendere che sarebbe indiscrezione il voler saperne di più. “Ma!” disse il cardinale, con voce e con aria grave fuor del consueto: “è il vostro vescovo che, per suo dovere e per vostra giustificazione, vuol saper da voi il perché non abbiate fatto ciò che, nella via regolare, era obbligo vostro di fare.” “Monsignore,” disse don Abbondio, facendosi piccino piccino, “non ho già voluto dire... Ma m’è parso che, essendo cose intralciate, cose vecchie e  senza  rimedio,  fosse  inutile  di  rimestare...  Però,  però,  dico...  so  che vossignoria illustrissima non vuol tradire un suo povero parroco. Perché vede bene, monsignore; vossignoria illustrissima non può esser per tutto; e io resto qui esposto... Però, quando Lei me lo comanda, dirò, dirò tutto.” “Dite: io non vorrei altro che trovarvi senza colpa.” Allora don Abbondio si mise a raccontare la dolorosa storia; ma tacque il nome principale, e vi sostituì: un gran signore; dando così alla prudenza tutto quel poco che si poteva, in una tale stretta. “E non avete avuto altro motivo?” domandò il cardinale, quando don Abbondio ebbe finito.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
dolorosi. Ugualmente vaste e fondate eran le cognizioni di don Ferrante in fatto di storia, specialmente universale: nella quale i suoi autori erano il Tarcagnota, il Dolce, il Bugatti, il Campana, il Guazzo, i più riputati in somma. Ma cos’è mai la storia, diceva spesso don Ferrante, senza la politica? Una guida che cammina, cammina, con nessuno dietro che impari la strada, e per conseguenza butta via i suoi passi; come la politica senza la storia è uno che cammina senza guida. C’era dunque ne’ suoi scaffali un palchetto assegnato agli statisti; dove, tra molti di piccola mole, e di fama secondaria, spiccavano il Bodino, il Cavalcanti, il Sansovino, il Paruta, il Boccalini. Due però erano i libri che don Ferrante anteponeva a tutti, e di gran lunga, in questa materia; due che, fino a un certo tempo, fu solito di chiamare i primi, senza mai potersi risolvere a qual de’ due convenisse unicamente quel grado: l’uno, il  Principe e i  Discorsi del celebre segretario fiorentino; mariolo sì, diceva don Ferrante, ma profondo: l’altro, la Ragion di Stato del non men celebre Giovanni Botero; galantuomo sì, diceva pure, ma acuto. Ma, poco prima del tempo nel quale è circoscritta la nostra storia, era venuto fuori il libro che terminò la questione del primato, passando avanti anche all’opere di que’ due matadori, diceva don Ferrante; il libro in cui si trovan racchiuse e come stillate tutte le malizie, per poterle conoscere, e tutte le virtù, per poterle praticare; quel libro piccino, ma tutto d’oro; in una parola, lo Statista Regnante di don Valeriano Castiglione, di quell’uomo celeberrimo, di cui si può dire, che i più gran letterati lo esaltavano a gara, e i più gran personaggi facevano a rubarselo; di quell’uomo, che il papa Urbano VIII onorò, come è noto, di magnifiche lodi: che il cardinal Borghese e il viceré di Napoli, don Pietro di Toledo, sollecitarono a descrivere, il primo i fatti di papa Paolo V, l’altro le guerre del re cattolico in Italia, l’uno e l’altro invano; di quell’uomo, che Luigi XIII, re di Francia, per suggerimento del cardinal di Richelieu, nominò suo istoriografo; a cui il duca Carlo Emanuele di Savoia conferì la stessa carica; in lode di cui, per tralasciare altre gloriose testimonianze, la duchessa Cristina, figlia del cristianissimo re Enrico IV, poté in un diploma, con molti altri titoli, annoverare “la certezza della fama ch’egli ottiene in Italia, di primo scrittore de’ nostri tempi”. Ma  se,  in  tutte  le  scienze  suddette,  don  Ferrante  poteva  dirsi addottrinato, una ce n’era in cui meritava e godeva il titolo di professore: la scienza cavalleresca. Non solo ne ragionava con vero possesso, ma pregato
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
frequentemente d’intervenire in affari d’onore, dava sempre qualche decisione. Aveva nella sua libreria, e si può dire in testa, le opere degli scrittori più riputati in tal materia: Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, l’Urrea, il Muzio, il Romei, l’Albergato, il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso, di cui aveva anche in pronto, e a un bisogno sapeva citare a memoria tutti i passi così della Gerusalemme Liberata, come della Conquistata, che possono far testo in materia di cavalleria. L’autore però degli autori, nel suo concetto, era il nostro celebre Francesco Birago, con cui si trovò anche, più d’una volta, a dar giudizio sopra casi d’onore; e il quale, dal canto suo, parlava di don Ferrante in termini di stima particolare. E fin da quando venner fuori i Discorsi Cavallereschi di quell’insigne scrittore, don Ferrante pronosticò, senza esitazione, che quest’opera avrebbe rovinata l’autorità dell’Olevano, e sarebbe rimasta, insieme con l’altre sue nobili sorelle, come codice di primaria autorità presso ai posteri: profezia, dice l’anonimo, che ognun può vedere come si sia avverata. Da questo passa poi alle lettere amene; ma noi cominciamo a dubitare se veramente il lettore abbia una gran voglia d’andar avanti con lui in questa rassegna, anzi a temere di non aver già buscato il titolo di copiator servile per noi, e quello di seccatore da dividersi con l’anonimo sullodato, per averlo bonariamente seguito fin qui, in cosa estranea al racconto principale, e nella quale probabilmente non s’è tanto disteso, che per isfoggiar dottrina, e far vedere che non era indietro del suo secolo. Però, lasciando scritto quel che è scritto, per non perder la nostra fatica, ometteremo il rimanente, per rimetterci in istrada: tanto più che ne abbiamo un bel pezzo da percorrere, senza incontrare alcun de’ nostri personaggi, e uno più lungo ancora, prima di trovar quelli ai fatti de’ quali certamente il lettore s’interessa di più, se a qualche cosa s’interessa in tutto questo. Fino all’autunno del seguente anno 1629, rimasero tutti, chi per volontà, chi per forza, nello stato a un di presso in cui gli abbiam lasciati, senza che ad alcuno accadesse, né che alcun altro potesse far cosa degna d’esser riferita. Venne l’autunno, in cui Agnese e Lucia avevan fatto conto di ritrovarsi insieme: ma un grande avvenimento pubblico mandò quel conto all’aria: e fu questo certamente uno de’ suoi più piccoli effetti. Seguiron poi altri grandi avvenimenti, che però non portarono nessun cambiamento notabile nella sorte de’ nostri personaggi. Finalmente nuovi casi, più generali, più forti, più estremi, arrivarono anche fino a loro, fino agli infimi di loro,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
rale che, nell’angustie e ne’ patimenti della carestia, essa lo desideri, l’implori e, se può, l’imponga. Di mano in mano poi che le conseguenze si fanno sentire, conviene che coloro a cui tocca, vadano al riparo di ciascheduna, con una legge la quale proibisca agli uomini di far quello a che eran portati dall’antecedente. Ci si permetta d’osservar qui di passaggio una combinazione singolare. In un paese e in un’epoca vicina, nell’epoca la più clamorosa e la più notabile della storia moderna, si ricorse, in circostanze simili, a simili espedienti (i medesimi, si potrebbe quasi dire, nella sostanza, con la sola differenza di proporzione, e a un di presso nel medesimo ordine) ad onta de’ tempi tanto cambiati, e delle cognizioni cresciute in Europa, e in quel paese forse più che altrove; e ciò principalmente perché la gran massa popolare, alla quale quelle cognizioni non erano arrivate, poté far prevalere a lungo il suo giudizio, e forzare, come colà si dice, la mano a quelli che facevan la legge. Così, tornando a noi, due erano stati, alla fin de’ conti, i frutti principali della sommossa: guasto e perdita effettiva di viveri, nella sommossa medesima; consumo, fin che durò la tariffa, largo, spensierato, senza misura, a spese di quel poco grano che pur doveva bastare fino alla nuova raccolta. A questi effetti generali s’aggiunga quattro disgraziati, impiccati come capi del tumulto: due davanti al forno delle grucce, due in cima della strada dov’era la casa del vicario di provvisione. Del resto, le relazioni storiche di que’ tempi son fatte così a caso, che non ci si trova neppur la notizia del come e del quando cessasse quella tariffa violenta. Se, in mancanza di notizie positive, è lecito propor congetture, noi incliniamo a credere che sia stata abolita poco prima o poco dopo il 24 di dicembre, che fu il giorno di quell’esecuzione. E in quanto alle gride, dopo l’ultima che abbiam citata del 22 dello stesso mese, non ne troviamo altre in materia di grasce; sian esse perite, o siano sfuggite alle nostre ricerche, o sia finalmente che il governo, disanimato, se non ammaestrato dall’inefficacia di que’ suoi rimedi, e sopraffatto dalle cose, le abbia abbandonate al loro corso. Troviamo bensì nelle relazioni di più d’uno storico (inclinati, com’erano, più a descriver grand’avvenimenti, che a notarne le cagioni e il progresso) il ritratto del paese, e della città principalmente, nell’inverno avanzato e nella primavera, quando la cagion del male, la sproporzione cioè tra i viveri e il bisogno,  non  distrutta,  anzi  accresciuta  da’  rimedi  che  ne  sospesero temporariamente  gli  effetti,  e  neppure  da  un’introduzione  sufficiente  di granaglie estere, alla quale ostavano l’insufficienza de’ mezzi pubblici e priva-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
ti, la penuria de’ paesi circonvicini, la scarsezza, la lentezza e i vincoli del commercio, e le leggi stesse tendenti a produrre e mantenere il prezzo basso, quando, dico, la cagion vera della carestia, o per dir meglio, la carestia stessa operava senza ritegno, e con tutta la sua forza. Ed ecco la copia di quel ritratto doloroso. A ogni passo, botteghe chiuse; le fabbriche in gran parte deserte; le strade, un indicibile spettacolo, un corso incessante di miserie, un soggiorno perpetuo di patimenti. Gli accattoni di mestiere, diventati ora il minor numero, confusi e perduti in una nuova moltitudine, ridotti a litigar l’elemosina con quelli talvolta da cui in altri giorni l’avevan ricevuta. Garzoni e giovani licenziati da padroni di bottega, che, scemato o mancato affatto il guadagno giornaliero, vivevano stentatamente degli avanzi e del capitale; de’ padroni stessi, per cui il cessar delle faccende era stato fallimento e rovina; operai, e anche maestri d’ogni manifattura e d’ogn’arte, delle più comuni come delle più raffinate, delle più necessarie come di quelle di lusso, vaganti di porta in porta, di strada in istrada, appoggiati alle cantonate, accovacciati sulle lastre, lungo le case e le chiese, chiedendo pietosamente l’elemosina, o esitanti tra il bisogno e una vergogna non ancor domata, smunti, spossati, rabbrividiti dal freddo e dalla fame ne’ panni logori e scarsi, ma che in molti serbavano ancora i segni d’un’antica agiatezza; come nell’inerzia e nell’avvilimento, compariva non so quale indizio d’abitudini operose e franche. Mescolati tra la deplorabile turba, e non piccola parte di essa, servitori licenziati da padroni caduti allora dalla mediocrità nella strettezza, o che quantunque facoltosissimi si trovavano inabili, in una tale annata, a mantenere quella solita pompa di seguito. E a tutti questi diversi indigenti s’aggiunga un numero d’altri, avvezzi in parte a vivere del guadagno di essi: bambini, donne, vecchi,  aggruppati  co’  loro  antichi  sostenitori,  o  dispersi  in  altre  parti all’accatto. C’eran pure, e si distinguevano ai ciuffi arruffati, ai cenci sfarzosi, o anche a un certo non so che nel portamento e nel gesto, a quel marchio che le consuetudini stampano su’ visi, tanto più rilevato e chiaro, quanto più sono strane, molti di quella genìa de’ bravi che, perduto, per la condizion comune, quel loro pane scellerato, ne andavan chiedendo per carità. Domati dalla fame, non gareggiando con gli altri che di preghiere, spauriti, incantati, si strascicavan per le strade che avevano per tanto tempo passeggiate a testa alta, con isguardo sospettoso e feroce, vestiti di livree ricche e bizzarre, con
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
di qualcheduno che non lo conoscesse, né di vista né per descrizione) è un recinto quadrilatero e quasi quadrato, fuori della città, a sinistra della porta detta orientale, distante dalle mura lo spazio della fossa, d’una strada di circonvallazione, e d’una gora che gira il recinto medesimo. I due lati maggiori son lunghi a un di presso cinquecento passi; gli altri due, forse quindici meno; tutti, dalla parte esterna, son divisi in piccole stanze d’un piano solo; di dentro gira intorno a tre di essi un portico continuo a volta, sostenuto da piccole e magre colonne. Le stanzine eran dugent’ottantotto, o giù di lì; a’ nostri giorni, una grande apertura fatta nel mezzo, e una piccola, in un canto della facciata del lato che costeggia la strada maestra, ne hanno portate via non so quante. Al tempo della nostra storia, non c’eran che due entrature; una nel mezzo del lato che guarda le mura della città, l’altra di rimpetto, nell’opposto. Nel centro dello spazio interno, c’era, e c’è tuttora, una piccola chiesa ottangolare. La prima destinazione di tutto l’edifizio, cominciato nell’anno 1489, co’ danari d’un lascito privato, continuato poi con quelli del pubblico e d’altri testatori e donatori, fu, come l’accenna il nome stesso, di ricoverarvi, all’occorrenza, gli ammalati di peste; la quale, già molto prima di quell’epoca, era solita, e lo fu per molto tempo dopo, a comparire quelle due, quattro, sei, otto volte per secolo, ora in questo, ora in quel paese d’Europa, prendendone talvolta una gran parte, o anche scorrendola tutta, per il lungo e per il largo. Nel momento di cui parliamo, il lazzeretto non serviva che per deposito delle mercanzie soggette a contumacia. Ora, per metterlo in libertà, non si stette al rigor delle leggi sanitarie, e fatte in fretta in fretta le purghe e gli esperimenti prescritti, si rilasciaron tutte le mercanzie a un tratto. Si fece stender della paglia in tutte le stanze, si fecero provvisioni di viveri, della qualità e nella quantità che si poté; e s’invitarono, con pubblico editto, tutti gli accattoni a ricoverarsi lì. Molti vi concorsero volontariamente; tutti quelli che giacevano infermi per le strade e per le piazze, ci vennero trasportati; in pochi giorni, ce ne fu, tra gli uni e gli altri, più di tre mila. Ma molti più furon quelli che restaron fuori. O che ognun di loro aspettasse di veder gli altri andarsene, e di rimanere in pochi a goder l’elemosine della città, o fosse quella natural ripugnanza alla clausura, o quella diffidenza de’ poveri per tutto ciò che vien loro proposto da chi possiede le ricchezze e il potere (diffidenza sempre proporzionata all’ignoranza comune di chi la sente e di chi l’ispira, al numero de’
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Qui, tra i poveri spaventati troviamo persone di nostra conoscenza. Chi non ha visto don Abbondio, il giorno che si sparsero tutte in una volta le notizie della calata dell’esercito, del suo avvicinarsi, e de’ suoi portamenti, non sa bene cosa sia impiccio e spavento. Vengono; son trenta, son quaranta, son cinquanta mila; son diavoli, sono ariani, sono anticristi; hanno saccheggiato Cortenuova; han dato fuoco a Primaluna: devastano Introbbio, Pasturo, Barsio; sono arrivati a Balabbio; domani son qui: tali eran le voci che passavan di bocca in bocca; e insieme un correre, un fermarsi a vicenda, un consultare tumultuoso, un’esitazione tra il fuggire e il restare, un radunarsi di donne, un metter le mani ne’ capelli. Don Abbondio, risoluto di fuggire, risoluto prima di tutti e più di tutti, vedeva però, in ogni strada da prendere, in ogni luogo da ricoverarsi, ostacoli insuperabili e pericoli spaventosi. “Come fare?” esclamava: “dove andare?” I monti, lasciando da parte la difficoltà del cammino, non eran sicuri: già s’era saputo che i lanzichenecchi vi s’arrampicavano come gatti, dove appena avessero indizio o speranza di far preda. Il lago era grosso; tirava un gran vento: oltre di questo, la più parte de’ barcaioli, temendo d’esser forzati a tragittar soldati o bagagli, s’eran rifugiati, con le loro barche, all’altra riva: alcune poche rimaste, eran poi partite stracariche di gente; e, travagliate dal peso e dalla burrasca, si diceva che pericolassero ogni momento. Per portarsi lontano e fuori della strada che l’esercito aveva a percorrere, non era possibile trovar né un calesse, né un cavallo, né alcun altro mezzo: a piedi, don Abbondio non avrebbe potuto far troppo cammino, e temeva d’esser raggiunto per istrada. Il territorio bergamasco non era tanto distante, che le sue gambe non ce lo potessero portare in una tirata; ma si sapeva ch’era stato spedito in fretta da Bergamo uno squadrone di cappelletti, il qual doveva costeggiare il confine, per tenere in suggezione i lanzichenecchi; e quelli eran diavoli in carne, né più né meno di questi, e facevan dalla parte loro il peggio che potevano. Il pover’uomo correva, stralunato e mezzo fuor di sé, per la casa; andava dietro a Perpetua, per concertare una risoluzione con lei; ma Perpetua, affaccendata a raccogliere il meglio di casa, e a nasconderlo in soffitta, o per i bugigattoli, passava di corsa, affannata, preoccupata, con le mani o con le braccia piene, e rispondeva: “or ora finisco di metter questa roba al sicuro, e poi faremo anche noi come fanno gli altri”. Don Abbondio voleva trattenerla, e discuter con lei i vari partiti; ma lei, tra il da fare, e la fretta, e lo spavento che aveva anch’essa in corpo, e la rabbia che le faceva quello del padrone, era, in tal congiuntura, meno trattabile di quel che fosse
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
stata mai. “S’ingegnano gli altri; c’ingegneremo anche noi. Mi scusi, ma non è capace che d’impedire. Crede lei che anche gli altri non abbiano una pelle da salvare? Che vengono per far la guerra a lei i soldati? Potrebbe anche dare una mano, in questi momenti, in vece di venir tra’ piedi a piangere e a impicciare.” Con queste e simili risposte si sbrigava da lui, avendo già stabilito, finita che fosse alla meglio quella tumultuaria operazione, di prenderlo per un braccio, come un ragazzo, e di strascinarlo su per una montagna. Lasciato così solo, s’affacciava alla finestra, guardava, tendeva gli orecchi; e vedendo passar qualcheduno, gridava con una voce mezza di pianto e mezza di rimprovero: “fate questa carità al vostro povero curato di cercargli qualche cavallo, qualche mulo, qualche asino. Possibile che nessuno mi voglia aiutare! Oh che gente! Aspettatemi almeno, che possa venire anch’io con voi; aspettate d’esser quindici o venti, da condurmi via insieme, ch’io non sia abbandonato. Volete lasciarmi in man de’ cani? Non sapete che sono luterani la più parte, che ammazzare un sacerdote l’hanno per opera meritoria? Volete lasciarmi qui a ricevere il martirio? Oh che gente! Oh che gente!” Ma a chi diceva queste cose? Ad uomini che passavano curvi sotto il peso della loro povera roba, pensando a quella che lasciavano in casa, spingendo le loro vaccherelle, conducendosi dietro i figli, carichi anch’essi quanto potevano, e le donne con in collo quelli che non potevan camminare. Alcuni tiravan di lungo, senza rispondere né guardare in su; qualcheduno diceva: “eh messere! faccia anche lei come può; fortunato lei che non ha da pensare alla famiglia; s’aiuti, s’ingegni”. “Oh povero me!” esclamava don Abbondio: “oh che gente! che cuori! Non c’è carità: ognun pensa a sé; e a me nessuno vuol pensare.” E tornava in cerca di Perpetua. “Oh appunto!” gli disse questa: “e i danari?” “Come faremo?” “Li dia a me, che anderò a sotterrarli qui nell’orto di casa, insieme con le posate.” “Ma...” “Ma, ma; dia qui; tenga qualche soldo, per quel che può occorrere; e poi lasci fare a me.” Don Abbondio ubbidì, andò allo scrigno, cavò il suo tesoretto, e lo consegnò a Perpetua; la quale disse: “vo a sotterrarli nell’orto, appiè del fico”; e andò. Ricomparve poco dopo, con un paniere dove c’era della munizione
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    I Promessi sposi    Capitolo ventinovesimo da bocca, e con una piccola gerla vota; e si mise in fretta a collocarvi nel fondo un po’ di biancheria sua e del padrone, dicendo intanto: “il breviario almeno lo porterà lei”. “Ma dove andiamo?” “Dove vanno tutti gli altri? Prima di tutto, anderemo in istrada; e là sentiremo, e vedremo cosa convenga di fare.” In quel momento entrò Agnese con una gerletta sulle spalle, e in aria di chi viene a fare una proposta importante. Agnese, risoluta anche lei di non aspettare ospiti di quella sorte, sola in casa, com’era, e con ancora un po’ di quell’oro dell’innominato, era stata qualche tempo in forse del luogo dove ritirarsi. Il residuo appunto di quegli scudi, che ne’ mesi della fame le avevan fatto tanto pro, era la cagion principale della sua angustia e della irresoluzione, per aver essa sentito che, ne’ paesi già invasi, quelli che avevan danari, s’eran trovati a più terribil condizione, esposti insieme alla violenza degli stranieri, e all’insidie de’ paesani. Era vero che, del bene piovutole, come si dice, dal cielo, non aveva fatta la confidenza a nessuno, fuorché a don Abbondio; dal quale andava, volta per volta, a farsi spicciolare uno scudo, lasciandogli sempre qualcosa da dare a qualcheduno più povero di lei. Ma i danari nascosti, specialmente chi non è avvezzo a maneggiarne molti, tengono il possessore in un sospetto continuo del sospetto altrui. Ora, mentre andava anch’essa rimpiattando qua e là alla meglio ciò che non poteva portar con sé, e pensava agli scudi, che teneva cuciti nel busto, si rammentò che, insieme con essi, l’innominato, le aveva mandate le più larghe offerte di servizi; si rammentò le cose che aveva sentito raccontare di quel suo castello posto in luogo così sicuro, e dove, a dispetto del padrone, non potevano arrivar se non gli uccelli; e si risolvette d’andare a chiedere un asilo lassù. Pensò come potrebbe farsi conoscere da quel signore, e le venne subito in mente don Abbondio; il quale, dopo quel colloquio così fatto con l’arcivescovo, le aveva sempre fatto festa, e tanto più di cuore, che lo poteva senza compromettersi con nessuno, e che, essendo lontani i due giovani, era anche lontano il caso che a lui venisse fatta una richiesta, la quale avrebbe messa quella benevolenza a un gran cimento. Suppose che, in un tal parapiglia, il pover’uomo doveva esser ancor più impicciato e più sbigottito di lei, e che il partito potrebbe parer molto buono anche a lui; e glielo veniva a proporre. Trovatolo con Perpetua, fece la proposta a tutt’e due. “Che ne dite, Perpetua?” domandò don Abbondio.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
ria, lui meno d’ogni altro, aveva diritto di farsi punitore. Con tutto ciò, era rimasto non meno inviolato di quando teneva armate, per la sua sicurezza, tante braccia e il suo. La rimembranza dell’antica ferocia, e la vista della mansuetudine presente, una, che doveva aver lasciati tanti desidèri di vendetta, l’altra, che la rendeva tanto agevole, cospiravano in vece a procacciargli e a mantenergli un’ammirazione, che gli serviva principalmente di salvaguardia. Era quell’uomo che nessuno aveva potuto umiliare, e che s’era umiliato da sé. I rancori, irritati altre volte dal suo disprezzo e dalla paura degli altri, si dileguavano ora davanti a quella nuova umiltà: gli offesi avevano ottenuta, contro ogni aspettativa, e senza pericolo, una soddisfazione che non avrebbero potuta promettersi dalla più fortunata vendetta, la soddisfazione di vedere un  tal  uomo  pentito  de’  suoi  torti,  e  partecipe,  per  dir  così,  della  loro indegnazione. Molti, il cui dispiacere più amaro e più intenso era stato per molt’anni, di non veder probabilità di trovarsi in nessun caso più forti di colui, per ricattarsi di qualche gran torto; incontrandolo poi solo, disarmato, e in atto di chi non farebbe resistenza, non s’eran sentiti altro impulso che di fargli dimostrazioni d’onore. In quell’abbassamento volontario, la sua presenza e il suo contegno avevano acquistato, senza che lui lo sapesse, un non so che di più alto e di più nobile; perché ci si vedeva, ancor meglio di prima, la noncuranza d’ogni pericolo. Gli odi, anche i più rozzi e rabbiosi, si sentivano come legati e tenuti in rispetto dalla venerazione pubblica per l’uomo penitente e benefico. Questa era tale, che spesso quell’uomo si trovava impicciato a schermirsi dalle dimostrazioni che gliene venivan fatte, e doveva star attento a non lasciar troppo trasparire nel volto e negli atti il sentimento interno di compunzione, a non abbassarsi troppo, per non esser troppo esaltato. S’era scelto nella chiesa l’ultimo luogo; e non c’era pericolo che nessuno glielo prendesse: sarebbe stato come usurpare un posto d’onore. Offender poi quell’uomo, o anche trattarlo con poco riguardo, poteva parere non tanto un’insolenza e una viltà, quanto un sacrilegio: e quelli stessi a cui questo sentimento degli altri poteva servir di ritegno, ne partecipavano anche loro, più o meno. Queste medesime ed altre cagioni, allontanavano pure da lui le vendette della forza pubblica, e gli procuravano, anche da questa parte, la sicurezza della quale non si dava pensiero. Il grado e le parentele, che in ogni tempo gli erano state di qualche difesa, tanto più valevano per lui, ora che a quel nome già illustre e infame, andava aggiunta la lode d’una condotta esem-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
plare, la gloria della conversione. I magistrati e i grandi s’eran rallegrati di questa, pubblicamente come il popolo; e sarebbe parso strano l’infierire contro chi era stato soggetto di tante congratulazioni. Oltre di ciò, un potere occupato in una guerra perpetua, e spesso infelice, contro ribellioni vive e rinascenti,  poteva  trovarsi  abbastanza  contento  d’esser  liberato  dalla  più indomabile e molesta, per non andare a cercar altro: tanto più, che quella conversione produceva riparazioni che non era avvezzo ad ottenere, e nemmeno a richiedere. Tormentare un santo, non pareva un buon mezzo di cancellar la vergogna di non aver saputo fare stare a dovere un facinoroso: e l’esempio che si fosse dato col punirlo, non avrebbe potuto aver altro effetto, che di stornare i suoi simili dal divenire inoffensivi. Probabilmente anche la parte che il cardinal Federigo aveva avuta nella conversione, e il suo nome associato a quello del convertito, servivano a questo come d’uno scudo sacro. E in quello stato di cose e d’idee, in quelle singolari relazioni dell’autorità spirituale e del poter civile, ch’eran così spesso alle prese tra loro, senza mirar mai a distruggersi, anzi mischiando sempre alle ostilità atti di riconoscimento e proteste di deferenza, e che, spesso pure, andavan di conserva a un fine comune, senza far mai pace, poté parere, in certa maniera, che la riconciliazione della prima portasse con sé l’oblivione, se non l’assoluzione del secondo, quando quella s’era sola adoprata a produrre un effetto voluto da tutt’e due. Così quell’uomo sul quale, se fosse caduto, sarebbero corsi a gara grandi e piccoli a calpestarlo; messosi volontariamente a terra, veniva risparmiato da tutti, e inchinato da molti. È vero ch’eran anche molti a cui quella strepitosa mutazione dovette far tutt’altro che piacere: tanti esecutori stipendiati di delitti, tanti compagni nel delitto, che perdevano una così gran forza sulla quale erano avvezzi a fare assegnamento, che anche si trovavano a un tratto rotti i fili di trame ordite da un pezzo, nel momento forse che aspettavano la nuova dell’esecuzione. Ma già abbiam veduto quali diversi sentimenti quella conversione facesse nascere negli sgherri che si trovavano allora con lui, e che la sentirono annunziare dalla sua bocca: stupore, dolore, abbattimento, stizza; un po’ di tutto, fuorché disprezzo né odio. Lo stesso accadde agli altri che teneva sparsi in diversi posti, lo stesso a’ complici di più alto affare, quando riseppero la terribile nuova, e a tutti per le cagioni medesime. Molt’odio, come trovo nel luogo, altrove  citato,  del  Ripamonti,  ne  venne  piuttosto  al  cardinal  Federigo.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
toccato a vedere nell’altra dolorosa sua gita, o se ce n’era di quelle, erano ben cambiate; ma con tutto ciò, non si può dire che noia gli desse quella vista. – Oh povero me! – pensava: – ecco se le fanno le pazzie. Già non poteva essere altrimenti: me lo sarei dovuto aspettare da un uomo di quella qualità. Ma cosa vuol fare? vuol fare la guerra? vuol fare il re, lui? Oh povero me! In circostanze che si vorrebbe potersi nasconder sotto terra, e costui cerca ogni maniera di farsi scorgere, di dar nell’occhio; par che li voglia invitare! – “Vede ora, signor padrone,” gli disse Perpetua, “se c’è della brava gente qui, che ci saprà difendere. Vengano ora i soldati: qui non sono come que’ nostri spauriti, che non son buoni che a menar le gambe.” “Zitta!” rispose, con voce bassa ma iraconda, don Abbondio: “zitta! che non sapete quel che vi dite. Pregate il cielo che abbian fretta i soldati, o che non vengano a sapere le cose che si fanno qui, e che si mette all’ordine questo luogo come una fortezza. Non sapete che i soldati è il loro mestiere di prender le fortezze? Non cercan altro; per loro, dare un assalto è come andare a nozze; perché tutto quel che trovano è per loro, e passano la gente a fil di spada. Oh povero me! Basta, vedrò se ci sarà maniera di mettersi in salvo su per queste balze. In una battaglia non mi ci colgono: oh! in una battaglia non mi ci colgono.” “Se ha poi paura anche d’esser difeso e aiutato...” ricominciava Perpetua; ma don Abbondio l’interruppe aspramente, sempre però a voce bassa: “zitta! E badate bene di non riportare questi discorsi. Ricordatevi che qui bisogna far sempre viso ridente, e approvare tutto quello che si vede.” Alla Malanotte, trovarono un altro picchetto d’armati, ai quali don Abbondio fece una scappellata, dicendo intanto tra sé: – ohimè, ohimè: son proprio venuto in un accampamento! – Qui il baroccio si fermò; ne scesero; don Abbondio pagò in fretta, e licenziò il condottiere; e s’incamminò con le due compagne per la salita, senza far parola. La vista di que’ luoghi gli andava risvegliando nella fantasia, e mescolando all’angosce presenti, la rimembranza di quelle che vi aveva sofferte l’altra volta. E Agnese, la quale non gli aveva mai visti que’ luoghi, e se n’era fatta in mente una pittura fantastica che le si rappresentava ogni volta che pensava al viaggio spaventoso di Lucia, vedendoli ora quali eran davvero, provava come un nuovo e più vivo sentimento di quelle crudeli memorie. “Oh signor curato!” esclamò: “a pensare che la mia povera Lucia è passata per questa strada!” “Volete stare zitta? donna senza giudizio!” le gridò in un orecchio don
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
volte ve lo devo ripetere, che quel che è andato è andato? Ho da esser messo anche in croce, perché m’è stata spogliata la casa?” “Se lo dico,” rispondeva Perpetua, “che lei si lascerebbe cavar gli occhi di testa. Rubare agli altri è peccato, ma a lei, è peccato non rubare.” “Ma vedete se codesti sono spropositi da dirsi!” replicava don Abbondio: “ma volete stare zitta?” Perpetua si chetava, ma non subito subito; e prendeva pretesto da tutto per riprincipiare. Tanto che il pover’uomo s’era ridotto a non lamentarsi più, quando trovava mancante qualche cosa, nel momento che ne avrebbe avuto bisogno; perché, più d’una volta, gli era toccato a sentirsi dire: “vada a chiederlo al tale che l’ha, e non l’avrebbe tenuto fino a quest’ora, se non avesse che fare con un buon uomo.” Un’altra e più viva inquietudine gli dava il sentire che giornalmente continuavano a passar soldati alla spicciolata, come aveva troppo bene congetturato; onde stava sempre in sospetto di vedersene capitar qualcheduno o anche una compagnia sull’uscio, che aveva fatto raccomodare in fretta per la prima cosa, e che teneva chiuso con gran cura; ma, per grazia del cielo, ciò non avvenne mai. Nè però questi terrori erano ancora cessati, che un nuovo ne sopraggiunse. Ma qui lasceremo da parte il pover’uomo: si tratta ben d’altro che di sue  apprensioni  private,  che  de’  guai  d’alcuni  paesi,  che  d’un  disastro passeggiero.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
gar per i morti dell’altro contagio, ch’eran sepolti là; e, prendendo dalla divozione opportunità di divertimento e di spettacolo, ci andavano, ognuno più in gala che potesse. Era in quel giorno morta di peste, tra gli altri, un’intera famiglia. Nell’ora del maggior concorso, in mezzo alle carrozze, alla gente a cavallo, e a piedi, i cadaveri di quella famiglia furono, d’ordine della Sanità, condotti al cimitero suddetto, sur un carro, ignudi, affinché la folla potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza. Un grido di ribrezzo, di terrore, s’alzava per tutto dove passava il carro; un lungo mormorìo regnava dove era passato; un altro mormorìo lo precorreva. La peste fu più creduta: ma del resto andava acquistandosi fede da sé, ogni giorno più; e quella riunione medesima non dovè servir poco a propagarla. In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste; vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro. Non è, credo, necessario d’esser molto versato nella storia dell’idee e delle parole, per vedere che molte hanno fatto un simil corso. Per grazia del cielo, che non sono molte quelle d’una tal sorte, e d’una tale importanza, e che conquistino la loro evidenza a un tal prezzo, e alle quali si possano attaccare accessòri d’un tal genere. Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Sanità ricorse, per disperato, con le lacrime agli occhi, a que’ due bravi frati che soprintendevano al lazzeretto; e il padre Michele s’impegnò a dargli, in capo a quattro giorni, sgombra la città di cadaveri; in capo a otto, aperte fosse sufficienti, non solo al bisogno presente, ma a quello che si potesse preveder di peggio nell’avvenire. Con un frate compagno, e con persone del tribunale, dategli dal presidente, andò fuor della città, in cerca di contadini; e, parte con l’autorità del tribunale, parte con quella dell’abito e delle sue parole, ne raccolse circa dugento, ai quali fece scavar tre grandissime fosse; spedì poi dal lazzeretto monatti a raccogliere i morti; tanto che, il giorno prefisso, la sua promessa si trovò adempita. Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse paghe e d’onori, a fatica e non subito, se ne poté avere; ma molto men del bisogno. Fu spesso lì lì per mancare affatto di viveri, a segno di temere che ci s’avesse a morire anche di fame; e più d’una volta, mentre non si sapeva più dove batter la testa per trovare il bisognevole, vennero a tempo abbondanti sussidi, per inaspettato dono di misericordia privata: ché, in mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sé, ci furono degli animi sempre desti alla carità, ce ne furon degli altri in cui la carità nacque al cessare d’ogni allegrezza terrena; come, nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e di provvedere, ce ne furono alcuni, sani sempre di corpo, e saldi di coraggio al loro posto: ci furon pure altri che, spinti dalla pietà, assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati per impiego. Dove spiccò una più generale e più pronta e costante fedeltà ai doveri difficili della circostanza, fu negli ecclesiastici. Ai lazzeretti, nella città, non mancò mai la loro assistenza: dove si pativa, ce n’era; sempre si videro mescolati, confusi co’ languenti, co’ moribondi, languenti e moribondi qualche volta loro medesimi; ai soccorsi spirituali aggiungevano, per quanto potessero, i temporali; prestavano ogni servizio che richiedessero le circostanze. Più di sessanta parrochi, della città solamente, moriron di contagio: gli otto noni all’incirca. Federigo dava a tutti, com’era da aspettarsi da lui, incitamento ed esempio. Mortagli intorno quasi tutta la famiglia arcivescovile, e facendogli istanza parenti, alti magistrati, principi circonvicini, che s’allontanasse dal pericolo, ritirandosi in qualche villa, rigettò un tal consiglio, e resistette all’istanze, con quell’animo, con cui scriveva ai parrochi: “siate disposti ad abbandonar
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“È un galantuomo, che, chi lo paga bene, tien segreti gli ammalati. Va a chiamarlo: digli che gli darò quattro, sei scudi per visita, di più, se di più ne chiede; ma che venga qui subito; e fa la cosa bene, che nessun se n’avveda.” “Ben pensato,” disse il Griso: “vo e torno subito.” “Senti, Griso: dammi prima un po’ d’acqua. Mi sento un’arsione, che non ne posso più.” “No, signore,” rispose il Griso: “niente senza il parere del medico. Son mali bisbetici: non c’è tempo da perdere. Stia quieto: in tre salti son qui col Chiodo.” Così detto, uscì, raccostando l’uscio. Don Rodrigo, tornato sotto, l’accompagnava con l’immaginazione alla casa del Chiodo, contava i passi, calcolava il tempo. Ogni tanto ritornava a guardare il suo bubbone; ma voltava subito la testa dall’altra parte, con ribrezzo. Dopo qualche tempo, cominciò a stare in orecchi, per sentire se il chirurgo arrivava: e quello sforzo d’attenzione sospendeva il sentimento del male, e teneva in sesto i suoi pensieri. Tutt’a un tratto, sente uno squillo lontano, ma che gli par che venga dalle stanze, non dalla strada. Sta attento; lo sente più forte, più ripetuto, e insieme uno stropiccìo di piedi: un orrendo sospetto gli passa per la mente. Si rizza a sedere, e si mette ancor più attento; sente un rumor cupo nella stanza vicina, come d’un peso che venga messo giù con riguardo; butta le gambe fuor del letto, come per alzarsi, guarda all’uscio, lo vede aprirsi, vede presentarsi e venire avanti due logori e sudici vestiti rossi, due facce scomunicate, due monatti, in una parola; vede mezza la faccia del Griso che, nascosto dietro un battente socchiuso, riman lì a spiare. “Ah traditore infame!... Via, canaglia! Biondino! Carlotto! aiuto! son assassinato!” grida don Rodrigo; caccia una mano sotto il capezzale, per cercare una pistola; l’afferra, la tira fuori; ma al primo suo grido, i monatti avevan preso la rincorsa verso il letto; il più pronto gli è addosso, prima che lui possa far nulla; gli strappa la pistola di mano, la getta lontano, lo butta a giacere, e lo tien lì, gridando, con un versaccio di rabbia insieme e di scherno: “ah birbone! contro i monatti! contro i ministri del tribunale! contro quelli che fanno l’opere di misericordia!” “Tienlo bene, fin che lo portiam via,” disse il compagno, andando verso uno scrigno. E in quella il Griso entrò, e si mise con lui a scassinar la serratura.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Andando, guardava innanzi, ansioso insieme e timoroso di veder qualcheduno; e, dopo pochi passi, vide infatti un uomo in camicia, seduto in terra, con le spalle appoggiate a una siepe di gelsomini, in un’attitudine d’insensato: e, a questa, e poi anche alla fisonomia, gli parve di raffigurar quel povero mezzo scemo di Gervaso ch’era venuto per secondo testimonio alla sciagurata spedizione. Ma essendosegli avvicinato, dovette accertarsi ch’era in vece quel Tonio così sveglio che ce l’aveva condotto. La peste, togliendogli il vigore del corpo insieme e della mente, gli aveva svolto in faccia e in ogni suo atto un piccolo e velato germe di somiglianza che aveva con l’incantato fratello. “Oh Tonio!” gli disse Renzo, fermandosegli davanti: “sei tu?” Tonio alzò gli occhi, senza mover la testa. “Tonio! non mi riconosci?” “A chi la tocca, la tocca,” rispose Tonio, rimanendo poi con la bocca aperta. “L’hai addosso eh? povero Tonio; ma non mi riconosci più?” “A chi la tocca, la tocca,” replicò quello, con un certo sorriso sciocco. Renzo,  vedendo  che  non  ne  caverebbe  altro,  seguitò  la  sua  strada,  più contristato. Ed ecco spuntar da una cantonata, e venire avanti una cosa nera, che riconobbe subito per don Abbondio. Camminava adagio adagio, portando il bastone come chi n’è portato a vicenda; e di mano in mano che s’avvicinava, sempre più si poteva conoscere nel suo volto pallido e smunto, e in ogni atto, che anche lui doveva aver passata la sua burrasca. Guardava anche lui; gli pareva e non gli pareva: vedeva qualcosa di forestiero nel vestiario; ma era appunto forestiero di quel di Bergamo. – È lui senz’altro! – disse tra sé, e alzò le mani al cielo, con un movimento di maraviglia scontenta, restandogli sospeso in aria il bastone che teneva nella destra; e si vedevano quelle povere braccia ballar nelle maniche, dove altre volte stavano appena per l’appunto. Renzo gli andò incontro, allungando il passo, e gli fece una riverenza; ché, sebbene si fossero lasciati come sapete, era però sempre il suo curato. “Siete qui, voi?” esclamò don Abbondio. “Son qui, come lei vede. Si sa niente di Lucia?” “Che volete che se ne sappia? Non se ne sa niente. È a Milano, se pure è ancora in questo mondo. Ma voi...” “E Agnese, è viva?”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni     I Promessi sposi    Capitolo trentatreesimo In quella enumerazion di morti fattagli da don Abbondio, c’era una famiglia di contadini portata via tutta dal contagio, salvo un giovinotto, dell’età di Renzo a un di presso, e suo compagno fin da piccino; la casa era pochi passi fuori del paese. Pensò d’andar lì. E andando, passò davanti alla sua vigna; e già dal di fuori poté subito argomentare in che stato la fosse. Una vetticciola, una fronda d’albero di quelli che ci aveva lasciati, non si vedeva passare il muro; se qualcosa si vedeva, era tutta roba venuta in sua assenza. S’affacciò all’apertura (del cancello non c’eran più neppure i gangheri); diede un’occhiata in giro: povera vigna! Per due inverni di seguito, la gente del paese era andata a far legna “nel luogo di quel poverino”, come dicevano. Viti, gelsi, frutti d’ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi dell’antica coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure segnavano la traccia de’ filari desolati; qua e là, rimessiticci o getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di susini; ma anche questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l’aiuto della man dell’uomo. Era una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di gramigne,  di  farinelli,  d’avene  salvatiche,  d’amaranti  verdi,  di  radicchielle, d’acetoselle, di panicastrelle e d’altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d’ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri. Tra questa marmaglia di piante ce n’era alcune di più rilevate e vistose, non però migliori, almeno la più parte: l’uva turca, più alta di tutte, co’ suoi rami allargati, rosseggianti, co’ suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co’ suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all’aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne’ rami, nelle foglie, ne’ calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi o porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a’ nuovi rampolli d’un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle lor foglie ciondoloni, e spenzolavano
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Lo so pur troppo,” disse Renzo. E così, barattando e mescolando in fretta saluti, domande e risposte, entrarono insieme nella casuccia. E lì, senza sospendere i discorsi, l’amico si mise in faccende per fare un po’ d’onore a Renzo, come si poteva così all’improvviso e in quel tempo. Mise l’acqua al fuoco, e cominciò a far la polenta; ma cedè poi il matterello a Renzo, perché la dimenasse; e se n’andò dicendo: “son rimasto solo; ma! son rimasto solo!” Tornò con un piccol secchio di latte, con un po’ di carne secca, con un paio di raveggioli, con fichi e pesche; e posato il tutto, scodellata la polenta sulla tafferìa, si misero insieme a tavola, ringraziandosi scambievolmente, l’uno della visita, l’altro del ricevimento. E, dopo un’assenza di forse due anni, si trovarono a un tratto molto più amici di quello che avesser mai saputo d’essere nel tempo che si vedevano quasi ogni giorno; perché all’uno e all’altro, dice qui il manoscritto, eran toccate di quelle cose che fanno conoscere che balsamo sia all’animo la benevolenza; tanto quella che si sente, quanto quella che si trova negli altri. Certo, nessuno poteva tenere presso di Renzo il luogo d’Agnese, né consolarlo della di lei assenza, non solo per quell’antica e speciale affezione, ma anche perché, tra le cose che a lui premeva di decifrare, ce n’era una di cui essa sola aveva la chiave. Stette un momento tra due, se dovesse continuare il suo viaggio, o andar prima in cerca d’Agnese, giacché n’era così poco lontano; ma, considerato che della salute di Lucia, Agnese non ne saprebbe nulla, restò nel primo proposito d’andare addirittura a levarsi questo dubbio, e aver la sua sentenza, e di portar poi lui le nuove alla madre. Però, anche dall’amico seppe molte cose che ignorava, e di molte venne in chiaro che non sapeva bene, sui casi di Lucia, e sulle persecuzioni che gli avevan fatte a lui, e come don Rodrigo se n’era andato con la coda tra le gambe, e non s’era più veduto da quelle parti; insomma su tutto quell’intreccio di cose. Seppe anche (e non era per Renzo cognizione di poca importanza) come fosse proprio il casato di don Ferrante: ché Agnese gliel aveva bensì fatto scrivere dal suo segretario; ma sa il cielo com’era stato scritto; e l’interprete bergamasco, nel leggergli la lettera, n’aveva fatta una parola tale, che, se Renzo fosse andato con essa a cercar ricapito di quella casa in Milano, probabilmente non avrebbe trovato persona che indovinasse di chi voleva parlare. Eppure quello era l’unico filo che avesse, per andar in cerca di Lucia. In quanto alla giustizia, poté confermarsi sempre più ch’era un pericolo abbastanza lontano, per non darsene gran pensiero: il signor podestà era morto di peste: chi sa quando se ne man-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
derebbe un altro; anche la sbirraglia se n’era andata la più parte; quelli che rimanevano, avevan tutt’altro da pensare che alle cose vecchie. Raccontò anche lui all’amico le sue vicende, e n’ebbe in contraccambio cento storie, del passaggio dell’esercito, della peste, d’untori, di prodigi. “Son cose brutte,” disse l’amico, accompagnando Renzo in una camera che il contagio aveva resa disabitata; “cose che non si sarebbe mai creduto di vedere; cose da levarvi l’allegria per tutta la vita; ma però, a parlarne tra amici, è un sollievo.” Allo spuntar del giorno, eran tutt’e due in cucina; Renzo in arnese da viaggio, con la sua cintura nascosta sotto il farsetto, e il coltellaccio nel taschino de’ calzoni: il fagottino, per andar più lesto, lo lasciò in deposito presso all’ospite. “Se la mi va bene,” gli disse, “se la trovo in vita, se... basta... ripasso di qui; corro a Pasturo, a dar la buona nuova a quella povera Agnese, e poi, e poi... Ma se, per disgrazia, per disgrazia che Dio non voglia... allora, non so quel che farò, non so dov’anderò: certo, da queste parti non mi vedete più.” E così parlando, ritto sulla soglia dell’uscio, con la testa per aria, guardava con un misto di tenerezza e d’accoramento, l’aurora del suo paese, che non aveva più veduta da tanto tempo. L’amico gli disse, come s’usa, di sperar bene; volle che prendesse con sé qualcosa da mangiare; l’accompagnò per un pezzetto di strada, e lo lasciò con nuovi augùri. Renzo, s’incamminò con la sua pace, bastandogli d’arrivar vicino a Milano in quel giorno, per entrarci il seguente, di buon’ora, e cominciar subito la sua ricerca. Il viaggio fu senza accidenti e senza nulla che potesse distrar Renzo da’ suoi pensieri, fuorché le solite miserie e malinconie. Come aveva fatto il giorno avanti, si fermò a suo tempo, in un boschetto a mangiare un boccone, e a riposarsi. Passando per Monza, davanti a una bottega aperta, dove c’era de’ pani in mostra, ne chiese due, per non rimanere sprovvisto, in ogni caso. Il fornaio, gl’intimò di non entrare, e gli porse sur una piccola pala una scodelletta, con dentro acqua e aceto, dicendogli che buttasse lì i danari; e fatto questo, con certe molle, gli porse, l’uno dopo l’altro, i due pani, che Renzo si mise uno per tasca. Verso sera, arriva a Greco, senza però saperne il nome; ma, tra un po’ di memoria de’ luoghi, che gli era rimasta dell’altro viaggio, e il calcolo del cammino fatto da Monza in poi, congetturando che doveva esser poco lontano dalla città, uscì dalla strada maestra, per andar ne’ campi in cerca di qualche cascinotto, e lì passar la notte; ché con osterie non si voleva impiccia-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Oh oh!” gridò il giovine anche lui; rimise il cappello in testa, e, avendo tutt’altra voglia, come diceva poi, quando raccontava la cosa, che di metter su lite in quel momento, voltò le spalle a quello stravagante, e continuò la sua strada, o, per meglio dire, quella in cui si trovava avviato. L’altro tirò avanti anche lui per la sua, tutto fremente, e voltandosi, ogni momento, indietro. E arrivato a casa, raccontò che gli s’era accostato un untore, con un’aria umile, mansueta, con un viso d’infame impostore, con lo scatolino dell’unto, o l’involtino della polvere (non era ben certo qual de’ due) in mano, nel cocuzzolo del cappello, per fargli il tiro, se lui non l’avesse saputo tener lontano. “Se mi s’accostava un passo di più,” soggiunse, “l’infilavo addirittura, prima che avesse tempo d’accomodarmi me, il birbone. La disgrazia fu ch’eravamo in un luogo così solitario, ché se era in mezzo Milano, chiamavo gente, e mi facevo aiutare a acchiapparlo. Sicuro che gli si trovava quella scellerata porcheria nel cappello. Ma lì da solo a solo, mi son dovuto contentare di fargli paura, senza risicare di cercarmi un malanno; perché un po’ di polvere è subito buttata; e coloro hanno una destrezza particolare; e poi hanno il diavolo dalla loro. Ora sarà in giro per Milano: chi sa che strage fa!” E fin che visse, che fu per molt’anni, ogni volta che si parlasse d’untori, ripeteva la sua storia, e soggiungeva: “quelli che sostengono ancora che non era vero, non lo vengano a dire a me; perché le cose bisogna averle viste.” Renzo, lontano dall’immaginarsi come l’avesse scampata bella, e agitato più dalla rabbia che dalla paura, pensava, camminando, a quell’accoglienza, e indovinava bene a un di presso ciò che lo sconosciuto aveva pensato di lui; ma la cosa gli pareva così irragionevole, che concluse tra sé che colui doveva essere un qualche mezzo matto. – La principia male, – pensava però: – par che ci sia un pianeta per me, in questo Milano. Per entrare, tutto mi va a seconda; e poi, quando ci son dentro, trovo i dispiaceri lì apparecchiati. Basta... coll’aiuto di Dio... se trovo... se ci riesco a trovare... eh! tutto sarà stato niente. – Arrivato al ponte, voltò, senza esitare, a sinistra, nella strada di san Marco, parendogli, a ragione, che dovesse condurre verso l’interno della città. E andando avanti, guardava in qua e in là, per veder se poteva scoprire qualche creatura umana; ma non ne vide altra che uno sformato cadavere nel piccol fosso che corre tra quelle poche case (che allora erano anche meno), e un pezzo della strada. Passato quel pezzo, sentì gridare: “o quell’uomo!” e
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Nè la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, “no!” disse: “non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete”. Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: “promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così”. Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: “addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri”. Poi voltatasi di nuovo al monatto, “voi”, disse, “passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola”. Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato. “O  Signore!”  esclamò  Renzo:  “esuditela!  tiratela  a  voi,  lei  e  la  sua creaturina: hanno patito abbastanza! hanno patito abbastanza!”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Con una nuova e più forte ansietà in cuore, il giovine prende da quella parte. È nella strada; distingue subito la casa tra l’altre, più basse e meschine; s’accosta al portone che è chiuso, mette la mano sul martello, e ce la tien sospesa, come in un’urna, prima di tirar su la polizza dove fosse scritta la sua vita, o la sua morte. Finalmente alza il martello, e dà un picchio risoluto. Dopo qualche momento, s’apre un poco una finestra; una donna fa capolino, guardando chi era, con un viso ombroso che par che dica: monatti? vagabondi? commissari? untori? diavoli? “Quella signora,” disse Renzo guardando in su, e con voce non troppo sicura: “ci sta qui a servire una giovine di campagna, che ha nome Lucia?” “La non c’è più; andate,” rispose quella donna, facendo atto di chiudere. “Un momento, per carità! La non c’è più? Dov’è?” “Al lazzeretto”; e di nuovo voleva chiudere. “Ma un momento, per l’amor del cielo! Con la peste?” “Già. Cosa nuova, eh? Andate.” “Oh povero me! Aspetti: era ammalata molto? Quanto tempo è...?” Ma intanto la finestra fu chiusa davvero. “Quella signora! quella signora! una parola, per carità! per i suoi poveri morti! Non le chiedo niente del suo: ohe!” Ma era come dire al muro. Afflitto della nuova, e arrabbiato della maniera, Renzo afferrò ancora il martello, e, così appoggiato alla porta, andava stringendolo e storcendolo, l’alzava per picchiar di nuovo alla disperata, poi lo teneva sospeso. In quest’agitazione, si voltò per vedere se mai ci fosse d’intorno qualche vicino, da cui potesse forse aver qualche informazione più precisa, qualche indizio, qualche lume. Ma la prima, l’unica persona che vide, fu un’altra donna, distante forse un venti passi; la quale, con un viso ch’esprimeva terrore, odio, impazienza e malizia, con cert’occhi stravolti che volevano insieme guardar lui, e guardar lontano, spalancando la bocca come in atto di gridare a più non posso, ma rattenendo anche il respiro, alzando due braccia scarne, allungando e ritirando due mani grinzose e piegate a guisa d’artigli, come se cercasse d’acchiappar qualcosa, si vedeva che voleva chiamar gente, in modo che qualcheduno non se n’accorgesse. Quando s’incontrarono a guardarsi, colei, fattasi ancor più brutta, si riscosse come persona sorpresa. “Che diamine...?” cominciava Renzo, alzando anche lui le mani verso la donna; ma questa, perduta la speranza di poterlo far cogliere all’improvvi-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
lui  di  salvezza;  pensò  che  non  era  tempo  di  far  lo  schizzinoso;  rimise  il coltellaccio nel fodero, si tirò da una parte, prese la rincorsa verso i carri, passò il primo, e adocchiò nel secondo un buono spazio voto. Prende la mira, spicca un salto; è su, piantato sul piede destro, col sinistro in aria, e con le braccia alzate. “Bravo! bravo!” esclamarono, a una voce, i monatti, alcuni de’ quali seguivano il convoglio a piedi, altri eran seduti sui carri, altri, per dire l’orribil cosa com’era, sui cadaveri, trincando da un gran fiasco che andava in giro. “Bravo! bel colpo!” “Sei venuto a metterti sotto la protezione de’ monatti; fa conto d’essere in chiesa,” gli disse uno de’ due che stavano sul carro dov’era montato. I nemici, all’avvicinarsi del treno, avevano, i più, voltate le spalle, e se n’andavano, non lasciando di gridare: “dagli! dagli! all’untore!” Qualcheduno si ritirava più adagio, fermandosi ogni tanto, e voltandosi, con versacci e con gesti di minaccia, a Renzo; il quale, dal carro, rispondeva loro dibattendo i pugni in aria. “Lascia fare a me,” gli disse un monatto; e strappato d’addosso a un cadavere un laido cencio, l’annodò in fretta, e, presolo per una delle cocche, l’alzò come una fionda verso quegli ostinati, e fece le viste di buttarglielo, gridando: “aspetta, canaglia!” A quell’atto, fuggiron tutti, inorriditi; e Renzo non vide più che schiene di nemici, e calcagni che ballavano rapidamente per aria, a guisa di gualchiere. Tra i monatti s’alzò un urlo di trionfo, uno scroscio procelloso di risa, un “uh!” prolungato, come per accompagnar quella fuga. “Ah ah! vedi se noi sappiamo proteggere i galantuomini?” disse a Renzo quel monatto: “val più uno di noi che cento di que’ poltroni.” “Certo, posso dire che vi devo la vita,” rispose Renzo: “e vi ringrazio con tutto il cuore.” “Di che cosa?” disse il monatto: “tu lo meriti: si vede che sei un bravo giovine. Fai bene a ungere questa canaglia: ungili, estirpali costoro, che non vaglion qualcosa, se non quando son morti; che, per ricompensa della vita che facciamo, ci maledicono, e vanno dicendo che, finita la morìa, ci voglion fare impiccar tutti. Hanno a finir prima loro che la morìa; e i monatti hanno a restar soli, a cantar vittoria, e a sguazzar per Milano.” “Viva la morìa, e moia la marmaglia!” esclamò l’altro; e, con questo bel brindisi, si mise il fiasco alla bocca, e, tenendolo con tutt’e due le mani,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    I Promessi sposi    Capitolo trentaquattresimo orecchi una musica, sto per dire, gradita, quella che lo levava dall’impiccio d’una tale conversazione. Ancor mezzo affannato, e tutto sottosopra, ringraziava intanto alla meglio in cuor suo la Provvidenza, d’essere uscito d’un tal frangente, senza ricever male né farne; la pregava che l’aiutasse ora a liberarsi anche da’ suoi liberatori; e dal canto suo, stava all’erta, guardava quelli, guardava la strada, per cogliere il tempo di sdrucciolar giù quatto quatto, senza dar loro occasione di far qualche rumore, qualche scenata, che mettesse in malizia i passeggieri. Tutt’a un tratto, a una cantonata, gli parve di riconoscere il luogo: guardò più attentamente, e ne fu sicuro. Sapete dov’era? Sul corso di porta orientale, in quella strada per cui era venuto adagio, e tornato via in fretta, circa venti mesi prima. Gli venne subito in mente che di lì s’andava diritto al lazzeretto; e questo trovarsi sulla strada giusta, senza studiare, senza domandare, l’ebbe per un tratto speciale della Provvidenza, e per buon augurio del rimanente. In quel punto, veniva incontro ai carri un commissario, gridando a’ monatti di fermare, e non so che altro: il fatto è che il convoglio si fermò, e la musica si cambiò in un diverbio rumoroso. Uno de’ monatti ch’eran sul carro di Renzo, saltò giù: Renzo disse all’altro: “vi ringrazio della vostra carità: Dio ve ne renda merito”; e giù anche lui, dall’altra parte. “Va, va, povero untorello,” rispose colui: “non sarai tu quello che spianti Milano.” Per fortuna, non c’era chi potesse sentire. Il convoglio era fermato sulla sinistra del corso: Renzo prende in fretta dall’altra parte, e, rasentando il muro, trotta innanzi verso il ponte; lo passa, continua per la strada del borgo, riconosce il convento de’ cappuccini, è vicino alla porta, vede spuntar l’angolo del lazzeretto, passa il cancello, e gli si spiega davanti la scena esteriore di quel recinto: un indizio appena e un saggio, e già una vasta, diversa, indescrivibile scena. Lungo i due lati che si presentano a chi guardi da quel punto, era tutto un brulichìo; erano ammalati che andavano, in compagnie, al lazzeretto; altri che sedevano o giacevano sulle sponde del fossato che lo costeggia; sia che le forze non fosser loro bastate per condursi fin dentro al ricovero, sia che, usciti di là per disperazione, le forze fosser loro ugualmente mancate per andar più avanti. Altri meschini erravano sbandati, come stupidi, e non pochi fuor di sé affatto; uno stava tutto infervorato a raccontar le sue immaginazioni a un disgraziato che giaceva oppresso dal male; un altro dava nelle
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
L’aria stessa e il cielo accrescevano, se qualche cosa poteva accrescerlo, l’orrore di quelle viste. La nebbia s’era a poco a poco addensata e accavallata in nuvoloni che, rabbuiandosi sempre più, davano idea d’un annottar tempestoso; se non che, verso il mezzo di quel cielo cupo e abbassato, traspariva, come da un fitto velo, la spera del sole, pallida, che spargeva intorno a sé un barlume fioco e sfumato, e pioveva un calore morto e pesante. Ogni tanto tra mezzo al ronzìo continuo di quella confusa moltitudine, si sentiva un borbottar di tuoni, profondo, come tronco, irresoluto; né, tendendo l’orecchio, avreste saputo distinguere da che parte venisse; o avreste potuto crederlo un correr lontano di carri, che si fermassero improvvisamente. Non si vedeva, nelle campagne d’intorno, moversi un ramo d’albero, né un uccello andarvisi a posare, o staccarsene: solo la rondine, comparendo subitamente di sopra il tetto del recinto, sdrucciolava in giù con l’ali tese, come per rasentare il terreno del campo; ma sbigottita da quel brulichìo, risaliva rapidamente, e fuggiva. Era uno di que’ tempi, in cui, tra una compagnia di viandanti non c’è nessuno che rompa il silenzio; e il cacciatore cammina pensieroso, con lo sguardo a terra; e la villana, zappando nel campo, smette di cantare, senza avvedersene; di que’ tempi forieri della burrasca, in cui la natura, come immota al di fuori, e agitata da un travaglio interno, par che opprima ogni vivente, e aggiunga non so quale gravezza a ogni operazione, all’ozio, all’esistenza stessa. Ma in quel luogo destinato per sé al patire e al morire, si vedeva l’uomo già alle prese col male soccombere alla nuova oppressione; si vedevan centinaia e centinaia peggiorar precipitosamente; e insieme, l’ultima lotta era più affannosa, e nell’aumento de’ dolori, i gemiti più soffogati: né forse su quel luogo di miserie era ancor passata un’ora crudele al par di questa. Già aveva il giovine girato un bel pezzo, e senza frutto, per quell’andirivieni di capanne, quando, nella varietà de’ lamenti e nella confusione del mormorìo, cominciò a distinguere un misto singolare di vagiti e di belati; fin che arrivò a un assito scheggiato e sconnesso, di dentro il quale veniva quel suono straordinario. Mise un occhio a un largo spiraglio, tra due asse, e vide un recinto con dentro capanne sparse, e, così in quelle, come nel piccol campo, non la solita infermeria, ma bambinelli a giacere sopra materassine, o guanciali, o lenzoli distesi, o topponi; e balie e altre donne in faccende; e, ciò che più di tutto attraeva e fermava lo sguardo, capre mescolate con quelle, e fatte loro aiutanti: uno spedale d’innocenti, quale il luogo e il tempo potevan darlo. Era, dico, una cosa singolare a vedere alcune di quelle bestie, ritte e
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    I Promessi sposi    Capitolo trentacinquesimo quiete sopra questo e quel bambino, dargli la poppa; e qualche altra accorrere a un vagito, come con senso materno, e fermarsi presso il piccolo allievo, e procurar d’accomodarcisi sopra, e belare, e dimenarsi, quasi chiamando chi venisse in aiuto a tutt’e due. Qua e là eran sedute balie con bambini al petto; alcune in tal atto d’amore, da far nascer dubbio nel riguardante, se fossero state attirate in quel luogo dalla paga, o da quella carità spontanea che va in cerca de’ bisogni e de’ dolori.  Una  di  esse,  tutta  accorata,  staccava  dal  suo  petto  esausto  un meschinello piangente, e andava tristamente cercando la bestia, che potesse far le sue veci. Un’altra guardava con occhio di compiacenza quello che le si era addormentato alla poppa, e baciatolo mollemente, andava in una capanna a posarlo sur una materassina. Ma una terza, abbandonando il suo petto al lattante straniero, con una cert’aria però non di trascuranza, ma di preoccupazione, guardava fisso il cielo: a che pensava essa, in quell’atto, con quello sguardo, se non a un nato dalle sue viscere, che, forse poco prima, aveva succhiato quel petto, che forse c’era spirato sopra? Altre donne più attempate attendevano ad altri servizi. Una accorreva alle grida d’un bambino affamato, lo prendeva, e lo portava vicino a una capra che pascolava a un mucchio d’erba fresca, e glielo presentava alle poppe, gridando l’inesperto animale e accarezzandolo insieme, affinché si prestasse dolcemente all’ufizio. Questa correva a prendere un poverino, che una capra tutt’intenta a allattarne un altro, pestava con una zampa: quella portava in qua e in là il suo, ninnandolo, cercando, ora d’addormentarlo col canto, ora d’acquietarlo con dolci parole, chiamandolo con un nome ch’essa medesima gli aveva messo. Arrivò in quel punto un cappuccino con la barba bianchissima, portando due bambini strillanti, uno per braccio, raccolti allora vicino alle madri spirate; e una donna corse a riceverli, e andava guardando tra la brigata e nel gregge, per trovar subito chi tenesse lor luogo di madre. Più d’una volta il giovine, spinto da quello ch’era il primo, e il più forte de’ suoi pensieri, s’era staccato dallo spiraglio per andarsene; e poi ci aveva rimesso l’occhio, per guardare ancora un momento. Levatosi  di  lì  finalmente,  andò  costeggiando  l’assito,  fin  che  un mucchietto di capanne appoggiate a quello, lo costrinse a voltare. Andò allora lungo le capanne, con la mira di riguadagnar l’assito, d’andar fino alla fine di quello, e scoprir paese nuovo. Ora, mentre guardava innanzi, per studiar la strada, un’apparizione repentina, passeggiera, istantanea, gli ferì lo sguardo, e
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Ma tu,” proseguiva, “come sei qui? perché vieni così ad affrontar la peste?” “L’ho avuta, grazie al cielo. Vengo... a cercar di... Lucia.” “Lucia! è qui Lucia?” “È qui: almeno spero in Dio che ci sia ancora.” “È tua moglie?” “Oh caro padre! no che non è mia moglie. Non sa nulla di tutto quello che è accaduto?” “No, figliuolo: da che Dio m’ha allontanato da voi altri, io non n’ho saputo più nulla; ma ora ch’Egli mi ti manda, dico la verità che desidero molto di saperne. Ma... e il bando?” “Le sa dunque, le cose che m’hanno fatto?” “Ma tu, che avevi fatto?” “Senta; se volessi dire d’aver avuto giudizio, quel giorno in Milano, direi una bugia; ma cattive azioni non n’ho fatte punto.” “Te lo credo, e lo credevo anche prima.” “Ora dunque le potrò dir tutto.” “Aspetta,” disse il frate; e andato alcuni passi fuor della capanna, chiamò: “padre Vittore!” Dopo qualche momento, comparve un giovine cappuccino, al quale disse: “fatemi la carità, padre Vittore, di guardare anche per me, a questi nostri poverini, intanto ch’io me ne sto ritirato; e se alcuno però mi volesse, chiamatemi. Quel tale principalmente! se mai desse il più piccolo segno di tornare in sé, avvisatemi subito, per carità.” “Non dubitate,” rispose il giovine; e il vecchio, tornato verso Renzo, “entriamo qui,” gli disse. “Ma...” soggiunse subito, fermandosi, “tu mi pari ben rifinito: devi aver bisogno di mangiare.” “È vero,” disse Renzo: “ora che lei mi ci fa pensare, mi ricordo che sono ancora digiuno.” “Aspetta,” disse il frate; e, presa un’altra scodella, l’andò a empire alla caldaia: tornato, la diede, con un cucchiaio, a Renzo; lo fece sedere sur un saccone che gli serviva di letto; poi andò a una botte ch’era in un canto, e ne spillò un bicchier di vino, che mise sur un tavolino, davanti al suo convitato; riprese quindi la sua scodella, e si mise a sedere accanto a lui. “Oh padre Cristoforo!” disse Renzo: “tocca a lei a far codeste cose? Ma già lei è sempre quel medesimo. La ringrazio proprio di cuore.” “Non ringraziar me,” disse il frate: “è roba de’ poveri; ma anche tu sei
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
un povero, in questo momento. Ora dimmi quello che non so, dimmi di quella nostra poverina; e cerca di spicciarti; ché c’è poco tempo, e molto da fare, come tu vedi.” Renzo principiò, tra una cucchiaiata e l’altra, la storia di Lucia: com’era stata ricoverata nel monastero di Monza, come rapita... All’immagine di tali patimenti e di tali pericoli, al pensiero d’essere stato lui quello che aveva indirizzata in quel luogo la povera innocente, il buon frate rimase senza fiato; ma lo riprese subito, sentendo com’era stata mirabilmente liberata, resa alla madre, e allogata da questa presso a donna Prassede. “Ora le racconterò di me,” proseguì Renzo; e raccontò in succinto la giornata di Milano, la fuga; e come era sempre stato lontano da casa, e ora, essendo ogni cosa sottosopra, s’era arrischiato d’andarci; come non ci aveva trovato Agnese; come in Milano aveva saputo che Lucia era al lazzeretto. “E son qui,” concluse, “son qui a cercarla, a veder se è viva, e se... mi vuole ancora... perché... alle volte...” “Ma,” domandò il frate, hai qualche indizio dove sia stata messa, quando ci sia venuta?” “Niente, caro padre; niente se non che è qui, se pur la c’è che Dio voglia!” “Oh poverino! ma che ricerche hai tu finora fatte qui?” “Ho girato e rigirato; ma, tra l’altre cose, non ho mai visto quasi altro che uomini. Ho ben pensato che le donne devono essere in un luogo a parte, ma non ci sono mai potuto arrivare: se è così, ora lei me l’insegnerà.” “Non sai, figliuolo, che è proibito d’entrarci agli uomini che non ci abbiano qualche incombenza?” “Ebbene, cosa mi può accadere?” “La regola è giusta e santa, figliuolo caro; e se la quantità e la gravezza de’ guai non lascia che si possa farla osservar con tutto il rigore, è una ragione questa perché un galantuomo la trasgredisca?” “Ma, padre Cristoforo!” disse Renzo: “Lucia doveva esser mia moglie; lei sa come siamo stati separati; son venti mesi che patisco, e ho pazienza; son venuto fin qui, a rischio di tante cose, l’una peggio dell’altra, e ora...” “Non so cosa dire,” riprese il frate, rispondendo piuttosto a’ suoi pensieri che alle parole del giovine: “tu vai con buona intenzione; e piacesse a Dio che tutti quelli che hanno libero l’accesso in quel luogo, ci si comportassero come posso fidarmi che farai tu. Dio, il quale certamente benedice questa
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
tua perseveranza d’affetto, questa tua fedeltà in volere e in cercare colei ch’Egli t’aveva data; Dio, che è più rigoroso degli uomini, ma più indulgente, non vorrà guardare a quel che ci possa essere d’irregolare in codesto tuo modo di cercarla. Ricordati solo, che, della tua condotta in quel luogo, avremo a render conto tutt’e due; agli uomini facilmente no, ma a Dio senza dubbio. Vien qui.” In così dire, s’alzò, e nel medesimo tempo anche Renzo; il quale, non lasciando di dar retta alle sue parole, s’era intanto consigliato tra sé di non parlare, come s’era proposto prima, di quella tal promessa di Lucia. – Se sente anche questo, – aveva pensato, – mi fa dell’altre difficoltà sicuro. O la trovo; e saremo sempre a tempo a discorrerne; o... allora! che serve? – Tiratolo sull’uscio della capanna, ch’era a settentrione, il frate riprese: “Senti; il nostro padre Felice, che è il presidente qui del lazzeretto, conduce oggi a far la quarantina altrove i pochi guariti che ci sono. Tu vedi quella chiesa lì nel mezzo...” e, alzando la mano scarna e tremolante, indicava a sinistra nell’aria torbida la cupola della cappella, che torreggiava sopra le miserabili tende; e proseguì: “là intorno si vanno ora radunando, per uscire in processione dalla porta per la quale tu devi essere entrato.” “Ah! era per questo dunque, che lavoravano a sbrattare la strada.” “Per l’appunto: e tu devi anche aver sentito qualche tocco di quella campana.” “N’ho sentito uno.” “Era il secondo: al terzo saran tutti radunati: il padre Felice farà loro un piccolo discorso; e poi s’avvierà con loro. Tu, a quel tocco, portati là; cerca di metterti dietro quella gente, da una parte della strada, dove, senza disturbare, né dar nell’occhio, tu possa vederli passare; e vedi... vedi... se la ci fosse. Se Dio non ha voluto che la ci sia; quella parte,” e alzò di nuovo la mano, accennando il lato dell’edifizio che avevan dirimpetto: “quella parte della fabbrica, e una parte del terreno che è lì davanti, è assegnata alle donne. Vedrai uno stecconato che divide questo da quel quartiere, ma in certi luoghi interrotto, in altri aperto, sicché non troverai difficoltà per entrare. Dentro poi, non facendo tu nulla che dia ombra a nessuno, nessuno probabilmente non dirà nulla a te. Se però ti si facesse qualche ostacolo, dì che il padre Cristoforo da *** ti conosce, e renderà conto di te. Cercala lì; cercala con fiducia e... con rassegnazione. Perché, ricordati che non è poco ciò che tu sei venuto a cercar qui: tu chiedi una persona viva al lazzeretto! Sai tu quante volte io ho veduto rinnovarsi questo mio povero popolo! quanti ne ho veduti portar via! quanti pochi uscire!... Va preparato a fare un sacrifizio...” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
sian per uscire; diamo un’occhiata a noi, così pochi, che n’usciamo a salvamento. Benedetto il Signore! Benedetto nella giustizia, benedetto nella misericordia! benedetto nella morte, benedetto nella salute! benedetto in questa scelta che ha voluto far di noi! Oh! perché l’ha voluto, figliuoli, se non per serbarsi un piccol popolo corretto dall’afflizione, e infervorato dalla gratitudine? se non a fine che, sentendo ora più vivamente, che la vita è un suo dono, ne facciamo quella stima che merita una cosa data da Lui, l’impieghiamo nell’opere che si possono offrire a Lui? se non a fine che la memoria de’ nostri patimenti ci renda compassionevoli e soccorrevoli ai nostri prossimi? Questi intanto, in compagnia de’ quali abbiamo penato, sperato, temuto; tra i quali lasciamo degli amici, de’ congiunti; e che tutti son poi finalmente nostri fratelli; quelli tra questi, che ci vedranno passare in mezzo a loro, mentre forse riceveranno qualche sollievo nel pensare che qualcheduno esce pur salvo di qui, ricevano edificazione dal nostro contegno. Dio non voglia che possano vedere in noi una gioia rumorosa, una gioia mondana d’avere scansata quella morte, con la quale essi stanno ancor dibattendosi. Vedano che partiamo ringraziando per noi, e pregando per loro; e possan dire: anche fuor di qui, questi si ricorderanno di noi, continueranno a pregare per noi meschini. Cominciamo da questo viaggio, da’ primi passi che siam per fare, una vita tutta di carità. Quelli che sono tornati nell’antico vigore, diano un braccio fraterno ai fiacchi; giovani, sostenete i vecchi; voi che siete rimasti senza figliuoli, vedete, intorno a voi, quanti figliuoli rimasti senza padre! siatelo per loro! E questa carità, ricoprendo i vostri peccati, raddolcirà anche i vostri dolori.” Qui un sordo mormorìo di gemiti, un singhiozzìo che andava crescendo nell’adunanza, fu sospeso a un tratto, nel vedere il predicatore mettersi una corda al collo, e buttarsi in ginocchio: e si stava in gran silenzio, aspettando quel che fosse per dire. “Per me,” disse, “e per tutti i miei compagni, che, senza alcun nostro merito, siamo stati scelti all’alto privilegio di servir Cristo in voi; io vi chiedo umilmente perdono se non abbiamo degnamente adempito un sì gran ministero. Se la pigrizia, se l’indocilità della carne ci ha resi meno attenti alle vostre necessità, men pronti alle vostre chiamate; se un’ingiusta impazienza, se un colpevol tedio ci ha fatti qualche volta comparirvi davanti con un volto annoiato e severo; se qualche volta il miserabile pensiero che voi aveste bisogno di noi, ci ha portati a non trattarvi con tutta quell’umiltà che si conveni-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
quelli. E si mise subito alla ricerca, a quella ricerca, che, per la quantità sola degli oggetti sarebbe stata fieramente gravosa, quand’anche gli oggetti fossero stati tutt’altri; cominciò a scorrer con l’occhio, anzi a contemplar nuove miserie, così simili in parte alle già vedute, in parte così diverse: ché, sotto la stessa calamità, era qui un altro patire, per dir così, un altro languire, un altro lamentarsi, un altro sopportare, un altro compatirsi e soccorrersi a vicenda; era, in chi guardasse, un’altra pietà e un altro ribrezzo. Aveva già fatto non so quanta strada, senza frutto e senza accidenti; quando si sentì dietro le spalle un “oh!” una chiamata, che pareva diretta a lui. Si voltò e vide, a una certa distanza, un commissario, che alzò una mano, accennando proprio a lui, e gridando: “là nelle stanze, ché c’è bisogno d’aiuto: qui s’è finito ora di sbrattare”. Renzo s’avvide subito per chi veniva preso, e che il campanello era la cagione dell’equivoco; si diede della bestia d’aver pensato solamente agl’impicci che quell’insegna gli poteva scansare, e non a quelli che gli poteva tirare addosso; ma pensò nello stesso tempo alla maniera di sbrigarsi subito da colui. Gli fece replicatamente e in fretta un cenno col capo, come per dire che aveva inteso, e che ubbidiva; e si levò dalla sua vista, cacciandosi da una parte tra le capanne. Quando gli parve d’essere abbastanza lontano, pensò anche a liberarsi dalla causa dello scandolo: e, per far quell’operazione senz’essere osservato, andò a mettersi in un piccolo spazio tra due capanne che si voltavan, per dir così, la schiena. Si china per levarsi il campanello, e stando così col capo appoggiato alla parete di paglie d’una delle capanne, gli vien da quella all’orecchio una voce... Oh cielo! è possibile? Tutta la sua anima è in quell’orecchio: la respirazione è sospesa... Sì! sì! è quella voce!... “Paura di che?” diceva quella voce soave: “abbiam passato ben altro che un temporale. Chi ci ha custodite finora, ci custodirà anche adesso.” Se Renzo non cacciò un urlo, non fu per timore di farsi scorgere, fu perché non n’ebbe il fiato. Gli mancaron le ginocchia, gli s’appannò la vista; ma fu un primo momento; al secondo, era ritto, più desto, più vigoroso di prima; in tre salti girò la capanna, fu sull’uscio, vide colei che aveva parlato, la vide levata, chinata sopra un lettuccio. Si volta essa al rumore; guarda, crede di travedere, di sognare; guarda più attenta, e grida: “oh Signor benedetto!” “Lucia! v’ho trovata! vi trovo! siete proprio voi! siete viva!” esclamò Renzo, avanzandosi, tutto tremante. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“A dir la verità, potresti adoprare il da tanto in su, per lavare il da tanto in giù. Ma, aspetta, aspetta; che ti faccia un buon fuoco.” “Non dico di no. Sai dove la m’ha preso? proprio alla porta del lazzeretto. Ma niente! il tempo il suo mestiere, e io il mio.” L’amico andò e tornò con due bracciate di stipa: ne mise una in terra, l’altra sul focolare, e, con un po’ di brace rimasta della sera avanti, fece presto una bella fiammata. Renzo intanto s’era levato il cappello, e, dopo averlo scosso due o tre volte, l’aveva buttato in terra: e, non così facilmente, s’era tirato via anche il farsetto. Levò poi dal taschino de’ calzoni il coltello, col fodero tutto fradicio, che pareva stato in molle; lo mise su un panchetto, e disse: “anche costui è accomodato a dovere; ma l’è acqua! l’è acqua! sia ringraziato il Signore... Sono stato lì lì...! Ti dirò poi”. E si fregava le mani. “Ora fammi un altro piacere,” soggiunse: “quel fagottino che ho lasciato su in camera, va a prendermelo, ché prima che s’asciughi questa roba che ho addosso...!” Tornato col fagotto, l’amico disse: “penso che avrai anche appetito: capisco che da bere, per la strada, non te ne sarà mancato; ma da mangiare...” “Ho trovato da comprar due pani, ieri sul tardi; ma, per dir la verità, non m’hanno toccato un dente.” “Lascia fare,” disse l’amico; mise l’acqua in un paiolo, che attaccò poi alla catena; e soggiunse: “vado a mungere: quando tornerò col latte, l’acqua sarà all’ordine; e si fa una buona polenta. Tu intanto fa il tuo comodo.” Renzo, rimasto solo, si levò, non senza fatica, il resto de’ panni, che gli s’eran come appiccicati addosso; s’asciugò, si rivestì da capo a piedi. L’amico tornò, e andò al suo paiolo: Renzo intanto si mise a sedere, aspettando. “Ora sento che sono stanco,” disse: “ma è una bella tirata! Però questo è nulla. Ne ho da raccontartene per tutta la giornata. Com’è conciato Milano! Le cose che bisogna vedere! Le cose che bisogna toccare! Cose da farsi poi schifo a sé medesimo. Sto per dire che non ci voleva meno di quel bucatino che ho avuto. E quel che m’hanno voluto fare que’ signori di laggiù. Sentirai. Ma se tu vedessi il lazzeretto! C’è da perdersi nelle miserie. Basta; ti racconterò tutto... E la c’è, e la verrà qui, e sarà mia moglie; e tu devi far da testimonio, e, peste o non peste, almeno qualche ora, voglio che stiamo allegri.” Del resto mantenne ciò, che aveva detto all’amico, di voler raccontargliene per tutta la giornata; tanto più, che, avendo sempre continuato a piovigginare, questo la passò tutta in casa, parte seduto accanto all’amico, parte
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni     I Promessi sposi    Capitolo trentasettesimo in faccende intorno a un suo piccolo tino, e a una botticina, e ad altri lavori, in preparazione della vendemmia; ne’ quali Renzo non lasciò di dargli una mano; ché, come soleva dire, era di quelli che si stancano più a star senza far nulla, che a lavorare. Non poté però tenersi di non fare una scappatina alla casa d’Agnese, per rivedere una certa finestra, e per dare anche lì una fregatina di mani. Tornò senza essere stato visto da nessuno; e andò subito a letto. S’alzò prima che facesse giorno; e, vedendo cessata l’acqua, se non ritornato il sereno, si mise in cammino per Pasturo. Era ancor presto quando ci arrivò: ché non aveva meno fretta e voglia di finire, di quel che possa averne il lettore. Cercò d’Agnese; sentì che stava bene, e gli fu insegnata una casuccia isolata dove abitava. Ci andò; la chiamò dalla strada: a una tal voce, essa s’affacciò di corsa alla finestra; e, mentre stava a bocca aperta per mandar fuori non so che parola, non so che suono, Renzo la prevenne dicendo: “Lucia è guarita: l’ho veduta ierlaltro; vi saluta; verrà presto. E poi ne ho, ne ho delle cose da dirvi.” Tra la sorpresa dell’apparizione, e la contentezza della notizia, e la smania di saperne di più, Agnese cominciava ora un’esclamazione, ora una domanda, senza finir nulla: poi, dimenticando le precauzioni ch’era solita a prendere da molto tempo, disse: “vengo ad aprirvi”. “Aspettate: e la peste?” disse Renzo: “voi non l’avete avuta, credo.” “Io no: e voi?” “Io sì; ma voi dunque dovete aver giudizio. Vengo da Milano; e, sentirete, sono proprio stato nel contagio fino agli occhi. È vero che mi son mutato tutto da capo a piedi; ma l’è una porcheria che s’attacca alle volte come un malefizio. E giacché il Signore v’ha preservata finora, voglio che stiate riguardata fin che non è finito quest’influsso; perché siete la nostra mamma: e voglio che campiamo insieme un bel pezzo allegramente, a conto del gran patire che abbiam fatto, almeno io.” “Ma...” cominciava Agnese. “Eh!” interruppe Renzo: “non c’è ma che tenga. So quel che volete dire; ma sentirete, sentirete, che de’ ma non ce n’è più. Andiamo in qualche luogo all’aperto, dove si possa parlar con comodo, senza pericolo; e sentirete.” Agnese gl’indicò un orto ch’era dietro alla casa; e soggiunse: “entrate lì, e vedrete che c’è due panche, l’una in faccia all’altra, che paion messe apposta. Io vengo subito.”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Renzo andò a mettersi a sedere sur una: un momento dopo, Agnese si trovò lì sull’altra: e son certo che, se il lettore, informato come è delle cose antecedenti, avesse potuto trovarsi lì in terzo, a veder con gli occhi quella conversazione così animata, a sentir con gli orecchi que’ racconti, quelle domande, quelle spiegazioni, quell’esclamare, quel condolersi, quel rallegrarsi, e don Rodrigo, e il padre Cristoforo, e tutto il resto, e quelle descrizioni dell’avvenire, chiare e positive come quelle del passato, son certo, dico, che ci avrebbe preso gusto, e sarebbe stato l’ultimo a venir via. Ma d’averla sulla carta tutta quella conversazione, con parole mute, fatte d’inchiostro, e senza trovarci un solo fatto nuovo, son di parere che non se ne curi molto, e che gli piaccia più d’indovinarla da sé. La conclusione fu che s’anderebbe a metter su casa tutti insieme in quel paese del bergamasco dove Renzo aveva già un buon avviamento: in quanto al tempo, non si poteva decider nulla, perché dipendeva dalla peste, e da altre circostanze: appena cessato il pericolo, Agnese tornerebbe a casa, ad aspettarvi Lucia, o Lucia ve l’aspetterebbe: intanto Renzo farebbe spesso qualche altra corsa a Pasturo, a veder la sua mamma, e a tenerla informata di quel che potesse accadere. Prima di partire, offrì anche a lei danari, dicendo: “gli ho qui tutti, vedete, que’ tali: avevo fatto voto anch’io di non toccarli, fin che la cosa non fosse venuta in chiaro. Ora, se n’avete bisogno, portate qui una scodella d’acqua e aceto: vi butto dentro i cinquanta scudi belli e lampanti.” “No, no,” disse Agnese: “ne ho ancora più del bisogno per me: i vostri, serbateli, che saran buoni per metter su casa.” Renzo tornò al paese con questa consolazione di più d’aver trovata sana e salva una persona tanto cara. Stette il rimanente di quella giornata, e la notte, in casa dell’amico; il giorno dopo, in viaggio di nuovo, ma da un’altra parte, cioè verso il paese adottivo. Trovò Bortolo, in buona salute anche lui, e in minor timore di perderla; ché, in que’ pochi giorni, le cose, anche là, avevan preso rapidamente una bonissima piega. Pochi eran quelli che s’ammalavano; e il male non era più quello;  non  più  que’  lividi  mortali,  né  quella  violenza  di  sintomi;  ma febbriciattole,  intermittenti  la  maggior  parte,  con  al  più  qualche  piccol bubbone scolorito, che si curava come un fignolo ordinario. Già l’aspetto del paese compariva mutato; i rimasti vivi cominciavano a uscir fuori, a contarsi tra loro, a farsi a vicenda condoglianze e congratulazioni. Si parlava già di ravviare i lavori: i padroni pensavano già a cercare e a caparrare operai, e in
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
risoluti d’andare a metter su casa altrove, e di vender quel poco che hanno al sole qui: una vignetta il giovine, di nove o dieci pertiche, salvo il vero, ma trasandata affatto: bisogna far conto del terreno, nient’altro; di più una casuccia lui, e un’altra la sposa: due topaie, veda. Un signore come vossignoria non può sapere come la vada per i poveri, quando voglion disfarsi del loro. Finisce sempre a andare in bocca di qualche furbo, che forse sarà già un pezzo che fa all’amore a quelle quattro braccia di terra, e quando sa che l’altro ha bisogno di vendere, si ritira, fa lo svogliato; bisogna corrergli dietro, e dargliele per un pezzo di pane: specialmente poi in circostanze come queste. Il signor marchese ha già veduto dove vada a parare il mio discorso. La carità più fiorita che vossignoria illustrissima possa fare a questa gente, è di cavarli da quest’impiccio, comprando quel poco fatto loro. Io, per dir la verità, do un parere interessato, perché verrei ad acquistare nella mia cura un compadrone come il signor marchese; ma vossignoria deciderà secondo che le parrà meglio: io ho parlato per ubbidienza.” Il marchese lodò molto il suggerimento; ringraziò don Abbondio, e lo pregò di voler esser arbitro del prezzo, e di fissarlo alto bene: e lo fece poi restar di sasso col proporgli che s’andasse subito insieme a casa della sposa, dove sarebbe probabilmente anche lo sposo. Per la strada, don Abbondio, tutto gongolante, come vi potete immaginare, ne pensò e ne disse un’altra. “Giacché vossignoria illustrissima è tanto inclinato a far del bene a questa gente, ci sarebbe un altro servizio da render loro. Il giovine ha addosso una cattura, una specie di bando, per qualche scappatuccia che ha fatta in Milano, due anni sono, quel giorno del gran fracasso, dove s’è trovato impicciato, senza malizia, da ignorante, come un topo nella trappola; nulla di serio, veda: ragazzate, scapataggini: di far del male veramente, non è capace: e io posso dirlo, che l’ho battezzato, e l’ho veduto venir su: e poi, se vossignoria vuol prendersi il divertimento di sentir questa povera gente ragionar su alla carlona, potrà fargli raccontar la storia a lui, e sentirà. Ora, trattandosi di cose vecchie, nessuno gli dà fastidio; e, come le ho detto, lui pensa d’andarsene fuor di stato; ma, col tempo, o tornando qui, o altro, non si sa mai, lei m’insegna che è sempre meglio non esser su que’ libri. Il signor marchese, in Milano, conta, come è giusto, e per quel gran cavaliere, e per quel grand’uomo che è... No, no, mi lasci dire; ché la verità vuole avere il suo luogo. Una raccomandazione, una parolina d’un par suo, è più del bisogno per ottenere una buona assolutoria.”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
agl’invitati, e aiutò anzi a servirli. A nessuno verrà, spero, in testa di dire che sarebbe stata cosa più semplice fare addirittura una tavola sola. Ve l’ho dato per un brav’uomo, ma non per un originale, come si direbbe ora; v’ho detto ch’era umile, non già che fosse un portento d’umiltà. N’aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari. Dopo i due pranzi, fu steso il contratto per mano d’un dottore, il quale non fu l’Azzecca-garbugli. Questo, voglio dire la sua spoglia, era ed è tuttavia a Canterelli. E per chi non è di quelle parti, capisco anch’io che qui ci vuole una spiegazione. Sopra Lecco forse un mezzo miglio, e quasi sul fianco dell’altro paese chiamato Castello, c’è un luogo detto Canterelli, dove s’incrocian due strade; e da una parte del crocicchio, si vede un rialto, come un poggetto artificiale, con una croce in cima; il quale non è altro che un gran mucchio di morti in quel contagio. La tradizione, per dir la verità, dice semplicemente i morti del contagio; ma dev’esser quello senz’altro, che fu l’ultimo, e il più micidiale di cui rimanga memoria. E sapete che le tradizioni, chi non le aiuta, da sé dicon sempre troppo poco. Nel ritorno non ci fu altro inconveniente, se non che Renzo era un po’ incomodato dal peso de’ quattrini che portava via. Ma l’uomo, come sapete, aveva fatto ben altre vite. Non parlo del lavoro della mente, che non era piccolo, a pensare alla miglior maniera di farli fruttare. A vedere i progetti che passavan per quella mente, le riflessioni, l’immaginazioni; a sentire i pro e i contro, per l’agricoltura e per l’industria, era come se ci si fossero incontrate due accademie del secolo passato. E per lui l’impiccio era ben più reale; perché, essendo un uomo solo, non gli si poteva dire: che bisogno c’è di scegliere? l’uno e l’altro, alla buon’ora; ché i mezzi, in sostanza, sono i medesimi; e son due cose come le gambe, che due vanno meglio d’una sola. Non si pensò più che a fare i fagotti, e a mettersi in viaggio: casa Tramaglino per la nuova patria, e la vedova per Milano. Le lacrime, i ringraziamenti, le promesse d’andarsi a trovare furon molte. Non meno tenera, eccettuate le lacrime, fu la separazione di Renzo e della famiglia dall’ospite amico: e non crediate che con don Abbondio le cose passassero freddamente. Quelle buone creature avevan sempre conservato un certo attaccamento rispettoso per il loro curato; e questo, in fondo, aveva sempre voluto bene a loro. Son que’ benedetti affari, che imbroglian gli affetti.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  3 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    Il Conte di Carmagnola Personaggi storici Il Conte di Carmagnola; Antonietta Visconti, sua moglie; Matilde, loro figlia; Francesco Foscari, Doge di Venezia; Condottieri al soldo dei Veneziani; Giovan Francesco Gonzaga; Paolo Francesco Orsini; Nicolò da Tolentino; Condottieri al soldo del Duca di Milano; Carlo Malatesti; Angelo della Pergola; Guido Torello; Nicolò Piccinino, detto Fortebraccio; Francesco Sforza; Pergola, figlio.
Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni
Certo gran cose, ove il bisogno il chiegga, Ci promettiam da voi. Per or ci giovi Soltanto il vostro senno. In suo soccorso Contro il Visconte l’armi nostre implora Già da lungo Firenze. Il vostro avviso Nella bilancia che teniam librata Non farà picciol peso. E senno e braccio E quanto io sono è cosa vostra: e certo Se mai fu caso in cui sperar m’attenti Che a voi pur giovi un mio consiglio, è questo. E lo darò: ma pria mi sia concesso Di me parlarvi in breve, e un cuore aprirvi, Un cuor che agogna sol d’esser ben noto. Dite: a questa adunanza indifferente Cosa che a cor vi stia giunger non puote. Serenissimo Doge, Senatori; Io sono al punto in cui non posso a voi Esser grato e fedel, s’io non divengo Nemico all’uom che mio Signor fu un tempo. S’io credessi che ad esso il più sottile Vincolo di dover mi leghi ancora, L’ombra onorata delle vostre insegne Fuggir vorrei, viver nell’ozio oscuro Vorrei, prima che romperlo e me stesso Far vile agli occhi miei. Dubbio veruno Sul partito che scelsi in cor non sento, Perch’egli è giusto ed onorato: il solo Timor mi pesa del giudizio altrui. Oh! beato colui, cui la fortuna Così distinte in suo cammin presenta Le vie del biasmo e dell’onor, ch’ei puote Correr certo del plauso, e non dar mai Passo ove trovi a malignar l’intento Sguardo del suo nemico. Un altro campo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni
Indi è che i vizj tuoi spiano anch’essi. E un po’ stizzoso, e il naso fino offende Di questi amici; rider fa quel tonso Capo, e la toga in fogge un po’ villane Cascante, e il piè che nel calzar tentenna. Ma è buono a segno che un miglior non trovi: Ma amico ei t’è, ma una divina mente Sta sotto il vel di quella spoglia irsuta. Infine a te rivedi il pel, se forse T’abbia innestato alcun vizio Natura, O pur l’abito rio; che ne gli incolti Campi la felce sciagurata alligna. Or vengo a ciò che de l’amante al guardo Sfugge il difetto de l’amata, o piace, Siccome d’Agna il polipo a Balbino. Così vorrei che in amistà si errasse, E a tal error nome onorevol dato Virtute avesse. Qual del figlio al padre, Tal de l’amico il vizio, ov’ei pur n’abbia, Non fastidir dobbiam. Strabone il padre Chiama il guercio, e piccin chi il figlio ha nano, Come già fu quel Sisifo abortivo. Varo appella quest’altro che a sghimbescio Volge le gambe, e quel balbetta Scauro, Che mal s’appoggia sul talon viziato. È un po’ gretto costui, frugal si dica: È inetto e alquanto vantator, leggiadro Vuol parere a gli amici: oh ma feroce, Libero egli è più del dover, per dritto E per forte si tenga. È un po’ focoso, S’ascriva ai forti. Questo modo, estimo, Gli amici unisce, e gli conserva uniti. Ma le stesse virtù noi stravolgiamo, E diamo la vernice a schietto vaso.
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Che più? sue crudeltati ai Numi appone, E fa ministro il Ciel di sue vendette; E il volgo la chiamò Religione. Si scolorar le faccie maledette, 125 E l’una a l’altra larva s’avviticchia, E stan fra lor sì avviluppate e strette, Che il cor de l’una al sen de l’altra picchia, Ansando in petto, e trabalzando, e poscia La coppia abbominosa si rannicchia. 130 Qual è lo can che tremando s’accoscia, Se il signor con la verga alto il minaccia, Tal ristrinsersi i mostri per l’angoscia.
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Poscia terribilmente sollevarsi, E un barlume di speme fu veduto Brillar sui ceffi lividi e riarsi; Come allor che nel fosco aer sparuto 155 In fra ‘l notturno vel si mostra e fugge Un focherello passaggiero e muto. L’infame coppia si rosicchia e sugge Di preda ingorda la terribil’ugna, Si picchia i lombi risonanti, e rugge. 160 “Contra miglior voler, voler mal pugna”; E fra la vil perfidia, e la virtute Secura è sempre e disegual la pugna.
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Diva di fonte umil, non d’altro ricca Che di pura onda e di minuto gregge, Te, come piacque al ciel, nato a le grandi De l’Eridano sponde, a questi ameni Cheti recessi e a tacit’ombre invito. Non feroci portenti o scogli immani Né pompa io vanto d’infinito flutto O di abitati pin; né imperioso Innalzo il corno, a le città soggette Signoreggiando le torrite fonti; Ma verdi colli e biancheggianti ville, E lieti colti in mio cammin saluto, E tenaci boscaglie a cui commisi Contro i villani d’Aquilone insulti Servar la pace del mio picciol regno e con Febo alternar l’ombre salubri. Né al piangente colono è mio diletto Rapir l’ostello e i lavorati campi, Ad arricchir l’opposta avida sponda, Novo censo al vicin; né udir le preci Inesaudite e gl’imprecanti voti De le madri che seguono da lunge Con l’umid’occhio e con le strida il caro Pan destinato a la fame de’ figli, E la sacra dimora, e il dolce letto. Sol talor godo con l’innocua mano Piegar l’erbe cedenti, e da le rive Sveller fioretti, per ornarmi il seno E le treccie stillanti. Né gelosa Tolgo a gli occhi profani il mio soggiorno, Ma dai tersi cristalli altrui rivelo La monda arena; anzi sovente scesi Dai monti Orobbj i satiri securi Tempran nel fresco mio la siria fiamma, Col piè caprigno intorbidando l’onda. Forse al par d’Aretusa e d’Acheloo
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
quale poté fare stampare le sue difese, e corredarle d’un estratto del processo, che, come a reo costituito, gli fu comunicato. E certo, que’ giudici non s’accorsero allora, che lasciavan fare da uno stampatore un monumento più autorevole e più durevole di quello che avevan commesso a un architetto. Di quest’estratto, c’è di più un’altra copia manoscritta, in alcuni luoghi più scarsa, in altri più abbondante, la quale appartenne al conte Pietro Verri, e fu dal degnissimo suo figlio, il signor conte Gabriele, con liberale e paziente cortesia, messa e lasciata a nostra disposizione. È quella che servì all’illustre scrittore per lavorar l’opuscolo citato, ed è sparsa di postille, che sono  riflessioni  rapide,  o  sfoghi  repentini  di  compassion  dolorosa,  e d’indegnazione  santa.  Porta  per  titolo:  Summarium  offensivi  contra  Don Johannem Cajetanum de Padilla; ci si trovan per esteso molte cose delle quali nell’estratto stampato non c’è che un sunto; ci son notati in margine i numeri delle pagine del processo originale, dalle quali son levati i diversi brani; ed è pure sparsa di brevissime annotazioni latine, tutte però del carattere stesso del testo: Detentio Morae; Descriptio Domini Johannis; Adversatur Commissario; Inverisimile; Subgestio, e simili, che sono evidentemente appunti presi dall’avvocato del Padilla, per le difese. Da tutto ciò pare evidente che sia una copia letterale dell’estratto autentico che fu comunicato al difensore; e che questo, nel farlo stampare, abbia omesse varie cose, come meno importanti, e altre si sia contentato d’accennarle. Ma come mai se ne trovano nello stampato alcune che mancano nel manoscritto? Probabilmente il difensore poté spogliar di nuovo il processo originale, e farci una seconda scelta di ciò che gli paresse utile alla causa del suo cliente. Da questi due estratti abbiamo naturalmente ricavato il più; ed essendo il primo, altre volte rarissimo, stato ristampato da poco tempo, il lettore potrà, se gli piace, riconoscere, col confronto di quello, i luoghi che abbiam presi dalla copia manoscritta. Anche le difese suddette ci hanno somministrato diversi fatti, e materia di qualche osservazione. E siccome non furon mai ristampate, e gli esemplari ne sono scarsissimi, non mancherem di citarle, ogni volta che avremo occasion di servircene. Qualche piccola cosa finalmente abbiam potuto pescare da qualcheduno de’ pochi e scompagnati documenti autentici che son rimasti di quell’epoca di confusione e di disperdimento, e che si conservano nell’archivio citato più d’una volta nello scritto antecedente.
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
certezza col dubbio, per evitare il pericolo di tormentare innocenti, e d’estorcere false confessioni, volendo però la tortura come un mezzo appunto di scoprire se uno fosse innocente o reo, e di fargli confessare una data cosa. La conseguenza logica sarebbe stata di dichiarare assurda e ingiusta la tortura; ma a questo ostava l’ossequio cieco all’antichità e al diritto romano. Quel libriccino Dei delitti e delle pene, che promosse, non solo l’abolizion della tortura, ma la riforma di tutta la legislazion criminale, cominciò con le parole: “Alcuni avanzi di leggi d’un antico popolo conquistatore.” E parve, com’era, ardire d’un grand’ingegno: un secolo prima sarebbe parsa stravaganza. Né c’è da maravigliarsene: non s’è egli visto un ossequio dello stesso genere mantenersi più a lungo, anzi diventar più forte nella politica, più tardi nella letteratura, più tardi ancora in qualche ramo delle Belle Arti? Viene, nelle cose grandi, come nelle piccole, un momento in cui ciò che, essendo accidentale e fattizio, vuol perpetuarsi come naturale e necessario, è costretto a cedere all’esperienza, al ragionamento, alla sazietà, alla moda, a qualcosa di meno, se è possibile, secondo la qualità e l’importanza delle cose medesime; ma questo momento dev’esser preparato. Ed è già un merito non piccolo degl’interpreti, se, come ci pare, furon essi che lo prepararono, benché lentamente, benché senz’avvedersene, per la giurisprudenza. Ma le regole che pure avevano stabilite, bastano in questo caso a convincere i giudici, anche di positiva prevaricazione. Vollero appunto costoro cominciar dalla tortura. Senza entrare in nulla che toccasse circostanze, né sostanziali né accidentali, del presunto delitto, moltiplicarono interrogazioni inconcludenti, per farne uscir de’ pretesti di dire alla vittima destinata: non è verisimile; e, dando insieme a inverisimiglianze asserite la forza di bugie legalmente provate, intimar la tortura. È che non cercavano una verità, ma volevano una confessione: non sapendo quanto vantaggio avrebbero avuto nell’esame del fatto supposto, volevano venir presto al dolore, che dava loro un vantaggio pronto e sicuro: avevan furia. Tutto Milano sapeva (è il vocabolo usato in casi simili) che Guglielmo Piazza aveva unti i muri, gli usci, gli anditi di via della Vetra; e loro che l’avevan nelle mani, non l’avrebbero fatto confessar subito a lui! Si dirà forse che, in faccia alla giurisprudenza, se non alla coscienza, tutto era giustificato dalla massima detestabile, ma allora ricevuta, che ne’ delitti più atroci fosse lecito oltrepassare il diritto? Lasciamo da parte che l’opinion più comune, anzi quasi universale, de’ giureconsulti, era (e se al ciel
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
certezza. E non paia strano di vedere un tribunale farsi seguace ed emulo d’una o di due donnicciole; giacché, quando s’è per la strada della passione, è naturale che i più ciechi guidino. Non paia strano il veder uomini i quali non dovevan essere, anzi non eran certamente di quelli che vogliono il male per il male, vederli, dico, violare così apertamente e crudelmente ogni diritto; giacché il credere ingiustamente, è strada a ingiustamente operare, fin dove l’ingiusta persuasione possa condurre; e se la coscienza esita, s’inquieta, avverte, le grida d’un pubblico hanno la funesta forza (in chi dimentica d’avere un altro giudice) di soffogare i rimorsi; anche d’impedirli. Il motivo di quelle odiose, se non crudeli prescrizioni, di tosare, rivestire, purgare, lo diremo con le parole del Verri. “In quei tempi credevasi che o ne’ capelli e peli, ovvero nel vestito, o persino negli intestini trangugiandolo, potesse avere un amuleto o patto col demonio, onde rasandolo, spogliandolo e purgandolo ne venisse disarmato”. E questo era veramente de’ tempi; la violenza era un fatto (con diverse forme) di tutti i tempi, ma una dottrina di nessun tempo. Quel secondo esame non fu che una ugualmente assurda e più atroce ripetizione del primo, e con lo stesso effetto. L’infelice Piazza, interrogato prima, e contradetto con cavilli, che si direbbero puerili, se a nulla d’un tal fatto potesse convenire un tal vocabolo, e sempre su circostanze indifferenti al supposto delitto, e senza mai accennarlo nemmeno, fu messo a quella più crudele tortura che il senato aveva prescritta. N’ebbero parole di dolor disperato, parole di dolor supplichevole, nessuna di quelle che desideravano, e per ottener le quali avevano il coraggio di sentire, di far dire quell’altre. Ah Dio mio! ah che assassinamento è questo! ah Signor fiscale!... Fatemi almeno appiccar presto... Fatemi tagliar via la mano... Ammazzatemi; lasciatemi almeno riposar un poco. Ah! signor Presidente! ... Per amor di Dio, fatemi dar da bere; ma insieme: non so niente, la verità l’ho detta. Dopo molte e molte risposte tali, a quella freddamente e freneticamente ripetuta istanza di dir la verità, gli mancò la voce, ammutolì; per quattro volte non rispose; finalmente poté dire ancora una volta, con voce fioca; non so niente; la verità l’ho già detta. Si dovette finire, e ricondurlo di nuovo, non confesso, in carcere. E non c’eran più nemmen pretesti, né motivo di ricominciare: quella che avevan presa per una scorciatoia, gli aveva condotti fuor di strada. Se la tortura avesse prodotto il suo effetto, estorta la confession della bugia, tenevan l’uomo; e, cosa orribile! quanto più il soggetto della bugia era per sé indiffe-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    Storia della colonna infame    Capitolo quarto perché il fondo appiccicava e faceva le fila. “In una bottega d’un barbiere,” dice il Verri, “dove si saranno lavati de’ lini sporchi e dalle piaghe e da’ cerotti, qual cosa più naturale che il trovarsi un sedimento viscido, grasso, giallo, dopo varii giorni d’estate?” Ma in ultimo, da quelle visite non risultava una scoperta; risultava soltanto una contradizione. E il difensore del Padilla ne deduce, con troppo evidente ragione, che “dalla lettura dell’istesso processo offensiuo, non si vede constare del corpo del delitto; requisito e preambolo necessario, acciò si venga a Reato, atto tanto pregiudiciale, e danno irreparabile”. E osserva che, tanto più era necessario, in quanto l’effetto che si voleva attribuire a un delitto, il morir tante persone, aveva la sua causa naturale. “Per i quali giuditii incerti”, dice, “quanto fosse necessario venire all’esperienza, lo ricercavano le maligne costellationi, et li pronostici de’ Matthematici, quali nell’anno 1630 altro non concludevano che peste, e finalmente il veder tante città insigni della Lombardia, et Italia rimanere desolate, et dalla peste distrutte, in quali non si sentirno pensieri, né timori di onto.” Anche l’errore vien qui in aiuto della verità: la quale però non n’aveva bisogno. E fa male il vedere come quest’uomo, dopo aver fatto e questa e altre osservazioni, ugualmente atte a dimostrar chimerico il delitto medesimo, dopo avere attribuito alla forza de’ tormenti le deposizioni che accusavano il suo cliente, dica in un luogo queste strane parole: “conuien confessare, che per malignità de’ detti nominati, et altri complici, con animo ancor di svaligiare le case, et far guadagni, come il detto Barbiere, al fol. 104, disse, si movessero a tanto delitto contro la propria Patria.” Nella lettera d’informazione al governatore, il capitano di giustizia parla di questa circostanza così: “Il barbiero è preso, in casa di cui si sono trovate alcune misture, per giudicio de periti, molto sospette.” Sospette! È una parola con cui il giudice comincia, ma con cui non finisce, se non suo malgrado, e dopo aver tentati tutti i mezzi per arrivare alla certezza. E se ognuno non sapesse, o non indovinasse quelli ch’erano in uso anche allora, e che si sarebbero potuti adoprare, quando si fosse veramente pensato a chiarirsi sulla qualità velenosa di quella porcheria, l’uomo che presiedeva al processo ce l’avrebbe fatto sapere. In quell’altra lettera rammentata poco sopra, con la quale il tribunale della Sanità aveva informato il governatore di quel grande imbrattamento del 18 di maggio, si parlava pure d’un esperimento fatto sopra de’ cani, “per accertarsi se tali ontuosità erano pestilentiali o no”.
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
queste cose, come se ne facessero una, negò e sostenne bravamente i tormenti. Mentre pendeva la sua causa, un prete (che fu un altro de’ testimoni fatti citar dal Padilla), pregato da un parente di questo Baruello, lo raccomandò a un fiscale del senato; il quale venne poi a dirgli che il suo raccomandato era sentenziato a morte, con tutta quell’aggiunta di carnificine; ma insieme, che “il senato s’accontentava di proccurarli da S.E. l’impunità”. E incaricò il prete che andasse a trovarlo, e vedesse di persuaderlo a dir la verità: “poiché il Senato vol sapere il fondamento di questo negocio, e pensa di saperlo da lui”. Dopo averlo condannato! e dopo quelle esecuzioni! Il Baruello, sentita la crudele notizia, e la proposizione, disse: “faranno poi di me come hanno fatto del Commissario?” Avendogli il prete detto che la promessa gli pareva sincera, cominciò una storia: che un tale (il quale era morto) l’aveva condotto dal barbiere; e questo, alzato un telo del parato della stanza, che nascondeva un uscio, l’aveva introdotto in una gran sala, dov’eran molte persone a sedere, tra le quali il Padilla. Al prete, che non aveva l’impegno di trovar de’ rei, parvero cose strane; sicché l’interruppe, avvertendolo che badasse di non perdere il corpo e l’anima insieme; e se n’andò. Il Baruello accettò l’impunità, corresse la storia; e comparso l’undici di settembre davanti ai giudici, raccontò loro che un maestro di scherma (vivo pur troppo) gli aveva detto esserci una buona occasione di diventar ricchi, facendo un servizio al Padilla; e l’aveva poi condotto sulla piazza del castello, dov’era arrivato il Padilla medesimo con altri, e l’aveva subito invitato ad essere uno di quelli che ungevano sotto i suoi ordini, per vendicar gl’insulti fatti a don Gonzalo de Cordova, nella sua partenza da Milano; e gli aveva dato danari, e un vasetto di quell’unto micidiale. Dire che in questa storia, della quale qui accenniam soltanto il principio, ci fossero delle cose inverisimili, non sarebbe parlar propriamente; era tutto un monte di stravaganze,  come  il  lettore  ha  potuto  vedere  da  questo  solo  saggio. Dell’inverisimiglianze però ce ne trovarono anche i giudici e, per di più, delle contradizioni: per ciò, dopo varie interrogazioni, seguite da risposte che imbrogliavan la cosa sempre più, gli dissero, che si esplichi meglio, perché si possa cavar cosa accertata da quello che dice. Allora, o fosse un suo ritrovato per uscir d’impiccio in qualunque maniera, o fosse un vero accesso di frenesia, che ce n’era abbastanza cagioni, si mise a tremare, a storcersi, a gridare: aiuto! a voltolarsi per terra, a volersi nascondere sotto una tavola. Fu esorcizzato, acquietato, stimolato a dire; e cominciò un’altra storia, nella quale fece
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
sette pagine in 4·,con pochissime omissioni, o aggiunte, o variazioni, la più considerabile delle quali è d’aver diviso in capitoli e in capoversi un testo che nello scritto originale andava tutto di seguito. Ma chi mai s’immaginerebbe che l’avvocato napoletano, dovendo raccontare altre sollevazioni, non di Barcellona, né di Lisbona, ma quella di Palermo, del 1647, e quella di Napoli, contemporanea e più celebre, per la singolarità e per l’importanza degli avvenimenti, e per Masaniello, non trovasse da far meglio, né da far più che di prendere, non i materiali, ma la cosa bell’e fatta, dall’opera del cavaliere e procurator di san Marco? Chi l’anderebbe a pensare soprattutto dopo aver lette le parole con le quali il Giannone entra in quel racconto? e son queste: “Gli avvenimenti infelici di queste rivoluzioni sono stati descritti da più autori: alcuni gli vollero far credere portentosi, e fuor del corso della natura: altri con troppo sottili minuzie distraendo i leggitori, non ne fecero nettamente concepire le vere cagioni, i disegni, il proseguimento, ed il fine: noi per ciò, seguendo gli scrittori più serj e prudenti, gli ridurremo alla lor giusta e natural positura.” Eppure ognuno può vedere, facendo il confronto, come, subito dopo queste sue parole, il Giannone metta mano a quelle del Nani, frammischiandoci ogni tanto, e specialmente sul principio, qualcheduna delle sue, facendo qua e là qualche cambiamento, alle volte per necessità, e nella stessa maniera che uno, il qual compri biancheria usata, leva il segno dell’antico padrone, e ci mette il suo. Così, dove il veneziano dice: “in quel regno”, il napoletano sostituisce: “in questo regno”; dove il contemporaneo dice che vi “restano le fazioni quasi che intiere”, il postero, che vi “restavano ancora le reliquie dell’antiche fazioni”. È vero che, oltre queste piccole aggiunte o variazioni, si trovano anche in quel lunghissimo squarcio, come pezzi messi a rimendo, alcuni brani più estesi, che non son del Nani. Ma, cosa veramente da non credersi, son presi da un altro quasi tutti, e quasi parola per parola: è roba di Domenico Parrino, scrittore (alla rovescia di molt’altri) oscuro, ma letto molto, e fors’anche più di quello che sperava lui medesimo, se, in Italia e fuori, è letta quanto lodata la “Storia civile del regno di Napoli”, che porta il nome di Pietro Giannone. Ché, senza allontanarci da que’ due periodi di storia de’ quali s’è fatto qui menzione, se, dopo le sollevazioni catalana e portoghese, il Giannone, trascrive dal Nani la caduta del favorito Olivares, trascrive poi dal Parrino il richiamo del duca di Medina vicerè di Napoli, che ne fu la conseguenza, e i ritrovati di questo per cedere il più tardi che fosse possibile il posto al successore Enriquez de Cabrera. Dal Parrino ugualmen-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
te, in gran parte, il governo di questo; e poi dall’uno e dall’altro, a intarsiatura, il governo del duca d’Arcos, per tutto quel tempo che precedette le sollevazioni di Palermo e di Napoli, e come abbiam detto, il progresso e la fine di queste, sotto il governo di D. Giovanni d’Austria, e del conte d’Oñatte. Poi dal Parrino solo, sempre a lunghi pezzi, o a pezzettini frequenti, la spedizione di quel vicerè contro Piombino e Portolongone; poi il tentativo del duca di Guisa contro Napoli; poi la peste del 1656. Poi dal Nani la pace de’ Pirenei, e dal Parrino una piccola appendice dove sono accennati gli effetti di essa nel regno di Napoli. Voltaire, parlando, nel “Secolo di Luigi XIV”, de’ tribunali istituiti da quel re, in Metz e in Brisac, dopo la pace di Nimega, per decidere delle sue proprie pretensioni sopra territori di stati vicini, nomina, in una nota, il Giannone con gran lode, com’era da aspettarsi, ma per fargli una critica. Ecco la traduzione di quella nota: “Giannone, così celebre per la sua utile storia di Napoli, dice che questi tribunali erano stabiliti a Tournay. Sbaglia frequentemente negli affari che non son del suo paese. Dice, per esempio, che, a Nimega, Luigi XIV fece la pace con la Svezia; e in vece questa era sua alleata.” Ma, lasciando da parte la lode, la critica, in questo caso, non è dovuta al Giannone, il quale, come in tant’altri casi, non fece nemmen la fatica di sbagliare. È vero che nel libro dell’uomo “così celebre”, si leggono queste parole: “Seguì poscia la pace fra la Francia, la Svezia, l’Imperio e l’Imperadore” (nelle quali, del rimanente, non saprei se non ci sia ambiguità piuttosto che errore); e quest’altre: “Aprirono poscia”, i francesi, “due tribunali, l’uno in Tournay, e l’altro in Metz; ed arrogandosi una giurisdizione non mai udita nel mondo sopra i principi lor vicini, fecero non solamente aggiudicare alla Francia, con titolo di dipendenze, tutto il paese che saltò loro in capriccio ne’ confini della Fiandra e dell’Imperio, ma se ne posero per via di fatto in possessione, costringendo gli abitanti a riconoscere il re Cristianissimo per sovrano, prescrivendo termini, ed esercitando tutti quegli atti di signoria che sono soliti i principi di praticare co’ sudditi.” Ma son parole di quel povero ignorato Parrino, e non già stralciate da quel suo pezzo di storia, ma portate via insieme con esso: ché spesso il Giannone, in vece di star lì a cogliere un frutto qua e uno là, leva l’albero addirittura, e lo trapianta nel suo giardino. Tutta, si può dire, la relazion della pace di Nimega è presa dal Parrino; come in gran parte, e con molte omissioni, ma con poche aggiunte, il viceregno in Napoli del marchese de los Veles, nel tempo del quale quella pace fu conclu-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
e raccontarti la suo pena ria, mille e mille sospiri uscir del petto e’ tuo begli occhi lagrimar faria; e se sapessi aprir bene el suo core, ne crederrebbe acquistare el tuo amore. Tu sei de’ tuo belli anni ora in sul fiore, tu sei nel colmo della tuo bellezza; se di donarla non ti fai onore, te la torrà per forza la vecchiezza: ché ’l tempo vola e non si arreston l’ore, e la rosa sfiorita non si aprezza. Dunque allo amante tuo fanne un presente: chi non fa quando può, tardi si pente. El tempo fugge e tu fuggir lo lassi, che non ha el mondo la più cara cosa; e se tu aspetti che ’l maggio trapassi, invan cercherai poi di côr la rosa. Quel che non si fa presto, mai poi fassi: or che tu puoi, non istar più pensosa. Piglia el tempo che fugge pel ciuffetto, prima che nasca qualche stran sospetto. Egli è nello infradue pur troppo stato, e non sa s’e’ si dorme o s’e’ s’è desto, o se gli è sciolto, o se gli è pur legato: deh, fa’ un colpo, dama, e sie per resto! Hai tu piacer di tenello impiccato? O tu l’affoga, o tu taglia el capresto. Non più, per Dio, questa ciriegia a bocca: o tu stendi omai l’arco, o tu lo scocca. Tu lo pasci di frasche e di parole, di risi e cenni, di vesciche e vento; e di’ che gli vuoi bene, e che ti duole di non poterlo far, dama, contento. Ogni cosa è possibile a chi vuole, pur che ’l foco lavori un poco drento: non più pratiche omai, faccisi l’opra,
Rime di Angelo Poliziano
C Vinto dalla durezza del tuo petto, ov’io non seppi ancor trovar merzede, ho cerco in altra trasferir l’affetto da mia devota servitute e fede. Ma è ne’ lacci tuoi mie cor sì stretto che di spiccarsi alcuna via non vede: e poi che vuol così mie dure sorte, fermo son di servire insino a morte.
Rime di Angelo Poliziano
92 – Quivi Cupido e’ suoi pennuti frati ................ 35 93 – Muove dal colle, mansueta e dolce .................35 94 – Raggia davanti all’uscio una gran pianta ........ 36 95 – La regia casa il sereno aier fende .....................36 96 – Le mura a torno d’artificio miro .................... 36 97 – Mille e mille color formon le porte ................ 37 98 – Ivi la Terra con distesi ammanti .....................37 99 – Nel tempestoso Egeo in grembo a Teti ...........37 100 – Vera la schiuma e vero il mar diresti .............38 101 – Giurar potresti che dell’onde uscissi .............38 102 – Questa con ambe man le tien sospesa .......... 38 103 – Indi paion levate inver le spere .....................39 104 – Nello estremo, se stesso el divin fabro .......... 39 105 – Nell’altra in un formoso e bianco tauro .......39 106 – Le ’gnude piante a sé ristrette accoglie .........40 107 – Or si fa Giove un cigno or pioggia d’oro .....40 108 – Fassi Nettunno un lanoso montone .............40 109 – Poi segue Dafne, e ’n sembianza si lagna ...... 41 110 – Dall’altra parte la bella Arianna ...................41 111 – Vien sovra un carro, d’ellera e di pampino ...41 112 – Sovra l’asin Silen, di ber sempre avido .........42 113 – Quasi in un tratto vista amata e tolta ...........42 114 – Posa giù del leone il fero spoglio .................. 42 115 – Gli omer setosi a Polifemo ingombrano .......43 116 – Dall’uno all’altro orecchio un arco face ........ 43 117 – e dica ch’ella è bianca più che il latte............ 43 118 – Duo formosi delfini un carro tirono .............44 119 – Intorno al bel lavor serpeggia acanto ............ 44 120 – Questo è ’l loco che tanto a Vener piacque ...44 121 – Or poi che ad ale tese ivi pervenne...............45 122 – Trovolla assisa in letto fuor del lembo ...........45 123 – Sovra e d’intorno i piccioletti Amori ............ 45 124 – Come avea delle penne dato un crollo .......... 46 125 – Onde vien, figlio, o qual n’apporti nuove? ...46
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Angelo Poliziano   Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano 31 e rinselvato le sagace nare del picciol bracco pur teme il meschino; ma ’l cervio par del veltro paventare, de’ lacci el porco o del fero mastino. Vedesi lieto or qua or là volare fuor d’ogni schiera il gioven peregrino; pel folto bosco el fer caval mette ale e trista fa qual fera Iulio assale. 32 Quale el centaur per la nevosa selva di Pelio o d’Elmo va feroce in caccia, dalle lor tane predando ogni belva: or l’orso uccide, or al lion minaccia; quanto è più ardita fera più s’inselva, e ’l sangue a tutte drento al cor s’aghiaccia; la selva trema e gli cede ogni pianta, gli arbori abbatte o sveglie, o rami schianta. 33 Ah quanto a mirar Iulio è fera cosa romper la via dove più ’l bosco è folto per trar di macchia la bestia crucciosa, con verde ramo intorno al capo avolto, colla chioma arruffata e polverosa, e d’onesto sudor bagnato il volto! Ivi consiglio a sua fera vendetta prese Amor, che ben loco e tempo aspetta;
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
34 e con sua man di leve aier compuose l’imagin d’una cervia altera e bella: con alta fronte, con corna ramose, candida tutta, leggiadretta e snella. E come tra le fere paventose al gioven cacciator s’offerse quella, lieto spronò il destrier per lei seguire, pensando in brieve darli agro martire. 35 Ma poi che ’nvan dal braccio el dardo scosse, del foder trasse fuor la fida spada, e con tanto furor il corsier mosse, che ’l bosco folto sembrava ampia strada. La bella fera, come stanca fosse, più lenta tuttavia par che sen vada; ma quando par che già la stringa o tocchi, picciol campo riprende avanti alli occhi. 36 Quanto più segue invan la vana effigie, tanto più di seguirla invan s’accende; tuttavia preme sue stanche vestigie, sem re la giunge, e pur mai non la prende: qual fino al labro sta nelle onde stigie Tantalo, e ’l bel giardin vicin gli pende, ma qualor l’acqua o il pome vuol gustare, subito l’acqua e ’l pome via dispare.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
67 Ma tosto ognuno allegro alzò le ciglia, veggendo salvo lì sì caro pegno: tal si fe’, poi che la sua dolce figlia ritrovò, Ceres giù nel morto regno. Tutta festeggia la lieta famiglia con essi, e Iulio di gioir fa segno, e quanto el può nel cor preme sua pena e il volto di letizia rasserena. 68 Ma fatta Amor la sua bella vendetta, mossesi lieto pel negro aere a volo, e ginne al regno di sua madre in fretta, ov’è de’ picciol suoi fratei lo stuolo: al regno ov’ogni Grazia si diletta, ove Biltà di fiori al crin fa brolo, ove tutto lascivo, drieto a Flora, Zefiro vola e la verde erba infiora. 69 Or canta meco un po’ del dolce regno, Erato bella, che ’l nome hai d’amore; tu sola, benché casta, puoi nel regno secura entrar di Venere e d’Amore; tu de’ versi amorosi hai sola il regno, teco sovente a cantar viensi Amore; e, posta giù dagli omer la faretra, tenta le corde di tua bella cetra.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
73 Lungo le rive e frati di Cupido, che solo uson ferir la plebe ignota, con alte voci e fanciullesco grido aguzzon lor saette ad una cota. Piacere e Insidia, posati in sul lido, volgono il perno alla sanguigna rota, e ’l fallace Sperar col van Disio spargon nel sasso l’acqua del bel rio. 74 Dolce Paura e timido Diletto, dolce Ire e dolce Pace insieme vanno; le Lacrime si lavon tutto il petto e ’l fiumicello amaro crescer fanno; Pallore smorto e paventoso Affetto con Magreza si duole e con Affanno; vigil Sospetto ogni sentiero spia, Letizia balla in mezo della via. 75 Voluttà con Belleza si gavazza, va fuggendo il Contento e siede Angoscia, el ceco Errore or qua or là svolazza, percuotesi il Furor con man la coscia; la Penitenzia misera stramazza, che del passato error s’è accorta poscia, nel sangue Crudeltà lieta si ficca, e la Desperazion se stessa impicca.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
106 Le ’gnude piante a sé ristrette accoglie quasi temendo il mar che lei non bagne: tale atteggiata di paura e doglie par chiami invan le dolci sue compagne; le qual rimase tra fioretti e foglie dolenti Europa ciascheduna piagne. , suona il lito, , e ’l tor nuota e talor li bacia e piedi. 107 Or si fa Giove un cigno or pioggia d’oro, or di serpente or d’un pastor fa fede, per fornir l’amoroso suo lavoro; or transformarsi in aquila si vede, come Amor vuole, e nel celeste coro portar sospeso il suo bel Ganimede, qual di cipresso ha il biondo capo avinto, ignudo tutto e sol d’ellera cinto. 108 Fassi Nettunno un lanoso montone, fassi un torvo giovenco per amore; fassi un cavallo il padre di Chirone diventa Febo in Tessaglia un pastore: e ’n picciola capanna si ripone colui ch’a tutto il mondo dà splendore, né li giova a sanar sue piaghe acerbe perch’e’ conosca la virtù dell’erbe.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
109 Poi segue Dafne, e ’n sembianza si lagna come dicessi: “O ninfa, non ten gire, ferma il piè, ninfa, sovra la campagna, ch’io non ti seguo per farti morire; così cerva lion, così lupo agna, ciascuna il suo nemico suol fuggire: me perché fuggi, o donna del mio core, cui di seguirti è sol cagione amore?”. 110 Dall’altra parte la bella Arianna colle sorde acque di Teseo si duole, e dell’aura e del sonno che la ’nganna; di paura tremando, come suole per picciol ventolin palustre canna, pare in atto aver prese tai parole: “Ogni fera di te meno è crudele, ognun di te più mi saria fedele”. 111 Vien sovra un carro, d’ellera e di pampino coverto Bacco, il qual duo tigri guidono, e con lui par che l’alta arena stampino Satiri e Bacche, e con voci alte gridono: quel si vede ondeggiar, quei par che ’nciampino, quel con un cembol bee, quelli altri ridono; qual fa d’un corno e qual delle man ciotola, quale ha preso una ninfa e qual si ruotola.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
121 Or poi che ad ale tese ivi pervenne, forte le scosse, e giù calassi a piombo, tutto serrato nelle sacre penne, come a suo nido fa lieto colombo: l’aier ferzato assai stagion ritenne della pennuta striscia il forte rombo: ivi racquete le triunfante ale, superbamente inver la madre sale. 122 Trovolla assisa in letto fuor del lembo, pur mo di Marte sciolta dalle braccia, il qual roverso li giacea nel grembo, pascendo gli occhi pur della sua faccia: di rose sovra a lor pioveva un nembo per rinnovarli all’amorosa traccia; a Vener dava a lui con voglie pronte mille baci negli occhi e nella fronte. 123 Sovra e d’intorno i piccioletti Amori scherzavon nudi or qua or là volando: e qual con ali di mille colori giva le sparte rose ventilando, qual la faretra empiea de’ freschi fiori, poi sovra il letto la venia versando, qual la cadente nuvola rompea fermo in su l’ale, e poi giù la scotea.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
Vegniamo  adunque  ormai  a  dar  principio  a  quello  che  è  nostro presuposto e, se possibil è, formiamo un cortegian tale, che quel principe che sarà degno d’esser da lui servito, ancor che poco stato avesse, si possa però chiamar grandissimo signore. Noi in questi libri non seguiremo un certo ordine o regula di precetti distinti, che ‘l più delle volte nell’insegnare qualsivoglia cosa usar si sòle; ma alla foggia di molti antichi, rinovando una grata memoria, recitaremo alcuni ragionamenti, i quali già passarono tra omini  singularissimi  a  tale  proposito;  e  benché  io  non  v’intervenissi presenzialmente per ritrovarmi, allor che furon detti, in Inghilterra, avendogli poco appresso il mio ritorno intesi da persona che fidelmente me gli narrò, sforzerommi a punto, per quanto la memoria mi comporterà, ricordarli, acciò che noto vi sia quello che abbiano giudicato e creduto di questa materia omini degni di somma laude ed al cui giudicio in ogni cosa prestar si potea indubitata fede. Né fia ancor fuor di proposito, per giungere ordinatamente al fine dove tende il parlar nostro, narrar la causa dei successi ragionamenti. II Alle pendici dell’Appennino, quasi al mezzo della Italia verso il mare Adriatico, è posta, come ognun sa, la piccola città d’Urbino; la quale, benché tra monti sia, e non così ameni come forse alcun’altri che veggiamo in molti lochi, pur di tanto avuto ha il cielo favorevole, che intorno il paese è fertilissimo e pien di frutti; di modo che, oltre alla salubrità dell’aere, si trova abundantissima d’ogni cosa che fa mestieri per lo vivere umano. Ma tra le maggior felicità che se le possono attribuire, questa credo sia la principale, che da gran tempo in qua sempre è stata dominata da ottimi Signori; avvenga che nelle calamità universali delle guerre della Italia essa ancor per un tempo ne sia restata. Ma non ricercando più lontano, possiamo di questo far bon testimonio con la gloriosa memoria del duca Federico, il quale a’ dì suoi fu lume della Italia; né mancano veri ed amplissimi testimonii, che ancor vivono, della sua prudenzia, della umanità, della giustizia, della liberalità, dell’animo invitto e della disciplina militare; della quale precipuamente fanno fede le sue tante vittorie, le espugnazioni de lochi inespugnabili, la sùbita prestezza nelle espedizioni, l’aver molte volte con pochissime genti fuggato numerosi e validissimi eserciti, né mai esser stato perditore in bat-
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
taglia alcuna; di modo che possiamo non senza ragione a molti famosi antichi  agguagliarlo.  Questo,  tra  l’altre  cose  sue  lodevoli,  nell’aspero  sito d’Urbino edificò un palazzo, secondo la opinione di molti, il più bello che in tutta Italia si ritrovi; e d’ogni oportuna cosa sì ben lo fornì, che non un palazzo, ma una città in forma de palazzo esser pareva; e non solamente di quello che ordinariamente si usa, come vasi d’argento, apparamenti di camere di ricchissimi drappi d’oro, di seta e d’altre cose simili, ma per ornamento  v’aggiunse  una  infinità  di  statue  antiche  di  marmo  e  di  bronzo, pitture singularissime, instrumenti musici d’ogni sorte; né quivi cosa alcuna volse, se non rarissima ed eccellente. Appresso con grandissima spesa adunò un gran numero di eccellentissimi e rarissimi libri greci, latini ed ebraici, quali tutti ornò d’oro e d’argento, estimando che questa fusse la suprema eccellenzia del suo magno palazzo. III Costui adunque, seguendo il corso della natura, già di sessantacinque anni,  come  era  visso,  così  gloriosamente  morì;  ed  un  figliolino  di  diece anni, che solo maschio aveva e senza madre, lasciò signore dopo sé; il qual fu Guid’Ubaldo. Questo, come dello stato, così parve che di tutte le virtù paterne fosse erede, e sùbito con maravigliosa indole cominciò a promettere tanto di sé, quanto non parea che fusse licito sperare da uno uom mortale; di modo che estimavano gli omini delli egregi fatti del duca Federico niuno esser maggiore, che l’avere generato un tal figliolo. Ma la fortuna, invidiosa di tanta virtù, con ogni sua forza s’oppose a così glorioso principio, talmente che, non essendo ancor il duca Guido giunto alli venti anni, s’infermò di podagre, le quali con atrocissimi dolori procedendo, in poco spazio di tempo talmente tutti i membri gli impedirono, che né stare in piedi né moversi potea; e così restò un dei più belli e disposti corpi del mondo deformato e guasto nella sua verde età. E non contenta ancor di questo, la fortuna in ogni suo disegno tanto gli fu contraria, ch’egli rare volte trasse ad effetto cosa che desiderasse; e benché in esso fosse il consiglio sapientissimo  e  l’animo  invittissimo,  parea  che  ciò  che  incominciava,  e nell’arme e in ogni altra cosa o piccola o grande, sempre male gli succedesse: e di ciò fanno testimonio molte e diverse sue calamità, le quali esso con tanto vigor d’animo sempre tollerò, che mai la virtù dalla fortuna non fu superata; anzi, sprezzando con l’animo valoroso le procelle di quella, e nella 14 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
meglio ce ne potrem guardare; e se la vena di pazzia che scopriremo sarà tanto abundante che ci paia senza rimedio, l’aiutaremo e, secondo la dottrina di fra Mariano, averemo guadagnato un’anima, che non fia poco guadagno.” Di questo gioco si rise molto, né alcun era che si potesse tener di parlare;  chi  diceva,  “Io  impazzirei  nel  pensare”;  chi,  “Nel  guardare”;  chi dicea, “Io già son impazzito in amare”; e tali cose. IX Allor  fra  Serafino,  a  modo  suo  ridendo:  “Questo,”  disse,  “sarebbe troppo lungo; ma se volete un bel gioco, fate che ognuno dica il parer suo, onde è che le donne quasi tutte hanno in odio i ratti ed aman le serpi; e vederete  che  niuno  s’apporrà,  se  non  io,  che  so  questo  secreto  per  una strana via.” E già cominciava a dir sue novelle; ma la signora Emilia gli impose silenzio, e trapassando la dama che ivi sedeva, fece segno all’Unico Aretino, al qual per l’ordine toccava; ed esso, senza aspettar altro comandamento, “Io,” disse, “vorrei esser giudice con autorità di poter con ogni sorte di tormento investigar di sapere il vero da’ malfattori; e questo per scoprir gl’inganni d’una ingrata, la qual, cogli occhi d’angelo e cor di serpente, mai non  accorda  la  lingua  con  l’animo  e  con  simulata  pietà  ingannatrice  a niun’altra cosa intende, che a far anatomia de’ cori: né se ritrova così velenoso serpe nella Libia arenosa, che tanto di sangue umano sia vago, quanto questa falsa; la qual non solamente con la dolcezza della voce e meliflue parole, ma con gli occhi, coi risi, coi sembianti e con tutti i modi è verissima sirena. Però, poiché non m’è licito, com’io vorrei, usar le catene, la fune o ‘l foco per saper una verità, desidero di saperla con un gioco, il quale è questo: che ognun dica ciò che crede che significhi quella lettera S, che la signora Duchessa porta in fronte; perché, avvenga che certamente questo ancor sia un artificioso velame per poter ingannare, per avventura si gli dirà qualche interpretazione da lei forse non pensata, e trovarassi che la fortuna, pietosa riguardatrice dei martìri degli omini, l’ha indutta con questo piccol segno a scoprire non volendo l’intimo desiderio suo, di uccidere e sepellir vivo in calamità chi la mira o la serve.” Rise la signora Duchessa, e vedendo l’Unico ch’ella voleva escusarsi di questa imputazione, “Non,” disse, “non parlate, Signora, che non è ora il vostro loco di parlare.” La signora Emilia allor si volse e disse: “Signor Unico, non è alcun di noi qui che non vi ceda in ogni cosa, ma molto più nel conoscer l’animo della signora Duchessa; e
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
sono  reputati  amarissimi,  essi  ritrovano  tanta  dolcezza,  penso  che  nelle amorevoli dimostrazioni debban sentir quella beatitudine estrema, che noi in  vano  in  questo  mondo  cerchiamo.  Vorrei  adunque  che  questa  sera  il gioco nostro fusse che ciascun dicesse, avendo ad esser sdegnata seco quella persona ch’egli ama, qual causa vorrebbe che fosse quella che la inducesse a tal sdegno. Ché se qui si ritrovano alcuni che abbian provato questi dolci sdegni, son certo che per cortesia desideraranno una di quelle cause che così  dolci  li  fa;  ed  io  forse  m’assicurerò  di  passar  un  poco  più  avanti  in amore, con speranza di trovar io ancora questa dolcezza, dove alcuni trovano l’amaritudine; ed in tal modo non potranno queste signore darmi infamia più ch’io non ami.” XI Piacque molto questo gioco e già ognun si preparava di parlar sopra la materia; ma non facendone la signora Emilia altramente motto, messer Pietro  Bembo,  che  era  in  ordine  vicino,  così  disse:  “Signori,  non  piccol dubbio ha risvegliato nell’animo mio il gioco proposto dal signor Ottaviano, avendo ragionato de’ sdegni d’amore: i quali, avvenga che varii siano, pur a me sono essi sempre stati acerbissimi, né da me credo che si potesse imparar condimento bastante per addolcirgli; ma forse sono più e meno amari secondo la causa donde nascono. Ché mi ricordo già aver veduto quella donna ch’io serviva verso me turbata, o per suspetto vano che da se stessa della fede mia avesse preso, o vero per qualche altra falsa opinione in lei nata dalle altrui parole a mio danno; tanto ch’io credeva niuna pena alla mia potersi agguagliare e parevami che ‘l maggior dolor ch’io sentiva fusse il patire non avendolo meritato, ed aver questa afflizione non per mia colpa, ma per poco amor di lei. Altre volte la vidi sdegnata per qualche error mio e conobbi l’ira sua proceder dal mio fallo; ed in quel punto giudicava che ‘l passato mal fosse stato levissimo a rispetto di quello ch’io sentiva allora; e pareami che l’esser dispiaciuto, e per colpa mia, a quella persona alla qual sola io desiderava e con tanto studio cercava di piacere, fosse il maggior tormento e sopra tutti gli altri. Vorrei adunque che ‘l gioco nostro fusse che ciascun dicesse, avendo ad esser sdegnata seco quella persona ch’egli ama, da chi vorrebbe che nascesse la causa del sdegno, o da lei, o da se stesso; per saper qual è maggior dolore, o far dispiacere a chi s’ama, o riceverlo pur da chi s’ama.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
cortegiani; e benché in ultimo sian stati scoperti e conosciuti, pur per molti dì ci hanno ingannato, e mantenuto negli animi nostri quella opinion di sé che prima in essi hanno trovato impressa, benché abbiano operato secondo il lor poco valore. Avemo veduti altri, al principio in pochissima estimazione, poi esser all’ultimo riusciti benissimo. E di questi errori sono diverse cause; e tra l’altre la ostinazion dei signori, i quali, per voler far miracoli, talor si mettono a dar favore a chi par loro che meriti disfavore. E spesso ancor essi s’ingannano; ma perché sempre hanno infiniti imitatori, dal favor loro deriva grandissima fama, la qual per lo più i giudici vanno seguendo; e se ritrovano qualche cosa che paia contraria alla commune opinione, dubitano di ingannar se medesimi e sempre aspettano qualche cosa di nascosto, perché pare che queste opinioni universali debbano pur esser fondate sopra il vero e nascere da ragionevoli cause, e perché gli animi nostri sono prontissimi allo amore ed all’odio, come si vede nei spettaculi de’ combattimenti e  de’  giochi  e  d’ogni  altra  sorte  contenzione,  dove  i  spettatori  spesso  si affezionano senza manifesta cagione ad una delle parti, con desiderio estremo che quella resti vincente e l’altra perda. Circa la opinione ancor delle qualità degli omini, la bona fama o la mala nel primo entrare move l’animo nostro ad una di queste due passioni. Però interviene che per lo più noi giudichiamo  con  amore,  o  vero  con  odio.  Vedete  adunque  di  quanta importanzia sia questa prima impressione e come debba sforzarsi d’acquistarla bona nei princìpi chi pensa aver grado e nome di bon cortegiano. XVII Ma per venire a qualche particularità, estimo che la principale e vera profession del cortegiano debba esser quella dell’arme; la qual sopra tutto voglio che egli faccia vivamente e sia conosciuto tra gli altri per ardito e sforzato e fidele a chi serve. E ‘l nome di queste bone condicioni si acquisterà facendone l’opere in ogni tempo e loco, imperò che non è licito in questo mancar mai, senza biasimo estremo; e come nelle donne la onestà, una volta macchiata, mai più non ritorna al primo stato, così la fama d’un gentilom che porti l’arme, se una volta in un minimo punto si denigra per coardia o altro rimproccio, sempre resta vituperosa al mondo e piena d’ignominia. Quanto più adunque sarà eccellente il nostro cortegiano in questa arte, tanto più sarà degno di laude; bench’io non estimi esser in lui necessaria quella perfetta cognizion di cose e l’altre qualità, che ad un capitano si Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 28 Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro primo  � convengono; ché per esser questo troppo gran mare, ne contentaremo, come avemo detto, della integrità di fede e dell’animo invitto e che sempre si vegga esser tale: perché molte volte più nelle cose piccole che nelle grandi si conoscono i coraggiosi; e spesso ne’ pericoli d’importanzia, e dove son molti testimonii, si ritrovano alcuni li quali, benché abbiano il core morto nel corpo, pur spinti dalla vergogna o dalla compagnia, quasi ad occhi chiusi vanno inanzi e fanno il debito loro, e Dio sa come; e nelle cose che poco premono e dove par che possano senza esser notati restar di mettersi a pericolo, volentier si lasciano acconciare al sicuro. Ma quelli ché ancor quando pensano non dover esser d’alcuno né mirati, né veduti, né conosciuti, mostrano ardire e non lascian passar cosa, per minima ch’ella sia, che possa loro esser carico, hanno quella virtù d’animo che noi ricerchiamo nel nostro cortegiano. Il quale non volemo però che si mostri tanto fiero, che sempre stia in su le brave parole e dica aver tolto la corazza per moglie, e minacci con quelle fiere guardature che spesso avemo vedute fare a Berto; ché a questi tali meritamente si po dir quello, che una valorosa donna in una nobile compagnia piacevolmente disse ad uno, ch’io per ora nominar non voglio, il quale, essendo da lei, per onorarlo, invitato a danzare, e rifiutando esso e questo e lo udir musica e molti altri intertenimenti offertigli, sempre  con  dir  così  fatte  novelluzze  non  esser  suo  mestiero,  in  ultimo, dicendo la donna, “Qual è adunque il mestier vostro?’, rispose con un mal viso: “Il combattere;’ allora la donna sùbito: “Crederei,’ disse, “che or che non siete alla guerra, né in termine de combattere, fosse bona cosa che vi faceste molto ben untare ed insieme con tutti i vostri arnesi da battaglia riporre in un armario finché bisognasse, per non ruginire più di quello che siate;’ e così, con molte risa de’ circunstanti, scornato lasciollo nella sua sciocca prosunzione. Sia adunque quello che noi cerchiamo, dove si veggon gli inimici, fierissimo, acerbo e sempre tra i primi; in ogni altro loco, umano, modesto e ritenuto, fuggendo sopra tutto la ostentazione e lo impudente laudar se stesso, per lo quale l’uomo sempre si còncita odio e stomaco da chi ode.” XVIII “Ed io,” rispose allora il signor Gaspar, “ho conosciuti pochi omini eccellenti in qualsivoglia cosa, che non laudino se stessi; e parmi che molto ben comportar lor si possa, perché chi si sente valere, quando si vede non Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
esser per l’opere dagli ignoranti conosciuto, si sdegna che ‘l valor suo stia sepulto e forza è che a qualche modo lo scopra, per non essere defraudato dell’onore, che è il vero premio delle virtuose fatiche. Però tra gli antichi scrittori, chi molto vale rare volte si astien da laudar se stesso. Quelli ben sono  intollerabili  che,  essendo  di  niun  merito,  si  laudano;  ma  tal  non presumiam noi che sia il nostro cortegiano.” Allor il Conte, “Se voi,” disse, “avete inteso, io ho biasmato il laudare se stesso impudentemente e senza rispetto; e certo, come voi dite, non si dee pigliar mala opinion d’un omo valoroso, che modestamente si laudi; anzi tôr quello per testimonio più certo che se venisse di bocca altrui. Dico ben che chi, laudando se stesso, non incorre in errore, né a sé genera fastidio o invidia da chi ode, quello è discretissimo ed, oltre alle laudi che esso si dà, ne merita ancor dagli altri; perché è cosa difficil assai.” Allora il signor Gaspar, “Questo,” disse, “ci avete da insegnar voi.” Rispose il Conte: “Tra gli antichi scrittori non è ancor mancato chi l’abbia insegnato; ma, al parer mio, il tutto consiste in dir le cose di modo, che paia che non si dicano a quel fine, ma che caggiano talmente a proposito, che non si possa restar di dirle, e sempre mostrando fuggir  le  proprie  laudi,  dirle  pure;  ma  non  di  quella  maniera  che  fanno questi bravi, che aprono la bocca e lascian venir le parole alla ventura; come pochi dì fa disse un de’ nostri che, essendogli a Pisa stato passata una coscia con una picca da una banda all’altra, pensò che fosse una mosca che l’avesse punto; ed un altro disse che non teneva specchio in camera perché quando si crucciava diveniva tanto terribile nell’aspetto, che veggendosi arìa fatto troppo gran paura a se stesso.” Rise qui ognuno; ma messer Cesare Gonzaga suggiunse: “Di che ridete voi? Non sapete che Alessandro Magno, sentendo che opinion d’un filosofo era che fussino infiniti mondi, cominciò a piangere, ed essendoli domandato perché piangeva, rispose, “Perch’io non ne ho ancor preso un solo;’ come se avesse avuto animo di pigliarli tutti? Non vi par che questa fosse maggior braveria che il dir della puntura della mosca?” Disse allor il Conte: “Anco Alessandro era maggior uom che non era colui che disse quella. Ma agli omini eccellenti in vero si ha da perdonare quando presumono assai di sé; perché chi ha da far gran cose, bisogna che abbia ardir di farle e confidenzia di se stesso e non sia d’animo abbietto o vile, ma sì ben modesto in parole, mostrando di presumer meno di se stesso che non fa, pur che quella presunzione non passi alla temerità.”
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
XIX Quivi  facendo  un  poco  di  pausa  il  Conte,  disse  ridendo  messer Bernardo  Bibiena:  “Ricordomi  che  dianzi  diceste  che  questo  nostro cortegiano  aveva  da  esser  dotato  da  natura  di  bella  forma  di  volto  e  di persona, con quella grazia che lo facesse così amabile. La grazia e ‘l volto bellissimo penso per certo che in me sia e perciò interviene che tante donne, quante sapete, ardeno dell’amor mio; ma della forma del corpo sto io alquanto dubbioso, e massimamente per queste mie gambe, che in vero non mi paiono così atte com’io vorrei; del busto e del resto contentomi pur assai bene. Dichiarate adunque un poco più minutamente questa forma del corpo, quale abbia ella da essere, acciò che io possa levarmi di questo dubbio e star con l’animo riposato.” Essendosi di questo riso alquanto, suggiunse il Conte: “Certo quella grazia del volto, senza mentire, dir si po esser in voi, né altro esempio adduco che questo, per dechiarire che cosa ella sia; ché senza dubbio veggiamo il vostro aspetto esser gratissimo e piacere ad ognuno, avvenga che i lineamenti d’esso non siano molto delicati; ma tien del virile, e pur è grazioso; e trovasi questa qualità in molte e diverse forme di volti. E di tal sorte voglio io che sia lo aspetto del nostro cortegiano, non così molle e feminile come si sforzano d’aver molti, che non solamente si crespano i capegli e spelano le ciglia, ma si strisciano con tutti que’ modi che si faccian le più lascive e disoneste femine del mondo; e pare che nello andare, nello stare ed in ogni altro lor atto siano tanto teneri e languidi, che le membra siano per staccarsi loro l’uno dall’altro; e pronunziano quelle parole così afflitte, che in quel punto par che lo spirito loro finisca; e quanto più si trovano con omini di grado, tanto più usano tai termini. Questi, poiché la natura, come essi mostrano desiderare di parere ed essere, non gli ha  fatti  femine,  dovrebbono  non  come  bone  femine  esser  estimati,  ma, come publiche meretrici, non solamente delle corti de’ gran signori, ma del consorzio degli omini nobili esser cacciati. XX Vegnendo adunque alla qualità della persona, dico bastar ch’ella non sia estrema in piccolezza né in grandezza; perché e l’una e l’altra di queste condicioni porta seco una certa dispettosa maraviglia e sono gli omini di tal sorte mirati quasi di quel modo che si mirano le cose monstruose; benché, 31 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
di bona grazia, fa, al parer mio, più bel spettaculo che alcun degli altri. Essendo adunque il nostro cortegiano in questi esercizi più che mediocremente esperto, penso che debba lasciar gli altri da canto; come volteggiar in terra, andar in su la corda e tai cose, che quasi hanno del giocolare e poco sono a gentilomo convenienti. Ma perché sempre non si po versar tra queste così faticose operazioni, oltra che ancor la assiduità sazia molto e leva quella ammirazione che si piglia delle cose rare, bisogna sempre variar con diverse azioni la vita nostra. Però voglio che ‘l cortegiano descenda qualche volta a più riposati e placidi esercizi, e per schivar la invidia e per intertenersi piacevolmente con ognuno faccia tutto quello che gli altri fanno, non s’allontanando però mai dai laudevoli atti e governandosi con quel bon giudicio che non lo lassi incorrere in alcuna sciocchezza; ma rida, scherzi, motteggi, balli  e  danzi,  nientedimeno  con  tal  maniera,  che  sempre  mostri  esser ingenioso e discreto ed in ogni cosa che faccia o dica sia aggraziato.” XXIII “Certo,” disse allor messer Cesare Gonzaga, “non si dovria già impedir il corso di questo ragionamento; ma, se io tacessi, non satisfarei alla libertà ch’io ho di parlare, né al desiderio di saper una cosa; e siami perdonato s’io, avendo a contradire, dimanderò; perché questo credo che mi sia licito, per esempio del nostro messer Bernardo, il quale per troppo voglia d’esser tenuto bell’omo, ha contrafatto alle leggi del nostro gioco, domandando e non contradicendo.” “Vedete,” disse allora la signora Duchessa, “come da un error solo molti ne procedono. Però chi falla e dà mal esempio, come messer Bernardo, non solamente merita esser punito del suo fallo, ma ancor dell’altrui.” Rispose allora messer Cesare: “Dunque io, Signora, sarò esente di pena, avendo messer Bernardo ad esser punito del suo e del mio errore.” “Anzi,” disse la signora Duchessa, “tutti dui devete aver doppio castigo: esso del suo fallo e dello aver indutto voi a fallire; voi del vostro fallo e dello aver imitato chi falliva.” “Signora,” rispose messer Cesare, “io fin  qui  non  ho  fallito;  però,  per  lasciar  tutta  questa  punizione  a  messer Bernardo solo, tacerommi.” E già si taceva; quando la signora Emilia ridendo, “Dite ciò che vi piace,” rispose, “ché, con licenzia però della signora Duchessa, io perdono a chi ha fallito e a chi fallirà in così piccol fallo.” Suggiunse la signora Duchessa: “Io son contenta; ma abbiate cura che non
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
secondo  la  intenzion  del  pittore,  scopre  chiaramente  la  eccellenzia dell’artifice, circa la opinion della quale ognuno poi si estende secondo il suo giudicio; e ‘l medesimo interviene quasi d’ogni altra cosa. Sarà adunque il nostro cortegiano stimato eccellente ed in ogni cosa averà grazia, massimamente  nel  parlare,  se  fuggirà  l’affettazione;  nel  qual  errore  incorrono molti, e talor più che gli altri alcuni nostri Lombardi; i quali, se sono stati un anno fuor di casa, ritornati sùbito cominciano a parlare romano talor spagnolo o franzese, e Dio sa come; e tutto questo procede da troppo desiderio di mostrar di saper assai; ed in tal modo l’omo mette studio e diligenzia in acquistar un vicio odiosissimo. E certo a me sarebbe non piccola fatica se in questi nostri ragionamenti io volessi usar quelle parole antiche toscane, che già sono dalla consuetudine dei Toscani d’oggidì rifiutate; e con tutto questo credo che ognun di me rideria.” XXIX Allor messer Federico, “Veramente,” disse, “ragionando tra noi, come or  facciamo,  forse  saria  male  usar  quelle  parole  antiche  toscane;  perché, come voi dite, dariano fatica a chi le dicesse ed a chi le udisse e non senza difficultà sarebbono da molti intese. Ma chi scrivesse, crederei ben io che facesse errore non usandole perché dànno molta grazia ed autorità alle scritture,  e  da  esse  risulta  una  lingua  più  grave  e  piena  di  maestà  che  dalle moderne.” “Non so,” rispose il Conte, “che grazia o autorità possan dar alle scritture quelle parole che si deono fuggire, non solamente nel modo del parlare, come or noi facciamo (il che voi stesso confessate), ma ancor in ogni altro che imaginar si possa. Ché se a qualsivoglia omo di bon giudicio occorresse far una orazione di cose gravi nel senato proprio di Fiorenza che è il capo di  Toscana,  o  ver  parlar  privatamente  con  persona  di  grado  in quella città di negoci importanti, o ancor con chi fosse dimestichissimo di cose piacevoli, con donne o cavalieri d’amore, o burlando o scherzando in feste, giochi, o dove si sia, o in qualsivoglia tempo, loco o proposito, son certo che si guardarebbe d’usar quelle parole antiche toscane; ed usandole, oltre al far far beffe di sé, darebbe non poco fastidio a ciascun che lo ascoltasse. Parmi adunque molto strana cosa usare nello scrivere per bone quelle parole, che si fuggono per viciose in ogni sorte di parlare; e voler che quello che mai non si conviene nel parlare, sia il più conveniente modo che usar si
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
che benissimo comprender si po che ‘l pittor ancor quelle conosce ed intende. Ed a questo bisogna un altro artificio maggiore in far quelle membra che scortano e diminuiscono a proporzion della vista con ragion di prospettiva;  la  qual  per  forza  di  linee  misurate,  di  colori,  di  lumi  e  d’ombre  vi mostra ancora in una superficie di muro dritto il piano e ‘l lontano, più e meno come gli piace. Parvi poi che di poco momento sia la imitazione dei colori  naturali  in  contrafar  le  carni,  i  panni  e  tutte  l’altre  cose  colorate? Questo far non po già il marmorario, né meno esprimer la graziosa vista degli occhi neri o azzurri, col splendor di que’ raggi amorosi. Non po mostrare il color de’ capegli flavi, non lo splendor dell’arme, non una oscura notte, non una tempesta di mare, non que’ lampi e saette, non lo incendio d’una città, non il nascere dell’aurora di color di rose, con quei raggi d’oro e di porpora; non po in somma mostrare cielo, mare, terra, monti, selve, prati, giardini, fiumi, città né case; il che tutto fa il pittore. LII Per questo parmi la pittura più nobile e più capace d’artificio che la marmoraria,  e  penso  che  presso  gli  antichi  fosse  di  suprema  eccellenzia come l’altre cose; il che si conosce ancor per alcune piccole reliquie che restano, massimamente nelle grotte di Roma, ma molto più chiaramente si po comprendere per i scritti antichi, nei quali sono tante onorate e frequenti menzioni e delle opre e dei maestri; e per quelli intendesi quanto fossero appresso i gran signori e le republiche sempre onorati. Però si legge che Alessandro amò sommamente Apelle Efesio e tanto, che avendogli fatto ritrar nuda una sua carissima donna ed intendendo il bon pittore per la maravigliosa bellezza di quella restarne ardentissimamente inamorato, senza rispetto alcuno gliela donò: liberalità veramente degna d’Alessandro, non solamente donar tesori e stati, ma i suoi proprii affetti e desidèri; e segno di grandissimo amor verso Apelle, non avendo avuto rispetto, per compiacer a lui, di dispiacere a quella donna che sommamente amava; la qual creder si po che molto si dolesse di cambiar un tanto re con un pittore. Narransi ancor molti altri segni di benivolenzia d’Alessandro verso d’Apelle; ma assai chiaramente  dimostrò  quanto  lo  estimasse,  avendo  per  publico commandamento ordinato che niun altro pittore osasse far la imagine sua. Qui potrei dirvi le contenzioni di molti nobili pittori con tanta laude e
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro primo  � maraviglia quasi del mondo; potrei dirvi con quanta solennità gli imperadori antichi ornavano di pitture i lor triunfi e ne’ lochi publici le dedicavano, e come care le comparavano; e che siansi già trovati alcuni pittori che donavano l’opere sue, parendo loro che non bastasse oro ne argento per pagarle; e come tanto pregiata fusse una tavola di Protogene che, essendo Demetrio a campo a Rodi, e possendo intrar dentro appiccandole il foco dalla banda dove  sapeva  che  era  quella  tavola,  per  non  abbrusciarla  restò  di  darle  la battaglia  e  così  non  prese  la  terra;  e  Metrodoro,  filosofo  e  pittore eccellentissimo, esser stato da’ Ateniesi mandato a Lucio Paulo per ammaestrargli i figlioli ed ornargli il triunfo che a far avea. E molti nobili scrittori hanno ancora di questa arte scritto; il che è assai gran segno per dimostrare in quanta estimazione ella fosse; ma non voglio che in questo ragionamento più ci estendiamo. Però basti solamente dire che al nostro cortegiano conviensi ancor della pittura aver notizia, essendo onesta ed utile ed apprezzata in que’ tempi che gli omini erano di molto maggior valore, che ora non sono, e quando mai altra utilità o piacer non se ne traesse, oltre che giovi a saper giudicar la eccellenzia delle statue antiche e moderne, di vasi, d’edifici, di medaglie, di camei, d’entagli e tai cose, fa conoscere ancor la bellezza dei corpi vivi, non solamente nella delicatura de’ volti, ma nella proporzion di tutto il resto, così degli omini come di ogni altro animale. Vedete adunque come lo avere cognizione della pittura sia causa di grandissimo piacere. E questo pensino quei che tanto godono contemplando le bellezze d’una donna che par lor essere in paradiso, e pur non sanno dipingere; il che se sapessero, arian molto maggior contento, perché più perfettamente  conosceriano  quella  bellezza,  che  nel  cor  genera  lor  tanta satisfazione.” LIII Rise quivi messer Cesare Gonzaga e disse: “Io già non son pittore; pur certo so aver molto maggior piacere di vedere alcuna donna, che non arìa, se or tornasse vivo, quello eccellentissimo Apelle che voi poco fa avete nominato.” Rispose il Conte: “Questo piacer vostro non deriva interamente da quella bellezza, ma dalla affezion che voi forse a quella donna portate; e, se volete dir il vero, la prima volta che voi a quella donna miraste, non sentiste la millesima parte del piacere che poi fatto avete, benché le bellezze
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
gli occhi in terra e par loro che la nave stia ferma e la riva si parta, e pur è il contrario; ché il porto, e medesimamente il tempo ed i piaceri, restano nel suo stato, e noi con la nave della mortalità fuggendo n’andiamo l’un dopo l’altro per quel procelloso mare che ogni cosa assorbe e devora, né mai più ripigliar terra ci è concesso, anzi, sempre da contrari venti combattuti, al fine in qualche scoglio la nave rompemo. Per esser adunque l’animo senile subietto  disproporzionato  a  molti  piaceri,  gustar  non  gli  po;  e  come  ai febrecitanti, quando dai vapori corrotti hanno il palato guasto, paiono tutti i vini amarissimi, benché preciosi e delicati siano, così ai vecchi per la loro indisposizione, alla qual però non manca il desiderio, paiono i piaceri insipidi e freddi e molto differenti da quelli che già provati aver si ricordano, benché i piaceri in sé siano li medesimi; però sentendosene privi, si dolgono e biasmano il tempo presente come malo, non discernendo che quella mutazione da sé e non dal tempo procede; e, per contrario, recandosi a memoria  i  passati  piaceri,  si  arrecano  ancor  il  tempo  nel  quale  avuti  gli hanno, e però lo laudano come bono perché pare che seco porti un odore di quello che in esso sentiamo quando era presente; perché in effetto gli animi nostri hanno in odio tutte le cose che state sono compagne de’ nostri dispiaceri ed amano quelle che state sono compagne dei piaceri. Onde accade che ad uno amante è carissimo talor vedere una finestra, benché chiusa, perché alcuna volta quivi arà avuto grazia di contemplare la sua donna; medesimamente vedere uno anello, una lettera, un giardino o altro loco o qualsivoglia  cosa,  che  gli  paia  esser  stata  consapevol  testimonio  de’  suoi piaceri; e per lo contrario, spesso una camera ornatissima e bella sarà noiosa a chi dentro vi sia stato prigione o patito vi abbia qualche altro dispiacere. Ed ho già io conosciuto alcuni, che mai non beveriano in un vaso simile a quello, nel quale già avessero, essendo infermi, preso bevanda medicinale; perché, così come quella finestra, o l’anello o la lettera, all’uno rappresenta la dolce memoria che tanto gli diletta, per parergli che quella già fosse una parte de’ suoi piaceri, così all’altro la camera o ‘l vaso par che insieme con la memoria rapporti la infirmità o la prigionia. Questa medesima cagion credo che mova i vecchi a laudare il passato tempo e biasmar il presente. II Però come del resto, così parlano ancor delle corti, affermando quelle di che essi hanno memoria esser state molto più eccellenti e piene di omini singulari, che non son quelle che oggidì veggiamo; e sùbito che occorrono Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 71 � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i tai ragionamenti, cominciano ad estollere con infinite laudi i cortegiani del duca Filippo, o vero del duca Borso; e narrano i detti di Nicolò Piccinino, e ricordano che in quei tempi non si saria trovato, se non rarissime volte, che si fosse fatto un omicidio; e che non erano combattimenti, non insidie, non inganni, ma una certa bontà fidele ed amorevole tra tutti, una sicurtà leale; e che nelle corti allor regnavano tanti boni costumi, tanta onestà, che i cortegiani tutti erano come religiosi; e guai a quello che avesse detto una mala parola all’altro o fatto pur un segno men che onesto verso una donna; e per lo contrario dicono in questi tempi esser tutto l’opposito; e che non solamente  tra  i  cortegiani  è  perduto  quell’amor  fraterno  e  quel  viver costumato, ma che nelle corti non regnano altro che invidie e malivolenzie, mali costumi e dissolutissima vita in ogni sorte di vicii; le donne lascive senza vergogna, gli omini effemminati. Dannano ancora i vestimenti, come disonesti e troppo molli. In somma riprendono infinite cose, tra le quali molte veramente meritano riprensione, perché non si po dir che tra noi non siano molti mali omini e scelerati, e che questa età nostra non sia assai più copiosa di vicii che quella che essi laudano. Parmi ben che mal discernano la causa di questa differenzia e che siano sciocchi, perché vorriano che al mondo fossero tutti i beni senza male alcuno; il che è impossibile, perché, essendo il male contrario al bene e ‘l bene al male, è quasi necessario che per la opposizione e per un certo contrapeso l’un sostenga e fortifichi l’altro, e mancando o crescendo l’uno, così manchi o cresca l’altro perché niuno contrario è senza l’altro suo contrario. Chi non sa che al mondo non arìa la giustizia, se non fossero le ingiurie? la magnanimità, se non fossero li pusilanimi? la continenzia, se non fosse la incontinenzia? la sanità, se non fosse la infirmità? la verità, se non fosse la bugia? la felicità, se non fossero le disgrazie? Però ben dice Socrate appresso Platone maravigliarsi che Esopo non abbia fatto uno apologo, nel quale finga, Dio, poiché non avea mai potuto unire il piacere e ‘l dispiacere insieme, avergli attaccati con la estremità, di modo che ‘l principio dell’uno sia il fin dell’altro; perché vedemo niuno piacer poterci mai esser grato, se ‘l dispiacere non gli precede. Chi po aver caro il riposo, se prima non ha sentito l’affanno della stracchezza? chi gusta il mangiare, il bere e ‘l dormire, se prima non ha patito fame, sete e sonno? Credo io, adunque, che le passioni e le infirmità siano date dalla natura agli omini non principalmente per fargli soggetti ad esse, perché non par conveniente che quella, che è madre d’ogni bene, dovesse di suo
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
andati a farsi vedere e che quella sia la loro principal professione.  Venga adunque il cortegiano a far musica come a cosa per passar tempo e quasi sforzato, e non in presenzia di gente ignobile, né di gran moltitudine; e benché sappia ed intenda ciò che fa, in questo ancor voglio che dissimuli il studio e la fatica che è necessaria in tutte le cose che si hanno a far bene, e mostri estimar poco in se stesso questa condizione, ma, col farla eccellentemente, la faccia estimar assai dagli altri.” XIII Allor il signor Gaspar Pallavicino, “Molte sorti di musica,” disse, “si trovano, così di voci vive, come di instrumenti; però a me piacerebbe intendere qual sia la migliore tra tutte ed a che tempo debba il cortegiano operarla.” “Bella musica,” rispose messer Federico, “parmi il cantar bene a libro sicuramente e con bella maniera; ma ancor molto più il cantare alla viola perché tutta la dolcezza consiste quasi in un solo, e con molto maggior attenzion si nota ed intende il bel modo e l’aria non essendo occupate le orecchie  in  più  che  in  una  sol  voce,  e  meglio  ancor  vi  si  discerne  ogni piccolo errore; il che non accade cantando in compagnia perché l’uno aiuta l’altro. Ma sopra tutto parmi gratissimo il cantare alla viola per recitare; il che tanto di venustà ed efficacia aggiunge alle parole, che è gran maraviglia. Sono  ancor  armoniosi  tutti  gli  instrumenti  da  tasti,  perché  hanno  le consonanzie molto perfette e con facilità vi si possono far molte cose che empiono l’animo di musicale dolcezza. E non meno diletta la musica delle quattro viole da arco, la quale è soavissima ed artificiosa. Dà ornamento e grazia assai la voce umana a tutti questi instrumenti de’ quali voglio che al nostro cortegian basti aver notizia; e quanto più però in essi sarà eccellente, tanto sarà meglio, senza impacciarsi molto di quelli che Minerva refiutò ed Alcibiade, perché pare che abbiano del schifo. Il tempo poi nel quale usar si possono queste sorti di musica estimo io che sia, sempre che l’omo si trova in una domestica e cara compagnia, quando altre facende non vi sono, ma sopra  tutto  conviensi  in  presenzia  di  donne,  perché  quegli  aspetti indolciscono gli animi di chi ode e più i fanno penetrabili dalla suavità della musica, e ancor svegliano i spiriti di chi la fa; piacemi ben, come ancor ho detto, che si fugga la moltitudine, e massimamente degli ignobili. Ma il condimento del tutto bisogna che sia la discrezione; perché in effetto saria impossibile imaginar tutti i casi che occorrono; e se il cortegiano sarà giusto
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
XXVII Ma non voglio che noi entriamo in ragionamenti di fastidio; però ben sarà dir degli abiti del nostro cortegiano; i quali io estimo che, pur che non siano fuor della consuetudine, né contrari alla professione, possano per lo resto tutti star bene, pur che satisfacciano a chi gli porta. Vero è ch’io per me amerei che non fossero estremi in alcuna parte, come talor sol essere il franzese in troppo grandezza e ‘l tedesco in troppo piccolezza, ma come sono e l’uno e l’altro corretti e ridutti in meglior forma dagli Italiani. Piacemi ancor sempre che tendano un poco più al grave e riposato, che al vano; però parmi che maggior grazia abbia nei vestimenti il color nero, che alcun altro; e se pur non è nero, che almen tenda al scuro; e questo intendo del vestir ordinario, perché non è dubbio che sopra l’arme più si convengan colori aperti  ed  allegri,  ed  ancor  gli  abiti  festivi,  trinzati,  pomposi  e  superbi. Medesimamente nei spettaculi publici di feste, di giochi, di mascare e di tai cose; perché così divisati portan seco una certa vivezza ed alacrità, che in vero  ben  s’accompagna  con  l’arme  e  giochi;  ma  nel  resto  vorrei  che mostrassino quel riposo che molto serva la nazion spagnola, perché le cose estrinseche spesso fan testimonio delle intrinseche.” Allor disse messer Cesare Gonzaga: “Questo a me daria poca noia perché, se un gentilom nelle altre cose vale, il vestire non gli accresce né scema mai riputazione.” Rispose messer Federico: “Voi dite il vero. Pur qual è di noi che, vedendo passeggiar un gentilomo con una robba addosso quartata di diversi colori, o vero con tante stringhette e fettuzze annodate e fregi traversati, non lo tenesse per  pazzo  o  per  buffone?”  “Né  pazzo,  né  buffone,”  disse  messer  Pietro Bembo,  “sarebbe  costui  tenuto  da  chi  fosse  qualche  tempo  vivuto  nella Lombardia  perché  così  vanno  tutti.”  “Adunque,”  rispose  la  signora  Duchessa ridendo, “se così vanno tutti, opporre non se gli dee per vizio, essendo a loro questo abito tanto conveniente e proprio quanto ai Veneziani il portar le maniche a cómeo ed ai Fiorentini il capuzzo.” “Non parlo io,” disse messer Federico, “più della Lombardia che degli altri lochi, perché d’ogni nazion se ne trovano e di sciocchi e d’avveduti. Ma per dir ciò che mi par d’importanzia nel vestire, voglio che ‘l nostro cortegiano in tutto l’abito  sia  pulito  e  delicato  ed  abbia  una  certa  conformità  di  modesta attillatura, ma non però di manera feminile o vana, né più in una cosa che nell’altra, come molti ne vedemo, che pongon tanto studio nella capigliara, che si scordano il resto; altri fan professione de denti, altri di barba, altri di
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
borzachini, altri di berrette, altri di cuffie; e così intervien che quelle poche cose più culte paiono lor prestate, e tutte l’altre che sono sciocchissime si conoscono  per  le  loro.  E  questo  tal  costume  voglio  che  fugga  il  nostro cortegiano, per mio consiglio; aggiungendovi ancor che debba fra se stesso deliberar ciò che vol parere e di quella sorte che desidera esser estimato, della medesima vestirsi, e far che gli abiti lo aiutino ad esser tenuto per tale ancor da quelli che non l’odono parlare, né veggono far operazione alcuna.” XXVIII “A  me  non  pare,”  disse  allor  el  signor  Gaspar  Pallavicino,  “che  si convenga, né ancor che s’usi tra persone di valore giudicar la condicion degli  omini  agli  abiti,  e  non  alle  parole  ed  alle  opere,  perché  molti s’ingannariano; né senza causa dicesi quel proverbio che l’abito non fa ‘l monaco.”  “Non  dico  io,”  rispose  messer  Federico,  “che  per  questo  solo s’abbiano a far i giudici resoluti delle condizion degli omini, né che più non si conoscano per le parole e per l’opere che per gli abiti; dico ben che ancor l’abito non è piccolo argomento della fantasia di chi lo porta, avvenga che talor possa esser falso; e non solamente questo, ma tutti i modi e costumi, oltre all’opere e parole, sono giudicio delle qualità di colui in cui si veggono.” “E che cose trovate voi,” rispose il signor Gasparo, “sopra le quali noi possiam far giudicio, che non siano né parole né opere?” Disse allor messer Federico: “Voi sete troppo sottile loico. Ma per dirvi come io intendo, si trovano alcune operazioni che poi che son fatte restano ancora, come l’edificare, scrivere ed altre simili; altre non restano, come quelle di che io voglio ora intendere: però non chiamo in questo proposito che ‘l passeggiare, ridere, guardare e tai cose, siano operazioni; e pur tutto questo di fuori dà notizia spesso di quel dentro. Ditemi, non faceste voi giudicio che fosse un vano e legger omo quello amico nostro, del quale ragionammo pur questa mattina, sùbito che lo vedeste passeggiar con quel torzer di capo, dimenandosi tutto, ed invitando con aspetto benigno la brigata a cavarsegli la berretta? Così ancora quando vedete uno che guarda troppo intento con gli occhi stupidi a foggia d’insensato, o che rida così scioccamente come que’ mutoli gozzuti delle montagne di Bergamo, avvenga che non parli o faccia altro, non lo tenete voi per un gran babuasso? Vedete adunque che questi modi e costumi, che io non intendo per ora che siano operazioni, fanno in gran parte che gli omini siano conosciuti. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
nostra; e però io per alcun modo non voglio consentirvi che ragionevol sia, anzi mi daria il core di concludervi, e con ragioni evidentissime, che senza questa perfetta amicizia gli omini sariano molto più infelici che tutti gli altri animali; e se alcuni guastano, come profani, questo santo nome d’amicizia, non è però da estirparla così degli animi nostri e per colpa dei mali privar i boni di tanta felicità. Ed io per me estimo che qui tra noi sia più di un par di amici, l’amor de’ quali sia indissolubile e senza inganno alcuno, e per durar fin alla morte con le voglie conformi, non meno che se fossero quegli antichi che voi dianzi avete nominati; e così interviene quando, oltre alla inclinazion che nasce dalle stelle, l’omo s’elegge amico a sé simile di costumi; e ‘l tutto intendo che sia tra boni e virtuosi, perché l’amicizia de’ mali non è amicizia. Laudo ben che questo nodo così stretto non comprenda o leghi più che dui, ché altramente forse saria pericoloso; perché, come sapete,  più  difficilmente  s’accordano  tre  instromenti  di  musica  insieme, che dui. Vorrei adunque che ‘l nostro cortegiano avesse un precipuo e cordial amico, se possibil fosse, di quella sorte che detto avemo; poi, secondo ‘l valore e meriti, amasse, onorasse ed osservasse tutti gli altri, e sempre procurasse d’intertenersi più con gli estimati e nobili e conosciuti per boni, che con gli ignobili e di poco pregio; di manera che esso ancor da loro fosse amato ed onorato; e questo gli verrà fatto se sarà cortese, umano, liberale, affabile e dolce in compagnia, officioso e diligente nel servire e nell’aver cura dell’utile ed onor degli amici così assenti come presenti, supportando i lor diffetti naturali e supportabili, senza rompersi con essi per piccol causa, e correggendo in se stesso quelli che amorevolmente gli saranno ricordati; non si anteponendo mai agli altri con cercar i primi e i più onorati lochi, né con fare come alcuni che par che sprezzino il mondo e vogliano con una certa austerità molesta dar legge ad ognuno; ed oltre allo essere contenziosi in ogni minima cosa e fuor di tempo, riprender ciò che essi non fanno e sempre cercar causa di lamentarsi degli amici; il che è cosa odiosissima.” XXXI Quivi essendosi fermato di parlare messer Federico, “Vorrei,” disse il signor Gasparo Pallavicino, “che voi ragionaste un poco più minutamente di questo conversar con gli amici che non fate; ché in vero vi tenete molto al generale e quasi ci mostrate le cose per transito.” “Come per transito?” rispose messer Federico. “Vorreste voi forse che io vi dicessi ancor le parole Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i XXXIII “Io  non  so  come  questo  giovi,”  rispose  messer  Bernardo  Bibiena; “perché a me più volte è intervenuto e, credo, a molt’altri, che avendomi formato nell’animo, per detto di persone di giudicio, una cosa esser di molta eccellenzia prima che veduta l’abbia, vedendola poi, assai mi è mancata e di gran lunga restato son ingannato di quello ch’io estimava; e ciò d’altro non è proceduto che dall’aver troppo creduto alla fama ed aver fatto nell’animo mio un tanto gran concetto, che, misurandolo poi col vero, l’effetto, avvenga che sia stato grande ed eccellente, alla comparazion di quello che imaginato aveva, m’è parso piccolissimo. Così dubito ancor che possa intervenir del cortegiano. Però non so come sia bene dar queste aspettazioni e mandar innanzi quella fama; perché gli animi nostri spesso formano cose alle quali impossibil è poi corrispondere, e così più se ne perde che non si guadagna.” Quivi  disse  messer  Federico:  “Le  cose  che  a  voi  ed  a  molt’altri  riescono minori  assai  che  la  fama,  son  per  il  più  di  sorte,  che  l’occhio  al  primo aspetto le po giudicare; come se voi non sarete mai stato a Napoli o a Roma, sentendone ragionar tanto imaginarete più assai di quello che forse poi alla vista vi riuscirà; ma delle condizioni degli omini non intervien così, perché quello che si vede di fuori è il meno. Però se ‘l primo giorno, sentendo ragionare un gentilomo, non comprenderete che in lui sia quel valore che avevate prima imaginato, non così presto vi spogliarete della bona opinione come in quelle cose delle quali l’occhio sùbito è giudice, ma aspettarete di dì in dì scoprir qualche altra nascosta virtù tenendo pur ferma sempre quella  impressione  che  v’è  nata  dalle  parole  di  tanti;  ed  essendo  poi  questo (come io presupongo che sia il nostro cortegiano) così ben qualificato, a ogn’ora meglio vi confermarà a credere a quella fama, perché con l’opere ve ne darà causa, e voi sempre estimarete qualche cosa più di quello che vedrete. XXXIV E certo non si po negar che queste prime impressioni non abbiano grandissima forza e che molta cura aver non vi si debba; ed acciò che comprendiate  quanto  importino,  dicovi  che  io  ho  a’  miei  dì  conosciuto  un gentilomo, il quale, avvenga che fosse di assai gentil aspetto e di modesti costumi ed ancor valesse nell’arme, non era però in alcuna di queste condizioni tanto eccellente, che non se gli trovassino molti pari ed ancor superio-
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i cosa  è  beffare  e  ridersi  dei  vizi  collocati  in  persone  né  misere  tanto  che movano  compassione,  né  tanto  scelerate  che  paia  che  meritino  esser condennate a pena capitale, né tanto grandi che un loro piccol sdegno possa far gran danno. XLVII Avete ancor a sapere che dai lochi donde si cavano motti da ridere, si posson medesimamente cavare sentenzie gravi per laudare e per biasimare, e talor con le medesime parole; come, per laudar un om liberale, che metta la robba sua in commune con gli amici, suolsi dire che ciò ch’egli ha non è suo; il medesimo si po dir per biasimo d’uno che abbia rubato, o per altre male arti acquistato quel che tiene. Dicesi ancor: “Colei è una donna d’assai’, volendola laudar di prudenzia e bontà; il medesimo poria dir chi volesse biasimarla, accennando che fosse donna di molti. Ma più spesso occorre servirsi dei medesimi lochi a questo, proposito, che delle medesime parole; come a questi dì, stando a messa in una chiesa tre cavalieri ed una signora, alla  quale  serviva d’amore  uno  dei  tre,  comparve  un  povero  mendico,  e postosi avanti alla signora, cominciolle a dimandare elemosina; e così con molta importunità  e  voce  lamentevole  gemendo  replicò  più  volte  la  sua domanda: pur, con tutto questo essa non gli diede mai elimosina, né ancor gliela negò con fargli segno che s’andasse con Dio, ma stette sempre sopra di  sé,  come  se  pensasse  in  altro.  Disse  allor  il  cavalier  inamorato  ai  dui compagni: “Vedete ciò ch’io posso sperare dalla mia signora, che è tanto crudele, che non solamente non dà elemosina a quel poveretto ignudo morto di fame, che con tanta passion e tante volte a lei la domanda, ma non gli dà pur licenzia; tanto gode di vedersi inanzi una persona che languisca in miseria  e  in  van  le  domandi  mercede’.  Rispose  un  dei  dui:  “Questa  non  è crudeltà, ma un tacito ammaestramento di questa signora a voi, per farvi conoscere che essa non compiace mai a chi le dimanda con molta importunità’. Rispose l’altro: “Anzi è un avvertirlo che, ancor ch’ella non dia quello che se gli domanda, pur le piace d’esserne pregata’. Eccovi, dal non aver quella signora dato licenzia al povero, nacque un detto di severo biasimo, uno di modesta laude ed un altro di gioco mordace.
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Strascino; e tai cose, che in essi son convenientissime, per esser quella la lor professione. Ma a noi bisogna per transito e nascosamente rubar questa imitazione, servando sempre la dignità del gentilomo, senza dir parole sporche o far atti men che onesti, senza distorgersi il viso o la persona così senza ritegno; ma far i movimenti d’un certo modo, che chi ode e vede per le parole e gesti nostri imagini molto più di quello che vede ed ode, e perciò s’induca a ridere. Deesi ancor fuggir in questa imitazione d’esser troppo mordace nel riprendere, massimamente le deformità del volto o della persona; ché sì come i vicii del corpo danno spesso bella materia di ridere a chi discretamente se ne vale, così l’usar questo modo troppo acerbamente è cosa non sol da buffone, ma ancor da inimico. Però bisogna, benché difficil sia, circa questo tener, come ho detto, la manera del nostro messer Roberto, che ognun contrafà, e non senza pungerl’in quelle cose dove hanno diffetti, ed in presenzia d’essi medesimi; e pur niuno se ne turba né par che possa averlo per male; e di questo non ne darò esempio alcuno, perché ogni dì in esso tutti ne vedemo infiniti. LI Induce ancor molto a ridere, che pur si contiene sotto la narrazione, il recitar con bona grazia alcuni diffetti d’altri, mediocri però e non degni di maggior supplicio, come le sciocchezze talor simplici, talor accompagnate da un poco di pazzia pronta e mordace; medesimamente certe affettazioni estreme; talor una grande e ben composta bugia. Come narrò pochi dì sono messer Cesare nostro una bella sciocchezza, che fu, che ritrovandosi alla presenzia del podestà di questa terra, vide venire un contadino a dolersi che gli era stato rubato un asino; il qual, poi che ebbe detto della povertà sua e dell’inganno fattogli da quel ladro, per far più grave la perdita sua, disse: “Messere, se voi aveste veduto il mio asino, ancor più conoscereste quanto io ho ragion di dolermi; ché quando aveva il suo basto addosso parea propriamente un Tullio’. Ed un de’ nostri, incontrandosi in una mattà di  capre,  innanzi  alle  quali  era  un  gran  becco,  si  fermò  e  con  un  volto maraviglioso disse: “Guardate bel becco! pare un san Paulo’. Un altro dice il signor Gasparo aver conosciuto, il qual, per essere antico servitore del duca Ercole di Ferrara, gli avea offerto dui suoi piccoli figlioli per paggi; e questi, prima che potessero venirlo a servire, erano tutti dui morti; la qual cosa 117 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
proponea un maestro per insegnar grammatica a’ suoi figlioli, e poi che gliel’ebbe  laudato  per  molto  dotto,  venendo  al  salario  disse  che  oltre  ai denari volea una camera fornita per abitare e dormire, perché esso non avea letto: allor messer Annibal sùbito rispose: “E come po egli esser dotto, se non ha letto?’ Eccovi come ben si valse del vario significato di quello “non aver letto’. Ma perché questi motti ambigui hanno molto dell’acuto, per pigliar l’omo le parole in significato diverso da quello che le pigliano tutti gli altri, pare, come ho detto, che più presto movano maraviglia che riso, eccetto  quando  sono  congiunti  con  altra  manera  di  detti.  Quella  sorte adunque  di  motti  che  più  s’usa  per  far  ridere  è  quando  noi  aspettiamo d’udir una cosa, e colui che risponde ne dice un’altra e chiamasi “fuor d’opinione’. E se a questo è congiunto lo ambiguo, il motto diventa salsissimo; come l’altr’ieri, disputandosi di fare un bel “mattonato’ nel camerino della signora Duchessa, dopo molte parole voi, Ioan Cristoforo, diceste: “Se noi potessimo avere il vescovo di Potenzia e farlo ben spianare, saria molto a proposito, perché egli è il più bel “matto nato” ch’io vedessi mai’. Ognun rise molto, perché dividendo quella parola “mattonato’ faceste lo ambiguo; poi dicendo che si avesse a spianare un vescovo e metterlo per pavimento d’un  camerino,  fu  for  di  opinione  di  chi  ascoltava;  così  riuscì  il  motto argutissimo e risibile. LVIX Ma dei motti ambigui sono molte sorti; però bisogna essere avvertito ed uccellar sottilissimamente alle parole, e fuggir quelle che fanno il motto freddo, o che paia che siano tirate per i capelli, o vero, secondo che avemo detto, che abbian troppo dello acerbo. Come ritrovandosi alcuni compagni in casa d’un loro amico, il quale era cieco da un occhio, e invitando quel cieco la compagnia a restar quivi a desinare, tutti si partirono eccetto uno; il qual disse: “Ed io vi restarò, perché veggo esserci vuoto il loco per uno’; e così col dito mostrò quella cassa d’occhio vuota. Vedete che questo è acerbo e discortese troppo, perché morse colui senza causa e senza esser stato esso prima punto, e disse quello che dir si poria contra tutti i ciechi; e tai cose universali non dilettano, perché pare che possano essere pensate. E di questa sorte fu quel detto ad un senza naso: “E dove appicchi tu gli occhiali?’ o: “Con che fiuti tu l’anno le rose?’ 123 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
troppo per scherzare e poco per far da dovero. E disse, essendogli referito quanto il re Ferrando minore fosse agile e disposto della persona nel correre, saltare, volteggiare e tai cose, che nel suo paese i schiavi facevano questi esercizi,  ma  i  signori  imparavano  da  fanciulli  la  liberalità  e  di  questa  si laudavano. Quasi ancora di tal manera, ma un poco più ridiculo, fu quello che disse l’arcivescovo di Fiorenza al cardinale Alessandrino, che gli omini non hanno altro che la robba, il corpo e l’anima: la robba è lor posta in travaglio dai iurisconsulti, il corpo dai medici e l’anima dai teologi.” Rispose allor il Magnifico Iuliano: “A questo giunger si potrebbe quello che diceva Nicoletto, cioè che di raro si trova mai iurisconsulto che litighi, né medico che pigli medicina, né teologo che sia bon cristiano.” LXVII Rise messer Bernardo, poi suggiunse: “Di questi sono infiniti esempi, detti da gran signori ed omini gravissimi. Ma ridesi ancora spesso delle comparazioni, come scrisse il nostro Pistoia a Serafino: “Rimanda il valigion che assimiglia’; ché, se ben vi ricordate, Serafino s’assimigliava molto ad una valigia. Sono ancora alcuni che si dilettano di comparar omini e donne a cavalli, a cani, ad uccelli e spesso a casse, a scanni, a carri, a candeglieri; il che talor ha grazia, talor è freddissimo. Però in questo bisogna considerare il loco, il tempo, le persone e l’altre cose che già tante volte avemo detto.” Allor il signor Gaspar Pallavicino: “Piacevole comparazione,” disse, “fu quella che fece il signor Giovanni Gonzaga nostro, di Alessandro Magno al signor Alessandro suo figliolo.” “Io non lo so” rispose messer Bernardo. Disse il signor Gasparo: “Giocava il signor Giovanni a tre dadi e, come è sua usanza, aveva perduto molti ducati e tuttavia perdea; ed il signor Alessandro suo figliolo, il quale, ancor che sia fanciullo, non gioca men volentieri che ‘l padre, stava con molta attenzione mirandolo, e parea tutto tristo. Il Conte di  Pianella,  che  con  molti  altri  gentilomini  era  presente,  disse:  “Eccovi, signore, che ‘l signor Alessandro sta mai contento della vostra perdita e si strugge aspettando pur che vinciate, per aver qualche cosa di vinta; però cavatilo di questa angonia, e prima che perdiate il resto donategli almen un ducato,  acciò  che  esso  ancor  possa  andare  a  giocare  co’  suoi  compagni’. Disse  allor  il  signor  Giovanni:  “Voi  v’ingannate,  perché  Alessandro  non pensa a così piccol cosa; ma, come sì scrive che Alessandro Magno, mentre 129 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
gentilomo.” Disse il signor Gasparo: “Bisogneria ritrovare una sottil regola per cognoscerle, perché il più delle volte quelle che sono in apparenzia le migliori in effetto sono il contrario.” Allor messer Bernardo ridendo disse: “Se qui presente non fosse il signor Magnifico nostro, il quale in ogni loco è allegato per protettor delle donne, io pigliarei l’impresa di rispondervi; ma non voglio far ingiuria a lui.” Quivi la signora Emilia, pur ridendo, disse: “Le donne non hanno bisogno di diffensore alcuno contra accusatore di così poca autorità; però lasciate pur il signor Gasparo in questa perversa opinione, e nata più presto dal suo non aver mai trovato donna che l’abbia voluto vedere, che da mancamento alcuno delle donne; e seguitate voi il ragionamento delle facezie.” LXX Allora messer Bernardo, “Veramente, signora,” disse, “omai parmi aver detto de’ molti lochi onde cavar si possono motti arguti, i quali poi hanno tanto più grazia, quanto sono accompagnati da una bella narrazione. Pur ancor molt’altri si potrian dire; come quando, o per accrescere o per minuire, si dicon cose che eccedeno incredibilmente la verisimilitudine; e di questa sorte fu quella che disse Mario da  Volterra d’un prelato, che si tenea tanto grand’omo, che quando egli entrava in san Pietro s’abbassava per non dare della testa nell’architravo della porta. Disse ancora il Magnifico nostro qui che Golpino suo servitore era tanto magro e secco, che una mattina, soffiando sott’il foco per accenderlo, era stato portato dal fumo su per lo camino insino alla cima; ed essendosi per sorte traversato ad una di quelle finestrette, avea aùto tanto di ventura, che non era volato via insieme con esso. Disse ancor messer Augustino Bevazzano che uno avaro, il quale non aveva voluto vendere il grano mentre che era caro, vedendo che poi s’era molto avvilito, per disperazione s’impiccò ad un trave della sua camera; ed avendo un servitor suo sentito il strepito, corse e vide il patron impiccato, e prestamente tagliò la fune e così liberollo dalla morte; da poi l’avaro, tornato in sé, volse che quel servitor gli pagasse la sua fune che tagliata gli avea. Di questa sorte pare ancor che sia quello che disse Lorenzo de’ Medici ad  un  buffon  freddo:  “Non  mi  faresti  ridere,  se  mi  solleticasti’.  E medesimamente  rispose  ad  un  altro  sciocco,  il  quale  una  mattina  l’avea trovato in letto molto tardi, e gli rimproverava il dormir tanto, dicendogli:
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
tempo poria esser cardinale’. Di questa sorte è ancor quello che disse Alfonso Santa Croce; il qual, avendo avuto poco prima alcuni oltraggi dal Cardinale di Pavia, e passeggiando fuor di Bologna con alcuni gentilomini presso al loco dove si fa la giustizia, e vedendovi un omo poco prima impiccato, se gli rivoltò con un certo aspetto cogitabundo e disse tanto forte che ognun lo sentì: “Beato tu, che non hai che fare col Cardinale di Pavia!’ LXXIII E questa sorte di facezie che tiene dell’ironico pare molto conveniente ad omini grandi, perché è grave e salsa e possi usare nelle cose giocose ed ancor  nelle  severe.  Però  molti  antichi,  e  dei  più  estimati,  l’hanno  usata, come Catone, Scipione Affricano minore; ma sopra tutti in questa dicesi esser stato eccellente Socrate filosofo, ed a’ nostri tempi il re Alfonso Primo d’Aragona; il quale essendo una mattina per mangiare, levossi molte preciose anella che nelli diti avea per non bagnarle nello lavar delle mani e così le diede  a  quello  che  prima  gli  occorse,  quasi  senza  mirar  chi  fusse.  Quel servitore pensò che ‘l re non avesse posto cura a cui date l’avesse e che, per i pensieri di maggior importanzia, facil cosa fosse che in tutto se lo scordasse; ed in questo più si confirmò, vedendo che ‘l re più non le ridomandava; e stando giorni e settimane e mesi senza sentirne mai parola, si pensò di certo esser sicuro. E così essendo vicino all’anno che questo gli era occorso, un’altra mattina, pur quando il re voleva mangiare, si rappresentò, e porse la mano per pigliar le anella; allora il re, accostatosegli all’orecchio, gli disse: “Bastinti  le  prime,  ché  queste  saran  bone  per  un  altro’.  Vedete  come  il motto è salso, ingenioso e grave e degno veramente della magnanimità d’uno Alessandro. LXXIV Simile a questa maniera che tende all’ironico è ancora un altro modo, quando con oneste parole si nomina una cosa viciosa. Come disse il Gran Capitano ad un suo gentilomo, il quale dopo la giornata della Cirignola, e quando le cose già erano in securo, gli venne incontro armato riccamente quanto dir si possa, come apparechiato di combattere; ed allor il Gran Capitano, rivolto a don Ugo di Cardona, disse: “Non abbiate ormai più paura di tormento di mare, ché santo Ermo è comparito’; e con quella onesta
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
parola lo punse, perché sapete che santo Ermo sempre ai marinari appar dopo la tempesta e dà segno di tranquillità; e così volse dire il Gran Capitano che, essendo comparito questo gentilomo, era segno che il pericolo già era in tutto passato. Essendo ancora il signor Ottaviano Ubaldino a Fiorenza in compagnia d’alcuni cittadini di molta autorità, e ragionando di soldati, un di quei gli addimandò se conosceva Antonello da Forlì, il qual allor s’era fuggito dal stato di Fiorenza. Rispose il signor Ottaviano: “Io non lo conosco altrimenti, ma sempre l’ho sentito ricordare per un sollicito soldato’; disse allor un altro Fiorentino: “Vedete come egli è sollicito, che si parte prima che domandi licenzia’. LXXV Arguti motti son ancor quelli, quando del parlar proprio del compagno l’omo cava quello che esso non vorria; e di tal modo intendo che rispose il signor Duca nostro a quel castellano che perdé San Leo, quando questo stato fu tolto da papa Alessandro e dato al duca Valentino; e fu, che essendo il signor Duca in Venezia in quel tempo ch’io ho detto, venivano di continuo molti de’ suoi sudditi a dargli secretamente notizia come passavan le cose del stato; e fra gli altri vennevi ancor questo castellano, il quale, dopo l’aversi escusato il meglio che seppe, dando la colpa alla sua disgrazia, disse: “Signor, non dubitate, ché ancor mi basta l’animo di far di modo, che si potrà ricuperar San Leo’. Allor rispose el signor Duca: “Non ti affaticar più in questo; ché già il perderlo è stato un far di modo, che ‘l si possa ricuperare’. Son alcun’altri detti quando un omo, conosciuto per ingenioso, dice una  cosa  che  par  che  proceda  da  sciocchezza.  Come  l’altro  giorno  disse messer Camillo Palleotto d’uno: “Questo pazzo, sùbito che ha cominciato ad arricchire, s’è morto’. È simile a questo modo una certa dissimulazion salsa ed acuta, quando un omo, come ho detto, prudente, mostra non intender quello che intende. Come disse il marchese Federico de Mantua, il quale, essendo stimulato da un fastidioso, che si lamentava che alcuni suoi vicini con lacci gli pigliavano i colombi della sua colombara e tuttavia in mano ne tenea uno impiccato per un piè insieme col laccio, che così morto trovato l’aveva, gli rispose che si provederia. Il fastidioso non solamente una volta ma molte replicando questo suo danno, col mostrar sempre il colombo così impiccato, dicea pur: “E che vi par, Signor, che far si debba di
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i questa cosa?’ Il Marchese in ultimo, “A me par’, disse, “che per niente quel colombo non sia sepellito in chiesa, perché essendosi impiccato da se stesso, è da credere che fosse disperato’. Quasi di tal modo fu quel di Scipione Nasica ad Ennio; ché, essendo andato Scipione a casa d’Ennio per parlargli, e chiamandol giù dalla strada, una sua fante gli rispose che egli non era in casa: e Scipione udì manifestamente che Ennio proprio avea detto alla fante che dicesse ch’egli non era in casa: così si partì. Non molto appresso venne Ennio a casa di Scipione e pur medesimamente lo chiamava stando da basso; a cui Scipione [ad] alta voce esso medesimo rispose che non era in casa. Allora Ennio, “Come? non conosco io’, rispose, “la voce tua?’ Disse Scipione: “Tu sei troppo discortese; l’altro giorno io credetti alla fante tua che tu non fossi in casa e ora tu nol voi credere a me stesso’. LXXVI È ancor bello, quando uno vien morso in quella medesima cosa che esso prima ha morso il compagno; come essendo Alonso Carillo alla corte di  Spagna  ed  avendo  commesso  alcuni  errori  giovenili  e  non  di  molta importanzia, per comandamento del re fu posto in prigione e quivi lasciato una notte. Il dì seguente ne fu tratto, e così, venendo a palazzo la mattina, giunse nella sala dove eran molti cavalieri e dame; e ridendosi di questa sua prigionia, disse la signora Boadilla: “Signor Alonso, a me molto pesava di questa vostra disavventura, perché tutti quelli che vi conoscono pensavan che ‘l re dovesse farvi impiccare’. Allora Alonso sùbito, “Signora’, disse, “io ancor ebbi gran paura di questo; pur aveva speranza che voi mi dimandaste per marito’. Vedete come questo è acuto ed ingenioso; perché in Spagna, come  ancor  in  molti  altri  lochi,  usanza  è  che  quando  si  mena  uno  alle forche, se una meretrice publica l’addimanda per marito, donasegli la vita. Di questo modo rispose ancor Rafaello pittore a dui cardinali suoi domestici, i quali, per farlo dire, tassavano in presenzia sua una tavola che egli avea fatta, dove erano san Pietro e san Paulo, dicendo che quelle due figure eran troppo  rosse  nel  viso.  Allora  Rafaello  sùbito  disse:  “Signori,  non  vi maravigliate; ché io questi ho fatto a sommo studio, perché è da credere che san Pietro e san Paulo siano, come qui gli vedete, ancor in cielo così rossi, per vergogna che la Chiesa sua sia governata da tali omini come siete voi’.
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i LXXVII Sono  ancor  arguti  quei  motti  che  hanno  in  sé  una  certa  nascosa suspizion di ridere, come, lamentandosi un marito molto e piangendo sua moglie, che da se stessa s’era ad un fico impiccata, un altro se gli accostò, tiratolo per la veste, disse: “Fratello, potrei io per grazia grandissima aver un rametto  de  quel  fico,  per  inserire  in  qualche  albero  dell’orto  mio?’  Son alcuni altri motti pazienti e detti lentamente con una certa gravità; come, portando un contadino una cassa in spalla, urtò Catone con essa, poi disse: “Guarda’. Rispose Catone: “Hai tu altro in spalla che quella cassa?’ Ridesi ancor quando un omo, avendo fatto un errore, per remediarlo dice una cosa  a  sommo  studio,  che  par  sciocca,  e  pur  tende  a  quel  fine  che  esso disegna, e con quella s’aiuta per non restar impedito. Come a questi dì, in consiglio di Fiorenza ritrovandosi doi nemici, come spesso interviene in queste republice, l’uno d’essi, il quale era di casa Altoviti, dormiva; e quello che gli sedeva vicino, per ridere, benché ‘l suo avversario, che era di casa Alamanni, non parlasse né avesse parlato, toccandolo col cubito lo risvegliò e disse: “Non odi tu ciò che il tale dice? rispondi, ché gli Signori dimandano del parer tuo’. Allora l’Altoviti, tutto sonnacchioso e senza pensar altro, si levò in piedi e disse: “Signori, io dico tutto il contrario di quello che ha detto l’Alamanni’. Rispose l’Alamanni: “Oh, io non ho detto nulla’. Sùbito disse l’Altoviti: “Di quello che tu dirai’. Disse ancor di questo modo maestro  Serafino,  medico  vostro  urbinate,  ad  un  contadino,  il  qual,  avendo avuta una gran percossa in un occhio, di sorte che in vero glielo avea cavato, deliberò pur d’andar per rimedio a maestro Serafino; ed esso, vedendolo, benché conoscesse esser impossibile il guarirlo, per cavargli denari delle mani, come quella percossa gli avea cavato l’occhio della testa, gli promise largamente di guarirlo; e così ogni dì gli addimandava denari, affermando che fra cinque o sei dì cominciaria a riaver la vista. Il pover contadino gli dava quel poco che aveva; pur, vedendo che la cosa andava in lungo, cominciò a dolersi del medico e dir che non sentiva miglioramento alcuno, né discernea con quello occhio più che se non l’avesse aùto in capo. In ultimo, vedendo maestro Serafino che poco più potea trargli di mano, disse: “Fratello mio, bisogna aver pacienzia: tu hai perduto l’occhio, né più v’è rimedio alcuno; e Dio voglia che tu non perdi anco quell’altro’. Udendo questo, il contadino si mise a piangere e dolersi forte e disse: “Maestro, voi m’avete assassinato e rubato i miei denari: io mi lamentarò al signor Duca’; e facea
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
questo perché allor per sorte parea che in su quel ponte non fusse persona; e stando così, sopragiunsero dui Franzesi i quali, vedendo questo nostro debatto, dimandarono che cosa era e fermaronsi per volerci spartire, con opinion che noi facessimo questione da dovero. Allor io tosto, “Aiutatemi’, dissi, “signori, ché questo povero gentilomo a certi tempi di luna ha mancamento  di  cervello;  ed  ecco  che  adesso  si  vorria  pur  gittar  dal  ponte  nel fiume’. Allora quei dui corsero, e meco presero Cesare e tenevanlo strettissimo; ed esso, sempre dicendomi ch’io era pazzo, mettea più forza per svilupparsi  loro  dalle  mani  e  costoro  tanto  più  lo  stringevano;  di  sorte  che  la brigata cominciò a vedere questo tumulto ed ognun corse; e quanto più il bon Cesare battea delle mani e piedi, ché già cominciava entrare in collera, tanto  più  gente  sopragiungeva;  e  per  la  forza  grande  che  esso  metteva, estimavano  fermamente  che  volesse  saltar  nel  fiume,  e  per  questo  lo stringevan più; di modo che una gran brigata d’omini lo portarono di peso all’osteria, tutto scarmigliato e senza berretta, pallido dalla collera e dalla vergogna; ché non gli valse mai cosa che dicesse, tra perché quei Franzesi non lo intendevano, tra perché io ancor conducendogli all’osteria sempre andava dolendomi della disavventura del poveretto, che fosse così impazzito. LXXXIX Or,  come  avemo  detto,  delle  burle  si  poria  parlar  largamente;  ma basti il replicare che i lochi onde si cavano sono i medesimi delle facezie. Degli esempi poi n’avemo infiniti, ché ogni dì ne veggiamo; e tra gli altri, molti piacevoli ne sono nelle novelle del Boccaccio, come quelle che faceano Bruno e Buffalmacco al suo Calandrino ed a maestro Simone, e molte altre di donne, che veramente sono ingeniose e belle. Molti omini piacevoli di questa  sorte  ricordomi  ancor  aver  conosciuti  a’  mei  dì,  e  tra  gli  altri  in Padoa uno scolar siciliano, chiamato Ponzio, il qual vedendo una volta un contadino che aveva un paro di grossi caponi, fingendo volergli comperare fece mercato con esso e disse che andasse a casa seco, ché, oltre al prezzo, gli darebbe da far colazione; e così lo condusse in parte dove era un campanile, il quale è diviso dalla chiesa, tanto che andar vi si po d’intorno; e proprio ad una delle quattro facce del campanile rispondeva una stradetta piccola. Quivi Ponzio, avendo prima pensato ciò che far intendeva, disse al contadino: “Io ho giocato questi caponi con un mio compagno, il qual dice che questa
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Bernardo: “Gran guadagno in vero fariano le donne se potessero riconciliarsi con dui suoi tanto gran nemici, quanto siete voi e ‘l signor Gasparo.” “Io non son lor nemico,” rispose il signor Gasparo, “ma voi sete ben nemico degli omini; ché se pur volete che le donne non siano mordute circa questa onestà, dovreste mettere una legge ad esse ancor, che non mordessero  gli  omini  in  quello  che  a  noi  così  è  vergogna,  come  alle  donne  la incontinenzia. E perché non fu così conveniente ad Alonso Cariglio la risposta che diede alla signora Boadiglia della speranza che avea di campar la vita, perché essa lo pigliasse per marito, come a lei la proposta che ognun che lo conoscea pensava che ‘l Re lo avesse da far impiccare? E perché non fu così licito a Riciardo Minutoli gabbar la moglie di Filippello e farla venir a quel bagno, come a Beatrice far uscire del letto Egano suo marito e fargli dare delle bastonate da Anichino, poi che un gran pezzo con lui giacciuta si fu? E quell’altra che si legò lo spago al dito del piede e fece credere al marito proprio non esser dessa? Poiché voi dite che quelle burle di donne nel Giovan Boccaccio son così ingeniose e belle.” XCIII Allora messer Bernardo ridendo, “Signori,” disse, “essendo stato la parte mia solamente disputar delle facezie, io non intendo passar quel termine; e già penso aver detto perché a me non paia conveniente morder le donne né in detti né in fatti circa l’onestà, e ancor ad esse aver posto regula, che non pungan gli omini dove lor dole. Dico ben che delle burle e motti che  voi,  signor  Gasparo,  allegate,  quello  che  disse  Alonso  alla  signora Boadiglia, avvegna che tocchi un poco la onestà, non mi dispiace, perché è tirato assai da lontano ed è tanto occulto che si po intendere simplicemente, di modo che esso potea dissimularlo ed affermare non l’aver detto a quel fine. Un altro ne disse al parer mio disconveniente molto; e questo fu, che passando la Regina davanti la casa pur della signora Boadiglia, vide Alonso la porta tutta dipinta con carboni di quegli animali disonesti che si dipingono per l’osterie in tante forme; ed accostatosi alla Contessa di Castagneto, disse: “Eccovi, Signora, le teste delle fiere che ogni giorno ammazza la signora Boadiglia alla caccia’. Vedete che questo, avvegna che sia ingeniosa metafora, e ben tolta dai cacciatori, che hanno per gloria aver attaccate alle lor porte molte teste di fiere, pur è scurile e vergognoso; oltra che non fu
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
A messer Alfonso Ariosto I Leggesi che Pitagora sottilissimamente e con bel modo trovò la misura del corpo d’Ercule; e questo, che sapendosi quel spazio nel quale ogni cinque anni si celebravan i giochi Olimpici in Acaia presso Elide inanzi al tempio di Iove Olimpico esser stato misurato da Ercule, e fatto un stadio di seicento e vinticinque piedi, de’ suoi proprii; e gli altri stadi, che per tutta Grecia dai posteri poi furono instituiti, esser medesimamente di seicento e vinticinque piedi, ma con tutto ciò alquanto più corti di quello, Pitagora facilmente conobbe a quella proporzion quanto il piè d’Ercule fosse stato maggior degli altri piedi umani; e così, intesa la misura del piede, a quella comprese tutto ‘l corpo d’Ercule tanto esser stato di grandezza superiore agli altri omini proporzionalmente, quanto quel stadio agli altri stadi. Voi adunque, messer Alfonso mio, per la medesima ragione, da questa piccol parte di tutto ‘l corpo potete chiaramente conoscer quanto la corte d’Urbino fosse a tutte l’altre della Italia superiore, considerando quanto i giochi, li quali son ritrovati per recrear gli animi affaticati dalle facende più ardue, fossero a quelli che s’usano nell’altre corti della Italia superiori. E se queste eran  tali,  imaginate  quali  eran  poi  l’altre  operazion  virtuose,  ov’eran  gli animi intenti e totalmente dediti; e di questo io confidentemente ardisco di parlare con speranza d’esser creduto, non laudando cose tanto antiche che mi sia licito fingere, e possendo approvar quant’io ragiono col testimonio de molti omini degni di fede che vivono ancora, e presenzialmente hanno veduto  e  conosciuto  la  vita  e  i  costumi  che  in  quella  casa  fiorirono  un tempo; ed io mi tengo obligato, per quanto posso, di sforzarmi con ogni studio vendicar dalla mortal oblivione questa chiara memoria e scrivendo farla vivere negli animi dei posteri. Onde forse per l’avvenire non mancherà chi per questo ancor porti invidia al secol nostro; ché non è alcun che legga le maravigliose cose degli antichi, che nell’animo suo non formi una certa maggior opinion di coloro di chi si scrive, che non pare che possano esprimer  quei  libri,  avvegna  che  divinamente  siano  scritti.  Così  noi desideramo che tutti quelli, nelle cui mani verrà questa nostra fatica, se pur mai sarà di tanto favor degna che da nobili cavalieri e valorose donne meriti esser veduta, presumano e per fermo tengano la corte d’Urbino esser stata molto più eccellente ed ornata d’omini singulari, che noi non potemo scri-
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
dopo che ‘l mio caro consorte morì, contenuta mi sia di non mi dar la morte e con quanta fatica abbia sofferto il dolore di star in questa amara vita, nella quale non ho sentito alcuno altro bene o piacere, fuor che la speranza di quella vendetta che or mi trovo aver conseguita; però allegra e contenta vado a trovar la dolce compagnia di quella anima, che in vita ed in morte più che me stessa ho sempre amata. E tu, scelerato che pensasti esser mio marito, in iscambio del letto nuziale dà ordine che apparecchiato ti sia il sepulcro, ch’io di te fo sacrificio all’ombra di Sinatto’. Sbigottito Sinorige di queste parole e già sentendo la virtù del veneno che lo perturbava, cercò molti rimedi; ma non valsero; ed ebbe Camma di tanto la fortuna favorevole, o altro che si fosse, che innanzi che essa morisse seppe che Sinorige era morto. La qual cosa intendendo, contentissima si pose a letto con gli occhi al cielo, chiamando sempre il nome di Sinatto e dicendo: “O dolcissimo consorte, or ch’io ho dato per gli ultimi doni alla tua morte e lacrime e vendetta,  né  veggio  che  più  altra  cosa  qui  a  far  per  te  mi  resti,  fuggo  il mondo e questa senza te crudel vita, la quale per te solo già mi fu cara. Viemmi adunque incontra, signor mio, ed accogli così voluntieri questa anima, come essa voluntieri a te ne viene’: e di questo modo parlando, e con le braccia aperte, quasi che in quel punto abbracciar lo volesse, se ne morì. Or dite, Frigio, che vi par di questa?” Rispose il Frigio: “Parmi che voi vorreste far piangere queste donne. Ma poniamo che questo ancor fosse vero, io vi dico che tai donne non si trovano più al mondo.” XXVII Disse il Magnifico: “Si trovan sì; e che sia vero, udite. A’ dì mei fu in Pisa un gentilomo, il cui nome era messer Tomaso; non mi ricordo di qual famiglia, ancora che da mio padre, che fu suo gran amico, sentissi più volte ricordarla. Questo messer Tomaso adunque, passando un dì sopra un piccolo legnetto da Pisa in Sicilia per sue bisogne, fu soprapreso d’alcune fuste de’ Mori, che gli furono addosso così all’improviso, che quelli che governavano il legnetto non se n’accorsero; e benché gli omini che dentro v’erano si diffendessino assai, pur, per esser essi pochi, e i nimici molti, il legnetto con quanti v’eran sopra rimase nel poter dei Mori, chi ferito e chi sano, secondo la sorte, e con essi messer Tomaso, il qual s’era portato valorosamente ed avea morto di sua mano un fratello d’un dei capitani di quelle fuste. Della qual cosa il capitano sdegnato, come possete pensare, della perdita del fra-
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
XXX Né meno giovarono allo augumento di quella le donne sabine, che si facessero le troiane al principio; ché avendosi Romulo concitato generale inimicizia de tutti i suoi vicini per la rapina che fece delle lor donne, fu travagliato di guerre da ogni banda; delle quali, per esser omo valoroso, tosto si espedì con vittoria, eccetto di quella de’ Sabini che fu grandissima, perché  Tito  Tacio,  re  de’  Sabini,  era  valentissimo  e  savio;  onde,  essendo stato fatto uno acerbo fatto d’arme tra Romani e Sabini con gravissimo danno dell’una e dell’altra parte, ed apparechiandosi nova e crudel battaglia, le donne sabine, vestite di nero, co’ capelli sparsi e lacerati, piangendo, meste, senza timore dell’arme che già erano per ferir mosse, vennero nel mezzo tra i padri e i mariti, pregandogli che non volessero macchiarsi le mani del sangue de’ soceri e dei generi; e se pur erano mal contenti di tal parentato, voltassero l’arme contra esse, ché molto meglio loro era il morire che  vivere vedove,  o  senza  padri  e  fratelli,  e  ricordarsi  che  i  suoi  figlioli fossero nati di chi loro avesse morti i lor padri, o che esse fossero nate de chi lor avesse morti i lor mariti. Con questi gemiti piangendo, molte di loro nelle braccia portavano i suoi piccoli figliolini, de’ quali già alcuni cominciavano a snodar la lingua e parea che chiamar volessero e far festa agli avoli loro; ai quali le donne mostrando i nepoti e piangendo, “Ecco’, diceano, “il sangue vostro, il quale voi con tanto impeto e furor cercate di sparger con le vostre mani’. Tanta forza ebbe in questo caso la pietà e la prudenzia delle donne, che non solamente tra li dui re nemici fu fatta indissolubile amicizia e confederazione, ma, che più maravigliosa cosa fu, vennero i Sabini ad abitare in Roma, e dei dui popoli fu fatto un solo; e così molto accrebbe questa concordia le forze di Roma, mercé delle sagge e magnanime donne; le quali in tanto da Romulo furono remunerate che, dividendo il populo in trenta curie, a quelle pose i nomi delle donne sabine.” XXXI Quivi essendosi un poco il Magnifico Iuliano fermato e vedendo che ‘l signor Gasparo non parlava, “Non vi par,” disse, “che queste donne fussero causa di bene agli loro omini e giovassero alla grandezza di Roma?” Rispose il signor Gasparo: “In vero queste furono degne di molta laude; ma se voi così voleste dir gli errori delle donne come le bone opere, non areste tacciuto che in questa guerra di  Tito  Tacio una donna tradì Roma ed insegnò la
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
donne così vituperoso accordo, si dolsero, rimproverandogli che, lassando l’arme, uscissero come ignudi tra’ nemici; e rispondendo essi già aver stabilito il patto, dissero che portassero lo scudo e la lanza e lassassero i panni, e rispondessero ai nemici questo essere il loro abito. E così facendo essi per consiglio delle lor donne ricopersero in gran parte la vergogna, che in tutto fuggir non poteano. Avendo ancor Ciro in un fatto d’arme rotto un esercito di Persiani, essi in fuga, correndo verso la città incontrarono le lor donne fuor della porta, le quali fattosi loro incontra dissero: “Dove fuggite voi, vili omini? volete voi forsi nascondervi in noi, onde sete usciti?’ Queste ed altre tai parole udendo gli omini e conoscendo quanto d’animo erano inferiori alle lor donne, si vergognarono di se stessi, e ritornando verso i nemici, di novo con essi combatterono e gli ruppero.” XXXIII Avendo insin qui detto, il Magnifico Iuliano fermossi e rivolto alla signora Duchessa disse: “Or, Signora, mi darete licenzia di tacere.” Rispose il signor Gasparo: “Bisogneravi pur tacere, poiché non sapete più che vi dire.” Disse il Magnifico ridendo: “Voi mi stimulate di modo che vi mettete a pericolo di bisognar tutta notte udir laudi di donne; ed intendere di molte  spartane,  che  hanno  avuta  cara  la  morte  gloriosa  dei  figlioli;  e  di quelle che gli  hanno  rifutati,  o  morti  esse  medesime,  quando  gli  hanno veduti usar viltà. Poi, come le donne saguntine nella ruina della patria loro prendessero l’arme contra le genti d’Annibale; e come essendo lo esercito de’ Tedeschi superato da Mario, le lor donne, non potendo ottener grazia di viver libere in Roma al servizio delle vergini vestali, tutte s’ammazzassero insieme coi lor piccoli figliolini; e di mille altre, delle quali tutte le istorie antiche son piene. Allor il signor Gasparo, “Deh, signor Magnifico,” disse, “Dio sa come passarono quelle cose; perché que’ secoli son tanto da noi lontani, che molte bugie si posson dire e non v’è chi le riprovi.” XXXIV Disse il Magnifico: “Se in ogni tempo vorrete misurare il valor delle donne con quel degli omini, trovarete che elle non son mai state né ancor sono adesso de virtù punto inferiori agli omini; ché, lassando quei tanto antichi, se venite al tempo che i Goti regnarono in Italia, trovarete tra loro essere stata una regina Amalasunta, che governò lungamente con maravigliosa
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
la propria vita sprezzava per acquistar nome sopra tutti gli omini; e noi ci maravigliamo che con tai pensieri nel core s’astenesse da una cosa la qual molto non desiderava? Ché, per non aver mai più vedute quelle donne, non è possibile che in un punto l’amasse, ma ben forse l’aborriva, per rispetto di Dario suo nemico; ed in tal caso ogni suo atto lascivo verso di quelle saria stato ingiuria e non amore; e però non è gran cosa che Alessandro, il quale non meno con la magnanimità che con l’arme vinse il mondo, s’astenesse  da  far  ingiuria  a  femine.  La  continenzia  ancor  di  Scipione  è veramente  da  laudar  assai;  nientedimeno,  se  ben  considerate,  non  è  da agguagliare a quella di queste due donne; perché esso ancora medesimamente s’astenne da cosa non desiderata, essendo in paese nemico, capitano novo, nel principio d’una impresa importantissima; avendo nella patria lassato tanta aspettazion di sé ed avendo ancor a rendere cunto a giudici severissimi,  i  quali  spesso  castigavano  non  solamente  i  grandi  ma  i  piccolissimi errori; e tra essi sapea averne de’ nemici; conoscendo ancor che, s’altramente avesse fatto, per esser quella donna nobilissima e ad un nobilissimo signor maritata, potea concitarsi tanti nemici e talmente, che molto gli arian prolungata  e  forse  in  tutto  tolta  la  vittoria.  Così  per  tante  cause  e  di  tanta importanzia  s’astenne  da  un  leggero  e  dannoso  appetito,  mostrando continenzia ed una liberale integrità; la quale, come si scrive, gli diede tutti gli  animi  di  que’  populi  e  gli  valse  un  altro  esercito  ad  espugnar  con benivolenzia i cori, che forse per forza d’arme sariano stati inespugnabili; sicché  questo  più  tosto  un  stratogema  militare  dir  si  poria,  che  pura continenzia: avvegna ancora che la fama di questo non sia molto sincera, perché alcuni scrittori d’autorità affermano questa giovane esser stata da Scipion  goduta  in  amorose  delizie;  ma  di  quello  che  vi  dico  io,  dubbio alcuno non è.” XLV Disse  il  Frigio:  “Dovete  averlo  trovato  negli  Evangelii.”  “Io  stesso l’ho veduto,” rispose messer Cesare, “e però n’ho molto maggior certezza che  non  potete  aver  né  voi  né  altri,  che  Alcibiade  si  levasse  dal  letto  di Socrate non altrimenti che si facciano i figlioli dal letto dei padri; ché pur strano loco e tempo era il letto e la notte per contemplar quella pura bellezza, la qual si dice che amava Socrate senza alcun desiderio disonesto; massimamente amando più la bellezza dell’animo che del corpo, ma nei fanciulli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
e no nei vecchi, ancor che siano più savi. E certo non si potea già trovar miglior esempio per laudar la continenzia degli omini che quello di Senocrate; che essendo versato negli studi, astretto ed obligato dalla profession sua, che  è  la  filosofia,  la  quale  consiste  nei  boni  costumi  e  non  nelle  parole, vecchio, esausto del vigor naturale, non potendo né mostrando segno di potere,  s’astenne  da  una  femina  publica,  la  quale  per  questo  nome  solo potea venirgli a fastidio. Più crederei che fosse stato continente se qualche segno de risentirsi avesse dimostrato, ed in tal termine usato la continenzia; o vero astenutosi da quello che i vecchi più desiderano che le battaglie di Venere, cioè dal vino; ma per comprobar ben la continenzia senile, scrivesi che  di  questo  era  pieno  e  grave.  E  qual  cosa  dir  si  po  più  aliena  dalla continenzia d’un vecchio, che la ebrietà? e se lo astenerse dalle cose veneree in quella pigra e fredda età merita tanta laude, quanta ne deve meritar in una tenera giovane, come quelle due di chi dianzi v’ho detto? delle quali l’una imponendo durissime leggi a tutti i sensi suoi, non solamente agli occhi negava la sua luce, ma toglieva al core quei pensieri, che soli lungamente  erano  stati  dulcissimo  cibo  per  tenerlo  in  vita;  l’altra,  ardente inamorata, ritrovandosi tante volte sola nelle braccia di quello che più assai che tutto ‘l resto del mondo amava, contra se stessa e contra colui che più che se stessa le era caro combattendo, vincea quello ardente desiderio che spesso ha vinto e vince tanti savi omini. Non vi pare ora, signor Gasparo, che dovessino i scrittori vergognarsi di far memoria di Senocrate in questo caso e chiamarlo per continente? ché chi potesse sapere, io metterei pegno che esso tutta quella notte sino al giorno seguente ad ora di desinare dormì come morto, sepulto nel vino; né mai, per stropicciar che gli facesse quella femina, poté aprir gli occhi, come se fusse stato allopiato.” XLVI Quivi risero tutti gli omini e donne; e la signora Emilia, pur ridendo, “Veramente,” disse, “signor Gasparo, se vi pensate un poco meglio, credo che trovarete ancor qualche altro bello esempio di continenzia simile a questo.” Rispose messer Cesare: “Non vi pare, Signora, che bello esempio di continenzia sia quello altro che egli ha allegato di Pericle? Maravigliomi ben che ‘l non abbia ancor ricordato la continenzia e quel bel detto che si scrive di colui, a chi una donna domandò troppo gran prezzo per una notte ed esso le rispose che non comprava così caro il pentirsi.” Rideasi tuttavia;
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
amante che ‘l procurar che voi non aveste autorità con quella donna, la grazia della quale esso cercasse; perché qualche bona condicione, che pur è paruto al mondo talor che in me sia, col più sincero amore che fosse mai, non hanno avuto tanta forza di far ch’io fussi amato, quanta voi di far che fussi odiato.” LXII Rispose allor la signora Emilia: “Signor Unico, guardimi Dio pur di pensar, non che operar mai cosa perché foste odiato; ché oltre ch’io farei quello che non debbo, sarei estimata di poco giudicio, tentando lo impossibile; ma io, poiché voi mi stimulate con questo modo a parlare di quello che piace alle donne, parlerò; e se vi dispiacerà, datene la colpa a voi stesso. Estimo io adunque che chi ha da esser amato debba amare ed esser amabile e che queste due cose bastino per acquistar la grazia delle donne. Ora, per rispondere a quello di che voi m’accusate, dico che ognun sa e vede che voi siete amabilissimo; ma che amiate così sinceramente come dite sto io assai dubbiosa, e forse ancora gli altri; perché l’esser voi troppo amabile ha causato che siete stato amato da molte donne, ed i gran fiumi divisi in più parti divengono piccoli rivi; così ancora l’amor diviso in più che in un obietto, ha poca forza; ma questi vostri continui lamenti ed accusare in quelle donne che avete servite la ingratitudine, la qual non è verisimile, atteso tanti vostri meriti, è una certa sorte di secretezza per nasconder le grazie, i contenti e i piaceri da voi conseguiti in amore, ed assicurar quelle donne che v’amano e che vi si son date in preda, che non le publichiate; e però esse ancora si contentano che voi così apertamente con altre mostriate amori falsi per coprire i lor veri; onde se quelle donne, che voi ora mostrate d’amare, non son così facili a crederlo come vorreste, interviene perché questa vostra arte in amore comincia ad esser conosciuta, non perch’io vi faccia odiare.” LXIII Allor  il  signor  Unico,  “Io,”  disse,  “non  voglio  altrimenti  tentar  di confutar le parole vostre, perché ormai parmi così fatale il non esser creduto a me la verità, come l’esser creduto a voi la bugia.” “Dite pur, signor Unico,” rispose la signora Emilia, “che voi non amate così come vorreste che fosse creduto; ché se amaste, tutti i desidèri vostri sariano di compiacer la donna amata e voler quel medesimo che essa vole, ché questa è la legge
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
potuto far esso medesimo con lettere o con parole, o vero altra persona per lui. Però questa voce publica non solamente talor non nòce, ma giova.” Rispose  il  Magnifico:  “Gli  amori  de’  quali  la  fama  è  ministra,  son  assai pericolosi di far che l’omo sia mostrato a dito; e però chi ha da caminar per questa strada cautamente, bisogna che dimostri aver nell’animo molto minor foco che non ha, e contentarsi di quello che gli par poco e dissimular i desidèri, le gelosie, gli affanni e i piacer suoi e rider spesso con la bocca quando il cor piange, e mostrar d’esser prodigo di quello di che è avarissimo; e queste cose son tanto difficili da fare, che quasi sono impossibili. Però se ‘l nostro cortegian volesse usar del mio consiglio, io lo confortarei a tener secreti gli amori suoi.” LXVIII Allora messer Bernardo, “Bisogna,” disse, “adunque che voi questo gli insegnate, e parmi che non sia di piccola importanzia; perché oltre ai cenni, che talor alcuni così copertamente fanno, che quasi senza movimento alcuno quella persona che essi desidrano nel volto e negli occhi lor legge ciò che hanno nel core, ho io talor udito tra dui innamorati un lungo e libero  ragionamento  d’amore  del  quale  non  poteano  però  i  circonstanti intender chiaramente particularitate alcuna, né certificarsi che fosse d’amore; e questo per la discrezione ed avvertenzia di chi ragionava; perché, senza far dimostrazione  alcuna  d’aver  dispiacere  d’essere  ascoltati,  dicevano secretamente quelle sole parole che importavano ed altamente tutte l’altre, che si poteano accommodare a diversi propositi.” Allor messer Federico, “Il parlar,” disse, “così minutamente di queste avvertenzie di secretezza, sarebbe uno andar drieto all’infinito; però io vorrei più tosto che si ragionasse un poco come debba lo amante mantenersi la grazia della sua donna, il che mi par molto più necessario.” LXIX Rispose il Magnifico: “Credo che que’ mezzi che vagliono per acquistarla, vagliano ancor per mantenerla; e tutto questo consiste in compiacer la donna amata senza offenderla mai; però saria difficile darne regula ferma; perché per  infiniti  modi  chi  non  è  ben  discreto  fa  errori  talora  che paion piccoli, nientedimeno offendeno gravemente l’animo della donna; e questo intervien più che agli altri a quei che sono astretti dalla passione,
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
cavalieri ornata; il che fatto hanno quasi tutti gli altri, che in essa creati si sono; ché veramente del caval troiano non uscirono tanti signori e capitani, quanti  di  questa  casa  usciti  sono  omini  per  virtù  singulari  e  da  ognuno sommamente pregiati. Ché, come sapete, messer Federico Fregoso fu fatto arcivescovo  di  Salerno;  il  conte  Ludovico,  vescovo  di  Baious;  il  signor Ottaviano, duce di Genova; messer Bernardo Bibiena, cardinale di Santa Maria in Portico; messer Pietro Bembo, secretario di papa Leone; il signor Magnifico al ducato di Nemours ed a quella grandezza ascese dove or si trova; il signor Francesco Maria Ruvere, prefetto di Roma, fu esso ancora fatto duca d’Urbino; benché molto maggior laude attribuir si possa alla casa dove nutrito fu, che in essa sia riuscito così raro ed eccellente signore in ogni qualità di virtù, come or si vede, che dello esser pervenuto al ducato d’Urbino; né credo che di ciò piccol causa sia stata la nobile compagnia, dove in continua conversazione sempre ha veduto ed udito lodevoli costumi. Però parmi che quella causa, o sia per ventura o per favore delle stelle, che ha così lungamente concesso ottimi signori ad Urbino, pur ancora duri e produca i medesimi effetti; e però sperar si po che ancor la bona fortuna debba secondar tanto queste opere virtuose, che la felicità della casa e dello stato non solamente non sia per mancare, ma più presto di giorno in giorno per accrescersi; e già se conoscono molti chiari segni, tra i quali estimo il precipuo l’esserci stata concessa dal cielo una tal signora, com’è la signora Eleonora Gonzaga,  Duchessa  nova;  ché  se  mai  furono  in  un  corpo  solo congiunti sapere, grazia, bellezza, ingegno, manere accorte, umanità ed ogni altro gentil costume, in questa tanto sono uniti, che ne risulta una catena, che ogni suo movimento di tutte queste condizioni insieme compone ed adorna. Seguitiamo adunque i ragionamenti del nostro cortegiano, con speranza che dopo noi non debbano mancare di quelli che piglino chiari ed onorati  esempi  di  virtù  dalla  corte  presente  d’Urbino,  così  come  or  noi facciamo dalla passata. III Parve adunque, secondo che ‘l signor Gasparo Pallavicino raccontar soleva, che ‘l seguente giorno, dopo i ragionamenti contenuti nel precedente libro, il signor Ottaviano fosse poco veduto; per che molti estimarono che egli fosse retirato, per poter senza impedimento pensar bene a ciò che dire avesse. Però, essendo all’ora consueta ridottasi la compagnia alla signo-
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro quarto dal non sapere governare i populi nascon tanti mali, morti, destruzioni, incendi, ruine, che si po dir la più mortal peste che si trovi sopra la terra; e pur alcuni prìncipi ignorantissimi dei governi non si vergognano di mettersi a governar, non dirò in presenzia di quattro o di sei omini, ma al conspetto di tutto ‘l mondo; perché il grado loro è posto tanto in alto, che tutti gli occhi ad essi mirano, e però non che i grandi ma i piccolissimi lor diffetti sempre sono notati; come si scrive che Cimone era calunniato che amava il vino, Scipione il sonno, Lucullo i convivii. Ma piacesse a Dio che i prìncipi de questi nostri tempi accompagnassero i peccati loro con tante virtù, con quante accompagnavano quegli antichi; i quali, se ben in qualche cosa erravano, non fugivano però i ricordi e documenti di chi loro parea bastante a correggere quegli errori, anzi cercavano con ogni instanzia di componer la vita  sua  sotto  la  norma  d’omini  singulari;  come  Epaminunda  di  Lisia Pitagorico, Agesilao di Senofonte, Scipione di Panezio, ed infiniti altri. Ma se ad alcuni de’ nostri prìncipi venisse innanti un severo filosofo, o chi si sia, il qual apertamente e senza arte alcuna volesse mostrar loro quella orrida faccia della vera virtù ed insegnar loro i boni costumi, e qual vita debba esser quella d’un bon principe, son certo che al primo aspetto lo aborririano come un aspide, o veramente se ne fariano beffe come di cosa vilissima. IX Dico adunque che, poiché oggidì i prìncipi son tanto corrotti dalle male consuetudini e dalla ignoranzia e falsa persuasione di se stessi, e che tanto è difficile il dar loro notizia della verità ed indurgli alla virtù, e che gli omini con le bugie ed adulazioni e con così viciosi modi cercano d’entrar loro in grazia, il cortegiano, per mezzo di quelle gentil qualità che date gli hanno il conte Ludovico e messer Federico, po facilmente e deve procurar d’acquistarsi la benivolenzia ed adescar tanto l’animo del suo principe, che si faccia adito libero e sicuro di parlargli d’ogni cosa senza esser molesto; e se egli sarà tale come s’è detto, con poca fatica gli verrà fatto, e così potrà aprirgli sempre la verità di tutte le cose con destrezza; oltra di questo, a poco a poco infundergli nell’animo la bontà ed insegnargli la continenzia, la fortezza, la giustizia, la temperanzia, facendogli gustar quanta dolcezza sia coperta da quella poca amaritudine, che al primo aspetto s’offerisce a chi contrasta ai vicii; li quali sempre sono dannosi, dispiacevoli ed accompagnati  dalla  infamia  e  biasimo,  così  come  le  virtù  sono  utili,  giocunde  e
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
se ‘l nostro cortegiano farà quello che avemo detto tutte le ritroverà nell’animo  del  suo  principe,  ed  ogni  dì  ne  vedrà  nascer  tanti  vaghi  fiori  e frutti, quanti non hanno tutti i deliciosi giardini del mondo; e tra se stesso sentirà grandissimo contento, ricordandosi avergli donato non quello che donano i sciocchi, che è oro o argento, vasi, veste e tai cose, delle quali chi le dona n’ha grandissima carestia e chi le riceve grandissima abundanzia, ma quella virtù che forse tra tutte le cose umane è la maggiore e la più rara, cioè la manera e ‘l modo di governar e di regnare come si dee; il che solo basteria per far gli omini felici e ridur un’altra volta al mondo quella età d’oro, che si scrive esser stata quando già Saturno regnava.” XIX Quivi avendo fatto il signor Ottaviano un poco di pausa come per riposarsi, disse il signor Gaspare: “Qual estimate voi, signor Ottaviano, più felice dominio e più bastante a ridur al mondo quella età d’oro di che avete fatto menzione, o ‘l regno d’un così bon principe, o ‘l governo d’una bona republica?” Rispose il signor Ottaviano: “Io preporrei sempre il regno del bon principe, perché è dominio più secondo la natura e, se è licito comparar le cose piccole alle infinite, più simile a quello di Dio, il qual uno e solo governa l’universo. Ma lassando questo, vedete che in ciò che si fa con arte umana, come gli eserciti, i gran navigi, gli edifici ed altre cose simili, il tutto si referisce ad un solo, che a modo suo governa; medesimamente nel corpo nostro tutte le membra s’affaticano e adopransi ad arbitrio del core. Oltre di questo, par conveniente che i populi siano così governati da un principe, come ancora molti animali, ai quali la natura insegna questa obedienzia come  cosa  saluberrima.  Eccovi  che  i  cervi,  le  grue  e  molti  altri  uccelli, quando fanno passaggio, sempre si prepongono un principe, il qual segueno ed obediscono, e le api quasi con discorso di ragione e con tanta riverenzia osservano il loro re, con quanta i più osservanti populi del mondo; e però tutto questo è grandissimo argumento che ‘l dominio dei prìncipi sia più secondo la natura che quello delle republiche.” XX Allora messer Pietro Bembo, “Ed a me par,” disse, “che essendoci la libertà data da Dio per supremo dono, non sia ragionevole che ella ci sia levata, né che un omo più dell’altro ne sia participe; il che interviene sotto
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
il dominio de’ prìncipi, li quali tengono per il più li sudditi in strettissima servitù. Ma nelle republiche bene instituite si serva pur questa libertà; oltra che e nei giudici e nelle deliberazioni più spesso interviene che ‘l parer d’un solo sia falso, che quel di molti; perché la perturbazione, o per ira o per sdegno o per cupidità, più facilmente entra nell’animo d’un solo che della moltitudine, la quale, quasi come una gran quantità d’acqua, meno è subietta alla corruzione che la piccola. Dico ancora che lo esempio degli animali non mi par che si confaccia; perché e li cervi e le grue e gli altri non sempre si prepongono a seguitare ed obidir un medesimo, anzi mutano e variano, dando questo dominio or ad uno or ad un altro, ed in tal modo viene ad esser più presto forma di republica che di regno; e questa si po chiamare vera ed equale libertà, quando quelli che talor comandano, obediscono poi ancora. L’esempio medesimamente delle api non mi par simile, perché quel loro re non è della loro medesima specie; e però chi volesse dar agli omini un veramente degno signore, bisognaria trovarlo d’un’altra specie e di più eccellente natura che umana, se gli omini ragionevolmente l’avessero da obedire, come gli armenti che obediscono non ad uno animale suo simile, ma ad un pastore, il quale è omo e d’una specie più degna che la loro. Per queste cose estimo io, signor Ottaviano, che ‘l governo della republica sia più desiderabile che quello del re.” XXI Allor il signor Ottaviano, “Contra la opinione vostra, messer Pietro,” disse, “voglio solamente addurre una ragione; la quale è che dei modi di governar bene i populi tre sorti solamente si ritrovano: l’una è il regno; l’altra il governo dei boni, che chiamavano gli antichi ottimati; l’altra l’amministrazione populare; e la transgressione e vicio contrario, per dir così, dove  ciascuno  di  questi  governi  incorre  guastandosi  e  corrumpendosi,  è quando il regno diventa tirannide, e quando il governo dei boni si muta in quello di pochi potenti e non boni, e quando l’amministrazion populare è occupata dalla plebe, che, confondendo gli ordini, permette il governo del tutto ad arbitrio della moltitudine. Di questi tre governi mali certo è che la tirannide è il pessimo di tutti, come per molte ragioni si poria provare; resta adunque che dei tre boni il regno sia l’ottimo, perché è contrario al pessimo; ché, come sapete, gli effetti delle cause contrarie sono essi ancor tra sé contrari. Ora, circa quello che avete detto della libertà, rispondo che la vera
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
XXIV Aggiungendosi  poi  maggior  potenzia  al  mal  volere,  se  v’aggiunge ancora maggior molestia; e quando il principe po ciò che vole, allor è gran pericolo che non voglia quello che non deve. Però ben disse Biante che i magistrati dimostrano quali sian gli omini; ché come i vasi mentre son vòti, benché abbiano qualche fissura, mai si possono conoscere, ma se liquore dentro vi si mette, sùbito mostrano da qual banda sia il vicio; così gli animi corrotti e guasti rare volte scoprono i loro diffetti, se non quando s’empiono d’autorità; perché allor non bastano per supportare il grave peso della potenzia, e perciò s’abbandonano e versano da ogni canto le cupidità, la superbia,  la  iracundia,  la  insolenzia  e  quei  costumi  tirannici  che  hanno dentro; onde senza risguardo persegueno i boni e i savi ed esaltano i mali, né comportano che nelle città siano amicizie, compagnie, né intelligenzie fra i cittadini, ma nutriscono gli esploratori, accusatori, omicidiali, acciò che spaventino e facciano divenir gli omini pusillanimi e spargano discordie per tenergli disgiunti e debili; e da questi modi procedeno poi infiniti danni e ruine ai miseri populi, e spesso crudel morte o almen timor continuo ai medesimi tiranni; perché i boni prìncipi temono non per sé, ma per quelli a’  quali  comandano,  e  li  tiranni  temeno  quelli  medesimi  a’  quali commandano; però, quanto a maggior numero di gente commandano e son più potenti, tanto più temono ed hanno più nemici. Come credete voi che  si  spaventasse  e  stesse  con  l’animo  sospeso  quel  Clearco,  tiranno  di Ponto, ogni volta che andava nella piazza o nel teatro, o a qualche convito o altro loco publico, ché, come si scrive, dormiva chiuso in una cassa? o vero quell’altro Aristodemo Argivo, il qual a se stesso del letto avea fatta quasi una prigione, ché nel palazzo suo tenea una piccola stanza sospesa in aria ed alta tanto che con scala andar vi bisognava, e quivi con una sua femina dormiva, la madre della quale la notte ne levava la scala, la mattina ve la rimetteva? Contraria vita in tutto a questa deve adunque esser quella del  bon  principe,  libera  e  sicura,  e  tanto  cara  ai  cittadini  quanto  la  lor propria, ed ordinata di modo che participi della attiva e della contemplativa, quanto si conviene per beneficio dei populi.” XXV Allor  il  signor  Gaspar,  “E  qual,”  disse,  “di  queste  due  vite,  signor Ottaviano,  parvi  che  più  s’appartenga  al  principe?”  Rispose  il  signor Ottaviano ridendo: “Voi forse pensate ch’io mi persuada esser quello ec-
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
dell’animo e del corpo e della fortuna; ma quelli del corpo e della fortuna per  poter  esercitar  quelli  dell’anima,  i  quali  quanto  son  maggiori  e  più eccessivi, tanto son più utili; il che non interviene di quelli del corpo né della fortuna. Se adunque i sudditi fossero boni e valorosi e ben indrizzati al fin della felicità, saria quel principe grandissimo signore; perché quello è vero e gran dominio, sotto ‘l quale i sudditi son boni e ben governati e ben comandati.” XXXV Allor il signor Gaspar, “Pensa io,” disse, “che piccol signor saria quello sotto ‘l quale tutti i sudditi fossero boni, perché in ogni loco son pochi li boni.” Rispose il signor Ottaviano: “Se una qualche Circe mutasse in fiere tutti i sudditi del re di Francia, non vi parrebbe che piccol signor fosse, se ben signoreggiasse tante migliaia d’animali? e per contrario, se gli armenti che vanno pascendo solamente su per questi nostri monti divenissero omini savi e valorosi cavalieri, non estimareste voi che quei pastori che gli governassero e da essi fossero obediti, fossero de’ pastori divenuti gran signori? Vedete adunque che non la moltitudine dei sudditi, ma il valor fa grandi li prìncipi.” XXXVI Erano stati per bon spacio attentissimi al ragionamento del signor Ottaviano la signora Duchessa e la signora Emilia e tutti gli altri; ma avendo quivi esso fatto un poco di pausa, come d’aver dato fine al suo ragionamento, disse messer Cesare Gonzaga: “Veramente, signor Ottaviano, non si po dire che i documenti vostri non sian boni ed utili; nientedimeno io crederei,  che  se  voi  formaste  con  quelli  il  vostro  principe,  più  presto meritareste nome di bon maestro di scola che di bon cortegiano, ed esso più presto di bon governatore che di gran principe. Non dico già che cura dei signori non debba essere che i populi siano ben retti con giustizia e bone consuetudini; nientedimeno ad essi parmi che basti eleggere boni ministri per esequir queste tai cose e che il vero officio loro sia poi molto maggiore. Però s’io mi sentissi esser quell’eccellente cortegiano che hanno formato questi signori ed aver la grazia del mio principe, certa è ch’io non lo indurrei mai a cosa alcuna viciosa; ma per conseguir quel bon fine che voi dite ed io  confermo  dover  esser  il  frutto  delle  fatiche  ed  azioni  del  cortegiano,
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
ministro, che a quel solo rimettesse totalmente la briglia e lo arbitrio di tutto ‘l governo; perché non è alcuno che sia attissimo a tutte le cose, e molto maggior danno procede dalla credulità de’ signori che dalla incredulità, la qual non solamente talor non nòce, ma spesso summamente giova; pur in questa è necessario il bon giudicio del principe, per conoscer chi merita esser creduto e chi no. Vorrei che avesse cura d’intendere le azioni ed esser censore de’ suoi ministri; di levare ed abbreviar le liti tra i sudditi; di far far pace tra essi, e legargli insieme di parentati; di far che la città fosse tutta unita e concorde in amicizia, come una casa privata; populosa, non povera,  quieta,  piena  di  boni  artifici;  di  favorir  i  mercatanti  ed  aiutarli ancora con denari; d’esser liberale ed onorevole nelle ospitalità verso i forestieri e verso i religiosi; di temperar tutte le superfluità; perché spesso per gli errori che si fanno in queste cose, benché paiano piccoli, le città vanno in ruina; però è ragionevole che ‘l principe ponga mèta ai troppo suntuosi edifici dei privati, ai convivii, alle doti eccessive delle donne, al lusso, alle pompe nelle gioie e vestimenti, che non è altro che uno augumento della lor  pazzia;  ché,  oltre  che  spesso,  per  quella  ambizione  ed  invidia  che  si portano l’una all’altra, dissipano le facultà e la sustanzia dei mariti, talor per una gioietta a qualche altra frascheria tale vendono la pudicizia loro a chi la vol comperare.” XLII Allora messer Bernardo Bibiena ridendo, “Signor Ottaviano,” disse, “voi entrate nella parte del signor Gaspare e del Frigio.” Rispose il signor Ottaviano pur ridendo: “La lite è finita, ed io non voglio già rinovarla; però non dirò più delle donne, ma ritornerò al mio principe.” Rispose il Frigio: “Ben potete oramai lassarlo e contentarvi che egli sia tale come l’avete formato; ché senza dubbio più facil cosa sarebbe trovare una donna con le condizioni dette dal signor Magnifico, che un principe con le condizioni dette da voi; però dubito che sia come la republica di Platone e che non siamo  per  vederne  mai  un  tale,  se  non  forse  in  cielo.”  Rispose  il  signor Ottaviano: “Le cose possibili, benché siano difficili, pur si po sperar che abbiano da essere; perciò forse vedremolo ancor a’ nostri tempi in terra; ché, benché i cieli siano tanto avari in produr prìncipi eccellenti, che a pena in molti seculi se ne vede uno, potrebbe questa bona fortuna toccare a noi.” Disse allor il conte Ludovico: “Io ne sto con assai bona speranza; perché,
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
mondo, la qual, per salute e conservazion d’ogni cosa creata è stata da Dio fabricata. Il ciel rotondo, ornato di tanti divini lumi, e nel centro la terra circundata dagli elementi e dal suo peso istesso sostenuta; il, sole, che girando illumina il tutto e nel verno s’accosta al più basso segno, poi a poco a poco ascende all’altra parte; la luna, che da quello piglia la sua luce, secondo che se le appropinqua o se le allontana; e l’altre cinque stelle, che diversamente fan quel medesimo corso. Queste cose tra se han tanta forza per la connession d’un ordine composto così necessariamente, che mutandole per un punto, non poriano star insieme e ruinarebbe il mondo; hanno ancora tanta bellezza e grazia, che non posson gl’ingegni umani imaginar cosa più bella. Pensate or della figura dell’omo, che si po dir piccol mondo; nel quale vedesi ogni parte del corpo esser composta necessariamente per arte e non a caso, e poi tutta la forma insieme esser bellissima; tal che difficilmente si poria giudicar qual più o utilità o grazia diano al volto umano ed al resto del corpo tutte le membra, come gli occhi, il naso, la bocca, l’orecchie, le braccia, il petto e così l’altre parti; il medesimo si po dir di tutti gli animali. Eccovi le penne negli uccelli, le foglie e rami negli alberi, che dati gli sono da natura per conservar l’esser loro e pur hanno ancor grandissima vaghezza. Lassate la natura e venite all’arte. Qual cosa tanto è necessaria nelle navi, quanto la prora, i lati, le antenne, l’albero, le vele, il timone, i remi, l’ancore e le sarte? tutte queste cose però hanno tanto di venustà, che par a chi le mira che così siano trovate per piacere, come per utilità. Sostengon le colonne e gli architravi le alte logge e palazzi, né però son meno piacevoli agli occhi di chi le mira, che utili agli edifici. Quando prima cominciarono gli omini a edificare, posero nei tempii e nelle case quel colmo di mezzo, non perché avessero gli edifici più di grazia, ma acciò che dall’una parte e l’altra commodamente potessero discorrer l’acque; nientedimeno all’utile sùbito fu congiunta la venustà, talché se sotto a quel cielo ove non cade grandine o pioggia si fabricasse un tempio, non parrebbe che senza il colmo aver potesse dignità o bellezza alcuna. LIX Dassi adunque molta laude, non che ad altro, al mondo dicendo che gli è bello; laudasi dicendo: bel cielo, bella terra, bel mare, bei fiumi, bei paesi, belle selve, alberi, giardini; belle città, bei tempii, case, eserciti. In somma, ad ogni cosa dà supremo ornamento questa graziosa e sacra bellez-
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Certamente, me ne diletto assaissimo. Eh, gli uomini grandi, gli uomini di talento sublime, come quello del signor Conte non possono fare a meno di non intendersi d’ogni cosa. Vedrà nella mia miserabile casa, nel povero mio tugurio, nella mia capannuccia dei tesori, in materia di quadri delle cose stupende. Cose, che non le ha il Re di Francia. Originali dei primi maestri dell’arte. Signore nipoti, conducete questo cavaliere a vedere la mia miserabile galleria. Fategli vedere quel quadro maraviglioso, quell’opera insigne del pittor de’ pittori.  Vedrà, signor Cavaliere, un quadro spaventosissimo del  Tiziani, di cui mi hanno offerto due mila doppie ed io l’ho avuto per cento zecchini! Che diceeh? per cento zecchini un quadro, che vale due miladoppie; cosa vuol dire intendersi delle cose! Oh io poi per conoscere non la cedo ai primi conoscitori del mondo. (Poveri danari gettati! Ha tutte copie, e gliele fanno pagar per originali). Si vede, che siete assai di buon gusto. Avrò occasion d’ammirare. Eh picciole cose. Comparirà la miseria. Ehi fategli vedere quei quattro pezzi stupendi del Wandich, quelle due cene singolarissime insigni del Veronese, quella meraviglia del Guercino, quell’aurora inimitabile di Michel’Angelo Buonarotti, quella notte inestimabile del Correggio. Tesori, signor Conte, tesori. Voi, a quel, che sento avete una galleria da monarca. Picciole  cosarelle  da  pover’uomo.  Si  serva,  favorisca  di  andare  colle  mie nipoti. Ma noi non ce n’intendiamo di quadri, e non li sapremo distinguere come voi... (a Fabrizio). Che serve? Se non ve n’intendete voi; se ne intende il signor Cavaliere. Ho un affare per ora, che mi trattiene. Servitelo intanto, che poi verrò io pure, e gli farò vedere di quelle cose, che non avrà mai vedute. Mi sarà carissima la vostra compagnia (ma piú quella delle sue nipoti) (da sé). (Anderò io, sorella, non v’è bisogno che voi venghiate) (ad Eugenia). (Anzi ci voglio venire) (a Flamminia). (Se arriva il signor Fulgenzio... ) (ad Eugenia). (Che importa a me, che mi trovi col forastiere? (a Flamminia). (Oh questa è bella! Va egli a spasso con sua cognata? Voglio ancor io trattare con chi mi aggrada) (da sé, e parte). Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Gnor no. Maladetto sia il “gnor sí”, e il “gnor no”. Si sente altro da te, che “gnor sí” e “gnor no”? Insegnatemi che cosa ho da dire. Bisogna pensare a trovar danari. Gnor sí. Quante posate ci sono? Sei, mi pare. Sí  erano  dodici.  Sei  le  ho  impegnate,  restano  sei.  Siamo  in  quattro; impegnamone due. Gnor sí. Va’ al monte, e spicciati. Gnor sí. E non mi fare aspettare due ore. Gnor no. Andremo a spendere, quando torni. Gnor sí. C’è vino? Gnor no. C’è pane? Gnor no. Che tu sia maladetto, Gnor sí, che tu sia bastonato... Gnor no (parte con una riverenza, poi torna). Io non so, come vada. In casa mia non vi è mai il bisogno, e oramai ho dato fine  a  tutto.  Ma  non  importa.  Io  ho  da  avere  delle  fortunaccie.  I  gran soggettoni, ch’io tratto, i principi, i cavalieri, ch’io servo, mi faranno cavalcar colle staffe d’oro. Semino per raccogliere; e il grano della mia testa mi ha da rendere il cento per uno. Che si impegni, e che si spenda; e poi? in carrozza, in carrozza. In carretta (spuntando dalla scena, e subito parte). Il diavolo che ti porti (gli corre dietro, e parte). Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Scena 1 Flamminia e Ridolfo Flamminia Ridolfo Flamminia Ridolfo Flamminia Scusate, signor Ridolfo, la libertà che mi sono presa. Perdonatemi, se vi ho incomodato. Anzi è onor mio il potervi obbedire. Quant’è che non avete veduto il signor Fulgenzio? L’ho veduto qui, non sono ancora due ore. Mi figuro, che si saranno pacificati colla signora Eugenia. Oh caro signor Ridolfo, sono cose da non credere, e da non dire. Si erano pacificati, e tutto ad un tratto, sono andati giú di bel nuovo, e il signor Fulgenzio è partito gridando, chiamando il diavolo, che pareva un’anima disperata. Possibile che abbiano sempre a far questa vita? Si amano o non si amano? Sono innamoratissimi, ma sono tutti e due puntigliosi. Mia sorella è sofistica. Fulgenzio è caldo, intollerante, subitaneo. In somma si potrebbe fare sopra di loro la piú bella commedia di questo mondo. E che cosa posso far io, per servire la signora Flamminia? Vi dirò, signore. Io sono naturalmente di buon core, portata a far del bene a tutti, se posso. Specialmente per mia sorella, che l’amo, come mio sangue, e che fuori di certe picciole debolezze prodotte da questo suo amore è la piú buona ragazza di questo mondo. Mi dispiace vederla afflitta. Dopo, che è partito  il  signor  Fulgenzio  con  quella  manieraccia,  come  vi  ho  detto,  è andata nella sua camera, si è messa a piangere dirottamente, e non vi è stato caso di poterla quietare. Supplico per tanto il signor Ridolfo, volersi prender l’incomodo di ricercar Fulgenzio, e con bel modo persuaderlo di tornar qui, per consolare questa povera figlia; e gli dica pure che piange, che si dispera, e lo persuada ad essere un poco piú umano, un poco piú tollerante, e sopra tutto, vi supplico, per amor del Cielo, insinuargli di ommettere ogni riguardo, di superare ogni difficoltà, e di concludere queste nozze; e vi prego dirgli altresí, che mia sorella ha promesso a me, che sarà piú cauta per l’avvenire, che non gli darà piú disgusti, che non parlerà piú di quella tal persona, che egli sa; anzi fatemi il piacer di dirgli... Adagio, signora mia, che di tante cose non me ne ricorderò piú nessuna. Torniamo da capo.
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Fabrizio, Succianespole colla sporta, e detti. Fabrizio Flamminia Fabrizio Ridolfo Fabrizio Flamminia, preparatemi una camiscia, che son tutto sudato. Ditelo a Lisetta, signore. Ella è appunto nella vostra camera. Riverisco il signor Ridolfo. Ho fatto già il mio dovere. Compatitemi. Ho tanto camminato, ho tanto faticato che mi gira la testa. Ma ho fatto poi una spesa, che né anche il governatore. Succianespole, è vero? Gnor sí. Andate a mutarvi (a Fabrizio). Ch’io vada? (a Fabrizio). Aspetta. Con questo peso... (a Fabrizio). Aspetta. Lasciami veder quel cappone. Osservate. Si è mai veduto da che mondo è mondo un cappone compagno? Lasciami vedere quella vitella. Ah? che dite? È da dipingere? È cosa rara? Eh la vitella che ho io in questo paese non l’ha nessuno. Signor Ridolfo, questa vitella è un butirro, è un balsamo. Resti a mangiarne un pezzetto con noi. Vi ringrazio, signore... No, no, assolutamente. Guardate queste animelle; che roba! che piatto! che esquisitezza! Ne avete da mangiar una anche voi. Vi supplico dispensarmi... Non mi fate andar in collera. Io poi... io poi... Ah? che piccioni! Avete mai veduti piccioni simili? Signor no, e signor no. Questi sono piccioni, che li salvano solamente per me. E sentirete, che salsa ch’io ci farò. Io, io, colle mie mani. E il signor Ridolfo resterà a favorire con noi. Siete tanto obbligante, che non si può dire di no.
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Una parola (a Fabrizio). Cosa vuoi? (accostandosi). (E le posate?) (piano a Fabrizio). (È vero. Non importa; darai a me una posata di stagno; mettila bene sotto la salvietta, che non si veda). Gnor sí. Presto va’ in cucina, va’ a lavorare. Gnor sí (s’incammina adagio). Fa’ presto. Gnor sí (come sopra). Ma spicciati. Gnor sí (come sopra). Signor zio, a quel, ch’io vedo, vogliamo andare a tavola molto tardi. Eh, non dubitate di niente. Se vado io in cucina, in tre quarti d’ora fo da mangiare per cinquecento persone. Ih! che sparata! Per modo di dire; per modo di dire. E non andate a mutarvi? Sí, c’è tempo. Dov’è Eugenia? Nella sua camera. E il signor Conte dov’è? A guardare i quadri. Lo compatisco: non si può saziare. Andatelo a chiamare il signor Conte, che favorisca di venir qui. E perché ha da venir qui? Non istà bene dov’egli sta? Ditegli, che venga qui. Gli voglio far conoscere questo degno galantuomo del  signor  Ridolfo.  Vedrete  un  gran  cavaliere,  signor  Ridolfo;  un  pezzo grosso; uno di quelli, che fanno tremare. Ma via, chiamatelo (a Flamminia). Senza, che m’incomodi, eccolo, ch’egli viene da sé. È un’arca di scienze, è un mostro di virtú. Resterete maravigliato (a Ridolfo).
Gl innamorati di Carlo Goldoni
A do ore. Eh, mi burlate. Sì anca da so servitor. (Sono male impicciato, per quel, ch’io vedo). Cossa diseu? ve piàsela? (a Marina). Sì ben; cusì andarave pulito. Ma no so come far a parlar con mio nevodo. Se el mando a chiamar, mio mario va in bestia. Mandèghe a dir, che el vegna da mi. E so pare? No valo anca élo a disnar da sior Lunardo? Col xè fora de casa, che el vegna; lassème el travaggio a mi. E po?... E po, e po! dopo el Po vien l’Adese. Lassème far a mi, ve digo. Adessadesso lo mando a avisar. Coss’è, seu mutti? (a Riccardo, e Canciano). Il signor Canciano non ha volontà di parlare. Gramazzo! el gh’averà qualcossa per la testa. El xè pien d’interessi: el xè un omo de garbo, sàla, mio mario. Dubito stia poco bene. Dasseno?  Oh  povereta  mi;  me  despiaserave  assae.  Cossa  gh’aveu,  sior Cancian? Niente. Per cossa dìselo, che el gh’ha mal? (a Riccardo). Perché ha detto, che vuol andar a dormire a due ore di notte. Dasseno? Fè ben a governarve, fio mio (a Canciano). Ma ghe vegnirè anca vu. Oh, aponto, no v’arecordè, che avemo da andar a l’opera? A l’opera mi no ghe vago. Come? Questa è la chiave del palco; me l’avè pur comprada vu (a Canciano).
I Rusteghi di Carlo Goldoni
caro sior zenero (verso Silvio). Silvio Clarice Dottore Certamente io posso dire di essere fortunato. Non so, se dira cosí la signora Clarice. Caro  Silvio,  mi  fate  torto.  Sapete  pur,  se  vi  amo;  per  obbedire  il  signor padre, averei sposato quel turinese; ma il mio cuore è sempre stato per voi. Eppur è vero; il Cielo, quando ha decretato una cosa, la fa nascere per vie non  prevedute.  Come  è  succeduta  la  morte  di  Federigo  Rasponi?  (a Pantalone). Poverazzo! L’è stà mazzà de notte, per causa de una sorella... No so gnente. I gh’ha dà una fería, e el xè restà sulla botta. È lo successo a Turin sto fatto? (a Pantalone). A Turin. Oh, povero signor! Me ne despiase infinitamente. Lo conossevi sior Federigo Rasponi? (a Brighella). Siguro, che lo conosceva. So stà a Turin tre anni, e ho conossudo anca so Sorella. Una zovene de spirito, de corazzo; la se vestiva da omo, l’andava a cavallo, e lu el giera innamorà desta so sorella. Oh! chi l’avesse mai dito! Ma!  Le  disgrazie  le  xè  sempre  pronte.  Orsú  no  parlemo  de  malinconie. Saveu cossa, che v’ho da dir, missier Brighella caro? So, che ve diletè de laorar ben in cusina. Vorrave, che ne fessi un per de piatti a vostro gusto. La servirò volentiera. No fazzo per dir, ma alla mia locanda, tutti se contenta. I dis cusí, che in nissun logo i magna, come che se magna da mi. La sentirà qualcossa de gusto. Bravo. Robba brodosa, vedè; che se possa bagnarghe drento delle molene de pan. (Si sente picchiare). Oh! i batte. Varda chi è, Smeraldina. Subito (parte, e poi ritorna). Signor padre, con vostra buona licenza. Aspettè; vegnimo tutti. Sentimo chi xè. (torna)  Signore,  è  un  servitore  di  un  forestiere,  che  vorrebbe  farvi un’imbasciata. A me non ha voluto dir nulla.Dice, che vuol parlar col padrone. Disèghe, che el vegna avanti. Sentiremo cossa, che el vol.
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Pantalone, Beatrice, Brighella, poi il Servitore di Pantalone. Pantalone Beatrice Come, pettegola? Cossa distu? (le vuol correr dietro). Fermatevi, signor Pantalone; la compatisco. Non conviene prenderla con asprezza. Col tempo spero di potermi meritare la di lei grazia. Intanto andremo esaminando i nostri conti, che è uno dei due motivi, per cui, come vi è noto, mi son portato a Venezia. Tutto xè all’ordine per el nostro conteggio. Ghe farò veder el conto corrente; i so bezzi xè parechiai, e faremo el saldo co la vorrà. Verrò con piú comodo a riverirvi; per ora, se mi permettete, andrò con Brighella a spedire alcuni piccioli affari, che mi sono stati raccomandati. Egli è pratico della città, potrà giovarmi nelle mie premure. La se serva, come che la vol; e se la gh’ha bisogno de gnente la comanda. Se mi darete un poco di denaro, mi farete piacere, non ho voluto prenderne meco; per non discapitare nelle monete. Volentiera;  la  servirò.  Adesso  no  gh’è  el  cassier.  Subito,  che  el  vien  ghe manderò i bezzi ma a casa. No vala a star da mio compare Brighella? Certamente; vado da lui; e poi manderò il mio servitore; egli è fidatissimo, gli si può fidar ogni cosa. Benissimo; la servirò come la comanda, e se la vol restar da mi a far penitenza, la xè parona. Per oggi vi ringrazio. Un’altra volta sarò a incomodarvi. Donca starò attendendola. Signore, è domandato (a Pantalone).
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Scena 6 Strada colla locanda di Brighella Truffaldino solo. Truffaldino Son stuffo d’aspettar, che no posso piú. Co sto me patron se magna poco, e quel poco el me lo fa suspirar. Mezzozorno della città l’è sonà, che è mezz’ora, e el mezzozorno delle mie budelle l’è sonà, che sarà do ore. Almanco savesse dove s’ha da andar a alozar. I alter subit che i ariva in qualche città, la prima cossa i va all’osteria. Lu, sior no, el lassa i bauli in barca del corrier, el va a far visite, e nol se recorda del povero servitor. Quand ch’i dis, bisogna servir i patron con amor! Bisogna dir ai patroni, ch’i abbia un poco de carità per la servitú. Qua gh’è una locanda; quasi, quasi anderia a veder se ghe  fuss  da  devertir  el  dente;  ma  se  el  patron  me  cerca?  So  danno,  che l’abbia un poco de discrezion.  Vo’ andar; ma adess, che ghe penso, gh’è un’altra piccola difficoltà, che no me l’arecordava: non gh’ho gnanca un quattrin. Oh povero Truffaldin! Piú tost, che farel servitor, corpo del diavol, me vòi metter a far... cossa mo? Per grazia del Cielo mi no so far gnente.
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Bravissimo. Cosí mi aspetti? Son qua, signor. V’aspetto ancora. E perché vieni a aspettarmi qui, e non nella strada dove ti ho detto? È un accidente, che ti abbia ritrovato. Ho spasseggià un pochetto, perché me passasse la fame. Orsú, va’ in questo momento alla barca del corriere. Fatti consegnare il mio baule, e portalo alla locanda di messer Brighella... Eccola là la mia locanda; nol pol falar. Bene dunque, sbrigati, che ti aspetto. (Diavolo! In quella locanda!) (da sé). Tieni; nello stesso tempo anderai alla posta di Turino, e domanderai, se vi sono mie lettere. Anzi domanda, se vi sono lettere di Federigo Rasponi, e di Beatrice Rasponi. Aveva da venir meco anche mia sorella, e per un incomodo è restata in villa; qualche amica le potrebbe scrivere; guarda se ci sono lettere, o per lei, o per me. (Mi no so quala far. Son l’omo piú imbroià de sto mondo) (da sé). (Come aspettela lettere al so nome vero, e al so nome finto, se l’è partida segretamente?) (piano a Beatrice). (Ho lasciato ordine, che mi si scriva ad un servitor mio fedele, che amministra le cose della mia casa; non so con qual nome egli mi possa scrivere. Ma andiamo che con comodo vi narrerò ogni cosa). Spicciati, va’ alla posta, e va’ alla corriera. Prendi le lettere, fa’ portar il baule nella locanda, ti aspetto (entra nella locanda). Sí vu el patron della locanda? (a Brighella). Sí ben, son mi. Portève ben, e non ve dubitè che ve farò magnar ben (entra nella locanda).
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
no i gh’ha niente de bon gusto. Chi sa gnanca se sta minestra la sarà bona da niente; vôi sentir (assaggia la minestra, prendendone con un cucchiaio che ha in  tasca).  Mi  gh’ho  sempre  le  mie  arme  in  scarsella  Eh!  no  gh’è  mal;  la poderave esser pezo (entra in camera). Scena 15 Un Cameriere con un piatto, poi Truffaldino, poi Florindo, poi Beatrice ed altri Camerieri. Cameriere Truffaldino Cameriere Truffaldino Quanto sta costui a venir a prendere il lesso? (dalla camera) Son qua, camerada; cossa me deu? Ecco il lesso. Vado a prender un altro piatto (parte). Che el sia castrà, o che el sia vedèlo? El me par castrà. Sentimolo un pochetin (ne assaggia un poco). No l’è né castrà, né vedèlo, l’è pegora bella, e bona (s’incammina verso la camera di Beatrice). Dove si va? (l’incontra) (Oh poveretto mi!) (da sé). Dove vai con quel piatto? Metteva in tavola, signor. A chi? A vussioria. Perché metti in tavola, prima ch’io venga a casa? V’ho visto a vegnir dalla finestra (Bisogna trovarla) (da sé). E dal lesso princípi a metter in tavola, e non dalla zuppa? Che dirò, signor, a Venezia la minestra la se magna in ultima, per insalata. Io costumo diversamente. Voglio la minestra. Riporta il lesso in cucina. Signor sí, la sarà servida. E spicciati, che voglio poi riposare. Subito, signor (mostra di ritornare in cucina). (Questa Beatrice non la ritroverò mai) (da sé; entra nell’altra camera in prospetto).
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Quella nuova intitolata:  Il Padre rivale del figlio. Ieri abbiamo provato il primo, e il secondo atto, e oggi proveremo il terzo. Per provarla non ho difficoltà, ma per farla domani a sera, non sono persuasa. (Sentite? Non l’approva) (piano ad Orazio). (E che sí, che l’approverà?) (piano ad Eugenio). Qual altra commedia credereste voi, che fosse meglio rappresentare? Il poeta, che  somministra  a  noi  le  commedie,  ne  ha  fatte  in  quest’anno sedici tutte nove, tutte di carattere, tutte scritte. Facciamone una di quelle. Sedici commedie in un anno! Pare impossibile. Sí certamente, egli le ha fatte. Si è impegnato di farle, e le ha fatte. Quali sono i titoli delle sedici commedie fatte in un anno? Ve le dirò io: Il teatro comico, I puntigli delle donne, La bottega del caffè, Il bugiardo, L’adulatore, I poeti, La Pamela, Il cavalier di buon gusto, Il giuocatore, Il vero amico, La finta ammalata, La donna prudente, L’incognita perseguitata dal bravo impertinente, L’avventuriere onorato, La donna volubile, I pettegolezzi delle donne, comedia veneziana. Fra queste non è la commedia, che abbiamo a fare domani a sera. Non è forse anch’essa del medesimo autore? Sí, è sua; ma è una picciola farsa, ch’egli non conta nel numero delle sue commedie. Perché dunque vogliamo fare una farsa, e non piú tosto una delle migliori commedie? Cara signora Rosaura, sapete pure, che ci mancano due parti serie, un uomo, ed una donna. Questi si aspettano, e se non giungono, non si potranno fare commedie di carattere. Se facciamo le Commedie dell’Arte, vogliamo star bene. Il mondo è annoiato di veder sempre le cose istesse, di sentir sempre le parole medesime, e gli uditori sanno cosa deve dir l’Arlecchino prima, ch’egli apra la bocca. Per me, vi protesto, signor Ottavio, che in pochissime commedie antiche reciterò; sono invaghita del nuovo stile, e questo solo mi piace: dimani a sera reciterò,  perché,  se  la  commedia  non  è  di  carattere,  è  almeno  condotta bene, e si sentono ben maneggiati gli affetti. Per altro, se non si compie la compagnia, potete anche far di meno di me. Ma frattanto...
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
Scena 5 Ottavio, poi Colombina. Ottavio Colombina Ottavio Colombina Dice cosí, ma è compiacente. Se farà di bisogno, son certo, ch’ei canterà. Riverisco il signor Ottavio. Oh, signora Colombina, vi sono schiavo; voi siete delle piú diligenti. Io faccio sempre volentieri il mio debito, e che ciò sia la verità osservate: siccome  la  parte,  che  mi  è  toccata  nella  commedia, che  oggi  si  prova,  è lunga un dito, ne ho presa un altra in mano, e a vado studiando. Bravissima, cosí mi piace. Di che commedia è la parte, che avete in mano? Questa è la parte di Catte nella Putta onorata. Ah, ah! vi piace quel caratterino di Pelarina? Sulla scena sí, ma fuori della scena no. Eh! o poco, o molto, le donne pelano sempre. Una volta pelavano, ma adesso son finiti i polastri. E pure si vede anche adesso dei giovanotti pelati fino all’osso. Sapete perché? Ve lo dirò io. Prima di tutto perché le penne son poche, poi una penna al giuoco, un’altra a crapola, una ai teatri, una ai festini; per le povere  donne  non  restano,  che  le  picciole  penne  matte,  e  qualche  volta tocca a noi altre a rivestire cotesti poveri spennacchiati. Voi ne avete mai rivestito alcuno? Oh io non son gonza. Certo, che saprete il fatto vostro, siete commediante. So il fatto mio quanto basta per non lasciarmi infinocchiare, per altro circa l’essere commediante, vi sono di quelle, che non girano il mondo; vi sono delle casalinghe, che ne fanno cento volte piú di noi.
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
Ah, che ne dite? È bello? Vi piace? (alle donne). Rosaura Beatrice Lelio Ottavio Lelio È un titolo tanto lungo, che non me lo ricordo piú. È un titolo che comprende quasi tutta la compagnia. Questo è il bello; far che il titolo serva d’argomento alla commedia. Mi perdoni, signor Lelio. Le buone commedie devono avere l’unità dell’azione; uno deve essere l’argomento, e semplice deve essere il loro titolo. Bene. Meglio è abbondare, che mancare. Questa commedia ha cinque titoli, prendete di essi qual piú vi piace. Alzi fate cosí, ogni anno che tornate a recitarla, mutate il  titolo, e averete per cinque anni una commedia, che parerà sempre nuova. Andiamo avanti. Sentiamo come principia. Ah  Madama,  gran  piacere  proverò  io,  se  avrò  l’onoredi  scrivere  qualche cosa per voi (a Placida). Mi dispiace, ch’io le farò poco onore. Quanto mi piace la vostra idea! Siete fatta apposta per sostenere il carattere di una bellezza tiranna (a Beatrice). Il signor poeta mi burla. Lo dico con tutto il core. Signor poeta, di grazia, ha ella mai recitato? Ho recitato nelle piú celebri accademie d’Italia. Mi pare, che V. S. sia fatto appunto per le scene di caricatura. E cosí, signore si può sentire questo soggetto? Eccomi, subito vi servo: Atto primo. Strada. Pantalone, e Dottore. Scena d’amicizia. Anticaglia, anticaglia. Ma di grazia ascoltatemi. Il Dottore chiede la figlia a Pantalone. E Pantalone gliela promette. Bravo, è vero. E Pantalone gliela promette. Il Dottore si ritira. Pantalone picchia, e chiama Rosaura. E Rosaura viene in istrada. Sí signore, e Rosaura viene in istrada.
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
l’abilità; sta compagnia la gh’ha bisogno d’un altro moroso; la me fazza sta finezza; la lo riceva in grazia mia. Lelio come sopra. Ottavio Brighella Lelio Ottavio Lelio Ottavio Lelio Ottavio Lelio Ottavio Lelio Ottavio Lelio Ottavio Lelio Ottavio Florindo Lelio Ottavio Dottore Ottavio Lelio Dottore Per compiacere il mio caro signor Brighella, lo farei volentieri, ma chi mi assicura, che possa riuscire? Fermo cusí; provemolo. Se contentela sior Lelio, de far una piccola prova? Sono contentissimo. Mi rincresce, che ora non posso, mentre non avendo bevuto la cioccolata, sono di stomaco, e di voce un poco debole. Faremo cosí; torni dopo pranzo, e si proverà. Ma frattanto dove avrei io d’andare? Vada a casa, poi torni. Casa io non ne ho. Ma dove è alloggiato? In nissun luogo. Quant’e, che è in Venezia? Da ieri in qua. E dove ha mangiato ieri? In nessun luogo. Ieri non ha mangiato? Né ieri, né stamattina. Ma dunque come farà... Signor poeta, venga a pranzo dal capo di compagnia. Riceverò le sue grazie, signor capo; perché questi appunto sono gl’incerti de’ poeti. Io non la ricevo per poeta, ma per comico. Venga, venga, signore, questo è un incerto anco dei comici quando si fa la prova. Oh mi perdoni! Mi tornerebbe un bel conto. Questa è fatta, non se ne parla piú. Oggi vedrà la mia abilità. E la principieremo a vedere alla tavola. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
Sí, signore, è vero. Io faceva la prima parte. Anzi l’impressario andò fallito per cagione del libro. Tutti dicevano a cagione della prima donna; per altro, mi rimetto. Dunque ella recita in opere buffe? Sí signora, qualche volta. E viene a ridere delle buffonerie dei commedianti? Vi dirò. Mi piace tanto il vostro modo di trattare, che verrei volentieri ad unirmi con voi. Vuol fare la commediante? Io la commendiante? Mi maraviglio di voi. Una virtuosa mia pari, non si abbassa a tal segno. Ma dunque cosa vuol fare con noi? Per far la fortuna della vostra compagnia, verrò a cantar gl’intermezzi. Obbligatissimo alle sue grazie. Sentite; il compagno lo troverò io, e con cinquecento zecchini vi assolverete dalla spesa di tutti due. Non piú di cinquecento zecchini? Viaggi, alloggi, piccolo vestiario, queste sono cose, che ci s’intendono. Eh benissimo, cose, che si usano. Gl’intermezzi gli abbiamo noi; ne faremo quattro per obbligo in ogni piazza, e volendone di piú, ci farete un regalo di dieci zecchini per ogni muta. Anche qui non c’è male. L’orchestra poi, deve esser magnifica. Questo s’intende. Abiti sempre nuovi. Ho il sarto in casa. Il mio staffiere fa la parte muta, e si contenterà di venti scudi il mese. Anche il servitore è discreto. Tutto va bene. Va benissimo.
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
La cosa è aggiustata. Aggiustatissima. Dunque... Dunque può andarsene, che noi non abbiamo bisogno di lei. Bravo, bravo (con allegria). Come! Mi disprezzate cosí? Cosa credete, signora mia, che i comici abbianobisogno per far fortuna, dell’animo della vostra musica?Pur troppo per qualche tempo l’arte nostra si è avvilita a segno di mendicar dalla musica i suffragi per tirar la gente al teatro. Ma grazie al Cielo, si sono tutti disingannati, ed è stata intieramente sbandita dai nostri teatri. Io non voglio entrare nel merito, o nel demerito de’ professori di canto, ma vi dico, che tanto è virtuoso il musico, quanto il comico, quando ognuno sappia il suo mestiere; con questa differenza, che noi per comparire, dobbiamo studiare per necessità, ma voi altre piccole cantatrici, vi fate imboccare un paio di arie, come i pappagalli, e a forza di uscir di tuono vi fate batter le mani. Signora virtuosa, la riverisco (parte). Ecco qui. I comici sono sempre nemici dei virtuosi di musica. Non è vero, signora, non è vero. I comici sanno rispettare quei musici, che hanno del merito, della virtú; ma i musici di merito, e virtuosi rispettano altresí i comici onorati, e dabbene. Se foste voi una virtuosa di grado, non verreste a offerirvi a cantare gl’intermezzi nella commedia. Ma quando ciò vi riuscisse, avreste migliorato assai di condizione, mentre è molto meglio vivere fra’ comici mediocri, come siamo noi, che fra i cattivi musici, coi quali sarete sin’ora stata. Signora virtuosa a lei m’inchino (parte). Questa prima donna avrà fatto da principessa, e si crede di esser ancora tale. Come voi, che avrete veduti i cartoni di qualche libro di musica, e vi date a credere di essere virtuosa. È passato il tempo, signora mia, che la musica si teneva sotto i piedi l’arte comica. Adesso abbiamo anche noi il teatro pieno di nobiltà, e se prima venivano da voi per ammirare, e da noi per ridere; ora vengono da noi per goder la commedia, e da voi per la conversazione (parte). Sono  ardite  davvero  queste  commedianti,  signori  miei,  non  mi  credeva d’avere un simile trattamento. Sareste stata meglio trattata, se foste venuta con miglior maniera a parlarci. Noi altre virtuose parliamo quasi tutte cosí.
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
alla signora Candida. Se posso darglielo senza che la zia se ne accorga glielo do; se no aspetterò un altro incontro. Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Oh ecco Giannina. Ehi! quella giovine (s’incammina al palazzino). Signore (dove si trova, voltandosi). Una parola (la chiama a sé). Ci mancava quest’impiccio ora (si avanza bel bello). (Non bisogna che io mi scordi di Coronato. Gli ho promesso la mia protezione, e la merita) (si alza e mette via il libro). Son qui, cosa mi comanda? Dove eravate indirizzata? A fare i fatti miei, signore (rusticamente). Cosí mi rispondete? Con quest’audacia? con quest’impertinenza? Come vuol, ch’io parli? Parlo, come so, come sono avezza a parlare. Parlo cosí con tutti, e nessuno mi ha detto, che sono una impertinente. Bisogna distinguere con chi si parla. Oh io non so altro distinguere. Se vuol qualche cosa, me lo dica; se vuol divertirsi, io non ho tempo da perdere con vossignoria... Illustrissima. E eccellentissima ancora se vuole. Venite qui. Son qui. Vi volete voi maritare? Signor sí. Brava, cosí mi piace. Oh io quel che ho in core ho in bocca. Volete, che io vi mariti? Signor no. Come no? Come no? perché no. Perché per maritarmi non ho bisogno di lei. Non avete bisogno della mia protezione? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Ventaglio di Carlo Goldoni
bo, e di proposito, e corre dietro a tutte le donne, e poi di piú giuoca da disperato. Trappola Ridolfo Trappola Ridolfo Trappola Ridolfo Trappola Ridolfo Trappola Ridolfo Trappola Ridolfo Piccole galanterie della gioventú moderna. Giuoca con quel conte Leandro, e gli ha persi sicuri. Oh quel signor Conte, è un bel fior di virtú. Oh via, andate a tostare il caffè, per farne una caffettiera di fresco. Vi metto degli avanzi di ieri sera? No, fatelo buono. Signor padrone, ho poca memoria. Quant’è che avete aperto bottega? Lo sapete pure. Saranno in circa otto mesi. È tempo da mutar costume. Come sarebbe a dire? Quando si apre una bottega nuova, si fa il caffè perfetto. Dopo sei mesi al piú, acqua calda, e brodo lungo (parte). È grazioso costui. Spero che farà bene per la mia bottega; perché in quelle botteghe, dove vi è qualcheduno, che sappia fare il buffone, tutti corrono.
La Bottega del caffe di Carlo Goldoni
Per carità levate dal tavolino quel povero signor Eugenio. Per me, che perda anche la camicia, non ci penso (s’incammina verso la sua bottega). Amico, il caffè ho da notarlo? Niente, lo giocheremo a primiera. Io non son gonzo, amico. Via che serve? Sapete pure, che i miei avventori si servono alla vostra bottega. Mi maraviglio, che attendiate a queste piccole cose (s’incammina. Tornano a chiamare). Eccomi! (entra nel giuoco). Bel mestiere! Vivere sulle disgrazie, sulla rovina della gioventú! Per me non vi sarà mai pericolo, che tenga giuoco. Si principia con i giuochetti, e poi si termina colla bassetta. No, no, caffè, caffè; giacché col caffè si guadagna il cinquanta per cento, che cosa vogliamo cercar di piú?
La Bottega del caffe di Carlo Goldoni
La seconda di cambio. Uno zecchino alla settimana? (a Pandolfo). Per trenta zecchini è una cosa discreta. Lo vuole, o non lo vuole? (ad Eugenio). Andate via che ve lo getto in faccia (a Ridolfo). (Poveraccio! Il giuoco l’ha ubriacato) (da sé, porta il caffè in bottega). (s’alza,  e  va  vicino  ad  Eugenio)  Signor  Eugenio,  vi  è  qualche  differenza? Volete, che l’aggiusti io? Niente, signor don Marzio, la prego lasciarmi stare. Se avete bisogno, comandate. Le dico, che non mi occorre niente. Messer Pandolfo; che avete voi col signor Eugenio? Un piccolo affare, che non abbiamo piacere di farlo sapere a tutto il mondo. Io sono amico del signor Eugenio, so tutti i fatti suoi, e sa, che non parlo con nessuno. Gli ho prestati anche dieci zecchini sopra un paio d’orecchini; non è vero? E non l’ho detto a nessuno. Si poteva anche risparmiare di dirlo adesso. Eh, qui con messer Pandolfo si può parlare con libertà. Avete perso sulla parola? Avete bisogno di nulla? Son qui. Per dirgliela, ho perso sulla parola trenta zecchini. Trenta zecchini, e dieci, che ve ne ho dati sono quaranta; gli orecchini non possono valer tanto. Trenta zecchini, glieli troverò io. Bravo; trovategliene quaranta; mi darete i miei dieci, e vi darò i suoi orecchini. (Maledetto sia quando mi sono impicciato con costui) (da sé). Perché non prendere il danaro, che vi offerisce il signor Pandolfo? (ad Eugenio). Perché vuole uno zecchino alla settimana. Io per me non voglio niente; è l’amico, che fa il servizio, che vuol cosí. Fate una cosa; parlate col signor Conte, ditegli che mi dia tempo ventiquattr’ore; son galantuomo, lo pagherò.
La Bottega del caffe di Carlo Goldoni
Ho paura, ch’egli abbia da andar via, e che voglia il denaro subito. Se potessi vendere una pezza, o due di quei panni, mi spiccerei. Vuole, che veda io di ritrovare il compratore? Sí, caro amico, fatemi il piacere, che vi pagherò la vostra senseria. Lasci, ch’io dica una parola al signor Conte, e vado subito (entra nella bottega del giuoco). Avete perso molto? (ad Eugenio). Cento zecchini, che aveva riscossi ieri, e poi trenta sulla parola. Potevate portarmi i dieci, che vi ho prestati. Via, non mi mortificate piú; ve gli darò i vostri dieci zecchini. (col tabarro e cappello, dalla sua bottega) Il signor Conte si è addormentato colla  testa  sul  tavolino.  Intanto  vado  a  vedere  di  far  quel  servizio.  Se  si risveglia, ho lasciato l’ordine al giovane, che gli dica il bisogno. V. S. non si parta di qui. Vi aspetto in questo luogo medesimo. (Questo tabarro è vecchio; ora è il tempo di farmene un nuovo a ufo) (da sé, parte).
La Bottega del caffe di Carlo Goldoni
Pasquino de’ Cavoli. Pasquino de’ Cavoli... (detta, ed Eugenio scrive). Consegnerete a messer Ridolfo Gamboni... pezze due panno padovano... a sua elezione, acciò egli ne faccia esito per conto mio... avendomi prestato gratuitamente... zecchini trenta... Vi metta la data, e si sottoscriva. Ecco fatto. Si fid’ella di me? Capperi! Non volete? Ed io mi fido di lei. Tenga, questi sono trenta zecchini (gli numera trenta zecchini). Caro amico, vi sono obbligato. Signor Eugenio, glieli do acciò possa comparir puntuale, e onorato; le venderò il panno io, acciò non le venga mangiato, e vado subito senza perder tempo; ma la mi permetta che faccia con lei un piccolo sfogo d’amore per l’antica servitú, che le professo. Questa, che V. S. tiene, è la vera strada di andare in rovina. Presto, presto si perde il credito, e si fallisce. Lasci andar il giuoco, lasci le male pratiche, attenda al suo negozio, alla sua famiglia, e si regoli con giudizio. Poche parole, ma buone,dette da un uomo ordinario, ma di buon cuore, se le ascolterà, sarà meglio per lei (parte).
La Bottega del caffe di Carlo Goldoni
Leandro dalla bottega del giuoco, e detti. Leandro Eugenio Leandro Eugenio Leandro Eugenio Leandro Eugenio Leandro Eugenio Non dormo no, non dormo. Son qui, che godo la bella disinvoltura del signor Eugenio. Che  ne  dite  dell’indiscretezza  di  questa  signora?  Non  mi  vuole  aprir  la porta. Chi vi credete, che ella sia? Per quel che dice don Marzio, flusso, e riflusso. Mente don Marzio, e chi lo crede. Bene! Non sarà cosí: ma col vostro mezzo non potrei io aver la grazia di riverirla? Fareste meglio a darmi li miei trenta zecchini. I trenta zecchini ve gli darò. Quando si perde sulla parola, vi è tempo a pagare ventiquattr’ore. Vedete, signora Lisaura? Questi sono quei gran soggetti, che si piccano di onoratezza. Non ha un soldo, e pretende di fare il grazioso. I giovani della mia sorta, signor Conte caro, non sono capaci di mettersi in un  impegno  senza  fondamento  di  comparir  con  onore.  S’ella  mi  avesse aperto, non averebbe perduto il suo tempo, e voi non sareste restato al di sotto coi vostri incerti. Questi sono denari, questi sono trenta zecchini, e queste  faccie  quando  non  ne  hanno,  ne  trovano.  Tenete  i  vostri  trenta zecchini, e imparate a parlare coi galantuomini della mia sorta (va a sedere in bottega del caffè). (Mi ha pagato, dica ciò che vuole, che non m’importa) (da sé). Aprite (a Lisaura). Dove siete stato tutta questa notte? Aprite. Andate al diavolo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Bottega del caffe di Carlo Goldoni
Fatemi la carità; introducetemi voi alla locanda; raccomandatemi al padrone di essa, acciò vedendomi cosí sola, non mi scacci, o non mi maltratti. Volentieri. Andiamo, che vi accompagnerò; il locandiere mi conosce, e a riguardo mio spero, che vi userà tutte le cortesie, che potrà. (Mi pare di averla veduta altre volte) (da sé, guarda di lontano coll’occhialetto). Vi sarò eternamente obbligata. Quando posso faccio del bene a tutti. Se non ritroverete vostro marito, vi assisterò io. Son di buon cuore. (Pagherei qualche cosa di bello a sentir cosa dicono) (da sé). Caro signore, voi mi consolate colle vostre cortesissime esibizioni. Ma la carità d’un giovine, come voi, ad una donna, che non è ancor vecchia, non vorrei, che venisse sinistramente interpretata. Vi dirò, signora; se in tutti i casi si avesse questo riguardo, si verrebbe a levare agli uomini la libertà di fare delle opere di pietà. Se la mormorazione è fondata sovra un’apparenza di male, si minora la colpa del mormoratore; ma se la gente cattiva prende motivo di sospettare da un’azion buona, o indifferente, tutta la colpa è sua, e non si leva il merito a chi opera bene. Confesso d’esser anch’io, uomo di mondo; ma mi picco insieme d’esser un uomo civile, ed onorato. Sentimenti d’animo onesto, nobile, e generoso. Amico, chi è questa bella pellegrina? (ad Eugenio). (Eccolo qui, vuol dar di naso per tutto) (da sé). Andiamo in locanda (a Placida). Vi seguo (entra in locanda con Eugenio).
La Bottega del caffe di Carlo Goldoni
Scena 7 Ridolfo dalla strada, e detti. Ridolfo Pandolfo Ridolfo Eugenio Ridolfo Eugenio Ridolfo Eugenio (Il signor Eugenio scrive d’accordo con messer Pandolfo. Vi è qualche novità) (da sé). (Non  vorrei,  che  costui  mi  venisse  a  interrompere  sul  piú  bello)  (da  sé, vedendo Ridolfo). Signor Eugenio, servitor suo. Oh, vi saluto (seguitando a scrivere). Negozi, negozi, signor Eugenio? Negozi? Un piccolo negozzietto (scrivendo). Posso esser degno di saper qualche cosa? Vedete, cosa vuol dire a dar la roba a credenza? Non mi posso prevalere del mio;  ho  bisogno  di  denari,  e  conviene  ch’io  rompa  il  collo  ad  altre  due pezze di panno. Non si dice, che rompa il collo a due pezze di panno, ma che le venda, come si può. Quanto le danno al braccio? Mi vergogno a dirlo. Otto lire. Ma i suoi quattrini un sopra l’altro. E V. S. vuol precipitar la sua roba cosí miseramente? Ma se non posso fare a meno! Ho bisogno di denari. Non è anche poco, da un’ora all’altra trovar i denari, che gli bisognano. Di quanto avrebbe di bisogno? (ad Eugenio). Che? Avete da darmene? (Sta a vedere, che costui mi rovina il negozio) (da sé). Se bastassero sei, o sette zecchini gli troverei. Eh via! Freddure, freddure! Ho bisogno di denari (scrive). (Manco male!) (da sé). Aspetti; quanto importeranno le due pezze di panno a otto lire il braccio?
La Bottega del caffe di Carlo Goldoni
Scena 17 Eugenio ritorna dalla locanda, e detti. Eugenio Marzio Leandro Eugenio Marzio Eugenio Marzio Leandro Marzio Leandro Marzio Eugenio Marzio Eugenio Marzio Eugenio Marzio Eugenio Che è questo strepito? Di tabacco, non la cedo a nessuno. Come va il desinare? (ad Eugenio). Sarà presto fatto. Viene la pellegrina? Non vuol venire. Via, signor dilettante di tabacco, andate a prendere la vostra signora. Vado. (Se a tavola fa cosí, gli tiro un piatto nel mostaccio) (picchia dalla ballerina). Non avete le chiavi? Signor no (gli aprono ed entra). Avrà quella della porta di dietro (ad Eugenio). Mi dispiace, che la pellegrina non vuol venire. Farà per farsi pregare. Dice, che assolutamente non è piú stata in Venezia. A me non lo direbbe. Siete sicuro, che sia quella? Sicurissimo; e poi, se poco fa ho parlato con lei, e mi voleva aprire... Basta, non sono andato, per non far torto all’amico. Avete parlato con lei?
La Bottega del caffe di Carlo Goldoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Carlo Goldoni   La Famiglia dell'antiquario   Atto primo  � Anselmo Pantalone Anselmo Pantalone Anselmo Pantalone Anselmo Sentite, amico; io in queste cose non me ne voglio impicciare. Ma qua bisogna trovarghe rimedio assolutamente. Andate da mia moglie, parlate con lei, intendetevi con lei, non mi rompete il capo. E se no la ghe remedierà ela, ghe remedierò mi. Lasciatemi in pace; ho da badare alle mie medaglie, al mio museo, al mio museo. Perché mia fia, la xè fia de un galantomo, e la pol star al pari de chi se sia. Io non so che cosa vi dite. So che questo lume eterno, è una gioia. Signor Pantalone vi riverisco (parte).
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
(L’impertinente) (da sé). Mi piace questo cameo; sarà antico: da chi l’avete avuto? Me l’ha dato mio padre. Oh, oh, oh, suo padre! (ridendo forte). Siora sí, ghe l’ho dà mi, siora sí. Questo cammeo è bellissimo. (Orsú, vorla che scomenzemo a parlar? Vorla dir ella?) (piano ad Anselmo). La chioma di quella sirena non può esser piú bella. La voglio veder colla lente (tira fuori una lente, osserva il cammeo, e non bada a chi parla). (El tempo passa) (come sopra). Principiate voi, poi dirò io. Intanto lasciatemi prender gusto in questo cammeo. Signore, se le me permette, qua per ordine del sior conte mio patron, del qual ho l’onor de esser anca parente… Per mia disgrazia. Tasè là siora e fin che parlo, no m’interrompè. Come diseva, se le me permette, farò un piccolo discorsetto. Pur troppo xe vero che tra la madonna e la niora poche volte se va d’accordo. Quando la nuora non ha giudizio. Cara ella, per carità, la prego, la me lassa parla; la sentirà con che rispetto, con che venerazion, con che giustizia parlerò de ella (ad Isabella). Io non apro bocca. E vu tasè (a Doralice). Non parlo. Credo che per ordinario le dissension che nasce tra ste do persone, le dipenda da chiaccole e pettegolezzi. Questa volta son cose vere. Vere, verissime. Oh poveretto mi! me lassele dir? Avete finito? Vorrei parlare anch’io.
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
Scena 3 Pantalone, Pancrazio e detto. Pantalone Anselmo Pancrazio Pantalone Caro sior Conte, la sa, che ghe son bon amigo. Compatitemi, ero imbarazzato. Signor Pancrazio, che fortuna è la mia, che siete venuto a favorirmi? Ho saputo che V. S. ha fatto una bella compra di antichità, sono venuto, se mi permette, a vedere le sue belle cose. L’ho menà mi sior Conte, l’ho menà mi; perché anca mi ho savesto, che l’ha fatto una bella spesa. (Credo che l’abbia buttà i bezzi in canal, e pol esser, che me riessa d’illuminarlo) (da sé). Sentite, signor Pancrazio, ora posso dire, che in questa città niuno possa arrivare alla mia galleria. Ho delle cose preziose. Le vederò volentieri. V. S. sa, che io ne ho cognizione. È vero; voi siete il piú pratico, e il piú intendente antiquario di Palermo. Date un’occhiata a quelle casse, e vedete se sono piene di piccoli tesoretti. Con sua licenza (va a vedere nelle casse).
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
Sono sassi un poco lavorati col scalpello per ingannare, chi crede. Ghe sarà anca petrificà, e indurio el cervello de qualche antiquario. E le mummie? Sono cadaveri di piccoli cani, e di gatti, e di sorci sventrati e seccati. Ma il basilisco? È un pesce marino, che i ciarlatani sogliono accomodare in figura di basilisco, e se ne servono per trattenere i contadini in piazza, quando vogliono vendere il loro balsamo. Signor Pancrazio, voi m’uccidete, voi mi cavate il cuore. E i quadri, le pitture, le miniature? Per quel poco, che ho veduto sono cose, che possono valere cento scudi, se vi arrivano. Dubito, o che vi vogliate prender spasso di me, o che lo facciate per indurmi a vendervi queste robbe a buonmercato, ma v’ingannate, se lo credete. Io sono un uomo d’onore. Non son capace d’ingannarvi, ma vi dico bensí, che siete stato tradito. E chi l’ha tradio xè quel baron de Brighella. Brighella è onorato. Brighella xè un furbazzo, e ghe lo proverò. Come le potete dire? Come me lo potete provare? Se  recordela  dell’Armeno,  che  gh’à  vendú  el  lume  eterno  delle  piramidi d’Egitto e tutte quell’altre belle cosse? Me ne ricordo sicuro, e quella pure è stata un’ottima spesa. Con so bona grazia l’aspetta un momento; el xè qua, che el fazzo vegnir (parte). Avrà qualche altra cosa rara da vendere. Caro signor Conte mi dispiace sentire, ch’ella getti malamente i suoi denari. Compatitemi, non ne sono ancor persuaso. Brighella mi ha fatto fare questo negozio. Brighella se ne intende quanto voi, e non è capace d’ingannarmi. Brighella se ne intende quanto me? Mi fa un bell’onore. Signor Conte, io son venuto per illuminarla, mosso dall’onestà di galantuomo, ed eccitato a farlo dal signor Pantalone. Vusignoria è attorniato da bricconi, che l’inganOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
Mirandolina sola. Mirandolina Uh, che mai ha detto! L’eccellentissimo signor marchese Arsura mi sposerebbe? E pure se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei. Mi piace l’arrosto, e del fumo, non so che farne. Se avessi sposati tutti quelli, che hanno detto volermi, oh, averei pure tanti mariti! Quanti arrivano  a  questa  locanda,  tutti  di  me  s’innamorano,  tutti  mi  fanno  i cascamorti; e tanti, e tanti mi esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor Cavaliere, rustico come un orso, mi tratta sí bruscamente? Questi è il primo forestiere capitato alla mia locanda, il quale non abbia avuto piacere di trattare con me. Non dico, che tutti in un salto s’abbiano a innamorare; ma disprezzarmi cosí? è una cosa, che mi muove la bile terribilmente. È nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non averà ancora trovato quella, che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa, che non l’abbia trovata? Con questi per l’appunto mi ci metto di picca. Quei, che mi corrono dietro, presto presto m’annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo, e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà.  Tratto con tutti, ma non m’innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature d’amanti spasimati; e voglio usar tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari, e duri, che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Locandiera di Carlo Goldoni
Scena 15 Mirandolina colla biancheria, e detto. Mirandolina Cavaliere Mirandolina Cavaliere Mirandolina Cavaliere Mirandolina Cavaliere Mirandolina Cavaliere Mirandolina Permette illustrissimo? (entrando con qualche soggezione). Che cosa volete? (con asprezza). Ecco qui della biancheria migliore (s’avanza un poco). Bene. Mettetela lí (accenna il tavolino). La supplico almeno degnarsi vedere se è di suo genio. Che roba è? Le lenzuola sono di rensa (s’avanza ancor piú). Rensa? Sí signore, di dieci paoli al braccio. Osservi. Non pretendevo tanto. Bastavami qualche cosa meglio di quel che mi avete dato. Questa  biancheria  l’ho  fatta  per  personaggi  di  merito;  per  quelli,  che  la sanno conoscere; e in verità, illustrissimo, la do per esser lei, ad un altro non la darei. “Per esser lei”! Solito complimento. Osservi il servizio di tavola. Oh! Queste tele di Fiandra, quando si lavano perdono assai. Non vi è bisogno, che le insudiciate per me. Per  un  cavaliere  della  sua  qualità,  non  guardo  a  queste  piccole  cose.  Di queste salviette, ne ho parecchie, e le serberò per V.S. illustrissima. (Non si può però negare, che costei non sia una donna obbligante) (da sé). (Veramente ha una faccia burbera da non piacergli le donne) (da sé). Dare la biancheria al mio cameriere, o ponetela lí, in qualche luogo. Non vi è bisogno, che v’incomodiate per questo. Oh io non m’incomodo mai, quando servo cavalieri di sí alto merito. Bene,  bene,  non  occorr’altro.  (Costei  vorrebbe  adularmi.  Donne?  Tutte cosí) (da sé). La metterò nell’arcova. Sí, dove volete (con serietà). Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Locandiera di Carlo Goldoni
Quel fazzoletto in tasca lo manderete a male (a Mirandolina). Eh lo riporrò nella bambagia, perché non si ammacchi! Osservate questo piccolo gioiello di diamanti (a Mirandolina). Bello assai. È compagno degli orecchini, che vi ho donato. Ortensia e Dejanira osservano, e parlano piano fra loro. Certo, è compagno, ma è ancora piú bello. (Sia maledetto il Conte, i suoi diamanti, i suoi denari, e il suo diavolo, che se lo porti) (da sé). Ora, perché abbiate il fornimento compagno; ecco ch’io vi dono il gioiello (a Mirandolina). Non lo prendo assolutamente. Non mi farete questa mala creanza. Oh! delle male creanze non ne faccio mai. Per non disgustarla, lo prenderò. (Ortensia e Dejanira parlano come sopra, osservando la generosità del Conte). Ah! Che ne dice signor Marchese? Questo gioiello non è galante? Nel suo genere il fazzoletto è piú di buon gusto. Sí, ma da genere, a genere vi è una bella distanza. Bella cosa! Vantarsi in pubblico di una grande spesa. Sí, sí, voi fate i vostri regali in segreto. (Posso ben dire con verità questa volta, che fra due litiganti il terzo gode) (da sé). E cosí, damine mie sarò a pranzo con voi. Quest’altro signore chi è? (al Conte). Sono il Conte d’Albafiorita per obbedirvi. Capperi! È una famiglia illustre, io la conosco (anch’ella s’accosta al Conte). Sono a’ vostri comandi (a Dejanira). È qui alloggiato? (al Conte). Sí, signora.
La Locandiera di Carlo Goldoni
Si trattiene molto? (al Conte). Credo di sí. Signore mie, sarete stanche di stare in piedi, volete ch’io vi serva nella vostra camera? Obbligatissima (con disprezzo). Di che paese è signor Conte? Napolitano. Oh! Siamo mezzi patriotti. Io sono palermitana. Io son romana; ma sono stata a Napoli, e appunto per un mio interesse desiderava parlare con un cavaliere napolitano. Vi servirò, signore. Siete sole? Non avete uomini? Ci sono io, signore, e non hanno bisogno di voi. Siamo sole, signor Conte. Poi vi diremo il perché. Mirandolina? Signore? Fate  preparare  nella  mia  camera  per  tre.  Vi  degnerete  di  favorirmi?  (ad Ortensia e Dejanira). Riceveremo le vostre finezze. Ma io sono stato invitato da queste dame. Esse sono padrone di servirsi, come comandano, ma alla mia piccola tavola in piú di tre non ci si sta. Vorrei vedere anche questa... Andiamo, andiamo, signor Conte. Il signor Marchese ci favorirà un’altra volta (parte). Signor Marchese, se trova il fazzoletto, mi raccomando (parte). Conte, Conte, voi me la pagherete. Di che vi lagnate? Son chi sono, e non si tratta cosí. Basta... Colei vorrebbe un fazzoletto? Un fazzoletto di quella sorta? Non l’averà. Mirandolina, tenetelo caro. Fazzoletti di quella sorta non se ne trovano. Dei diamanti se ne trovano, ma dei fazzoletti di quella sorta non se ne trovano (parte). (Oh che bel pazzo!) (da sé).
La Locandiera di Carlo Goldoni
Scena 2 Il Servitore col lesso ed un altro piatto, e detto. Servitore Cavaliere Servitore Cavaliere Servitore Cavaliere Servitore Cavaliere Ha  detto  la  padrona,  che  se  non  le  piacesse  il  pollastro,  le  manderà  un piccione. Mi piace tutto. E questo che cos’è? Dice la padrona, ch’io le sappia dire se a  V. S. illustrissima piace questa salsa, che l’ha fatta ella colle sue mani. Costei mi obbliga sempre piú (l’assaggia). È preziosa. Dille che mi piace, che la ringrazio. Glielo dirò, illustrissimo. Vaglielo a dir subito. Subito. (Oh che prodigio! Manda un complimento a una donna!) (da sé, parte). È una salsa squisita. Non ho sentita la meglio (va mangiando). Certamente, se Mirandolina farà cosí, averà sempre de’ forestieri. Buona tavola, buona biancheria. E poi non si può negare, che non sia gentile; ma quel che piú stimo in lei è la sincerità. Oh quella sincerità è pure la bella cosa! Perché non posso io vedere le donne? Perché sono finte, bugiarde, lusinghiere. Ma quella bella sincerità...
La Locandiera di Carlo Goldoni
Volentieri. Tenete (le dà un pezzo di pane. Mirandolina col bicchiere in una mano, e nell’altra il pane, mostra di stare in disagio, e non saper come fare la zuppa). Voi state in disagio. Volete sedere? Oh! Non son degna di tanto, signore. Via, via, siamo soli. Portale una sedia (al Servitore). (Il  mio  padrone  vuol  morire;  non  ha  mai  fatto  altrettanto)  (da  sé;  va  a prendere la sedia). Se lo sapessero il signor Conte, ed il signor Marchese, povera me! Perché? Cento volte mi hanno voluto obbligare a bere qualche cosa, o a mangiare, e non ho mai voluto farlo. Via, accomodatevi. Per obbedirla (siede, e fa la zuppa nel vino). Senti (al Servitore, piano). (Non lo dire a nessuno, che la padrona sia stata a sedere alla mia tavola). (Non dubiti) (piano). (Questa novità mi sorprende) (da sé). Alla salute di tutto quello, che dà piacere al signor Cavaliere. Vi ringrazio, padroncina garbata. Di questo brindisi alle donne non ne tocca. No? perché? Perché so, che le donne non le può vedere. È vero, non le ho mai potute vedere. Si conservi sempre cosí. Non vorrei... (si guarda dal Servitore). Che cosa, signore? Sentite (le parla nell’orecchio). (Non vorrei, che voi mi faceste mutar natura). Io, signore? Come? Va’ via (al Servitore). Comanda in tavola? Fammi cucinare due ova, e quando sono cotte, portale. Come le comanda le ova? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 39 Carlo Goldoni   La Locandiera   Atto secondo  � Cavaliere Servitore Cavaliere Mirandolina Cavaliere Mirandolina Cavaliere Mirandolina Come vuoi, spicciati. (Ho inteso. il padrone si va riscaldando) (da sé, parte). Mirandolina, voi siete una garbata giovine. Oh signore, mi burla. Sentite. Voglio dirvi una cosa vera, verissima, che ritornerà in vostra gloria. La sentirò volentieri. Voi siete la prima donna di questo mondo, con cui ho avuto la sofferenza di trattar con piacere. Le dirò, signor Cavaliere; non già ch’io meriti niente; ma alle volte si danno questi sangui, che s’incontrano. Questa simpatia, questo genio si dà anche fra persone, che non si conoscono. Anch’io provo per lei quello, che non ho sentito per alcun altro. Ho paura, che voi mi vogliate far perdere la mia quiete. Oh via, signor Cavaliere, se è un uomo savio, operi da suo pari. Non dia nelle debolezze degli altri. In verità, se me n’accorgo, qui non ci vengo piú. Anch’io mi sento un non so che di dentro, che non ho piú sentito; ma non voglio  impazzire  per  uomini,  e  molto  meno  per  uno,  che  ha  in  odio  le donne; e che forse, forse, per provarmi, e poi burlarsi di me, viene ora con un discorso nuovo a tentarmi; signor Cavaliere, mi favorisca un altro poco di Borgogna. Eh! Basta... (versa il vino in un bicchiere). (Sta lí, lí per cadere) (da sé). Tenete (le dà il bicchiere col vino). Obbligatissima. Ma ella non beve? Sí, beverò. (Sarebbe meglio, ch’io mi ubriacassi. Un diavolo scaccerebbe l’altro) (da sé, versa il vino nel suo bicchiere). Signor Cavaliere (con vezzo). Che c’è? Tocchi (gli fa toccareil bicchiere col suo). Che vivano i buoni amici. Che vivano (un poco languente). Viva... chi si vuol bene... senza malizia tocchi. E viva... Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Locandiera di Carlo Goldoni
Il Servitore colle ova, e detti. Cavaliere Marchese Servitore Cavaliere Marchese Un bicchierino al Marchese (al Servitore). Non tanto piccolo il bicchierino. Il Borgogna non è liquore. Per giudicarne bisogna beverne a sufficienza. Ecco le ova (vuol metterle in tavola). Non voglio altro. Che vivanda è quella?
La Locandiera di Carlo Goldoni
(Queste mie nemiche si vanno vendicando di me) (come sopra). (Come, signore?) (come sopra). (Eh, furba! Voi vedrete benissimo...) (come sopra). Amico, alla vostra salute (beve il vino di Borgogna). E bene? Come vi pare? Con vostra buona grazia, non val niente. Sentirete il mio vin di Cipro. Ma dov’è questo vino di Cipro? L’ho qui, l’ho portato con me, voglio che ce lo godiamo; ma! È di quello! Eccolo (tira fuori una bottiglia assai piccola). Per quel che vedo, signor Marchese, non vuole, che il suo vino ci vada alla testa. Questo? Si beve a goccie, come lo spirito di melissa. Ehi? Li bicchierini (apre la bottiglia. Il servitore porta de’ bicchierini da vino di Cipro). Eh son troppo grandi. Non ne avete de’ piú piccoli? (copre la bottiglia colla mano). Porta quei da rosolio (al Servitore). Io credo, che basterebbe odorarlo. Uh caro! Ha un odor, che consola (lo annasa. Il Servitore porta tre bicchierini sulla sottocoppa. Il Marchese versa pian piano, e non empie li bicchierini, poi lo dispensa al Cavaliere, a Mirandolina, e l’altro per sé, turando bene la bottiglia). Che nettare! Che ambrosia! Che manna distillata! (bevendo). (Che vi pare di questa porcheria?) (a Mirandolina). (Lavature di fiaschi) (al Cavaliere, piano). Ah! Che dite? (al Cavaliere). Buono, prezioso. Ah! Mirandolina, vi piace? Per me, signore, non posso dissimulare; non mi piace, lo trovo cattivo, e non posso dir, che sia buono. Lodo chi sa fingere. Ma chi sa fingere in una cosa, saprà fingere nell’altre ancora. (Costei mi dà un rimprovero; non capisco il perché) (da sé). Mirandolina, voi di questa sorta di vini non ve ne intendete. Vi compatisco.  Veramente il fazzoletto, che vi ho donato, l’avete conosciuto, e vi è piaciuto, ma il vin di Cipro non lo conoscete (finisce di bere). Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Locandiera di Carlo Goldoni
Scena 4 Il Cavaliere e detta. Cavaliere Mirandolina Cavaliere Mirandolina Cavaliere Mirandolina Cavaliere Mirandolina Cavaliere Mirandolina Cavaliere Mirandolina Cavaliere Mirandolina (Eccola.  Non  ci  volevo  venire,  e  il  diavolo  mi  ci  ha  strascinato)  (da  sé, indietro). (Eccolo, eccolo) (lo vede colla coda dell’occhio, e stira). Mirandolina? Oh signor Cavaliere! Serva umilissima (stirando). Come state? Benissimo per servirla (stirando senza guardarlo). Ho motivo di dolermi di voi. Perché, signore? (guardandolo un poco). Perché avete ricusato una piccola boccettina, che vi ho mandato. Che voleva, ch’io ne facessi? (stirando). Servirvene nelle occorrenze. Per grazia del Cielo, non sono soggetta agli svenimenti. Mi è accaduto oggi quello, che non mi è accaduto mai piú (stirando). Cara Mirandolina... non vorrei esser io stato cagione di quel funesto accidente. Eh sí ho timore, che ella appunto ne sia stata la causa (stirando).
La Locandiera di Carlo Goldoni
Che cosa stava facendo? Vi  dirò.  Io  sono  amantissimo  della  pulizia.  Voleva  levare  questa  piccola macchia. Con che, signore? Con questo spirito di melissa. Oh perdoni, lo spirito di melissa non serve, anzi farebbe venire la macchia piú grande. Dunque, come ho da fare? Ho io un segreto per cavar le macchie. Mi farete piacere a insegnarmelo. Volentieri. M’impegno con uno scudo far andar via quella macchia, che non si vedrà nemmeno dove sia stata. Vi vuole uno scudo? Sí, signore, vi pare una grande spesa? È meglio provare lo spirito di melissa. Favorisca; è buono quello spirito? Prezioso: sentite (le dà la boccetta). Oh io ne so fare del meglio (assaggiandolo). Sapete fare degli spiriti? Sí, signore, mi diletto di tutto. Brava, damina, brava. Cosí mi piace. Sarà d’oro questa boccetta? Non volete? È oro sicuro. (Non conosce l’oro dal princisbech) (da sé). È sua signor Marchese? È mia, e vostra, se comandate. Obbligatissima alle sue grazie (la mette via). Eh! so che scherzate. Come? Non me l’ha esibita? Non è cosa da vostra pari. È una bagattella. Vi servirò di cosa migliore, se ne avete voglia. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Locandiera di Carlo Goldoni
Il Cavaliere di dentro e detti. Il Cavaliere batte alla porta dove era prima. Mirandolina Fabrizio Cavaliere Mirandolina Picchiano (a Fabrizio). Chi è che picchia? (forte verso la porta). Apritemi (di dentro). Il Cavaliere (a Fabrizio).
La Locandiera di Carlo Goldoni
Avrò chi mi contrasti nel merto, e nel potere? No, no, questo non fia, Tamas, è mio soltanto; Regnar nel di lui cuore è mia gloria, è mio vanto. Picciolo regno ancora mi basta, e mi consola, Purché in quel cuore io possa sempre regnarvi, e sola (parte). Scena 7 Machmut accompagnato da quattro Officiali, che attendono gli ordini suoi Machmut Olà, ciascun s’impieghi: i schiavi, i servi, i cuochi; Si preparin le mense, i vasi, i cibi, i giuochi. Tosto al caffè; prepara oltre il costume adorno Il picciolo banchetto, che usasi a mezzo il giorno. Latte, poponi ed altre frutta del mio giardino, Confezioni, sorbetti, oppio purgato, e fino, Thè non manchi; si dia tabacco a chi ne brama, Siavi per tutto il vaso, che kaliam si chiama: Il kaliam, quel vaso, che fra noi si accostuma, Con cui sí dolcemente l’uom si riposa, e fuma. Canti vi sieno, e danze, vi sien poeti egregi, Che della nuova sposa formin poema ai pregi; Quindi nell’ampia sala, di lumi intorno piena, Al seguito festivo diasi superba cena. Del terso e bianco riso sodo pilò sia fatto, Di burro, e droghe carco, nel color contrafatto. Sieno in minuti pezzi nello schidion girati, D’aromati nutriti i migliori castrati. Lepri, maiali ed altre carni vietate immonde Non sianvi alla mia mensa; cerchinle i ghiotti altronde. Del bove in acqua pura al piú l’uso permetto, Salse bandisco, e sughi, e ogni manicaretto, Lasciando agli Europei la follia, ch’io deploro, Di accellerar coi cibi il fin de’ giorni loro. Ma Tamas viene; andate; gli ordini udiste in parte,
La Sposa persiana di Carlo Goldoni
Ma come xela fenía? Xe arrivao delle buone creature, e i li ha fatti desmettere, e i m’ha salvao la vita. Chi xe stà ste creature? Paron  Fortunato  Cavicchio,  e  so  muggiere  donna  Libera  Gallozzo,  e  so cugnà Orsetta Meggiotto, e un’altra so cugnà Checca Puinetta. (Sí  sí,  le  cognosso  tutte  custíe.  Checca  tra  le  altre xe  un  bon  tocchetto) (scrive). Ghe giera altri presenti? Ghe giera donna Pasqua Fersora e Lucietta Panchiana. (Oh! anca queste so chi le xe) (scrive). Gh’astu altro da dir? Mi no, lustrissimo. Fastu nissuna istanza alla giustizia? De cossa? Domandistu che i sia condannai in gnente? Lustrissimo sí. In cossa? In galía, lustrissimo. Ti sulle forche, pezzo de aseno. Mi, sior? Per cossa? Via, via, pampalugo. Basta cussí, ho inteso tutto (scrive in un piccolo foglio). No vorave che i me vegnisse anca lori a querelare perché gh’ho tratto delle pierae. Ma che i vegna pure; mi so stà el primo a vegnire, e chi è ‘l primo, porta via la bandiera (da sé). Suona il campanello. Lustrissimo. Andè a citar sti testimoni (s’alza). Lustrissimo sí, la sarà servida. Lustrissimo, me raccomando. Bondí, Marmottina. Zavatta, per servirla.
Le Baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni
Scena 18 Titta Nane, poi paron Vicenzo, poi Toffolo, poi Isidoro Titta Nane Vicenzo Titta Nane Vicenzo Titta Nane Toffolo Titta Nane Toffolo Isidoro Toffolo Isidoro Toffolo Isidoro Toffolo Titta Nane Isidoro Corpo de una gaggiandra! qualchedun me l’ha da pagare. Titta Nane, com’èla? Petto de diana! petto de diana! Arme, fora arme. Va via, matto. No star a precipitare. Voggio farme piccare, ma avanti, sangue de diana, ghe ne voggio colegare tre o quattro! So qua. Come xela? Arme, fora arme. Mi no so gnente (corre via e s’incontra violentemente con Isidoro urtandosi, ed Isidoro dà una spinta a Toffolo e lo getta in terra). Ah bestia! Aiuto. Con chi la gh’astu? (a Toffolo). I me vol dare (alzandosi). Chi è che te vuol dar? Titta Nane. No xe vero gnente. Va via de qua subito (a Titta Nane).
Le Baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni
Scena 1 Appartamento nella locanda in cui sono alloggiati don Florindo e donna Rosaura. Donna Rosaura e Don Florindo. Florindo Signora  consorte  carissima,  credo,  che  ce  ne  possiamo  tornare  al  nostro paese, e se aveste aderito a quello, che io diceva, non saremmo nemmeno venuti a Palermo. Che  avrebbero  mai  detto  di  noi  le  donne  del  nostro  rango,  se  dentro  il primo anno del nostro matrimonio non fossimo venuti a far qualche sfarzo nella città capitale? E che cosa diranno di noi, se torneremo alla patria, senza che una dama di questo paese siasi degnata di ammetterci alla sua conversazione? Ciò basterebbe a farmi morir di dolore. Penso che sarebbe stato meglio, se in luogo di aspirare alla conversazione delle dame, ci fossimo contentati di quella delle mercantesse della nostra condizione. Oh, questo poi no. Sono venuta a Palermo per acquistare qualche cosa di piú. Per esser distinta a Castell’a Mare, basta ch’io possa dire, sono stata in Palermo alla conversazion delle dame. Ma se questa conversazione, non si può ottenere? Il Conte Lelio mi ha dato speranza, che forse, forse si otterrà. Il Conte Lelio, e molti altri cavalieri ci trattano, ci favoriscono, mostrano desiderio d’introdurci per tutto; ma so, che le dame non vogliono ammetterci assolutamente. Eppure sono stata a casa di alcune, e mi hanno ricevuta. Sí. In privato tutte ci faranno delle finezze, ma in pubblico non è possibile. Mi ha promesso il Conte Lelio, che la Contessa Beatrice prenderà ella l’impegno d’introdurmi. Questa dama non la conosco. Non le ho portato veruna lettera di raccomandazione. La lettera di raccomandazione, che dovremo noi presentarle, sarà un piccolo regaletto di cento doppie.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Scena 16 La contessa Beatrice, Donna Rosaura, il conte Lelio ed il conte Onofrio. Lelio Beatrice Rosaura Onofrio Lelio Onofrio Lelio Onofrio Beatrice Lelio Beatrice Rosaura Onofrio Rosaura Onofrio Beatrice Onofrio Rosaura Onofrio Questa  sera,  se  la  signora  Beatrice  l’accorda,  si  potrebbe  anche  fare  una piccola festa di ballo. Perché no? Che dite, signora donna Rosaura? Io mi rimetto. (Amico, la cera costa cara) (piano a Lelio). (La signora Rosaura ne ha portato due casse). Bene, via, faremo la festa da ballo. Signora Contessa, potete per il ballo invitare qualche altra dama (a Beatrice). Per il ballo sí, ma per la cena no. Non vorrei mi nascesse qualche altro sconcerto. In casa vostra, potete far ballare chi volete. Per la mia cara Rosaura, farò di tutto. Vi sono molto obbligata. Permettetemi, ch’io torni a casa. Mio marito non si è veduto, e mi aspetterà. Son qui, vi servirò io. Riceverò  le  grazie  del  signor  Conte  Onofrio.  A  rivederci  questa  sera  (a Beatrice). Ehi! Non mi aspettate a pranzo, che non vengo (a Beatrice). E dove andate? Resto colla signora donna Rosaura. Ma non so, se questa mattina vi sarà salvaggiume. Non importa. So che avete un bravo cuoco. Ci sarà qualche buona zuppa (parte con Rosaura).
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Siete padrona di servirvi come v’aggrada. Ehi? (chiama). Lustrissima. Senti. Con vostra licenza (a Clarice; poi parla nell’orecchio a Brighella). Lustrissima sí (parte, e poi torna). E voi, signora, non sedete? Or ora sederò, se mi date licenza. Brighella viene con un piccolo panchettino, su cui Rosaura siede. (Oh che freddure, oh che caricature!) (da sé). (E viva i matti!) (parte, e poi torna). Nel vostro paese, che è porto di mare, e porto mercantile, vi saranno delle stoffe d’oro magnifiche, e di buon gusto? Qualche volta ne vengono delle superbe. Ultimamente ne ho reso tre tagli per far tre abiti, che mi lusingo sieno qualche cosa di particolare. Gli avete portati con voi? Sí signora, con idea di farmi far gli abiti da un sarto palermitano. Mi fareste il piacere di lasciarmi vedere queste stoffe? Subito vi servo. Ehi! (chiama). Lustrissima. Osserva in guardaroba, che vi sono quelle tre pezze di stoffa d’oro; portale qui, e portaci un picciolo tavolino. La servo subito (Sta’ a veder, che la lustrissima vol far botteghetta) (da sé). Volela anche el brazzolar? Animo, sbrigati. (La vorrà guadagnar el viazo) (parte, poi torna). Mi dispiace darvi quest’incomodo. È onor mio il potervi servire. Vi prego d’una grazia, se vedete la Contessa Eleonora, non le dite nulla, ch’io sia stata qui da voi. Sarete obbedita. Ma per qual motivo non volete, che mi glori d’aver ricevuto e vostre grazie?
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Non si sa ancora. L’ora non è stabilita. M’immagino che anderete in una carrozza da quattro posti. Io ho ordinato un calesso per mia sorella e per me, ed un cavallo per il mio cameriere. Ed io come vengo? Come volete. Via, via. Il signor Ferdinando verrà con me, voi anderete nello sterzo col signor  Filippo  e  la  signora  Giacinta  (a  Leonardo). (Farò  meglio  figura  a andar in calesso con lui, che con mio fratello). Ma siete poi risoluta di voler partire? (a Vittoria). Che? Ci ha qualche diflicoltà? Vi potrebbe essere una picciola difficoltà. Se non siete sicuri di partire, ditemelo liberamente. Se non vado con voi andrò con qualchedun altro. Tutti vanno in campagna, e non voglio che dicano, ch’io resto a far la guardia a Livorno. (Sarebbe anche per me una grandissima mortificazione).
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Facciamo cosí. Noi siamo in tre ed abbiamo un legno da quattro; venite dunque con noi. Chi è il quarto, se è lecito? Una mia cognata vedova, che viene con noi per custodia di mia figliuola; non già ch’ella abbia bisogno di essere custodita, ché ha giudizio da sé, ma per il mondo, non avendo madre, è necessario che vi sia una donna attempata. Va benissimo. (Procurerò ben io di cattivarmi l’animo della vecchia). E cosí? Vi comoda di venir con noi? Anzi è la maggior finezza che io possa ricevere. Andate dunque dal signor Leonardo, e ditegli che non s’impegni con altri per il posto che è destinato per voi. Non potreste farmi voi il piacere di mandar qualcheduno? I  miei  servitori  sono  tutti  occupati.  Scusatemi,  non  mi  pare  di  darvi  sí grande incomodo. Non  dico  diversamente.  Aveva  un  certo  picciolo  affare.  Basta,  non occorr’altro. Anderò io ad avvisarlo. (Dica Leonardo quel che sa dire, prenda la cosa come gli pare, ci penso poco, e non ho soggezione di lui). Signor Filippo, a buon rivederci. Non vi fate aspettare. Sarò sollecito. Ho degli stimoli che mi faranno sollecitare (parte).
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Ferdinando, da viaggio, e detti. Ferdinando Vittoria Leonardo Ferdinando Leonardo Ferdinando Vittoria Leonardo Ferdinando Vittoria Ferdinando Vittoria Leonardo Ferdinando Vittoria Eccomi qui, eccomi lesto, eccomi preparato pel viaggio. Oh! sí, avete fatto bene ad anticipare. Caro amico, mi dispiace infinitamente, ma sappiate che per un mio premuroso affare, per oggi non parto piú. Oh cospetto di bacco! Quando partirete? Domani? Non so, può essere che differisca per qualche giorno, e può anche essere, che per quest’anno i miei interessi m’impediscano di villeggiare. (Povero diavolo! Sarà per mancanza di calor naturale) (Quando ci penso, per altro, mi vengono i sudori freddi). Voi potrete andare col conte Anselmo. Eh! a me non mancano villeggiature. Il conte Anselmo l’ho licenziato; fo il mio conto, che andrò col signor Filippo e colla signora Giacinta. Oh! la signora Giacinta per quest’anno potrebbe anch’ella morir colla voglia in corpo. Io vengo di là in questo punto, e ho veduto che sono in ordine per partire, ed ho sentito che hanno mandato a ordinare i cavalli per ventun’ora. Sente, signor Leonardo? (Il signor Fulgenzio non avrà ancora parlato al signor Filippo). Eh, in quella casa non tremano. Il signor Filippo si tratta da gran signore, e non ha impicci in Livorno, che gl’impediscano la sua magnifica villeggiatura. Sente, signor Leonardo? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Scena 8 Filippo, poi Giacinta. Giacinta A quest’ora, signore, vi potrebbero risparmiare le seccature.  Vien tardi, a ventun’ora si ha da partire. Mi ho da vestir da viaggio da capo a piedi, e abbiamo ancora da desinare. Ma io ho da sentire che cosa vuole il signor Fulgenzio. Fategli dire che avete che fare, che avete premura, che non potete... Voi non sapete quello che vi diciate, ho con lui delle obbligazioni, non lo deggio trattare villanamente. Spicciatevi presto dunque. Piú presto che si potrà. È un seccatore, non finirà sí presto. Eccolo che viene. Vado, vado. (Non lo posso soffrire. Ogni volta che viene qui, ha sempre qualche cosa da dire sul vivere, sull’economia, sul costume. Vo’ un po’ star a sentire, se dice qualche cosa di me) (parte).
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Diritto di punire Ogni  pena  che  non  derivi  dall’assoluta  necessità,  dice  il  grande Montesquieu,  è  tirannica;  proposizione  che  si  può  rendere  più  generale così:  ogni  atto  di  autorità  di  uomo  a  uomo  che  non  derivi  dall’assoluta necessità  è  tirannico.  Ecco  dunque  sopra  di  che  è  fondato  il  diritto  del sovrano di punire i delitti: sulla necessità di difendere il deposito della salute pubblica dalle usurpazioni particolari; e tanto più giuste sono le pene, quanto più sacra ed inviolabile è la sicurezza, e maggiore la libertà che il sovrano conserva ai sudditi. Consultiamo il cuore umano e in esso troveremo i principii fondamentali del vero diritto del sovrano di punire i delitti, poichè non è da sperarsi alcun vantaggio durevole dalla politica morale se ella non sia fondata su i sentimenti indelebili dell’uomo. Qualunque legge devii da questi incontrerà sempre una resistenza contraria che vince alla fine, in quella maniera che una forza benchè minima, se sia continuamente applicata, vince qualunque violento moto comunicato ad un corpo. Nessun uomo ha fatto il dono gratuito di parte della propria libertà in vista del ben pubblico; questa chimera non esiste che ne’ romanzi; se fosse possibile, ciascuno di noi vorrebbe che i patti che legano gli altri, non ci legassero; ogni uomo si fa centro di tutte le combinazioni del globo. La  moltiplicazione  del  genere  umano,  piccola  per  se  stessa,  ma  di troppo superiore ai mezzi che la sterile ed abbandonata natura offriva per soddisfare ai bisogni che sempre più s’incrocicchiavano tra di loro, riunì i primi  selvaggi.  Le  prime  unioni  formarono  necessariamente  le  altre  per resistere alle prime, e così lo stato di guerra trasportossi dall’individuo alle nazioni. Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà: egli è adunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile, quella sola che basti a indurre gli altri a difenderlo. L’aggregato di queste minime porzioni possibili forma il diritto di punire; tutto il di più è abuso e non giustizia, è fatto, ma non già diritto. Osservate che la parola diritto non è contradittoria alla parola forza, ma la prima è piuttosto una modificazione della seconda, cioè la modificazione più utile al maggior numero. E per giustizia io non intendo altro che il vincolo necessario per tenere uniti gl’interessi particolari, che senz’esso si scioglierebbono nell’antico stato d’insociabilità; tutte le pene che oltrepassano la necessità di conservare questo vincolo sono ingiuste di
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Interpretazione delle leggi Quarta conseguenza. Nemmeno l’autorità d’interpetrare le leggi penali può risedere presso i giudici criminali per la stessa ragione che non sono legislatori. I giudici non hanno ricevuto le leggi dagli antichi nostri padri come una tradizione domestica ed un testamento che non lasciasse ai posteri che la cura d’ubbidire, ma le ricevono dalla vivente società, o dal sovrano rappresentatore di essa, come legittimo depositario dell’attuale risultato della volontà di tutti; le ricevono non come obbligazioni d’un antico giuramento, nullo, perchè legava volontà non esistenti, iniquo, perchè riduceva gli uomini dallo stato di società allo stato di mandra, ma come effetti di un tacito o espresso giuramento, che le volontà riunite dei viventi sudditi hanno fatto al sovrano, come vincoli necessari per frenare e reggere l’intestino fermento degl’interessi particolari. Quest’è la fisica e reale autorità delle leggi. Chi sarà dunque il legittimo interpetre della legge? Il sovrano, cioè il depositario delle attuali volontà di tutti, o il giudice, il di cui ufficio è solo l’esaminare se il tal uomo abbia fatto o no un’azione contraria alle leggi? In ogni delitto si deve fare dal giudice un sillogismo perfetto: la maggiore  dev’essere  la  legge  generale,  la  minore  l’azione  conforme  o  no  alla legge, la conseguenza la libertà o la pena. Quando il giudice sia costretto, o voglia fare anche soli due sillogismi, si apre la porta all’incertezza. Non  v’è  cosa  più  pericolosa  di  quell’assioma  comune  che  bisogna consultare lo spirito della legge. Questo è un argine rotto al torrente delle opinioni. Questa verità, che sembra un paradosso alle menti volgari, più percosse da un piccol disordine presente che dalle funeste ma rimote conseguenze che nascono da un falso principio radicato in una nazione, mi sembra dimostrata. Le nostre cognizioni e tutte le nostre idee hanno una reciproca connessione; quanto più sono complicate, tanto più numerose sono le strade che ad esse arrivano e partono. Ciascun uomo ha il suo punto di vista, ciascun uomo in differenti tempi ne ha un diverso. Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o cattiva logica di un giudice, di una facile o malsana digestione, dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice coll’offeso e da tutte quelle minime forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo. Quindi veggiamo la sorte di un cittadino cambiarsi spesse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite de’ miserabili essere la vittima dei falsi raziocini o dell’attuale fermento degli Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
umori d’un giudice, che prende per legittima interpetrazione il vago risultato di tutta quella confusa serie di nozioni che gli muove la mente. Quindi veggiamo gli stessi delitti dallo stesso tribunale puniti diversamente in diversi tempi, per aver consultato non la costante e fissa voce della legge, ma l’errante instabilità delle interpetrazioni. Un disordine che nasce dalla rigorosa osservanza della lettera di una legge penale non è da mettersi in confronto coi disordini che nascono dalla interpetrazione. Un tal momentaneo inconveniente spinge a fare la facile e necessaria correzione alle parole della legge, che sono la cagione dell’incertezza, ma impedisce la fatale licenza di ragionare, da cui nascono le arbitrarie e venali controversie. Quando un codice fisso di leggi, che si debbono osservare alla lettera, non lascia al giudice altra incombenza che di esaminare le azioni de’ cittadini, e giudicarle conformi o difformi alla legge scritta, quando la norma del giusto e dell’ingiusto, che deve dirigere le azioni sì del cittadino ignorante come del cittadino filosofo, non è un affare di controversia, ma di fatto, allora i sudditi non sono soggetti alle piccole tirannie di molti, tanto più crudeli quanto è minore la distanza fra chi soffre e chi fa soffrire, più fatali che quelle di un solo, perchè il dispotismo di molti non è correggibile che dal dispotismo di un solo e la crudeltà di un dispotico è proporzionata non alla forza, ma agli ostacoli. Così acquistano i cittadini quella  sicurezza  di  loro  stessi  che  è  giusta  perchè  è  lo  scopo  per  cui  gli uomini stanno in società, che è utile perchè gli mette nel caso di esattamente calcolare gl’inconvenienti di un misfatto. Egli è vero altresì che acquisteranno  uno  spirito  d’indipendenza,  ma  non  già  scuotitore  delle  leggi  e ricalcitrante a’ supremi magistrati, bensì a quelli che hanno osato chiamare col sacro nome di virtù la debolezza di cedere alle loro interessate o capricciose opinioni. Questi principii spiaceranno a coloro che si sono fatto un diritto di trasmettere agl’inferiori i colpi della tirannia che hanno ricevuto dai superiori. Dovrei tutto temere, se lo spirito di tirannia fosse componibile collo spirito di lettura.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Cesare Beccaria   Dei delitti e delle pene � Capitolo XXI Pene dei nobili Quali saranno dunque le pene dovute ai delitti dei nobili, i privilegi dei quali formano gran parte delle leggi delle nazioni? Io qui non esaminerò se questa distinzione ereditaria tra nobili e plebei sia utile in un governo o necessaria nella monarchia, se egli è vero che formi un potere intermedio, che limiti gli eccessi dei due estremi, o non piuttosto formi un ceto che, schiavo di se stesso e di altrui, racchiude ogni circolazione di credito e di speranza in uno strettissimo cerchio, simile a quelle feconde ed amene isolette che spiccano negli arenosi e vasti deserti d’Arabia, e che, quando sia vero che la disuguaglianza sia inevitabile o utile nelle società, sia vero altresì che ella debba consistere piuttosto nei ceti che negl’individui, fermarsi in una parte piuttosto che circolare per tutto il corpo politico, perpetuarsi piuttosto che nascere e distruggersi incessantemente. Io mi ristringerò alle sole pene dovute a questo rango, asserendo che esser debbono le medesime pel primo e per l’ultimo cittadino. Ogni distinzione sia negli onori sia nelle ricchezze perchè sia legittima suppone un’anteriore uguaglianza fondata sulle leggi, che considerano tutti i sudditi come egualmente dipendenti da esse. Si deve supporre che gli uomini che hanno rinunziato al naturale loro dispotismo abbiano detto: chi sarà più industrioso abbia maggiori onori, e la fama di lui risplenda ne’ suoi successori; ma chi è più felice o più onorato speri di più, ma non tema meno degli altri di violare quei patti coi quali è sopra gli altri sollevato. Egli è vero che tali decreti non emanarono in una dieta del genere umano, ma tali decreti  esistono  negl’immobili  rapporti  delle  cose,  non  distruggono  quei vantaggi che si suppongono prodotti dalla nobiltà e ne impediscono gl’inconvenienti; rendono formidabili le leggi chiudendo ogni strada all’impunità. A chi dicesse che la medesima pena data al nobile ed al plebeo non è realmente la stessa per la diversità dell’educazione, per l’infamia che spandesi su di un’illustre famiglia, risponderei che la sensibilità del reo non è la misura delle pene, ma il pubblico danno, tanto maggiore quanto è fatto da chi è più favorito; e che l’uguaglianza delle pene non può essere che estrinseca, essendo realmente diversa in ciascun individuo; che l’infamia di una famiglia può esser tolta dal sovrano con dimostrazioni pubbliche di benevolenza all’innocente famiglia del reo. E chi non sa che le sensibili formalità tengon luogo di ragioni al credulo ed ammiratore popolo?
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Dello spirito di famiglia Queste funeste ed autorizzate ingiustizie furono approvate dagli uomini anche più illuminati, ed esercitate dalle repubbliche più libere, per aver considerato piuttosto la società come un’unione di famiglie che come un’unione di uomini. Vi siano cento mila uomini, o sia ventimila famiglie, ciascuna delle quali è composta di cinque persone, compresovi il capo che la rappresenta: se l’associazione è fatta per le famiglie, vi saranno ventimila uomini  e  ottanta  mila  schiavi;  se  l’associazione  è  di  uomini,  vi  saranno cento mila cittadini e nessuno schiavo. Nel primo caso vi sarà una repubblica, e ventimila piccole monarchie che la compongono; nel secondo lo spirito repubblicano non solo spirerà nelle piazze e nelle adunanze della nazione, ma anche nelle domestiche mura, dove sta gran parte della felicità o della miseria degli uomini. Nel primo caso, come le leggi ed i costumi sono l’effetto dei sentimenti abituali dei membri della repubblica, o sia dei capi della famiglia, lo spirito monarchico s’introdurrà a poco a poco nella repubblica medesima; e i di lui effetti saranno frenati soltanto dagl’interessi opposti di ciascuno, ma non già da un sentimento spirante libertà ed uguaglianza. Lo spirito di famiglia è uno spirito di dettaglio e limitato a’ piccoli fatti. Lo spirito regolatore delle repubbliche, padrone dei principii generali, vede i fatti e gli condensa nelle classi principali ed importanti al bene della maggior parte. Nella repubblica di famiglie i figli rimangono nella potestà del capo, finchè vive, e sono costretti ad aspettare dalla di lui morte una esistenza dipendente dalle sole leggi. Avezzi a piegare ed a temere nell’età più  verde  e  vigorosa,  quando  i  sentimenti  son  meno  modificati  da  quel timore di esperienza che chiamasi moderazione, come resisteranno essi agli ostacoli che il vizio sempre oppone alla virtù nella languida e cadente età, in cui anche la disperazione di vederne i frutti si oppone ai vigorosi cambiamenti? Quando  la  repubblica  è  di  uomini,  la  famiglia  non  è  una subordinazione di comando, ma di contratto, e i figli, quando l’età gli trae dalla dipendenza di natura, che è quella della debolezza e del bisogno di educazione e di difesa, diventano liberi membri della città, e si assoggettano al capo di famiglia, per parteciparne i vantaggi, come gli uomini liberi nella grande società. Nel primo caso i figli, cioè la più gran parte e la più utile della nazione, sono alla discrezione dei padri, nel secondo non sussiste altro legame comandato che quel sacro ed inviolabile di somministrarci reciprocamente i necessari soccorsi, e quello della gratitudine per i benefici ricevuOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
ti, il quale non è tanto distrutto dalla malizia del cuore umano, quanto da una mal intesa soggezione voluta dalle leggi. Tali contradizioni fralle leggi di famiglia e le fondamentali della repubblica  sono  una  feconda  sorgente  di  altre  contradizioni  fralla  morale domestica e la pubblica, e però fanno nascere un perpetuo conflitto nell’animo di ciascun uomo. La prima inspira soggezione e timore, la seconda coraggio e libertà; quella insegna a ristringere la beneficenza ad un piccol numero di persone senza spontanea scelta, questa a stenderla ad ogni classe di uomini; quella comanda un continuo sacrificio di se stesso a un idolo vano, che si chiama bene di famiglia, che spesse volte non è il bene d’alcuno che la compone; questa insegna di servire ai propri vantaggi senza offendere le leggi, o eccita ad immolarsi alla patria col premio del fanatismo, che previene l’azione. Tali contrasti fanno che gli uomini si sdegnino a seguire la virtù che trovano inviluppata e confusa, e in quella lontananza che nasce dall’oscurità degli oggetti sì fisici che morali. Quante volte un uomo, rivolgendosi alle sue azioni passate, resta attonito di trovarsi malonesto! A misura che la società si moltiplica, ciascun membro diviene più piccola parte del tutto, e il sentimento repubblicano si sminuisce proporzionalmente, se cura non è delle leggi di rinforzarlo. Le società hanno come i corpi umani i loro limiti circonscritti, al di là de’ quali crescendo, l’economia ne è necessariamente disturbata. Sembra che la massa di uno stato debba essere in ragione inversa della sensibilità di chi lo compone, altrimenti, crescendo l’una e l’altra, le buone leggi troverebbono nel prevenire i delitti un ostacolo nel bene medesimo che hanno prodotto. Una repubblica troppo vasta non si salva  dal  dispotismo  che  col  sottodividersi  e  unirsi  in  tante  repubbliche federative. Ma come ottener questo? Da un dittatore dispotico che abbia il coraggio di Silla, e tanto genio d’edificare quant’egli n’ebbe per distruggere. Un tal uomo, se sarà ambizioso, la gloria di tutt’i secoli lo aspetta, se sarà filosofo, le benedizioni de’ suoi cittadini lo consoleranno della perdita dell’autorità, quando pure non divenisse indifferente alla loro ingratitudine. A misura  che  i  sentimenti  che  ci  uniscono  alla  nazione  s’indeboliscono,  si rinforzano i sentimenti per gli oggetti che ci circondano, e però sotto il dispotismo più forte le amicizie sono più durevoli, e le virtù sempre mediocri di famiglia sono le più comuni o piuttosto le sole. Da ciò può ciascuno vedere quanto fossero limitate le viste della più parte dei legislatori.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
pochi ed indolenti tiranni, attacchiamo l’ingiustizia nella sua sorgente. Ritornerò nel mio stato d’indipendenza naturale, vivrò libero e felice per qualche tempo coi frutti del mio coraggio e della mia industria, verrà forse il giorno del dolore e del pentimento, ma sarà breve questo tempo, ed avrò un giorno di stento per molti anni di libertà e di piaceri. Re di un piccol numero, correggerò gli errori della fortuna, e vedrò questi tiranni impallidire e palpitare alla presenza di colui che con un insultante fasto posponevano ai loro cavalli, ai loro cani. Allora la religione si affaccia alla mente dello scellerato, che abusa di tutto, e presentandogli un facile pentimento ed una quasi certezza di eterna felicità, diminuisce di molto l’orrore di quell’ultima tragedia. Ma  colui  che  si  vede  avanti  agli  occhi  un  gran  numero  d’anni,  o anche tutto il corso della vita che passerebbe nella schiavitù e nel dolore in faccia a’ suoi concittadini, co’ quali vive libero e sociabile, schiavo di quelle leggi dalle quali era protetto, fa un utile paragone di tutto ciò coll’incertezza dell’esito de’ suoi delitti, colla brevità del tempo di cui ne goderebbe i frutti. L’esempio continuo di quelli che attualmente vede vittime della propria inavvedutezza, gli fa una impressione assai più forte che non lo spettacolo di un supplicio che lo indurisce più che non lo corregge. Non è utile la pena di morte per l’esempio di atrocità che dà agli uomini. Se le passioni o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere il  sangue  umano,  le  leggi  moderatrici  della  condotta  degli  uomini  non dovrebbono aumentare il fiero esempio, tanto più funesto quanto la morte legale è data con istudio e con formalità. Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio,  ne  commettono  uno  esse  medesime,  e,  per  allontanare  i  cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio. Quali sono le vere e le più utili leggi? Quei patti e quelle condizioni che tutti vorrebbero osservare e proporre, mentre tace la voce sempre ascoltata dell’interesse privato o si combina con quello del pubblico. Quali sono i sentimenti di ciascuno sulla pena di morte? Leggiamoli negli atti d’indegnazione e di disprezzo con cui ciascuno guarda il carnefice, che è pure un innocente esecutore della pubblica  volontà,  un  buon  cittadino  che  contribuisce  al  ben  pubblico,  lo stromento necessario alla pubblica sicurezza al di dentro, come i valorosi soldati al di fuori. Qual è dunque l’origine di questa contradizione? E perchè è indelebile negli uomini questo sentimento ad onta della ragione? Perchè gli uomini nel più secreto dei loro animi, parte che più d’ogn’altra conserva ancor la forma originale della vecchia natura, hanno sempre creduto non Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
secolo inferiori in bontà ai lumi attuali di una nazione, durano ancora le barbare impressioni e le feroci idee dei settentrionali cacciatori padri nostri. Alcuni hanno sostenuto che in qualunque luogo commettasi un delitto, cioè un’azione contraria alle leggi, possa essere punito; quasi che il carattere di suddito fosse indelebile, cioè sinonimo, anzi peggiore di quello di schiavo; quasi che uno potesse esser suddito di un dominio ed abitare in un altro, e che le di lui azioni potessero senza contradizione esser subordinate  a  due  sovrani  e  a  due  codici  sovente  contradittori.  Alcuni  credono parimente che un’azione crudele fatta, per esempio, a Costantinopoli, possa  esser  punita  a  Parigi,  per  l’astratta  ragione  che  chi  offende  l’umanità merita di avere tutta l’umanità inimica e l’esecrazione universale; quasichè i giudici vindici fossero della sensibilità degli uomini e non piuttosto dei patti che gli legano tra di loro. Il luogo della pena è il luogo del delitto, perchè ivi solamente e non altrove gli uomini sono sforzati di offendere un privato per prevenire l’offesa pubblica. Uno scellerato, ma che non ha rotti i patti di una società di cui non era membro, può essere temuto, e però dalla forza superiore della società esiliato ed escluso, ma non punito colle formalità delle leggi vindici dei patti, non della malizia intrinseca delle azioni. Sogliono i rei di delitti più leggieri esser puniti o nell’oscurità di una prigione, o mandati a dar esempio, con una lontana e però quasi inutile schiavitù, a nazioni che non hanno offeso. Se gli uomini non s’inducono in un momento a commettere i più gravi delitti, la pubblica pena di un gran misfatto sarà considerata dalla maggior parte come straniera ed impossibile ad accaderle; ma la pubblica pena di delitti più leggeri, ed a’ quali l’animo è più  vicino,  farà  un’impressione  che,  distogliendolo  da  questi,  l’allontani viepiù da quegli. Le pene non devono solamente esser proporzionate fra loro ed ai delitti nella forza, ma anche nel modo d’infliggerle. Alcuni liberano dalla pena di un piccolo delitto quando la parte offesa lo perdoni, atto conforme alla beneficenza ed all’umanità, ma contrario al ben pubblico, quasi che un cittadino privato potesse egualmente togliere colla sua remissione la necessità dell’esempio, come può condonare il risarcimento dell’offesa. Il diritto di far punire non è di un solo, ma di tutti i cittadini o del sovrano. Egli non può che rinunziare alla sua porzione di diritto, ma non annullare quella degli altri.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Se io avessi a parlare a nazioni ancora prive della luce della religione direi che vi è ancora un’altra differenza considerabile fra questo e gli altri delitti. Egli nasce dall’abuso di un bisogno costante ed universale a tutta l’umanità, bisogno anteriore, anzi fondatore della società medesima, laddove gli altri delitti distruttori di essa hanno un’origine più determinata da passioni momentanee che da un bisogno naturale. Un tal bisogno sembra, per chi conosce la storia e l’uomo, sempre uguale nel medesimo clima ad una quantità costante. Se ciò fosse vero, inutili, anzi perniciose sarebbero quelle leggi e quei costumi che cercassero diminuirne la somma totale, perchè il loro effetto sarebbe di caricare una parte dei propri e degli altrui bisogni, ma sagge per lo contrario sarebbero quelle che, per dir così, seguendo la facile inclinazione  del  piano,  ne  dividessero  e  diramassero  la  somma  in tante eguali e piccole porzioni, che impedissero uniformemente in ogni parte e l’aridità e l’allagamento. La fedeltà coniugale è sempre proporzionata al numero ed alla libertà de’ matrimoni. Dove gli ereditari pregiudizi gli  reggono,  dove  la  domestica  potestà  gli  combina  e  gli  scioglie,  ivi  la galanteria ne rompe secretamente i legami ad onta della morale volgare, il di cui officio è di declamare contro gli effetti, perdonando alle cagioni. Ma non vi è bisogno di tali riflessioni per chi, vivendo nella vera religione, ha più sublimi motivi, che correggono la forza degli effetti naturali. L’azione di un tal delitto è così instantanea e misteriosa, così coperta da quel velo medesimo che le leggi hanno posto, velo necessario, ma fragile, e che aumenta il pregio della cosa in vece di scemarlo, le occasioni così facili, le conseguenze così equivoche, che è più in mano del legislatore il prevenirlo che correggerlo. Regola generale: in ogni delitto che, per sua natura, dev’essere il più delle volte impunito, la pena diviene un incentivo. Ella è proprietà  della  nostra  immaginazione  che  le  difficoltà,  se  non  sono insormontabili o troppo difficili rispetto alla pigrizia d’animo di ciascun uomo, eccitano più vivamente l’immaginazione ed ingrandiscono l’oggetto, perchè elleno sono quasi altrettanti ripari che impediscono la vagabonda  e  volubile  immaginazione  di  sortire  dall’oggetto,  e  costringendola  a scorrere tutt’i rapporti, più strettamente si attacca alla parte piacevole, a cui più naturalmente l’animo nostro si avventa, che non alla dolorosa e funesta, da cui fugge e si allontana. L’attica venere così severamente punita dalle leggi e così facilmente sottoposta ai tormenti vincitori dell’innocenza, ha meno il suo fondamento su i bisogni dell’uomo isolato e libero che sulle passioni dell’uomo sociabile Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Contrabbandi Il contrabbando è un vero delitto che offende il sovrano e la nazione, ma la di lui pena non dev’essere infamante, perchè commesso non produce infamia nella pubblica opinione. Chiunque dà pene infamanti a’ delitti che non sono reputati tali dagli uomini, scema il sentimento d’infamia per quelli che lo sono. Chiunque vedrà stabilita la medesima pena di morte, per esempio,  a  chi  uccide  un  fagiano  ed  a  chi  assassina  un  uomo  o  falsifica  uno scritto importante, non farà alcuna differenza tra questi delitti, distruggendosi in questa maniera i sentimenti morali, opera di molti secoli e di molto sangue, lentissimi e difficili a prodursi nell’animo umano, per far nascere i quali fu creduto necessario l’aiuto dei più sublimi motivi e un tanto apparato di gravi formalità. Questo delitto nasce dalla legge medesima poichè, crescendo la gabella, cresce sempre il vantaggio, e però la tentazione di fare il contrabbando e la facilità di commetterlo cresce colla circonferenza da custodirsi e colla diminuzione del volume della merce medesima. La pena di perdere e la merce bandita e la roba che l’accompagna è giustissima, ma sarà tanto più efficace quanto più piccola sarà la gabella, perchè gli uomini non rischiano che a proporzione del vantaggio che l’esito felice dell’impresa produrrebbe. Ma perchè mai questo delitto non cagiona infamia al di lui autore, essendo un furto fatto al principe, e per conseguenza alla nazione medesima? Rispondo che le offese che gli uomini credono non poter essere loro fatte, non l’interessano tanto che basti a produrre la pubblica indegnazione contro di chi le commette. Tale è il contrabbando. Gli uomini su i quali le conseguenze rimote fanno debolissime impressioni, non veggono il danno che può loro accadere per il contrabbando, anzi sovente ne godono i vantaggi presenti. Essi non veggono che il danno fatto al principe; non sono dunque interessati a privare dei loro suffragi chi fa un contrabbando, quanto  lo  sono  contro  chi  commette  un  furto  privato,  contro  chi  falsifica  il carattere,  ed  altri  mali  che  posson  loro  accadere.  Principio  evidente  che ogni essere sensibile non s’interessa che per i mali che conosce. Ma dovrassi lasciare impunito un tal delitto contro chi non ha roba da perdere? No: vi sono dei contrabbandi che interessano talmente la natura del tributo, parte così essenziale e così difficile in una buona legislazione, che un tal delitto merita una pena considerabile fino alla prigione medesima, fino alla servitù; ma prigione e servitù conforme alla natura del delitto
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
grave e di leggero debbon fissarsi dalla cieca ed imparzial legge, non dalla pericolosa ed arbitraria prudenza dei giudici. Le fissazioni dei limiti sono così necessarie nella politica come nella matematica, tanto nella misura del ben pubblico quanto nella misura delle grandezze. proprietà dei beni, che giustifichi una privazione di libertà inutile fuori che nel caso di far coi mali della schiavitù svelare i secreti di un supposto fallito innocente, caso rarissimo nella supposizione di un rigoroso esame! Credo massima legislatoria che il valore degl’inconvenienti politici sia in ragione composta della diretta del  danno  pubblico,  e  della  inversa  della  improbabilità  di  verificarsi. Potrebbesi distinguere il dolo dalla colpa grave, la grave dalla leggiera, e questa dalla perfetta innocenza, ed assegnando al primo le pene dei delitti di falsificazione, alla seconda minori, ma con privazione di libertà, riserbando all’ultima la scelta libera dei mezzi di ristabilirsi, togliere alla terza la libertà di  farlo,  lasciandola  ai  creditori.  Ma  le  distinzioni  di  grave  e  di  leggero debbon fissarsi dalla cieca ed imparzial legge, non dalla pericolosa ed arbitraria prudenza dei giudici. Le fissazioni dei limiti sono così necessarie nella politica come nella matematica, tanto nella misura del ben pubblico quanto nella misura delle grandezze. Con quale facilità il provido legislatore potrebbe impedire una gran parte dei fallimenti colpevoli, e rimediare alle disgrazie dell’innocente industrioso! La pubblica e manifesta registrazione di tutt’i contratti, e la libertà a tutt’i cittadini di consultarne i documenti bene ordinati, un banco pubblico formato dai saggiamente ripartiti tributi sulla felice mercatura e destinato a soccorrere colle somme opportune l’infelice ed incolpabile membro di essa, nessun reale inconveniente avrebbero ed innumerabili vantaggi possono produrre. Ma le facili, le semplici, le grandi leggi, che non aspettano che il cenno del legislatore per ispandere nel seno della nazione la dovizia e la robustezza, leggi che d’inni immortali di riconoscenza di generazione  in  generazione  lo  ricolmerebbero,  sono  o  le  men  cognite  o  le  meno volute. Uno spirito inquieto e minuto, la timida prudenza del momento presente, una guardinga rigidezza alle novità s’impadroniscono dei sentimenti di chi combina la folla delle azioni dei piccoli mortali.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Asili Mi restano ancora due questioni da esaminare: l’una, se gli asili sieno giusti, e se il patto di rendersi fralle nazioni reciprocamente i rei sia utile o no. Dentro i confini di un paese non dev’esservi alcun luogo indipendente dalle leggi. La forza di esse seguir deve ogni cittadino, come l’ombra segue il corpo. L’impunità e l’asilo non differiscono che di più e meno, e come l’impressione della pena consiste più nella sicurezza d’incontrarla che nella forza di essa, gli asili invitano più ai delitti di quello che le pene non allontanano. Moltiplicare gli asili è il formare tante piccole sovranità, perchè dove non sono leggi che comandano, ivi possono formarsene delle nuove ed opposte alle comuni, e però uno spirito opposto a quello del corpo intero della società. Tutte le istorie fanno vedere che dagli asili sortirono grandi rivoluzioni negli stati e nelle opinioni degli uomini. Ma se sia utile il rendersi reciprocamente i rei fralle nazioni, io non ardirei decidere questa questione  finchè  le  leggi  più  conformi  ai  bisogni  dell’umanità,  le  pene  più dolci, ed estinta la dipendenza dall’arbitrio e dall’opinione, non rendano sicura l’innocenza oppressa e la detestata virtù; finchè la tirannia non venga del  tutto  dalla  ragione  universale,  che  sempre  più  unisce  gl’interessi  del trono e dei sudditi, confinata nelle vaste pianure dell’Asia, quantunque la persuasione  di  non  trovare  un  palmo  di  terra  che  perdoni  ai  veri  delitti sarebbe un mezzo efficacissimo per prevenirli.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
indolenza e stupidità. Se cade in una nazione voluttuosa, ma attiva, ella ne disperde l’attività in un infinito numero di piccole cabale ed intrighi, che spargono la diffidenza in ogni cuore e che fanno del tradimento e della dissimulazione la base della prudenza. Se cade su di una nazione coraggiosa e forte, l’incertezza vien tolta alla fine, formando prima molte oscillazioni dalla libertà alla schiavitù, e dalla schiavitù alla libertà.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
CVII – O giorno di tristizia e pien di danno ............. 75 CVIII – Sì doloroso, non poria dir quanto ................ 76 CIX – Tutto ciò ch’altrui agrada a me disgrada .......... 76 XC – Come in quelli occhi gentili e in quel viso ........ 77 CXI – La dolce vista e ’l bel guardo soave .................. 78 CXII – Novelle non di veritate ignude ....................... 80 CXIII – Amico, s’egualmente mi ricange................... 80 CXIV – Molte fiate Amor, quando mi desta .............. 81 CXV – Spesso m’avvien ch’i’ non posso far motto ..... 81 CXVI – Serrato è lo meo cor di dolor tanto .............. 82 CXVII – Dante, i’ ho preso l’abito di doglia .............. 82 CXVIII – Lo gran disio, che mi stringe cotanto ........ 83 CXIX – Lasso, pensando a la distrutta valle ............... 85 CXX – Io guardo per li prati ogni fior bianco............ 85 CXXI – Signor, e’ non passò mai peregrino ............... 86 CXXII – Voi che per simiglianza amate’ cani ............. 86 CXXIII – Oimè, lasso, quelle trezze bionde ............... 87 CXXIV – Io fu’ ’n su l’alto e ’n sul beato monte ........ 88 CXXV – Cino a Dante ............................................. 89 CXXVI – Cino a Dante ............................................ 91 CXXVII – Cino a Dante ........................................... 92 CXXVIII – Cino a Dante ......................................... 92 CXXIX – Cino a Moroello Malaspina ....................... 93 CXX – Cino a Dante ................................................ 93 CXXI – Cino a Guido Cavalcanti ............................. 94 CXXII – Cino a Onesto ............................................ 94 CXXIII – Cino a Onesto .......................................... 95 CXXIV – Cino a Onesto .......................................... 95 CXXV – Cino a Onesto ............................................ 96 CXXVI – Cino a Onesto .......................................... 96 CXXVII – Cino a Cacciamonte ................................ 97 CXXVIII – Cino a Picciòlo da Bologna .................... 97 CXXIX – Cino a Mula da Pistoia .............................. 98 CXL – Cino a Bernardo da Bologna ......................... 98 CXLI – Cino a Gherarduccio da Bologna ................. 99 CXLII – Cino a Gherarduccio .................................. 99 CXLIII – Cino a Gherarduccio da Bologna............. 100 CXLIV – Cino a Gherarduccio da Bologna............. 100 CXLV – Cino a Meuccio......................................... 101 CXLVI – Cino a Gherardo da Reggio...................... 101
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
CXXVII Cino a Cacciamonte Prego ’l vostro saver, che tanto monta, che raccheti Amor che pur m’offende, poi si reca il meo partire ad onta, sì che mi lassa, ma ’l cor no mi rende. 5 E meco, come sòl, più non s’aconta, ma niente però di men m’incende, ch’a i gravosi spiriti miei conta che in altro che ancider me no’ ’ntende. Perché mi faccia ciò, ragion no’ veggio, ché sempre sono a lui in alm’e ’n core, e per partir neente follaneggio. Dovunque sono, sto suo servitore, e sempre pur mi fa di male in peggio; ma se m’ancide, no lli fie onore. 10 CXXVIII Cino a Picciòlo da Bologna Pìcciol dagli atti, — rispond’i’ al Picciòlo equivocato, se lo ’ntendi punto: e certo sie ch’io non fui mai giunto da così fatti, — di tal guisa volo. 5 Subitamente ti levasti solo, sanza esser da me chiamato o punto, e bel tacer perdesti entro quel punto: ogn’uom lo dice; il pregio che n’hai, t lo! Sì grande è la vettoria come ’l vinto: se tu se’ cinto, — megli’è ch’i’ non apra, ché mi’ onor non potrebb’esser pinto di vincer te, che da follia se’ spinto in laberinto. — Morderia la capra s’avesse denti: però non se’ infinto. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
II Nel cominciamento di ciascuno bene ordinato convivio sogliono li sergenti prendere lo pane apposito, e quello purgare da ogni macula. Per che io, che ne la presente scrittura tengo luogo di quelli, da due macule mondare intendo primieramente questa esposizione, che per pane si conta nel mio corredo. L’una, è che parlare alcuno di se medesimo pare non licito; l’altra è, che parlare in esponendo troppo a fondo pare non ragionevole: e lo illicito e ’l non ragionevole lo coltello del mio giudicio purga in questa forma. Non si concede per li retorici alcuno di sé medesimo sanza necessaria cagione parlare, e da ciò è l’uomo rimosso, perché parlare d’alcuno non si può che il  parladore  non  lodi  o  non  biasimi  quelli  di  cui  elli  parla;  le  quali  due cagioni rusticamente stanno, a far [dire] di sé, ne la bocca di ciascuno. E per levare un dubbio che qui surge, dico che peggio sta biasimare che lodare, avvegna che l’uno e l’altro non sia da fare. La ragione è che qualunque cosa  è  per  sé  da  biasimare,  è  più  laida  che  quella  che  è  per  accidente. Dispregiar se medesimo è per sé biasimevole, però che a l’amico dee l’uomo lo suo difetto contare strettamente, e nullo è più amico che l’uomo a sé; onde ne la camera de’ suoi pensieri se medesimo riprender dee e piangere li suoi difetti, e non palese. Ancora: del non potere e del non sapere ben sé menare le più volte non è l’uomo vituperato, ma del non volere è sempre, perché nel volere e nel non volere nostro si giudica la malizia e la bontade; e  però  chi  biasima  se  medesimo  appruova  sé  conoscere  lo  suo  difetto, appruova sé non essere buono: per che, per sé, è da lasciare di parlare sé biasimando. Lodare sé è da fuggire sì come male per accidente, in quanto lodare non si può, che quella loda non sia maggiormente vituperio. È loda ne la punta de le parole, è vituperio chi cerca loro nel ventre: ché le parole sono fatte per mostrare quello che non si sa, onde chi loda sé mostra che non  creda  essere  buono  tenuto;  che  non  li  incontra  sanza  maliziata conscienza, la quale, sé lodando, discuopre e, discoprendo, si biasima. E  ancora  la  propria  loda  e  lo  proprio  biasimo  è  da  fuggire  per  una ragione igualmente, sì come falsa testimonianza fare; però che non è uomo che sia di sé vero e giusto misuratore, tanto la propria caritate ne ’nganna. Onde avviene che ciascuno ha nel suo giudicio le misure del falso mercatante, che compera con l’una e vende con l’altra; e ciascuno con ampia misura cerca  lo  suo  mal  fare  e  con  piccola  cerca  lo  bene;  sì  che  ’l  numero  e  la quantità e ’l peso del bene li pare più che se con giusta misura fosse saggiato, e quello del male meno. Per che, parlando di sé con loda o col contrario, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
nato  a  ben  servire;  perché,  s’elli  non  è  subietto  in  ciascuna  condizione, sempre con fatica e con gravezza procede nel suo servigio e rade volte quello continua; e se elli non è [conoscente del bisogno del suo signore e a lui non è] obediente, non serve mai se non a suo senno e a suo volere, che è più servigio  d’amico  che  di  servo.  Dunque,  a  fuggire  questa  disordinazione, conviene questo comento, che è fatto invece di servo a le ’nfrascritte canzoni, esser subietto a quelle in ciascuna sua [condi]zione, ed essere conoscente del bisogno del suo signore e a lui obediente. Le quali disposizioni tutte li mancavano,  se  latino  e  non  volgare  fosse  stato,  poi  che  le  canzoni  sono volgari. Ché, primamente, non era subietto ma sovrano, e per nobilità e per  vertù  e  per  bellezza.  Per  nobilità,  perché  lo  latino  è  perpetuo  e  non corruttibile, e lo volgare è non stabile e corruttibile. Onde vedemo ne le scritture  antiche  de  le  comedie  e  tragedie  latine,  che  non  si  possono transmutare, quello medesimo che oggi avemo; che non avviene del volgare, lo quale a piacimento artificiato si transmuta. Onde vedemo ne le cittadi d’Italia, se bene volemo agguardare, da cinquanta anni in qua molti vocabuli essere spenti e nati e variati; onde se ’l picciol tempo così transmuta, molto più transmuta lo maggiore. Sì ch’io dico, che se coloro che partiron d’esta vita già sono mille anni tornassero a le loro cittadi, crederebbero la loro cittade essere occupata da gente strana, per la lingua da loro discordante. Di questo si parlerà altrove più compiutamente in uno libello ch’io intendo di fare, Dio concedente, di Volgare Eloquenza. Ancora, non era subietto ma sovrano per vertù. Ciascuna cosa è virtuosa in sua natura che fa quello a che ella è ordinata; e quanto meglio lo fa tanto  è  più  virtuosa.  Onde  dicemo  uomo  virtuoso  che  vive  in  vita contemplativa o attiva, a le quali è ordinato naturalmente; dicemo del cavallo virtuoso che corre forte e molto, a la qual cosa è ordinato; dicemo una spada virtuosa che ben taglia le dure cose, a che essa è ordinata. Così lo sermone, lo quale è ordinato a manifestare lo concetto umano, è virtuoso quando quello fa, e più virtuoso quello che più lo fa; onde, con ciò sia cosa che lo latino molte cose manifesta concepute ne la mente che lo volgare far non può, sì come sanno quelli che hanno l’uno e l’altro sermone, più è la vertù sua che quella del volgare. Ancora,  non  era  subietto  ma  sovrano  per  bellezza.  Quella  cosa  dice l’uomo essere bella cui le parti debitamente si rispondono, per che de la loro armonia resulta piacimento. Onde pare l’uomo essere bello, quando le sue membra debitamente si rispondono; e dicemo bello lo canto, quando le Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
cioè lo volgare proprio, e commendano l’altro lo quale non è loro richesto di fabbricare. E chi vuole vedere come questo ferro è da biasimare, guardi che opere ne fanno li buoni artefici, e conoscerà la malizia di costoro che, biasimando lui, s[è] credono scusare. Contra questi cotali grida Tullio nel principio d’un suo libro che si chiama Libro di Fine de’ Beni, però che al suo tempo biasimavano lo latino romano e commendavano la gramatica greca per simiglianti cagioni che questi fanno vile lo parlare italico e prezioso quello di Provenza. La terza setta contro nostro volgare si fa per cupiditate di vanagloria. Sono molti che per ritrarre cose poste in altrui lingua e commendare quella,  credono  più  essere  ammirati  che  ritraendo  quelle  de  la  sua.  E  sanza dubbio non è sanza loda d’ingegno apprendere bene la lingua strana; ma biasimevole è commendare quella oltre a la verità, per farsi glorioso di tale acquisto. La quarta si fa da uno argomento d’invidia. Sì come è detto di sopra, la invidia è sempre dove è alcuna paritade. Intra li uomini d’una lingua è la paritade del volgare; e perché l’uno quella non sa usare come l’altro, nasce invidia. Lo invidioso poi argomenta, non biasimando colui che dice di non saper  dire,  ma  biasima  quello  che  è  materia  de  la  sua  opera,  per  torre, dispregiando l’opera da quella parte, a lui che dice onore e fama; sì come colui che biasimasse lo ferro d’una spada, non per biasimo dare al ferro, ma a tutta l’opera del maestro. La quinta e ultima setta si muove da viltà d’animo. Sempre lo magnanimo si magnifica in suo cuore, e così lo pusillanimo, per contrario, sempre si tiene meno che non è. E perché magnificare e parvificare sempre hanno rispetto ad alcuna cosa per comparazione a la quale si fa lo magnanimo grande e lo pusillanimo piccolo, avviene che ’l magnanimo sempre fa minori li altri che non sono, e lo pusillanimo sempre maggiori. E però che con quella misura che l’uomo misura se medesimo, misura le sue cose, che sono quasi parte di se medesimo, avviene che al magnanimo le sue cose sempre paiono migliori che non sono, e l’altrui men buone: lo pusillanimo sempre le sue cose crede valere poco, e l’altrui assai; onde molti per questa viltade dispregiano lo proprio volgare, e l’altrui pregiano. E tutti questi cotali sono li abominevoli cattivi d’Italia che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale, s’è vile in alcuna [cosa], non è se non in quanto elli suona ne la bocca meretrice di questi adulteri; a lo cui condutto vanno li ciechi de li quali ne la prima cagione feci menzione. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
te di quello divinissimo ciel quieto, in quello si rivolve con tanto desiderio, che la sua velocitade è quasi incomprensibile. E quieto e pacifico è lo luogo di quella somma Deitade che sola [sé] compiutamente vede. Questo loco è di spiriti beati, secondo che la Santa Chiesa vuole, che non può dire menzogna; e Aristotile pare ciò sentire, a chi bene lo ’ntende, nel primo De Celo et Mundo. Questo è lo soprano edificio del mondo, nel quale tutto lo mondo s’inchiude, e di fuori dal quale nulla è; ed esso non è in luogo ma formato  fu  solo  ne  la  prima  Mente,  la  quale  li  Greci  dicono  Protonoè. Questa è quella magnificenza de la quale parlò il Salmista quando dice a Dio: “Levata è la magnificenza tua sopra li cieli”. E così ricogliendo ciò che ragionato è, pare che diece cieli siano, de li quali quello di  Venere sia lo terzo, del quale si fa menzione in quella parte che mostrare intendo. Ed è da sapere che ciascuno cielo di sotto al Cristallino ha due poli fermi, quanto a sé; e lo nono li ha fermi e fissi, e non mutabili secondo alcuno respetto. E ciascuno, sì lo nono come li altri, hanno un cerchio, che si  può  chiamare  equatore  del  suo  cielo  proprio;  lo  quale  igualmente  in ciascuna parte de la sua revoluzione è rimoto da l’uno polo e da l’altro, come può sensibilmente vedere chi volge un pomo, o altra cosa ritonda. E questo cerchio ha più rattezza nel muovere che alcuna parte del suo cielo, in ciascuno cielo, come può vedere chi bene considera. E ciascuna parte, quant’ella più è presso ad esso, tanto più rattamente si muove; quanto più n’è remota e più presso al polo, più è tarda, però che la sua revoluzione è minore, e conviene essere in uno medesimo tempo, di necessitade, con la maggiore. Dico ancora, che quanto lo cielo più è presso al cerchio equatore tanto è più nobile per comparazione a li suoi [poli], però che ha più movimento e più attualitade e più vita e più forma, e più tocca di quello che è sopra sé, e per consequente più è virtuoso. Onde le stelle del Cielo Stellato sono più piene di vertù tra loro quanto più sono presso a questo cerchio. E in sul dosso di questo cerchio, nel cielo di Venere, del quale al presente si tratta, è una speretta che per se medesima in esso cielo si volge; lo cerchio de la quale li astrologi chiamano epiciclo. E sì come la grande spera due  poli  volge,  così  questa  picciola,  e  così  ha  questa  picciola  lo  cerchio equatore, e così è più nobile quanto è più presso di quello; e in su l’arco, o vero dosso, di questo cerchio è fissa la lucentissima stella di Venere. E avvegna che detto sia essere diece cieli secondo la stretta veritade, questo numero non li comprende tutti; ché questo di cui è fatta menzione, cioè l’epiciclo nel quale è fissa la stella, è uno cielo per sé, o vero spera, e non ha una Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
imaginava lei fatta come una donna gentile, e non la poteva imaginare in atto alcuno se non misericordioso; per che sì volentieri lo senso di vero la mirava, che appena lo potea volgere da quella. E da questo imaginare cominciai ad andare là dov’ella si dimostrava veracemente, cioè ne le scuole de li religiosi e a le disputazioni de li filosofanti. Sì che in picciol tempo, forse di trenta mesi, cominciai tanto a sentire de la sua dolcezza, che lo suo amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero. Per che io, sentendomi levare  dal  pensiero  del  primo  amore  a  la  virtù  di  questo,  quasi maravigliandomi apersi la bocca nel parlare de la proposta canzone, mostrando la mia condizione sotto figura d’altre cose: però che de la donna di cu’io  m’innamorava  non  era  degna  rima  di  volgare  alcuna  palesemente po[e]tare; né li uditori erano tanto bene disposti, che avessero sì leggiere le [non] fittizie parole apprese; né sarebbe data loro fede a la sentenza vera, come a la fittizia, però che di vero si credea del tutto che disposto fosse a quello amore, che non si credeva di questo. Cominciai dunque a dire: Voi che’ntendendo il terzo ciel movete. E perché, sì come detto è, questa donna fu  figlia  di  Dio,  regina  di  tutto,  nobilissima  e  bellissima  Filosofia,  è  da vedere chi furono questi movitori, e questo terzo cielo. E prima del cielo, secondo l’ordine trapassato. E non è qui mestiere di procedere dividendo, e a littera esponendo; ché, volta la parola di quello ch’ella suona in quello ch’ella ’ntende, per la passata sposizione questa sentenza fia sufficientemente palese. XIII A vedere quello che per lo terzo cielo s’intende, prima si vuol vedere che per questo solo vocabulo “cielo” io voglio dire; e poi si vedrà come e perché questo terzo cielo ci fu mestiere. Dico che per cielo io intendo la scienza e per cieli le scienze, per tre similitudini che li cieli hanno con le scienze massimamente; e per l’ordine e numero in che paiono convenire, sì come trattando quello vocabulo, cioè “terzo”, si vedrà. La prima similitudine si è la revoluzione de l’uno e de l’altro intorno a uno suo immobile. Ché ciascuno cielo mobile si volge intorno al suo centro, lo quale, quanto per lo suo movimento, non si muove; e così ciascuna scienza si muove intorno al suo subietto, lo quale essa non muove, però che nulla scienza dimostra lo proprio subietto, ma suppone quello. La seconda similitudine si è lo illuminare de l’uno e de l’altro; ché ciascuno cielo illumina le cose visibili, e così ciascuna scienza illumina le intelligibili. E la terza similitudine si è lo inducere perfezione ne le disposte cose. De la quale Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
induzione, quanto a la prima perfezione, cioè de la generazione sustanziale, tutti li filosofi concordano che li cieli siano cagione, avvegna che diversamente questo pongano: quali da li motori, sì come Plato, Avicenna e Algazel; quali da esse stelle, spezialmente l’anime umane, sì come Socrate, e anche Plato e Dionisio Academico; e quali da vertude celestiale che è nel calore naturale del seme, sì come Aristotile e li altri Peripatetici. Così de la induzione de la perfezione seconda le scienze sono cagione in noi; per l’abito de le  quali  potemo  la  veritade  speculare,  che  è  ultima  perfezione  nostra,  sì come dice lo Filosofo nel sesto de l’Etica, quando dice che ’l vero è lo bene de lo intelletto. Per queste, con altre similitudini molte, si può la scienza “cielo” chiamare. Ora perché “terzo” cielo si dica è da vedere. A che è mestiere fare considerazione sovra una comparazione che è ne l’ordine de li cieli a quello de le scienze. Sì come adunque di sopra è narrato, li sette cieli primi a noi sono quelli de li pianeti; poi sono due cieli sopra questi, mobili, e uno sopra tutti, quieto. A li sette primi rispondono le sette scienze del Trivio e del Quadruvio, cioè Gramatica, Dialettica, Rettorica, Arismetrica, Musica, Geometria e Astrologia. A l’ottava spera, cioè a la stellata, risponde la scienza naturale, che Fisica si chiama, e la prima scienza, che si chiama Metafisica; a la nona spera risponde la scienza morale; ed al cielo quieto risponde la scienza divina, che è Teologia appellata. E ragione per che ciò sia, brievemente è da vedere. Dico  che  ’l  cielo  de  la  Luna  con  la  Gramatica  si  somiglia  [per  due proprietadi], per che ad esso si può comparare. Che se la Luna si guarda bene, due cose si veggiono in essa proprie, che non si veggiono ne l’altre stelle: l’una sì è l’ombra che è in essa, la quale non è altro che raritade del suo corpo, a la quale non possono terminare li raggi del sole e ripercuotersi così come ne l’altre parti; l’altra si è la variazione de la sua luminositade, che ora luce da uno lato, e ora luce da un altro, secondo che lo sole la vede. E queste due proprietadi hae la Gramatica: ché, per la sua infinitade, li raggi de la ragione in essa non si terminano, in parte spezialmente de li vocabuli; e luce or di qua or di là in tanto quanto certi vocabuli, certe declinazioni, certe construzioni sono in uso che già non furono, e molte già furono che ancor saranno: sì come dice Orazio nel principio de la Poetria quando dice: “Molti vocabuli rinasceranno che già caddero”. E  lo  cielo  di  Mercurio  si  può  comparare  a  la  Dialettica  per  due proprietadi: che Mercurio è la più picciola stella del cielo, ché la quantitade del suo diametro non è più che di dugento trentadue miglia, secondo che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
E per la Galassia ha questo cielo similitudine grande con la Metafisica. Per che è da sapere che di quella Galassia li filosofi hanno avute diverse oppinioni. Ché li Pittagorici dissero che ’l Sole alcuna fiata errò ne la sua via e, passando per altre parti non convenienti al suo fervore, arse lo luogo per lo quale passò, e rimasevi quella apparenza de l’arsura: e credo che si mossero da la favola di Fetonte, la quale narra Ovidio nel principio del secondo di Metamorfoseos. Altri dissero, sì come fu Anassagora e Democrito, che ciò era lume di sole ripercusso in quella parte, e queste oppinioni con ragioni dimostrative riprovaro. Quello che Aristotile si dicesse non si può bene sapere di ciò, però che la sua sentenza non si truova cotale ne l’una translazione come ne l’altra. E credo che fosse lo errore de li translatori; ché ne la Nuova pare dicere che ciò sia uno ragunamento di vapori sotto le stelle di quella parte, che sempre traggono quelli: e questo non pare avere ragione vera. Ne la Vecchia dice che la Galassia non è altro che moltitudine di stelle fisse in quella parte, tanto picciole che distinguere di qua giù non le potemo, ma di loro apparisce quello albore, lo quale noi chiamiamo Galassia: e puote essere, ché lo cielo in quella parte è più spesso, e però ritiene e ripresenta  quello  lume.  E  questa  oppinione  pare  avere,  con  Aristotile, Avicenna e Tolomeo. Onde, con ciò sia cosa che la Galassia sia uno effetto di quelle stelle le quali non potemo vedere, se non per lo effetto loro intendiamo quelle cose, e la Metafisica tratti de le prime sustanzie, le quali noi non potemo simigliantemente intendere se non per li loro effetti, manifesto è che ’l Cielo stellato ha grande similitudine con la Metafisica. Ancora: per lo polo che vedemo significa le cose sensibili, de le quali, universalmente pigliandole, tratta la Fisica; e per lo polo che non vedemo significa le cose che sono sanza materia, che non sono sensibili, de le quali tratta la Metafisica: e però ha lo detto cielo grande similitudine con l’una scienza  e  con  l’altra.  Ancora:  per  li  due  movimenti  significa  queste  due scienze. Ché per lo movimento ne lo quale ogni die si rivolve, e fa nova circulazione di punto a punto, significa le cose naturali corruttibili, che cotidianamente compiono loro via, e la loro materia si muta di forma in forma; e di queste tratta la Fisica. E per lo movimento quasi insensibile che fa da occidente in oriente per uno grado in cento anni, significa le cose incorruttibili, le quali ebbero da Dio cominciamento di creazione e non averanno fine: e di queste tratta la Metafisica. Però dice che questo movimento significa quelle, che essa circulazione cominciò e non averebbe fine; ché fine de la circulazione è redire ad uno medesimo punto, al quale non Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
Così come nel precedente trattato si ragiona, lo mio secondo amore prese cominciamento da la misericordiosa sembianza d’una donna. Lo quale amore poi, trovando la mia disposta vita al suo ardore, a guisa di fuoco, di picciolo in grande fiamma s’accese; sì che non solamente vegghiando, ma dormendo, lume di costei ne la mia testa era guidato. E quanto fosse grande lo desiderio che Amore di vedere costei mi dava, né dire né intendere si potrebbe.  E  non  solamente  di  lei  era  così  disidiroso,  ma  di  tutte  quelle persone che alcuna prossimitade avessero a lei, o per familiaritade o per parentela alcuna. Oh quante notti furono, che li occhi de l’altre persone chiusi dormendo si posavano, che li miei ne lo abitaculo del mio amore fisamente miravano! E sì come lo multiplicato incendio pur vuole di fuori mostrarsi, che stare ascoso è impossibile, volontade mi giunse di parlare d’amore, l[a] quale del tutto tenere non potea. E avvegna che poca podestade io potesse avere di mio consiglio, pure in tanto, o per volere d’Amore o per mia prontezza, ad esso m’accostai per più fiate, che io deliberai e vidi che, d’amor parlando, più bello né più profittabile sermone non era che quello nel quale si commendava la persona che s’amava. E a questo deliberamento tre ragioni m’informaro: de le quali l’una fu lo proprio amore di me medesimo, lo quale è principio di tutti li altri, sì Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
Segnati questi tre luoghi sopra questa palla, leggiermente si può vedere come lo sole la gira. Dico adunque che ’l cielo del sole si rivolge da occidente in oriente, non dirittamente contra lo movimento diurno, cioè del die e de la notte, ma tortamente contra quello; sì che ’l suo mezzo cerchio, che equalmente è ’ntra li suoi poli, nel quale è lo corpo del sole, sega in due parti opposite lo [mezzo] cerchio de li due primi poli, cioè nel principio de l’Ariete e nel principio de la Libra, e partesi per due archi da esso, uno ver settentrione e un altro  ver mezzogiorno. Li punti [di mezzo] de li quali archi si dilungano equalmente dal primo cerchio, da ogni parte, per ventitrè gradi e uno punto più; e l’uno punto è lo principio del Cancro, e l’altro è lo principio del Capricorno. Però conviene che Maria veggia nel principio de l’Ariete, quando lo sole va sotto lo mezzo cerchio de li primi poli, esso sole girar lo mondo intorno giù a la terra, o vero al mare, come una mola  de  la  quale  non  paia  più  che  mezzo  lo  corpo  suo;  e  questa  veggia venire montando a guisa d’una vite dintorno, tanto che compia novanta e una rota e poco più. E quando queste rote sono compiute, lo suo montare è a Maria quasi tanto quanto esso monta a noi ne la mezza terra, [quando] ’l giorno è de la mezza notte iguale; e se uno uomo fosse dritto in Maria e sempre  al  sole  volgesse  lo  viso,  vederebbesi  quello  andare  ver  lo  braccio destro. Poi per la medesima via par discendere altre novanta e una rota e poco più, tanto ch’elli gira intorno giù a la terra, o vero al mare, sé non tutto mostrando; e poi si cela, e comincialo a vedere Lucia, lo quale montare  e  discendere  intorno  a  sé  allor  vede  con  altrettante  rote  quante  vede Maria. E se uno uomo fosse in Lucia dritto, sempre che volgesse la faccia in ver  lo  sole,  vedrebbe  quello  andarsi  nel  braccio  sinistro.  Per  che  si  può vedere che questi luoghi hanno un dì l’anno di sei mesi; e una notte d’altrettanto tempo; e quando l’uno ha lo giorno e l’altro ha la notte. Conviene anche che lo cerchio dove sono li Garamanti, come detto è, in su questa palla, veggia lo sole a punto sopra sé girare, non a modo di mola, ma di [rota]; la quale non può in alcuna parte vedere se non mezza, quando va sotto l’Ariete. E poi lo vede partire da sé e venire verso Maria novanta e uno die e poco più, e per altrettanti a sé tornare; e poi, quando è tornato, va sotto la Libra, e anche si parte e va ver Lucia novanta e uno dì e poco più, e in altrettanti ritorna. E questo luogo, lo quale tutta la palla cerchia, sempre ha lo die iguale con la notte, o di qua o di là che ’l sole li vada; e due volte l’anno ha la state grandissima di calore, e due piccioli verni. Conviene anche che li due spazii, che sono in mezzo de le due cittadi Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
imaginate e lo [cerchio] del mezzo, veggiano lo sole disvariatamente, secondo che sono remoti e propinqui questi luoghi; sì come omai, per quello che detto è, puote vedere chi ha nobile ingegno, al quale è bello un poco di fatica lasciare. Per che vedere omai si puote, che per lo divino provedimento lo mondo è si ordinato che, volta la spera del sole e tornata a uno punto, questa palla dove noi siamo in ciascuna parte di sé riceve tanto tempo di luce quanto di tenebre. O ineffabile sapienza che così ordinasti, quanto è povera la nostra mente a te comprendere! E voi a cui utilitade e diletto io scrivo, in quanta cechitade vivete, non levando li occhi suso a queste cose, tenendoli fissi nel fango de la vostra stoltezza! VI Nel precedente capitolo è mostrato per che modo lo sole gira; sì che omai  si  puote  procedere  a  dimostrare  la  sentenza  de  la  parte  a  la  quale s’intende. Dico adunque che in questa parte prima comincio a commendare questa donna per comparazione a l’altre cose; e dico che ’l sole, girando lo mondo, non vede alcuna cosa così gentile come costei: perche segue che questa sia, secondo le parole, gentilissima di tutte le cose che ’l sole allumina. E dice: in quell’ora; onde è da sapere che “ora” per due modi si prende da li astrologi. L’uno si è, che del die e de la notte fanno ventiquattr’ore, cioè dodici del die e dodici de la notte, quanto che ’l die sia grande o picciolo; e queste ore si fanno picciole e grandi nel dì e ne la notte, secondo che il dì e la notte cresce e menoma. E queste ore usa la Chiesa, quando dice Prima, Terza,  Sesta  e  Nona,  e  chiamansi  ore  temporali.  L’altro  modo  si  è,  che faccendo del dì e de la notte ventiquattr’ore, tal volta ha lo die le quindici ore, e la notte le nove; tal volta ha la notte le sedici e lo die le otto, secondo che  cresce  e  menoma  lo  die  e  la  notte:  e  chiamansi  ore  equali.  E  ne  lo equinozio sempre queste e quelle che temporali si chiamano sono una cosa; però che, essendo lo dì equale de la notte, conviene così avvenire. Poi quando dico: Ogni Intelletto di là su la mira, commendo lei, non avendo rispetto ad altra cosa. E dico che le Intelligenze del cielo la mirano, e che la gente di qua giù gentile pensano di costei, quando più hanno di quello che loro diletta. E qui è da sapere che ciascuno Intelletto di sopra, secondo ch’è scritto nel libro de le Cagioni, conosce quello che è sopra sé e quello che è sotto sé. Conosce adunque Iddio sì come sua cagione, conosce quello che è sotto sé sì come suo effetto; e però che Dio è universalissima cagione di tutte le cose, conoscendo lui, tutte le cose conosce in sé, secondo lo modo de la Intelligenza. Per che tutte le Intelligenze conoscono la forma Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
del cattivato Regolo, da Cartagine mandato a Roma per commutare li presi cartaginesi a sé e a li altri presi romani, avere contra sé per amore di Roma, dopo la legazione ritratta, consigliato, solo da [umana, e non da] divina natura mosso? Chi dirà di Quinzio Cincinnato, fatto dittatore e tolto da lo aratro, e dopo lo tempo de l’officio, spontaneamente quello rifiutando a lo arare  essere  ritornato?  Chi  dirà  di  Cammillo,  bandeggiato  e  cacciato  in essilio, essere venuto a liberare Roma contra li suoi nimici, e dopo la sua liberazione, spontaneamente essere ritornato in essilio per non offendere la senatoria autoritade, sanza divina istigazione? O sacratissimo petto di Catone, chi presummerà di te parlare? Certo maggiormente di te parlare non si può che tacere, e seguire Ieronimo quando nel proemio de la Bibbia, là dove di Paolo tocca, dice che meglio è tacere che poco dire. Certo e manifesto esser dee, rimembrando la vita di costoro e de li altri divini cittadini, non sanza alcuna luce de la divina bontade, aggiunta sopra la loro buona natura, essere tante mirabili operazioni state; e manifesto esser dee, questi eccellentissimi  essere  stati  strumenti  con  li  quali  procedette  la  divina provedenza ne lo romano imperio, dove più volte parve esse braccia di Dio essere presenti. E non puose Iddio le mani proprie a la battaglia dove li Albani con li Romani, dal principio, per lo capo del regno combattero, quando uno solo Romano ne le mani ebbe la franchigia di Roma? Non puose  Iddio  le  mani  proprie,  quando  li  Franceschi,  tutta  Roma  presa, prendeano di furto Campidoglio di notte, e solamente la voce d’una oca fé ciò sentire? E non puose Iddio le mani, quando, per la guerra d’Annibale avendo perduti tanti cittadini che tre moggia d’anella in Africa erano portati, li Romani volsero abbandonare la terra, se quel benedetto Scipione giovane non avesse impresa l’andata in Africa per la sua franchezza? E non puose Iddio le mani quando uno nuovo cittadino di picciola condizione, cioè Tullio, contra tanto cittadino quanto era Catellina la romana libertà difese?  Certo  sì.  Per  che  più  chiedere  non  si  dee,  a  vedere  che  spezial nascimento e spezial processo, da Dio pensato e ordinato, fosse quello de la santa cittade. Certo di ferma sono oppinione che le pietre che ne le mura sue stanno siano degne di reverenzia, e lo suolo dov’ella siede sia degno oltre quello che per li uomini è predicato e approvato. VI Di sopra, nel terzo capitolo di questo trattato, promesso fue di ragionare de l’altezza de la imperiale autoritade e de la filosofica; e però, ragionato de la imperiale, procedere oltre si conviene la mia digressione, a vedere di Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
X Poi che poste sono l’altrui oppinioni di nobilitade, e mostrato è quelle riprovare a me esser licito, verrò a quella parte ragionare che ciò ripruova; che comincia, sì come detto è di sopra: Chi diffinisce: “Omo è legno animato”. E però è da sapere che l’oppinione de lo Imperadore — avvegna che con difetto quella ponga — ne l’una particula, cioè là dove disse belli costumi, toccò de li costumi di nobilitade, e però in quella parte riprovare non s’intende. L’altra particula, che di natura di nobilitade è del tutto diversa, s’intende riprovare; la quale due cose pare dicere quando dice  antica ricchezza, cioè tempo e divizie, le quali a nobilitade sono del tutto diverse, come detto è e come di sotto si mostrerà. E però riprovando si fanno due parti: prima si ripruovano le divizie, e poi si ripruova lo tempo essere cagione di nobilitade. La seconda parte comincia: Né voglion che vil uom gentil divegna. E da sapere è che, riprovate le divizie, è riprovata non solamente l’oppinione de lo Imperadore in quella parte che le divizie tocca, ma eziandio quella del vulgo interamente che solo ne le divizie si fondava. La prima parte in due si divide: che ne la prima generalmente si dice lo ’mperadore essere stato erroneo ne la diffinizione di nobilitade; secondamente si mostra ragione perché. E comincia questa seconda parte: Ché le divizie, sì come si crede. Dico adunque,  Chi diffinisce: “Omo è legno animato”, che  prima dice non vero, cioè falso, in quanto dice “legno”; e poi parla non intero, cioè con difetto, in quanto dice “animato”, non dicendo “razionale”, che è differenza per la quale uomo da la bestia si parte. Poi dico che per questo modo fu erroneo in diffinire quelli che tenne impero: non dicendo “imperadore”, ma “quelli che tenne imperio”, a mostrare (come detto è di sopra) questa cosa determinare essere fuori d’imperiale officio. Poi dico similemente lui errare, che puose de la nobilitade falso subietto, cioè “antica ricchezza”, e poi procede[tt]e a “defettiva forma”, o vero differenza, cioè “belli costumi”, che non comprendono ogni formalitade di nobilitade, ma molto picciola parte, sì come di sotto si mostrerà. E non è da lasciare, tutto che ’l testo si taccia, che messere lo Imperadore in questa parte non errò pur ne le parti de la diffinizione, ma eziandio nel modo di diffinire, avvegna che, secondo la fama che di lui grida, elli fosse loico e clerico grande: ché la diffinizione de la nobilitade più degnamente si farebbe da li effetti che da’ principii, con ciò sia cosa che essa paia avere ragione di principio, che non si può notificare per cose prime, ma per posteriori. Poi quando dico: Ché le divizie, sì Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
viene;  così  l’anima  nostra,  incontanente  che  nel  nuovo  e  mai  non  fatto cammino di questa vita entra, dirizza li occhi al termine del suo sommo bene, e però, qualunque cosa vede che paia in sé avere alcuno bene, crede che sia esso. E perché la sua conoscenza prima è imperfetta, per non essere esperta né dottrinata, piccioli beni le paiono grandi, e però da quelli comincia prima a desiderare. Onde vedemo li parvuli desiderare massimamente un pomo; e poi, più procedendo, desiderare uno augellino; e poi, più oltre, desiderare bel vestimento; e poi lo cavallo; e poi una donna; e poi ricchezza non grande, e poi grande, e poi più. E questo incontra perché in nulla di queste cose truova quella che va cercando, e credela trovare più oltre. Per che vedere si può che l’uno desiderabile sta dinanzi a l’altro a li occhi de la nostra anima per modo quasi piramidale, che ’l minimo li cuopre prima tutti, ed è quasi punta de l’ultimo desiderabile, che è Dio, quasi base di tutti. Sì che, quanto da la punta ver la base più si procede, maggiori appariscono li desiderabili; e questa è la ragione per che, acquistando, li desiderii umani si fanno più ampii, l’uno appresso de l’altro.  Veramente così questo cammino si perde per errore come le strade de la terra. Che sì come d’una cittade a un’altra di necessitade è una ottima e dirittissima via, e un’altra che sempre se ne dilunga (cioè quella che va ne l’altra parte), e molte altre quale meno allungandosi e quale meno appressandosi, così ne la vita umana sono diversi cammini, de li quali uno è veracissimo e un altro è fallacissimo, e certi meno fallaci e certi meno veraci. E sì come vedemo che quello che dirittissimo vae a la cittade, e compie lo desiderio e dà posa dopo la fatica, e quello che va in contrario mai nol compie e mai posa dare non può, così ne la nostra vita avviene: lo buono camminatore giugne a termine e a posa; lo erroneo mai non l’aggiugne, ma con molta fatica del suo animo sempre con li occhi gulosi si mira innanzi. Onde avvegna che questa ragione del tutto non risponda a la questione mossa di sopra, almeno apre la via a la risposta, ché fa vedere non andare ogni nostro desiderio dilatandosi per uno modo. Ma  perché  questo  capitolo  è  alquanto  produtto,  in  capitolo nuovo  a  la  questione  è  da  rispondere,  nel  quale  sia  terminata  tutta  la disputazione che fare s’intende al presente contra le ricchezze. XIII A la questione rispondendo, dico che propriamente crescere lo desiderio de la scienza dire non si può, avvegna che, come detto è, per alcuno modo si dilati. Ché quello che propriamente cresce, sempre è uno: lo desiderio  de  la  scienza  non  è  sempre  uno,  ma  è  molti,  e  finito  l’uno,  viene Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
122 � Dante Alighieri   Convivio   Trattato primo l’altro; sì che, propriamente parlando, non è crescere lo suo dilatare, ma successione di picciola cosa in grande cosa. Che se io desidero di sapere li principii de le cose naturali, incontanente che io so questi, è compiuto e terminato questo desiderio. E se poi io desidero di sapere che cosa e com’è ciascuno di questi principii, questo è un altro desiderio nuovo, né per l’avvenimento di questo non mi si toglie la perfezione a la quale mi condusse l’altro; e questo cotale dilatare non è cagione d’imperfezione, ma di perfezione maggiore. Quello veramente de la ricchezza è propriamente crescere, ché è sempre pur uno, sì che nulla successione quivi si vede, e per nullo termine e per nulla perfezione. E se l’avversario vuol dire che, sì come è altro  desiderio  quello  di  sapere  li  principii  de  le  cose  naturali  e  altro  di sapere che elli sono, così altro desiderio è quello de le cento marche e altro è quello de le mille, rispondo che non è vero; che ’l cento sì è parte del mille, e ha ordine ad esso come parte d’una linea a tutta linea, su per la quale si procede per uno moto solo, e nulla successione quivi è né perfezione di moto in parte alcuna. Ma conoscere che siano li principii de le cose naturali, e conoscere quello che sia ciascheduno, non è parte l’uno de l’altro, e hanno ordine insieme come diverse linee, per le quali non si procede per uno moto, ma, perfetto lo moto de l’una, succede lo moto de l’altra. E così appare che, dal desiderio de la scienza, la scienza non è da dire imperfetta, sì come le ricchezze sono da dire per lo loro, come la questione ponea; ché nel desiderare de la scienza successivamente finiscono li desiderii e viensi a perfezione, e in quello de la ricchezza no. Sì che la questione è soluta, e non ha luogo. Ben puote ancora calunniare l’avversario dicendo che, avvegna che molti desiderii si compiano ne lo acquisto de la scienza, mai non si viene a l’ultimo: che è quasi simile a la ’mperfezione di quello che non si termina e che è pur uno. Ancora qui si risponde, che non è vero ciò che si oppone, cioè che mai non si viene a l’ultimo: ché li nostri desiderii naturali, sì come di sopra  nel  terzo  trattato  è  mostrato,  sono  a  certo  termine  discendenti;  e quello de la scienza è naturale, sì che certo termine quello compie, avvegna che pochi, per male camminare, compiano la giornata. E chi intende lo Commentatore nel terzo de l’Anima, questo intende da lui. E però dice Aristotile nel decimo de l’Etica, contra Simonide poeta parlando, che “l’uomo si dee traere a le divine cose quanto può”; in che mostra che a certo fine bada la nostra potenza. E nel primo de l’Etica dice che “’l disciplinato chiede di sapere certezza ne le cose, secondo che [ne] la loro natura di certezza Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
Veramente questo arco non pur per mezzo si distingue da le scritture; ma, seguendo le quattro combina[zioni] de le contrarie qualitadi che sono ne la nostra composizione, a le quali pare essere appropriata, dico a ciascuna,  una  parte  de  la  nostra  etade,  in  quattro  parti  si  divide,  e  chiamansi quattro etadi. La prima è Adolescenza, che s’appropria al caldo e a l’umido; la seconda si è Gioventute, che s’appropria al caldo e al secco; la terza si è Senettute,  che  s’appropria  al  freddo  e  al  secco;  la  quarta  si  è  Senio,  che s’appropria al freddo e a l’umido, secondo che nel quarto de la Metaura scrive Alberto. E queste parti si fanno simigliantemente ne l’anno, in primavera, in estate, in autunno e in inverno; e nel die, ciò è infino a la terza, e poi infino a la nona (lasciando la sesta, nel mezzo di questa parte, per la ragione che si discerne), e poi infino al vespero e dal vespero innanzi. E però  li  gentili,  cioè  li  pagani,  diceano  che  ’l  carro  del  sole  avea  quattro cavalli: lo primo chiamavano Eoo, lo secondo Pirroi, lo terzo Eton, lo quarto Flegon, secondo che scrive Ovidio nel secondo del Metamorfoseos. Intorno a le parti del giorno è brievemente da sapere che, sì come detto è di sopra nel sesto del terzo trattato, la Chiesa usa, ne la distinzione de le ore, [le ore] del dì temporali, che sono in ciascuno die dodici, o grandi o piccole, secondo la quantitade del sole; e però che la sesta ora, cioè lo mezzo die, è la più nobile di tutto lo die e la più virtuosa, li suoi offici appressa quivi da ogni  parte,  cioè  da  prima  e  di  poi,  quanto  puote.  E  però  l’officio  de  la prima parte del die, cioè la terza, si dice in fine di quella; e quello de la terza parte e de la quarta si dice ne li principii. E però si dice mezza terza, prima che suoni per quella parte; e mezza nona, poi che per quella parte è sonato; e così mezzo vespero. E però sappia ciascuno che, ne la diritta nona, sempre dee sonare nel cominciamento de la settima ora del die: e questo basti a la presente digressione. XXIV Ritornando al proposito, dico che la umana vita si parte per quattro etadi.  La  prima  si  chiama  Adolescenzia,  cioè  “accrescimento  di  vita”;  la seconda si chiama Gioventute, cioè “etate che puote giovare”, cioè perfezione dare, e così s’intende perfetta — ché nullo puote dare se non quello ch’elli ha —; la terza si chiama Senettute; la quarta si chiama Senio, sì come di sopra detto è. De la prima nullo dubita, ma ciascuno savio s’accorda ch’ella dura in fino al venticinquesimo anno; e però che infino a quel tempo l’anima nostra intende a lo crescere e a lo abbellire del corpo, onde molte e grandi Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
Canto VIII Io dico, seguitando, ch’assai prima che noi fossimo al piè de l’alta torre, li occhi nostri n’andar suso a la cima 5 per due fiammette che i vedemmo porre, e un’altra da lungi render cenno, tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre. E io mi volsi al mar di tutto ’l senno; dissi: “Questo che dice? e che risponde quell’altro foco? e chi son quei che ’l fenno?”. 10 Ed elli a me: “Su per le sucide onde già scorgere puoi quello che s’aspetta, se ’l fummo del pantan nol ti nasconde”. Corda non pinse mai da sé saetta che sì corresse via per l’aere snella, com’io vidi una nave piccioletta venir per l’acqua verso noi in quella, sotto ’l governo d’un sol galeoto, che gridava: “Or se’ giunta, anima fella!”. 20 “Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto”, disse lo mio segnore, “a questa volta: più non ci avrai che sol passando il loto”. Qual è colui che grande inganno ascolta che li sia fatto, e poi se ne rammarca, fecesi Flegïàs ne l’ira accolta. 25 Lo duca mio discese ne la barca, e poi mi fece intrare appresso lui; e sol quand’io fui dentro parve carca. Tosto che ’l duca e io nel legno fui, segando se ne va l’antica prora de l’acqua più che non suol con altrui.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi; ma, com’io dissi lui, li suoi dispetti sono al suo petto assai debiti fregi. Or mi vien dietro, e guarda che non metti, ancor, li piedi ne la rena arsiccia; ma sempre al bosco tien li piedi stretti”. Tacendo divenimmo là ’ve spiccia fuor de la selva un picciol fiumicello, lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Con lui sen va chi da tal parte inganna: e questo basti de la prima valle sapere e di color che ’n sé assanna”. 100 Già eravam là ’ve lo stretto calle con l’argine secondo s’incrocicchia, e fa di quello ad un altr’arco spalle. Quindi sentimmo gente che si nicchia ne l’altra bolgia e che col muso scuffa, 105 e sé medesma con le palme picchia. Le ripe eran grommate d’una muffa, per l’alito di giù che vi s’appasta, che con li occhi e col naso facea zuffa. Lo fondo è cupo sì, che non ci basta 110 loco a veder sanza montare al dosso de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta. Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso vidi gente attuffata in uno sterco che da li uman privadi parea mosso. 115 E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, vidi un col capo sì di merda lordo, che non parèa s’era laico o cherco.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Inferno I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia, uno aspettar così, com’elli ’ncontra ch’una rana rimane e l’altra spiccia; 35 e Graffiacan, che li era più di contra, li arruncigliò le ’mpegolate chiome e trassel sù, che mi parve una lontra. I’ sapea già di tutti quanti ’l nome, sì li notai quando fuorono eletti, e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come. 40 “O Rubicante, fa che tu li metti li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!”, gridavan tutti insieme i maladetti. E io: “Maestro mio, fa, se tu puoi, che tu sappi chi è lo sciagurato venuto a man de li avversari suoi”. Lo duca mio li s’accostò allato; domandollo ond’ei fosse, e quei rispuose: “I’ fui del regno di Navarra nato. 50 Mia madre a servo d’un segnor mi puose, che m’avea generato d’un ribaldo, distruggitor di sé e di sue cose. Poi fui famiglia del buon re Tebaldo: quivi mi misi a far baratteria; di ch’io rendo ragione in questo caldo”. 55 E Cirïatto, a cui di bocca uscia d’ogne parte una sanna come a porco, li fé sentir come l’una sdruscia. Tra male gatte era venuto ’l sorco; ma Barbariccia il chiuse con le braccia, e dis