pertinente

[per-ti-nèn-te]
In sintesi
attinente, specifico, che riguarda direttamente un determinato argomento o campo
← dal lat. pertinĕnte(m), part. pres. di pertinēre ‘riguardare, concernere’; cfr. pertenere.
1
Che si riferisce a un determinato argomento: domande pertinenti al programma d'esame; risposta non p. alla richiesta || Che riguarda un determinato ambito di competenza o di attività: richieste pertinenti all'ufficio acquisti SIN. concernente
2
LING Tratto pertinente, caratteristica fonica che attribuisce carattere distintivo a un fonema

Citazioni
esser molto valorosi e di gentil costumi ed usar nel conversar l’un con l’altro, nel servir donne, ed in tutte le sue azioni molta cortesia e molta discrezione e, quando occorre, nell’arme, nei giochi e nelle feste molta grandezza, molta liberalità e leggiadria, sonomi dilettato di saper quali siano in queste cose i modi di che essi più s’apprezzano, in che consisteno le lor pompe ed attillature d’abiti e d’arme; in che siano da noi diversi ed in che conformi; che manera d’intertenimenti usino le lor donne, e con quanta modestia favoriscano chi le serve per amore. Ma invero non è ora conveniente entrar in questo ragionamento, essendovi massimamente altro che dire, e molto più al nostro proposito che questo.” III “Anzi,” disse il signor Gasparo, “e questo e molte altre cose son più al proposito che ‘l formar questa donna di palazzo, atteso che le medesime regule che son date per lo cortegiano, servono ancor alla donna; perché così deve ella aver rispetto ai tempi e lochi ed osservar, per quanto comporta la sua imbecillità, tutti quegli altri modi di che tanto s’è ragionato, come il cortegiano. E però in loco di questo non sarebbe forse stato male insegnar qualche particularità di quelle che appartengono al servizio della persona del principe, ché pur al cortegian si convien saperle ed aver grazia in farle; o veramente dir del modo che s’abbia a tener negli esercizi del corpo e come cavalcare, manegglar l’arme, lottare ed in che consiste la difficultà di queste operazioni. Disse allor la signora Duchessa ridendo: “I signori non si servono alla persona di così eccellente cortegiano, come è questo: gli esercizi poi del corpo e forze e destrezze della persona lassaremo che messer Pietro Monte nostro abbia cura d’insegnar, quando gli parerà tempo più commodo; perché ora il Magnifico non ha da parlar d’altro che di questa donna della qual parmi che voi già cominciate aver paura, e però vorreste farci uscir di proposito.” Rispose il Frigio: “Certo è che impertinente e for di proposito è ora il parlar di donne, restando massimamente ancora che dire del cortegiano, perché non si devria mescolar una cosa con l’altra.” “Voi siete in grande errore,”  rispose  messer  Cesare  Gonzaga;  “perché  come  corte  alcuna,  per grande che ella sia, non po aver ornamento o splendore in sé, né allegria senza donne, né cortegiano alcun essere aggraziato, piacevole o ardito, né far mai opera leggiadra di cavalleria, se non mosso dalla pratica e dall’amore e piacer di donne, così ancor il ragionar del cortegiano è sempre imperfet-
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Perdoni, or ora ho finito (seguita, staccia e ripesta). Ehi Coronato (lavorando e ridendo). Cosa volete mastro Crespino? Il signor Conte non vuole che si batta (batte forte sulla forma). Che diavolo d’impertinenza! Non la volete finire questa mattina? Signor illustrissimo non vede cosa faccio? E cosa fate? (con sdegno). Accomodo le sue scarpe vecchie. Zitto là impertinente (si mette a leggere). Coronato! (ridendo batte, e Timoteo batte). Or ora non posso piú (dimenandosi sulla sedia). Moracchio (chiamandolo e ridendo). Cosa c’è Scavezzo? Il signor Conte! (ridendo e burlandosi del Conte). Zitto, zitto che finalmente è un signore... Affamato. Moracchio (chiamandolo). Cosa vuoi? Cosa ha detto Scavezzo? Niente, niente bada a te, e fila. Oh è gentile veramente il mio signor fratello. Mi tratta sempre cosí. (Non vedo l’ora di maritarmi) (con sdegno volta la sedia, e fila con dispetto). Cos’è Giannina? Che cosa avete? Oh se sapeste signora Susanna! Non credo che si dia al mondo un uomo piú grossolano di mio fratello. Eh bene! Son quel che sono. Cosa vorresti dire? Finché state sotto di me... Sotto di te? Oh, spero che vi starò poco (con dispetto fila). Via cosa c’è? (a Moracchio). Voi sempre tormentate questa povera ragazza (s’accosta a lei). E non lo merita, poverina.
Il Ventaglio di Carlo Goldoni
Voglio saperlo (si accosta a Giannina). Non tocca a voi vi dico (lo respinge). Non si tratta cosí colle fanciulle onorate (s’accosta alla sua casa). Ditelo a me Giannina (accostandosi a lei). Signor no (s’accosta di piú alla porta). Io, io ho da saperlo (respinge Crespino, e s’accosta a Giannina). Andate al diavolo (entra in casa, e gli serra la porta in faccia). A me quest’affronto? (a Crespino). Per causa vostra (minacciandolo). Voi siete un impertinente. Non mi fate riscaldare il sangue (minacciandosi). Non ho paura di voi (minacciandosi). Giannina dev’esser mia (con forza). No, non lo sarà mai. E se questo fosse, giuro al Cielo... Cosa sono queste minaccie? Con chi credete di aver che fare? Io sono un galantuomo, e son conosciuto. Ed io cosa sono? Non so niente. Sono un oste onorato. Onorato? Come! ci avreste voi qualche dubbio? Non sono io che lo mette in dubbio. E chi dunque? Tutto questo villaggio. Eh amico non è di me che si parla. Io non vendo il cuoio vecchio per il cuoio nuovo. Né io vendo l’acqua per vino, né la pecora per castrato, né vado di notte a rubbar i gatti per venderli o per agnelli, o per lepre. Giuro al Cielo... (alza la mano). Ehi!... (fa lo stesso).
Il Ventaglio di Carlo Goldoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Carlo Goldoni   Il Ventaglio   Atto primo  Coronato Conte Coronato Conte Coronato Conte Coronato Conte Coronato Conte Coronato Conte Coronato Conte Signore, io sono un gilantuomo, e colui è un impertinente, che mi perseguita a torto. Questo è un effetto della passione, della rivalità. Siete voi dunque amante di Giannina? Sí signore, ed anzi voleva raccomandarmi alla di lei protezione. Alla mia protezione? (con aria). Bene si vedrà. Siete voi sicuro ch’ella vi corrisponda? Veramente dubito, ch’ella sia portata piú per colui, che per me. Male. Ma io ho la parola di suo fratello. Non è da fidarsene molto. Moracchio me l’ha promessa sicuramente. Questo va bene, ma non si può violentare una donna (con forza). Suo fratello può disporre di lei. Non è vero: il fratello non può disporre di lei (con caldo). Ma la di lei protezione... La  mia  protezione  è  bella  e  buona;  la  mia  protezione  è  valevole;  la  mia protezione è potente. Ma un cavaliere, come  son io, non arbitra, e non dispone del cuor di una donna. Finalmente è una contadina. Che importa questo? La donna è sempre donna; distinguo i gradi, le condizioni, ma in massima rispetto il sesso. (Ho capito la sua protezione non val niente). Come state di vino? Ne avete provveduto di buono? Ne ho del perfetto, dell’ottimo, dell’esquisito. Verrò a sentirlo. Il mio quest’anno è riuscito male. (Son due anni che l’ha venduto). Se il vostro è buono mi provvederò da voi. (Non mi curo di questo vantaggio) (da sé). Avete capito?
Il Ventaglio di Carlo Goldoni
Scena 1 Susanna sola, ch’esce dalla bottega, e accomoda la roba della mostra. Susanna Gran poche faccende si fanno in questo villaggio! Non ho venduto che un ventaglio fin ora, ed anche l’ho dato ad un prezzo... Veramente per disfarmene. Le persone che ponno spendere, vanno alla città a provvedersi. Dai poveri vi è poco da guadagnare. Sono una gran pazza a perdere qui il mio tempo; e poi in mezzo a questi villani senza convenienza, senza rispetto, non fanno differenza da una mercante merciaia a quelle, che vendono il latte, l’insalata, e le ova. L’educazione, ch’io ho avuta alla città non mi val niente  in  questa  campagna.  Tutte  eguali,  e  tutti  compagni:  Susanna, Giannina, Margherita, Lucia, la mercante, la capraia, la contadina; si fa d’ogni erba un fascio. Si distinguono un poco queste due signore, ma poco v’è; poco pochissimo. Quell’impertinente di Giannina poi, perché ha un poco di protezione, si crede di essere qualche cosa di grande. Gli hanno donato un ventaglio! Cosa vuol fare una contadina di quel ventaglio? Oh, farà la bella figura! Si farà fresco... la... cosí... Oh, che ti venga del bene! Sono cose da ridere; ma cose che qualche volta mi fan venire la rabbia. Son cosí, io che sono allevata civilmente, non posso soffrire le male grazie (siede e lavora).
Il Ventaglio di Carlo Goldoni
alla signora Candida. Se posso darglielo senza che la zia se ne accorga glielo do; se no aspetterò un altro incontro. Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Giannina Conte Oh ecco Giannina. Ehi! quella giovine (s’incammina al palazzino). Signore (dove si trova, voltandosi). Una parola (la chiama a sé). Ci mancava quest’impiccio ora (si avanza bel bello). (Non bisogna che io mi scordi di Coronato. Gli ho promesso la mia protezione, e la merita) (si alza e mette via il libro). Son qui, cosa mi comanda? Dove eravate indirizzata? A fare i fatti miei, signore (rusticamente). Cosí mi rispondete? Con quest’audacia? con quest’impertinenza? Come vuol, ch’io parli? Parlo, come so, come sono avezza a parlare. Parlo cosí con tutti, e nessuno mi ha detto, che sono una impertinente. Bisogna distinguere con chi si parla. Oh io non so altro distinguere. Se vuol qualche cosa, me lo dica; se vuol divertirsi, io non ho tempo da perdere con vossignoria... Illustrissima. E eccellentissima ancora se vuole. Venite qui. Son qui. Vi volete voi maritare? Signor sí. Brava, cosí mi piace. Oh io quel che ho in core ho in bocca. Volete, che io vi mariti? Signor no. Come no? Come no? perché no. Perché per maritarmi non ho bisogno di lei. Non avete bisogno della mia protezione? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Ventaglio di Carlo Goldoni
Lo farò mandar via di questo villaggio. Anderò a cercarlo dove sarà. Lo farò bastonare. Oh in questo ci penserà lui. Lo farò accoppare. Questo mi dispiacerebbe veramente. Cosa fareste s’egli fosse morto? Non so. Ne prendereste un altro? Potrebbe darsi di sí. Fate conto ch’egli sia morto. Signor non so né leggere, né scrivere, né far conti. Impertinente! Mi comanda altro? Andate al diavolo. M’insegni la strada. Giuro al cielo, se non foste una donna! Cosa mi farebbe? Andate via di qua. Subito l’obbedisco, e poi mi dirà ch’io non so le creanze (s’incammina verso il palazzino). Creanze, creanze! Va via senza salutare (sdegnato dietro a Giannina). Oh, perdoni. Serva di vossignoria... Illustrissima (sdegnato). Illustrissima (ridendo corre nel palazzino). Rustica progenies nescit habere modum. (sdegnato). Non so cosa fare, se non vuol Coronato, io non la posso obbligare; non ha mancato da me. Cosa si è messo in capo colui di voler una moglie, che non lo vuole! Mancano donne al mondo? Glie ne troverò una io. Una meglio di questa. Vedrà, vedrà l’effetto della mia protezione.
Il Ventaglio di Carlo Goldoni
Scena 9 Giannina dal palazzino, e Candida. Giannina Candida Giannina Candida Giannina Candida Geltruda Giannina Geltruda Giannina Geltruda Giannina Geltruda Giannina Geltruda Scena 10 Conte e Barone dallo speziale, per andar al palazzino, e dette. Conte Barone Geltruda Andiamo, andiamo. Ci verrò per forza. Impertinente! (a Giannina; poi entra e chiude la porta nell’atto che si presentano il Conte ed il Barone, non veduti da lei). Giannina arrabbiata s’allontana e smania. Oh signora Candida. Cosa fate voi qui? (in collera). Veniva in traccia di lei... Andate via, e in casa nostra non ardite piú di mettervi il piede. Come! A me quest’affronto? Che affronto! Siete un’indegna, e non deggio, e non posso piú tollerarvi (entra nel palazzino). (È un poco troppo veramente) (da sé). (Io resto di sasso!) Signora Geltruda... Mi dispiace della mortificazione, che avete provata, ma mia nipote è una giovane di giudizio, e se vi ha trattata male, avrà le sue ragioni per farlo. Che ragioni può avere? Mi maraviglio di lei (forte). Ehi portate rispetto. Non alzate la voce. Voglio andare a giustificarmi... (in atto di partire). No no fermatevi. Ora non serve, lo farete poi. Ed io le dico, che voglio andare adesso (vuol andare). Non ardirete di passare per questa porta (si mette sulla porta).
Il Ventaglio di Carlo Goldoni
Sentite (al Barone). Ma, signora mia nell’atto che volevamo venir da voi, ci è stata serrata la porta in faccia. Vi protesto, che non vi aveva veduti, ed ho serrato la porta per impedire che non entrasse quella scioccherella di Giannina. (mette  fuori  la  testa  con  paura  dalla  sua  porta)  Cos’è  questa  scioccarella? (caricando con disprezzo, e torna dentro). Zitto lí impertinente (contro Giannina). Se vogliono favorire darò ordine, che sieno introdotti (via). Sentite? (al Barone) Non ho niente che dire. Cosa volete fare di quelle pistole? Scusate la delicatezza d’onore... (mette via le pistole). E volete presentarvi a due donne colle pistole in saccoccia? Le porto in campagna per mia difesa. Ma se lo sanno, che abbiate quelle pistole: sapete cosa sono le donne, non vorranno, che vi accostiate. Avete ragione. Vi ringrazio di avermi prevenuto, e per segno di buona amicizia, ve ne faccio un presente (le torna a tirar fuori e gliele presenta). Un presente a me? (con timore). Sí, spero, che non lo ricusarete. Le accetterò perché vengono dalle vostre mani. Sono cariche? Che domanda! Volete ch’io porti le pistole vuote? Aspettate. Ehi dal caffè. (dalla bottega del caffè) Cosa mi comanda? Prendete queste pistole, e custoditele, che le manderò a pigliare. Sarà servito (prende le pistole del Barone). Badate bene che sono cariche. Eh ch’io le so maneggiare (scherza colle pistole). Ehi, ehi non fate la bestia (con timore).
Il Ventaglio di Carlo Goldoni
mercante di piazza? Colombina Doralice Colombina Doralice Colombina Doralice Scena 9 Colombina sola. Colombina A me uno schiaffo? E me lo dà, e poi dice: te lo darò? Cosí a sangue freddo, senza scaldarsi? Non me l’aspettava mai. Ma giuro al Cielo mi vendicherò. La padrona lo saprà. Toccherà a lei a vendicarmi. Sono dieci anni, che sto in casa sua. Senza di me non può fare; e non mi vorrà perdere assolutamente. Maladetta! uno schiaffo? Se me l’avesse dato la padrona che è nobile soffrirei.  Ma  da  una,  che  è  figlia  d’un  marcante  come  sono  io,  non  lo  posso soffrire (parte). La differenza consiste in un poco piú di denari. Sai, Colombina, che sei una bella impertinente? A me signora impertinente? A me che sono dieci anni, che sono in questa casa? Che sono piú padrona della padrona medesima? A te, sí, a te; se non mi porterai rispetto vederai quello, che farò. Cosa farete! Cosa farete? Ti darò uno schiaffo (glielo dà, e parte).
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
La contessa Isabella, poi il Dottore. Isabella Dottore Isabella Dottore Isabella È diventato un bell’umorino costui. Causa quell’impertinente di Doralice. Con permissione; posso venire? (di dentro). Venite, venite, Dottore venite. Faccio riverenza alla signora Contessa. È qualche tempo, che non vi lasciate vedere.
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
Sarei un bell’antiquario, se non conoscessi i caratteri degli antichi. Cara ella, la prego. La me leza almanco el titolo. Ti ho pur detto tante volte, che non intendo il greco. Ma come conoscela el carattere, se no la intende la lingua? Oh bella! Come uno, che conosce le pitture, e non sa dipingere. (Sa el cielo, chi gh’à magnà sti diese zecchini. Za che el vol andar in malora, l’è meggio, che me profitta mi, che un altro) (da sé). Gran bel libro; gran bel codice! Pare scritto ora. La diga, sior padron, conoscela el signor capitanio Saraca? Lo conosco, lo conosco. Egli pretende avere una sontuosa galleria, ma non ha niente di buono. Eppur l’ha speso dei denari assai. Avrà speso in vent’anni piú di dieci mille scudi. Ma non ha niente di buono. La sappia, che l’ha avudo una desgrazia. L’ha bisogno de quattrini, e el vol vender la galeria. La vuol vendere? Oh! Là vi sarebbe da fare de’ buoni acquisti. Se la vol, adesso xè el tempo. Le cose migliori, le prenderò io. El vuol vender tutto in una volta. Ma vorrà de’ migliaia di zecchini. Manco de quello, che la se pensa. Con tre mille scudi se porta via tutta quella gran robba. Con tre mille scudi? Questo è un negozio da impegnarsi la camicia per farlo. Se l’avessi saputo quattro giorni prima, non avrei consumato il denaro con quegl’impertinenti de’ creditori. La senta, se no la gh’à tutti i denari, no importa; m’impegno de farghe dar la robba parte col denaro contante, e parte con un biglietto. Oh il Cielo volesse! Caro Brighella, sarebbe la mia fortuna. Quanto danaro credi tu, che vi vorrà alla mano? Almanco due mille scudi. Io non ne ho altri, che mille cinquecento, gl’altri gl’ho spesi tutti.
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Carlo Goldoni   La Famiglia dell'antiquario   Atto secondo  � Isabella Anselmo Doralice Isabella Pantalone Anselmo Pantalone Anselmo Pantalone Anselmo Pantalone Doralice Pantalone (L’impertinente) (da sé). Mi piace questo cameo; sarà antico: da chi l’avete avuto? Me l’ha dato mio padre. Oh, oh, oh, suo padre! (ridendo forte). Siora sí, ghe l’ho dà mi, siora sí. Questo cammeo è bellissimo. (Orsú, vorla che scomenzemo a parlar? Vorla dir ella?) (piano ad Anselmo). La chioma di quella sirena non può esser piú bella. La voglio veder colla lente (tira fuori una lente, osserva il cammeo, e non bada a chi parla). (El tempo passa) (come sopra). Principiate voi, poi dirò io. Intanto lasciatemi prender gusto in questo cammeo. Signore, se le me permette, qua per ordine del sior conte mio patron, del qual ho l’onor de esser anca parente… Per mia disgrazia. Tasè là siora e fin che parlo, no m’interrompè. Come diseva, se le me permette, farò un piccolo discorsetto. Pur troppo xe vero che tra la madonna e la niora poche volte se va d’accordo. Quando la nuora non ha giudizio. Cara ella, per carità, la prego, la me lassa parla; la sentirà con che rispetto, con che venerazion, con che giustizia parlerò de ella (ad Isabella). Io non apro bocca. E vu tasè (a Doralice). Non parlo. Credo che per ordinario le dissension che nasce tra ste do persone, le dipenda da chiaccole e pettegolezzi. Questa volta son cose vere. Vere, verissime. Oh poveretto mi! me lassele dir? Avete finito? Vorrei parlare anch’io.
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Carlo Goldoni   La Famiglia dell'antiquario   Atto secondo  � Isabella Giacinto Doralice Cavaliere Pantalone Anselmo Pantalone Anselmo Doralice Anselmo Doralice Anselmo Isabella Anselmo Va, ti dico, impertinente. (Anderò per non irritarla. Eh! lo vedo, lo vedo; qui non si può piú vivere) (da sé, e parte). (Mi ha dato piú gusto, che se avessi guadagnato cento zecchini) (al Cavaliere). (Quella parola le fa paura). Cossa disela, sior conte? No se pol miga andar avanti. Orsú, la finirò io. Signore mie… Ma prima che mi scordi, questo cammeo si potrebbe avere? El xe de mia fia, la ghe domanda a ella. Mi volete vendere questo cammeo? (a Doralice). Venderlo? mi maraviglio. Se ne serva, è padrone. Me lo donate? Se si degna. Vi  ringrazio,  la  mia  cara  nuora,  vi  ringrazio.  Lo  staccherò,  e  vi  renderò l’orologio. Via, ora che la vostra dilettissima signora nuora vi ha fatto quel bel regalo, pronunziate la sentenza in di lei favore. A  proposito.  Ora,  già  che  ci  siamo,  bisogna  terminare  questa  faccenda. Signore mie, in casa mia non vi è la pace, e mancando questa, manca la miglior cosa del mondo. Sinora ho mostrato di non curarmene, per stare a vedere sin dove giungevano i vostri opposti capricci; ora non posso piú, e pensandovi seriamente, ho deliberato di porvi rimedio. Ho piacere che si trovino presenti questi signori, i quali saranno giudici delle vostre ragioni e delle mie deliberazioni. Principiamo dunque…
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
Eccellenza sí. Ho fallato questa volta? Va bene. Sono tre mesi, che lo sai; ma sei un impertinente. Come comanda, Eccellenza. Vuoi vedere la differenza, che passa fra il Marchese, e me? Che vorreste dire? Tieni. Ti dono uno zecchino. Fa’, che anch’egli te ne doni un altro. Grazie, illustrissimo (al Conte). Eccellenza.... (al Marchese). Non getto il mio, come i pazzi. Vattene. Illustrissimo signore, il Cielo la benedica (al Conte). Eccellenza. (Rifinito. Fuor del suo paese non vogliono esser titoli per farsi stimare, vogliono esser quattrini) (da sé, parte).
La Locandiera di Carlo Goldoni
Cimone amando divien savio e Efigenia sua donna rapisce in mare: è messo in Rodi in prigione, onde Lisimaco il trae, e da capo con lui rapisce Efigenia e Cassandrea nelle lor nozze, fuggendosi con esse in Creti; e quindi, divenute lor mogli, con esse a casa loro son richiamati. – Molte novelle, dilettose donne, a dover dar principio a così lieta giornata come questa sarà, per dovere essere da me raccontate mi si paran davanti: delle quali una più nell’animo me ne piace, per ciò che per quella potrete comprendere non solamente il felice fine per lo quale a ragionare incominciamo, ma quanto sian sante, quanto poderose e di quanto ben piene le forze d’Amore, le quali molti, senza saper che si dicano, dannano e vituperano a gran torto: il che, se io non erro, per ciò che innamorate credo che siate, molto vi dovrà esser caro. Adunque (sì come noi nell’antiche istorie de’ cipriani abbiam già letto) nell’isola  di  Cipri  fu  un  nobilissimo  uomoquale  per  nome  fu  chiamato Aristippo, oltre a ogni altro paesano di tutte le temporali cose ricchissimo: e se d’una cosa sola non l’avesse la fortuna fatto dolente, più che altro si potea contentare. E questo era che egli, tra gli altri suoi figliuoli, n’aveva uno il quale di grandezza e di bellezza di corpo tutti gli altri giovani trapassava, ma quasi matto era e di perduta speranza, il cui vero nome era Galeso; ma, per ciò che mai né per fatica di maestro né per lusinga o battitura del padre o ingegno d’alcuno altro gli s’era potuto metter nel capo né lettera né costume alcuno, anzi con la voce grossa e deforme e con modi più convenienti a bestia che a uomo, quasi per ischerno da tutti era chiamato Cimone, il che nella lor lingua sonava quanto nella nostra “bestione”. La cui perduta vita il padre con gravissima noia portava; e già essendosi ogni speranza a lui di lui fuggita, per non aver sempre davanti la cagione del suo dolore, gli comandò che alla villa n’andasse e quivi co’ suoi lavoratori si dimorasse; la qual cosa a Cimone fu carissima, per ciò che i costumi e l’usanza degli uomini grossi gli eran più a grado che le cittadine. Andatosene adunque Cimone alla villa e quivi nelle cose pertinenti a quella essercitandosi, avvenne che un giorno, passato già il mezzodì, passando egli da una possessione a un’altra con un suo bastone in collo, entrò in un boschetto il quale era in quella contrada bellissimo, e, per ciò che del mese di maggio era, tutto era fronzuto. Per lo quale andando, s’avenne, sì come la sua fortuna il vi guidò, in un pratello d’altissimi alberi circuito, nell’un de’ canti
Decameron di Giovanni Boccaccio
verità in ciò non mi fu luogo lunga fatica, però che, se ne’ sembianti vera testimonianza della qualità del cuore si comprende, io in poco tempo conobbi al mio disiderio esser seguito l’effetto; e non solamente dell’amoroso ardore, ma ancora di cautela perfetta il vidi pieno; il che sommamente mi fu a grado. Esso con intera considerazione, vago di servare il mio onore, e d’adempiere, quando i luoghi e i tempi il concedessero, li suoi disii, credo non senza gravissima pena, usando molta arte, s’ingegnò d’avere la familiarità di qualunque m’era parente, e ultimamente del mio marito; la quale non solamente ebbe, ma ancora con tanta grazia la possedette, che a niuno niuna cosa era a grado, se non tanto quanto con lui la comunicava. Quanto questo mi piacesse, credo che senza scriverlo il conosciate: e chi sarebbe quella sì stolta, che non credesse che sommamente da questa familiarità nacque il potermi alcuna volta, e io a lui, in publico favellare? Ma già parendogli tempo da procedere a più sottili cose, ora con uno, ora con un altro, quando vedeva che io e udire potessi e intenderlo, parlava cose, per le quali io, volonterosissima d’imparare, conobbi che non solamente favellando si poteva l’affezione dimostrare ad altrui e la risposta pigliarne, ma eziandio con atti diversi e delle mani e del viso si poteva fare; e ciò piacendomi molto, con tanto avvedimento il compresi che né egli a me, né io a lui, significare voleva alcuna cosa, che assai convenevolmente l’uno l’altro non intendesse. Né a questo contento stando, s’ingegnò, per figura parlando, e d’insegnarmi a tale modo parlare, e di farmi più certa de’ suoi disii, me Fiammetta, e sé Panfilo nominando. Ohimè! quante volte già in mia presenza e de’ miei più cari, caldo di festa e di cibo e d’amore, fingendo Fiammetta e Panfilo essere stati greci, narrò egli come io di lui, ed esso di me primamente stati eravamo presi, quanti accidenti poi n’erano seguitati, e a’ luoghi e alle persone pertinenti alla novella dando convenevoli nomi! Certo io ne risi più volte, e non meno della sua sagacità che della semplicità degli ascoltanti; e tal volta fu che io temetti che troppo caldo non trasportasse la lingua disavvedutamente dove essa andare non voleva; ma egli, più savio che io non pensava, astutissimamente si guardava dal falso latino. O pietosissime donne, che non insegna Amore a’ suoi suggetti, e a che non li fa egli abili ad imparare? Io, semplicissima giovine e appena potente a disciogliere la lingua nelle materiali e semplici cose tra le mie compagne, con tanta affezione li modi del parlare di costui raccolsi, che in  brieve  spazio  io  avrei  di  fingere  e  di  parlare  passato  ogni  poeta;  e
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
– Alquanto, – rispose Alfonso. Volle completare la parola secca con l’espressione del volto e vi riuscì. – Passerà, vedrà! – gli disse Macario; – ci si abitua a tutto a questo mondo; di abitare in una città poi, venendo da un villaggio, molto facilmente, credo. Annetta si divertiva poco a quel discorso e senza riguardo lo interruppe. Al suono della sua voce, Alfonso alzò il capo credendo che anch’essa volesse fargli qualche domanda e subito disilluso cercò di mascherare il motivo del suo movimento con l’aspetto di un’attenzione intensa. – Sai che ho imparato delle canzoni che sono popolari a Parigi per fare da Gavroche per le strade, con Federico! Federico era il fratello di Annetta. Miceni che lo conosceva lo aveva descritto ad Alfonso quale una persona molto altera. Faceva la carriera consolare ed era viceconsole in un porto francese. – Si potrebbe udire una di queste canzonette? – chiese Macario. – Perché no? – e si alzò. –  Vuoi accompagnarmi?  Via, su! Macario è tanto noioso questa sera ch’è il miglior mezzo di passare il tempo, credo. –  Questo  toccherà  di  giudicare  a  noi  –  rispose  impertinentemente Macario. – Non le pare? Alfonso sorrise con sforzo. La tensione continua per apparire disinvolto lo stancava. Se avesse trovato il modo acconcio se ne sarebbe andato subito. Francesca, seduta al piano, aveva preso sulle ginocchia un fascio di musica e diceva ad Annetta dei titoli di pezzi. Annetta rifiutava con un gesto del capo. Si teneva sulla guancia una mano in atto di riflessione. Finalmente con uno scoppio di risa gridò: – Quello! Quello! Dopo alcuni accordi d’introduzione, la signorina passò ad un accompagnamento rudimentale ma vivace. Con la sua voce dolce, soda, Annetta si mise a cantare e a grande sorpresa di Alfonso principiò a saltellare sul posto, in tempo, fingendo di correre. Francesca rideva sgangheratamente, rideva Macario e non seppe trattenersi neppure la cantatrice stessa con grave danno della canzone che ne risultava qua e là mozza. Riacquistò ben presto la serietà e anche Macario divenne molto serio; in quanto ad Alfonso non aveva riso che per fare come gli altri. Cantando, Annetta fingeva di essere stanca, incrociava le braccia sul petto per correre meglio, evitava un ostacolo che abilmente faceva supporre, chiedeva scusa ad una persona che correndo aveva urtata.
Una vita di Italo Svevo
Io vi ho mostro come si ordina uno esercito per fare giornata con un altro  esercito  che  si  vegga  posto  all’incontro  di  sé,  e  narratovi  come quella si vince e, di poi, molte circustanze per li varii accidenti che possono occorrere intorno a quella; tanto che mi pare tempo da mostrarvi ora come si ordina uno esercito contro a quel nimico che altri non vede, ma che continuamente si teme non ti assalti. Questo interviene quando si cammina per il paese nimico o sospetto. E prima avete a intendere come  uno  esercito  romano,  per  l’ordinario,  sempre  mandava  innanzi alcune torme di cavagli come speculatori del cammino. Di poi seguitava il corno destro. Dopo questo ne venivano tutti i carriaggi che a quello appartenevano. Dopo questi veniva una legione; dopo lei i suoi carriaggi; dopo quegli un’altra legione e, appresso a quella, i suoi carriaggi; dopo i quali ne veniva il corno sinistro co’ suoi carriaggi a spalle e, nell’ultima parte, seguiva il rimanente della cavalleria. Questo era in effetto il modo col quale ordinariamente si camminava. E se avveniva che l’esercito fusse assaltato a cammino da fronte o da spalle, essi facevano a un tratto ritirare tutti i carriaggi o in su la destra o in su la sinistra, secondo che occorreva o che meglio, rispetto al sito, si poteva e tutte le genti insieme, libere dagli impedimenti loro, facevano testa da quella parte donde  il  nimico  veniva.  Se  erano  assaltate  per  fianco,  si  ritiravano  i carriaggi verso quella parte che era sicura, e dell’altra facevano testa. Questo modo, sendo buono e prudentemente governato, mi parrebbe da imitare, mandando innanzi i cavagli leggieri come speculatori del paese, di  poi,  avendo  quattro  battaglioni,  fare  che  camminassero  alla  fila,  e ciascuno  con  i  suoi  carriaggi  a  spalle.  E  perché  sono  di  due  ragioni carriaggi, cioè pertinenti a’ particolari soldati e pertinenti al publico uso di tutto il campo, dividerei i carriaggi publici in quattro parti e, ad ogni battaglione, ne concederei la sua parte, dividendo ancora in quarto le artiglierie e  tutti  i  disarmati,  acciò  che  ogni  numero  di  armati  avesse equalmente gli impedimenti suoi. Ma perché egli occorre alcuna volta che si cammina per il paese, non solamente sospetto, ma in tanto nimico che tu temi a ogni ora di essere assalito, sei necessitato, per andare più sicuro, mutare forma di cammino e andare in modo ordinato, che né i paesani  né  l’esercito  ti  possa  offendere,  trovandoti  in  alcuna  parte improvvisto.  Solevano  in  tale  caso  gli  antichi  capitani  andare  con  lo esercito  quadrato  (ché  così  chiamavano  questa  forma,  non  perch’ella fusse al tutto quadra, ma per essere atta a combattere da quattro parti) e dicevano che andavano parati e al cammino e alla zuffa; dal quale modo io non mi voglio discostare, e voglio ordinare i miei due battaglioni, i quali ho preso per regola d’uno esercito, a questo effetto. Volendo per-
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
Proemio Laudano sempre gli uomini, ma non sempre ragionevolmente, gli antichi tempi, e gli presenti accusano: ed in modo sono delle cose passate partigiani, che non solamente celebrano quelle etadi che da loro sono state, per la memoria che ne hanno lasciata gli scrittori, conosciute; ma quelle ancora che, sendo già vecchi, si ricordano nella loro giovanezza avere vedute. E quando questa loro opinione sia falsa, come il più delle volte è, mi persuado varie essere le cagioni che a questo inganno gli conducono. E la prima credo sia, che delle cose antiche non s’intenda al tutto la verità; e che di quelle il più delle volte si nasconda quelle cose che recherebbono a quelli tempi infamia; e quelle altre che possano partorire loro gloria, si rendino magnifiche ed amplissime. Perché il più degli scrittori in modo alla fortuna de’ vincitori ubbidiscano, che, per fare le loro vittorie gloriose, non solamente accrescano quello che da loro è virtuosamente operato, ma ancora le azioni de’ nimici in modo illustrano, che, qualunque nasce dipoi in qualunque delle due provincie, o nella vittoriosa o nella vinta, ha cagione di maravigliarsi di quegli uomini e di quelli tempi, ed è forzato sommamente laudarli ed amarli. Oltra di questo, odiando gli uomini le cose o per timore o per invidia, vengono ad essere spente due potentissime cagioni dell’odio nelle cose passate, non ti potendo quelle offendere, e non ti dando cagione d’invidiarle. Ma al contrario interviene di quelle cose che si maneggiano e veggono; le quali, per la intera cognizione di esse, non ti essendo in alcuna parte nascoste, e conoscendo in quelle insieme con il bene molte altre cose che ti dispiacciono, sei forzato giudicarle alle antiche molto inferiori, ancora che, in verità, le presenti molto più di quelle di gloria e di fama meritassoro: ragionando, non delle cose pertinenti alle arti, le quali hanno tanta chiarezza in sé, che i tempi possono tôrre o dare loro poco più gloria che per loro medesime si meritino; ma parlando di quelle pertinenti alla vita e costumi degli uomini, delle quali non se ne veggono sì chiari testimoni. Replico, pertanto, essere vera quella consuetudine del laudare e biasimare  soprascritta:  ma  non  essere  già  sempre  vero  che  si  erri  nel  farlo. Perché qualche volta è necessario che giudichino la verità; perché, essendo le cose umane sempre in moto, o le salgano, o le scendano. E vedesi una città o una provincia essere  ordinata al vivere politico da qualche uomo eccellente, ed, un tempo, per la virtù di quello ordinatore, andare sempre
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
loro avendo quelli e questi equalmente conosciuti e visti. La quale cosa sarebbe vera, se gli uomini per tutti i tempi della lor vita fossero di quel medesimo giudizio, ed avessono quegli medesimi appetiti: ma variando quegli ancora che i tempi non variino, non possono parere agli uomini quelli medesimi, avendo altri appetiti, altri diletti, altre considerazioni nella vecchiezza, che nella gioventù. Perché, mancando gli uomini, quando  gl’invecchiano,  di  forze,  e  crescendo  di  giudizio  e  di  prudenza,  è necessario che quelle cose che in gioventù parevano loro sopportabili e buone, rieschino poi, invecchiando, insopportabili e cattive; e dove quegli ne doverrebbono accusare il giudizio loro, ne accusano i tempi. Sendo, oltra di questo, gli appetiti umani insaziabili, perché, avendo, dalla natura, di potere e volere desiderare ogni cosa, e, dalla fortuna, di potere conseguitarne poche; ne risulta continuamente una mala contentezza nelle menti umane, ed uno fastidio delle cose che si posseggono: il che fa  biasimare  i  presenti  tempi,  laudare  i  passati,  e  desiderare  i  futuri; ancora che a fare questo non fussono mossi da alcuna ragionevole cagione. Non so, adunque, se io meriterò d’essere numerato tra quelli che si ingannano, se in questi mia discorsi io lauderò troppo i tempi degli antichi Romani, e biasimerò i nostri. E veramente, se la virtù che allora regnava,  ed  il  vizio  che  ora  regna,  non  fussino  più  chiari  che  il  sole andrei col parlare più rattenuto, dubitando non incorrere in questo inganno di che io accuso alcuni. Ma essendo la cosa sì manifesta che ciascuno la vede, sarò animoso in dire manifestamente quello che io intenderò  di  quelli  e  di  questi  tempi;  acciocché  gli  animi  de’  giovani  che questi  mia  scritti  leggeranno,  possino  fuggire  questi,  e  prepararsi  ad imitar quegli, qualunque volta la fortuna ne dessi loro occasione. Perché  gli  è  offizio  di  uomo  buono,  quel  bene  che  per  la  malignità  de’ tempi  e  della  fortuna  tu  non  hai  potuto  operare,  insegnarlo  ad  altri, acciocché, sendone molti capaci, alcuno di quelli, più amato dal Cielo, possa operarlo. Ed avendo ne’ discorsi del superior libro, parlato delle diliberazioni  fatte  da’  Romani,  pertinenti  al  di  dentro  della  città,  in questo parleremo di quelle, che ’l Popolo romano fece pertinenti allo augumento dello imperio suo.
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio    Libro secondo  questa materia si dirà, tanti ordini osservati da Roma, così pertinenti alle cose di dentro come a quelle di fuora, non sono ne’ presenti nostri tempi non solamente imitati, ma non n’è tenuto alcuno conto: giudicandoli alcuni non veri, alcuni impossibili, alcuni non a proposito ed inutili; tanto che, standoci con questa ignoranzia, siamo preda di qualunque ha voluto correre questa provincia. E quando la imitazione de’ Romani paresse difficile, non doverrebbe parere così quella degli antichi Toscani, massime a’ presenti Toscani. Perché, se quelli non poterono, per le cagioni dette, fare uno Imperio simile a quel di Roma, poterono acquistare in Italia quella potenza che quel modo del procedere concesse loro. Il che fu, per un gran tempo, sicuro, con somma gloria d’imperio e d’arme, e massime laude di costumi e di religione. La quale potenza e gloria fu prima diminuita da’ Franciosi, dipoi spenta da’ Romani: e fu tanto spenta, che, ancora che, dumila anni fa, la potenza de’ Toscani fusse grande, al presente non ce n’è quasi memoria. La quale cosa mi ha fatto pensare donde nasca questa oblivione delle cose: come nel seguente capitolo si discorrerà. V Che la variazione delle sètte e delle lingue, insieme con l’accidente de’ diluvii o della peste, spegne le memorie delle cose. A  quegli  filosofi  che  hanno  voluto  che  il  mondo  sia  stato  eterno, credo che si potesse replicare che, se tanta antichità fusse vera, e’ sarebbe ragionevole che ci fussi memoria di più che cinquemila anni; quando e’ non si vedesse come queste memorie de’ tempi per diverse cagioni si spengano: delle quali, parte vengono dagli uomini, parte dal cielo. Quelle che vengono dagli uomini sono le variazioni delle sètte e delle lingue. Perché, quando e’ surge una setta nuova, cioè una religione nuova, il primo studio suo è, per darsi riputazione, estinguere la vecchia; e, quando gli occorre che gli ordinatori della nuova setta siano di lingua diversa, la spengono facilmente. La quale cosa si conosce considerando e’ modi che ha tenuti la setta Cristiana contro alla Gentile; la quale ha cancellati tutti gli ordini, tutte le cerimonie di quella, e spenta ogni memoria di quella antica teologia. Vero è che non gli è riuscito spegnere in tutto la notizia delle cose fatte dagli uomini eccellenti di quella: il che è nato per avere quella mantenuta la lingua latina; il che feciono forzatamente, avendo a scrivere questa legge nuova
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli