persuadere

[per-sua-dé-re]
In sintesi
suscitare l'approvazione, soddisfare; tranquillizzare suscitando fiducia; convincere
← dal lat. persuadēre, comp. di r, con valore intensivo, e suadēre ‘consigliare, convincere’.

A
v.tr.

1
Convincere, indurre qualcuno a credere, a fare, a dire qualcosa: lo persuasi che era vero; non riusciva a persuaderla; mi persuase a partire || Ottenere un consenso: non è riuscito a persuaderlo SIN. convincere CONT. dissuadere
2
Soddisfare, piacere: questo regalo mi persuade poco; ha una faccia che non mi persuade affatto

B
v.rifl.

1
Convincersi, giungere a credere: si persuase di essersi sbagliato; persuaditi che ho ragione
2
Rassegnarsi a credere, capacitarsi: non riesco a persuadermi che sia finita in questo modo || Persuaditi!, rassegnati!

Citazioni
li benedica. In ciascuna di queste due parti opposte, anche quando non ci siano concerti antecedenti, l’uniformità de’ voleri crea un concerto istantaneo nell’operazioni. Chi forma poi la massa, e quasi il materiale del tumulto, è un miscuglio accidentale d’uomini, che, più o meno, per gradazioni indefinite, tengono dell’uno e dell’altro estremo: un po’ riscaldati, un po’ furbi, un po’ inclinati a una certa giustizia, come l’intendon loro, un po’ vogliosi di vederne qualcheduna grossa, pronti alla ferocia e alla misericordia, a detestare e ad adorare, secondo che si presenti l’occasione di provar con pienezza l’uno o l’altro sentimento; avidi ogni momento di sapere, di credere qualche cosa grossa, bisognosi di gridare, d’applaudire a qualcheduno, o d’urlargli dietro. Viva e moia, son le parole che mandan fuori più volentieri; e chi è riuscito a persuaderli che un tale non meriti d’essere squartato, non ha bisogno di spender più parole per convincerli che sia degno d’esser portato in trionfo: attori, spettatori, strumenti, ostacoli, secondo il vento; pronti anche a stare zitti, quando  non  sentan  più  grida  da  ripetere,  a  finirla,  quando  manchino gl’istigatori, a sbandarsi, quando molte voci concordi e non contraddette abbiano detto: andiamo; e a tornarsene a casa, domandandosi l’uno con l’altro: cos’è stato? Siccome però questa massa, avendo la maggior forza, la può dare a chi vuole, così ognuna delle due parti attive usa ogni arte per tirarla dalla sua, per impadronirsene: sono quasi due anime nemiche, che combattono per entrare in quel corpaccio, e farlo movere. Fanno a chi saprà sparger le voci più atte a eccitar le passioni, a dirigere i movimenti a favore dell’uno o  dell’altro  intento;  a  chi  saprà  più  a  proposito  trovare  le  nuove  che riaccendano gli sdegni, o gli affievoliscano, risveglino le speranze o i terrori; a chi saprà trovare il grido, che ripetuto dai più e più forte, esprima, attesti e crei nello stesso tempo il voto della pluralità, per l’una o per l’altra parte. Tutta questa chiacchierata s’è fatta per venire a dire che, nella lotta tra le due parti che si contendevano il voto della gente affollata alla casa del vicario, l’apparizione d’Antonio Ferrer diede, quasi in un momento, un gran vantaggio alla parte degli umani, la quale era manifestamente al di sotto, e, un po’ più che quel soccorso fosse tardato, non avrebbe avuto più, né forza, né motivo di combattere. L’uomo era gradito alla moltitudine, per quella tariffa di sua invenzione così favorevole a’ compratori, e per quel suo eroico star duro contro ogni ragionamento in contrario. Gli animi già propensi erano ora ancor più innamorati dalla fiducia animosa del vecchio che, senza guardie, senza apparato, veniva così a trovare, ad affrontare una moltitudine
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
scrivono e diffiniscono le virtù dell’animo e così sottilmente disputano della dignità di quelle, diremo in poche parole, attendendo al nostro proposito, bastar che egli sia, come si dice, omo da bene ed intiero, ché in questo si comprende  la  prudenzia,  bontà,  fortezza  e  temperanzia  d’animo  e  tutte l’altre condizioni che a così onorato nome si convengono. Ed io estimo quel solo esser vero filosofo morale, che vol esser bono; ed a ciò gli bisognano pochi altri precetti, che tal voluntà. E però ben dicea Socrate parergli che gli ammaestramenti suoi già avessino fatto bon frutto, quando per quelli chi si fosse si incitava a voler conoscer ed imparar la virtù; perché quelli che son giunti a termine che non desiderano cosa alcuna più che l’essere boni, facilmente conseguono la scienzia di tutto quello che a ciò bisogna, però di questo non ragionaremo più avanti. XLII Ma, oltre alla bontà, il vero e principal ornamento dell’animo in ciascuno penso io che siano le lettere, benché i Franzesi solamente conoscano la nobilità delle arme e tutto il resto nulla estimino; di modo che non solamente non apprezzano le lettere, ma le aborriscono, e tutti e litterati tengon per vilissimi omini; e pare lor dir gran villania a chi si sia, quando lo chiamano clero.” Allora il Magnifico Iuliano, “Voi dite il vero,” rispose, “che questo errore già gran tempo regna tra Franzesi; ma se la bona sorte vole che monsignor d’Angolem, come si spera, succeda alla corona, estimo che sì  come  la  gloria  dell’arme  fiorisce  e  risplende  in  Francia,  così  vi  debba ancor con supremo ornamento fiorir quella delle lettere; perché non è molto ch’io, ritrovandomi alla corte, vidi questo signore e parvemi che, oltre alla disposizion della persona e bellezza di volto, avesse nell’aspetto tanta grandezza, congiunta però con una certa graziosa umanità, che ‘l reame di Francia  gli  dovesse  sempre  parer  poco.  Intesi  da  poi  da  molti  gentilomini,  e franzesi ed italiani, assai dei nobilissimi costumi suoi, della grandezza dell’animo, del valore e della liberalità; e tra l’altre cose fummi detto che egli sommamente amava ed estimava le lettere ed avea in grandissima osservanzia tutti e litterati; e dannava i Franzesi proprii dell’esser tanto alieni da questa professione,  avendo  massimamente  in  casa  un  così  nobil  studio  come  è quello di Parigi, dove tutto il mondo concorre.” Disse allor il Conte: “Gran maraviglia è che in così tenera età, solamente per instinto di natura, contra l’usanza del paese, si sia da sé a sé volto a così bon camino; e perché i sudditi Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 55 Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro primo  � sempre  seguitano  i  costumi  de’  superiori  po  esser  che,  come  voi  dite,  i Franzesi siano ancor per estimar le lettere di quella dignità che sono; il che facilmente,  se  vorranno  intendere,  si  potrà  lor  persuadere,  perché  niuna cosa più da natura è desiderabile agli omini né più propria che il sapere, la qual cosa gran pazzia è dire o credere che non sia sempre bona. XLIII E s’io parlassi con essi o con altri che fosseno d’opinion contraria alla mia, mi sforzarei mostrar loro quanto le lettere, le quali veramente da Dio son state agli omini concedute per un supremo dono, siano utili e necessarie alla vita e dignità nostra; né mi mancheriano esempi di tanti eccellenti capitani antichi, i quali tutti giunsero l’ornamento delle lettere alla virtù dell’arme. Ché, come sapete, Alessandro ebbe in tanta venerazione Omero, che la Iliade sempre si teneva a capo del letto; e non solamente a questi studi, ma alle speculazioni filosofiche diede grandissima opera sotto la disciplina d’Aristotele. Alcibiade le bone condizioni sue accrebbe e fece maggiori  con  le  lettere  e  con  gli  ammaestramenti  di  Socrate.  Cesare  quanta opera  desse  ai  studi,  ancor  fanno  testimonio  quelle  cose  che  da  esso divvinamente scritte si ritrovano. Scipion Affricano dicesi che mai di mano non si levava i libri di Senofonte, dove instituisce sotto ‘l nome di Ciro un perfetto re. Potrei dirvi di Lucullo, di Silla, di Pompeo, di Bruto e di molt’altri Romani e Greci; ma solamente ricordarò che Annibale, tanto eccellente capitano, ma però di natura feroce ed alieno da ogni umanità, infidele e despregiator degli omini e degli dèi, pur ebbe notizia di lettre e cognizion della lingua greca; e, s’io non erro, parmi aver letto già che esso un libro pur in lingua greca lasciò da sé composto. Ma questo dire a voi è superfluo, ché ben so io che tutti conoscete quanto s’ingannano i Francesi pensando che le lettre nuocciano all’arme. Sapete che delle cose grandi ed arrischiate nella guerra il vero stimulo è la gloria; e chi per guadagno o per altra causa a ciò si  move,  oltre  che  mai  non  fa  cosa  bona,  non  merita  esser  chiamato gentilomo,  ma  vilissimo  mercante.  E  che  la  vera  gloria  sia  quella  che  si commenda al sacro tesauro delle lettre, ognuno po comprendere, eccetto quegli infelici che gustate non l’hanno. Qual animo è così demesso, timido ed umile, che leggendo i fatti e le grandezze di Cesare, d’Alessandro, di Scipione, d’Annibale e di tanti altri, non s’infiammi d’un ardentissimo desiderio  d’esser  simile  a  quelli  e  non  posponga  questa  vita  caduca  di  dui Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
130 Guardinsi  e  prìncipi  sopra  tutto  da  coloro  che  sono  di  natura incontentabili, perché non possono beneficargli e empiergli tanto che basti a rendersene sicuri. 131 Grande differenza è da avere e sudditi malcontenti a avergli disperati: el malcontento, se bene desidera di nuocerti, non si mette leggiermente in pericolo,  ma  aspetta  le  occasione,  le  quali  talvolta  non  vengono  mai;  el disperato le va cercando e sollecitando, e entra precipitosamente in speranza e pratiche di fare novità. E però da quello t’hai a guardare di rado, da questo è necessario guardarti sempre. 132 Io sono stato di natura molto libero e inimico assai degli stirachiamenti; però ha avuto facilità grande chi ha avuto a convenire meco. Nondimeno ho conosciuto che in tutte le cose è di somma utilità el negociare con vantaggio, la somma del quale consiste in questo: non venire subito agli ultimi partiti, ma, ponendosi da discosto, lasciarsi tirare di passo in passo e con difficultà. Chi fa così, ha bene spesso più di quello di che si sarebbe contentato; chi negocia come ho fatto io, non ha mai se non quello sanza che non arebbe concluso. 133 E1 grandissima prudenza e da molti poco osservata, sapere dissimulare le male satisfazione che hai di altri, quando el fare così non sia con tuo danno  e  infamia;  perché  accade  spesso  che  in  futuro  viene  occasione  di averti a valere di quello, il che difficilmente ti riesce, se lui già sa che tu sia male satisfatto di lui. E a me è intervenuto molte volte che io ho avuto a ricercare persone, contro alle quali ero malissimo disposto, e loro, credendo el  contrario  o  almeno  non  si  persuadendo  questo,  m’hanno  servito prontissimamente. 134 Gli uomini tutti per natura sono inclinati più al bene che al male, né è alcuno el quale, dove altro rispetto non lo tiri in contrario, non facessi più volentieri  bene  che  male;  ma  è  tanto  fragile  la  natura  degli  uomini  e  sì Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Ricordi di Francesco Guicciardini
Sin qui resto capace: tuttavia mi par gran cosa che quella palla d’artiglieria (che tal mi figuro esser il mobile cadente), che pur si vede scendere con tanto precipizio che in manco di dieci battute di polso passerà più di dugento braccia di altezza, si sia nel suo moto trovata congiunta con sì picciol grado di velocità, che, se avesse continuato di muoversi con quello senza più accelerarsi, non l’averebbe passata in tutto un giorno. Dite pure in tutto un anno, né in dieci, né in mille, sì come io m’ingegnerò di  persuadervi,  ed  anco  forse  senza  vostra  contradizione  ad  alcune  assai semplici interrogazioni ch’io vi farò. Però ditemi se voi avete difficultà nessuna in concedere che quella palla, nello scendere, vadia sempre aquistando maggior impeto e velocità. Sono di questo sicurissimo. E se io dirò che l’impeto aquistato in qualsivoglia luogo del suo moto sia tanto che basterebbe a ricondurla a quell’altezza donde si partì, me lo concedereste? Concedere’lo senza contradizione, tuttavolta che la potesse applicar, senz’esser impedita, tutto il suo impeto in quella sola operazione, di ricondur se medesima, o altro eguale a sé, a quella medesima altezza: come sarebbe se la Terra  fusse  perforata  per  il  centro,  e  che,  lontano  da  esso  cento  o  mille braccia,  si  lasciasse  cader  la  palla;  credo  sicuramente  che  ella  passerebbe oltre al centro, salendo altrettanto quanto scese: e così mi mostra l’esperienza accadere d’un peso pendente da una corda, che rimosso dal perpendicolo, che è il suo stato di quiete, e lasciato poi in libertà, cala verso detto perpendicolo e lo trapassa per altrettanto spazio, o solamente tanto meno quanto il contrasto dell’aria e della corda o di altri accidenti l’impediscono. Mostrami l’istesso l’acqua, che scendendo per un sifone, rimonta altrettanto quanto fu la sua scesa. Voi perfettamente discorrete. E perch’io so che non avete dubbio in conceder che l’acquisto dell’impeto sia mediante l’allontanamento dal termine donde il mobile si parte, e l’avvicinamento al centro dove tende il suo moto, arete voi difficultà nel concedere che due mobili eguali, ancorché scendenti per diverse linee, senza veruno impedimento, facciano acquisto d’impeti eguali, tuttavolta che l’avvicinamento al centro sia eguale? Non intendo bene il quesito. Mi dichiarerò meglio col segnarne un poco di figura. Però noterò questa linea A B parallela all’orizonte, e sopra il punto B drizzerò la perpendicolare B C, e poi congiugnerò questa inclinata C A. Intendendo ora la linea C A
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Di  grazia,  signor  Salviati,  parlate  con  più  rispetto  d’Aristotile.  Ed  a  chi potrete  voi  persuader  già  mai  che  quello  che  è  stato  il  primo,  unico  ed ammirabile  esplicator  della  forma  silogistica,  della  dimostrazione,  de  gli elenchi, de i modi di conoscere i sofismi, i paralogismi, ed in somma di tutta la logica, equivocasse poi sì gravemente in suppor per noto quello che è in quistione? Signori, bisogna prima intenderlo perfettamente, e poi provarsi a volerlo impugnare. Signor Simplicio, noi siamo qui tra noi discorrendo familiarmente per investigar qualche verità; io non arò mai per male che voi mi palesiate i miei errori, e quando io non avrò conseguita la mente d’Aristotile, riprendetemi pur liberamente, che io ve ne arò buon grado. Concedetemi in tanto che io esponga le mie difficultà, e ch’io risponda ancora alcuna cosa a le vostre ultime parole, dicendovi che la logica, come benissimo sapete, è l’organo col quale si filosofa; ma, sì come può esser che un artefice sia eccellente in fabbricare organi, ma indotto nel sapergli sonare, così può esser un gran logico, ma poco esperto nel sapersi servir della logica; sì come ci son molti che sanno per lo senno a mente tutta la poetica, e son poi infelici nel compor quattro versi solamente; altri posseggono tutti i precetti del  Vinci, e non saprebber poi dipignere uno sgabello. Il sonar l’organo non s’impara da quelli che sanno far organi, ma da chi gli sa sonare; la poesia s’impara dalla continua lettura de’ poeti; il dipignere s’apprende col continuo disegnare e dipignere; il dimostrare, dalla lettura dei libri pieni di dimostrazioni, che sono i matematici soli, e non i logici. Ora, tornando al proposito, dico che quello che vede Aristotile del moto de i corpi leggieri, è il partirsi il fuoco da  qualunque  luogo  della  superficie  del  globo  terrestre  e  dirittamente discostarsene  salendo  in  alto;  e  questo  è  veramente  muoversi  verso  una circonferenza maggiore di quella della Terra, anzi il medesimo Aristotile lo fa muovere al concavo della Luna: ma che tal circonferenza sia poi quella del mondo, o concentrica a quella, sì che il muoversi verso questa sia un muoversi anco verso quella del mondo, ciò non si può affermare se prima non si suppone che ‘l centro della Terra, dal quale noi vediamo discostarsi i leggieri ascendenti, sia il medesimo che ‘l centro del mondo, che è quanto dire che ‘l globo terrestre sia costituito nel centro del mondo; che è poi quello di che noi dubitiamo e che Aristotile intende di provare. E questo direte che non sia un manifesto paralogismo? Questo  argomento  d’Aristotile  mi  era  parso,  anco  per  un  altro  rispetto, manchevole e non concludente, quando bene se gli concedesse che quella circonferenza alla quale si muove rettamente il fuoco, fusse quella che racchiude il mondo. Imperocché, preso dentro a un cerchio non solamente il
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io, per dire il vero, non ho fatto né sì lunghe né sì diligenti osservazioni, che mi possano bastare a esser ben padrone del quod est di questa materia; ma voglio in ogni modo farle, e poi provarmi ancora se mi succedesse concordare quel che ci porge l’esperienza con quel che ci dimostra Aristotile, perché chiara cosa è che due veri non si posson contrariare. Tuttavolta che voi vogliate accordar quel che vi mostrerà il senso con le più salde dottrine d’Aristotile, non ci averete una fatica al mondo. E che ciò sia vero, Aristotile non dic’egli che delle cose del cielo, mediante la gran lontananza, non se ne può molto resolutamente trattare? Dicelo apertamente. Il medesimo non afferm’egli che quello che l’esperienza e il senso ci dimostra, si deve anteporre ad ogni discorso, ancorché ne paresse assai ben fondato? e questo non lo dic’egli resolutamente e senza punto titubare? Dicelo. Adunque di queste due proposizioni, che sono ambedue dottrina d’Aristotile, questa seconda, che dice che bisogna anteporre il senso al discorso, è dottrina molto più ferma e risoluta che l’altra, che stima il cielo inalterabile; e però più aristotelicamente filosoferete dicendo: “Il cielo è alterabile, perché così mi mostra il senso”, che se direte: “Il cielo è inalterabile, perché così persuade il discorso ad Aristotile”. Aggiugnete che noi possiamo molto meglio
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Questi tali mi fanno sovvenire di quello scultore, che avendo ridotto un gran pezzo di marmo all’immagine non so se d’un Ercole o di un Giove fulminante,  e  datogli  con  mirabile  artifizio  tanta  vivacità  e  fierezza  che moveva spavento a chiunque lo rimirava, esso ancora cominciò ad averne paura, se ben tutto lo spirito e la movenza era opera delle sue mani; e ‘l terrore era tale, che più non si sarebbe ardito di affrontarlo con le subbie e ‘l mazzuolo. Io  mi  son  più  volte  maravigliato  come  possa  esser  che  questi  puntuali mantenitori  d’ogni  detto  d’Aristotile  non  si  accorgano  di  quanto  gran progiudizio e’ sieno alla reputazione ed al credito di quello, e quanto, nel volergli accrescere autorità, gliene detraggano; perché, mentre io gli veggo ostinati in voler sostener proposizioni le quali io tocchi con mano esser manifestamente  false,  ed  in  volermi  persuadere  che  così  far  convenga  al vero filosofo e che così farebbe Aristotile medesimo, molto si diminuisce in me l’opinione che egli abbia rettamente filosofato intorno ad altre conclusioni a me più recondite: ché quando io gli vedessi cedere e mutare opinione per le verità manifeste, io crederei che in quelle dove e’ persistessero, potessero avere salde dimostrazioni, da me non intese o sentite. O vero, quando gli paresse di metter troppo della lor reputazione e di quella d’Aristotile nel confessar di non aver saputa questa o quella conclusione ritrovata da un altro, non sarebb’ei manco male il ritrovarla tra i suoi testi con l’accozzarne diversi, conforme alla prattica significataci dal signor Simplicio? perché se vi è ogni scibile, è ben anco forza che vi si possa ritrovare. Signor Sagredo, non vi fate beffe di questo avvedimento, che mi par che lo proponghiate burlando; perché non è gran tempo che avendo un filosofo di gran nome composto un libro dell’anima, nel quale, in riferir l’opinione d’Aristotile circa l’esser o non essere immortale, adduceva molti testi, non già  de  i  citati  da  Alessandro,  perché  in  quelli  diceva  che  Aristotile  non trattava né anco di tal materia, non che determinasse cosa veruna attenente a ciò, ma altri da sé ritrovati in altri luoghi reconditi, che piegavano al senso pernizioso, e venendo avvisato che egli avrebbe avute delle difficultà nel farlo licenziare, riscrisse all’amico che non però restasse di procurarne la spedizione, perché, quando non se gli intraversasse altro ostacolo, non aveva difficultà niuna circa il mutare la dottrina d’Aristotile, e con altre esposizioni e con altri testi sostener l’opinion contraria, pur conforme alla mente d’Aristotile. O questo dottor sì, che mi può comandare, che non si vuol lasciar infinocchiar da Aristotile, ma vuol esso menar lui per il naso e farlo dire a suo modo! Vedete quanto importa il saper pigliar il tempo opportuno! Ei non si Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io non intendo che e’ possa prevalere o cedere a se medesimo nel moto, se non co ‘l muoversi or più veloce e or più tardo. Ecco dunque che voi pur lo sapevi. Se dunque deve seguir la proiezione della penna e prevalere il suo moto per la tangente al moto per la segante, quali bisogna che sieno le velocità loro? Bisogna che il moto per la tangente sia maggior di quell’altro per la segante. Oh povero a me! o non è egli anco centomila volte maggiore, e non solamente del moto in giù della penna, ma anco di quello della pietra? ed io, ben  da  semplice  davvero,  mi  ero  lasciato  persuadere  che  le  pietre  non potrebber esser estruse dalla vertigine della Terra! Torno dunque a ridirmi, e dico che quando la Terra si muovesse, le pietre, gli elefanti, le torri e le città volerebbero verso il cielo per necessità; e perché ciò non segue, dico che la Terra non si muove. Oh, signor Simplicio, voi vi sollevate così presto, ch’io comincerò a temer più di voi che della penna. Quietatevi un poco, e ascoltate. Se per ritener la pietra o la penna annessa alla superficie della Terra ci fusse di bisogno che ‘l suo descender a basso fusse più o tanto quanto è il moto fatto per la tangente, voi areste ragione a dir che bisognasse che ella si movesse altrettanto o più velocemente per la segante all’ingiù che per la tangente verso levante; ma  non  mi  avete  voi  detto  poco  fa,  che  mille  braccia  di  distanza  per  la tangente dal contatto non rimuovono appena un dito dalla circonferenza? Non basta, dunque, che il moto per la tangente, che è quel della vertigine diurna, sia semplicemente più veloce del moto per la segante, che è quel della penna all’ingiù; ma bisogna che quello sia tanto più veloce, che ‘l tempo che basta acondur la penna, verbigrazia, mille braccia per la tangente, sia poco per il muoversi un sol dito all’ingiù per la segante: il che vi dico che non sarà mai, fate pur quel moto veloce, e questo tardo, quanto vi piace. E perché non potrebbe esser quello per la tangente tanto veloce, che non desse tempo alla penna d’arrivar alla superficie della Terra? Provate  a  mettere  il  caso  in  termini,  ed  io  vi  risponderò.  Dite  adunque quanto vi par che bastasse far quel moto più veloce di questo. Dirò, per esempio, che quando quello fusse un milion di volte più veloce di questo, la penna e anco la pietra verrebbero estruse. Voi dite così, e dite il falso, solo per difetto non di logica o di fisica o di metafisica, ma di geometria: perché, se voi intendeste solo i primi elementi, sapreste che dal centro del cerchio si può tirare una retta linea sino alla tangente, che la tagli in modo che la parte della tangente tra ‘l contatto e la segante sia uno, due e tre milioni di volte maggior di quella parte della Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
strumento, tenendo ferma la testa: ma se nell’alzar il sestante si piegasse il collo indietro e si andasse elevando la testa insieme con lo strumento, l’angolo allora si conserverebbe l’istesso: suppone dunque la risposta dell’autore che gli osservatori, nell’uso dello strumento, non abbiano alzato la testa conforme al bisogno, cosa che non ha del verisimile. Ma posto anco che così fusse seguito, lascio giudicare a voi qual differenza può essere tra due angoli acuti di due triangoli equicruri, i lati dell’uno de i quali triangoli siano  lunghi  ciascuno  quattro  braccia,  e  quelli  dell’altro  quattro  braccia meno  quant’è  il  diametro  d’una  lente;  ché  assolutamente  non  maggiore può essere la differenza tra la lunghezza delli due raggi visivi mentre la linea vien tirata perpendicolarmente dal centro della pupilla sopra il piano dell’aste del sestante (la qual linea non è maggiore che la grossezza del pollice), e la lunghezza de i medesimi raggi mentre, elevandosi il sestante senza alzar insieme la testa, tal linea non cade più a perpendicolo sopra detto piano, ma inclina, facendo l’angolo verso la circonferenza alquanto acuto. Ma per liberare in tutto e per tutto questo autore da queste infelicissime mendicità, sappia (già che si vede che egli non ha molta pratica nell’uso de gli strumenti astronomici) che ne i lati del sestante o quadrante si accomodano due traguardi, uno nel centro e l’altro nell’estremità opposta, i quali sono elevati un dito o più dal piano dell’aste, e per le sommità di tali traguardi si fa passar il raggio dell’occhio, il quale occhio si tiene anco remoto dallo strumento un palmo o due o più ancora; talché né pupilla, né osso di gota, né di tutta la persona, tocca né si appoggia allo strumento; il quale strumento né meno si sostiene o si eleva a braccia, e massime se saranno di quei grandi, come si costuma, li quali, pesando le decine e le centinaia ed anco le migliaia delle libbre, si sostengono sopra basi saldissime: talché tutta l’instanza svanisce. Questi sono i sutterfugii di questo autore, i quali, quando ben fussero tutto acciaio, non lo potrebbero sollevare d’un centesimo di minuto:  e  con  questi  si  persuade  di  darci  a  credere  d’aver  compensata  quella differenza che importa più di cento minuti, dico del non si esser osservata notabil diversità nelle distanze tra una fissa e la nuova stella in tutta la lor circolazione, che, quando ella fusse stata prossima alla Luna, doveva farsi grandemente cospicua anco alla semplice vista, senza strumento veruno, e massime paragonandola con l’undecima di Cassiopea, sua vicina a gr. 1 e mezo;  che  di  più  di  due  diametri  della  Luna  doveva  variarsi,  come  ben avvertirono i più intelligenti astronomi di quei tempi. Sagredo Mi par di vedere quell’infelice agricoltore, che dopo l’essergli state battute e destrutte dalla tempesta tutte le sue aspettate ricolte, va con faccia languida e china raggranellando reliquie così tenui, che non son per bastargli a nutrir né anco un pulcino per un sol giorno.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  terza � Simplicio Piano,  signor  mio,  che  forse  voi  non  sete  ancora  dove  per  avventura  vi persuadete d’essere pervenuto: imperocché io, se ben non mi sono interamente impadronito della materia del discorso fatto dal signor Salviati, non trovo che la mia logica, mentre riguardo alla forma, m’insegni che tal maniera d’argomentare m’induca necessità veruna di concludere a favor dell’ipotesi Copernicana, cioè della stabilità del Sole nel centro del zodiaco e della mobilità della Terra sotto la di lui circonferenza. Perché, se bene è vero che posta la tal conversion del Sole e la tal circuizion della Terra si debban necessariamente scorger nelle macchie solari le tali e tali stravaganze, non però ne séguita  che,  argomentando  per  il  converso,  dallo  scorgersi  nelle macchie  tali  stravaganze  si  debba  necessariamente  concludere,  la  Terra muoversi per la circonferenza e ‘l Sole esser posto nel centro del zodiaco: imperocché chi m’assicura che simili stravaganze non possano anco esser vedute nel Sole mobile per l’eclittica da gli abitatori della Terra stabile nel centro di quella? Se voi non mi dimostrate prima che di tale apparenza non si possa render ragione quando si faccia mobile il Sole e stabile la Terra, io non mi rimoverò dalla mia opinione e dal credere che ‘l Sole si muova e la Terra stia immobile. Strenuamente si porta il signor Simplicio, e molto acutamente s’oppone e sostiene la parte d’Aristotile e di Tolomeo; e, s’io debbo dire il vero, mi par che la conversazione del signor Salviati, ancor che sia stata di tempo breve, l’abbia addestrato assai nel discorrer concludentemente, effetto che intendo essere stato cagionato in altri ancora. Quanto poi all’investigare e giudicare se delle apparenti esorbitanze ne i movimenti delle macchie solari si possa render competente ragione lasciando la Terra immobile e mantenendo mobile il Sole, aspetterò che ‘l signor Salviati ci manifesti il suo pensiero; ché ben è credibile che egli v’abbia fatto sopra reflessione e ritrattone quanto in tal proposito si può produrre. Io ci ho più volte pensato, ed anco discorsone con l’amico ed ospite mio: e circa quello che siano per produrre i filosofi e gli astronomi in mantenimento dell’antico sistema, per una parte siamo sicuri, sicuri dico, che i veri e puri Peripatetici, ridendosi di chi s’impiega in tali, al gusto loro, insipide sciocchezze, spaccieranno tutte queste apparenze per vane illusioni de’ cristalli, ed in questa maniera con poca fatica si libereranno dall’obbligo di pensar  più  oltre;  quanto  poi  a  i  filosofi  astronomi,  doppo  aver  noi  con qualche attenzione specolato ciò che si potesse addurre in mezo, non abbiamo investigato ripiego chebasti per sodisfare unitamente al corso delle macchie ed al discorso della mente. Io vi esporrò quello che ci è sovvenuto, e voi ne farete quel capitale che il giudizio vostro vi detterà.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
molti accidenti e proprietà che singolarmente si trovano nella calamita, e non in altra pietra né in altro corpo, come sarebbe, per esempio, dell’attrarre il ferro, del conferirgli, solo con la sua presenza, la medesima virtù, di comunicargli parimente proprietà di riguardar verso i poli, sì come una tale ritiene ella in se medesima; ed oltre a questa, fate di veder per prova come in lei risiede virtù di conferire all’ago magnetico non solamente il drizzarsi sotto un meridiano verso i poli con moto orizontale (proprietà già più tempo fa conosciuta), ma un nuovamente osservato accidente di declinare (stando bilanciato sotto il meridiano già segnato sopra una sferetta di calamita), declinar, dico, sino a’ determinati segni più e meno, secondo che tal ago si terrà più o meno vicino al polo, sin che sopra l’istesso polo si pianta eretto a perpendicolo, dove che sopra le parti di mezo sta parallelo all’asse. Di più, proccurate di far prova, come risedendo la virtù di attrarre il ferro vigorosa assai più verso i poli che circa le parti di mezo, tal forza è notabilmente più gagliarda nell’uno che nell’altro polo, e questo in tutti i pezzi di calamita, il polo più gagliardo de’ quali è quello che riguarda verso austro. Notate appresso,  che  in  una  piccola  calamita  questo  polo  australe,  e  più  valoroso dell’altro, diventa più debile qualunque volta e’ deva sostenere il ferro alla presenza del polo boreale di un’altra calamita assai maggiore: e per non far lungo discorso, assicuratevi con l’esperienza di queste ed altre molte proprietà descritte dal Gilberto, le quali tutte sono talmente proprie della calamita, che nessuna di loro compete a veruna altra materia. Ditemi ora, signor Simplicio: quando vi fussero proposti mille pezzi di diverse materie, ma ciascheduno coperto e rinvolto in un panno sotto il quale ei si occultasse, e vi fusse domandato che, senza scoprirgli, voi faceste opera d’indovinare da segni esteriori la materia di ciascheduno, e che, nel tentare, voi vi incontraste in uno il quale mostrasse apertamente di aver tutte le proprietà da voi già conosciute risedere nella sola calamita e non in veruna altra materia, che giudizio fareste voi dell’essenza di tal corpo? direste voi che potesse essere un pezo d’ebano o di alabastro o di stagno? Simplicio Salviati Direi, senza punto dubitare, che fusse un pezzo di calamita. Quando ciò sia, dite pur risolutamente che sotto questa coverta e scorza, di terra, di pietre, di metalli, di acqua etc., si nasconde una gran calamita, poiché intorno ad essa si riconoscono, da chi di osservargli si prende cura, tutti quei medesimi accidenti che ad un verace e scoperto globo di calamita competer si scorgono: ché quando altro non si vedesse che quello dell’ago declinatorio, che,portato intorno alla Terra, più e più s’inclina con l’avvicinarsi al polo boreale, e meno declina verso l’equinoziale, sotto il quale si riduce  finalmente  all’equilibrio,  dovrebbe  bastare  a  persuadere  ogni  più 344 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
alla strozza, alza più la voce e scolpisci meglio le parole; che se mi vai borbottando tra’ denti con quella vocina da ragnatelo, io t’intenderò domani, perché l’udito, se non sai, non mi serve meglio che la vista. Moda Benché sia contrario alla costumatezza, e in Francia non si usi di parlare per essere uditi, pure perché siamo sorelle, e tra noi possiano fare senza troppi rispetti, parlerò come tu vuoi. Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori: abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v’improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo di una figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare la gente colle calzature snelle; chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l’amore che mi portano. Io non vo’ dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle coi panni lani e il petto con quei di tela, e fare di ogni cosa a mio modo ancorché sia con loro danno. In conclusione io ti credo che mi sii sorella e, se tu vuoi, l’ho per più certo della morte, senza che tu me ne cavi la fede del parrocchiano. Ma stando così ferma, io svengo; e però, se ti dà l’animo di corrermi allato, fa di non vi crepare, perch’io fuggo assai, e correndo mi potrai dire il tuo bisogno; se no, a contemplazione della parentela, ti prometto, quando io muoia, di lasciarti tutta la mia roba, e rimanti col buon anno. Se noi avessimo a correre insieme il palio, non so chi delle due si vincesse la prova, perché se tu corri, io vo meglio che di galoppo; e a stare in un luogo,
Operette morali di Giacomo Leopardi
accettata volentieri se gli fosse stato lecito di metterla per insegna fuori della sua taverna; ma le Muse non consentirono di dargliela per questo effetto: di modo che ella si rimase nel loro comune erario. Niuno dei competitori di questo premio ebbe invidia ai tre Dei che l’avevano conseguito e rifiutato, né si dolse dei giudici, né biasimò la sentenza; salvo solamente uno, che fu Prometeo, venuto a parte del concorso con mandarvi il modello di terra che aveva fatto e adoperato a formare i primi uomini, aggiuntavi una scrittura che dichiarava le qualità e gli uffici del genere umano, stato trovato da esso. Muove non poca maraviglia il rincrescimento dimostrato da Prometeo in caso tale, che da tutti gli altri, sì vinti come vincitori, era preso in giuoco: perciò investigandone la cagione, si è conosciuto che quegli desiderava efficacemente, non già l’onore, ma bene il privilegio che gli sarebbe pervenuto colla vittoria. Alcuni pensano che intendesse di prevalersi del lauro per difesa del capo contro alle tempeste, secondo si narra di Tiberio, che sempre che udiva tonare, si ponea la corona; stimandosi che l’alloro non sia percosso dai fulmini. Ma nella città d’Ipernéfelo non cade fulmine e non tuona. Altri più probabilmente affermano che Prometeo, per difetto degli anni, comincia a gittare i capelli; la quale sventura sopportando, come accade a molti, di malissima voglia, e non avendo letto le lodi della calvizie scritte da Sinesio, o non essendone persuaso, che è più credibile, voleva sotto il diadema nascondere, come Cesare dittatore, la nudità del capo. Ma per tornare al fatto, un giorno tra gli altri ragionando Prometeo con Momo, si querelava aspramente che il vino, l’olio e le pentole fossero stati anteposti al genere umano, il quale diceva essere la migliore opera degl’immortali  che  apparisse  nel  mondo.  E  parendogli  non  persuaderlo bastantemente a Momo, il quale adduceva non so che ragioni in contrario, gli propose di scendere tutti e due congiuntamente verso la terra, e posarsi a caso nel primo luogo che in ciascuna delle cinque parti di quella scoprissero abitato dagli uomini; fatta prima reciprocamente questa scommessa: se in tutti cinque i luoghi, o nei più di loro, troverebbero o no manifesti argomenti che l’uomo sia la più perfetta creatura dell’universo. Il che accettato da Momo, e convenuti del prezzo della scommessa, incominciarono senza indugio a scendere verso la terra; indirizzandosi primieramente al nuovo mondo; come quello che pel nome stesso, e per non avervi posto piede insino allora niuno degl’immortali, stimolava maggiormente la curiosità. Fermarono il volo nel paese di Popaian, dal lato settentrionale, poco lungi dal fiume
Operette morali di Giacomo Leopardi
za e la giocondità dei sogni; né Pitagora è da riprendere per avere interdetto il mangiare delle fave, creduto contrario alla tranquillità dei medesimi sogni, ed atto a intorbidarli, e sono da scusare i superstiziosi che avanti di coricarsi solevano orare e far libazione a Mercurio conduttore dei sogni, acciò ne menasse loro di quei lieti; l’immagine del quale tenevano a quest’effetto intagliata in su’ piedi delle lettiere. Così, non trovando mai la felicità nel tempo della vigilia, si studiavano di essere felici dormendo: e credo che in parte, e in qualche modo, l’ottenessero; e che da Mercurio fossero esauditi meglio che dagli altri Dei. Tasso Per tanto, poiché gli uomini nascono e vivono al solo piacere, o del corpo o dell’animo; se da altra parte il piacere è solamente o massimamente nei sogni, converrà ci determiniamo a vivere per sognare: alla qual cosa, in verità, io non mi posso ridurre. Già vi sei ridotto e determinato, poiché tu vivi e che tu consenti di vivere. Che cosa è il piacere? Non ne ho tanta pratica da poterlo conoscere che cosa sia. Nessuno lo conosce per pratica, ma solo per ispeculazione: perché il piacere è un subbietto speculativo, e non reale; un desiderio, non un fatto; un sentimento che l’uomo concepisce col pensiero, e non prova; o per dir meglio, un concetto, e non un sentimento. Non vi accorgete voi che nel tempo stesso di qualunque vostro diletto, ancorché desiderato infinitamente, e procacciato con fatiche e molestie indicibili; non potendovi contentare il goder che fate in ciascuno di quei momenti, state sempre aspettando un goder maggiore e più vero, nel quale consista insomma quel tal piacere; e andate quasi riportandovi di continuo agl’istanti futuri di quel medesimo diletto? Il quale finisce sempre innanzi al giungere dell’istante che vi soddisfaccia; e non vi lascia altro bene che la speranza cieca di goder meglio e più veramente in altra occasione, e il conforto di fingere e narrare a voi medesimi di aver goduto, con raccontarlo anche agli altri, non per sola ambizione, ma per aiutarvi al persuaderlo che vorreste pur fare a voi stessi. Però chiunque consente di vivere, nol fa in sostanza ad altro effetto né con altra utilità che di sognare; cioè credere di avere a godere, o di aver goduto; cose ambedue false e fantastiche. Non possono gli uomini credere mai di godere presentemente?
Operette morali di Giacomo Leopardi
portuna e contraria, che il dolore. Perciocché l’una e l’altra passione riempiono parimente l’uomo del pensiero di se medesimo in guisa, che non lasciano luogo a quelli delle cose altrui. Come nel dolore il nostro male, così nella grande allegrezza il bene, tengono intenti e occupati gli animi, e inetti alla cura dei bisogni e desiderii d’altri. Dalla compassione specialmente, sono alienissimi l’uno e l’altro tempo; quello del dolore, perché l’uomo è tutto volto alla pietà di se stesso; quello della gioia, perché allora tutte le cose umane, e tutta la vita, ci si rappresentano lietissime e piacevolissime; tanto che le sventure e i travagli paiono quasi immaginazioni vane, o certo se ne rifiuta il pensiero, per essere troppo discorde dalla presente disposizione del nostro animo. I migliori tempi da tentar di ridurre alcuno a operar di presente, o a risolversi di operare, in altrui beneficio, sono quelli di qualche allegrezza placida e moderata, non istraordinaria, non viva; o pure, ed anco maggiormente, quelli di una cotal gioia, che, quantunque viva, non ha soggetto alcuno determinato, ma nasce da pensieri vaghi, e consiste in una tranquilla agitazione dello spirito. Nel quale stato, gli uomini sono più disposti alla compassione che mai, più facili a chi li prega, e talvolta abbracciano volentieri l’occasione di gratificare gli altri, e di volgere quel movimento confuso e quel piacevole impeto de’ loro pensieri, in qualche azione lodevole. Negava similmente che l’infelice, narrando o come che sia dimostrando i suoi mali, riporti per l’ordinario maggior compassione e maggior cura da quelli che hanno con lui maggiore conformità di travagli. Anzi questi in udire le tue querele, o intendere la tua condizione in qualunque modo, non attendono ad altro, che ad anteporre seco stessi, come più gravi, i loro a’ tuoi mali: e spesso accade che, quando più ti pensi che sieno commossi sopra il tuo stato, quelli t’interrompono narrandoti la sorte loro, e sforzandosi di persuaderti che ella sia meno tollerabile della tua. E diceva che in tali casi avviene ordinariamente quello che nella Iliade si legge di Achille, quando Priamo supplichevole e piangente gli è prostrato ai piedi: il quale finito che ha quel suo lamento miserabile, Achille si pone a piangere seco, non già dei mali di quello, ma delle sventure proprie, e per la ricordanza del padre, e dell’amico ucciso. Soggiungeva, che ben suole alquanto conferire alla compassione l’avere sperimentato altre volte in se quegli stessi mali che si odono o veggono essere in altri, ma non il sostenerli al presente. Diceva che la negligenza e l’inconsideratezza sono causa di commettere infinite cose crudeli o malvage; e spessissimo hanno apparenza di malvagi-
Operette morali di Giacomo Leopardi
molto e maldicente; qui i danari, il favore e la viltà possono tutto; qui regna l’invidia, e le amicizie sono poco sincere; e così discorrendo; come se altrove le cose procedessero in altro modo. Gli uomini sono miseri per necessità, e risoluti di credersi miseri per accidente. XXXII Venendo innanzi nella cognizione pratica della vita, l’uomo rimette ogni giorno di quella severità per la quale i giovani, sempre cercando perfezione, e aspettando trovarne, e misurando tutte le cose a quell’idea della medesima che hanno nell’animo, sono sì difficili a perdonare i difetti, ed a concedere stima alle virtù scarse e manchevoli, ed ai pregi di poco momento, che occorrono loro negli uomini. Poi, vedendo come tutto è imperfetto, e persuadendosi che non v’è meglio al mondo di quel poco buono che essi disprezzano, e che quasi nessuna cosa o persona è stimabile veramente, a poco a poco, cangiata misura, e ragguagliando ciò che viene loro avanti, non più al perfetto, ma al vero, si assuefanno a perdonare liberalmente, e a fare stima di ogni virtù mediocre, di ogni ombra di valore, di ogni piccola facoltà che trovano; tanto che finalmente paiono loro lodevoli molte cose e molte persone che da prima sarebbero parute loro appena sopportabili. La cosa va tant’oltre, che, dove a principio non avevano quasi attitudine a sentire stima, in progresso di tempo diventano quasi inabili a disprezzare; maggiormente quanto sono più ricchi d’intelligenza. Perché in vero l’essere molto disprezzante ed incontentabile passata la prima giovinezza, non è buon segno: e questi tali debbono, o per poco intelletto, o certo per poca esperienza, non aver conosciuto il mondo; ovvero essere di quegli sciocchi che disprezzano altrui per grande stima che hanno di se medesimi. In fine apparisce poco probabile, ma è vero, né viene a significare altro che l’estrema bassezza delle cose umane il dire, che l’uso del mondo insegna più a pregiare che a dispregiare. XXXIII Gl’ingannatori mediocri, e generalmente le donne, credono sempre che le loro frodi abbiano avuto effetto, e che le persone vi sieno restate colte: ma i più astuti dubitano, conoscendo meglio da un lato le difficoltà dell’arte, dall’altro la potenza, e come quel medesimo che vogliono essi, cioè ingannare, sia voluto da ognuno; le quali due cause ultime fanno che spesso
Pensieri di Giacomo Leopardi
Nell’atto V, SCENA I, eccoti Bonifacio, in abito di Gioanbernardo, che spirava amor dal culo e tutti gli altri buchi della persona; e con Lucia, dopo aver discorso un poco, sen va alla bramata stanza.  Tra tanto, Gio. Bernardo teneva il baston dritto, pensando a Carubina, ed aspettò un gran pezzo, facendo la sentinella, mentre Sanguino mariolava e Bonifacio prendeva i suoi disgusti; sin tanto che, [IX SCENA] venendo fuori Bonifacio confusissimo con l’ancor sdegnatissima Carubina, a l’impensata de l’uno e l’altra, trovorno un altro osso da rodere e gruppo da scardare, cioè si trovorno rincontrati con Gioanbernardo. Quindi nacquero molti dibatti di paroli, ed essendono prossimi a toccarsi co le mani, [X SCENA] sopravien Sanguino stravestito da capitan Palma con sui compagni stravestiti da birri; e per ordinario della corte ed instanza di Gio. Bernardo menorno Bonifacio in una stanza vicina, fingendo intenzione di condurlo dopo spediti altri negocii in Vicaria. Con questo, [XI SCENA] Carubina rimane nelle griffe di Gio. Bernardo, il quale, com’è costume di que’ che ardentemente amano, con tutte sottigliezze d’epicuraica filosofia, — Amor fiacca il timor d’omini e numi, — cerca di troncare il legame del scrupolo che Carubina, insolita a mangiar  più  d’una  minestra  avesse  possuto  avere.  Della  quale  è  pur  da pensare che desiderasse più d’esser vinta che di vencere; però gli piacque di andar a disputar in luoco più remoto. Tra tanto che passavano questi negociii, Scaramuré ch’avea l’orloggio nel stomaco e nel cervello, andò [XIV SCENA] con specie, di sovvenire a Bonifacio; e [XV SCENA] trova Sanguino co i compagni ed impetra licenza di parlar a Bonifacio; e, avendola impetrata con certe mariolesche circostanze [XVI SCENA], viene [XVII SCENA] a persuadere a Bonifacio, che l’incanto avea, per fallo di esso Bonifacio, avuto confuso effetto; e dice di voler negociar, per il presente, la sua libertà. Il che facendo, [XVIII SCENA] con offrire qualche sottomano al Capitano, riceve, da quel che non era novizio nell’arte sua, una asprissima risoluzione, la quale da dovero mosse Bonifacio, e Scaramuré, in quel modo che posseva, a ingenocchiarsi in terra e chieder grazia e mercé, sin tanto ch’impetrorno da lui che si contentasse di farli grazia. La qual gli fu concessa con questa condizione, che Scaramuré facesse di modo che venessero la moglie Carubina e  Gioanbernardo  a  rimettergli  l’offesa.  Cossì,  questo  accordo  si  venne  a trattar con molte apparenti difficultà [XIX, XX, XXI e XXII SCENA]; sin tanto che, [XXIII SCENA] dopo aver chiesa perdonanza in ginocchioni a Gio. Bernardo e la moglie, e ringraziato Sanguino e Scaramuré, ed onta la mano  del  Capitano  e  birri,  fu  liberato  per  grazia  del  signor  Dio  e  della Madonna: dopo la cui partita, [XXIV SCENA] Sanguino ed Ascanio fanno Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Candelaio di Giordano Bruno
La NOVELLETTA. La favola di Psiche rappresenta lo stato dell’uomo. La città dove nasce, dinota il mondo. Il re e la reina, che la generano, significano Iddio  e  la  materia.  Questi  hanno  tre  figliuole,  cioè  la  Carne,  la  Libertà dell’arbitrio  el’Anima;  laqual  non  per  altro  si  finge  più  giovane,  se  non perché  vi  s’infonde  dentro  dopo  l’organizzamento  del  corpo.  Descrivesi anche più bella, percioch’è più nobile della Carne e superiore alla Libertà. Per  Venere,  che  le  porta  invidia,  s’intende  la  Libidine.  Costei  le  manda Cupidine, cioè la Cupidità, laquale ama essa Anima e si congiunge a lei, persuadendole a non voler mirar la sua faccia, cioè a non volere attenersi ai diletti della concupiscenza né consentire agl’incitamenti delle sorelle Carne e Libertà. Ma ella a loro instigazione entra in curiosità di vederlo e discopre la  lucerna  nascosta,  cioè  a  dire  palesa  la  fiamma  del  disiderio  celata  nel petto.  La  lucerna,  che  sfavillando  cuoce  Amore,  dimostra  l’ardore  della concupiscibile, che lascia sempre stampata nella carne la macchia del peccato. Psiche,  agitata  dalla  Fortuna  per  diversi  pericoli  e  dopo  molte  fatiche  e persecuzioni copulata ad Amore, è tipo della istessa anima, che per mezzo di molti travagli arriva finalmente al godimento perfetto. Giunto al’albergo de’ vezzosi inganni il bell’Adon, là dov’Amor s’annida, gli conta Amor, che lo conduce e guida, le fortune di Psiche e i propri affanni. E1 di dura battaglia aspro conflitto questa che vita ha nome, umana morte, dov’ognor l’uom con mille mali afflitto vien combattuto da nemica sorte. Ma fra l’ingiurie e fra i contrasti invitto non però sbigottisce animo forte, anzi contr’ogni assalto iniquo e crudo s’arma e difende, e sua virtù gli è scudo.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Da non veduta man sentesi in questa d’acque stillate in tepida lavanda condur pian piano, indi spogliar la vesta e i bei membri mollir per ogni banda. Dopo i bagni e gli odor, mensa s’appresta coverta di finissima vivanda; e sempre ad operar pronte e veloci son sue serve e ministre, ignude voci. Dato al lungo digiun breve ristoro con cibi, che del ciel foran ben degni, entra pur ala vista occulto coro, sceso quaggiù da’ miei beati regni, concordando lo stil dolce e canoro ala facondia degli arguti legni. Benché né di cantor né di stromenti scorga imagine alcuna, ode gli accenti. Già l’Oblio taciturno esce di Lete, già la notte si chiude e ‘l dì vien manco, e le stelle cadenti e l’ombre chete persuadono il sonno al mondo stanco, onde disposta alfin di dar quiete al troppo dianzi affaticato fianco, ricovra a letto in più secreto chiostro, piumato d’oro, incortinato d’ostro. Allor mi movo al dolce assalto e tosto ch’entro la stanza ogni lumiera è spenta, invisibile amante, a lei m’accosto, che dubbia ancor, ciò che non sa paventa. Ma se l’aspetto mio tengo nascosto, le scopro almen l’ardor che mi tormenta e, da lagrime rotti e da sospiri, le narro i miei dolcissimi martiri.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Ma quant’ella però contenta vive, tanto menano i suoi vita scontenta, e di tal compagnia vedove e prive più d’ogni altro le suore il duol tormenta. Vigilando, il pensier lor la descrive, dormendo, il sogno lor la rappresenta; ond’alfin per saver ciò che ne sia, là dove la lasciar, prendon la via. Io, come soglio, insu la notte ombrosa seco in tal guisa il ragionar ripiglio: “Psiche caro mio cor, dolce mia sposa, fortuna ti minaccia alto periglio, là dove uopo ti fia d’arte ingegnosa, di cautela sottile e di consiglio. Ignoranti del ver, le tue sorelle di te piangendo ancor cercan novelle. Su que’ sassi colà ruvidi ed erti, onde campata sei, son già tornate. Io farò, se tu vuoi, per compiacerti che sieno a te da Zefiro portate. Ma ben t’essorto, a quant’io dico averti, fuggi le lor parole avelenate. Nel resto io ti concedo interamente, che le lasci da te partir contente. Vo’ che de’ petti lor l’avare fami satolli a piena man d’argento e d’oro. Non ti lasciar però, se punto m’ami, persuader dale lusinghe loro. Non l’ascoltar; se d’ascoltarle brami, pensa ascoltar dele sirene il coro, dal cui dolce cantar tenace e forte, mascherata di vita, esce la morte.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
La FUGA. Dalla Gelosia, che va col suo veleno ad infettare il cor di Marte nel colmo de’ maggior trionfi, si conosce che niun petto, per forte che sia ed in qualsivoglia stato, può resistere alla violenza di questa rabbia. Dal cagnolino che lusinga e guida Adone si discopre l’affetto verso le cose terrene, da cui si lascia l’uomo assai sovente trasportare alla traccia de’ beni temporali, ombreggiati nella cerva dalle corna d’oro. Il serpente guardiano del passo, cangiato dalla maga in sì fatta forma, dimostra il misero stato di chi cerca l’occasioni del peccare, per laqual cosa perdendo l’umana effigie, ch’è ritratto della divina somiglianza, vien condannato a vivere bestialmente nelle tenebre come cieco. Nel giardino della fata de’ tesori, tutto piantato d’oro e seminato di gemme, ci viene espressa la commodità delle ricchezze, che son di notabile importanza  a  conseguir  le  lascivie.  Falsirena  travagliata  da  due  contrari pensieri,  vuol  dinotarci  l’anima  umana,  agitata  quindi  dalla  tentazione dell’oggetto piacevole e quinci dal rispetto dell’onesto. Le due donzelle che la  consigliano,  ci  figurano  la  ragionevole  e  la  concupiscibile,  che  ci persuadono quella il bene e questa il male. Dala tartarea sua caverna oscura la Gelosia pestifera si parte e, mentre col suo tosco infuria Marte, Adon sen fugge e trova alta ventura.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Primo effetto di cotal proponimento fu di stogliermi dal castello di Fratta per condurmi qua e là in cerca di svagamenti e di piaceri, come altre volte avea fatto. Indi feci sfilare dinanzi alla ragione tutta la piccola squadra de’ miei doveri, e trovandola poco numerosa, mi balenò alla mente quell’oscura falange di doveri sconosciuti che mi poteva assalire quandochessia, e la quale anzi, secondo Martino, io avrei dovuto chiamare in mio aiuto contro i tedii dell’infelicità. Per allora non fu che un balenio; e sonai sì campana a martello per ogni cantone dell’animo; ma nessun nuovo sentimento sorse a gridarmi: “Tu devi far questo e devi tralasciar quello”. Circa al romperla colla Pisana, era già d’accordo con me stesso; sentiva il dolore e quasi l’impossibilità di questo sacrifizio, ma non me ne celava l’obbligo assoluto. E poi e poi, riconoscenza, carità, studio, temperanza, onestà, in ogni altro punto trovava le partite in ordine: non c’era di che ridire. Soltanto temeva di aver mostrato finallora poco zelo nel mio noviziato di cancelleria; ma fermai di mostrarlo in seguito, e cominciando dal domani scrissi il doppio di quanto soleva scrivere ai giorni prima. In quel benedetto domani doveva anche principiare a non guardar più la Pisana, a non cercarla, a non chieder conto di lei; ma vi feci sopra tanti ragionamenti, che protrassi il cominciamento dell’impresa al posdomani. In seguito tirai innanzi un giorno ancora, e finii col persuadermi che il mio dovere era soltanto di assopir l’amor mio, di svagarlo, di stancheggiarlo coll’adempimento degli altri doveri, non di assassinarlo direttamente. L’anima mia ne era così piena che sarebbe quasi stato un suicidio; così, per non ammazzarmi lo spirito tutto d’un colpo, seguitai a stracciarlo, a tormentarlo brandello per brandello. Il rimorso d’una colpa conosciuta e ribadita dall’intelletto amareggiava perfin le lontane lusinghe che ancora mi rimanevano. Un giorno, dopo aver scritto molte ore in cancelleria senza che questa occupazione mi fosse di gran giovamento, pensai d’andarmene a Portogruaro per congedarmi dall’Eccellentissimo Frumier. Si era già allo scorcio dell’ottobre e poco sarei stato ad imbarcarmi per Padova. Guardate che combinazione! La Pisana era appunto in quel giorno a pranzo dallo zio, e se ora io giurassi che non ne sapeva nulla, certo non mi credereste. Si festeggiava l’onomastico della nobildonna, e facevano cerchio alla mensa Giulio Del Ponte, il padre Pendola, monsignor di Sant’Andrea e tutti gli altri della conversazione. Il Senatore m’accolse come fossi già invitato; ed io feci l’indiano e sedetti non senza sospetto che la Pisana per tormisi d’infra i piedi m’avesse taciuto
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
còrso, e sollevar l’animo suo a quell’altezza dove l’amore diventa cagione di opere grandi e di nobili imprese. Ma non mi dava il cuore di pensar solamente ad una separazione; e quanto al farla compagna della mia vita, del mio esiglio, della mia povertà, non credeva averne il diritto. Soprastava dunque ad ogni deliberazione aspettando consiglio dagli avvenimenti, e compensato abbastanza delle mie interne torture dalla felicità che risplendeva bella e raggiante sulle sembianze di lei. A vedere come il suo umore s’era cambiato, e ammorbidito in quei pochi giorni beati, io non potea ristare dalle grandi maraviglie; mai un rimpianto, mai uno sguardo bieco, mai un atto di stizza o un movimento di vanità. Pareva si fosse prefissa di ravvedermi dal tristo giudizio altre volte fatto di lei. Una fanciulla uscita allor allora di convento e affidata alle cure d’una madre amorosa non sarebbe stata più serena più allegra ed ingenua. Tutto ciò che era fuori dell’amor nostro o che in qualche modo non si rappiccava ad esso non la occupava punto. I racconti che la mi faceva  della  sua  vita  passata  ad  altro  non  tendevano  che  a  persuadermi dell’amor suo continuo e fervoroso benché vario e bizzarro per me. Mi narrava degli eccitamenti di sua madre a far bel viso a questo o a quello de’ suoi corteggiatori, per accalappiarne un buon partito. «E cosa vuoi?» soggiungeva. «Più erano splendidi belli graziosi, più mi venivano  in  uggia;  laonde  se  mai  dava  segno  di  qualche  gentilezza  o  di aggradimento, l’era sempre verso i più brutti e sparuti, con gran maraviglia mia e di quelli che mi circondavano; e credevano quella stranezza un’arte squisita di civetteria. In verità io lusingava quelli che mi parevano troppo sgraziati per lusingarsi alla lor volta; e se quelle mie gentilezze erano insulti, Dio mel perdoni, ma non potea fare altrimenti!...» Mi scoperse poi certi segreti di casa che avrei amato meglio ignorare tanto mi stomacarono. La Contessa sua madre giocava disperatamente e non volea saperne di miseria, tantoché l’era sempre in sul chieder quattrini a questo ed a quello; quando si trovava proprio alle strette, macchinavano qualche gherminella tra lei e la Rosa, quella sua antica cameriera, per cavarne di tasca ai conoscenti e agli amici. Siccome poi costoro s’erano stancati d’un tale spillamento, la Rosa avea proposto di metter in ballo la Pisana, e d’impietosire col racconto delle sue strettezze quelli che sembravano più devoti adoratori della sua bellezza. Così, senza saperlo, ella viveva di turpi e spregevoli elemosine. Ma finalmente la se n’era accorta, e in onta alla silenziosa indifferenza della Contessa, ella sui due piedi avea cacciato la Rosa fuori di casa. Questo
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Onde sì gran bugia e sì sùbita ti imaginasti, e a che effetto? Tu lo intenderai; né a proposito nostro più di questa si poteva ritrovare. Orsù, io sto attento alla conclusione. Vorrei che le parole avessi udite, e veduto la faccia e li gesti ch’io fingevo a persuaderli. Credoti più che non mi narri, che non è pure adesso che io ti connosco. Io gli soggiunsi che notificato con pena capitale era agli albergatori che, se alloggiassino Sanesi, ne dessino agli ufiziali indizio. Questo vi mancava! Costui di chi ti parlo, ch’al primo tratto iscorsi non essere de li più pratichi uomini del mondo, come intese questo, voltava la briglia per ritornarsene indrieto. E ben dimostra che sia mal pratico, credendoti questa baia. Come potrebbe essere che non sapesse quello che fussi ne la sua patria Facilmente: se è già più d’un mese se n’è partito, bene essere può che non sappi quello che da sei giorni in qua sia intervenuto. Pur non debbe avere molta esperienzia. Credo che ne abbia pochissima, e ben reputo la nostra gran ventura, che mandato ci abbi tale uomo inanzi. Or odi pure. Finisci pure. Egli, come io ti narro, poi che intese questo, volgeva la briglia per tornarsi indrieto. Io, fingendomi stare sopra di me alquanto pensoso, a benefizio di esso, dopo poco intervallo gli dissi: — Non dubitare, gentiluomo, che ho ritrovato sicurissima via a salvarti, e sono deliberato, per amore de la tua patria, fare ogni opera che tu non sia per sanese in Ferrara connosciuto. Voglio  che  tu  simuli  essere  il  padre  mio,  e  così  tu  te  ne  verrai  alloggiar meco.  Io  sono  siciliano  d’una  terra  là  detta  Catania,  figliuolo  d’uno mercatante chiamato Filogono. Così tu dirai a chiunque te ne dimandassi: che sei Filogono catanese, e io, che Erostrato mi chiamo, tuo figliuolo sono; et io per padre ti onorerò. O come sciocco sino adesso sono istato! Pure ora comprendo il tuo disegno. E che te ne pare? Assai bene; pure mi resta uno scrupolo che non mi piace.
I Suppositi di Ludovico Ariosto
Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto quarantatreesimo � 85 Con tai le cerca et altre assai parole persuader ch’ella gli sia fedele. De la dura partita ella si duole, con che lacrime, oh Dio! con che querele! E giura che più tosto oscuro il sole vedrassi, che gli sia mai sì crudele, che rompa fede; e che vorria morire più tosto ch’aver mai questo desire. 86 Ancor ch’a sue promesse e a suoi scongiuri desse credenza e si achetasse alquanto, non resta che più intender non procuri, e che materia non procacci al pianto. Avea uno amico suo, che dei futuri casi predir teneva il pregio e ’l vanto; e d’ogni sortilegio e magica arte, o il tutto, o ne sapea la maggior parte. 87 Diegli, pregando, di vedere assunto, se la sua moglie, nominata Argia, nel tempo che da lei starà disgiunto, fedele e casta, o pel contrario fia. Colui da prieghi vinto, tolle il punto, il ciel figura come par che stia. Anselmo il lascia in opra, e l’altro giorno a lui per la risposta fa ritorno. 88 L’astrologo tenea le labra chiuse, per non dire al dottor cosa che doglia, e cerca di tacer con molte scuse. Quando pur del suo mal vede c’ha voglia, che gli romperà fede gli concluse, tosto ch’egli abbia il piè fuor de la soglia, non da bellezza né da prieghi indotta, ma da guadagno e da prezzo corrotta.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
XXXII Una republica o uno principe non debbe differire a beneficare gli uomini nelle sue necessitadi. Ancora che ai Romani succedesse felicemente essere liberali al popolo, sopravvenendo il pericolo, quando Porsenna venne a assaltare Roma per rimettere i Tarquinii; dove il Senato, dubitando della plebe, che la non volesse più tosto accettare i re che sostenere la guerra, per assicurarsene la sgravò delle gabelle del sale, e d’ogni gravezza, dicendo come i poveri assai operavano in beneficio publico se ei nutrivono i loro figliuoli; e che per questo beneficio quel popolo si esponessi a sopportare ossidione,  fame  e  guerra;  non  sia  alcuno  che,  confidatosi  in  questo esemplo, differisca ne’ tempi de’ pericoli a guadagnarsi il popolo; però che  mai  gli  riuscirà  quello  che  riuscì  ai  Romani.  Perché  l’universale giudicherà non avere quel bene da te, ma dagli avversari tuoi, e dovendo temere che, passata la necessità, tu ritolga loro quello che hai forzatamente loro dato, non arà teco obligo alcuno. E la cagione perché a’ Romani tornò bene questo partito, fu perché lo stato era nuovo, e non per ancora fermo; e aveva veduto quel popolo, come innanzi si erano fatte leggi in beneficio suo, come quella dell’appellagione alla plebe; in modo  che  ei  potette  persuadersi  che  quel  bene  gli  era  fatto,  non  era tanto causato dalla venuta dei nimici, quanto dalla disposizione del Senato  in  beneficarli.  Oltre  a  questo,  la  memoria  dei  re  era  fresca,  dai quali erano stati in molti modi vilipesi e ingiuriati. E perché simili cagioni accaggiono rade volte, occorrerà ancora rade volte che simili rimedi giovino. Però, debbe qualunque tiene stato, così republica come principe, considerare innanzi, quali tempi gli possono venire addosso contrari, e di quali uomini ne’ tempi avversi si può avere di bisogno; e dipoi vivere con loro in quello modo che giudica, sopravvegnente qualunque caso, essere necessitato vivere. E quello che altrimenti si governa,  o  principe  o  republica,  e  massime  un  principe,  e  poi  in  sul  fatto crede, quando il pericolo sopravviene, con i beneficii riguadagnarsi gli uomini, se ne inganna: perché, non solamente non se ne assicura, ma accelera la sua rovina.
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
ne civile. La quale cosa parve al Senato ed a’ più savi Romani tanto inutile e tanto dannosa, che liberamente dicevano, essere più tosto per patire la morte che consentire a una tale diliberazione. In modo che, venendo questa cosa in disputa, si accese tanto la plebe contro al Senato, che si sarebbe venuto alle armi ed al sangue, se il Senato non si fusse fatto scudo di alcuni vecchi ed estimati cittadini, la riverenza de’ quali frenò la plebe, che la non procedé più avanti con la sua insolenzia. Qui si hanno a notare due cose. La prima che il popolo molte volte, ingannato da una falsa immagine di bene, disidera la rovina sua; e se non gli è fatto capace, come quello sia male, e quale sia il bene, da alcuno in chi esso abbia fede, si porta in le republiche infiniti pericoli e danni. E quando la sorte fa che il popolo non abbi fede in alcuno, come qualche volta occorre, sendo stato ingannato per lo addietro o dalle cose o dagli uomini, si viene alla rovina, di necessità. E Dante dice a questo  proposito,  nel  discorso  suo  che  fa  De  Monarchia,  che  il  popolo molte volte grida Viva la sua morte! e Muoia la sua vita! Da questa incredulità nasce che qualche volta in le republiche i buoni partiti non si pigliono: come di sopra si disse de’ Viniziani, quando, assaltati da tanti inimici, non poterono prendere partito di guadagnarsene alcuno con la restituzione delle cose tolte ad altri (per le quali era mosso loro la guerra, e fatta la congiura de’ principi loro contro), avanti che la rovina venisse. Pertanto,  considerando  quello  che  è  facile  o  quello  che  è  difficile persuadere a uno popolo, si può fare questa distinzione: o quel che tu hai a persuadere rappresenta in prima fronte guadagno, o perdita; o veramente ci pare partito animoso, o vile. E quando nelle cose che si mettono innanzi al popolo, si vede guadagno, ancora che vi sia nascosto sotto perdita; e quando e’ pare animoso, ancora che vi sia nascosto sotto la rovina della republica, sempre sarà facile persuaderlo alla moltitudine: e così fia sempre difficile persuadere quegli partiti dove apparisse o viltà o perdita, ancora che vi fusse nascosto sotto salute e guadagno. Questo che io ho detto, si conferma con infiniti esempli, romani e forestieri, moderni ed antichi. Perché da questo nacque la malvagia opinione che surse, in Roma, di Fabio Massimo, il quale non poteva persuadere al Popolo romano, che fusse utile a quella Republica procedere lentamente in quella guerra, e sostenere sanza azzuffarsi l’impeto d’Annibale; perché quel popolo giudicava questo partito vile, e non vi vedeva dentro quella utilità vi era; né Fabio aveva ragioni bastanti a dimostrarla loro: e tanto sono i popoli accecati in queste opinioni gagliarde, che,
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
essere parlato, e facilmente può essere ridotto nella via buona: a un principe cattivo non è alcuno che possa parlare né vi è altro rimedio che il ferro. Da che si può fare coniettura della importanza della malattia dell’uno e dell’altro: ché se a curare la malattia del popolo bastan le parole, ed a quella del principe bisogna il ferro, non sarà mai alcuno che non giudichi, che, dove bisogna maggior cura, siano maggiori errori. Quando un popolo è bene sciolto, non si temano le pazzie che quello fa, né si ha paura del male presente, ma di quel che ne può nascere, potendo nascere, infra tanta confusione, uno tiranno. Ma ne’ principi cattivi interviene il contrario: che si teme il male presente, e nel futuro si spera; persuadendosi gli uomini che la sua cattiva vita possa fare surgere una libertà. Sì che vedete la differenza dell’uno e dell’altro, la quale è quanto, dalle cose che sono, a quelle che hanno a essere. Le crudeltà della moltitudine sono contro a chi ei temano che occupi il bene commune: quelle d’un principe sono contro a chi ei temano che occupi il bene proprio. Ma la opinione contro ai popoli nasce perché de’ popoli ciascuno dice male sanza paura e liberamente, ancora mentre che regnano: de’ principi si parla sempre con mille paure e mille rispetti. Né mi pare fuor di proposito, poiché questa materia mi vi tira, disputare, nel seguente capitolo, di quali confederazioni altri si possa più fidare; o di quelle fatte con una republica, o di quelle fatte con uno principe. LIX Di quale confederazione o lega altri si può più fidare; o di quella fatta con una republica, o di quella fatta con uno principe. Perché, ciascuno dì, occorre che l’uno principe con l’altro, o l’una republica con l’altra, fanno lega ed amicizia insieme: ed ancora similmente si contrae confederazione ed accordo intra una republica ed uno principe: mi pare da esaminare qual fede è più stabile, e di quale si debba tenere più conto, o di quella d’una republica, o di quella d’uno principe. Io, esaminando tutto, credo che in molti casi ei sieno simili ed in alcuni vi sia qualche disformità. Credo, per tanto, che gli accordi fatti per forza non ti saranno né da uno principe né da una republica osservati; credo che, quando la paura dello stato venga, l’uno e l’altro, per non lo perdere, ti romperà la fede, e ti userà ingratitudine. Demetrio, quel che fu chiamato espugnatore delle cittadi, aveva fatto agli Ateniesi infiniti beneficii: occorse dipoi, che, sendo rotto da’ suoi inimici, e rifuggendosi in Atene come in città amica ed
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Proemio Laudano sempre gli uomini, ma non sempre ragionevolmente, gli antichi tempi, e gli presenti accusano: ed in modo sono delle cose passate partigiani, che non solamente celebrano quelle etadi che da loro sono state, per la memoria che ne hanno lasciata gli scrittori, conosciute; ma quelle ancora che, sendo già vecchi, si ricordano nella loro giovanezza avere vedute. E quando questa loro opinione sia falsa, come il più delle volte è, mi persuado varie essere le cagioni che a questo inganno gli conducono. E la prima credo sia, che delle cose antiche non s’intenda al tutto la verità; e che di quelle il più delle volte si nasconda quelle cose che recherebbono a quelli tempi infamia; e quelle altre che possano partorire loro gloria, si rendino magnifiche ed amplissime. Perché il più degli scrittori in modo alla fortuna de’ vincitori ubbidiscano, che, per fare le loro vittorie gloriose, non solamente accrescano quello che da loro è virtuosamente operato, ma ancora le azioni de’ nimici in modo illustrano, che, qualunque nasce dipoi in qualunque delle due provincie, o nella vittoriosa o nella vinta, ha cagione di maravigliarsi di quegli uomini e di quelli tempi, ed è forzato sommamente laudarli ed amarli. Oltra di questo, odiando gli uomini le cose o per timore o per invidia, vengono ad essere spente due potentissime cagioni dell’odio nelle cose passate, non ti potendo quelle offendere, e non ti dando cagione d’invidiarle. Ma al contrario interviene di quelle cose che si maneggiano e veggono; le quali, per la intera cognizione di esse, non ti essendo in alcuna parte nascoste, e conoscendo in quelle insieme con il bene molte altre cose che ti dispiacciono, sei forzato giudicarle alle antiche molto inferiori, ancora che, in verità, le presenti molto più di quelle di gloria e di fama meritassoro: ragionando, non delle cose pertinenti alle arti, le quali hanno tanta chiarezza in sé, che i tempi possono tôrre o dare loro poco più gloria che per loro medesime si meritino; ma parlando di quelle pertinenti alla vita e costumi degli uomini, delle quali non se ne veggono sì chiari testimoni. Replico, pertanto, essere vera quella consuetudine del laudare e biasimare  soprascritta:  ma  non  essere  già  sempre  vero  che  si  erri  nel  farlo. Perché qualche volta è necessario che giudichino la verità; perché, essendo le cose umane sempre in moto, o le salgano, o le scendano. E vedesi una città o una provincia essere  ordinata al vivere politico da qualche uomo eccellente, ed, un tempo, per la virtù di quello ordinatore, andare sempre
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
cavagli per assaltare il campo, se gli fece allo incontro il Maestro de’ cavagli romano con la sua cavalleria; e datosi di petto, la sorte dette che nel primo scontro i capi dell’uno e dell’altro esercito morirono; e restati gli altri sanza governo, e durando nondimeno la zuffa, i Romani, per superare più facilmente il nimico, scesono a piede, e constrinsono i cavalieri inimici, se si vollono difendere, a fare il simile: e, con tutto questo, i Romani ne riportarono la vittoria. Non può essere questo esemplo maggiore in dimostrare quanto  sia  più  virtù  nelle  fanterie  che  ne’  cavagli:  perché,  se  nelle  altre fazioni i Consoli facevano discendere i cavalieri romani, era per soccorrere alle fanterie che pativano, e che avevano bisogno di aiuto; ma in questo luogo e’ discesono, non per soccorrere alle fanterie né per combattere con uomini a piè de’ nimici, ma combattendo a cavallo, con cavagli, giudicarono, non potendo superargli a cavallo, potere, scendendo, più facilmente vincergli. Io voglio adunque conchiudere, che una fanteria ordinata non possa sanza grandissima difficultà essere superata se non da un’altra fanteria. Crasso e Marc’Antonio romani corsono per il dominio de’ Parti molte giornate con pochissimi cavagli ed assai fanteria, ed allo incontro avevano innumerabili cavagli de’ Parti. Crasso vi rimase, con parte dello esercito, morto; Marc’Antonio virtuosamente si salvò. Nondimanco in queste azioni romane si vide quanto le fanterie prevalevano ai cavagli: perché, essendo in uno paese largo, dove i monti sono radi, i fiumi radissimi, le marine longinque, e discosto da ogni commodità, nondimanco Marc’Antonio, al giudicio de’ Parti medesimi, virtuosissimamente si salvò; né mai ebbeno ardire tutta la cavalleria partica tentare gli ordini dello esercito suo. Se Crasso vi rimase, chi leggerà bene le sue azioni vedrà come e’ vi fu piuttosto ingannato che sforzato: né mai, in tutti i suoi disordini, i Parti ardirono d’urtarlo; anzi, sempre andando costeggiandolo, impedendogli le vettovaglie, e promettendogli e non gli osservando, lo condussono a una estrema miseria. Io  crederei  avere  a  durare  più  fatica  in  persuadere  quanto  la  virtù delle fanterie è più potente che quella de’ cavalli se non ci fossono assai moderni esempli che ne rendano testimonianza pienissima. È si è veduto novemila Svizzeri a Novara, da noi di sopra allegata, andare a affrontare diecimila cavagli ed altrettanti fanti, e vincergli: perché i cavagli non gli potevano offendere: i fanti, per essere gente in buona parte guascona e male ordinata, la stimavano poco.  Videsi di poi ventiseimila Svizzeri andare a trovare sopra a Milano Francesco re di Francia, che aveva seco ventimila
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
fece i Capovani correre a chiedere il Pretore a’ Romani: ché se a’ Romani si fusse dimostro una minima voglia di mandarvelo, subito sariano ingelositi, e si sarebbero discostati da loro. Ma che bisogna ire per gli esempli a Capova ed a Roma, avendone in Firenze ed in Toscana? Ciascuno sa quanto tempo è che la città di Pistoia venne volontariamente sotto lo imperio fiorentino. Ciascuno ancora sa quanta inimicizia è stata intra i Fiorentini, e’ Pisani, Lucchesi e Sanesi: e questa diversità di animo non è nata, perché i Pistolesi non prezzino la loro libertà come gli altri, e non si giudichino da quanto gli altri; ma per essersi i Fiorentini portati con loro sempre come frategli, e con gli altri come inimici. Questo ha fatto che i Pistolesi sono corsi volontari sotto lo imperio loro: gli altri hanno fatto e fanno ogni forza per non vi pervenire. E sanza dubbio, se i Fiorentini o per vie di leghe o di aiuti avessero dimesticati e non insalvatichiti i suoi vicini, a questa ora, sanza dubbio, e’ sarebbero signori di Toscana. Non è per questo che io giudichi che non si abbia adoperare l’armi e le forze; ma si debbono riservare in ultimo luogo dove e quando gli altri modi non bastino. XXII Quanto siano false molte volte le opinioni degli uomini nel giudicare le cose grandi. Quanto siano false molte volte le opinioni degli uomini, lo hanno visto e veggono coloro che si truovono testimoni delle loro diliberazioni: le quali, molte volte, se non sono diliberate da uomini eccellenti, sono contrarie ad ogni verità. E perché gli eccellenti uomini nelle republiche corrotte, nei tempi quieti massime, e per invidia e per altre ambiziose cagioni, sono inimicati, si va dietro a quello che o, da uno comune inganno è giudicato bene, o, da uomini che più presto vogliono i favori che il bene dello universale, è messo innanzi. Il quale inganno dipoi si scuopre nei tempi avversi, e per necessità si rifugge a quegli che nei tempi quieti erano come dimenticati: come nel suo luogo in questa parte appieno si discorrerà. Nascono ancora certi accidenti, dove facilmente sono ingannati gli uomini che non hanno grande isperienza delle cose, avendo in sé, quello accidente che nasce, molti verisimili, atti a fare credere quello che gli uomini sopra tale caso si persuadono.  Queste  cose  si  sono  dette  per  quello  che  Numicio  pretore, poiché i Latini furono rotti dai Romani, persuase loro, e per quello che, pochi  anni  sono  si  credeva  per  molti,  quando  Francesco  I  re  di  Francia
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
tiche  tenute  con  i  rebelli  fu  esaminato,  il  quale  Alberto  e  Andrea  degli Alberti  nominò.  Furono  costoro  subito  presi,  donde  tutta  la  città  se  ne alterò,  tale  che  i  Signori,  provedutisi  d’arme,  il  popolo  a  parlamento chiamorono, e feciono uomini di balia, per virtù della quale assai cittadini confinorono e nuove imborsazioni d’uffizi ferono. Intra i confinati furono quasi che tutti gli Alberti; furono ancora di molti artefici ammuniti e morti, onde che, per le tante ingiurie, le Arti e popolo minuto si levò in arme, parendogli che fusse tolto loro l’onore e la vita. Una parte di costoro vennero in Piazza un’altra corse a casa messer Veri de’ Medici, il quale, dopo la morte di messer Salvestro, era di quella famiglia rimasto capo. A quelli che vennero in Piazza i Signori, per addormentargli, dierono per capi, con le insegne di parte guelfa e del popolo in mano, messer Rinaldo Gianfigliazzi e messer Donato Acciaiuoli, come uomini, de’ popolani, più alla plebe che alcuni altri accetti. Quelli che corsono a casa messer Veri lo pregavano che fusse contento prendere lo stato e liberargli dalla tirannide di quelli cittadini  che  erano  de’  buoni  e  del  bene  comune  destruttori.  Accordansi  tutti quelli che di questi tempi hanno lasciata alcuna memoria che, se messer Veri fusse stato più ambizioso che buono, poteva sanza alcuno impedimento farsi principe della città; perché le gravi ingiurie che, a ragione e a torto, erano alle Arti e agli amici di quelle state fatte avevano in maniera accesi gli animi alla vendetta, che non mancava, a sodisfare ai loro appetiti, altro che un capo che gli conducesse. Né mancò chi ricordasse a messer Veri quello che poteva fare, perché Antonio de’ Medici, il quale aveva tenuto seco più tempo  particulare  inimicizia,  lo  persuadeva  a  pigliare  il  dominio  della republica. Al quale messer  Veri disse: “Le tue minacce, quando tu mi eri inimico, non mi feciono mai paura, né ora che tu mi sei amico mi faranno male i tuoi consigli”;  e rivoltosi alla moltitudine, gli confortò a fare buono animo, per ciò che voleva essere loro defensore, purché si lasciassero da lui consigliare.  E  andatone  in  mezzo  di  loro,  in  Piazza,  e  di  quivi  salito  in Palagio, davanti a’ Signori, disse non si poter dolere in alcun modo di essere vivuto in maniera che il popolo di Firenze lo amasse, ma che gli doleva bene che avesse di lui fatto quello giudizio che la sua passata vita non meritava; per ciò che, non avendo mai dati di sé esempli di scandoloso o di ambizioso,  non  sapeva  donde  si  fusse  nato  che  si  credesse  che  fusse mantenitore degli scandoli come inquieto, o occupatore dello stato come ambizioso. Pregava per tanto loro Signorie che la ignoranzia della moltitu-
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
lasciare tanto crescere che la diventasse incorrigibile; e se pure loro, o per timore o per altra voglia, se lo volessino mantenere amico, lo pagassino. Ritornossi adunque Cosimo sanza altra conclusione. Non di meno i Fiorentini  facevano  forza  al  Conte  perché  non  si  spiccasse  dalla  lega,  il quale  ancora  mal  volentieri  se  ne  partiva;  ma  la  voglia  di  concludere  il parentado lo teneva dubio, tale che ogni minimo accidente, come intervenne, lo poteva fare deliberare. Aveva il Conte lasciato a guardia di quelle sue terre  della  Marca  il  Frullano,  uno  de’  suoi  primi  condottieri.  Costui  fu tanto dal Duca instigato che rinunziò al soldo del Conte e accostossi con lui; la qual cosa fece che il Conte, lasciato ogni rispetto, per paura di sé, fece accordo con il Duca; e intra gli altri patti furono che delle cose di Romagna e di Toscana non si travagliasse. Dopo tale accordo, il Conte con instanzia persuadeva a’ Fiorentini che si accordassero con i Lucchesi; e in modo a questo gli strinse, che, veggendo non avere altro rimedio, si accordorono con quelli, nel mese di aprile, l’anno 1438. Per il quale accordo a’ Lucchesi rimase la loro libertà, e a’ Fiorentini Monte Carlo e alcune altre loro castella. Di poi riempierono con lettere piene di rammarichii tutta Italia, mostrando che, poi che Iddio e gli uomini non avieno voluto che i Lucchesi venissero sotto lo imperio loro, avevono fatto pace con quelli. E rade volte occorre che alcuno abbia tanto dispiacere di avere perdute le cose sue, quanto ebbono allora i Fiorentini per non avere acquistato quelle d’altri. Capitolo XV In questi tempi, benché i Fiorentini fussero in tanta impresa occupati, di pensare a’ loro vicini e di adornare la loro città non mancavano. Era morto come aviamo detto, Niccolò Fortebraccio, a cui era una figlia del conte di Poppi maritata. Costui, alla morte di Niccolò, aveva il Borgo a San Sepolcro e le fortezze di quella terra nelle mani e in nome del genero, vivente quello, le comandava. Di poi dopo la morte di quello, diceva per la dote della sua figliuola possederla, e al Papa non voleva concederla; il quale come beni occupati alla Chiesa la domandava, in tanto che mandò il Patriarca con le genti sue allo acquisto di essa. Il Conte, veduto non potere sostenere quello impeto, offerse quella terra a’ Fiorentini, e quelli non la vollono. Ma, sendo il Papa ritornato in Firenze, si intromissono intra lui e il Conte per accordargli;  e  trovandosi  nello  accordo  difficultà,  il  Patriarca  assaltò  il Casentino, e prese Prato Vecchio e Romena, e medesimamente le offerse ai
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
potersi la loro venuta celare; in modo che si andava a tentare una cosa da non riuscire e poterne seguire la rovina delle genti loro. Onde che i commissari lodorono la fede di quelli, e commissono loro che, quando e’ non potessero più difendersi si arrendessero. Prese adunque Niccolò questo castello dopo trentadue giorni che vi era ito con il campo, e tanto tempo perduto per sì poco acquisto fu della rovina della sua impresa buona parte cagione; perché, se si manteneva con le genti d’intorno a Firenze, faceva che chi governava quella città non poteva se non con rispetto, strignere i cittadini a fare danari; e con più difficultà ragunavano le genti e facevono ogni altra provisione avendo il nimico adosso, che discosto; e arebbono molti avuto animo a muovere qualche accordo per assicurarsi di Niccolò con la pace, veggendo che la guerra fusse per durare. Ma la voglia che il conte di Poppi aveva di vendicarsi contro a quelli castellani, stati lungo tempo suoi nimici, gli fece dare quel consiglio; e Niccolò, per sodisfargli, lo prese, il che fu la rovina dell’uno e dell’altro: e rade volte accade che le particulari passioni non nuochino alle universali commodità. Niccolò, seguitando la vittoria,  prese  Rassina  e  Chiusi.  In  questi  parti  il  conte  di  Poppi  lo persuadeva a fermarsi, mostrando come e’ poteva distendere le sue genti fra Chiusi, Caprese e la Pieve; e veniva ad essere signore delle alpi, e potere a sua posta in Casentino, in Val d’Arno, in Val di Chiana e in Val di Tevere scendere, ed essere presto ad ogni moto che facessino i nimici. Ma Niccolò, considerata la asprezza de’ luoghi, gli disse che i suoi cavagli  non  mangiavano  sassi;  e  ne  andò  al  Borgo  a  San  Sepolcro,  dove amichevolmente fu ricevuto. Dal quale luogo tentò gli animi di quelli di Città di Castello, i quali, per essere amici a’ Fiorentini, non lo udirono. E desiderando egli avere i Perugini a sua devozione, con quaranta cavagli se ne andò a Perugia, dove fu ricevuto, sendo loro cittadino, amorevolmente. Ma in pochi giorni vi diventò sospetto, e tentò con il Legato e con i Perugini più cose, e non gliene successe niuna; tanto che, ricevuto da loro ottomila ducati, se ne tornò allo esercito. Di quivi tenne pratiche in Cortona per torla  a’  Fiorentini;  e  per  essersi  scoperta  la  cosa  prima  che  il  tempo, diventorono i disegni suoi vani. Era intra i primi cittadini di quella città Bartolommeo di Senso: costui andando la sera, per ordine del capitano, alla guardia d’una porta, gli fu da uno del contado, suo amico, fatto intendere che  non  vi  andasse,  se  voleva  non  esservi  morto.  Volle  intendere
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Istorie fiorentine    Libro sesto   si vedeva che era per essere dai Turchi oppressata; e per ciò mandò per tutte le  provincie  cristiane  oratori  e  predicatori,  a  persuadere  ai  principi  e  ai popoli che si armassero in favore della loro religione e con danari e con la persona la impresa contro al comune nimico di quella favorissero.  Tanto che  in  Firenze  si  ferono  assai  limosine,  assai  ancora  si  segnorono  d’una croce rossa, per essere presti con la persona a quella guerra, fecionsi ancora solenne processioni, né si mancò, per il publico e per il privato, di mostrare di volere essere intra i primi cristiani, con il consiglio, con i danari e con gli uomini, a tale impresa. Ma questa caldezza della cruciata fu raffrenata alquanto da una nuova che venne, come, sendo il Turco con lo esercito suo intorno a Belgrado per espugnarlo, castello posto in Ungheria sopra il fiume del Danubio, era stato dagli Ungheri rotto e ferito. Talmente che, essendo nel Pontefice e ne’ cristiani cessata quella paura ch’ eglino avieno per la perdita di Gostantinopoli conceputa, si procedé nelle preparazioni che si facevano per la guerra più tepidamente; e in Ungheria medesimamente, per la morte di Giovanni Vaivoda, capitano di quella vittoria, raffreddorono. Capitolo XXXIV Ma tornando alle cose di Italia, dico come e’ correva l’anno 1456, quando i tumulti mossi da Iacopo Piccinino finirono, donde che, posate le armi dagli uomini, parve che Iddio le volessi prendere egli, tanta fu grande una tempesta di venti che allora seguì, la quale in Toscana fece inauditi per lo adietro e a chi per lo avvenire lo intenderà maravigliosi e memorabili effetti. Partissi a’ 24 d’agosto, una ora avanti giorno, dalle parti del mare di sopra di verso Ancona, e attraversando per la Italia, entrò nel mare di sotto verso Pisa, un turbine d’una nugolaglia grossa e folta, la quale quasi che due miglia di spazio per ogni verso occupava. Questa, spinta da superiori forze, o naturali o sopranaturali che le fussero, in se medesimo rotta, in se medesimo combatteva, e le spezzate nugole, ora verso il cielo salendo, ora verso la terra scendendo, insieme si urtavano; e ora in giro con una velocità grandissima  si  movevano,  e  davanti  a  loro  un  vento  fuori  d’ogni  modo impetuoso concitavano; e spessi fuochi e lucidissimi vampi intra loro nel combattere apparivono. Da queste così rotte e confuse nebbie, da questi così furiosi venti e spessi splendori, nasceva uno romore non mai più da alcuna qualità o grandezza di tremuoto o di tuono udito; dal quale usciva tanto spavento che ciascuno che lo sentì giudicava che il fine del mondo
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
tarlo a fare buono animo, significandogli come non era, in alcuna sua necessità, per abbandonarlo. Il Pontefice dopo la morte di Alfonso, disegnò di dare quel regno a Pietro Lodovico Borgia suo nipote; e per adonestare quella impresa e avere più concorso con gli altri principi di Italia, publicò come sotto lo imperio della  Romana  Chiesa  voleva  quel  regno  ridurre;  e  per  ciò  persuadeva  al Duca che non dovesse prestare alcuno favore a Ferrando, offerendogli le terre che già in quel regno possedeva. Ma nel mezzo di questi pensieri e nuovi  travagli  Calisto  morì;  e  successe  al  pontificato  Pio  II,  di  nazione sanese, della famiglia de’ Piccoluomini, nominato Enea. Questo pontefice, pensando solamente a benificare i cristiani e ad onorar la Chiesa, lasciando indietro ogni sua privata passione, per i prieghi del duca di Milano, coronò del Regno Ferrando, giudicando poter più presto mantenendo chi possedeva posare l’armi italiane, che se avesse, o favorito i Franzesi perché gli occupassero quel regno, o disegnato, come Calisto, di prenderlo per sé. Non di meno Ferrando, per questo benifizio, fece principe di Malfi Antonio, nipote del Papa, e con quello congiunse una sua figliuola non legittima. Restituì ancora Benevento e Terracina alla Chiesa. Capitolo XXXVII Pareva per tanto che fussero posate le armi in Italia, e il Pontefice si ordinava a muovere la cristianità contro a’ Turchi, secondo che da Calisto era già stato principiato, quando nacque intra i Fregosi e Giovanni signore di Genova dissensione, la quale maggiori guerre e più importanti di quelle passate raccese. Trovavasi Petrino Fregoso in uno suo castello in Riviera. A costui non pareva essere stato rimunerato da Giovanni d’Angiò secondo i suoi meriti e della sua casa, sendo loro stati cagione di farlo in quella città principe: per tanto vennono insieme a manifesta inimicizia. Piacque questa cosa a Ferrando, come unico rimedio e sola via alla sua salute; e Petrino di gente e di danari suvvenne, e per suo mezzo giudicava potere cacciare Giovanni di quello stato. Il che cognoscendo egli, mandò per aiuti in Francia, con i quali si fece incontro a Petrino, il quale, per molti favori gli erano stati mandati, era gagliardissimo; in modo che Giovanni si ridusse a guardare la città. Nella quale entrato una notte Petrino, prese alcuni luoghi di quella; ma venuto il giorno, fu dalle genti di Giovanni combattuto e morto, e tutte le sue genti o morte o prese.
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
la casa de’ Calfucci è vituperata; ed il dottore stima tanto questa vergogna  che  s’è  botato,  quando  la  non  si  palesi,  dare  trecento  ducati  per l’amore di Dio. Messer Nicia. Ligurio. Frate Timoteo. Ligurio. Frate Timoteo. Ligurio. Che chiacchiera! State cheto! E daragli per le vostre mani; e voi solo e la badessa ci potete rimediare. Come? Persuadere  alla  badessa  che  dia  una  pozione  alla  fanciulla  per  farla sconciare. Cotesta è cosa da pensarla. Come, cosa da pensarla? Guardate, nel far questo, quanti beni ne resulta: voi mantenete l’onore al munistero, alla fanciulla, a’ parenti; rendete al padre una figliuola; satisfate qui a messere, a tanti sua parenti; fate tante elemosine,  quante  con  questi  trecento  ducati  potete  fare;  e,  dall’altro canto,  voi  non  offendete  altro  che  un  pezzo  di  carne  non  nata,  sanza senso, che in mille modi si può sperdere; ed io credo che quel sia bene, che facci bene a’ più, e che e più se ne contentino. Sia, col nome di Dio! Faccisi ciò che voi volete, e, per Dio e per carità, sia fatto ogni cosa. Ditemi el munistero, datemi la pozione, e, se vi pare, cotesti danari, da potere cominciare a fare qualche bene. Or mi parete voi quel religioso che io credevo che voi fussi.  Togliete questa parte de’ danari. El munistero è... Ma aspettate, egli è qui in chiesa una donna che mi accenna: io torno ora ora; non vi partite da messer Nicia, io le vo’ dire dua parole.
Mandragola di Niccolo Machiavelli
piacevolezza  tuttavolta  passò  con  un’altra  voce  in  parte  grave  e  in  parte piacevole,  per  non  passar  dall’uno  all’altro  stremo  senza  mezzo.  I  quali avertimenti, come che paiano avuti sopra leggiere e minute cose, pure sono tali che, raccolti, molto adoperano, sì come vedete. XIX Potrebbesi a queste tre parti, messer Ercole, che io trascorse v’ho, più tosto che raccontate, al suono, al numero, alla variazione, generanti le due, dico la gravità e la piacevolezza, che empiono il bene scrivere, aggiugnerne ancora dell’altre acconcie a questo medesimo fine, sì come sono il decoro e la  persuasione.  Con  ciò  sia  cosa  che  da  servare  è  il  decoro  degli  stili,  o convenevolezza che più ci piaccia di nomare questa virtù, mentre d’essere o gravi o piacevoli cerchiamo nelle scritture, o per aventura l’uno e l’altro; quando si vede che agevolmente procacciando la gravità, passare si può più oltra entrando nell’austerità dello stile; il che nasce, ingannandoci la vicinità e la somiglianza che avere sogliono i principj del vizio con gli stremi della virtù, pigliando quelle voci per oneste che sono rozze, e per grandi le ignave, e ripiene di dignità le severe, e per magnifiche le pompose. E, d’altra parte, cercando la piacevolezza, puossi trascorrere e scendere al dissoluto; credendo quelle voci graziose essere, che ridicule sono, e le imbellettate vaghe, e le insiepide dolci, e le stridevoli soavi. Le quali pecche tutte, e le altre che aggiugnere a queste si può, fuggire si debbono, e tanto più ancora diligentemente, quanto più elleno sotto spezie di virtù ci si parano dinanzi, e, di giovarci promettendo, ci nuocono maggiormente, assalendoci sproveduti. Né è la persuasione, meno che questo decoro, da disiderare e da procacciare agli scrittori, senza la quale possono bene aver luogo e la gravità e la piacevolezza; con ciò sia cosa che molte scritture si veggono, che non mancano di queste parti, le quali non hanno poscia quella forza e quella virtù che persuade;  ma  elle  sono  poco  meno  che  vane,  e  indarno  s’adoperano,  se ancora questa rapitrice degli animi di chi ascolta esse non hanno dal lor canto. La quale a dissegnarvi e a dimostrarvi bene e compiutamente, quale e  chente  ella  è,  bisognerebbe  tutte  quelle  cose  raccogliere  che  dell’arte dell’orare si scrivono, che sono, come sapete, moltissime, perciò che tutta quella arte altro non c’insegna, e ad altro fine non s’adopera, che a persuadere. Ma io non dico ora persuasione in generale e in universo; ma dico quella  occulta  virtù,  che,  in  ogni  voce  dimorando,  commuove  altrui  ad
Prose della volgar lingua di Pietro Bembo
Riguarda ben omai sì come io vado Per esto loco al vero che desiri, Sì che poi sappi sol tener lo guado. Lo moto e la virtù de’ santi giri, Come dal fabbro l’arte del martello, Da’ beati motor convien che spiri. Qui m’interroppe lo spirito, e disse: Vedi com’egli distingue il moto da la virtù. E io segui’ accennando: E ‘l ciel, cui tanti lumi fanno bello, De la profonda mente che lui volve Prende l’image e fassene suggello. E come l’alma dentro a vostra polve Per differenti membra e conformate A diverse potenzie si rivolve, Così la intelligenzia sua bontate Multiplicata per le stelle spiega, Girando sé sovra sua unitate. Virtù diversa fa diversa lega Co ‘l prezioso corpo ch’ella avviva, Nel qual, sì come vita in voi, si lega. Qui io mi tacqui; ed egli, continuando il cominciato proposito, seguì: Omai credo che tu chiaramente conosca ch’è ragionevole che le stelle non operino solo co ‘l movimento. Ma perché ciascuna di loro ha particolar virtù,  varî  sono  gli  effetti  che  qua  giù  producono,  percioché  la  virtù  de l’una può molto aiutare o impedir la virtù de l’altra: e il Petrarca (parlo teco volentieri co’ versi de’ poeti percioché so che tu dài loro molta credenza), volendo descriver il felice nascimento de la sua Laura, disse: Il dì che costei nacque, eran le stelle Che producon fra noi felici effetti .................................... L’una ver l’altra con amor converse. Venere e ‘l padre con benigni aspetti Tenean le parti signorili e belle, E le luci empie e felle Quasi in tutto dal ciel eran disperse. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 25 Q Torquato Tasso    Il Messaggiero Qui si taceva lo spirito; quand’io così dissi: Assai son io pago de la prova con la quale tu mi dimostri la pioggia de gli influssi celesti, perch’il piacer  è  quella  prova  a  cui  agevolmente  ci  lasciamo  persuadere;  ma  ben molto dubito se l’uomo ne possa aver alcuna scienza, onde sia atto a far giudicio de le cose incerte. Ed egli: Che tu di cotesto dubiti, non mi dispiace; e io, nel dubbio confirmandoti, dico che difficilmente può l’uomo per osservazion di stelle giudicar le cose future, percioché l’arte è lunga e fondata sovra congetture e sovra esperienze, e la vita di voi altri mortali è molto breve; onde né ad apprender questa scienza ella è interamente bastevole, né a conoscere l’occulte proprietà de le cose. Ma quelle creature a cui termine di vita non è circonscritto, contemplando per tante migliaia d’anni le stelle, inalzandosi sovra l’aere misto e caliginoso sì che nube o nebbia non può loro impedir l’aspetto, di leggieri hanno potuto apprendere l’astrologia, e con l’istessa agevolezza hanno conosciuta l’occulta natura de le cose: laonde, accopiando  l’una  con  l’altra  scienza,  possono  naturalmente  far  molte maraviglie; e quelli che son detti maghi, avendo con questi spiriti familiarità, da essi imparano ad operar quelle cose ch’empiono altrui di maraviglia: perché de’ maghi naturali pochi si ritrovano, e quei pochi, non sapendo perfettamente né la natural scienza né quella de le stelle e de’ corpi celesti, non possono congiunger insieme tutte le cagioni onde procedono i miracoli de l’arte; sì ch’omai ben puoi tu vedere ch’assai buono è quell’argomento che, s’i maghi si danno, si danno i demoni. Allora io così ripresi il ragionamento: Quel giusto Greco ch’ingiustamente fu accusato di impietà a l’ingrato popolo ateniese, purgando la calunnia, fa argomento simile a cotesto tuo: “Chi crede a’ figliuoli de gli dei crede a gli dei; ma io credo che si trovino gli eroi che de gli dei son figliuoli: dunque è necessario ch’io non dubiti che gli dei siano”. Così, argomenta egli, ma a me pare che molto maggior difficoltà porti seco quel che toglie per  mezzo  de  la  prova,  che  non  porta  la  cosa  provata:  percioché  molti concederan che gli dei siano, i quali negheranno che gli dei possano con le donne mescolarsi. Qui sospirò lo spirito, e rispose: Cotesto ad alcuni è stato persuaso, perché avevano letto ne le sacre lettere ch’i giganti son figliuoli de gli angeli e de le donne; ma sì come quegli angeli furono uomini, così uomini furono gli dei de’ gentili, la geneologia de’ quali fu descritta da Esiodo e dal vostro Boccaccio.  Or  passarò  a  la  seconda  prova,  con  la  quale  io  intendo  di
Il Messaggiero di Torquato Tasso
d’Africa dal rimescolamento di varî animali son prodotti ogni giorno molti mostri: nondimeno puoi di ciò credere al tuo modo. Ma sappi che il corpo de’ demoni non è grosso e terreno come quello de gli uomini, ma etereo e sottile in modo che essi agevolmente possono penetrare in ciascuna parte; laonde a coloro se ne vanno che essi conoscono disonesti amatori, i quali persuadono con nuovi e maravigliosi modi, mescolandosi fra’ loro pensieri, o dormano o siano desti, con alcune imaginarie invenzioni: e da sì fatte imaginazioni sono molte fiate ingannate le maghe e l’altre donne che a’ demoni credono di congiungersi ne gli amorosi abbracciamenti. Qui si tacque lo spirito, e poi così ricominciò: Se troviam le spezie artificiali mescolate, è necessario che si concedano le naturali parimente miste, perché sempre l’artificiali de le naturali sono imitazioni; né si può ritrovar l’imitazione, se prima non si trova la cosa imitata. Chiamo io spezie artificiali non quelle ch’assolutamente sono fattura de l’arte, benché di queste ancora molte che son mescolate potrei annoverare, ma quelle che di due semplici spezie naturali per alcun artificio insieme si sono congiunte, quali sono gli innesti de le piante, di cui così leggiadramente cantò il tuo poeta in quei versi: Inseritur vero ex foetu nucis arbutus horrida; Et steriles platani malos gessere valentes, Castaneae fagus ornusque incanuit albo Flore piri glandemque sues fregere sub ulmis. Taceva  lo  spirito  co’  versi  di  Vergilio,  quand’io  in  cotal  guisa rincominciai: Io veggio che l’isperienza ci dimostra, e la ragione c’insegna, che di due specie naturali semplici si può comporre una mista; ma questo credo ch’avenga fra quelle spezie solamente fra le quali è alcuna somiglianza, com’è fra ‘l lupo e ‘l cane e l’asino e ‘l cavallo, i quali son tutti nel genere de gli animali privi di ragione e di forma di corpo non molto dissomiglianti; ma fra l’uomo e l’animale bruto è per aventura tanta lontananza che di loro un animal misto non si può accoppiare: onde ciò che si dice del minotauro, del centauro e de le sirene, estimo io invenzione de’ poeti; né presto maggior credenza a quello che scrisse Aristotele d’Onosceli, la qual, essendo bellissima fanciulla, era nata d’una asina, e Agesilao d’Epona, che nacque d’una cavalla, o pur a quel che si legge ne l’istorie de le cose di Settentrione, ch’Ulfone, padre di Nugillo, da cui son derivati i re di Dania, fosse generato d’un  orso.  Ragionevolmente  estimi,  rispose  lo  spirito;  nondimeno  fra  il
Il Messaggiero di Torquato Tasso
Per questo. Avrebbe  nondimeno  potuto  raccorre  quelle  che  sono  sparse  ne’  libri d’Omero, di Museo, d’Esiodo, di Pindaro, di Teognide,  Focillide, di Saffo,  d’Anacreonte,  d’Eschilo,  d’Euripide,  di  Sofocle,  d’Aristofane,  di Teocrito,  d’Appolonio,  di  Quinto  Calabro,  di  Plauto,  di  Terenzio,  di Lucrezio, di Virgilio, d’Omero, d’Ovidio, di Catullo, di  ibullo, di Properzio, T di Dante e del Petrarca e di tanti altri non solo poeti, ma istorici e filosofi. Avrebbe con l’aiuto del re di Francia. E le massime proposizioni sarebbono stati i luoghi de gli argomenti che debbono usare i poeti non solo per acquistar la benevolenza de la sua donna,  ma  in  persuadere  a  principi  l’unione  e  la  pace  e  ‘l  ben  publico  o  la guerra contra gli infedeli, come fece il Petrarca in quelle tre canzoni Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno; Spirto gentil, che quelle membra reggi; O aspettata in ciel beata e bella; ne le quali egli ha sì pochi imitatori, quantunque n’abbia tanti ne le materie amorose.
La Cavaletta overo de la poesia toscana di Torquato Tasso
E oltre questo sapete che due sono le forme de gli argomenti usati da l’oratore, l’essempio e l’entimema, sì come è del loico l’induzione e ‘l sillogismo. Sollo. Ma ciascuno ch’assomiglia, non si propone qualche essempio d’assomigliare? Senza dubbio. Dunque  in  qualche  modo  argomenta,  quantunque  l’argomento  non  sia messo  in  forma,  ma  ricoperto  con  quella  finzione  de  la  quale  abbiam raggionato; ma quanto egli è meno manifesto, tanto egli è più acconcio a persuadere. Veramente, leggendo i poeti, molto sono stata persuasa a l’onore, a la gloria e a la virtù: e quasi più che da’ filosofi stessi. Ma oltre gli essempi vogliam noi credere ch’il poeta usi giamai gli entimemi? Credo che ve ne siano a dovizia. E  chiunque  dimostra  che  ‘l  soggetto  sia  nel  predicato  o  non  sia,  usa  in qualche modo questo argomento. Così stimo. Crediamo che ‘l Petrarca l’usi mai? Io non mi son accorta ancora di questo artificio. Ma riguardando forse più diligentemente, potrete per aventura riconoscere molti vestigi. E dove, o come? Ponendo il soggetto de la canzonetta da l’una parte; e sia il soggetto madonna Laura e le cose le quali seguono o precedono overo sono aliene; e da l’altra il predicato, che sarà l’esser bella, e le cose parimente che sono precedenti a la bellezza o seguenti o pur aliene: e appariranno molti modi da congiungere il predicato al soggetto o da separarli da quelle cose che sono sconvenevoli a l’uno e a l’altro. Non sarò tarda a riguardarci. Né solo questo metodo mi par di riconoscere; ma ne la canzona veggio quasi una imagine o un’ombra del divisivo e nel sonetto del compositivo; percioché ne l’una si sparge e raccoglie ne l’altro, e l’una risponde a l’ode greca o latina, l’altro a l’epigramma. Ma ‘l considerar queste cose più minutamente sarebbe fatica d’alcuno meno occupato.
La Cavaletta overo de la poesia toscana di Torquato Tasso
161 Loda il suo amore e accusa la crudeltà de la sua donna. Amor non è che si descriva o conte maggior di quello onde m’ardete il core; e ben de l’alma il volontario ardore vi dimostrai ne gli occhi e ne la fronte, 5 e tutte l’opre a riverirvi pronte e le parole intente a farvi onore; né darvi pegni di verace amore potea più certi, e n’ebbi oltraggi ed onte, quando, sprezzata grande e chiara fiamma, tanto gradiste per fallace segno di novo amante oscuro e picciol foco. Crudel! d’uom che si strugge a dramma a dramma perché mille sospiri avere a sdegno e sospirar per chi se ‘l prende a gioco? 162 Persuade la signora Laura che non sia gelosa e fredda ne l’amore. Se amate, vita mia, perché nel core tema e desire è ne l’istesso loco? Se l’uno affetto è gelo e l’altro è foco, il ghiaccio si dilegui al vivo ardore. 5 Né ‘n petto giovenil paventi Amore, né ceda nel suo regno a poco a poco; gelida amante, e non prendiate a gioco come i vostri diletti il mio dolore. Io tutto avvampo, e voi credete a pena che si riscaldi a gli amorosi rai quel possente voler che nulla affrena.
Rime d amore di Torquato Tasso
né con più bianca dimostrar si mira l’arte e seguire i detti or presti or lenti; 10 né fan più bel concento in altro core Vittoria, il senno e i bei costumi onesti, e ben felice è il coro e chi l’ascolta. E chi degno è d’onor, che non l’onore? chi d’amor, che non l’ami? oh, de’ celesti premi sol degna e solo al ciel rivolta! 864 A la signora Ippolita B. Deh! chi dal vostro casto petto scioglie il caro cinto e cerca farvi offesa, bella guerriera, e chi da l’alta impresa torna mai lieto de le dolci spoglie? 5 Misero, io no, che perché pur s’invoglie l’anima mia da’ be’ vostri occhi accesa, trema se sdegno s’arma a la difesa e ‘l vostro onesto sguardo in sé raccoglie; né con la manca sola intera mamma l’altra Ippolita già sul Termodonte sì fiera apparve e con lo scudo al braccio, ch’io voi non veggia con più altera fronte, tal che quando più forte Amor m’infiamma io sento in mezzo de le fiamme un ghiaccio. 865 Persuade una gentildonna a non amare altro che di vicendevole amore. Deh! perché amar chi voi con pari affetto non ami e sospirar chi non sospiri, e distillar in lacrime i martiri per tal che mai per voi non bagni il petto? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Rime d occasione o d encomio - Parte 2 (libro 3) di Torquato Tasso
Del primo ministro Ad consulatum non nisi per Sejanum aditus: neque Sejani voluntas nisi scelere quaerebatur. E fra le più atroci calamità pubbliche, cagionate dall’ambizione nella tirannide,  si  dee,  come  atrocissima  e  massima,  reputar  la  persona  del  primo ministro, da me nel precedente capitolo soltanto accennata, e di cui credo importante ora, e necessarissimo, il discorrere a lungo. Questa fatal dignità altrettanto maggior lustro acquista a chi la possiede, quanto è maggiore la incapacità del tiranno, che la comparte. Ma siccome il  solo  favore  di  esso  la  crea;  siccome,  ad  un  tiranno  incapace  non  è  da presumersi che possa piacere pur mai un ministro illuminato e capace; ne risulta per lo più, che costui non meno inetto al governare che lo stesso tiranno, gli rassomiglia interamente nella impossibilità del ben fare, e di gran lunga lo supera nella capacità desiderio e necessità del far male. I tiranni d’Europa cedono a codesti loro primi ministri l’usufrutto di tutti i loro diritti; ma niuno ne vien loro accordato dai sudditi con maggiore estensione e in più supremo grado, che il giusto abborrimento di tutti. E questo abborrimento sta nella natura dell’uomo, che male può comportare, che altri, nato suo eguale, rapisca ed eserciti quella autorità caduta in sorte a chi egli crede nato suo maggiore: autorità, che per altre illegittime mani passando, viene a duplicare per lo meno la sua propria gravezza. Ma questo primo ministro, dal sapersi sommamente abborrito, ne viene egli pure ad abborrire altrui sommamente; ond’egli gastiga, e perseguita, e opprime, ed annichila chiunque l’ha offeso; chiunque può offenderlo; chiunque ne ha, o glie ne viene imputato, il pensiero; e chiunque finalmente, non ha la sorte di andargli a genio. Il primo ministro perciò facilmente persuade poi a quel tiranno di legno, di cui ha saputo farsi l’anima egli, che tutte le violenze e crudeltà ch’egli adopera per assicurare sè stesso, necessarie siano per assicurare il tiranno. Accade alle volte, che, o per capriccio, o per debolezza, o per timore, il tiranno ritoglie ad un tratto il favore e l’autorità al ministro; lo esiglia dalla sua presenza; e gli lascia, per singolare benignità, le predate ricchezze e la vita. Ma questa mutazione non è altro, che  un  aggravio  novello  al  misero  soggiogato  popolo.  Il  che  facilmente dimostrasi. Il ministro anteriore, benchè convinto di mille rapine, di mille inganni, di mille ingiustizie, non discade tuttavia quasi mai dalla sua dignità, se non in quel punto, ove un altro più accorto di lui gli ha saputo far Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
abbiano altro rimedio da opporre più efficace che la semplice opinione. Quindi volendo essi concedere a queste mal ripartite ricchezze uno sfogo che ad un tempo circolare le faccia, e non distrugga del tutto la libertà, persuaderanno ai ricchi d’impiegarle in opere pubbliche; onoreranno questo solo loro fasto, annettendo un’idea di disprezzo a qualunque altro uso che ne facessero i ricchi nella loro privata vita, oltre quella decenza e quegli agj ragionevoli, richiesti dal loro stato, e compatibili colla pubblica decenza. I liberi governi persuaderanno ad un tempo agli uomini poveri, (non intendo con ciò dire, ai pezzenti) che non è delitto nè infamia l’essere tali; e lo persuaderan facilmente, coll’accordare a questi non meno che agli altri l’adito a tutti gli onori ed uffizj. E non per insultare alla miseria escludo io principalmente i necessitosi; ma perchè costoro, come troppo corrottibili, e per lo più vilmente educati, non sono meno lontani dalla possibilità del dritto pensare e operare, di quel che lo siano, per le ragioni appunto contrarie, i ricchissimi. Ma queste saggie cautele riusciranno pur anche inutili a lungo andare. La natura dell’uomo non si cangia; dove ci sono ricchezze grandi e disugualmente ripartite, o tosto o tardi dee sorgere un gran lusso fra i privati, e quindi una gran servitù per tutti. Questa servitù difficilmente da prima si può allontanare da un popolo dove alcuni ricchissimi siano, e poverissimi i più; ma quando poi ella si è cominciata a introdurre, provato che hanno i ricchissimi quanto la universal servitù riesca favorevole al loro lusso, vivamente poi sempre si adoprano affinch’ella non si possa più scuoter mai. Sarebbe dunque mestieri, a voler riacquistare durevole libertà nelle nostre tirannidi, non solamente il tiranno distruggere, ma pur troppo anche i ricchissimi, quali che siano; perchè costoro, col lusso non estirpabile, sempre anderan corrompendo sè stessi ed altrui.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
mene quell’annuale prestazione in qualsivoglia paese mi fosse piaciuto dimorare. Agli occhi pur anche dei meno accorti manifestissima cosa era, che la principal cagione della mia donazione era stata la determinazione di non abitar più nel paese: quindi era necessarissimo di ottenerne la permissione dal governo, il quale ad arbitrio suo si sarebbe sempre potuto opporre allo sborso della pensione in paese estero. Ma, per mia somma fortuna, il re d’allora, il quale certamente avea notizia del mio pensare (avendone io dati non pochi cenni) egli ebbe molto più piacere di darmi l’andare che non di tenermi. Onde egli consentì subito a quella mia spontanea spogliazione; ed ambedue fummo contentissimi: egli di perdermi, io di ritrovarmi. Ma mi par giusto di aggiungere qui una particolaritàbastantemente strana, per consolare con essa i malevoli miei, e nello stesso tempo far ridere alle spalle mie chiunque esaminando sé stesso si riconoscerà meno infermo d’animo, e meno bambino ch’io non mi fossi. In questa particolarità, la quale in me si troverà accoppiata con gli atti di forza che io andava pure facendo, si scorgerà da chi ben osserva e riflette, che talvolta l’uomo, o almeno, che io riuniva in me, per così dire, il gigante ed il nano. Fatto sì è, che nel tempo stesso ch’io scriveva la  Virginia, e il libro della Tirannide; nel tempo stesso ch’io scuoteva così robustamente e scioglieva le mie originarie catene, io continuava pure di vestire l’uniforme del re di Sardegna, essendo fuori paese, e non mi trovando più da circa quattr’anni al servizio. E che diran poi i saggi, quand’io confesserò candidamente la ragione perché lo portassi? Perché mi persuadeva di essere in codesto assetto assai più snello e avvenente della persona. Ridi, o lettore, che tu n’hai ben donde. Ed aggiungi del tuo: che io dunque in ciò fare, puerilmente e sconclusionatamente preferiva di forse parere agli altrui occhi più bello, all’essere stimabile ai miei. La conclusione di quel mio affare andò frattanto in lunga dal gennaio al novembre di quell’anno ’78; atteso che intavolai poi e ultimai come un secondo trattato la permuta di lire cinquemila della prestazione annuale in un capitale di lire centomila di Piemonte, da sborsarmisi dalla sorella. E questo soffrì qualche difficoltà più che il primo. Ma finalmente consentì anche il re che mi fosse mandata tal somma; ed io poi con altre la collocai in uno di quei tanti insidiosi vitalizi di Francia. Non già ch’io mi fidassi molto più nel cristianissimo che nel sardo re; ma perché mi pareva intanto che dimezzato così il mio avere fra due diverse tirannidi, ne riuscirei alquanto meno precario, e che salverei in tal guisa, se non la borsa, almeno l’intelletto e la penna. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri