perspicace

[per-spi-cà-ce]
In sintesi
capire, discernere in modo opportuno, intuitivo e fine
← dal lat. perspicāce(m), da perspicĕre ‘penetrare con lo sguardo, esaminare con cura’, comp. di r ‘attraverso’ e specĕre ‘guardare’.
1
Che vede e intende le cose in modo acuto e sottile: sei stato poco p.; occhio, intelletto perspicace || Intelligente: un allievo molto p. SIN. penetrante, sagace
2
estens. Che è fatto con lungimiranza: politica p.

Citazioni
sé né i circonvicini. Imperocché tal moto, primieramente, è finito e terminato, anzi non pur finito e terminato, ma non è punto alcuno nella circonferenza, che non sia primo ed ultimo termine della circolazione; e continuandosi nella circonferenza assegnatagli, lascia tutto il resto, dentro e fuori di quella, libero per i bisogni d’altri, senz’impedirgli o disordinargli già mai. Questo, essendo un movimento che fa che il mobile sempre si parte e sempre arriva al termine, può, primieramente, esso solo essere uniforme: imperocché l’accelerazione del moto si fa nel mobile quando e’ va verso il termine dove egli ha inclinazione, ed il ritardamento accade per la repugnanza ch’egli ha di partirsi ed allontanarsi dal medesimo termine; e perché nel moto circolare il mobile sempre si parte da termine naturale, e sempre si muove verso il medesimo, adunque in lui la repugnanza e l’inclinazione son sempre di eguali forze; dalla quale egualità ne risulta una non ritardata né accelerata velocità, cioè l’uniformità del moto. Da questa uniformità e dall’esser terminato ne può seguire la continuazion perpetua, col reiterar sempre  le  circolazioni,  la  quale  in  una  linea  interminata  ed  in  un  moto continuamente ritardato o accelerato non si può naturalmente ritrovare: e dico naturalmente, perché il moto retto che si ritarda, è il violento, che non può esser perpetuo, e l’accelerato arriva necessariamente al termine, se vi è; e se non vi è, non vi può né anco esser moto, perché la natura non muove dove è impossibile ad arrivare. Concludo per tanto, il solo movimento circolare poter naturalmente convenire a i corpi naturali integranti l’universo e  costituiti  nell’ottima  disposizione;  ed  il  retto,  al  più  che  si  possa  dire, essere assegnato dalla natura a i suoi corpi e parti di essi, qualunque volta si  ritrovassero  fuori  de’  luoghi  loro,  costituite  in  prava  disposizione,  e però bisognose di ridursi per la più breve allo stato naturale. Di qui mi par che assai ragionevolmente si possa concludere, che per mantenimento dell’ordine perfetto tra le parti del mondo bisogni dire che le mobili sieno mobili solo circolarmente, e se alcune ve ne sono che circolarmente non si muovano, queste di necessità sieno immobili, non essendo altro, salvo che la quiete e ‘l moto circolare, atto alla conservazione dell’ordine. Ed io non poco mi maraviglio che Aristotile, il quale pure stimò che ‘l globo  terrestre  fusse  collocato  nel  centro  del  mondo  e  che  quivi immobilmente si rimanesse, non dicesse che de’ corpi naturali altri erano mobili per natura ed altri immobili, e massime avendo già definito, la natura esser principio di moto e di quiete. Simplicio Aristotile, come quello che non si prometteva del suo ingegno, ancorché perspicacissimo, più di quello che si conviene, stimò, nel suo filosofare, che le sensate esperienze si dovessero anteporre a qualsivoglia discorso fabbricato da ingegno umano, e disse che quelli che avessero negato il senso, meri- 27 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Perché noi chiaramente veggiamo e tocchiamo con mano, che tutte le generazioni, mutazioni, etc., che si fanno in Terra, tutte, o mediatamente o immediatamente, sono indrizzate all’uso, al comodo ed al benefizio dell’uomo, per comodo de gli uomini nascono i cavalli, per nutrimento de’ cavalli produce la  Terra  il  fieno,  e  le  nugole  l’adacquano,  per  comodo  e nutrimento  de  gli  uomini  nascono  le  erbe,  le  biade,  i  frutti,  le  fiere,  gli uccelli, i pesci; ed in somma, se noi anderemo diligentemente esaminando e risolvendo tutte queste cose, troveremo, il fine al quale tutte sono indrizzate esser il bisogno, l’utile, il comodo e il diletto de gli uomini. Or di quale uso potrebber esser mai al genere umano le generazioni che si facessero nella Luna o in altro pianeta? se già voi non voleste dire che nella Luna ancora fussero uomini, che godesser de’ suoi frutti; pensiero, o favoloso, o empio. Che nella Luna o in altro pianeta si generino o erbe o piante o animali simili a i nostri, o vi si facciano pioggie, venti, tuoni, come intorno alla Terra, io non lo so e non lo credo, e molto meno che ella sia abitata da uomini: ma non intendo già come tuttavolta che non vi si generino cose simili alle nostre, si deva di necessità concludere che niuna alterazione vi si faccia, né vi possano essere altre cose che si mutino, si generino e si dissolvano,  non  solamente  diverse  dalle  nostre,  ma  lontanissime  dalla  nostra immaginazione, ed in somma del tutto a noi inescogitabili. E sì come io son sicuro che a uno nato e nutrito in una selva immensa, tra fiere ed uccelli, e che  non  avesse  cognizione  alcuna  dell’elemento  dell’acqua,  mai  non  gli potrebbe cadere nell’immaginazione essere in natura un altro mondo diverso dalla  erra, pieno di animali li quali senza gambe e senza ale velocemente T camminano,  e  non  sopra  la  superficie  solamente,  come  le  fiere  sopra  la terra, ma per entro tutta la profondità, e non solamente camminano, ma dovunque piace loro immobilmente si fermano, cosa che non posson fare gli uccelli per aria, e che quivi di più abitano ancora uomini, e vi fabbricano palazzi e città, ed hanno tanta comodità nel viaggiare, che senza niuna fatica vanno con tutta la famiglia e con la casa e con le città intere in lontanissimi paesi, sì come, dico, io son sicuro che un tale, ancorché di perspicacissima immaginazione, non si potrebbe già mai figurare i pesci, l’oceano, le navi, le flotte e le armate di mare; così, e molto più, può accadere che nella Luna, per tanto intervallo remota da noi e di materia per avventura molto diversa dalla Terra, sieno sustanze e si facciano operazioni non solamente  lontane,  ma  del  tutto  fuori,  d’ogni  nostra  immaginazione,  come quelle che non abbiano similitudine alcuna con le nostre, e perciò del tutto inescogitabili, avvengaché quello che noi ci immaginiamo bisogna che sia o una delle cose già vedute, o un composto di cose o di parti delle cose altra volta vedute; ché tali sono le sfingi, le sirene, le chimere, i centauri, etc.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io son molto contento, con questo però che a me ancora resti libertà di produrre quel che mi dettasse talora il discorso semplice naturale. Anzi di cotesto io in particolare ve ne supplico; perché delle considerazioni più facili e, per così dire, materiali, credo che poche ne sieno state lasciate indietro da gli scrittori, talché solamente qualcuna delle più sottili e recondite può desiderarsi e mancare; e per investigar queste, qual altra sottigliezza può esser più atta di quella dell’ingegno del signor Sagredo, acutissimo e perspicacissimo? Io son tutto quel che piace al signor Salviati, ma di grazia non mettiam mano in un’altra sorte di diversioni di cerimonie, perché ora son filosofo, e sono in scuola e non al Broio. Sia dunque il principio della nostra contemplazione il considerare che qualunque moto venga attribuito alla Terra, è necessario che a noi, come abitatori di quella ed in conseguenza partecipi del medesimo, ei resti del tutto impercettibile e come s’e’ non fusse, mentre che noi riguardiamo solamente alle cose terrestri; ma è bene, all’incontro, altrettanto necessario che il medesimo movimento ci si rappresenti comunissimo di tutti gli altri corpi ed oggetti visibili che, essendo separati dalla Terra, mancano di quello. A tal che  il  vero  metodo  per  investigare  se  moto  alcuno  si  può  attribuire  alla Terra, e, potendosi, quale e’ sia, è il considerare ed osservare se ne i corpi separati  dalla  Terra  si  scorge  apparenza  alcuna  di  movimento,  il  quale egualmente competa a tutti; perché un moto che solamente si scorgesse, verbigrazia, nella Luna, e che non avesse che far niente con Venere o con Giove né con altre stelle, non potrebbe in veruna maniera esser della Terra, né di altri che della Luna. Ora, ci è un moto generalissimo e massimo sopra tutti, ed è quello per il quale il Sole, la Luna, gli altri pianeti e le stelle fisse, ed in somma l’universo tutto trattane la sola Terra, ci appariscono unitamente muoversi da oriente verso occidente dentro allo spazio di venti quattr’ore, e questo, in quanto a questa prima apparenza, non ha repugnanza di potere esser tanto della Terra sola, quanto di tutto il resto del mondo, trattone la Terra; imperocché le medesime apparenze si vedrebbero tanto nell’una posizione quanto nell’altra. Quindi è che Aristotile e Tolomeo, come quelli che avevano penetrata questa considerazione, nel voler provare la Terra esser immobile, non argumentano contro ad altro movimento che a questo diurno; salvo però che Aristotile tocca un non so che contro ad un altro moto attribuitogli da un antico, del quale parleremo a suo luogo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io resto molto ben capace della necessità con la quale conclude il vostro discorso, ma mi nasce un dubbio, del quale liberarmi: e questo è, che attribuendo il Copernico alla Terra un altro movimento oltre al diurno,il quale, per la regola pur ora dichiarata, dovrebbe restare a noi, quanto all’apparenza, impercettibile nella Terra, ma visibile in tutto il resto del mondo, parmi di poter necessariamente concludere, o che egli abbia manifestamente errato nell’assegnare alla Terra un moto del quale non apparisca in cielo la sua general corrispondenza, o vero che, se la rispondenza vi è, altrettanto sia stato manchevole Tolomeo a non reprovar questo, sì come reprovò l’altro. Molto ragionevolmente avete dubitato; e quando verremo a trattare dell’altro movimento, vedrete di quanto intervallo abbia il Copernico superato di accortezza e perspicacità d’ingegno Tolomeo, mentre egli ha veduto quello che esso non vedde, dico la mirabil corrispondenza con la quale tal movimento si reflette in tutto il resto de i corpi celesti. Ma per ora sospendiamo questa parte e torniamo alla prima considerazione; intorno alla quale andrò proponendo, cominciandomi dalle cose più generali, quelle ragioni che par che favoriscano la mobilità della Terra, per sentir poi dal signor Simplicio le repugnanti.  E  prima,  se  noi  considereremo  solamente  la  mole  immensa della sfera stellata, in comparazione della piccolezza del globo terrestre, contenuto da quella per tanti milioni di volte, e più penseremo alla velocità del moto che deve in un giorno e in una notte fare una intera conversione, io non mi posso persuadere che trovar si potesse alcuno che avesse per cosa più ragionevole e credibile che la sfera celeste fusse quella che desse la volta, ed il globo terrestre restasse fermo. Se per tutta l’università degli effetti che possono aver in natura dependenza da movimenti tali, seguissero indifferentemente tutte le medesime conseguenze a capello tanto dall’una posizione quanto dall’altra, io, quanto alla mia prima e generale apprensione, stimerei che colui che reputasse più ragionevole il far muover tutto l’universo, per ritener ferma la Terra, fusse più irragionevole di quello che, sendo salito in cima della vostra Cupola non per altro che per dare una vista alla città ed al suo contado, domandasse che se gli facesse girare intorno tutto il paese, acciò non avesse egli ad aver la fatica di volger la testa: e ben vorrebbero esser molte e grandi le comodità che si traesser da quella posizione e non da questa, che pareggiassero nel mio concetto e superasser questo assurdo, sì che mi rendesser più credibile quella che questa. Ma forse Aristotile, Tolomeo e il signor Simplicio  ci  devono  trovare  i  lor  vantaggi,  li  quali  sarà  bene  che  sien proposti a noi ancora, se vi sono, o mi sia dichiarato come e’ non vi sieno né possano essere.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Non vorrei, signor Salviati, che voi misuraste gl’ingegni di noi altri con la misura del vostro: voi, avvezzo sempre ad occuparvi in contemplazioni altissime, stimate frivole e basse tal una di quelle che a noi paiono degno cibo de’ nostri intelletti; però talvolta, per sodisfazione nostra, non vi sdegnate di abbassarvi a concedere qualcosa alla nostra curiosità. Quanto poi allo scioglimento dell’ultima instanza, presa dallo scagliamento della vertigine diurna, per sodisfare a me bastava assai meno di quello che si è prodotto; tuttavia le cose che si son dette soprabbondantemente mi son parse tanto curiose, che non solo non mi hanno stancata la fantasia, ma me l’hanno con le loro novità trattenuta sempre con diletto tale che maggior non saprei desiderarne: però se qualche altra specolazione resta a voi da aggiugnervi, producetela pure, ch’io per la parte mia molto volentieri la sentirò. Io nelle cose trovate da me ho sempre sentito grandissimo diletto, e doppo questo, che è il massimo, provo gran piacere nel conferirle con qualche amico che  le  capisca  e  che  mostri  di  gustarle:  or,  poiché  voi  sete  uno  di  questi, allentando un poco la briglia alla mia ambizione, che gode dentro di sé quando io mi mostro più perspicace di qualche altro reputato di acuta vista, produrrò, per colmo e buona misura della discussion passata, un’altra fallacia de i seguaci di Tolomeo e d’Aristotile, presa nel già prodotto argomento. Ecco che io avidamente mi apparecchio a sentirla. Noi  aviamo  sin  qui  trapassato  e  conceduto  a  Tolomeo  come  effetto indubitabile, che procedendo lo scagliamento del sasso dalla velocità della ruota  mossa  intorno  al  suo  centro,  tanto  si  accresca  la  causa  di  esso scagliamento, quanto la velocità della vertigine si agumenta; dal che si inferiva che essendo la velocità della terrestre vertigine sommamente maggiore di quella di qualsivoglia macchina che noi artifiziosamente possiam far girare, l’estrusione in conseguenza delle pietre e de gli animali etc., dovesse esser violentissima. Ora io noto che in questo discorso è una grandissima fallacia, mentre noi indifferentemente ed assolutamente paragoniamo le velocità tra di loro. E‘ vero che s’io fo comparazione delle velocità della medesima ruota  o  di  due  ruote  eguali  tra  di  loro,  quella  che  più  velocemente  sarà girata, con maggior impeto scaglierà le pietre, e crescendo la velocità, con la medesima proporzione crescerà anco la causa della proiezione; ma quando la velocità si facesse maggiore non con l’accrescer velocità nell’istessa ruota, che sarebbe co ‘l fargli dar numero maggiore di conversioni in tempi eguali, ma  co  ‘lcrescere  il  diametro  e  far  la  ruota  maggiore,  sì  che  ritenendo  il medesimo tempo di una conversione tanto nella piccola quanto nella gran ruota, e solo nella grande la velocità fusse maggiore per esser la sua circonferenza maggiore, non sia chi creda che la causa dello scagliamento nella
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Eccomi per darvi quella sodisfazione che dalle mie forze mi sarà conceduta; e benché nel mio primo parlare vi sia per parer ch’io vadia ricercando cose aliene dal proposito nostro, tuttavia credo che nel progresso del ragionamento troverremo che pur non saranno tali. Però dicami il signor Sagredo in quali cose egli ha osservato consister la resistenza di alcun mobile all’esser mosso. Io per adesso non veggo esser nel mobile resistenza interna all’esser mosso se non la sua naturale inclinazione e propensione al moto contrario, come ne’ corpi gravi, che hanno propensione al moto in giù, la resistenza è al moto in su: ed ho detto resistenza interna, perché di questa credo che voi intendiate, e non dell’esterne, che sono accidentali e molte. Così ho voluto dire, e la vostra perspicacità ha prevalso al mio avvedimento. Ma s’io sono stato scarso nell’interrogare, dubito che il signor Sagredo non abbia, con la risposta, adequata a pieno la domanda, e che nel mobile, oltre alla naturale inclinazione al termine contrario, sia un’altra pure intrinseca e naturale qualità che lo faccia renitente al moto. Però ditemi di nuovo: non credete voi che l’inclinazione, verbigrazia, de i gravi di muoversi in giù sia eguale alla resistenza de i medesimi all’essere spinti in su? Credo che ella sia tale per l’appunto; e per questo veggo nella bilancia due pesi eguali restar fermi nell’equilibrio, resistendo la gravità dell’uno all’esser alzato alla gravità con la quale l’altro, premendo in giù, alzar lo vorrebbe.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
sempre si mostri eguale a se stessa, quando ella dovrebbe mostrarsi quaranta volte maggiore. Sagredo In Giove, in Saturno ed in Mercurio credo pur che si devano veder ancor le differenze delle lor grandezze apparenti puntualmente rispondere alle lor variate lontananze. Ne’ due superiori le ho io precisamente osservate quasi ogni anno da ventidua anni in qua: in Mercurio non si può fare osservazione di momento, per non si lasciar egli vedere se non nelle sue massime digressioni dal Sole, nelle quali le sue distanze dalla Terra sono insensibilmente diseguali e però tali differenze  inosservabili,  come  anco  le  mutazioni  di  figure,  che  assolutamente bisogna che seguano come in Venere; e quando lo vediamo, dovrebbe mostrarsi in figura di mezo cerchio, come fa  Venere ancora nelle sue massime digressioni; ma il suo disco è tanto piccolo e ‘l suo splendore tanto vivace, per esser egli così vicino al Sole, che non basta la virtù del telescopio a radergli il crine, sì che egli apparisca tutto tosato. Restaci da rimuover quella che pareva grande sconvenevolezza nel moto della  Terra, cioè che, volgendosi tutti i pianetiintorno al Sole, ella solamente non solitaria come gli altri, ma in compagnia della Luna, insieme con tutta la sfera elementare, andasse in un anno intorno al Sole, ed insieme insieme si movesse l’istessa Luna ogni mese intorno alla  Terra. Qui è forza esclamar un’altra volta ed esaltare l’ammirabil perspicacità del Copernico ed insieme compiagner la sua disavventura, poiché egli non vive al nostro tempo, quando, per tòr via l’apparente assurdità del movimento in conserva della Terra e della Luna, vediamo Giove, quasi un’altra Terra, non in conserva di una Luna, ma accompagnato da quattro Lune, andare intorno al Sole in 12 anni, con tutto quello che può esser contenuto dentro a gli orbi delle quattro stelle Medicee. Per qual cagione chiamate voi Lune i quattro pianeti gioviali? Tali si rappresentan elleno a chi stando in Giove le riguardasse. Imperocché esse per se stesse son tenebrose, e dal Sole ricevono il lume, il che è manifesto dal suo rimaner eclissate quando entrano nel cono dell’ombra di Giove; e perché di esse vien solamente illuminato l’emisferio che riguarda verso il Sole, a noi, che siamo fuor de i loro orbi e più vicini al Sole, si mostrano sempre tutte lucide; ma a chi fusse in Giove si mostrerebbero tutte luminose quando fussero nelle parti superiori de i lor cerchi, ma nelle parti inferiori, cioè tra Giove e ‘l Sole, da Giove si scorgerebbon falcate: ed in somma farebbero a i Gioviali le mutazioni stesse di figure che a noi Terrestri fa la Luna.  Vedete  ora  quanto  mirabilmente  si  accordano  co  ‘l  sistema Copernicano queste tre prime corde, che da principio parevan sì dissonanti. Di qui potrà intanto il signor Simplicio vedere con quanta probabilità si Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
la difficultà mia procede dal parermi che tal concorso possa essere or più lontano ed or meno, e questo non tanto mediante la maggiore o minor grandezza dell’oggetto che si riguarda, quanto che nel riguardare oggetti dell’istessa grandezza mi pare che ‘l concorso de’ raggi per certo altro rispetto deva farsi più e meno remoto dall’occhio. Salviati Già veggo dove tende la perspicacità del signor Sagredo, diligentissimo osservatore delle cose della natura: e farei ben qualsivoglia scommessa, che tra mille che hanno osservato ne’ gatti strignersi ed allargarsi assaissimo la pupilla dell’occhio, non ve ne sono due, né forse uno, che abbia osservato, un simile effetto farsi dalle pupille de gli uomini nel guardare, mentre il mezo sia molto o poco illuminato, e che nella aperta luce il cerchietto della pupilla si diminuisce assai, sì che nel riguardare il disco del Sole si riduce a una piccolezza minore di un grano di panico, che nel mirare oggetti non risplendenti, e dentro a mezo men chiaro, si allarga alla grandezza di una lente o più; ed in somma questo allargamento e strignimento si diversifica più assai che in decupla proporzione: dal che è manifesto che quando la pupilla è dilatata molto, è necessario che l’angolo del concorso de’ raggi sia più remoto dall’occhio; il che accade nel riguardare gli oggetti poco luminosi. Dottrina somministratami nuovamente dal signor Sagredo: per la quale, quando si abbia a fare un’osservazione esattissima e di gran conseguenza, venghiamo avvertiti a dover fare l’investigazione di tal concorso nell’atto dell’istessa o di molto simile operazione: ma in questa, per manifestar l’errore de gli astronomi, non vi è necessaria tanta accuratezza, perché, quando anco a favor della parte noi supponessimo tal concorso farsi sopra l’istessa pupilla, poco importerebbe, per esser la fallacia loro tanto grande. Non so, signor Sagredo, se questo voleva essere il vostro motivo. Quest’è  per  appunto,  ed  ho  caro  che  non  sia  stato  irragionevole,  come m’assicura l’essermi incontrato con voi; ma ben con questa occasione sentirei volentieri in che modo si possa investigare la distanza del concorso de’ raggi visuali. Il modo è assai facile, ed è tale. Lo piglio due strisce di carta, una nera e l’altra  bianca,  e  fo  la  nera  larga  per  la  metà  della  bianca;  attacco  poi  la bianca in un muro, e lontana da essa fermo l’altra sopra una bacchetta o altro sostegno, in distanza di 15 o 20 braccia: e allontanandomi da questa seconda per altrettanto spazio per la medesima dirittura, chiara cosa è che in tal lontananza concorrerebbono le linee rette che, partendosi da i termini della larghezza della bianca, passassero toccando la larghezza dell’altra striscia posta in mezo: onde ne séguita, che quando in tal concorso si ponesse l’occhio, la striscia nera di mezo asconderebbe precisamente la bianca
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io  mi  sento  molto  placidamente  guidar  per  mano;  e  bench’io  non  trovi intoppi per la strada, tuttavia, a guisa di cieco, non veggo dove la vostra scorta mi conduca, né so immaginarmi dove tal viaggio abbia a terminare. Ancorché gran differenza sia tra ‘l mio lento filosofare e il vostro velocissimo discorso, tuttavia in questo particolare, che ora abbiamo alle mani, non voglio maravigliarmi che la perspicacità del vostro ingegno resti ancora offuscata dalla caligine alta ed oscura che ci nasconde il termine al quale noi Salviati 380 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
massimamente nella nostra città), cioè onde vengano i vestimenti, gli ornamenti  e  le  camere  piene  di  superflue  dilicatezze,  le  quai  le  donne  si fanno a credere essere al ben vivere opportune; onde vengano li servi, le serve, le nutrici, le cameriere; onde vengano i conviti, i doni, i presenti che fare si convengono a’ parenti delle novelle spose, a quegli che vogliono che esse credano da loro essere amate; e appresso queste, altre cose assai prima non conosciute da’ liberi uomini; e venire a cose che fuggir non si possono. Chi dubita che della sua donna, che ella sia bella o non bella, non caggia il giudicio nel vulgo? Se bella fia reputata, chi dubita che essa subitamente non abbia molti amadori, de’ quali alcuno con la sua bellezza, altri con la sua nobiltà, e tale con maravigliose lusinghe, e chi con doni, e quale con piacevolezza infestissimamente combatterà il non stabile animo? E quel, che molti disiderano, malagevolmente da alcuno si difende. E alla pudicizia delle donne non bisogna d’essere presa più che una volta, a fare sé infame e i mariti dolorosi in perpetuo. Se per isciagura di chi a casa la si mena, fia sozza, assai aperto veggiamo le bellissime spesse volte e tosto rincrescere; che dunque dell’altre possiamo pensare, se non che, non che esse, ma ancora ogni luogo nel quale esse sieno credute trovare da coloro, a’ quali sempre le conviene aver per loro, è avuto in odio? Onde le loro ire nascono, né alcuna fiera è più né tanto crudele quanto la femina adirata, né può viver sicuro di sé, chi sé commette ad alcuna, alla quale paia con ragione esser crucciata; che pare a tutte. Che dirò de’ loro costumi? Se io vorrò mostrare come e quanto essi sieno tutti contrari alla pace e al riposo degli uomini, io tirerò in troppo lungo sermone il mio ragionare; e però uno solo, quasi a tutte generale, basti  averne  detto.  Esse  imaginano  il  bene  operare  ogni  menomo  servo ritener nella casa, e il contrario fargli cacciare; per che estimano, se ben fanno, non altra sorte esser la lor che d’un servo: per che allora par solamente loro esser donne, quando, male adoperando, non vengono al fine che’  fanti  fanno.  Per  che  voglio  io  andare  dimostrando  particularmente quello che gli più sanno? Io giudico che sia meglio il tacersi che dispiacere, parlando, alle vaghe donne. Chi non sa che tutte l’altre cose si pruovano, prima che colui, di cui debbono essere, comperate, le prenda, se non la moglie, acciò che prima non dispiaccia che sia menata? A ciascuno che la prende,  la  conviene  avere  non  tale  quale  egli  la  vorrebbe,  ma  quale  la Fortuna gliele concede. E se le cose che di sopra son dette son vere (che il sa chi provate l’ha), possiamo pensare quanti dolori nascondano le camere, li quali di fuori, da chi non ha occhi la cui perspicacità trapassi le mura, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio