peripatetico

[pe-ri-pa-tè-ti-co]
In sintesi
appartenente alla scuola filosofica di Aristotele; ciò che si fa o che accade mentre si passeggia
← dal lat. peripatetĭcu(m), che è dal gr. peripatētikós, deriv. di peripatêin ‘passeggiare’, comp. di perí ‘intorno’ e patêin ‘camminare’.

A
agg.

1
FILOS Relativo alla scuola filosofica di Aristotele
2
lett., scherz. Che si fa passeggiando: discussione peripatetica

B
s.m.

1
Filosofo della scuola di Aristotele
2
lett., scherz. Chi ha l'abitudine di camminare; giramondo

Citazioni
rinfacci  la  poca  avvertenza  in  uno  accidente  così  principale,  ho  giudicato palesare quelle probabilità che lo renderebbero persuasibile, dato che la Terra si movesse. Spero che da queste considerazioni il mondo conoscerà, che se altre nazioni hanno navigato più, noi non abbiamo speculato meno, e che il rimettersi ad asserir la fermezza della Terra, e prender il contrario solamente per capriccio matematico, non nasce da non aver contezza di quant’altri ci abbia pensato, ma, quando altro non fusse, da quelle ragioni che la pietà, la religione, il conoscimento della divina onnipotenza, e la coscienza della debolezza dell’ingegno umano, ci somministrano. Ho poi pensato tornare molto a proposito lo spiegare questi concetti in forma di  dialogo,  che,  per  non  esser  ristretto  alla  rigorosa  osservanza  delle  leggi matematiche, porge campo ancora a digressioni, tal ora non meno curiose del principale argomento. Mi trovai, molt’anni sono, più volte nella maravigliosa città di  Venezia in conversazione col signor Giovan Francesco Sagredo, illustrissimo di nascita, acutissimo d’ingegno. Venne là di Firenze il signor Filippo Salviati, nel quale il minore splendore era la chiarezza del sangue e la magnificenza delle ricchezze; sublime intelletto, che di niuna delizia più avidamente si nutriva, che di specolazioni esquisite. Con questi due mi trovai spesso a discorrer di queste materie, con l’intervento di un filosofo peripatetico, al quale pareva che niuna cosa ostasse maggiormente per l’intelligenza del vero, che la fama acquistata nell’interpretazioni Aristoteliche. Ora, poiché morte acerbissima ha, nel più bel sereno de gli anni loro, privato di quei due gran lumi Venezia e Firenze, ho risoluto prolungar, per quanto vagliono le mie debili forze, la vita alla fama loro sopra queste mie carte, introducendoli per interlocutori della presente controversia. Né mancherà il suo luogo al buon Peripatetico, al quale, pel soverchio affetto verso i comenti di Simplicio, è parso decente, senza esprimerne il nome, lasciarli quello del reverito scrittore. Gradiscano quelle due grand’anime, al cuor mio sempre venerabili, questo publico monumento del mio non mai morto amore, e con la memoria della loro eloquenza mi aiutino a spiegare alla posterità le promesse speculazioni. Erano casualmente occorsi (come interviene) varii discorsi alla spezzata tra questi signori, i quali avevano più tosto ne i loro ingegni accesa, che consolata, la sete dell’imparare: però fecero saggia risoluzione di trovarsi alcune giornate insieme, nelle quali, bandito ogni altro negozio, si attendesse a vagheggiare con più ordinate speculazioni le maraviglie di Dio nel cielo e nella terra. Fatta la radunanza nel palazzo dell’illustrissimo Sagredo, dopo i debiti, ma però brevi, complimenti, il signor Salviati in questa maniera incominciò.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Fu la conclusione e l’appuntamento di ieri, che noi dovessimo in questo giorno discorrere, quanto più distintamente e particolarmente per noi si potesse, intorno alle ragioni naturali e loro efficacia, che per l’una parte e per l’altra sin qui sono state prodotte da i fautori della posizione Aristotelica e Tolemaica e da i seguaci del sistema Copernicano. E perché, collocando il Copernico la Terra tra i corpi mobili del cielo, viene a farla essa ancora un globo simile a un pianeta, sarà bene che il principio delle nostre considerazioni sia l’andare esaminando quale e quanta sia la forza e l’energia de i progressi peripatetici nel dimostrare come tale assunto sia del tutto impossibile; attesoché sia necessario introdurre in natura sustanze diverse tra di loro, cioè la celeste e la elementare, quella impassibile ed immortale, questa alterabile e caduca. Il quale argomento tratta egli ne i libri del Cielo, insinuandolo prima con discorsi dependenti da alcuni assunti generali, e confermandolo poi con esperienze e con dimostrazioni particolari. Io, seguendo l’istesso ordine, proporrò, e poi liberamente dirò il mio parere; esponendomi alla censura di voi, ed in particolare del signor Simplicio, tanto strenuo campione e mantenitore della dottrina Aristotelica. E‘ il primo passo del progresso peripatetico quello dove Aristotile prova la integrità e perfezione del mondo coll’additarci com’ei non è una semplice linea né una superficie pura, ma un corpo adornato di lunghezza, di larghezza e di profondità e perché le dimensioni non son più che queste tre, avendole egli, le ha tutte ed avendo il tutto, è perfetto. Che poi, venendo dalla semplice lunghezza costituita quella magnitudine che si chiama linea, aggiunta la larghezza si costituisca la superficie, e sopragiunta l’altezza o profondità ne risulti il corpo, e che doppo queste tre dimensioni non si dia passaggio ad altra, sì che in queste tre sole si termini l’integrità e per così dire la totalità, averei ben desiderato che da Aristotile mi fusse stato dimostrato  con  necessità,  e  massime  potendosi  ciò  esequire  assai  chiaro  e speditamente. Mancano le dimostrazioni bellissime nel 2·, 3· e 4· testo, doppo la definizione del continuo? Non avete, primieramente, che oltre alle tre dimensioni non ve n’è altra, perché il tre è ogni cosa, e ‘l tre è per tutte le bande? e ciò non vien egli confermato con l’autorità e dottrina de i Pittagorici, che dicono che tutte le cose son determinate da tre, principio mezo e fine, che è il numero del tutto? E dove lasciate voi l’altra ragione, cioè che, quasi per legge naturale, cotal numero si usa ne’ sacrifizii degli Dei? e che, dettante pur così la natura, alle cose che son tre, e non a meno, attribuiscono il titolo di tutte? perché di due si dice amendue, e non si dice tutte; ma di tre, sì bene. E tutta questa dottrina l’avete nel testo 2·. Nel 3· poi, ad pleniorem Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
in buon’ora non si dev’egli dire che sua naturale affezione è il restare immobile, più tosto che far suo naturale il moto all’ingiù, del qual moto egli già mai non si è mosso ned è per muoversi? E quanto al movimento per linea retta, lascisi che la natura se ne serva per ridur al suo tutto le particelle della terra, dell’acqua,dell’aria, e del fuoco, e di ogni altro corpo integrale mondano, quando alcuna di loro, per qualche caso, se ne trovasse separata, e però in luogo disordinato trasposta; se pure anco per far questa restituzione non si trovasse che qualche moto circolare fusse più accomodato. Parmi che  questa  primaria  posizione  risponda  molto  meglio,  dico  anco  in  via d’Aristotile medesimo, a tutte le altre conseguenze, che l’attribuire come intrinseco e natural principio de gli elementi i movimenti retti. Il che è manifesto:  perché  s’io  domanderò  al  Peripatetico,  se,  tenendo  egli  che  i corpi celesti sieno incorruttibili ed eterni, ei crede che ‘l globo terrestre non sia  tale,  ma  corruttibile  e  mortale,  sì  che  egli  abbia  a  venir  tempo  che, continuando suo essere e sue operazioni il Sole e la Luna e le altre stelle, la Terra non si ritrovi più al mondo, ma sia con tutto il resto de gli elementi destrutta e andata in niente, son sicuro che egli risponderà di no; adunque la corruzione e generazione è nelle parti, e non nel tutto, e nelle parti ben minime e superficiali, le quali son come insensibili in comparazion di tutta la mole: e perché Aristotile argumenta la generazione e corruzione dalla contrarietà de’ movimenti retti, lascinsi tali movimenti alle parti, che sole si alterano e corrompono, ed all’intero globo e sfera de gli elementi attribuiscasi o il moto circolare o una perpetua consistenza nel proprio luogo, affezioni che sole sono atte alla perpetuazione ed al mantenimento dell’ordine perfetto. Questo che si dice della terra, può dirsi con simil ragion del fuoco e della maggior parte dell’aria; a i quali elementi si son ridotti i Peripatetici ad assegnare per loro intrinseco e natural moto uno del quale mai non si sono mossi né sono per muoversi, e chiamar fuor della natura loro quel movimento del quale si muovono, si son mossi, e son per muoversi perpetuamente. Questo dico, perché assegnano all’aria ed al fuoco il moto all’insù, del quale già mai si è mosso alcuno de i detti elementi, ma solo qualche lor particella, e questa non per altro che per ridursi alla perfetta costituzione, mentre si trovava fuori del luogo suo naturale, ed all’incontro chiamano a lor preternaturale il moto circolare, del quale incessabilmente si muovono, scordatisi in certo modo di quello che più volte ha detto Aristotile, che nessun violento può durar lungo tempo.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io non so quello che si facesse né dicesse Aristotile, che era padrone delle scienze, ma so bene in parte quello che fanno e dicono, e che conviene che facciano e dicano, i suoi seguaci, per non rimaner senza guida senza scorta e  senza  capo  nella  filosofia.  Quanto  alle  comete,  non  son  eglino  restati convinti quei moderni astronomi, che le volevano far celesti, dall’Antiticone, e convinti con le loro medesime armi, dico per via di paralassi e di calcoli rigirati in cento modi, concludendo finalmente a favor d’Aristotile che tutte sono elementari? e spiantato questo, che era quanto fondamento avevano i seguaci delle novità, che altro più resta loro per sostenersi in piedi? Con flemma, signor Simplicio. Cotesto moderno autore che cosa dice egli delle stelle nuove del 72 e del 604 e delle macchie solari? perché quanto alle comete, io, quant’a me, poca difficultà farei nel porle generate sotto o sopra la Luna, né ho mai fatto gran fondamento sopra la loquacità di Ticone, né sento repugnanza alcuna nel poter credere che la materia loro sia elementare,  e  che  le  possano  sublimarsi  quanto  piace  loro,  senza  trovare  ostacoli nell’impenetrabilità del cielo peripatetico, il quale io stimo più tenue più cedente e più sottile assai della nostra aria; e quanto a i calcoli delle paralassi, prima il dubbio se le comete sian soggette a tale accidente, e poi l’incostanza  delle  osservazioni  sopra  le  quali  son  fatti  i  computi,  mi  rendono egualmente sospette queste opinioni e quelle, e massime che mi pare che l’Antiticone talvolta accomodi a suo modo, o metta per fallaci, quelle osservazioni che repugnano al suo disegno. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Ma io vo considerando qualche cosa di più, e dico che, conceduto che la figura sferica avesse facultà di conferire l’incorruttibilità, tutti i corpi, di qualsivoglia figura, sarebbero eterni e incorruttibili. Imperocché essendo il corpo rotondo incorruttibile, la corruttibilità verrebbe a consistere in quelle parti che alterano la perfetta rotondità: come, per esempio, in un dado vi è dentro una palla perfettamente rotonda, e come tale incorruttibile; resta dunque che corruttibili sieno quelli angoli che ricuoprono ed ascondono la rotondità; al più dunque che potesse accadere, sarebbe che tali angoli e (per così dire) escrescenze si corrompessero. Ma se più internamente andremo considerando,  in  quelle  parti  ancora  verso  gli  angoli  vi  son  dentro  altre minori palle della medesima materia, e però esse ancora, per esser rotonde, incorruttibili; e così ne’ residui che circondano queste otto minori sferette, vi se ne possono intendere altre; talché finalmente, risolvendo tutto il dado in palle innumerabili, bisognerà confessarlo incorruttibile. E questo medesimo discorso ed una simile resoluzione si può far di tutte le altre figure. Il progresso cammina benissimo: sì che quando, verbigrazia, un cristallo sferico avesse dalla figura l’esser incorruttibile, cioè la facultà di resistere a tutte le alterazioni interne ed esterne, non si vede che l’aggiugnerli altro cristallo e ridurlo, verbigrazia, in cubo l’avesse ad alterar dentro, né anco di fuori, sì che ne divenisse meno atto a resistere al nuovo ambiente, fatto dell’istessa materia, che non era all’altro di materia diversa, e massime se è vero che la corruzione si faccia da i contrari, come dice Aristotile; e di qual  cosa  si  può  circondare  quella  palla  di  cristallo,  che  gli  sia  manco contraria del cristallo medesimo? Ma noi non ci accorgiamo del fuggir dell’ore,  e  tardi  verremo  a  capo  de’  nostri  ragionamenti,  se  sopra  ogni particulare  si  hanno  da  fare  sì  lunghi  discorsi;  oltre  che  la  memoria  si confonde talmente nella multiplicità delle cose, che difficilmente posso ricordarmi delle proposizioni che ordinatamente aveva proposte il signor Simplicio da considerarsi. Io  me  ne  ricordo  benissimo;  e  circa  questo  particulare  della  montuosità della Luna, resta ancora in piede la causa che io addussi di tale apparenza, potendosi benissimo salvare con dir ch’ella sia un’illusione procedente dall’esser le parti della Luna inegualmente opache e perspicue. Poco fa, quando il signor Simplicio attribuiva le apparenti inegualità della Luna, conforme all’opinione di certo Peripatetico amico suo, alle parti di essa Luna diversamente opache e perspicue, conforme a che simili illusioni si veggono in cristalli e gemme di più sorti, mi sovvenne una materia molto più accomodata per rappresentar cotali effetti, e tale che credo certo che quel filosofo la pagherebbe qualsivoglia prezo; e queste sono le madreperle, Salviati Simplicio Sagredo 73 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io vi confesso che tutta questa notte sono andato ruminando le cose di ieri, e veramente trovo di molte belle nuove e gagliarde considerazioni; con tutto ciò mi sento stringer assai più dall’autorità di tanti grandi scrittori, ed in particolare... Voi scotete la testa, signor Sagredo, e sogghignate, come se io dicessi qualche grande esorbitanza. Io sogghigno solamente, ma crediatemi ch’io scoppio nel voler far forza di ritener le risa maggiori, perché mi avete fatto sovvenire di un bellissimo caso, al quale io mi trovai presente non sono molti anni, insieme con alcuni altri nobili amici miei, i quali vi potrei ancora nominare. Sarà ben che voi ce lo raccontiate, acciò forse il signor Simplicio non continuasse di creder d’avervi esso mosse le risa. Son contento. Mi trovai un giorno in casa un medico molto stimato in Venezia, dove alcuni per loro studio, ed altri per curiosità, convenivano tal volta a veder qualche taglio di notomia per mano di uno veramente non men dotto che diligente e pratico notomista. Ed accadde quel giorno, che si andava ricercando l’origine e nascimento de i nervi, sopra di che è famosa controversia tra i medici galenisti ed i peripatetici; e mostrando il notomista come, partendosi dal cervello e passando per la nuca, il grandissimo ceppo de i nervi si andava poi distendendo per la spinale e diramandosi per tutto il corpo, e che solo un filo sottilissimo come il refe arrivava al cuore, voltosi ad un gentil uomo ch’egli conosceva per filosofo peripatetico, e per la presenza del quale egli aveva con estraordinaria diligenza scoperto e mostrato il tutto, gli domandò s’ei restava ben pago e sicuro, l’origine de i nervi venir dal cervello e non dal cuore; al quale il filosofo, doppo essere stato alquanto sopra di sé, rispose: “Voi mi avete fatto veder questa cosa talmente aperta e sensata, che quando il testo d’Aristotile non fusse in contrario, che apertamente dice, i nervi nascer dal cuore, bisognerebbe per forza confessarla per vera”. Signori, io voglio che voi sappiate che questa disputa dell’origine de i nervi non è miga così smaltita e decisa come forse alcuno si persuade. Né sarà mai al sicuro, come si abbiano di simili contradittori; ma questo che  voi  dite  non  diminuisce  punto  la  stravaganza  della  risposta  del Peripatetico, il quale contro a così sensata esperienza non produsse altre esperienze o ragioni d’Aristotile, ma la sola autorità ed il puro ipse dixit. Aristotile non si è acquistata sì grande autorità se non per la forza delle sue dimostrazioni e della profondità de i suoi discorsi: ma bisogna intenderlo, e non solamente intenderlo, ma aver tanta gran pratica ne’ suoi libri, che se ne  sia  formata  un’idea  perfettissima,  in  modo  che  ogni  suo  detto  vi  sia sempre innanzi alla mente; perché e’ non ha scritto per il volgo, né si è obligato a infilzare i suoi silogismi col metodo triviale ordinato, anzi, serOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
tuamente sentir dall’oriente, portati con sì rapido corso incontro all’aria? e pur nulla di tale effetto si sente. E‘cci un’altra molto ingegnosa ragione, presa da certa esperienza, ed è tale. Il moto circolare ha facoltà di estrudere, dissipare e scacciar dal suo centro le parti del corpo che si muove, qualunque volta o ‘l moto non sia assai tardo o esse parti non sian molto saldamente  attaccate  insieme;  che  per  ciò,  quando,  verbigrazia,  noi  facessimo velocissimamente girare una di quelle gran ruote dentro le quali caminando uno o dua uomini muovono grandissimi pesi, come la massa delle gran pietre del mangano, o barche cariche che d’un’acqua in un’altra si traghettano strascinandole per terra, quando le parti di essa ruota rapidamente girata non fossero più che saldamente conteste, si dissiperebbero tutte, né, per molto che tenacemente fossero sopra la sua esterior superficie attaccati sassi  o  altre  materie  gravi,  potrebbero  resistere  all’impeto,  che  con  gran violenza le scaglierebbe in diverse parti lontane dalla ruota, ed in conseguenza  dal  suo  centro.  Quando dunque la  Terra  si  movesse  con  tanto  e tanto maggior velocità, qual gravità, qual tenacità di calcine o di smalti, riterrebbe i sassi, le fabbriche e le città intere, che da sì precipitosa vertigine non fusser lanciate verso ‘l cielo? e gli uomini e le fiere, che niente sono attaccati  alla  Terra,  come  resisterebbero  a  un  tanto  impeto?  dove  che, all’opposito, e queste ed assai minori resistenze, di sassetti, di rena, di foglie,  vediamo  quietissimamente  riposarsi  in  Terra,  e  sopra  quella  ridursi cadendo, ancorché con lentissimo moto. Eccovi, signor Simplicio, le ragioni potissime, prese, per così dire, dalle cose terrestri: restano quelle dell’altro genere, cioè quelle che hanno relazione all’apparenze celesti, le quali ragioni tendon veramente più a dimostrar l’esser la Terra nel centro dell’universo, ed a spogliarla in conseguenza delmovimento annuo intorno ad esso, attribuitogli dal Copernico; le quali, come di materia alquanto differente, si potranno produr dopo che averemo esaminata la forza di queste sin qui proposte. Sagredo Che dite, signor Simplicio? parv’egli che ‘l signor Salviati possegga e sappia esplicare  le  ragioni  tolemaiche  e  aristoteliche?  credete  voi  che  nissuno peripatetico sia altrettanto posseditore delle dimostrazioni copernicane? Se non fusse il gran concetto che per i discorsi avuti sin qui mi son formato della saldezza di dottrina del signor Salviati e dell’acutezza d’ingegno del signor Sagredo, io, con lor buona grazia, mi vorrei partire senza più sentir altro, parendomi impossibil cosa che contradir si possa a sì palpabili esperienze, e vorrei senza sentir altro restar nella mia opinione antica, perché mi par che quando bene ella fusse falsa, l’essere appoggiata su tanto verisimili ragioni la renderebbe scusabile: e se queste son fallacie, quali vere dimostrazioni furon mai così belle? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Lo stimerei per privo di discorso affatto. In questo stato è colui che dice che la sfera materiale non tocca un piano, pur materiale, in un punto, perché il dir questo è l’istesso che dire che la sfera  non  è  sfera.  E  che  ciò  sia  vero,  ditemi  in  quello  che  voi  costituite l’essenza della sfera, cioè che cosa è quella che fa differir la sfera da tutti gli altri corpi solidi. Credo che l’essere sfera consista nell’aver tutte le linee rette, prodotte dal suo centro sin alla circonferenza, eguali. Talché  quando  tali  linee  non  fussero  eguali,  quel  tal  solido  non  sarebbe altrimenti una sfera. Signor no. Ditemi appresso, se voi credete che delle molte linee che si posson tirar tra due punti, ve ne possa essere altro che una retta sola. Signor no. Ma voi intendete pure che questa sola retta sarà poi per necessità la brevissima di tutte l’altre. L’intendo, e ne ho anche la dimostrazion chiara, arrecata da un gran filosofo  peripatetico;  e  parmi,  se  ben  mi  ricorda,  ch’ei  la  porti  riprendendo Archimede, che la suppone come nota, potendola dimostrare. Questo sarà stato un gran matematico, avendo potuto dimostrar quel che né seppe né potette dimostrare Archimede; e se ve ne sovvenisse la dimostrazione, la sentirei volentieri, perché mi ricordo benissimo che Archimede ne i libri della sfera e del cilindro mette cotesta proposizione tra i postulati, e tengo per fermo che l’avesse per indimostrabile.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
mancassero della intelligenza e pratica di questi computi, che non penso che dependano dalle più astruse cose del mondo. E ben mi parrà cosa più che miracolosa se, mentre in queste 12 sole indagini ce ne sono di quelle che rendono la stella vicina alla Terra a poche miglia, ed altre che per piccolissimo intervallo la rendono inferiore alla Luna, non se ne trovi alcuna che, a favor della parte avversa, la renda almanco per 20 braccia sopra l’orbe lunare, e, quel che sarà poi più stravagante, che tutti quelli astronomi siano stati così ciechi, che non abbiano scorta una lor fallacia tanto patente. Salviati Cominciate ora a prepararvi l’orecchie a sentir con infinita ammirazione a quali eccessi di confidenza della propria autorità e dell’altrui balordaggine trasporta il desiderio di contradire e mostrarsi più intelligente de gli altri. Tra le indagini tralasciate dall’autore ce nesono di quelle che rendono la stella nuova non pur sopra la Luna, ma sopra le stelle fisse ancora; e queste non son poche, ma la maggior parte, come vedrete in quest’altro foglio, dove io l’ho registrate. Ma che dice l’autore di queste? forse non le ha considerate? Le ha considerate pur troppo, ma dice che le osservazioni sopra le quali i calcoli rendon la stella infinitamente lontana, sono errate, e che non possono tra di loro combinarsi. Oh questa mi par bene una ritirata debole, perché la parte potrà con altrettanta ragione dire che errate siano quelle onde egli sottrae, la stella essere stata nella regione elementare. Oh, signor Simplicio, se mi succedesse di farvi restar capace dell’artifizio, benché non gran cosa artifizioso di questo autore, vorrei destarvi meraviglia ed anco sdegno, mentre scorgeste come egli, palliando la sua sagacità co ‘l velo della vostra semplicità e de gli altri puri filosofi, si vuole insinuare nella vostra grazia co ‘l grattarvi le orecchie e co ‘l gonfiar la vostra ambizione, mostrando d’aver convinti e resi muti questi astronometti che hanno voluto assalire l’inespugnabile inalterabilità del cielo peripatetico, e, quel che è più, ammutitigli e convinti con le lor proprie armi. Io ne voglio fare ogni sforzo; ed intanto il signor Sagredo condoni al signor Simplicio ed a me il tediarlo forse un po’ troppo, mentre con soverchio circuito di parole (soverchio  dico,  alla  sua  velocissima  apprensiva)  anderò  cercando  di  far palese cosa, che è bene che non gli resti ascosa e incognita. Io, non solo senza tedio, ma con gusto, sentirò i vostri discorsi; e così ci potessero intervenire tutti i filosofi peripatetici, acciò potessero comprendere quanto devano restar obbligati a questo lor protettore.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
A, E divengano linee parallele; e venite in conseguenza a comprender perfettamente,  che  quando  il  calcolo  ritraesse  dalle  osservazioni,  tal  angolo esser totalmente nullo o le linee esser veramente parallele, saremmo sicuri l’osservazioni esser, almeno in qualche minimo che, errate; ma quando il calcolo ci desse, le medesime linee essersi disseparate non solamente sino all’equidistanza, cioè sino all’esser parallele, ma aver trapassato oltre al termine, ed essersi allargate più ad alto che a basso, allora bisogna risolutamente concludere, le osservazioni essere state fatte con meno accuratezza, ed in somma essere errate, come quelle che ci conducono ad un manifesto impossibile. Bisogna poi che voi mi crediate, e supponghiate per cosa verissima, che due linee rette che si partono da due punti segnati sopra un’altra retta, allora son più larghe in alto che a basso, quando gli angoli compresi dentro di esse sopra quella retta son maggiori di due angoli retti; e quando questi fussero eguali a due retti, esse linee sarebbero parallele; ma se fussero minori di due retti, le linee sarebbero concorrenti, e prolungate serrerebbero il triangolo indubitabilmente. Simplicio Io, senza prestarvi fede, ne ho scienza, e non son tanto nudo di geometria, ch’io non sappia una proposizione che mille volte ho avuto occasione di leggere in Aristotile, cioè che i tre angoli d’ogni triangolo sono eguali a due retti: talché, s’io piglio nella mia figura il triangolo A B E, posto che la linea E A fusse retta, comprendo benissimo come i suoi tre angoli A, E, B sono eguali a due retti, e che in conseguenza li due soli E, A son minori di due retti tanto quanto è l’angolo B; onde allargando le linee A B, E B (ritenendole però ferme ne’ punti A, E) sin che l’angolo contenuto da esse verso le parti B svanisca, li due da basso resteranno eguali a due retti, ed esse linee saranno ridotte all’esser parallele; e se si seguitasse di slargarle più, gli angoli a i punti E, A diverrebbero maggiori di due retti. Voi  sete  un  Archimede,  e  mi  avete  liberato  dallo  spender  più  parole  in dichiararvi, come tuttavolta che da i calcoli si cavasse li due angoli A, E esser maggiori di due retti, l’osservazioni senz’altro vengono ad essere errate.  Quest’è  quel  tanto  ch’io  desideravo  che  voi  capiste  perfettamente,  e ch’io dubitavo di non aver a poter dichiarar in modo che un puro filosofo peripatetico ne acquistasse sicura intelligenza. Ora seguitiamo quel che resta. E ripigliando quello che poco fa mi concedeste, cioè, che non potendo esser la stella nuova in più luoghi, ma in un solo, tuttavoltaché i calcoli fatti sopra le osservazioni di questi astronomi non ce la rendono nel medesimo luogo, è forza che sia errore nelle osservazioni, cioè o nel prender l’altezze polari, o nel prender l’elevazioni della stella, o nell’una e nell’altra operazione; ora, perché nellemolte indagini, fatte con le combinazioni a due a due
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  terza � re, qual si sia nuova proposizione o problema, benché non solamente non sia stato confutato, ma né pure esaminato né considerato, da i loro autori: de’ quali uno è questo, di investigare qual sia la vera, propria, primaria, interna e general materia e sustanza di questo nostro globo terrestre; che, benché né ad Aristotile né ad altri, prima che al Gilberto, sia caduto in mente  di  pensare  se  possa  esser  calamita,  non  che  né  Aristotile  né  altri abbiano confutata una tale opinione, tuttavia mi son io incontrato in molti che al primo motto di questo, quasi cavallo che adombri, si sono ritirati in dietro e sfuggito di trattarne, spacciando un tal concetto per una vana chimera,  anzi  per  una  solenne  pazzia;  e  forse  il  libro  del  Gilberto  non  mi sarebbe venuto nelle mani, se un filosofo peripatetico di gran nome, credo per assicurar la sua libreria dal contagio, non me n’avesse fatto dono. Simplicio Io, che liberamente confesso essere stato uno de gl’ingegni comuni, e solamente da questi pochi giorni in qua, che mi è stato conceduto d’intervenire a i ragionamenti vostri, conosco di essermi alquanto sequestrato dalle strade trite e popolari, non però mi sento per ancora sollevato tanto, che le scabrosità di questa nuova fantastica opinione non mi sembrino molto ardue e difficili da superarsi. Se quello che scrive il Gilberti è vero, non è opinione, ma suggetto di scienza; non è cosa nuova, ma antichissima quanto la Terra stessa; né potrà (essendo vera) esser aspra né difficile, ma piana ed agevolissima; ed io, quando vi piaccia, vi farò toccar con mano come voi da per voi stesso vi fate ombra, ed avete in orrore cosa che nulla tiene in sé di spaventoso, quasi piccolo fanciullo che ha paura della tregenda senza sapere di lei altro che il nome, come quella che oltre al nome non è nulla. Avrò piacere d’esser illuminato e tratto d’errore. Rispondetemi dunque alle domande ch’io vi farò. E prima, ditemi se voi credete che questo nostro globo, che noi abitiamo e nominiamo Terra, consti di una sola e semplice materia, o pur sia un aggregato di materie diverse tra di loro. Io  lo  veggo  composto  di  sustanze  e  corpi  molto  diversi;  e  prima,  per  le maggiori parti componenti, veggo l’acqua e la terra, sommamente tra di loro differenti. Lasciamo  da  parte  per  ora  i  mari  e  l’altr’acque,  e  consideriamo  le  parti solide; e ditemi s’elle vi paiono tutte una cosa stessa, o pur cose diverse. Quanto all’apparenza, io le veggo diverse, trovandosi grandissime campagne  di  infeconda  arena,  ed  altre  di  terreni  fecondi  e  fruttiferi,  veggonsi
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
‘l Sole. Il terzo periodo è annuo, e mostra depender dal Sole, alterando pur solamente i movimenti diurni, con rendergli, ne’ tempi de’ solstizii, diversi, quanto alla grandezza, da quel che sono ne gli equinozii. Parleremo  prima  del  periodo  diurno,  come  quello  che  è  il  principale,  e sopra ‘l quale par che secondariamente esercitino loro azione la Luna e ‘l Sole, con loro mestrue ed annue alterazioni. Tre diversità si osservano in queste mutazioni orarie: imperocché in alcuni luoghi le acque si alzano ed abbassano, senza far moto progressivo; in altri, senza alzarsi né abbassarsi, si muovono or verso levante ed or ricorrono verso ponente; ed in altri variano l’altezze e variano il corso ancora, come accade qui in Venezia, dove l’acque entrando alzano, e nell’uscire abbassano: e questo fanno all’estremità delle lunghezze de i golfi che si distendono da occidente in oriente e terminano in ispiagge, sopra le quali l’acqua nell’alzarsi ha campo di potersi spargere; che quando il corso gli fusse intercetto da montagne o argini molto rilevati, quivi  si  alzerebbero  ed  abbasserebbero  senza  moto  progressivo.  Corrono poi e ricorrono, senza mutare altezza, nelle parti di mezzo, come accade notabilissimamente nel Faro di Messina tra Scilla e Cariddi, dove le correnti, per la strettezza del canale, sono velocissime; ma ne i mari più aperti e intorno all’isole di mezo, come sono le Baleariche, la Corsica, la Sardigna, l’Elba, la Sicilia verso la parte di Affrica, Malta, Candia etc., le mutazioni di altezza sono piccolissime, ma ben notabili le correnti, e massime dove il mare tra l’isole, o tra esse e ‘l continente, si ristrigne. Ora, questi soli effetti veraci e certi, quando altro non si vedesse, parmi che assai probabilmente persuadano, a chiunque voglia star dentro a i termini naturali,  a  conceder  la  mobilità  della  Terra;  imperocché  ritener  fermo  il vaso  del  Mediterraneo,  e  far  che  l’acqua,  che  in  esso  si  contiene,  faccia questo che fa, supera la mia immaginazione, e forse quella di ogn’altro che oltre alla scorza s’internerà in tale specolazione. Simplicio Questi accidenti, signor Salviati, non cominciano adesso; sono antichissimi, e stati osservati da infiniti, e molti si sono ingegnati di renderne chi una e  chi  un’altra  ragione;  e  non  è  molte  miglia  lontano  di  qui  un  gran Peripatetico, che ne adduce una causa nuovamente espiscata da certo testo di Aristotile, non bene avvertito da’ suoi interpreti, dal qual testo ei raccoglie,  la  vera  causa  di  questi  movimenti  non  derivar  d’altronde  che  dalle diverse profondità de’ mari: imperocché l’acque delle più alte profondità, essendo maggiori in copia, e per ciò più gravi, discacciano l’acque de’ minor fondi, le quali poi, sollevate, voglion descendere; e da questo continuo combattimento deriva il flusso e reflusso. Quelli poi che referiscon ciò alla Luna, son molti dicendo che ella ha particolar dominio sopra l’acqua: ed ultimamente certo prelato ha pubblicato un trattatello, dove dice che la
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Di grazia, signor Simplicio, non ce ne riferite più, che non mi pare che metta conto di consumare il tempo nel referirle, né meno le parole per confutarle; e voi, quando ad alcuna di queste o simili leggerezze prestaste l’assenso, fareste torto al vostro giudizio, che pur lo conosciamo per molto purgato. Io, che sono un poco più flemmatico di voi signor Sagredo, spenderò pur cinquanta parole in grazia del signor Simplicio, se forse egli stimasse, nelle cose da lui raccontate ritrovarsi qualche probabilità. Dico per tanto: L’acque,  signor  Simplicio,  che  hanno  più  alta  la  loro  superficie  esteriore, discacciano quelle che gli sono inferiori e più basse; ma ciò non fanno già le più alte di profondità; e le più alte, scacciate che hanno le piùbasse, in breve si quietano e si librano. Bisogna che questo vostro Peripatetico creda che tutti i laghi del mondo che stanno in quiete, e tutti i mari dove il flusso e reflusso è insensibile, abbiano i letti loro egualissimi; ed io era sì semplice, che mi persuadevo che, quando altro scandaglio non ci fusse, l’isole, che sopravanzano sopra l’acque, fussero assai manifesto indizio dell’inegualità de i fondi. A quel prelato potreste dire che la Luna scorre ogni giorno sopra tutto  ‘l  Mediterraneo,  né  però  si  sollevano  le  acque  salvo  che  nelle  sue estremità  orientali  e  qui  a  noi  in  Venezia.  A  quelli  del  calor  temperato, potente a far rigonfiar l’acqua, dite che pongano il fuoco sotto di una caldaia piena d’acqua, e che vi tengan dentro la man destra sin che l’acqua per il caldo si sollevi un sol dito, e poi la cavino, e scrivano del rigonfiamento del mare; o dimandategli almeno che vi insegnino come fa la Luna a rarefar certa parte dell’acque e non il rimanente, come dir queste qui di Venezia, e non quelle d’Ancona, di Napoli o di Genova. E` forza dire che gl’ingegni poetici sieno di due spezie: alcuni, destri ed atti ad inventar le favole; ed altri, disposti ed accomodati a crederle. Io non penso che alcuno creda le favole mentre che per tali le conosce: e delle opinioni intorno alle cagioni del flusso e reflusso, che son molte, perché  so  che  di  un  effetto  una  sola  è  la  cagione  primaria  e  vera,  intendo benissimo e son sicuro che una sola al più potrebbe esser vera, ma tutto il
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Testimoni, essaminatori della nolana sufficienza. At, me hercle, perché avete detto, Teofilo, che il numero binario è misterioso? Perché due sono le prime coordinazioni, come dice Pitagora, finito ed infinito, curvo e retto, destro e sinistro, e va discorrendo. Due sono le spezie di numeri, pare ed ìmpare, de’ quali l’una è maschio, l’altra è femina. Doi sono gli Cupidi, superiore e divino, inferiore e volgare. Doi sono gli atti della vita, cognizione ed affetto. Doi sono gli oggetti di quelli, il vero ed il bene. Due sono le specie di moti: retto, con il quale i corpi tendeno alla conservazione, e circulare, col quale si conservano. Doi son gli principii essenziali de le cose, la materia e la forma. Due le specifiche differenze della  sustanza,  raro  e  denso,  semplice  e  misto.  Doi  primi  contrarii  ed attivi principii, il caldo e il freddo. Doi primi parenti de le cose naturali, il sole e la terra. Conforme al proposito di que’ prefati doi, farò un’altra scala del binario. Le bestie entrorno ne l’arca, a due a due; ne uscirono ancora a due a due. Doi sono i corifei di segni celesti: Aries e Taurus. Due sono le specie di nolite fieri: cavallo e mulo. Doi son gli animali ad imagine e similitudine de l’uomo: la scimia in terra, e ‘l barbagianni in cielo. Due sono le false ed onorate reliquie di Firenze in questa patria: i denti di Sassetto e la barba di Pietruccio. Doi sono gli animali, che disse il profeta aver più intelletto, ch’il popolo d’Israele: il bove perché conosce il suo possessore, e l’asino perché sa trovar il  presepio  del  padrone.  Doi  furono  le  misteriose  cavalcature  del  nostro redentore, che significano il suo antico credente ebreo ed il novello gentile: l’asina e il pullo. Doi sono da questi li nomi derivativi, ch’han formate le dizioni titulari al secretario d’Augusto: Asinio e Pullione. Doi sono i geni degli  asini:  domestico  e  salvatico.  Doi  i  lor  più  ordinarii  colori:biggio  e morello. Due sono le piramidi, nelle qualidenno esser scritti e dedicati all’eternità i nomi di questi doi ed altri simili dottori: la destra orecchia del caval di Sileno, e la sinistra de l’antagonista del dio degli orti. Optimae indolis ingenium, enumeratio minime contemnenda! Io mi glorio, messer Prudenzio mio, perché voi approvate il mio discorso, che sete più prudente che l’istessa prudenzia, perciò che sete la prudentia masculini generis. Neque id sine lepore et gratia. Orsù, isthaec mittamus encomia. Sedeamus, quia, ut ait Peripateticorum princeps, sedendo et quiescendo sapimus; e cossì, insino al tramontar del sole, protelaremo il nostro tetralogo circa il successo del colloquio del Nolano col dottor Torquato e il dottor Nundinio. Vorrei sapere quel che volete intendere per quel tretalogo.
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
Sii  come  la  si  vuole,  io  non  voglio  discostarmi  dal  parer  de  gli  antichi, perché, dice il saggio, nell’antiquità è la sapienza. E soggionge: in molti anni la prudenza. Si voi intendeste bene quel che dite, vedreste, che dal vostro fondamento s’inferisce il contrario di quel che pensate: voglio dire, che noi siamo più vecchi ed abbiamo più lunga età, che i nostri predecessori: intendo, per quel che appartiene in certi giudizii, come in proposito. Non ha possuto essere sì maturo il giodicio d’Eudosso, che visse poco dopo la rinascente astronomia, se pur in esso non rinacque come quello di Calippo, che visse trent’anni dopola morte d’Alessandro magno; il quale come giunse anniad anni, possea giongere ancora osservanze ad osservanze. Ipparco, per la medesma raggione, dovea saperne più di Calippo, perché vedde la mutazione fatta sino a centononantasei anni dopo la morte d’Alessandro. Menelao, romano geometra, perché vedde la differenza  de  moto  quatrocentosessantadui  anni  dopo  Alessandro  morto,  è raggione che n’intendesse più ch’Ipparco. Più ne dovea vedere Macometto Aracense milleducento e dui anni dopo quella. Più n’ha veduto il Copernico  quasi  a  nostri  tempi  appresso  la  medesma  anni milleottocentoquarantanove. Ma che di questi alcuni, che son stati appresso,  non  siino  però  stati  più  accorti,  che  quei  che  furon  prima,  e  che  la moltitudine di que’ che sono a nostri tempi, non ha però più sale, questo accade per ciò che quelli non vissero, e questi non vivono gli anni altrui, e, quel che è peggio, vissero morti quelli e questi ne gli anni proprii. Dite  quel  che  vi  piace,  tiratela  a  vostro  bel  piacer  dove  vi  pare:  io  sono amico de l’antiquità; e quanto appartiene a le vostre opinioni o paradossi, non credo che sì molti e sì saggi sien stati ignoranti, come pensate voi ed altri amici di novità. Bene, maestro Prudenzio; si questa volgare e vostra opinione per tanto è vera in quanto che è antica, certo era falsa quando la fu nova. Prima che fusse  questa  filosofia  conforme  al  vostro  cervello,  fu  quella  degli  caldei, egizii, maghi, orfici, pitagorici ed altri di prima memoria, conforme al nostro  capo;  da’  quali  prima  si  ribbellorno  questi  insensati  e  vani  logici  e matematici, nemici non tanto de la antiquità, quanto alieni da la verità. Poniamo dunque da canto la raggione de l’antico e novo, atteso che non è cosa nova che non possa esser vecchia, e non è cosa vecchia che non sii stata nova, come ben notò il vostro Aristotele. S’io non parlo, scoppiarò, creparò certo. Avete detto il vostro Aristotele, parlando a mastro Prudenzio. Sapete, come intendo, che Aristotele sii suo, idest lui sii peripatetico? (Di grazia, facciamo questo poco di digressione per  modo  di  parentesi).  Come  di  dui  ciechi  mendichi  a  la  porta  de Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
l’arcivescovato di Napoli l’uno se diceva guelfo e l’altro ghibellino; e con questo si cominciorno sì crudamente a toccar l’un l’altro con que’ bastoni ch’aveano, che, si non fussero stati divisi, non so come sarebbe passato il negozio. In questo se gli accosta un uom da bene, e li disse: — Venite qua, tu e tu, orbo mascalzone: che cosa è guelfo? che cosa è ghibellino? che vuol dir esser guelfo ed esser ghibellino? — In verità, l’uno non seppe punto che rispondere, né che dire. L’altro si risolse dicendo: — Il signor Pietro Costanzo, che è mio padrone, ed al quale io voglio molto bene, è un ghibellino. — Cossì  a  punto  molti  sono  peripatetici,  che  si  adirano,  se  scaldano  e s’imbraggiano per Aristotele, voglion defendere la dottrina d’Aristotele, son inimici de que’ che non sono amici d’Aristotele, voglion vivere e morire per Aristotele; i quali non intendono né anche quel che significano i titoli de’ libri d’Aristotele. Se volete ch’io ve ne dimostri uno, ecco costui, al quale avete detto il vostro Aristotele, e che a volte a volte ti sfodra un Aristoteles noster, Peripateticorum princeps, un Plato noster, et ultra. Prudenzio Teofilo Smitho Teofilo Io fo poco conto del vostro conto, niente istimo la vostra stima. Di grazia, non interrompete più il nostro discorso. Seguite, signor Teofilo. Notò, dico, il vostro Aristotele, che, come è la vicissitudine de l’altre cose, cossì non meno de le opinioni ed effetti diversi: però tanto è aver riguardo alle filosofie per le loro antiquità, quanto voler decidere se fu prima il giorno o la notte. Quello dunque, al che doviamo fissar l’occhio de la considerazione, è si noi siamo nel giorno, e la luce de la verità è sopra il nostro orizonte, overo in quello degli aversarii nostri antipodi; si siamo noi in tenebre, over essi: ed in conclusione, si noi, che damo principio a rinovar l’antica filosofia, siamo ne la mattina per dar fine a la notte, o pur ne la sera per donar fine al giorno. E questo certamente non è difficile a determinarsi, anco giudicando a la grossa da’ frutti de l’una e l’altra specie di contemplazione. Or veggiamo la differenza tra quelli e questi. Quelli nel viver temperati, ne la medicina esperti, ne la contemplazione giudiziosi, ne la divinazione singolari, ne la magia miracolosi, ne le superstizioni providi, ne le leggi osservanti, ne la moralità irreprensibili, ne la teologia divini, in tutti effetti eroici; come ne mostrano lor prolongate vite, i meno infermi corpi, l’invenzioni altissime, le adempite pronosticazioni, le sustanze per lor opra transformate, il convitto pacifico de que’ popoli, gli lor sacramenti inviolabili, l’essecuzione giustissime, la familiarità de buone e protettrici intelligenze ed i vestigii, ch’ancora durano, de lor maravigliose prodezze. Questi altri contrarii lascio essaminargli al giudizio de chi n’ha. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
avolgendo ne le cose scritte da Platone e quasi per le sue vestigia medesime, nondimeno  ciò  m’aviene  più  tosto  per  vaghezza  de  l’eloquenzia  che  per amor de la sapienzia. D.C. Se difendete così bene l’opinioni non vostre, il contrastar con esso voi ne le vostre  medeseme  niente  monterebbe.  Ma  ditemi,  vi  prego,  se  fra  tante conchiusioni ve ne sia alcuna ne la quale parliate e scriviate a vostro senno, o pur in tutte contra il vostro piacer medesimo avete voluto quistionare. Io, sì come colui ch’aveva alcune volte sentito le pungenti sollecitudini d’amore, avrei manifestata e difesa la mia opinione, se mi fosse stato conceduto; ma, avedendomi di non poter ragionare in grado, seguii l’altrui autorità: nondimeno in alcune poche cose scrissi quel che mi pareva, e in quelle volli esser peripatetico anzi che no, sì veramente ch’io potessi accordare insieme Platone con Aristotele, i quali sono alcuna fiata concordi, ma il più volte contrari: ma più nel suono de le parole che ne la verità de la sentenza. Manifestateci adunque la vostra opinione, poiché questa sarà impugnata dal signor Paulo. Non da me, ma più tosto dagli altri, i quali non ricuseranno di far prova del propio ingegno e de la propia scienza. Non vogliate far di me nuova esperienza, né procurar ch’io sia quasi un segno  a  le  saette  de  la  dialletticafaretra,  le  quali  il  signor  Sanminiato  sa adoperare. Non potrete partirvi senza manifestarci il vostro parere. Dunque per timor di violenza debbo più tosto far prova de la debilezza del mio ingegno; non vi negherò d’avere scritta la mia propia opinione in quella conclusione: “Amore non presuporre l’elezione, né però seguire che si conceda il destino, ma presupporre necessariamente similitudine fra l’amante e l’amata”. Ecco  il  segno  degli  acuti  sillogismi:  in  questo,  signor  Paulo,  dimostrate l’artificio del saettare. Il mio parere, o ‘l dubbio, manifesterò più tosto che l’artificio del quistionare, del qual son privo: e parlo anzi per natural che per dialettico ammaestramento. Ma mi parve nondimeno sempre vera e indubitata quella proposizione, che di ciascuna cosa s’affermi o si nieghi necessariamente la verità, e che ne la contradizione non vi sia alcun mezzo, come volle Protagora: dico adunque ch’ogni amore è con elezione o senza elezione, e che l’amore del qual voi parlate conviene che sia ne l’un modo o ne l’altro.
Il Cataneo overo de le conclusioni amorose di Torquato Tasso
Altri è stato felice ne la servitù: laonde potrebbe l’amore esser felice ne la servitù de la donna amata ed esser mezzo fra l’amante e l’amata, ne la qual fosse riposto il fine de la nostra beatitudine. E in questa guisa la natura demonica sarebbe men nobile de l’umana, la qual, parlando come platonico filosofo, è superiore a l’ordine de gli eroi; ma  s’io  volessi  difender  questa  conclusione  come  peripatetico,  direi  con Alessandro Afrodiseo ch’il propio demone est mos uniuscuiusque. Nondimeno i nostri costumi hanno altro oggetto per fine che ‘l piacere d’una donna; e  torto  si  farebbe  a  la  nostra  felicità,  se,  cacciandola  da  l’azione  o  da  la contemplazione quasi da propio seggio, si riponesse ne gli occhi o nel seno d’una bella e delicata giovine; e quantunque ella sia il piacere o nel piacere almeno collocata, come piacque ad Eudosso, ad Epicuro, a Metrodoro e a quel Torquato del quale io porto il nome, nondimeno ella sarebbe nel piacere d’operare virtuosamente o del contemplare le cose divine e immortali. Voi sete troppo severo: laonde io credo ch’amareste la vostra donna, s’ella fosse mezzo a qualch’azione o qualche contemplazione da voi designata; ma volendola per mezzo, la vorreste per serva per quello irrepugnabile argomento ch’adduceste pur dianzi, e per consequente l’amareste infelice; ma per mia opinione non si può amarla e desiderarle infelicità. Tu non credevi ch’io loico fossi. Né serva né infelice desidero la mia donna, o quella a la quale si concede questo nome; ma amo meglio di vederla libera che d’aver signoria ne la sua volontà, se ciò fosse possibile in modo alcuno. Ma s’ella fosse libera e liberatrice ancora, potrebbe liberare i miseri amanti da la tirrannide amorosa e da qual altra si sia: e sarebbe in ciò somigliante quel divino amore il qual non è nostra passione, non demone, ma divina sostanza. Io non m’acqueto ne le vostre risposte; e poiché la cortesia non ha luogo, vagliami la ragione in vece d’autorità. Dico adunque ch’ogni amore, o sia per elezione o per volontà, è per destino: perché non è alcuna causa inferiore la qual non dipenda, a guisa d’anello ne la catena, da le cagioni superiori; ma la nostra volontà e l’elezione similmente, essendo cagioni inferiori, deono dependere da causa superiore com’è il destino. Le cause inferiori deono dipendere da le superiori, e forse non da tutte le superiori ma d’alcuna d’esse; ma ch’il destino sia causa superiore a la volontà, può esser da me revocato in dubbio: e quantunque ella fosse, non è sola causa  superiore,  perché  ce  ne  son  de  l’altre  da  le  quali  può  dipender  la volontà: e di ciò sono io assai securo.
Il Cataneo overo de le conclusioni amorose di Torquato Tasso