pedante

[pe-dàn-te]
pl. -ti
In sintesi
ligio, pignolo, scrupoloso; presunzione inconsistente

A
agg.

1
spreg. Che è grettamente e puntigliosamente ligio alle regole, privilegiando più la forma che la sostanza: un maestro p. fino al ridicolo || estens. Che si dimostra esageratamente rigido, minuzioso, cavilloso in tutto ciò che fa SIN. pignolo
2
Che scrive imitando dei modelli, spec. classici, in modo pedissequo: un poeta p.

B
s.m.
(anche f. nei sign. 1 e 2; solo m. sing. nel sign. 3)

1
spreg. Persona eccessivamente ligia alle regole, spec. caratterizzata da ristrettezza di idee e superficialità, che agisce con rigoroso formalismo e si mostra sempre pronta a sottolineare e correggere gli errori altrui con ostentata superiorità
2
spreg. Imitatore pedissequo, spec. dei classici
3
raro Pedanteria
4
ant. Precettore, istitutore ‖ dim. pedantìno; pedantèllo; pedantùccio; pedantùzzo || accr. pedantóne || pegg. pedantàccio

Citazioni
sommi poeti sono per lo più tratte dalle cose campestri; ma i romantici con altrettanto studio s’ingegnano di cavarle dalle cose cittadinesche, e dai costumi e dagli accidenti e dalle diverse condizioni della vita civile, e dalle arti e dai mestieri e dalle scienze e fino dalla metafisica, e fino (quando pare che la similitudine debba fare in certo modo più chiara la cosa assomigliata) arrivano a paragonare oggetti visibili a questo o a quell’arcano del cuore o della mente nostra; perché in sostanza è più chiaro del sole che i nostri cercano a tutto potere il primitivo, anche trattando cose moderne, e i romantici a tutto potere il moderno, anche trattando cose primitive o antiche. Laonde le similitudini di questi tali, e parimente di quasi tutti i poeti inglesi e tedeschi, nella gente che noi chiamiamo di buon gusto, cioè naturale, fanno per la più parte un senso come grossolano così spiacevolissimo, che mentre ella leggendo s’aspetta e desidera di scordarsi dell’incivilimento, a ogni tratto se lo vede ficcare avanti agli occhi; giacché presso quei poeti che ho detto, in cambio di montagne e foreste e campi e spighe e fiori ed erbe e fiumi e animali e venti e nuvole, troverete del continuo castelli e torri e cupole e logge e chiese e monasteri e appartamenti e drappi e cannocchiali e strumenti manifatture officine d’ogni sorta, e cose simili. Che ve ne pare o Lettori? non è un bel cambio questo? non vedete che sono stufi dei vezzi celesti della natura, e cercano vezzi terreni? non vedete che quei diletti che non trovano più o dicono di non trovare nelle opere di Dio e nelle bellezze universali e perpetue, e che chiamano da bisavoli, gli accattano dalle particolari e caduche, e dalla moda  e  dalle  fatture  degli  uomini?  e  in  somma  non  vedete manifestissimamente che noi schiavi noi pedanti noi matti amici dell’arte, siamo i veri e propri amici e partigiani della natura, e questi liberi questi savi questi amici della sola natura, sono assolutamente gli amici e i fautori e gl’imitatori dell’arte? E benché questo sarebbe il luogo di commuoversi e di gridare, - Ecco il genere di poesia che vi manca, o Italiani: di queste cose siete detti poveri e ignoranti: queste ricchezze vi promette chi dice di volervi rigenerare e risuscitare: a questi studi siete esortati e incitati e stimolati; tuttavia mi conterrò, né sopporterò che il dolore, e la miseria dell’argomento mi distacchi dalla modestia che si conviene a questo discorso non altrimenti che a me. Diranno che quelle tali similitudini, e in genere la poesia romantica diletta soprammodo un  infinito  numero  di  persone.  E  dove  bisognerebbe  urlare,  risponderò posatamente. Tre cose fra le altre cagionano questo diletto. Prima la corru-
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
zione dei gusti, la quale come regna in molti poeti, così parimente in molti lettori; e in genere, come le fantasie de’ poeti sono impastoiate, e avvezze e domestiche alla tirannia degl’intelletti, così anche le fantasie de’ lettori, e come quelle per la maggior parte non sanno più dilettare come debbono, così queste non sanno come una volta essere dilettate. E che perciò? Non parvero un tempo Seneca e Plinio più dilettevoli di Cicerone? Lucano più di Virgilio? E quelle incredibili stravaganze del seicento non piacquero in tutta quanta l’Italia? E uno de’ pochi sani, a chi gli avesse allegato il consenso degli uomini in favore di quella barbarie, non avrebbe risposto allora questo medesimo che rispondo io presentemente? e se fosse stato deriso, chi de’ due avrebbe avuto ragione? il deriso o i derisori? E primieramente, posto che il genio alla poesia romantica sia tanto divulgato e potente in Europa, quanto fu il genio alle pazzie del seicento in Italia, e soprattutto che qualunque è dilettato dai romantici non possa essere dilettato dai nostri, domando che cosa debbano fare quando il gusto sia magagnato e cattiva e torta la via tenuta dalla moltitudine, quei poeti e quegli scrittori che conoscono tutto questo, e sono immuni dalla corruttela. Sto a vedere che per iscriver cose da contemporanei, non da bisavoli, dovranno adattarsi alla depravazione e comporre piuttosto da barbari che da vecchi, e che nel seicento, come faceva benissimo l’Achillini quando esclamava, Sudate, o fochi, a preparar metalli, così operava pessimamente il Menzini, quando e fuggiva con ogni studio quello che il suo tempo cercava, e deridendo la goffaggine di quel gusto, scriveva fra l’altre cose: Via cominciam; CO ‘L FULMINE TREMENDO MANDÒ IN PEZZI DI FLEGRA LA MONTAGNA, E ‘L BARATRO A’ GIGANTI APERSE ORRENDO GIOVE, CHE SPUNTA ANCOR CON LE CALCAGNA. DELL’AUREE STELLE I SOLIDI ADAMANTI CHE SON CERCHI A CUI ‘ L CIEL FA DI LAVAGNA . O che bel fraseggiare! o che galanti Pensieri! Aspetto ancor che sien le stelle A forza d’armonia palei rotanti. Sto a vedere che si portarono pedantescamente e da sciocchi il Gravina e il Maffei e gli altri che coll’opera e cogli scritti loro cacciarono finalmente 19 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
e volgarità della quale non è maraviglia che prevalga la novità e singolarità di un’altra; che del resto la facoltà di trovare e di far cose nuove non mancherà fuorché insieme colla natura ai poeti che adopreranno quella stessa maniera antica, vale a dire agl’imitatori della natura. E quanto alla poesia romantica, facciamo ch’ella pigli piede, e si propaghi, e diventi, ch’è impossibile, così conosciuta e trita e volgare com’è la nostra presentemente: allora si vedrà che cosa ella possa per se medesima senza la novità: quando quel vocabolario di frasi e descrizioni e altre tali cose, che adesso perch’è nuovo o raro, sveglia tante immagini e tanti moti, fatto vecchio e comune, non isveglierà più niente, si vedrà quanta parte di quel gran diletto, di quella gran forza dei romantici venisse dalle proprietà, non sostanziali né intrinseche, ma estrinseche e casuali della poesia loro: né ci vuole troppo tempo né troppo uso perché questo succeda, né tanto quanto n’è bisognato proporzionatamente per la poesia nostra; che lo stagno non pena tanto a logorarsi quanto l’acciaio: nondimeno tolga Iddio ch’il mio detto sia confermato dall’esperienza, e che la poesia romantica sia rovinata dall’uso: e quando io credessi che questa mia scrittura dovesse giungere ai posteri, come so che non giungerà, vorrei più tosto che dubitassero se ciò che ho detto sia vero, di quello che mi lodassero come profeta, giacch’è meglio che molti dubitino, di quello che quasi tutti sieno corrotti, e che un secolo disputi, di quello che un mezzo secolo sia barbaro. Ora poiché la poesia, come tutte le cose di questo mondo, a forza d’uso si snerva, che rimedio ci troverà questo nostro tempo scopritore e ritrovatore? Stimo che acciocch’ella mantenga sempre quell’efficacia che proviene dalla novità, bisogni mutar foggia di quando in quando, e come adesso, in luogo dell’antica, buona per li pedanti, e disadatta al tempo nostro, abbiamo la romantica, così quando questa sarà tanto o quanto appassita, se ne debba mettere in sua vece un’altra, e dopo un’altra, e così di mano in mano. Che andiamo noi cercando bellezze eterne e immutabili? Qualunque cosa non si muta, qualunque dura sempre, non fa per la poesia: questa vuol cose caduche, cose che si rinnuovino, cose che passino: abbia anch’ella le sue mode, diventi leggera per esser sempre gagliarda; duri ciascuna foggia quanto può durare una moda: nella fama de’ poeti non fo variazione: duri a un di presso quanto dura presentemente: spero che si potranno stampare i giornaletti a posta, colle mostre di ciascheduna poesia che andrà venendo in usanza, come adesso si stampano quelli delle altre mode colle loro figurine. Queste paiono burle, o Lettori; pur voi sapete e vedete quanto poco sieno lontane
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
dal fatto. Ma lasciamo queste fanciullaggini. La novità o singolarità che cagiona principalmente l’efficacia e il diletto della poesia romantica, non è già quella degli oggetti, ma quella dell’imitazione, la quale può essere singolare in due modi, e per le forme sue proprie, cioè se il poeta imiti in qualche maniera straordinaria, e per gli oggetti, cioè se il poeta imiti qualche oggetto o parte di oggetto che non soglia essere imitata nella poesia. E notate, o Lettori, che anche questa seconda singolarità è propria veramente dell’imitazione e non degli oggetti, stante ch’io non ho detto che questi debbano essere singolari, ma poco imitati. Anzi una delle cose che aiutano massimamente la poesia romantica oltre alle tre considerate finora, è che moltissimi degli oggetti ch’ella imita, sono per noi comuni e presenti, e ci stanno o ci passano tutto giorno avanti agli occhi; dico segnatamente le cose cittadinesche e le usanze del tempo nostro. Imperocché allora è grandissima l’efficacia della poesia, quando l’imitazione è rara, l’oggetto comune. E dico l’imitazione rara nell’uno dei modi specificati qui sopra, o in tutti e due. Quest’è una verità manifesta e notabilissima, che si dimostrerebbe facilmente e chiaramente se ci occorresse altra prova che l’esperienza di ciascheduno, e da cui si possono  derivare  molte  e  gravissime  osservazioni  intorno  alla  poesia,  né pedantesche né romantiche, i quali due generi sono assai meno discordi, anzi assai meno dissimili che non pare. E da questo si comprende quanto sia scaduta la condizione della poesia da quello ch’era anticamente; dico di quella poesia ch’eseguisce l’ufficio suo, che imita la natura e non l’arte, e perché col tempo l’arte in moltissime cose ha prevaluto alla natura, perciò quanto alla maniera è primitiva e non moderna. Ora l’efficacia di questa poesia che sola è propriamente poesia, la doveano sentire gli antichi meglio di noi, come sappiamo che facevano, imperocché un tempo furono affatto ordinari in essa tutti e due quegl’inestimabili accidenti, la rarità dell’imitazione e la familiarità degli oggetti, le quali cose sono poi venute scemando l’una e l’altra. E quanto alla prima, ognuno vede che quando pochi poeti aveano cantato e cantavano, e le forme particolari e minute dell’imitazione doveano essere in grandissima parte rare anzi nuove, e di oggetti o parti d’oggetti non ancora o poche volte imitati ci doveva essere grande abbondanza: lascio che la poesia per se medesima essendo sempre rara, doveva anche sempre essere per questo verso più efficace. Tutto questo proporzionatamente va detto altresì di quei tempi meno remoti, i quali contuttoch’avessero buona quantità di poeti passati e presenti, nondimeno le orecchie non erano così piene di poesia come le
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
legge l’Avarchide dell’Alamanni perch’è un’immagine fedelissima dell’Iliade? Ma l’avere queste cose in dispregio, e il ricercare quelle che ho dette più sopra, non ce l’hanno insegnato i romantici. Non hanno insegnato i romantici al Parini che si aprisse una nuova strada, al Metastasio e all’Alfieri che non somigliassero il Rucellai lo Speroni il Giraldi il Gravina, al Monti che non imitasse Dante ma l’emulasse. Sappiano i nuovi filosofi che oramai lo scagliarsi contro i pedanti è verissima e formale pedanteria, che o non essendoci più pedanti, o se ci sono non potendo più nulla, e il tartassargli essendo vano, perché ad essi non giova, agli altri non occorre, o le voci o le risa dei savi si volgeranno contro i successori de’ pedanti che sono i romantici, non per giovare a loro, che anche questo è impossibile, ma per rispetto degli altri, quantunque il bisogno sia poco; sappiano che la pedanteria non ha per natura d’essere quanto agli oggetti del suo culto o greca o latina o italiana soltanto, ma può essere, come in fatti è presentemente, inglese tedesca europea mondiale; ch’è del pari pedantesco l’abborrire ciecamente uno scrittore, e l’amarlo ciecamente; ch’è molto più pazzo e intollerabile il dispregiare uno scrittore insigne e venerato da tutto il mondo, che non l’adorarlo; si vergognino d’esser pronti a lodare chiunque citi in materia di poesia lo Schlegel il Lessing la Staël, e di schernire chi cita Aristotele Orazio Quintiliano; avvertano che se altri ride e se essi ridono di amplificazione di prosopopea di metonimia di protasi di epitasi e cose tali, non si sa perché non s’abbia da ridere di analogia di... e di idee che armonizzano insieme, e d’altre inarmoniche, e d’altre che simpatizzano; e chi vuole andar dietro a contare i vocaboli o i modi o le cose pedantesche e ridicole de’ libri romantici? i quali non va messo in dubbio che non sia più ristretto assunto il confutare che il deridere. Ma lasciamo queste inezie. Quanto debba o possa concedere il poeta alle credenze e ai costumi presenti, è un soggetto che ha mestieri d’essere trattato da altri filosofi, o chiarito da altri poeti che non sono i romantici e non sono io. Però non ci pongo bocca. E queste pochissime cose sieno dette intorno allo studio degli antichi; la qual materia vastissima e rilevantissima, non nego, anzi confesso e affermo spontaneamente che, non a caso, ma a bello studio, perché questo discorso non si trasmuti in un libro, lascio poco meno che intatta. Ma i romantici e fra i romantici il Cavaliere s’appoggiano forte a quello che il Cavaliere chiama patetico, distinguendolo con ragione dal tristo e lugubre o sia dal malinconico proprio, quantunque esso patetico abbia ordinariamente o sempre un colore di malinconia; e volendo che consista nel
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
soprumana e fanciullesca, madre di gran diletti e di grandi affanni, cara e dolorosa come l’amore, ineffabile inesplicabile, donata dalla natura a pochi, ne’ quali dove non sia viziata e corrotta, dove non sia malmenata e soppressata e pesta, tenerissima com’ella è, dove non sia soffocata e sterminata, dove in somma vinca pienamente i fierissimi e gagliardissimi nemici che la contrariano, al che riesce oh quanto di rado! e oltracciò non sia scompagnata da altre nobili e insigni qualità, produce cose che durano, certo son degne di durare nella memoria degli uomini. Questa sensibilità non confesso ma predico e grido ch’è fonte copiosissimo di materia non solo conveniente ma propria della poesia. E se concedo al Cavaliere, ch’ella sia meglio efficace in noi che non fu negli antichi, non per questo vengo a dire che non sia naturalissima e, salvo in quanto ad alcuni accidenti, primitiva, giacch’ella sì com’è in noi, così fu naturalmente negli antichi, ed è parimente adesso ne’ campagnuoli, ma impedita di mostrare gli effetti suoi; laonde qualora gl’impedimenti furono più pochi o più deboli, o ella più forte, si sviluppò e manifestossi, e alle volte diede frutti che il mondo per anche ammira ed esalta, come accadde in Omero medesimo; appresso al quale chi non sente come sia poetico quello scendere di Penelope dalle sue stanze solamente perch’ha udito il canto di Femio, a pregarlo acciocché lasci quella canzone che racconta il ritorno de’ Greci da Troia, dicendo com’ella incessantemente l’affanna per la rimembranza e il desiderio del marito, famoso in Grecia ed in Argo; e le lagrime di Ulisse udendo a cantare i suoi casi, che volendole occultare, si cuopre la faccia, e così va piangendo sotto il lembo della veste finattanto ch’il cantore non fa pausa, e allora asciugandosi gli occhi, sempre che il canto ricomincia, si ricuopre e ripiange; e cento altre cose di questa fatta? Che bisogno c’è ch’io ricordi l’abboccamento e la separazione di Ettore dalla sposa, e il compianto di questa e di Ecuba e di Elena sopra il cadavere dell’eroe, mercè del quale, se mi è lecito far parola di me, non ho finito mai di legger l’Iliade, ch’io non abbia pianto insieme con quelle donne; e soprattutto il divino colloquio di Priamo e di Achille? il quale non mi maraviglio che sia conteso ad Omero da qualche filologo: mi maraviglierei, se non sapessi che i romantici non fanno caso d’incongruenze, che il Cavaliere tanto infervorato contro ai pedanti abbia dato orecchio a questa razza di filologi. Che dirò di Ossian, e dei costumi e delle opinioni così di lui come dei personaggi de’ suoi poemi, e della sua nazione a quei tempi? Ognuno vede senza ch’io parli, com’egli per essere e per parere al Breme oltremodo patetico sì nella situazione e sì nell’espressione,
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
modo ch’io poco o niente di nuovo ne potrei dire; come anche di quella mirabile e prodigiosa contraddizione, di negare che le credenze e i costumi antichi si convengano alla poesia moderna, e accogliere e cercare e rappresentare con sommo affetto le credenze e i costumi settentrionali orientali americani. Forseché questi hanno molto che fare coi nostri? convengono molto col sapere odierno d’Europa? e non più tosto in grandissima parte assai meno che quelli de’ greci e de’ latini? E se cercano cose remote e diverse dalle nostrali a cagione del maraviglioso e del venerando, perché dunque rigettano le cose greche e le latine? forsech’il venerando e il maraviglioso non può essere altro che barbaro? anzi come ponno esser venerande le cose di coloro che si disprezzano? e qual gente è più disprezzata che le barbare? massime di una barbarie come quella, per esempio, de’ popoli maomettani. Perché, a dimostrare aspetti grandi, e rappresentare azioni nobili, va introdotto più tosto un Agà che un tribuno, più tosto un Pechinese che un Lacedemone, piuttosto un ceffo che un volto? Ma lascio questo. Dunque tutto il male sta nel tempo, in maniera che quando la lontananza di luogo, con tutta la diversità di costumi e di opinioni che porta seco, non fa danno anzi giova, la lontananza di tempo è intollerabile e micidiale? Ora come succede che noi, leggendo i poeti, e non solamente i poeti ma eziandio gli storici e gli altri tali, siamo così facili a entrare a parte e frammetterci negli avvenimenti e nelle cose greche e romane di venti o più secoli addietro, e così difficili in quelle comunque freschissime o presenti, poniamo caso, del Tibet o della Nubia o degli irocchesi o degli afgani o anche di gente più nota e famosa? in prova di che, lasciando le molte ragioni che si potrebbero addurre, basti allegare l’esperienza universale. Che dirò delle favole barbare sostituite dai nostri riformatori in luogo delle greche? Niente, perch’è materia divulgatissima, e tocca, si può dire, da chiunque sparla dei romantici; se non che mi rallegrerò prima col nostro secolo, il quale tra il greco e il barbaro non dubito che non abbia fatto un bel cambio, poi co’ nemici della pedanteria, che non debbono trovar luogo dall’allegrezza, vedendo ch’i poeti oramai non si potranno intendere senza postille e comenti. Imperocché le favole greche in Europa si sanno a memoria da chicchessia: bene o male, convenga o disdica all’età nostra, piaccia o non piaccia ai romantici, il fatto sta così; e quando il poeta europeo si serve di esse favole, e usa quell’idioma favoloso, o anche se n’abusa, eccetto se l’abuso non fosse enorme, è inteso da tutti coloro fra’ quali ed a’ quali canta: ma le favole settentrionali orientali americane quanti le sanno o ce ne cura-
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi     Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica no? talmente ch’è forza o ch’i poeti nostri stando in Europa, non cantino all’Europa, ma più tosto all’Asia all’Affrica all’America, e, facciamo che debbano essere intesi adoperando le favelle europee, ci bisognerà un bel vocione a volere che sieno uditi; o si lavorino a posta un’altra Europa bene istrutta di quelle favole onde questa nostra si beffa e non le n’importa un’acca; o finalmente ch’i poemi si trascinino dietro le loro note e le loro chiose, e questo senza fallo ammazzerà la pedanteria, giacché sapete bene che un comento lastricato, per esempio, di pezzi dell’Edda maggiore o minore, o dell’Alcorano o di Ferdosi o dei Purana o del Ramaiana o del Megaduta, non sarebbe mica pedantesco, ma seminato di versi d’Omero o di Virgilio o di Dante, sì bene, perché la pedanteria sta essenzialmente e immobilmente fitta e radicata nelle cose greche e latine e italiane. E questo che ho detto delle favole, s’intenda parimente delle opinioni e delle usanze. Già non fa di mestieri non dico notare ma né anche ricordare quella famosissima contraddizione dei romantici che riguarda le favole, essendoch’ella non può sdrucciolare dalla memoria degli uomini, se prima il tempo non abolisce ogni qualsivoglia ricordanza di questa setta. Certo ch’il rifiutare e deridere e bestemmiare le favole greche, negando ch’il sapere dell’età presente conceda spazio nelle menti nostre alle illusioni favolose, e intanto così facendo, pescar l’oriente e il settentrione e qualunque paese barbaro è illuminato dal sole, e far materia sostanzialissima di poesia le favole loro, in grandissima parte mostruosissime e ridicolissime, tutte  oitremodo  ripugnanti  alle  credenze  nostre,  tutte  disprezzate, perch’essendo vanità per se stesse, niuna cosa estrinseca le fa venerande, non l’averle noi studiate e venerate da fanciulli, non memoria degli avi nostri, non pregio né fama insigne né uso frequente appresso noi di scrittori che le abbiano adoperate, o in altra maniera segnalate, non gloria né dignità delle nazioni che le inventarono, o accolsero e coltivarono, le quali anzi essendo barbare e tali che ciascuno di noi si vergognerebbe se avesse per madre qualunque tra loro è più nobile, s’anche hanno qualche cosa pregevole, siamo inclinati a disprezzarla, e senz’alcun dubbio non sogliamo curarla gran fatto; certo che quest’è una contraddizione così formale e sfacciata, ch’è impossibile a nasconderla, impossibile a colorarla, e non voglio dire i fanciulli, ma credo che le bestie, purché potessero intendere qualcheduno dei linguaggi umani, arriverebbero facilmente a conoscerla. Ora che dobbiamo stimare di quella disciplina dove troviamo ripugnanze di questa sorta? vale a dire e palpabili e capitali? quando colui che contraddice a se medesimo, tanto sta
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
Comedia del Bruno Nolano, Academico di nulla academia, detto il fastidito In tristitia hilaris, in hilaritate tristis. Personaggi Bonifacio, innamorato di Vittoria Bartolomeo, alchimista Manfurio, pedante Vittoria, signora Lucia, ruffiana Carubina, moglie di Bonifacio Gioan Bernardo, pittore Scaramuré, negromante Ottaviano, spirito faceto Pollula, scolare di Manfurio Cencio, truffatore Marta, moglie di Cencio Consalvo, speziale Sanguino, mariuolo Barra, mariuolo Marca, mariuolo Corcovizzo, mariuolo Ascanio, servitore di Bonifacio Mochione, servitore di Bartolomeo 5 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Candelaio di Giordano Bruno
suo detto: “Abiit in regionem longinquam”; perché, si avverrà giamai ch’i cieli mi concedano ch’io effettualmente possi dire: “Surgam et ibo”, cotesto vitello saginato senza dubbio sarrà parte della nostra festa. Tra tanto, viva e si governe, ed attenda a farsi più grasso che non è; perché, dall’altro canto, io spero di ricovrare il lardo, dove ho persa l’erba, si non sott’un mantello, sotto un altro, si non in una, in un’altra vita. Ricordatevi, Signora, di quel che credo che non bisogna insegnarvi: — Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s’annichila; è un solo, che non può mutarsi, un solo è eterno, e può perseverare eternamente uno, simile e medesmo. — Con questa filosofia l’animo mi s’aggrandisse, e me si magnifica l’intelletto. Però, qualunque sii il punto di questa sera ch’aspetto, si la mutazione è vera, io che son ne la notte, aspetto il giorno, e quei che son nel giorno, aspettano la notte: tutto quel ch’è, o è cqua o llà, o vicino o lungi, o adesso o poi, o presto o tardi. Godete, dunque, e, si possete, state sana, ed amate chi v’ama. Argumento ed ordine della comedia Son tre materie principali intessute insieme ne la presente comedia: l’amor di Bonifa[cio], l’alchimia di Bartolomeo e la pedantaria di Manfurio. Però, per la cognizion distinta de’ suggetti, raggion dell’ordine ed evidenza dell’artificiosa testura, rapportiamo prima, da per lui, l’insipido amante, secondo il sordido avaro, terzo il goffo pedante: de’ quali l’insipido non è senza goffaria e sordidezza, il sordido è parimente insipido e goffo, ed il goffo non è men sordido ed insipido che goffo. Bonifacio, dunque, nell’atto I, SCENA I, inamorato della s[ignora] Vittoria, ed accorgendosi che non possea reciprocarsi l’amore, — del che era la caggione che quella er’amica, come si dice, di fiori di barbe e frutti di borse, e lui non era giovane né liberale, — pone la sua speranza ne la vanità de le magiche superstizioni, per venire a gli amorosi effetti; e per questo manda il suo servitore a trovar Scaramuré che gli era stato descritto efficace mago. [II SCENA    ] Avendo inviato Ascanio, discorre tra se medesmo, riducendosi a mente il valor di quell’arte. [III SCENA] Gli sopragionge Bartolomeo che con certo mezzo artificio gli fa vomitare il suo secreto, e mostra la differenza dell’ogetto dell’amor suo. [IV SCENA] Sanguino, padre e pastor di marioli, ed un scolare, che studiava sotto Manfurio, che da parte aveano uditi questi raggionamenti, discorreno sopra quel fatto; e San-
Il Candelaio di Giordano Bruno
fastidito, restio e bizzarro, non si contenta di nulla, ritroso come un vecchio d’ottant’anni, fantastico com’un cane ch’ha ricevute mille spellicciate, pasciuto di cipolla. Al sangue, non voglio dir de chi, lui e tuti quest’altri filosofi, poeti e pedanti la più gran nemica che abbino è la ricchezza e beni: de quali mentre col lor cervello fanno notomia, per tema di non essere da costoro da dovero sbranate, squartate e dissipate, le fuggono come centomila diavoli, e vanno a ritrovar quelli che le mantengono sane ed in conserva. Tanto che io, con servir simil canaglia, ho tanta de la fame, tanta de la fame, che si me bisognasse vomire, non potrei vomir altro ch’il spirto; si me fusse forza di cacare, non potrei cacar altro che l’anima, com’un appiccato. In conclusione, io voglio andar a farmi frate; e chi vuol far il prologo, sel faccia. Proprologo Dove è ito quel furfante, schena da bastonate, che deve far il prologo? Signori, la comedia sarà senza prologo; e non importa, perché non è necessario che vi sii: la materia, il suggetto, il modo ed ordine e circonstanze di quella, vi dico che vi si farran presenti per ordine, e vi sarran poste avanti a gli occhi per ordine: il che è molto meglio che si per ordine vi fussero narrati. Questa è una specie di tela, ch’ha l’ordimento e tessitura insieme: chi la può capir, la capisca; chi la vuol intendere, l’intenda. Ma non lascierò per questo di avertirvi che dovete pensare di essere nella regalissima città di Napoli, vicino al seggio di Nilo. Questa casa che vedete cqua formata, per questa notte servirrà per certi barri, furbi e marioli, — guardatevi, pur voi, che non vi faccian vedovi di qualche cosa che portate adosso: — cqua costoro stenderranno le sue rete, e zara a chi tocca. Da questa parte, si va alla stanza del Candelaio, id est m[esser] Bonifacio, e Carubina moglie, ed [a] quella di m[esser] Bartolomeo; da quest’altra, si va a quella della s[ignora] Vittoria, e di Gio. Bernardo pittore e Scaramuré che fa del necromanto; per questi contorni, non so per qual’occasioni, molto spesso si va rimenando un sollennissimo pedante, detto Manfurio. Io mi assicuro che le vedrete tutti: e la ruffiana Lucia per le molte facende bisogna che non poche volte vada  e  vegna;  vedrete  Pollula  col  suo  Magister  per  il  più,  —  quest’è  un scolare da inchiostro nero e bianco; — vedrete il paggio di Bonifacio, Ascanio, — un servitore da sole e da candela. Mochione, garzone di Bartolomeo, non è caldo né freddo, non odora né puzza; in Sanguino, Batta, Marca e Corcovizzo contemplarrete, in parte, la destrezza della mariolesca discipliOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Candelaio di Giordano Bruno
A dio, m[esser] Barra. Ben venuto, cor mio, onde venite, dov’andate? Vo cercando m[esser] Bonifacio, per donargli questa carta. Che cosa l’è, si può vedere? Non è cosa ch’io possa tener ascosta a voi. E una epistola amatoria, la quale maestro Manfurio gli ha composta, che lui vuole inviare non so a chi sua inamorata. Ah ah ah, alla signora Vittoria! Veggiamo che cosa contiene. Leggete voi, toh. Bonifacius Luccus D.  Vittoria Blancae S.P .D. “Quando il rutilante Febo scuote dall’oriente il radiante capo, non sì bello in questo superno emisfero appare, come alla mia concupiscibile il tuo exilarante volto, tra tutte l’altre belle pulcherrima signora  Vittoria;...” — Che ti ho detto io? non ho io divinato? Leggete pur oltre. “... laonde maraviglia non fia, né sii anco veruno che, inarcando le ciglia, la rugosa fronte increspi, — nemo scilicet miretur, nemini dubium sit...” — Che diavolo di modo di parlar a donne è questo? lei non intende parlare per gramatico, ah ah... Eh, di grazia, sequite. “... nemini dubium sit, si l’arcifero puerulo con quell’arco medesmo, la di cui piaga ha sentito  lo in varie forme cangiato gran monarca  Giove, — Divum pater atque hominum rex, — hammi negli precordii penetrato con del suo quadrello la punta, il vostro gentilissimo nome indelebilmente con quella  sculpendovi.  Però,  per  le  onde  stigie,  —  giuramento  a  i  Celicoli inviolando...” — Vada in bordello questo becco pedante, con le sue cifre; e questo grosso modorro che potrà donar ad intendere con questa lettera? Bonifacio vuol far del dotto; e lei non crederà che sii cosa sua. Oltre che, mi par una dotta coglioneria quel che cqui si contiene. Toh, io ne ho letto pur troppo, non ne voglio veder più. Si costui non ave altro battiporta, che questa pistola, non ce l’attacca questa settimana. Cossì credo io: le donne voglion lettere rotonde. Ideste de gli carlini, e vogliono il ritratto de lo Re. Andiamo avanti, ché voglio dirti un poco a lungo; e questo negocio lo farai dopoi. Andiamo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Candelaio di Giordano Bruno
Bene veniat ille a cui non men convien nomenclatura della ribombante fama dalla tromba, che a Zeusi, Apelle, Fidia, Timagora e Polignoto. Di  quanto  avete  proferito,  non  intendo  altro  che  quel  pignato  ch’avete detto al fine. Credo che questo insieme col bocale vi fa parlar di varie lingue. S’io avesse cenato, ti risponderei. Il vino exilara ed il pane confirma. “Bacchus et alma Ceres, vestro si munere tellus Chaoniam pingui glandem mutavit arista”: disse Publio Virgilio Marone, poeta mantuano, nel suo libro della Georgica primo, verso il principio, facendo, more poetico la invocazione: dove imita Exiodo, attico poeta e vate. Sapete, domine Magister...? Hoc est magis ter, tre volte maggiore: “Pauci, quos aequus amavit Iuppiter, aut ardens evexit in aethera virtus”. Quello che voglio dir è questo: vorrei sapere da voi che vuol dir: pedante. Lubentissime  voglio  dirvelo,  insegnarvelo,  declararvelo,  exporvelo, propalarvelo, palam farvelo, insinuarvelo et, — particula coniunctiva in ultima  dictione  apposita,  —  enuclearvelo;  sicut,  ut,  velut,  veluti, quemadmodum nucem ovidianam meis coram discipulis, — quo melius nucleum eius edere possint, — enucleavi. “Pedante’ vuol dire quasi pede
Il Candelaio di Giordano Bruno
Son buone; ma a me non piace né l’una né l’altra, né mi par a proposito. Cotesto vi è a dirlo lecito, alia meliore in medium prolata, idest quando arrete apportatane un’altra vie più degna. Eccovela: Pe pecorone, — Dan, da nulla, — Te, testa d’asino. Disse Catone seniore: “Nil mentire, et nihil temere credideris”. Hoc est, id est, chi dice il contrario, ne mente per la gola. Vade, vade: “Contra verbosos, verbis contendere noli. Verbosos contra, noli contendere verbis. Verbis verbosos noli contendere contra”. Io dono al diavolo quanti pedanti sono!... Resta con cento mila di quelli angeli de la faccia cotta! Menateli pur, come socii vostri, vosco! — U’siete voi, Pollula? Pollula, che dite? vedete che nefando, abominando, turbulento e portentoso seculo? “[Questo] secol noioso in cui mi trovo, Voto [è] d’ogni valor, pien d’ogni orgoglio” Ma  properiamo  verso  il  domicilio,  poscia  che  voglio  oltre  exercitarvi  in que’ adverbii locali, motu de loco, ad locum et per locum: Ad, apud, ante, adversum vel adversus, cis, citra, contra, erga, infra, in retro, ante, coram, a tergo, intus et extra. Io le so tutti, e li tegno ne la mente. Questa lectione bisogna saepius reiterarla et in memoriam revocarla: lectio repetita placebit. 1“Gutta cavat lapidem non [bis], sed saepe cadendo: Sic homo fit sapiens bis non, sed saepe legendo”. Vostra Excellenzia vada avanti, ch’io vi seguirrò a presso. Cossì si fa in foro et in platea: quando siamo, in privatis aedibus, queste urbanità, observanze e cerimonie non bisognano.
Il Candelaio di Giordano Bruno
Aspettate, ché da cqua ad un’ora voglio condurre certi priggioni in Vicaria, e mi parlarrai per il camino. Io vi supplico, si è possibile, venete qui, ché voglio dirvi cose d’importanza che non vi dispiacerrà saperle. Voi sete troppo fastidioso. Aspettate che descenderrò. (Ah, ah, ah, gli altri son professi o baccalaurei: costui è dottore e maestro. Credo che...) Oh, veggo m[esser] Bonifacio alla fenestra. Eh, m[esser] Scaramuré, vedete dove sono io? Voi sapete quel che voglio dire. Non più, non più: questa è la causa che mi ha fatto venir cqua. Levati via da quella fenestra, in tua malora, porco presuntuoso! Chi ti ha data licenzia di accostarti alla fenestra e parlare? Signor Capitano, V.S. mi perdona, io me ritiro. Ah, ah, ah, ah, voi sete tanti diavoli! Io adesso ho sciolti m[esser] Bartolomeo e Consalvo, che non si possevanoalzar da terra, si mordevano, arrabiavano, si davano del becco cornuto. Ah, ah, ah, e si sapessi gli altri propositi che passano con m[esser] Bonifacio ed il pedante, rideresti altrimente. La vostra comedia è bella, ma, in fatti di costoro, è una troppo fastidiosa tragedia. In  conclusione:  ne  vogliamo  mandare  il  pedante,  de  po’  avergli  graffati quelli altri scudi che gli son rimasti dentro la giornea. Or, parlate a Bonifacio ed accomodatelo con noi. Farrò prima certe scuse con esso lui. Farrò che lui mi mandi a pregar m[esser] Gio. Bernardo che gli perdoni; e lo farrò venire, e dimandar perdono, a lui ed a lei; e tutti insieme dimandaremo a voi grazia di lasciarlo libero: e credo che vi farrà ogni partito, per tema che non lo menate in Vicaria. Or su, non si perda tempo. Io lo farrò venir cossì legato a basso, e vi darrò comodità di parlargli come in secreto. Fate, ch’io aspetto.
Il Candelaio di Giordano Bruno
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giordano Bruno   La Cena de le Ceneri   Dialogo primo  � Dialogo I Interlocutori: Smitho, Teofilo filosofo, Prudenzio pedante, Frulla. Smitho Teofilo Smitho Teofilo Smitho Teofilo Smitho Teofilo Smitho Teofilo Smitho Teofilo Smitho Teofilo Parlavan ben latino? Sì. Galantuomini? Sì. Di buona riputazione? Sì. Dotti? Assai competentemente. Ben creati, cortesi, civili? Troppo mediocremente. Dottori? Messer sì, padre sì, madonna sì, madesì, credo da Oxonia. Qualificati? Come non? uomini da scelta, di robba lunga, vestiti di velluto; un de’ quali avea due catene d’oro lucente al collo, e l’altro, per Dio, con quella preziosa mano, che contenea dodeci anella in due dita, sembrava uno ricchissimo gioielliero, che ti cavava gli occhi ed il core, quando la vagheggiava. Mostravano saper di greco? E di birra eziandio. Togli via quell’eziandio, poscia è una obsoleta ed antiquata dictione. Tacete, maestro, ché non parla con voi. Come eran fatti? L’uno parea il connestabile della gigantessa e l’orco, l’altro l’amostante della dea de la riputazione. Sì che eran doi? Sì per esser questo un numero misterioso. Ut essent duo testes. Che intendete per quel testes? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
LVII Su, signor correttore, in sul nasaccio mettetevi l’occhial del Galileo, e guardate un po’ qui questo libraccio. se vi par ch’e’ sia buono o che sia reo. L’avete visto questo scartafaccio? Egli è, se nol sapete, il Galateo, che può giovare al vostro cervellaccio, quanto ad uno ammalato un buon cristeo. Su via studiate ed imparate a mente! Studiatelo, vi dico, alla malora, se voi bramate d’imparar niente. Orsù, avete imparato? Oh ditemi ora, se un asino d’Arcadia onnipotente può giudicar di voce alta e canora. E poi mi dite ancora, se un Correttor pedante come vui è incivile, ignorante, o ambidui.
Poesie di Ripano Eupilino di Giuseppe Parini
sgambetta bene e drizza gli orecchioni. Or su, fra tutte vel recate in collo, e a suon di ribecacce e pifferoni conducetelo innanzi a mastro Apollo, che gli vuol bene, e vuollo, poi ch’egli è dotto e così ben corregge, addottorar nell’una e l’altra legge. LIX Perchè sono un fanciullo, un garzoncello, volete dir ch’io sono un ignorante? Oh! guata conseguenza da pedante, che sopra la berretta abbia ‘l cervello. Dove avete studiato? in un tinello, in una galeazza di levante, voi che fate di Pindo l’amostante, e non ne siete pur fante o bidello? Voi misurate a canna le persone. Se la barba per voi forma il sapiente, chi sarà più sapiente d’un caprone? Io vi concedo che non so niente; ma benchè siate così gran barbone, voi non siete, alla fe’, troppo valente. E benchè poi la gente vi stimi un bacalar di gran scienza, tra l’essere e ‘l parer c’è differenza. Direte: — Conoscenza non hai di me. — Ma piano, andate adagio, ch’anch’io so bene a quanti dì è san Biagio. Ma poi ch’io non ho agio, non vo’ stare a dir cosa che v’annoi; chè quel prete il fe’ già ne’ versi suoi. O Nanni, io l’ho con voi; che non credeste che ‘l mio gran furore fosse tutto rivolto al correttore. Voi siete il protettore,
Poesie di Ripano Eupilino di Giuseppe Parini
LX Che si scortica l’asino alla prova, dice un proverbio, messer Nanni mio. Finor credei che in sen madonna Clio e l’altre Muse vi covasser l’uova; ma or m’avete dato una gran prova che voi siete un..........come son io; e sì vi giuro, per lo vero Iddio, che ben poco cervello in voi si trova, poichè, contra ogni legge, ogni ragione, pensier voi fate di patrocinare questo vostro solenne animalone. Io vi consiglio a non inschiccherare più il vostro scartabel per tal cagione, se non volete farvi cuculiare. Vi par di sopportare ch’altri su’ versi miei faccia del dotto, senza farmene pure un picciol motto? E io dovrò star chiotto, vedendo con maniera da pedante lacerar le mie cose un ignorante? Questo di tante e tante rime che ho fatto per servir quel tristo, io dico, questo guiderdone acquisto? O cieli, o santi, o C.......... e dove mai si ritrovâr tai leggi? E tu, cielo, il difendi, e tu ‘l proteggi? O dottor storcileggi... Ma voi, ser Nanni, fate quel ch’io dico; non v’impacciate più pel vostro amico
Poesie di Ripano Eupilino di Giuseppe Parini
II alle avventure della tal dama, e del tal cavaliere era uno scambietto da nulla. Il nome d’una persona ne tirava in ballo altre due; e queste quattro e così innanzi sempre. Non si rispettavano né i lontani né i presenti; e questi avevano il buon gusto di sopportare lo scherzo e di non ricattarsene tosto ma di aspettare il momento opportuno che già arrivava o presto o tardi. Molta cultura, piuttosto superficiale se volete, ma vasta e niente affatto pedantesca, moltissimo brio, grande snellezza di dialogo e soprattutto un’infinita dose di tolleranza componevano la conversazione di quel piccolo areopago di buontemponi, come io ho voluto descriverla. Badate che adopero la parola buontemponi non sapendo come tradurre meglio quella francese di viveurs che prima m’avea balenato in mente. Avendo vissuto assai con francesi questo incommodo mi disturba sovente; e non ho bene. Qui per esempio scrissi buontemponi, per significar coloro che fanno lor pro’ della vita come la porta il caso; pigliando così da essa come dalla filosofia la parte allegra e godibile. Del resto se per buontempone s’intende un ozioso un gaudente materiale, nessuno di quei signori era tale. Tutti avevano le loro occupazioni, tutti davano all’anima la sua parte di piaceri; soltanto li pigliavano per piaceri, non per obblighi e vantaggi morali. D’accordo sempre che spiritoso e spirituale sono epiteti più contrari che sinonimi. I  signori  di  Fratta,  liberati  finalmente  da  quello  spauracchio  del Venchieredo, s’erano rimessi alla solita vita. Il Cappellano avea serbato la sua cura, e non cessava dall’accogliere in casa almeno una volta al mese il suo vecchio amico e penitente, Spaccafumo. Il Conte e il Cancelliere chiudevano un occhio; il piovano di Teglio gliene faceva qualche ramanzina. Ma lo sparuto pretucolo, che non poteva balbettar risposta alle intemerate d’un superiore, sapeva imbeversene ottimamente e seguitar a suo modo non appena il superiore avesse voltato le spalle. Intanto per ragioni d’ufficio e di vicinanza il dottor Natalino di Venchieredo s’era accostato al Conte ed al cancelliere di Fratta. Il signor Lucilio, amicissimo di Leopardo Provedoni, avea fatto conoscenza con sua moglie; e così un passo dopo l’altro anche la vispa Doretta comparve qualche volta alle veglie del castello. Ma oggimai due sere per settimana c’era ben altro che veglia! Si doveva andarne a passar la sera a Portogruaro nella conversazione di Sua Eccellenza Frumier. Impresa pericolosissima con quelle strade che c’erano allora; ma pur la Contessa ci teneva tanto di non mostrarsi dammeno della cognata, che trovò coraggio di tentarla. Una delle figliuole era già da marito, l’altra cresceva su come la mala erba;
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
solita sonagliera di monete. Tale guardinga taccagneria non mi andò a’ versi affatto, e son quasi certo ch’egli se ne avvide. Ma non usò per questo la cortesia di cambiar registro, anzi vi ribadì sopra come un uomo incapato nella propria opinione che il danaro sia la cosa meglio apprezzata ed apprezzabile. Io invece dei pochi ducati che aveva in tasca ne avrei dato la metà al primo accattone che me li chiedesse; e forse la pensava così perché ne aveva sempre avuti pochi. La povertà mi fu maestra di generosità; ed i suoi precetti mi giovarono anche quando io non l’ebbi più per aia e per compagna. Peraltro ebbi campo indi a poco a rilevare che mio padre non era uno spilorcio. Egli mi trasse quel giorno alle migliori botteghe, perché vi provvedessi da raffazzonarmi come il più compito damerino di San Marco. Indi mi condusse alla mia stanza che aveva una porta libera sulla scala, e mi lasciò colla promessa ch’egli avrebbe fatto di me il secondo capostipite della famiglia Altoviti. «I nostri antenati furono tra i fondatori di Venezia:» mi diss’egli prima di partire «venivano da Aquileia ed erano romani della stirpe Metella. Ora che Venezia tende a rifarsi, bisogna che un Altoviti ci ponga le mani. Lascia fare a me!» Il signor padre sbruffava in tali parole tutta la boria proverbiale della povera nobiltà di Torcello; ma le doble levantine s’adoperarono tanto che il mio diritto all’iscrizione nel Libro d’Oro fu riconosciuto immantinente, ed io comparvi per la prima volta come patrizio votante al Maggior Consiglio nella seduta del 2 aprile 1797. Quanto a lui, egli non voleva immischiarsene; pareva non si tenesse degno di porsi in cima al rinnovamento del casato e che stesse contento di fornirmene i mezzi. Quei pochi giorni vissuti signorilmente a Venezia, e per mezzo della Contessa di Fratta e degli eccellentissimi Frumier nelle migliori conversazioni, mi avevano fruttato una fama straordinaria. Non era spiacevole di figura, le mie maniere si stoglievano un poco dalle solite leziosaggini, la coltura non mancava affatto ma non soffocava neppure colle pedanterie quel modesto brio concessomi da natura; più di tutto poi credo che la voce di dovizioso mi accreditasse come ottimo partito presso tutte le zitelle, o presso le madri che ne avevano. Carlino di qua, Carlino di là, tutti mi chiamavano, tutti mi volevano. Anche qualche sposina non fece la disdegnosa; e insomma io non ebbi che a scegliere fra molte maniere di felicità. Per allora non ne scelsi alcuna, e la novità mi occupò talmente, che perfin la Pisana non mi dava più da pensare una volta ch’io
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
scossi, ma mi vi abbandonavo senza resistenza per far vedere le mie lagrime e farmi perdonare dal dottore il giudizio che avevo osato di dare sull’opera sua. Con grande bontà egli mi disse: – Via, si calmi. La coscienza dell’infermo non sarà mai tanto chiara da fargli comprendere il suo stato. Egli non è un medico. Basterà non dirgli ch’è moribondo, ed egli non lo saprà. Ci può invece toccare di peggio: potrebbe cioè impazzire. Ho però portata con me la camicia di forza e l’infermiere resterà qui. Più spaventato che mai, lo supplicai di non applicargli le mignatte. Egli allora con tutta calma mi raccontò che l’infermiere gliele aveva sicuramente già applicate perché egli ne aveva dato l’ordine prima di lasciare la stanza di mio padre. Allora m’arrabbiai. Poteva esserci un’azione più malvagia di quella di richiamare in sé un ammalato, senz’avere la minima speranza di salvarlo e solo per esporlo alla disperazione, o al rischio di dover sopportare – con quell’affanno! – la camicia di forza? Con tutta violenza, ma sempre accompagnando le mie parole di quel pianto che domandava indulgenza, dichiarai che mi pareva una crudeltà inaudita di non lasciar morire in pace chi era definitivamente condannato. Io odio quell’uomo perché egli allora s’arrabbiò con me. E’ ciò ch’io non seppi mai perdonargli. Egli s’agitò tanto che dimenticò d’inforcare gli occhiali e tuttavia scoperse esattamente il punto ove si trovava la mia testa per fissarla con i suoi occhi terribili. Mi disse che gli pareva io volessi recidere anche quel tenue filo di speranza che vi era ancora. Me lo disse proprio così, crudamente. Ci si avviava a un conflitto. Piangendo e urlando obbiettai che pochi istanti prima egli stesso aveva esclusa qualunque speranza di salvezza per l’ammalato. La casa mia e chi vi abitava non dovevano servire ad esperimenti per i quali c’erano altri posti a questo mondo! Con grande severità e una calma che la rendeva quasi minacciosa, egli rispose: – Io le spiegai quale era lo stato della scienza in quell’istante. Ma chi può dire quello che può avvenire fra mezz’ora o fino a domani? Tenendo in vita suo padre io ho lasciata aperta la via a tutte le possibilità. Si mise allora gli occhiali e, col suo aspetto d’impiegato pedantesco, aggiunse ancora delle spiegazioni che non finivano più, sull’importanza che poteva avere l’intervento del medico nel destino economico di una famiglia. Mezz’ora in più di respiro poteva decidere del destino di un patrimonio. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
e il suo avvilimento aveva dato l’impronta a tutto quanto egli poscia aveva fatto. Aveva aumentato la sua naturale timidezza e aveva reso più difficili i suoi rapporti con Maller, con Sanneo, con tutti i suoi superiori. Finalmente in altro luogo che in casa Lanucci gli si concedeva di comportarsi altrimenti che da umile inferiore. Macario, per via, gli presentava le persone che presumibilmente avrebbero trovato da Annetta. Anzitutto Spalati, il professore di lingua e letteratura italiana dal quale Annetta prendeva delle lezioni. A giudicarne dalla descrizione che ne fece, Macario doveva amarlo poco. Era verista a credergli ma viceversa poi, quando si trovava alle prese con uno scrittore italiano, indagava pedantescamente se usava parole non legittimate dal Petrarca. Del resto un bellissimo giovane, confessò Macario, e si capiva ch’era quella la qualità che lo privava della simpatia di colui che ne faceva la biografia. Nel desiderio di contornarsi al più presto di persone conformi ai suoi novelli gusti, Annetta aveva attirato a sé le persone più intelligenti fra le sue conoscenze. Fra gli altri Fumigi, parente di Maller, quarantenne. Macario raccontava che si sapeva che dapprima la sua ambizione era stata di costituirsi libero col suo lavoro per dedicarsi interamente a certi suoi studi prediletti di matematica. Era negoziante, capo di una ditta importante, e le male lingue asserivano che la possibilità di questa libertà già sussistesse e anche Macario era di tale parere. Era naturale che il lavoro accanito di ogni giorno avesse terminato col togliere a Fumigi ogni altro desiderio. – Credo non abbia più inclinazione che a quelle matematiche il cui risultato si possa toccare con mano. Conserva il suo aspetto da matematico perché non dev’essere disaggradevole di venir considerato quale il futuro scopritore della quadratura del circolo. Frequentava le serate di Annetta un giovinotto medico, certo Prarchi, uscito recentemente dall’università, uno dei pochi a questo mondo appassionati del proprio mestiere e non dell’altrui, diceva Macario. Era una conoscenza fatta in un luogo di bagni e Annetta, per quel poco buon senso artistico di cui va a me debitrice, ama di sentir parlare di cose realistiche e quindi di medicina. Il giovinetto ha un grande difetto, l’esagerazione delle sue qualità. Parla tanto volontieri di medicina che talvolta parla anche di dosi. Annetta mi confidò, e questo resti fra di noi, che tutta questa compagnia di brave
Una vita di Italo Svevo
– Ella fa degli studi a quanto si racconta? – chiese Annetta con serietà. – Qualche poco; quello che posso! – Mi dicono molto anzi. Vorrei saperne fare come lei! Scrive qualche cosa? Pubblicherà presto qualche cosa? – Per il momento, no! In quei frangenti aveva pensato al suo studio sulla morale e se magari solo il primo capitolo fosse stato terminato ne avrebbe parlato. – Le donne immediatamente vogliono i risultati! – disse Macario ridendo. Lo difendeva e lo trattava con più rispetto che quando erano soli. Sembrava volesse che Annetta molto lo stimasse, e soltanto molto tempo dopo Alfonso comprese che Macario lo aveva portato in quella casa non per apportare vantaggio a lui ma divertimento ad Annetta di cui voleva la riconoscenza. Dalla parte che, come Alfonso sapeva dalle spiegazioni di Santo, doveva essere quella della stanza di ricevimento di Maller, entrò Francesca. Alfonso si alzò con vivacità. Voleva dimostrare la sua riconoscenza alla sua vecchia amica, l’unica che l’avesse accolto subito bene in casa Maller. Si capiva dal contegno della signorina che non intendeva di fermarsi in quella stanza. Corrispose con un cenno del capo al saluto di Alfonso. – Rimanga comodo! – Non salutò Macario e rivolta ad Annetta le disse: – Se le occorresse di me, sono in stanza mia. Aveva tutt’altro contegno del solito, meno libero, più riservato, ed era molto pallida e vestita più trascuratamente. La sua figurina accanto ad Annetta mancava di forme. Soltanto il colore caldo dei suoi capelli biondi dava luce alla sua faccia sofferente. Uscì senz’altro e Alfonso vide che Macario guardava con curiosità Annetta la quale, uscita Francesca, gli diede un’occhiata incollerita come per fargli ammirare l’enormità di quel contegno. – Perché non pubblicare al più presto qualche lavoro per farsi un nome? Certi giovani per amore all’accuratezza diventano pedanti prima del tempo, preferiscono la lima alla penna e finiscono col non far niente. Io lo so per descrizioni che me ne vennero fatte. Per adoperare la lima occorre, oltre che molto ingegno, molto senno critico. Quando si fa si è artisti, ma quando si lima bisogna essere artisti e scienziati. Nell’ultima idea il suo volto, ancora molto serio dopo l’uscita di Francesca, si schiarì. Doveva essersi sentita soddisfatta di dirla. Era un’idea del
Una vita di Italo Svevo
A voi sarà più facile il far da voi stesso che a me darvi aiuto. Non voglio darvi maggior noia che vi piaccia di prendere; ma seguite. Risposta.  Di questi versi aspri, saltellanti, ch’imitano le sonate del trentuno, qual è ‘l primo di questi quattro, n’è pieno il libro del Tasso. Indi il suo manto per lo lembo prese. e l’accompagna stuol calcato e folto. ch’è bruna sì, ma ‘l bruno il bel non toglie. Gli occhi di lei sereni a sé fa spegli. i cerchi son, son gl’intimi i minori. invitti insin che vivo è fior di speme. Che scettri vanta, e titoli, e corone. Tra’ quali, ne’ duo ultimi è anco bella cosa la voce fiore; la quale non s’è accorto il Tasso, che in quel luogo di Dante, donde l’ha presa (“Mentre che la speranza ha fior del verde”), è avverbio e val punto... Anzi me n’accorsi, e lessi quel libro sovra il Decamerone, nel quale era dichiarata questa parola; ma non veggio necessità perché quella voce ne’ miei versi non possa prendersi come traslazione, trasportata dal fiore: ... in sin che vivo è fior di speme. E questo basti per risposta a l’ultime parole: perché a le prime, non adducendo né la ragione né l’autorità, non debbo rispondere. Dialogo.  ... ed il vantar scettri  è nuova locuzione, e di quella novità che di sopra s’è ragionato. Della novità siam d’accordo: nel rimanente, voi sapete ch’in questo luogo non veste la persona di giudice, ma serve a la causa. Dialogo. Che direm delle voci latine che il Tasso ha sparso in tutto il suo poema? Risposta. Perché non pedantesche? che tante ne sono in quella opera, che con Forestiero Segretario Forestiero Segretario 49 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
PARTE PRIMA ............................................... 5 Introduzione ..................................................... 5 Epoca prima – Puerizia. Abbraccia nove anni di vegetazione.................................................. 7 Capitolo primo – Nascita, e parenti .................. 7 Capitolo secondo – Reminiscenze dell’infanzia.. 8 Capitolo terzo – Primi sintomi di un carattere  appassionato ............................................... 10 Capitolo quarto – Sviluppo dell’indole indicato da vari fattarelli ........................................... 12 Capitolo quinto – Ultima storietta puerile ...... 16 Epoca seconda – Adolescenza. Abbraccia otto anni d’ineducazione .................................. 20 Capitolo primo – Partenza dalla casa materna, ed ingresso nell’Accademia di Torino, e descrizione di essa ................................................ 20 Capitolo secondo – Primi studi, pedanteschi, e mal fatti .................................................... 22 Capitolo terzo – A quali de’ miei parenti in Torino venisse affidata la mia adolescenza .... 25 Capitolo quarto – Continuazione di quei non-studi .................................................... 27 Capitolo quinto – Varie insulse vicende, su lo stesso andamento del precedente ................. 30 Capitolo sesto – Debolezza della mia complessione; infermità continue, ed incapacità d’ogni esercizio, e massimamente del ballo, e perché ........ 34 Capitolo settimo – Morte dello zio paterno. Liberazione mia prima. Ingresso nel Primo Appar tamento dell’Accademia ............................... 37 Capitolo ottavo – Ozio totale. Contrarietà incontrate, e fortemente sopportate ............. 42 Capitolo nono – Matrimonio della sorella. Reintegrazione del mio onore. Primo cavallo ...... 43 Capitolo decimo – Primo amoruccio. Primo viaggetto. Ingresso nelle truppe ................... 45 Epoca terza – Giovinezza. Abbraccia circa dieci anni di viaggi, e dissolutezze...................... 48 Capitolo primo – Primo viaggio. Milano, Firenze, Roma .......................................................... 48 Capitolo secondo – Continuazione dei viaggi, liberatomi anche dell’aio .............................. 52 Capitolo terzo – Proseguimento dei viaggi. Prima mia avarizia ....................................... 55 Capitolo quarto – Fine del viaggio d’Italia, e mio primo arrivo a Parigi .......................... 59 Capitolo quinto – Primo soggiorno in Parigi ... 62 Capitolo sesto – Viaggio in Inghilterra e in Olanda. Primo intoppo amoroso ................. 65 Capitolo settimo – Ripatriato per un mezz’anno, mi do agli studi filosofici ............................. 70 Capitolo ottavo – Secondo viaggio, per la Germania, la Danimarca e la Svezia ....................... 73 Capitolo nono – Proseguimento di viaggi. Russia, Prussia di bel nuovo, Spa, Olanda e Inghilterra 77 Capitolo decimo – Secondo fierissimo intoppo amoroso a Londra ....................................... 82 Capitolo undecimo – Disinganno orribile ....... 91 Capitolo duodecimo – Ripreso il viaggio in Olanda, Francia, Spagna, Portogallo, e ritorno in patria........................................................... 95 Capitolo decimoterzo – Poco dopo essere rimpatriato, incappo nella terza rete amorosa. Primi tentativi di poesia............................. 104 Capitolo decimoquarto – Malattia e ravvedimento 108 Capitolo decimoquinto – Liberazione vera. Primo sonetto ............................................ 112 Epoca quarta – Virilità. Abbraccia trenta e più anni di composizioni, traduzioni, e studi diversi  118 Capitolo primo – Ideate, e stese in prosa francese le due prime tragedie, il Filippo, e il Polinice. Intanto un diluvio di pessime rime ............ 118 Capitolo secondo – Rimessomi sotto il pedagogo a spiegare Orazio. Primo viaggio letterario in Toscana ................................................. 125 Capitolo terzo – Ostinazione negli studi più ingrati ....................................................... 131 Capitolo quarto – Secondo viaggio letterario in Toscana, macchiato di stolida pompa cavallina. Amicizia contratta col Gandellini. Lavori fatti o ideati in Siena............................................ 134 Capitolo quinto – Degno amore mi allaccia finalmente per sempre ............................... 139 Capitolo sesto – Donazione intera di tutto il mio alla sorella. Seconda avarizia ...................... 141 Capitolo settimo – Caldi studi in Firenze ...... 148 Capitolo ottavo – Accidente, per cui di nuovo rivedo Napoli, e Roma, dove mi fisso ........ 151 Capitolo nono – Studi ripresi ardentemente in Roma. Compimento delle quattordici prime tragedie ..................................................... 154
Vita di Vittorio Alfieri
locanda che una educazione, poiché a niuna regola erano astretti, se non se al ritrovarsi la sera in casa prima della mezza notte. Del resto, andavano, e a corte,  e  ai  teatri,  e  nelle  buone  e  nelle  cattive  compagnie,  a  loro  intero piacimento. E per supplizio maggiore di noi poverini del Secondo e Terzo Appartamento, la distribuzione locale portava che ogni giorno per andare alla nostra cappella alla messa, ed alle scuole di ballo, e di scherma, dovevamo passare per le gallerie del Primo Appartamento, e quindi vederci continuamente in su gli occhi la sfrenata e insultante libertà di quegli altri; durissimo  paragone  colla  severità  del  nostro  sistema,  che  chiamavamo andantemente galera. Chi fece quella distribuzione era uno stolido, e non conosceva punto il cuore dell’uomo; non si accorgendo della funesta influenza  che  doveva  avere  in  quei  giovani  animi  quella  continua  vista  di tanti proibiti pomi. Capitolo secondo Primi studi, pedanteschi, e mal fatti. Io era dunque collocato nel Terzo Appartamento, nella camerata detta di mezzo; affidato alla guardia di quel servitore Andrea, che trovatosi così padrone di me senza avere né la madre, né lo zio, né altro mio parente che lo frenasse, diventò un diavolo scatenato. Costui dunque mi tiranneggiava per  tutte  le  cose  domestiche  a  suo  pieno  arbitrio.  E  così  l’assistente  poi faceva di me, come degli altri tutti, nelle cose dello studio, e della condotta usuale. Il giorno dopo il mio ingresso nell’Accademia, venne da quei professori esaminata la mia capacità negli studi, e fui giudicato per un forte quartano, da poter facilmente in tre mesi di assidua applicazione entrare in terza. Ed in fatti mi vi accinsi di assai buon animo, e conosciuta ivi per la prima volta l’utilissima gara dell’emulazione, a competenza di alcuni altri anche maggiori di me per età, ricevuto poi un nuovo esame nel novembre, fui  assunto  alla  classe  di  terza.  Era  il  maestro  di  quella  un  certo  don Degiovanni; prete, di forse minor dottrina del mio buon Ivaldi; e che aveva inoltre  assai  minore  affetto  e  sollecitudine  per  i  fatti  miei,  dovendo  egli badare alla meglio, e badandovi alla peggio, a quindici, o sedici suoi scolari, che tanti ne avea. Tirandomi così innanzi in quella scoluccia, asino, fra asini, e sotto un asino, io vi spiegava il Cornelio Nipote, alcune egloghe di Virgilio, e simili; vi si facevano certi terni sguaiati e sciocchissimi; talché in ogni altro colle-
Vita di Vittorio Alfieri
dunque,  vistosi  così  sbeffato  in  pubblico,  e  rivestito  per  forza  della  sua natural pelle d’asino, non osò pure apertamente far gran vendetta di me; non mi fece più lavorare per lui, e rimase frenato e fremente dalla vergogna che gli avrei potuta fare scoprendolo. Il che non feci pur mai: ma io rideva veramente di cuore nel sentire raccontare dagli altri come era accaduto il fatto del potebam nella scuola; nessuno però dubitava ch’io ci avessi avuto parte. Ed io verisimilmente era anche contenuto nei limiti della discrezione, da quella vista della mano alzatami sul capo, che mi rimaneva tuttora sugli occhi, e che doveva essere il naturale ricatto di tante palle mal impiegate per farsi vituperare. Onde io imparai sin da allora, che la vicendevole paura era quella che governava il mondo. Fra queste puerili insipide vicende, io spesso infermo, e sempre mal sano, avendo anche consumato quell’anno di Rettorica, chiamato poi al solito esame fui giudicato capace di entrare in Filosofia. Gli studi di codesta filosofia si facevano fuori dell’Accademia, nella vicina Università, dove si andava due volte il giorno; la mattina era la scuola di geometria; il giorno, quella di filosofia, o sia logica. Ed eccomi dunque in età di anni tredici scarsi diventato filosofo; del qual nome io mi gonfiava tanto più, che mi collocava già quasi nella classe detta dei grandi; oltre poi il piacevolissimo balocco dell’uscire di casa due volteil giorno; il che poi ci somministrava spesso l’occasione di fare delle scorsarelle per le strade della città così alla sfuggita, fingendo di uscire di scuola per qualche bisogno. Benché dunque io mi trovassi il più piccolo di tutti quei grandi fra quali era sceso nella galleria del Secondo Appartamento, quella mia inferiorità di statura, di età e  di  forze  mi  prestava  per  l’appunto  più  animo  ed  impegno  di  volermi distinguere. Ed in fatti da prima studiai quanto bisognava per figurare alle ripetizioni che si facevano poi in casa la sera dai nostri ripetitori accademici.  Io  rispondeva  ai  quesiti  quanto  altri,  e  anche  meglio  talvolta;  il  che doveva essere in me un semplice frutto di memoria, e non d’altro; perché a dir vero io certamente non intendeva nulla di quella filosofia pedantesca, insipida per se stessa, ed avviluppata poi nel latino, col quale mi bisognava tuttavia contrastare, e vincerlo alla meglio a forza di vocabolario. Di quella geometria,  di  cui  io  feci  il  corso  intero,  cioè  spiegati  i  primi  sei  libri  di Euclide, io non ho neppur mai intesa la quarta proposizione; come neppure la intendo adesso; avendo io sempre avuta la testa assolutamente antigeometrica. Quella scuola poi di filosofia peripatetica che si faceva il dopo pranzo, era una cosa da dormirvi in piedi. Ed in fatti, nella prima mezz’ora Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri
pensato dappoi) i sublimi Saggi del familiarissimo Montaigne, i quali divisi in dieci tometti, e fattisi miei fidi e continui compagni di viaggio, tutte esclusivamente riempivano le tasche della mia carrozza. Mi dilettavano ed instruivano,  e  non  poco  lusingavano  anche  la  mia  ignoranza  e  pigrizia, perché aperti così a caso, qual che si fosse il volume, lettane una pagina o due,  lo  richiudeva,  ed  assai  ore  poi  su  quelle  due  pagine  sue  io  andava fantasticando del mio. Ma mi facea bensì molto scorno quell’incontrare ad ogni pagine di Montaigne uno o più passi latini, ed essere costretto a cercarne l’interpretazione nella nota, per la totale impossibilità in cui mi era ridotto  d’intendere  neppure  le  più  triviali  citazioni  di  prosa,  non  che  le tante dei più sublimi poeti. E già non mi dava neppur più la briga di provarmici, e asinescamente leggeva a dirittura la nota. Dirò più; che quei sì spessi  squarci  dei  nostri  poeti  primari  italiani  che  vi  s’incontrano,  anco venivano da me saltati a piè pari, perché alcun poco mi avrebbero costato fatica a benissimo intenderli. Tanta era in me la primitiva ignoranza, e la desuetudine poi di questa divina lingua, la quale in ogni giorno più andava perdendo. Per la via di Milano e Venezia, due città ch’io volli rivedere; poi per Trento, Inspruck, Augusta, e Monaco, mi rendei a Vienna, pochissimo trattenendomi in tutti i suddetti luoghi. Vienna mi parve avere gran parte delle picciolezze di  Torino, senza averne il bello della località. Mi vi trattenni tutta l’estate, e non vi imparai nulla. Dimezzai il soggiorno, facendo nel luglio  una  scorsa  fino  a  Buda,  per  aver  veduta  una  parte  dell’Ungheria. Ridivenuto oziosissimo, altro non faceva che andare attorno qua e là nelle diverse compagnie; ma sempre ben armato contro le insidie d’Amore. E mi era a questa difesa un fidissimo usbergo il praticare il rimedio commendato da Catone. Io avrei in quel soggiorno di Vienna potuto facilmente conoscere e praticare il celebre poeta Metastasio, nella di cui casa ogni giorno il nostro ministro, il degnissimo conte di Canale, passava di molte ore la sera in compagnia scelta di altri pochi letterati, dove si leggeva seralmente alcuno squarcio di classici o greci, o latini, o italiani. E quell’ottimo vecchio conte  di  Canale,  che  mi  affezionava,  e  moltissimo  compativa  i  miei perditempi, mi propose più volte d’introdurmivi. Ma io, oltre all’essere di natura ritrosa, era anche tutto ingolfato nel francese, e sprezzava ogni libro ed autore italiano. Onde quell’adunanza di letterati di libri classici mi parea dover essere una fastidiosa brigata di pedanti. Si aggiunga, che io avendo
Vita di Vittorio Alfieri
vera quintessenza di quei quattro gran luminari; ma mi preparai così a ben intenderli poi nelle letture susseguenti, a sviscerarli, gustarli, e forse anche rassomigliarli. Il Petrarca però mi riuscì ancor più difficile che Dante; e da principio mi piacque meno; perché il sommo diletto dei poeti non si può mai estrarre, finché si combatte coll’intenderli. Ma dovendo io scrivere in verso sciolto, anche di questo cercai di formarmi dei modelli. Mi fu consigliata la traduzione di Stazio del Bentivoglio. Con somma avidità la lessi, studiai, e postillai tutta; ma alquanto fiacca me ne parve la struttura del verso per adattarla al dialogo tragico. Poi mi fecero i miei amici censori capitare alle mani l’Ossian, del Cesarotti, e questi furono i versi sciolti che davvero mi piacquero, mi colpirono e m’invasarono. Questi mi parvero, con poca modificazione, un eccellente modello pel verso di dialogo. Alcune altre tragedie o nostre italiane, o tradotte dal francese, che io volli pur leggere sperando d’impararvi almeno quanto allo stile, mi cadevano dalle mani per la languidezza, trivialità, e prolissità dei modi e del verso, senza parlare poi della snervatezza dei pensieri. Tra le men cattive lessi e postillai le quattro traduzioni del Paradisi dal francese, e la Merope originale del Maffei. E questa, a luoghi mi piacque bastantemente per lo stile, ancorché mi lasciasse pur tanto desiderare per adempirne la perfettibilità, o vera, o sognata, ch’io me n’andavafabbricando nella fantasia. E spesso andava interrogando me stesso: or, perché mai questa nostra divina lingua, sì maschia ancor ed energica e feroce in bocca di Dante, dovrà ella farsi così sbiadata ed eunuca nel  dialogo  tragico?  Perché  il  Cesarotti  che  sì  vibratamente  verseggia nell’Ossian, così fiaccamente poi sermoneggia nella Semiramide e nel Maometto  del  Voltaire  da  esso  tradotte?  Perché  quel  pomposo  galleggiante scioltista  caposcuola,  il  Frugoni,  nella  sua  traduzione  del  Radamisto  del Crebillon, è egli sì immensamente minore del Crebillon e di sé medesimo? Certo, ogni altra cosa ne incolperò che la nostra pieghevole e proteiforme favella. E questi dubbi ch’io proponeva ai miei amici e censori, nissuno me li sciogliea. L’ottimo Paciaudi mi raccomandava frattanto di non trascurare nelle mie laboriose letture la prosa, ch’egli dottamente denominava la nutrice del verso. Mi sovviene a questo proposito, che un tal giorno egli mi portò il Galateo del Casa, raccomandandomi di ben meditarlo quanto ai modi, che certo ben pretti toscani erano, ed il contrario d’ogni franceseria. Io, che da ragazzo lo aveva (come abbiam fatto tutti) maledetto, poco inteso, e niente gustatolo, mi tenni quasiché offeso di questo puerile o pedantesco 124 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri
consiglio. Onde, pieno di mal talento contro quel Galateo, lo apersi. Ed alla vista di quel primo Conciossiacosache, a cui poi si accoda quel lungo periodo cotanto pomposo e sì poco sugoso, mi prese un tal impeto di collera, che scagliato per la finestra il libro, gridai quasi maniaco: “Ella è pur dura e stucchevole necessità, che per iscrivere tragedie in età di venzett’anni mi convenga ingoiare di nuovo codeste baie fanciullesche, e prosciugarmi il cervello con sì fatte pedanterie”. Sorrise di questo mio poetico ineducato furore; e mi profetizzò che io leggerei poi il Galateo, e più d’una volta. E così fu in fatti; ma parecchi anni dopo, quando poi mi era ben bene incallite  le  spalle  ed  il  collo  a  sopportare  il  giogo  grammatico.  E  non  il  solo Galateo, ma presso che tutti quei nostri prosatori del Trecento, lessi e postillai poi, con quanto frutto, nol so. Ma fatto si è che chi gli avesse ben letti quanto ai lor modi, e fosse venuto a capo di prevalersi con giudizio e destrezza dell’oro dei loro abiti, scartando i cenci delle loro idee, quegli potrebbe forse poi ne’ suoi scritti sì filosofici che poetici, o istorici, o d’altro qualunque genere, dare una ricchezza, brevità, proprietà, e forza di colorito allo stile, di cui non ho visto finora nessuno scrittore italiano veramente andar corredato. Forse, perché la fatica è improba; e chi avrebbe l’ingegno e la capacità di sapersene giovare, non la vuol fare; e chi non ha questi dati, la fa invano. Capitolo secondo Rimessomi sotto il pedagogo a spiegare Orazio. Primo viaggio letterario in Toscana. Verso  il  principio  dell’anno  ’76,  trovandomi  già  da sei  e  più  mesi ingolfato negli studi italiani, mi nacque una onesta e cocente vergogna di non più intendere quasi affatto il latino; a segno che, trovando qua e là, come accade, delle citazioni, anco le più brevi e comuni, mi trovava costretto di saltarle a piè pari, per non perder tempo a diciferarle. Trovandomi inoltre inibita ogni lettura francese, ridotto al solo italiano, io mi vedeva affatto privo d’ogni soccorso per la lettura teatrale. Questa ragione, aggiuntasi al rossore, mi sforzò ad intraprendere questa seconda fatica, per poter leggere le tragedie di Seneca, di cui alcuni sublimi tratti mi aveano rapito; e leggere  anche  le  traduzioni  letterali  latine  dei  tragici  greci,  che  sogliono essere più fedeli e meno tediose di quelle tante italiane che sì inutilmente possediamo. Mi presi dunque pazientemente un ottimo pedagogo, il quale,
Vita di Vittorio Alfieri
era però ben fermo di volere prima d’ogni cosa piacere a me stesso. Da quei signori dunque io mi contentava d’imparare negativamente, ciò che non va fatto; dal tempo, dall’esercizio, dall’ostinazione, e da me, io mi lusingava poi d’imparare quel che va fatto. E s’io volessi far ridere a spese di quei dotti, com’essi forse avran riso allora alle mie, potrei nominar taluno fra essi, e dei più pettoruti, che mi consigliava, e portava egli stesso la Tancia del Buonarroti, non dirò per modello, ma per aiuto al mio tragico verseggiare, dicendomi che gran dovizia di lingua e di modi vi troverei. Il che equivarebbe a chi proponesse a un pittore di storia di studiare il Callotta. Altri mi lodava lo stile del Metastasio, come l’ottimo per la tragedia. Altri, altro. E nessun di quei dotti era dotto in tragedia. Nel soggiorno di Pisa tradussi anche la Poetica d’Orazio in prosa con chiarezza e semplicità per invasarmi que’ suoi veridici e ingegnosi precetti. Mi diedi anche molto a leggere le tragedie di Seneca, benché in tutto ben mi avvedessi essere quelle il contrario dei precetti d’Orazio. Ma alcuni tratti di sublime vero mi trasportavano, e cercava di renderli in versi sciolti per mio doppio studio di latino e d’italiano, di verseggiare e grandeggiare. E nel fare questi tentativi mi veniva evidentemente sotto gli occhi lagran differenza tra il verso giambo ed il verso epico, i di cui diversi metri bastano per distinguere ampiamente le ragioni del dialogo da quelle di ogni altra poesia; e nel tempo stesso mi veniva evidentemente dimostrato che noi Italiani non avendo altro verso che l’endecasillabo per ogni componimento eroico, bisognava creare una giacitura di parole, un rompere sempre variato di suono, un fraseggiare di brevità e di forza, che venissero a distinguere assolutamente il verso sciolto tragico da ogni altro verso sciolto e rimato sì epico che lirico. I giambi di Seneca mi convinsero di questa verità, e forse in parte me ne procacciarono i mezzi. Che alcuni tratti maschi e feroci di quell’autore debbono per metà la loro sublime energia al metro poco sonante, e spezzato. Ed in fatti qual è sì sprovvisto di sentimento e d’udito, che non noti l’enorme differenza che passa tra questi due versi? L’uno, di Virgilio, che vuol dilettare e rapire il lettore: Quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum; l’altro, di Seneca che vuole stupire, e atterrir l’uditore; e caratterizzare in due sole parole due personaggi diversi: 1 Concede morte. 2 Si recusares, darem. Per questa ragione stessa non dovrà dunque un autor tragico italiano nei punti più appassionati e fieri porre in bocca de’ suoi dialogizzanti personaggi dei versi, che quanto al suono in nulla somiglino a
Vita di Vittorio Alfieri
retto da un qualche altro ente gradito e stimabile. Che all’incontro quand’io mi vedeva senza un sì fatto appoggio quasi solo nel mondo, considerandomi come inutile a tutti e caro a nessuno, gli accessi di malinconia, di disinganno e disgusto d’ogni umana cosa, eran tali e sì spessi, ch’io passava allora dei giorni interi, e anco delle settimane senza né volere né potere toccar libro né penna. Per ottenere dunque e meritare la lode di un uomo così stimabile agli occhi miei quanto era il Gori, io mi posi in quell’estate a lavorare con un ardore assai maggiore di prima. Da lui ebbi il pensiero di porre in tragedia la  congiura  de’ Pazzi.  Il  fatto  m’era  affatto  ignoto,  ed  egli  mi  suggerì  di cercarlo nel Machiavelli, a preferenza di qualunque altro storico. Così, per una  strana  combinazione,  quel  divino  autore  che  dovea  poi  in  appresso farmisi una delle mie più care delizie, mi veniva per la seconda volta posto in mano da un altro veracissimo amico, simile in molte cose al già tanto o me caro D’Acunha, ma molto più erudito e colto di lui. Ed in fatti, benché il mio terreno non fosse preparato abbastanza per ricevere e fruttificare un tal  seme,  pure  in  quel  luglio  ne  lessi  di  molti  squarci  qua  e  là,  oltre  la narrazione del fatto della congiura. Quindi, non solo la tragedia ne ideai immediatamente, ma invasato di quel suo dire originalissimo e sugoso, di lì a pochi giorni mi sentii costretto a lasciare ogni altro studio, e come inspirato e sforzato a scrivere d’un sol fiato i due libri della Tirannide; quasi per l’appunto quali poi molti anni appresso gli stampai. Fu quello uno sfogo di un animo ridondante e piagato fin dall’infanzia dalle saette dell’abborrita e universale oppressine. Se in età più matura io avessi dovuto trattar di nuovo un tal tema, l’avrei forse trattato alquanto più dottamente, corroborando l’opinione mia colla storia. Ma nello stamparlo non ho però voluto, col gelo degli anni e la pedanteria del mio poco sapere, indebolire in quel libro la fiamma di gioventù e di nobile e giusto sdegno, che ad ogni pagina d’esso mi parve avvampare, senza scompagnarsi da un certo vero e incalzante raziocinio che mi vi par dominare. Che se poi vi ho scorti degli sbagli, o delle amplificazioni, come figli d’inesperienza e non mai di mal animo, ce li ho voluti lasciare. Nessun fine secondo, nessuna privata vendetta mi inspirò quello scritto. Forse ch’io avrò o male, o falsamente sentito, ovvero con troppa passione. Ma e quando mai la passione pel vero e pel retto fu troppa, allorché massimamente si tratta di immedesimarla in altrui? Non ho detto che quanto ho sentito, e forse meno che più. Ed in quella bollente età il giudicare e raziocinare non eran fors’altro che un puro e generoso sentire. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri
Seconda stampa di sei altre tragedie. Varie censure delle quattro stampate prima. Risposta alla lettera del Calsabigi. Verso i primi d’agosto, partito di Milano, mi volli restituire in Toscana. Ci venni per la bellissima e pittoresca via nuova di Modena, che riesce a Pistoia. Nel far questa strada, tentai per la prima volta di sfogare anche alquanto il mio ben giusto fiele poetico, in alcuni epigrammi. Io era intimamente persuaso, che se degli epigrammi satirici, taglienti, e mordenti, non avevamo nella nostra lingua, non era certo colpa sua; ch’ella ha ben denti, ed ugne, e saette, e feroce brevità, quanto e più ch’altra lingua mai l’abbia, o le avesse. I pedanti fiorentini, verso i quali io veniva scendendo a gran passi nell’avvicinarmi a Pistoia, mi prestavano un ricco soggetto per esercitarmi un pochino in quell’arte novella. Mi trattenni alcuni giorni in Firenze,  e  visitai  alcuni  di  essi,  mascheratomi  da  agnello,  per  cavarne  o lumi, o risate. Ma essendo quasi impossibile il primo lucro, ne ritrassi in copia il secondo. Modestamente quei barbassori mi lasciarono, anzi mi fecero chiaramente intendere: che se io prima di stampare avessi fatto correggere  il  mio  manoscritto  da  loro,  avrei  scritto  bene.  Ed  altre  sì  fatte  mal confettate impertinenze mi dissero. M’informai pazientemente, se circa alla purità  ed  analogia  delle  parole,  e  se  circa  alla  sacrosanta  grammatica,  io avessi veramente solecizzato, o barbarizzato, o smetrizzato. Ed in questo pure,  non  sapendo  essi  pienamente  l’arte  loro,  non  mi  seppero  additare niuna di queste tre macchie nel mio stampato, individuandone il luogo; abbenché pur vi fossero qualche sgrammaticature; ma essi non le conoscevano. Si appagarono dunque di appormi delle parole, dissero essi, antiquate; e dei modi insoliti, troppo brevi, ed oscuri, e duri all’orecchio. Arricchito io in tal guisa di sì peregrine notizie, addottrinato e illuminato nell’arte tragica da sì cospicui maestri, me ne tornai a Siena. Quivi mi determinai, sì per occuparmi sforzatamente, che per divagarmi dai miei dolorosi pensieri, di proseguirvi sotto i miei occhi la stampa delle tragedie. Nel riferire io poi all’amico le notizie ed i lumi ch’io era andato ricavando dai nostri diversi oracoli italiani, e massimamente dai fiorentini e pisani, noi gustammo un pocolino di commedia, prima di accingerci a far di nuovo rider coloro a spese delle nostre ulteriori tragedie. Caldamente, ma con troppa fretta, mi avviai a stampare, onde in tutto settembre, cioè in meno di due mesi, uscirono in luce le sei tragedie in due tomi, che giunti al primo di quattro,
Vita di Vittorio Alfieri