peana

[pe-à-na]
In sintesi
canto di vittoria
← dal lat. paeāna acc., dal gr. paián -ânos, propr. ‘colui che guarisce’, epiteto di apollo.
1
ST Nell'antica Grecia, canto lirico in onore di Apollo
2
estens. Canto, discorso che celebra una vittoria militare || Canto gioioso

Citazioni
sono a’ musici inclinate ed hanno avuto questo per gratissimo cibo d’animo.” Allor il signor Gaspar, “La musica penso,” disse, “che insieme con molte altre vanità sia alle donne conveniente sì, e forse ancor ad alcuni che hanno similitudine d’omini, ma non a quelli che veramente sono; i quali non deono con delicie effeminare gli animi ed indurgli in tal modo a temer la morte.” “Non dite,” rispose il Conte; “perch’io v’entrarò in un gran pelago di laude della musica; e ricordarò quanto sempre appresso gli antichi sia stata celebrata e tenuta per cosa sacra, e sia stato opinione di sapientissimi filosofi il mondo esser composto di musica e i cieli nel moversi far armonia, e l’anima nostra pur con la medesima ragion esser formata, e però destarsi e quasi vivificar le sue virtù per la musica. Per il che se scrive Alessandro alcuna volta esser stato da quella così ardentemente incitato, che quasi contra sua voglia gli bisognava levarsi dai convivii e correre all’arme; poi, mutando il  musico  la  sorte  del  suono,  mitigarsi  e  tornar  dall’arme  ai  convivii.  E dirovvi il severo Socrate, già vecchissimo, aver imparato a sonare la citara. E ricordomi aver già inteso che Platone ed Aristotele vogliono che l’om bene instituito sia ancor musico, e con infinite ragioni mostrano la forza della musica in noi essere grandissima, e per molte cause, che or saria lungo a dir, doversi necessariamente imparar da puerizia; non tanto per quella superficial melodia che si sente, ma per esser sufficiente ad indur in noi un novo abito bono ed un costume tendente alla virtù, il qual fa l’animo più capace di felicità, secondo che lo esercizio corporale fa il corpo più gagliardo; e non solamente non nocere alle cose civili e della guerra, ma loro giovar sommamente. Licurgo ancora nelle severe sue leggi la musica approvò. E leggesi i Lacedemonii bellicosissimi ed i Cretensi aver usato nelle battaglie citare ed altri  instrumenti  molli;  e  molti  eccellentissimi  capitani  antichi,  come Epaminonda,  aver  dato  opera  alla  musica;  e  quelli che  non  ne  sapeano, come  emistocle, esser stati molto meno apprezzati. Non avete voi letto che T delle prime discipline che insegnò il bon vecchio Chirone nella tenera età ad Achille, il quale egli nutrì dallo latte e dalla culla, fu la musica; e volse il savio maestro che le mani, che aveano a sparger tanto sangue troiano, fossero spesso occupate nel suono della citara? Qual soldato adunque sarà che si vergogni d’imitar Achille, lasciando molti altri famosi capitani ch’io potrei addurre. Però non vogliate voi privar il nostro cortegiano della musica, la qual non solamente gli animi umani indolcisce, ma spesso le fiere fa diventar  mansuete;  e  chi  non  la  gusta  si  po  tener  per  certo  ch’abbia  i  spiriti
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
proprio  consiglio  determinato  darci  tanti  mali;  ma  facendo  la  natura  la sanità, il piacere e gli altri beni, conseguentemente dietro a questi furono congiunte le infirmità, i dispiaceri e gli altri mali. Però, essendo le virtù state al mondo concesse per grazia e dono della natura, sùbito i vicii, per quella concatenata contrarietà, necessariamente le furono compagni; di modo che sempre, crescendo o mancando l’uno, forza è che così l’altro cresca o manchi. III Però quando i nostri vecchi laudano le corti passate, perché non aveano gli omini così viciosi come alcuni che hanno le nostre, non conoscono che quelle ancor non gli aveano così virtuosi come alcuni che hanno le nostre; il che non è maraviglia, perché niun male è tanto malo, quanto quello che nasce dal seme corrotto del bene; e però producendo adesso la natura molto miglior ingegni che non facea allora, sì come quelli che si voltano al bene fanno  molto  meglio  che  non  facean  quelli  suoi,  così  ancor  quelli  che  si voltano al male fanno molto peggio. Non è adunque da dire che quelli che restavano di far male per non saperlo fare, meritassero in quel caso laude alcuna; perché avvenga che facessero poco male, faceano però il peggio che sapeano. E che gli ingegni di que’ tempi fossero generalmente molto inferiori a que’ che son ora, assai si po conoscere da tutto quello che d’essi si vede, così nelle lettere, come nelle pitture, statue, edifici ed ogni altra cosa. Biasimano ancor questi vecchi in noi molte cose che in sé non sono né bene né male, solamente perché essi non le faceano; e dicono non convenirsi ai giovani passeggiar per le città a cavallo, massimamente nelle mule; portar fodre di pelle, né robbe lunghe nel verno; portar berretta, finché almeno non sia l’omo giunto a dieceotto anni ed altre tai cose: di che veramente s’ingannano; perché questi costumi, oltra che sian commodi ed utili, sono dalla consuetudine introdutti ed universalmente piacciono, come allor piacea l’andar in giornea con le calze aperte e scarpette pulite e, per esser galante, portar tutto dì un sparvieri in pugno senza proposito, e ballar senza toccar la man della donna, ed usar molti altri modi, i quali, come or sariano goffissimi, allor erano prezzati assai. Però sia licito ancor a noi seguitar la consuetudine de’ nostri tempi, senza esser calunniati da questi vecchi, i quali spesso, volendosi laudare, dicono: “Io aveva vent’anni, che ancor dormiva
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i con mia madre e mie sorelle, né seppi ivi a gran tempo che cosa fossero donne; ed ora i fanciulli non hanno a pena asciutto il capo, che sanno più malizie che in que’ tempi non sapeano gli omini fatti,” né si avveggono che, dicendo così, confirmano i nostri fanciulli aver più ingegno che non aveano i loro vecchi. Cessino adunque di biasmar i tempi nostri, come pieni de vicii perché, levando quelli, levariano ancora le virtù; e ricordinsi che tra i beni  antichi,  nel  tempo  che  fiorivano  al  mondo  quegli  animi  gloriosi  e veramente divini in ogni virtù e gli ingegni più che umani, trovavansi ancor molti sceleratissimi; i quali, se vivessero, tanto sariano tra i nostri mali eccellenti nel male, quanto que’ boni nel bene; e de ciò fanno piena fede tutte le istorie. IV Ma  a  questi  vecchi  penso  che  omai  a  bastanza  sia  risposto.  Però lasciaremo questo discorso, forse ormai troppo diffuso ma non in tutto for di proposito; e bastandoci aver dimostrato le corti de’ nostri tempi non esser di minor laude degne che quelle che tanto laudano i vecchi, attenderemo ai ragionamenti avuti sopra il cortegiano, per i quali assai facilmente comprender si po in che grado tra l’altre corti fosse quella d’Urbino, e quale era quel Principe e quella Signora a cui servivano così nobili spiriti, e come fortunati si potean dir tutti quelli, che in tal commerzio viveano. V Venuto adunque il seguente giorno, tra i cavalieri e le donne della corte furono molti e diversi ragionamenti sopra la disputazion della precedente sera; il che in gran parte nasceva perché il signor Prefetto, avido di sapere ciò che detto s’era, quasi ad ognun ne dimandava e, come suol sempre intervenire, variamente gli era risposto; però che alcuni laudavano una cosa, alcuni un’altra, ed ancor tra molti era discordia della sentenzia propria del  Conte,  che  ad  ognuno  non  erano  restate  nella  memoria  così compiutamente le cose dette. Però di questo quasi tutto ‘l giorno si parlò; e come prima incominciò a farsi notte, volse il signor Prefetto che si mangiasse e tutti i gentilomini condusse seco a cena; e sùbito fornito di mangiare, n’andò alla stanza della signora Duchessa; la quale vedendo tanta com-
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
na andar in Moscovia per la guerra che era tra ‘l re di Polonia e ‘l duca di Moscovia, per mezzo d’alcuni del paese ordinò che un giorno determinato certi mercatanti moscoviti coi lor zibellini venissero ai confini di Polonia e promise esso ancor di trovarvisi, per praticar la cosa. Andando adunque il luchese  coi  suoi  compagni  verso  Moscovia,  giunse  al  Boristene,  il  quale trovò tutto duro di ghiaccio come un marmo, e vide che i Moscoviti, li quali per lo suspetto della guerra dubitavano essi ancor de’ Poloni, erano già sull’altra riva, ma non s’accostavano, se non quanto era largo il fiume. Così conosciutisi l’un l’altro dopo alcuni cenni, li Moscoviti cominciarono a parlar alto e domandare il prezzo che volevano de’ loro zibellini, ma tanto era estremo il  freddo,  che  non  erano  intesi;  perché le  parole,  prima  che giungessero all’altra riva, dove era questo luchese e i suoi interpreti, si gelavano in aria e vi restavano ghiacciate e prese di modo, che quei Poloni che sapeano il costume, presero per partito di far un gran foco proprio al mezzo del fiume, perché a lor parere quello era il termine dove giungeva la voce ancor calda prima che ella fosse dal ghiaccio intercetta; ed ancora il fiume era  tanto  sodo,  che  ben  poteva  sostenere  il  foco.  Onde,  fatto  questo,  le parole, che per spacio d’un’ora erano state ghiacciate, cominciarono a liquefarsi e descender giù mormorando, come la neve dai monti il maggio; e così sùbito furono intese benissimo, benché già gli omini di là fossero partiti; ma perché a lui parve che quelle parole dimandassero troppo gran prezzo per i zibellini, non volle accettar il mercato e così se ne ritornò senza.” LVI Risero allora tutti; e messer Bernardo, “In vero,” disse, “quella ch’io voglio raccontarvi non è tanto sottile; pur è bella, ed è questa. Parlandosi pochi dì sono del paese o mondo novamente trovato dai marinari portoghesi, e dei varii animali e d’altre cose che essi di colà in Portogallo riportano,  quello  amico  del  qual  v’ho  detto  affermò  aver  veduto  una  simia  di forma diversissima da quelle che noi siamo usati di vedere, la quale giocava a scacchi eccellentissimamente; e, tra l’altre volte, un dì essendo innanzi al re di Portogallo il gentilom che portata l’avea e giocando con lei a scacchi, la simia fece alcuni tratti sottilissimi, di sorte che lo strinse molto; in ultimo gli  diede  scaccomatto;  per  che  il  gentilomo  turbato,  come  soglion  esser tutti  quelli  che  perdono  a  quel  gioco,  prese  in  mano  il  re,  che  era  assai grande, come usano i Portoghesi, e diede in su la testa alla simia una gran Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro terzo C i i imaginar sapeano; ma ben gli pregava che avessero compassione a quegli innocenti fanciulli, i quali non potevano non che aver colpa, ma pur esser consapevoli delle male opere del padre. Di tanta efficacia furono queste parole, che ‘l fiero sdegno già conceputo negli animi di tutto quel populo sùbito fu mitigato, e converso in così piatoso affetto, che non solamente di concordia elessero quei figlioli per loro signori, ma ancor al corpo del morto  diedero  onoratissima  sepoltura.”  Quivi  fece  il  Magnifico  un  poco  di pausa; poi suggiunse: “Non sapete voi che la moglie e le sorelle di Mitridate mostrarono  molto  minor  paura  della  morte  che  Mitridate?  e  la  moglie d’Asdrubale  che  Asdrubale?  Non  sapete  ch’Armonia,  figliola  di  Ieron siracusano, volse morire nell’incendio della patria sua?” Allor il Frigio, “Dove vada ostinazione certo è,” disse, “che talor si trovano alcune donne che mai non mutariano proposito; come quella che non potendo più dir al marito “forbeci’, con le mani gli ne facea segno.” XXIII Rise il Magnifico Iuliano e disse: “La ostinazione che tende a fine virtuoso  si  dee  chiamar  constanzia;  come  fu  di  quella  Epicari,  libertina romana, che essendo consapevole d’una gran congiura contra di Nerone, fu di tanta constanzia che, straziata con tutti i più asperi tormenti che imaginar si possano, mai non palesò alcuno delli complici; e nel medesimo pericolo molti nobili cavalieri e senatori timidamente accusarono fratelli, amici e le più care ed intime persone che avessero al mondo. Che direte voi di quell’altra che si chiamava Leona? in onor della quale gli Ateniesi dedicorono innanzi alla porta della ròcca una leona di bronzo senza lingua, per dimostrar  in  lei  la  constante  virtù  della  taciturnità;  perché  essendo  essa medesimamente consapevole d’una congiura contra i tiranni, non si spaventò per la morte di dui grandi omini suoi amici, e benché con infiniti e crudelissimi tormenti fusse lacerata, mai non palesò alcuno dei congiurati.” Disse allor madonna Margherita Gonzaga: “Parmi che voi narriate troppo brevemente queste opere virtuose fatte da donne; ché se ben questi nostri nemici l’hanno udite e lette, mostrano non saperle e vorriano che se ne perdesse la memoria: ma se fate che noi altre le intendiamo, almen ce ne faremo onore.”
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro terzo C i i avendo il tutto fatto intendere allo amante e mostratogli ciò che far dovea, condusse la giovane in una di quelle grotte oscure che soglion visitar quasi tutti quei che vanno a san Sebastiano; ed in questa tacitamente s’era nascosto prima il giovane, il quale, ritrovandosi solo con quella che amava tanto, cominciò con tutti i modi a pregarla più dolcemente che seppe che volesse avergli compassione e mutar la sua passata durezza in amore; ma poi che vide tutti i prieghi esser vani, si volse alle minacce; non giovando ancora queste,  cominciò  a  batterla  fieramente;  in  ultimo,  essendo  in  ferma disposizion d’ottener lo intento suo, se non altrimenti, per forza, ed in ciò operando il soccorso della malvagia femina che quivi l’aveva condotta, mai non poté tanto fare che essa consentisse; anzi e con parole e con fatti, benché  poche  forze  avesse,  la  meschina  giovane  si  diffendeva  quanto  le  era possibile; di modo che tra per lo sdegno conceputo, vedendosi non poter ottener quello che volea, tra per la paura che non forse i parenti di lei, se risapeano la cosa, gli ne facessino portar la pena, questo scelerato, aiutato dalla fante, la quale del medesimo dubitava, affogò la mal avventurata giovane e quivi la lassò; e fuggitosi, procurò di non esser trovato. La fante, dallo error suo medesimo acciecata, non seppe fuggire, e presa per alcuni indici confessò ogni cosa; onde ne fu come meritava castigata. Il corpo della costante e nobil donna con grandissimo onore fu levato di quella grotta e portato alla sepultura in Roma, con una corona in testa di lauro, accompagnato da un numero infinito d’omini e di donne, tra’ quali non fu alcuno che a casa riportasse gli occhi senza lacrime; e così universalmente da tutto ‘l populo fu quella rara anima non men pianta che laudata. XLIX Ma per parlarvi di quelle che voi stesso conoscete, non vi ricorda aver inteso che andando la signora Felice dalla Rovere a Saona, e dubitando che alcune  vele  che  s’erano  scoperte  fossero  legni  di  papa  Alessandro  che  la seguitassero,  s’apparecchiò  con  ferma  deliberazione,  se  si  accostavano,  e che rimedio non vi fusse in fuga, di gittarsi nel mare; e questo non si po già credere che lo facesse per leggerezza, perché voi così come alcun altro conoscete ben di quanto ingegno e prudenzia sia accompagnata la singular bellezza di quella signora. Non posso pur tacere una parola della signora Duchessa nostra, la quale, essendo vivuta quindeci anni in compagnia del marito come vidua, non solamente è stata costante di non palesar mai questo a
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
che così spesso loro sono compagne? E se vorremo ben considerar il vero, conosceremo ancora che, circa la cognizion delle cose grandi, non desviano gli ingegni, anzi gli svegliano; ed alla guerra fanno gli omini senza paura ed arditi  sopra  modo.  E  certo  impossibil  è  che  nel  cor  d’omo,  nel  qual  sia entrato  una  volta  fiamma  d’amore,  regni  mai  più  viltà;  perché  chi  ama desidera sempre farsi amabile più che po, e teme sempre non gli intervenga qualche vergogna che lo possa far estimar poco da chi esso desidera esser estimato assai; né cura d’andare mille volte il giorno alla morte, per mostrar d’esser degno di quell’amore; però chi potesse far un esercito d’innamorati, li quali combattessero in presenzia delle donne da loro amate, vinceria tutto ‘l mondo, salvo se contra questo in opposito non fosse un altro esercito medesimamente innamorato. E crediate di certo che l’aver contrastato Troia dieci anni a tutta Grecia non procedette d’altro che d’alcuni innamorati, li quali, quando erano per uscir a combattere, s’armavano in presenzia delle lor donne, e spesso esse medesime gli aiutavano e nel partir diceano lor qualche parola che gli infiammava e gli facea più che omini; poi nel combattere sapeano esser dalle lor donne mirati dalle mura e dalle torri; onde loro parea che ogni ardir che mostravano, ogni prova che faceano, da esse riportasse  laude;  il  che  loro  era  il  maggior  premio  che  aver  potessero  al mondo. Sono molti che estimano la vittoria dei re di Spagna Ferrando ed Isabella contra il re di Granata esser proceduta gran parte dalle donne; ché il più delle volte quando usciva lo esercito di Spagna per affrontar gli inimici, usciva ancora la regina Isabella con tutte le sue damigelle e quivi si ritrovavano molti nobili cavalieri innamorati; li quali finché giongeano al loco di veder gli nemici, sempre andavano parlando con le lor donne; poi, pigliando licenzia ciascun dalla sua, in presenzia loro andavano ad incontrar gli nimici con quell’animo feroce che dava loro  amore, e ‘l desiderio di far conoscere alle sue signore che erano servite da omini valorosi; onde molte volte trovaronsi pochissimi cavalieri spagnoli mettere in fuga ed alla morte infinito numero di Mori mercé delle gentili ed amate donne. Però non so, signor Gasparo, qual perverso giudicio v’abbia indutto a biasimar le donne. LII Non vedete voi che di tutti gli esercizi graziosi e che piaceno al mondo a niun altro s’ha da attribuire la causa, se alle donne no? Chi studia di danzare e ballar leggiadramente per altro, che per compiacere a donne? Chi
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo. Antandro e Simeonta, onde si mosse, rivide e là dov’Ettore si cuba; e mal per Tolomeo poscia si scosse. 70 Da indi scese folgorando a Iuba; onde si volse nel vostro occidente, ove sentia la pompeana tuba. Di quel che fé col baiulo seguente, Bruto con Cassio ne l’inferno latra, e Modena e Perugia fu dolente. Piangene ancor la trista Cleopatra, che, fuggendoli innanzi, dal colubro la morte prese subitana e atra.
Divina Commedia di Dante Alighieri
I In quella parte del libro de la mia memoria, dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova. Sotto la  quale  rubrica  io  trovo  scritte  le  parole  le  quali  è  mio  intendimento d’asemplare in questo libello; e se non tutte, almeno la loro sentenzia. II Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato lo cielo de la luce quasi a uno medesimo punto, quanto a la sua propria girazione, quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapeano che si chiamare. Ella era in questa vita già stata tanto, che ne lo suo tempo lo cielo stellato era mosso verso la parte d’oriente de le dodici parti l’una d’un grado, sì che quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono. Apparve vestita di nobilissimo colore, umile ed onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etade si convenia. In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente che apparia ne li mènimi polsi orribilmente; e tremando, disse queste parole: “Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur mihi”. In quello punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l’alta camera ne la quale tutti li spiriti sensitivi  portano  le  loro  percezioni,  si  cominciò  a  maravigliare  molto,  e parlando spezialmente a li spiriti del viso, sì disse queste parole: “Apparuit iam beatitudo vestra”. In quello punto lo spirito naturale, lo quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e piangendo, disse queste parole: “Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!”. D’allora innanzi dico che Amore segnoreggiò la mia anima, la quale fu sì tosto a lui disponsata, e cominciò a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria per la vertù che li dava la mia imaginazione, che me convenia fare tutti li suoi piaceri compiutamente. Elli mi comandava molte volte che io cercasse per vedere questa angiola giovanissima; onde io ne  la  mia  puerizia  molte  volte  l’andai  cercando,  e  vedèala  di  sì  nobili  e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella parola del poeta Omero: Ella non parea figliuola d’uomo mortale, ma di Deo. E avegna che la sua imagine, la quale continuamente meco stava, fosse baldanza d’Amore a segnoreggiare me, tuttavia era di sì nobilissima vertù, che nulla volta sofferse che Amore mi reggesse sanza lo fedele consiglio de la ragione in quelle cose là ove cotale consiglio fosse utile a udire. E però che soprastare a le passioni Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita nuova di Dante Alighieri
sua veduta da questa battaglia, dimenticando quello che per appropinquare a tanta gentilezza m’addivenia. La quarta si è come cotale veduta non solamente non mi difendea, ma finalmente disconfiggea la mia poca vita. E però dissi questo sonetto, lo quale comincia: Spesse fiate. Spesse fiate Spesse fiate vègnonmi a la mente le oscure qualità ch’Amor mi dona, e vènnemi pietà, sì che sovente io dico: “Lasso! avvien elli a persona?”; 5 ch’Amor m’assale subitanamente, sì che la vita quasi m’abbandona: càmpami uno spirto vivo solamente, e que’ riman, perché di voi ragiona. Poscia mi sforzo, ché mi voglio atare; 10 e così smorto, d’onne valor vòto, vegno a vedervi, credendo guerire: e se io levo li occhi per guardare, nel cor mi si comincia uno tremoto, che fa de’ polsi l’anima partire. Questo sonetto si divide in quattro parti, secondo che quattro cose sono in esso narrate; e però che sono di sopra ragionate, non m’intrametto se non di distinguere le parti per li loro cominciamenti. Onde dico che la seconda parte comincia quivi:  ch’Amor; la terza quivi:  Poscia mi sforzo; la quarta quivi: e se io levo. XVII Poi che dissi questi tre sonetti, ne li quali parlai a questa donna, però che fuoro narratori di tutto quasi lo mio stato, credendomi tacere e non dire più, però che mi parea di me assai avere manifestato, avvegna che sempre poi tacesse di dire a lei, a me convenne ripigliare matera nuova e più nobile che  la  passata.  E  però  che  la  cagione  de  la  nuova  matera  è  dilettevole  a udire, la dicerò, quanto potrò più brievemente. XVIII Con ciò sia cosa che per la vista mia molte persone avessero compreso lo secreto del mio cuore, certe donne, le quali adunate s’erano, dilettandosi l’una ne la compagnia de l’altra, sapeano bene lo mio cuore, però che ciascuna di loro era stata a molte mie sconfitte; ed io passando appresso di Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita nuova di Dante Alighieri
potenti popolani, assalirono e fedirono uno valoroso popolano chiamato Orlanduccio  Orlandi,  il  dì,  passato  vespro,  e  lascioronlo  par  morto.  La gente s’armò, a piè e a cavallo, e vennono al palagio de’ priori. E uno valente cittadino chiamato Catellina Raffacani disse: “Signori, voi sete traditi. È viene verso la notte: non penate, mandate per le vicherìe; e domattina all’alba pugnate contro a’ vostri adversari”. Il podestà non mandò la sua famiglia a casa il malfattore: né il gonfaloniere della giustizia non si mosse a punire il malificio, perché avea tenpo X dì. Mandossi per le vicherìe. E vennono, e spiegorono le bandiere: e poi nascosamente  n’andorono  dal  lato  di  Parte  nera,  e  al  Comune  non  si appresentorono. Non fu chi confortasse la gente che si accogliesse al palagio de’  signori,  quantunque  il  gonfalone  della  giustizia  fusse  alle  finestre. Trassonvi  i  soldati,  che  non  erano  corrotti,  e  altre  genti:  i  quali,  stando armati al palagio, erano alquanti seguiti. Altri cittadini ancora vi trassono a piè e a cavallo, amici; e alcuni nimici, per vedere che effetto avessono le cose. I signori non usi a guerra, occupati da molti che voleano esser uditi; e in poco stante si fe’ notte. Il podestà non vi mandò sua famiglia, né non si armò: lasciò l’ufficio suo a’ priori; ché potea andare alla casa de’ malfattori con arme con fuoco e con ferri. La raunata gente non consigliò. Messer Schiatta Cancellieri capitano non si fece innanzi ad operare e a contastare a’ nimici, perché era uomo più atto a riposo e a pace che a guerra; con tutto che per li volgare si dicesse, che si dié vanto d’uccidere messer Carlo: ma non fu vero. Venuta la notte, la gente si cominciò a partire; e le loro case afforzorono con asserragliare le vie con legname, acciò che trascorrere non potesse la gente. Capitolo XVI Messer Manetto Scali (nel quale la Parte bianca avea gran fidanza, perché era potente d’amici e di séguito) cominciò afforzare il suo palagio, e fecevi edificii da gittar pietre. Li Spini aveano il loro palazo grande incontro al  suo,  e  eransi  proveduti  esser  forti:  perché  sapeano  bene  che  quivi  era bisogno riparare, per la gran potenzia che si stimava della casa degli Scali. Infra il detto tempo cominciorono le dette parti a usare nuova malizia, ché tra loro usavano parole amichevoli. Li Spini diceano alli Scali: “Dè, perché facciamo noi così? Noi siamo pure amici e parenti, e tutti guelfi: noi
Cronica di Dino Compagni
Pistoia, conoscendo le donne e’ figliuoli de’ loro nemici, ne vituperorono assai: ma il Duca molte ne difese. Il nuovo papa Clemente V a petizione del cardinale Niccolao da Prato, comandò al duca Ruberto e a’ Fiorentini si levassono dall’assedio di Pistoia. Il duca ubbidì e partissi: i Fiorentini vi rimasono, e elessono per capitano messer... de’ Gabrielli d’Agobbio; il quale niuna piatà avea de’ cittadini di Pistoia. I quali, dentro alla terra, constrigneano le lagrime e non dimostravano  le  loro  doglie,  perché  vedeano  era  di  bisogno  di  così  fare  per  non morire. Sfogavansi contro a’ loro adversari: quando alcuno ne prendeano, crudelmente l’uccideano. Ma la gran piatà era di quelli eran guasti nel campo: che co’ piè mozzi li ponieno appiè delle mura, acciò che i loro padri, fratelli o figlioli li vedessono: e non li poteano ricevere né aiutare, perché la Signoria non li lasciava, acciò che gli altri non ne sbigottissono, né non li lasciavano di sulle mura vedere da’ loro parenti e amici. E così morivano i buoni cittadini pistolesi, che da’ nimici erano smozzicati e cacciati verso la lora tribolata e afflitta città. Molta migliore condizione ebbe Soddoma e Gomorra, e l’altre terre, che profondarono in un punto e morirono gli uomini, che non ebbono i Pistolesi morendo in così aspre pene. Quanto gli assalì l’ira d’Iddio! Quanti e quali peccati poteano avere a così repente giudicio? Quelli che erano all’assedio, di fuori, sosteneano male assai per lo tenpo cattivo, e per lo male terreno, e per  le  spese  grandi:  e  i  loro  cittadini  gravavano  forte,  e  spogliavano  i Ghibellini e’ Bianchi di moneta, per modo che molti ne consumorono. E per avere  moneta  ordinorono  uno  modo  molto  sottile,  che  fu  una taglia che puosono a’ cittadini, che si chiamò la Sega. E poneano a’ Ghibellini e a’ Bianchi tanto per testa il dì; a alcuni lire III, a altri lire II, a chi lire I, secondo che parea loro che potesse sopportare: e così avea la sua taglia colui che era a’ confini, come chi era nella città. E a tutti i padri, che aveano figliuoli  da  portare  arme,  feciono  certa  taglia,  se  fra  dì  XX  non  si rappresentassono nell’oste. Mandavavi la città a sesti, e a mute di XX dì in XX dì. E tanto feciono i Fiorentini e’ Lucchesi, che molti loro contadini distrussono, tenendoli senza paga; però che erano poveri, e convenia loro stare con l’arme allo assedio di Pistoia. I governatori di Pistoia, che sapeano il segreto della vittuaglia, sempre la celavano, e a’ forestieri, che serviano la terra con arme, ne davano, e agli altri utili uomini, discretamente, come bisogno n’aveano: perché si vedeano venire alla morte per fame. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
XXVI – Bartolino farsettaio fiorentino, trovandosi nel bagno a Petriuolo col maestro Tommaso del Garbo, e col maestro Dino da Olena, insegna loro trarre il sangue, ecc. ....................................................................... 56 XXVII – Marchese Obizzo da Esti comanda al Gonnella buffone che subito vada via, e non debba stare sul suo terreno; e quello che segue ................................................................................................................... 57 XXVIII – Ser Tinaccio prete da Castello mette a dormire con una sua figliuola uno giovene, credendo sia femina, e ’l bel trastullo che n’avviene .......................................................................................... 58 XXIX – Uno cavaliero di Francia, essendo piccolo e grasso, andando per ambasciadore innanzi a papa Bonifazio, nell’inginocchiare gli vien fatto un peto, e con un bel motto ramenda il difetto............................... 62 XXX –  Tre  ambasciadori  cavalieri  sanesi  e  uno  scudiere  vanno  al  Papa.  Fanno  dicitore  lo  scudiere, e la cagione perché, e quello che con piacere ne seguìo ..................................................................................... 63 XXXI – Due ambasciadori di Casentino sono mandati al vescovo Guido d’Arezzo; dimenticano ciò che è  stato commesso, e quello che ’l vescovo dice loro, e come tornati hanno grande onore per aver ben fatto ............... 64 XXXII – Uno frate predicatore in una terra toscana, di quaresima predicando, veggendo che a lui udire non andava persona, truova modo con dire che mostrerrà che l’usura non è peccato, che fa concorrere molta gente a lui e abbandonare gli altri .................................................................................................................... 68 XXXIII – Lo vescovo Marino scomunica messer Dolcibene, e ricomunicandolo poi, dando della mazzuola  troppo forte, messer Dolcibene si leva, e cacciandolsi sotto, gli dà di molte busse ............................................ 70 XXXIV – Ferrantino degli Argenti da Spuleto, essendo al soldo della Chiesa a Todi, cavalca di fuori, e poi,  essendo tornato tutto bagnato di pioggia, va in una casa, dove truova al fuoco di molte vivande e una  giovene, nella quale per tre dì sta come li piace ............................................................................................... 72 XXXV – Uno chericone, sanza sapere gramatica, vuole con interdotto d’uno cardinale, di cui è servo, supplicare dinanzi a papa Bonifazio uno benefizio, là dove dispone che cosa è il terribile.................................. 78 XXXVI –  Tre Fiorentini, ciascuno di per sé, e con nuovi avvisi per la guerra tra loro e’  Pisani, corrono dinanzi a’ Priori, dicendo che hanno veduto cose che niuna era presso a cento miglia; e così ancora che avevano  fatto, e non sapeano che .................................................................................................................... 79 XXXVII – Bernardo di Nerino, vocato Croce, venuto a questione a uno a uno con tre Fiorentini,  confonde ciascuno di per sé con una sola parola .............................................................................................. 81 XXXVIII – Messer Ridolfo da Camerino con una bella parola confonde il dire de’ Brettoni suoi nimici, facendosi beffe di lui, perché fuor di Bologna non uscìa ................................................................................... 83 XXXIX – Agnolino Bottoni da Siena manda un cane da porci a messer Ridolfo da Camerino, ed egli lo rimanda in dietro con parole al detto Agnolino con dilettevole sustanza ............................................ 84 XL – Il detto messer Ridolfo a un suo nipote, tornato da Bologna da apparare ragione, gli prova che ha perduto il tempo............................................................................................................................................... 85 XLI – Molte novellette, e detti del detto messer Ridolfo piacevoli, e con gran sustanza ............................................ 86 XLII – Messer Macheruffo da Padova fa ricredenti i Fiorentini di certe beffe fatte contro a lui da certi gioveni sciagurati, e con opere ancora il dimostra............................................................................................. 90 XLIII – Un cavaliero di piccola persona da Ferrara andò podestà d’Arezzo: quando entra nella terra s’avvede essere sghignato, e con una parola si difende .................................................................................................... 92 XLVII ..................................................................................................................................................................... 92 XLVIII – Lapaccio di Geri da Montelupo a la Ca’ Salvadega dorme con un morto: caccialo in terra dal letto, non sappiendolo: credelo avere morto, e in fine trovato il vero, mezzo smemorato si va con Dio ...................... 94 XLIX – Ribi buffone, tornando da uno paio di nozze con certi gioveni fiorentini, è preso di notte  dalla famiglia: giunto dinanzi al podestà, con un piacevole motto dilibera lui e tutta la brigata ....................... 98 L – Ribi buffone, vestito di romagnuolo, essendo rotta la gonnella, se la fa ripezzare con iscarlatto alla donna di messer Amerigo Donati, e quello che rispondea a chi se ne facea beffe ............................................. 101 LI – Ser Ciolo da Firenze, non essendo invitato, va ad un convito di messer Bonaccorso Bellincioni; èlli detto; e quelli, essendo goloso, risponde sì che e allora e poi mangiovvi spesso .......................................... 103 LII – Sandro Tornabelli, veggendo che uno il vuol fare pigliare per una carta, della quale avea fine, s’accorda col messo a farsi pigliare, e ha il mezzo guadagno dal messo ............................................................ 105
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
XXVI Bartolino farsettaio fiorentino, trovandosi nel bagno a Petriuolo col maestro  ommaso T del Garbo, e col maestro Dino da Olena, insegna loro trarre il sangue, ecc. La dottrina che seguita non fu meno maestrevole che quella di messer Dolcibene, la quale usoe Bartolino farsettaio, trovandosi nel bagno a Petriuolo col maestro Tommaso del Garbo e con maestro Dino da Olena, ragionando d’assai cose da diletto con loro, però che come fossono scienziati, erano non meno piacevoli che Bartolino. Fra l’altre cose che costui disse a questi due medici,  fu  che  gli  domandò  se  sapeano  come  si  traea  il  sangue  al  peto. Udendo li due valentri uomeni questo, cominciano ad entrare nelle risa per
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Disse l’altro: — Ben di’ —; e cavalcando e trasognando pervennono a terza all’albergo dove doveano desinare, e pensando e ripensando, insino che furono per andare a tavola, giammai non se ne poterono ricordare. Andati  a  desinare,  essendo  a  mensa,  fu  dato  loro  d’uno  finissimo vino. Gli ambasciadori, a cui piacea più il vino che avere tenuta a mente la commessione, si comincia ad attaccare al vetro; e béi e ribei, cionca e ricionca, quando ebbono desinato, non che si ricordassino della loro ambasciata ma e’ non sapeano dove si fossono, e andarono a dormire. Dormito che ebbono una pezza, si destaron tutti intronati. Disse l’uno all’altro: — Ricorditi tu ancora del fatto nostro? Disse l’altro: — Non so io; a me ricorda che ’l vino dell’oste è il migliore vino che io beessi mai; e poi ch’io desinai, non mi sono mai risentito, se non ora; e ora appena so dove io mi sia. Disse l’altro: — Altrettale te la dico; ben, come faremo? che diremo? Brievemente disse l’uno: — Stiànci qui tutto dì oggi; e istanotte (ché sai che la notte assottiglia il pensiero) non potrà essere che non ce ne ricordi. E accordaronsi a questo; e ivi stettono tutto quel giorno, ritrovandosi spesso co’ loro pensieri nella Torre a Vinacciano. La sera essendo a cena e adoperandosi più il vetro che ’l legname, cenato che ebbono, appena intendea l’uno  l’altro.  Andaronsi  al  letto,  e  tutta  notte  russorono  come  porci.  La mattina levatisi, disse l’uno: — Che faremo? Rispose l’altro: — Mal che Dio ci dia, ché poi che istanotte non m’è ricordato d’alcuna cosa, non penso me ne ricordi mai. Disse l’altro: — Alle guagnele, che noi bene stiamo, che io non so quello che si sia, o se fosse quel vino, o altro, che mai non dormi’ così fiso, sanza potermi mai destare, come io ho dormito istanotte in questo albergo. — Che diavol vuol dir questo? — disse l’altro. — Saliamo a cavallo, e andiamo con Dio; forse tra via pur ce ne ricorderemo. E così si partirono, dicendo per la via spesso l’uno all’altro: — Ricorditi tu? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
considerando che fosse chi egli è, lo domandò: — Quid est terribilis? Il  cherico,  udendo  questo  nome  così  terribile,  e  non  sapendo  che rispondere, guardava il cardinale, il quale menava il braccio, come quando si dà lo ’ncenso col terribile. E ’l cherico, pensando a quello che gli accennava, disse a lettere grosse: — Il tale dell’asino, quando egli è ritto, padre santo. Il papa, udendo questo, parve che dicesse: “Egli ha meglio risposto che potesse. E qual’è più terribile cosa che quella?” E disse: —Fiat, fiat  —; e volto al cardinale ridendo, disse: — Menalo via; fiat, fiat. E così fu fatto. Quanto fu grosso questo chericone, che non considerò quello che disse, né innanzi a cui, facendo così bella sposizione! e per questo ebbe il beneficio; ché avendo saputo qualcosa, forse non l’arebbe aùto. E forse fu questa sua grossezza cagione di farlo venire a maggiore dignità, come spesso interviene a molti, a cui viene il nostro Signore tra le mani, li quali hanno meno discrizione che gli animali irrazionali. XXXVI Tre Fiorentini, ciascuno di per sé, e con nuovi avvisi per la guerra tra loro e’ Pisani, corrono dinanzi a’ Priori, dicendo che hanno veduto cose che niuna era presso a cento miglia; e così ancora che avevano fatto, e non sapeano che. Molto seppono meno quello che dicessono tre Fiorentini in questo capitolo, che ’l cherico passato. Nel tempo che l’ultima volta li Fiorentini ebbono  guerra  co’  Pisani,  essendo  gl’Inghilesi,  che  erano  dalla  parte  de’ Pisani, cavalcati verso il terreno fiorentino, uno Geppo Canigiani, il quale era a un suo luogo a San Casciano, spaventato da uno romore o d’acqua, o di vento, come interviene quando viene mal tempo, s’avvisò quello poter esser l’esercito de’ nimici, e portar la novella a’ Signori da Firenze, per venire in grazia. E così salito a cavallo, a spron battuti n’andò al palagio de’ Priori  a  smontare;  e  andato  dinanzi  a’  Signori,  disse  che  venìa  da  San Casciano, e ch’e’ nimici con grandissimo romore ne venìano verso Firenze. Li Signori domandano se gli ha veduti; colui dicea di no, ma che gli Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Giorgio —; e Giano gridava: — Oimè, ch’io sono diserto. Colui,  di  cui  era  la  ronzina,  era  tuttavia  drieto  con  un  bastone,  e volendo attutare la concupiscenza della carne dava di gran bastonate, quando al cavallo e quando alla ronzina; e spesse volte, quando dava al cavallo, e Rinuccio gli si gettava addosso, e dicea: — Per Santo Loi, che, se tu dài al mio cavallo, che io darò a te. E così pervennono con questo romore per Calimala, là dove tutti i ritagliatori gittavano i panni dentro, e serravono le botteghe. Chi dicea: — Che è? E chi dicea: — Che  vuol  dir  questo?  —  e  chi  stava  come  smemorato;  e  molti seguivono le bestie, le quali, voltesi per lo chiassolino che va in Orto San Michele,  entrorono  tra’  granaiuoli  e  le  bigonce  del  grano  che  si  vendea sotto il palagio, dov’è l’Oratorio, e scalpitarono molti granaiuoli. E di quelli ciechi, che sempre ve ne stavano assai nel detto luogo al Pilastro, sentendo il romore ed essendo sospinti e scalpitati, non sappiendo il caso del romore, menavano i loro bastoni, dando or all’uno e or all’altro. La  maggior  parte  di  quelli,  che  si  sentivano  dare  del  bastone,  si rivolgeano a loro non sappiendo che fossono ciechi. Altri, che sapeano che coloro erano ciechi, diceano e riprendeano quelli che contro a loro faceano; e quelli tali si rivolgeano loro addosso. E così chi di qua e chi di là, e chi per un  verso  e  chi  per  un  altro,  si  cominciarono  a  ingoffare,  facendo  molte mislee da più parti; e con queste mischie uscirono fuori de Orto San Michele  le  scuccomedre,  non  essendo  ancora  attutato  il  caldo  del  bestiale amorazzo del cavallo, anzi più tosto cresciuto, e forse con alcune pugna che ebbe Rinuccio e quello della ronzina, giunsono, così percotendosi, e con busso  e  con  romore,  su  la  piazza  de’  Priori.  Li  quali  Priori  e  chi  era  in palagio, veggendo dalle finestre tanto tumultuoso popolo giugnere da ogni parte, ebbono per certo il romore essere levato. Serrasi il palagio, e armasi la famiglia, e così quella del capitano e dello esecutore. Su la piazza era tutto pieno, e parte combatteano con pugna, e gran parte d’amici e parenti erano drieto a Bucifalasso e a Rinuccio, per aiutarlo, che già non potea più. Come la fortuna volle, il cavallo e la ronzina quasi congiunti entrorono nella corticella dello esecutore, là dove lo esecutore, per grandissima paura, non sappiendo che fosse, ma avvisandosi che ’l furore del populo gli venisse per uno che avea tra mano, del quale era gran contesa che non morisse, ed elli il volea far morire; si fuggì drieto a un letto d’un suo notaio, e di là Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CCIX Il Minestra de’ Cerchi, avendo debito e guardandosi, stando a Candeghi è preso da’ messi, li quali l’aescarono con una anguilla messa in una fonte. Ma che dirén noi della novella che segue, la quale dimostrerrà come con una anguilla fu preso alla lenza uno gentiluomo fiorentino? Il Minestra de’ Cerchi fu uno uomo grasso e con corto vedere, ed era molto goloso, e sempre parea che stesse in debito. Avea uno suo luogo a Candegghi, là dove il più si dimorava, e là stava in casa, e quasi mai non usciva fuori per paura di non esser preso. Di che avvenne che, dovendo uno avere buona quantità di denari da lui, e avendone gran bisogno, e non possendo vedere né via né modo in che maniera potesse essere pagato, trovando un dì due messi della nostra città, che l’uno avea nome Mazzone e l’altro Messuccio, disse loro se alcuno  modo  vedessono  di  pigliare  questo  suo  debitore,  e  pigliassono  il prezzo come a loro piacesse. Di che si tirorono da parte e pensorono in che modo il potessono fare; e dissono al creditore che dava loro il cuore di sì, ma che voleano fiorini dieci. A  colui  parve  mill’anni,  e  disse  che  era  contento.  Fatto  il  patto  e considerato ciò che aveano a fare, eglino andorono tanto cercando a’ pescatori ch’egli ebbono una anguilla viva di circa due libbre, e con questa in Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 450 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � uno orciuolo d’acqua se n’andorono verso la Badìa a Candegghi; però che sapeano che ’l detto Minestra beeva dell’acqua d’una fonte, non molto di lungi dal luogo suo, e che la sua fante a quella andava per l’acqua per lui. Onde andorono alla detta fonte, ed entro vi misono quella anguilla. Messa che ve l’ebbono, nascosamente si misono in aguato, per essere presti a quello che poi venne lor fatto. Venendo l’ora dopo desinare, andando la fante per l’acqua forse per lavare le scodelle, guardando nella fonte, ebbe veduta questa  anguilla,  e  sforzandosi  quanto  poté  di  pigliarla,  vi  consumò  una mezz’ora;  e  in  fine,  abbandonatala,  si  torna  con  la  mezzina  dell’acqua  a casa; là dove, parendo al Minestra che troppo fosse stata, dice: — Il diavol ti ci reca; che hai tu tanto fatto? Ella risponde: — Non gridate, ché io v’ho creduto recare una bella anguilla che è nella fonte, che è grossa come quell’asta di lancia; e credendola più volte avere presa, ella m’è schizzata di mano, che sapete com’elle sdrucciolano. Disse il Minestra: — Sciocca che tu se’, ella fia una serpe; onde verrebbe l’anguilla costì? Dice la fante: — Sia col buon anno, s’io non conosco il baccello da’ paternostri! io vi dico ch’ella è un’anguilla. Il Minestra, udendo questo, ché già se la cominciava a manicare, disse: — Per certo, s’io dovesse essere preso, io non me ne terrei che io non v’andasse. E tolto un bucinetto che avea in casa da pigliare passere alle buche, andò alla detta fonte e menò seco la fante, però che elli non averebbe veduto la bufola nella neve, non che l’anguilla nella fonte. E dicendo alla fante: — Vedila tu? Ella dice che sì; ed elli li dice come ella debbe adoperare quel bucine. La fante, ubbidendo, in poco d’ora la tirò su nel bucine; e ’l Minestra così nella rete se la recò in mano dicendo: — Padella! E avviandosi con essa verso casa, ed ecco Mazzone e ’l compagno uscire dell’aguato, e giugne e piglia il Minestra, dicendo: — T u non la mangerai sanza me. Il Minestra, conoscendolo alla voce, ché poco lo scorgea con la vista, dice: — Eja, Mazzone, che vuol dir questo? Dice Mazzone: — Convientene venir con noi —; ché v’erano ancora quattro berrovieri. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
e sagacità del Gonnella; e lo re con tutti li baroni li donorono grandemente, sì che acquistò per la cappa dell’abate molto più che con li stronzi di cane venduti a Salerno. E spacciate in Napoli le sue faccende, si partì, e andò a suo  viaggio.  L’abate,  tutto  stordito  con  li  suoi  monaci,  credea  per  certo essere colui stato il nimico di Dio che in forma di peregrino era venuto a mordere la sua avarizia; e disse questa novella con alcuni, sì che pervenne alli orecchi del re. Il quale mandò per lui, e domandollo se fosse vero quello ch’egli  avea  udito.  L’abate  affermava  di  sì,  e  che  veramente  credea  fosse stato il diavolo, e in fine soffiava e sospirava della sua cappa. Lo re e’ baroni, che ciò sapeano, udendo l’abate, ne presono doppio sollazzo; e in fine credo che l’abate il sapesse, benché mai non mostrò di saperlo per non arrogere li scorni e le beffe al danno. Molto dee essere caro a’ più de’ lettori, quando si fatte beffe veggono fare agli uomeni così avari e spezialmente a’ cherici, ne’ quali ogni vizio di cupidità regna, avendo sempre gli animi per quella a dire menzogne, a fare escati, a tendere trappole, a vendere Iddio e le cose sacre. Sallo Elli medesimo, che a loro gli ha conceduti, chi sono o da che sono li più che hanno a governo li suoi templi; ché serebbe meno male che quelli rovinassono che essere fatti ostelli di sì viziosa gente.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CCXIV Uno gentiluomo nel contado di Firenze va a furare un porco, e mettelo su una cavalla; guastasi la cavalla, e ’l porco per poco sale pute; e un altro che era insalato in casa fa il simigliante; e così rimane tristo e doloroso. Molto fu di maggiore scorno e di più danno la novella che seguita, però che non è gran tempo che verso Montelupo contado di Firenze fu uno gentiluomo, il cui nome tacerò per onestà, riguardando a’ suoi consorti. Avea costui molto per costume, quando avesse possuto, di fare dell’altrui, suo. Avvenne per caso ch’egli ebbe aocchiato un porco di smisurata grassezza, il quale era d’uno notaio del detto paese; e fatto ragionamento con due contadini, che spesso lo accompagnavono a fare delle sue mercatanzie, si puosono di volere furare il detto porco; e una notte, salito il gentiluomo su una sua ronzina, s’avviò con detti contadini per fare la faccenda; e giunti con  l’esca  e  con  argomenti  perché  la  cosa  andasse  cheta,  il  trassono  del porcile, e avvioronsi col detto porco, il quale per la grassezza andava a grande stento. E dilungati alquanto, giugnendo in uno burrato, e ’l porco non possendo fare l’erta, non sapeano che si fare; e strascinare non lo voleano, però che arebbe fatto romore; di che deliberorono d’ucciderlo, e di porlo su la ronzina, e avviluppatoli al grogno quanti panni aveano, perché il suo stridere non si sentisse, l’uccisono; e poi con gran pena e con grande affanno, consumando grand’ora della notte, il puosono su la ronzina; e a grande stento,  camminando  con  la  cavalla,  che  molto  male  potea  quella  soma, giunsono alla magione del gentiluomo; là dove la ronzina giunse stracca, e in fine guasta, che mai più non fu da farne conto. E ’l gentiluomo ancora era presso che stracco; ma perché la materia avea bisogno di spedizione, elli feciono ragionamento in che modo il porco s’insalasse; e non essendo sale in nessuna delle loro case, disse il gentiluomo: — Io salai un porco forse otto dì fa, e misevisi su tanto sale che io
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CCXVII Uno Altopascino di Siena fa un brieve a una donna di parto, acciò che ella partorisca sanza pena, e giovali molto, e simile a molte donne a cui ella il prestò, dopo certo tempo il brieve s’apre, truovasi che dice cose strane e di grandi scherne, di che tutta Siena con grande risa ne rimase scornata. Altramente fu viziosa questa novella che seguita e di grande scorno. Fu in Siena, al tempo che reggeva l’officio de’ Nove, una gentil giovane di pochi anni andata a marito, e quelli figliuoli che facea, facea con grandissima pena e fatica; e al presente era gravida di sette mesi; e come paurosa, ognora cercava di leggende di santa Margherita, e di medicine e di brievi, e d’ogni altra cosa che credesse che li giovasse alla sua passione. Avvenne per caso che uno Altopascino, come sempre ne sono per le terre, volendo trarre da questa giovene alcuna quantità di danari, disse un dì a una feminetta che usava nella casa che elli avea udito dire a due frati Ermini che elli sapeano fare un brieve che, tenendolo la donna addosso, non  serebbe  sì  duro  parto,  che  sanza  pena  non  partorisse.  La  feminetta udendo questo, avvisò di portare novelle da roba; e andata alla casa della giovene, disse ciò ch’ella avea udito: di che alla donna venne talento d’avere
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
chese e al suo consiglio che ’l marchese Azzo era stato morto, e ch’elli si potea dire esservi stato presente, e avealo veduto, e che mandassono i segni a Bavagasse castellano di Conselice per lo marchese, che desse il castello a cui Joanni dicesse. Allora il marchese e suo consiglio mandorono uno ingegnere del marchese, chiamato mastro Bartolino con ben cinquanta uomeni a cavallo con pieno mandato che, di ciò certificatosi, facesse dare le castella, e ’l corpo del marchese poi facesse portare onorevolmente a Ferrara. Giunto il maestro Bartolino, e veggendo il morto, ebbe per certo quello essere il marchese; e ancora, per dare più colore all’opera, mostrò Conselice avere preso Azzo da Roniglia, e tutti i caporali del marchese Azzo; e questi presi sapeano bene il trattato. Maestro Bartolino gli fece allora mettere in tenuta di Lugo e di Conselice; e ’l detto maestro Bartolino, partitosi dal Barbiano con la sua brigata, portando il corpo morto, quando furono al molino presso a Lugo uscirono fuori la brigata del conte Joanni, gridando: —  Alla  morte,  alla  morte!  —  e  pigliorono  maestro  Bartolino  con tutta la brigata: e Conselice, entrando in Conselice, ebbe la terra e l’argenteria che era venuta da Ferrara. E in Barbiano si cominciò con grida a far festa della resurrezione del marchese Azzo; e così ebbe termine questo trattato o inganno doppio. Se ogni inganno o tradimento venisse a quello fine che venne questo, pochi se ne principierebbono, e massimamente quando colui che lo muove rimane preso da quel laccio che vuol fare pigliare altrui. Di questa stirpe da Esti non era rimaso alcun signore legittimo, se non costui; e per por fine a questa progenie era ordinata la morte sua per così fatta forma.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giordano Bruno   La Cena de le Ceneri   Dialogo primo  � Or  ecco  quello,  ch’ha  varcato  l’aria,  penetrato  il  cielo,  discorse  le  stelle, trapassati gli margini del mondo, fatte svanir le fantastiche muraglia de le prime, ottave, none, decime ed altre, che vi s’avesser potuto aggiongere, sfere, per relazione de vani matematici e cieco veder di filosofi volgari; cossì al cospetto d’ogni senso e raggione, co’ la chiave di solertissima inquisizione aperti  que’  chiostri  de  la  verità,  che  da  noi  aprir  si  posseano,  nudata  la ricoperta e velata natura, ha donati gli occhi a le talpe, illuminati i ciechi che non possean fissar gli occhi e mirar l’imagin sua in tanti specchi che da ogni lato gli s’opponeno, sciolta la lingua a’ muti che non sapeano e non ardivano esplicar gl’intricati sentimenti, risaldati i zoppi che non valean far quel progresso col spirto che non può far l’ignobile e dissolubile composto, le rende non men presenti che si fussero proprii abitatori del sole, de la luna ed altri nomati astri, dimostra quanto siino simili o dissimili, maggiori o peggiori quei corpi che veggiamo lontano a quello che n’è appresso ed a cui siamo uniti, en’apre gli occhi a veder questo nume, questa nostramadre, che nel suo dorso ne alimenta e ne nutrisce, dopo averne produtti dal suo grembo, al qual di nuovo sempre ne riaccoglie, e non pensar oltre lei essere un  corpo  senza  alma  e  vita,  ad  anche  feccia  tra  le  sustanze  corporali.  A questo modo sappiamo che, si noi fussimo ne la luna o in altre stelle, non sarreimo in loco molto dissimile a questo, e forse in peggiore; come possono  esser  altri  corpi  cossì  buoni,  ed  anco  megliori  per  se  stessi,  e  per  la maggior felicità de’ propri animali. Cossì conoscemo tante stelle, tanti astri, tanti  numi,  che  son  quelle  tante  centenaia  de  migliaia,  ch’assistono  al ministerio e contemplazione del primo, universale, infinito ed eterno efficiente. Non è più impriggionata la nostra raggione coi ceppi de’ fantastici mobili  e  motori  otto,  nove  e  diece.  Conoscemo,  che  non  è  ch’un  cielo, un’eterea reggione immensa, dove questi magnifici lumi serbano le proprie distanze, per comodità de la participazione de la perpetua vita. Questi fiammeggianti corpi son que’ ambasciatori, che annunziano l’eccellenza de la gloria e maestà de Dio. Cossì siamo promossi a scuoprire l’infinito effetto dell’infinita causa, il vero e vivo vestigio de l’infinito vigore; ed abbiamo dottrina di non cercar la divinità rimossa da noi, se l’abbiamo appresso, anzi di dentro, più che noi medesmi siamo dentro a noi; non meno che gli coltori degli altri mondi non la denno cercare appresso di noi, l’avendo appresso e dentro di sé, atteso che non più la luna è cielo a noi, che noi alla luna. Cossì si può tirar a certo meglior proposito quel che disse il Tansillo quasi per certo gioco: Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto diciannovesimo LXXIX Gli aspri egipani e i ruvidi sileni rompeano anch’essi il cristallino gelo. S’attuffavan nel gorgo i fauni osceni col capo al’acqua e con le piante al cielo e scoprivan di fuor, curvando i seni, de’ rozzi dorsi il rabbuffato pelo, poi de’ pesci dorati insu le sponde traean le prede dale lucid’onde. Altri lungo il bel rio ch’entro le vene preziose ricchezze avea celate e diffondea su le purpuree arene seminatrici d’oro acque gemmate, le rilucenti pietre, ond’eran piene, iva scegliendo e le conchiglie aurate; ed io sempre ala pesca, al nuoto, al bagno del vezzoso fanciullo era compagno. Per qualunque di Lidia estrania riva sempre il seguia con piè spedito e presto. Se cantava talor, lieto io l’udiva, se poi taceasi, io n’era afflitto e mesto. La notte in odio avea che mi rapiva quel sol, senza il cui lume or cieco resto. Così passai, mentr’ebbi i fati amici, col satiretto mio l’ore felici. Ma volse il ciel che da me lunge un giorno su ‘l tergo, oimé! d’un fiero tauro ascese; di verdi foglie un guernimento adorno per lo petto e per l’omero gli stese; legato in fronte al’un e l’altro corno un fiocco di papaveri gli appese; ed ala bocca per frenarlo al corso di pieghevol corimbo ei fece il morso.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Giovanni Boccaccio      Decameron – Giornata quarta alcuni che, per invidia e odio che a Ughetto portavano, subitamente al duca l’ebbero fatto sentire: per la qual cosa il duca, che molto la Magdalena amava, focosamente alla casa corso, Ughetto prese e la sua donna; e loro, che di queste cose niente ancor sapeano, cioè della partita di Folco e della Ninetta, constrinse a confessar sé insieme con Folco esser della morte della Magdalena colpevole. Per la qual confessione costoro meritamente della morte temendo, con grande ingegno coloro che gli guardavano corruppero, dando loro una certa quantità di denari li quali nella lor casa nascosti per li casi oportuni guardavano: e con le guardie insieme, senza avere spazio di potere alcuna lor cosa torre, sopra una barca montati di notte se ne fuggirono a Rodi, dove in povertà e in miseria vissero non gran tempo. Adunque a così fatto partito il folle amore di Restagnone e l’ira della Ninetta sé condussero e altrui. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
ritrovati molti, e tutti i più valorosi, il pianto e ’l romore cominciò sì grande, che il re si credette da capo essere assalito, e con fatica racchetò i loro pianti, ricogliendoli dentro ne’ chiusi campi. 28 O misera fortuna, quanto sono i tuoi movimenti vari e fallaci nelle mondane cose! Ove è ora il grande onore che tu concedesti a Lelio quando prescritto fu all’ordine militare? Ove sono i molti tesori che tu con ampia mano gli avevi dati? Ove la gran famiglia? Ove i molti amici? Tu gli hai con subito giramento tolte tutte queste cose, e il suo corpo sanza sepoltura giace morto negli strani campi. Almeno gli avessi tu concedute le romane lagrime, e le tremanti dita del vecchio padre gli avessero chiusi i morienti occhi, e l’ultimo onore della sepoltura gli avesse potuto fare! 29 Avea già, nel brieve giorno, Pean, che nell’ultima parte della guizzante coda d’Almatea, nutrice dell’alto Giove, dimorava, trapassato il meridiano cerchio, e con più studioso passo cercava l’onde di Speria, quando Giulia misera dintorno a sé, ritornate le forze nel palido corpo, sentì piangere le dolenti compagne, che già i loro danni aveano veduti; alle cui voci subitamente levatasi disse: — O me misera, qual è la cagione del vostro pianto? E riguardandosi dintorno non vide il caro marito, nelle cui braccia avea perdute le forze degli esteriori spiriti. Allora, non potendo tenere le triste lagrime, disse: — Misera me! or dov’è fuggito il mio Lelio? Ecco se la fortuna ha ancora concedute l’insegne al mio marito contro a’ non conosciuti nimici! E dicendo queste parole, quasi uscita di sé si drizzò, e i miseri fati le volsero gli occhi verso quella parte, la quale le dovea mostrare il suo dolore manifestamente; e verso quella mirando, sentì lo spiacevole romore degli spogliatori e vide il secco campo essere di caldo sangue tutto bagnato, e pieno della nimica gente. Allora il dubitante cuore di quello che avvenuto era, manifestamente conobbe i suoi gran danni. Ella non fu dalla feminile forza delle sue compagne potuta ritenere, che ella non andasse tra’ morti corpi sanza alcuna paura; ma come persona uscita del natural sentimento, messesi le mani ne’ biondi capelli, gli cominciò con Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
voglio fare. Peggio ch’io m’abbia non me ne può seguire. E poi ritornava al piangere: e in questi pensieri teneva la maggior parte della sua vita. E eravisi già tanto disposto che con opera il volea mettere in effetto, e avria messo, se il raffrenamento del duca e d’Ascalion non fosse stato, li quali il confortavano con migliore speranza, e il suo volere gli biasimavano. 8 Per questi pensieri, e per molti altri, era tanto l’animo di Florio tribolato, che in niuna maniera potea il suo dolore coprire, né per alcun diletto rallegrarsi: e già gli era sì la malinconia abituata adosso, che appena avrebbe potuto mostrare sembiante lieto se voluto avesse. Egli avea sì per questo i suoi spiriti impediti, che quasi poco o niente era il cibo che egli poteva pigliare, e nel suo petto non poteva entrar sonno: per le quali cose il viso era tornato palido e sfatto, e’ suoi membri erano per magrezza assottigliati, e egli era divenuto debole e stracco. E la maggior parte del giorno si giaceva, e stava come coloro i quali, da una lunga infermità gravati, vanno nuove cose cercando, e niuna ne piace, e s’egli piace, non ne possono prendere. Della qual cosa al duca molto dolea e ad Ascalion similemente, né sapeano che via tenere sopra questa cosa. Essi dubitavano di farlo sentire al re, temendo non egli facesse novità per questo a Biancofiore, e di questo a Florio ne seguisse peggio. E similemente dubitavano di tenerlo in quella maniera sanza farglielo sentire, dicendo: — Se egli per altrui il sente, noi n’avremo mal grado, e cruccerassi verso di noi, e avrà ragione. E in questa maniera, sanza pigliar partito, stettero più giorni, pur confortando Florio e dandogli buona speranza. A’ quali Florio rispondea sé non avere questo per amore, ma che il caldo che allora facea, il consumava. Ma questa scusa non aveva luogo a coloro che i suoi sospiri conoscevano; ma essi, quasi a ciò costretti, la sosteneano. 9 Standosi un giorno il duca e Ascalion insieme ragionando molto efficacemente de’ fatti di Florio, disiderosi della sua salute, Ascalion cominciò così a dire: —  Sanza  dubbio  niuna  cosa  è  tanto  da  Florio  amata  quanto
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
cerchio dintorno alla fagiana, da’ piè di Niso sopr’essa. Io maravigliandomi incominciai ad attendere che questi volessero fare. E come ciò rimirava, tutti incominciarono a dare gravissimi assalti alla fagiana, e alcuni allo smerlo, gridando e stridendo, quale tirandosi adietro e quale mettendosi avanti; e chi penne e chi la viva carne di quella ne portava; ma lo smeriglione gridando, sanza ghermirla punto, quanto potea da tutti la difendea; e in questa battaglia per lungo spazio dimorò, e quasi io più volte fui mosso per andare ad aiutarlo, poi ritenendomi fra me dicea: “Veggiamo la fine di costui, se egli avrà tanto vigore che da tutti la difenda”. E così attendendo, delle montagne vicine a Pompeana vidi un gran mastino levarsi e correre in questo luogo, e tra tutti gli uccelli ficcatosi, con rabbiosa fame il capo della fagiana prese, e quello divorato, per forza l’altro busto trasse degli artigli di Niso: il quale poi che voti della presa preda si trovò gli artigli, gridando il vidi non so come in tortola essere trasmutato, e sopra un vicino albero, nel quale fronda verde il nuovo tempo non avea rimessa, posarsi, e sopra quello a modo di pianto umano quasi la sentiva dolere. E così stando, mi parve vedere il cielo chiudersi d’oscuri nuvoli, molto peggio che quella notte, che noi di morire dubitammo, non fece. E picciolo  spazio  stette  ch’egli  ne  cominciò  a  scendere  un’acqua pistolenziosa con una grandine grossa, con venti e con tempesta simile mai non veduta: e i tuoni e’ lampi erano innumerabili e grandissimi. E certo io dubitava non il mondo un’altra volta in caos dovesse tornare! E tutta questa pistolenzia parea che sopra il dolente uccello cadesse: la quale dolendosi con l’alie chiuse tutta la sostenea. La terra e ’l mare e ’l cielo crucciati e minacciando peggio, pareano contra a quella commossi, né parea che luogo fosse alcuno ove essa per sua salute ricorso avere potesse. E così di questa visione in altre, le quali alla memoria non mi tornano,  mi  trasportò  la  non  stante  fantasia,  infino  a  quell’ora  che  io poco inanzi mi svegliai, trovandomi ancora nella mente turbato della compassione avuta al povero uccello. 14 — Strane cose ne conta il tuo parlare — disse Ascalion, — né che ciò si voglia significare credo che mai alcuno conoscerebbe: e però niuna malinconia te ne dee succedere. Manifesta cosa è che
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
Come Teseo per battaglia ottenne il lito. 69 Fatta la schiera tal quale è poteano, nel marin lito ov’essi eran discesi, perciò che bene i luoghi non sapeano, né seco avevan tutti i loro arnesi, a lor poter le donne sosteneano, d’alto vigor ne’ loro animi accesi, disposti a far gran cose in poca d’ora, pur che le donne lì faccian dimora. 70 Le donne in su’ cava’ forti e isnelli givano armate in abiti dispari (e que’ correan come volano uccelli), faccendo spesso li lor colpi amari sentire a’ Greci, che ne’ campi belli eran discesi a piè non avea guari, or qua or là correndo e ritornando, spesso e rado i Greci molestando. 71 Così pugnavano a la morte loro, poi che potuto non avean la scesa con le lor forze vietare a coloro; li qua’, sentendo ognor crescer l’offesa, chieser di poter gir, sanza dimoro, dal duca lor, ver quelle in lor difesa; e poi a piè entr’alle donne entraro e a combatter fieri incominciaro.
Teseida di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Boccaccio     Teseida   Libro primo � 72 È ferirono a loro arditamente, sì come que’ che ben lo sapean fare; e a’ lor colpi non valea neente di quelle donne a’ colpi riparare; e se non fosse ch’eran poca gente a rispetto del lor multiplicare, tosto l’avrebber del campo cacciate, o morte tutte, over prese e legate. 73 Ma il numero di lor, ch’era infinito, ogni ora la battaglia rinfrescava; questo contra Teseo fiero e ardito il campo lungamente sostentava; esso sanza riposo e ispedito ferendo, or qua or là correndo andava, e ammirar di sé ciascun facea che ’n quello stormo mirar lo potea. 74 Né altramente infra le pecorelle si ficca il lupo per fame rabbioso, col morso strangolando or queste or quelle, fin c’ha saziato il suo disio guloso, che faceva Teseo tra le donzelle a piè con la sua spada furioso, coperto dello scudo, ognor ferendo, or questa or quella misera uccidendo.
Teseida di Giovanni Boccaccio
Tu, quando un giorno uscisti dalla nube, presso l’eterno fuoco eri di Vesta. Strepeano i litui, alto clangean le tube. 5 Su la Via Sacra si sentia la pesta di càlighe. Coorti, legioni passavano, le antiche aquile in testa. E disse alcuno dei centurioni: — Pianta l’insegna: ottimo è qui restare. — Nuovo era solo il rombo dei cannoni. 10 Ché combatteva la città per l’are e i fuochi; mentre nella casa pura offrian suoi doni i cittadini al Lare. Al senato le leggi erano a cura. Dicea la plebe nei comizi, Io voglio. Tutto era antico: ai piedi delle mura Garibaldi, e Mazzini in Campidoglio.
Odi e inni di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Poemi conviviali – L’ultimo viaggio XIV IL PITOCCO Cantavano; e il lor canto era fanciullo, dei tempi andati; non sapean che quello. E nella stiva in cui giaceva immerso nel dolce sonno, si stirò le braccia e si sfregò le palpebre coi pugni Iro, il pitocco. E niuno lo sapeva laggiù, qual grosso baco che si chiude in un irsuto bozzolo lanoso, forse a dormire. Ché solea nel verno lì nella nave d’Odisseo dormire, se lo cacciava dalla calda stalla l’uomo bifolco, o s’ei temeva i cani del pecoraio. Nella buona estate dormia sotto le stelle alla rugiada. Ora quivi obliava la vecchiaia trista e la fame; quando il suono e il canto lo destò. Dentro gli ondeggiava il cuore: — Non odo il suono della cetra arguta? Dunque non era sogno il mio, che or ora portavo ai proci, ai proci morti, un messo: ed ecco nell’opaco atrio la cetra udivo, e le lor voci esili e rauche. — Invero udiva il tintinnio tuttora e il canto fioco tra il fragor dell’onde, qual di querule querule ranelle per un’acquata, quando ancor c’è il sole. E tra sé favellava Iro il pitocco: — O son presso ad un vero atrio di vivi? e forse alcuno mi tirò pel piede sino al cortile, poi che la mascella sotto l’orecchio mi fiaccò col pugno? Come altra volta, che Odisseo divino lottò con Iro, malvestiti entrambi. — Così pensando si rizzò sui piedi e su le mani, e gli fiottava il capo,
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
21 Al pagan la proposta non dispiacque: così fu differita la tenzone; e tal tregua tra lor subito nacque, sì l’odio e l’ira va in oblivione, che ’l pagano al partir da le fresche acque non lasciò a piedi il buon figliol d’Amone: con preghi invita, et al fin toglie in groppa, e per l’orme d’Angelica galoppa. 22 Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui! Eran rivali, eran di fé diversi, e si sentian degli aspri colpi iniqui per tutta la persona anco dolersi; e pur per selve oscure e calli obliqui insieme van senza sospetto aversi. Da quattro sproni il destrier punto arriva ove una strada in due si dipartiva. 23 E come quei che non sapean se l’una o l’altra via facesse la donzella (però che senza differenzia alcuna apparia in amendue l’orma novella), si messero ad arbitrio di fortuna, Rinaldo a questa, il Saracino a quella. Pel bosco Ferraù molto s’avvolse, e ritrovossi al fine onde si tolse. 24 Pur si ritrova ancor su la riviera, là dove l’elmo gli cascò ne l’onde. Poi che la donna ritrovar non spera, per aver l’elmo che ’l fiume gli asconde, in quella parte onde caduto gli era discende ne l’estreme umide sponde: ma quello era sì fitto ne la sabbia, che molto avrà da far prima che l’abbia.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
65 Menava Ariodante il brando in giro, e ben lo seppe Artalico e Margano; ma molto più Etearco e Casimiro la possanza sentîr di quella mano: i primi duo feriti se ne giro, rimaser gli altri duo morti sul piano. Lurcanio fa veder quanto sia forte; che fere, urta, riversa e mette a morte. 66 Non crediate, Signor, che fra campagna pugna minor che presso al fiume sia, né ch’a dietro l’esercito rimagna, che di Lincastro il buon duca seguia. Le bandiere assalì questo di Spagna, e molto ben di par la cosa gìa; che fanti, cavallieri e capitani di qua e di là sapean menar le mani. 67 Dinanzi vien Oldrado e Fieramonte, un duca di Glocestra, un d’Eborace; con lor Ricardo, di Varvecia conte, e di Chiarenza il duca, Enrigo audace. Han Matalista e Follicone a fronte, e Baricondo et ogni lor seguace. Tiene il primo Almeria, tiene il secondo Granata, tien Maiorca Baricondo. 68 La fiera pugna un pezzo andò di pare; che vi si discernea poco vantaggio. Vedeasi or l’uno or l’altro ire e tornare, come le biade al ventolin di maggio, o come sopra ’l lito un mobil mare or viene or va, né mai tiene un viaggio. Poi che Fortuna ebbe scherzato un pezzo, dannosa ai Mori ritornò da sezzo.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
113 Spinge il cavallo, e ne la turba sciocca con l’asta bassa impetuosa fere; e chi nel collo e chi nel petto imbrocca, e fa con l’urto or questo or quel cadere: poi con la spada uno et un altro tocca, e fa qual senza capo rimanere, e qual con rotto, e qual passato al fianco, e qual del braccio privo o destro o manco. 114 L’ardito Astolfo e il forte Sansonetto, ch’avean con lei vestita e piastra e maglia, ben che non venner già per tale effetto, pur, vedendo attaccata la battaglia, abbassan la visiera de l’elmetto, e poi la lancia per quella canaglia; et indi van con la tagliente spada di qua di là facendosi far strada. 115 I cavallieri di nazion diverse, ch’erano per giostrar quivi ridutti, vedendo l’arme in tal furor converse, e gli aspettati giuochi in gravi lutti (che la cagion ch’avesse di dolerse la plebe irata non sapeano tutti, né ch’al re tanta ingiuria fosse fatta), stavan con dubbia mente e stupefatta. 116 Di ch’altri a favorir la turba venne, che tardi poi non se ne fu a pentire; altri, a cui la città più non attenne che gli stranieri, accorse a dipartire; altri, più saggio, in man la briglia tenne, mirando dove questo avesse a uscire. Di quelli fu Grifone et Aquilante, che per vendicar l’arme andaro inante.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto diciottesimo � 177 E presso a Grillo, un Greco et un Tedesco spenge in dui colpi, Andropono e Conrado, che de la notte avean goduto al fresco gran parte, or con la tazza, ora col dado: felici, se vegghiar sapeano a desco fin che de l’Indo il sol passassi il guado. Ma non potria negli uomini il destino, se del futuro ognun fosse indovino. 178 Come impasto leone in stalla piena, che lunga fame abbia smacrato e asciutto, uccide, scanna, mangia, a strazio mena l’infermo gregge in sua balìa condutto; così il crudel pagan nel sonno svena la nostra gente, e fa macel per tutto. La spada di Medoro anco non ebe; ma si sdegna ferir l’ignobil plebe. 179 Venuto era ove il duca di Labretto con una dama sua dormia abbracciato; e l’un con l’altro si tenea sì stretto, che non saria tra lor l’aere entrato. Medoro ad ambi taglia il capo netto. Oh felice morire! oh dolce fato! che come erano i corpi, ho così fede ch’andâr l’alme abbracciate alla lor sede. 180 Malindo uccise e Ardalico il fratello, che del conte di Fiandra erano figli; e l’uno e l’altro cavallier novello fatto avea Carlo, e aggiunto all’arme i gigli, perché il giorno amendui d’ostil macello con gli stocchi tornar vide vermigli: e terre in Frisa avea promesso loro, e date avria; ma lo vietò Medoro.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
25 Vorrebbe de l’impresa esser digiuno, ch’avea di vendicare il suo cavallo; e se potesse senza biasmo alcuno, si trarria fuor del periglioso ballo. Il mondo era già tanto oscuro e bruno, che tutti i colpi quasi ivano in fallo: poco ferire e men parar sapeano, ch’a pena in man le spade si vedeano. 26 Fu quel da Montalbano il primo a dire che far battaglia non denno allo scuro, ma quella indugiar tanto e differire, ch’avesse dato volta il pigro Arturo; e che può intanto al padiglion venire, ove di sé non sarà men sicuro, ma servito, onorato e ben veduto, quanto in loco ove mai fosse venuto. 27 Non bisognò a Rinaldo pregar molto, che ’l cortese baron tenne lo ’nvito. Ne vanno insieme ove il drappel raccolto di Montalbano era in sicuro sito. Rinaldo al suo scudiero avea già tolto un bel cavallo e molto ben guernito, a spada e a lancia e ad ogni prova buono, et a quel cavallier fattone dono. 28 Il guerrier peregrin conobbe quello esser Rinaldo, che venìa con esso; che prima che giungessero all’ostello, venuto a caso era a nomar se stesso: e perché l’un de l’altro era fratello, si sentîr dentro di dolcezza oppresso, e di pietoso affetto tocco il core; e lacrimâr per gaudio e per amore.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
73 Quei da le mura, che stimar non sanno chi sia il guerriero in su l’arcion sì saldo, quei più famosi nominando vanno, che tremar li fan spesso al maggior caldo. Che Brandimarte sia, molti detto hanno: la più parte s’accorda esser Rinaldo: molti su Orlando avrian fatto disegno; ma il suo caso sapean di pietà degno. 74 La terza giostra il figlio di Lanfusa chiedendo, disse: — Non che vincer speri, ma perché di cader più degna scusa abbian, cadendo anch’io, questi guerrieri. E poi di tutto quel ch’in giostra s’usa si messe in punto; e di cento destrieri che tenea in stalla, d’un tolse l’eletta, ch’avea il correre acconcio, e di gran fretta. 75 Contra la donna per giostrar si fece; ma prima salutolla, et ella lui. Disse la donna: — Se saper mi lece, ditemi in cortesia che siate vui. Di questo Ferraù le satisfece, ch’usò di rado di celarsi altrui. Ella soggiunse: — Voi già non rifiuto, ma avria più volentieri altri voluto. 76 — E chi? — Ferraù disse. Ella rispose: — Ruggiero; — e a pena il poté proferire, e sparse d’un color come di rose la bellissima faccia in questo dire. Soggiunse al detto poi: — Le cui famose lode a tal prova m’han fatto venire. Altro non bramo, e d’altro non mi cale, che di provar come egli in giostra vale. -
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
21 Se quanto dir se ne potrebbe, o quanto io n’ho desir, volessi porre in carte, ne direi lungamente; ma non tanto, ch’a dir non ne restasse anco gran parte: e di Marfisa e dei compagni intanto la bella istoria rimarria da parte, la quale io vi promisi di seguire, s’in questo canto mi verreste a udire. 22 Ora essendo voi qui per ascoltarmi, et io per non mancar de la promessa, serberò a maggior ozio di provarmi ch’ogni laude di lei sia da me espressa; non perch’io creda bisognar miei carmi a chi se ne fa copia da se stessa; ma sol per satisfare a questo mio, c’ho d’onorarla e di lodar, disio. 23 Donne, io conchiudo in somma, ch’ogni etate molte ha di voi degne d’istoria avute; ma per invidia di scrittori state non sète dopo morte conosciute: il che più non sarà, poi che voi fate per voi stesse immortal vostra virtute. Se far le due cognate sapean questo, si sapria meglio ogni lor degno gesto. 24 Di Bradamante e di Marfisa dico, le cui vittoriose inclite prove di ritornare in luce m’affatico; ma de le diece mancanmi le nove. Queste ch’io so, ben volentieri esplìco; sì perché ogni bell’opra si de’, dove occulta sia, scoprir, sì perché bramo a voi, donne, aggradir, ch’onoro et amo.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
97 Quindi espediti segueno la strada verso l’infame e dispietata villa. Voglion che seco quella vecchia vada, per veder la vendetta di Drusilla. Ella che teme che non ben le accada, lo niega indarno, e piange e grida e strilla; ma per forza Ruggier la leva in groppa del buon Frontino, e via con lei galoppa. 98 Giunseno in somma onde vedeano al basso di molte case un ricco borgo e grosso, che non serrava d’alcun lato il passo, perché né muro intorno avea né fosso. Avea nel mezzo un rilevato sasso ch’un’alta ròcca sostenea sul dosso. A quella si drizzâr con gran baldanza, ch’esser sapean di Marganor la stanza. 99 Tosto che son nel borgo, alcuni fanti che v’erano alla guardia de l’entrata, dietro chiudon la sbarra, e già davanti veggion che l’altra uscita era serrata: et ecco Marganorre, e seco alquanti a piè e a cavallo, e tutta gente armata; che con brevi parole, ma orgogliose, la ria costuma di sua terra espose. 100 Marfisa, la qual prima avea composta con Bradamante e con Ruggier la cosa, gli spronò incontro in cambio di risposta; e com’era possente e valorosa, senza ch’abbassi lancia, o che sia posta in opra quella spada sì famosa, col pugno in guisa l’elmo gli martella, che lo fa tramortir sopra la sella.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
21 Lungo a dir fôra, quanto il giovinetto Guidon s’allegri di veder costei, Aquilante e Grifone e Sansonetto ch’alla città crudel furon con lei; Malagigi e Viviano e Ricciardetto, ch’all’occision de’ Maganzesi rei e di quei venditori empii di Spagna l’aveano avuta sì fedel compagna. 22 Apparecchiâr per lo seguente giorno, et ebbe cura Carlo egli medesmo, che fosse un luogo riccamente adorno, ove prendesse Marfisa battesmo. I vescovi e gran chierici d’intorno, che le leggi sapean del cristianesmo, fece raccorre, acciò da loro in tutta la santa fé fosse Marfisa instrutta. 23 Venne in pontificale abito sacro l’arcivesco Turpino, e battizzolla: Carlo dal salutifero lavacro con cerimonie debite levolla. Ma tempo è ormai ch’al capo vòto e macro di senno si soccorra con l’ampolla, con che dal ciel più basso ne venìa il duca Astolfo sul carro d’Elia. 24 Sceso era Astolfo dal giro lucente alla maggiore altezza de la terra, con la felice ampolla che la mente dovea sanare al gran mastro di guerra. Un’erba quivi di virtù eccellente mostra Giovanni al duca d’Inghilterra: con essa vuol ch’al suo ritorno tocchi al re di Nubia e gli risani gli occhi;
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
125 Levato il servo del camino s’era; e per diverse e solitarie strade a studio capitò su una riviera che d’Apennino in questo fiume cade; ov’era bosco e selva oscura e nera, lungi da villa e lungi da cittade. Gli parve loco tacito e disposto per l’effetto crudel che gli fu imposto. 126 Trasse la spada, e alla padrona disse quanto commesso il suo signor gli avea; sì che chiedesse, prima che morisse, perdono a Dio d’ogni sua colpa rea. Non ti so dir com’ella si coprisse: quando il servo ferirla si credea, più non la vide, e molto d’ogn’intorno l’andò cercando, e al fin restò con scorno. 127 Torna al patron con gran vergogna et onta, tutto attonito in faccia e sbigottito, e l’insolito caso gli racconta, ch’egli non sa come si sia seguito. Ch’a’ suoi servigi abbia la moglie pronta la fata Manto, non sapea il marito; che la balia onde il resto avea saputo, questo, non so perché, gli avea taciuto. 128 Non sa che far; che né l’oltraggio grave vendicato ha, né le sue pene ha sceme. Quel ch’era una festuca, ora è una trave, tanto gli pesa, tanto al cor gli preme. L’error che sapean pochi, or sì aperto have, che senza indugio si palesi, teme. Potea il primo celarsi; ma il secondo, publico in breve fia per tutto il mondo.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
57 Tanta era quivi la gente infinita, E tanti pavaglion, tante bandiere, Che Angelica rimase sbigotita, Poi che passar convien cotante schiere Prima che nel castel faccia salita. Ma quei baron dricciâr le mente altiere, E destinarno che la dama vada Dentro alla rocca per forza di spada. 58 E nulla sapean lor del tradimento, Che il falso Trufaldin fatto li avia; Ma sopra al monte, con molto ardimento, Dànno ordine in qual modo ed in qual via La dama se conduca a salvamento A mal dispetto di quella zinia. Guarniti de tutte arme e suo’ destrieri, Fan lo consiglio li arditi guerreri. 59 Ed ordinâr la forma e la maniera Di passar tutta quella gran canaglia. Il conte Orlando è il primo alla frontera Con Brandimarte a intrare alla battaglia: Poi son quattro baroni in una schiera, Che de intorno alla dama fan serraglia: Oberto ed Aquilante e Chiarione, E il re Adriano è il quarto compagnone. 60 Quelli hanno ad ogni forza e vigoria Tenir la dama coperta e diffesa. Poi son tre, gionti insieme in compagnia, Che della drietoguarda hanno la impresa: Grifone ed Antifor de Albarosia, E il re Ballano, quella anima accesa. Or questa schiera è sì de ardire in cima, Che tutto il resto del mondo non stima. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
53 Finito non avea questo sermone, Che ‘l capitano, che l’ebbe veduto, Gridò: - Pigliàti presto quel bricone, Che in soa mala ventura è qui venuto. Adrieto il menarete alla pregione, Poi che ‘l drago per oggi fia pasciuto De questi tre che or ne vanno alla morte: Domane ad esso toccarà la sorte. 54 Ciascun presto pigliarlo se procura: Tutta se mosse la gente villana. Il conte, che de lor poco se cura, Imbracciò il scudo e trasse Durindana. Adosso li venian senza paura, Ché non sapean sua forza sì soprana; Ciascun s’affretta ben d’esservi in prima, Perché aver l’arme del guerrier se stima. 55 Ma presto fe’ cognoscer quel ch’egli era, Come fo gionto con seco alla prova, Tagliando questo e quello in tal maniera, Che dove è un pezzo, l’altro non si trova. Un grande, che portava la bandiera: - Saldo! - diceva - e non sia che si mova. Saldo, brigata! - a gran voce cridava; Ma lui di dietro e ben largo si stava. 56 Per questo suo cridare alcun non resta, A furia tutti quanti se ne vano; Orlando è sempre in mezo a gran tempesta, E gambe, e teste, e braccie manda al piano. Gionse a quel grande, e dàgli in su la testa Un grave colpo col brando a due mano. Tutto lo fende insino alla cintura: Non domandar se gli altri avean paura. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
29 Queste parole Brandimarte usava Ed altre molte più che qui non scrivo, Come colui che molto ben parlava Ed era in ogni cosa troppo attivo. Al fin quel vecchio re pur se piegava; A benché fosse di quel figlio privo, E lo aspettare a rivederlo un mese Paresse uno anno, e’ pur l’accordio prese. 30 Brandimarte si pose ingenocchione, Il re di questo assai ringraziando, E poi fu rimenato alla prigione, E tratto fuor di quella il conte Orlando. Or chi direbbe le dolci ragione Che ferno e due compagni lacrimando, Allor che il conte convenne partire? Quanto gli increbbe, non potrebbi io dire. 31 Sapean già il patto com’era fermato, Che al termine de un mese die’ tornare; Onde, avendo da lui preso combiato, Con una nave si pose per mare. In pochi giorni a terra fu portato, Poi per la ripa prese a caminare, Dietro a l’arena, per la strata piana, Tanto che gionse al loco di Morgana. 32 Quel che là fece, contarò da poi, Se la istoria ascoltati tutta quanta: Ora ritorno a Manodante e’ soi. Chi mena zoia, chi suona e chi canta; Chi promette a Macon pecore e boi. Chi darli incenso e chi argento si vanta, Se gli concede di veder quel giorno Che Ziliante a lor faccia ritorno. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
alla fumante mal estinta pira tutti giacean ferocemente muti. Or quando udiro del ritorno, un grido dier terribile, e mille aste brandendo tutti ad un tempo sursero da terra; e prorompean nel vallo che circonda de’ prigioni le tende. Uscì Tecmessa dal padiglion del padre: “Io son, dicea, moglie d’Aiace; de’ figli d’Aiace madre son io: sorella io sono, e figlia de’ prenci inermi che volete al rogo sacrificar”. - Pudor li vinse, e il nome del forte; e incerti, immobili sul vallo ristettero. Fremendo indi dier volta e la minaccia ritorcean su l’oste a impedirgli la fuga. Ira al terrore sottentrava ne’ popoli. Ma in mezzo Calcante apparve, e rivolgendo gli occhi la riverenza per gli Dei diffuse. “Ilio cadrà, gridò il profeta; i numi lo edificaro: alle armi, opra de’ numi, il sacro Ilio cadrà”. Levò le palme Febo adorando e il cenno alto del Dio: e il pugno intanto degli Achei più lente brandia le spade che volgeansi a terra. Chiamano Aiace a un grido solo, Aiace degno dell’armi, e domator di Troia. Giovine, ardita inchiesta movi. In mente de’ numi è ancor di chi fien l’armi. E tale è il scettro mio, che a me serbarle io sdegno. Ma se Aiace, o se duce altro le merti tumultuante giudice la turba forse udirò? Nell’assemblea de’ regi starà l’arbitrio o in me. - Me primo elesse esecutor dei suoi consigli il cielo.
Aiace di Ugo Foscolo