pantomima

[pan-to-mì-ma]
In sintesi
azione scenica basata esclusivamente sui gesti e sull'espressione del volto; scena fittizia creata per ingannare o confondere il prossimo
← comp. di mimo e dramma 1.
1
TEATR Azione scenica rappresentata solo con gesti o con movimenti ritmici del corpo, talvolta accompagnata dalla musica || CINEM Nel cinema muto, comica
2
estens. Gesticolazione, complesso di segni d'intesa, spec. per farsi capire da qualcuno senza che qualcun altro se ne accorga: cosa vuoi dire con questa p.?
3
estens., spreg. Simulazione di atteggiamenti o sentimenti, finzione: non gli credere, è tutta una p.

Citazioni
Don Candeloro era proprio artista nel suo genere: figlio di burattinai, nipote di burattinai – ché bisogna nascerci con quel bernoccolo – il suo pane, il suo amore, la sua gloria erano i burattini. – Non son chi sono se non arrivo a farli parlare – diceva in certi momenti di vanagloria come ne abbiamo tutti, allorché gli applausi del pubblico gli andavano alla testa, e gli pareva di essere un dio, fra le nuvole del palcoscenico, reggendo i fili dei suoi “personaggi”. Per essi non guardava a spesa. Li perfezionava, li vestiva sfarzosamente, aveva ideato delle teste che muovevano occhi e bocca, studiava sugli autori la voce che avrebbe dovuto avere ciascuno di essi, Almansore o Astiladoro. Quando declamava pei suoi burattini, nelle scene culminanti, si scaldava così, che dopo rimaneva sfinito, asciugandosi il viso, nel raccogliere i mirallegro dei suoi ammiratori sfegatati, come un attore naturale. Di ammiratori ne aveva da per tutto, alla Marina, alla Pescheria, certuni che si toglievano il pan di bocca per andare a sentire da lui la Storia di Rinaldo o Il Guerin Meschino, e se l’additavano poi, incontrandolo per la strada, colla canna d’India sull’omero e la sua bella andatura maestosa, che sembrava Orlando addirittura. Era un gran regalo quando egli rispondeva al saluto toccando con due dita la tesa del cappello. Se nasceva una lite in teatro, e venivano fuori i coltelli, bastava che don Candeloro si mostrasse fra le quinte, e dicesse: – Ehi ragazzi!... – con quella bella voce grassa. Giacché s’era fatta anche la voce, come il gesto e la parlata, sul fare dei suoi “personaggi” e pareva di sentire un Reale di Francia anche se chiamava il lustrastivali dal terrazzino. Con queste doti innamorò la figliuola di un oste che teneva bottega lì accanto. La ragazza era bruttina, ma aveva una bella voce, e doveva avere anche un bel gruzzolo. – La voce è tutto! – le diceva don Candeloro sgranandole gli occhi addosso, e accarezzandosi il pizzo. – Grazia! Che bel nome avete pure! – Andava spesso a far colazione all’osteria per amore della Grazia, e le confidò che pensava d’accasarsi, dacché aveva voltato le spalle alla vecchia baracca del padre, e messo su il nuovo teatro che rubava gli avventori al SAN CARLINO, e al TEATRO DI MARIONETTE. Si mangiavano fra di loro come lupi, padre e figlio, e i suoi colleghi erano giunti ad ordirgli la cabala, e fargli fischiare la Storia di Buovo d’Antona. – Spenderò i tesori di Creso! – aveva fatto voto quel dì don Candeloro battendo il pugno sulla tavola. – Ma non son chi sono se non li riduco a chiuder bottega tutti quanti! Lui con dei contanti avrebbe fatto cose da sbalordire. Insino il balletto e la pantomima avrebbe portato sul suo teatro; tutto colle marionette. – Ci Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
ro il teatro, mise ogni cosa su di un carro, e via di notte, per non dar gusto ai nemici. L’oste prese lui a pigione il magazzino per metterci delle botti, e allargare il negozio, ora che la figliuolanza era cresciuta. –  Te l’avevo detto, – disse alla Grazia. – Quello non è mestiere da cristiani. Se fossi rimasta a vendere del vino, non saresti ridotta adesso a far la zingara. Ben ti stia! Don Candeloro viaggiò per valli e per monti, come i cavalieri antichi, con tutto il suo teatro ammucchiato in un carro, e la moglie e i figliuoli sopra. Il guaio era che non si trovava con chi combattere. Quei contadinacci ignoranti ed avari, sfogata la prima curiosità, voltavano le spalle alle “marionette parlanti” o s’arrampicavano sul tetto del teatrino per godersi la rappresentazione gratis. Arrivando in un villaggio, don Candeloro scaricava la roba sulla piazza, pigliava in affitto una bottega, un magazzino, una stalla, quel che trovava, e si mettevano a inchiodare e incollare tutti quant’erano. Le stagioni duravano otto, quindici giorni, un mese, al più. Dopo, si tornava da capo a correre il mondo, e in quel va e vieni la roba andava in malora; si mangiavano ogni cosa le spese d’affitto e di viaggio, con dei carrettieri ladri ch’erano peggio dei saracini, e non usavano riguardi neanche a Cristo. Don Candeloro, avvezzo ad essere rispettato come un Dio da simile gentaglia, voleva farsi ragione colle sue mani, in principio, sinché si buscò una grandinata di calci e pugni. E ci dovette arrivare anche lui, Candeloro Bracone, a fare il pagliaccio se volle aver gente nel suo teatro, e a rappresentare la pantomime nelle quali pigliavasi le pedate nel didietro dal minore dei suoi ragazzi per far ridere “la platea”. Quando vide che il pubblico non ne mangiava più in nessuna salsa delle “marionette parlanti”, e ci voleva dell’altro per cavar soldi da quei bruti, ebbe un’idea luminosa che avrebbe dovuto fare la fortuna di un artista, se la fortuna baldracca non ce l’avesse avuta a morte con lui... – Ah, vogliono i personaggi veri?... Un bel giorno si vide annunziare sul cartellone che la parte di Orlando, nei Reali di Francia, l’avrebbe sostenuta don Candeloro in persona “fatica sua particolare!”. E comparve davvero sul palcoscenico, lui e tutta la sua famiglia, in costume, e armato di tutto punto: delle armature ordinate apposta al primo lattoniere della città, e che erano costate gli occhi della testa. Il pubblico sciocco invece, al vedere quei ceffi di giudei che toccavano i cieli col capo, e suonavano a ogni passo come scatole di petrolio, si mise a ridere e a
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga