ovazione

[o-va-zió-ne]
In sintesi
applausi e grida prolungate
← dal lat. ovatiōne(m), deriv. di ovāre ‘esultare’.
1
Manifestazione collettiva di entusiastica e clamorosa approvazione, accompagnata da applausi prolungati e grida di gioia: l'oratore fu salutato da una lunga o.; un'o. concluse il magnifico spettacolo
2
ST Trionfo minore tributato nell'antica Roma al comandante vittorioso, il quale si recava a piedi al Campidoglio, dove sacrificava e dove veniva cinto di mirto

Citazioni
La povera Lucia, sentendo che il cuore era lì lì per pentirsi, ritornò alla preghiera, alle conferme, al combattimento, dal quale s’alzò, se ci si passa quest’espressione, come il vincitore stanco e ferito, di sopra il nemico abbattuto: non dico ucciso. Tutt’a un tratto, si sente uno scalpiccìo, e un chiasso di voci allegre. Era la famigliola che tornava di chiesa. Due bambinette e un fanciullo entran saltando; si fermano un momento a dare un’occhiata curiosa a Lucia, poi corrono alla mamma, e le s’aggruppano intorno: chi domanda il nome dell’ospite sconosciuta, e il come e il perché; chi vuol raccontare le maraviglie vedute: la buona donna risponde a tutto e a tutti con un “zitti, zitti”. Entra poi, con un passo più quieto, ma con una premura cordiale dipinta in viso, il padrone di casa. Era, se non l’abbiamo ancor detto, il sarto del villaggio, e de’ contorni; un uomo che sapeva leggere, che aveva letto in fatti più d’una volta il Leggendario de’ Santi, il Guerrin meschino e i Reali di Francia, e passava, in quelle parti, per un uomo di talento e di scienza: lode però che rifiutava modestamente, dicendo soltanto che aveva sbagliato la vocazione; e che se fosse andato agli studi, in vece di tant’altri...! Con questo, la miglior pasta del mondo. Essendosi trovato presente quando sua moglie era stata pregata dal curato d’intraprendere quel viaggio caritatevole, non solo ci aveva data la sua approvazione, ma le avrebbe fatto coraggio, se ce ne fosse stato bisogno. E ora che la funzione, la pompa, il concorso, e soprattutto la predica del cardinale avevano, come si dice, esaltati tutti i suoi buoni sentimenti, tornava a casa con un’aspettativa, con un desiderio ansioso di sapere come la cosa fosse riuscita, e di trovare la povera innocente salvata. “Guardate un poco,” gli disse, al suo entrare, la buona donna, accennando Lucia; la quale fece il viso rosso, s’alzò e cominciava a balbettar qualche scusa. Ma lui, avvicinatosele, l’interruppe facendole una gran festa, e esclamando: “ben venuta, ben venuta! Siete la benedizione del cielo in questa casa. Come son contento di vedervi qui! Già ero sicuro che sareste arrivata a buon porto; perché non ho mai trovato che il Signore abbia cominciato un miracolo senza finirlo bene; ma son contento di vedervi qui. Povera giovine! Ma è però una gran cosa d’aver ricevuto un miracolo!” Né si creda che fosse lui il solo a qualificar così quell’avvenimento, perché aveva letto il Leggendario: per tutto il paese e per tutt’i contorni non se ne parlò con altri termini, fin che ce ne rimase la memoria. E, a dir la verità, con le frange che vi s’attaccarono, non gli poteva convenire altro nome.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Si vede qui un momento notabile della scienza, che, misurando il suo lavoro, n’esige il frutto; e dichiarandosi, non aperta riformatrice (ché non lo pretendeva, né le sarebbe stato ammesso), ma efficace ausiliaria della legge, consacrando la propria autorità con quella d’una legge superiore ed eterna, intima ai giudici di seguir le regole che ha trovate, per risparmiar degli strazi a chi poteva essere innocente, e a loro delle turpi iniquità. Triste correzioni d’una cosa che, per essenza, non poteva ricevere una buona forma; ma tutt’altro che argomenti atti a provar la tesi del Verri: “né gli orrori della tortura si contengono unicamente nello spasimo che si fa patire... ma orrori ancora vi spargono i dottori sulle circostanze di amministrarla”. Ci si permetta in ultimo qualche osservazione sopra un altro luogo da lui citato; ché l’esaminarli tutti sarebbe troppo in questo luogo, e non abbastanza certamente per la questione. “Basti un solo orrore per tutti; e questo viene riferito dal celebre Claro milanese, che è il sommo maestro di questa pratica: - Un giudice può, avendo in carcere una donna sospetta di delitto, farsela venire nella sua stanza secretamente, ivi accarezzarla, fingere di amarla, prometterle la libertà affine d’indurla ad accusarsi del delitto, e che con un tal mezzo un certo reggente indusse una giovine ad aggravarsi d’un omicidio, e la condusse a perdere la testa. - Acciocché non si sospetti che quest’orrore contro la religione, la virtù e tutti i più sacri principii dell’uomo sia esagerato, ecco cosa dice il Claro: Paris dicit quod judex potest, etc.”. Orrore  davvero;  ma  per  veder  che  importanza  possa  avere  in  una question di questa sorte, s’osservi che, enunciando quell’opinione, Paride dal Pozzo non proponeva già un suo ritrovato; raccontava, e pur troppo con approvazione, un fatto d’un giudice, cioè uno de’ mille fatti che produceva l’arbitrio senza suggerimento di dottori; s’osservi che il Baiardi, il quale riferisce quell’opinione, nelle sue aggiunte al Claro (non il Claro medesimo), lo fa per detestarla anche lui, e per qualificare il fatto di finzione diabolica; s’osservi che non cita alcun altro il quale sostenesse un’opinion tale, dal tempo di Paride dal Pozzo al suo, cioè per lo spazio d’un secolo. E andando avanti, sarebbe più strano che ce ne fosse stato alcuno. E quel Paride dal Pozzo medesimo, Dio ci liberi di chiamarlo, col Giannone,  eccellente giureconsulto; ma l’altre sue parole che abbiam riferite sopra, basterebbero a far veder che queste bruttissime non bastano a dare una giusta idea nemmen delle dottrine di questo solo. Non abbiam certamente la strana pretensione d’aver dimostrato che
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Infamia Le ingiurie personali e contrarie all’onore, cioè a quella giusta porzione di suffragi che un cittadino ha dritto di esigere dagli altri, debbono essere punite coll’infamia. Quest’infamia è un segno della pubblica disapprovazione che priva il reo de’ pubblici voti, della confidenza della patria e di quella quasi fraternità che la società inspira. Ella non è in arbitrio della legge. Bisogna dunque che l’infamia della legge sia la stessa che quella che nasce dai rapporti delle cose, la stessa che la morale universale, o la particolare dipendente dai sistemi particolari, legislatori delle volgari opinioni e di quella tal nazione che inspirano. Se l’una è differente dall’altra, o la legge perde la pubblica venerazione, o l’idee della morale e della probità svaniscono,  ad  onta  delle  declamazioni  che  mai  non  resistono  agli  esempi.  Chi dichiara infami azioni per sè indifferenti sminuisce l’infamia delle azioni che son veramente tali. Le pene d’infamia non debbono essere nè troppo frequenti nè cadere sopra un gran numero di persone in una volta: non il primo, perchè gli effetti reali e troppo frequenti delle cose d’opinione indeboliscono la forza della opinione medesima, non il secondo, perchè l’infamia di molti si risolve nella infamia di nessuno. Le  pene  corporali  e  dolorose  non  devono  darsi  a  quei  delitti  che, fondati sull’orgoglio, traggono dal dolore istesso gloria ed alimento, ai quali convengono il ridicolo e l’infamia, pene che frenano l’orgoglio dei fanatici coll’orgoglio degli spettatori e dalla tenacità delle quali appena con lenti ed ostinati  sforzi  la  verità  stessa  si  libera.  Così  forze  opponendo  a  forze  ed opinioni ad opinioni il saggio legislatore rompa l’ammirazione e la sorpresa nel popolo cagionata da un falso principio, i ben dedotti conseguenti del quale sogliono velarne al volgo l’originaria assurdità. Ecco la maniera di non confondere i rapporti e la natura invariabile delle cose, che non essendo limitata dal tempo ed operando incessantemente, confonde e svolge tutti i limitati regolamenti che da lei si scostano. Non sono le sole arti di gusto e di piacere che hanno per principio universale l’imitazione fedele della natura, ma la politica istessa, almeno la vera e la durevole, è soggetta a questa massima generale, poichè ella non è altro che l’arte di meglio dirigere e di rendere conspiranti i sentimenti immutabili degli uomini.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
laude per le molte nuove e vere osservazioni fatte da lui, in vergogna di tanti autori mendaci e vani, che scrivono non sol quel che sanno, ma tutto quello che senton dire dal vulgo sciocco, senza cercare di assicurarsene con esperienza, forse per non diminuire i lor libri: quello che avrei desiderato nel Gilberti, è che fusse stato un poco maggior matematico, ed in particolare ben fondato nellageometria, la pratica della quale l’avrebbe reso men risoluto  nell’accettare  per  concludenti  dimostrazioni  quelle  ragioni  ch’ei produce per vere cause delle vere conclusioni da sé osservate; le quali ragioni (liberamente parlando) non annodano e stringono con quella forza che indubitabilmente debbon fare quelle che di conclusioni naturali, necessarie ed eterne, si possono addurre: e io non dubito che co ‘l progresso del tempo si abbia a perfezionar questa nuova scienza, con altre nuove osservazioni, e più con vere e necessarie dimostrazioni. Né per ciò deve diminuirsi la gloria del primo osservatore; né io stimo meno, anzi ammiro più assai, il primo  inventor  della  lira  (benché  creder  si  debba  che  lo  strumento  fusse rozissimamente fabbricato, e più rozamente sonato), che cent’altri artisti che nei conseguenti secoli tal professione ridussero a grand’esquisitezza: e parmi che molto ragionevolmente l’antichità annumerasse tra gli Dei i primi inventori dell’arti nobili, già che noi veggiamo il comune de gl’ingegni umani esser di tanta poca curiosità, e così poco curanti delle cose pellegrine e gentili, che nel vederle e sentirle esercitar da professori esquisitamente non per ciò si muovono a desiderar d’apprenderle; or pensate se cervelli di questa sorta si sariano giamai applicati a volere investigar la fabbrica della lira o all’invenzion della musica, allettati dal sibilo de i nervi secchi di una testuggine o dalle percosse di quattro martelli. L’applicarsi a grandi invenzioni, mosso da piccolissimi principii, e giudicar sotto una prima e puerile apparenza potersi contenere arti maravigliose, non è da ingegni dozinali, ma son concetti e pensieri, di spiriti sopraumani. Ora, rispondendo alla vostra domanda, dico che io ancora lungamente ho pensato per ritrovar qual possa essere la cagione di questa così tenace e potente congiunzione che noi veggiamo farsi tra l’un ferro, che arma la calamita, e l’altro che a quello si congiugne: e prima mi sono assicurato che la virtù e forza della pietra non si agumenta punto per essere armata, per ciò che né attrae da maggior distanza, né meno sostiene più validamente un ferro tra ‘l quale e l’armadura s’interponga una sottilissima carta, sino a una foglia d’oro battuto; anzi con tale interposizione più ferro sostiene l’ignuda che l’armata: non ci è dunque mutazione nella virtù, e pure ci è innovazione nell’effetto: e perché è necessario che di nuovo effetto nuova sia la cagione, ricercando qual novità si introduca nell’atto del sostener con l’armadura, altra mutazione non si scorge che nel diverso toccamento, ché dove prima ferro tocca- 346 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Non, ma quei che sono vicini a’ monti minori; perché non sono altissimi gli monti, se non sono medesmamente grandissimi in tanto, che la loro grandezza è insensibile alla nostra vista: di modo che vengono con quello a comprendere più e molti orizonti artificiali, nei quali gli accidenti de gli uni non possono donar alterazione a gli altri. Però, per gli altissimi non intendiamo come l’Alpe e gli Pirenei e simili, ma come la Francia tutta, ch’è tra dui mari, settentrionale Oceano ed australe Mediterraneo; da’ quai mari verso l’Alvernia sempre si va montando, come anco da le Alpe e gli Pirenei, che son stati altre volte la testa d’un monte altissimo. La qual, venendotutta via fracassata dal tempo (che ne produce in altra parte per la vicissitudine de la rinovazione de le parti della terra) forma tante montagne particolari, le quale noi chiamiamo monti. Però quanto a certa instanzia che produsse Nundinio de gli monti di Scozia, dove forse lui è stato, mostra che lui non può capire quello, che se intende per gli altissimi monti; perché, secondo la verità, tutta questa isola Britannia è un monte, che alza il capo sopra l’onde del mare Oceano, del qual monte la cima si deve comprendere nel loco più eminente de l’isola: la qual cima, se gionge alla parte tranquilla de l’aria, viene a provare, che questo sii uno di que’ monti altissimi, dove è la reggione de’ forse più felici animali. Alessandro Afrodiseo raggiona del monte Olimpo, dove per esperienza delle ceneri de’ sacrificii mostra la condizion del monte altissimo e de l’aria sopra i confini e membri de la terra. M’avete sufficientissimamente satisfatto, ed altamente aperto molti secreti de la natura, che sotto questa chiave sono ascosi. Da quel che respondete a l’argomento tolto da’ venti e nuvole, si prende ancora la risposta de l’altro
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
Bastava dirgli, che parlasse a proposito. Or qua nessuno di circostanti fu tanto ignorante, che col viso e gesti non mostrasse aver capito, che costui era una gran pecoraccia aurati ordinis. Idest il tosone. Pure, per imbrogliar il negocio, pregorno il Nolano, che esplicasse quello che lui volea defendere, perché il prefato dottor Torquato argumentarebbe. Rispose il Nolano, che lui s’avea troppo esplicato e che, se gli argumenti degli aversarii erano scarsi, questo non procedeva per difetto di materia, come può essere a tutti ciechi manifesto. Pure, di nuovo gli confirmava, che l’universo è infinito; e che quello costa d’una inmensa eterea reggione; è veramente un cielo, il quale è detto spacio e seno, in cui sono tanti astri, che hanno fissione in quello, non altrimente che la terra: e cossì la luna, il sole  ed  altri  corpi  innumerabili  sono  in  questa  eterea  reggione,  come veggiamo  essere  la  terra;  e  che  non  è  da  credere  altro  firmamento,  altra base,  altro  fundamento,  ove  s’appoggino  questi  grandi  animali  che concorreno alla constituzion del mondo, vero soggetto ed infinita materia della infinita divina potenza attuale; come bene ne ha fatto intendere tanto la regolata raggione e discorso, quanto le divine rivelazioni, che dicono non essere numero de’ ministri de l’Altissimo, al quale migliaia de migliaia assistono, e diece centenaia de migliaia gli amministrano. Questi sono gli grandi animali, de’ quali molti con lor chiaro lume, che da’ lor corpi diffondeno, ne sono di ogni contorno sensibili. De’ quali altri son effettualmente caldi, come il sole ed altri innumerabili fuochi; altri son freddi, come la terra, la luna, Venere ed altre terre innumerabili. Questi, per comunicar l’uno all’altro, e participar l’un da l’altro ìl principio vitale, a certi spacii, con certe distanze, gli uni compiscono gli lor giri circa gli altri, come è manifesto in questi sette, che versano circa il sole; de’ quali la terra è uno, che, movendosi circa il spacio di 24 ore dal lato chiamato occidente verso l’oriente, caggiona l’apparenza  di  questo  moto  de  l’universo  circa  quella,  che  è  detto  moto mundano e diurno. La quale imaginazione è falsissima, contra natura ed impossibile: essendo che sii possibile, conveniente, vero e necessario, che la terra si muova circa il proprio centro, per participar la luce e tenebre, giorno e notte, caldo e freddo; circa il sole per la participazione de la primavera, estade, autunno, inverno; verso i chiamati poli ed oppositi punti emisferici, per la rinovazione di secoli e cambiamento del suo volto, a fin che, dove era Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giordano Bruno   La Cena de le Ceneri   Dialogo quinto � Teofilo La caggione di cotal moto è la rinovazione e rinascenza di questo corpo; il quale, secondo la medesma disposizione, non può essere perpetuo; come le cose che non possono essere perpetue secondo il numero (per parlar secondo  il  comune)  si  fanno  perpetue  secondo  la  spezie,  le  sustanze  che  non possono perpetuarsi sotto il medesmo volto, si vanno tutta via cangiando di faccia. Perché, essendo la materia e sustanza delle cose incorrottibile, e dovendo quella secondo tutte le parti esser soggetto di tutte forme, a fin che secondo tutte le parti, per quanto è capace, si fia tutto, sia tutto, se non in un medesmo tempo ed instante d’eternità, al meno in diversi tempi, in varii instanti d’eternità successiva e vicissitudinalmente; perché, quantunque tutta la materia sia capace di tutte le forme insieme, non però de tutte quelle insieme può essere capace ogni parte della materia; però a questa massa intiera, della qual consta questo globo, questo astro, non essendo conveniente la morte e la dissoluzione, ed essendo a tutta natura impossibile l’annichilazione, a tempi a tempi, con certo ordine, viene a rinovarsi, alterando, cangiando, le sue parti tutte: il che conviene che sia con certa successione, ognuna prendendo il loco de l’altre tutte; perché altrimente questi corpi, che sono dissolubili, attualmente talvolta si dissolverebbono, come avviene a noi particolari e minori animali. Ma a costoro, come crede Platone nel Timeo, e crediamo ancor noi, è stato detto dal primo principio: “Voi siete dissolubili, ma non vi dissolverete’. Accade dunque, che non è parte nel centro e mezzo della stella, che non si faccia nella circonferenza e fuor di quella: non è porzione in quella extima ed esterna, che non debba tal volta farsi ed essere intima ed interna. E questo l’esperienza d’ogni giorno ne ‘l dimostra; ché nel grembo e viscere della terra altre cose s’accoglieno, ed altre cose da quelle ne si mandan fuori. E noi medesmi e le cose nostre andiamo e vegnamo, passiamo e ritorniamo, e non è cosa nostra che non si faccia aliena e non è cosa aliena che non si faccia nostra. E non è cosa della quale noi siamo, che tal volta non debba esser nostra, come non è cosa la quale è nostra, della quale non doviamo talvolta essere, se una è la materia delle cose, in un geno, se due sono le materie, in dui geni: perché ancora non determino, se la sustanza e materia, che chiamiamo spirituale, si cangia in quella che diciamo corporale e per il contrario, o veramente non. Cossì tutte cose nel suo geno hanno tutte vicissitudine di dominio e servitù, felicità ed infelicità, de quel stato che si chiama vita e quello che si chiama morte, di luce e tenebre, di bene e male. E non è cosa alla quale naturalmente convegna esser eterna, eccetto che alla sustanza, che è la materia, a cui  non  meno  conviene  essere  in  continua  mutazione.  Della  sustanza soprasustanziale  non  parlo  al  presente,  ma  ritorno  a  raggionar particularmente di questo grande individuo, ch’è la nostra perpetua nutrice
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giordano Bruno   La Cena de le Ceneri   Dialogo quinto � rinovazione, consistenza, vecchiaia e diminuzione; e volendo apportar la causa  di  questo,  dice:  propter  solem  et  circumlationem.  Or  perché  non dice: propter solis circulationem? Perché era determinato appresso lui, e conceduto appo tutti filosofi di suoi tempi e di suo umore, che il sole con il suo  moto  non  possea  caggionar  questa  diversità;  perché,  in  quanto  che l’ecliptica declina dall’Equinoziale, il sole eternamente versava tra i doi punti Tropici;  e  però  esser  impossibile  d’esser  scaldata  altra  parte  di  terra,  ma eternamente le zone ed i climi essere in medesma disposizione. Perché non disse: per circolazione d’altri pianeti? Perché era determinato già, che tutti quelli (se pur alcuni per qualche poco non trapassano) si muoveno sol per quanto è la latitudine del zodiaco detto trito camino degli erranti. Perché non disse: per circolazione del primo mobile? Perché non conosceva altro moto, che il diurno ed era a’ suoi tempi un poco de suspizione d’un moto di retardazione, simile a quello di pianeti. Perché non disse: per la circolazion del cielo? Perché non possea dire, come e quale ella potesse essere. Perché non disse: per la circolazion de la terra? Perché avea quasi come un principio supposto, che la terra èinmobile. Perché dunque lo disse? Forzato da la verità,la quale per gli effetti naturali si fa udire. Resta dunque, che sia dal sole  e  dal  moto.  Dal  sole,  dico,  perché  lui  è  quell’unico  che  diffonde  e comunica la virtù vitale; dal moto ancora, perché, se non si movesse o lui agli altri corpi o gli altri corpi a lui, come potrebbe ricevere quel che non ha, o donar quel ch’ha? E dunque necessario, che sia il moto, e questo di tal sorte che non sia parziale, ma con quella raggione con cui causa la rinovazione di certe parti, venga ad apportarla a quell’altre, che, come sono di medesma condizione e natura, hanno la medesima potenza passiva, alla quale, se la natura non è ingiuriosa, deve corrispondere la potenza attiva. Ma con ciò troviamo molto minor raggione, per la quale il sole e tutta l’università de le stelle s’abbino a muovere circa questo globo, che esso per il contrario debba voltarsi a l’aspetto dell’universo facendo il circolo annuale circa il sole, e diversamente con certe regolate successioni per tutti i lati svolgersi ed inchinarsi a quello, come a vivo elemento del fuoco. Non è ragione alcuna, che, senza un certo fine ed occasione urgente, gli astri innumerabili, che son tanti mondi, anco maggiori che questo, abbino sì violenta relazione a questo unico. Non è raggione, che ne faccia dir più tosto trepidar il polo, nutar l’asse del mondo, cespitar gli cardini de l’universo, e sì innumerabili, più  grandi  e  più  magnifici  globi,  ch’esser  possono,  scuotersi,  svoltarsi, ritorcersi, rappezzarsi, e, al dispetto de la natura, squartarsi in tanto, che la terra cossì malamente, come possono dimostrare i sottili optici e geometri, venghi ad ottener il mezzo, come quel corpo che solo è grave e freddo; il qual però non si può provar dissimile a qualsivoglia altro, che riluce nel
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
giustizia sommaria esercitata spesse volte dal Consiglio dei Dieci sopra alcuni imprudenti, accusati di congiurare in favor degli imperiali e a detrimento della Repubblica, non era fatta per incoraggiare le mene dei sediziosi. Sebbene cotali scoppii erano troppo rari perché ne durasse a lungo lo spavento; e le trame continuavano tanto più frivole ed innocue quanto più i tempi si facevano contrari e il popolo indifferente ad artificiali e non cercate innovazioni. Al tempo di Maria Teresa tre castellani del Pedemonte, un Franzi, un Tarcentini e un Partistagno furono accusati di fomentare l’inquietudine del paese e di adoperarsi a volger l’animo delle Comunità in favor dell’Imperatrice. Il Consiglio dei Dieci li fece spiare diligentemente, e n’ebbe che le accuse fatte non erano false. Più di tutti il Partistagno, posto col suo castello quasi sul confine illirico, parteggiava scopertamente per gli imperiali, diceva beffarsi di San Marco, e trincava in fin di mensa a quel giorno che il signor Luogotenente, ripeto le parole del suo brindisi, e gli altri caca in acqua sarebbero stati cacciati a piedi nel sedere di là del Tagliamento. Tutti ridevano di questi augurii; e la baldanza del feudatario era ammirata e imitata anche, come si poteva meglio, dai vassalli e dai castellani all’intorno. A Venezia si tenne Consiglio Segreto; e fu deciso che i tre turbolenti fossero citati a Venezia per giustificarsi; ognuno sapeva che le giustificazioni erano la scala più infallibile per salire ai piombi. Il temuto Messer Grande capitò dunque in Friuli con tre lettere sigillate, da disuggellarsi e leggersi cadauna in presenza del rispettivo imputato; nelle quali era contenuta l’ingiunzione di recarsi ipso facto a Venezia per rispondere  sopra  inchieste  dell’Eccellentissimo  Consiglio  dei  Dieci.  Tali ingiunzioni erano solite obbedirsi alla cieca; tanto ai lontani e agli ignoranti appariva ancora formidabile la forza del Leone, che era stimato inutile tentar di sfuggirgli. Il Messer Grande adunque fece la sua solenne imbasciata al Franzi e al Tarcentini; ambidue i quali chinarono uno per volta il capo e andarono spontaneamente a porsi nelle segrete degli Inquisitori. Indi passò colla terza lettera al castello del Partistagno, il quale avea già saputo dell’umiltà dei compagni e lo attendeva rispettosamente nella gran sala del pianterreno. Il Messer Grande entrò col suo gran robone rosso che spazzava la polvere, e con atto solenne cavata di petto la lettera ed apertala, ne lesse il contenuto. Egli  leggeva  con  voce  nasale,  qualmente  che,  il  Nobile  ed  Eccelso  Signore Gherardo di Partistagno fosse invitato entro sette giorni a comparire dinanzi all’Eccellentissimo Consiglio dei Dieci, etc. etc. — Il nobile ed eccelso signore
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
sime, di quel matrimonio non bisogna più parlarne, come d’una faccenda non mai sognata. Ella è prudente e si regolerà!...Cospettonaccio! ho paura che la si fosse fatta infinocchiare da quel benedetto padre Pendola!» Qui egli si tacque e rimase colla bocca aperta un’altra volta perché ad un sberleffo del Senatore conobbe di esser per dire o di aver già detto qualche castroneria. «In confidenza» gli rispose il Frumier con quel piglio di maggioranza che ha il maestro sullo scolare «da certe frasi sfuggite al degnissimo padre io credo che non per nulla lo si avesse messo alle coste del giovine Venchieredo!... Potrebbe anche darsi che vedendo vostra moglie incapricciata di dare a costui la sua figliuola egli avesse fatto le viste di secondarla. Ma poi, mi capite, egli voleva bene a voi, egli voleva bene a me... e senza violare le convenienze... Insomma, quel colloquio da lui tenuto colla Clara...» «Ma no! io era dietro l’uscio, e vi posso assicurare...» ripigliò il Conte. «Eh cosa sapete mai voi?» gli dié sulla voce il Senatore. «Son mille le maniere di dire una cosa colle labbra e farne capire un’altra o colla fisonomia o con certe reticenze... Il padre sospettava forse che voi e vostra moglie stavate ad ascoltare; ma del resto io vi posso assicurare, che se quel matrimonio non è andato, un gran merito ne viene a lui.» «Oh benedetto quel caro padre! io lo ringrazierò...» «Per carità! bella cosa che fareste! Dopo tutta la cura ch’ei prese per nascondersi e per far credere anzi ch’egli approvava il vostro disegno!! Davvero alle volte siete un bel furbo!» Per questa volta tanto, chi fosse il più furbo non lo saprei dire. Il padre Pendola, avendo sentito a tavola il giorno prima la subita disapprovazione data dal Senatore al matrimonio di sua nipote col Venchieredo, benché lo avesse anch’egli approvato in fin allora, avea subodorato, se non la lettera da Venezia, certo qualche cosa di simile. Perciò con mezze parole con atti del capo e con altri mezzi di suo grado avea dato ad intendere al Senatore tutto il rovescio di quello ch’era stato. E questi polevandosi da tavola gli avea stretta la mano in modo misterioso, dicendogli: «Ho capito, padre; la ringrazio a nome dei miei cognati!» Se il Senatore era furbo, e ne avea dato grandi prove nella sua lunga vita pubblica e privata, certo fu quello il caso di riscontrar vero il proverbio, che tutti abbiamo durante il giorno il nostro quarto d’ora di minchioneria. Non v’è poi anche ladro così astuto che non possa essere derubato da uno più astuto di lui. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
«A nome di mio nipote, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo signor Alberto di Partistagno, barone di Dorsa, giurisdicente di Fratta, decano di San Mauro, etc., etc., io barone Durigo di Caporetto ho l’onore di chiedere la mano di sposa dell’Illustrissima ed Eccellentissima dama la contessa Clara di Fratta, figlia dell’Illustrissimo ed Eccellentissimo signor conte Giovanni di Fratta e della nobildonna Cleonice Navagero.» Un mormorio di approvazione accolse queste parole, e le cameriere furono lì lì per battergli le mani. Pareva proprio di essere ai burattini. La Contessa si volse alla Clara che le aveva stretta la mano e sembrava esser più vicina a morire che a maritarsi. «Mia figlia» prese ella a rispondere «accoglie con gratitudine l’onorevole offerta e...» «No, madre mia,» la interruppe la Clara con voce soffocata dai singhiozzi, ma nella quale la forza della volontà signoreggiava il tremore della commozione e del rispetto «no, madre mia, io non mi mariterò mai... io ringrazio il signor Barone ma...» A questo punto le morì la voce, le si estinse sul volto ogni colore di vita, e le ginocchia accennavano di mancarle. Le cameriere, non pensando che così davano a divedere di essere state in ascolto, si precipitarono nella sala gridando: «La padroncina muore! la padroncina muore!» e la raccolsero fra le braccia. Dietro esse entrammo curiosamente io, la Pisana e quanti altri dietro di noi s’erano accalcati via via per goder lo spettacolo. La Contessa fremeva e stringeva i pugni, il Conte piegava di qua e di là come una banderuola che ha perduto l’equilibrio, il Cancelliere gli stava dietro quasi per puntellarlo se accennasse di cadere, Monsignore tratto di tasca il tovagliolo se ne asciugava la fronte, e il Barone solo restava imperterrito col suo braccio steso, come fosse stato lui che con quel magico gesto avesse prodotto quel general parapiglia. La Contessa s’adoperò un istante intorno alla figlia per farla rinvenire e comandarle il rispetto e l’ubbidienza; ma vedendo ch’ella appena tornata in sé accennava col capo di no e sveniva quasi di nuovo, si volse al Barone con voce soffocata dalla stizza. «Signore» gli disse «ella vede bene; un impreveduto accidente ha guastato la festa di questo giorno; ma io posso assicurarla a nome di mia figlia, che mai donzella non fu così onorata da offerta alcuna, come essa dalla domanda fattale in nome dell’Eccellentissimo Partistagno. Egli può contare d’aver fino d’ora una sposa ubbidiente e fedele. Soltanto lo prego di differire a momento più opportuno la sua prima visita di fidanzato.» Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
d’esser arrivato a quella specie d’esame dimenticando di rivedere proprio quelle pagine di testo di cui mi sarebbe stato imposto di parlare. Fui ricevuto dalla sola signora Malfenti che mi fece accomodare in un angolo del grande salotto e si mise subito a chiacchierare vivacemente impedendomi persino di domandare delle notizie delle fanciulle. Ero perciò alquanto distratto e mi ripetevo la lezione per non dimenticarla al momento buono. Tutt’ad un tratto fui richiamato all’attenzione come da uno squillo di tromba. La signora stava elaborando un preambolo. M’assicurava dell’amicizia sua e del marito e dell’affetto di tutta la famiglia loro, compresavi la piccola Anna. Ci conoscevamo da tanto tempo. Ci eravamo visti giornalmente da quattro mesi. – Cinque! – corressi io che ne avevo fatto il calcolo nella notte, ricordando che la mia prima visita era stata fatta d’autunno e che ora ci trovavamo in piena primavera. – Sì! Cinque! – disse la signora pensandoci su come se avesse voluto rivedere il mio calcolo. Poi, con aria di rimprovero: – A me sembra che voi compromettiate Augusta. – Augusta? – domandai io credendo di aver sentito male. – Sì! – confermò la signora. – Voi la lusingate e la compromettete. Ingenuamente rivelai il mio sentimento. – Ma io l’Augusta non la vedo mai. Essa ebbe un gesto di sorpresa e (o mi parve?) di sorpresa dolorosa. Io intanto tentavo di pensare intensamente per arrivare presto a spiegare quello che mi sembrava un equivoco di cui però subito intesi l’importanza. Mi rivedevo in pensiero, visita per visita, durante quei cinque mesi, intento a spiare Ada. Avevo suonato con Augusta e, infatti, talvolta avevo parlato più con lei, che mi stava a sentire, che non con Ada, ma solo perché essa spiegasse ad Ada le mie storie accompagnate dalla sua approvazione. Dovevo parlare chiaramente con la signora e dirle delle mie mire su Ada? Ma poco prima io avevo risolto di parlare con la sola Ada e d’indagarne l’animo. Forse se avessi parlato chiaramente con la signora Malfenti, le cose sarebbero andate altrimenti e cioè non potendo sposare Ada non avrei sposata neppure Augusta. Lasciandomi dirigere dalla risoluzione presa prima ch’io avessi veduta la signora Malfenti e, sentite le cose sorprendenti ch’essa m’aveva dette, tacqui. Pensavo intensamente, ma perciò con un po’ di confusione. Volevo intendere, volevo indovinare e presto. Si vedono meno bene le cose quando si
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
L’altro protestò: – Io in pericolo, alla mia età e con la mia esperienza? – Il Brentani parlava spesso della sua esperienza. Ciò ch’egli credeva di poter chiamare così era qualche cosa ch’egli aveva succhiato dai libri, una grande diffidenza e un grande disprezzo dei propri simili. Il Balli invece aveva impiegato meglio i suoi quarant’anni suonati, e la sua esperienza lo rendeva competente a giudicare di quella dell’amico. Era men colto, ma aveva sempre avuto su lui una specie d’autorità paterna, consentita, voluta da Emilio, il quale, ad onta del suo destino poco lieto ma per nulla minaccioso, e della sua vita in cui non v’era niente di imprevisto, abbisognava di puntelli per sentirsi sicuro. Stefano Balli era un uomo alto e forte, l’occhio azzurro giovanile su una di quelle facce dalla ciera bronzina che non invecchiano: unica traccia della sua età era la brizzolatura dei capelli castani, la barba appuntita con precisione, tutta la figura corretta e un po’ dura. Era talvolta dolce il suo occhio da osservatore quando lo animava la curiosità o la compassione, ma diveniva durissimo nella lotta e nella discussione più facile. Il successo non era arriso nemmeno a lui. Qualche giuria, respingendo i suoi bozzetti, ne aveva lodata questa o quella parte, ma nessun suo lavoro aveva trovato posto su qualcuna delle tante piazze d’Italia. Egli però non aveva mai sentito l’abbattimento dell’insuccesso. S’accontentava del consenso di qualche singolo artista ritenendo che la propria originalità dovesse impedirgli il successo largo, l’approvazione delle masse, e aveva continuato a correre la sua via dietro a un certo ideale di spontaneità, a una ruvidezza voluta, a una semplicità o, come egli diceva, perspicuità d’idea da cui credeva dovesse risultare il suo “io” artistico depurato da tutto ciò ch’era idea o forma altrui. Non ammetteva che il risultato del suo lavoro potesse avvilirlo, ma i ragionamenti non lo avrebbero salvato dallo sconforto, se un successo personale inaudito non gli avesse date delle soddisfazioni ch’egli celava, anzi negava, ma che aiutavano non poco a tener eretta la sua bella figura slanciata. L’amore delle donne era per lui qualcosa di più che una soddisfazione di vanità ad onta che, ambizioso, prima di tutto, egli non sapesse amare. Era il successo quello o gli somigliava di molto; per amore dell’artista le donne amavano anche l’arte sua che pure era tanto poco femminea. Così, avendo profondissima la convinzione della propria genialità, e sentendosi ammirato e amato, egli conservava con tutta naturalezza il suo contegno di persona superiore. In arte aveva dei giudizi aspri e imprudenti, in società un contegno
Senilita di Italo Svevo
Spesso, nella loro relazione, si ripeterono quegli scrosci di pioggia che lo strappavano all’incanto cui egli con tanta voluttà si abbandonava. Di buon’ora, il giorno appresso, andò da Angiolina. Non sapeva neppur lui se ci andava a vendicarsi con qualche frase pungente del modo con cui ella l’aveva lasciato la sera innanzi, oppure a riavere intero, al colore di quel viso, il sentimento che nella notte era stato minato in lui da una dolorosa riflessione e del quale, – lo apprendeva all’ansietà che lo faceva correre fino lassù, – egli aveva oramai bisogno. Venne ad aprirgli la porta la madre di Angiolina, la quale l’accolse con le solite parole gentili, la fisionomia immobile di cartapecora, la voce brutalmente sonora. Angiolina stava vestendosi e sarebbe venuta subito. – Che gliene sembra? – domandò la vecchia tutto ad un tratto. Gli parlò di Volpini. Sorpreso che anche la madre volesse la sua approvazione al matrimonio d’Angiolina, egli esitò ed ella, ingannandosi sulla natura del dubbio che gli vedeva scritto in faccia, cercò di convincerlo. – Capirà. E’ una fortuna per Angiolina. Se anche non gli vorrà tanto bene, avrà una vita tranquilla, lieta, perché egli è molto innamorato. Bisogna vederlo! – Ebbe un risolino breve e rumoroso ma che le contrasse le sole labbra. Si capiva ch’era soddisfatta. Finì di compiacersi di vedere come Angiolina avesse fatto comprendere alla madre quanto ci tenesse al suo consenso; lo diede con parole generose. Gli doleva che Angiolina ne sposasse un altro, ma visto ch’era per suo bene... L’altra ebbe un altro risolino, ma questo più sulla faccia che nella voce e a lui parve ironico. Che la madre sapesse anche dei suoi patti con la figlia? Neppur questo non gli sarebbe dispiaciuto tanto. Perché avrebbe dovuto dolersi di quelle risatine destinate all’onesto Volpini? Certo era che qui non poteva essere lui il deriso. Angiolina venne vestita di tutto punto per uscire; aveva fretta perché alle nove doveva trovarsi dalla signora Deluigi. Egli non volle lasciarla subito e perciò, per la prima volta, camminarono insieme per la via, alla luce del sole. – Mi pare che siamo una bella coppia – disse ella sorridendo vedendo che ogni passante aveva un’occhiata per loro. Era impossibile passarle accanto e non guardarla. Anche Emilio la guardò. Il vestito bianco, che esagerava il figurino d’allora, la vita strettissima, le maniche allargate, quasi palloni rigonfi, domandava l’occhiata, era stato fatto per conquistarla. La testa usciva da tutto quel
Senilita di Italo Svevo
Una domenica, un impiegato della stessa corrispondenza gli diede l’incarico, in iscritto come al solito, di scrivere subito a un cliente per invitarlo con energia di rimettere la copertura per differenze risultate in affari di borsa. Quantunque sapesse che l’ordine era stato dato da Sanneo, avendo il desiderio di andarsene, Miceni non lo eseguì e dichiarò che domenica non lavorava. L’impiegato riferì la risposta a Sanneo il quale andò su tutte le furie. Corse da Miceni e senza chiedere spiegazioni, con la schiuma alla bocca, gridò: – Scriva immediatamente questa lettera! – e gettò l’avviso sul tavolo. – Oggi è domenica, – rispose Miceni livido e tremante; il suo coraggio era voluto e la sua natura era da vile. – Di domenica io non lavoro. Era stato Sanneo che aveva imposto alla corrispondenza di lavorare anche alla domenica mattina, ma cose di premura si eran fatte anche prima che egli divenisse capo; certi lavori non ammettevano dilazioni. – Ah! così! – chiese Sanneo con voce pacata. Da un momento all’altro era ridivenuto calmo e se ne andò col suo passo rapido quasi non avesse voluto lasciar tempo a Miceni di modificare la sua risposta. Poco dopo fece chiamare Alfonso. – La prego, signor Nitti, faccia lei questa lettera. Gli parlò con una dolcezza insolita e con voce commossa. Per una lettera di pochi versi trattenne Alfonso per un quarto d’ora abbondante; dapprima gli espose lo scopo della lettera, poscia letteralmente la dettò. – Così tocca farla a me! – disse Alfonso a Miceni. Miceni si adirò: – Se trova con tanta facilità chi gli lavora di domenica, colui che vi si rifiuta finirà sempre coll’aver torto. Se ne andò allo scopo di poter poscia asserire che non aveva potuto lavorare avendo avuto eccezionalmente un impegno altrove; dopo fatto quanto da tanto tempo s’era proposto di fare, si trovava evidentemente inquieto e preoccupato. Sanneo rilesse la lettera fatta da Alfonso, fece qualche virgola ch’egli non aveva indicata e che Alfonso con la sua esattezza da copista non aveva osato di aggiungere, e con un sorriso di approvazione gli disse: – Ma benone! Mi faccia il favore di porla sul tavolo del signor Cellani. Non era stato mai tanto cortese. Alle nove della mattina del lunedì, Miceni venne chiamato dal signor Maller. In parte White, in parte Miceni stesso riferirono ad Alfonso la scena che ebbe luogo in direzione.
Una vita di Italo Svevo
tavolo. Conteggiava su minuti foglietti di carta che riempiva di cifre microscopiche. Alfonso non sapeva gioire del suo avanzamento. Era realmente avanzato, perché se anche tutti si divertivano a rammentargli ch’era ben lungi dall’avere il posto di Miceni, aveva abbandonato l’offerta, la copiatura, il lavoro imbecille del servo che maneggia la penna invece della scopa. Ma quando alla sera gli venivano restituite metà delle sue lettere con annotazioni di Sanneo, disperava e avrebbe preso volontieri il primo treno per ritornare a casa sua e lasciar quelle lettere da rifare al signor Maller stesso. E’ ben vero però che se poco dopo Sanneo, apponendo il suo segno ad una lettera, faceva col capo un cenno d’approvazione, Alfonso, per quanto grande fosse stata la sua stanchezza, riprendeva di gran lena il suo lavoro. Stanchezza? Somigliava meglio a nausea. Lentamente il suo lavoro di giorno  in  giorno  aumentava,  ma  in  qualità  di  poco  o  nulla  mutava.  In un’intiera giornata egli aveva da costruire uno o due periodi; aveva invece da copiare innumerevoli cifre, ripetere innumerevoli volte la medesima frase. Verso sera la mano, l’unica parte del suo corpo veramente stanca, si fermava, l’attenzione non stimolata si distraeva e qualche volta doveva gettare la penna e lasciare il lavoro, per una nausea da persona che ha preso di troppo di un solo cibo. Non era mai a giorno con i suoi lavori e al suo malessere si aggiungeva l’inquietudine. White gli aveva detto che tutte le lettere di pura scritturazione potevano venir trattenute parecchi giorni, anche settimane, senza risposta, e questa facoltà gli aveva alleggerito di molto il lavoro delle prime giornate; ben presto però, aumentando i sospesi, il lavoro ne venne complicato, perché molte lettere appena arrivate trovavano altre dello stesso cliente che attendevano la risposta e Alfonso con la poca attenzione che sapeva dare al suo lavoro e per una memoria renitente ai nomi, non sapeva che ci fossero. Alla sera gli venivano restituite da Sanneo delle lettere con l’annotazione:  E’ la lettera arrivata precedentemente? N.B. Signor Nitti. Il povero peccatore se ne andava da Sanneo a udire una grande predica sul disordine, la quale non lo migliorava perché non era la buona volontà che gli mancasse, era la capacità; il suo era un difetto organico. Quando ancora lo spingeva il primo zelo per il nuovo lavoro, la noia era minore. L’attenzione che doveva avere continua, per finire il maggior numero di lettere nel minor tempo possibile, l’intensità stessa del lavoro lo distra-
Una vita di Italo Svevo
filze di pensieri senza interruzione e senza ornamento? E poi ella racconta troppo poco; descrive continuamente anche quando crede di raccontare. Con questa premessa come faremo noi a andare avanti? C’è descrizione per mille parole e racconto per una, mentre era preferibile che fosse viceversa. Era più importante di esporre la base del romanzo, le prime idee di Clara al matrimonio con quell’industriale e il vecchio amore di costui per essa, che di descrivere quel salotto che il lettore non ha più da rivedere e dare tanti particolari sull’infanzia di Clara. Gli lesse il suo lavoro. Evidentemente per un gentile riguardo, qualche parola, qualche frase di Alfonso era conservata, ma parole e frasi tanto poco importanti ch’egli non seppe essergliene grato; precisamente quelle parti di cui più gli sarebbe importato non avevano trovato grazia. Finito di leggere, Annetta lo guardò in attesa di un entusiastica approvazione, mentre ad Alfonso con grande sforzo riuscì di mormorare una lode che fu troppo fredda. La diminuì ancora, perché non sapendo nascondere il dispiacere di aver lavorato tanto inutilmente e non trovando prontamente una via per dare sfogo a questo dispiacere senza offendere Annetta, quando gli sembrò di averla trovata la batté risolutamente non curandosi di esaminare prima dove andasse a finire. Non parlò del lavoro proprio o di Annetta in concreto, ma dopo aver detto che infatti quello di Annetta doveva piacere di più, attaccò le teorie, i propositi di Annetta. Era verissimo che con quelle teorie si sarebbe arrivati al successo, ma negava che valesse la pena di sagrificare ogni superiore scopo artistico a questa fame di un successo effimero. – Scusi! – lo interruppe Francesca che zitta fino ad allora sembrava non seguisse il filo del discorso, – dal suo volto mi è sembrato di capire che il lavoro  di  Annetta  non  le  sia  dispiaciuto.  Non  dovrebbe  quindi  essere antiartistico nel modo che ella dice. Ad Alfonso sembrò che Francesca accompagnasse la sua frase di un’occhiata che voleva forse invitarlo all’assenso e ne fu tanto sorpreso che non seppe subito distogliere lo sguardo da lei. Aveva collaborato anche Francesca a quel capitolo che lo difendeva? Era ora troppo chiaro che gli veniva imposto di ammirarlo ed egli con la buona grazia che seppe vi si adattò. Disse che il capitolo gli era piaciuto, che combatteva soltanto la massima. Il capitolo invece gli era sembrato brutto, nudo, declamatorio, e lo umiliò di essere costretto a fare quella dichiarazione esplicita; aveva abdicato al diritto di dire la sua opinione. Ebbe la meraviglia di vedere come Annetta non avesse alcun
Una vita di Italo Svevo
leggi, per osservarsi, hanno bisogno de’ buoni costumi. Oltre a di questo, gli ordini e le leggi fatte in una republica nel nascimento suo, quando erano gli uomini buoni, non sono dipoi più a proposito, divenuti che ei sono rei. E se le leggi secondo gli accidenti in una città variano, non variano mai, o rade volte, gli ordini suoi: il che fa che le nuove leggi non bastano, perché gli ordini, che stanno saldi, le corrompono. E per dare ad intendere meglio questa parte, dico come in Roma era l’ordine del governo, o vero dello stato; e le leggi dipoi, che con i magistrati frenavano i cittadini. L’ordine dello stato era l’autorità del Popolo, del Senato, de’ Tribuni, de’ Consoli, il modo di chiedere e del creare i magistrati, ed il modo di fare le leggi. Questi ordini poco o nulla variarono negli accidenti. Variarono le leggi che frenavano i cittadini; come fu la legge degli adulterii, la suntuaria, quella della ambizione, e molte altre; secondo che di mano in mano i cittadini diventavano corrotti. Ma tenendo fermi gli ordini dello stato, che nella corruzione non erano più buoni, quelle legge, che si rinnovavano, non bastavano a mantenere gli uomini buoni, ma sarebbono bene giovate, se con la innovazione delle leggi si fussero rimutati gli ordini. E che sia il vero, che tali ordini nella città corrotta non fussero buoni, si vede espresso in doi capi principali, quanto al creare i magistrati e le leggi. Non dava il popolo romano il consolato, e gli altri primi gradi della città, se non a quelli che lo domandavano. Questo ordine fu, nel principio, buono, perché e’ non gli domandavano se non quelli cittadini che se ne giudicavano degni ed averne la repulsa era ignominioso sì che, per esserne giudicati degni, ciascuno operava bene. Diventò questo modo, poi, nella città corrotta, perniziosissimo; perché non quelli che avevano più virtù, ma quelli che avevano più potenza domandavano i magistrati; e gl’impotenti, comecché virtuosi, se ne astenevano di domandarli, per paura. Vennesi a questo inconveniente, non a un tratto, ma per i mezzi, come si cade in tutti gli altri inconvenienti: perché avendo i Romani domata l’Africa e l’Asia, e ridotta quasi tutta la Grecia a sua ubbidienza, erano divenuti sicuri della libertà loro, né pareva loro avere più nimici che dovessono fare loro paura. Questa sicurtà e questa debolezza de’ nimici fece che il popolo romano, nel dare il consolato, non riguardava più la virtù, ma la grazia; tirando a quel grado quelli che meglio meglio vincere i nimici: dipoi da quelli che avevano più grazia, ei discesono a darlo a quegli che avevano più potenza; talché i buoni, per difetto di tale ordine, ne rimasero al tutto esclusi. Poteva uno tribuno,
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
I A volere che una setta o una republica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo principio. Egli è cosa verissima, come tutte le cose del mondo hanno il termine della vita loro; ma quelle vanno tutto il corso che è loro ordinato dal cielo, generalmente, che non disordinano il corpo loro, ma tengonlo in modo ordinato, o che non altera, o, s’egli altera, è a salute, e non a danno suo. E perché io parlo de’ corpi misti, come sono le republiche e le sètte, dico che quelle alterazioni sono a salute, che le riducano inverso i principii loro E però quelle sono meglio ordinate, ed hanno più lunga vita, che mediante gli ordini suoi si possono spesso rinnovare; ovvero che, per qualche accidente fuori di detto ordine, vengono a detta rinnovazione. Ed è cosa più chiara che la luce, che, non si rinnovando, questi corpi non durano. Il modo del rinnovargli, è, come è detto, ridurgli verso e’principii suoi. Perché tutti e’ principii delle sètte, e delle republiche e de’ regni, conviene che abbiano in sé qualche bontà, mediante la quale ripiglio la prima riputazione ed il primo augumento loro. E perché nel processo del tempo quella bontà si corrompe, se non interviene cosa che la riduca al segno, ammazza di necessità quel corpo. E questi dottori di medicina dicono, parlando  de’  corpi  degli  uomini,  “quod  quotidie  aggregatur  aliquid,  quod quandoque indiget curatione”. Questa riduzione verso il principio, parlando delle republiche, si fa o per accidente estrinseco o per prudenza intrinseca. Quanto al primo, si vede come egli era necessario che Roma fussi presa dai Franciosi, a volere che la rinascesse e rinascendo ripigliasse nuova vita e nuova virtù; e ripigliasse la osservanza della religione e della giustizia, le quali in lei cominciavano a macularsi. Il che benissimo si comprende per la istoria di Livio, dove ei mostra che nel trar fuori lo esercito contro ai Franciosi e nel creare e’  Tribuni con la potestà consolare, non osservorono alcuna religiosa cerimonia. Così medesimamente, non solamente non punirono i tre Fabii, i quali “contra ius gentium” avevano combattuto contro ai Franciosi, ma  gli  crearono  Tribuni. E debbesi facilmente presuppore, che dell’altre constituzioni buone, ordinate da Romolo e da quegli altri principi prudenti, si cominciasse a tenere meno conto che non era ragionevole e necessario a  mantenere  il  vivere  libero.  Venne,  dunque,  questa  battitura  estrinseca,
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
sciargli gastigare a Dio: e così quegli fanno il peggio che possono, perché non temono quella punizione che non veggono e non credono. Ha, adunque, questa rinnovazione mantenuto, e mantiene, questa religione. Hanno ancora i regni bisogno di rinnovarsi, e ridurre le leggi di quegli verso i suoi principii. E si vede quanto buono effetto fa questa parte nel regno di Francia; il quale regno vive sotto le leggi e sotto gli ordini più che alcuno altro regno. Delle quali leggi ed ordini ne sono mantenitori i parlamenti, e massime quel di Parigi; le quali sono da lui rinnovate qualunque volta ei fa una esecuzione contro ad un principe di quel regno, e che ei condanna il Re nelle sue sentenze. Ed infino a qui si è mantenuto per essere stato uno ostinato esecutore contro a quella Nobilità: ma qualunque volta ei  ne  lasciassi  alcuna  impunita,  e  che  le  venissono  a  multiplicare,  sanza dubbio ne nascerebbe o che le si arebbono a correggere con disordine grande, o che quel regno si risolverebbe. Conchiudesi, pertanto, non essere cosa più necessaria in uno vivere comune, o setta o regno o republica che sia, che rendergli quella riputazione ch’egli aveva ne’ principii suoi; ed ingegnarsi che siano o gli ordini buoni o i buoni uomini che facciano questo effetto, e non lo abbia a fare una forza estrinseca. Perché, ancora che qualche volta la sia ottimo rimedio, come fu a Roma, ella è tanto pericolosa, che non è in modo alcuno da disiderarla. E per  dimostrare  a  qualunque,  quanto  le  azioni  degli  uomini  particulari facessono  grande  Roma,  e  causassino  in  quella  città  molti  buoni  effetti, verrò alla narrazione e discorso di quegli: intra e’ termini de’ quali questo terzo libro, ed ultima parte di questa prima Deca, si concluderà. E benché le azioni degli re fossono grandi e notabili nondimeno, dichiarandole la istoria  diffusamente,  le  lascerò  indietro;  né  parlereno  altrimenti  di  loro, eccetto che di alcuna cosa che avessono operata appartenente alli loro privati commodi; e comincerenci da Bruto, padre della romana libertà. II Come egli è cosa sapientissima simulare in tempo la pazzia. Non fu alcuno mai tanto prudente, né tanto estimato savio per alcuna sua egregia operazione, quanto merita d’esser tenuto Iunio Bruto nella sua simulazione della stultizia. Ed ancora che Tito Livio non esprima altro che una cagione che lo inducesse a tale simulazione, quale fu di potere più
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
medesimo con musica di voci feminine e con trombe e tamburi ed artiglierie; e li poeti cantano le laudi delli più virtuosi. Ma chi dice bugia in laude è punito; non si può dir poeta chi finge menzogna tra loro; e questa licenza dicono che è ruina del mondo, che toglie il premio alle virtù e lo dona altrui per paura o adulazione. Non si fa statua a nullo, se non dopo che more; ma, vivendo, si scrive nel libro delli eroi chi ha trovato arti nove e secreti d’importanza, o fatto gran benefizio in guerra o pace al publico. Non si atterrano li corpi morti, ma si bruggiano per levar la peste e per convertirsi in fuoco, cosa tanto nobile e viva, che vien dal sole ed a lui torna, e per non restar sospetto d’idolatria. Restano pitture solo o statue di grand’uomini,  e  quelle  mirano  le  donne  formose,  ches’applicano  all’uso della razza. L’orazioni si fan alli quattro angoli del mondo orizzontali, e la mattina prima a levante, poi a ponente, poi ad austro, poi a settentrione; la sera al riverso, prima a ponente, poi a levante, poi a settentrione, poi ad austro. E replicano solo un verso, che dimanda corpo sano e mente sana a loro ed a tutte le genti, e beatitudine, e conclude: “come par meglio a Dio”. Ma l’orazione attentamente e lunga si fa in cielo; però l’altare è tondo e in croce spartito, per dove entra Sole dopo le quattro repetizioni, e prega mirando in suso. Questo lo fan per gran misterio. Le vesti pontificali son stupende di bellezza e di significato a guisa di quelle d’Aron. Distingueno li tempi secondo l’anno tropico, non sidereo, ma sempre notano quanto anticipa questo di tempo. Credono che il sole sempre cali a basso, e però facendo più stretti circoli arriva alli tropici ed equinozi prima che l’anno passato; o vero pare arrivare, ché l’occhio, vedendolo più basso in obliquo, lo vede prima giungere ed obliquare. Misurano li mesi con la luna e l’anno col sole; e però non accordano questo con quella fino alli dicinove anni, quando pur il capo del Drago finisce il suo corso; del che han fatto nova astronomia. Laudano  Tolomeo ed ammirano Copernico, benché Aristarco e Filolao prima di lui; ma dicono che l’uno fa il conto con le pietre, l’altro con le fave, ma nullo con le stesse cose contate, e pagano il mondo con li scudi di conto, non d’oro. Però essi cercano assai sottilmente questo negozio, perché importa a saper la fabrica del mondo, e se perirà e quando, e la sostanza delle stelle e chi ci sta dentro a loro. E credeno esser vero quel che disse Cristo delli segni delle stelle, sole e luna, li quali alli stolti non pareno veri, ma li venirà, come ladro di notte, il fin delle cose. Onde aspettano la renovazione del secolo, e forsi il fine. Dicono che è gran dubio sapere se ‘l mondo fu fatto di nulla o delle rovine d’altri mondi o del caos; ma par verisimile che sia fatto, anzi certo. Son nemici d’Aristotile, l’appellano pedante. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Citta del Sole di Tommaso Campanella
Oh, se sapessi che cosa dicono per astrologia e per l’istessi profeti nostri ed ebrei e d’altre genti di questo secolo nostro, c’ha più istoria in cento anni che non ebbe il mondo in quattro mila; e più libri si fecero in questi cento che in cinque mila; e dell’invenzioni stupende della calamita e stampe ed archibugi, gran segni dell’union del mondo; e come, stando nella triplicità quarta l’asside di Mercurio a tempo che le congiunzioni magne si faceano in  Cancro,  fece  queste  cose  inventare  per  la  Luna  e  Marte,  che  in  quel segno valeno al navigar novo, novi regni e nove armi. Ma entrando l’asside di Saturno in Capricorno, e di Mercurio in Sagittario, e di Marte in Vergine, e le congiunzioni magne tornando alla triplicità prima dopo l’apparizion della stella nova in Cassiopea, sarà grande monarchia nova, e di leggi riforma e d’arti, e profeti e rinovazione. E dicono che a’ cristiani questo apporterà grand’utile; ma prima si svelle e monda, poi s’edifica e pianta. Abbi pazienza, che ho da fare. Questo sappi, c’han trovato l’arte del volare, che sola manca al mondo, ed aspettano un occhiale di veder le stelle occulte ed un oricchiale d’udir l’armonia delli moti di pianeti. Oh! oh! oh! mi piace. Ma Cancro è segno feminile di Venere e di Luna, e che può far di bene? Essi dicono che la femina apporta facondità di cose in cielo, e virtù manco gagliarda rispetto a noi aver dominio. Onde si vede che in questo secolo regnâro le donne, come l’Amazoni tra la Nubbia e ‘l Monopotapa, e tra gli Europei la Rossa in Turchia, la Bona in Polonia, Maria in Ongheria, Elisabetta in Inghilterra, Catarina in Francia, Margherita in Fiandra, la Bianca in  Toscana,  Maria  in  Scozia,  Camilla  in  Roma  ed  Isabella  in  Spagna, inventrice del mondo novo. E ‘l poeta di questo secolo incominciò dalle donne dicendo: “Le donne, i cavalier, l’armi e l’amori”. E tutti son maledici li poeti d’ogge per Marte; e per Venere e per la Luna parlano di bardascismo e puttanesmo. E gli uomini si effeminano e si chiamano “Vossignoria”; ed in Africa, dove regna Cancro, oltre l’Amazoni, ci sono in Fez e Marocco li bordelli degli effeminati publici, e mille sporchezze. Non però restò, per esser tropico segno Cancro ed esaltazion di Giove ed apogìo del Sole e di Marte trigono, sì come per la Luna e Marte e Venere ha fatto la nova invenzion del mondo e la stupenda maniera di girar tutta la terra e l’imperio donnesco, e per Mercurio e Marte e Giove le stampe ed archibugi, di non far anche de leggi gran mutamento. Ché nel mondo novo e in tutte le marine d’Africa e Asia australi è entrato il cristianesmo per Giove e Sole, ed in Africa la legge del Seriffo per la Luna, e per Marte in Persia quella d’Alle, renovata dal Sofì, con mutarsi imperio in tutte quelle
La Citta del Sole di Tommaso Campanella