ottava

[ot-tà-va]
In sintesi
strofa formata da otto endecasillabi; intervallo di otto gradi nella scala musicale; periodo di otto giorni che precede o segue una solennità religiosa
← propr. f. sost. di ottavo.
1
METR Strofa o stanza di otto versi endecasillabi, di cui i primi sei a rime alternate, gli ultimi due a rima baciata
2
MUS Intervallo musicale che abbraccia otto gradi della scala diatonica || estens. Insieme delle note comprese in tale intervallo
3
RELIG Periodo di otto giorni che segue una festa religiosa solenne: l'o. di Pasqua, di Pentecoste, di Natale || Insieme di riti che si celebrano in tale periodo ‖ dim. ottavìna; ottavùccia

Citazioni
Caldi studi in Firenze. Nell’aprile del ’78, dopo aver verseggiata la Virginia, e quasi che tutto  l’Agamennone,  ebbi  una  breve  ma  forte  malattia  infiammatoria,  con un’angina,  che  costrinse  il  medico  a  dissanguarmi;  il  che  mi  lasciò  una lunga convalescenza, e fu epoca per me di un notabile indebolimento di salute in appresso. L’agitazione, i disturbi, lo studio, e la passione di cuore mi aveano fatto infermare, e benché poi nel finir di quell’anno cessassero interamente i disturbi d’interesse domestico, lo studio e l’amore che sempre andarono crescendo, bastarono a non mi lasciar più godere in appresso di quella robustezza d’idiota ch’io mi era andata formando in quei dieci anni di dissipazione, e di viaggi quasi continui. Tuttavia nel venir poi dell’estate, mi riebbi, e moltissimo lavorai. L’estate è la mia stagion favorita; e tanto più mi si confà, quanto più eccessiva riesce; massimamente pel comporre. Fin dal maggio di quell’anno avea dato principio ad un poemetto in ottava rima, su la uccisione del duca Alessandro da Lorenzino de’ Medici; fatto, che essendomi piaciuto molto, ma non lo trovando suscettibile di tragedia, mi si affacciò piuttosto come poema. Lo andava lavorando a pezzi, senza averne steso abbozzo nessuno, per esercitarmi al far rime, da cui gli sciolti delle oramai già tante tragedie mi andavano deviando. Andava anche scrivendo alcune rime d’amore, sì per lodare la mia donna, che per isfogare le tante angustie in cui, attese le di lei circostanze domestiche, mi conveniva passare molt’ore. E hanno cominciamento le mie rime per essa, da quel sonetto (tra gli stampati da me) che dice: Negri, vivaci, in dolce fuoco ardenti; dopo il quale tutte le rime amorose che seguono, tutte sono per essa, e ben sue, e di lei solamente, poiché mai d’altra donna per certo non canterò. E mi pare che in esse (siano con più o meno felicità ed eleganza concepite e verseggiate), vi dovrebbe pure per lo più trasparire quell’immenso affetto che mi sforzava di scriverle, e ch’io ogni giorno più mi sentiva crescer per lei; e ciò massimamente, credo, si potrà scorgere nelle rime scritte quando poi mi trovai per gran tempo disgiunto da essa. Torno alle occupazioni del ’78. Nel luglio distesi con una febbre frenetica di libertà la tragedia de’ Pazzi; quindi immediatamente il Don Garzia. Tosto dopo ideai e distribuii in capitoli i tre libri Del principe e delle lettere, e ne distesi i tre primi capitoli. Poi, non mi sentendo lingua abbastanza per ben esprimere i miei pensamenti, lo differii per non averlo poi a rifonder tutto allorché ci tornerei per correggerlo. Nell’agosto di quell’anno stesOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri