ostruzionismo

[o-stru-zio-nì-ʃmo]
In sintesi
azione intesa ad ostacolare la realizzazione di un progetto, opposizione sistematica
← dall’ingl. obstructionism, deriv. di obstruction ‘ostruzione’.
1
Azione che tende volutamente a impedire o a ritardare ad altri una determinata attività
2
POLIT Ostruzionismo parlamentare, ass. ostruzionismo, impiegato da una minoranza parlamentare per impedire o ritardare il più possibile una deliberazione della maggioranza, ricorrendo a lunghi, interminabili discorsi o interruzioni, cavilli e opposizioni di ogni tipo || Ostruzionismo sindacale, metodo di lotta sindacale che consiste nell'eseguire il proprio lavoro con estrema minuziosità e con rigida osservanza dei regolamenti, al punto di rallentare al massimo e ostacolare l'attività produttiva
3
SPORT Nel gioco del rugby, fallo consistente nel fermare un giocatore avversario che non ha il pallone || Nel gioco del calcio, fallo di ostruzione

Citazioni
corpo naturalmente mobile in giro si muova irregolarmente sopra il proprio centro, e regolarmente sopra un altro punto? e pur di tali movimenti difformi  sono  nella  fabbrica  di  Tolomeo;  ma  nel  Copernico  tutti  sono equabili intorno al proprio centro. In Tolomeo bisogna assegnare a i corpi celesti movimenti contrarii, e far che tutti si muovano da levante a ponente ed insieme insieme da ponente verso levante; che nel Copernico son tutte le revoluzion celesti per un sol verso, da occidente in oriente. Ma che diremo  noi  dell’apparente  movimento  de  i  pianeti,  tanto  difforme  che  non solamente ora vanno veloci ed ora più tardi, ma talvolta del tutto si fermano, ed anco dopo per molto spazio ritornano in dietro? per la quale apparenza salvare introdusse Tolomeo grandissimi epicicli, adattandone un per uno a ciaschedun pianeta, con alcune regole di moti incongruenti, li quali tutti con un semplicissimo moto della Terra si tolgono via. E non chiamereste  voi,  signor  Simplicio,  grandissimo  assurdo  se  nella  costruzion  di Tolomeo, dove a ciascun pianeta sono assegnati proprii orbi, l’uno superior all’altro, bisognasse bene spesso dire che Marte, costituito sopra la sfera del Sole, calasse tanto che, rompendo l’orbe solare, sotto a quello scendesse, ed alla  Terra più che il corpo solare si avvicinasse, e poco appresso sopra il medesimo smisuratamente si alzasse? e pur questa ed altre esorbitanze dal solo e semplicissimo movimento annuo della Terra vengono medicate. Sagredo Queste stazioni, regressi e direzioni, che sempre mi son parse grandi improbabilità,  vorrei  io  meglio  intendere  come  procedano  nel  sistema Copernicano. Voi, signor Sagredo, le vedrete proceder talmente, che questa sola coniettura dovrebbe esser bastante, a chi non fusse più che protervo o indisciplinabile, a farlo prestar l’assenso a tutto il rimanente di tal dottrina. Vi dico dunque che, nulla mutato nel movimento di Saturno di 30 anni, in quel di Giove di 12, in quel di Marte di 2, in quel di Venere di 9 mesi, e in quel di Mercurio di 80 giorni incirca, il solo movimento annuo della Terra tra Marte e Venere cagiona le apparenti inegualità ne’ moti di tutte le 5 stelle nominate: e per facile e piena intelligenza del tutto ne voglio descriver la sua figura. Per tanto supponete nel centro O esser collocato il Sole, intorno al quale noteremo  l’orbe  descritto  dalla  Terra  co  ‘l  movimento  annuo  B  G  M,  ed  il cerchio descritto, verbigrazia, da Giove intorno al Sole in 12 anni sia questo b g m, e nella sfera stellata intendiamo il zodiaco y u s; in oltre nell’orbe annuo della Terra prenderemo alcuni archi eguali B C, C D, D E, E F, F G, G H, H I, I K, K L, L M, e nel cerchio di Giove noteremo altri archi passati ne’ medesimi tempi ne’ quali la Terra passa i suoi, che sieno bc, cd, de, ef, fg,  gh,  hi,  ik,  kl,  lm,  che  saranno  a  proporzione  ciascheduno  minor  di
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Il Resca fece un passo indietro, e afferrò vivamente la chitarra pel manico. Ma si frenò; e tornò a ripetere: – Vi dico di lasciarmi andare pei fatti miei! – Allora vi dico che non avete educazione! – ribatté l’altro, freddo freddo, e colle mani in tasca. – Sangue di...! Il gruppo si scompose bruscamente, con un luccicare improvviso di coltelli. L’ometto ch’era saltato indietro, mettendosi colle spalle al muro, esclamò: – Ssss! Sangue di...! La questura! Lì accanto c’era l’impalcatura di una casa in costruzione; e in un batter d’occhio i coltelli sparirono dietro l’assito. La pattuglia accostandosi, col passo cadenzato, adocchiò il crocchio. – Siamo amici, – disse l’ometto, – che si faceva una serenata alle nostre innamorate; qui vicino. – Il permesso ce l’avete? – Il permesso eccolo qua, – rispose il Resca. In quel momento batteva il tocco, e da lontano si udiva venire una canzonaccia d’ubbriaco, con un’ombra che andava a zig-zag, lungo la fila dei lampioni. – Quello lì canta senza permesso! – osservò uno della comitiva per ischerzo. – Finiamola! – intimò il brigadiere, – o se no, vi faccio visitare! L’ometto che voleva la canzone per l’innamorata lo stette a guardar zitto, mentre si allontanava colla pattuglia; e dietro gli sputò: – Sbirro! – Sentite amico, – riprese quindi il Resca, – qui non mi piace far del chiasso, perché ci sta la mia innamorata. Ma se volete venire sotto il voltone laggiù, vi servo subito. – No. Ho visto or ora che siete un uomo; e mi basta cotesto. Di me, se conosco il mio dovere, potete domandarne a chi vi piace: Vanni Mendola. – Ed io, don Giovanni, quand’è così, voglio cantarvi la canzone; dovessimo venire all’Ognina oppure a Cifali. – Grazie tante! – disse il Mendola. – Ma la canzone adesso non la voglio più. Mi basta d’aver visto il vostro buon cuore. E come ciascuno se ne andava per la sua strada, dopo molte strette di mano, e – Buona sera! Scusate, se mai, qualche parola... – Mendola tirò in disparte il Resca, e gli disse: Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vagabondaggio di Giovanni Verga
Quale importanza m’era attribuita in quel suo piccolo mondo! Dovevo dire la mia volontà ad ogni proposito, per la scelta dei cibi e delle vesti, delle compagnie e delle letture. Ero costretto ad una grande attività che non mi seccava. Stavo collaborando alla costruzione di una famiglia patriarcale e diventavo io stesso il patriarca che avevo odiato e che ora m’appariva quale il segnacolo della salute. E’ tutt’altra cosa essere il patriarca o dover venerare un altro che s’arroghi tale dignità. Io volevo la salute per me a costo d’appioppare ai non patriarchi la malattia, e, specialmente durante il viaggio, assunsi talvolta volentieri l’atteggiamento di statua equestre. Ma già in viaggio non mi fu sempre facile l’imitazione che m’ero proposta. Augusta voleva veder tutto come se si fosse trovata in un viaggio d’istruzione. Non bastava mica essere stati a palazzo Pitti, ma bisognava passare per tutte quelle innumerevoli sale, fermandosi almeno per qualche istante dinanzi ad ogni opera d’arte. Io rifiutai d’abbandonare la prima sala e non vidi altro, addossandomi la sola fatica di trovare dei pretesti alla mia infingardaggine. Passai una mezza giornata dinanzi ai ritratti dei fondatori di casa Medici e scopersi che somigliavano a Carnegie e Vanderbilt. Meraviglioso! Eppure erano della mia razza! Augusta non divideva la mia meraviglia. Sapeva che cosa fossero i Yankees, ma non ancora bene chi fossi io. Qui la sua salute non la vinse ed essa dovette rinunziare ai musei. Le raccontai che una volta al Louvre, m’imbizzarrii talmente in mezzo a tante opere d’arte, che fui in procinto di mandare in pezzi la Venere. Rassegnata, Augusta disse: – Meno male che i musei si incontrano in viaggio di nozze eppoi mai più! Infatti nella vita manca la monotonia dei musei. Passano i giorni capaci di cornice, ma sono ricchi di suoni che frastornano eppoi oltre che di linee e di colori anche di vera luce, di quella che scotta e perciò non annoia. La salute spinge all’attività e ad addossarsi un mondo di seccature. Chiusi i musei, cominciarono gli acquisti. Essa, che non vi aveva mai abitato, conosceva la nostra villa meglio di me e sapeva che in una stanza mancava uno specchio, in un’altra un tappeto e che in una terza v’era il posto per una statuina. Comperò i mobili di un intero salotto e, da ogni città in cui soggiornammo, fu organizzata almeno una spedizione. A me pareva che sarebbe stato più opportuno e meno fastidioso di fare tutti quegli acquisti a Trieste. Ecco che dovevamo pensare alla spedizione, all’assicurazione e alle operazioni doganali. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
raccomandazioni di rinunziare al vino. Egli allora faceva un proposito che diceva ferreo perché, per materializzarlo, lo accompagnava con un nodo ch’egli allacciava alla catena di metallo del suo orologio. Ma quando io lo conobbi la sua catena gli pendeva sul panciotto, senza nodo. Lo invitai di venir a stare con me a Trieste. Gli descrissi il sapore del nostro vino, tanto differente da quello del suo, per assicurarlo dell’esito della drastica cura. Non ne volle sapere e rifiutò con una faccia in cui v’era già stampata la nostalgia. Col cicerone mi legai perché mi parve fosse superiore ai suoi colleghi. Non è difficile sapere di storia molto più di me, ma anche Augusta con la sua esattezza e col suo Baedeker verificò l’esattezza di molte sue indicazioni. Intanto era giovine e si andava di corsa traverso i viali seminati di statue. Quando perdetti quei due amici, abbandonai Roma. Il vetturino avendo avuto da me tanto denaro, mi fece vedere come il vino gli attaccasse qualche volta anche la testa e ci gettò contro una solidissima antica costruzione Romana. Il cicerone poi si pensò un giorno di asserire che gli antichi Romani conoscevano benissimo la forza elettrica e ne facessero largo uso. Declamò anche dei versi latini che dovevano farne fede. Ma mi colse allora un’altra piccola malattia da cui non dovevo più guarire. Una cosa da niente: la paura d’invecchiare e sopra tutto la paura di morire. Io credo abbia avuto origine da una speciale forma di gelosia. L’invecchiamento mi faceva paura solo perché m’avvicinava alla morte. Finché ero vivo, certamente Augusta non m’avrebbe tradito, ma mi figuravo che non appena morto e sepolto, dopo di aver provveduto acché la mia tomba fosse tenuta in pieno ordine e mi fossero dette le Messe necessarie, subito essa si sarebbe guardata d’intorno per darmi il successore ch’essa avrebbe circondato del medesimo mondo sano e regolato che ora beava me. Non poteva mica morire la sua bella salute perché ero morto io. Avevo una tale fede in quella salute che mi pareva non potesse perire che sfracellata sotto un intero treno in corsa. Mi ricordo che una sera, a Venezia, si passava in gondola per uno di quei canali dal silenzio profondo ad ogni tratto interrotto dalla luce e dal rumore di una via che su di esso improvvisamente s’apre. Augusta, come sempre, guardava le cose e accuratamente le registrava: un giardino verde e fresco che sorgeva da una base sucida lasciata all’aria dall’acqua che s’era ritirata; un campanile che si rifletteva nell’acqua torbida; una viuzza lunga e oscura con in fondo un fiume di luce e di gente. Io, invece, nell’oscurità, sentivo, con
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Italo Svevo    La coscienza di Zeno     6. La moglie e l’amante lavanderia che implicava addirittura la costruzione di una casuccia. Augusta asseriva che la lavanderia in casa era una garanzia della salute dei bébés. Ma intanto i bébés non c’erano ed io non vedevo alcuna necessità di lasciarmi incomodare da loro prima ancora che arrivassero. Ella invece portava nella mia vecchia casa un istinto che veniva dall’aria aperta, e, in amore, somigliava alla rondinella che subito pensa al nido. Ma anch’io facevo all’amore e portavo a casa fiori e gemme. La mia vita fu del tutto mutata dal mio matrimonio. Rinunziai, dopo un debole tentativo di resistenza, a disporre a mio piacere del mio tempo e m’acconciai al più rigido orario. Sotto questo riguardo la mia educazione ebbe un esito splendido. Un giorno, subito dopo il nostro viaggio di nozze, mi lasciai innocentemente trattenere dall’andar a casa a colazione e, dopo di aver mangiato qualche cosa in un bar, restai fuori fino alla sera. Rientrato a notte fatta, trovai che Augusta non aveva fatto colazione ed era disfatta dalla fame. Non mi fece alcun rimprovero, ma non si lasciò convincere d’aver fatto male. Dolcemente, ma risoluta, dichiarò che se non fosse stata avvisata prima, m’avrebbe atteso per la colazione fino all’ora del pranzo. Non c’era da scherzare! Un’altra volta mi lasciai indurre da un amico a restar fuori di casa fino alle due di notte. Trovai Augusta che m’aspettava e che batteva i denti dal freddo avendo trascurata la stufa. Ne seguì anche una sua lieve indisposizione che rese indimenticabile la lezione inflittami. Un giorno volli farle un altro grande regalo: lavorare! Essa lo desiderava ed io stesso pensavo che il lavoro sarebbe stato utile per la mia salute. Si capisce che è meno malato chi ha poco tempo per esserlo. Andai al lavoro e, se non vi restai, non fu davvero colpa mia. Vi andai coi migliori propositi e con vera umiltà. Non reclamai di partecipare alla direzione degli affari e domandai invece di tenere intanto il libro mastro. Davanti al grosso libro in cui le scritturazioni erano disposte con la regolarità di strade e case, mi sentii pieno di rispetto e cominciai a scrivere con mano tremante. Il figliuolo dell’Olivi, un giovinotto sobriamente elegante, occhialuto, dotto di tutte le scienze commerciali, assunse la mia istruzione e di lui davvero non ho da lagnarmi. Mi diede qualche seccatura con la sua scienza economica e la teoria della domanda e dell’offerta che a me pareva più evidente di quanto egli non volesse ammettere. Ma si vedeva in lui un certo rispetto per il padrone, ed io gliene ero tanto più grato in quanto non era ammissibile che l’avesse appreso da suo padre. Il rispetto della proprietà doveva far parte
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
– Sei stato dall’Olivi che ti vedo tanto preoccupato? Mi misi a ridere anch’io. Era un grande sollievo quello di poter parlare. Le parole non erano quelle che avrebbero potuto dare la pace intera perché per dire quelle sarebbe occorso di confessare eppoi promettere, ma, non potendo altrimenti, era già un bel sollievo di dirne delle altre. Parlai abbondantemente, sempre lieto e buono. Poi trovai ancora di meglio: parlai della piccola lavanderia ch’essa tanto desiderava e che io fino ad allora le avevo rifiutata, e le diedi subito il permesso di costruirla. Essa fu tanto commossa del mio non sollecitato permesso che si alzò e venne a darmi un bacio. Ecco un bacio ch’evidentemente cancellava quell’altro, ed io mi sentii subito meglio. Fu così ch’ebbimo la lavanderia e ancora oggidì, quando passo dinanzi alla minuscola costruzione, ricordo che Augusta la volle e Carla la consentì. Seguì un pomeriggio incantevole riempito dal nostro affetto. Nella solitudine la mia coscienza era più seccante. La parola e l’affetto di Augusta valevano a calmarla. Uscimmo insieme. Poi l’accompagnai da sua madre e passai anche tutta la serata con lei. Prima di mettermi a dormire, come m’avviene di spesso, guardai lungamente mia moglie che già dormiva raccolta nella sua lieve respirazione. Anche dormendo essa era tutta ordinata, con le coperte fino al mento e i capelli non abbondanti riuniti in una breve treccia annodata alla nuca. Pensai: “Non voglio procurarle dei dolori. Mai!”. Mi addormentai tranquillo. Il giorno seguente avrei chiarita la mia relazione con Carla e avrei trovato il modo di rassicurare la povera fanciulla del suo avvenire, senza perciò essere obbligato di darle dei baci. Ebbi un sogno bizzarro: non solo baciavo il collo di Carla, ma lo mangiavo. Era però un collo fatto in modo che le ferite ch’io le infliggevo con rabbiosa voluttà non sanguinavano, e il collo restava perciò sempre coperto dalla sua bianca pelle e inalterato nella sua forma lievemente arcuata. Carla, abbandonata fra le mie braccia, non pareva soffrisse dei miei morsi. Chi invece  ne  soffriva  era  Augusta  che  improvvisamente  era  accorsa.  Per tranquillarla le dicevo: “Non lo mangerò tutto: ne lascerò un pezzo anche a te”. Il sogno ebbe l’aspetto di un incubo soltanto quando in mezzo alla notte mi destai e la mia mente snebbiata poté ricordarlo, ma non prima, perché finché durò, neppure la presenza di Augusta m’aveva levato il sentimento di soddisfazione ch’esso mi procurava.
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Non appena desto, ebbi la piena coscienza della forza del mio desiderio e del pericolo ch’esso rappresentava per Augusta e anche per me. Forse nel grembo della donna che mi dormiva accanto già s’iniziava un’altra vita di cui sarei stato responsabile. Chissà quello che avrebbe preteso Carla quando fosse stata la mia amante? A me pareva desiderosa del godimento che fino ad allora le era stato conteso, e come avrei io saputo provvedere a due famiglie? Augusta domandava l’utile lavanderia, l’altra avrebbe domandata qualche altra cosa, ma non meno costosa. Rividi Carla mentre dal pianerottolo mi salutava ridendo dopo di essere stata baciata. Essa già sapeva ch’io sarei stato la sua preda. N’ebbi spavento e là, solo e nell’oscurità, non seppi trattenere un gemito. Mia moglie, subito desta, mi domandò che cosa avessi ed io risposi con una breve parola, la prima che mi si fosse affacciata alla mente quando seppi rimettermi dallo spavento di vedermi interrogato in un momento in cui mi pareva di aver gridata una confessione: – Penso alla vecchiaia incombente! Ella rise e cercò di consolarmi senza perciò tagliare il sonno cui s’aggrappava. M’inviò la frase stessa che sempre mi diceva quando mi vedeva spaventato del tempo che andava via: – Non pensarci, ora che siamo giovani... il sonno è tanto buono! L’esortazione giovò: non ci pensai più e mi riaddormentai. La parola nella notte è come un raggio di luce. Illumina un tratto di realtà in confronto al quale sbiadiscono le costruzioni della fantasia. Perché avevo tanto da temere della povera Carla di cui ancora non ero l’amante? Era evidente che avevo fatto di tutto per spaventarmi della mia situazione. Infine, il bébé che avevo evocato nel grembo di Augusta finora non aveva dato altro segno di vita che la costruzione della lavanderia. Mi alzai sempre accompagnato dai migliori propositi. Corsi al mio studio e preparai in una busta qualche poco di denaro che volevo offrire a Carla nello stesso istante in cui le avrei annunziato il mio abbandono. Però mi sarei dichiarato pronto di mandarle per posta dell’altro denaro ogni qualvolta essa me ne avesse domandato scrivendomi ad un indirizzo che le avrei fatto sapere. Proprio quando m’accingevo ad uscire, Augusta m’invitò con un dolce sorriso ad accompagnarla in casa del padre. Era arrivato da Buenos Aires il padre di Guido per assistere alle nozze, e bisognava andare a farne la conoscenza. Essa certamente si curava meno del padre di Guido che di me. Voleva
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: – T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si  metta d’accordo di andare molto cauti. – La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui e un po’ più franca avrebbe dovuto suonare così: – Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia. La sua famiglia? Una sola sorella, non ingombrante né fisicamente né moralmente, piccola e pallida, di qualche anno più giovane di lui, ma più vecchia per carattere o forse per destino. Dei due, era lui l’egoista, il giovine; ella viveva per lui come una madre dimentica di se stessa, ma ciò non impediva a lui di parlarne come di un altro destino importante legato al suo e che pesava sul suo, e così, sentendosi le spalle gravate di tanta responsabilità, egli traversava la vita cauto, lasciando da parte tutti i pericoli ma anche il godimento, la felicità. A trentacinque anni si ritrovava nell’anima la brama insoddisfatta di piaceri e di amore, e già l’amarezza di non averne goduto, e nel cervello una grande paura di se stesso e della debolezza del proprio carattere, invero piuttosto sospettata che saputa per esperienza. La carriera di Emilio Brentani era più complicata perché intanto si componeva di due occupazioni e due scopi ben distinti. Da un impieguccio di poca importanza presso una società di assicurazioni egli traeva giusto il denaro di cui la famigliuola abbisognava. L’altra carriera era letteraria e, all’infuori di una reputazioncella, soddisfazione di vanità più che d’ambizione – non gli rendeva nulla, ma lo affaticava ancor meno. Da molti anni, dopo di aver pubblicato un romanzo lodatissimo dalla stampa cittadina, egli non aveva fatto nulla, per inerzia, non per sfiducia. Il romanzo, stampato su carta cattiva, era ingiallito nei magazzini del libraio, ma mentre alla sua pubblicazione Emilio era stato detto soltanto una grande speranza per l’avvenire, ora veniva considerato come una specie di rispettabilità letteraria che contava nel piccolo bilancio artistico della città. La prima sentenza non era stata riformata, s’era evoluta. Per la chiarissima coscienza ch’egli aveva della nullità della propria opera, egli non si gloriava del passato, però, come nella vita così anche nell’arte, egli credeva di trovarsi ancora sempre nel periodo di preparazione, riguardandosi nel suo più segreto interno come una potente macchina geniale in costruzione, non ancora in attività. Viveva sempre in un’aspettativa, non paziente, di qualche cosa che doveva venirgli dal cervello, l’arte di qualche cosa che doveOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Senilita di Italo Svevo
– E’ una donna ed è peccato che tu non possa assistere al nostro colloquio. Sarebbe molto istruttivo per te. – Poi ebbe una idea: – Vuoi che ci troviamo una sera in quattro? – Credette d’aver trovata la via per dare aiuto all’amico ed Emilio accettò con entusiasmo. Naturalmente! L’unico mezzo per poter imitare il Balli era di vederlo all’opera La sera Emilio aveva convegno con Angiolina al Campo Marzio. Nella giornata egli aveva meditati dei rimproveri. Ma ella venne per essere per qualche ora tutta sua; a Sant’Andrea, a quell’ora, non v erano passanti che gliene rubassero l’attenzione. Perché avrebbe dovuto diminuire quella felicità con dei litigi? Gli parve d’imitare meglio il Balli amando dolcemente e godendo di quell’amore, cui, la mattina, in un istante di follia, per poco non aveva rinunziato. Del suo risentimento non trapelò che una eccitazione che andò a dar anima alle sue parole, a tutta la serata che fu nel principio dolcissima. Stabilirono di dedicare una delle due ore che potevano passare insieme ad allontanarsi dalla città, l’altra a rientrare. Fu lui che fece la proposta volendo tranquillarsi camminando accanto a lei. Ci misero circa un’ora ad arrivare all’Arsenale, un’ora di felicità perfetta, nella notte chiara, in quell’aria limpida, rinfrescata da un autunno anticipato. Ella sedette sul muricciolo che fiancheggiava la via ed egli rimase in piedi dominandola tutta. Vedeva proiettarsi quella testa, illuminata da una parte dalla luce di un fanale, sul fondo oscuro: l’Arsenale che giaceva sulla riva, tutta una città, in quell’ora, morta. – La città del lavoro! – disse egli sorpreso d’essere venuto là ad amare. Il mare, chiuso dalla penisola di faccia, nascosto dalle case, nella notte era sparito dal panorama. Restavano le case sparse alla riva come su una scacchiera, poi, più in là, un vascello in costruzione. La città del lavoro pareva anche maggiore che non fosse. Alla sinistra, dei fanali lontani parevano segnarne la continuazione. Egli rammentò che quei fanali appartenevano ad un altro grande stabilimento situato sulla sponda opposta del vallone di Muggia. Il lavoro continuava anche là; era giusto che alla vista apparisse come la continuazione di questo. Anch’ella guardava e, per un istante, Emilio si trovò col pensiero ben lungi dal suo amore. In passato egli aveva vagheggiato delle idee socialiste, naturalmente senza mai muover dito per attuarle. Come erano lontane da lui quelle idee! Ne ebbe rimorso come di un tradimento, perché egli sentiva le cessazioni da desideri e da idee, le sole sue azioni, come apostasie. Il piccolo malessere presto sparì. Ella chiedeva parecchie cose, specialOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Senilita di Italo Svevo
guardasse o che dovesse lasciare Angiolina. Perché avrebbe dovuto lasciare Angiolina visto ch’ella era la felicità? Un giorno domandò di conoscerla, e più volte ne espresse poi il desiderio; ma Emilio si guardò bene dal compiacerla. Ella non sapeva di quella donna se non ch’era un essere molto differente da lei, più forte, più vitale, e ad Emilio piacque di aver creata nella sua mente un’Angiolina ben diversa dalla reale. Quando si trovava con la sorella, amava quell’immagine, l’abbelliva, vi aggiungeva tutte le qualità che gli sarebbe piaciuto di trovare in Angiolina, e quando capì che anche Amalia collaborava a quella costruzione artificiale, ne gioì vivamente. Sentendo parlare di una donna che, per appartenere ad un uomo che amava, aveva vinti tutti gli ostacoli, pregiudizi di casta e d’interessi, ella disse in un orecchio ad Emilio: Somiglia ad Angiolina. “Oh, le somigliasse!” pensò Emilio mentre atteggiava la faccia a consenso. Poi si convinse che le somigliava di fatto o almeno, che, cresciuta in altro ambiente, le sarebbe somigliata, e finì col sorridere. Perché avrebbe dovuto supporre che Angiolina si sarebbe lasciata fermare da pregiudizi? Attraverso al pensiero nobilitante di Amalia, il suo amore per Angiolina s’adornò in qualche momento di tutte le illusioni. Invece quella donna che abbatteva tutti gli ostacoli somigliava ad Amalia stessa. Nelle sue mani lunghe e bianche essa sentiva una forza enorme, tale da spezzare le più forti catene. Nella sua vita non c’erano più catene; ella era del tutto libera, e nessuno le chiedeva né risoluzione, né forza, né amore. Come avrebbe finito coll’espandersi quella grande forza chiusa in quel debole organismo? Intanto il Balli centellinava il caffè, sdraiato nel vecchio seggiolone, in un grande benessere, ricordando che in quell’ora egli aveva avuta la mala abitudine di discutere con gli artisti al caffè. Come si stava meglio là, fra quelle due persone miti che lo ammiravano e amavano! Altrettanto disgraziato fu l’intervento del Balli fra i due amanti. Nella sua breve relazione con Angiolina, egli s’era conquistato il diritto di dirle un mondo d’insolenze ch’ella subiva sorridente, nient’affatto offesa. Dapprima s’era accontentato di dirgliele in toscano, aspirando e addolcendo, e a lei erano sembrate carezze; ma anche quando le capitarono addosso in buon triestino, dure e sboccate, ella non se ne adontò. Ella sentiva – anche Emilio lo sentiva – ch’erano dette senza fiele di sorta, un modo qualunque d’atteg-
Senilita di Italo Svevo
spazio. Se il fantasma che gli occupa è conforme al bene del genere umano, sono eroi: se contrario, sono illustri scellerati: se è incoerente, sono pazzi. Gli altri sono della seconda specie, occupati da un dispotico fantasma, ma dove un fantasma detronizza l’altro e si succedono vicendevolmente. Sono questi i migliori poeti, i migliori pittori, gli oratori i più eloquenti, uomini di grandi passioni al momento. Non ti farà maraviglia, se dopo aver essi declamato in favore della civile libertà, li vedi diventati all’occasione cortigiani; combatteranno essi talvolta contro quella libertà medesima che avevan sostenuta. Questi uomini d’immaginazione, i quali a foggia degli istrioni risvegliano in loro medesimi le passioni del momento, e con calda energia le sanno comunicare, mal si giudicherebbero, se si credesse costante in essi quell’entusiasmo  che  non parte  dal  cuore,  ma  da  un’artificiosa  e  cercata fermentazione di sentimenti. I primi giudicando delle sensazioni che hanno rapporto all’idea signoreggiante, s’accostano all’esattezza del calcolo e ne valutano non solamente l’intensione, quanto anche in parte la durata, ma nel restante delle loro idee pochissima attenzione vi prestano, e si determinano per la sola intensione. I secondi invece, quanto ai loro giudizî, interamente si conformano al metodo volgare, e nella loro pratica restano perpetuamente plebei. Finalmente una parte ben piccola del genere umano è quella di coloro che sogliono ad un tempo stesso avere davanti al loro sguardo più oggetti illuminati, coloriti e distinti: sagacemente gli paragonano, gli accozzano, gli separano.  Conosciuta  che  hanno  la  schiera  de’  mali  che  seco  trascina  il vizio, scelgono la virtù, tranquillamente e con costanza ne batton l’orme. Essi non hanno quelle clamorose estasi colle quali cercano di accreditarsi gli empirici della virtù; il loro animo più in calma, pacatamente, e per una felice abitudine, li porta a bene e virtuosamente vivere. Costoro sebbene per costruzione loro abbiano il cuore meno appassionato di quello degli entusiasti, con tutto ciò non sono esenti dalla febbre delle passioni. Non sempre la placida ragione lascia viva alla mente loro questa verità, che gli uomini cattivi meritano più compassione che odio; la bassezza e l’ingiustizia fanno nascere nel loro cuore lo sdegno talvolta, come le belle azioni amore e benevolenza. Questi ultimi sono gli uomini più simili a loro stessi nelle loro azioni. I loro discorsi sono della tempra de’ loro fatti; i loro scritti hanno la tinta istessa della loro vita e de’ loro sentimenti; essi non cercano di ridurre gli uomini attoniti e sbigottiti con gigantesche idee, ma illumina-
Discorso sull indole del piacere e del dolore di Pietro Verri