ostentare

[o-sten-tà-re]
ostènto
In sintesi
esporre con insistenza; sfoggiare
← dal lat. ostentāre, intens. di ostendĕre ‘mostrare’.
v.tr.

1
Mettere in mostra pomposamente, per ambizione, per vanteria: o. ricchezze, virtù; ostentava, sulla pelliccia, una grossa spilla di brillanti
2
estens. Fingere di avere qualcosa che non si ha: benché impaurito quanto gli altri, ostentava una tranquilla indifferenza

Citazioni
se detto Barbiero disse a lui Constituto per qual causa facesse ontare le dette porte et muraglie. Risponde: lui non mi disse niente; m’imagino bene che detto onto fosse velenato, et potesse nocere alli corpi humani, poiché la mattina seguente mi diede un’aqua da bevere, dicendomi che mi sarei preservato dal veleno di tal onto. A tutte queste risposte, e ad altre d’ugual valore, che sarebbe lungo e inutile il riferire, gli esaminatori non trovaron nulla da opporre, o per parlar più precisamente, non opposero nulla. D’una sola cosa credettero di dover chiedere spiegazione: per qual causa non l’ha potuto dire le altre volte. Rispose: io non lo so, né so a che attribuire la causa, se non a quella aqua che mi diede da bere; perché V.S. vede bene che, per quanti tormenti ho havuto, non ho potuto dir niente. Questa volta però, quegli uomini così facili a contentarsi, non son contenti, e tornano a domandare: per qual causa non ha detto questa verità prima di adesso, massime sendo stato tormentato nella maniera che fu tormentato, et sabbato et hieri. Questa verità! Risponde: io non l’ho detta, perché non ho potuto, et se io fossi stato cent’anni sopra la corda, io non haveria mai potuto dire cosa alcuna, perché non potevo parlare, poiché quando m’era dimandata qualche cosa di questo particolare, mi fugiva dal cuore, et non potevo rispondere. Sentito questo, chiuser l’esame, e rimandaron lo sventurato in carcere. Ma basta il chiamarlo sventurato? A una tale interrogazione, la coscienza si confonde, rifugge, vorrebbe dichiararsi incompetente; par quasi un’arroganza spietata, un’ostentazion farisaica, il giudicar chi operava in tali angosce, e tra tali insidie. Ma costretta a rispondere, la coscienza deve dire: fu anche colpevole; i patimenti e i terrori dell’innocente sono una gran cosa, hanno di gran virtù; ma non quella di mutar la legge eterna, di far che la calunnia cessi d’esser colpa. E la compassione stessa, che vorrebbe pure scusare il tormentato, si rivolta subito anch’essa contro il calunniatore: ha sentito nominare un altro innocente; prevede altri patimenti, altri terrori, forse altre simili colpe. E gli uomini che crearon quell’angosce, che tesero quell’insidie, ci parrà d’averli scusati con dire: si credeva all’unzioni, e c’era la tortura? Crediam pure anche noi alla possibilità d’uccider gli uomini col veleno; e cosa si direbbe d’un giudice che adducesse questo per argomento d’aver giustamente con-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
convengono; ché per esser questo troppo gran mare, ne contentaremo, come avemo detto, della integrità di fede e dell’animo invitto e che sempre si vegga esser tale: perché molte volte più nelle cose piccole che nelle grandi si conoscono i coraggiosi; e spesso ne’ pericoli d’importanzia, e dove son molti testimonii, si ritrovano alcuni li quali, benché abbiano il core morto nel corpo, pur spinti dalla vergogna o dalla compagnia, quasi ad occhi chiusi vanno inanzi e fanno il debito loro, e Dio sa come; e nelle cose che poco premono e dove par che possano senza esser notati restar di mettersi a pericolo, volentier si lasciano acconciare al sicuro. Ma quelli ché ancor quando pensano non dover esser d’alcuno né mirati, né veduti, né conosciuti, mostrano ardire e non lascian passar cosa, per minima ch’ella sia, che possa loro esser carico, hanno quella virtù d’animo che noi ricerchiamo nel nostro cortegiano. Il quale non volemo però che si mostri tanto fiero, che sempre stia in su le brave parole e dica aver tolto la corazza per moglie, e minacci con quelle fiere guardature che spesso avemo vedute fare a Berto; ché a questi tali meritamente si po dir quello, che una valorosa donna in una nobile compagnia piacevolmente disse ad uno, ch’io per ora nominar non voglio, il quale, essendo da lei, per onorarlo, invitato a danzare, e rifiutando esso e questo e lo udir musica e molti altri intertenimenti offertigli, sempre  con  dir  così  fatte  novelluzze  non  esser  suo  mestiero,  in  ultimo, dicendo la donna, “Qual è adunque il mestier vostro?’, rispose con un mal viso: “Il combattere;’ allora la donna sùbito: “Crederei,’ disse, “che or che non siete alla guerra, né in termine de combattere, fosse bona cosa che vi faceste molto ben untare ed insieme con tutti i vostri arnesi da battaglia riporre in un armario finché bisognasse, per non ruginire più di quello che siate;’ e così, con molte risa de’ circunstanti, scornato lasciollo nella sua sciocca prosunzione. Sia adunque quello che noi cerchiamo, dove si veggon gli inimici, fierissimo, acerbo e sempre tra i primi; in ogni altro loco, umano, modesto e ritenuto, fuggendo sopra tutto la ostentazione e lo impudente laudar se stesso, per lo quale l’uomo sempre si còncita odio e stomaco da chi ode.” XVIII “Ed io,” rispose allora il signor Gaspar, “ho conosciuti pochi omini eccellenti in qualsivoglia cosa, che non laudino se stessi; e parmi che molto ben comportar lor si possa, perché chi si sente valere, quando si vede non Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Un tal delitto subito che è commesso non può più punirsi, e il punirlo prima è punire la volontà degli uomini e non le azioni; egli è un comandare all’intenzione, parte liberissima dell’uomo dall’impero delle umane leggi. Il punire  l’assente  nelle  sostanze  lasciatevi,  oltre  la  facile  ed  inevitabile collusione, che senza tiranneggiare i contratti non può esser tolta, arrenerebbe ogni commercio da nazione a nazione. Il punirlo quando ritornasse il reo, sarebbe l’impedire che si ripari il male fatto alla società col rendere tutte le assenze perpetue. La proibizione stessa di sortire da un paese ne aumenta il desiderio ai nazionali di sortirne, ed è un avvertimento ai forestieri di non introdurvisi. Che  dovremo  pensare  di  un  governo  che  non  ha  altro  mezzo  per trattenere gli uomini, naturalmente attaccati per le prime impressioni dell’infanzia  alla  loro  patria,  fuori  che  il  timore?  La  più  sicura  maniera  di fissare  i  cittadini  nella  patria  è  di  aumentare  il  ben  essere  relativo  di ciascheduno. Come devesi fare ogni sforzo perchè la bilancia del commercio sia in nostro favore, così è il massimo interesse del sovrano e della nazione che la somma della felicità, paragonata con quella delle nazioni circostanti, sia maggiore che altrove. I piaceri del lusso non sono i principali elementi di questa felicità, quantunque questo sia un rimedio necessario alla disuguaglianza, che cresce coi progressi di una nazione, senza di cui le ricchezze si addenserebbono in una sola mano. Dove i confini di un paese si aumentano in maggior ragione che non la popolazione di esso, ivi il lusso favorisce il dispotismo, sì perchè quanto gli uomini sono più rari tanto è minore  l’industria;  e  quanto  è  minore  l’industria,  è  tanto  più  grande  la dipendenza della povertà dal fasto, ed è tanto più difficile e men temuta la riunione degli oppressi contro gli oppressori, sì perchè le adorazioni, gli uffici, le distinzioni, la sommissione, che rendono più sensibile la distanza tra il forte e il debole, si ottengono più facilmente dai pochi che dai molti, essendo gli uomini tanto più indipendenti quanto meno osservati, e tanto meno osservati quanto maggiore ne è il numero. Ma dove la popolazione cresce  in  maggior  proporzione  che  non  i  confini,  il  lusso  si  oppone  al dispotismo, perchè anima l’industria e l’attività degli uomini, e il bisogno offre  troppi  piaceri  e  comodi  al  ricco  perchè  quegli  d’ostentazione,  che aumentano l’opinione di dipendenza, abbiano il maggior luogo. Quindi può osservarsi che negli stati vasti e deboli e spopolati, se altre cagioni non vi mettono ostacolo, il lusso d’ostentazione prevale a quello di comodo; ma negli  stati  popolati  più  che  vasti  il  lusso  di  comodo  fa  sempre  sminuire Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Talché il discostamento del proietto dalla circonferenza del precedente moto circolare in su ‘l principio è piccolissimo? Quasi insensibile. Or ditemi un poco: il proietto che dal moto del proiciente riceve impeto di muoversi per la retta tangente, e che vi andrebbe ancora se il proprio peso non lo tirasse in giù, quanto sta, doppo la separazione, a cominciar a declinare a basso? Credo  che  cominci  subito,  perché  non  avendo  chi  lo  sostenti,  non  può esser che la propria gravità non operi. Talché, se quel sasso che scagliato da quella ruota mossa in giro con velocità grande, avesse così propension naturale di muoversi verso il centro dell’istessa ruota sì come e’ l’ha di muoversi verso il centro della  Terra, sarebbe facil cosa che e’ ritornasse alla ruota, o più tosto che e’ non se ne partisse; perché essendo,  su  ‘l  principio  della  separazione,  l’allontanamento  tanto minimissimo, mediante l’infinita acutezza dell’angolo del contatto, ogni poco poco d’inclinazione che lo ritirasse verso il centro della ruota, basterebbe a ritenerlo sopra la circonferenza. Io non ho dubbio alcuno che, supposto quello che non è né può essere, cioè che  l’inclinazione  di  quei  corpi  gravi  fusse  di  andare  al  centro  di  quella ruota, e’ non verrebbero estrusi né scagliati. Né io ancora suppongo, né ho bisogno di supporre, quel che non è, perché non voglio negare che i sassi vengano scagliati; ma dico così per supposizione, acciò voi mi diciate il resto. Figuratevi ora che la Terra sia la gran ruota, che, mossa con tanta velocità, abbia a scagliar le pietre. Già voi mi avete molto ben saputo dire che il moto proietto dovrà esser per quella linea retta che toccherà la Terra nel punto della separazione: e questa tangente come si va ella allontanando notabilmente dalla superficie del globo terrestre? Credo che in mille braccia non s’allontani un dito. Ed il proietto non dite voi che, tirato dal proprio peso, declina dalla tangente verso il centro della Terra? Hollo detto: e dico anco il resto, e intendo perfettamente che la pietra non si separerà dalla Terra, poiché il suo allontanarsene su ‘l principio sarebbe tanto e tanto minimo, che ben mille volte più vien ad esser l’inclinazione
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Ci è questa figura, che rappresenta il globo terrestre con una gran cavità intorno al suo centro, ripiena d’aria; e per mostrare che i gravi non si muovono in giù per unirsi co ‘l globo terrestre, come dice il Copernico, costituisce questa pietra nel centro, e domanda, posta in libertà quel che ella farebbe; ed un’altra ne pone nella concavità di questa gran caverna, e fa l’istessa interrogazione, dicendo quanto alla prima: Lapis in centro constitutus aut ascendet ad Terram in punctum aliquod, aut non: si secundum, falsum est partes ob solam seiunctionem a toto ad illud moveri; si primum, omnis ratio  et  experientia  renititur,  neque  gravia  in  suae  gravitatis  centro conquiescent. Item, si suspensus lapis liberatus decidat in centrum, separabit se  a  toto,  contra  Copernicum;  si  pendeat,  refragatur  omnis  experientia, cum videamus integros fornices corruere. Risponderò, benché con mio disavvantaggio grande, già che son alle mani con chi ha veduto per esperienza ciò che fanno questi sassi in questa gran caverna, cosa che non ho veduta io, e dirò che credo che prima siano le cose gravi che il centro comune della gravità, sì che non un centro, che altro non è che un punto indivisibile, e però di nessuna efficacia, sia quello che attragga a sé le materie gravi, ma che esse materie, cospirando naturalmente all’unione, si formino un comun centro, che è quello intorno al quale consistono parti di eguali momenti: onde stimo, che trasferendosi il grande aggregato de i gravi in qualsivoglia luogo, le particelle che dal tutto fusser separate lo seguirebbero, e non impedite lo penetrerebbero sin dove trovassero parti men gravi di loro, ma pervenute sin dove s’incontrassero in materie più gravi, non scenderebber più. E però stimo che nella caverna ripiena d’aria tutta la volta premerebbe, e solo violentemente si sostenterebbe sopra quell’aria, quando la durezza non potesse esser superata e rotta dalla gravità;  ma  sassi  staccati  credo  che  scenderebbero  al  centro,  e  non soprannoterebbero all’aria: né per ciò si potrebbe dire che non si movessero al  suo  tutto,  movendosi  là  dove  tutte  le  parti  del  tutto  si  moverebbero, quando non fussero impedite. Quel  che  resta  è  certo  errore  ch’ei  nota  in  un  seguace  del  Copernico,  il quale, facendo che la Terra si muova del moto annuo e del diurno in quella guisa che la ruota del carro si muove sopra il cerchio della Terra ed in se stessa, veniva a fare o il globo terrestre troppo grande o l’orbe magno troppo piccolo; attesoché 365 revoluzioni dell’equinoziale son meno assai che la circonferenza dell’orbe magno. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Il desiderio grande con che sono stato aspettando la venuta di Vostra Signoria, per sentir le novità de i pensieri intorno alla conversione annua di questo nostro globo, mi ha fatto parer lunghissime le ore notturne passate, ed anco queste della mattina, benché non oziosamente trascorse, anzi buona parte vegliate in riandar con la mente i ragionamenti di ieri, ponderando le ragioni  addotte  dalle  parti  a  favor  delle  due  contrarie  posizioni,  quella d’Aristotile e Tolomeo, e questa di Aristarco e del Copernico. E veramente parmi, che qualunque di questi si è ingannato, sia degno di scusa; tali sono in apparenza le ragioni che gli possono aver persuasi, tuttavolta però che noi ci fermassimo sopra le prodotte da essi primi autori gravissimi: ma, come che l’opinione peripatetica per la sua antichità ha auti molti seguaci e cultori, e l’altra pochissimi, prima per l’oscurità e poi per la novità, mi pare scorgerne tra quei molti, ed in particolare tra i moderni, esserne alcuni che per sostentamento dell’oppinione da essi stimata vera abbiano introdotte altre ragioni assai puerili, per non dir ridicole. L’istesso è occorso a me, e tanto più che a  Vossignoria, quanto io ne ho sentite  produrre  di  tali,  che  mi  vergognerei  a  ridirle,  non  dirò  per  non denigrare la fama de i loro autori, i nomi de i quali si posson sempre tacere, ma per non avvilir tanto l’onore del genere umano. Dove io finalmente, osservando,  mi  sono  accertato  esser  tra  gli  uomini  alcuni  i  quali, preposteramente discorrendo, prima si stabiliscono nel cervello la conclusione e quella o perché sia propria loro o di persona ad essi molto accreditata, sì fissamente s’imprimono, che del tutto è impossibile l’eradicarla giammai; ed a quelle ragioni che a lor medesimi sovvengono o che da altri sentono  addurre  in  confermazione  dello  stabilito  concetto,  per  semplici  ed insulse che elle siano, prestano subito assenso ed applauso, ed all’incontro, quelle che lor vengono opposte in contrario, quantunque ingegnose e concludenti, non pur ricevono con nausea, ma con isdegno ed ira acerbissima: e taluno di costoro, spinto dal furore, non sarebbe anco lontano dal tentar qualsivoglia machina per supprimere e far tacer l’avversario; ed io ne ho veduta qualche esperienza. Questi dunque non deducono la conclusione dalle premesse, né la stabiliscono  per  le  ragioni,  ma  accomodano,  o  per  dir  meglio  scomodano  e travolgon, le premesse e le ragioni alle loro già stabilite e inchiodate conclusioni. Non è ben adunque cimentarsi con simili, e tanto meno, quanto la pratica loro è non solamente ingioconda, ma pericolosa ancora. Per tanto seguiteremo col nostro signor Simplicio, conosciuto da me di lunga mano per uomo di somma ingenuità e spogliato in tutto e per tutto di malignità:
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  terza � oltre che è assai pratico nella peripatetica dottrina, sì che io posso assicurarmi che quello che non sovverrà ad esso per sostentamento dell’opinione d’Aristotile, non potrà facilmente sovvenire ad altri. Ma eccolo appunto tutto anelante, il quale questo giorno si è fatto desiderare un gran pezzo. Stavamo appunto dicendo mal di voi. Simplicio Bisogna non accusar me, ma incolpar Nettunno, di questa mia così lunga dimora, che nel reflusso di questa mattina ha in maniera ritirate l’acque, che la gondola che mi conduceva, entrata non molto lontano di qui in certo canale dove non son fondamenta, è restata in secco, e mi è bisognato tardar lì più d’una grossa ora in aspettare il ritorno del mare. E quivi stando così senza potere smontar di barca, che quasi repentinamente arrenò, sono andato osservando un particolare che mi è parso assai maraviglioso: ed è che nel calar l’acque, si vedevan fuggir via molto velocemente per diversi rivoletti, sendo già il fango in più parti scoperto; e mentre io attendo a considerar quest’effetto, veggo in un tratto cessar questo moto, e senza intervallo alcuno di tempo cominciar a tornar la medesima acqua in dietro, e di retrogrado farsi il mar diretto, senza restar pure un momento stazionario: effetto, che per tutto il tempo che ho praticato  Venezia, non mi è incontrato il vederlo altra volta. Non  vi  debbe  anco  esser  molte  volte  accaduto  il  restar  così  in  secco  tra piccolissimi rivoletti, per li quali, per aver pochissima declività, l’abbassamento o alzamento solo di quanto è grossa una carta, che faccia la superficie del mare aperto, è assai per fare scorrere e ricorrer l’acqua per tali rivoletti per ben lunghi spazii; sì come in alcune spiagge marine l’alzamento del mare di 4 o 6 braccia solamente fa sparger l’acqua per quelle pianure per molte centinaia e migliaia di pertiche. Questo intendo benissimo, ma avrei creduto che tra l’ultimo termine dell’abbassamento e primo principio dell’alzamento dovesse interceder qualche notabile intervallo di quiete. Questo vi si rappresenterà quando voi porrete mente alle mura o a i pali dove queste mutazioni si fanno a perpendicolo; ma non è che veramente vi sia stato di quiete. Mi pareva, che per esser questi due moti contrarii, dovesse tra di loro esser in mezo qualche quiete; conforme anco alla dottrina d’Aristotile, che dimostra che in puncto regressus mediat quies. Mi ricordo benissimo di cotesto luogo, ma mi ricordo ancora che quando studiavo filosofia, non restai persuaso della dimostrazione d’Aristotile, anzi che avevo molte esperienze in contrario; le quali vi potrei anco addurre, ma
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi    Canti Con riposato cor: che a sostentarla Bastato sempre il rimembrar sarebbe 110 d’un solo istante, e il dir: felice io fui sOvra tutti i felici. Ahi, ma cotanto Esser beato non consente il cielo A natura terrena. Amar tant’oltre Non è dato con gioia. E ben per patto 115 In poter del carnefice ai flagelli, Alle ruote, alle faci ito volando Sarei dalle tue braccia; e ben disceso Nel paventato sempiterno scempio. O Elvira, Elvira, oh lui felice, oh sovra 120 Gl’immortali beato, a cui tu schiuda Il sorriso d’amor! felice appresso Chi per te sparga con la vita il sangue! Lice, lice al mortal, non è già sogno Come stimai gran tempo, ahi lice in terra 125 Provar felicità. Ciò seppi il giorno Che fiso io ti mirai. Ben per mia morte Questo m’accadde. E non però quel giorno Con certo cor giammai, fra tante ambasce, Quel fiero giorno biasimar sostenni. Or tu vivi beata, e il mondo abbella, Elvira mia, col tuo sembiante. Alcuno Non l’amerà quant’io l’amai. Non nasce Un altrettale amor. Quanto, deh quanto Dal misero Consalvo in sì gran tempo 135 Chiamata fosti, e lamentata, e pianta! Come al nome d’Elvira, in cor gelando, Impallidir; come tremar son uso All’amaro calcar della tua soglia, A quella voce angelica, all’aspetto 140 Di quella fronte, io ch’al morir non tremo! Ma la lena e la vita or vengon meno Agli accenti d’amor. Passato è il tempo, 130
Canti di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi    Canti  XIX - Al conte Carlo Pepoli 5 10 15 20 25 30 35 Questo affannoso e travagliato sonno Che noi vita nomiam, come sopporti, Pepoli mio? di che speranze il core Vai sostentando? in che pensieri, in quanto O gioconde o moleste opre dispensi L’ozio che ti lasciàr gli avi remoti, Grave retaggio e faticoso? È tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. La schiera industre Cui franger glebe o curar piante e greggi Vede l’alba tranquilla e vede il vespro, Se oziosa dirai, da che sua vita È per campar la vita, e per sé sola La vita all’uom non ha pregio nessuno, Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni Tragge in ozio il nocchiero; ozio il perenne Sudar nelle officine, ozio le vegghie Son de’ guerrieri e il perigliar nell’armi; E il mercatante avaro in ozio vive: Che non a sé, non ad altrui, la bella Felicità, cui solo agogna e cerca La natura mortal, veruno acquista Per cura o per sudor, vegghia o periglio. Pure all’aspro desire onde i mortali Già sempre infin dal dì che il mondo nacque D’esser beati sospiraro indarno, Di medicina in loco apparecchiate Nella vita infelice avea natura Necessità diverse, a cui non senza Opra e pensier si provvedesse, e pieno, Poi che lieto non può, corresse il giorno All’umana famiglia; onde agitato E confuso il desio, men loco avesse
Canti di Giacomo Leopardi
allacciare gli animi alla vita: imperciocché gl’infelici hanno ferma opinione che eglino sarebbero felicissimi quando si riavessero dei propri mali; la qual cosa, come è la natura dell’uomo, non mancano mai di sperare che debba loro succedere in qualche modo. Appresso creò le tempeste dei venti e dei nembi, si armò del tuono e del fulmine, diede a Nettuno il tridente, spinse le comete in giro e ordinò le eclissi; colle quali cose e con altri segni ed effetti terribili, instituì di spaventare i mortali di tempo in tempo: sapendo che il timore e i presenti pericoli riconcilierebbero alla vita, almeno per breve ora, non tanto gl’infelici, ma quelli eziandio che l’avessero in maggiore abbominio, e che fossero più disposti a fuggirla. E per escludere la passata oziosità, indusse nel genere umano il bisogno e l’appetito di nuovi cibi e di nuove bevande, le quali cose non senza molta e grave fatica si potessero provvedere, laddove insino al diluvio gli uomini, dissetandosi delle sole acque, si erano pasciuti delle erbe e delle frutta che la terra e gli arbori somministravano loro spontaneamente, e di altre nutriture vili e facili a procacciare, siccome usano di sostentarsi anche oggidì alcuni popoli, e particolarmente quelli di California. Assegnò ai diversi luoghi diverse qualità celesti, e similmente alle parti dell’anno, il quale insino a quel tempo era stato sempre e in tutta la terra benigno e piacevole in modo, che gli uomini non avevano avuto uso di vestimenti; ma di questi per l’innanzi furono costretti a fornirsi, e con molte industrie riparare alle mutazioni e inclemenze del cielo. Impose a Mercurio che fondasse le prime città, e distinguesse il genere umano in popoli, nazioni e lingue, ponendo gara e discordia tra loro; e che mostrasse agli uomini il canto e quelle altre arti, che sì per la natura e sì per l’origine, furono chiamate, e ancora si chiamano, divine. Esso medesimo diede leggi, stati e ordini civili alle nuove genti; e in ultimo volendo con un incomparabile dono beneficarle, mandò tra loro alcuni fantasmi di sembianze eccellentissime e soprumane, ai quali permise in grandissima parte il governo e la potestà di esse genti: e furono chiamati Giustizia, Virtù, Gloria,  Amor  patrio  e  con  altri  sì  fatti  nomi.  Tra  i  quali  fantasmi  fu medesimamente uno chiamato Amore, che in quel tempo primieramente, siccome anco gli altri, venne in terra: perciocché innanzi all’uso dei vestimenti, non amore, ma impeto di cupidità, non dissimile negli uomini di allora da quello che fu di ogni tempo nei bruti, spingeva l’un sesso verso l’altro, nella guisa che è tratto ciascuno ai cibi e a simili oggetti i quali non si amano veramente, ma si appetiscono.
Operette morali di Giacomo Leopardi
quillità della quale, non che alla felicità, vedeva oramai per certo, niun provvedimento condurre, niuno stato convenire,niun luogo essere bastante; perché quando bene egli avesse voluto in mille doppi aumentare gli spazi e i diletti  della  terra,  e  l’università  delle  cose,  quella  e  queste  agli  uomini, parimente incapaci e cupidi dell’infinito, fra breve tempo erano per parere strette, disamene e di poco pregio. Ma in ultimo quelle stolte e superbe domande commossero talmente l’ira del dio, che egli si risolse, posta da parte ogni pietà, di punire in perpetuo la specie umana, condannandola per tutte le età future a miseria molto più grave che le passate. Per la qual cosa deliberò non solo mandare la Verità fra gli uomini a stare, come essi chiedevano, per alquanto di tempo, ma dandole eterno domicilio tra loro, ed esclusi di quaggiù quei vaghi fantasmi che egli vi avea collocati, farla perpetua moderatrice e signora della gente umana. E maravigliandosi gli altri Dei di questo consiglio, come quelli ai quali pareva che egli avesse a ridondare in troppo innalzamento dello stato nostro e in pregiudizio della loro maggioranza, Giove li rimosse da questo concetto mostrando loro, oltre che non tutti i geni, eziandio grandi, sono di proprietà benefici, non essere tale l’ingegno della Verità, che ella dovesse fare gli stessi effetti negli uomini che negli Dei. Perocché laddove agl’immortali ella dimostrava la loro beatitudine, discoprirebbe agli uomini interamente e proporrebbe ai medesimi del continuo dinanzi agli occhi la loro infelicità; rappresentandola oltre a questo, non come opera solamente della fortuna, ma come tale che per niuno accidente e niuno rimedio non la possano campare, né mai, vivendo, interrompere. Ed avendo la più parte dei loro mali questa natura, che in tanto sieno mali in quanto sono creduti essere da chi li sostiene, e più o meno gravi secondo che esso gli stima; si può giudicare di quanto grandissimo nocumento sia per essere agli uomini la presenza di questo genio. Ai quali niuna cosa apparirà maggiormente vera che la falsità di tutti i beni mortali; e niuna solida, se non la vanità di ogni cosa fuorché dei propri dolori. Per queste cagioni saranno eziandio privati della speranza; colla quale dal principio insino al presente, più che con altro diletto o conforto alcuno, sostentarono la vita. E nulla sperando, né veggendo alle imprese e fatiche loro alcun degno fine, verranno in tale negligenza ed abborrimento da ogni opera industriosa, non che magnanima, che la comune usanza dei vivi sarà poco dissomigliante da quella dei sepolti. Ma in questa disperazione e lentezza non potranno fuggire che il desiderio di un’immensa felicità, congenito
Operette morali di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi     Operette morali L’intento della prima sarà di fare le parti e la persona di un amico, il quale non biasimi e non motteggi l’amico assente; non lasci di sostenerlo quando l’oda riprendere o porre in giuoco; non anteponga la fama di acuto e di mordace, e l’ottenere il riso degli uomini, al debito dell’amicizia; non divulghi, o per altro effetto o per aver materia da favellare o da ostentarsi, il segreto commessogli; non si prevalga della familiarità e della confidenza dell’amico a soppiantarlo e soprammontarlo più facilmente; non porti invidia ai vantaggi di quello; abbia cura del suo bene e di ovviare o di riparare a’ suoi danni, e sia pronto alle sue domande e a’ suoi bisogni, altrimenti che in parole. Circa le altre cose nel comporre questo automato si avrà l’occhio ai trattati di Cicerone e della Marchesa di Lambert sopra l’amicizia. L’Accademia pensa che l’invenzione di questa così fatta macchina non debba essere giudicata né impossibile, né anche oltre modo difficile, atteso che, lasciando da parte gli automati del Regiomontano, del Vaucanson e di altri, e quello che in Londra disegnava figure e ritratti, e scriveva quanto gli era dettato da chiunque si fosse; più d’una macchina si è veduta che giocava agli scacchi per se medesima. Ora a giudizio di molti savi, la vita umana è un giuoco, ed alcuni affermano che ella è cosa ancora più lieve, e che tra le altre, la forma del giuoco degli scacchi è più secondo ragione, e i casi più prudentemente ordinati che non sono quelli di essa vita. La quale oltre a ciò, per detto di Pindaro, non essendo cosa di più sostanza che un sogno di un’ombra, ben debbe esserne capace la veglia di un automato. Quanto alla favella, pare che non si possa volgere in dubbio che gli uomini abbiano facoltà di comunicarla alle macchine che essi formano, conoscendosi questa cosa da vari esempi, e in particolare da ciò che si legge della statua di Mennone e della testa fabbricata da Alberto Magno, la quale era sì loquace, che perciò san Tommaso di Aquino, venutagli in odio, la ruppe. E se il pappagallo di Nevers, con tutto che fosse una bestiolina, sapeva rispondere e favellare a proposito, quanto maggiormente è da credere che possa fare questi medesimi effetti una macchina immaginata dalla mente dell’uomo e construtta dalle sue mani; la quale già non debbe essere così linguacciuta come il pappagallo di Nevers ed altri simili che si veggono e odono tutto giorno, né come la testa fatta da Alberto magno, non le convenendo infastidire l’amico e muoverlo a fracassarla. L’inventore di questa macchina riporterà in premio una medaglia d’oro di quattrocento zecchini di peso, la quale da una banda rappresenterà le immagini di Pilade e di Oreste, dall’altra il nome del premiato col titolo: Primo verificatore delle favole antiche. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Operette morali di Giacomo Leopardi
che appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl’incomodi che ne seguono. Natura Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.  Ponghiamo caso che uno m’invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande instanza, e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d’intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da’ suoi figliuoli e dall’altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de’ tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l’avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t’ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l’abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Operette morali di Giacomo Leopardi
Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri, allo illustrissimo et eccellentissimo signor Cosimo de’ Medici, Duca di Fiorenza Signore mio osservandissimo, Poi che la Eccellenzia Vostra, seguendo in ciò l’orme de gli illustrissimi suoi progenitori e da la naturale magnanimità sua incitata e spinta, non cessa di favorire e d’esaltare ogni sorte di virtù dovunque ella si truovi, et ha spezialmente protezzione de l’arti del disegno, inclinazione a gli artefici d’esse, cognizione e diletto delle belle e rare opere loro, penso che non le sarà se non grata questa fatica presa da me di scriver le vite, i lavori, le maniere e le condizioni di tutti quelli che, essendo già spente, l’hanno primieramente risuscitate, di poi di tempo in tempo accresciute, ornate e condotte finalmente a quel grado di bellezza e di maestà dove elle si truovano a’ giorni d’oggi. E percioché questi tali sono stati quasi tutti Toscani e la più parte suoi Fiorentini e molti d’essi da gli illustrissimi antichi suoi con ogni sorte di premii e di onori incitati et aiutati a mettere in opera, si può dire che nel suo stato, anzi nella sua felicissima casa siano rinate, e per benefizio de’ suoi medesimi, abbia il mondo queste bellissime arti ricuperate e che per esse nobilitato e rimbellito si sia. Onde, per l’obligo che questo secolo, queste arti e questa sorte d’artefici debbono comunemente a gli suoi et a lei come erede della virtù loro e del lor patrocinio verso queste professioni e per quello che le debbo io particulannente per avere imparato da loro, per esserle suddito, per esserle devoto, perché mi sono allevato sotto Ippolito Cardinale de’ Medici e sotto Alessandro suo antecessore, e perché sono infinitamente tenuto alle felici ossa del Mag Ottaviano de’ Medici, dal quale io fui sostentato, amato e difeso mentre che e’ visse, per tutte queste cose dico, e perché da la grandezza del valore e della fortuna sua verrà molto di favore a quest’opera e da l’intelligenza ch’ella tiene del suo soggetto meglio che da nessuno altro sarà considerata l’utilità di essa e la fatica e la diligenza fatta da me per condurla, mi è parso che a l’Eccellenzia V solamente si convenga di dedicarla, e sotto l’onoratissimo nome suo ho voluto che ella pervenga a le mani degli uomini. Degnisi adunque l’Eccellenzia V d’accettarla, di favorirla e, se da l’altezza de’ suoi pensieri le sarà concesso, talvolta di leggerla, riguardando a la qualità delle cose che vi si trattano et a la pura mia intenzione; la quale è stata non di procacciarmi lode come scrittore, ma come artefice di lodar l’industria et avvivar la memoria di
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
di caldo e di luce, che e’ si vede manifestamente ardere le cose e quasi tremolando nelle sue fiamme, rendere in parte luminose le più oscure tenebre della notte. Per le quali cose par loro potere giustamente conchiudere e dire che, contraposto le difficultà degli scultori alle loro, le fatiche del corpo alle fatiche  dello  animo,  la  imitazione  circa  la  forma  sola  alla  imitazione  della apparenzia circa la quantità e la qualità che viene a lo occhio, il poco numero delle cose dove la scultura può dimostrare e dimostra la virtù sua allo infinito di quelle che la pittura ci rappresenta, oltra il conservarle perfettamente allo intelletto e farne parte in que’ luoghi che la natura non ha fatto ella, e contrapesato finalmente le cose dell’una alle cose dell’altra, la nobiltà della scultura quanto a lo ingegno, a la invenzione et a ‘l giudizio degli artefici suoi, non corrisponde a gran pezzo a quella che ha e merita la pittura. E questo è quello che per l’una e per l’altra parte mi è venuto a gli orecchi degno di considerazione. Ma perché a me pare che gli scultori abbino parlato con troppo ardire et i pittori con troppo sdegno, per avere io assai tempo considerato le cose della scultura et essermi esercitato sempre nella pittura, quantunche piccolo sia forse il frutto che se ne vede, nondimeno, e per quel tanto che egli è e per la impresa di questi scritti giudicando mio debito dimostrare il giudizio che nello animo mio ne ho fatto sempre, e vaglia la autorità mia quanto ella può, dirò sopra tal disputa sicuramente e brevemente il parer mio; persuadendomi di non sottentrare a carico alcuno di prosunzione o di ignoranzia, non trattando io de l’arti altrui, come hanno già fatto molti per apparire nel vulgo intelligenti di tutte le cose mediante le lettere, e come tra gli altri avvenne a Formione peripatetico in Efeso che, ad ostentazione della eloquenzia sua predicando e disputando de le virtù e parti dello eccellente capitano, non meno de la prosunzione che de la ignoranzia sua fece ridere Annibale. Dico adunque che la scultura e la pittura per il vero sono sorelle, nate di un padre, che è il disegno, in un sol parto et ad un tempo; e non precedono l’una alla altra se non quanto la virtù e la forza di coloro che le portano addosso fa passare l’uno artefice innanzi a l’altro, e non per differenzia o grado di nobiltà che veramente si truovi infra di loro. E se bene per la diversità della essenzia loro hanno molte agevolezze, non sono elleno però né tante, né di maniera che elle non venghino giustamente contrapesate insieme, e non si conosca la passione o la caparbietà più tosto che il giudizio di chi vuole che l’una avanzi l’altra. Laonde a ragione si può dire che una anima medesima regga due corpi; et io per questo conchiudo che male fanno coloro che si ingegnano di Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
7. Ugolino Fu felicissima l’età di Giotto per tutti coloro che dipingevano, perché in quella i popoli, tirati dalla novità e dalla vaghezza dell’arte, che già era ridotta da gli artefici in maggior grado, avendo le religioni di San Domenico e di San Francesco finito di fabricare le muraglie de’ conventi e delle chiese loro, et in quelle predicando del continovo, tiravano con le predicazioni a la cristiana fede et a la buona vita i cuori indurati nelle male opere, e quegli esortavano ad onorare i santi di Giesù, di sorte che ogni dì si fabricavano cappelle, e da gli idioti si facevano dipignere, per desiderio di giugnere in Paradiso. E così costoro, co ‘l muovere gl’intelletti ignoranti de gli uomini, acomodavano le chiese loro con bellissimo ornamento. Per questo Ugolino, sanese pittore, fece moltissime tavole et infinite cappelle per tutta Italia, tenendo ancora gran parte della maniera greca, come già vecchiò in essa; et ancora che fosse venuto Giotto, nondimeno aveva, come caparbio e duro, la maniera di Cimabue in grandissima venerazione più che quella che usò Giotto; come nell’opere di Ugolino fanno fede in Siena le tavole lavorate da lui, e similmente in Fiorenza la tavola di Santa Croce allo altar maggiore, in campo tutto d’oro, et in Santa Maria Novella un’altra tavola della medesima maniera, che già molti anni stette a lo altare della cappella maggiore, et oggi è posta nel capitolo e data alla nazione spagnuola, per far quivi la festa di Santo Iacopo. Dipinse costui molte tavole grandi per la Italia, e di queste la maggior parte a la foggia medesima; e molte ancora fuori de la Italia, finite tutte con bella pratica; senza uscire però punto de la maniera del suo maestro. E di queste non farò io memoria particulare, per esser costui uno di que’ maestri che si tenne sempre al modo de’ vecchi. Basti che egli ne acquistò buone facultà e che, divenuto vecchissimo, potette ben sostentarsi et aiutarsi con esse, ne gli incommodi che apporta seco il più delle volte la età decrepita. E che, arrivato a quel termine, senza avere avuti dispiaceri di importanza nella sua professione, passò finalmente di questa vita l’anno MCCCXXXIX, e fu sepolto in Siena con questo epitaffio:
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
23. F. Lippi Se gli uomini attentamente considerassino di quanta importanza sia ne gli ingegni buoni venire eccellenti e rari in quelle professioni che elli esercitano, sarebbono certamente più solleciti e molto più frequenti et assidui nelle fatiche che si patiscono per imparare. Perciò che e’ si vede pur chiaramente tutti coloro che attendono alla virtù, nascere (come gli altri) ignudi et abbietti, et impararla ancora con grandissimi sudori e fatiche; ma come e’ sono conosciuti per virtuosi, acquistarsi in tempo brevissimo onorato nome e ricchezze quasi eccessive, le quali nientedimanco giudico io nulla in comparazione della fama e di quel respetto che hanno lor gli uomini, non per altro che per conoscergli virtuosi e per vedergli adornati e colmi di quelle somme scienzie od arti, che a’ pochi il ciel largo destina. E tanto è grande la forza della virtù, che ella trae i favori e le cortesie di mano a coloro che non le conobber mai et i virtuosi non hanno più visti. Ma che più? Se in uno che veramente sia virtuoso si ritruova pur qualche vizio, ancora che biasimevole e brutto, la virtù lo ricuopre tanto, che dove in un altro non virtuoso gravemente si disdirebbe e ne sarebbe colui punito, non apparisce quasi peccato nel virtuoso. E non solamente non ne è punito, ma compassionevolmente se li comporta, portando la stessa giustizia sempre mai una certa quasi reverenzia a qualunche ombra della virtù. La quale, oltra mille altri effetti maravigliosi, muta la avarizia de’ principi in liberalità; rompe gli odi dell’animo; sotterra le invidie ne’ gli uomini; et alza di qua giù fin in cielo coloro che per fama divengono di mortali immortali, come in queste parti mostrò fra’ Filippo di Tommaso Lippi, carmelitano, il quale dicono che nacque in Fiorenza in una contrada detta Ardiglione, sotto il canto alla Cuculia, dietro al convento de’ frati  Carmelitani,  e  per  la  morte  di  Tommaso  suo  padre  restò  povero fanciullino d’anni due senza alcuna custodia, essendosi ancora morta la madre non molto lontano al suo partorillo. Rimase dunque costui in governo d’una mona Lapaccia sua zia, sorella di Tommaso, la quale con grandissima calamità lo allevò in disagio grandissimo, e quando non potette più sostentarlo, essendo egli già di VIII anni, lo fece frate nel sopradetto convento del Carmine. Era questo fanciullo molto destro et ingenioso nelle azzioni di mano, ma nella erudizione delle lettere grosso e male atto ad imparare, oltra che e’ non volle applicarvi lo ingegno mai, né averle mai per amiche. Lo chiamò il priore, per lo medesimo nome che aveva quando si vestì l’abito. E perché nel noviziato, ogni giorno su i libri de’ frati che studiavano, si dilettava imbratOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
tenuti la miglior cosa di tutta quella opera. Il Pisanello per proprio nome detto Vittore, dipinse ancora in altri luoghi per Roma; e parimente nel Campo Santo di Pisa, nella quale, come in amatissima patria sua dimorando poi lungamente, terminò finalmente assai ben maturo la vita sua. Costui oltre a questo fu eccellentissimo ne’ bassi rilievi, e fece le medaglie di tutti i principi di Italia e quelle del Re Alfonso I massimamente. Ma Gentile seguitando il dipignere,  con  molta  diligenzia  fece  infiniti  lavori  nella  Marca,  e particularmente in Agobbio dove ancora se ne veggono alcuni, e similmente per tutto lo stato d’Urbino. Lavorò in San Giovanni di Siena, et in Fiorenza nella sagrestia di Santa Trinita fece una tavola con la istoria de’ Magi, et in Perugia molti lavori e specialmente in San Domenico, dove e’ fece una tavola molto bella. Dipinse ancora in Città di Castello, sino a che ultimamente tornò a Roma, dove lavorando per sostentarsi, si condusse a tale, essendo fatto parletico, che e’ non operava più cosa buona. Laonde stette più di sei anni che nulla fece, e consumato dalla vecchiezza, trovandosi già LXXX anni, finalmente pur si morì. E gli fu fatta questa memoria:
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Sovr’otto alte colonne e sotto un cerchio ripiegato in mezz’arco, un’arca giace, che la statua d’Amor tien nel coverchio piangente e ‘n atto d’ammorzar la face. Nulla di scarso e nulla ha di soverchio per esser d’un cadavere capace; ed è di pietra lucida ma bruna, semplice, schietta e senza macchia alcuna. Di qua di là la machina funesta ha d’una e d’altra parte un nicchio voto. La Morte in quella e la Fortuna in questa scolpite son, ch’aver sembrano il moto. Nel’altro spazio inferior che resta altri duo n’ha; nel’uno espressa è Cloto, Cloto che piagne e l’orride sorelle par che ‘n troncando un fil, piangano anch’elle. Dincontro a queste havvi le Grazie incise, che volte a risguardar le dee crudeli, dale vedove chiome al suol recise straccian, dolenti, le ghirlande e i veli. Lo scultor che l’ha finte in cotai guise, fa che ciascuna pianga e si quereli e per farle spirar dona e comparte del’istessa Natura il fiato al’Arte. Vago festone ale cornici altere tesse serpendo intorno intorno un fregio e v’ha di cani sculti e v’ha di fere, di dardi e lasse un magistero egregio. In cima al’arco Adon si può vedere sovr’aureo trono e di mirabil pregio; una gloria d’Amori alto il sostenta ed al vivo l’effigie il rappresenta.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Più volte a destra, a manca il fier gigante spinge e respinge e con gran forza il tira, ma non men saldo il trova o men costante che grossa quercia a zefiro che spira. Dele gran gambe ognor, dele gran piante sì ben fondate tien, mentr’ei l’aggira, le colonne e le basi insu l’arene, che la propria gravezza in piedi il tiene. Pur alfin tutto ala vittoria inteso, ratto da faccia a faccia a lui s’aventa, indi, quantunque intolerabil peso, sollevandol da terra, alto il sostenta. Quando così nel’aria ei l’ha sospeso, non allarga i legami e non gli allenta, ma con tutto il vigor dela persona là dove pende più, più s’abbandona. Sovra l’osso del petto alto levato calcollo sì che ‘l respirar gli tolse. Quanto d’impeto avea, quanto di fiato nele membra e nel cor, tutto raccolse e, piegandolo a forza al manco lato, lui da sé spinse e sé da lui disciolse, onde cadendo alfin, con l’ampia schiena il membruto campion stampò l’arena. Non altrimenti il generoso Alcide quando il libico Anteo pugnando assalse, poiché dela cagion chiaro s’avide ond’ei più volte al suo valor prevalse, tra le braccia possenti ed omicide stringendolo schernì l’arti sue false e tanto spazio lo sostenne e resse che violenta fuor l’alma n’espresse.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
ventura non abisogna, a quegli almeno a’ quali fa luogo, alcuno alleggiamento prestare. E quantunque il mio sostentamento, o conforto che vogliam dire, possa essere e sia a’ bisognosi assai poco, nondimeno parmi quello doversi più tosto porgere dove il bisogno apparisce maggiore, sì perché più utilità vi farà e sì ancora perché più vi fia caro avuto. E chi negherà questo, quantunque egli si sia, non molto più alle vaghe donne che agli uomini convenirsi donare? Esse dentro a’ dilicati petti, temendo e vergognando, tengono l’amorose fiamme nascose, le quali quanto più di forza abbian che le palesi coloro il sanno che l’hanno provate: e oltre a ciò, ristrette da’ voleri, da’ piaceri, da’ comandamenti de’ padri, delle madri, de’ fratelli e de’ mariti, il più del tempo nel piccolo circuito delle loro camere racchiuse dimorano e quasi oziose sedendosi, volendo e non volendo in una medesima ora, seco rivolgendo diversi pensieri, li quali non è possibile che sempre sieno allegri. E se per quegli alcuna malinconia, mossa da focoso disio, sopraviene nelle lor menti, in quelle conviene che con grave noia si dimori, se da nuovi ragionamenti non è rimossa: senza che elle sono molto men forti che gli uomini a sostenere; il che degli innamorati uomini non avviene, sì come noi possiamo apertamente vedere. Essi, se alcuna malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare o da passar quello, per ciò che a loro, volendo essi, non manca l’andare a torno, udire e veder molte cose, uccellare, cacciare, pescare, cavalcare, giucare o mercatare: de’ quali modi ciascuno ha forza di trarre, o in tutto o in parte, l’animo a sé e dal noioso pensiero rimuoverlo almeno per alcuno spazio di tempo, appresso il quale, con un modo o con altro, o consolazion sopraviene o diventa la noia minore. Adunque, acciò che in parte per me s’amendi il peccato della fortuna, la quale dove meno era di forza, sì come noi nelle dilicate donne veggiamo, quivi più avara fu di sostegno, in soccorso e rifugio di quelle che amano, per ciò che all’altre è assai l’ago e ‘l fuso e l’arcolaio, intendo di raccontare cento novelle, o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo, raccontate in diece giorni da una onesta brigata di sette donne e di tre giovani nel pistelenzioso tempo della passata mortalità fatta, e alcune canzonette dalle predette donne cantate al lor diletto. Nelle quali novelle piacevoli e aspri casi d’amore e altri fortunati avvenimenti si vederanno così ne’ moderni tempi avvenuti come negli antichi; delle quali le già dette donne, che queste leggeranno, parimente diletto delle sollazzevoli cose in quelle mostrate e utile consiglio potranno
Decameron di Giovanni Boccaccio
vino; e molte volte aveva disiderato d’avere cotali insalatuzze d’erbucce, come le donne fanno quando vanno in villa, e alcuna volta gli era paruto migliore il mangiare che non pareva a lui che dovesse parere a chi digiuna per divozione, come digiunava egli. Al quale il frate disse: “Figliuol mio, questi peccati sono naturali e sono assai leggieri, e per ciò io non voglio che tu ne gravi più la coscienza tua che bisogni. A ogni uomo avviene, quantunque santissimo sia, il parergli dopo lungo digiuno buono il manicare e dopo la fatica il bere.” “Oh!” disse ser Ciappelletto “padre mio, non mi dite questo per confortarmi: ben sapete che io so che le cose che al servigio di Dio si fanno, si deono fare tutte nettamente e senza alcuna ruggine d’animo: e chiunque altramenti fa, pecca.” Il frate contentissimo disse: “E io son contento che così ti cappia nell’animo e piacemi forte la tua pura e buona conscienza in ciò. Ma dimmi: in avarizia hai tu peccato disiderando più che il convenevole o tenendo quello che tu tener non dovesti?” Al quale ser Ciappelletto disse: “Padre mio, io non vorrei che voi guardasti perché io sia in casa di questi usurieri: io non ci ho a far nulla, anzi ci era venuto per dovergli ammonire e gastigare e torgli da questo abominevole guadagno; e credo mi sarebbe venuto fatto, se Idio non m’avesse così visitato. Ma voi dovete sapere che mio padre mi lasciò ricco uomo, del cui avere, come egli fu morto, diedi la maggior parte per Dio; e poi, per sostentar la vita mia e per potere aiutare i poveri di Cristo, ho fatte mie piccole mercatantie e in quelle ho disiderato di guadagnare. E sempre co’ poveri di Dio, quello che guadagnato ho, ho partito per mezzo, la mia metà convertendo ne’ miei bisogni, l’altra metà dando loro: e di ciò m’ha sì bene il mio Creatore aiutato, che io ho sempre di bene in meglio fatti i fatti miei.” “Bene hai fatto:” disse il frate “ma come ti se’ tu spesso adirato?” “Oh!” disse ser Ciappelletto “cotesto vi dico io bene che io ho molto spesso fatto; e chi se ne potrebbe tenere, veggendo tutto il dì gli uomini fare le sconce cose, non servare i comandamenti di Dio, non temere i suoi giudicii? Egli sono state assai volte il dì che io vorrei più tosto essere stato morto che vivo, veggendo i giovani andar dietro alle vanità e udendogli giurare e spergiurare, andare alle taverne, non visitar le chiese e seguir più tosto le vie del mondo che quella di Dio.” Disse allora il frate: “Figliuol mio, cotesta è buona ira, né io per me te ne
Decameron di Giovanni Boccaccio
Come la donna ebbe i denari, così s’incominciarono le ‘ndizioni a mutare; e dove prima era libera l’andata alla donna ogni volta che a Salabaetto era in piacere, così incominciaron poi a sopravenire delle cagioni per le quali non gli veniva delle sette volte l’una fatto il potervi entrare, né quel viso né quelle carezze né quelle feste più gli eran fatte che prima. E passato d’un mese e di due il termine, non che venuto, al quale i suoi denari riaver dovea, richiedendogli, gli eran date parole in pagamento. Laonde, avvedendosi Salabaetto dell’arte della malvagia femina e del suo poco senno e conoscendo che di lei niuna cosa più che le si piacesse di questo poteva dire, sì come colui che di ciò non aveva né scritta né testimonio, e vergognandosi di ramaricarsene con alcuno, sì perché n’era stato fatto avveduto dinanzi e sì per le beffe le quali meritamente della sua bestialità n’aspettava, dolente oltre modo seco medesimo la sua sciocchezza piagnea. E avendo da’ suoi maestri più lettere avute che egli quegli denari cambiasse e mandassegli loro, acciò che, non faccendolo egli, quivi non fosse il suo difetto scoperto, diliberò di partirsi: e in su un legnetto montato, non a Pisa, come dovea, ma a Napoli se ne venne. Era quivi in quei tempi nostro compar Pietro dello Canigiano, trasorier di madama la ‘mperatrice di Constantinopoli, uomo di grande intelletto e di sottile ingegno, grandissimo amico e di Salabaetto e de’ suoi: col quale, sì come con discretissimo uomo, dopo alcun giorno Salabaetto dolendosi raccontò ciò che fatto aveva e il suo misero accidente e domandogli aiuto e consiglio in fare che esso quivi potesse sostentar la sua vita, affermando che mai a Firenze non intendeva di ritornare. Il Canigiano, dolente di queste cose, disse: “Male hai fatto, mal ti se’ portato, male hai i tuoi maestri ubiditi, troppi denari a un tratto hai spesi in dolcitudine: ma che? Fatto è, vuolsi vedere altro”; e, sì come avveduto uomo, prestamente ebbe pensato quello che era da fare e a Salabaetto il disse; al quale piacendo il fatto, si mise in avventura di volerlo seguire. E avendo alcun denaio e il Canigiano avendonegli alquanti prestati, fece molte balle ben legate e ben magliate; e comperate da venti botti da olio e empiutele e caricato ogni cosa, se ne tornò in Palermo. E il legaggio delle balle dato a’ doganieri e similmente il costo delle botti e fatto ogni cosa scrivere a sua ragione, quelle mise ne’ magazzini, dicendo che infino che altra mercatantia, la quale egli aspettava, non veniva, quelle non voleva toccare. Iancofiore, avendo sentito questo e udendo che ben dumilia fiorin d’oro valeva o più quello che al presente aveva recato, senza quello che egli aspetta-
Decameron di Giovanni Boccaccio
interpretare,  di  leggier  si  concederebbe  da  tutte  così  esser  vero;  ma  pur vogliendole moralmente intendere, dico che è da concedere. Son naturalmente le femine tutte labili e inchinevoli, e per ciò a correggere la iniquità di quelle che troppo fuori de’ termini posti loro si lasciano andare si conviene il baston che le punisca; e a sostentar la vertù dell’altre, ché trascorrer non si lascino, si conviene il bastone che le sostenga e che le spaventi. Ma lasciando ora stare il predicare, a quel venendo che di dire ho nell’animo, dico. Che essendo già quasi per tutto il mondo l’altissima fama del miracoloso senno di Salamone discorsa per l’universo e il suo esser di quello liberalissimo mostratore a chiunque per esperienza ne voleva certezza, molti di diverse parti del mondo a lui per loro strettissimi e ardui bisogni concorrevano per consiglio; e tra gli altri che a ciò andavano, si partì un giovane, il cui nome fu Melisso, nobile e ricco molto, della città di Laiazzo, là onde egli era e dove egli abitava. E verso Ierusalem cavalcando, avvenne che uscendo d’Antiocia con un altro giovane chiamato Giosefo, il qual quel medesimo cammin teneva che faceva esso, cavalcò per alquanto spazio; e, come costume è de’ camminanti, con lui cominciò a entrare in ragionamenti. Avendo Melisso già da Giosefo di sua condizione e donde fosse saputo, dove egli andasse e perché il domandò; al quale Giosefo disse che a Salamone andava per aver consiglio da lui che via tener dovesse con una sua moglie più che altra femina ritrosa e perversa, la quale egli né con prieghi né con lusinghe né in alcuna altra guisa dalle sue ritrosie ritrar poteva; e appresso lui similmente donde fosse e dove andasse e perché domandò. Al quale Melisso rispose: “Io son di Laiazzo, e sì come tu hai una disgrazia, così n’ho io un’altra; io son ricco giovane e spendo il mio in metter tavola e onorare i miei cittadini, e è nuova e strana cosa a pensare che per tutto questo io non posso trovare uomo che ben mi voglia; e per ciò io vado dove tu vai, per aver consiglio come addivenir possa che io amato sia.” Camminarono adunque i due compagni insieme, e in Ierusalem pervenuti, per introdotto d’un de’ baroni di Salomone, davanti dal lui furon messi; al quale brievemente Melisso disse la sua bisogna; a cui Salamone rispose: “Ama.” E detto questo, prestamente Melisso fu messo fuori, e Giosefo disse quello per che v’era; al quale Salamone nulla altro rispose se non: “Va al Ponte all’Oca”; il che detto, similmente Giosefo fu senza indugio dalla presenza del re levato, e ritrovò Melisso il quale l’aspettava e dissegli ciò che per risposta aveva avuto. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Decameron di Giovanni Boccaccio
Donno Gianni a instanzia di compar Pietro fa lo ‘ncantesimo per far diventar la moglie una cavalla; e quando viene a appiccar la coda, compar Pietro dicendo che non vi voleva coda guasta tutto lo ‘ncantamento. Questa novella dalla reina detta diede un poco da mormorare alle donne e da ridere a’ giovani. Ma poi che ristate furono, Dioneo così cominciò a parlare: – Leggiadre donne, infra molte bianche colombe agiugne più di bellezza un nero corvo che non farebbe un candido cigno; e così tra molti savi alcuna volta un men savio è non solamente accrescere splendore e bellezza alla loro maturità, ma ancora diletto e sollazzo. Per la qual cosa, essendo voi tutte discretissime e moderate, io, il quale sento anzi dello scemo che no, faccendo la vostra virtù più lucente col mio difetto più vi debbo esser caro che se con più valore quella facessi divenire più oscura; e per conseguente più largo arbitrio debbo avere in dimostrarvi tal qual io sono, e più pazientemente dee da voi esser sostenuto, che non dovrebbe se io più savio fossi, quel dicendo che io dirò. Dirovvi adunque una novella non troppo lunga, nella quale comprenderete quanto diligentemente si convengano observare le cose imposte da coloro che alcuna cosa per forza d’incantamento fanno e quanto piccol fallo in quelle commesso ogni cosa guasti dallo ‘ncantator fatta. L’altr’anno fu a Barletta un prete, chiamato donno Gianni di Barolo, il qual, per ciò che povera chiesa aveva, per sostentar la vita sua con una cavalla cominciò a portar mercatantia in qua e in là per le fiere di Puglia e a comperare e a vendere. E così andando, prese stretta dimestichezza con uno che si chiamava Pietro da Tresanti, che quello medesimo mestiero con un suo asino faceva; e in segno d’amorevolezza e d’amistà, alla guisa pugliese, nol chiamava se non compar Pietro; e quante volte in Barletta arrivava, sempre alla chiesa sua nel menava e quivi il teneva seco a albergo e come poteva l’onorava. Compar Pietro d’altra parte, essendo poverissimo e avendo una piccola casetta in Tresanti appena bastevole a lui e a una sua giovane e bella moglie e all’asino suo, quante volte donno Gianni in Tresanti capitava tante sel menava a casa, e come poteva, in riconoscimento che da lui in Barletta riceveva, l’onorava. Ma pure al fatto dell’albergo, non avendo compar Pietro se non un piccol letticello nel quale con la sua bella moglie dormiva, onorar nol poteva come voleva, ma conveniva che, essendo in una sua stalletta allato
Decameron di Giovanni Boccaccio
essendo, sì come la stagione richiedeva, il tempo caldissimo, molte altre donne e io, acciò che più agevolmente quello trapassassimo, sopra velocissima  barca,  armata  di  molti  remi,  solcando  le  marine  onde,  cantando  e sonando,  li  rimoti  scogli,  e  le  caverne  ne’  monti  dalla  natura  medesima fatte, essendo esse e per ombra e per li venti recentissime, cercavamo. Ohimè, che questi erano al corporale caldo sommissimi rimedii a me offerti, ma al fuoco dell’anima per tutto questo niuno alleggiamento era prestato, anzi piuttosto tolto; però che, cessanti li calori esteriori, li quali senza dubbio alli dilicati corpi sono tediosi, incontanente più ampio luogo si dava agli amorosi pensieri, li quali non solamente materia sostentante le fiamme di Venere sono, ma aumentante, se bene si mira. Venute adunque ne’ luoghi da noi cercati, e presi per li nostri diletti ampissimi luoghi, secondo che il nostro appetito richiedeva, ora qua e ora là, ora questa brigata di donne e di giovini, e ora quell’altra, delle quali ogni piccolo scoglietto o lito, solo che d’alcuna ombra di monte da’ solari raggi difeso fosse, erano pieni, veggendo andavamo. Oh quale e quanto è questo diletto grande alle sane menti! Quivi si vedevano in molte parti le mense candidissime poste e di cari ornamenti sì belle, che solo il riguardarle aveva forza di risvegliare l’appetito in qualunque più fosse stato svogliato; e in altra parte, già richiedendolo l’ora, si discernevano alcuni prendere lietamente li mattutini cibi, da’ quali e noi e quale altro passava con allegra voce alle loro letizie eravamo convitati. Ma poi che noi medesimi avevamo, sì come gli altri, mangiato con grandissima festa, e dopo le levate mense più giri dati in liete danze al modo usato, risalite sopra le barche, subitamente or qua e ora colà n’andavamo. E in alcuna parte cosa carissima agli occhi de’ giovini n’appariva, ciò erano vaghissime  giovini  in  giubbe  di  zendado  spogliate,  e  scalze  e  isbracciate nell’acqua andanti, dalle dure pietre levanti le marine conche; e a cotale oficio bassandosi, sovente le nascose delizie dell’uberifero petto mostravano. E in alcuna altra con più ingegno, altri con reti, e quali con più nuovi artificii, alli nascosi pesci si vedeano pescare. Che giova il faticarsi in voler dire ogni particulare diletto che quivi si prende? Egli non verrebbero meno giammai. Pensi seco chi ha intelletto, quanti e quali essi debbano essere, non andandovi (e se vi pur va, non vi si vede) alcuno altro che giovine e lieto. Quivi gli animi aperti e liberi sono, e sono tante e tali le cagioni per le quali ciò avviene, che appena alcuna cosa
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
dunque quelli maggiore liberalità fece che quello donava, avvegna che meno saviamente facesse. Egli ancora fu nelle liberalità principale, per la cui l’altre seguirono: però, secondo il nostro parere, chi diè la donna, in cui il suo onore consisteva, più che gli altri fu liberale. 33 —  Io  —  disse  Menedon  —  consento  che  sia  come  voi  dite,  in quanto da voi è detto, ma a me pare che ciascuno degli altri fosse più liberale, e udite come. Egli è ben vero che ’l primo concedette la donna, ma in ciò egli non fece tanta liberalità quanto voi dite; però che se egli l’avesse voluta negare, giustamente egli non poteva, per lo giuramento fatto dalla donna, che osservare si convenia: e chi dona ciò che non può negare ben fa, in quanto se ne fa liberale, ma poco dà. E però, sì com’io dissi, ciascuno degli altri più fu cortese, però che, come io già dissi, Tarolfo avea già lungo tempo la donna disiderata e amata sopra tutte le cose, e per questa avere avea lungamente tribolato, e mettendosi per satisfazione della dimanda di lei a cercare cose quasi impossibili ad avere, le quali pure avute lei meritò di tenere per la promessa fede: la quale, sì come noi dicemmo, tenendo, non è dubbio che nelle sue mani l’onore del marito, e il rimetterle ciò che promesso gli avea, stava. La qual cosa egli fece: dunque dell’onore del marito, del saramento di lei, del suo lungo disio fu liberale. Gran cosa è l’avere una lunga sete sostenuta, e poi pervenire alla fontana e non bere per lasciare bere altrui. Il terzo ancora fu molto liberale, però che, pensando che la povertà sia una delle moleste cose del mondo a sostenere, con ciò sia cosa ch’ella sia cacciatrice d’allegrezza e di riposo, fugatrice d’onori, occupatrice di virtù, adducitrice d’amare sollecitudini, ciascuno naturalmente quella s’ingegna di fuggire con ardente disio. Il quale disio in molti per vivere splendidamente in riposo s’accende tanto, che essi a disonesti guadagni e a sconce imprese si mettono, forse non sappiendo o non potendo in altra maniera il lor disio adempiere: per la qual cosa tal volta meritano morire, o avere delle loro terre etterno essilio. Dunque, quanto deono elle piacere e essere care a chi in modo debito le guadagna e possiede! E chi dubiterà che Tebano fosse poverissimo se si riguarda ch’egli, abandonati i notturni riposi, per sostentare la sua vita, ne’ dubbiosi luoghi andava cogliendo l’erbe e scavando le radici? E che questa povertà occupasse la sua virtù ancora si 292 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
rocca di Fiesole, però che n’avea minacciati i Fiorentini, e avea grande volontà di riporre Fiesole per assediare meglio la città; e avrebbelo fatto, se’ signori Ubaldini l’avessono seguito, come aveano promesso. E ancora per paura di Castruccio i Fiorentini feciono afforzare la badia di Samminiato a Monte, e in ciascuno luogo misono gente e guernigione; e ancora per tema che gli sbanditi non facessono raunata né rubellazione dentro a la città o di fuori d’alcuno castello feciono ordine e dicreto che ciascuno potesse uscire di bando chente e per che misfatto si fosse, pagando al Comune certa piccola gabella, salvo quegli delle case escettati per Ghibellini o Bianchi rubelli. E feciono capitano di guerra messer Oddo da Perugia, ch’era venuto per lo suo Comune capitano, e messer Guasta da Radicofani a la guardia de la città. E così come gente ismarrita e sconfitta si sostentaro, intendendo solamente a la guardia della città, ogni onori abandonando. CCCXXI Come il conte Ugo da Battifolle ritolse certo contado a’ Fiorentini in Mugello. Nel detto anno, in calen di ottobre, essendo ancora i Fiorentini in tanto affanno  e  pericolo,  il  conte  Ugo  figliuolo  del  conte  Guido  da  Battifolle riprese per suoi cinque popoli e villate di sotto ad Ampinana in Mugello, i quali s’erano renduti più tempo addietro al Comune di Firenze, e succedeano al Comune di ragione per compera fatta quando s’ebbe Ampinana, secondo che si diceva. Onde il popolo di Firenze forte si tennero gravati dal conte Ugo, e maggiormente perch’era stato il padre e egli amico, e faccendo sì fatta novità veggendo i Fiorentini in tanta aversità: con tutto che il detto conte dicea ch’erano suoi per retaggio e di ragione, opponendo che la vendita che fece il conte Manfredi quando vendé Ampinana fu solamente per lasciare il castello di fatto a Fiorentini, e voleala commettere di ragione in giudice comune, ma per lo modo sconcio non s’acettò per gli Fiorentini. Ma ragione o non ragione ch’avesse il conte, fue condannato per l’esecutore degli ordinamenti de la giustizia, a l’uscita del mese di dicembre del detto m anno, in libbre XXX , a condizione se non avesse ristituiti i detti popoli ne lo stato primo infra X dì; la qual cosa perciò non fece, e rimase in bando e in contumace del Comune di Firenze, con tutto che fosse sostenuta sua parte in Firenze per suoi amici e parenti grandi e popolani. Ma poi a la venuta del duca in Firenze il conte Ugo il venne a servire in persona con XX cavalieri e CC pedoni per III mesi; per la qual cosa il duca il fece cancellare di bando, ma i più de’ Fiorentini ne furono crucciosi. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
menar la scopa col sagrestano. Quanto al fargli prendere domestichezza colle vere armi, egli aveva un ribrezzo istintivo pei coltelli da tavola e voleva ad ogni costo tagliar la carne col cucchiaio. Suo padre cercava vincere questa maledetta ripugnanza col farlo prendere sulle ginocchia da alcuno de’ suoi buli; ma il piccolo Orlando se ne sbigottiva tanto, che conveniva passarlo alle ginocchia della cuoca perché non crepasse di paura. La cuoca dopo la balia ebbe il suo secondo amore; onde non se ne chiariva per nulla la sua vocazione. Il Cancelliere d’allora sosteneva che i capitani mangiavano tanto, che il padroncino poteva ben diventare col tempo un famoso capitano. Ma il vecchio Conte non si acquietava a queste speranze; e sospirava, movendo gli occhi dal viso paffutello e smarrito del suo secondogenito ai mostaccioni irti ed arroganti dei vecchi ritratti di famiglia. Egli avea dedicato gli ultimi sforzi della sua facoltà generativa all’ambiziosa lusinga d’inscrivere nei fasti futuri della famiglia un grammaestro di Malta o un ammiraglio della Serenissima; non gli passava pel gozzo di averli sprecati per avere alla sua tavola la bocca spaventosa d’un capitano delle Cernide. Pertanto raddoppiava di zelo per risvegliare e attizzare gli spiriti bellicosi di Orlando; ma l’effetto non secondava l’idea. Orlando faceva altarini per ogni canto del castello, cantava messa, alta bassa e solenne, colle bimbe del sagrestano; e quando vedeva uno schioppo correva a rimpiattarsi sotto le credenze di cucina. Allora vollero tentare modi più persuasivi; si cominciò a proibirgli di bazzicare in sacristia, e di cantar vespri nel naso, come udiva fare ai coristi della parrocchia. Ma sua madre si scandolezzò di tali violenze; e cominciò dal canto suo a prender copertamente le difese del figlio. Orlando ci trovò il suo gusto a far la figura del piccolo martire: e siccome le chicche della madre lo ricompensavano dei paterni rabbuffi, la professione del prete gli parve piucchemai preferibile a quella del soldato. La cuoca e le serve di casa gli annasavano addosso un certo odore di santità; allora egli si diede ad ingrassare di contentezza e a torcer anche il collo per mantenere la divozione delle donne. E finalmente il signor padre colla sua ambizione marziale ebbe contraria l’opinione di tutta la famiglia. Perfino i buli che tenevano dalla parte della cuoca, quando il feudatario non li udiva, gridavano al sacrilegio di ostinarsi a stogliere un San Luigi dalla buona strada. Ma il feudatario era cocciuto, e soltanto dopo dodici anni d’inutile assedio, si piegò a levare il campo e a mettere nella cantera dei sogni svaniti i futuri allori d’Orlando. Costui fu chiamato una bella mattina con imponente solennità dinanzi a suo padre; il quale per quanto ostentasse l’autorevole cipi- 12 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Ippolito Nievo    Le Confessioni di un italiano    Capitolo quinto la fede che il sacrifizio sarà contato a minor danno delle vittime sostenta i nostri pensieri nell’aria vitale. Ma Lucilio?... Oh Lucilio allora non pensava a ciò! I pensieri vengon dietro alle gioie, come la notte al tramonto, come il gelido verno all’autunno canoro e dorato. Egli amava da anni; da anni drizzava ogni suo consiglio, ogni sua arte, ogni sua parola a incalorire nel lontano futuro la beatitudine di quel momento; da anni camminava accorto paziente per vie tortuose e solitarie ma rischiarate qua e là da qualche barlume di speranza; camminava lento e instancabile verso quella cima fiorita, donde contemplava allora e teneva per sue tutte le gioie tutte le delizie tutte le ricchezze del mondo, come il monarca dell’universo. Era giunto a comporre una pietra filosofale; da una laboriosa miscela di sguardi di azioni di parole avea tratto l’oro purissimo della felicità e dell’amore. Alchimista vittorioso assaporava con tutti i sensi dell’anima le delizie del trionfo; artista entusiasta e passionato non finiva d’ammirare e godere l’opera propria in quel divino sorriso che spuntava come l’aurora d’un giorno più bello sul volto di Clara. Ad altri avrebbero tremato in cuore gratitudine, divozione, e paura; a lui la superbia ritemprò le fibre d’una gioia sfrenata e tirannica. Io forse e mille altri simili a me avremmo ringraziato colle lagrime agli occhi; egli ricompensò l’ubbidienza di Clara con un bacio di fuoco. «Sei mia! sei mia!» le disse alzando la destra di lei verso il cielo. E voleva significare: Ti merito, perché ti ho conquistata! Clara nulla rispose. Senza accorgersene e senza parlare avea amato in fino allora; e il momento in cui l’amore si fa conscio di sé non è quello per lui di diventar loquace. Solamente sentì per la prima volta di essere con tutta l’anima in potere d’un altro; e ciò non fece altro che cambiare il suo sorriso dal color della gioia in quello della speranza. A primo tratto avea goduto per sé; allora godeva per Lucilio, e questo contento fu più facile e caro a lei perché più pietoso e pudico. «Clara;» continuò Lucilio «l’ora si fa tarda e ci aspetteranno al castello!» La giovinetta si destò come da un sogno; si stropicciò gli occhi colla mano e li sentì bagnati di lagrime. «Volete che andiamo?» rispose ella con una voce soave e dimessa che non pareva la sua. Lucilio senza mover parola si ravviò per la strada; e la fanciulla gli veniva del paro docile e mansueta come l’agnella al fianco della
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Potete figurarvi che la nobildonna Frumier appena arrivata ebbe subito intorno una gran ressa di queste leziose. Come donna era dessa in vero d’età più che matura; come veneziana aveva dimenticato la fede di nascita, e nelle maniere nelle occhiate nell’acconciatura ostentava la perpetua gioventù che è il singolar privilegio delle sue concittadine. Di veneziane, come dissi, ne viveva a Portogruaro un buon numero; ma tutte appartenenti o al ceto mezzano o alla minuta nobiltà. Una gran dama, una gentildonna di gran levatura esercitata in tutti gli usi in tutti i raffinamenti della conversazione, mancava in fino allora. Perciò furono beate di possederne alla fine un esemplare; di poterlo contemplare, idoleggiare, e copiare a loro grado; di poter dire infine: «Guardate!  io  parlo,  io  rido,  io  vesto,  io  cammino  come  la  senatoressa Frumier.» Costei, furba come il diavolo, si prese grande spasso da tali disposizioni. Una sera chiacchierava più di una gazza; e il giorno dopo aveva il divertimento di veder quelle signore giocar tra loro a chi dicesse più parole in un minuto. Ogni crocchio si cambiava in un vero passeraio. Un’altra volta faceva la languida la patita: non parlava che a voce sommessa e a singulti; tosto le ciarliere diventavano mutole; e pigliavano il contegno d’altrettante puerpere. Un giorno ella scommise con un gentiluomo venuto da Venezia di far metter in capo alle principali di quelle dame penne di cappone. Infatti ella si mostrò in pubblico con questo bizzarro adornamento sul toupé, e il giorno stesso la podestaressa spiumò tutto un pollaio per ornarsi la testa a quel modo. Però fu essa tanto clemente verso i capponi della città da non insistere in quella moda; altrimenti in capo a tre giorni non ve ne sarebbe rimasto uno col  vestimento  che  mamma  natura  gli  diede.  La  conversazione  della gentildonna Frumier eclissò di colpo e attirò a sé tutte le altre. Queste non restarono che premesse o corollari di quella. Vi si preparavano i bei motti, le occhiatine ed i gesti per la gran comparsa; o vi si ripeteva quello che la sera prima avevano detto e fatto in casa Frumier. Aggiungiamo che in questa casa il caffè vi si sorseggiava assai migliore che nelle altre, e che di tanto in tanto qualche bottiglia di maraschino, e qualche torta delle monache di San Vito variavano i divertimenti della brigata. Anche il nobiluomo dal canto suo aveva trovato pane pe’ suoi denti. Senza mostrarsi in pratica diverso da’ suoi nonni, egli era intinto accademicamente della filosofia moderna: e sapeva citare all’uopo col suo largo accento veneziano qualche frase di Voltaire e di Diderot. Tra i curiali e nel clero della città non mancavano spiriti curiosi ed educati come il suo, che dividevano
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
sanculotti di Parigi. Questo era il frutto della nullaggine politica di tanti secoli: non si credeva più di essere al mondo che per guardare; spettatori e non attori. Gli attori si fanno pagare, e chi sta in poltrona è giusto che compensi quelli che si movono per lui... Il generale in capite Napoleone Buonaparte (così lo chiamavano allora) dimorava in casa Florio. Chiesi di abboccarmi con essolui affermando di aver a fare gravissime comunicazioni sopra cose avvenute nella provincia, e siccome egli mestava in fin d’allora nel torbido coi malcontenti veneziani, così mi venne concessa un’udienza. Questo perché non lo seppi che in appresso. Il Generale era nelle mani del suo cameriere che gli radeva la barba; allora non disdegnava di farsi vedere uomo, anzi ostentava una certa semplicità catoniana, cosicché al primo aspetto rimasi confortato d’assai. Era magro sparuto irrequieto; lunghi capelli stesi gli ingombravano la fronte, le tempie e la nuca fin giù oltre al collare del vestito. Somigliava appunto a quel bel ritratto che ce ne ha lasciato l’Appiani, e che si osserva alla villa Melzi a Bellagio: dono del Primo Console Presidente al Vicepresidente, superba lusinga del lupo all’agnello. Solamente a quel tempo era più sfilato ancora tantoché gli si avrebbero dati pochi anni di vita, ed anzi una tal sembianza di gracilità aggiungeva l’aureola del martire alla gloria del liberatore. Egli sacrificava la sua vita al bene dei popoli; chi non si sarebbe sacrificato per lui? «Cosa volete, cittadino?» mi diss’egli ricisamente, fregandosi le labbra col pizzo dello sciugatoio. «Cittadino generale» risposi con un inchino lievissimo per non offendere la sua repubblicana modestia «le cose di cui vengo a parlarvi sono della massima importanza e della maggior delicatezza.» «Parlate pure» egli soggiunse accennando il cameriere che continuava l’opera sua. «Mercier non ne sa d’italiano più che il mio cavallo.» «Allora» ripresi «mi spiegherò con tutta l’ingenuità d’un uomo che si affida alla giustizia di chi combatte appunto per la giustizia e per la libertà. Un orrendo delitto fu commesso tre giorni sono al castello di Fratta da alcuni bersaglieri francesi. Mentre il grosso della loro schiera saccheggiava arbitrariamente i pubblici granai e l’erario di Portogruaro, alcuni sbandati invasero una onorevole casa signorile, e svillaneggiarono e straziarono tanto una vecchia signora inferma più che centenaria rimasta sola in quella casa, che ella ne morì di disperazione e di crepacuore.»
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Il primo maggio colla mia toga e la mia perrucca io entrai nel Maggior Consiglio a braccetto del nobiluomo Agostino Frumier, secondogenito del Senatore. Il primo apparteneva al partito di Pesaro e sdegnava far comunella con noi. Quel giorno il consesso era scarso; appena giungeva al numero di 600 votanti senza il quale, per legge, nessuna deliberazione era valida. I vecchi erano pallidi non di dolore ma di paura, i giovani ostentavano un portamento altero e contento; ma molti sapevano dentro a sé di esser costretti a darsi la zappa sui piedi, e quell’allegria non era sincera. Si lesse il decreto che dava facoltà ai negoziatori di mutare a lor grado la Repubblica, e che prometteva a Bonaparte la liberazione di tutti gli arrestati politici dal primo ingresso delle armate francesi in Italia. In questa ultima clausola io conobbi l’influenza del dottor Lucilio, pensai ad Amilcare, e fui forse il solo che ne gioisse non indecorosamente. Del resto era un capo d’oca a non intendere la vigliaccheria di quella promessa, e a trovarla giusta per un sentimento affatto privato. Il decreto fu approvato con soli sette voti contrari; altri quattordici ne furono di non sinceri, cioè di quelli che né accoglievano né rigettavano la proposta ma ne negavano la presente opportunità. E appena esso fu noto in piazza, subito i favoreggiatori dei Francesi, che vi tulmultuavano, corsero con gran impeto alle carceri. Coi buoni uscirono i galeotti, coi fanatici i tristi, e la favola dei sedicimila congiurati ottenne maggior fede di prima. I patrizi credettero aver dato prova di sommo coraggio col non deliberare sulla consegna richiesta dell’Ammiraglio del Lido e dei tre Inquisitori. Ma ecco che il general Bonaparte torna da capo col dichiarare al Donà e al Giustinian che non li accoglierà come inviati del Maggior Consiglio se prima quei quattro magistrati non siano imprigionati e puniti. L’umilissimo Maggior Consiglio si inchinò un’altra volta, non più con cinquecento ma con settecento voti: e il Capitano del Porto e i tre Inquisitori furono carcerati quel giorno stesso per lo strano delitto di aver ubbidito meno infedelmente degli altri alle leggi della patria. Francesco Battaja, il traditore, fu tra gli Avogadori di Comune incaricato dell’esecuzione di quel sacrilego decreto. Ma questo non bastava né all’impazienza dei novatori né alla spaventata condiscendenza dei nobili. La solita Conferenza ammannì un altro decreto nel quale veniva ordinato al Condulmer di non resistere colla forza alle operazioni militari dei Francesi, ma soltanto di persuaderli a non entrare nella Serenissima Dominante, finché si avesse il tempo di allontanar gli Schiavoni a scanso di spiacevoli conseguenze... Vole-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
La maggior parte tremava di paura e d’impazienza; avevano fretta di sbrigarsi, di tornare a casa, di svestir quella toga, omai troppo pericolosa insegna d’un impero decaduto. Alcuni ostentavano sicurezza e gioia; erano i traditori; altri sfavillavano d’un vero contento, d’un orgoglio bello e generoso pel sacrifizio che cassandoli dal Libro d’Oro li rendeva liberi e cittadini. Fra questi io ed Agostino Frumier sedevamo stringendoci per mano. In un canto della sala venti patrizi al più stavano ravvolti nelle loro toghe rigidi e silenziosi. Alcuni vecchioni venerandi che non comparivano da più anni al Consiglio e vi venivano quella mattina ad onorare la patria del loro ultimo e impotente suffragio; qualche giovinetto fra loro, qualche uomo onesto che s’inspirava dai magnanimi sentimenti dell’avo del suocero del padre. Mi stupii non poco di vedere in mezzo a questi il senatore Frumier e il suo figlio primogenito Alfonso; giacché li sapeva devoti a San Marco, ma non tanto coraggiosamente, come mi fu veduto allora. Stavano uniti e quasi stretti a crocchio fra loro; guardavano i compagni non colla burbanza dello sprezzo né col livore dell’odio, ma colla fermezza e la mansuetudine del martirio. Benedetta la religione della patria e del giuramento! Là essa risplendeva d’un ultimo raggio senza speranza e tuttavia ripieno di fede e di maestà. Non erano gli aristocratici, non erano i tiranni; né gli inquisitori; erano i nipoti dei Zeno e dei Dandolo che ricordavano per l’ultima volta alle aule regali le glorie e le virtù degli avi. Li guardai allora stupito ed ostile; li ricordo ora meravigliato e commosso; almeno io posso ridere in faccia alle storie bugiarde, e non evocare dall’ultimo Maggior Consiglio di Venezia una maledizione all’umana natura. In tutta la sala era un sussurrio, un fremito indistinto; solo in quel canto oscuro e riposto regnavano la mestizia e il silenzio. Fuori il popolo tumultuava; le navi che tornavano dal disarmamento dell’estuario, alcuni ultimi drappelli di Schiavoni che s’imbarcavano, le guardie che contro ogni costume custodivano gli anditi del Palazzo Ducale, tutti presagi funesti. Oh è ben duro il sonno della morte, se non si svegliarono allora, se non uscirono dai loro sepolcri gli eroi, i dogi, i capitani dell’antica Repubblica!... Il Doge s’alzò in piedi pallido e tremante, dinanzi alla sovranità del Maggior Consiglio di cui egli era il rappresentante, e alla quale osava proporre una viltà senza esempio. Egli aveva letto le condizioni proposte dal Villetard per farsi incontro ai desiderii del Direttorio francese, e placar meglio i furori del general Bonaparte. Le approvava per ignoranza, le sosteneva per dappo-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
teneva ben aperti gli occhi in testa, e il signor Minato aveva raramente il coraggio di incontrarli coi suoi. L’Aglaura e Spiro scrivevano da  Venezia notizie piuttosto varie che buone. Avevano avuto un secondo bambino, ma la loro madre era morta, e ne vivevano inconsolabili; il commercio loro prosperava, ma la cosa pubblica  sembrava  in  balìa  più  dei  tristi  che  dei  buoni.  Il  Venchieredo  padre spadroneggiava senza pudore ostentando maniere linguaggio e alterigia forestiere. Spiro, che avea dovuto presentarglisi per implorar la liberazione d’un suo compatriota relegato a Cattaro coi repubblicani catturati in terraferma, avea dovuto convenire che i padroni stranieri valgono meglio dei fattori e castaldi nazionali. L’avvocato Ormenta era compagno al Venchieredo in quella trista  opera,  ma  s’infamava  meglio  per  occulte  ladrerie  che  per  aperte sopraffazioni. Operavano i consigli del padre Pendola; il quale ad onta della cacciata da Portogruaro e del discredito in cui era tenuto dalla Curia di Venezia avea saputo formarsi un certo partito nel clero meno educato; e da taluni era tenuto per un martire, da altri per un birbante. I vecchi Frumier erano morti ambidue a un mese di distanza l’un dell’altro; dei giovani, Alfonso avea rinunciato al matrimonio per ottenere una commenda dell’Ordine di Malta, e non si sapeva nemmeno ch’egli esistesse; ma si diceva ch’egli corteggiasse una certa dama Dolfin più vecchia di lui d’una quindicina d’anni, e stata già moglie d’un correggitore a Portogruaro. — Io me ne sovvenni, la ricordai alla Pisana, e ne risimo assieme. Agostino invece avea brigato un posto nel nuovo governo, perché altrimenti non sapeva come vivere, essendosi per la morte dei genitori perduto ogni loro patrimonio. Lo avevano fatto controllore di Dogana, ed egli n’era umiliato, il fervido repubblicano. Peraltro pensava di riguadagnar la partita con un buon matrimonio; e c’era qualche maneggio con quella donzella Contarini che mio padre avea voluto affibbiarmi col pretesto della dote e del futuro dogado. La Contessa di Fratta, come zia, batteva l’acciarino: ma più che l’affetto pel nipote la lusingava la speranza d’una ricca senseria, perché la sua passione pel gioco continuava sempre e il patrimonio della famiglia calava sempre trovandosi omai ridotto ad un centinaio di campi intorno al castello di Fratta, sui quali erano ipotecati i crediti delle figlie. La reverenda Clara dopo la morte della madre Redenta era diventata la grande testa del convento e volevano farla badessa. Perciò meno che mai si angustiava per quello che avveniva di brutto o di bello nel secolo. Il conte Rinaldo sgobbava
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
partì un’ultima volta per la Morea; la speranza di rigenerare la Grecia colla politica dei Fanarioti era svanita; egli si volgeva a speranze di guerra e di sangue coll’avidità del leone che si vede strappata la preda quando appunto credeva di addentarla. La morte lo colse a Scio, e Spiro me ne diede il tristo annunzio colle forti parole che gli ultimi desiderii di suo padre sarebbero stati lo spirito d’ogni sua impresa. Egli m’invitava sempre a trasferirmi colla famiglia a Venezia, ove diceva non mi sarebbe mancato né decoroso sostentamento né occasione di esser utile a me ed agli altri. Ma contento di quello che aveva, non arrischiava d’avventurar me e soprattutto i miei malcerti tentennamenti. Bruto leggendo qualche brano delle lettere di mio cognato si mordeva le labbra, e pestava rabbiosamente la sua gamba di legno. Io guardava l’Aquilina e il piccolo Donato che le pendeva alla mammella: non poteva distogliermi da quella pace. Successe la gran guerra dei moderni giganti. Napoleone entrò in Germania con cinquecentomila uomini, diede la posta a Dresda a imperatori e re più vassalli che alleati; e quando alcuni fra essi gli erano annunciati, diceva: « Aspettino.» Voleva chieder conto allo Czar della tiepida amicizia. Il mistico Alessandro chiamò all’armi la santa Russia, oppose alla guerra dell’ambizione la guerra del popolo; e quella miserabile cavalleria dei Cosacchi, come la chiamava Napoleone, fu il flagello e lo sgomento dell’invincibile esercito. Giunse a Mosca, vincitore sempre: ne fuggì vinto dal fuoco, dal gelo, dagli elementi insomma, ma non dagli uomini. Quarantamila italiani insanguinarono delle proprie vene le nevi della Russia per assicurare la ritirata agli avanzi dispersi della grande armata. Ma il bollettino che annunziava l’immenso disastro conchiudeva: «La salute di Sua Maestà non fu mai migliore» Conforto bastevole alle vedove, agli orfani, alle madri orbate della prole! Egli è a Parigi a levar nuovi eserciti a rincalorire la devozione colla presenza, e il coraggio con nuove bugie. Ma la Francia non gli crede, la Germania insorge, gli alleati tradiscono. Egli ricade a Lipsia; abdica all’Impero di Francia al Regno d’Italia e si ritira all’isola d’Elba. Allora si vide cosa fosse il Regno d’Italia senza Napoleone, e a che i popoli sieno menati da istituzioni anche maschie senza libertà. Fu uno sgomento una confusione universale: un risollevarsi un combattersi di speranze diverse mostruose, tutte vane. A Milano si trucida un ministro, si abbattono le insegne dell’antico potere, si gavazza nella presente licenza non pensando al futuro. E il futuro fu come lo volevano gli altri; in onta alle rispettose e
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
«Morta!» sclamò il Partistagno. «Non lo avrei mai creduto; le donne non muoiono così facilmente.» «Infatti  la  Pisana  vi  ha  durato  una  grandissima  fatica  »  continuò Raimondo. «Figuratevi che ha fatto la serva per due anni al suo amante; ve ne ricordate?... A quel Carlino Altoviti!...» «Sì, sì, me ne ricordo!... Quello che girava lo spiedo a Fratta e che poi è stato segretario della Municipalità.» «Per l’appunto. Or dunque la Pisana sembra che alla sua maniera gli volesse un gran bene a quel Carlino. Del novantanove furono insieme a Napoli e a Genova, sempre col consenso di quell’ottimo Navagero che l’avea sposata: in seguito vissero fra loro come marito e moglie a varie riprese finché, non si sa come, essa incastrò nei fianchi all’amante una ragazza di campagna e gliela fece sposare. Sapete che fu una bella scena! Ognuno volle farvi sopra i suoi commenti, ma non si venne in chiaro di nulla! Voi, caro generale, che avete una sì fervida immaginazione, dovreste sciogliere il problema. Via, udiamo: cosa ne direste?...» «Eh!... secondo!... distinguo!... scommetto che ella era stufa di lui, e che per liberarsene per sempre gli ha cacciato alle coste una moglie!...» «Bravo generale! Ma cosa rispondereste se io vi dicessi ch’ella tornò allora a Venezia, e che si diede corpo ed anima a curar le piaghe di suo marito e a biascicar paternostri e deprofundis colla vostra badessa?...» «Cosa direi... Giurabbacco!... Direi ch’ella voleva far pace con Domeneddio, e che per questo appunto si è liberata dell’amante.» «Benone! Voi avete una fantasia feconda, caro generale, e un ingegno che accomoda tutto. Aveva un gran naso chi vi ha fatto generale!... Ma cosa direste se vi si raccontasse che nell’ultima rivoluzione di Napoli il bel Carlino, benché avesse i suoi quarantacinqu’anni sonati, spiccò il volo un’altra volta, e si lasciò mettere in gattabuia, e che andava a rischio di perdervi la testa, se la Pisana non piantava lì marito e genuflessorio per correre a intercedergli grazia, e a fargli tramutare la condanna in una relegazione?... Cosa direste se vi raccontassi che essendo rimasto cieco e al verde di quattrini l’amante, essa per due anni fu con lui in Inghilterra sostentandogli la vita colle peggiori fatiche?» «Eh  via!  Matta  matta!»  brontolò  col  suo  accento  oltramontano  il Partistagno. «O matto io a credervi, e voi a contare simili fole!» «Sono tanto vangelo!» ripigliò calorosamente Raimondo. « E già v’immaginerete qual era il mestiero da cui la Pisana ritraeva i suoi guadagni... Una Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
l’ordinario si fusse potuto opporsegli, sarebbe la sua autorità spenta con suo danno solo; avendosi a spegnere per lo straordinario, seguì con danno  non  solamente  suo,  ma  di  molti  altri  nobili  cittadini.  Potrebbesi ancora allegare, in sostentamento della soprascritta conclusione, l’accidente seguito pur in Firenze sopra Piero Soderini, il quale al tutto seguì per non essere in quella republica alcuno modo di accuse contro alla ambizione de’ potenti cittadini. Perché lo accusare uno potente a otto giudici in una republica, non basta: bisogna che i giudici siano assai, perché i pochi sempre fanno a modo de’ pochi. Tanto che, se tali modi vi fussono stati, o i cittadini lo arebbero accusato, vivendo lui male; e per tale mezzo, sanza far venire l’esercito spagnuolo, arebbono sfogato l’animo loro; o, non vivendo male, non arebbono avuto ardire operargli contro,  per  paura  di  non  essere  accusati  essi:  e  così  sarebbe  da  ogni parte cessato quello appetito che fu cagione di scandolo. Tanto che si può conchiudere questo, che, qualunque volta si vede che le forze estranee siano chiamate da una parte di uomini che vivono in una città, si può credere nasca da’ cattivi ordini di quella, per non essere, dentro a quel cerchio, ordine da potere, sanza modi istraordinari, sfogare i maligni  omori  che  nascono  negli  uomini:  a  che  si  provede  al  tutto  con ordinarvi le accuse agli assai giudici, e dare riputazione a quelle. I quali modi furono in Roma sì bene ordinati, che, in tante dissensioni della Plebe e del Senato, mai o il Senato o la Plebe o alcuno particulare cittadino disegnò valersi di forze esterne; perché, avendo il rimedio in casa, non erano necessitati andare per quello fuori. E benché gli esempli soprascritti siano assai sufficienti a provarlo, nondimeno ne voglio addurre un altro, recitato da Tito Livio nella sua istoria: il quale riferisce come, sendo stato in Chiusi, città in quelli tempi nobilissima in Toscana, da uno Lucumone violata una sorella  di  Arunte,  e  non  potendo  Arunte  vendicarsi  per  la  potenza  del violatore, se n’andò a trovare i Franciosi, che allora regnavano in quello luogo che oggi si chiama Lombardia; e quelli confortò a venire con armata mano a Chiusi, mostrando loro come con loro utile lo potevano vendicare della ingiuria ricevuta: che se Arunte avesse veduto potersi vendicare con i modi della città, non arebbe cerco le forze barbare. Ma come queste accuse sono utili in una republica, così sono inutili e dannose le calunnie, come nel capitolo seguente discorreremo.
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
109 e là dove battaglia è più mortale vattene ad investir nel lato manco. — Quegli si mosse, e fu lo scontro tale ond’egli urtò de gli nemici al fianco, che parve il popol d’Asia imbelle e frale, né poté sostener l’impeto franco, che gli ordini disperde, e co’ destrieri l’insegne insieme abbatte e i cavalieri. 110 Da l’impeto medesmo in fuga è vòlto il destro corno; e non v’è alcun che faccia fuor ch’Argante difesa, a freno sciolto così il timor precipiti li caccia. Egli sol ferma il passo e mostra il volto, né chi con mani cento e cento braccia cinquanta scudi insieme ed altrettante spade movesse, or più faria d’Argante. 111 Ei gli stocchi e le mazze, egli de l’aste e de’ corsieri l’impeto sostenta; e solo par che ’ncontra tutti baste, ed ora a questo ed ora a quel s’aventa. Peste ha le membra e rotte l’arme e guaste, e sudor versa e sangue, e par no ’l senta. Ma così l’urta il popol denso e ’l preme ch’al fin lo svolge e seco il porta insieme. 112 Volge il tergo a la forza ed al furore di quel diluvio che ’l rapisce e ’l tira; ma non già d’uom che fugga ha i passi e ’l core, s’a l’opre de la mano il cor si mira. Serbano ancora gli occhi il lor terrore e le minaccie de la solita ira; e cerca ritener con ogni prova la fuggitiva turba, e nulla giova.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
21 Duomila fummo, e non siam cento. Or quando tanto sangue egli mira e tante morti, non so se ’l cuor feroce al miserando spettacolo si turbi e si sconforti; ma già no ’l mostra, anzi la voce alzando: Seguiam ne grida que’ compagni forti ch’al Ciel lunge da i laghi averni e stigi n’han segnati co ’l sangue alti vestigi. 22 Disse, e lieto (credo io) de la vicina morte così nel cor come al sembiante, incontra alla barbarica ruina portonne il petto intrepido e costante. Tempra non sosterrebbe, ancor che fina fosse e d’acciaio no, ma di diamante, i feri colpi, onde egli il campo allaga, e fatto è il corpo suo solo una piaga. 23 La vita no, ma la virtù sostenta quel cadavero indomito e feroce. Ripercote percosso e non s’allenta, ma quanto offeso è più tanto più noce. Quando ecco furiando a lui s’aventa uom grande, c’ha sembiante e guardo atroce; e dopo lunga ed ostinata guerra, con l’aita di molti al fin l’atterra. 24 Cade il garzone invitto (ahi caso amaro!), né v’è fra noi chi vendicare il possa. Voi chiamo in testimonio, o del mio caro signor sangue ben sparso e nobil ossa, ch’allor non fui de la mia vita avaro, né schivai ferro né schivai percossa; e se piaciuto pur fosse là sopra ch’io vi morissi, il meritai con l’opra.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
53 Onde rivolto dice al buon Sigiero, che gli portava un altro scudo e l’arco: — Ora mi porgi, o fedel mio scudiero, cotesto men gravoso e grande incarco, ché tenterò di trapassar primiero su i dirupati sassi il dubbio varco; e tempo è ben che qualche nobil opra de la nostra virtute omai si scopra. — 54 Così mutato scudo a pena disse, quando a lui venne una saetta a volo, e ne la gamba il colse e la trafisse nel più nervoso, ove è più acuto il duolo. Che di tua man, Clorinda, il colpo uscisse, la fama il canta, e tuo l’onor n’è solo; se questo dì servaggio e morte schiva la tua gente pagana, a te s’ascriva. 55 Ma il fortissimo eroe, quasi non senta il mortifero duol de la ferita, dal cominciato corso il piè non lenta, e monta su i dirupi e gli altri invita. Pur s’avede egli poi che no ’l sostenta la gamba, offesa troppo ed impedita, e ch’inaspra agitando ivi l’ambascia, onde sforzato alfin l’assalto lascia. 56 E chiamando il buon Guelfo a sé con mano, a lui parlava: — Io me ne vo constretto: sostien persona tu di capitano e di mia lontananza empi il diffetto. Ma picciol’ora io vi starò lontano: vado e ritorno. — E si partia, ciò detto; ed ascendendo in un leggier cavallo, giunger non può che non sia visto al vallo.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
Del golfo intorno non sedea regina: Dove or miri le vele alte su l’onda Pendea negra una selva, ed esiliato N’era ogni Dio dai figli della terra Duellanti a predarsi: i vincitori D’umane carni s’imbandian convito. Videro il cocchio e misero un ruggito Palleggiando la clava. Al petto strinse Sotto il suo manto accolte le gementi Sue giovinette, e, O selva ti sommergi, Venere disse, e fu sommersa. Ah tali Fors’eran tutti i primi avi dell’uomo! Quindi in noi serpe miseri un natio Delirar di battaglie e se pietose Nol placano le Dee, cupo riarde Ostentando trofeo l’ossa fraterne; Ch’io non lo veggia almeno or che in Italia Fra le messi biancheggiano insepolte! Qui di Fare il golfo Cinto d’armoniosi antri a’ delfini Qui Sparta e le fluenti dell’Eurota Grate a’ cigni; e Messene offria securi Ne’ suoi boschetti alle tortore i nidi Qui d’Augia il pelaghetto inviolato Dal pescator mandava acque lustrali Alla sacra Brisea donde il propinquo Taigeto udiva strepitar l’arcano Tripudio e i riti onde il femmineo coro Placò Lieo; tornavano i garzoni Ghirlandati alle vergini in Amicle Terra di fiori; non l’Eloa maremma Li rattenne non Laa che fra tre monti [...] Dite candide Dee, ditemi dove La prima ara vi piacque, onde se invano Or la chieggio alla terra, almen l’antica
Le Grazie di Ugo Foscolo
240 Che diffusa da voi farà più miti De’ viventi i dolori. Ospizio amico Talor sienvi gli Elisi, e sorridete A’ vati che cogliean puri l’alloro Ed a’ prenci indulgenti, ed alle pie 245 Giovani madri che a straniero latte Non concedean gl’infanti, e alle donzelle Che occulto amor trasse innocenti al rogo, E a’ giovinetti per la patria estinti. Siate immortali. Disse e le mirava 250 E dagli sguardi diffond... Poi d’un suo bacio confortò le meste Vergini sue che la seguian con gli occhi E li velava il pianto, e lei dall’alto Vedean appena, e questa voce udiro: 255 Daranno a voi dolor novello i fati E gioja eterna. E sparve: e trasvolando Due primi cieli si cingea del puro Lume dell’astro suo. L’udì Armonia E giubilando l’etere commosse. 260 Chè quando Citerea torna a’ beati Cori, Armonia su per le vie stellate Move plauso alla Dea pel cui favore Temprò un dì l’universo. E non che ornar di canto, e chi può tutte 265 Ridir l’opre de’ Numi? Impaziente Il vagante inno mio fugge ove incontri Graziose le menti ad ascoltarlo Pur non so dirvi, o belle suore, addio, Sento piena di nuovi inni la mente. 270 Ma e dove or io vi seguirò, se il Fato Ah da gran giorni omai profughe in terra Alla Grecia vi tolse, e se l’Italia Che v’è patria seconda i doni vostri Misera ostenta e il vostro nume obblia? 275 Pur molti ingenui de’ suoi figli ancora 27 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Grazie di Ugo Foscolo
chire l’uno, spogliarono l’altro; divoratosi il povero Olivo fra le cabale del foro anche quel poco che gli rimanea. Moralizzava su questo giovine stravagante che ricusò i soccorsi di suo fratello, e invece di placarselo, lo inasprì sempre più. – Sì sì, lo interruppi, se suo fratello non ha potuto essere giusto, Olivo non doveva essere vile. Tristo colui che ritira il suo cuore dai consigli e dal compianto dell’amicizia, e sdegna i mutui sospiri della pietà, e rifiuta il pronto soccorso che la mano dell’amico gli porge. Ma le mille volte più tristo chi fida nell’amicizia del ricco; e presumendo virtù in chi non fu mai sventurato, accoglie quel beneficio che dovrà poscia scontare con altrettanta onestà. La felicità non si collega con la sventura che per comperare la gratitudine e tiranneggiare la virtù. L’uomo, animale oppressore, abusa dei capricci della fortuna per aggiudicarsi il diritto di soverchiare. A’ soli afflitti è bensì conceduto il potersi e soccorrere e consolare scambievolmente senz’insultarsi; ma colui che giunse a sedere alla mensa del ricco, tosto, benchè tardi, s’avvede Come sa di sale Lo pane altrui. E per questo, oh quanto è men doloroso l’andare accattando di porta in porta la vita, anzichè umiliarsi, o esecrare l’indiscreto benefattore che ostentando il suo beneficio, esige in ricompensa il tuo rossore e la tua libertà! Ma voi, mi rispose il marito, non mi avete lasciato finire. Se Olivo uscì dalla casa paterna, rinunziando tutti gl’interessi al primogenito, perchè poi volle pagare i debiti di suo padre? Che? non affrontò ei medesimo l’indigenza ipotecando per questa sciocca delicatezza anche la sua porzione della dote materna? – Perchè? – se l’erede defraudò i creditori co’ sotterfugj forensi, Olivo doveva mai comportare che le ossa di suo padre fossero maladette da coloro che nelle avversità lo aveano sovvenuto delle loro sostanze, e ch’ei fosse mostrato a dito per le strade come figliuolo di un fallito? Questa generosa onestà diffamò il primogenito che non era nato a imitarla, e che dopo d’avere tentato invano il fratello co’ beneficj, gli giurò poscia inimicizia mortale e veramente feudale e fraterna. Olivo intanto perdè l’ajuto di quelli che lo lodavano forse nel loro secreto, perchè restò soverchiato dagli scellerati, essendo più agevole approvar la virtù, che sostenerla a spada tratta e seguirla. Per questo l’uomo dabbene in mezzo a’ malvagi rovina sempre; e noi siam soliti ad associarci al più forte, a calpestare chi giace, e a giudicar dall’evento. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
casa T***. Seppe da un famigliare come da sei giorni erano tutti venuti da Padova,  e  che  a  momenti  sarebbero  tornati  dal  passeggio.  Era  quasi  sera,  e tornavasi a casa. Dopo non molti passi s’accorse di Teresa che veniva con l’Isabellina per mano; e dietro alle figliuole, il signore T*** con Odoardo. Jacopo fu preso da un tremito, e s’accostava perplesso. Teresa appena il conobbe, gridò: Eterno Iddio! e dando indietro mezzo tramortita si sostenne sul braccio del padre suo. Com’ei fu presso, e che venne ravvisato da tutti, ella non gli disse parola: appena il  signore  T***  gli  stese  la  mano;  e  Odoardo  lo  salutò  asciuttamente.  Sola l’Isabellina gli corse addosso, e mentre ei se la prendea su le braccia, essa baciavalo, e lo chiamava il suo Jacopo, e si voltava a Teresa additandolo; ed esso accompagnandosi a loro, parlava sottovoce con la ragazzina. Niuno aprì bocca: Odoardo soltanto gli chiese se andasse a Venezia. – Fra pochi giorni, rispose. Giunti alla porta, si accommiatò. Michele che a nessun patto accettò di riposarsi in Venezia per non lasciare solo il padrone, si tornò a’ colli un’ora incirca dopo mezzanotte, e lo trovò seduto allo scrittojo rivedendo le sue carte. Moltissime ne bruciò; parecchie di minor conto le lasciava cadere stracciate sotto al tavolino. Il ragazzo si coricò, lasciando l’ortolano perchè ci badasse; tanto più che Jacopo non aveva in tutto quel dì desinato. Infatti poco di poi gli fu recata parte del suo desinare, ed ei ne mangiò attendendo sempre alle carte. Non le esaminò tutte; ma passeggiò per la stanza, poi prese a leggere. L’ortolano che lo vedeva mi disse, che sul finir della notte aprì le finestre, e vi si fermò un pezzo: pare che subito dopo abbia scritto i due frammenti che sieguono: sono in diverse facciate, ma in un medesimo foglio. Or via: costanza. – Eccoti una bragera, scintillante d’infiammati carboni. Ponvi dentro la mano; brucia le vive tue carni: bada; non t’avvilire d’un gemito. – A che pro? – E a che pro deggio affettare un eroismo che non mi giova? “È notte; alta, perfetta notte. A che veglio immoto su questo libro? – Io non imparai se non la scienza di ostentare saviezza quando le passioni non tiranneggiano l’anima. I precetti sono come le medicine, inutili quando la infermità vince tutte le resistenze della Natura. Alcuni sapienti si vantano d’avere domate le passioni che non hanno mai combattuto: l’origine è questa della loro baldanza. – Amabile stella dell’alba! tu fiammeggi dall’oriente, e mandi a questi occhi il tuo raggio – ultimo! Chi l’avria detto sei mesi addietro quando tu comparivi prima degli altri pianeti a rallegrare la notte, e ad accogliere i nostri saluti?
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
in pochi ricchissimi, in moltissimi agiati, ed in pochi pezzenti.  Tuttavia, questa divisione non può quasi mai nascere, o almeno sussistere, se non in una repubblica; in vece che la divisione in alcuni ricchissimi, e in moltissimi  pezzenti,  dee  nascere,  e  tutto  dì  si  vede  sussistere,  nelle  tirannidi,  le quali di una tale disproporzione si corroborano. Il secondo mezzo di rettificare il lusso, e diminuirne la maligna influenza sul dritto vivere civile, sarà di non permetterlo nelle cose private, e d’incoraggirlo e onorarlo nelle pubbliche. Di questi due mezzi le poche repubbliche d’Europa si vanno pur prevalendo, ma debolmente ed invano; come quelle che sono corrottissime anch’esse dal fastoso e pestifero vivere delle vicine tirannidi. E questi altresì sono i due mezzi, che i nostri tiranni non adoprano e non debbono adoprar mai  contro  al  lusso;  come  quelli  che  in  esso  ritrovano  uno  dei  più  fidi satelliti della tirannide. Un popolo misero e molle, che si sostenta col tessere drappi d’oro e di seta, onde si cuoprano poi i pochi ricchi orgogliosi; di necessità un tal popolo viene a stimar maggiormente coloro, che più consumandone, gli dan più guadagno. Così, viceversa, il popolo romano che solea ritrarre il suo vitto dalle terre conquistate coll’armi, e fra lui distribuite poi dal senato, sommamente stimava quel console o quel tribuno, per le di cui vittorie più larghi campi gli venivano compartiti. Essendo dunque dal privato lusso sovvertite in tal modo le opinioni tutte del vero e del retto; un popolo, che onora e stima maggiormente coloro, che con maggiore ostentazione di lusso lo insultano, e che effettivamente lo spogliano, benchè in apparenza lo pascano; un tal popolo, potrà egli avere idea, desiderio, diritto, e mezzi, di riassumere libertà? E que’ grandi, (cioè chiamati tali) che i loro averi a gara profondono, e spesso gli altrui, per vana pompa assai più, che per vero godimento; quei grandi, o sia ricchi, a cui tante superfluità si son fatte insipide, ma necessarie; que’ ricchi in somma, che a mensa, a veglia, a’ festini, ed a letto, traggono fra gli orrori della sazietà la loro effemminata, tediosa, ed inutile vita; que’ ricchi, potrann’eglino, più che la vilissima feccia del popolo, innalzarsi a  conoscere,  a  pregiare,  desiderare,  e  volere  la  libertà?  Costoro  primi  ne piangerebbero; e assumere non saprebbero esistenza nessuna, se non avessero un intero ed unico tiranno, che perpetuando il dolce loro ozio, alla lor dappocaggine comandasse. Inevitabile dunque, e necessario è il lusso nelle tirannidi. E crescono in esse tutti i vizj in proporzione del lusso, che è il principe loro; del lusso, che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri