oppugnare

[op-pu-gnà-re]
In sintesi
confutare, contrastare, avversare; assalire
← dal lat. oppugnāre, comp. di ŏb ‘contro’ e pugnāre ‘combattere’.
1
raro, lett. Combattere contro qualcuno o qualcosa; assalire, attaccare: bramava di o. le mura di Gerico (Fra Giordano); o. la rocca, la fortezza || Assediare
2
fig. Contrastare con argomenti: o. un assunto, una dottrina, un'opinione SIN. confutare, contestare

Citazioni
Che peccato che l’artiglierie non fussero al tempo di Aristotile! Avrebbe ben egli con esse espugnata l’ignoranza, e parlato senza punto titubare delle cose del mondo. Ho avuto molto caro che queste ragioni vi sien giunte nuove, acciò che voi non restiate nell’opinione della maggior parte de i Peripatetici, che credono che se alcuno si parte dalla dottrina d’Aristotile, ciò avvenga da non avere intese né penetrate ben le sue dimostrazioni. Ma voi sentirete sicuramente dell’altre  novità,  e  sentirete  da  questi  seguaci  del  nuovo  sistema  produr contro a se stessi osservazioni, esperienze e ragioni di forza assai maggiore che le prodotte da Aristotile e Tolomeo o da altri oppugnatori delle medesime conclusioni, e così verrete a certificarvi che non per ignoranza o inesperienza si sono indotti a seguir tale opinione. Egli è forza che con questa occasione io vi racconti alcuni accidenti occorsimi da poi in qua ch’io cominciai a sentir parlare di questa opinione. Essendo assai giovanetto, che appena avevo finito il corso della filosofia, tralasciato poi  per  essermi  applicato  ad  altre  occupazioni,  occorse  che  certo oltramontano di Rostochio, e credo che ‘l suo nome fosse Cristiano Vurstisio, seguace  dell’opinione  del  Copernico,  capitò  in  queste  bande,  ed  in  una Accademia fece dua o ver tre lezzioni in questa materia, con concorso di uditori, e credo più per la novità del suggetto che per altro: io però non v’intervenni, avendo fatta una fissa impressione che tale opinione non potesse essere altro che una solenne pazzia. Interrogati poi alcuni che vi erano stati, sentii tutti burlarsene, eccettuatone uno che mi disse che ‘l negozio non era ridicolo del tutto; e perché questo era reputato da me per uomo intelligente assai e molto circospetto, pentitomi di non vi essere andato, cominciai da quel tempo in qua, secondo che m’incontravo in alcuno che tenesse  l’opinione  Copernicana,  a  domandarlo  se  egli  era  stato  sempre dell’istesso parere; né per molti ch’io n’abbia interrogati, ho trovato pur un solo che non m’abbia detto d’essere stato lungo tempo dell’opinion contraria, ma esser passato in questa mosso dalla forza delle ragioni che la persuadono: esaminatigli poi ad uno ad uno, per veder quanto bene e’ possedesser le ragioni dell’altra parte, gli ho trovati tutti averle prontissime, tal che non ho potuto veramente dire che per ignoranza o per vanità o per far, come si dice,  il  bello  spirito  si  sieno  gettati  in  questa  opinione.  All’incontro,  di quanti io abbia interrogati de i Peripatetici e Tolemaici (che per curiosità ne ho interrogati molti), quale studio abbiano fatto nel libro del Copernico, ho trovatopochissimi che appena l’abbiano veduto, ma di quelli ch’io creda che l’abbiano inteso, nessuno: e de i seguaci pur della dottrina peripatetica ho cercato d’intendere se mai alcuno di loro ha tenuto l’altra opinione, e
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Sicilia; Coriolano, inimico alla fazione popolare, consigliò come egli era venuto il tempo da potere gastigare la Plebe, e torle quella autorità che ella si aveva in pregiudicio della Nobilità presa; tenendola affamata, e non gli distribuendo il frumento: la quale sentenzia sendo venuta agli orecchi del Popolo, venne in tanta indegnazione contro a Coriolano, che allo uscire del Senato lo arebbero tumultuariamente morto, se gli Tribuni non lo avessero citato a comparire, a difendere la causa sua. Sopra il quale accidente, si nota quello che di sopra si è detto, quanto sia utile e necessario che le republiche con  le  leggi  loro,  diano  onde  sfogarsi  all’ira  che  concepe  la  universalità contro a uno cittadino: perché quando questi modi ordinari non vi siano, si ricorre agli straordinari; e sanza dubbio questi fanno molto peggiori effetti che non fanno quelli. Perché,  se  ordinariamente  uno  cittadino  è  oppresso,  ancora  che  li fusse fatto torto, ne séguita o poco o nessuno disordine in la republica; perché la esecuzione si fa sanza forze private, e sanza forze forestieri, che sono quelle che rovinano il vivere libero; ma si fa con forze ed ordini pubblici, che hanno i termini loro particulari, né trascendono a cosa che rovini la republica. E quanto a corroborare questa opinione con gli esempli, voglio che degli antiqui mi basti questo di Coriolano; sopra il quale ciascuno consideri,  quanto  male  saria  risultato  alla  republica  romana,  se tumultuariamente ei fusse stato morto: perché ne nasceva offesa da privati a privati, la quale offesa genera paura; la paura cerca difesa; per la difesa si procacciano partigiani; da’ partigiani nascono le parti nelle cittadi, dalle parti  la  rovina  di  quelle.  Ma  sendosi  governata  la  cosa  mediante  chi  ne aveva autorità si vennero a tor via tutti quelli mali che ne potevano nascere governandola con autorità privata. Noi avemo visto ne’ nostri tempi quale novità ha fatto alla republica di Firenze non potere la moltitudine sfogare l’animo suo ordinariamente contro a un suo cittadino, come accadde ne’ tempi che Francesco Valori era come principe della città; il quale sendo giudicato ambizioso da molti, e uomo che volesse con la sua audacia e animosità transcendere il vivere civile; e non essendo nella republica via a potergli resistere se non con una setta contraria alla sua; ne nacque che, non avendo paura quello se non di modi straordinari, si cominciò a fare fautori che lo difendessono; dall’altra parte, quelli che lo oppugnavano non avendo via ordinaria a reprimerlo, pensarono alle vie straordinarie: intanto che si venne alle armi. E dove, quando per
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
luogo che, quando i cittadini si avveggono dello errore loro, hanno pochi rimedi ad ovviarvi e volendo quegli tanti ch’egli hanno, operarli, non fanno altro che accelerare la potenza sua. Di questo se ne potrebbe addurre assai esempli, ma io ne voglio solamente dare uno della città nostra. Cosimo de’ Medici, dal quale la casa de’ Medici in la  nostra  città  ebbe  il  principio  della  sua grandezza,  venne  in tanta riputazione col favore che gli dette la sua prudenza e la ignoranza degli altri cittadini, che ei cominciò a fare paura allo stato, in modo che gli altri cittadini giudicavano l’offenderlo pericoloso ed il lasciarlo stare così, pericolosissimo. Ma  vivendo  in  quei  tempi  Niccolò  da  Uzzano,  il  quale nelle cose civili era  tenuto uomo espertissimo, ed avendo fatto il primo errore di non conoscere i pericoli che dalla riputazione di Cosimo potevano nascere; mentre che visse, non permesse mai che si facesse il secondo, cioè che si tentasse di volerlo spegnere; giudicando tale tentazione essere al tutto la rovina dello stato loro; come si vide in fatto, che fu, dopo la sua morte: perché, non osservando quegli cittadini che rimasono, questo suo consiglio, si feciono forti contro a Cosimo, e lo cacciorono da Firenze. Donde ne nacque che la sua parte, per questa ingiuria risentitasi, poco di poi lo richiamò, e lo fece principe della republica: a il quale grado sanza quella manifesta opposizione non sarebbe mai potuto salire. Questo medesimo intervenne a Roma con Cesare, che, favorita da Pompeio e dagli altri quella sua virtù, si convertì poco dipoi quel favore in paura:  di  che  fa  testimone  Cicerone,  dicendo  che  Pompeio  aveva  tardi cominciato a temere Cesare. La quale paura fece che pensarono ai rimedi; e gli rimedi che fecero, accelerarono la rovina della loro Republica. Dico, adunque, che poi che gli è difficile conoscere questi mali quando ei surgano, causata questa difficultà da uno inganno che ti fanno le cose in principio, è più savio partito il temporeggiarle poi che le si conoscono, che l’oppugnarle: perché, temporeggiandole, o per loro medesime si spengono, o almeno il male si differisce in più lungo tempo. E in tutte le cose debbono aprire gli occhi i principi che disegnano cancellarle o alle forze ed impeto loro opporsi; di non dare loro, in cambio di detrimento, augumento; e, credendo sospingere una cosa, tirarsela dietro, ovvero suffocare una pianta a annaffiarla. Ma si debbano considerare bene le forze del malore, e quando ti vedi sufficiente a sanare quello, metterviti sanza rispetto; altrimenti lasciarlo stare, né in alcun modo tentarlo. Perché interverrebbe, come di so-
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
favore di sustanze e di uomini; acciocché, posto in mezzo di loro, mediante quegli mantenga la sua potenza; ed essi, mediante quello, la loro ambizione; e gli altri siano constretti a sopportare quel giogo che la forza, e non altro mai, può fare sopportare loro. Ed essendo per questa via proporzione da chi sforza a chi è sforzato, stanno fermi gli uomini ciascuno negli ordini loro. E perché il fare d’una provincia atta a essere regno una republica, e d’una atta a essere republica farne uno regno, è materia da uno uomo che per cervello e per autorità sia raro: sono stati molti che lo hanno voluto fare e  pochi  che  lo  abbino  saputo  condurre.  Perché  la  grandezza  della  cosa, parte sbigottisce gli uomini, parte in modo gl’impedisce, che ne’ principii primi mancano. Credo che a questa mia opinione, che dove sono gentiluomini non si possa  ordinare  republica,  parrà  contraria  la  esperienza  della  Republica viniziana, nella quale non possono avere alcuno grado se non coloro che sono gentiluomini. A che si risponde, come questo esemplo non ci fa alcuna oppugnazione, perché i gentiluomini in quella Republica sono più in nome che in fatto; perché loro non hanno grandi entrate di possessioni, sendo le loro ricchezze grandi fondate in sulla mercanzia e cose mobili, e di più, nessuno di loro tiene castella, o ha alcuna iurisdizione sopra gli uomini: ma quel nome di gentiluomo in loro è nome di degnità e di riputazione, sanza essere fondato sopra alcuna di quelle cose che fa che nell’altre città si chiamano i gentiluomini. E come le altre republiche hanno tutte le loro divisioni sotto vari nomi, così Vinegia si divide in gentiluomini e popolari: e vogliono che quegli abbino, ovvero possino avere, tutti gli onori; quelli altri ne siano al tutto esclusi. Il che non fa disordine in quella terra, per le ragioni altra volta dette. Constituisca, adunque, una republica colui dove è, o è fatta, una grande equalità; ed all’incontro ordini un principato dove è grande inequalità: altrimenti farà cosa sanza proporzione e poco durabile. LVI Innanzi che seguino i grandi accidenti in una città o in una provincia, vengono segni che gli pronosticono, o uomini che gli predicano. Donde ei si nasca io non so, ma ei si vede per gli antichi e per gli moderni esempli, che mai non venne alcuno grave accidente in una città o in  una  provincia,  che  non  sia  stato,  o  da  indovini  o  da  rivelazioni  o  da
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
61 presagio ahi troppo vero! — E qui le ciglia turbate inchina, e poi l’inalza e chiede: — Dimmi chi sia colui c’ha pur vermiglia la sopravesta, e seco a par si vede. Oh quanto di sembianti a lui somiglia! se ben alquanto di statura cede. — È Baldovin, — risponde — e ben si scopre nel volto a lui fratel, ma più ne l’opre. 62 Or rimira colui che, quasi in modo d’uom che consigli, sta da l’altro fianco: quegli è Raimondo, il qual tanto ti lodo d’accorgimento, uom già canuto e bianco. Non è chi tesser me’ bellico frodo di lui sapesse, o sia latino o franco; ma quell’altro più in là, ch’orato ha l’elmo, del re britanno è il buon figliuol Guglielmo. 63 V’è Guelfo seco, e gli è d’opre leggiadre emulo, e d’alto sangue e d’alto stato: ben il conosco a le sue spalle quadre, ed a quel petto colmo e rilevato. Ma ’l gran nemico mio fra queste squadre già riveder non posso, e pur vi guato; io dico Boemondo il micidiale, distruggitor del sangue mio reale. — 64 Così parlavan questi; e ’l capitano, poi ch’intorno ha mirato, a i suoi discende; e perché crede che la terra in vano s’oppugneria dov’il più erto ascende, contra la porta Aquilonar, nel piano che con lei si congiunge, alza le tende; e quinci procedendo infra la torre che chiamano Angolar gli altri fa porre.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
77 Questo finto dolor da molti elice lagrime vere, e i cor più duri spetra. Ciascun con lei s’affligge, e fra sé dice: Se mercé da Goffredo or non impetra, ben fu rabbiosa tigre a lui nutrice, e ’l produsse in aspr’alpe orrida pietra o l’onda che nel mar si frange e spuma: crudel, che tal beltà turba e consuma. 78 Ma il giovenetto Eustazio, in cui la face di pietade e d’amore è più fervente, mentre bisbiglia ciascun altro, e tace, si tragge avanti e parla audacemente: — O germano e signor, troppo tenace del suo primo proposto è la tua mente, s’al consenso comun, che brama e prega, arrendevole alquanto or non si piega. 79 Non dico io già che i principi, ch’a cura si stanno qui de’ popoli soggetti, torcano il piè da l’oppugnate mura, e sian gli uffici lor da lor negletti; ma fra noi, che guerrier siam di ventura, senz’alcun proprio peso e meno astretti a le leggi de gli altri, elegger diece difensori del giusto a te ben lece; 80 ch’al servigio di Dio già non si toglie l’uom ch’innocente vergine difende, ed assai care al Ciel son quelle spoglie che d’ucciso tiranno altri gli appende. Quando dunque a l’impresa or non m’invoglie quell’util certo che da lei s’attende, mi ci move il dover, ch’a dar tenuto è l’ordin nostro a le donzelle aiuto.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
89 Ma il feroce pagan, che seco vòle più stretta zuffa, a lui s’aventa e serra. L’altro, ch’al peso di sì vasta mole teme d’andar co ’l suo destriero a terra, qui cede, ed indi assale, e par che vóle, intorniando con girevol guerra, e i lievi imperii il rapido cavallo segue del freno, e non pone orma in fallo. 90 Qual capitan ch’oppugni eccelsa torre infra paludi posta o in alto monte, mille aditi ritenta, e tutte scorre l’arti e le vie, cotal s’aggira il conte; e poi che non può scaglia d’arme tòrre ch’armano il petto e la superba fronte, fère i men forti arnesi, ed a la spada cerca tra ferro e ferro aprir la strada. 91 Ed in due parti o in tre forate e fatte l’arme nemiche ha già tepide e rosse, ed egli ancor le sue conserva intatte, né di cimier, né d’un sol fregio scosse. Argante indarno arrabbia, a vòto batte e spande senza pro l’ire e le posse; non si stanca però, ma raddoppiando va tagli e punte e si rinforza errando. 92 Al fin tra mille colpi il saracino cala un fendente, e ’l conte è così presso che forse il velocissimo Aquilino non sottraggeasi e rimaneane oppresso; ma l’aiuto invisibile vicino non mancò lui di quel superno messo, che stese il braccio e tolse il ferro crudo sovra il diamante del celeste scudo.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Torquato Tasso    La Gerusalemme liberata   Canto decimo 21 Tu questa destra invitta, a cui fia poco scoter le forze del francese impero, non che munir, non che guardar il loco che strettamente oppugna il popol fero, contra l’arme apparecchia e contra ’l foco: osa, soffri, confida; io bene spero. Ma pur dirò, perché piacer ti debbia, ciò che oscuro vegg’io quasi per nebbia. 22 Veggio o parmi vedere, anzi che lustri molti rivolga il gran pianeta eterno, uom che l’Asia ornerà co’ fatti illustri, e del fecondo Egitto avrà il governo. Taccio i pregi de l’ozio e l’arti industri, mille virtù che non ben tutte io scerno; basti sol questo a te, che da lui scosse non pur saranno le cristiane posse, 23 ma insin dal fondo suo l’imperio ingiusto svelto sarà ne l’ultime contese, e le afflitte reliquie entro uno angusto giro sospinte e sol dal mar difese. Questi fia del tuo sangue. — E qui il vetusto mago si tacque, e quegli a dir riprese: — O lui felice, eletto a tanta lode! — e parte ne l’invidia e parte gode. 24 Soggiunse poi: — Girisi pur Fortuna o buona o rea, come è là su prescritto, ché non ha sovra me ragione alcuna e non mi vedrà mai se non invitto. Prima dal corso distornar la luna e le stelle potrà, che dal diritto torcere un sol mio passo. — E in questo dire sfavillò tutto di focoso ardire.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso