omelia

[o-me-lì-a]
In sintesi
predica tenuta durante la messa
← dal lat. tardo homilĭa(m), che è dal gr. homilía ‘conversazione, adunanza’, deriv. di hómilos ‘moltitudine di persone’.
1
RELIG Discorso sacro, semplice e piano, fatto ai fedeli da un prelato o da un semplice prete durante la messa o altra funzione religiosa, come esposizione e commento dei Vangeli: un'o. del vescovo; il sacerdote, durante la messa, fece un'o. sul Vangelo del giorno
2
estens. Scritto o discorso di argomento morale o politico, a carattere di ammonizione o di esortazione, rivolto a una persona o indirizzato a una collettività || scherz. Discorso moraleggiante lungo e noioso, predica: tutti i giorni le stesse omelie

Citazioni
pascere di vana speranza; fammi ritornare alla prigione e quivi quanto ti piace mi fa affliggere, ché tanto quanto io amerò la Spina, tanto sempre per amor di lei amerò te, che che tu mi facci, e avrotti in reverenza.” Currado, avendo costui udito, si maravigliò e di grande animo il tenne e il suo amore fervente reputò e più ne l’ebbe caro; e per ciò, levatosi in piè, l’abbracciò e basciò, e senza dar più indugio alla cosa comandò che quivi chetamente fosse menata la Spina. Ella era nella prigione magra e pallida divenuta e debole, e quasi un’altra femina che esser non soleva parea, e così Giannotto  un  altro  uomo:  i  quali  nella  presenzia  di  Currado  di  pari consentimento contrassero le sponsalizie secondo la nostra usanza. E poi che più giorni, senza sentirsi da alcuna persona di ciò che fatto era alcuna cosa, gli ebbe di tutto ciò che bisognò loro e di piacere era fatti adagiare, parendogli tempo di farne le loro madri liete, chiamate la sua donna e la Cavriuola, così verso lor disse: “Che direste voi, madonna, se io vi facessi il vostro figliuolo maggior riavere, essendo egli marito d’una delle mie figliuole?” A cui la Cavriuola rispose: “Io non vi potrei di ciò altro dire se non che, se io vi potessi più esser tenuta che io non sono, tanto più vi sarei quanto voi più cara cosa, che non sono io medesima a me, mi rendereste; e rendendomela in quella guisa che voi dite, alquanto in me la mia perduta speranza rivocareste”; e lagrimando si tacque. Allora disse Currado alla sua donna: “E a te che ne parebbe, donna, se io così fatto genero ti donassi?” A cui la donna rispose: “Non che un di loro che gentili uomini sono, ma un ribaldo, quando a voi piacesse, mi piacerebbe.” Allora disse Currado: “Io spero infra pochi dì farvi di ciò liete femine.” E veggendo già nella prima forma i due giovani ritornati, onorevolemente vestitigli, domandò Giuffredi: “Che ti sarebbe caro sopra l’allegrezza la qual tu hai, se tu qui la tua madre vedessi?” A cui Giuffredi rispose: “Egli non mi si lascia credere che i dolori de’ suoi sventurati accidenti l’abbian tanto lasciata viva; ma, se pur fosse, sommamente mi saria caro, sì come colui che ancora, per lo suo consiglio, mi crederei gran parte del mio stato ricoverare in Cicilia.” Allora  Currado  l’una  e  l’altra  donna  quivi  fece  venire.  Elle  fecero ammendune maravigliosa festa alla nuova sposa, non poco maravigliandosi quale spirazione potesse essere stata che Currado avesse a tanta benignità re-
Decameron di Giovanni Boccaccio
Bernabò da Genova, da Ambruogiuolo ingannato, perde il suo e comanda che la moglie innocente sia uccisa; ella scampa e in abito d’uomo serve il soldano: ritrova lo ‘ngannatore e Bernabò conduce in Alessandria, dove, lo ‘ngannatore punito, ripreso abito feminile, col marito ricchi si tornano a Genova. Avendo Elissa con la sua compassionevole novella il suo dover fornito, Filomena reina, la quale bella e grande era della persona e nel viso più che altra piacevole e ridente, sopra sé recatasi, disse: – Servar si vogliono i patti a Dioneo, e però, non restandoci altri che egli e io a novellare, io dirò prima la mia e esso, che di grazia il chiese, l’ultimo fia che dirà. – E questo detto così cominciò: – Suolsi tra’ volgari spesse volte dire un cotal proverbio: che lo ‘ngannatore rimane a piè dello ‘ngannato; il quale non pare che per alcuna ragione si possa mostrare esser vero, se per gli accidenti che avvengono non si mostrasse. E per ciò, seguendo la proposta, questo insiememente, carissime donne, esser vero come si dice m’è venuto in talento di dimostrarvi; né vi dovrà esser discaro d’averlo udito, acciò che dagl’ingannatori guardar vi sappiate. Erano in Parigi in uno albergo alquanti grandissimi mercatanti italiani, qual per una bisogna e qual per un’altra, secondo la loro usanza; e avendo una sera fra l’altre tutti lietamente cenato, cominciarono di diverse cose a ragionare, e d’un ragionamento in altro travalicando pervennero a dire delle lor donne, le quali alle lor case avevan lasciate. E motteggiando cominciò alcuno a dire: “Io non so come la mia si fa: ma questo so io bene, che quando qui mi viene alle mani alcuna giovinetta, che mi piaccia, io lascio stare dall’un de’ lati l’amore il quale io porto a mia mogliere e prendo di questa qua quello piacere che io posso.” L’altro rispose: “E io fo il simigliante, per ciò che se io credo che la mia donna alcuna sua ventura procacci, ella il fa, e se io nol credo, sì ‘l fa; e per ciò a fare a far sia: quale asino dà in parete, tal riceve.” Il  terzo  quasi  in  questa  medesima  sentenza  parlando  pervenne:  e brievemente tutti pareva che a questo s’accordassero, che le donne lasciate da loro non volessero perder tempo. Un solamente, il quale avea nome Bernabò Lomellin da Genova disse il contrario, affermando sé di spezial grazia da Dio avere una donna per moglie la più compiuta di tutte quelle virtù che donna o ancora cavaliere in gran parte o donzello dee avere, che forse in Italia ne fosse un’altra: per ciò che ella Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  139 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Decameron di Giovanni Boccaccio
– Ho qui i ragazzi. Non posso lasciarli. – Quanti ne avete, santa pazienza! Ce ne vorrà, da mattina a sera, tanto tempo che fate quel mestiere! – Sì, un pezzo che ci conosciamo, di vista almeno. Quando lei stava in via del Carmine; il terrazzino col basilico. Si rammenta? – Si diventa vecchi, don Peppino! Ora abbiamo i capelli bianchi. Parlo per me, che ho già una figliuola da marito. – Giusto, avevo portato qui una cosuccia per donna Lucietta. Oggi è la sua festa, mi pare. – Cos’è, l’immagine di santa Lucia? No, una poesia! Lucia, Lucia, vien qui, guarda cosa t’ha portato il signor maestro. – Piccolezze, donna Lucietta, scuserà l’ardire. – Bello, bello, grazie tante. Guarda che bel foglio, mamma. Sembra un merletto. – Son cose leggiere. Proprio un ricamino in versi, come ci vogliono per una bella ragazza qual è lei. Piccolezze, sa! – Grazie, grazie. Ecco Bartolino. È mezz’ora che il signor maestro t’aspetta, male educato! – Guarda, mamma; ritagliando il bordo della carta tutto in giro se ne può cavare un bel portamazzi, se oggi mi vengono dei fiori. La scuola era un grande stanzone imbiancato a calce, chiuso in fondo da un tramezzo che arrivava a metà dell’altezza, e al di sopra lasciava un gran vano semicircolare e misterioso, il quale dava lume a un bugigattolo che vi era dietro. Accanto all’uscio vedevasi il tavolinetto del maestro, coperto da un  tappetino  ricamato  a  mano,  e  sopra  tanti  altri  lavori  fatti  di  ritagli: nettapenne, sottolume, e un mandarino di lana arancione, colle sue brave foglioline verdi, causa d’infinite distrazioni agli scolari. L’altro ornamento della scuola, sulla larga parete nuda dietro il tavolino, era una cornicetta di carta traforata, opera industre della stessa mano, che conteneva due piccole fotografie ingiallite, i ritratti del maestro e di sua sorella, somiglianti come due gocce d’acqua, malgrado i baffetti incerati dell’uno, e la pettinatura grottesca dell’altra: gli stessi pomelli scarni che sembravano sporgere fuori della cornice, la stessa linea sottile delle labbra smunte, gli stessi occhi appannati, quasi stanchi di guardare perennemente, dal fondo dell’orbita incavata, lo sbaraglio delle seggiole scompagnate per la scuola; e tutt’in giro la tristezza delle pareti bianche, macchiate in un canto dalla luce scialba della finestra polverosa che dava nel cortiletto. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vagabondaggio di Giovanni Verga
non insudiciarlo, e sedevano a far colazione in silenzio, l’uno di qua e l’altra di là del tavolino, tagliando ad una ad una delle fette di pane sottili, masticando adagio, e come soprapensieri. Soltanto, ogni volta che lei tossiva, il fratello rizzava il capo a fissarla in aria inquieta, e tornava a chinare gli occhi sul piatto. Alfine egli se ne andava colla mazzettina sotto l’ascella, il cappelluccio sull’orecchio, i baffetti incerati, tirando in su il colletto della camicia, infilandosi con precauzione i guanti neri che puzzavano d’inchiostro, seguìto passo passo dalla sorella che si ostinava a passargli straccamente la spazzola addosso, covandolo con uno sguardo quasi materno, accompagnandolo dall’uscio con un sorriso rassegnato da zitellona, che credeva tutte le donne innamorate di suo fratello. Anch’essa aveva avuto la sua primavera scolorita di ragazza senza dote e senza bellezza, quando rimodernava, ogni festa principale, lo stesso vestitino di lana e seta, e architettava pettinature fantastiche dinanzi allo specchietto incrinato. Oh, le rosee visioni che passarono su quella vesticciuola, mentre essa agucchiava le intere notti! e gli sconforti amari che la tormentarono dinanzi a quello specchio, al quale si affacciavano ogni volta inesorabilmente i pomelli ossuti  ed  il  naso  troppo  lungo!  In  mezzo al  crocchio  allegro  e civettuolo delle altre ragazze ella portava sempre come la visione dolorosa della sua figura grottesca, e se ne stava in disparte – per vergogna, dicevano le une, – per orgoglio, dicevano le altre. – Giacché passava anche lei per letterata. Nello squallore della loro miseria decente le lettere avevano messo un conforto, una lusinga, come un lusso delicato che li compensava della commiserazione mal dissimulata dei vicini. Essa teneva gelosamente custoditi, in belle copie tutte a svolazzi e maiuscole ornate, i versi del fratello; e quando egli si era lasciato vincere alfine dall’indifferenza generale, dalla stanchezza dell’umile e faticoso impiego che doveva fare delle lettere per guadagnarsi il pane, essa sola era rimasta una gran leggitrice di romanzi e di versi: avventure epiche di cappa e di spada, casi complicati e straordinari, amori eroici, delitti misteriosi, epistolari di quattrocento pagine tutte piene di una sola parola, nenie belate al chiaro di luna, dolori di anime in lutto prima di nascere, che piangevano delusioni future. Tutta la sua giovinezza squallida s’era consunta in quelle fantasie ardenti, che le popolavano le notti insonni di cavalieri piumati, di poeti tisici e biondi, di avvenimenti bizzarri e romanzeschi, in mezzo ai quali sognava di vivere anche mentre scopava la scuola o faceva
Vagabondaggio di Giovanni Verga
«Chi è?» diss’io con voce malferma pei singhiozzi che mi agitavano ancora il petto. L’uscio s’aperse allora e la Pisana, mezzo ignuda nella sua camicina, a piedi nudi, e tutta tremante di freddo, saltò d’improvviso sul mio letto. «Tu? cosa hai?... cosa fai?...» le dissi io non rinvenendo ancora dalla sorpresa. «Oh bella! ti vengo a trovare e ti bacio, perché ti voglio bene» mi rispose la fanciulletta. «Mi sono svegliata che la Faustina disfaceva il tuo letto, e siccome seppi che non volevano più lasciarti dormire nella nostra camera, e che ti avevano messo con Martino, son venuta quassù a vedere come stai, e a domandarti perché sei scappato oggi e non ti sei più fatto vedere.» «Oh cara la mia Pisana, cara la mia Pisana!» mi misi a gridare stringendomela di tutta forza sul cuore. «Non gridar tanto che ci sentano poi in cucina» rispose ella accarezzandomi sulla fronte. «Cos’hai qui?» la aggiunse sentendosi bagnata la mano e guardandola contro il chiaro del lume. «Sangue, sangue; sei tutto insanguinato!... Hai qui sulla fronte un’ammaccatura che ne getta fuori a zampilli!... Cos’hai fatto? sei forse caduto o hai dato in qualche spino?» «No, non fu nulla... è stato contro la merletta della porta» risposi io. «Bene, bene; comunque la sia, lascia far a me a guarirti» soggiunse la Pisana. E mi mise la bocca sulla ferita baciandomela e succiandomela, come facevano le buone sorelle d’una volta sul petto dei loro fratelli crociati; e io le veniva dicendo: «Basta, basta, Pisana: ora sto benissimo! non mi accorgo nemmeno più d’essermi fatto male! «No, esce ancora un poco di sangue» rispondeva ella, e mi teneva ancora la bocca sulla fronte, serrata con tal forza che non pareva una bambina di otto anni. Finalmente il sangue fu stagnato, e la vanerella insuperbiva di vedermi tanto beato come era di quelle sue carezze. «Sono venuta su allo scuro tastando le muraglie» la mi disse «ma dabasso sono a cena, e non avea paura che mi scoprissero. Ora poi che ti ho guarito, mi tocca scender ancora perché non mi trovino per le scale. «E se ti trovassero? «Oh bella! faccio le viste di sognare!
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
«E se poi ti succede di inciampare, o di perderti pei corritoi! «Io inciampare o perdermi?... Sei matto?... Non son mica nata ieri!... Addio, addio Carlino. Ringraziami perché sono stata buona di venirti a trovare. «Oh sì, ti ringrazio, ti ringrazio!» le dissi io, col cuore slargato dalla consolazione. «E lascia che io ringrazi te;» la soggiunse, inginocchiandomisi vicino e baciuzzandomi la mano «perché seguiti a volermi bene anche quando son cattiva. Ah sì! tu sei proprio il fanciullo più buono e più bello di quanti me ne vengono dintorno, e non capisco come non mi castighi mai di quelle malegrazie che ti faccio qualche volta. «Castigarti? perché mai, Pisana?» io le andava dicendo.» Levati su piuttosto, e lascia che ti faccia lume, che così al freddo puoi ammalarti! «Eh!» sclamò la piccoletta. «Sai pure che io non mi ammalo mai! Prima di andar via voglio proprio che tu mi castighi, e che mi strappi ben bene i capelli per le cattiverie che ho commesse contro di te. «E la mi prendeva le mani mettendomele sulla sua testolina. «Ohibò!» diceva io ritraendole «piuttosto ti bacerei! «Voglio che tu mi strappi i capelli!» soggiunse ella riprendendomi le mani. «Ed io invece non voglio!» risposi ancora. «Come non vuoi? ed io ti dico che vorrai!» la si mise a strillare. «Strappami i capelli, strappami i capelli, se no grido tanto che verranno qua sopra e mi farò pestare dalla mamma.» Io per acchetarla presi con due dita una ciocca delle sue treccie e me la attorcigliai intorno alla mano, giocarellando. «Tira dunque, via; tirami i capelli» ella soggiunse un po’ stizzita, ritraendo di furia la testa in modo che la mia mano dovette seguirla per non farle troppo male. «Ti dico che voglio esser castigata!» continuò pestando i suoi piedini e le ginocchia contro il pavimento che era di pietre tutte sconnesse. «Non far così, Pisana, che ti guasterai tutta.» «Or dunque strappami i capelli!» Io tirai pian piano quella ciocca che aveva fra le dita. «Più forte, più forte!» disse la pazzerella.» «Così dunque» diss’io facendo un po’ più di forza. «No così! più forte ancora» riprese ella con atto di rabbia. E mentre io
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
manifestazioni d’affetto m’era più facile di celare ad Augusta che fra di noi c’era l’ombra per il momento abbastanza potente di un’altra donna. Posso anche dire che perciò Augusta mi preferiva quando non ero tutto e con grande sincerità suo. Io stesso ero un po’ stupito della mia calma e l’attribuivo al fatto ch’ero riuscito di far accettare a Carla quella busta dai buoni propositi. Non che con quella credessi di averla saldata. Ma mi pareva che avevo cominciato a pagare un’indulgenza. Disgraziatamente per tutta la durata della mia relazione con Carla, il denaro restò la mia preoccupazione principale. Ad ogni occasione ne mettevo in disparte in un posto ben celato della mia biblioteca, per essere preparato a far fronte a qualunque esigenza dell’amante che tanto temevo. Così quel denaro, quando Carla m’abbandonò lasciandomelo, servì per pagare tutt’altra cosa. Dovevamo passare la sera in casa di mio suocero ad un pranzo cui non erano invitati che i membri della famiglia e che doveva sostituire il tradizionale banchetto, preludio alle nozze che dovevano aver luogo due giorni appresso. Guido voleva approfittare per sposarsi del miglioramento di Giovanni, ch’egli credeva non avrebbe durato. Andai con Augusta di buon’ora nel pomeriggio da mio suocero. Sulla via le ricordai ch’essa il giorno prima aveva sospettato ch’io soffrissi tuttavia per quelle nozze. Essa si vergognò del suo sospetto ed io parlai molto di quella mia innocenza. Se ero ritornato a casa non ricordando neppure che quella stessa sera v’era la solennità che doveva preparare quelle nozze! Quantunque non vi fossero altri invitati che noi di famiglia, i vecchi Malfenti volevano che il banchetto fosse preparato solennemente. Augusta era stata pregata di aiutare a preparare la sala e la tavola. Alberta non ne voleva sapere. Poco tempo prima essa aveva ottenuto un premio ad un concorso per una commedia in un atto e s’accingeva ora alacremente alla riforma del teatro nazionale. Così restammo intorno a quella tavola io ed Augusta coadiuvati da una cameriera e da Luciano un ragazzo dell’ufficio di Giovanni che dimostrava altrettanto talento per l’ordine in casa quanto per quello d’ufficio. Aiutai a trasportare sulla tavola dei fiori e a distribuirli in bell’ordine. – Vedi – dissi scherzando ad Augusta – che contribuisco anch’io alla loro felicità. Se mi domandassero di preparare per loro anche il letto nuziale, lo farei con lo stesso aspetto sereno! Più tardi andammo a trovare gli sposi ritornati allora da una visita uffi-
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
E così, accoccandola a ognuno che veniva, tenendo ora un bicchiere, ora una tazza e ora un piattello in mano, traendo e quando due e quando quattro e quando cinque giuli di questa borsa e di quella, le spese minute de la mia casa facevano di belle sdravizze. Ora a la grande. Ecco che io me la beo prima che la cominciate. Un officiale, un che d’uffici aveva presso a duemilia ducati di camera d’entrata, era innamorato di me sì bestialmente che ne purgava i suoi peccati. Costui spendeva a lune: e bisognava strologare, ti so dire, chi ne voleva cavare, quando egli non era in capriccio di darti. E quello che più importava, la bizzarria nacque il dì che egli venne al mondo; e per ogni paroluzza non ispiccata a suo modo entrava su le furie; e il cacciar mano al pugnale e accostartelo fino in sul viso col taglio era la minor paura che ti facesse: e perciò le cortigiane lo fuggivano, come i villani la piova. Io che ho dato la tema a rimpedulare, mi stava con lui a tutto pasto; e benché mi facesse dei suoi scherzi asinini, mi riparava saviamente, pensando sempre a fargliene una che scontasse il tutto. A la fine tanto pensai, che io la trovai: e che feci? Io mi fidai d’un dipintore: di maestro Andrea, io il dirò pure; e gliene diedi alcune fettucce, con patto che egli stesse a l’ordine: e nascoso sotto il mio letto, con i colori e coi pennelli mi scolpisse un fregio nel viso quando fosse il tempo. Mi apri’ anco con mastro Mercurio buona memoria: so che lo conoscesti. Conobbilo. E gli dissi che, mandando per lui la tal sera, venisse a me con stoppa e uova: ed egli, per servirmi, non uscì di casa il dì de la festa che io voleva fare. Ora eccoti che maestro Andrea è sotto il letto, e mastro Mercurio in casa, e io con l’ufficiale a tavola; e avendo quasi finito di cenare, io gli mentovai un camarier delReverendissimo, al qual non voleva che io favellasse per nulla, appunto per farlo uscire: né bisognò troppo levatura al levato, e dicendomi “Slandra,  sfondata,  bandiera”,  nel  volere  io  cacciargliene  in  gola  con  la mentita, mi diede in una gota una cotal piattonata col pugnale, che me la fe’ sentire. E io che ne la gaglioffa aveva non so che lacca oliata datami da maestro Andrea, me ne imbratto le mani e fregomele al viso: e con le più terribili strida che cacciasse mai donna di parto, gli feci credere al fermo che il colpo fosse giunto di taglio. Onde spaurito come uno che ammazza uno altro, datala a gambe, se ne fuggì al palazzo del cardinal Colonna; e serratosi ne la stanza d’un cortigiano suo amico, gridava pian piano: “Oimè, che io ho perduto la Nanna, Roma e gli uffici”. Intanto mi rinchiudo in camera con la mia fante vecchia solamente; e maestro Andrea, scovato del nido,  in  un  tratto  mi  dipinse  un  fregio  a  traverso  la  guancia  dritta,  che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo di Pietro Aretino
O Amore, tristo a chi tu ti cogli a urto. Veniamo in su le allegre. Un certo fiuta-cupidi, il quale non averebbe dato la man dritta a la bellezza del Parmigiano cameriere di papa Giulio; e perché un suo servidore gli disse che tutte le cortigiane e le gentildonne de la terra nel suo passare stavano per gittarsi de le finestre per amor suo, diede l’arra a quante coltrici e a quanti materazzi ci erano, con fantasia di farsegli portar drieto donde passava, acciò che le non si rompessero nel trarsegli a dosso. E con tutte rideva, con ciascuna faceva il morto, sempre smusicava, a ogni ora scriveva lettere amorose, tuttavia leggeva sonetti, e a otta a otta si spiccava da qualcuno e correva a favellare a le pollastriere; e come aveva chiavato tutte le donne con gli occhi, si finiva di chiarire drieto Banchi. A costui ne feci io una dolce dolce. Ti sono schiava in catena, perché mi parrebbe esser contessa se ne vedessi trarre un dì uno di cotali sciaguratinel cesso, e quanti ce ne sono. Egli veniva ogni mattina a la Pace, e ponendosi sempre nei luoghi più onorati, con tutte la voleva; e aresti detto, vedendolo civettare: “Costui pone la sella  a  ciascuna”.  Onde  io,  poi  che  l’ebbi  visto  ascoltare  quello  che favellavamo, dico a la mia compagna: “Il barbagianni ci spia, non ti guastare, e stupisci del mio dire”; e ciò detto, alzo un poco più la favella e dico: “Io sono ormai fradicia per i rompimenti di cervello che mi fa quel dal Piombo, il quale è sì gran dipintore: io gli ho mostro il dito, ed egli ha preso il dito e la mano”; “Come?”, mi risponde ella; “Io gli feci l’altro dì ritrarre una, non bella, anzi miracolosa fanciulla, e con una fatiga da cani; e pagommi, il vero si debbe confessare. Ora mi è a le spalle per ritrarla di nuovo, non gli bastando averla avuta più volte: egli l’ha ritratta per l’angelo, per la Madonna, per la Madalena, per santa Apollonia, per santa Orsola, per santa Lucia e per santa Caterina; e gli ametto la scusa, perché è bella, ti dico”. Il corrivo, che ci aveva spalancate le orecchie, partita che io fui dal chiacchiarare con l’amica mia, mi tien drieto: e s’io camino, camina, s’io vo adagio, va adagio, e s’io mi fermo, si ferma; tosse un pochetto, si rischiara; saluta altrui con boce che io la sento, e fa mille movimenti acciò che io mi accorga che egli è lui. Intanto io mi lascio cascare la corona, e passo via col fingere di non me ne essere avveduta: e il coglioncino spicca un saltetto e la ricoglie, e con “Madonna, o madonna” mi fa voltare; e porgendomela, dico: “Smemorata che io sono: gran mercé a vostra Signoria; s’io posso nulla, quella mi comandi”. E volendo movere il passo, ecco che mi tiene; e tiratami da canto, comincia a dirmi il desiderio che ha di farmi piacere, e che per esser giovane non gli par prosunzione il richiedere il mio mezzo per acquistarsi una manza: e che, bontà de le laude che mi ha sentito dare a colei più e più volte
Dialogo di Pietro Aretino
E chi non si arìa alzato i panni a sì bella canzona? Letta la novella, ripiego la carta e, prima che io me la ponga in seno, la bascio; e tratta la cosa dello invoglio, veggio che egli è uno ufficiuolo molto vago che lo amico mi manda, cioè lo ufficiuolo che io credea che mi mandasse: egli era coperto di velluto verde, che significava amore, con i suoi nastri  di  seta.  E  lo  piglio  sorridendo  e  di  fuora  lo  vagheggio,  tuttavia basciandolo e lodandolo per il più bello che avesse mai visto. E licenciato il messo con dirgli che in vece mia basciasse il suo maestro, rimasa sola apro il libricciuolo per leggere la magnificat: e apertolo, veggiolo pieno di dipinture che  si  trastullano  nella  foggia  che  fanno  le  savie  moniche;  e  scoppiai  in tanto riso nel vedere una che, spingendo le sue cose fuora di una cesta sanza fondo, per una fune si calava su la fava di uno sterminato baccello, che ci corse una sorella che più di alcuna altra si era domesticata meco; e dicendomi “Che significano coteste tua risa?”, sanza corda le dico il tutto; e mostratole il libretto, ce ne demmo insieme uno spasso che ci mise in tanta voglia di provare i modi dipinti, che ci fu forza a consigliarcene col manico di vetro: il quale acconciossi fra le cosce la mia compagnetta sì bene, che parea il cotale di uno uomo drizzato inverso la sua tentazione; onde io gittatami là come una di quelle di ponte Santa Maria, le pongo le gambe in su le spalle; ed ella ficcandomelo ora a buon modo e ora a tristo, mi fece far tosto quello che io avea a fare; e arrecatasi ella alla foggia che mi recai io, le fu renduto da me migliaccio per torta. Sai tu, Nanna, quello che interviene a me udendoti ragionare? No.
Ragionamento di Pietro Aretino
verso  la  scena  de’  beccamorti  nell’atto  quinto,  stesi  il  mio  dito  sopra  di YORICK, e ponendo sotto gli occhi del conte il volume, col dito tuttavia su quel nome – gli dissi: Me voici. –  Or  –  l’idea  del  cranio  del  povero  Yorick  fu  ella  cancellata  nella memoria del conte dall’attuale presenza del mio? o per quale incantesimo traversò egli d’un salto lo spazio di sette in ottocent’anni? – Ma qui non si tratta di ciò – certo è che i Francesi concepiscono meglio di quel che combinino – e oramai non mi confondo di cosa veruna di questo mondo; tanto più che uno de’ primati della nostra chiesa (personaggio ch’io, pel suo candore e per le paterne sue viscere, venero sommamente) pigliò per l’appunto il medesimo granchio – “Non posso, diceva egli, non posso indurmi a posare gli occhi sovra le omelie scritte dal buffone del Re de’ Danesi” – Sta bene, rispondeva io; ma, monsignore, i Yorick sono due. L’uno, di cui parla Vostra Eccellenza, è morto già da otto secoli, e seppellito; e fioriva nella corte di Ordenvillo  –  l’altro  Yorick  mi  son  io,  che  non  fiorisco,  monsignore,  in corte veruna – Il prelato crollava il capo – Dio buono! diceva io; a questo modo ella, monsignore, scambierebbe Alessandro il grande per Alessandro calderaio – Tant’è, tornava a dire il prelato. – Se Alessandro re de’ Macedoni, soggiuns’io, potesse trasferir monsignore  a  miglior  vescovado  –  sono  sicuro  che  monsignore  non  direbbe così. Il povero conte de B*** non cadde se non nel medesimo errore. – Et monsieur est–il Yorick? gridò il conte – Je le suis – Vous – Moi – moi qui ai l’honneur de vous parler, monsieur le comte – mon Dieu! diss’egli abbracciandomi – vous êtes Yorick! E si calcò frettoloso in saccoccia quel volume di Shakspeare – e mi lasciò solo nelle sue stanze. Capitolo 48 IL PASSAPORTO (VERSAILLES) Perchè mai se n’andasse così a precipizio; e perchè Shakspeare entrasse nella tasca del conte, erano nodi ch’io non poteva mai sciogliere –  Le congetture ed il tempo sono spesi assai male quando i misteri si riveleranno da sè: e tornava meglio a leggere Shakspeare. Mi pigliai la commedia che ha il titolo: Gran trambusto per nulla: e mi sono dalla mia seggiola trovato in un batter d’occhio in Sicilia, e in tante faccende con  Don Pedro, Benedetto e Beatrice, che Versailles, il conte ed il passaporto non erano più cose mie. Soave  arrendevolezza  dello  Spirito  umano  che  può  in  un  attimo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
cia e quel medesimo desiderio di loro, che mi vi avea già impresso il viso della sorella. E questo insomma, sotto tanti e sì diversi aspetti, era amore; come poi pienamente conobbi e me ne accertai parecchi anni dopo, riflettendovi su; perché di quanto io allora sentissi o facessi nulla affatto sapeva, ed obbediva al puro istinto animale. Ma questo mio innocente amore per que’ novizi, giunse  tant’oltre,  che  io  sempre  pensava  ad  essi  ed  alle  loro diverse funzioni; or mi si rappresentavano nella fantasia coi loro devoti ceri in mano, servienti la messa con viso compunto ed angelico, ora coi turiboli incensando  l’altare;  e  tutto  assorto  in  codeste  imagini,  trascurava  i  miei studi, ed ogni occupazione, o compagnia mi noiava. Un giorno fra gli altri, stando fuori di casa il maestro, trovatomi solo in camera, cercai ne’ due vocabolari latino e italiano l’articolo frati; e cassata in ambidue quella parola, vi scrissi padri; così credendomi di nobilitare, o che so io d’altro, quei novizietti  ch’io  vedeva  ogni  giorno,  con  nessun  dei  quali  avea  però  mai favellato, e da cui non sapeva assolutamente quello ch’io mi volessi. L’aver sentito alcune volte con qualche disprezzo articolare la parola frate, e con rispetto ed amore quella di padre, erano le sole cagioni per cui m’indussi a correggere quei dizionari; e codeste correzioni fatte anche grossolanamente col temperino e la penna, le nascosi poi sempre con gran sollecitudine e timore al maestro, il quale non se ne dubitando, né a tal cosa certamente pensando, non se n’avvide poi mai. Chiunque vorrà riflettere alquanto su quest’inezia, e rintracciarvi il seme delle passioni dell’uomo, non la troverà forse né tanto risibile né tanto puerile, quanto ella pare. Da questi sì fatti effetti d’amore ignoto intieramente a me stesso, ma pure  tanto  operante  nella  mia  fantasia,  nasceva,  per  quanto  ora  credo, quell’umor malinconico, che a poco a poco si insignoriva di me, e dominava poi sempre su tutte lealtre qualità dell’indole mia. Tra i sette ed ott’anni, trovandomi un giorno in queste disposizioni malinconiche, occasionate forse anche dalla salute che era gracile anzi che no, visto uscire il maestro, e il servitore,  corsi  fuori  del  mio  salotto  che  posto  a  terreno  riusciva  in  un secondo cortile  dove  eravi  intorno  intorno  molt’erba.  E  tosto  mi  posi  a strapparne colle mani quanta ne veniva, e ponendomela in bocca a masticarne e ingoiarne quanta più ne poteva, malgrado il sapore ostico ed amarissimo. Io avea sentito dire non so da chi, né come, né quando, che v’era un’erba detta cicuta che avvelenava e faceva morire; io non avea mai fatto pensiero di voler morire, e poco sapea quel che il morire si fosse; eppure
Vita di Vittorio Alfieri
assai meglio, io non ne sapeva neppure il nome. Mi capitò allora, e non mi sovviene neppure come, l’Eneide dell’Annibal Caro, e la lessi con avidità e furore più d’una volta, appassionandomi molto per Turno, e Camilla. E me ne andava poi anche prevalendo di furto, per la mia traduzione scolastica del tema datomi dal maestro; il che sempre più mi teneva indietro nel mio latino. Di nessun altro poi de’ poeti nostri aveva io cognizione; se non se di alcune opere del Metastasio, come il Catone, l’Artaserse, l’Olimpiade, ed altre che ci capitavano alle mani come libretti dell’opera di questo, o di quel carnovale. E queste mi dilettavano sommamente; fuorché al venir dell’arietta interrompitrice dello sviluppo degli affetti, appunto quando mi ci cominciava a internare, ioprovava un dispiacere vivissimo; e più noia ancora ne riceveva, che dagli interrompimenti dell’Ariosto. Mi capitarono anche allora varie commedie del Goldoni, e queste me le prestava il maestro stesso; e mi divertivano molto. Ma il genio per le cose drammatiche, di cui forse il germe  era  in  me,  si  venne  tosto  a  ricoprire  o  ad  estinguersi  in  me,  per mancanza  di  pascolo,  d’incoraggiamento,  e  d’ogni  altra  cosa.  E,  somma fatta, la ignoranza mia e di chi mi educava, e la trascuraggine di tutti in ogni cosa non potea andar più oltre. In  quegli  spessi  e  lunghi  intervalli  in  cui  per  via  di  salute  io  non poteva andare alla scuola con gli altri, un mio compagno, maggiore di età, e di forze, e di asinità ancor più, si faceva fare di quando in quando il suo componimento da me, che era o traduzione, o amplificazione, o versi ecc.; ed egli mi ci costringeva con questo bellissimo argomento. Se tu mi vuoi fare il componimento, io ti do due palle da giuocare; e me le mostrava, belline,  di  quattro  colori,  di  un  bel  panno,  ben  cucite,  ed  ottimamente rimbalzanti; se tu non me lo vuoi fare, ti do due scappellotti, ed alzava in ciò dire la prepotente sua mano, lasciandomela pendente sul capo. Io pigliava le due palle, e gli faceva il componimento. Da principio glie lo facea fedelmente quanto meglio sapessi; e il maestro si stupiva un poco dei progressi inaspettati di costui, che erasi fin allora mostrato una talpa. Ma io teneva religiosamente il segreto; più ancora perché la natura mia era di esser poco comunicativo, che non per la paura che avessi di quel ciclope. Con tutto ciò, dopo avergli fatto molte composizioni, e sazio di tante palle, e noiato di quella fatica, e anche indispettito un tal poco che colui si abbellisse del mio, andai a poco a poco deteriorando in tal guisa il componimento, che finii col frapporvi di quei tali solecismi, come il potebam, e simili, che ti fanno far le fischiate dai colleghi, e dar le sferzate dai maestri. Costui Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri
giato viaggio. Partii sul finir di luglio per Magdebourg, Brunswich, Gottinga, Cassel,  e  Francfort.  Nell’entrare  in  Gottinga,  città  come  tutti  sanno  di Università fioritissima, mi abbattei in un asinello, ch’io moltissimo festeggiai per non averne più visti da circa un anno dacché m’era ingolfato nel settentrione estremo dove quell’animale non può né generare, né campare. Di codesto incontro di un asino italiano con un asinello tedesco in una così famosa Università, ne avrei fatto allora una qualche lieta e bizzarra poesia, se la lingua e la penna avessero in me potuto servire alla mente, ma la mia impotenza scrittoria era ogni dì più assoluta. Mi contentai dunque di fantasticarvi su fra me stesso, e passai così festevolissima giornata soletto sempre, con me e il mio asino. E le giornate festive per me eran rare, passandomele io di continuo solo solissimo, per lo più anche senza leggere né far nulla, e senza mai schiuder bocca. Stufo oramai di ogni qualunque tedescheria, lasciai dopo due giorni Francfort, e avviatomi verso Magonza, mi v’imbarcai sopra il Reno, e disceso con quell’epico fiumone sino a Colonia, un qualche diletto lo ebbi navigando fra quelle amenissime sponde. Di Colonia per Aquisgrana ritornai a Spa, dove due anni prima avea passato qualche settimane, e quel luogo mi avea sempre lasciato un qualche desiderio di rivederlo a cuor libero; parendomi quella essere una vita adattata al mio umore, perché riunisce rumore e solitudine, onde vi si può stare inosservato ed ignoto infra le pubbliche veglie e festini. Ed in fatti talmente mi vicompiacqui, che ci stetti sin quasi al fin di settembre dal mezzo agosto; spazio lunghissimo di tempo per me che in nessun luogo mi potea posar mai. Comprai due cavalli da un irlandese, dei quali l’uno era di non comune bellezza, e vi posi veramente il cuore. Onde cavalcando mattina e giorno e sera, pranzando in compagnia di otto o dieci altri forestieri d’ogni paese, e vedendo seralmente ballare gentili donne e donzelle, io passava (o per dir meglio logorava) il mio tempo benissimo. Ma guastatasi la stagione, ed i più dei bagnanti cominciando ad andarsene, partii anch’io e volli ritornare in Olanda per rivedervi l’amico D’Acunha, e ben certo di non rivedervi la già tanto amata donna, la quale sapeva non essere più all’Haja, ma da più d’un anno essere stabilita con il marito in Parigi. Non mi potendo staccare dai miei due ottimi cavalli, avviai innanzi Elia con il legno, ed io, parte a piedi parte a cavallo, mi avviai verso Liegi. In codesta città, presentandomisi l’occasione di un ministro di Francia mio conoscente, mi lasciai da esso introdurre al principe
Vita di Vittorio Alfieri