oligarchia

[o-li-gar-chì-a]
In sintesi
forma di governo in cui il potere è in mano a pochi; ristretto gruppo di potenti
← dal gr. oligarchía, comp. di olígoi ‘pochi’ e -archía ‘-archia’.
s.f.
(pl. -chìe)

Regime politico in cui il potere è esercitato da pochi, generalm. operanti nell'interesse proprio e a danno della maggioranza || estens. Ogni organizzazione in cui il potere è determinato autoritariamente da poche persone

Citazioni
osato propalarne gli abusi e le arti illegali con cui si accaparravano e si fingevano le maggioranze nel Maggior Consiglio. La seconda volta, dopo aver promesso di discorrere questa materia, fu carcerato anche prima che la promessa potesse aver effetto.  Tale era l’indipendenza di una autorità semitribunizia, e tanto il valore e l’affetto consentitole; nessuno s’accorse o tutti finsero non s’accorgere della carcerazione di Angelo Querini, perché nessuno si sentiva voglioso di imitarlo. Ma quello era il tempo che le riforme avanzavano per forza. Nel 1779 a tanto era scaduta l’amministrazione della giustizia e la fortuna pubblica che anche il pazientissimo e giocondissimo fra i popoli se ne risentiva. Primo Carlo Contarini propose nel Maggior Consiglio la correzione degli abusi con opportuni cambiamenti nelle forme costituzionali; e la sua arringa fu così stringente insieme e moderata, che con maravigliosa unanimità fu presa parte di comandare alla Signoria la pronta proposta dei necessari cambiamenti. Si nota in quelle discussioni che quello che ora si direbbe il partito liberale tendeva a ripristinare tutto il patriziato nell’ampio esercizio della sua autorità, sciogliendo quel potere oligarchico che s’era concentrato nella Signoria e nel Consiglio dei Dieci per una lunga e illegale consuetudine. Miravano apparentemente a riforme di poco conto; in sostanza si cercava di allargare il diritto della sovranità, riducendolo almeno alle sue proporzioni primitive, e insistendo sempre sulla massima da gran tempo dimenticata, che al Maggior Consiglio si stava il comandare e alla Signoria l’eseguire: in ogni occasione si ricordava non aver questa che un’autorità demandata. I partigiani dell’oligarchia sbuffavano di dover sopportare simili discorsi; ma la confusione e la moltiplicità delle leggi porgeva loro mille sotterfugi per tirar la cosa in lungo. La Signoria fingeva di piegarsi all’obbedienza richiesta; indi proponeva rimedii insufficienti e ridicoli. Dopo un anno di continue dispute, nelle quali il Maggior Consiglio appoggiò sempre indarno il voto dei riformatori, si trasse in mezzo il Serenissimo Doge. La sua proposta fu di delegare l’esame dei difetti accusati negli ordini repubblicani a un magistrato di cinque correttori; e la convenienza di un tal partito, che si riduceva a nulla, fu da lui appoggiata alle ragioni stesse con cui un accorto politico avrebbe provato la necessità di riformar tutto e subito. Il Renier parlò a lungo delle monarchie d’Europa, fatte potenti a scapito delle poche repubbliche; da ciò dedusse il bisogno della concordia e della stabilità. «Io stesso», aggiungeva egli nel suo patriarcale veneziano «io stesso essendo a
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo