obbrobrio

[ob-brò-brio]
In sintesi
orrore, vergogna, ignominia; bruttura
← dal lat. opprobrĭu(m), comp. di ŏb ‘verso’ e prŏbrum ‘infamia, vergogna’.
1
Vergogna disonorevole, ignominia: il triste o. della schiavitù; crimini commessi in o. della civiltà; cadere, finire nell'o. SIN. infamia, vituperio
2
estens. Ciò che per la sua bruttezza costituisce un'offesa al senso estetico, al buon gusto e sim.: questi quadri sono autentici obbrobri
3
fig. Persona o cosa che è motivo di obbrobrio, di vergogna: è l'o. della famiglia
4
ant. spec. al pl. Parola infame, ingiuria vergognosa

Citazioni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i poca onestà, che non possono gli omini mordere esse; e questo perché noi stessi avemo fatta una legge, che in noi non sia vicio né mancamento né infamia alcuna la vita dissoluta e nelle donne sia tanto estremo obbrobrio e vergogna, che quella di chi una volta si parla male, o falsa o vera che sia la calunnia che se le dà, sia per sempre vituperata. Però essendo il parlar dell’onestà delle donne tanto pericolosa cosa d’offenderle gravemente, dico che dovemo morderle in altro ed astenerci da questo; perché pungendo la facezia o la burla troppo acerbamente, esce del termine che già avemo detto convenirsi a gentilomo.” XCI Quivi,  facendo  un  poco  di  pausa  messer  Bernardo,  disse  il  signor Ottavian Fregoso ridendo: “Il signor Gaspar potrebbe rispondervi che questa legge, che voi allegate che noi stessi avemo fatta, non è forse così fuor di ragione come a voi pare; perché essendo le donne animali imperfettissimi e di poca o niuna dignità a rispetto degli omini, bisognava, poiché da sé non erano capaci di far atto alcun virtuoso, che con la vergogna e timor d’infamia si ponesse loro un freno, che quasi per forza in esse introducesse qualche bona qualità; e parve che più necessaria loro fosse la continenzia che alcuna altra, per aver certezza dei figlioli; onde è stato forza con tutti gl’ingegni ed arti e vie possibili far le donne continenti, e quasi conceder loro che in tutte l’altre cose siano di poco valore, e che sempre facciano il contrario di ciò che devriano. Però essendo lor licito far tutti gli altri errori senza  biasimo,  se  noi  le  vorremo  mordere  di  quei  diffetti  i  quali,  come avemo  detto,  tutti  ad  esse  sono  conceduti  e  però  a  loro  non  sono disconvenienti, né esse se ne curano, non moveremo mai il riso; perché già voi avete detto che ‘l riso si move con alcune cose che son disconvenienti. XCII Allor la signora Duchessa, “In questo modo,” disse, “signor Ottaviano, parlate delle donne; e poi vi dolete che esse non v’amino?” “Di questo non mi dolgo io,” rispose il signor Ottaviano, “anzi le ringrazio, poiché con lo amarmi non m’obligano ad amar loro; né parlo di mia opinione, ma dico che  ‘l  signor  Gasparo  potrebbe  allegar  queste  ragioni.”  Disse  messer
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Perché le nostre genti Pace sotto le bianche ali raccolga, Non fien da’ lacci sciolte Dell’antico sopor l’itale menti S’ai patrii esempi della prisca etade Questa terra fatal non si rivolga. O Italia, a cor ti stia Far ai passati onor; che d’altrettali Oggi vedove son le tue contrade, Né v’è chi d’onorar ti si convegna. Volgiti indietro, e guarda, o patria mia, Quella schiera infinita d’immortali, E piangi e di te stessa ti disdegna; Che senza sdegno omai la doglia è stolta: Volgiti e ti vergogna e ti riscuoti, E ti punga una volta Pensier degli avi nostri e de’ nepoti. D’aria e d’ingegno e di parlar diverso Per lo toscano suol cercando gia L’ospite desioso Dove giaccia colui per lo cui verso Il meonio cantor non è più solo. Ed, oh vergogna! udia Che non che il cener freddo e l’ossa nude Giaccian esuli ancora Dopo il funereo dì sott’altro suolo, Ma non sorgea dentro a tue mura un sasso, Firenze, a quello per la cui virtude Tutto il mondo t’onora. Oh voi pietosi, onde sì tristo e basso Obbrobrio laverà nostro paese! Bell’opra hai tolta e di ch’amor ti rende, Schiera prode e cortese, Qualunque petto amor d’Italia accende.
Canti di Giacomo Leopardi
un ribaldo diventa povero, tutta la città si solleva per aiutarlo. La ragione si può intendere di leggeri: ed è che naturalmente noi siamo tocchi dalle sventure di chi ci è compagno e consorte, perché pare che sieno altrettante minacce a noi stessi; e volentieri, potendo, vi apprestiamo rimedio, perché il trascurarle pare troppo chiaramente un acconsentire dentro noi medesimi che, nell’occasione, il simile sia fatto a noi. Ora i birbanti, che al mondo sono i più di numero, e i più copiosi di facoltà, tengono ciascheduno gli altri birbanti, anche non cogniti a sé di veduta, per compagni e consorti loro, e nei bisogni si sentono tenuti a soccorrerli per quella specie di lega, come ho detto, che v’è tra essi. Ai quali anche pare uno scandalo che un uomo conosciuto per blrbante sia veduto nella miseria; perché questa dal mondo, che sempre in parole è onoratore della virtù, facilmente in casi tali è chiamata gastigo, cosa che ritorna in obbrobrio, e che può ritornare in danno, di tutti loro. Però in tor via questo scandalo si adoperano tanto efficacemente, che pochi esempi si vedono di ribaldi, salvo se non sono persone del tutto oscure, che caduti in mala fortuna, non racconcino le cose loro in qualche modo comportabile. All’opposto i buoni e i magnanimi, come diversi dalla generalità, sono tenuti dalla medesima quasi creature d’altra specie, e conseguentemente non solo non avuti per consorti né per compagni, ma stimati non partecipi dei diritti sociali, e, come sempre si vede, perseguitati tanto più o meno gravemente, quanto la bassezza d’animo e la malvagità del tempo e del popolo nei quali si abbattono a vivere, sono più o meno insigni; perché come nei corpi degli animali la natura tende sempre a purgarsi di quegli umori e di quei principii che non si confanno con quelli onde propriamente si compongono essi corpi, così nelle aggregazioni di molti uomini la stessa natura porta che chiunque differisce grandemente dall’universale di quelli, massime se tale differenza  è  anche  contrarietà,  con  ogni  sforzo  sia  cercato  distruggere  o discacciare. Anche sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perché ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina. In modo che più volte, mentre chi fa male ottiene ricchezze, onori e potenza, chi lo nomina è strascinato in sui patiboli; essendo gli uomini prontissimi a sofferire o dagli altri o dal cielo qualunque cosa, purché in parole ne sieno salvi.
Pensieri di Giacomo Leopardi
e per sordidi risparmi, ostinatamente ricusano cautele e provvidenze necessarie alla loro conservazione, e si mettono a pericoli estremi dove non di rado, eroi vili, periscono con morte vituperata. Di quest’obbrobrioso coraggio si sono veduti esempi insigni, non senza seguirne danni e stragi de’ popoli innocenti, nell’occasione della peste, chiamata più volentieri cholera morbus, che ha flagellata la specie umana in questi ultimi anni. VIII Uno degli errori gravi nei quali gli uomini incorrono giornalmente, è di credere che sia tenuto loro il segreto. Né solo il segreto di ciò che essi rivelano in confidenza, ma anche di ciò che senza loro volontà, o mal grado loro, è veduto o altrimenti saputo da chicchessia, e che ad essi converrebbe che fosse tenuto occulto. Ora io dico che tu erri ogni volta che sapendo che una cosa tua è nota ad altri che a te stesso, non tieni già per fermo che ella sia nota al pubblico, qualunque danno o vergogna possa venire a te di questo. A gran fatica per la considerazione dell’interesse proprio, si tengono gli uomini di non manifestare le cose occulte; ma in causa d’altri, nessuno tace: e se vuoi certificarti di questo, esamina te stesso, e vedi quante volte o dispiacere o danno o vergogna che ne venga ad altri, ti ritengono di non palesare cosa che tu sappi; di non palesarla, dico, se non a molti, almeno a questo o a quell’amico, che torna il medesimo. Nello stato sociale nessun bisogno è più grande che quello di chiacchierare, mezzo principalissimo di passare il tempo, ch’è una delle prime necessità della vita. E nessuna materia di chiacchiere è più rara che una che svegli la curiosità e scacci la noia: il che fanno le cose nascoste e nuove. Però prendi fermamente questa regola: le cose che tu non vuoi che si sappia che tu abbi fatte, non solo non le ridire, ma non le fare. E quelle che non puoi fare che non sieno o che non sieno state, abbi per certo che si sanno, quando bene tu non te ne avvegga. IX Chi contro all’opinione d’altri ha predetto il successo di una cosa nel modo che poi segue, non si pensi che i suoi contraddittori, veduto il fatto, gli dieno ragione, e lo chiamino più savio o più intendente di loro: perché o negheranno il fatto, o la predizione, o allegheranno che questa e quello differiscano nelle circostanze, o in qualunque modo troveranno cause per le quali
Pensieri di Giacomo Leopardi
Sì tosto che la cuccia il peso grave de’ duo nudi campioni a premer viene, prima ch’ancor si sieno ala soave pugna amorosa apparecchiati bene, la machinata trappola la chiave volge che porge il moto ale catene, fa suo gioco l’ordigno e ‘n que’ diletti rimangono i duo rei legati e stretti. L’ordito intrico in guisa tal si strinse e sì forte dintorno allor gl’involse che per scoter colui non sene scinse, per dibatter costei non sene sciolse. Or, poich’entrambo aviticchiati avinse e ‘n tal obbrobrio a suo voler gli colse, del’aguato in cui stava uscito il zoppo, prese la corda ov’atteneasi il groppo. Dela perfida rete il capo afferra, indi del chiuso albergo apre le porte, tira le coltre, il padiglion disserra, e convoca del ciel tutta la corte e, col re de’ guerrieri entrata in guerra scoprendo lor la disleal consorte avinta di durissima catena, fa dele proprie infamie oscena scena. “Deh, venite a veder se più vedeste, (altamente gridava) opre mai tali. L’eroe divino, il capitan celeste, ditemi, è quegli là, divi immortali? l’imprese sue terribili son queste? questi i trofei superbi e trionfali? Ecco le palme gloriose e degne, le spoglie illustri e l’onorate insegne.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Falsirena a quel dir si riconforta e novo ardire entro ‘l suo cor si cria peroché ‘l favellar che speme apporta di cosa conseguir che si desia, risuscitando la baldanza morta fa creder volentier quel ch’uom vorria. Quindi a colei che di ciò far promette lascia cura del tutto e si rimette. Miseramente in questo mezzo Adone in dura servitù languia cattivo passando la più rigida stagione squallido, afflitto e quasi men che vivo. Oltre il disagio e ‘l mal dela prigione e l’esser del suo ben vedovo e privo, forte accresceagli al cor pena e cordoglio del crudo Idraspe il temerario orgoglio. Chi può dir quanti affronti e quanti torti, ingiurie, villanie, dispetti e sdegni dal discortese uscier sempre sopporti, obbrobri intollerabili ed indegni? Ma tormento peggior di mille morti trapassa in lui d’ogni tormento i segni; altro novo martir che troppo il punge di tanti mali al cumulo s’aggiunge. Feronia è più d’un dì che l’ha in governo; una nana è costei difforme e vecchia laqual sera e mattin con onta e scherno la vivanda gli reca e gli apparecchia. Furia, credo, peggior non ha l’inferno; può se stessa abborrir se mai si specchia. Sembra, sì laida e sozza è nel’aspetto, figlia dela Disgrazia e del Difetto.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
quale, come voi sapete, al tempo che’ trusciani entrati in Roma con grandissime forze, già essendo per prendere il ponte Sublicio e per passare nell’altra parte della città, andato sopr’esso, ritenne la loro potenza con aspri combattimenti infino che ’l forte ponte gli fu dietro tagliato, e la città per lo tagliamento liberata. E similemente Marco Marcello, il quale assalì i Galli con minor popolo che voi non siete, e tanto con la sua forza operò, che avuta di loro vittoria e morto il loro re, sacrificò le sue armi a Giove Feretrio. E simigliantemente quello che fece Publio Crasso per non essere suggetto ad Aristonico. Oh quanti e quali essempli de’ nostri antichi si potrebbono porre! E tutti non tanto per sé quanto per la republica sostennero gravosi affanni e pericoli. Or adunque noi, che qui per la salute di noi medesimi e per l’onore di tutti siamo a sì stretto partito, che dobbiamo fare? Certo più vigorosamente combattere, anzi che noi, che già molti servi francammo, divegnamo servi degli iniqui barbari o siamo da loro vilmente uccisi. Ma però che io vi conosco tutti vigorosi giovani e forti combattenti, porto nelle vostre destre mani grandissima speranza di vittoria, aiutandoci la fortuna, e in me molto me ne conforto. Ma se pure avvenisse che gli avversari fati portassero invidia alle nostre forze, non vi lasciate almeno uccidere sì come fanno le timide pecore a’ fieri lupi, sanza alcuna difesa, ma fate che essi abbiano la vittoria piangendo. E  nondimeno  vi  torni  alla  memoria  che  voi  in  questo  luogo  contro  a costoro siete in luogo di campioni e forti difenditori della legge del figliuolo di Giove, il quale per trarre noi dell’impie mani di Pluto, nelle quali il primo nostro padre disubidendo miseramente ci mise, sapete quanto fosse obbrobriosa e crudele la morte che egli sostenne! Dunque non pare ingiusta cosa se noi pogniamo in essaltamento della sua legge e per la salute di noi medesimi i nostri corpi, i quali s’avviene che muoiano, per la presente morte meriteranno perdono e etterna fama; e rimesseci le preterite offese, con ciò sia cosa che niuno viva sanza peccare, le nostre anime viveranno in etterno, e ancora le nostre ceneri saranno con divozione visitate, come visitavamo il santo tempio: al quale ancora spero che lietamente e tosto perverremo. E però ciascuno si porti vigorosamente.
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
Ond’ei sostò nella nevata steppa in un crocicchio, in mezzo a grandi selve. E chiuse gli occhi sotto i fili d’erba delle sue ciglia. Ma li aprì stupito... II 40 E si trovò sotto un pallor d’ulivi. Ed una voce udì soave accanto: Frate Leone, Dio ti benedica. Ed era un poverello, ch’avea rotta la tonica e il cappuccio ripezzato, e scalzo andava, con la tasca al collo sospesa, cinto d’un capestro i fianchi. Erano intorno strida di cicale, canti d’uccelli in chiarità di sole. E il poverello disse al pellegrino così: Frate Leone pecorella, ben tu scrivesti, ove è perfetta gioia. Quando giungiamo al nostro loghicciolo Santa Maria degli Angeli, e la porta picchiamo, ed esce il portinaio, e dice: — Chi siete voi? — Siam due dei vostri fratie colui dice: — Voi non dite vero; andate via, che siete due ribaldise noi gli obbrobri sosteniamo in pace; frate Leone, ivi è perfetta gioia. E se picchiamo ancora, ed egli ancora esce e ci caccia con gotate e dice: — Partitevi indi, o vili ladroncelli!se questo ancora noi portiamo in pace; frate Leone, ivi è perfetta gioia. E se, da fame stretti pur, picchiamo e in pianto e per l’amor di Dio preghiamo ed egli esce e ci batte a nodo a nodo con un bastone, e noi soffriamo in pace;
Poemi italici di Giovanni Pascoli
97 Avea in governo egli la terra, e in vece di Carlo vi reggea l’imperio giusto. Il duca Astolfo a costui dono fece di quel sì grande e smisurato busto, ch’a portar pesi gli varrà per diece bestie da soma, tanto era robusto. Diegli Astolfo il gigante, e diegli appresso la rete ch’in sua forza l’avea messo. 98 Sansonetto all’incontro al duca diede per la spada una cinta ricca e bella; e diede spron per l’uno e l’altro piede, che d’oro avean la fibbia e la girella; ch’esser del cavallier stati si crede, che liberò dal drago la donzella: al Zaffo avuti con molt’altro arnese Sansonetto gli avea, quando lo prese. 99 Purgati de lor colpe a un monasterio che dava di sé odor di buoni esempii, de la passion di Cristo ogni misterio contemplando n’andâr per tutti i tempii ch’or con eterno obbrobrio e vituperio agli cristiani usurpano i Mori empii. L’Europa è in arme, e di far guerra agogna in ogni parte, fuor ch’ove bisogna. 100 Mentre avean quivi l’animo divoto, a perdonanze e a cerimonie intenti, un peregrin di Grecia, a Grifon noto, novelle gli arrecò gravi e pungenti, dal suo primo disegno e lungo voto troppo diverse e troppo differenti; e quelle il petto gl’infiammaron tanto, che gli scacciâr l’orazion da canto.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto diciassettesimo 5 Or Dio consente che noi siàn puniti da populi di noi forse peggiori, per li multiplicati et infiniti nostri nefandi, obbrobriosi errori. Tempo verrà ch’a depredar lor liti andremo noi, se mai saren migliori, e che i peccati lor giungano al segno, che l’eterna Bontà muovano a sdegno. 6 Doveano allora aver gli eccessi loro di Dio turbata la serena fronte, che scórse ogni lor luogo il Turco e ’l Moro con stupri, uccision, rapine et onte: ma più di tutti gli altri danni, fôro gravati dal furor di Rodomonte. Dissi ch’ebbe di lui la nuova Carlo, e che ’n piazza venìa per ritrovarlo. 7 Vede tra via la gente sua troncata, arsi i palazzi, e ruinati i templi, gran parte de la terra desolata: mai non si vider sì crudeli esempli. — Dove fuggite, turba spaventata? Non è tra voi chi ’l danno suo contempli? Che città, che refugio più vi resta, quando si perda sì vilmente questa? 8 Dunque un uom solo in vostra terra preso, cinto di mura onde non può fuggire, si partirà che non l’avrete offeso, quando tutti v’avrà fatto morire? — Così Carlo dicea, che d’ira acceso tanta vergogna non potea patire. E giunse dove inanti alla gran corte vide il pagan por la sua gente a morte.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
105 E durò quella festa così poco, ch’in men d’un’ora il tutto fatto s’era: ma Norandin, per far più lungo il giuoco e per continuarlo infino a sera, dal palco scese, e fe’ sgombrare il loco; e poi divise in due la grossa schiera; indi, secondo il sangue e la lor prova, gli andò accoppiando, e fe’ una giostra nova. 106 Grifone intanto avea fatto ritorno alla sua stanza, pien d’ira e di rabbia: e più gli preme di Martan lo scorno, che non giova l’onor ch’esso vinto abbia. Quivi, per tor l’obbrobrio ch’avea intorno, Martano adopra le mendaci labbia; e l’astuta e bugiarda meretrice, come meglio sapea, gli era adiutrice. 107 O sì o no che ’l giovin gli credesse, pur la scusa accettò, come discreto; e pel suo meglio allora allora elesse quindi levarsi tacito e secreto, per tema che, se ’l populo vedesse Martano comparir, non stesse cheto. Così per una via nascosa e corta usciro al camin lor fuor de la porta. 108 Grifone, o ch’egli o che ’l cavallo fosse stanco, o gravasse il sonno pur le ciglia, al primo albergo che trovâr, fermosse, che non erano andati oltre a dua miglia. Si trasse l’elmo, e tutto disarmosse, e trar fece a’ cavalli e sella e briglia; e poi serrossi in camera soletto, e nudo per dormire entrò nel letto.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
117 Di sua sciochezza indarno ora si duole, ch’avendo il ver dal peregrino udito, lasciato mutar s’abbia alle parole di chi l’avea più volte già tradito. Vendicar si potea, né seppe: or vuole l’inimico punir, che gli è fuggito; et è constretto con troppo gran fallo a tor di quel vil uom l’arme e ’l cavallo. 118 Eragli meglio andar senz’arme e nudo, che porsi indosso la corazza indegna, o ch’imbracciar l’abominato scudo, o por su l’elmo la beffata insegna; ma per seguir la meretrice e ’l drudo, ragione in lui pari al disio non regna. A tempo venne alla città, ch’ancora il giorno avea quasi di vivo un’ora. 119 Presso alla porta ove Grifon venìa, siede a sinistra un splendido castello, che, più che forte e ch’a guerre atto sia, di ricche stanze è accommodato e bello. I re, i signori, i primi di Soria con alte donne in un gentil drappello celebravano quivi in loggia amena la real sontuosa e lieta cena. 120 La bella loggia sopra ’l muro usciva con l’alta ròcca fuor de la cittade; e lungo tratto di lontan scopriva i larghi campi e le diverse strade. Or che Grifon verso la porta arriva con quell’arme d’obbrobrio e di viltade, fu con non troppa aventurosa sorte dal re veduto e da tutta la corte: 402 Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
81 Grida Aquilante, e fulminar non resta, e la spada gli pon dritto alla strozza; e giurando minaccia che la testa ad Orrigille e a lui rimarrà mozza, se tutto il fatto non gli manifesta. Il mal giunto Martano alquanto ingozza, e tra sé volve se può sminuire sua grave colpa, e poi comincia a dire: 82 — Sappi, signor, che mia sorella è questa, nata di buona e virtuosa gente, ben che tenuta in vita disonesta l’abbia Grifone obbrobriosamente: e tale infamia essendomi molesta, né per forza sentendomi possente di torla a sì grande uom, feci disegno d’averla per astuzia e per ingegno. 83 Tenni modo con lei, ch’avea desire di ritornare a più lodata vita, ch’essendosi Grifon messo a dormire, chetamente da lui fêsse partita. Così fece ella; e perché egli a seguire non n’abbia, et a turbar la tela ordita, noi lo lasciammo disarmato e a piedi; e qua venuti siàn, come tu vedi. — 84 Poteasi dar di somma astuzia vanto, che colui facilmente gli credea; e, fuor che ’n torgli arme e destrier e quanto tenesse di Grifon, non gli nocea; se non volea pulir sua scusa tanto, che la facesse di menzogna rea: buona era ogn’altra parte, se non quella che la femina a llui fosse sorella.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
85 Avea Aquilante in Antiochia inteso essergli concubina, da più genti; onde gridando, di furore acceso: — Falsissimo ladron, tu te ne menti! — un pugno gli tirò di tanto peso, che ne la gola gli cacciò duo denti: e senza più contesa, ambe le braccia gli volge dietro, e d’una fune allaccia; 86 e parimente fece ad Orrigille, ben che in sua scusa ella dicesse assai. Quindi li trasse per casali e ville, né li lasciò fin a Damasco mai; e de le miglia mille volte mille tratti gli avrebbe con pene e con guai, fin ch’avesse trovato il suo fratello, per farne poi come piacesse a quello. 87 Fece Aquilante lor scudieri e some seco tornare, et in Damasco venne, e trovò di Grifon celebre il nome per tutta la città batter le penne: piccoli e grandi, ognun sapea già come egli era, che sì ben corse l’antenne, et a cui tolto fu con falsa mostra dal compagno la gloria de la giostra. 88 Il popul tutto al vil Martano infesto, l’uno all’altro additandolo, lo scuopre. — Non è (dicean), non è il ribaldo questo, che si fa laude con l’altrui buone opre? e la virtù di chi non è ben desto, con la sua infamia e col suo obbrobrio copre? Non è l’ingrata femina costei, la qual tradisce i buoni e aiuta i rei? — 428 Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
77 — Tu fa come ti par (disse Marfisa), ch’io son per me d’uscir di qui sicura. Più facil fia che di mia mano uccisa la gente sia, che è dentro a queste mura, che mi veggi fuggire, o in altra guisa alcun possa notar ch’abbi paura. Vo’ uscir di giorno, e sol per forza d’arme; che per ogn’altro modo obbrobrio parme. 78 S’io ci fossi per donna conosciuta, so ch’avrei da le donne onore e pregio; e volentieri io ci sarei tenuta, e tra le prime forse del collegio: ma con costoro essendoci venuta, non ci vo’ d’essi aver più privilegio. Troppo error fôra ch’io mi stessi o andassi libera, e gli altri in servitù lasciassi. — 79 Queste parole et altre seguitando, mostrò Marfisa che ’l rispetto solo ch’avea al periglio de’ compagni (quando potria loro il suo ardir tornare in duolo), la tenea che con alto e memorando segno d’ardir non assalia lo stuolo: e per questo a Guidon lascia la cura d’usar la via che più gli par sicura. 80 Guidon la notte con Aleria parla (così avea nome la più fida moglie), né bisogno gli fu molto pregarla, che la trovò disposta alle sue voglie. Ella tolse una nave e fece armarla, e v’arrecò le sue più ricche spoglie, fingendo di volere al nuovo albóre con le compagne uscire in corso fuore.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
41 Giurar lo fe’ che né per cosa detta, né che gli sia mostrata che gli spiaccia, ancor ch’egli conosca che direttamente a sua Maestà danno si faccia, tardi o per tempo mai farà vendetta; e di più vuole ancor che se ne taccia, sì che né il malfattor giamai comprenda in fatto o in detto, che ’l re il caso intenda. 42 Il re, ch’ogn’altra cosa, se non questa, creder potria, gli giurò largamente. Iocondo la cagion gli manifesta, ond’era molti dì stato dolente: perché trovata avea la disonesta sua moglie in braccio d’un suo vil sergente; e che tal pena al fin l’avrebbe morto, se tardato a venir fosse il conforto. 43 Ma in casa di sua Altezza avea veduto cosa che molto gli scemava il duolo; che se bene in obbrobrio era caduto, era almen certo di non v’esser solo. Così dicendo, e al bucolin venuto, gli dimostrò il bruttissimo omiciuolo che la giumenta altrui sotto si tiene, tocca di sproni e fa giuocar di schene. 44 Se parve al re vituperoso l’atto, lo crederete ben, senza ch’io ’l giuri. Ne fu per arrabbiar, per venir matto; ne fu per dar del capo in tutti i muri; fu per gridar, fu per non stare al patto: ma forza è che la bocca al fin si turi, e che l’ira trangugi amara et acra, poi che giurato avea su l’ostia sacra.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
29 Conosce il re Agramante che gli è vero, ma non può più negar ciò c’ha promesso. Ben prega Mandricardo e il buon Ruggiero, che gli ridonin quel c’ha lor concesso; e tanto più che ’l lor litigio è un zero, né degno in prova d’arme esser rimesso: e s’in ciò pur nol vogliono ubbidire, voglino almen la pugna differire. 30 Cinque o sei mesi il singular certame, o meno o più, si differisca, tanto che cacciato abbin Carlo del reame, tolto lo scettro, la corona e il manto. Ma l’un e l’altro, ancor che voglia e brame il re ubbidir, pur sta duro da canto; che tale accordo obbrobrioso stima a chi ’l consenso suo vi darà prima. 31 Ma più del re, ma più d’ognun ch’invano spenda a placare il Tartaro parole, la bella figlia del re Stordilano supplice il priega, e si lamenta e duole: lo prega che consenta al re africano e voglia quel che tutto il campo vuole; si lamenta e si duol che per lui sia timida sempre e piena d’angonia. 32 — Lassa! (dicea) che ritrovar poss’io rimedio mai ch’a riposar mi vaglia, s’or contra questo, or quel, nuovo disio vi trarrà sempre a vestir piastra e maglia? C’ha potuto giovare al petto mio il gaudio che sia spenta la battaglia per me da voi contra quell’altro presa, se un’altra non minor se n’è già accesa?
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
113 perché dal dì che fur tolti di sella da Bradamante, a piè sempre eran iti senz’arme, in compagnia de la donzella la qual venìa da sì lontani liti. Non so se meglio o peggio fu di quella, che di lor armi non fusson guerniti. Era ben meglio esser da lor difesa; ma peggio assai, se ne perdean l’impresa: 114 perché stata saria, com’eran tutte quelle ch’armate avean seco le scorte, al cimitero misere condutte dei duo fratelli, e in sacrificio morte. Gli è pur men che morir, mostrar le brutte e disoneste parti, duro e forte; e sempre questo e ogn’altro obbrobrio amorza il poter dir che le sia fatto a forza. 115 Prima ch’indi si partan le guerriere, fan venir gli abitanti a giuramento, che daranno i mariti alle mogliere de la terra e del tutto il reggimento; e castigato con pene severe sarà chi contrastare abbia ardimento. In somma quel ch’altrove è del marito, che sia qui de la moglie è statuito. 116 Poi si feccion promettere ch’a quanti mai verrian quivi, non darian ricetto, o fosson cavallieri, o fosson fanti, né ’ntrar li lascerian pur sotto un tetto, se per Dio non giurassino e per santi, o s’altro giuramento v’è più stretto, che sarian sempre de le donne amici, e dei nimici lor sempre nimici;
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
117 e s’avranno in quel tempo, e se saranno, tardi o più tosto, mai per aver moglie, che sempre a quelle sudditi saranno, e ubbidienti a tutte le lor voglie. Tornar Marfisa, prima ch’esca l’anno, disse, e che perdan gli arbori le foglie; e se la legge in uso non trovasse, fuoco e ruina il borgo s’aspettasse. 118 Né quindi si partîr, che de l’immondo luogo dov’era, fêr Drusilla tôrre, e col marito in uno avel, secondo ch’ivi potean più riccamente porre. La vecchia facea intanto rubicondo con lo stimulo il dosso a Marganorre: sol si dolea di non aver tal lena, che potesse non dar triegua alla pena. 119 L’animose guerriere a lato un tempio videno quivi una colonna in piazza, ne la qual fatt’avea quel tiranno empio scriver la legge sua crudele e pazza. Elle, imitando d’un trofeo l’esempio, lo scudo v’attaccaro e la corazza di Marganorre e l’elmo; e scriver fenno la legge appresso, ch’esse al loco denno. 120 Quivi s’indugiâr tanto, che Marfisa fe’ por la legge sua ne la colonna, contraria a quella che già v’era incisa a morte et ignominia d’ogni donna. Da questa compagnia restò divisa quella d’Islanda, per rifar la gonna; che comparire in corte obbrobrio stima, se non si veste et orna come prima.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
volevono che la virtù dell’uomo particulare, non altro defensivo, gli difendesse. Dond’è che, sendo domandato uno Spartano da uno Ateniese, se le mura di Atene gli parevano belle, gli rispose: — Sì, s’elle fussono abitate da donne —. Quello principe, adunque, che abbi buoni eserciti, quando in sulle marine e alla fronte dello stato suo abbia qualche fortezza che possa qualche dì sostenere el nimico infino che sia a ordine, sarebbe cosa utile, qualche volta, ma non è necessaria. Ma quando il principe non ha buono esercito, avere le fortezze per il suo stato, o alle frontiere, gli sono o dannose o inutili: dannose, perché facilmente le perde, e perdute gli fanno guerra; o, se pure le fussono sì forti che il nimico non le potessi occupare, sono lasciate  indietro  dallo  esercito  inimico,  e  vengono  a  essere  di  nessuno  frutto; perché i buoni eserciti, quando non hanno gagliardissimo riscontro, entrano ne’ paesi inimici sanza rispetto di città o di fortezze che si lascino indietro; come si vede nelle antiche istorie, e come si vede fece Francesco Maria, il  quale,  ne’  prossimi  tempi,  per  assaltare  Urbino  si  lasciò  indietro  dieci città inimiche, sanza alcuno rispetto. Quel principe, adunque, che può fare buono esercito, può fare sanza edificare fortezze; quello che non ha lo esercito buono, non debbe edificarle. Debbe bene afforzare la città dove abita, e tenerla munita, e bene disposti i cittadini di quella, per potere sostenere tanto uno impeto inimico, o che accordo o che aiuto esterno lo liberi. Tutti gli  altri  disegni  sono  di  spesa  ne’  tempi  di  pace,  ed  inutili  ne’  tempi  di guerra. E così, chi considererà tutto quello ho detto, conoscerà i Romani, come savi in ogni altro loro ordine, così furono prudenti in questo giudizio de’ Latini e de’ Privernati; dove, non pensando a fortezze, con più virtuosi modi e più savi se ne assicurarono. XXV Che lo assaltare una città disunita, per occuparla mediante la sua disunione, è partito contrario. Era tanta disunione nella Republica romana intra la Plebe e la Nobilità, che i Veienti, insieme con gli Etrusci, mediante tale disunione, pensarono potere estinguere il nome romano. Ed avendo fatto esercito, e corso sopra i campi di Roma, mandò il Senato, loro contro, Gaio Manilio e Marco Fabio;  i  quali  avendo  condotto  il  loro  esercito  propinquo  allo  esercito  de’ Veienti, non cessavano i Veienti, e con assalti e con obbrobri, offendere e 179 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Ugo Foscolo   Le ultime lettere di Iacopo Ortis   Parte prima lenta, obbrobriosa. Io seggo con essi a mezzodì sotto il platano della chiesa leggendo loro le vite di Licurgo e di Timoleone. Domenica mi s’erano affollati intorno tutti i contadini, che, quantunque non comprendessero affatto, stavano ascoltandomi a bocca aperta. Credo che il desiderio di sapere e ridire la storia de’ tempi andati sia figlio del nostro amor proprio che vorrebbe illudersi e prolungare la vita unendoci agli uomini ed alle cose che non sono più, e facendole, sto per dire, di nostra proprietà. Ama la immaginazione di spaziare fra i secoli e di possedere un altro universo. Con che passione un vecchio lavoratore mi narrava stamattina la vita de’ parrochi della villa viventi nella sua fanciullezza, e mi descriveva i danni della tempesta di trentasett’anni addietro, e i tempi dell’abbondanza, e quei della fame, rompendo il filo ogni tanto, ripigliandolo, e scusandosi dell’infedeltà! Così mi riesce di dimenticarmi ch’io vivo. È venuto a visitarmi il signore T*** che tu conoscesti a Padova. Mi disse che spesso gli parlavi di me, e che jer l’altro glien’hai scritto. Anche egli s’è ridotto in campagna per evitare i primi furori del volgo, quantunque a dir vero non siasi molto ingerito ne’ pubblici affari. Io n’aveva inteso parlare come d’uomo di colto ingegno e di somma onestà: doti temute in passato, ma adesso non possedute impunemente. Ha tratto cortese, fisonomia liberale, e parla col cuore. V’era con lui un tale; credo, lo sposo promesso di sua figlia. Sarà forse un bravo e buono giovine; ma la sua faccia non dice nulla. Buona notte. 24 Ottobre. L’ho pur una volta afferrato nel collo quel ribaldo contadinello che dava il guasto al nostro orto, tagliando e rompendo tutto quello che non poteva rubare. Egli era sopra un pesco, io sotto una pergola: scavezzava allegramente i rami ancora verdi perchè di frutta non ve ne erano più: appena l’ebbi fra le ugne, cominciò a gridare: Misericordia! Mi confessò che da più settimane facea quello sciagurato mestiere perchè il fratello dell’ortolano aveva qualche mese addietro rubato un sacco di fave a suo padre. – E tuo padre t’insegna a rubare? – In fede mia, signor mio, fanno tutti così. – L’ho lasciato andare, e scavalcando una siepe io gridava: Ecco la società in miniatura; tutti così.
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
pochi signori delle terre in Italia, saranno pur sempre dominatori invisibili ed arbitri della nazione. Or di preti e frati facciamo de’ sacerdoti; convertiamo i titolati in patrizi; i popolani a tutti, o molti almeno, in cittadini abbienti, e possessori di terre – ma badiamo! senza carnificine; senza riforme sacrileghe di religione; senza fazioni; senza proscrizioni nè esilii; senza ajuto e sangue e depredazioni d’armi straniere; senza divisione di terre; nè leggi agrarie; nè rapine di proprietà famigliari – da che se mai (a quanto intesi ed intendo) se mai questi rimedi necessitassero a liberarne dal nostro infame perpetuo servaggio, io per me non so cosa mi piglierei – nè infamia, nè servitù: ma neppur essere esecutore di sì crudeli e spesso inefficaci rimedi – se non che all’individuo restano molte vie di salute; non fosse altro il sepolcro: – ma una nazione non si può sotterrar tuttaquanta. E però, se scrivessi, esorterei l’Italia a pigliarsi in pace il suo stato presente, e a lasciare alla Francia la obbrobriosa sciagura di avere svenato tante vittime umane alla Libertà – su le quali la tirannide de’ Cinque, o de’ Cinquecento, o di Un solo – torna tutt’uno – hanno piantato e pianteranno i lor troni; e vacillanti di minuto in minuto, come tutti i troni che hanno per fondamenta i cadaveri. Il lungo tempo da che non ti scrivo non è corso perduto per me; credo invece d’avere guadagnato anche troppo – ma guadagni fatali! Il signore T*** ha moltissimi libri di filosofia politica, e i migliori storici del mondo moderno: e tra per non volermi trovare assai spesso vicino a Teresa, tra per noja e per curiosità, due vigili istigatrici del genere umano – mi son fatto mandare que’ libri; e parte n’ho letto, parte ne ho scartabellato, e mi furono tristi compagni di questa vernata. Certo che più amabile compagnia mi parvero gli uccelletti i quali cacciati per disperazione dal freddo a cercarsi alimento vicino alle abitazioni degli uomini loro nemici, si posavano a famiglie e a tribù sul mio balcone dov’io apparecchiava loro da desinare e da cena – ma forse ora che va cessando il loro bisogno non mi visiteranno mai più. Intanto dalle mie lunghe letture ho raccolto: Che il non conoscere gli uomini è pur cosa pericolosa; ma il conoscerli quando non s’ha cuore da volerli ingannare è pur cosa funesta! Ho raccolto: Che le molte opinioni de’ molti libri, e le contraddizioni storiche, t’inducono al pirronismo e ti fanno errare nella confusione, e nel caos, e nel nulla: ond’io, a chi mi stringesse o di sempre leggere, o di non leggere mai, mi torrei di non leggere mai; e così forse farò. Ho raccolto: Che abbiamo tutti passioni vane com’è appunto la vanità della vita; e che nondimeno sì fatta vanità è la sorgente de’ nostri errori, del nostro pianto, e de’ nostri delitti. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
te sempre, e che non può vincere mai – questo amore ch’io celo a me stesso, ma che riarde ogni giorno e che s’è fatto onnipotente, immortale – ahi! la Natura ci ha dotati di questa passione che è indomabile in noi forse più dell’istinto fatale della vita – se io potessi insomma impetrare un anno solo di calma, il tuo povero amico vorrebbe sciogliere ancora un voto e poi morire. Io odo la mia patria che grida: – Scrivi ciò che vedesti. Manderò la mia voce  dalle  rovine,  e  ti  detterò  la  mia  storia.  Piangeranno  i  secoli  su  la  mia solitudine; e le genti si ammaestreranno nelle mie disavventure. Il tempo abbatte il forte: e i delitti di sangue sono lavati nel sangue. – E tu lo sai, Lorenzo, avrei coraggio di scrivere; ma l’ingegno va morendo con le mie forze, e vedo che fra pochi mesi avrò fornito questo mio angoscioso pellegrinaggio. Ma voi pochi sublimi animi che solitarj o perseguitati, su le antiche sciagure della nostra patria fremete, se i cieli vi contendono di lottare contro la forza, perchè almeno non raccontate alla posterità i nostri mali? Alzate la voce in nome di tutti, e dite al mondo: Che siamo sfortunati, ma nè ciechi nè vili; che non ci manca il coraggio, ma la possanza. – Se avete braccia in catene, perchè inceppate da voi stessi anche il vostro intelletto di cui nè i tiranni nè la fortuna, arbitri d’ogni cosa, possono essere arbitri mai? Scrivete. Abbiate bensì compassione a’ vostri concittadini, e non istigate vanamente le loro passioni politiche; ma sprezzate l’universalità de’ vostri contemporanei: il genere umano d’oggi ha le frenesie e la debolezza della decrepitezza; ma l’umano genere, appunto quand’è prossimo a morte, rinasce vigorosissimo. Scrivete a quei che verranno, e che soli saranno degni d’udirvi, e forti da vendicarvi. Perseguitate con la verità i vostri persecutori. E poi che non potete opprimerli, mentre vivono, co’ pugnali, opprimeteli almeno con l’obbrobrio per tutti i secoli futuri. Se ad alcuni di voi è rapita la patria, la tranquillità, e le sostanze; se niuno osa divenire marito; se tutti paventano il dolce nome di padre, per non procreare nell’esilio e nel dolore nuovi schiavi e nuovi infelici, perchè mai accarezzate così vilmente la vita ignuda di tutti i piaceri? Perchè non la consecrate all’unico fantasma ch’è duce degli uomini generosi, la gloria? Giudicherete l’Europa vivente, e la vostra sentenza illuminerà le genti avvenire. L’umana viltà vi mostra terrori e pericoli; ma voi siete forse immortali? fra l’avvilimento delle carceri e de’ supplicj v’innalzerete sovra il potente, e il suo furore contro di voi accrescerà il suo vituperio e la vostra fama.
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
a giusta pena? A che mi serba? — Ahi! forse all’inteso presagio. Ippodamia Erope E che? d’Atreo qual mai tema n’hai più? Non è ancor caldo 170 il ferro, ond’ei sotto amistà mi spense il genitor? non odi aspre parole di menzogna e rimbrotto? irati sguardi non vedi in fiel cospersi?... Obbrobrïoso ripudio?... atre rattenute minacce?... il suo cor?... tutto, tutto? 175 I tuoi timori fanti veder più che non è. Ma, il credi, altri oggimai pensier...
Tieste di Ugo Foscolo
Or danne pruova, e me conforta, e dona alla madre il fanciullo. Atreo 270 Mal tu libri quanto mi chiedi; a pochi ei noto, pochi sanno del par da qual delitto impuro, inumano, incredibile egli nacque. Or perchè vuoi ch’io gliel conceda? In Argo 275 saria non sol tal scelleragin sparsa, ma il regno, e Grecia tutta, e l’universo di tanta reità risonerebbe. E perchè ciò — T’arrendi, o donna, e pensa che altre aspettano sorti il figliuol tuo, tranne quelle d’obbrobrio. 280 Il figlio, il figlio, Atreo, mi schiudi, e ogni obbrobrio mi siegua. Che altro debbo aspettar? Perduto e infranto ogni rossor, fama ed onor calpesti. Non io così: se l’abbominio sei 285 di te stessa e degli altri, a me non lice seguirti. E sì mi dai quel figlio, o crudo, che blandamente con pretesti accorti mi promettevi? Il forte è saggio! Andianne. (parte con Erope)
Tieste di Ugo Foscolo
perdere il favor del tiranno. Ma, comunque egli giunga, ei giunge pure in somma quel giorno, in cui al ministro è ritolta l’autorità e il favore. Allora bisogna, che lo stato si prepari a sopportare il ministro successore, il quale dee pur sempre essere di alcun poco più reo del predecessore; ma, volendosi egli far credere migliore, innova e sovverte ogni cosa stabilita dall’altro, ed in tutto se gli vuole mostrare dissimile. Eppure costui vuole, e dee volere (come il predecessore) ed arricchirsi, e mantenersi in carica, e vendicarsi, e ingannare, ed opprimere, ed atterrire. Ogni mutazione dunque nella tirannide, così di tiranno, che di ministro, altro non è ad un popolo infelicemente  servo,  che  come  il  mutare  fasciatura  e  chirurgo  ad  una  immensa piaga insanabile, che ne rinnuova il fetore e gli spasimi. Ma,  che  il  ministro  successore  debba  esser  poi  di  alcun  poco  più  reo dell’antecessore, colla stessa facilità si dimostra. Per soverchiare un uomo cattivo accorto e potente, egli è pur d’uopo vincerlo in cattività e accortezza. Un ministro di tiranno per lo più non precipita, senza che alcuno di quelli che direttamente o indirettamente erano autori della sua rovina, a lui non sottentri. Ora, come seppe egli costui atterrare quei tanti ripari, che avea fatti quel primo per assicurarsi nel seggio suo? certamente, non per fortuna lo vinse, ma per arte maggiore. Domando: “Se nelle corti una maggior arte possa supporre minori vizj in chi la possiede e felicemente la esercita”. La non–ferocia dei moderni tiranni, che in essi non è altro che il prodotto della non–ferocia dei moderni popoli, non comporta che agli ex–ministri venga tolta la vita, e neppur le ricchezze, ancorch’elle siano per lo più il frutto delle loro iniquità e rapine: nè soffrono costoro alcun altro gastigo, che quello di vedersi lo scherno e l’obbrobrio di tutti, e massime di quei vili che maggiormente sotto essi tremavano. Alcuni di questi vicetiranni smessi, hanno la sfacciataggine di far pompa di animo tranquillo nella loro avversa fortuna; e ardiscono stoltamente arrogarsi il nome di filosofi disingannati. E costoro fanno ridere davvero gli uomini savj, che ben sapendo cosa sia un filosofo, chiaramente veggono ch’egli non è, nè può essere mai stato, un vicetiranno. Ma perderei le parole, il tempo, e la maestà da un così alto tema richiesta, se dimostrar io volessi che un ente cotanto vile ed iniquo non può nè essere stato  mai,  nè  divenire,  un  filosofo.  Proverò  bensì,  (come  cosa  assai  più importante) che un primo ministro del tiranno non è mai, nè può essere, un uomo buono ed onesto: intendendo io da prima per politica onestà e vera essenza dell’uomo, quella per cui la persona pubblica antepone il bene Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Della milizia Ma, o regni il tiranno stesso, o regni il ministro, a ogni modo sempre i difensori delle loro inique persone, gli esecutori ciechi e crudeli delle loro assolute volontà, sono i mercenarj soldati. Di questi ve ne ha nei moderni tempi di più specie; ma tutte però ad un medesimo fine destinate. In  alcuni  paesi  d’Europa  si  arruolano  gli  uomini  per  forza;  in  altri,  con minor violenza, e maggiore obbrobrio per quei popoli, si offrono essi spontaneamente di perdere la lor libertà, o (per meglio dire) ciò che essi stoltamente chiamano di tal nome. Costoro s’inducono a questo traffico di sè stessi, spinti per lo più dalla lor dappocaggine e vizj, e lusingati dalla speranza di soverchiare ed opprimere i loro eguali. Molti tiranni usano anche d’avere al lor soldo alcune milizie straniere, nelle quali maggiormente si affidano. E, per una strana contraddizione, che molto disonora gli uomini, gli Svizzeri, che sono il popolo quasi il più libero dell’Europa, si lasciano prescegliere e comprare, per servir di custodi alla persona di quasi tutti i tiranni di essa. Ma, o straniere siano o nazionali, o volontarie o sforzate, le milizie a ogni modo son sempre il braccio, la molla, la base, la ragione sola, e migliore, delle tirannidi e dei tiranni. Un tiranno di nuova invenzione cominciò in questo secolo a stabilire e mantenere un esercito intero e perpetuo in armi. Costui, nel volere un esercito, allorchè non avea nemici al di fuori, ampiamente provò quella già nota asserzione; che il tiranno ha sempre in casa i nemici. Non era però cosa nuova, che i tiranni avessero per nemici i loro sudditi tutti; e non era nuovo neppure, che senza aver essi quei tanto formidabili eserciti, sforzassero nondimeno i lor sudditi ad obbedire e tremare. Ma, tra l’idea che si ha delle cose, e le cose stesse, di mezzo vi entrano i sensi ed i sensi, nell’uomo, son tutto. Quel tiranno che nei secoli addietro se ne stava disarmato, se gli sopravveniva allora il capriccio o il bisogno di aggravare oltre l’usato i suoi sudditi soleva per lo più astenersene; perchè mormorandone essi o resistendogli, pensava che gli sarebbe necessario di armarsi per fargli obbedire e tacere. Ma ai tempi nostri, quell’autorità e forza, che il padre o l’avo del presente tiranno sapeano bensì d’avere, ma non se la vedeano sempre sotto gli occhi; quell’autorità e forza viene ora ampiamente dimostrata al regnante da quelle tante sue schiere, che non solo lo assicurano dalle offese dei sudditi, ma che ad offenderli nuovamente lo invitano. Onde, fra l’idea del potere nei passati tiranni, e la effettiva realità del potere nei
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
E se tanta pur fosse la viltà degli oppressi, che colla forza aperta non ardissero affrontare questi loro oppressori, potrebbero anche facilmente con arte e doni corrompergli e comprarli; che quel loro valore sta per chi meglio lo paga. Ma da un sì fatto mezzo ne ridonderebbero in appresso più mali; tra cui non è il menomo, il ritrovarsi poscia fra il popolo una sì gran moltitudine d’enti, che soldati non potrebbero esser più, e che cittadini (ove anco il volessero) divenir non saprebbero. Vero è, che il popolo li teme e quindi gli odia; ma non gli odia pur mai quanto egli abborrisce il tiranno, e non quanto costoro sel meritano. Questa non è una delle più leggiere prove, che il popolo nella tirannide non ragiona, e non pensa: che se egli osservasse, che senza codesti soldati non potrebbe oramai più sussistere tiranno nessuno, gli abborrirebbe assai più; e da quest’odio estremo perverrebbe il popolo assai più presto allo spegnere affatto cotali soldati. E non paja contraddizione  il  dire;  che  senza  soldati  non  sussisterebbe  il tiranno, dopo aver detto di sopra, che non sempre i tiranni hanno avuto eserciti perpetui. Coll’accrescere i mezzi di usare la forza, hanno i tiranni accresciuta la violenza in tal modo, che se ora quei mezzi scemassero, verrebbe di tanto a scemare nei popoli il timore, che si distruggerebbe forse la tirannide affatto. Perciò quegli eserciti, che non erano necessarj prima che si  oltrepassassero  certi  limiti,  e  prima  che  il  popolo  fosse  intimorito  e rattenuto da una forza effettiva e palpabile, vengono ad essere necessarissimi dopo: perchè natura dell’uomo è, che chiunque per molti anni ha avuto davanti agli occhi e ceduto ad una forza effettiva, non si lasci più intimorire da una forza ideale. Quindi, nel presente stato delle tirannidi europee, al cessare dei perpetui eserciti, immantinente cesseran le tirannidi. Il popolo non può dunque mai con verisimiglianza sperare di vedersi diminuito o tolto questo continuo aggravio ed obbrobrio, dello stipendiare egli stesso  i  suoi  proprj  carnefici,  tratti  dalle  sue  proprie  viscere,  e  così  tosto immemori affatto dei loro più sacri e naturali legami. Ma il popolo ha pur sempre, non la speranza soltanto, ma la piena e dimostrata certezza di torsi egli stesso questo aggravio ed obbrobrio, ogniqualvolta egli veramente volendolo non chiederà ad altrui ciò che sta soltanto in sua mano di prendersi. Ogni tiranno europeo assolda quanti più può di questi satelliti, e più assai che non può; egli se ne compiace, se ne trastulla, e ne va oltre modo superbo. Sono costoro il vero e primo gioiello delle loro corone: e, mantenuti a stento dai sudori e digiuni del popolo, preparati son sempre a beverne il Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
sangue, ad ogni minimo cenno del tiranno. Si accorda, in ragione del numero dei loro soldati, un diverso grado di considerazione ai diversi tiranni. E siccome non possono essi diminuire i satelliti loro senza che scemi l’opinione che si ha della loro potenza; e siccome una persona abborrita, ove ella mai cessi di essere temuta, apertamente si dileggia da prima, e tosto poscia si  spegne;  egli  è  da  credersi,  che  i  tiranni  non  aspetteranno  mai  questo manifesto  disprezzo  precursore  infallibile  della  loro  intera  rovina,  e  che sempre dissangueranno il popolo per mantenere coi molti soldati sè stessi. I tiranni, padroni pur anche per alcun tempo dell’opinione, hanno tentato di persuadere in Europa, ed hanno effettivamente persuaso ai più stupidi fra i loro sudditi, così plebei come nobili, che ella sia onorevole cosa la loro milizia.  E  col  portarne  essi  stessi  la  livrea,  coll’impostura  di  passare  essi stessi per tutti i gradi di quella, coll’accordarle molte prerogative insultanti ed ingiuste sopra tutte le altre classi dello stato, e massime sopra i magistrati tutti, hanno con ciò offuscato gl’intelletti, ed invogliato gli stoltissimi sudditi di questo mestiere esecrabile. Ma una sola osservazione basta a distruggere questa loro scurrile impostura. O tu reputi i soldati come gli esecutori della tirannica volontà al di dentro; e allora può ella mai parerti onorevol cosa lo esercitare contra il padre, i fratelli, i congiunti, e gli amici, una forza illimitata ed ingiusta? O tu li reputi come i difensori della patria; cioè di quel luogo dove per tua sventura sei nato; dove per forza rimani; dove non hai nè libertà, nè sicurezza, nè proprietà nessuna inviolabile; e allora, onorevol cosa ti può ella parere il difendere codesto tuo sì fatto paese, e il tiranno che continuamente lo distrugge ed opprime quanto e assai più, che nol farebbe il nemico? e l’impedire in somma un altro tiranno di liberarti dal tuo? Che ti può egli togliere oramai quel secondo, che non ti sia stato già tolto dal primo? Anzi, potrà il nuovo tiranno, per necessaria accortezza, trattarti da principio molto più umanamente che il vecchio. Conchiudo adunque; Che, non si potendo dir patria là dove non ci è libertà e sicurezza, il portar l’armi dove non ci è patria riesce pur sempre il più infame di tutti i mestieri: poichè altro non è, se non vendere a vilissimo prezzo la propria volontà, e gli amici, e i parenti, e il proprio interesse, e la vita, e l’onore, per una causa obbrobriosa ed ingiusta.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Ma, quanto erano stati da temersi pel tiranno quei nobili feudatarj, finchè aveano avuto autorità e forza; quanto erano stati ostacolo, e in un certo modo freno, alla compiuta tirannide di quel solo, altrettanto poi ne divennero essi la base e il sostegno, tosto che rimasero spogliati dell’autorità e della forza. I tiranni si prevalsero da prima del popolo stesso per abbassare i signorotti; ed il popolo che avea da vendicar tante ingiurie, volonteroso seguitò l’animosità di quel solo e maggior tiranno contro ai tanti e minori. Allora, qual dei signorotti si dette per accordo al tiranno, e quale contr’esso rivolse le armi. Ma, o patteggiati, o vinti ch’ei fossero, tutti, od i più, coll’andar del tempo soggiacquero. Non si estinse tuttavia interamente mai quel  male  che  ridondava  da  questa  secondaria  tirannide  feudale;  non  si scemò punto la servitù per il popolo; notabilmente si accrebbe bensì l’autorità e la forza del tiranno. Conobbero i tiranni la necessità di mantenere una  classe  fra  essi  ed  il  popolo,  che  paresse  alquanto  più  potente  che  il popolo,  e  fosse  assai  meno  potente  di  loro:  e  benissimo  conobbero  che distribuendo fra costoro gli onori tutti e le cariche, diverrebbero questi col tempo i più feroci e saldi satelliti della loro tirannide. Nè s’ingannarono in tal fatto i tiranni. I nobili, spogliati affatto della loro autorità e forza, ma non interamente delle loro ricchezze e superbia, manifestamente conobbero che non potevano essi nella tirannide continuare ad esser tenuti maggiori del popolo, se non se risplendendo della luce del tiranno. L’impossibilità di riacquistare l’antica potenza li costrinse ad adattare la loro ambizione alla necessità ed ai tempi. Dal popolo, che non s’era certamente  scordato  delle  loro  antiche  oppressioni;  dal  popolo,  che  gli abborriva perchè li credeva ancora troppo più potenti di lui; dal popolo in somma, troppo avvilito per soccorrergli ancor che il volesse, videro chiaramente i nobili che non v’era luogo a sperarne mutazione alcuna favorevole a loro. Si gittarono dunque interamente in braccio al tiranno; ed egli non li temendo oramai, e vedendo quanto potevano riuscire utili alla propagazione della tirannide, li prelesse ad esserne i depositarj e il sostegno. E questa è la nobiltà, che nelle tirannidi d’Europa tutto giorno poi vedesi così insolente col popolo, e così vil coi tiranni. Questa classe, in ogni tirannide, è sempre la più corrotta; ella è perciò l’ornamento principalissimo delle corti, il maggiore obbrobrio della servitù, e il giusto ludibrio dei pochi che pensano. Degeneri dai loro avi nella fierezza, i nobili sono gl’inventori primieri  d’ogni  adulazione,  d’ogni  più  vile  prostituzione  al  tiranno:  ma non tralignano già essi nella superbia e crudeltà contro al popolo. Anzi, vie Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Difficilissimo è l’accostarsi ai tiranni d’oriente; ai nostri, a qual con lettere o suppliche, a quale in persona, possiamo assai facilmente ogni giorno accostarci: ma, e che ne ridonda? son forse fra noi meno oppressi gl’innocenti ed i buoni? son forse più conosciuti i rei, allontanati, o puniti? Gl’impieghi, gli onori, le dignità si conferiscono in oriente agli schiavi più graditi al padrone. Il solo capriccio li dona, e il solo capriccio li ritoglie; ma un ministro o qualunque altro, che spogliato venga di alcuno importante impiego, viene altresì privato per lo più della vita. E lo stesso capriccio conferisce nel nostro occidente gli stessi onori e dignità a quegli schiavi più dotti nell’arte di piacere e compiacere al tiranno: e tanto più vili schiavi costoro, e degni in ciò veramente di esserlo, quanto, non essendo gli europei, come gli orientali, nati nella servitù effettiva dei serragli, di buon animo spontaneamente vanno porgendo le mani ed il collo al più obbrobrioso di tutti i gioghi. Ma, se i nostri tiranni, nel toglier loro la carica non li privano a un tempo della vita, ciò forse non accade per altra ragione, se non perchè questi scelti servi europei, a sì manifeste prove si sono dimostrati per vili, che i tiranni nostri in nessun modo non possono, nè debbono, in nulla temerli. Nelle tirannidi dell’oriente, pochissime leggi, oltre alle religiose, vi sussistono: moltissime se ne ha nelle nostre; ma ogni giorno si mutano, s’infrangono, si annullano, e perfin si deridono. Qual è men vergognosa ed infame a soffrirsi delle due seguenti usurpazioni? o d’uno che ti oltraggia e ti opprime, perchè tu, non credendo che altrimenti una società esistere potesse, gliene hai conceduto illimitatamente la signoria, nè hai provveduto in nessun maniera a moderargliela; o d’uno che ti fa lo stesso e anche peggio, benchè tu abbi provveduto con impotenti leggi, e con gl’inutili suoi giuramenti, che egli opprimere ed oltraggiare non ti potesse? Negli orientali governi nulla vi ha di sicuro, se non la sola servitù: ma, che v’ha egli di sicuro nei nostri? I tiranni europei sono di gran lunga più umani? cioè, hanno i tiranni europei molto minore il bisogno di essere crudeli. Nell’oriente, le scienze e le lettere proscritte, i regni spopolati, la stupidità e miseria del popolo, nessuna industria, nessun commercio; non son tutte queste,  e  tante  altre,  le  innegabili  prove  del  distruttivo,  che  sta  in  quei governi? Rispondo, distinguendo di nuovo. La religion maomettana, come più inerte e meno curante della nostra, riesce altresì molto più distruttiva di essa. Ma in quelle parti d’oriente, dove non ci è maomettismo, come specialmente alla Cina e al Giappone, tutti questi soprammentovati lagrimevoli effetti, che stoltamente noi assegniamo alla sola orientale tirannide, in un’altra Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Vittorio Alfieri   Della Tirannide   Libro secondo � Capitolo II In qual modo si possa vegetare nella tirannide Il vivere senz’anima, è il più breve e il più sicuro compenso per lungamente vivere in sicurezza nella tirannide; ma di questa obbrobriosa morte continua (che io per l’onore della umana specie non chiamerò vita, ma vegetazione) non posso, nè voglio insegnare i precetti; ancorchè io gli abbia, senza volerli pure imparare, pur troppo bevuti col latte. Ciascuno per sè li ricavi dal proprio timore, dalla propria viltà, dalle proprie circostanze più o meno servili e fatali; e in fine, dal tristo e continuo esempio dei più, ciascun li ricavi.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Come si debba morire nella tirannide Benchè la più verace gloria, cioè quella di farsi utile con alte imprese alla patria ed ai concittadini, non possa aver luogo in chi, nato nella tirannide, inoperoso per forza ci vive; nessuno tuttavia può contendere a chi ne avesse il nobile ed ardente desiderio, la gloria di morire da libero, abbenchè pur nato  servo.  Questa  gloria,  quantunque  ella  paja  inutile  ad  altrui,  riesce nondimeno  utilissima  sempre,  per  mezzo  del  sublime  esempio;  e,  come rarissima, Tacito, quell’alto conoscitore degli uomini, la giudica pure esser somma. Alla eroica morte di Trasea, di Seneca, di Cremuzio Cordo, e di molti altri Romani proscritti dai loro primi tiranni, altro in fatti non mancava, che una più spontanea cagione, per agguagliar la virtù di costoro a quella dei Curzj, dei Decj, e dei Regoli. E siccome, là dove ci è patria e libertà, la virtù in sommo grado sta nel difenderla e morire per essa, così nella immobilmente radicata tirannide non vi può essere maggior gloria, che di generosamente morire per non viver servo. Parmi adunque, che nei nostri scellerati governi, i pochissimi uomini virtuosi  e  pensanti  vi  debbano  vivere  da  prudenti,  finchè  la  prudenza  non degenera in viltà; e morire da forti, ogniqualvolta la fortuna, o la ragione, a ciò  li  costringa.  Un  cotal  poco  verrà  ammendata  così,  con  una  libera  e chiara morte, la trapassata obbrobriosa vita servile.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Se un popolo, che non sente la tirannide, la meriti, o no Quel popolo che non sente la propria servitù, è necessariamente tale, che non concepisce alcuna idea di politica libertà. Pure, siccome la totale mancanza di questa naturale idea non proviene già dagli individui, ma bensì dalle invecchiate loro circostanze, che son giunte a segno di soffocare in essi ogni lume primitivo della ragion naturale; la umanità vuole, che al loro errore  si  compatisca,  e  che  non  si  disprezzino  affatto  costoro,  ancorchè disprezzati siano e disprezzabili. Nati nella servitù, di servi padri, nati anch’essi di servi, donde oramai, donde potrebber costoro aver ritratto alcuna idea di libertà primitiva? Naturale ed innata nell’uomo ella è, mi si dirà da taluno; ma, e quante altre cose non meno naturali, dalla educazione, dall’uso, e dalla violenza, non vengono in noi indebolite o cancellate interamente ogni giorno? Nella romana repubblica, in cui ogni Romano nascea cittadino e riputavasi libero, vi nasceano pur anco fra i soggiogati popoli alcuni schiavi, che non poteano ignorar di esser tali, ogni giorno vedendo davanti a sè i loro padroni esser liberi; e coloro si credeano pur di esser servi, e nati per esserlo; e ciò soltanto, perchè erano educati, e di padre in figlio sforzati, a riputarsi tali. Ora, se nel seno stesso della più splendida politica libertà che siasi mai vista sul globo, quegli uomini ignoranti e avviliti credeano di dover essi soli esser servi, non sarà maraviglia che nelle nostre tirannidi, dove non si profferisce nè il nome pure di libertà, veri servi si credano quei che vi nascono; o, per dir  meglio,  che  non  conoscendo  essi  libertà,  non  conoscano  nè  anche servaggio. Parmi perciò, che i popoli nostri si debbano assai più compiangere che non odiare o sprezzare; essendo essi innocentemente, e per sola ignoranza, complici senza saperlo del delitto di servire, di cui ben ampia già e terribile ne van sopportando la pena. Ma l’odio, lo sprezzo, e se altro sentimento vi ha più obbrobrioso e feroce, tutti si debbono bensì dai pochi enti pensanti fieramente  rivolgere  contro  a  quella  picciola  classe  di  uomini,  che,  non essendo stolidi affatto nè inetti, ed accorgendosi benissimo di viver servi nella tirannide, sfacciatamente pure ogni giorno il vero, sè stessi, e gli altri tutti tradiscono, correndo a gara ad adulare il tiranno, ad onorarlo, a difenderlo, ed a porgere primi l’infame collo a’ suoi lacci; e ciò, col sol patto che doppiamente da essi avvinto ed oppresso ne rimanga il misero ed innocente popolo; presso cui, per ottenere il lor barbaro intento, caldissimi propagatori con astuzia si fanno di ogni dannosa ignoranza. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
E, spingendo io più oltre questa importante differenza fra quella parte di schiavi che nella tirannide si fa istrumento d’oppressione, e quella che (senza saperne il perchè) si fa vittima, ardisco asserire una cosa che parrà forse ai molti  non  vera,  ma  che  io  credo  pure  verissima.  Ed  è;  che  dalla  fedeltà stessa, dalla cecità e ostinazione maggiore, con cui i popoli nella tirannide difendono il loro tiranno, si debbe arguire che essi farebbero altrettanti e più sforzi per la libertà, se mai l’acquistassero; e se fin dalle fasce, in vece del nome del tiranno, come cosa sacra avessero udito sempre religiosamente insegnarsi il nome di repubblica. Il vizio dunque della tirannide, e il maggiore obbrobrio della servitù, non risiede nel popolo; che in ogni governo è sempre la classe la meno corrotta; ma interamente risiede in quei pochi che il popolo ingannano. Ed in prova, si osservi che ogniqualvolta il tiranno eccede quel modo comportabile dalla umana stupidità, il primo sempre, anzi il solo per lo più che risentirsi ardisca delle estreme ingiurie, si è il più basso popolo, il quale pure, nella pienissima sua ignoranza, stoltamente reputa il tiranno essere quasi un Dio. All’incontro, gli ultimi sempre ad offendersi e a ricercarne vendetta, ancorchè ingiuriatissimi siano dal tiranno, son quelli della più illustre classe, ed i suoi più famigliari, i quali pure indubitabilmente convinti sono, ch’egli è assai meno che un uomo. Onde conchiudo; che nella tirannide meritano solo di esser servi quei pochi, che avendo in sè la idea di libertà, (e quindi o la forza o l’arte per tentare almeno di riacquistarla per sè, facendola ad un tempo riacquistare ad altrui) antepongono tuttavia di vivere in servitù; ed anzi se ne pregiano essi; e, quanto più sanno e possono, vi costringono il rimanente dei loro simili.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Potria smentir di Messalina il sangue, chi d’essa nasce? — Or di’; possibil fora prove adunar di ciò? Di sue donzelle conscia è più d’una; e il deporran, richieste. Detto io mai non l’avrei, se Ottavia mai avuto avesse l’amor tuo. Ma, stolto! che parlo? Ove ciò fosse, ove mertato ella avesse il tuo cor, non che mai farti oltraggio tal, pensato avrialo pure? Ragion di stato, e mal tuo grado, in moglie costei ti diede. Ella di te non degna ben si conobbe, e quindi il cor suo basso bassamente locò. Ma oscuro fallo, temo, che il trarlo a obbrobriosa luce... L’infamia è di chi ‘l fece. È ver... Sua taccia abbia ognun dunque: ella di rea; di giusto tu, che senza tuo danno esserlo puoi.
Ottavia di Vittorio Alfieri
Vieni, o Seneca, vieni; almen ch’io pianga con te: niun con chi piangere mi resta. Donna, e fia ver? mentita accusa infame... Tutto aspettava io da Neron, men questo ultimo oltraggio; e sol quest’uno avanza ogni mia sofferenza. Or, chi mai vide insania in un sì obbrobriosa, e stolta? Tu vivo specchio d’innocenza e fede, tu pieghevole, tenera, modesta, e ancor che stata di Nerone al fianco, pure incorrotta sempre; e a te fia tolta or tua fama così? non fia, no; spero. Io vivo ancora, io testimonio vivo di tua virtù; spender mia voce estrema in gridarti innocente udrammi Roma: chi fia sì duro, che pietà non n’abbia? Deh! non mi dir (che mal può dirsi) or quanta sia l’amarezza del tuo pianto: io tutto sento e divido il dolor tuo... Ma invano tu speri. Nulla avermi tolto estima Neron, fin ch’ei la fama a me non toglie. Tutto soggiace al voler suo: te stesso tu perderesti, e indarno: ah! per te pure tremar mi fai. Ma in salvo, è ver, che posta da lunga serie di virtudi omai è la tua fama: il fosse al par la mia!... Ma, giovin, donna, infra corrotta corte cresciuta, oh cielo! esser tenuta io posso rea di sozzo delitto. Altri non crede, né creder de’, ch’io per Neron tuttora amor conservi: eppur, per quanto in seno in mille guise egli il pugnal m’immerga, per me il vederlo d’altra donna amante è il rio dolor, che ogni dolor sorpassa. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Ottavia di Vittorio Alfieri