noviziato

[no-vi-zià-to]
In sintesi
periodo di preparazione alla vita religiosa; fase iniziale di un'attività professionale
1
ECCL Stato, condizione di chi è novizio: il n. dell'ordine dei Domenicani || Durata di tale stato: ha fatto due anni di n. || Luogo dove studiano e si preparano i novizi: il n. di Santa Croce a Firenze
2
fig. Periodo di tirocinio, di studio che si fa per apprendere un'arte, una professione, un mestiere: prima di diventare un bravo avvocato, ci vuole un lungo n. || Pagare, scontare il noviziato, commettere errori di inesperienza e pagarne le conseguenze

Citazioni
23. F. Lippi Se gli uomini attentamente considerassino di quanta importanza sia ne gli ingegni buoni venire eccellenti e rari in quelle professioni che elli esercitano, sarebbono certamente più solleciti e molto più frequenti et assidui nelle fatiche che si patiscono per imparare. Perciò che e’ si vede pur chiaramente tutti coloro che attendono alla virtù, nascere (come gli altri) ignudi et abbietti, et impararla ancora con grandissimi sudori e fatiche; ma come e’ sono conosciuti per virtuosi, acquistarsi in tempo brevissimo onorato nome e ricchezze quasi eccessive, le quali nientedimanco giudico io nulla in comparazione della fama e di quel respetto che hanno lor gli uomini, non per altro che per conoscergli virtuosi e per vedergli adornati e colmi di quelle somme scienzie od arti, che a’ pochi il ciel largo destina. E tanto è grande la forza della virtù, che ella trae i favori e le cortesie di mano a coloro che non le conobber mai et i virtuosi non hanno più visti. Ma che più? Se in uno che veramente sia virtuoso si ritruova pur qualche vizio, ancora che biasimevole e brutto, la virtù lo ricuopre tanto, che dove in un altro non virtuoso gravemente si disdirebbe e ne sarebbe colui punito, non apparisce quasi peccato nel virtuoso. E non solamente non ne è punito, ma compassionevolmente se li comporta, portando la stessa giustizia sempre mai una certa quasi reverenzia a qualunche ombra della virtù. La quale, oltra mille altri effetti maravigliosi, muta la avarizia de’ principi in liberalità; rompe gli odi dell’animo; sotterra le invidie ne’ gli uomini; et alza di qua giù fin in cielo coloro che per fama divengono di mortali immortali, come in queste parti mostrò fra’ Filippo di Tommaso Lippi, carmelitano, il quale dicono che nacque in Fiorenza in una contrada detta Ardiglione, sotto il canto alla Cuculia, dietro al convento de’ frati  Carmelitani,  e  per  la  morte  di  Tommaso  suo  padre  restò  povero fanciullino d’anni due senza alcuna custodia, essendosi ancora morta la madre non molto lontano al suo partorillo. Rimase dunque costui in governo d’una mona Lapaccia sua zia, sorella di Tommaso, la quale con grandissima calamità lo allevò in disagio grandissimo, e quando non potette più sostentarlo, essendo egli già di VIII anni, lo fece frate nel sopradetto convento del Carmine. Era questo fanciullo molto destro et ingenioso nelle azzioni di mano, ma nella erudizione delle lettere grosso e male atto ad imparare, oltra che e’ non volle applicarvi lo ingegno mai, né averle mai per amiche. Lo chiamò il priore, per lo medesimo nome che aveva quando si vestì l’abito. E perché nel noviziato, ogni giorno su i libri de’ frati che studiavano, si dilettava imbratOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
chinare il capo anche stavolta, toglierlo dalla cerca e metterlo ai servizi interni del convento. Vito, contentone, badava a far la sua strada. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte, barcamenandosi fra questo e quell’altro, che il convento è come un piccolo mondo, e le nimicizie covano anche fra i servi di Dio. Quando s’accapigliavano fra di loro, e volavano le scodelle, lui orbo e sordo. A tempo e luogo poi lisciare i pezzi grossi pel verso del pelo, e pigliare ciascuno pel vizio suo, fra Serafino col tabacco buono di Licodia, fra Mansueto chiudendo un occhio in portineria, il Padre Lettore a colpi d’incensiere. – Ah, che grazia v’ha fatto il Signore! Quante cose sapete, vossignoria! – Figliuol mio, ho sudato sangue. Vedi, ho tutti i peli bianchi. Che mi giova? Padre Lettore, e nulla più. – Birbonate! La solita storia che chi più merita meno ha.., M’intendo io, se fossi padre da messa e avessi voce in capitolo, quando fanno il guardiano... Il guaio era che per entrare in noviziato ed arrivare padre da messa ci voleva un po’ di latino, e 20 onze di patrimonio. Quanto al latino, pazienza, Vito Scardo, picchia e ripicchia, sudando sui libracci come Gesù all’orto, tendendo l’orecchio a questo e a quello, pigliandosi la testa a due mani – testa fine di villano che quel che voleva voleva – coll’aiuto di Dio e del Padre Lettore riescì a farvi entrare quel che ci voleva. Ma trovare le 20 onze del patrimonio era un altro paio di maniche. Ci si struggeva mattina e sera, senza contare i digiuni, le astinenze, e simili privazioni, che ormai era diventato tutto pelo e naso, e le divote susurravano anche che portava il cilizio sotto la tonaca. In chiesa poi servizievole con tutti quanti, premuroso colle figlie penitenti del guardiano e dei pezzi grossi, innamorato del Patriarca San Giuseppe, sì che la vedova Brogna s’indusse a fare l’altare nuovo, e fu tutto merito suo. Insomma, se il Patriarca non gli faceva trovare i denari per entrare in noviziato e darsi a Dio, voleva dire che non c’è religione né nulla. – O tu che credi d’arrivare Papa? – Gli diceva alle volte il guardiano ridendo. E lui, minchione minchione: – Papa, no. Bene, se il Patriarca non voleva farlo, l’avrebbe fatto lui il miracolo, Vito Scardo. A un tratto, corse la voce che guariva asini e muli, con certi rimedi che sapeva lui – e la fede viva. Se mancava la fede, addio virtù dei semplici, e tanto peggio per la bestia che crepava, salute a noi. Poi furono i numeri del lotto che gli vennero in mente, come un’ispirazione del cielo che gli diceva all’orecchio: Escirà il tale, il tale, e il tal altro numero. Veramente a
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
Rispose ch’essa era di Brusselle. Egli aveva avuto l’onore, diceva, d’intervenirvi al bombardamento nell’ultima guerra – era galantemente situata pour cela – e piena di noblesse – allorchè gli Imperiali ne furono cacciati da’ Francesi (la gentildonna fece una riverenza); e così ragguagliandola della vittoria e del merito che anch’egli n’ebbe – la pregò dell’onore di sapere il nome di lei – e le fece un inchino. Et  madame  a  son  mari?  –  disse;  fe’  due  passi;  guardò  addietro  –  e senza aspettare risposta, saltellò per la via. Quando  avessi  fatto  sett’anni  di  noviziato  in  una  bottega  di  belle creanze, non avrei imparato a far tanto. Capitolo 15 LA RIMESSA (CALAIS) Mentre  il  capitanetto  francese  si  liberava  di noi,  monsieur  Dessein capitò con la chiave della rimessa a introdurci nel magazzino de’ suoi calessi. La prima ad affacciarmisi, allorchè egli spalancava le imposte, fu un’altra vecchia sdruscita  désobligeante; e quantunque fosse l’effigie sputata di quella che un’ora fa nel cortile m’avea dato tanto nel genio – il vederla, e il sentirmi rimescolare fu tutt’uno; e pensai che doveva pur essere un selvatico animale colui al quale venne prima nel cuore di costruire sì trista macchina; nè io aveva più di carità per l’uomo che si pensasse mai l’adoprarla. Parvemi che neppur la signora ne fosse molto invaghita; e monsieur Dessein, come savio, ci guidò verso un paio di sedie la posta, una accanto all’altra; dicendo nel raccomandarcele che le furono comperate da Lord A8 e B8 per il grand tour, ma che non oltrepassarono Parigi, ed erano buone per tutti i conti quanto se le fossero nuove – Erano troppo buone – e m’attenni a un’altra, e incominciava già a contrattarla – ma ci capiranno al più due persone, dissi tirando a me lo sportello; e v’entrai – Piaccia a madama, disse monsieur Dessein, e le porgeva il braccio, piacciale di salirvi – la signora ci pensò un minuto secondo, e salì: in quella il ragazzo accennò di voler parlare al padrone: e monsieur Dessein serrò lo sportello, e ci lasciò dentro. LA RIMESSA (CALAIS) C’est bien comique, bizzarra cosa! disse la signora, e sorrise, avvisandosi  com’essa  per  un  gruppo  d’accidenti  da  nulla  erasi  trovata  così  sola meco due volte – c’est bien comique, diceva ella – – Mancherebbe alla bizzarria, le diss’io, l’uso comico che galanteria
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo