nemesi

[nè-me-ʃi]
In sintesi
evento negativo che si presume seguia periodi fortunati per giustizia; giustizia
← dal lat. nemĕsi(m), che è dal gr. némesis, nome della dea della giustizia nella mitologia greca, deriv. di némein ‘distribuire, assegnare’.
1
Avvenimento o serie di avvenimenti negativi che si ritiene seguano ineluttabilmente, quale fatale compensazione, un periodo di particolare prosperità
2
estens. Vendetta fatale riparatrice di un'ingiustizia, di una colpa || Nemesi storica, che fatalmente vendica, anche nel susseguirsi delle generazioni, le ingiustizie, le colpe di cui si sono macchiati gli antenati nel corso della storia

Citazioni
Il tuo loco guardava, e lacrimando Il viso rivolgea. 65 Madre, perdona. A un cenno tuo la testa, La balda testa ei piega; Ma il suo duce prigion bandì la gesta, E la gran Roma prega. Egli su’ trionfali archi diritta Vide, nel ciel del Lazio, Di Roma vide l’alta imago, afflitta D’inverecondo strazio. Ella che tien del nostro patto l’arca, L’ara del nostro dritto; Per cui Dante gemé, fremé il Petrarca, E ‘l Machiavelli ha scritto; Austera e pia ne la materna faccia Con lagrimoso ciglio Lo riguardava, e gli tendea le braccia, E gli diceva: O figlio. Ed ei, questo predone (ascolta, o greggia Turpe di schiavi, ascolta), Questo predon cui l’Apennin verdeggia Di lieti paschi e folta 85 Mèsse, questo feroce a cui nel core Ridea queto un desire, Per lei lasciava il suo solingo amore, Per lei corse a morire. Ed or ne’ luoghi, ove fra sé ristretta È la gente de i morti Per forza, e chiama a Dio la gran vendetta Che il mondo riconforti, Or co’ i caduti là nel giugno ardente De l’alta Roma a fronte Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 70 75 80 90 11 Giosue Carducci     Giambi ed epodi � 95 E co’ i caduti nel decembre algente De’ martiri su ‘l monte Parla, e Nemesi al suo ferreo registro Guarda con muto orrore, Parla di lui, del Cesare sinistro, 100 Del bieco imperatore. Le madri intanto accusano ne’ pianti Del viver tardo i fati E con le man che gli addormian lattanti Compongono gli occhi a’ nati, 105 In vece di ghirlande le fanciulle Vestonsi i neri panni, Mancan le vite a le aspettanti culle... Maledetti i tiranni! Ma io per man torrommi questa madre 110 Vedova, questa sposa Vedova; e, dove fra sue turbe ladre Quel prete empio riposa, E sogna d’armi e ad un selvaggio agguato Pare che frema e rugga, 115 E su ‘l capo gli penzola inchiodato Gesù perché non fugga, Là me n’andrò, là sorgerò, per vie A tutt’altri secrete, Come una larva del supremo die 120 Lento, e dirògli — O prete, Godi. Di larga strage il breve impero Empisti e le tue brame. Trionfa nel tuo splendido San Piero, O vecchio prete infame. 125 Con le tremule palme al ciel levate Canta — Osanna, Dio forte —: Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Giambi ed epodi di Giosue Carducci
– L’affare della frutta secca è troppo istruttivo. Siete due uomini che non potete stare insieme. Ora chi ha da ritirarsi? Chi senza l’altro avrebbe fatto un solo buon affare, o chi da mezzo secolo dirige da solo la casa? Anche Augusta fu indotta dal padre a convincermi di non ingerirmi più nei miei propri affari. – Pare che la tua bontà e la tua ingenuità – mi disse – ti rendano disadatto agli affari. Resta a casa con me. Io, irato, mi ritirai nella mia tenda, ossia nel mio studiolo. Per qualche tempo leggiucchiai e suonai, poi sentii il desiderio di una attività più seria e poco mancò non ritornassi alla chimica eppoi alla giurisprudenza. Infine, e non so veramente perché, per qualche tempo mi dedicai agli studi di religione. Mi parve di riprendere lo studio che avevo iniziato alla morte di mio padre. Forse questa volta fu per un tentativo energico di avvicinarmi ad Augusta e alla sua salute. Non bastava andare a messa con lei; io dovevo andarci altrimenti, leggendo cioè Renan e Strauss, il primo con diletto, il secondo sopportandolo come una punizione. Ne dico qui solo per rilevare quale grande desiderio m’attaccasse ad Augusta. E lei questo desiderio non indovinò quando mi vide nelle mani i Vangeli in edizione critica. Preferiva l’indifferenza alla scienza e così non seppe apprezzare il massimo segno d’affetto che le avevo dato. Quando, come soleva, interrompendo la sua toilette o le sue occupazioni in casa, s’affacciava alla porta della mia stanza per dirmi una parola di saluto, vedendomi chino su quei testi, torceva la bocca: – Sei ancora con quella roba? La religione di cui Augusta abbisognava non esigeva del tempo per acquisirsi o per praticarsi. Un inchino e l’immediato ritorno alla vita! Nulla di più. Da me la religione acquistava tutt’altro aspetto. Se avessi avuto la fede vera, io a questo mondo non avrei avuto che quella. Poi nella mia stanzetta magnificamente organizzata venne talvolta la noia. Era piuttosto un’ansia perché proprio allora mi pareva di sentirmi la forza di lavorare, ma stavo aspettando che la vita m’avesse imposto qualche compito. Nell’attesa uscivo frequentemente e passavo molte ore al Tergesteo o in qualche caffè. Vivevo in una simulazione di attività. Un’attività noiosissima. La visita di un amico d’Università, che aveva dovuto rimpatriare in tutta furia da un piccolo paese della Stiria per curarsi di una grave malattia, fu la mia Nemesi, benché non ne avesse avuto l’aspetto. Arrivò a me dopo di aver
La coscienza di Zeno di Italo Svevo