motto

[mòt-to]
In sintesi
frase breve e incisiva di contenuto simbolico, programmatico o scherzoso
← lat. tardo ttu(m) ‘suono’ (lat. muttīre ‘borbottare, mormorare’).
1
Espressione spiritosa, arguta: non ha mostrato di gradire i suoi motti di spirito SIN. arguzia, facezia
2
Parola o breve frase sentenziosa, simbolica, posta come impresa sotto lo stemma di un casato nobile, di una società, di un corpo militare: i famosi motti dannunziani; il m. della casa editrice è stampato sul frontespizio SIN. massima, sentenza
3
lett. Parola || Non fare motto, non parlare, tacere || Senza far motto, senza dire parola
4
ant. Breve componimento poetico rimato di contenuto popolaresco ‖ dim. ⇨ mottétto

Citazioni
proponea un maestro per insegnar grammatica a’ suoi figlioli, e poi che gliel’ebbe  laudato  per  molto  dotto,  venendo  al  salario  disse  che  oltre  ai denari volea una camera fornita per abitare e dormire, perché esso non avea letto: allor messer Annibal sùbito rispose: “E come po egli esser dotto, se non ha letto?’ Eccovi come ben si valse del vario significato di quello “non aver letto’. Ma perché questi motti ambigui hanno molto dell’acuto, per pigliar l’omo le parole in significato diverso da quello che le pigliano tutti gli altri, pare, come ho detto, che più presto movano maraviglia che riso, eccetto  quando  sono  congiunti  con  altra  manera  di  detti.  Quella  sorte adunque  di  motti  che  più  s’usa  per  far  ridere  è  quando  noi  aspettiamo d’udir una cosa, e colui che risponde ne dice un’altra e chiamasi “fuor d’opinione’. E se a questo è congiunto lo ambiguo, il motto diventa salsissimo; come l’altr’ieri, disputandosi di fare un bel “mattonato’ nel camerino della signora Duchessa, dopo molte parole voi, Ioan Cristoforo, diceste: “Se noi potessimo avere il vescovo di Potenzia e farlo ben spianare, saria molto a proposito, perché egli è il più bel “matto nato” ch’io vedessi mai’. Ognun rise molto, perché dividendo quella parola “mattonato’ faceste lo ambiguo; poi dicendo che si avesse a spianare un vescovo e metterlo per pavimento d’un  camerino,  fu  for  di  opinione  di  chi  ascoltava;  così  riuscì  il  motto argutissimo e risibile. LVIX Ma dei motti ambigui sono molte sorti; però bisogna essere avvertito ed uccellar sottilissimamente alle parole, e fuggir quelle che fanno il motto freddo, o che paia che siano tirate per i capelli, o vero, secondo che avemo detto, che abbian troppo dello acerbo. Come ritrovandosi alcuni compagni in casa d’un loro amico, il quale era cieco da un occhio, e invitando quel cieco la compagnia a restar quivi a desinare, tutti si partirono eccetto uno; il qual disse: “Ed io vi restarò, perché veggo esserci vuoto il loco per uno’; e così col dito mostrò quella cassa d’occhio vuota. Vedete che questo è acerbo e discortese troppo, perché morse colui senza causa e senza esser stato esso prima punto, e disse quello che dir si poria contra tutti i ciechi; e tai cose universali non dilettano, perché pare che possano essere pensate. E di questa sorte fu quel detto ad un senza naso: “E dove appicchi tu gli occhiali?’ o: “Con che fiuti tu l’anno le rose?’
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
che era fanciullo, intendendo che Filippo suo padre avea vinto una gran battaglia ed acquistato un certo regno, cominciò a piangere, ed essendogli domandato perché piangeva rispose, perché dubitava che suo padre vincerebbe tanto paese, che non lasserebbe che vincere a lui; così ora Alessandro mio figliolo si dole e sta per pianger vedendo ch’io suo padre perdo, perché dubita ch’io perda tanto, che non lassi che perder a lui’.” LXVIII E quivi essendosi riso alquanto, suggiunse messer Bernardo: “È ancora da fuggire che ‘l motteggiar non sia impio: ché la cosa passa poi al voler esser arguto nel biastemmare e studiare di trovare in ciò novi modi; onde di quello che l’omo merita non solamente biasimo, ma grave castigo, par che ne cerchi gloria; il che è cosa abominevole; e però questi tali, che voglion mostrar di esser faceti con poca reverenzia di Dio, meritano esser cacciati dal consorzio d’ogni gentilomo. Né meno quelli che son osceni e sporchi nel parlare e che in presenzia di donne non hanno rispetto alcuno, e pare che non piglino altro piacer che di farle arrossire di vergogna, e sopra di questo vanno cercando motti ed arguzie. Come quest’anno in Ferrara ad un convito in presenzia di molte gentildonne ritrovandosi un Fiorentino ed un Sanese, i quali per lo più, come sapete, sono nemici, disse il Sanese per mordere  il  Fiorentino:  “Noi  abbiam  maritato  Siena  allo  Imperatore  ed avemogli dato Fiorenza in dota’; e questo disse, perché di que’ dì s’era ragionato ch’e Sanesi avean dato una certa quantità di denari allo Imperatore ed esso aveva tolto la lor protezione. Rispose sùbito il Fiorentino: “Siena sarà la prima cavalcata (alla franzese, ma disse il vocabulo italiano); poi la dote si litigherà a bell’aggio’.  Vedete  che  il  motto  fu  ingenioso  ma,  per  esser  in presenzia di donne, diventò osceno e non conveniente.” LXIX Allora il signor Gaspar Pallavicino, “Le donne,” disse, “non hanno piacere di sentir ragionar d’altro; e voi volete levarglielo. Ed io per me sonomi trovato ad arrossirmi di vergogna per parole dettemi da donne, molto più spesso  che  da  omini.”  “Di  queste  tai  donne  non  parlo  io,”  disse  messer Bernardo; “ma di quelle virtuose, che meritano riverenzia ed onore da ogni
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
tempo poria esser cardinale’. Di questa sorte è ancor quello che disse Alfonso Santa Croce; il qual, avendo avuto poco prima alcuni oltraggi dal Cardinale di Pavia, e passeggiando fuor di Bologna con alcuni gentilomini presso al loco dove si fa la giustizia, e vedendovi un omo poco prima impiccato, se gli rivoltò con un certo aspetto cogitabundo e disse tanto forte che ognun lo sentì: “Beato tu, che non hai che fare col Cardinale di Pavia!’ LXXIII E questa sorte di facezie che tiene dell’ironico pare molto conveniente ad omini grandi, perché è grave e salsa e possi usare nelle cose giocose ed ancor  nelle  severe.  Però  molti  antichi,  e  dei  più  estimati,  l’hanno  usata, come Catone, Scipione Affricano minore; ma sopra tutti in questa dicesi esser stato eccellente Socrate filosofo, ed a’ nostri tempi il re Alfonso Primo d’Aragona; il quale essendo una mattina per mangiare, levossi molte preciose anella che nelli diti avea per non bagnarle nello lavar delle mani e così le diede  a  quello  che  prima  gli  occorse,  quasi  senza  mirar  chi  fusse.  Quel servitore pensò che ‘l re non avesse posto cura a cui date l’avesse e che, per i pensieri di maggior importanzia, facil cosa fosse che in tutto se lo scordasse; ed in questo più si confirmò, vedendo che ‘l re più non le ridomandava; e stando giorni e settimane e mesi senza sentirne mai parola, si pensò di certo esser sicuro. E così essendo vicino all’anno che questo gli era occorso, un’altra mattina, pur quando il re voleva mangiare, si rappresentò, e porse la mano per pigliar le anella; allora il re, accostatosegli all’orecchio, gli disse: “Bastinti  le  prime,  ché  queste  saran  bone  per  un  altro’.  Vedete  come  il motto è salso, ingenioso e grave e degno veramente della magnanimità d’uno Alessandro. LXXIV Simile a questa maniera che tende all’ironico è ancora un altro modo, quando con oneste parole si nomina una cosa viciosa. Come disse il Gran Capitano ad un suo gentilomo, il quale dopo la giornata della Cirignola, e quando le cose già erano in securo, gli venne incontro armato riccamente quanto dir si possa, come apparechiato di combattere; ed allor il Gran Capitano, rivolto a don Ugo di Cardona, disse: “Non abbiate ormai più paura di tormento di mare, ché santo Ermo è comparito’; e con quella onesta
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i LXXVII Sono  ancor  arguti  quei  motti  che  hanno  in  sé  una  certa  nascosa suspizion di ridere, come, lamentandosi un marito molto e piangendo sua moglie, che da se stessa s’era ad un fico impiccata, un altro se gli accostò, tiratolo per la veste, disse: “Fratello, potrei io per grazia grandissima aver un rametto  de  quel  fico,  per  inserire  in  qualche  albero  dell’orto  mio?’  Son alcuni altri motti pazienti e detti lentamente con una certa gravità; come, portando un contadino una cassa in spalla, urtò Catone con essa, poi disse: “Guarda’. Rispose Catone: “Hai tu altro in spalla che quella cassa?’ Ridesi ancor quando un omo, avendo fatto un errore, per remediarlo dice una cosa  a  sommo  studio,  che  par  sciocca,  e  pur  tende  a  quel  fine  che  esso disegna, e con quella s’aiuta per non restar impedito. Come a questi dì, in consiglio di Fiorenza ritrovandosi doi nemici, come spesso interviene in queste republice, l’uno d’essi, il quale era di casa Altoviti, dormiva; e quello che gli sedeva vicino, per ridere, benché ‘l suo avversario, che era di casa Alamanni, non parlasse né avesse parlato, toccandolo col cubito lo risvegliò e disse: “Non odi tu ciò che il tale dice? rispondi, ché gli Signori dimandano del parer tuo’. Allora l’Altoviti, tutto sonnacchioso e senza pensar altro, si levò in piedi e disse: “Signori, io dico tutto il contrario di quello che ha detto l’Alamanni’. Rispose l’Alamanni: “Oh, io non ho detto nulla’. Sùbito disse l’Altoviti: “Di quello che tu dirai’. Disse ancor di questo modo maestro  Serafino,  medico  vostro  urbinate,  ad  un  contadino,  il  qual,  avendo avuta una gran percossa in un occhio, di sorte che in vero glielo avea cavato, deliberò pur d’andar per rimedio a maestro Serafino; ed esso, vedendolo, benché conoscesse esser impossibile il guarirlo, per cavargli denari delle mani, come quella percossa gli avea cavato l’occhio della testa, gli promise largamente di guarirlo; e così ogni dì gli addimandava denari, affermando che fra cinque o sei dì cominciaria a riaver la vista. Il pover contadino gli dava quel poco che aveva; pur, vedendo che la cosa andava in lungo, cominciò a dolersi del medico e dir che non sentiva miglioramento alcuno, né discernea con quello occhio più che se non l’avesse aùto in capo. In ultimo, vedendo maestro Serafino che poco più potea trargli di mano, disse: “Fratello mio, bisogna aver pacienzia: tu hai perduto l’occhio, né più v’è rimedio alcuno; e Dio voglia che tu non perdi anco quell’altro’. Udendo questo, il contadino si mise a piangere e dolersi forte e disse: “Maestro, voi m’avete assassinato e rubato i miei denari: io mi lamentarò al signor Duca’; e facea
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i LXXXIII Potrei forsi ancor, signori, raccôrre molti altri lochi, donde si cavano motti ridiculi; come le cose dette con timidità, con maraviglia, con minacce  for  d’ordine,  con  troppo  collera;  oltra  di  questo,  certi  casi  novi,  che intervenuti inducono il riso; talor la taciturnità, con una certa maraviglia; talor il medesimo ridere senza proposito; ma a me pare ormai aver detto a bastanza, perché le facezie che consistono nelle parole credo che non escano di que’ termini di che noi avemo ragionato. Quelle poi che sono nell’effetto, avvenga che abbian infinite parti, pur si riducono a pochi capi; ma nell’una e nell’altra sorte la principal cosa è lo ingannar la opinione e rispondere altramente che quello che aspetta l’auditore; ed è forza, se la facezia ha d’aver grazia, sia condita di quello inganno, o dissimulare o beffare o riprendere o comparare, o qual altro modo voglia usar l’omo. E benché le facezie inducano tutte a ridere, fanno però ancor in questo ridere diversi effetti; perché alcune hanno in sé una certa eleganzia e piacevolezza modesta,  altre  pungono  talor  copertamente,  talor  publico,  altre  hanno  del lascivetto, altre fanno ridere sùbito che s’odono, altre quanto più vi si pensa, altre col riso fanno ancor arrossire, altre inducono un poco d’ira; ma in tutti i modi s’ha da considerar la disposizion degli animi degli auditori, perché agli afflitti spesso i giochi danno maggior afflizione; e sono alcune infirmità che, quanto più vi si adopra medicina, tanto più si incrudiscono. Avendo adunque il cortegiano nel motteggiare e dir piacevolezze rispetto al tempo, alle persone, al grado suo e di non esser in ciò troppo frequente (ché in vero dà fastidio, tutto il giorno, in tutti i ragionamenti e senza proposito, star sempre su questo), potrà esser chiamato faceto; guardando ancor di non esser tanto acerbo e mordace, che si faccia conoscer per maligno, pungendo senza causa o ver con odio manifesto; o ver persone troppo potenti, che è imprudenzia; o ver troppo misere, che è crudeltà; o ver troppo scelerate, che è vanità; o ver dicendo cose che offendan quelli che esso non vorria offendere, che è ignoranzia; perché si trovano alcuni che si credono esser obligati a dir e punger senza rispetto ogni volta che possono, vada pur poi la cosa come vole. E tra questi tali son quelli, che per dire una parola argutamente, non guardan di macular l’onor d’una nobil donna; il che è malissima cosa e degna di gravissimo castigo, perché in questo caso le donne sono nel numero dei miseri, e però non meritano in ciò essere mordute, ché non hanno arme da diffendersi. Ma, oltre a questi rispetti, bisogna che colui che
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
IX E perché il signor Gasparo dimanda ancor quai siano queste molte cose di che ella deve aver notizia, e di che modo intertenere, e se le virtù deono  servire  a  questo  intertenimento,  dico  che  voglio  che  ella  abbia cognizion de ciò che questi signori hanno voluto che sappia il cortegiano; e de quelli esercizi che avemo detto che a lei non si convengono, voglio che ella n’abbia almen quel giudicio che possono aver delle cose coloro che non le oprano; e questo per saper laudare ed apprezzar i cavalieri più e meno, secondo i meriti. E per replicar in parte con poche parole quello che già s’è detto, voglio che questa donna abbia notizie di lettere, di musica, di pittura e sappia danzar e festeggiare; accompagnando con quella discreta modestia e col dar bona opinion di sé ancora le altre avvertenze che son state insegnate  al  cortegiano.  E  così  sarà  nel  conversare,  nel  ridere,  nel  giocare,  nel motteggiare,  in  somma  in  ogni  cosa  graziatissima;  ed  intertenerà accommodatamente e con motti e facezie convenienti a lei ogni persona che le occorrerà. E benché la continenzia, la magnanimità, la temperanzia, la fortezza d’animo, la prudenzia e le altre virtù paia che non importino allo intertenere, io voglio che di tutte sia ornata, non tanto per lo intertenere, benché però ancor a questo possono servire, quanto per esser virtuosa ed acciò che queste virtù la faccian tale, che meriti esser onorata e che ogni sua operazion sia di quelle composta.” X “Maravigliomi pur, disse allora ridendo il signor Gaspar, che poiché date alle donne e le lettere e la continenzia e la magnanimità e la temperanzia, che non vogliate ancor che esse governino le città e faccian le leggi e conducano gli eserciti; e gli omini si stiano in cucina o a filare. Rispose il Magnifico, pur ridendo: “Forse che questo ancora non sarebbe male;” poi suggiunse: “Non sapete voi che Platone, il quale in vero non era molto amico delle donne, dà loro la custodia della città e tutti gli altri offici marziali dà agli omini? Non credete voi che molte se ne trovassero, che saprebbon così ben governar le città e gli eserciti, come si faccian gli omini? Ma io non ho lor dati  questi  offici,  perché  formo  una  donna  di  palazzo,  non  una  regina. Conosco ben che voi vorreste tacitamente rinovar quella falsa calunnia, che ieri diede il signor Ottaviano alle donne: cioè che siano animali imperfettisOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
e di’: “Meuccio, que’ che t’ama assai 10 de le sue gioie più care ti manda, per accontarsi al tu’ coraggio bono”. Ma fa’ che prenda per lo primo dono questi tuo’ frati, e a lor sì comanda che stean con lui e qua non tornin mai. XXVI Guido Orlandi In risposta a un sonetto che gli mandò Dante Poi che traesti infino al ferro l’arco ver lo stecchetto e non desti di sovra, motto né caso volentier ti parco; voglio cangiare a te la ri,a e l’ovra. 5 Di sì gran peso ti levasti carco, che ben bon abachisto nol ti novra; e s’io t’insegno passar questo varco, sì che ’l soverchio non vi ti discovra,
Rime di Dante Alighieri
XXXIX Agnolino Bottoni da Siena manda un cane da porci a messer Ridolfo da Camerino, ed egli lo rimanda in dietro con parole al detto Agnolino con dilettevole sustanza. Molto  fu  da  ridere  quest’altro  motto  che  segue  del  detto  messer Ridolfo. Francesco, signore di Matelica, ebbe un tempo guerra col detto messer Ridolfo; e morendo il detto Francesco, rimasono suoi figliuoli, li quali, per istare sicuri e per difendersi da lui, uno Foscherello da Matelica, che era gran caporale in una compagna d’uno che avea nome Boldrino, facea sua camera in Matelica per provvisione ch’avea Boldrino a tutta sua brigata  da’  figliuoli  di  Francesco.  E  come  s’usa  per  le  guerre,  questo Foscherello,  come  cordiale  nimico  di  messer  Ridolfo,  fece  una  cavalcata con gente d’arme sul terreno di messer Ridolfo, per la quale menoe e predoe ottocento porci, e condusseli a Matelica. Stando per alcuni dì, non potendo messer Ridolfo vendicarsi sopra i nimici, sopravvenne uno famiglio d’Agnolino Bottoni da Siena con uno bellissimo cane alano a mano, e andato dinanzi a messer Ridolfo, e fatta la reverenza,  disse  che  Agnolino  Bottoni  gli  presentava  quel  cane.  Messer Ridolfo, guardando il cane e ’l famiglio, domandò da quello che quel cane era buono. Il famiglio gli rispose: — Da porci, signor mio. E messer Ridolfo disse:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
ciò che comandasse loro. Allora disse Soldo: — Ogni parola che voi fate è vana, altro che quello che io vi dirò. Andate, e diliberate tra voi quello che voi volete che io faccia di costui, e di concordia tornate a me, se mi direte che egli muoia, serà fatto; se mi direte che io lo lasci, subito fia lasciato. Detto questo, ciascuno guarda l’un l’altro, e chi soffiava di qua e chi di là; alla fine si partirono, e dissono di tornare l’altra mattina. Elle furono favole, ché non che s’accordassono, ma elli non s’accozzorono mai insieme che ne ragionassono. Tornati la mattina e l’una parte e l’altra, e procurando chi pro e chi contro, disse Soldo: — Io voglio spacciare questo fatto; che mi rispondete voi a quello che io vi dissi ieri? Rispose l’uno dell’una parte: — Messer lo capitano, noi non seremo mai in concordia, però che noi vogliamo che campi, ché ci pare che non meriti morte, e costoro vogliono che muoia. Gli altri rispondeano: — E’ dice il vero, che noi vogliamo che muoia, come il peggiore uomo che mai fosse in questo paese, e merita mille morti; e sapete, messer lo capitano, che la justizia è quella che conserva, non che questa terra, ma il mondo; e però vi preghiamo che facciate ragione. Quando costui ebbe detto che facesse ragione, disse Soldo all’altra parte: — Voi udite che costoro non sono di concordia con voi, né voi con loro, e dicono che io faccia ragione; e voi volete che io faccia ragione o no? A costoro parve essere nelle pastoie, e dissono: — E anco noi vi preghiamo che voi facciate ragione. Disse Soldo: — Voi diciavate poco fa che non eravate di concordia; in questa parte voi sete uniti e in concordia, cioè che io faccia ragione; e io così farò; e ancora vi dico così, ciò che prima vi dissi, che se di qui a tre dì verrete di concordia l’una parte e l’altra, o che io il salvi, o che io il danni, quello seguirò, se bene direte; quanto che no, io farò ragione, come di concordia m’avete detto. Così tutti si partirono non sapendo che si dire, e ma’ s’accordorono. Di che Soldo seguì il suo corso, e fece morire il preso... E così fece sanza fare  alcuna...  o  motto,  o  totto.  E  così  il  buon  rettore  quando  vuol  fare
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
La colomba or nel nido a covo geme, or bacia il caro maschio, or tutta sola rade l’aria con l’ali, or per l’estreme cime d’un arboscel vola e rivola. Or col pavone innamorato insieme ingemma al sol la variabil gola, del cui ricco monil l’iri fiorita la corona del vago in parte imita e le sovien, mentre dispiega l’ale, dela leggiadra sua prima sembianza e tra que’ fior, da cui nacque il suo male, ancor di diportarsi ha per usanza. Ed or di chi cangiolla in forma tale rinova più la misera membranza, veggendo in compagnia del caro Adone la bella dea, del suo dolor cagione; la qual, rivolta allora agli arboscelli, - Odi (gli dice) odi con quanti e quali motti amorosi, o fior di tutti i belli, spiegano i più sublimi il canto e l’ali. Amor, ch’alato è pur come gli augelli, fa che senta ogni augel gli aurati strali. Il tutto vince alfin questo tiranno. E qui tacendo ad ascoltar si stanno. Per far distinto al vago stuol che vola con lingua umana articolar sermone, maestro qui non si richiede o scola, qual trovò poi la vanità d’Annone. Ogni semplice accento era parola che, parlando di Venere e d’Adone, in spedita favella alto dicea: - Ecco con l’idol suo la nostra dea. -
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
E da alcun vicino informatosi come la casa di lei stesse, una sera che a vegghiare erano ella e ‘l marito andati con lor vicini, nascosamente dentro v’entrò e nella camera di lei dietro a teli di trabacche che tesi v’erano si nascose; e tanto aspettò, che, tornati costoro e andatisene a letto, sentì il marito di lei adormentato, e là se ne andò dove veduto aveva che la Salvestra coricata s’era; e postale la sua mano sopra il petto pianamente disse: “O anima mia, dormi tu ancora?” La giovane, che non dormiva, volle gridare, ma il giovane prestamente disse: “Per Dio, non gridare, ché io sono il tuo Girolamo.” Il che udendo costei, tutta tremante disse: “Deh, per Dio, Girolamo, vattene: egli è passato quel tempo che alla nostra fanciullezza non si disdisse l’essere innamorati. Io sono, come tu vedi, maritata; per la qual cosa più non sta bene a me d’attendere a altro uomo che al mio marito. Per che io ti priego per solo Idio che tu te ne vada, ché se mio marito ti sentisse, pogniamo che altro male non ne seguisse, sì ne seguirebbe che mai in pace né in riposo con lui viver potrei, dove ora amata da lui in bene e in tranquillità con lui mi dimoro.” Il giovane, udendo queste parole, sentì noioso dolore; e ricordatole il passato tempo e ‘l suo amore mai per distanzia non menomato, e molti prieghi  e  promesse  grandissime  mescolate,  niuna  cosa  ottenne.  Per  che, disideroso di morire, ultimamente la pregò che in merito di tanto amore ella sofferisse che egli allato a lei si coricasse tanto che alquanto riscaldar si potesse, ché era agghiacciato aspettandola, promettendole che né le direbbe alcuna cosa né la toccherebbe, e come un poco riscaldato fosse se n’andrebbe. La Salvestra, avendo un poco compassion di lui, con le condizioni date da lui il concedette. Coricossi adunque il giovane allato a lei senza toccarla: e raccolti in un pensiero il lungo amor portatole e la presente durezza di lei e la perduta speranza, diliberò di più non vivere; e ristretti in sé gli spiriti, senza alcun motto fare, chiuse le pugna allato a lei si morì. E dopo alquanto spazio la giovane maravigliandosi della sua contenenza, temendo non il marito si svegliasse, cominciò a dire: “Deh, Girolamo, ché non te ne vai tu?” Ma non sentendosi rispondere, pensò lui essere adormentato: per che, stesa oltre la mano, acciò che si svegliasse il cominciò a tentare, e toccandolo il trovò come ghiaccio freddo, di che ella si maravigliò forte; e toccatolo con più forza e sentendo che egli non si movea, dopo più ritoccarlo cognobbe che egli era morto: di che oltre modo dolente stette gran pezza
Decameron di Giovanni Boccaccio
9. Guido  Cavalcanti  dice  con  un  motto  onestamente  villania  a  certi  cavalier fiorentini li quali soprapreso l’aveano. Sentendo la reina che Emilia della sua novella s’era diliberata e che a altro non restava dir che a lei, se non a colui che per privilegio aveva il dir da sezzo, così a dir cominciò: – Quantunque, leggiadre donne, oggi mi sieno da voi state tolte da due in sù delle novelle delle quali io m’avea pensato di doverne una dire, nondimeno me ne pure è una rimasa da raccontare, nella conclusion della quale si contiene un sì fatto motto, che forse non ci se n’è alcuno di tanto sentimento contato. Dovete adunque sapere che ne’ tempi passati furono nella nostra città assai belle e laudevoli usanze, delle quali oggi niuna ve n’è rimasa, mercé della avarizia che in quella con le ricchezze è cresciuta, la quale tutte l’ha discacciate. Tralle quali n’era una cotale, che in diversi luoghi per Firenze si ragunavano insieme i gentili uomini delle contrade e facevano lor brigate di certo numero, guardando di mettervi tali che comportare potessono acconciamente le spese, e oggi l’uno, doman l’altro, e così per ordine tutti mettevan tavola, ciascuno il suo dì, a tutta la brigata; e in quella spesse volte onoravano e gentili uomini forestieri, quando ve ne capitavano, e ancora de’ cittadini: e similmente si vestivano insieme almeno una volta l’anno, e insieme i dì più notabili cavalcavano per la città e talora armeggiavano, e massimamente per le feste principali o quando alcuna lieta novella di vittoria o d’altro fosse venuta nella città. Tralle quali brigate n’era una di messer Betto Brunelleschi, nella quale messer Betto e’ compagni s’erano molto ingegnato di tirare Guido di messer Cavalcante de’ Cavalcanti, e non senza cagione: per ciò che, oltre a quello che egli fu un de’ miglior loici che avesse il mondo e ottimo filosofo naturale (delle quali cose poco la brigata curava), si fu egli leggiadrissimo e costumato e parlante uom molto e ogni cosa che far volle e a gentile uom pertenente seppe meglio che altro uom fare; e con questo era ricchissimo, e a chiedere a lingua sapeva onorare cui nell’animo gli capeva che il valesse. Ma a messer Betto non era mai potuto venir fatto d’averlo, e credeva egli co’ suoi compagni che ciò avvenisse per ciò che Guido alcuna volta speculando molto abstratto dagli uomini divenia; e per ciò che egli alquanto tenea della oppinione degli epicuri, si diceva tralla gente volgare che queste sue speculazioni erano solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Decameron di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Giovanni Boccaccio      Decameron – Giornata ottava a modo di mutolo senza far motto o zitto alcuno e al buio a modo di ciechi: vogliendo far così, si potrebbe, per ciò che essi non s’impacciano nella camera mia, ma è la loro sì allato alla mia, che paroluzza sì cheta non si può dire, che non si senta.” Disse allora il proposto: “Madonna, per questo non rimanga per una notte o per due, intanto che io pensi dove noi possiamo essere in altra parte con più agio.” La donna disse: “Messere, questo stea pure a voi, ma d’una cosa vi priego: che questo stea segreto, che mai parola non se ne sappia.” Il proposto disse allora: “Madonna, non dubitate di ciò, e, se esser puote, fate che istasera noi siamo insieme.” La donna disse: “Piacemi”, e datogli l’ordine come e quando venir dovesse, si partì e tornossi a casa. Aveva questa donna una sua fante, la quale non era però troppo giovane, ma ella aveva il più brutto viso e il più contraffatto che si vedesse mai: ché ella aveva il naso schiacciato forte e la bocca torta e le labbra grosse e i denti mal composti e grandi, e sentiva del guercio, né mai era senza mal d’occhi, con un color verde e giallo che pareva che non a Fiesole ma a Sinagaglia avesse fatta la state, e oltre a tutto questo era sciancata e un poco monca dal lato destro; e il suo nome era Ciuta, e perché così cagnazzo viso aveva, da ogni uomo era chiamata Ciutazza; e benché ella fosse contraffatta della persona, ella era pure alquanto maliziosetta. La quale la donna chiamò a sé e dissele: “Ciutazza, se tu mi vuoi fare un servigio stanotte, io ti donerò una bella camiscia nuova.” La Ciutazza, udendo ricordar la camiscia, disse: “Madonna, se voi mi date una camiscia, io mi gitterò nel fuoco, non che altro.” “Or ben, ” disse la donna “io voglio che tu giaccia stanotte con uno uomo entro il letto mio e che tu gli faccia carezze e guarditi ben di non far motto, sì che tu non fossi sentita da’ fratei miei, che sai che ti dormono allato; e poscia io ti darò la camiscia.” La Ciutazza disse: “Sì, dormirò io con sei, non che con uno, se bisognerà.” Venuta adunque la sera, messer lo proposto venne come ordinato gli era stato, e i due giovani, come la donna composto avea, erano nella camera loro e facevansi ben sentire: per che il proposto, tacitamente e al buio nella camera della donna entratosene, se n’andò, come ella gli disse, al letto, e dall’altra
Decameron di Giovanni Boccaccio
che, o piacciavi o non piacciavi quel che è fatto, se altramenti operare intendeste, io vi torrò Gisippo, e senza fallo, se a Roma pervengo, io riavrò colei che è meritamente mia, mal grado che voi n’abbiate; e quanto lo sdegno de’ romani animi possa, sempre nimicandovi, vi farò per esperienza conoscere.” Poi che Tito così ebbe detto, levatosi in piè tutto nel viso turbato, preso Gisippo per mano, mostrando d’aver poco a cura quanti nel tempio n’erano, di quello crollando la testa e minacciando s’uscì. Quegli che là entro rimasono, in parte dalle ragioni di Tito al parentado e alla sua amistà indotti e in parte spaventati dall’ultime sue parole, di pari concordia diliberarono essere il migliore d’aver Tito per parente, poi che Gisippo non aveva esser voluto, che aver Gisippo per parente perduto e Tito per nemico acquistato. Per la qual cosa andati, ritrovar Tito e dissero che piaceva lor che Sofronia fosse sua, e d’aver lui per caro parente e Gisippo per buono amico: e fattasi parentevole e amichevole festa insieme, si dipartirono e Sofronia gli rimandarono; la quale, sì come savia, fatta della necessità vertù, l’amore il quale aveva a Gisippo prestamente rivolse a  Tito, e con lui se n’andò a Roma, dove con grande onore fu ricevuta. Gisippo, rimasosi in Atene quasi da tutti poco a capital tenuto, dopo non molto tempo per certe brighe cittadine con tutti quegli di casa sua povero e meschino fu d’Atene cacciato e dannato a essilio perpetuo. Nel quale stando Gisippo e divenuto non solamente povero ma mendico, come poté il men male a Roma se ne venne per provare se di lui Tito si ricordasse; e saputo lui esser vivo e a tutti i roman grazioso e le sue case apparate, dinanzi a esse si mise a star tanto che Tito venne. Al quale egli per la miseria nella quale era non  ardì  di  far  motto  ma  ingegnossi  di  farglisi  vedere,  acciò  che  Tito ricognoscendolo il facesse chiamare; per che, passato oltre Tito e a Gisippo parendo che egli veduto l’avesse e schifatolo, ricordandosi di ciò che già per lui fatto aveva, sdegnoso e disperato si dipartì. E essendo già notte e esso digiuno e senza denari, senza sapere dove s’andasse, più che d’altro di morir disideroso, s’avenne in un luogo molto salvatico della città: dove veduta una gran grotta, in quella per istarvi quella notte si mise,  e  sopra  la  nuda  terra  e  male  in  arnese,  vinto  dal  lungo  pianto, s’adormentò. Alla qual grotta due, li quali insieme erano la notte andati a imbolare, col furto fatto andarono in sul matutino e a quistion venuti, l’uno, che era più forte, uccise l’altro e andò via. La qual cosa avendo Gisippo sentita e veduta, gli parve alla morte molto da lui disiderata, senza uccidersi
Decameron di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Della Casa   Galateo � barbadomani? – I quali, come tu puoi agevolmente conoscere, sono vili modi e plebei: cotali furono, per lo più, le piacevolezze e i motti di Dioneo. Ma della più bellezza de’ motti e della meno non fia nostra cura di ragionare al presente, conciossiaché altri trattati ce ne abbia distesi da troppo migliori dettatori e maestri che io non sono, e ancora perciocché i motti hanno incontinente larga e certa testimonianza della loro bellezza e della loro spiacevolezza:  sicché  poco  potrai  errare  in  ciò,  solo  che  tu  non  sii soverchiamente abbagliato di te stesso, perciocché dove è piacevol motto ivi è tantosto festa e riso e una cotale maraviglia. Laonde, se le tue piacevolezze non saranno approvate dalle risa de’ circonstanti, sì ti rimarrai tu di più motteggiare,  perciocché  il  difetto  fia  pur  tuo  e  non  di  chi  t’ascolta; conciossiacosaché gli uditori quasi solleticati dalle pronte o leggiadre o sottili risposte o proposte, eziandio volendo, non possono tener le risa, ma ridono mal lor grado; da’ quali, sì come da diritti e legittimi giudici, non si dee l’uomo appellare a se medesimo né più riprovarsi. Né per far ridere altrui si vuol dire parole né fare atti vili né sconvenevoli, storcendo il viso e contraffacendosi: ché niuno dee, per piacere altrui, avvilire se medesimo, che è arte non di nobile uomo ma di giocolare e di buffone. Non sono adunque da seguitare i volgari modi e plebei di Dioneo, “Madonna Aldruda, alzate la coda”, né fingersi matto, né dolce di sale, ma a suo tempo dire alcuna cosa bella e nuova, e che non caggia così nell’animo a ciascuno, chi può; e chi non può, tacersi: perciocché questi sono movimenti dello ‘ntelletto, i quali, se sono avvenenti e leggiadri, fanno segno e testimonianza della destrezza dell’animo e de’ costumi di chi gli dice (la qual cosa piace sopra modo agli uomini e rendeci loro cari e amabili); ma, se essi sono al contrario, fanno contrario effetto, perciocché pare che l’asino scherzi, o che alcuno forte grasso e naticuto danzi o salti spogliato in farsetto. XXI Un’altra maniera si truova di sollazzevoli modi pure posta nel favellare: cioè  quando  la  piacevolezza  non  consiste  in  motti,  che  per  lo  più  sono brievi, ma nel favellar disteso e continuato, il quale vuole essere ordinato e bene espresso e rappresentante i modi le usanze gli atti e i costumi di coloro de’ quali si parla sicché all’uditore sia avviso non di udir raccontare ma di veder con gli occhi fare quelle cose che tu narri (il che ottimamente seppono
Galateo di Giovanni Della Casa
tenti e beati di vederci dimenticati nel tripudio universale; per noi avremmo desiderato ogni mese un assalto al castello per goderne poi un simile carnovale. Ma la memoria del povero Germano s’intrometteva sovente ad abbuiare la mia contentezza. Era la prima volta che la morte mi passava vicina dopo che era venuto in età di ragione. La Pisana mi svagava col suo chiacchierio, e mi rampognava del mio umore ineguale. Ma io le rispondeva: «E Germano?» La  piccina  allungava  il  broncio;  ma  poco  stante  tornava  a  ciarlare,  a dimandarmi contezza delle mie spedizioni notturne, a persuadermi che ella avrebbe fatto anche meglio, e a congratularsi meco che la cuoca si fosse degnata di porre in opera il menarrosto senza ficcar me a far le sue veci. Io mi svagava del mio dolore in questi colloqui; e la superbietta di essere stimato qualche cosa mi teneva troppo occupato di me e della mia importanza per permettermi di pensar troppo al morto. Era già passata la mezzanotte di qualche mezz’ora quando la cena fu in pronto. Non si badò a distinzione di quarti o di persone. In cucina in tinello in sala nella dispensa ognuno mangiò e bevve, come e dove voleva. Le famiglie del fattore e di Fulgenzio furono convitate al banchetto trionfale; e soltanto fra un boccone ed un brindisi la morte di Germano e la sparizione del sagrista e del Cappellano richiamarono qualche sospiro. Ma i morti non si movono e i vivi si trovano. Di fatti il pretucolo e Fulgenzio capitarono non molto dopo, così pallidi e sformati che parevano essere stati rinchiusi fin allora in un cassone di farina. Uno scoppio di applausi salutò il loro ingresso, e poi furono invitati a contare la loro storia. La era in verità molto semplice. Ambidue, dicevano, senza farsi motto l’uno dell’altro, al primo giungere dei nemici erano corsi a Portogruaro per implorar soccorso; e di là infatti capitavano col vero soccorso di Pisa. «Che? sono lì fuori i signori soldati?» sclamò il signor Conte che non si era ancora accorto di aver perduto la perrucca. «Fateli entrare!... Su dunque, fateli entrare!» I signori soldati erano sei di numero compreso un caporale, ma in punto a stomaco valevano un reggimento. Essi giunsero opportuni a spazzar i piatti degli ultimi rimasugli dei porcellini arrostiti e a ravvivar l’allegria che cominciava già a maturarsi in sonno. Ma poi ch’essi furono satolli e il canonico di Sant’Andrea ebbe recitato un Oremus in rendimento di grazie al Signore del pericolo da cui eravamo scampati, si pensò sul serio a coricarsi. Allora, chi chiappa chiappa, uno qua ed uno là, ognuno trovò il proprio covo, la gente di rilievo nella foresteria, gli altri chi nella frateria, chi nelle
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
La cosa andò dove il cortigiano pose la mira, ciurmandola di sorte che la fece andare sopra le vette de l’alboro. Egli le favellò tali chiacchiare: “Padrona mia, io non ho fin qui potuto mostrarvi con gli effetti l’amore che io vi porto, per avere speso l’anima in servigio di monsignore: spettando pure che la discrezione venisse da lui. Ora Iddio ha voluto, col tirare a sé il fratello di mio padre, farmi  conoscere  che  egli  è,  son  suto  per  dire, tanto  misericordioso quanto sono ingrati i ladroni. Quello che io ti vo’ dire è che io sono ereditario di cinquantamilia ducati tra case, possessioni, argenti e contanti; e non ho padre, né madre, né fratelli, né sirocchie: per la qual cosa io eleggo te per legittima sposa, e perché io ti voglio remunerare, e perché io mi voglio contentare”; e ciò detto, il veramente degno famigliare d’un prete la basciò: e cavatosi uno anelletto di dito, lo mise nel suo. Or pensa tu se la trama la fece diventar lieta e rossa, e si, abbracciandolo, le lagrime stettero ferme a le mosse: ella voleva ringraziarlo, e non poteva. Intanto il traforello spiega la lettera de lo avviso fatto di suo inchiostro e a suo modo; e postosi a sedere, le disse: “Ecco la carta che canta”; e spianolle il tutto. Al verbo de lo al-quia (disse la Betta). La signora, doppo il tirarselo a dosso un trattuccio, gli diede licenzia che egli andasse a mettersi a ordine di partir seco come le aveva intestata; e non fu sì tosto fuor de l’uscio, che ella apre una cassetta dove, fra gioie, denari, collane e bacini, era il valor di più di trenta centinaia di scudi; e le sue vesti e massarizie passavano milleducento. E spalancato ogni cosa là, eccolo a casa; ed ella a lui: “Consorte mio, questa è la povertà mia, e non ve la do per dota,  ma  per  un  segno  d’amorevolezza”.  Il  traditoraccio  prese  le  cose  di valuta, e riposele nel luogo dove stavano e chiusele di man sua. La matta spacciata, che non sapeva che via trovarsi da ficcarsigli in grazia, volse che la chiave stesse appresso di lui; e mandati per i Giudei, fece oro di qualunche robba e massarizia che aveva. Ed egli con i denari de la vendita si vestì da paladino; e comperati in Campo di Fiore duechinee da camino, senza far motto, vestitela da uomo, la menò via: né volse in lor compagnia se non le gioie e l’altre importanzie de la cassetta. E avviatosi inverso Napoli... Pur là, mariuoli. ...per due o tre alloggiamenti la trattò da marchesana: e la notte la teneva in braccio con le maggior cacarie del mondo. A la fine egli la volse stroncare: e dandole non so che opio, che portò da Roma, nel vino, nel più bello dei ronfare la piantò nel letto de l’oste cortigianescamente; e tolto il suo cavallo, ci fe’ montar suso un ragazzo, che appunto ne lo spuntar de l’osteria vidde apparire: dandola per le peste di così fatta maniera, che non si seppe mai più dove si fosse. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo di Pietro Aretino
29 Suona il corriero in arrivando il corno, e tosto giù calar si vede un ponte: — Quando latin sia tu, qui far soggiorno potrai — gli dice — in fin che ’l sol rimonte, ché questo loco, e non è il terzo giorno, tolse a i pagani di Cosenza il conte. — Mira il loco il guerrier, che d’ogni parte inespugnabil fanno il sito e l’arte. 30 Dubita alquanto poi ch’entro sì forte magione alcuno inganno occulto giaccia; ma come avezzo a i rischi de la morte, motto non fanne, e no ’l dimostra in faccia, ch’ovunque il guidi elezione o sorte, vuol che securo la sua destra il faccia. Pur l’obligo ch’egli ha d’altra battaglia fa che di nova impresa or non gli caglia; 31 sì ch’incontra al castello, ove in un prato il curvo ponte si distende e posa, ritiene alquanto il passo, ed invitato non segue la sua scorta insidiosa. Su ’l ponte intanto un cavaliero armato con sembianza apparia fera e sdegnosa, ch’avendo ne la destra il ferro ignudo in suon parlava minaccioso e crudo: 32 — O tu, che (siasi tua fortuna o voglia) al paese fatal d’Armida arrive, pensi indarno al fuggir; or l’arme spoglia e porgi a i lacci suoi le man cattive, ed entra pur ne la guardata soglia con queste leggi ch’ella altrui prescrive, né più sperar di riveder il cielo per volger d’anni o per cangiar di pelo,
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso