motteggiare

[mot-teg-già-re]
In sintesi
parlare con spirito, scherzare; pungere con frasi maliziose
← deriv. di motto.

A
v.intr.
(aus. avere)

1
lett. Dire motti arguti, scherzare: gli piace m. SIN. celiare
2
ant. Discorrere

B
v.rifl. re

motteggiàrsi ant. Burlarsi vicendevolmente

Citazioni
delle stelle, o di natura, nascono alcuni accompagnati da tante grazie, che par che non siano nati, ma che un qualche dio con le proprie mani formati gli abbia ed ornati de tutti i beni dell’animo e del corpo; sì come ancor molti si veggono tanto inetti e sgarbati, che non si po credere se non che la natura per dispetto o per ludibrio produtti gli abbia al mondo. Questi sì come per assidua diligenzia e bona crianza poco frutto per lo più delle volte posson  fare,  così  quegli  con  poca  fatica  vengon  in  colmo  di  summa eccellenzia. E per darvi un esempio, vedete il signor don Ippolito da Este, cardinal di Ferrara, il quale tanto di felicità ha portato dal nascere suo, che la persona, lo aspetto, le parole e tutti i sui movimenti sono talmente di questa grazia composti ed accommodati, che tra i più antichi prelati, avvenga che sia giovane, rappresenta una tanto grave autorità, che più presto pare atto ad insegnare, che bisognoso d’imparare; medesimamente, nel conversare con omini e con donne d’ogni qualità, nel giocare, nel ridere e nel motteggiare tiene una certa dolcezza e così graziosi costumi, che forza è che ciascun che gli parla o pur lo vede gli resti perpetuamente affezionato. Ma, tornando al proposito nostro, dico che tra questa eccellente grazia e quella insensata sciocchezza si trova ancora il mezzo; e posson quei che non son da natura così perfettamente dotati, con studio e fatica limare e correggere in gran  parte  i  diffetti  naturali.  Il  cortegiano,  adunque,  oltre  alla  nobilità, voglio che sia in questa parte fortunato, ed abbia da natura non solamente lo ingegno e bella forma di persona e di volto, ma una certa grazia e, come si dice, un sangue, che lo faccia al primo aspetto a chiunque lo vede grato ed amabile; e sia questo un ornamento che componga e compagni tutte le operazioni sue e prometta nella fronte quel tale esser degno del commerzio e grazia d’ogni gran signore.” XV Quivi, non aspettando più oltre, disse il signor Gaspar Pallavicino: “Acciò che il nostro gioco abbia la forma ordinata e che non paia che noi estimiam poco l’autorità dataci del contradire, dico che nel cortegiano a me non par così necessaria questa nobilità; e s’io mi pensassi dir cosa che ad alcun di noi fusse nova, io addurrei molti i quali, nati di nobilissimo sangue, son stati pieni di vicii; e per lo contrario molti ignobili, che hanno con la virtù illustrato la posterità loro. E se è vero quello che voi diceste dianzi, cioè  che  in  ogni  cosa  sia  quella  occulta  forza  del  primo  seme,  noi  tutti
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
IX E perché il signor Gasparo dimanda ancor quai siano queste molte cose di che ella deve aver notizia, e di che modo intertenere, e se le virtù deono  servire  a  questo  intertenimento,  dico  che  voglio  che  ella  abbia cognizion de ciò che questi signori hanno voluto che sappia il cortegiano; e de quelli esercizi che avemo detto che a lei non si convengono, voglio che ella n’abbia almen quel giudicio che possono aver delle cose coloro che non le oprano; e questo per saper laudare ed apprezzar i cavalieri più e meno, secondo i meriti. E per replicar in parte con poche parole quello che già s’è detto, voglio che questa donna abbia notizie di lettere, di musica, di pittura e sappia danzar e festeggiare; accompagnando con quella discreta modestia e col dar bona opinion di sé ancora le altre avvertenze che son state insegnate  al  cortegiano.  E  così  sarà  nel  conversare,  nel  ridere,  nel  giocare,  nel motteggiare,  in  somma  in  ogni  cosa  graziatissima;  ed  intertenerà accommodatamente e con motti e facezie convenienti a lei ogni persona che le occorrerà. E benché la continenzia, la magnanimità, la temperanzia, la fortezza d’animo, la prudenzia e le altre virtù paia che non importino allo intertenere, io voglio che di tutte sia ornata, non tanto per lo intertenere, benché però ancor a questo possono servire, quanto per esser virtuosa ed acciò che queste virtù la faccian tale, che meriti esser onorata e che ogni sua operazion sia di quelle composta.” X “Maravigliomi pur, disse allora ridendo il signor Gaspar, che poiché date alle donne e le lettere e la continenzia e la magnanimità e la temperanzia, che non vogliate ancor che esse governino le città e faccian le leggi e conducano gli eserciti; e gli omini si stiano in cucina o a filare. Rispose il Magnifico, pur ridendo: “Forse che questo ancora non sarebbe male;” poi suggiunse: “Non sapete voi che Platone, il quale in vero non era molto amico delle donne, dà loro la custodia della città e tutti gli altri offici marziali dà agli omini? Non credete voi che molte se ne trovassero, che saprebbon così ben governar le città e gli eserciti, come si faccian gli omini? Ma io non ho lor dati  questi  offici,  perché  formo  una  donna  di  palazzo,  non  una  regina. Conosco ben che voi vorreste tacitamente rinovar quella falsa calunnia, che ieri diede il signor Ottaviano alle donne: cioè che siano animali imperfettisOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
XXI Basso della Penna nell’estremo della morte lascia con nuova forma ogni anno alle mosche un paniere di pere mézze, e la ragione, che ne rende, perché lo fa. Ora verrò a quella novella delle pere mézze, ed è l’ultima piacevolezza del Basso, però che fu mentre che morìa. Costui venendo a morte, ed essendo di state, e la mortalità sì grande che la moglie non s’accostava al marito,  e  ’l  figliuolo  fuggìa  dal  padre,  e  ’l  fratello  dal  fratello,  però  che quella pestilenza, come sa chi l’ha veduto, s’appiccava forte, volle fare testamento; e veggendosi da tutti i suoi abbandonato, fece scrivere al notaio che lasciava ch’e’ suoi figliuoli ed eredi dovessino ogni anno il dì di San Jacopo di luglio dare un paniere di tenuta d’uno staio di pere mézze alle mosche, in certo  luogo  per  lui  deputato.  E  dicendo  il  notaio:  “Basso,  tu  motteggi sempremai”; disse Basso: — Scrivete come io dico; però che in questa mia malattia io non ho aùto né amico né parente che non mi abbia abbandonato, altro che le mosche.  E  però  essendo  a  loro  tanto  tenuto,  non  crederrei  che  Dio  avesse misericordia di me, se io non ne rendesse loro merito. E perché voi siate certo che io non motteggio, e dico da dovero, scrivete che se questo non si facesse ogni anno, io lascio diredati li miei figliuoli, e che il mio pervenga alla tale religione. Finalmente al notaio convenne così scrivere per questa volta; e così fu discreto il Basso a questo piccolo animaluzzo. Non  istante  molto,  e  venendosi  nelli  stremi,  che  poco  avea  di conoscimento,  andò  a  lui  una  sua  vicina,  come  tutte  fanno,  la  quale avea nome Donna Buona, e disse: — Basso, Dio ti facci sano; io sono la tua vicina monna Buona. E quelli con gran fatica guata costei, e disse che appena si potea intendere: —  Oggimai,  perché  io  muoia,  me  ne  vo  contento,  ché  ottanta anni che io sono vissuto mai non ne trovai alcuna buona. Della qual parola niuno era d’attorno che le risa potesse tenere, e in queste risa poco stante morì. Della cui morte io scrittore, e molti altri che erano per lo mondo, ne portorono dolore, però che egli era uno elemento a chi in Ferrara capitava. E non fu grande discrezione la sua verso le mosche? Sanza che fu una gran-
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Ciò ch’al buio tra noi fusse poi fatto, più bel da far che da contar, mi taccio. Lei consolata alfin, me sodisfatto, basta dir ch’amboduo ne strinse un laccio. Dela vista il difetto adempie il tatto, quelche cerca con l’occhio, accoglie in braccio; s’appaga di toccar quelche non vede, quanto al’un senso nega, al’altro crede. Ma su ‘l bel carro apena in oriente venne del’ombre a trionfar l’Aurora e i suoi destrier con l’alito lucente fugate non avean le stelle ancora, quando al bell’idol mio tacitamente uscii di braccio e sorsi innanzi l’ora; innanzi che del sol l’aurato lume spandesse i raggi suoi, lasciai le piume. Tornan da capo ala medesma guisa l’ascose ancelle ed aprono i balconi e dela sua virginitate uccisa motteggian seco; ed ecco i canti e i suoni. Si leva e lava ed ode, a mensa assisa, epitalami in vece di canzoni e le son pur non conosciute genti camerieri, coppier, scalchi e sergenti. Così dal’uso assecurata e fatta più coraggiosa omai dala fidanza, già già meco e co’ miei conversa e tratta con minor pena e con maggior baldanza. E leggiadra e gentil, seben s’appiatta, imaginando pur la mia sembianza, dal suono incerto dela voce udita prende trastullo ala solinga vita.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
d’animo dall’altre divise siete, così ancora per eccellenzia di costumi separate dall’altre vi dimostriate. Egli non sono ancora molti anni passati che in Bologna fu un grandissimo medico e di chiara fama quasi a tutto il mondo, e forse ancora vive, il cui nome fu maestro Alberto. Il quale, essendo già vecchio di presso a settanta anni, tanta fu la nobiltà del suo spirito, che, essendo già del corpo quasi ogni natural caldo partito, in sé non schifò di ricevere l’amorose fiamme: avendo veduta a una festa una bellissima donna vedova chiamata, secondo che alcuni dicono, madonna Malgherida dei Ghisolieri e piaciutagli sommamente, non altrimenti che un giovinetto quelle nel maturo petto ricevette, in tanto che a lui non pareva quella notte ben riposare che il dì precedente veduto non avesse il vago e dilicato viso della bella donna; e per questo incominciò a continuare, quando a piè e quando a cavallo secondo che più in destro gli venia, la via davanti alla casa di questa donna. Per la qual cosa e ella e molte altre donne s’accorsero della cagione del suo passare e più volte insieme ne motteggiarono, di vedere uno umo, così antico d’anni e di senno, inamorato; quasi credessero questa passione piacevolissima d’amore solamente nelle sciocche anime de’ giovani e non in altra parte capere e dimorare. Per che, continuando il passar del maestro Alberto, avvenne un giorno di festa che, essendo questa donna con molte altre donne a sedere davanti alla sua porta e avendo di lontano veduto il maestro Alberto verso loro venire, con lei insieme tutte si proposero di riceverlo e di fargli onore, e appresso di motteggiarlo di questo suo innamoramento; e così fecero. Per ciò che levatesi tutte e lui invitato, in una fresca corte il menarono, dove di finissimi vini e confetti fecer venire; e al fine con assai belle e leggiadre parole come questo potesse essere, che egli di questa bella donna fosse innamorato, il domandarono, sentendo esso lei da molti belli, gentili e leggiadri giovani essere amata. Il maestro, sentendosi assai cortesemente pugnere, fece lieto viso e rispose: “Madonna, che io ami, questo non dee esser maraviglia a alcun savio, e spezialmente voi, per ciò che voi il valete. E come che agli antichi uomini sieno naturalmente tolte le forze le quali agli amorosi essercizii si richeggiono, non è per ciò lor tolto la buona volontà né lo intendere quello che sia da essere amato, ma tanto più dalla natura conosciuto, quanto essi hanno più di conoscimento che i giovani. La speranza, la qual mi muove che io vecchio ami voi amata da molti giovani, è questa: io sono stato più volte già là dove io ho vedute merendarsi le donne e mangiare lupini e porri; e come che nel
Decameron di Giovanni Boccaccio
porro niuna cosa sia buona, pur men reo e più piacevole alla bocca è il capo di quello, il quale voi generalmente, da torto appetito tirate, il capo vi tenete in mano e manicate le frondi, le quali non solamente non sono da cosa alcuna ma son di malvagio sapore. E che so io, madonna, se nello elegger degli amanti voi vi faceste il simigliante? E se voi il faceste, io sarei colui che eletto sarei da voi, e gli altri cacciati via.” La gentil donna, insieme con l’altre alquanto vergognandosi, disse: “Maestro, assai bene e cortesemente gastigate n’avete della nostra presuntuosa impresa; tuttavia il vostro amor m’è caro, sì come di savio e valente uomo esser dee, e per ciò, salva la mia onestà, come a vostra cosa ogni vostro piacere imponete sicuramente.” Il maestro, levatosi co’ suoi compagni, ringraziò la donna: e, ridendo e con festa da lei preso commiato, si partì. Così la donna, non guardando cui motteggiasse, credendo vincer fu vinta: di che voi, se savie sarete, ottimamente vi guarderete. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
dimenamento di palco della casa; di che, avendo già detti cento de’ suo paternostri, fatto punto quivi, chiamò la donna senza muoversi e domandolla ciò che ella faceva. La donna, che motteggevole era molto, forse cavalcando allora la bestia di san Benedetto o vero di san Giovanni Gualberto, rispose: “Gnaffé, marito mio, io mi dimeno quanto io posso.” Disse allora frate Puccio: “Come ti dimeni? che vuol dir questo dimenare?” La donna ridendo (e di buon’aria e valente donna era e forse avendo cagion di ridere) rispose: “Come non sapete voi quello che questo vuol dire? Ora io ve l’ho udito dire mille volte: “Chi la sera non cena, tutta notte si dimena”.” Credettesi frate Puccio che il digiunare le fosse cagione di non potere dormire e per ciò per lo letto si dimenasse; per che egli di buona fede disse: “Donna, io t’ho ben detto: “Non digiunare”; ma, poiché pur l’hai voluto fare, non pensare a ciò, pensa di riposarti; tu dai tali volte per lo letto, che tu fai dimenar ciò che ci è.” Disse allora la donna: “Non ve ne caglia, no; io so ben ciò ch’io mi fo: fate pur ben voi, ché io farò ben io se io potrò.” Stettesi adunque cheto frate Puccio e rimise mano a’ suoi paternostri; e la donna e messer lo monaco da questa notte innanzi, fatto in altra parte della casa ordinare un letto, in quello quanto durava il tempo della penitenza di frate Puccio con grandissima festa si stavano; e a una ora il monaco se n’andava e la donna al suo letto tornava, e poco stante dalla penitenzia a quello se ne venia frate Puccio. Continuando adunque in così fatta maniera il  frate  la  penitenzia  e  la  donna  col  monaco  il  suo  diletto,  più  volte motteggiando disse con lui: “Tu fai fare la penitenzia a frate Puccio, per la quale noi abbiamo guadagnato il Paradiso.” E parendo molto bene stare alla donna, sì s’avezzò a’ cibi del monaco, che, essendo dal marito lungamente stata tenuta in dieta, ancora che la penitenzia di frate Puccio si consumasse, modo trovò di cibarsi in altra parte con lui e con discrezione lungamente ne prese il suo piacere. Di che, acciò che l’ultime parole non sieno discordanti alle prime, avvenne che dove frate Puccio faccendo penitenza si credette mettere in Paradiso, egli vi mise il monaco, che da andarvi tosto gli avea mostrata la via, e la moglie, che con lui in gran necessità vivea di ciò che messer lo monaco, come misericordioso, gran divizia le fece. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
Conclusione Zefiro era levato per lo sole che al ponente s’avicinava, quando il re, finita la sua novella né altro alcun restandovi a dire, levatasi la corona di testa, sopra il capo la pose alla Lauretta dicendo: – Madonna, io vi corono di voi medesima reina della nostra brigata; quello omai che crederete che piacer sia di tutti e consolazione, sì come donna comanderete -; e riposesi a sedere. La Lauretta, divenuta reina, si fece chiamare il siniscalco, al quale impose che ordinasse che nella piacevole valle alquanto a migliore ora che l’usato si mettesser le tavole, acciò che poi adagio si potessero al palagio tornare; e appresso ciò che a fare avesse, mentre il suo reggimento durasse, gli divisò. Quindi, rivolta alla compagnia, disse: – Dioneo volle ieri che oggi si ragionasse delle beffe che le donne fanno a’ mariti; e, se non fosse che io non voglio mostrare d’essere di schiatta di can botolo che incontanente si vuol vendicare, io direi che domane si dovesse ragionare delle beffe che gli uomini fanno alle lor mogli. Ma lasciando star questo, dico che ciascun pensi di dire di quelle beffe che tutto il giorno o donna a uomo o uomo a donna o l’uno uomo all’altro si fanno; e credo che in questo sarà non meno di piacevole ragionare che stato sia questo giorno -; e così detto, levatasi in piè, per infino a ora di cena licenziò la brigata. Levaronsi adunque le donne e gli uomini parimente, de’ quali alcuni scalzi per la chiara acqua cominciarono a andare, e altri tra’ belli e diritti arbori sopra il verde prato s’andavano diportando. Dioneo e la Fiammetta gran pezza cantarono insieme d’Arcita e di Palemone: e così varii e diversi diletti pigliando, il tempo infino all’ora della cena con grandissimo piacer trapassarono. La qual venuta e lungo al pelaghetto a tavola postisi, quivi al canto di mille uccelli, rinfrescati sempre da una aura soave che da quelle montagnette da torno nasceva, senza alcuna mosca, riposatamente e con letizia cenarono. E levate le tavole, poi che alquanto la piacevole valle ebbero circuita, essendo ancora il sole alto a mezzo vespro, sì come alla loro reina piacque, inverso la loro usata dimora con lento passo ripresero il cammino; e motteggiando e cianciando di ben mille cose, così di quelle che il dì erano state ragionate come d’altre, al bel palagio assai vicino di notte pervennero. Dove con freschissimi vini e con confetti la fatica del picciol cammin cacciata via, intorno della bella fontana di presente furono in sul danzare, quando al suono della cornamusa di Tindaro e quando d’altri suon carolando. Ma
Decameron di Giovanni Boccaccio
beffa a costui”. Sicché quella medesima cosa a quella medesima persona fatta, secondo la intenzion di colui che la fa, potrà essere beffa e scherno; e, perciocché il nostro proponimento male può esser palese altrui, non è util cosa nella usanza il fare arte così dubbiosa e sospettosa, e più tosto si vuol fuggire che cercare di esser tenuto beffardo; perché molte volte interviene in questo, come nel ruzzare o scherzare, che l’uno batte per ciancia e l’altro riceve la battitura per villania, e di scherzo fanno zuffa, così quegli, che è beffato  per  sollazzo  e  per  dimestichezza,  si  reca  talvolta  ciò  ad  onta  e  a disonore, e prendene sdegno: senza che la beffa è inganno, e a ciascuno naturalmente duole di errare e di essere ingannato. Sicché per più cagioni pare che chi procaccia di esser ben voluto e avuto caro non debba troppo farsi maestro di beffe.  Vera cosa è che noi non possiamo in alcun modo menare questa faticosa vita mortale del tutto senza sollazzo né senza riposo; e, perché le beffe ci sono cagione di festa e di riso e, per conseguente, di ricreazione, amiamo coloro che sono piacevoli e beffardi e sollazzevoli. Per la qual cosa pare che sia da dire in contrario: cioè che pur si convenga nella usanza beffare alle volte, e similmente motteggiare. E senza fallo coloro che sanno beffare per amichevol modo e dolce sono più amabili che coloro che no ‘l sanno né possono fare; ma egli è di mestiero avere risguardo in ciò a molte cose: e, conciossiaché la intenzion del beffatore è di prendere sollazzo dello  errore  di  colui  di  cui  egli  fa  alcuna  stima,  bisogna  che  l’errore  nel quale colui si fa cadere sia tale che niuna vergogna notabile ne alcun grave danno gliene segua: altrimenti mal si potrebbono conoscere le beffe dalle ingiurie. E sono ancora di quelle persone, con le quali per l’asprezza loro in niuna guisa si dee motteggiare, sì come Biondello poté sapere da messer Filippo  Argenti  nella  loggia  de’  Caviccioli.  Medesimamente  non  si  dee motteggiare  nelle  cose  gravi,  e  meno  nelle  vituperose  opere;  perciocché pare che l’uomo, secondo il proverbio del comun popolo, si rechi la cattività a scherzo, comeché a madonna Filippa da Prato molto giovassino le piacevoli risposte da lei fatte intorno alla sua disonestà. Per la qual cosa non credo io che Lupo degli Uberti alleggerisse la sua vergogna, anzi la aggravò, scusandosi per motti della cattività e della viltà da lui dimostrata; ché, potendosi tenere nel castello di Laterina, vedendosi steccare intorno e chiudersi, incontinente il diede dicendo che nullo lupo era uso di star rinchiuso. Perché, dove non ha luogo il ridere, quivi si disdice il motteggiare e il cianciare.
Galateo di Giovanni Della Casa
Stava  ciascun  di  noi  non  men  pietoso  che  attonito  ad  ascoltare  le compassionevoli  parole  di  Ergasto,  il  quale  quantunque  con  la  fioca voce  e  i  miserabili  accenti  a  suspirare  più  volte  ne  movesse,  non  di meno tacendo, solo col viso pallido e magro, con li rabuffati capelli e gli occhi lividi per lo soverchio piangere, ne avrebbe potuto porgere di grandissima amaritudine cagione. Ma poi che egli si tacque, e le risonanti  selve  parimente  si  acquetarono,  non  fu  alcuno  de  la  pastorale turba, a cui bastasse il core di partirse quindi per ritornare ai lasciati giochi, né che curasse di fornire i cominciati piaceri; anzi ognuno era sì vinto da compassione, che, come meglio poteva o sapeva, si ingegnava di  confortarlo,  ammonirlo  e  riprenderlo  del  suo  errore,  insegnandoli di molti rimedii, assai più leggieri a dirli che a metterli in operazione. Indi veggendo che ’l sole era per dechinarse verso l’occidente, e che i fastidiosi grilli incominciavano a stridere per le fissure de la terra, sentendosi  di  vicino  le  tenebre  de  la  notte,  noi,  non  supportando  che  ’l misero Ergasto quivi solo rimanesse, quasi a forza alzatolo da sedere, cominciammo con lento passo a movere suavermente i mansueti greggi verso le mandre usate. E per men sentire la noia de la petrosa via, ciascuno, nel mezzo de l’andare sonando a vicenda la sua sampogna, si sforzava di dire alcuna nuova canzonetta, chi raconsolando i cani, chi chiamando  le  pecorelle  per  nome,  alcuno  lamentandosi  de  la  sua pastorella e l’altro rusticamente vantandosi de la sua; senza che molti,s cherzando  con  boscarecce  astuzie,  di  passo  in  passo  si  andavano motteggiando, insino che a le pagliaresche case fummo arrivati. Ma passando in cotal guisa più e più giorni, advenne che un matino fra gli altri, avendo io, sì come è costume de’ pastori, pasciute le mie pecorelle per le rogiadose erbette, e parendomi omai per lo sopravegnente caldo ora di menarle a le piacevoli ombre, ove col fresco fiato de’ venticelli potesse me e loro insieme recreare, mi pusi in camino verso una valle ombrosa e piacevole che men di un mezzo miglio vicina mi stava, di passo in passo guidando con la usata verga i vagabundi greggi che si imboscavano. Né guari era ancora dal primo luogo dilungato, quando per aventura trovai in via un pastore che Motano avea nome, il quale similmente cercava di fuggire il fastidioso caldo; e avendosi fatto un cappello di verdi frondi, che dal sole il difendesse, si menava la sua mandra dinanzi, sì dolcemente sonando la sua sampogna che parea che le selve più che l’usato ne godessono.
Arcadia di Iacopo Sannazzaro
giovani professori del Seminario. Fu dunque da loro presentato all’illustre Senatore; e questi in breve ebbe campo a ringraziarli di ciò come d’un segnalato favore. Egli conosceva del resto da molti e molti anni il dottor Sperandio, che ricorreva a lui in ogni cosa che gli abbisognasse a Venezia. Si lamentò adunque garbatamente col figlio del suo vecchio amico perché avesse creduto necessaria la malleveria di terze persone a potersi presentare in sua casa. Nel dargli commiato, la prima sera, si congratulò secolui che il bene dettogli di lui fosse un nulla in confronto a quello che egli stesso ne avrebbe dovuto dire in seguito. Il giovane s’inchinò modestamente fingendo di non trovar parole per rispondere a tanta gentilezza. La conversazione di Lucilio era per verità così vivace così amabile e variata, che pochi davano piacere quanto lui soltanto ad udirli parlare; il solo professor Dessalli lo vinceva d’erudizione, e fra esso e Giulio Del Ponte si poteva star in sospeso per la palma del brio e dell’arguzia. Se quest’ultimo lo sorpassava talvolta in prontezza, e in abbondanza, Lucilio prendeva tosto la rivincita colla profondità e l’ironia. Egli piaceva agli uomini come senno maturo; Giulio aveva la gioventù dello spirito e incantava le simpatie. Ma il far pensare lascia negli animi tracce più profonde che il far ridere; e non v’è simpatia che non si scolori ad un solo raggio d’ammirazione. Questa, anziché essere come la prima un dono grazioso da eguale ad eguale, è un vero tributo imposto dai grandi ai piccoli, e dai potenti ai deboli. Lucilio sapeva imporlo valorosamente, ed esigerlo con discrezione. Laonde erano costretti a pagarlo di buona moneta e ad essergli per giunta riconoscenti. Il crocchio particolare del Senatore per la presenza di Lucilio si ravvivò d’una subita fiamma d’entusiasmo. Egli animava accendeva trascinava tutti quegli spiriti azzimati cincischiati, ma tiepidi e cascanti. Al suo contatto quanto v’era di giovane e di vivo in loro fermentò d’un bollore insolito. Si dimenticavano quello ch’erano stati e quello che erano, per torre a  prestanza  da  lui  un  ultimo  sogno  di  giovinezza.  Ridevano  ciarlavano motteggiavano disputavano non più come gente intesa ad uccider il tempo, ma come persone frettolose di indovinarlo, di maturarlo. Pareva che la vita di ciascuno di essi avesse trovato uno scopo. Una bocca sola nelle cui parole respirava una speranza eccelsa e misteriosa, una sola fronte sulla quale splendeva la fede di quell’intelligenza che mai non muore, avean potuto cotanto. Il Senatore rimasto solo e ricaduto nella solita indifferenza stupiva a tutto potere di quei caldi intervalli d’entusiasmo, di quel furor battagliero di contese e di alterchi da cui si sentiva trasportato come uno scolaretto. Accagionava
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Molto bene. Ai somari (disse la Romanesca) non lasciar mai di non perseguitargli col “dammi’ e “fammi’: perché i villancioni vogliono esser trafitti da cotali pungoli; ed essendoci gente quando gliene dici, l’hanno stracaro, acciò che paia che sien pratichi e non corrivi; oltra questo gli par pizzicar di gran baccalario facendosi pregare da la signora; e benché sieno parenti dei formiconi di sorbo, se scoppiassero, escano per bussare. Usciranno o morranno. Non vo’ che mi si scordi: ancora che io dica e “tu’ e “voi’ nel favellar mio, fà che  tu  dica  “voi’  a  ogni  uomo,  e  giovane  e  vecchio,  e  grande  e  piccolo; perché quel “tu’ ha del secco e non garba troppo a le persone. E non ci è dubbio che i costumi sono buon mezzani a farsi in suso: e perciò non esser mai prosuntuosa nei tuoi andari, e atienti al proverbio il qual dice “Non motteggiar del vero e non ischerzar che dolga”. Quando sei e con gli amici e con i compagni di chi ti ama, non ti lasciare scappar cose di bocca che pungano; né ti venga mai voglia di tirare capegli o barba, o di dar mostacciate, né pian né forte, a niuno: perché gli uomini sono uomini, e toccandosigli il muso, torcano il ceffo, e sbrufano come son punto punto offesi; e ho visto far di bestiali cenni, e fatti ancora, adalcuna fastidiosa che piglia sicurtà fin di tirar le orecchie altrui: e ognun le dice “Ben ti sta”. Meffé sì, che le sta bene. Una altra cosa ho da rammentarti: esci de la via de le puttane, che il non osservar mai fede è la lor fede; e stà prima a patto di morire che di piantare alcuno; prometti  quello  che  tu  puoi  mantenere,  e  non  più;  e  vengati  che partito si voglia, non dar la cassia coi piantoni a chi merita di dormir teco, salvo se venisse il francioso che ti ho detto. E venendo, chiama colui che dee venir la sera, e digli: “Io vi ho promessa questa notte, ed è vostra, perché io son vostrissima; ma io potrei guadagnare con essa una buona mancia: sì che prestatemela, che ve ne renderò cento per una. Un monsignor di Francia la vuole, e gliene darò se vi piace; e se non vi piace, eccomi al comando di vostra Signoria”. Egli, vedendosi stimare, per donarti come savio quello che non ti può  vendere,  chinandosi  al  tuo  utile,  oltra  che  ti  fa  la  grazia,  te  ne  resta schiavo; ma se tu senza fargliene motto lo piantasse, andaresti a rischio di perderlo: e più anco che, lamentadosi de la villania che gli faresti, ti metteria in uggia di tutti quelli che ti avevano in fantasia.
Dialogo di Pietro Aretino