mandato

[man-dà-to]
In sintesi
incarico di operare per conto di altri; ingiunzione del giudice
← dal lat. mandātu(m), deriv. di mandāre ‘affidare, ordinare’.
1
Incarico riguardante un'attività pubblica: accettare, assumere un m.; essere investito di un m. || estens. Documento con cui si affida l'incarico: esibire, presentare, firmare il m. || Mandato esplorativo, quello conferito dal Capo dello Stato a un'alta personalità politica perché accerti preventivamente la possibilità o meno di formare un nuovo governo
2
La durata di un pubblico ufficio: è ancora all'inizio del m.; le ultime settimane di mandato del presidente
3
estens. Potere, facoltà di compiere qualcosa per conto di altri: m. di fiducia
4
BUR Ordine inviato a un singolo o a un'amministrazione || Mandato di pagamento, di riscossione, di rimborso, ordine di pagare, riscuotere, rimborsare una data somma
5
DIR Decreto mediante il quale l'autorità giudiziaria impone un obbligo a qualcuno || Mandato di arresto, con il quale il giudice istruttore dispone che l'imputato sia provvisoriamente posto a disposizione dell'autorità giudiziaria in uno dei luoghi previsti dalla legge || Mandato di cattura, con il quale il giudice istruttore dispone la carcerazione o altra misura di custodia dell'imputato || Mandato di comparizione, con il quale il giudice o il pretore dispongono che l'imputato si presenti in giudizio
6
DIR, COMM Contratto mediante il quale un mandatario si obbliga a eseguire uno o più atti giuridici per conto e nell'interesse di un mandante || Mandato di rappresentanza, quello con cui la ditta rappresentata autorizza il rappresentante ad agire in nome della ditta stessa
7
ST Mandato internazionale, istituto previsto in passato dal patto della Società delle Nazioni con il quale si sottoponevano alcuni territori ex coloniali a una forma di governo regolata secondo disposizioni internazionali || Territorio di mandato, territorio così amministrato
8
ant. Documento contenente un ordine del re o dell'imperatore
9
ant. Comandamento, ordine

Citazioni
L’udite voci e i ferventi amori, la mira bellezza e l’angelico suono con nota mai più da lui non sentita, ciascuna per sé e tutte insieme oltre modo d’ammirazione riempiono Ameto, il quale fra sé disiderava d’essere Affron, lui sopra tutti gli altri amanti felicissimo reputando. E dice che molti meno prieghi a tirare lui bisognati sarieno, anzi più tosto, s’elli credesse che gli giovasse, porgerebbe alla ninfa de’ suoi. Ella nel suo avvento gli piacea molto; ma ora vie più gli piace e giudica in sé medesimo, se possibile fosse dal cuore disciogliere il piacere di Lia, che egli il faria per servire a Mopsa: ma ciò non sente fattibile. Ma non per tanto, con quella forza che puote, riceve con Lia insieme la bella donna, e dove in prima passionato per una, ora per due si sente trafiggere. E quinci levato il viso e vòlto in cerchio, lodate le parole e la canzone dell’ubidiente donna, examina a cui il secondo mandato imponga. E ad una che allato alla prima di sanguigno vestita sedea, disse: “O giovane, a voi ora di seguitare s’appartiene”. Quella con atto vezzoso, bassata un poco la fronte e per vergogna arrossata, disse sé apparecchiata ad ubidire; e quinci con voce più espedita così cominciò a narrare: XXI “In quelle parti le quali Alfeo, non lento fiume, da alte grotte disceso, bagna  con  le  sue  onde,  quasi  nel  mezzo  tra  ’l  suo  nascimento  e  la  fine, nacque il padre mio. Il quale, ancora che quivi plebeio fosse, agli ozii de’ nobili si dispuose, lasciando la sollicitudine del padre di lui, stata ne’ servigi di Minerva continuo. Egli d’una ninfa di Corito, garrula quale le figlie di Piero, questi luoghi colente, sopra le pulite onde a noi vicine m’ingenerò e alle naiade de’ vicini luoghi mi diede a nutricare. E non molto spazio dopo il mio nascimento passò che egli al cielo quello che qui n’avea rendéo interamente. Ma io, non seguente i canestri né le lane della santa dèa, alla quale
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
Come Arcita sposò Emilia. 81 Ma poi ch’alquanto si fu riposato, Arcita ver Teseo cominciò a dire: — Signore, adempiuto è il tuo mandato con non poco di me greve martire, e per quel credo d’aver meritato Emilia e perdono al mio fallire; la qual dimando, se è t’è in piacere, se elli è tempo ch’io la deggia avere —. 82 A cui Teseo con voce graziosa rispose: — Dolce amico, ciò m’è caro, né disio tanto nessuna altra cosa; e però in quel modo che lasciaro a noi i nostri primi, quando sposa essi ne l’età lor prima pigliaro, vo’ che solennemente ti sia data e in presenza delli re sposata. — 83 Adunque lì li baron ragunati e’ sacrificii fatti degnamente sì come egli erano in quel tempo usati, Arcita Emilia graziosamente quivi sposò, e furon prolungati li dì delle lor nozze veramente, infin ch’el fosse forte e ben guarito: e così fu fermato e stabilito.
Teseida di Giovanni Boccaccio
Ruberto e teneasi a sua parte; per la qual cosa tutti gli amici del re Ruberto per tema si partirono di Roma, e tolto fu agli Orsini Castello Santangiolo, e tutte le forze di Roma a·lloro e a·lloro seguaci, sotto la forza e guardia del popolo. I sopradetti tre capitani del popolo sempre nel segreto, dissimulando il popolo, ordinavano e trattavano la venuta del Bavero e di farlo re de’ Romani, per animo di parte ghibellina, e per molta moneta ch’ebbono da Castruccio duca di Lucca, e da la parte ghibellina di Toscana e di Lombardia. Incontanente mandarono segreti messi e lettere a  Viterbo al Bavero, che lasciasse ogni dimoranza, e venisse a Roma, e non guardasse a mandato o detto degli ambasciadori del popolo di Roma. I quali ambasciadori giunti a  Viterbo, ed isposta solennemente la loro ambasciata co le condizioni e patti loro imposte per lo popolo di Roma, commise il Bavero la risposta dell’ambasciata a Castruccio signore di Lucca, il quale, com’era per lo segreto ordinato, fece sonare trombe e trombette, e mandò bando ch’ogni uomo cavalcasse verso Roma; “e questa”, disse agli ambasciadori di Roma, “è la risposta del signore imperadore”. I detti ambasciadori cortesemente ritenne, e fece ordinare e mandò scorridori innanzi prendendo ogni passo, acciò che ogni messaggio o persona ch’andasse verso Roma fosse arrestato e ritenuto. E così si partì il detto Bavero con sua gente de la città di Viterbo martidì a dì V di gennaio, e giunse in Roma il giuovidì vegnente, dì VII di gennaio MCCCXXVII, nell’ora di nona, e con sua compagnia bene IIIIm cavalieri, sanza contasto niuno, com’era ordinato per gli detti capitani, e da’ Romani fue ricevuto graziosamente, ed ismontò ne’ palazzi di Santo Pietro, e là dimorò IIII giorni; poi passò il fiume del Tevero per venire ad abitare a Santa Maria Maggiore; e il lunidì vegnente salì in Campidoglio, e fece uno grande parlamento, ove fu tutto il popolo di Roma, ch’amava la sua signoria, e degli altri; e in quello il vescovo d’Ellera dell’ordine degli agostini disse la parola per lui con belle autoritadi, ringraziando il popolo di Roma dell’onore che gli aveano fatto, dicendo e promettendo com’egli avea intenzione di mantenergli e innalzargli, e di mettere il popolo di Roma in ogni buono stato, onde a’ Romani piacque molto, gridando: “Viva, viva il nostro signore e re de’ Romani!”. E nel detto parlamento s’ordinò la sua coronazione la domenica vegnente, e nel detto parlamento il popolo di Roma il feciono sanatore e capitano del popolo per un anno. E nota che col detto Bavero vennono in Roma molti cherici e parlati e frati di tutte l’ordini, i quali erano ribelli e sismatici di santa Chiesa, e tutta
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani