lumeggiare

[lu-meg-già-re]
In sintesi
illuminare, dar luce; dare luminosità a parti di un dipinto; chiarire o dare rilievo a un determinato argomento
← deriv. di lume.
1
non com. Illuminare, rischiarare: la luna lumeggia la notte
2
Rendere brillante la superficie di un oggetto metallico
3
fig. Dare rilievo per mezzo delle parole: ha saputo l. con arte il carattere del protagonista || Chiarire, spiegare: l. un'idea, un concetto
4
BELLE ARTI In pittura, usare il colore in modo da suggerire una maggiore o minore luminosità

Citazioni
ma si dimostrino vive e di rilievo fuor della opera loro; e questo è il vero disegno fondato e la vera invenzione che si conosce esser data da chi le ha fatte alle pitture da chiamar buone. Capitolo 16 De gli schizzi, disegni, cartoni et ordine di prospective; e per quel che si fanno, et a quello che i pittori se ne servono. Gli schizzi chiamiamo noi una prima sorte di disegni, che si fanno per trovare il modo delle attitudini et il primo componimento dell’opra. E sono fatti in forma di una macchia, accennati solamente da noi in una sola bozza del tutto. E perché questi dal furor dello artefice sono in poco tempo espressi, universalmente son detti schizzi, perché vengono, schizzando o con la penna o con altro disegnatoio o carbone, in maniera che questi non servono se non per tentare l’animo di quel che gli sovviene. Da questi schizzi vengono poi rilevati in buona forma e con più amore e fatica i disegni, i quali con tutta quella diligenza che si può si cerca vedere dal vivo, se già l’artefice non si sentisse gagliardo che da sé li potesse condurre. Appresso, misuratili con le seste o a occhio, si ringrandiscono da le misure piccole nelle maggiori, secondo l’opera che si ha da fare. Questi si fanno con varie cose, ciò è o di lapis rosso, che è una pietra la qual viene da’ monti di Alamagna, che per esser tenera agevolmente si sega e riduce in punte sottili da segnare con esse in su i fogli come tu vuoi, o con la pietra nera che viene de’ monti di Francia, la qual è similmente come la rossa. Altri di chiaro e scuro si conducono su fogli tinti, che fa un mezzo, e la penna fa il linemento ciò è il d’intorno o profilo, e l’inchiostro con un poco d’acqua fa una tinta dolce che vela et ombra quello, da poi con un pennello sottile con della biacca stemperata con la gomma si lumeggia il disegno, e questo modo è molto alla pittoresca e mostra più l’ordine del colorito. Molti altri fanno con la penna sola lasciando i lumi della carta, che è difficile ma molto maestrevole; et infiniti altri modi ancora de’ quali non accade fare menzione, perché tutti rappresentano una cosa medesima, cioè il disegnare. Fatti così i dissegni, chi vuole lavorare in fresco, ciò è in muro, è necessario faccia i cartoni, ancora che e’ si costumi per molti di fargli per lavorare anco in tavola. Questi cartoni si fanno così: impastansi fogli con colla di farina et acqua cotta al fuoco, et i fogli voglion essere squadrati, e si tirano al Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
difficili, non solo non gli biasimano, ma gli lodano sommamente. Di questa specie ne hanno fatto i moderni alcuni, che sono a proposito e difficili, come sarebbe a dir in una volta le figure, che guardando in su scortano e sfuggono; e questi chiamiamo al di sotto in su, ch’hanno tanta forza ch’eglino bucano le volte. E questi non si possono fare se non si ritraggono dal vivo, o con modelli in altezze convenienti non si fanno fare loro le attitudini e le movenzie di tal cose. Certo che in questo genere si recano in quella difficultà una somma grazia et una gran bellezza, e mostrasi una terribilissima arte. Di questa specie troverrete che gli artefici nostri nelle vite loro hanno dato grandissimo rilievo a tali opere e condottele a una perfetta fine, onde hanno conseguito lode grandissima. Chiamansi scorti di sotto in su, perché il figurato è alto, guardato dall’occhio per veduta in su e non per la linea piana dell’orizzonte, laonde alzandosi la testa a volere vederlo e scorgendosi prima le piante de’ piedi e l’altre parti di sotto, giustamente si chiama co ‘l detto nome. Capitolo 18 Come si debbino unire i colori a olio, a fresco o a tempera; e come le carni, i panni e tutto quello che si dipigne venga nell’opera ad unire, talché le figure non venghino divise et abbino rilievo e forza e mostrino l’opra chiara et aperta. La unione nella pittura è una discordanza di colori diversi accordati insieme, i quali nella diversità di più divise mostrano differentemente distinte l’una da l’altra le parti delle figure, come le carni da i capelli, et un panno diverso  di  colore  da  l’altro.  Quando  questi  colori  son  messi  in  opera accesamente e vivi, con una discordanza spiacevole, talché siano tinti e carichi di corpo, sì come usavano di fare già alcuni pittori, il disegno ne viene ad essere offeso di maniera che le figure restano più presto dipinte dal colore che dal pennello, che le lumeggia et adombra fatte apparire di rilievo e naturali. Tutte le pitture adunque, o a olio o a fresco o a tempera, si debbon fare talmente unite ne’ loro colori, che quelle figure che nelle storie sono le principali venghino condotte chiare chiare, mettendo i panni di colore non tanto scuro addosso a quelle dinanzi, che quelle che vanno dopo gli abbino più chiari poi che le prime; anzi a poco a poco, tanto quanto elle vanno diminuendo a lo indentro, divenghino anco parimente di mano in mano, e dil colore delle carnagioni e delle vestimenta, più scure. E principalmente si abbia grandissima avvertenza di mettere sempre i colori più vaghi, più dilettevoli e Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
più belli nelle figure principali et in quelle massimamente che nella istoria vengono intere e non mezze, perché queste sono sempre le più considerate e quelle che son più vedute che l’altre, le quali servono quasi per campo nel colorito di queste; et un colore più smorto fa parere più vivo l’altro che gli è posto accanto. E con i colori maninconici e pallidi fanno parere più allegri quelli che li sono accanto e quasi d’una certa bellezza fiameggianti. Né si debbono vestire gli ignudi di colori tanto carichi di corpo, che dividino le carni da’ panni quando detti panni atraversassino detti ignudi, ma i colori de’ lumi di detti panni siano chiari simili alle carni, o gialletti o rossigni o violati o pagonazzi, con cangiare i fondi scuretti o verdi o azzurri o pagonazzi o gialli, purché tragghino a lo oscuro e che unitamente si accompagnino, nel girare delle figure, con le loro ombre, in quel medesimo modo che noi veggiamo nel vivo, che quelle parti che ci si apresentano più vicine allo occhio più hanno di lume, e l’altre perdendo di vista perdono ancora de ‘l lume e de ‘l colore. Così nella pittura si debbono adoperare i colori con tanta unione, che e’ non si lasci uno scuro et un chiaro sì spiacevolmente ombrato e lumeggiato, che e’ si faccia una discordanza et una disunione spiacevole, salvo che negli sbattimenti che sono quelle ombre che fanno le figure addosso l’una all’altra, quando un lume solo percuote addosso ad una prima figura, che viene ad adombrare del suo sbattimento la seconda. E questi ancora quando accaggiono, voglion essere dipinti con dolcezza et unitamente, perché chi gli disordina, viene a fare che quella pittura par più presto un tappeto colorito o un paro di carte da giucare che carne unita o panni morbidi o altre cose piumose, delicate e dolci. Che sì come gli orecchi restano offesi da una musica che fa strepito o dissonanza o durezze, salvo però in certi luoghi et a’ tempi, sì come io dissi degli sbattimenti, così restano offesi gli occhi da’ colori troppo carichi o troppo crudi. Con ciò sia che il troppo acceso offende il disegno, e lo abbacinato, smorto, abbagliato e troppo dolce, pare una cosa spenta, vecchia et affumicata; ma lo unito, che tenga infra lo acceso e lo abbagliato, è perfettissimo e diletta l’occhio parimente che una musica unita et arguta diletta lo orecchio. Debbonsi perdere negli scuri certe parti delle figure e nella lontananza della istoria; perché, oltra che se elle fussino nello apparire troppo vive et accese confonderebbono le figure, elle danno ancora, restando scure et abbagliate, quasi come campo, maggior forza alle altre che vi sono inanzi. Né si può credere, quanto nel variare le carni con i colori, faccendole a’ giovani più fresche che a’ vecchi, et a’ mezzani tra il cotto et il verdiccio e gialliccio, si dia grazia e bellezza alla opera, e quasi in quello stesso Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
muro con perni sopra una incrostatura di stucco, distendendo bene la mestica in su le commettiture, di maniera che e’ venga a farsi per tutto un piano di che grandezza l’artefice ha bisogno. E questo è il vero modo di condurre tali opre a fine; e finite si può a quelle fare ornamenti di pietre fini, di misti e d’altri marmi, le quali si rendono durabili in infinito, purché con diligenza siano lavorate; e possonsi e non si possono vernicare come altrui piace, perché la pietra non prosciuga, ciò è non sorbisce quanto fa la tavola e la tela. Capitolo 25 Del dipingere nelle mura di chiaro e scuro di varie terrette, e come si contrafanno le cose di bronzo, e delle storie di terretta per archi o per feste, a colla, che è chiamato a guazzo, et a tempera. Vogliono i pittori che il chiaro scuro sia una forma di pittura, che tragga più a ‘l disegno che a ‘l colorito, che ciò è stato cavato da le statue di marmo, contrafacendole, così da le figure di bronzo et altre varie pietre. E questo hanno usato di fare nelle facciate de’ palazzi e case in istorie, mostrando che quelle siano contrafatte e paino di marmo o di pietra con quelle storie intagliate, o veramente contrafacendo quelle sorti di specie di marmo e porfido e di pietra verde e granito rosso e bigio o bronzo o altre pietre, come per loro meglio si sono accommodati in più spartimenti di questa maniera; la qual è oggi molto in uso per fare le facce delle case e de’ palazzi, così in Roma come per tutta Italia. Queste pitture si lavorano in due modi: prima in fresco, che è la vera, o in tele per archi o per feste, le quali fanno bellissimo vedere. Trattaremo prima de la specie e sorte del fare in fresco, poi diremo de l’altra. Di questa sorte, di terretta si fanno i campi con la terra da fare i vasi, mescolando quella con carbone macinato o altro nero per far l’ombre più scure, e bianco di trevertino con più scuri e più chiari, e si lumeggiano col bianco schietto e con ultimo nero a ultimi scuri finite; vogliono avere tali specie fierezza, disegno, forza, vivacità e bella maniera et essere espresse con una gagliardezza che mostri arte e non stento, perché si hanno a vedere et a conoscere di lontano. E con queste ancora s’imitano le 
 di bronzo, le quali col campo di terra gialla e rosso s’abozzano e con più scuri di quello nero e rosso e giallo si sfondano, e con giallo schietto si fanno i mezzi e con giallo e bianco si lumeggiano. E di queste hanno i pittori le facciate e le storie di quelle con alcune statue tramezzate, che in questo genere hanno grandissiOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
ma grazia. Quelle poi che si fanno per archi, comedie o feste, si lavorano che la tela sia data di terretta, cioè di quella prima terra schietta da far vasi, temperata con colla, e bisogna che essa tela sia bagnata di dietro, mentre lo artefice la dipigne, a ciò che con quel campo di terretta unisca meglio li scuri et i chiari della opera sua. E si costuma temperare i neri di quelle con un poco di tempera. E si adoperano biacche per bianco e minio per dar rilievo alle cose, che paiono di bronzo, e giallolino per lumeggiare sopra detto minio. E per i campi e per gli scuri le medesime terre gialle e rosse et i medesimi neri, che io dissi nel lavorare a fresco, i quali fanno mezzi et ombre. Ombrasi ancora con altri diversi colori altre sorti di chiari e scuri, come con terra d’ombra, alla quale si fa la terretta di verde terra, e gialla e bianco; similmente con terra nera, che è un’altra sorte di verde terra e nera, che lo chiamono verdaccio. Capitolo 26 De gli sgraffiti delle case, che reggono a l’acqua; quello che si adoperi a fargli e come si lavorino le grottesche nelle mura. Hanno i pittori un’altra specie di pittura, ch’è disegno e pittura insieme, e questo si domanda sgraffito e non serve ad altro che per ornamenti di facciate di case e palazzi, che più brevemente si conducono con questa spezie e reggono alle acque sicuramente. Perché tutti i lineamenti, invece di essere disegnati con carbone o con altra materia simile, sono tratteggiati con un ferro dalla mano del pittore. Il che si fa in questa maniera: pigliano la calcina mescolata con la rena ordinariamente, e con la paglia abbruciata la tingono d’uno scuro che venga in un mezzo colore che trae in argentino, e verso lo scuro un poco più che tinta di mezzo, e con questa intonicano la facciata. E fatto ciò e pulita col bianco della calce di trevertino, la imbiancano tutta, et imbiancata ci spolverono su i cartoni, o vero disegnano quel che ci vogliono fare. E di poi agravando col ferro, vanno dintornando e tratteggiando la calce, la quale essendo sotto di corpo nero, mostra tutti i graffi del ferro come segni di disegno. E si suole ne’ campi di quegli radere il bianco e poi avere una tinta d’acquerello scuretto molto acquidoso, e di quello dare per gli scuri, come si desse a una carta; il che di lontano fa un bellissimo vedere; ma il campo, se ci è grottesche o fogliami, si sbattimenta, cioè ombreggia con quello acquarello. E questo è il lavoro, che per essere dal ferro graffiato, l’hanno chiamato i pittori sgraffito. Restaci ora ragionare de le grottesche che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
no lunghi e con uno smeriglio li tagliano; il simile fanno di tutti i vetri che hanno di bisogno, e se n’empiono le scatole e si tengono ordinati, come si fa i colori quando si vuole lavorare a fresco, che in varii scodellini si tiene separatamente la mestica delle tinte più chiare e più scure per lavorare. Ècci un’altra specie di vetro, che si adopra per lo campo e per i lumi de’ panni, che si mette d’oro; questo quando lo vogliano dorare, pigliono quelle piastre di vetro ch’hanno fatto e con acqua di gomma bagnano tutta la piastra del vetro e poi vi mettono sopra i pezzi d’oro. Fatto ciò, mettono la piastra su una pala di ferro e quella nella bocca della fornace, coperta prima con un vetro sottile tutta la piastra di vetro, che hanno messa d’oro, e fanno questi coperchi o di bocce o modo di fiaschi spezzati, di maniera che un pezzo cuopra tutta la piastra. E lo tengono tanto nel fuoco, che vien quasi rosso, et in un tratto cavandolo l’oro viene con una presa mirabile a imprimersi nel vetro e fermarsi, e regge alle acque et a ogni tempesta; poi questo si taglia et ordina come l’altro di sopra. E per fermarlo nel muro usano di fare il cartone colorito, alcuni altri senza colore; il quale cartone calcano o segnano a pezzo a pezzo in su lo stucco, e di poi vanno commettendo appoco appoco quanto vogliono fare nel musaico. Questo stucco per esser posto grosso in su la opera gli aspetta duoi dì e quattro secondo la qualità del tempo; e fassi di trevertino, di calce e mattone pesto, draganti e chiara di uovo, il quale tengono molle continuo con pezze bagnate; così pezzo per pezzo tagliano i cartoni nel muro e lo disegnano su lo stucco calcandolo, finché poi con certe mollette  si  pigliano  i  pezzetti  degli  smalti  e  si  commettono  nello  stucco,  e  si lumeggiano i lumi, e dassi mezzi a’ mezzi e scuri a gli scuri, contrafacendo l’ombre, i lumi et i mezzi minutamente come nel cartone; e così lavorando con diligenzia si conduce appoco appoco a la perfezzione. E chi più lo conduce unito sì che e’ torni pulito e piano, colui è più degno di loda e tenuto da più degli altri. Imperò sono alcuni tanto diligenti al musaico, che lo conducono di maniera che egli apparisce pittura a fresco. Questo fatto la presa indura talmente il vetro nello stucco che dura in infinito; come ne fanno fede i musaici antichi, che sono in Roma, e quelli che sono vecchi; et anco nell’una e nell’altra parte i moderni a i dì nostri n’hanno fatto del maraviglioso.
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
rena, mattoni et acqua si va arrotando e spianando, tanto che il tutto resti ad un piano, ciò è il marmo stesso et il ripieno. Il che fatto, resta l’opera in una maniera, che ella pare veramente pittura in piano, et ha in sé grandissima forza con arte e con maestria. Laonde è ella molto venuta in uso per la sua bellezza, et ha causato ancora che molti pavimenti di stanze oggi si fanno di mattoni, che siano una parte di terra bianca, ciò è di quella che trae in azzurrino quando ella è fresca, e cotta diventa bianca; e l’altra della ordinaria da fare mattoni, che viene rossa quando ella è cotta. Di queste due sorti si sono fatti pavimenti commessi di varie maniere a spartimenti, come ne fanno fede le sale papali a Roma al tempo di Raffaello da Urbino, et ora ultimamente molte stanze in Castello Santo Agnolo, dove si sono con i medesimi mattoni fatte imprese di gigli, commessi di pezzi che di mostrano l’arme di Papa Paulo e molte altre imprese, con tanta diligenzia commisse, che più di bello non si può desiderare in tale magisterio. E di tutte queste cose commesse fu cagione il primo musaico. Capitolo 31 Del musaico di legname, ciò è de le tarsie, e de le istorie che si fanno di legni tinti e commessi a guisa di pitture. Quanto sia facil cosa lo aggiugnere alle invenzioni de’ passati qualche nuovo trovato sempre, assai chiaro ce lo dimostra non solo il predetto commesso de’ pavimenti, che senza dubbio viene da ‘l musaico, ma le stesse tarsie ancora e le figure di tante varie cose, che a similitudine pur del musaico e della pittura, sono state fatte da’ nostri vecchi di piccoli pezzetti di legno commessi et uniti insieme nelle tavole del noce e colorati diversamente; il che i moderni chiamano lavoro di commesso, benché a’ vecchi fosse tarsia. Le miglior cose che in questa spezie già si facessero, furono in Firenze ne’ tempi di Filippo di Ser Brunellesco e poi di Benedetto da Maiano. Il quale nientedimanco giudicandole cosa disutile, si levò in tutto da quelle, come nella vita sua si dirà. Costui come gli altri passati le lavorò solamente di nero e di bianco; ma fra’ Giovanni Veronese, che in esse fece gran frutto, largamente le migliorò, dando varii colori a’ legni con acque e tinte bollite e con olii penetrativi, per avere di legname i chiari e gli scuri, variati diversamente, come nella arte della pittura, e lumeggiando con bianchissimo legno di silio sottilmente le cose sue. Questo lavoro ebbe origine primieramente nelle pro-
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
dove siano i contorni delle pieghe de’ panni e delle figure, i quali dimostrino dove si hanno a commettere i vetri. Di poi si pigliano i pezzi de’ vetri, rossi, gialli, azzurri e bianchi e si scompartiscono secondo il disegno per panni o per carnagioni, come ricerca il bisogno. E per ridurre ciascuna piastra di essi vetri a le misure disegnate sopra il cartone si segnano detti pezzi in dette piastre, posate sopra il detto cartone, con un pennello di biacca; et a ciascuno pezzo si assegna il suo numero, per ritrovargli più facilmente nel commettergli, i quali numeri finita l’opera si scancellano. Fatto questo, per tagliarli a misura, si piglia un ferro appuntato affocato, con la punta del quale, avendo prima con una punta di smeriglio intaccata alquanto la prima superficie dove si vuole cominciare e con un poco di sputo bagnatovi, si va con esso ferro lungo que’ dintorni, ma alquanto discosto. Et a poco a poco, movendo il predetto ferro, il vetro si inclina e si spicca da la piastra. Di poi con una punta di smeriglio si va rinettando detti pezzi e levandone il superfluo; e con un ferro, che e’ chiamano grisatoio o vero topo, si vanno rodendo i dintorni disegnati, tale ch’e’ venghino giusti da potergli commettere per tutto. Così dunque commessi i pezzi di vetro, in su una tavola piana si distendono sopra il cartone, e si comincia a dipignere per i panni l’ombra di quegli, la quale vuol essere di scaglia di ferro macinata e d’un’altra ruggine ch’alle cave dil ferro si trova, la quale è rossa, e con questa si ombrano le carni, cangiando quelle co ‘l nero e rosso secondo che fa bisogno. Ma prima è necessario alle carni velare con quel rosso tutti i vetri e con quel nero fare il medesimo a’ panni con temperarli con la gomma a poco a poco dipignendoli et ombrandoli come sta il cartone. Et appresso, dipinti che e’ sono, volendoli dare lumi fieri si ha un pennello di setole corto e sottile, e con quello si graffiano i vetri in su il lume, e levasi di quel panno che aveva dato per tutto il primo colore, e con l’asticciola del pennello si va lumeggiando i capegli e le barbe et i panni et i casamenti e paesi come tu vuoi. Sono però in questa opera molte difficultà, e chi se ne diletta può mettere varii colori sul vetro perché, segnando su un colore rosso un fogliame o cosa minuta, volendo che a fuoco venga colorito d’altro colore, si può squagliare quel vetro quanto tiene il fogliame, con la punta d’un ferro, che levi la prima scaglia dil vetro ciò è il primo suolo e non la passi, perché faccendo così rimane il vetro di color bianco, e se gli dà poi quel rosso fatto di più misture, che nel cuocere, mediante lo scorrere, diventa giallo. E questo si può fare su tutti i colori, ma il giallo meglio riesce sul bianco che in altri colori, su lo azzurro a campirlo divien verde nel cuocerlo,
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
to et arguto, e con una perfetta arte di persuasione mostrava le difficultà del suo ingegno, che nelle cose de’ numeri faceva muovere i monti, tirava i pesi, e fra le altre parole mostrava volere alzare il tempio di San Giovanni di Fiorenza e sottomettervi le scalee, senza ruinarlo, e con sì forti ragioni lo persuadeva, che pareva possibile, quantunque ciascuno, poi che e’ si era partito, conoscesse per se medesimo la impossibilità di cotanta impresa. Era tanto piacevole nella conversazione che tirava a sé gli animi delle genti. E non avendo egli, si può dir, nulla e poco lavorando, del continuo tenne servitori e cavalli, de’ quali si dilettò molto, e particularmente di tutti gli altri animali, i quali con grandissimo amore e pazienzia sopportava e governava. E mostrollo che spesso passando da i luoghi dove si vendevano uccelli, di sua mano cavandoli di gabbia e pagatogli a chi li vendeva il prezo che n’era chiesto, li lasciava in aria a volo, restituendoli la perduta libertà. Laonde volse la natura tanto favorirlo, che dovunque e’ rivolse il pensiero, il cervello e l’animo, mostrò tanta divinità nelle cose sue, che nel dare la perfezzione, di prontezza, vivacità, bontade, vaghezza e grazia, nessuno altro mai gli fu pari. Trovasi che Lionardo per l’intelligenzia de l’arte cominciò molte cose e nessuna mai ne finì, parendoli che la mano aggiugnere non potesse alla perfezzione de l’arte ne le cose, che egli si imaginava, con ciò sia che si formava nella idea alcune difficultà tanto maravigliose, che con le mani, ancora che elle fussero eccellentissime, non si sarebbeno espresse mai. E tanti furono i suoi capricci, che filosofando de le cose naturali, attese a intendere la proprietà delle erbe, continuando et osservando il moto del cielo, il corso de la luna e gli andamenti del sole. Per il che fece ne l’animo un concetto sì eretico, che e’ non si accostava a qualsivoglia religione, stimando per avventura assai più lo esser filosofo che cristiano. Acconciossi per via di Ser Piero suo zio nella sua fanciullezza a l’arte con Andrea del Verocchio, il quale faccendo una tavola dove San Giovanni battezzava Cristo, Lionardo lavorò uno angelo, che teneva alcune vesti; e benché fosse giovanetto, lo condusse di tal maniera, che molto meglio de le figure d’Andrea stava l’angelo di Lionardo. Il che fu cagione ch’Andrea mai più non volle toccare colori, sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse più di lui. Li fu allogato per una portiera, che si aveva a fare in Fiandra d’oro e di seta tessuta, per mandare al Re di Portogallo un cartone d’Adamo e d’Eva, quando nel Paradiso terrestre peccano: dove col pennello fece Lionardo di chiaro e scuro lumeggiato di biacca un prato di erbe infinite con alcuni animali, che invero può dirsi che in diligenza e naturalità al mondo divino ingegno far non la possa sì simile. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA G. D’Anna Thèsis Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Piero non fusse stato tanto astratto, et avesse tenuto più conto di sé nella vita, che egli non fece, arebbe fatto conoscere il grande ingegno che egli aveva, di maniera che sarebbe stato adorato, dove egli per la bestialità sua fu più tosto tenuto pazzo, ancora che egli non facesse male se non a sé solo nella fine, e benefizio et utile con le opere a la arte sua. Per la qual cosa doverrebbe sempre ogni buono ingegno et ogni eccellente artefice ammaestrato da questi esempli aver gli occhi alla fine. Fu allogato a Piero una tavola a la cappella de’ Tedaldi nella chiesa de’ frati de’ Servi, dove eglino tengono la veste et il guanciale di Filippo lor frate, nella quale finse la Nostra Donna ritta, che è rilevata da terra in un dado e con un libro in mano, senza il Figliuolo, alza la testa al cielo, e sopra quella è lo Spirito Santo che la illumina. Né ha voluto che altro lume che quello che fa la colomba, lumeggi e lei e le figure che le sono intorno, come una Santa Margherita et una Santa Caterina che la adorano ginocchioni, e ritti son a riguardarla San Pietro e San Giovanni Evangelista, insieme con San Filippo frate de’ Servi e Santo Antonino arcivescovo di Firenze. Oltra che vi fece un paese bizzarro, e per gli alberi strani e per alcune grotte, e per il vero ci sono parti bellissime, come certe teste che mostrano e disegno e grazia, oltra il colorito molto continovato. E certamente che Piero possedeva grandemente il colorire a olio. Fecevi la predella con alcune storiette piccole, molto ben fatte; et infra l’altre ve n’è una, quando Santa Margherita esce de ‘l ventre del serpente, che per aver fatto quello animale e contraffatto e brutto, non penso che in quel genere si possa veder meglio, mostrando il veleno per gli occhi, il fuoco e la morte, in uno aspetto veramente pauroso. E certamente che simil cose non credo che nessuno le facesse meglio di lui né le imaginasse a gran pezzo, come ne può render testimonio un mostro marino, che egli fece e donò al Magnifico Giuliano de’ Medici, che per la deformità sua è tanto stravagante, bizzarro e fantastico, che pare impossibile che la natura usasse e tanta deformità e tanta stranezza nelle cose sue. Questo monstro è oggi ne la guardarobba del duca Cosimo de’ Medici, così come egli è appresso di S E pur di mano di Piero un libro d’animali de la medesima sorte, bellissimi e bizzarri, tratteggiati di penna diligentissimamente e con una pazienza inestimabile condotti. Il quale libro gli fu donato da M Cosimo Bartoli proposto di San Giovanni mio amicissimo e di tutti i nostri artefici, come quello che sempre si è dilettato et ancora si diletta di tale mestiero. Fece parimente in casa di Francesco del Pugliese intorno a una camera
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Domandai dunque a mia madre che proprio sinceramente colla mano sul cuore mi confessasse se io non ero figliuola di monsignore di Sant’Andrea!...» «Eh va’ là! Pazzerella!... E cosa ti rispose la Contessa?» «Mi rispose quello che tu. Mi diede della sguaiata della pazzerella; e non volle dir nulla. Ah, Carlo! de’ miei ottomila ducati non ci ho proprio ritratto un bruscolo, nemmeno tanto da cavarmi una curiosità!» Questo incidente può darvi un’idea non solamente dell’indole e dell’educazione avuta dalla Pisana, ma anche fino ad un certo punto dei costumi veneziani del secolo passato. Nel punto stesso che una figliuola con sublime sacrificio si toglieva il pane di bocca, si spogliava dell’ultimo suo avere per accontentare i vizietti della madre, chiedeva in compenso di tanto benefizio una cinica confessione, e un gusterello di curiosità altrettanto inutile che scandalosa.  Non  aggiungo  di  più.  Ma  basta  un  finestrello  aperto  per lumeggiare un quadro. «E a te dunque» soggiunsi io «non restano ora che due grame lirette al giorno concesseti dalla misera munificenza del nobiluomo Navagero, sicché una voltata d’umore di questo vecchio pazzo può metterti addirittura all’ospizio dei poveri!!...» «Eh gua’!» disse la Pisana. «Son giovine e robusta; posso lavorare, e poi io starò con te, e il mantenimento me lo conterai per salario.» Un cotale accomodamento quadrava col modo di pensare della Pisana; e non isconveniva punto a me: solamente mi sarebbe abbisognata qualche professione per accrescere di qualche cosa le mie meschinissime entrate, finché la sospirata morte del Navagero porgesse comodità di pensare ad uno stabilimento definitivo. Per allora misi da banda questa idea; l’importante era di partir subito, perché la mia salute terminasse di raffermarsi. Io aveva in borsa un centinaio di ducati, la Pisana volle a tutti i costi consegnarmene altri duecento ch’ella avea ricavato da certe gioie, e con questa gran somma ci disposimo allegramente alla partenza. Prima di lasciar Venezia ebbi anche la fortuna di rivedere per l’ultima volta il vecchio Apostulos reduce allora dalla Grecia; egli era involto in quelle macchinazioni d’allora per la liberazione della sua patria mediante il patrocinio dei così detti Fanarioti o Greci di Costantinopoli; e faceva un gran correre qua e là col pretesto del commercio. Spiro, che propendeva al partito più giovane, che poi soperchiò tutti gli altri e fomentò l’ultima guerra dell’indipendenza, ubbidiva di malincuore a suo padre in quelle congiure senza gran-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo