locuzione

[lo-cu-zió-ne]
In sintesi
unità lessicale formata da due o più parole; modo di dire, espressione
← dal lat. locutiōne(m), deriv. di loqŭi ‘parlare’.
1
LING Gruppo di due o più parole avente un proprio significato e una propria autonomia lessicale || Locuzioni aggettivali, formate da aggettivi o aventi funzioni di aggettivo || Locuzioni avverbiali, invariabili, formate da preposizioni unite ad avverbi o sostantivi o aggettivi || Locuzioni prepositive, formate da più preposizioni e in funzione di preposizione
2
estens. Frase idiomatica, modo di dire
3
non com. Loquela, favella

Citazioni
soggetto. Faccio dunque tutto questo, non lodo i secoli antichi, non affermo che quella vita e quei pensieri e quegli uomini fossero migliori dei presenti, so che questi discorsi oggi s’hanno per vecchi e passati d’usanza, lascio ch’altri giudichi  a  sua  voglia  delle  cose  ch’io  potrei  dire;  sieno  sogni  di  fantasie disprezzatrici del presente e vaghe del lontano. Solamente dico che quella era natura e questa non è; che l’ufficio del poeta è imitar la natura, la quale non si cambia né incivilisce; che quando la natura combatte colla ragione, e forza che il poeta o lasci la ragione, o insieme colla natura, l’ufficio e il nome di poeta; che questi può ingannare, e per tanto deve coll’arte sua quasi trasportarci  in  quei  primi  tempi,  e  quella  natura  che  ci  è  sparita  dagli  occhi, ricondurcela avanti, o più tosto svelarcela ancora presente e bella come in principio, e farcela vedere e sentire, e cagionarci quei diletti soprumani di cui pressoché tutto, salvo il desiderio, abbiamo perduto, onde sia presentemente l’ufficio suo, non solamente imitar la natura, ma anche manifestarla, non solamente dilettarci la fantasia, ma liberarcela dalle angustie, non solamente somministrare, ma sostituire; dico che chiamare la poesia dal primitivo al moderno, è lo stesso che sviarla dall’ufficio suo, volerla spogliare di quel sovrano diletto ch’è suo proprio, tirarla dalla natura all’incivilimento. Ma questo né più né meno vogliono i romantici, e conveniva bene che questo tempo, dopo averci snaturati indicibilmente tutti, proccurasse in fine di snaturare la poesia, ch’era l’ultimo quasi rifugio della natura, e d’impedire agli uomini ogni diletto ogni ricordanza della prima condizione, e negasse il nome di poeta a chiunque verseggiando non esprimesse i costumi moderni e lo spegnimento dei primitivi e la corruzione degli uomini. Perché in somma una delle principalissime differenze tra i poeti romantici e i nostri, nella quale si riducono e contengono infinite altre, consiste in questo: che i nostri cantano in genere più che possono la natura, e i romantici più che possono l’incivilimento, quelli le cose e le forme e le bellezze eterne e immutabili, e questi le transitorie e mutabili, quelli le opere di Dio, e questi le opere degli uomini. La qual differenza e riluce abbondantemente nei soggetti e nelle descrizioni e nelle immagini e in tutta la suppellettile e il modo e l’elocuzione poetica, e in tutto il complesso della poesia, ed è chiara, fra le altre cose, per portare un esempio pratico, nelle similitudini, le quali i nostri proccurano comunemente di pigliare dalle cose naturali, onde avviene che quelle presso loro sveglino ad ogni poco nella fantasia de’ lettori mille squisitissime immagini con maraviglioso diletto, ed è stato già notato che le similitudini de’ 17 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
Nissuna cosa, dunque, ho letto o di colui che fa il giudizio, o dell’altro che riprende co ‘l giudizio me che son giudicato e non fui citato già mai, da la quale io sia più stato offeso che da quelle che toccano mio padre: perché io gli cedo volontieri in tutte le maniere di componimenti, né potrei sostenere che in alcune di esse alcuno gli fosse anteposto. Dunque, mi deve esser lecito che io prenda la sua difesa; la quale non dirò che sia commandata da le leggi ateniesi, come disse già Socrate, o da le romane, ma da quelle della natura, che sono eterne, né possono esser mutate per volontà d’alcuno, né perdono l’autorità con la mutazione dei regni e degli imperii. E se le leggi naturali che appartengono a la sepoltura dei morti debbono essere preposte a i commandamenti dei re e dei principi, ciò si dee far più ragionevolmente in quelle che son dirizzate a la perpetuità dell’onore e della gloria, che si stima quasi la vita dei morti. E perché mio padre, il quale è morto nel sepolcro,  si  può  dir  vivo  nel  poema,  chi  cerca  d’offender  la  sua  poesia, procura dargli morte un’altra volta: e ciascuno l’offende, che lo vuol fare inferiore ad alcun altro della medesima sorte, e particolarmente al Morgante ed al Boiardo, a i quali è tanto superiore nell’elocuzione e nelle bellezze poetiche che in niun modo più ardito potrebbe l’oppositore fare inferiore la causa superiore. Né so ben conoscere le ragioni che ‘l muovano a lodar tanto il  Morgante; anzi mi pare che ‘l Pulci non s’accorgesse d’aver fatto quasi una tragicomedia, volendo far un poema eroico: in cui non essendo parte alcuna che si convenga a quella maniera di poema, non può esser preferito o agguagliato a quel di mio padre, il qual nondimeno fece professione di cortegiano, non di poeta; e le sue proprie lodi furono quelle che egli meritava in corte: l’altre degli studi sono state accidentali, e ricercate da lui dopo la sodisfazione dei padroni che egli serviva, a i quali principalmente cercava di compiacere. E credo fermamente, amici e signori miei, che non vi sarà discara la narrazione d’una breve istoria, la qual precederà la difesa e l’illustrerà: perché ella non s’assomigli alle battaglie che si fanno di notte, le quali sogliono apportar maggior pericolo a i difensori. Sappiate, dunque, ch’essendo mio padre nella Corte di Spagna per servizio del principe di Salerno suo padrone, fu persuaso da i principali di quella Corte a ridurre in poema l’istoria favolosa dell’Amadigi; la quale, per giudizio di molti e mio particolarmente, è la più bella che si legga fra quelle di questo genere, e forse la più giovevole; perché nell’affetto e nel costume si  lascia  a  dietro  tutte  l’altre,  e  nella  varietà  degli  accidenti  non  cede  ad
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
Ma mio padre, vedendo che questi poemi si debbono porre fra quelli che son misurati con le misure degli estremi, e perché superano tutti gli altri di gran lunga, stimò che l’accrescimento fosse tanto più lodevole, quanto maggiore; e la grandezza tanto più risguardevole, quanto meno usata, perciò che fra’ giganti ancora quelli sono più maravigliosi che superano più la commune statura; e nei colossi parimente. E questo avviene non solamente nel soverchio, ma nel defetto, avenga che dei cani gentili, che si tengono per diletto delle donne, e dei nani, il sommo è nella picciolezza. Nel  mancamento,  dunque,  e  nell’abbondanza,  non  solo  nella mediocrità, è la propria misura, e quasi la propria perfezione; la quale mio padre,  tutto  che  trapassasse  il  convenevole,  ricercò  convenevolmente;  e s’avvide  che  l’esser  dubbio  nella  spezie  e  nell’artifizio  è  d’imperfezione argumento: però scrivendo molte azioni, volle che fosse conosciuta la moltitudine;  ma  l’Ariosto,  se  è  come  dice  l’oppositore,  formò  il  suo  poema quasi animal d’incerta natura e mezzo fra l’uno e fra l’altro: per questo, s’alcun dubita quale egli sia, condanna senza dubio l’artifizio del poeta. E perché le comparazioni allora sono più lodevoli e più acconcie a persuadere, che sono prese più d’appresso, né da parte più vicina si posson prendere comparazioni in materia di poesia che da l’istoria, da l’istoria debbono esser prese; ma fra l’istorie universali, che s’assomigliano a’ poemi di molte azioni, quelle meritano maggior lode, le quali contengono maggior notizia di cose e maggior copia d’avvenimenti: dunque nei poemi, nei quali si riceve la  moltitudine,  si  deve  lodar  la  copia.  E  qual  poema  fu  più  copioso dell’Amadigi? qual più abondante, qual più ricco, non solo dell’invenzioni, ma  dell’elocuzioni  e  delle  figure  e  degli  ornamenti  poetici?  le  quali  son tante che, senza impoverirne, potrebbe vestirne il Morgante e molti altri, che ne son quasi ignudi. Dunque il paragone fra il Morgante e l’Amadigi è molto disconvenevole: né meno ardito è chi fa questa comparazione di quel che sarebbe chi volesse paragonare alcuno assirio o ircano o caldeo con quel Ciro che acquistò il regno de’ Persiani, o con quell’altro che guerreggiò co ‘l fratello, il quale potrebbe dirgli: Perché tu contendi meco? Perché io son vestito riccamente, e tu poveramente; non sai che queste ricchezze sono acquistate  con  valore,  e  con  virtù  si  difendono?  e  la  tua  povertà  è  certo argomento della tua picciola virtù. E s’egli fosse necessario, io rimoverei il velo così ricco e così splendido, il qual ricuopre le bellezze dell’Amadigi, acciò che non solo si vergognasse l’oppositore, ma l’amico, d’averlo stimato meno che non conveniva; se pure questo volle intendere, e non altro. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
giore fra’ Cristiani: nondimeno il fine della guerra universale si riserba ad Orlando, e quel del poema termina con la vittoria di Ruggiero. Laonde si potrebbe dubitare qual fosse il Cavalier principale; ma non è sconvenevole presupporre quello che dice l’autore nella proposizione. Or ritorniamo a l’ordine tralasciato; e seguite di leggere. Segretario Risposta. Quanto a la locuzione delMorgante, ella si biasima a’ nostri tempi da chi ne può dar giudizio quanto il cieco de’ colori. E s’in quel libro si trovano de’ modi e de’ versi bassi, secondo l’autor del Dialogo, forse che nel Goffredo, dove il Tasso fa professione di magnifico e di gravissimo, ne ha in questo genere, e quanto a le voci e quanto al suono, de’ più solenni e più spessi. Dell’opere notturne era qualch’una. terra di biade e d’animai ferace. così vien sospiroso, e così porta. Son qui gli avventurieri invitti eroi. senza troppo indugiare ella si volse. soccorso a’ suoi perigli altro non chere. Della città Goffredo e del paese. senz’altr’indugio, e qual tu vuoi ti piglia. e di fosse profonde e di trinciere. Scrivansi i vostri nomi, ed in un vaso. ch’un cavalier, che d’appiattarsi in questo. gli occulti suoi princìpi il Nilo quivi. Quest’è saver, quest’è felice vita. ponte, che qui non facil preda io resto. del re Britanno il buon figliuol Guglielmo. Con que’ soprani egli iterò più volte. ma di pietade e d’umiltà sol voci. su suso, o cittadini, a la difesa. Tutto in lor d’odio infellonissi ed arse; dove c’è anche, per giunta a la derrata,il lor-d’- odio. Forestiero Se l’oppositore m’avesse dimostra la bassezza de’ modi, io glien’avrei molto obligo; ma confesso di non conoscerla; e s’a voi par bassa voce qualch’una, ch’è nel primo verso, e quell’altra  avventurieri, ch’è nel quarto, prego che me ‘l diciate liberamente. A me non paiono, e forsi perché sono usate da voi.
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
E se non bastava, perché fa parer noioso con la sua confusione quel che forse non parrebbe tale con la mia distinzione? E certo, egli in maniera l’ha confuse ch’io non le riconosco per mie; né voglio ricercarle in un poema che già dieci anni sono io non ho letto: nel quale molte cose avrei mutate, non sol mutate parole, s’io gli avessi data l’ultima perfezione. Voi, s’altro ci resta, non vi scordate del vostro ufficio. Dialogo. Tuttavolta ciò fa (come nella locuzione vedremo) per dimostrarsi maestro  nelle  maggior  difficoltà  dell’arte  poetica:  però  questa  sua  sentenza  con locuzione laconica non viene così universalmente lodata. Risposta.  Né anco particolarmente. Non so perché chiami la mia locuzione laconica. Forse perché ci mancano molte di quelle congiunzioni, che sono quasi legami del parlare: ché per altro mi paiono i modi del vostro dire assai copiosi. Peraventura non basta questo a far che la mia elocuzione sia laconica; ma io credeva (né l’aveva creduto senza l’autorità d’Aristotele) che, aggiungendosi oltre la necessità o levandosi parte di quelle congiunzioni che son necessarie,  s’accrescesse  per  diverse  cagioni  grandezza  al  parlare.  E  nell’uno  e nell’altro modo stimo d’averlo ricercato; e s’ora non piace a l’universale ed al particolare, non dovrei dolermene seco, né con Demetrio Falareo: perché, quantunque egli fosse vivo, mi risponderebbe: Amico, io nacqui in Grecia; e tu vedi come questi nuovi Fiorentini sprezzano non solamente me, al quale tante statue furono dirizzate; ma ‘l mio maestro Aristotele, dal quale tu prima l’apparasti, ed Omero, che l’uno e l’altro di noi ti propose quasi per esempio. Laonde io sarei costretto di rivolgermi al signor Pietro Vittorio che nella vecchiezza, simile a quella di Isocrate e di Platone, scrive con simile tranquillità d’animo simili componimenti; e gli direi: O maestro della poesia e dell’eloquenza, o più tosto padre delle belle lettere e delle Muse, perché m’ingannaste voi nella fanciullezza, ed aggiungesti a l’inganno l’autorità del signor Giovanni Casa? della quale non par che si curino questi nuovi academici, o più tosto nuovamente nominati: benché sia vivo il signor Orazio Rucellai, che è così ricco gentiluomo e così copioso di tutti i beni e di tutti  i  doni  della  fortuna  e  della  natura?  Ma,  sin  che  vien  la risposta, seguite di leggere. Dialogo.  S’egli adempie quello che intende di fare, che importa che non sia chiaro? Risposta. Questo è ‘l male, ch’egli nol fa, né ‘l può fare senza la chiarezza.  Dialogo.  Dovrebbe  almeno  appresso  il  giudizio  de’  dotti  esser  lodato  in questa parte più dell’Ariosto. Risposta.  La chiarezza è virtù, e ‘l contrario è vizio; e ‘l vizio è più biasimato da’ dotti che da gli ignoranti. Ma che argomento e che conseguenza è questa? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
A voi sarà più facile il far da voi stesso che a me darvi aiuto. Non voglio darvi maggior noia che vi piaccia di prendere; ma seguite. Risposta.  Di questi versi aspri, saltellanti, ch’imitano le sonate del trentuno, qual è ‘l primo di questi quattro, n’è pieno il libro del Tasso. Indi il suo manto per lo lembo prese. e l’accompagna stuol calcato e folto. ch’è bruna sì, ma ‘l bruno il bel non toglie. Gli occhi di lei sereni a sé fa spegli. i cerchi son, son gl’intimi i minori. invitti insin che vivo è fior di speme. Che scettri vanta, e titoli, e corone. Tra’ quali, ne’ duo ultimi è anco bella cosa la voce fiore; la quale non s’è accorto il Tasso, che in quel luogo di Dante, donde l’ha presa (“Mentre che la speranza ha fior del verde”), è avverbio e val punto... Anzi me n’accorsi, e lessi quel libro sovra il Decamerone, nel quale era dichiarata questa parola; ma non veggio necessità perché quella voce ne’ miei versi non possa prendersi come traslazione, trasportata dal fiore: ... in sin che vivo è fior di speme. E questo basti per risposta a l’ultime parole: perché a le prime, non adducendo né la ragione né l’autorità, non debbo rispondere. Dialogo.  ... ed il vantar scettri  è nuova locuzione, e di quella novità che di sopra s’è ragionato. Della novità siam d’accordo: nel rimanente, voi sapete ch’in questo luogo non veste la persona di giudice, ma serve a la causa. Dialogo. Che direm delle voci latine che il Tasso ha sparso in tutto il suo poema? Risposta. Perché non pedantesche? che tante ne sono in quella opera, che con
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
E voi dovete ricordarvi di quel sapore, ch’egli disse, del quale non si mostrò schifo il Petrarca, il Bembo e ‘l Casa. Me ne ricordo. E queste mi paiono del medesimo. Del medesimo, e del medesimo condimento. E s’è pur vero ch’a picciolo numero si ristringano nel Goffredo le parole e i modi di questa lingua, egli dee intendere della volgar fiorentina. Di quella, non d’altra. E peraventura di quella che s’usa a questi tempi, non di quella la qual era usata a’ tempi del Boccaccio, o pur di Dante che scrisse più fiorentinamente del Petrarca, ma non ebbe elocuzione così poetica e così pellegrina. La lingua del Petrarca molte volte è poetica più tosto che fiorentina; e così mi par quella di alcuni moderni. I quali peraventura, secondo i Fiorentini, a nominar perduta opra sarebbe; e però forse non gli nominate; ma se l’opra non vi par perduta, dite il Molza, il Bembo e gli altri che tante volte avete nominati. Veramente la lingua di costor è poetica. Sì, quando essi scrivono versi; ma quando fanno orazioni, la lingua è oratoria. Oratoria. E istorica e filosofica, quando scrivono le istorie o trattano la filosofia. Istorica e filosofica. E così la poetica lingua di costoro, come la oratoria e l’istorica, e la filosofica non è la volgar fiorentina. Non la moderna; ma l’antica, mescolata con molte parole peregrine. E forse delle parole è avvenuto quel che delle famiglie: perché sì come molti popolari son fatti nobili, così molte parole volgari sono divenute gentili. Gentili e nobili come le altre. Ma fra quelle ch’egli biasima nel mio poema, non sono della lingua fiorentina antica scuotere e riscuotere, breve, capitano, vide e vinse? Son di quella senza dubbio; e tutte da loro sono state usate in versi, e dal Petrarca; eccettuatone capitano, usata dal Boccaccio e da’ poeti che scrivono romanzi, necessaria negli eroici, come dimostrò il Trissino, che l’usò così spesso.
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
Ma  serpere,  torreggiare,  precipitare,  notturno,  vetusto,  diadema,  lance,  fera, ostile, mercare, son cavate da Dante e dal Petrarca, e sono de’ più belli e scelti nomi, e de’ più belli e scelti verbi che siano stati usati ne’ retti e ne’ casi loro. Così mi pare. Dunque, soli due modi nuovi fra questi, ch’egli enumera così confusamente, sono stati usati da me: trattar l’armi e legge il cenno, se pur è mio, che non ben me ne ricordo, non avendo io riletto il poema già son molti anni; e due o  tre  voci,  matutino e  susurrare e  guarda,  delle  quali  il  secondo  usò  il Sannazaro, e l’ultimo par nuovo perché n’ho gittata la penultima vocale; ma più tosto è voce antica, e propria della lingua. E con sì picciolo numero non  prova  in  modo  alcuno  che  la  lingua  usata  nel  mio  poema  sia  men fiorentina di quella ch’egli loda; ma io volentieri senza pruova gliele concedo, pur ch’egli a me conceda che tai modi sian degni di lode e di meraviglia ne’ poeti più nobili. Dialogo. Avendo sparse nel suo poema molte volte locuzioni lombarde più che toscane. Risposta. I Toscani tengono che ‘l Furioso sia dettato in buon volgar fiorentino; e se pur vi ha qualche voce lombarda, sieno tanto minor numero che negli altri, e scelte con tal giudizio, che non abbian forza di torgli il nome di puro scrittor toscano. Ma queste cose, certe persone non le conoscono. Non stimo già che voi siate di quelli che non le conoscano. Più mi concedete, per vostra cortesia, ch’io non merito. Ma conoscete ancora quanto importi l’usar questo volgare più nell’uno che nell’altro modo, e come l’usavano gli antichi: nel qual modo non è quasi più volgare; ma separato affatto dal volgo e da’ volgari e da quel ch’usano alcuni moderni: nella qual maniera è non sol volgar fiorentino, ma plebeo fiorentino. Io non so quanta cognizione abbia di ciò; ma chi sottilmente considera questo nome, ha quasi mutato natura; là onde mi piacerebbe che si lasciasse da parte, e che si scrivesse in nobil lingua fiorentina, com’è quella del Petrarca: perciò che Dante alcuna volta ha più del volgare che non bisognerebbe a divino scrittore. E non so onde sia avvenuto ch’a molti nobili scrittori sia stato rimproverato l’odor del peregrino, come a Livio quel di Padova, e a Virgilio quel di Mantova, il quale parve ad alcuni che fosse men puro scrittore di Catullo: tuttavolta nel verso eroico gli concedano senza dubbio il principato. E ‘l Petrarca, il qual scrisse più nobilmente di ciascun altro, a pena so che egli fosse in Fiorenza.
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
il quale è altissimo tra gli elementi, è leggierissimo, e la terra, ch’è bassissima, è gravissima. O.C. F.N. O.C. F.N. O.C. F.N. O.C. F.N. Così mi par che si provi per questa ragione. Dunque l’alto stile sarà il leggiero, e ‘l grave sarà il basso. Così pare. Ma le cose basse sono più nobili o meno de l’alte? Meno. Le bassissime dunque saranno le ignobilissime. Senza dubbio. Dunque le bassissime poesie saranno le gravissime e l’ignobilissime, e le leggierissime saranno altissime e nobilissime: e la tragedia sarà bassissima e ignobilissima, e fra le comedie quella ch’è leggierissima sarà l’altissima e la nobilissima. Così mi par che conchiuda questa vostra ragione, la qual non persuade, ma fa violenza. Or non vorremo diffenderci, quanto potremo, per non essere sforzati? Defendiamci. Ditemi adunque: il grave in tutte le cose ha l’istesso contrario o pur diverso? E accioché meglio m’intendiate, io vi chiedo se ne la voce al grave s’oppone quel medesimo che ne’ corpi, over altro. Non si dice de le voci ch’elle sian gravi e leggiere come ne’ corpi. Ma qual nome darem noi a questa opposizione? L’uno opposto chiamerem grave e l’altro acuto. Dunque  ancora  ne  l’elocuzione,  la  qual  è  una  specie  di  voce,  potremo opponere altro contrario al grave che ‘l leggiero: e s’al grave non è contrario il leggiero, l’altezza e la nobiltà, che ne’ corpi seguitano la leggerezza, non saranno ne elocuzione ripugnante a la gravità. Non per questa ragione, la qual assai m’appaga. Oltre di ciò quelle stesse condizioni, o qualità, che procedono o seguono la gravità ne’ corpi, vi pare che si congiungano insieme ne le voci? A  nissun  modo,  perché  non  diremo  che  la  voce  sia  calda  né  fredda,  né umida né secca, né rara né densa.
La Cavaletta overo de la poesia toscana di Torquato Tasso
rii in quell’inverno troppi altri; i più, amorosi; ma senza amore che li dettasse. Per esercizio  mero di lingua e di rime avea impreso a descrivere  a parte a parte le bellezze palesi d’una amabilissima e leggiadra signora; né per essa io sentiva neppure la minima favilluzza nel cuore; e forse ci si parrà in  quei  sonetti  più  descrittivi  che  affettuosi.  Tuttavia,  siccome  non  mal verseggiati, ho voluto quasi che tutti conservarli, e dar loro luogo nelle mie rime; dove agli intendenti dell’arte possono forse andare additando i progressi ch’io allora andava facendo gradatamente nella difficilissima arte del dir bene, senza la quale per quanto sia ben concepito e condotto il sonetto, non può aver vita. Alcuni evidenti progressi nel rimare, e la prosa del Sallustio ridotta a molta brevità con sufficiente chiarezza (ma priva ancora di quella variata armonia, tutta propria sua, della ben concepita prosa), mi aveano ripieno il cuore di ardenti speranze. Ma siccome ogni altra cosa ch’io faceva, o tentava, tutte aveano sempre per primo ed allora unico scopo, di formarmi uno stile proprio ed ottimo per la tragedia, da quelle occupazioni secondarie di tempo  in  tempo  mi  riprovava  a  risalire  alla  prima.  Nell’aprile  del  ’77 verseggiai  perciò  l’Antigone,  ch’io,  come  dissi,  avea  ideata  e  stesa  ad  un tempo, circa un anno prima, essendo in Pisa. La verseggiai tutta in meno di tre settimane; e parendomi aver acquistata facilità, mi tenni di aver fatto gran cosa. Ma appena l’ebbi io letta in una società letteraria, dove quasi ogni sera ci radunavamo, ch’io ravvedutomi (benché lodato dagli altri) con mio sommo dolore mi trovai veramente lontanissimo da quel modo di dire ch’io avea tanto profondamente fitto nell’intelletto, senza pur quasi mai ritrovarmelo poi nella penna. Le lodi di quei colti amici uditori mi persuasero che forse la tragedia quanto agli affetti e condotta ci fosse; ma i miei orecchi e intelletto mi convinsero ch’ella non c’era quanto allo stile. E nessun altri di ciò poteva a una prima lettura esser giudice competente quanto io stesso, perché quella sospensione, commozione, e curiosità che porta con sé una non conosciuta tragedia, fa sì che l’uditore, ancorché di buon gusto dotato, non può e non vuole, né deve, soverchiamente badare alla locuzione. Quindi tutto ciò che non è pessimo, passa inosservato, e non spiace. Ma io che la leggeva conoscendola, fino a un puntino mi dovea avvedere ogni qual volta il pensiero o l’affetto venivano o traditi o menomati dalla non abbastanza o vera, o calda, o breve, o forte, o pomposa espressione. Persuaso  io  dunque  che  non  era  al  punto,  e  che  non  ci  arrivava, perché in Torino viveva ancor troppo divagato, e non abbastanza solo e con Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri
ed incerto sino all’ultimo. Ma confesserò parimente, che di molte lunghezze, o freddezze, che vi poteano essere qua e là, oltre che io medesimo mi era spesso tediato nel rileggerle ad altri, ne ricevei anche il sincerissimo tacito biasimo, da quei benedetti sbadigli, e involontarie tossi, e irrequieti sederi, che me ne davano, senza avvedersene, certezza ad un tempo ed avviso. E neppue negherò, che anche degli ottimi consigli, e non pochi, mi siano stati suggeriti dopo quelle diverse letture, da uomini letterati, da uomini di mondo, e spezialmente circa gli affetti, da varie donne. I letterati battevano su l’elocuzione e le regole dell’arte; gli uomini di mondo, su l’invenzione, la condotta e i caratteri, e perfino i giovevolissimi tangheri, col loro più o meno russare o scontorcersi; tutti in somma, quanto a me pare, mi riuscirono di molto vantaggio. Onde io, tutti ascoltando, di tutto ricordandomi, nulla trascurando, e non disprezzando individuo nessuno (ancorché pochissimi ne stimassi), ne trassi poi forse e per me stesso e per l’arte quel meglio che conveniva. Aggiungerò a tutte queste confessioni per ultima, che io benissimo mi avvedeva, che quell’andar leggendo tragedie in semipubblico, un forestiere fra gente non sempre amica, mi poteva e doveva anzi esporre a esser messo in ridicolo. Non me ne pento però di aver così fatto, se ciò poi ridondò in beneficio mio e dell’arte; il che se non fu, il ridicolo delle letture anderà poi con quello tanto maggiore, dell’averle recitate, e stampate. Capitolo decimo Recita dell’Antigone in Roma. Stampa delle prime quattro tragedie. Separazione dolorosissima. Viaggio per la Lombardia. Io dunque me ne stava così in un semiriposo, covando la mia tragica fama, ed irresoluto tuttavia se stamperei allora, o se indugierei dell’altro. Ed ecco, che mi si presentava spontanea un’occasione di mezzo tra lo stampare e il tacermi; ed era, di farmi recitare da una eletta compagnia di dilettanti signori. Era questa società teatrale già avviata da qualche tempo a recitare in un teatro privato esistente nel palazzo dell’ambasciatore di Spagna, allora il  duca  Grimaldi.  Si  erano  fin  allora  recitate  delle  commedie  e  tragedie, tutte  traduzioni,  e  non  buone,  dal  francese;  e  tra  queste  assistei  ad  una rappresentazione del Conte d’Essex di Tommaso Corneille, messa in verso italiano non so da chi, e recitata la parte di Elisabetta dalla duchessa di
Vita di Vittorio Alfieri
formano il totale di quella prima edizione. E nuova cosa mi convenne allora conoscere per dura esperienza. Siccome pochi mesi prima io avea imparato a conoscere i giornali ed i giornalisti; allora dovei conoscere i censori di manoscritti, i revisori delle stampe, i compositori, i torcolieri, ed i proti. Meno  male  di  questi  tre  ultimi,  che  pagandoli  si  possono  ammansire  e dominare: ma i revisori e censori, sì spirituali che temporali, bisogna visitarli, pregarli, lusingarli, e sopportarli, che non è picciol peso. L’amico Gori per la stampa del primo volume si era egli assunto in Siena queste noiose brighe  per  me.  E  così  forse  avrebbe  anche  potuto  proseguire  egli  per  la continuazione  dei  du’  altri  volumi.  Ma  io,  volendo  pure,  per  una  volta almeno, aver visto un poco di tutto nel mondo, volli anche in quell’occasione averveduto un sopracciglio censorio, ed una gravità e petulanza di revisore. E vi sarebbe stato da cavarne delle barzellette non poche, se io mi fossi trovato in uno stato di cuore più lieto che non era il mio. E allora anche per la prima volta abbadai io stesso alla correzione delle prove; ma essendo il mio animo troppo oppresso, ed alieno da ogni applicazione, non emendai come avrei dovuto e potuto, e come feci poi molti anni dopo ristampando in Parigi, la locuzione di quelle tragedie; al qual effetto riescono utilissime le prove dello stampatore, dove leggendosi quegli squarci spezzatamente e isolati dal corpo dell’opera, vi si presentano più presto all’occhio le cose non abbastanza ben dette; le oscurità; i versi mal  torniti;  e  tutte  in  somma  quelle  mendarelle,  che  moltiplicate  e spesseggianti fanno poi macchia. Sul totale però queste sei tragedie stampate  seconde,  riuscirono,  anche  al  dir  dei  malevoli,  assai  più  piane  che  le quattro prime. Stimai bene per allora di non aggiungere alle dieci stampate le quattro altre tragedie che mi rimanevano, tra le quali sì la Congiura de’ Pazzi, che la Maria Stuarda, potevano in quelle circostanze accrescere a me dei disturbi, ed a chi assai più mi premea che me stesso. Ma intanto quel penoso lavoro del riveder le prove, e sì affollatamente tante in sì poco spazio di  tempo,  e  per  lo  più  rivedendole  subito  dopo  pranzo,  mi  cagionò  un accesso di podagra assai gagliardetto, che mi tenne da quindici giorni zoppo e angustiato, non avendo voluto covarla in letto. Quest’era il secondo accesso; il primo l’avea avuto in Roma un anno e più innanzi, ma leggerissimo. Con questo secondo mi accertai, che mi toccherebbe quel passatempo assai spesso per lo rimanente della mia vita. Il dolor d’animo, e il troppo lavoro di mente erano in me i due fonti di quell’incommodo; ma l’estrema
Vita di Vittorio Alfieri