licenzioso

[li-cen-zió-so]
In sintesi
dissoluto, sboccato, contro le regole del pudore
← da sucido, per metatesi.
1
Dissoluto, sregolato: una condotta licenziosa || Indecente, osceno: discorsi licenziosi
2
ant. Privo di ritegno, di freni || Indomabile

Citazioni
21 Giunge più inanzi, e ne ritrova molti giacere in terra, anzi in vermiglio lago nel proprio sangue orribilmente involti, né giovar lor può medico né mago; e vede dagli busti i capi sciolti e braccia e gambe con crudele imago; e ritrova dai primi alloggiamenti agli ultimi per tutto uomini spenti. 22 Dove passato era il piccol drappello, di chiara fama eternamente degno, per lunga riga era rimaso quello al mondo sempre memorabil segno. Carlo mirando va il crudel macello, maraviglioso, e pien d’ira e di sdegno, come alcuno, in cui danno il fulgur venne, cerca per casa ogni sentier che tenne. 23 Non era agli ripari anco arrivato del re african questo primiero aiuto, che con Marfisa fu da un altro lato l’animoso Ruggier sopravenuto. Poi ch’una volta o due l’occhio aggirato ebbe la degna coppia, e ben veduto qual via più breve per soccorrer fosse l’assediato signor, ratto si mosse. 24 Come quando si dà fuoco alla mina, pel lungo solco de la negra polve licenziosa fiamma arde e camina sì ch’occhio a dietro a pena se le volve; e qual si sente poi l’alta ruina che ’l duro sasso o il grosso muro solve: così Ruggiero e Marfisa veniro, e tai ne la battaglia si sentiro.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto   Rime   Sonetti � XIII Aventuroso carcere soave, dove né per furor né per dispetto, ma per amor e per pietà distretto la bella e dolce mia nemica m’ave; 5 gli altri prigioni al volger de la chiave s’attristano, io m’allegro: ché diletto e non martìr, vita e non morte aspetto, né giudice sever né legge grave, ma benigne accoglienze, ma complessi licenziosi, ma parole sciolte da ogni fren, ma risi, vezzi e giochi; ma dolci baci, dolcemente impressi ben mille e mille e mille e mille volte; e, se potran contarsi, anche fien pochi. XIV Quando prima i crin d’oro e la dolcezza vidi degli occhi e le odorate rose de le purpuree labra e l’altre cose ch’in me crear di voi tanta vaghezza, 5 pensai che maggior fusse la bellezza di quanti pregi il ciel, Donna, in voi pose, ch’ogni altro alla mia vista si nascose, troppo a mirar in questa luce avezza. Ma poi con sì gran prova il chiaro ingegno mi si mostrò, che rimaner in forse mi fe’ che suo non fusse il primo loco. Che sia maggior non so: so ben che poco son disuguali, e so ch’a questo segno altro ingegno o bellezza unqua non sorse.
Rime di Ludovico Ariosto
gno di ricorreggerle, possa vivere sicuramente sotto quelle. E si vede che Sparta le osservò più che ottocento anni sanza corromperle, o sanza alcuno tumulto pericoloso: e, pel contrario, tiene qualche grado d’infelicità quella città, che, non si sendo abbattuta a uno ordinatore prudente, è necessitata da sé medesima riordinarsi. E di queste ancora è più infelice quella che è più discosto dall’ordine; e quella ne è più discosto che co’ suoi ordini è al tutto fuori del diritto cammino, che la possa condurre al perfetto e vero fine. Perché quelle che sono in questo grado, è quasi impossibile che per qualunque accidente si rassettino: quelle altre che, se le non hanno l’ordine perfetto, hanno preso il principio buono, e atto a diventare migliore, possono per la occorrenzia degli accidenti diventare perfette. Ma fia bene vero questo, che mai si ordineranno sanza pericolo; perché gli assai uomini non si accordano mai ad una legge nuova che riguardi uno nuovo ordine nella città se non è mostro loro da una necessità che bisogni farlo; e non potendo venire questa necessità sanza pericolo, è facil cosa che quella republica rovini, avanti che la si sia condotta a una perfezione d’ordine. Di che ne fa fede appieno la republica di Firenze, la quale fu dallo accidente d’Arezzo, nel dua, riordinata; e da quel di Prato, nel dodici, disordinata. Volendo, adunque, discorrere quali furono li ordini della città di Roma, e quali accidenti alla sua perfezione la condussero; dico come alcuni che hanno  scritto  delle  republiche  dicono  essere  in  quelle  uno  de’  tre  stati, chiamati da loro Principato, Ottimati, e Popolare, e come coloro che ordinano una città, debbono volgersi ad uno di questi, secondo pare loro più a proposito. Alcuni altri, e, secondo la opinione di molti, più savi, hanno opinione che siano di sei ragioni governi: delli quali tre ne siano pessimi tre altri siano buoni in loro medesimi, ma sì facili a corrompersi, che vengono ancora essi a essere perniziosi. Quelli che sono buoni, sono e’ soprascritti tre: quelli che sono rei, sono tre altri, i quali da questi tre dipendano; e ciascuno d’essi è in modo simile a quello che gli è propinquo, che facilmente saltano dall’uno all’altro: perché il Principato facilmente diventa tirannico;  gli  Ottimati  con  facilità  diventano  stato  di  pochi;  il  Popolare  sanza difficultà  in  licenzioso  si  converte.  Talmente  che,  se  uno  ordinatore  di republica ordina in una città uno di quelli tre stati, ve lo ordina per poco tempo; perché nessuno rimedio può farvi, a fare che non sdruccioli nel suo contrario, per la similitudine che ha in questo caso la virtute ed il vizio. Nacquono queste variazioni de’ governi a caso intra gli uomini: per-
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Né credo già ch’Amor in Cipro avessi, o in altra riva sì soavi nidi. La  qual  cosa  nel  vero  è  fuori  d’ogni  regola  e  licenziosamente  detta,  ma nondimeno tante volte usata da Dante, che non è maraviglia se questo così mondo e schifo poeta una volta la si ricevesse tra le sue rime. Nella prima voce del numero del più, così si dice, Amassimo Volessimo e l’altre. La terza due fini ha, raddoppiando nondimeno sempre la S nella penultima sillaba: con la R l’uno, e ciò è proprio della lingua, Amassero; con la N l’altro, Amassono, il che non pare che sia così proprio né è per niente così usato. Andassen Temprassen Addolcissen Fossin Avessin, che nel Petrarca si leggono, sono voci ancora più fuori della toscana usanza. Dovrebbe essere, per la regola che la S si raddoppia in tutte queste voci, come s’è detto, che ancora nella seconda del numero del più, della quale rimane a dirsi, ella si raddopiasse e formassesi così, Amessate Volessate Leggessate Sentissate, il che è in uso in quello di Roma, che così vi ragionano quelle genti. Ma la mia lingua non lo porta,  forse  perciò  che  è  paruta  voce  troppo  languida  il  così  dire,  e  per questo Amaste Voleste ne fa, e così l’altre. XLV Parlasi condizionalmente eziandio in un’altra guisa, la quale è questa: Io voglio che tu ti pieghi, Tu cerchi che io mi doglia, Ella non teme che ‘l marito la colga, Coloro stimano che noi non gli udiamo e simili. Nella qual guisa questa regola dar vi posso: che tutte le voci del numero del meno sono quelle  medesime  in  ciascuna  maniera,  Io ami  Tu  ami  Colui  ami,  Io  mi doglia Tu ti doglia Colui si doglia, Io legga, Io oda, e così le seguenti. E quest’altra ancora: che tutti i verbi della prima maniera queste tre voci nelle prose così terminano, come s’è detto, nella I, ma nel verso e nella I e nella E elle escono e finiscono parimente. Quelle poi delle altre tre maniere ad un modo tutte escono nella A, Io voglia Tu legga Quegli oda, e il medesimo appresso fanno le rimanenti a queste. Solo il verbo Sofferire esce di questa regola che ha Sofferi. Doglia e Toglia e Scioglia, Dolga e Tolga e Sciolga si son dette parimente da’ poeti, e le altre loro voci di questa guisa, Tolgano Dolgano e simili. Né è rimaso che alcuna di queste non si sia alle volte detta nelle prose, nelle quali non solo ne’ verbi s’è ciò fatto, ma eziandio in alcun nome, sì come di Pugna, che è la battaglia, la quale s’è detta Punga molte volte; perché meno è da maravigliarsi che Dante la ponesse nel verso. — Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Prose della volgar lingua di Pietro Bembo