libidine

[li-bì-di-ne]
In sintesi
desiderio sessuale; forte desiderio, brama
← dal lat. libidĭne(m), deriv. di libēre ‘aver voglia di qualcosa’.
1
Desiderio sfrenato di piaceri sessuali: accecato dalla l.; sfogare la propria l. SIN. lussuria, concupiscenza
2
estens. Desiderio avido, smodato di qualcosa: la sfrenata l. della ricchezza, del potere SIN. brama, cupidigia
3
gerg. Il colmo del piacere, del divertimento: che l. a quel concerto!

Citazioni
Il PALAGIO D’AMORE. Le ricchezze della casa d’Amore e le sculture della porta di essa, contenenti l’azzioni di Cerere e di Bacco, ci danno a conoscere le delizie della sensualità, e quanto l’uno e l’altra concorrano al nutrimento della lascivia. Le cinque  torri  comprese  nel  detto  palazzo  son  poste  per  essempio  de’  cinque sentimenti umani, che son ministri delle dolcezze amorose; e la torre principale, ch’è più elevata dell’altre quattro, dinota in particolare il senso del tatto, in cui consiste l’estremo e l’eccesso di simili dilettazioni. La soavità del pomo gustato da Adone ci insegna che per lo più sogliono sempre i frutti d’amore essere nel principio dolci e piacevoli. Il giudicio di Paride è simbolo della vita dell’uomo, a cui si rappresentano innanzi tre dee, cioè l’attiva, la contemplativa e la voluttaria; la prima sotto nome di Giunone, la seconda di Minerva la terza di Venere. Questo giudicio si commette all’uomo, a cui è dato libero l’arbitrio della elezzione, perché determini qual di esse più gli piaccia di seguitare. Ed egli per ordinario più volentieri si piega alla libidine e al piacere che al guadagno o alla virtù. Al palagio, ov’amor chiude ogni gioia, ne van Clizio e Adone in compagnia. Clizio gli prende a raccontar per via il gran giudicio del pastor di Troia. Giunto a quel passo il giovinetto Alcide, che fa capo al camin di nostra vita, trovò dubbio e sospeso infra due guide una via, che ‘n due strade era partita. Facile e piana la sinistra ei vide, di delizie e piacer tutta fiorita; l’altra vestìa l’ispide balze alpine di duri sassi e di pungenti spine. Stette lungh’ora irrisoluto in forse tra duo sentieri il giovane inesperto; alfine il piè ben consigliato ei torse lunge dal calle morbido ed aperto; e dietro a lei, ch’a vero onor lo scorse, scelse da destra il faticoso ed erto, onde per gravi rischi e strane imprese di somma gloria insu la cima ascese. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
La NOVELLETTA. La favola di Psiche rappresenta lo stato dell’uomo. La città dove nasce, dinota il mondo. Il re e la reina, che la generano, significano Iddio  e  la  materia.  Questi  hanno  tre  figliuole,  cioè  la  Carne,  la  Libertà dell’arbitrio  el’Anima;  laqual  non  per  altro  si  finge  più  giovane,  se  non perché  vi  s’infonde  dentro  dopo  l’organizzamento  del  corpo.  Descrivesi anche più bella, percioch’è più nobile della Carne e superiore alla Libertà. Per  Venere,  che  le  porta  invidia,  s’intende  la  Libidine.  Costei  le  manda Cupidine, cioè la Cupidità, laquale ama essa Anima e si congiunge a lei, persuadendole a non voler mirar la sua faccia, cioè a non volere attenersi ai diletti della concupiscenza né consentire agl’incitamenti delle sorelle Carne e Libertà. Ma ella a loro instigazione entra in curiosità di vederlo e discopre la  lucerna  nascosta,  cioè  a  dire  palesa  la  fiamma  del  disiderio  celata  nel petto.  La  lucerna,  che  sfavillando  cuoce  Amore,  dimostra  l’ardore  della concupiscibile, che lascia sempre stampata nella carne la macchia del peccato. Psiche,  agitata  dalla  Fortuna  per  diversi  pericoli  e  dopo  molte  fatiche  e persecuzioni copulata ad Amore, è tipo della istessa anima, che per mezzo di molti travagli arriva finalmente al godimento perfetto. Giunto al’albergo de’ vezzosi inganni il bell’Adon, là dov’Amor s’annida, gli conta Amor, che lo conduce e guida, le fortune di Psiche e i propri affanni. E1 di dura battaglia aspro conflitto questa che vita ha nome, umana morte, dov’ognor l’uom con mille mali afflitto vien combattuto da nemica sorte. Ma fra l’ingiurie e fra i contrasti invitto non però sbigottisce animo forte, anzi contr’ogni assalto iniquo e crudo s’arma e difende, e sua virtù gli è scudo.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Le  DELIZIE.  L’argento  della  terza  porta  ha  proporzione  con  la  materia dell’orecchio, sicome l’avorio e ‘l rubino della quarta si confanno con quella della bocca. Le due donne, che nel senso dell’udito ritrova Adone, son la Poesia e la Musica. I versi epicurei cantati dalla Lusinga alludono alle dolci persuasioni  di  queste  due  divine  facoltà,  qualora,  divenute  oscene meretrici,incitano altrui alla lascivia. Le ninfe, che nel senso del gusto dal mezzo in giù ritengono forma di viti ed abbracciano e vezzeggiano chi loro si accosta, son figura della ebrietà, laqual suol essere molto trabocchevole agl’incentivi della libidine. Il nascimento di Venere, prodotta dalle spume del mare, vuol dire che la materia della genitura, come dice il filosofo, è spumosa e l’umore del coito è salso. Il natal d’Amore, celebrato con festa ed applauso da tutti gli animali, dà a conoscere la forza universale di questo efficacissimo  affetto,  da  cui  riceve  alterazione  tutta  quanta  la  natura. Pasquino,  figlio  di  Momo  e  della  Satira,  che  per  farsi  grato  a  Venere  le manda a presentare la descrizione del suo adulterio, dimostra la pessima qualità degli uomini maledici, i quali eziandio quando vogliono lodare non sanno  senon  dir  male.  Vulcano,  che  fabrica  la  rete  artificiosa,  è  il  calor naturale,  ch’ordisce  a  Venere  ed  a  Marte,  cioè  al  disiderio  dell’umano congiungimento,  un  intricato  ritegno  di  lascive  e  disoneste  dilettazioni. Sono i loro abbracciamenti discoverti dal Sole, simulacro della prudenza, percioché questa virtù col suo lume dimostra la bruttura di quell’atto indegno e la fa conoscere e schernire da tutto il mondo. Accenti di dolcissima armonia ascolta Adon tra suoni e balli e feste; s’asside a mensa con la dea celeste e le lodi d’amor canta Talia.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto settimo CCX Deve per questo la mia bella moglie, bella ma poco onesta e poco fida, qualora a trarsi le sfrenate voglie cieco appetito la conduce e guida, punto ch’io metta il piè fuor dele soglie e da lei m’allontani e mi divida, puttaneggiando dentro il proprio tetto, disonorare il marital mio letto? Deve per tuttociò negli altrui deschi cibo cercar la meretrice infame, dovunque il figlio a satollar l’adeschi del’ingorda libidine le brame? Io pur al par de’ più robusti e freschi credo vivanda aver per la sua fame, ché dove un membro è difettoso e manca, altra parte supplisce intera e franca. Ma non so se ‘n tal gioco averrà mai ch’ella più mi tradisca e che m’offenda. Così, perfida e rea, così farai de’ tuoi dolci trastulli amara emenda, finché la dote, ond’io stolto comprai le mie proprie vergogne, a me si renda. Poi per commun quiete il re superno vo’ che faccia tra noi divorzio eterno. Or mirate, vi prego,alme divine, gli altrui congiunti ai vituperi miei, s’io fui ben cauto e s’io fui buono alfine uccellatore e pescator di dei. Dite s’anch’io so far prede e rapine, come l’empio figliuol sa di costei. Veggiasi chi di noi mastro più scaltro sia di reti e di lacci o l’uno o l’altro.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Tra’ bei confin dele gemmate rive sì serena traspar l’onda raccolta che i non suoi fregi usurpa, e ‘n sé descrive tutti gli onor dela superba volta. Non tanto forse in sì bell’acque e vive sdegneria Cinzia esser veduta e colta; forse in acque sì belle il suo bel viso meglio ameria di vagheggiar Narciso. Quinci, penso, adivien che la loquace già ninfa che per lui muta si tacque, d’abitar, fatta voce, or si compiace dov’ei di vaneggiar già si compiacque. Quivi de’ detti estremi ombra seguace d’arco in arco lontan fugge per l’acque; e, qual d’Olimpia entro l’eccelsa mole, moltiplica risposte ale parole. Venne allor l’una coppia, e l’altra scorse de’ bei lavacri al più vicin recesso; né molto andò che quindi uscir s’accorse d’accenti e baci un fremito sommesso. Adone a quella parte il passo torse tanto che per veder si fè dapresso. Vide, e gli cadder gli occhi in fondo al fonte tanta vergogna gli gravò la fronte. Su la sponda d’un letto ha quivi scorto libidinoso satiro e lascivo ch’a bellissima ninfa in braccio attorto il fior d’ogni piacer coglie furtivo. Del bel tenero fianco al suo conforto palpa con una man l’avorio vivo, con l’altra, ch’ad altr’opra intenta accosta, tenta parte più dolce e più riposta.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Gli ERRORI. Il travestirsi d’Adone in arnesi da donna vuole avertirci l’abito molle della gioventù effeminata. L’esser preso da’ ladroni, il fuggire, il poi di nuovo incappare, il dar nelle mani del selvaggio ed alla fine l’esser fatto un’altra volta prigioniero, può dimostrarci le difficoltà ed i pericoli che si attraversano al godimento della umana contentezza. La morte di Malagorre ucciso da Orgonte ci avisa il giudicio della divina giustizia, che molte volte a punire i malvagi suol servirsi del mezzo degl’istessi malvagi. La caduta d’Orgonte ci dinota il fine dove va a parar la superbia, laqual quanto più arrogantemente presume d’opprimere altrui, tanto più profondamente viene a precipitare. Il caso di Filauro e di Filora, che infin dal nascimento sono accompagnati dalle sciagure, ci disegna la vita travagliata di quegl’infelici orfani, che nascono alle tribulazioni ed alle miserie. L’avvenimento di Sidonio e di Dorisbe, le cui tragiche fortune vanno a terminarsi in allegrezze, ci rappresenta  il  ritratto  d’un  vero  e  leale  amore,  che,  quando  non  ha  per semplice  fine  la  libidine,  ma  è  guidato  dalla  prudenza  e  regolato  dalla temperanza  e  dalla  modestia,  spesso  sortisce  buon  successo.  La  severità d’Argene, laqual pure al compassionevole oggetto de’ loro amorosi accidenti alla fine si placa e muove a pietà, ci significa il rigore del divino sdegno, ilqual  non  può  fare  di  non  intenetirsi  quando  vede  patire  per  bontà l’innocenza o dolersi d’aver peccato per debolezza la fragilità. Ascolta di Sidonio i tristi amori più volte preso e liberato Adone; condotto a Pafo e dal gentil barone difeso poi, ritorna ai primi errori.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Voglio di più, che quando a quel dolce atto che da me vien, ti stimula natura, poiché ‘l fin del desir n’avrà ritratto, il maschio più di te non prenda cura; e tu per pena allor del tuo misfatto ti rimarrai del’aquila pastura, rivolta al ciel la pancia, al suol la schiena, senza poter drizzarti insu l’arena. Onde malgrado del piacer che sente d’amorosa saetta un cor ferito, temprata la libidine cocente, la salute anteposta all’appetito, sarai costretta ad esser continente ed a fuggire il tuo crudel marito, bench’occulta virtù d’erba efficace ti farà pur piacer quelch’altrui piace. Così la maledisse ed adirata ritrasse altrove il piè Ciprigna bella. Mercurio che ‘n testudine mutata vide, sua colpa, la gentil donzella, pietà ne prese e d’auree corde armata lira canora edificò di quella, indi lieto inventor di sì bel suono, fenne al gran dio de’ versi altero dono. Poiché dal gioco si levò la dea, tra Mercurio ed Amor gran lite sorse. Amor che seco attraversato avea, quando anch’ei dela fraude alfin s’accorse, dela traversa il pregio a lui chiedea con gridi al cui romor la madre corse. Venere con Adon tutta sospesa dimanda la cagion di tal contesa.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
ancora in una lancia un pennoncello che ’n man portava vidi, e simigliante vi vidi quella ventilarsi in quello. Di quanti a lui ve n’andasser davante nullo ne fu che tanto mi piacesse né tanto valoroso nel sembiante. Appresso poi parea che li corresse volonteroso e sì forte Ottaviano, che dentro al cerchio già parea ch’avesse messa più che nessun la destra mano: bello era e nello aspetto grazioso quanto alcun altro fosse mai mondano. A lui seguiva poi molto pensoso, palido nello aspetto, il gran Pompeo, tal che di lui mi fé tornar pietoso, mirando dietro a sé a Tolomeo che il seguiva, cui fé re d’Egitto, che poi uccider là vilmente il feo. A loro Marco Antonio quiviritto seguiva e Cleopatra ancor con esso, che, in Cicilia, fuggì sanza rispitto, ridottando Ottavian, perché commesso le parea forse aver sì fatta offesa che non sperava mai perdon da esso. Ivi non potend’ella far difesa al fuoco che l’ardeva forse il core di libidine e d’ira, ond’era accesa, a fuggir quello oltraggioso furore con due serpenti in una sepoltura sofferse sostener mortal dolore; ed ancor quivi nella sua figura palida, si vedeano i due serpenti alle sue zizze dar crudel morsura. Prima che questi, credo più di venti, era ’l primo Africano Scipione, ch’a Roma fé con sua forza ubbidenti
Amorosa visione (testo A) di Giovanni Boccaccio
Incominciò allor costei a dire: — Voi, terreni animal, disiderate i voler vostri tututti seguire mediante costei, cui voi chiamate Fortuna buona e rea, secondo ch’essa vi dà e to’ mondana facultate. In prima alcuni domandon ad essa molta ricchezza, credendosi stare sanza bisogno alcun possedendo essa. Vaghi sono altri sol di poter fare sì che avuti sieno in reverenza da tutti, e ’n ciò s’ingegnan d’avanzare. In alcuni altri aver somma potenza par sommo bene, e questo van cercando tanto gli abaglia la falsa credenza. Risplendere altri si vanno ingegnando di nobil sangue ed il nome famoso o per guerra o per pace van cercando. Tai son che credon ch’esser copioso di volontà carnal, ch’è van diletto, faccia chi ciò possiede glorioso. Vogliono alcuni, acciò che il difetto del non poter si rivolga in potere, ricchezza, e per poter porre in effetto ogni libidinoso lor piacere; così figliuoli alcuni, altri altre cose, e questo interamente hanno in calere. Se forse una di queste hanno ritrose al lor volere, qualunque s’è quello ch’alcuna aver nell’animo propose, incontanente con animo fello contra questa si turba ed essa dice nimica, e forse fu difetto d’ello. Intendi adunque e vedi che felice costei non puote giammai fare alcuno, posto che del mondan sia donatrice.
Amorosa visione (testo A) di Giovanni Boccaccio
ancora in una lancia un pennoncello che ’n man portava vidi, e simigliante vi vidi quella ventilarsi in quello. Di quanti a lui ve n’andasser davante nullo ne fu che tanto mi piacesse né tanto valoroso nel sembiante. Appresso poi parea che li corresse volonteroso e sì forte Ottaviano, che dentro al cerchio già parea ch’avesse messa più che nessun la destra mano: bello era e nello aspetto grazioso quanto alcun altro fosse mai mondano. A lui seguiva poi molto pensoso, palido nello aspetto, il gran Pompeo, tal che di lui mi fé tornar pietoso, mirando dietro a sé a Tolomeo che il seguiva, cui fé re d’Egitto, che poi uccider là vilmente il feo. A loro Marco Antonio quiviritto seguiva e Cleopatra ancor con esso, che, in Cicilia, fuggì sanza rispitto, ridottando Ottavian, perché commesso le parea forse aver sì fatta offesa che non sperava mai perdon da esso. Ivi non potend’ella far difesa al fuoco che l’ardeva forse il core di libidine e d’ira, ond’era accesa, a fuggir quello oltraggioso furore con due serpenti in una sepoltura sofferse sostener mortal dolore; ed ancor quivi nella sua figura palida, si vedeano i due serpenti alle sue zizze dar crudel morsura. Prima che questi, credo più di venti, era ’l primo Africano Scipione, ch’a Roma fé con sua forza ubbidenti
Amorosa visione - testo A di Giovanni Boccaccio
Incominciò allor costei a dire: — Voi, terreni animal, disiderate i voler vostri tututti seguire mediante costei, cui voi chiamate Fortuna buona e rea, secondo ch’essa vi dà e to’ mondana facultate. In prima alcuni domandon ad essa molta ricchezza, credendosi stare sanza bisogno alcun possedendo essa. Vaghi sono altri sol di poter fare sì che avuti sieno in reverenza da tutti, e ’n ciò s’ingegnan d’avanzare. In alcuni altri aver somma potenza par sommo bene, e questo van cercando tanto gli abaglia la falsa credenza. Risplendere altri si vanno ingegnando di nobil sangue ed il nome famoso o per guerra o per pace van cercando. Tai son che credon ch’esser copioso di volontà carnal, ch’è van diletto, faccia chi ciò possiede glorioso. Vogliono alcuni, acciò che il difetto del non poter si rivolga in potere, ricchezza, e per poter porre in effetto ogni libidinoso lor piacere; così figliuoli alcuni, altri altre cose, e questo interamente hanno in calere. Se forse una di queste hanno ritrose al lor volere, qualunque s’è quello ch’alcuna aver nell’animo propose, incontanente con animo fello contra questa si turba ed essa dice nimica, e forse fu difetto d’ello. Intendi adunque e vedi che felice costei non puote giammai fare alcuno, posto che del mondan sia donatrice.
Amorosa visione - testo A di Giovanni Boccaccio
corpo, terra divenuto, fu alla terra renduto, la valente donna, disiderosa di più scapestratamente la sua vecchiezza menare che non l’era paruto potere la giovanezza, sentendosi calda di quello che suo essere non dovea, per ciò che né di sua dota né di patrimoniale eredità sostenersi non arebbe potuto a quello che di fare s’apparecchiava, né nella mia casa rimaner volle né in quella de’ suoi nobili parenti e consorti tornare. Ma con parole piene di compassione disse sé volere in alcuna picciola casetta, e vicina ad alcuna chiesa e di sante persone, riducersi, acciò che quivi, vedova e sola, in orazione e in usare la chiesa il rimanente della sua età consumasse. E fu tanta la forza di questo suo infinto parlare e sí maestrevolmente il seppe dire, che assai furono di quelle persone sí semplici che cosí ebbero per fermo che addivenire  dovesse  come  dicea,  come  hanno  che  morir  debbano. Appropinquossi adunque quanto più poté alla chiesa de’ frati, nella quale tu prima la conoscesti; non già per dire orazioni, delle quali niuna credo che sappi, né di sapere curassi già mai, ma per potere meglio, senza avere troppi occhi addosso, e massimamente di persone alle quali del suo onore calesse, le sue libidinose volontà compiere; e acciò che, dove ogn’altro uomo le venisse meno, i frati, che santissimi e misericordiosi uomini sono, e consolatori delle vedove, non le venissero meno. Quivi, secondo che tu puoi avere udito, con suo mantello nero in capo e, secondo ch’ella vuole che si creda, per onestà molto davanti agli occhi tirato, va faccendo baco baco a chi la scontra; ma pure, se bene v’hai posto mente, ora quello apre, e ora richiude, non sappiendosi ancora delle usate vanità rimanere; e, quasi ad ogni parola in giù si tira le bende dal mento o caccia la mano fuori del mantello, parendogliele bellissima avere e massimamente sopra ’l nero. Uscita adunque di casa, cosí coperta se n’entra nella chiesa; ma non vorrei che tu credessi che ella per udire divino uficio o per adorare v’entrasse, ma per tirare l’aiuolo. Per ciò che, sappiend’ella, già è lungo tempo, che quivi d’ogni parte della nostra terra concorrono giovani e prodi e gagliardi e savi come le piacciono, di quella ha fatto uno escato, come per pigliare i colombi fanno gli uccellatori; e, per ciò che ciascuno non vede la serpe che sta sotto l’erba nascosa,  spesso  vi  piglia  de’  grossi.  Ma,  sí  come  colei  che  di  variar  cibi spesso  si  diletta,  non  dopo  molto,  sazia,  a  prendere  nuova  cacciagion  si ritorna; e, per averne ella due o tre tuttavia presti, non si riman’ella però d’uccellare; e, se io in questo mento o dico il vero, tu ’l sai, che parendoti bene mille occhi avere, senza sapertene guardare, nelle panie incappasti.
Corbaccio di Giovanni Boccaccio
femine reputato; per che lei mostrarti aresti veduto in onore di te, non in biasimo,essere stato fatto da lei. Ben potrebbe alcun altro dire il contrario: che  ella,  per  mostrarsi  molto  a  Dio  ritornata  e  avere  del  tutto  la  vita biasimevole, che piacere le soleva, abbandonata,te a dito avesse mostrato, dicendo: “Vedete il nimico di Dio quanto s’oppone alla mia salute; vedete cui egli m’ha ora parato dinanzi per farmi tornare a quello di che io del tutto intendeva,e intendo, di più non seguire!”; o forse con quellemedesime parole  con  le  quali  avea  al  suo  amante  la  sua  lettera  dimostrata.E  altri direbbono che nè l’uno modo nè l’altro, nè per l’una cagionenè per l’altra fatto l’avesse; ma solamente per voglia di berlingare e di cinguettare, di che ella è vaghissima, sí ben dire le pare; e essendole venuta meno materia da dovere dire di sé alcuna gran bugia, per avere onde dirla, te dimostrava. Ma, qual che la cagion si fosse, ricorrere dovevi prestamente a quella infallibile verità: cioè niuna femina essere savia, e perciò non potere saviamente operare.E se riprensione in ciò cadeva, sopra te dover degnamente cadere, sí  come  colui  che  credevi,  avendola  alcuna  volta  guardata  o  portandole alcuno amore, quello aver fatto di lei, in sua vecchiezza, che né la natura, nè forse i gastigamenti,aveano potuto nella sua giovinezza fare: cioè che ella savia fosse o alcuna cosa saviamente operasse. Tu adunque, non considerando né in lei né in te quello che dovevi, se cruccio grave n’avresti, te ne fosti cagione. Ma lasciamo stare l’essere le femine cosí fiere, cosí vili, cosí orribili, cosí dispettose, come ricordato t’hanno le mie parole, e l’avere la lettera tua palesata cosí schernevolmente, e te per qualunque delle dette cagioni o per qual’altra voglia avere a dito mostrato alle femine,e vegnamo al focoso amore che portavi a costei e ragioniamo della tua demenzia in quello. Io voglio presupporre che vero fosse ciò che l’amico tuo del valore di costei ti ragionò:  il  che  se  cosí  credesti  che  fosse,  mai  non  mi  farai  credere  che  in  lei libidinoso amore avessi posto, sí come colui che avresti conosciuto quelle virtù essere contrarie al tuo vizioso desiderio; e, per consequente, essendo esse  in  lei,  mai  non  doverti  venirefatto  in  quello  atto  cosa  che  tu  avessi voluta; sí che non quelle ad amarla ti tirarono, ma la sua forma per certo; e alcuna cosa o udita o veduta di lei ti mise in speranza del tuo disonesto volere potere recare a fine. Ma furonti sí gli occhi corporali nella testa travolti che tu non vedessi lei essere vecchia e già stomachevole e noiosa a riguardare? E oltre a ciò, qual cechità d’animo sí quelli della mente t’avea
Corbaccio di Giovanni Boccaccio
Allora cominciai io: — O cara nutrice, assai conosco vere le cose che narri; ma il furore mi costrigne a seguitare le piggiori, e l’animo consapevole, e ne’ suoi disideri strabocchevole, indarno li sani consigli appetisce; e quello che la ragione vuole è vinto dal regnante furore. La nostra mente tutta possiede e signoreggia Amore con la sua deità, e tu sai che non è sicura cosa alle sue potenzie resistere. E questo detto, quasi vinta, sopra le mie braccia ricaddi. Ma ella, alquanto più che prima turbata, con voce più rigida cominciò tali parole: — Voi, turba di vaghe giovini, di focosa libidine accese, sospingendovi questa, vi avete trovato Amore essere iddio al quale piuttosto giusto titolo sarebbe furore; e lui di Venere chiamate figliuolo, dicendo che egli dal terzo cielo piglia le forze sue, quasi vogliate alla vostra follia porre necessità per iscusa. O ingannate, e veramente di conoscimento in tutto fuori! Che è quello che voi dite? Costui, da infernale furia sospinto, con sùbito volo visita tutte le terre, non deità, ma piuttosto pazzia di chi il riceve, benché esso non visiti al più se non quelli, li quali, di soperchio abondanti nelle mondane felicità, conosce con gli animi vani e atti a fargli luogo: e questo ci è assai manifesto. Ora non veggiamo noi Venere santissima abitare nelle piccole case sovenente, solamente e utile al necessario nostro procreamento? Certo sì; ma questi, il quale, per furore, Amore è chiamato, sempre le dissolute cose appetendo, non altrove s’accosta che alla  seconda  fortuna.  Questi,  schifo  così  di  cibi  alla  natura  bastevoli come di vestimenti, li dilicati e risplendenti persuade, e con quelli mescola  i  suoi  veleni,  occupando  l’anime  cattivelle;  per  che,  costui  così volontieri gli alti palagi colente, nelle povere case rade volte si vede o non giammai; però che è pestilenza, che solo elegge i dilicati luoghi, sì come più al fine delle sue operazioni inique conformi. Noi veggiamo nell’umile popolo gli affetti sani; ma li ricchi d’ogni parte di ricchezze splendenti, così in questo come nell’altre cose insaziabili, sempre più che il convenevole cercano, e quello che non può chi molto può disidera di potere; de’ quali te medesima sento essere una, o infelicissima giovine, in nuova sollecitudine e isconcia entrata per troppo bene. Alla quale dopo molto averla ascoltata, io dissi: — O vecchia, taci, e contro agl’iddii non parlare. Tu oramai a questi effetti impotente, e meritamente rifiutata da tutti, quasi volontaria parli
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Boccaccio   Elegia di Madonna Fiammetta � quelli e quelle dell’altre donne essere esaltati, sommamente li suoi lauderai; e quelle cose, le quali io pietosamente verso di te da molto amore sospinta operai, da focosa libidine dirai nate. Ma ricorditi, tra le cose che non vere racconterai, di narrare i tuoi veri inganni, per li quali me piagnevole e misera potrai dire aver lasciata, e con essi i ricevuti onori, acciò che bene facci la tua ingratitudine manifesta all’ascoltante. Né t’esca di mente di raccontare quanti e quali giovini già d’avere il mio amore tentassero, e i diversi modi, e le inghirlandate porte da’ loro amori, e le notturne risse e le diurne prodezze per quelli operate; né mai dal tuo ingannevole amore mi poterono piegare. E tu per una giovine appena da te ancora conosciuta, sùbito mi cambiasti; la quale, se come me non fia semplice, i tuoi baci prenderà sempre sospetti e guarderassi da’ tuoi inganni, da’ quali io guardare non mi seppi. La quale io priego che tale con teco sia, quale con Atreo fu la sua, o le figliuole di Danao con li nuovi sposi, o  Clitemestra  con  Agamennone,  o  almeno  quale  io,  operandolo  la  tua nequizia, col mio marito, non degno di queste ingiurie, sono dimorata; e te a tale miseria perduca, che come io ora per la pietà di me medesima piango, così  mi  sforzi  di  spandere  lagrime  per  te:  e  questo,  se  dagl’iddii  verso  i miseri con pietà nulla si mira, priego che tosto sia. Come che io fossi molto da queste dolenti ramaricazioni offesa, e sovente sopra esse tornassi, e non solamente quello dì ma molti altri seguenti, nondimeno mi pungeva d’altra parte non poco la turbazione veduta della giovine sopraddetta, la quale alcuna volta m’indusse a così con greve doglia pensare; io, sì come molte volte era usata, diceva con meco stessa: “Deh, perché, o Panfilo, mi dolgo io del tuo essere lontano, e che tu di nuova giovine sii divenuto, con ciò sia cosa che, essendo tu qui presente, non mio ma d’altrui dimoravi? O pessimo giovine, in quante parti era il tuo amore diviso, o atto a potersi dividere? Io posso presumere che come questa giovine con meco insieme, alle quali hai ora aggiunta la terza, t’eravamo donne, che tu a questo modo n’avevi molte, dove io sola mi credeva essere; e così avveniva che, credendo le mie medesime cose trattare, occupava l’altrui. E chi può sapere, se questo già si seppe per alcuna, la quale, più della grazia degl’iddii di me degna, pregando per le ricevute ingiurie, per li miei mali impetrò che io così sia, come io sono, d’angoscie piena? Ma chiunque  ella  è,  s’alcuna  è,  perdonimi,  ché  ignorantemente  peccai,  e  la mia ignoranza merita il perdono. Ma tu con quale arte queste cose fingevi?
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
né  la  tagliente  spada  cigneva  lato  alcuno,  né  la  comante  cresta  ornava  i lucenti elmi; e quello che più e meglio era a costoro, era Cupido non essere ancora  nato,  per  la  qual  cosa  li  casti  petti,  poi  da  lui  pennuto  e  per  lo mondo volante stimolati, potevano vivere sicuri. Deh, or m’avesse Iddio donata a cotal mondo, la gente del quale, di poco contenta e di niente temente, sola selvatica libidine conosceva! E se niuno  di  cotanti  beni  quanti  essi  possedevano  non me  ne  fosse  seguito, altro che non aver così affannoso amore e cotanti sospiri sentito, come io sento, sì sarei io da dire più felice che quale io sono ne’ presenti secoli pieni di tante delizie, di tanti ornamenti e di cotante feste. Ohimè! che l’empio furore del guadagnare, e la strabocchevole ira, e quelle menti, le quali la molesta libidine di sé accese, ruppero li primi patti così santi, così agevoli a sostenere, dati dalla natura alle sue genti. Venne la sete del signoreggiare, peccato pieno di sangue, e il minore diventò preda del maggiore, e le forze si diedero per leggi, venne Sardanapallo, il quale Venere, ancora che dissoluta da Semiramìs fosse fatta, primieramente la fe’ dilicata, dando a Cerere e a Bacco forme ancora da loro non conosciute, venne il battaglievole Marte, il quale trovò nuove arti e mille forme alla morte, e quinci le terre tutte si contaminarono di sangue, e il mare similmente ne diventò rosso. Allora senza dubbio li gravissimi peccati entrarono per tutte le case, e niuna grave sceleratezza in brieve fu senza essemplo: il fratello dal fratello, il padre dal figliuolo,  il  figliuolo  dal  padre  furono  uccisi;  e  il  marito  giacque  per  lo colpo della moglie; e l’empie madri hanno più volte li loro medesimi parti morti. La rigidezza delle matrigne ne’ figliastri non dico, ché è manifesta ciascuno giorno. Le ricchezze adunque, avarizia, superbia, invidia e lussuria, e ogni altro vizio parimente seco recarono; e con le predette cose ancora entrò nel mondo il duca e facitore di tutti li mali, e artefice de’ peccati, il dissoluto amore, per li cui assediamenti degli animi, infinite città cadute e arse ne fumano, e senza fine genti ne fanno sanguinose battaglie, e fecero; e li sommersi regni ancora priemono molti popoli. Ohimè! tacciansi tutti gli altri suoi pessimi effetti, e quelli li quali egli usa in me siano soli essempli de’ suoi mali e della sua crudeltà, la quale si agramente mi strigne, che a niuna altra cosa che a lei posso volgere la mente mia. Queste cose così fra me ragionare, alcuna volta, pensando che le cose da me operate siano appo Iddio gravi molto, e le pene a me senza comparazione noiose, hanno forza d’alleviare alquanto le mie angoscie, in quanto li
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
mi fa tra gli altri spiriti andare dolente”. Io, ancora che di vederlo alcuna consolazione sentissi, pure vinta dalla compassione presa dell’abito suo e delle parole, sùbito riscotendomi, fuggì il sonno; al quale a mano a mano le mie  lagrime,  le  quali  tu  ora  consoli,  solvendo  il  debito  dell’avuta  pietà, seguitarono; e, come gl’iddii conoscono, se a me l’armi si convenissero, già vendicato l’averei, e lui tra gli altri spiriti renduto con alta fronte, ma più non posso. Adunque, caro marito, non senza cagione miseramente m’attristo. Oh quante pietose parole egli allora mi porse, medicando la piaga, la quale assai davanti era guarita, e li miei pianti s’ingegnò di rattemperare con quelle vere ragioni, che alle mie bugie si confaceano! Ma poi che egli, me racconsolata credendosi, si diede al sonno, io, pensando alla pietà di lui, con più crudele doglia tacitamente piagnendo, ricominciai la tramezzata angoscia, dicendo: — O crudelissime spelunche abitate dalle rabbiose fiere, o inferno, o etterna prigione decretata alla nocente turba, o qualunque altro essilio maggiore più giù si nasconde, prendetemi, e me a’ meritati supplicii date nocente. O sommo Giove, contro a me giustamente adirato, tuona e con tostissima mano in me le tue saette discendi; o sacra Giunone, le cui santissime leggi io  sceleratissima  giovine  ho  corrotte,  véndicati;  o  caspie  rupi,  lacerate  il tristo  corpo;  o  rapidi  uccelli,  o  feroci  animali,  divorate  quello;  o  cavalli crudelissimi dividitori dell’innocente Ipolito, me nocente giovine squartate; o pietoso marito, volgi nel petto mio con debita ira la spada tua, e con molto sangue la pessima anima di te ingannatrice ne caccia fuori. Niuna pietà, niuna misericordia in me sia usata, poiché la fede debita al santo letto posposi all’amore di strano giovine. O più che altra iniqua femina di questi e d’ogni maggiori supplicii degna, qual furia ti si parò davanti agli occhi casti, il dì che prima Panfilo ti piacque? Dove abandonasti tu la pietà debita alle sante leggi del matrimonio? Dove la castità, sommo onore delle donne, cacciasti allora che per Panfilo il tuo marito abandonasti? Ove è ora verso te la pietà dell’amato giovine? Ove li conforti da lui dati a te nella tua miseria si trovano? Egli nel seno d’un’altra giovine lieto trascorre il fuggevole tempo, né di te si cura; e a ragione e meritamente così ti doveva avvenire, e a te e a qualunque altra li legittimi amori pospone alli libidinosi. Il tuo marito, più debito ad offenderti che ad altro, s’ingegna di confortarti, e colui che ti doveria confortare, non cura d’offenderti. Ohimè! or non era egli bello come Panfilo? Certo sì. Le sue virtù, la
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
mio tristo essilio divenuto povero pellegrino? Non ho io perduta gioia e festa? Non è per quello la mia cavalleria perduta? Certo sì. Ohimè, quante altre cose sinistre con queste insieme mi sono avvenute per lo mio sbandeggiamento! Ma certo, per tutto questo, alcuna cosa del vero amore che io porto a Biancofiore, non è mancato. Più che mai l’amo: niuna pena, niuno affanno, né alcuno accidente me la potrà mai trarre del cuore. E certo se egli mi fosse conceduto di poterla solamente vedere, come io vidi già, tutte queste cose mi parrebbero leggieri a sostenere. Il non poterla  vedere  m’è  sola  gravezza,  questo  mi  fa  sopra  ogni  altra  cosa tormentare. Ella co’ suoi begli occhi, avvegna che falsi siano, mi potrebbe rendere la perduta consolazione. Io vo fuggendo per lei. Se l’amore di lei avessi, non che il fuggire ma il morire mi sarebbe soave! Ma poi che l’amore non puoi di lei avere, e il poterla vedere t’è tolto, piangi, misero Fileno, e dà pena agli occhi tuoi, i quali stoltamente nella forza di tanto amore, quanto tu senti, ti legarono. Ohimè misero, io non so da che parte io mi cominci più a dolere, tante e tali cose m’offendono! Ma tra l’altre, tu, o crudelissimo signore non figliuolo di Citerea, ma più tosto nimico, mi dai infinite cagioni di dolermi di te e di biasimarti. Tu, giovanissimo fanciullo, con piacevole dolcezza pigli gli stolti animi degli ignoranti, e in quelli poi con solingo ozio rechi disiderati pensieri, fabrichi le tue catene, con le quali gli animi de’ miseri, che tua signoria seguitano, sono legati. Ahi, quanto è cieca la mente di coloro che ti credono e che del loro folle disio ti fanno e chiamano iddio, con ciò sia cosa che niuna tua operazione si vegga con discrezione fatta! Tu gli altissimi animi de’ valorosi signori declini a sottomettersi alla volontà d’una picciola feminella. Tu la bellezza d’un giovane, maestrevole ornamento della natura, con fallace disiderio leghi al volere d’un turpissimo viso, con diverse maculei adornato oltre al dovere, d’una meretrice. E, brievemente, niuna tua operazione è con iguale animo fatta, anzi sogliono i miseri, ne’ tuoi lacci aviluppati, prendere per te questa scusa: che la tua natura è tale che né i doni di Pallade, né quelli di Giunone, né gentilezza d’animo riguarda, ma solamente il libidinoso piacere; e in questo credono alle tue opere aggiungere grandissime laude, ma con degno vituperio te e sé vituperano. Ma che giova tanto parlare? Tu se’ d’età giovane: come possono le tue operazioni essere mature? Tu, ignudo, non dei poter porgere speranza di rivestire. Le tue ali mostrano la tua mobilità, né m’è della memoria uscito averti in
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
fatica di restaurare le perdute creature. Ma posto che la quantità delle femine mancasse, la vostra malvagità nella poca quantità non mancò. E non era ancora reintegrato il numero degli annegati, quando colei che l’antica Bambillonia cinse di fortissime e alte mura, presa da libidinosa volontà, col figliuolo si giacque, faccendo poi per ammenda del suo fallo la scelerata legge che il beneplacito fosse licito a ciascuno. O cuore di ferro che fu quello di costei! Quale altra creatura, fuori che femina, avrebbe potuta sì scelerata cosa ordinare, che, conoscendo il suo male, non s’ingegnasse di penetere, ma s’argomentasse d’inducervi i suggetti? Ma ancora che questo fosse grandissimo fallo, quanto fu più vituperevole quello che Pasife commise, la quale il vittorioso marito, re di cento città, non sostenne d’aspettare, ma con furiosa libidine essere da un toro ingravidata sostenne? Fu ciascuno de’ detti falli sceleratissimo, ma nullo fu sì crudelmente fatto quanto quello che Clitemestra miseramente commise; la quale, non guardando alla debita pietà del marito, il quale, in terra era stato vincitore di Marte, per mare di Nettunno, ma presa del piacere d’un sacerdote, rimaso ozioso ne’ suoi paesi, consentì che, porto ad Agamenone il non perfetto vestimento, e in quello vedendolo avviluppato, Egisto miserabilemente l’uccidesse, acciò che poi sanza alcuna molestia i loro piaceri potessero mettere in effetto. Quanta fu ancora la lascivia di Elena, la quale, abandonando il propio marito, e conoscendo ciò che dovea della sua fuga seguire, anzi volle che il mondo perisse sotto l’armi che ella non fosse nelle braccia di Paris, contenta che per lei si possa etternalmente dire Troia essere strutta e i Greci morti crudelmente! Quanta acerbità e quanta ira si puote ancora discernere essere stata in Progne, ucciditrice del propio figliuolo per far dispetto al marito! E Medea simigliantemente! E in cui si trovò mai tanto tracutato amore quanto in Mirra, la quale con sottili ingegni adoperò tanto che col propio padre più fiate si giacque? E la dolente Biblis non si vergognò di richiedere il fratello a tanto fallo, e la lussuriosa  Cleopatra  d’adoperarlo.  E  ancora  la  madre  d’Almeon  per picciolo dono non consentì il mortale pericolo d’Anfirao suo marito? E qual diabolico spirito avrebbe potuto pensare quello che fece Fedra, la quale non potendo avere recato Ipolito suo figliastro a giacere con lei, con altissima voce gridando e stracciandosi i vestimenti e’ capelli e ’l viso, disse sé essere voluta isforzare da lui e, lui preso, consentì che dal propio padre fosse fatto squartare? Quanto ardire e quanta crudeltà fu
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
domandò come avvenuto gli fosse; Tarolfo gliele contò a cui Tebano disse: “Dunque per questo avrò io perduto ciò che da te mi fu promesso?”. Rispose Tarolfo: “No, anzi, qualora ti piace, va, e le mie castella e i miei tesori prendi per metà, come io ti promisi, però che da te interamente servito mi tengo”. Al quale Tebano rispose: “Unque agl’iddi non piaccia che io là dove il cavaliere ti fu della sua donna liberale, e tu a lui non fosti villano, che io sia meno che cortese. Oltre a tutte le cose del mondo mi piace averti servito, e voglio che ciò che in guiderdone del servigio prendere dovea, tuo si rimanga sì come mai fu”: né di quello di Tarolfo volle alcuna cosa prendere. Dubitasi ora quale di costoro fosse maggiore liberalità, o quella del cavaliere che concedette alla donna l’andare a Tarolfo, o quella di Tarolfo, il quale quella donna cui egli avea sempre disiata, e per cui egli avea tanto fatto per venire a quel punto che venuto era, quando la donna venne a lui, se gli fosse piaciuto, rimandò la sopradetta donna intatta al suo marito; o quella di Tebano, il quale, abandonate le sue contrade, oramai  vecchio,  e  venuto  quivi  per  guadagnare  i  promessi  doni,  e affannatosi per recare a fine ciò che promesso avea, avendoli guadagnati, ogni cosa rimise, rimanendosi povero come prima. 32 — Bellissima è la novella e la dimanda; — disse la reina — e in verità ciascuno fu assai liberale, e, ben considerando, il primo del suo onore, il secondo del libidinoso volere, il terzo dell’acquistato avere fu cortese: e però volendo conoscere chi maggiore liberalità overo cortesia facesse, conviene considerare quale di queste tre cose sia più cara. La qual cosa veduta, manifestamente conosceremo il più liberale però che chi più dona più liberale è da tenere. Delle quali tre cose l’una è cara, cioè l’onore, il quale Paulo, vinto Persio re, più tosto volle che i guadagnati tesori. Il secondo è da fuggire, cioè il libidinoso congiugnimento, secondo la sentenza di Sofoldeo e di Senocrate, dicenti che così è la lussuria da fuggire come furioso signore. La terza non è da disiderare, ciò sono le ricchezze, con ciò sia cosa che esse sieno le più volte a virtuosa vita noiose, e possasi con moderata povertà vivere virtuosamente, sì come Marco Curzio e Attilio Regolo e Valerio Publicola nelle loro opere manifestarono. Adunque, se solo l’onore è in queste tre caro, e l’altre no,
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
se, fu egli del suo onore liberale, e non Tarolfo, come voi tenete. Né del saramento non poté liberale essere rimettendolo, con ciò sia cosa che il saramento niente fosse: adunque solamente rimase liberale Tarolfo del suo libidinoso disio. La qual cosa di propio dovere si conviene a ciascuno di fare, però che tutti per ogni ragione siamo tenuti d’abandonare i vizi e di seguire le virtù. E chi fa quello a che egli è di ragione tenuto, sì come voi diceste, in niuna cosa è liberale, ma quello che oltre a ciò si fa di bene, quello è da chiamare liberalità dirittamente. Ma però che voi forse nella vostra mente tacito ragionate: “che onore può essere quello della casta donna al marito che tanto debbia esser caro?” noi prolungheremo alquanto il nostro parlare, mostrandolvi, acciò che più chiaramente veggiate Tarolfo né Tebano, di cui appresso intendiamo di parlare, niuna liberalità facessero a rispetto del cavaliere. Da sapere è che castità insieme con l’altre virtù niuno altro premio rendono a’ posseditori d’esse se non onore, il quale onore, tra gli altri uomini meno virtuosi, li fa più eccellenti. Questo onore, se con umiltà il sostengono, gli fa amici di Dio, e per consequente felicemente vivere e morire, e poi possedere gli etterni beni. La quale se la donna al suo marito la serva, egli vive lieto e certo della sua prole, e con aperto viso usa infra la gente, contento di vedere lei per tale virtù dalle più alte donne onorata, e nell’animo gli è manifesto segnale costei essere buona, e temere Iddio, e amare lui, che non poco gli dee piacere, sentendo che per etterna compagnia indivisibile, fuor che da morte, gli è donata. Egli per questa grazia ne’ mondani beni e negli spirituali si vede continuo multiplicare. E così, per contrario, colui la cui donna di tale virtù ha difetto, niuna ora può con consolazione passare, niuna cosa gli è a grado, l’uno la morte dell’altro disidera. Elli si sentono per lo sconcio vizio nelle bocche de’ più miseri esser portati, né gli pare che sì fatta cosa non si debbia credere a chiunque la dice. E se tutte l’altre virtù fossero in lui, questo vizio pare ch’abbia forza di contaminarle e di guastarle. Dunque grandissimo onore è quello che la castità della donna rende all’uomo, e molto da tener caro. Beato si può chiamare colui a cui per grazia cotal dono è conceduto, avvegna che noi crediamo che pochi sieno quelli a’ quali di tal bene sia portato invidia. Ma ritornando al nostro proposito, vedete quanto il cavaliere dava: ma egli non ci è della mente uscito quanto diceste, Tebano essere stato più che gli altri liberale, il quale con affanno arricchito, non dubitò di tornare nella miseria della
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
40 A questa donna così la reina rispose: — Certo delle due giovani quella ne pare che più il vostro fratello ami, e più da lui deggia essere amata, che dubitando vergognosa rimase sanza abbracciarlo: e per che questo ne paia, questa è la ragione. Amore, sì come noi sappiamo, sempre fa timidi coloro in cui dimora, e dove maggior parte è d’esso, similmente maggiore temenza. E questo avviene per che lo ’ntendimento della cosa amata non si può intero sapere; che se si potesse sapere, molte cose, temendo di non spiacere, non si fanno che si farebbono, però che ciascuno sa che spiacendo si toglie cagione d’essere amato: e con questa temenza e con amore sempre dimora vergogna, e non sanza ragione. Adunque, tornando alla nostra quistione, diciamo che atto di veramente innamorata fu quello di quella che timida si mostrò e  vergognosa.  Quello  dell’altra,  più  tosto  di  scelerata  libidinosa  che d’innamorata fu sembiante: e però essendo egli più da colei amato, più dee lei, secondo il nostro giudicio, amare. 41 Rispose allora la donna: — Gentile reina, vera cosa è che amore, ov’egli moderatamente dimora, temenza e vergogna conviene che ci sia, ma là ove egli in tanta quantità abonda, che agli occhi dei più savi leva la vista, come già qui per adietro si disse, dico che temenza non ci ha luogo, ma i movimenti di chi ciò sente sono secondo che egli sospigne: e però quella giovane, vedendosi inanzi il suo disio, tanto s’accese, che, abandonata ogni vergogna, corse a quello di che era sì forte stimolata, che avanti sostenere non potea. L’altra, non tanto infiammata, servò più gli amorosi termini, vergognandosi, e rimanendo come voi dite. Dunque quella più ama e più dovrà essere amata. 42 — Savia donna, — disse la reina — veramente a’ più savi leva amore soperchio la veduta e ogni altro debito sentimento, quanto alle cose che sono fuori di sua natura; ma in quelle che a sé appartengono, come egli cresce così crescono. Adunque, quanta maggior quantità d’es-
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
so in alcuno si truova, e così del timore, come davanti dicemmo. Che questo sia vero, lo scelerato ardore di Blibide il ci manifesta, la quale quanto amasse si dimostrò nella sua fine, vedendosi abandonata e rifiutata: né già per questo ebbe ella ardire di scoprirsi con le propie parole, ma scrivendo il suo sconvenevole disio palesò. Similemente Fedra più volte tentò di volere ad Ipolito, al quale, come a domestico figliuolo, poteva arditamente parlare, di dirli quanto ella l’amava, né era prima la sua volontà pervenuta alla bocca per proffererla, che, temendo, su la punta della lingua le moria. O quanto è temoroso chi ama! Chi fu più possente che Alcide, al quale non bastò la vittoria delle umane cose, ma ancora a sostenere il cielo si mise! E ultimamente non di donna, ma d’una guadagnata giovane s’innamorò tanto, che come umile suggetto, temendo, a’ comandamenti di lei facea le minime cose! E ancora Paris, quello che né con gli occhi né con la lingua ardiva di tentare, col dito avanti alla sua donna del caduto vino scrivendo prima il nome di lei, appresso scriveva: ’io t’amo’! Quanto ancora sopra tutti questi ci porge debito essemplo di temenza Pasife, la quale ad una bestia sanza razionale intelletto non ardiva d’esprimere il suo volere, ma con le propie mani cogliendo le tenere erbe s’ingegnava di farlo a sé benigno, ingannando se medesima sovente allo specchio per piacergli e per accenderlo in tal disio quale era ella, acciò ch’egli si movesse a cercare ciò che ella non ardiva di domandare a lui! Non è atto di donna innamorata, né d’alcun’altra, l’essere pronta, con ciò sia cosa che sola la molta vergogna, la quale in noi dee essere, è rimasa del nostro onore guardatrice. Noi abbiamo voce tra gli uomini, e è così la verità, di sapere meglio l’amorose fiamme nascondere che gli uomini: e questo non genera altro che la molta temenza, la quale le nostre forze, non tante quante quelle degli uomini, più tosto occupa. Quante ne sono già state, e forse noi d’alcune abbiamo saputo, le quali s’hanno molte volte fatto invitare di pervenire agli amorosi effetti, che volontieri n’avrebbero lo invitatore invitato prima che egli loro, se debita vergogna o temenza ritenute non l’avesse! E non per tanto, ogni ora che il no è della loro bocca uscito, hanno avuto nell’animo mille pentute, dicendo col cuore cento volte sì. Rimanga questo scelerato ardire nelle pari di Semiramis e di Cleopatra, le quali non amano, ma cercano d’acquetare il loro libidinoso volere, il quale chetato, non avanti d’alcuno più che d’un altro non si ricordano. I savi mercatanti mal volentieri arrischiano tutti i
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
per trarti d’errore il licito tacere in vere parole rivolgeremo. Noi vogliamo che tu sappi che questo amore niun’altra cosa è che una inrazionabile volontà, nata da una passione venuta nel cuore per libidinoso piacere che agli occhi è apparito, nutricato per ozio da memoria e da pensieri nelle folli menti: e molte fiate in tanta quantità multiplica, che egli leva la ’ntenzione di colui in cui dimora dalle necessarie cose, e disponlo alle non utili. Ma però che tu essemplificando ti ’ngegni di dimostrarne da costui ogni bene e ogni virtù procedere, a riprovare tuoi essempli procederemo. Non è atto d’umiltà l’altrui cose ingiustamente a sé recare, ma è arroganza e sconvenevole presunzione: e certo queste cose usò Marte, cui tu sai per amore divenuto umile, a levare a Vulcano Venere sua legittima sposa. E sanza dubbio quella umiltà che nel viso appare agli amanti, non procede da benigno cuore, ma da inganno prende principio. Né fa questo amore i cupidi liberali, ma quando in tanta copia, quanta poni che in Medea fu, abonda ne’ cuori, quelli del mentale vedere priva, e delle cose, per adietro debitamente avute care, stoltamente diventa prodigo, non quelle con misura donando, ma disutilmente gittando: crede piacere, e dispiace a’ savi. Medea, non savia, della sua prodigalità assai in brieve tempo sanza suo utile si penté, e conobbe che se moderatamente i suoi cari doni avesse usati non saria a sì vile fine venuta. E quella sollecitudine, la quale in danno de’ sollecitanti s’acquista o s’adopera, non ci pare per alcuno dovere essere cercata: molto vale meglio ozioso stare che male adoperare, ancora che né l’uno né l’altro sia da lodare. Paris fu sollecito alla sua distruzione, se ’l fine di tale sollecitudme si riguarda. Menelao non per amore, ma per racquistare il perduto onore, con ragione divenne sollecito, come ciascuna persona discreta dee fare. Né è ancora questo amore cagione di mitigata ira; ma benignità d’animo, passato l’impeto che induce quella, la fa tornare nulla, e rimettesi l’offesa a chi contro s’adira: ben che gli amanti, e ancora i discreti uomini, sogliono usare di rimettere l’offese a preghiera di cosa amata o d’alcuno amico, per mostrarsi di ciò che niente loro costa, cortesi, e obligarsi i pregatori: e per questa maniera Achille più volte già mostrò di cacciare da sé la concreata ira. Similemente ne mostri che costui fa gli uomini arditi e valorosi; ma di ciò il contrario si può mostrare. Chi fu più valoroso uomo d’Ercule, il quale innamorato mise le sue forze in oblio, e ritornò vile, filando l’accia con le femine di Iole? Veramente, alle cose ove dubbio
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio