latitante

[la-ti-tàn-te]
pl. -ti
In sintesi
chi volontariamente si sottrae ad un ordine di cattura
← propr. part. pres. di latitare.

A
agg.

1
Di chi si sottrae volontariamente, nascondendosi, a un'azione giudiziaria intrapresa nei suoi confronti
2
fig., estens. Che è del tutto assente o insufficiente rispetto al compito che gli spetta: in quella famiglia la figura del padre è l.; potere l.
3
ant., poet. Che si nasconde: i nati tenerelli ... latitanti sotto le foglie (Monti)

B
s.m. e f.

DIR Persona latitante

Citazioni
tutto mancherebbe: ora le abitudini del Sole verso la Terra son molto differenti da quelle verso la Luna. Noi, quanto all’illuminazion diurna, abbiamo nella maggior parte della Terra ogni ventiquattr’ore parte di giorno e parte di notte, il quale effetto nella Luna si fa in un mese; e quello abbassamento ed alzamento annuo per il quale il Sole ci apporta le diverse stagioni e la disegualità de i giorni e delle notti, nella Luna si finisce pur in un mese; e dove il Sole a noi si alza ed abbassa tanto, che dalla massima alla minima altezza vi corre circa quarantasette gradi di differenza, cioè quanta è la distanza dall’uno all’altro tropico, nella Luna non importa altro che gradi dieci o poco più, ché tanto importano le massime latitudini del dragone di qua e di là dall’eclittica. Considerisi ora qual sarebbe l’azion del Sole dentro alla zona torrida quando e’ durasse quindici giorni continui a ferirla con i suoi raggi, che senz’altro s’intenderà che tutte le piante e le erbe e gli animali si dispergerebbero; e se pur vi si facessero generazioni, sarebber di erbe, piante ed animali diversissimi da i presenti. Secondariamente, io tengo per fermo che nella Luna non siano piogge, perché quando in qualche parte vi si congregassero nugole, come intorno alla Terra, ci verrebbero ad ascondere alcuna  di  quelle  cose  che  noi  col  telescopio  veggiamo  nella  Luna,  ed  in somma in qualche particella ci varierebber la vista; effetto che io per lunghe e diligenti osservazioni non ho veduto mai, ma sempre vi ho scorto una uniforme serenità purissima.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Il più proporzionato gastigo al lor demerito sarebbe veramente il silenzio, se non fusser altre ragioni per le quali è forse quasi necessario il risentirsi: l’una delle quali è, che noi altri Italiani ci facciamo spacciar tutti per ignoranti e diamo da ridere a gli oltramontani, e massime a quelli che son separati dalla nostra religione; ed io potrei mostrarvene di tali assai famosi, che si burlano del nostro Accademico e di quanti matematici sono in Italia, per aver lasciato uscire in luce e mantenervisi senza contradizione le sciocchezze di un tal Lorenzini contro gli astronomi. Ma questo pur anco si potrebbe passare, rispetto ad altra maggior occasione di risa che si potesse porger loro, dependente dalla dissimulazione de gl’intelligenti intorno alle leggerezze di questi simili oppositori alle dottrine da loro non intese. Io non voglio maggior esempio della petulanzia di costoro e dell’infelicità d’un pari del Copernico, sottoposto ad esser impugnato da chi non intende né anco la primaria sua posizione, per la quale gli è mossa la guerra. Voi non meno resterete maravigliato della maniera del confutar gli astronomi che affermano, le stelle nuove essere state superiori a gli orbi de’ pianeti, e per avventura nel firmamento stesso. Ma come potete voi in sì breve tempo aver esaminato tutto cotesto libro, che pure è un gran volume, ed è forza che le dimostrazioni sieno in gran numero? Io mi son fermato su queste prime confutazioni sue, nelle quali con dodici dimostrazioni, fondate sopra le osservazioni di dodici astronomi, che tutti stimarono che la stella nuova del 72, apparsa in Cassiopea, fusse nel firmamento, prova per l’opposito lei essere stata sullunare, conferendo a due a due l’altezze meridiane prese da diversi osservatori in luoghi di differente latitudine, procedendo nella maniera che appresso intenderete: e perché mi par,  nell’esaminar  questo  primo  suo  progresso,  d’avere  scoperto  in  quest’autore una gran lontananza dal poter concluder nulla contro a gli astronomi,  in  favor  de’  filosofi  peripatetici,  e  che  molto  e  molto  più concludentemente si confermi l’opinion loro, non ho volsuto applicarmi con una simil pazienza nell’esaminar gli altri suo’ metodi, ma gli ho dato una scorsa assai superficiale, sicuro che quella inefficacia che è in queste prime impugnazioni, sia parimente nell’altre: e sì come vedrete in fatto, pochissime parole bastano a confutar tutta quest’opera, benché construtta con tanti e tanti laboriosi calcoli, come voi vedete. Però sentite il mio progresso. Piglia quest’autore, per trafigger, come dico, gli avversarii con le lor proprie armi, un numero grande d’osservazioni fatte da lor medesimi, che pur sono da 12 o 13 autori in numero, e sopra una parte di quelle fa suoi calcoli, e conclude tali stelle essere state inferiori alla Luna. Ora, perché il proceder per interrogazioni mi piace assai, già che non ci è l’autore stesso, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Da quello che sin qui v’ho mostrato, potete comprendere quanto questa prima maniera d’investigar la distanza della stella e provarla sublunare, introdotta dall’autore, sia disfavorevole per la causa sua, e quanto più probabilmente e chiaramente si raccolga, la lontananza di quella esser stata tra le più remote stelle fisse. Simplicio Sino a questa parte mi par che assai manifestamente sia scoperta la poca efficacia delle dimostrazioni dell’autore; ma io veggo che tutto questo vien compreso in non molte carte del libro, e potrebb’esser che altre sue ragioni fusser più concludenti che non son queste prime. Anzi non posson esser se non men valide, se vogliamo che le passate ci siano esempio  per  le  rimanenti;  attesoché  (sì  come  è  manifesto)  l’incertezza  e poca concludenza di quelle chiaramente si comprende derivar da gli errori commessi nelle osservazioni strumentali, dalle quali si è creduto le altezze polari e della stella essere state prese giustamente, essendo in effetto errate facilmente tutte; e pur per trovar l’altezze del polo hanno avuto gli astronomi secoli di tempo da impiegarvisi a lor agio, e le altezze meridiane della stella sono le più agevoli da osservarsi, come quelle che sono terminatissime e concedono qualche spazio all’osservatore di poterle continuare, come quelle che non si mutano sensibilmente in tempo brevissimo, come fanno le remote dal meridiano: e se questo è, sì come è, verissimo, qual fede vorrem noi prestare a calcoli fondati sopra osservazioni più in numero, più difficili a farsi, più momentanee nel variarsi, con la giunta appresso di strumenti più incomodi e più fallaci? Per una semplice occhiata che ho data alle dimostrazioni seguenti, i computi son fatti sopra altezze della stella prese in diversi cerchi verticali, che chiamano con voce arabica azimutti: nelle quali osservazioni si adoprano strumenti mobili non solo ne i cerchi verticali, ma nell’orizonte ancora nel medesimo tempo; in modo che convien, nell’istesso momento che si prende l’altezza, aver nell’orizonte osservata la distanza del verticale, nel qual è la stella, dal meridiano; in oltre dopo notabile intervallo di tempo convien reiterar l’operazione, e tener minuto conto del tempo decorso, fidandosi o d’oriuoli o d’altre osservazioni di stelle: una tal matassa di osservazioni va poi conferendo con un’altra simile, fatta da un altro osservatore, in un altro paese, con diverso strumento ed in diverso tempo; e da questa cerca l’autore di ritrar quali sarebbono state l’altezze della stella e le latitudini orizontali accadute nel tempo ed ora dell’altre prime osservazioni, e sopra un tale aggiustamento fabbrica in ultimo il suo calcolo. Lascio ora giudicar a voi quanto sia da prestar fede a ciò che da simili indagini si ritrae. Oltre che io non dubito punto che quando altri si volesse martirizare sopra tali lunghissimi computi, si troverebbe, sì come ne i passati, esser più
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Argomento del quinto dialogo. S’aggionge il quinto dialogo, vi giuro, non per altro rispetto che per non conchiudere sì sterilmente la nostra cena. Ivi primamente s’apporta la convenientissima disposizione di corpi nell’eterea reggione, mostrando che quello che si dice ottava sfera, Cielo de le fisse, non è sì fattamente un cielo, che que’ corpi, ch’appaiono lucidi siano equidistanti dal mezzo; ma che tali appaiono vicini, che son distanti di longhezza e latitudine l’uno da l’altro più che non possa essere l’uno e l’altro dal sole e da la terra. Secondo, che non sono sette erranti corpi solamente, per tal caggione che sette n’abbiamo  compresi  per  tali;  ma  che,  per  la  medesima  ragione,  sono  altri innumerabili, quali da gli antichi e veri filosofi non senza causa son stati nomati  aethera,  che  vuol  dire  corridori,  perché  essi  son  que’  corpi,  che veramente si muovono, e non l’imaginate sfere. Terzo, che cotal moto procede da principio interno necessariamente, come da propria natura ed anima; con la qual verità si destruggono molti sogni, tanto circa il moto attivo della  luna  sopra  l’acqui  ed  altre  sorte  d’umori,  quanto  circa  l’altre  cose naturali, che par che conoscano il principio de lor moto da efficiente esteriore. Quarto, determina contra que’ dubii, che procedeno con la stoltissima raggione della gravità e levità di corpi; e dimostra ogni moto naturale accostarsi al circolare o circa il proprio centro, o circa qualch’altro mezzo. Quinto,  fa  vedere  quanto  sia  necessario,  che  questa  terra  ed  altri  simili corpi si muovano non con una, ma con più differenze di moti; e che quelli non denno esser più, né meno di quattro semplici, benché concorrano in un composto; e dice quali siano questi ne la terra. Ultimo, promette di aggiongere per altri dialogi quel che par che manca al compimento di questa filosofia; e conchiude con una adiurazione di Prudenzio. Restarete  maravigliato,  come  con  tanta  brevità  e  sufficienza s’espediscano sì gran cose. Or qua, se vedrete talvolta certi men gravi propositi, che par che debbano temere di farsi innante alla superciliosa censura di Catone, non dubitate; perché questi Catoni saranno molto ciechi e pazzi, se non sapran scuoprir quel ch’è ascosto sotto questi Sileni. Se vi occoreno tanti  e  diversi  propositi  attaccati  insieme,  che  non  par  che  qua  sia  una scienza, ma dove sa di dialogo, dove di comedia, dove di tragedia, dove di poesia, dove d’oratoria; dove lauda, dove vitupera, dove dimostra ed insegna; dove ha or del fisico, or del matematico, or del morale, or del logico; in
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno