labile

[là-bi-le]
In sintesi
fugace, che si dilegua; mutevole, instabile
1
lett. Che viene a mancare: la giovinezza è un bene l. || Fugace, passeggero SIN. caduco, effimero CONT. stabile, duraturo
2
Debole: memoria, mente l.
3
Vulnerabile, moralmente fragile: essere l. al vizio || PSICOL Instabile, influenzabile
4
CHIM Di composto instabile

Citazioni
“Da sedere al padre,” disse don Rodrigo. Un servitore presentò una sedia, sulla quale si mise il padre Cristoforo, facendo qualche scusa al signore, d’esser venuto in ora inopportuna. “Bramerei di parlarle da solo a solo, con suo comodo, per un affare d’importanza,” soggiunse poi, con voce più sommessa, all’orecchio di don Rodrigo. “Bene, bene, parleremo;” rispose questo: “ma intanto si porti da bere al padre.” Il padre voleva schermirsi; ma don Rodrigo, alzando la voce, in mezzo al trambusto ch’era ricominciato, gridava: “no, per bacco, non mi farà questo torto; non sarà mai vero che un cappuccino vada via da questa casa, senza aver gustato del mio vino, né un creditore insolente, senza aver assaggiate le legna de’ miei boschi.” Queste parole eccitarono un riso universale, e interruppero un momento la questione che s’agitava caldamente tra i commensali. Un servitore, portando sur una sottocoppa un’ampolla di vino, e un lungo bicchiere in forma di calice, lo presentò al padre; il quale, non volendo resistere a un invito tanto pressante dell’uomo che gli premeva tanto di farsi propizio, non esitò a mescere, e si mise a sorbir lentamente il vino. “L’autorità del Tasso non serve al suo assunto, signor podestà riverito; anzi è contro di lei;” riprese a urlare il conte Attilio: “perché quell’uomo erudito, quell’uomo grande, che sapeva a menadito tutte le regole della cavalleria, ha fatto che il messo d’Argante, prima d’esporre la sfida ai cavalieri cristiani, chieda licenza al pio Buglione...” “Ma questo” replicava, non meno urlando, il podestà, “questo è un di più, un mero di più, un ornamento poetico, giacché il messaggiero è di sua natura inviolabile, per diritto delle genti, jure gentium: e, senza andar tanto a cercare, lo dice anche il proverbio: ambasciator non porta pena. E, i proverbi, signor conte, sono la sapienza del genere umano. E, non avendo il messaggiero detto nulla in suo proprio nome, ma solamente presentata la sfida in iscritto...” “Ma quando vorrà capire che quel messaggiero era un asino temerario, che non conosceva le prime...?” “Con buona licenza di lor signori,” interruppe don Rodrigo, il quale non avrebbe voluto che la questione andasse troppo avanti: “rimettiamola nel padre Cristoforo; e si stia alla sua sentenza.” “Bene, benissimo,” disse il conte Attilio, al quale parve cosa molto garbata il far decidere un punto di cavalleria da un cappuccino; mentre il
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Diritto di punire Ogni  pena  che  non  derivi  dall’assoluta  necessità,  dice  il  grande Montesquieu,  è  tirannica;  proposizione  che  si  può  rendere  più  generale così:  ogni  atto  di  autorità  di  uomo  a  uomo  che  non  derivi  dall’assoluta necessità  è  tirannico.  Ecco  dunque  sopra  di  che  è  fondato  il  diritto  del sovrano di punire i delitti: sulla necessità di difendere il deposito della salute pubblica dalle usurpazioni particolari; e tanto più giuste sono le pene, quanto più sacra ed inviolabile è la sicurezza, e maggiore la libertà che il sovrano conserva ai sudditi. Consultiamo il cuore umano e in esso troveremo i principii fondamentali del vero diritto del sovrano di punire i delitti, poichè non è da sperarsi alcun vantaggio durevole dalla politica morale se ella non sia fondata su i sentimenti indelebili dell’uomo. Qualunque legge devii da questi incontrerà sempre una resistenza contraria che vince alla fine, in quella maniera che una forza benchè minima, se sia continuamente applicata, vince qualunque violento moto comunicato ad un corpo. Nessun uomo ha fatto il dono gratuito di parte della propria libertà in vista del ben pubblico; questa chimera non esiste che ne’ romanzi; se fosse possibile, ciascuno di noi vorrebbe che i patti che legano gli altri, non ci legassero; ogni uomo si fa centro di tutte le combinazioni del globo. La  moltiplicazione  del  genere  umano,  piccola  per  se  stessa,  ma  di troppo superiore ai mezzi che la sterile ed abbandonata natura offriva per soddisfare ai bisogni che sempre più s’incrocicchiavano tra di loro, riunì i primi  selvaggi.  Le  prime  unioni  formarono  necessariamente  le  altre  per resistere alle prime, e così lo stato di guerra trasportossi dall’individuo alle nazioni. Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà: egli è adunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile, quella sola che basti a indurre gli altri a difenderlo. L’aggregato di queste minime porzioni possibili forma il diritto di punire; tutto il di più è abuso e non giustizia, è fatto, ma non già diritto. Osservate che la parola diritto non è contradittoria alla parola forza, ma la prima è piuttosto una modificazione della seconda, cioè la modificazione più utile al maggior numero. E per giustizia io non intendo altro che il vincolo necessario per tenere uniti gl’interessi particolari, che senz’esso si scioglierebbono nell’antico stato d’insociabilità; tutte le pene che oltrepassano la necessità di conservare questo vincolo sono ingiuste di
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Conseguenze La prima conseguenza di questi principii è che le sole leggi possono decretar le pene su i delitti, e quest’autorità non può risedere che presso il legislatore, che rappresenta tutta la società unita per un contratto sociale; nessun magistrato (che è parte di società) può con giustizia infligger pene contro ad un altro membro della società medesima. Ma una pena accresciuta al di là dal limite fissato dalle leggi è la pena giusta più un’altra pena; dunque non può un magistrato, sotto qualunque pretesto di zelo o di ben pubblico, accrescere la pena stabilita ad un delinquente cittadino. La seconda conseguenza è che se ogni membro particolare è legato alla società, questa è parimente legata con ogni membro particolare per un contratto che di sua natura obbliga le due parti. Questa obbligazione, che discende dal trono fino alla capanna, che lega egualmente e il più grande e il più miserabile fra gli uomini, non altro significa se non che è interesse di tutti che i patti utili al maggior numero siano osservati. La violazione anche di un solo, comincia ad autorizzare l’anarchia. Il sovrano, che rappresenta la società medesima, non può formare che leggi generali che obblighino tutti i membri, ma non già giudicare che uno abbia violato il contratto sociale, poichè allora la nazione si dividerebbe in due parti, una rappresentata dal sovrano, che asserisce la violazione del contratto, e l’altra dall’accusato, che la nega. Egli è dunque necessario che un terzo giudichi della verità del fatto. Ecco la necessità di un magistrato, le di cui sentenze sieno inappellabili e consistano in mere assersioni o negative di fatti particolari. La terza conseguenza è che quando si provasse che l’atrocità delle pene, se non immediatamente opposta al ben pubblico ed al fine medesimo d’impedire i delitti, fosse solamente inutile, anche in questo caso essa sarebbe non solo contraria a quelle virtù benefiche che sono l’effetto d’una ragione illuminata che preferisce il comandare ad uomini felici più che a una greggia di schiavi, nella quale si faccia una perpetua circolazione di timida crudeltà, ma lo sarebbe alla giustizia ed alla natura del contratto sociale medesimo.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
deve ridurre a negoziar con Ercole mentre è imbizarrito e su le furie, ma quando sta favoleggiando tra le meonie ancelle. Ah viltà inaudita d’ingegni servili!  farsi  spontaneamente  mancipio,  accettar  per  inviolabili  decreti, obligarsi a chiamarsi persuaso e convinto da argomenti che sono tanto efficaci e chiaramente concludenti, che gli stessi non sanno risolversi s’e’ sien pure scritti in quel proposito e se e’ servano per provar quella tal conclusione! Ma dichiamo la pazzia maggiore: che tra lor medesimi sono ancor dubbi, se l’istesso autore abbia tenuto la parte affermativa o la negativa. E‘ egli questo  un  far  loro  oracolo  una  statua  di  legno,  ed  a  quella  correr  per  i responsi, quella temere, quella riverire, quella adorare?
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Amarilli O Mirtillo, Mirtillo, anima mia, se vedessi qui dentro come sta il cor di questa che chiami crudelissima Amarilli, so ben che tu di lei quella pietà, che da lei chiedi, avresti. Oh anime in amor troppo infelici! che giova a te, cor mio, l’esser amato? che giova a me l’aver sì caro amante? Perché, crudo destino, ne disunisci tu, s’Amor ne strigne? e tu, perché ne strigni, se ne parte il destin, perfido Amore? Oh fortunate voi, fère selvagge, a cui l’alma natura non die’ legge in amar se non d’amore! Legge umana inumana, che dài per pena de l’amar la morte! Se ‘l peccar è sì dolce e ‘l non peccar sì necessario, oh troppo imperfetta natura che repugni a la legge! oh! troppo dura legge che la natura offendi! Ma che? poco ama altrui chi ‘l morir teme. Piacesse pur al ciel, Mirtillo mio, che sol pena al peccar fusse la morte! Santissima Onestà, che sola sei d’alma bennata inviolabil nume, quest’amorosa voglia, che svenata ho col ferro del tuo santo rigor, qual innocente vittima a te consacro. E tu, Mirtillo, anima mia, perdona
Il Pastor fido di Giovan Battista Guarini
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto quarto CCLXX Fatale è il rio che vedi, e son quest’acque a Giove istesso orribili e temute, e i giuramenti suoi fermar gli piacque inviolabilmente in lor virtute. Ma dammi pur cotesto vetro”. E tacque e, preso il vaso entro le grinfe acute, volando sovra l’apice del monte, l’empiè del’onda del tartareo fonte. Ciò fatto, la guastada in man le porge e torna al ciel per via spedita e corta. Psiche, che del licor colma la scorge, volentier la riprende e la riporta e, fra tante sciagure, in lei risorge speme che la rinfranca e la conforta, ch’ha sotto ignudo petto armato core, forte, senon di ferro, almen d’amore. Chi può dir ciò che disse e ciò che feo la diva allor di Pafo e d’Amatunta? Non freme sì dal cacciator rifeo barbara tigre saettata e punta, o dagli austri sferzato il vasto Egeo, come mormora e sbuffa ala sua giunta; non sa come sfogar l’astio crudele e le si gonfia di gran rabbia il fiele. “Ben ti mostri (dicea) com’esser devi, di malizie maestra e di malie, poiché sapesti in tante imprese grevi sì ben tutte adempir le voglie mie. Far certo un tal miracolo potevi sol per arte d’incanti e di magie, ma cosa non minor forse di questa, bella mia pargoletta, ancor ti resta.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Tacito va tra sé volgendo spesso mortal essizio ala reina bianca. Già poiché ‘l destro arciero egli l’ha messo celatamente appo la costa manca, malguardato pedon le spinge appresso, poi traendo un sospir si batte l’anca, quasi pentito, e con astuti modi fingendo error, dissimula le frodi. Tosto ch’offrir l’occasion si scorge pensa Vener nel crin prender la sorte, corre ingorda ala preda e non s’accorge che scopre il fianco ala real consorte. Al nemico pedon ch’oltre si sporge va già per dar col suo pedon la morte, quando di tanto mal pietoso il figlio cenno le fece e l’avertì col ciglio. Sostiene allor la mano e ‘l colpo arresta la dea che ‘l gran periglio aperto mira e ‘l pedon, che pur dianzi ardita e presta cacciava innanzi a suo squadron, ritira. L’araldo degli dei querulo in questa di gridi empie il teatro e freme d’ira. Conquistata l’amazzone e delusa sua ragion chiama e Citerea si scusa. - Chi nega (dice) al giocator che mossa la destra errante a trascurato tratto, in meglio poi correggerla non possa se nol vieta tra noi legge né patto? Or che da tanto rischio io l’ho riscossa, decreto inviolabile sia fatto: qual fia del’un de’ duo tocco primiero, quello a forza ne vada, o bianco o nero. -
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Poiché i vezzi d’amor così su ‘l letto replicati tra lor molto si sono, ecco che pur s’arrischia il giovinetto, pria ch’ella parta, a dimandarle un dono. E con tanti sospir, con tale affetto forma de’ detti e dele voci il suono, ch’ella tutta a quel dir s’intenerisce, arde d’amore e di pietà languisce. - Vedi pur quanto il sol col chiaro lume circonda e chiedi omai con franco ardire. Giuro per Stige, inviolabil fiume, nulla fia che si neghi al tuo desire. Sì potess’io del’immortal mio nume l’alta immortalità teco partire, ch’ognor non mi terria turbata e mesta sollecito timor che mi molesta. Lassa, perché mi vieta avaro fato, fato avaro e crudele ad ambo noi, del mio divino spirito beato poter parte innestar ne’ membri tuoi, sì che di viver poi ne fusse dato con un’anima sol commune a doi? Che basterebbe al’un’e l’altra salma di duo fedeli amanti una sol’alma. Così dic’ella e quegli allora il novo desio l’espon con fervide preghiere: - Sai ben che dopo quel che teco io provo sommo ed incomparabile piacere, altro trastul che travagliar non trovo con l’arco in man le fuggitive fere. Piacciati, prego, almen per un brev’uso di lasciarmi cacciar nel parco chiuso. -
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Già il treno rallenta, trabalza, sta... Mia giovinezza, t’attendo! Già l’ultimo squillo s’inalza  gemendo gemendo  nell’oscurità... E il Tempo lassù dalla torre mi grida ch’è giorno. Risento la tromba e la romba che corre. Il giorno è coperto di brume. Quel flebile suono è del vento, quel labile tuono è del fiume.
Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Canti di Castelvecchio – Canti di Castelvecchio  III Mia terra, mia labile strada, sei tu che trascorri o son io? Che importa? Ch’io venga o tu vada, non è che un addio! Ma bello è quest’impeto d’ala, ma grata è l’ebbrezza del giorno. Pur dolce è il riposo... Già cala la notte: io ritorno. 35 La piccola lampada brilla per mezzo all’oscura città. Più lenta la piccola squilla dà un palpito, e va... dlin... dlin...
Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Canti di Castelvecchio – Canti di Castelvecchio  50 Per sé, c’è chi pianta l’alloro che presto l’ombreggi e che sopra lui regni, al sussurro canoro del labile rivo. Non male. Noi mèsse pei figli, noi, ombra pei figli de’ figli, piantiamo l’ulivo! VI Voi, alberi sùbiti, date pur ombra a chi pianta ed innesta; voi, frutto; e le brevi fiammate col rombo seguace!
Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli
Piansi, non piango: io dormirò: sia pace!” IV E velò gli occhi il pallido eremita. Ed ecco gli fluìa per i precordi il dolce sonno della stanca vita; quando riscosso (egli scendeva a fior di grandi acque mute su labile nave) gridò: “Signore, fa ch’io mi ricordi! Dio, fa che sogni! Nulla è più soave, Dio, che la fine del dolor; ma molto duole obliarlo; ché gettare è grave 35 40 il fior che solo odora quando è colto”.
Primi poemetti di Giovanni Pascoli
Gesualdo chino sul lettuccio del genitore, lo chiamava, scuotendolo. La sorella, arruffata, discinta, che sembrava più gialla in quella luce scialba, preparavasi a strillare. Infine Burgio, dopo un momento, azzardò la sua opinione: – Signori miei, a me sembra morto di cent’anni. Scoppiò allora la tragedia. Speranza cominciò a urlare e a graffiarsi la faccia. Santo, svegliato di soprassalto, si dava dei pugni in testa, fregandosi gli occhi, piangendo come un ragazzo. Il più turbato di tutti però era don Gesualdo, sebbene non dicesse nulla, guardando il morto che guardava lui colla coda dell’occhio appannato. Poi gli baciò la mano, e gli copri la faccia col lenzuolo. Speranza, inconsolabile, minacciava di correre al paese per buttarsi nella cisterna, di lasciarsi morir di fame: – Cosa ci fo più al mondo adesso? Ho perso il mio sostegno! la colonna della casa! – Quel piagnisteo durò la giornata intera. Inutilmente il marito per consolarla le diceva che don Gesualdo non li avrebbe abbandonati. Erano tutti figli suoi, orfanelli bisognosi. Santo col viso sudicio guardava or questo e or quello come aprivano bocca. – No! – s’ostinava Speranza. – È morto, ora, mio padre! Non c’è nessuno che pensi a noi! Gesualdo che l’aveva lasciata sfogare un pezzo tentennando il capo, cogli occhi gonfi, le disse infine: – Hai ragione!... Non ho fatto mai nulla per voialtri!... Hai ragione di lagnarti della buona misura!... – No, – interruppe Burgio. – No! Parole che scappano nel brucio, cognato. Intanto bisognava pensare a seppellire il morto, senza un cane che aiutasse, a pagarlo tant’oro! Un falegname, lì al Camemi, mise insieme alla meglio quattro asserelle a mo’ di bara, e mastro Nardo scavò la buca dietro la casa. Poi Santo e don Gesualdo dovettero fare il resto colle loro mani. Burgio però stava a vedere da lontano, timoroso del contagio, e sua moglie piagnucolava che non le bastava l’animo di toccare il morto. Le faceva male al cuore, sì! Dopo, asciugatisi gli occhi, rifatto il letto, rassettata la casa, nel tempo che mastro Nardo preparava le cavalcature, e aspettavano seduti in crocchio, ella attaccò il discorso serio. – E ora, come restiamo intesi? Tutti quanti si guardarono in faccia a quell’esordio. Massaro Fortunato tormentava la nappa della berretta, e Santo sgranò gli occhi. Don Gesualdo però non aveva capito l’antifona, col viso in aria, cercava il verbo.
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
In tra i severi di famiglia padri Relegato ti giacci, a un nodo avvinto Di giorno in giorno più penoso, e fatto Stallone ignobil de la razza umana. D’altra parte il Marito ahi quanto spiace, E lo stomaco move ai dilicati Del vostr’Orbe leggiadro abitatori Qualor de’ semplicetti avoli nostri Portar osa in ridicolo trionfo La rimbambita Fè, la Pudicizia Severi nomi! E qual non suole a forza In que’ melati seni eccitar bile Quando i calcoli vili del castaldo Le vendemmie, i ricolti, i pedagoghi Di que’ sì dolci suoi bambini altrui, Gongolando, ricorda; e non vergogna Di mischiar cotai fole a peregrini Subbietti, a nuove del dir forme, a sciolti Da volgar fren concetti onde s’avviva Da’ begli spirti il vostro amabil Globo. Pera dunque chi a te nozze consiglia. Ma non però senza compagna andrai Che sia giovane dama, ed altrui sposa; Poichè sì vuole inviolabil rito Del Bel Mondo onde tu se’ cittadino. Tempo già fu, che il pargoletto Amore Dato era in guardia al suo fratello Imene; Poichè la madre lor temea, che il cieco Incauto Nume perigliando gisse Misero e solo per oblique vie, E che bersaglio agl’indiscreti colpi Di senza guida, e senza freno arciero, Troppo immaturo al fin corresse il seme Uman ch’è nato a dominar la terra. Perciò la prole mal secura all’altra In cura dato avea, sì lor dicendo:
Il Giorno di Giuseppe Parini
Ma i vostri almi nipoti oggi si stanno Ad agitar fra le tranquille dita Dell’oriolo i ciondoli vezzosi; Ed opra è lor se all’innocenza antica Torna pur anco, e bamboleggia il mondo. Or vanne, o mio Signore, e il pranzo allegra De la tua Dama: a lei dolce ministro Dispensa i cibi, e detta al suo palato E a la sua fame inviolabil legge. Ma tu non obliar, che in nulla cosa Esser mediocre a gran Signor non lice: Abbia il popol confini; a voi natura Donò senza confini e mente, e cuore. Dunque a la mensa, o tu schifo rifuggi Ogni vivanda, e te medesmo rendi Per inedia famoso, o nome acquista D’illustre voratore. Intanto addio Degli uomini delizia, e di tua stirpe, E de la patria tua gloria e sostegno. Ecco che umìli in bipartita schiera T’accolgono i tuoi servi: altri già pronto Via se ne corre ad annunciare al mondo, Che tu vieni a bearlo; altri a le braccia Timido ti sostien mentre il dorato Cocchio tu sali, e tacito, e severo Sur un canto ti sdrai. Apriti o vulgo, E cedi il passo al trono ove s’asside Il mio Signore: ahi te meschin s’ei perde Un sol per te de’ preziosi istanti. Temi ‘l non mai da legge, o verga, o fune Domabile cocchier, temi le rote, Che già più volte le tue membra in giro Avvolser seco, e del tuo impuro sangue Corser macchiate, e il suol di lunga striscia, Spettacol miserabile! segnàro.
Il Giorno di Giuseppe Parini
1345 Ed ai lievi calzàri un guardo volgi; Ergiti, e marcia dimenando il fianco. Il Corso misurar potrai soletto, S’ami di passeggiare; anco potrai Dell’altrui Dame avvicinarti al cocchio, 1350 E inerpicarti, et introdurvi ‘l capo E le spalle e le braccia, e mezzo ancora Dentro versarti. Ivi sonar tant’alto Fa le tue risa, che da lunge gli oda La tua Dama, e si turbi, ed interrompa 1355 Il celiar degli eroi che accorser tosto Tra ‘l dubbio giorno a custodir la bella Che solinga lasciasti. O sommi numi Sospendete la Notte; e i fatti egregi Del mio Giovin Signor splender lasciate 1360 Al chiaro giorno. Ma la Notte segue Sue leggi inviolabili, e declina Con tacit’ombra sopra l’emispero; E il rugiadoso piè lenta movendo, Rimescola i color varj infiniti, 1365 E via gli spazza con l’immenso lembo Di cosa in cosa: e suora de la morte Un aspetto indistinto, un solo volto Al suolo, ai vegetanti, agli animali, A i grandi, ed a la plebe equa permette; 1370 E i nudi insieme, ed i dipinti visi De le belle confonde, e i cenci e l’oro. Nè veder mi concede all’aer cieco Qual de’ cocchi si parta, o qual rimanga Solo all’ombre segrete; e a me di mano 1375 Toglie il pennello; e il mio Signore avvolge Per entro al tenebroso umido velo.
Il Giorno di Giuseppe Parini
XXXII Io di Lidia il gran Re non mi rammento, ma, spregiator di ricche gemme e d’ori, della mia sorte umìl vivo contento, e non invidio a’ Re gli ampi tesori. Sol concesso a me sia la guancia e ‘l mento cosparger d’odoriferi liquori, ed allo specchio d’un buon fonte intento cinger il crin di porporini fiori. L’oggi m’importa, e l’avvenir non curo: perciò questi miei dì labili, o tu Bacco, fien tuoi; ch’a te bevendo il giuro, prima ch’un qualche mal mi dica: — Orsù, Anacreonte, andiamo al regno scuro; getta ‘l bicchier; non hassi a bever più. —
Poesie di Ripano Eupilino di Giuseppe Parini
Da  l’altra  parte  giaceva  appiè  di  un  altissimo  cerro  un  pastore adormentato in mezzo de le sue capre, e un cane gli stava odorando la tasca che sotto la testa tenea; il quale, però che la luna con lieto occhio li mirava, stimai che Endimione fusse.Appresso di costui era Paris, che con la falce avea cominciato a scrivere “Enone” a la corteccia di un olmo, e per giudicare le ignude dee che dinanzi gli stavano, non la avea potuto ancora del tutto fornire. ma quel ch’è non men sottile a pensare che dilettevole a vedere, era lo accorgimento del discreto pintore, il quale avendo fatta Giunone e Minerva di tanto extrema bellezza che ad avanzarle sarebbe stato impossibile, e diffidandosi di fare Venere sì bella come bisognava, la dipinse volta di spalle, scusando il difetto con la astuzia. E molte altre cose leggiadre e bellissime a riguardare,  de  le  quali  io  ora  mal  mi  ricordo,  vi  vidi  per  diversi  luoghi dipinte. Ma entrati nel tempio e a l’altare pervenuti, ove la imagine de la santa dea si vedea, trovammo un sacerdote di bianca veste vestito e coronato di verdi fronde, sì come in sì lieto giorno e in sì solenne officio si richiedeva, il quale a le divine cerimonie con silenzio mirabilissimo ne aspettava. Né più tosto ne vide intorno al sacrificio ragunati, che con le proprie mani uccise  una  bianca  agna,  e  le  interiori  di  quella  divotamente  per  vittima offerse nei sacrati fochi, con odoriferi incensi e rami di casti ulivi  e di teda e di crepitanti lauri inseme con erba sabina; e poi spargendo un vaso di tepido latte, inginocchiato e con le braccia distese verso l’oriente, così cominciò: — O riverenda Dea, la cui maravigliosa potenzia più volte nei nostri bisogni si è dimostrata, porgi pietose orecchie ai preghi divotissimi de la circunstante turba. La quale ti chiede umilmente perdono del suo fallo, se non sapendo avesse seduto o pasciuto sotto alcuno albero che sacrato fusse, o se entrando per li inviolabili boschi, avesse con la sua venuta turbate le sante Driade e i semicapri Dii dai sollacci loro; e se per necessità di erbe avesse con la importuna falce spogliate le sacre selve de’ rami ombrosi, per subvenire alle famulente pecorelle, o vero se quelle per ignoranza avessono violate  le  erbe  de’  quieti  sepolcri,  o  turbati  con  li  piedi  i  vivi  fonti, corrumpendo de le acque la solita chiarezza. Tu, Dea pietosissiana, appaga per loro le deità offese, dilungando sempre morbi et infirmità dai semplici greggi e dai maestri di quelli. Né consentire che gli occhi nostri non degni veggiano mai per le selve le vendicatrici ninfe, né la ignuda Diana
Arcadia di Iacopo Sannazzaro
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Iacopo Sannazzaro   Arcadia    XI vi, adorò prima il sorgente sole: dopo a la bella sepoltura voltatosi, con pietosa voce,  ascoltando  ciascuno,  cosí  disse:  —  Materne  ceneri,  e  voi  castissime  e reverende  ossa,  se  la  inimica  Fortuna  il  potere  mi  ha  tolto  di  farve  qui  un sepolcro eguale a questi monti, e circondarlo tutto di ombrose selve con cento altari dintorno, e sovra a quelli ciascun matino cento vittime offrirvi, non mi potrà ella togliere che con sincera voluntà et inviolabile amore questi pochi sacrificii non vi renda e con la memoria e con le opre, quanto le forze si stendono, non vi onore. — E  cosí  dicendo,  fe’  le  sante  oblazioni,  basciando  religiosamente  la sepoltura. Intorno a la quale i pastori ancora collocarono i grandi rami che in mano teneano, e chiamando tutti ad alta voce la divina anima, ferono similmente i loro doni: chi uno agnello, chi uno favo di mèle, chi latte, chi vino, e molti vi offersono incenso con mirra et altre erbe odorifere. Allora Ergasto, fornito questo, propose i premii a coloro che correre volesseno;  e  facendosi  venire  un  bello  e  grande  ariete,  le  cui  lane  eran bianchissime e lunghe tanto che quasi i piedi gli toccavano, disse: — Questo sarà di colui, a cui nel correre la sua velocità e la Fortuna concederanno il  primo  onore.  Al  secondo  è  apparecchiata  una  nova  e  bella  fiscina, convenevole instrumento al sordido Bacco; e ’l terzo rimarrà contento di questo dardo di genebro, il quale ornato di sí bel ferro, potrà e per dardo servire e per pastorale bastone. — A queste parole si ferono avanti Ofelia e Carino, gioveni leggerissimi et usati di giungere i cervii per le selve; e dopo questi, Logisto e Galicio, e ’l figliuolo di Opico chiamato Partenopeo, con Elpino e Serrano, et altri lor compagni piú gioveni e di minore estima. E  ciascuno postosi al dovuto ordine, non fu sí tosto dato il segno, che ad un tempo tutti cominciarono a stendere i passi per la verde campagna con tanto impeto, che veramente saette o folgori avresti detto che stati fusseno; e tenendo sempre gli occhi fermi ove arrivare intendeano, si sforzava ciascuno di avanzare i compagni. Ma Carino con maravigliosa leggerezza era già avanti a tutti. Appresso al quale ma di bona pezza seguiva Logisto, e dopo Ofelia; a le cui spalle era sí vicino Galicio, che quasi col fiato il collo gli riscaldava e i piedi in quelle medesme pedate poneva, e se piú lungo spazio a correre avuto avessono, lo si avrebbe senza dubbio lasciato dopo le spalle. E già vincitore Carino poco avea a correre, che la disegnata meta toccata avrebbe, quando, non so come, gli venne fallito un piede, o sterpo o petra o altro che se ne fusse cagione; e
Arcadia di Iacopo Sannazzaro
perché della fretta e dello aver scelto quel giorno piuttosto che un altro stava in questo, che allora appunto cadeva la fiera di san Lorenzo e offeriva con ciò opportunità a tutte le voci del Parlamento di radunarsi ad Udine. Ma siccome durante la fiera pochi avevano voglia di trasandare i proprii negozi per quelli del pubblico, così a sbrigar questi s’era stimato piucché bastevole il giro di ventiquattr’ore. Il Magnifico General Parlamento implorava poi dalla Serenissima dominante la conferma di quanto aveva discusso, proposto ed approvato; e giunta la conferma, il trombetta in giorno festivo gridava ad universale notizia e per inviolabile esecuzione la Parte presa dal Magnifico General Parlamento. Non viene da ciò, che tutte le leggi per tal modo promulgate fossero ingiuste o ridicole; giacché, come dice l’editore degli Statuti Friulani, esse leggi sono un riassunto di giustizia di maturità e d’esperienza ed hanno sempre di fronte oggetti commendabili e salutari; ma ne scaturisce un formidabile dubbio sul merito che potessero vantarne i Magnifici deputati della Patria. Nel 1672 pare che l’Eccellentissimo Carlo Contarini riferisse al Serenissimo Doge sopra la necessità di alcune riforme delle vecchie costituzioni. Pertanto Dominicus Contareno Dei gratia Dux Venetiarum etc. dopo aver augurato al nobili et sapienti viro Carolo Contareno salutem et dilectionis affectum seguita a dichiarargli i limiti della concessa licenza. Avutosi riflesso non tanto alle istanze di codesta Patria e Parlamento che a quanto esprimete nelle vostre giurate informazioni in proposito etc. risolvemo a consolazione degli animi di codesti amati e fedelissimi sudditi di permetterle che possino devenire alla riforma di quei capitoli che conoscessimo necessari per il loro servizio. E nell’anno susseguente, lette e meditate che ebbe il Serenissimo Doge le fatte riforme, così si piacque di permetterne la pubblicazione con sue lettere al nobili et sapientissimo viro Hyeronimo Ascanio Justiniano. Venendo rappresentata qualche alterazione in alcuno dei susseguenti capitoli che volemo siano ridotti alla vera essenza loro senz’altra aggiunta etc. etc. dovrà omettersi etc. bastando li pubblici Decreti in tale proposito. Nel capitolo centoquarantasette con cui si pretende levar li pregiudicii che dalle ville e comuni sono inferiti ai giurisdicenti, vi è stata aggiunta una pena di lire cinquanta al giurisdicente: questa non vi era nel latino, doverà pure esser levata e lasciata di stampare. Con tali metodi le permetterete l’esecuzione conforme l’istanze, ordinando però la conservazione de’ vecchi statuti ed altre costituzioni per tutte quelle insorgenze e ricorsi che potessero esser fatti alla Signoria nostra. Datum in nostro ducali palatio, die 20 maii Indictione XI 1673. — Dopo tali formalità uscirono
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
con una pila di libri. Erano avanzi d’una biblioteca andata a male in una cameraccia terrena per l’incuria dei castellani, e la combinata inimicizia del tarlo dei sorci e dell’umidità. La Contessina, che nei tre anni vissuti in convento s’era rifugiata nella lettura contro le noie e il pettegolezzo delle monache, appena rimesso piede in casa erasi ricordata di quello stanzone ingombro di volumi sbardellati e di cartapecore; e si pose a pescarvi entro quel poco di buono che restava. Qualche volume di memorie tradotte dal francese, alcune storie di quelle antiche italiane che narrano le cose alla casalinga e senza rigonfiature, il Tasso, l’Ariosto, e il Pastor Fido del Guarini, quasi tutte le commedie del Goldoni stampate pochi anni prima, ecco a quanto si ridussero i suoi guadagni. Aggiungete a tuttociò un uffizio della Madonna e qualche manuale di divozione ed avrete il catalogo della libreria dietro cui si nascondeva nella stanza di Clara il cignale gentilizio. Quando a piede sospeso ella si era avvicinata al letto della nonna per assicurarsi che nulla turbava la placidezza dei suoi sonni, tenendo la mano dinanzi la lucerna per diminuirne il riverbero contro le pareti, si riduceva nella sua celletta a squadernar taluno di quei libri. Spesso tutti gli abitanti del castello dormivano della grossa che il lume della lampada traluceva ancora dalle  fessure  del  suo  balcone;  e  quando  poi  ella  prendeva  in  mano  o  la Gerusalemme Liberata o l’Orlando Furioso (gli identici volumi che non avean potuto decidere la vocazione militare di suo zio monsignore) l’olio mancava al lucignolo prima che agli occhi della giovine la volontà di leggere. Si perdeva con Erminia sotto le piante ombrose e la seguiva nei placidi alberghi dei pastori; s’addentrava con Angelica e con Medoro a scriver versi d’amore sulle muscose pareti delle grotte, e delirava anche talora col pazzo Orlando e piangeva di compassione per lui. Ma soprattutto le vinceva l’animo di pietà la fine di Brandimarte, quando l’ora fatale gli interrompe sul labbro il nome dell’amante e sembra quasi che l’anima sua passi a terminarlo e a ripeterlo continuamente nella felice eternità dell’amore. Addormentandosi dopo questa lettura, le pareva talvolta in sogno di essere ella stessa la vedova Fiordiligi. Un velo nero le cadeva dalla fronte sugli occhi e giù fino a terra; come per togliere agli sguardi volgari la santità del suo pianto inconsolabile; un dolore soave melanconico eterno le si diffondeva nel cuore come un eco lontano di flebili armonie: e dalla sostanza più pura di quel dolore emanava come uno spirito di speranza che troppo lieve ed etereo per divagar presso terra spaziava altissimo nel cielo. — Erano fantasie o presentimenti? — Ella non lo sapeva;
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
convenienza ch’egli le fosse compagno, e Clara vi accondiscendeva cortesemente benché i modi aspri e risoluti del giovane cavaliere non s’attagliassero molto a’ suoi gusti. Quando finiva il gioco, la Contessa non mancava mai d’invitar il Partistagno a fermarsi a Fratta la notte, lamentando sempre la perfidia l’oscurità e la lunghezza della strada; ma egli si scansava con un grazie, e buttata a Clara un’occhiatina che era rade volte e solo per caso corrisposta, andava nella scuderia a farsi insellare il suo saldo corridore furlano. S’imbacuccava ben bene nel ferraiuolo, imbracciava la coreggia del moschetto coll’indispensabile fanale sulla cima, e balzato in arcione usciva di gran trotto dal ponte levatoio assicurandosi colla mano se nelle fonde laterali v’erano ancora le pistole. Così passava via come un fantasma per quelle stradaccie tenebrose e infossate, ma le più volte si fermava a dormire a San Mauro, due miglia discosto, dove sopra un suo podere s’avea accomodate per maggior comodo quattro stanze d’una casa colonica. La gente del territorio aveva un profondissimo rispetto pel Partistagno, pel suo moschetto e per le sue pistole; ed anco pei suoi pugni, quando non aveva armi; ma quei pugni pesavano tanto, che dopo buscatine un paio nello stomaco non si avea d’uopo né di palla né di pallini per andarne al Creatore. Il Vianello invece veniva e partiva le sere a piedi, col suo fanaletto appeso al bastone e proteso davanti come la borsa del santese durante i riposi della predica. Pareva non avesse armi; benché cercandogli forse nelle tasche si avrebbe trovata un’ottima pistola a due canne, arma a quei tempi non molto comune. Del resto, essendo egli figliuolo del medico di Fossalta, partecipava un poco dell’inviolabilità paterna e nessuno avrebbe osato molestarlo. I medici d’allora contavano, secondo l’opinione volgare, nel novero degli stregoni; e nessuno si sentiva tanto ardito di provocarne le vendette. Ne fanno tante, senza saperlo, ora (delle vendette); al secolo passato ne facevano tre doppi più; figuratevi poi se vi si fossero accinti con premeditazione! — Per poco non si credevano capaci d’appestare una provincia, e conosco io una famiglia patriarcale di quei paesi, dove anche adesso prima di chiamar il medico si recitano alquante orazioni alla Madonna per pregarla che ne accompagni la visita colla buona fortuna. Il dottor Sperandio (bel nome per un dottore e che dava di per sé un buon consiglio ai malati) non aveva nulla nella sua figura che si opponesse alla fama stregonesca di cui egli e i suoi colleghi erano onorati. Portava un parruccone di lana o di crine di cavallo, nero come l’inchiostro, che gli difendeva bene contro il vento la fronte le orecchie e la
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
passeggiando nel casale o sulla scaletta della cancelleria, s’intratteneva con lei fino  all’ora  di  cena.  Allora  la  salutava  più  col  cuore  che  colle  labbra,  e tornavasene a Cordovado fischiando con miglior sicurezza la solita arietta. Così si aveano composto fra loro la vita i due giovani. Quanto ai vecchi  era  un  altro  conto.  L’illustrissimo  dottor  Natalino  cancelliere  di Venchieredo lasciava correre la cosa, perché ce ne aveva veduti tanti dei mosconi intorno alla sua Doretta che uno di più uno di meno non lo sgomentiva per nulla. Il signor Antonio poi, non appena se ne accorse, cominciò a torcer il naso e a dare cento altri segni di pessimo umore. Era egli di ceppo paesano e di pasta paesana affatto; né gli potea garbare quel veder suo figlio bazzicare con gente d’altra sfera. Cominciò dunque dal torcer il naso, manovra che lasciò affatto tranquillo Leopardo; ma vedendo che non bastava, si diede a star con lui sul tirato, a tenergli il broncio, e a parlargli con un certo sussiego che voleva dire: non son contento di te. Leopardo era contentissimo di se stesso e credeva dar esempio di cristiana pazienza col sopportare la burbanza di suo padre. Quando poi questi venne, come si dice, a romper il ghiaccio, e a spiattellargli netta e tonda la causa del suo naso torto, allora egli si credette obbligato a spiattellargli netta e tonda di rimando la sua incrollabile volontà di seguitar a fare come avea fatto in fin allora. — Come? tu, vergognoso, seguiterai a grogiolare dietro quei begli abitini? E che cosa ne diranno in paese? E non t’accorgi che i buli di Venchieredo si prendono beffa di te? E come credi che andrà a finire questo bel giuoco? E non temi che il castellano una volta o l’altra ti faccia cacciare dai suoi servitori? E vorresti forse mettermi in mal sangue con quel signore che sai già quanto sia schizzinoso?... — Con queste e simili interrogazioni il prudente uomo di Comune andava tentando e bersagliando l’animo del suo Assalonne; ma questi se ne imbeveva di cotali ciancie, com’ei le chiamava; e rispondeva che era pur un uomo come gli altri, e che se voleva bene alla Doretta non era certo per ridere o per piantarla lì al motteggio del primo capitato. Il signor Antonio alzava la voce, Leopardo alzava le spalle, e ognuno rimaneva della propria opinione; anzi io credo  che  questi  diverbi  stuzzicassero  non  poco  l’animo  già  abbastanza incalorito del giovine. Peraltro indi a poco si venne a capire che il vecchio scrupoloso poteva non aver torto. Se la Doretta faceva sempre al suo damo le belle accoglienze, tutti gli altri abitanti di Venchieredo non si mostravano dell’ugual parere. Fra gli altri quel Gaetano, che capitanava i buli del castellano e vantava forse
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
sguardi in esso e scompariranno le minuzie che mi danno inciampo. Volerò invece di camminare!» «Davvero, Carlino? così mi piacete; ma ricordatevi che l’entusiasmo non basta senza il corredo d’una buona dose di criterio e di costanza. Ora io vi ho mostrato quali doveri altissimi e nobili reclamano l’opera vostra, e voi vi siete infervorato nella loro splendida pienezza. Ma poi durante la via vi parrà di ricadere nella levità e piccolezza umana. Non vi spaventate, Carlino. Gli è come un passeggiero che per giungere a Roma dee pernottare molte volte in sucide taverne, e far viaggio con facchini e con vetturali. Soffrite tutto; non abbiate ribrezzo dei passaggi momentanei, sollevate il pensiero alla meta; tenetelo sempre là!» Io capiva e non capiva; era abbarbagliato da quelle splendide e sonanti parole che prima mi balenavano alla mente con quei grandi fantasmi d’umanità, di religione, di sacrificio, di fede che popolano così volentieri i mondi sognati dai giovani. Capiva che o bene o male entrava in una sfera nuova per me; dov’io non era che un atomo intelligente avvolto in un’opera sublime e misteriosa. Con quali mezzi, a qual fine? — Non lo sapeva per fermo; ma fine e mezzi soverchiavano d’assai le mie preoccupazioni erotiche, i miei fanciulleschi rammarichi. Invitato a mostrarmi cristiano, mi sentiva uomo nell’umanità e ingigantiva. «Questo in quanto a religione» seguitava con veemenza il reverendo padre. «In quanto alla vostra qualità di cittadino le condizioni sono consimili. Non caleva il pensarci e ogni opera individuale cadeva al suo posto nel gran meccanismo sociale, quando tutti s’accordavano nel rispetto tradizionale alla patria e alle sue istituzioni. La patria, figliuol mio, è la religione del cittadino, le leggi sono il suo credo. Guai a chi le tocca! Convien difendere colla parola, colla penna, coll’esempio, col sangue l’inviolabilità de’ suoi decreti, retaggio sapiente di venti, di trenta generazioni! Ora pur troppo una falange latente e instancabile di devastatori tende a metter in dubbio ciò che il tribunale dei secoli ha sancito vero, giusto, immutabile. Conviene opporsi, figliuol mio, a tanta barbarie che prorompe; convien rendere ai nemici quel danno stesso che cercano portare a noi, seminando fra loro la corruzione, la discordia. Il male contro il male va adoperato coraggiosamente alla maniera dei chirurghi. Se no, cadremo certamente; cadremo amici e nemici in potere di quei maligni che predicano un’insensata libertà per imporci la vera servitù; la servitù a codici immorali, temerari, tirannici! La servitù alle passioni nostre ed
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
chiedeva conto. Uno studente trevisano, un certo Amilcare Dossi, s’era stretto a me con molta intrinsichezza; egli aveva un ingegno forte e arditissimo, un cuore poi che oro non bastava a pagarlo. Con costui andavamo spesso ragionando di metafisica e di filosofia, perché io avea dato il capo in quelle nuvole e non sapea più liberarmene; egli poi ci studiava da un pezzo e potea darmi scuola. Dopo qualche giorno m’accorsi che egli era proprio un tipo di coloro che il padre Pendola definiva avversatori spietati d’ogni idealità e d’ogni nobile entusiasmo. Metteva tutto in dubbio, ragionava su tutto, discuteva tutto. E non pertanto mi maravigliava di rinvenire in lui un amore di scienza e un fuoco di carità che mi parevano incompatibili coll’arida freddezza delle sue dottrine. Finii col fargli parte di questa mia maraviglia ed egli ne rise assaissimo. «Povero Carlino!» diss’egli «come sei indietro! Ti maravigli ch’io mi sia preso di così violento affetto per quelle scienze che vado disseccando alla maniera dei notomisti? Gli è, caro mio, che l’amore della verità vince tutti gli altri in purità ed in altezza. La verità, per quanto povera e nuda, è più adorabile, è più santa della bugia incamuffata e suntuosa. Perciò ogni volta ch’io le tolgo di dosso qualche fronzolo, qualche orpellatura, il cuore mi balza nel petto, e la mia mente si cinge di una corona trionfale! Oh benedetta quella filosofia che mortali, deboli, infelici pur c’insegna che possiamo esser grandi nell’uguaglianza, nella libertà, nell’amore!... Ecco il mio fuoco, Carlino; ecco la mia fede, il mio pensiero di tutti i momenti! Verità ad ogni costo, giustizia uguale per tutti, amore fra gli uomini, libertà nelle opinioni e nelle coscienze!... Qual essere ti parrà più grande e più felice di quello che tende con ogni sua forza a far dell’umanità una sola persona concorde, sapiente, e contenta per quanto lo permettono le leggi di natura?... Oggi poi, oggi che queste idee ingigantiscono, e pesano, fremendo sulla sfera riluttante dei fatti, oggi che io veggo affievolirsi sempre più quella nebbia che le nascondeva agli occhi degli uomini, chi più felice di me?... Oh questa, questa, amico, è la vera calma dell’animo!... Sollevati una volta a quella fede libera e razionale, né fortune avverse, né tradimenti, né dolori potranno turbare la serenità dello spirito. Son forte, incrollabile in me, perché credo e spero in me e negli altri!» Figuratevi! Durante questa professione di fede che rispondeva sì bene ai miei bisogni, io diventava di tutti i colori. Mi ricordo che non mi bastò il cuore di soggiungere una sola parola, e Amilcare credette ch’io non ne avessi
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
cazione di Carlo V. — Chi pianse all’ingresso dei Francesi in Venezia la rovina d’una grande repubblica, erede della civiltà e della sapienza romana, e mediatrice della cristianità per tutto il Medio Evo? — Essa si era tolta volontariamente all’attenzione del mondo dopo l’abdicazione di Foscari. Le abdicazioni segnano il tracollo degli stati; perché il pilota né abbandona né è costretto ad abbandonare il timone d’una nave che sia guernita d’ogni sua manovra e di ciurme esperte e disciplinate. Le disperazioni, gli abbattimenti, l’indifferenza, la sfiducia precedono di poco lo sfasciarsi e il naufragio. Io volsi dunque gli occhi al Palazzo Ducale e tremai. Perché non distruggere quella mole superba e misteriosa, allora che l’ultimo spirito che la animava si perdeva per l’aria?... In quei marmi rigidi eterni, io presentiva più che una memoria un rimorso. E intanto vedeva più in giù sulla riva i fedeli Schiavoni che mesti e silenziosi s’imbarcavano; forse le loro lagrime consolarono sole la moribonda deità di  Venezia. Allora mi sorse nell’anima una paura più distinta. Quella nuova libertà quella felice eguaglianza quella imparziale giustizia coi Francesi per casa cominciò ad andarmi un po’ di traverso. Avea ben avvisato Lucilio di operare la rivoluzione prima che Bonaparte ce ne mandasse da Milano l’ordine e le istruzioni; ma ciò non toglieva che i Francesi sarebbero venuti da Mestre: e una volta venuti, chi sa!... Fui pronto ad evocare la magnanima superbia d’Amilcare per liberarmi da queste paure. “Oh bella!” pensai “siam poi uomini come gli altri; e questo nuovo fuoco di libertà che ci anima sarà all’uopo fecondo di prodigi. Di più l’Europa non potrà esserci ingrata; il suo proprio interesse non gliel consente. Colla costanza con la buona volontà torneremo ad esser noi: e gli aiuti non devono mancare o da poggia o da orza!...”. Con tali conforti tornai verso casa ove mio padre mi significò che era molto contento del posto a me riserbato nella futura Municipalità; e che badassi a condurmi bene e ad assecondare i suoi consigli, se voleva andare più in su. Non mi ricordo cosa gli risposi; so che andai a letto e che non chiusi occhio fino alla mattina. Potevano esser le otto e tre quarti quando sonò la campana del Maggior Consiglio, ed io m’avviai verso la Scala dei Giganti. Per quanto avessero fretta i signori nobili di commettere il gran matricidio, le delizie del letto non consentirono che si anticipasse più d’un quarto d’ora sul solito orario. I comparsi furono cinquecento trentasette; numero illegale giacché per inviolabile statuto ogni deliberazione che non si fosse discussa in un’adunanza di almeno seicento membri si considerava illegittima e nulla.
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
«Dorme, dormono tutti!...» «Buona notte!» io conclusi. E colla stessa parola misi in pace tutti i pensieri tutte le paure che mi venivano spunzecchiando pel capo. La parte migliore la più civile ed assennata del patriziato veneziano avrebbe finto di dormire: gli altri!... Dio me ne liberi!... Non volli pensare a distribuir le parti. — Quello che è certo è che la settimana seguente, allo stabilirsi del governo imperiale in Venezia, Francesco Pesaro, l’incrollabile cittadino, l’innamorato degli Svizzeri, l’Attilio Regolo della scaduta Repubblica, riceveva i giuramenti. Lo noto qui, perché almeno i nomi non facciano velame alle cose. Seguitai intanto a passeggiare al chiaro di luna. Pattuglie d’arsenalotti, di guardie municipali e di soldati francesi  s’incontravano  gomito  a  gomito  nelle  calli,  si  schivavano  come appestati e andavano pei fatti loro. Il fatto dei Francesi era d’imbarcare quanto più potevano delle dovizie veneziane sul naviglio che dovea veleggiare verso Tolone. I capi per consolarci dicevano:« State quieti! È una mossa strategica! Torneremo presto!» Intanto per tutto quello che non poteva succedere ci conciavano di sorta che a pochi doveva rimanere il desiderio del loro ritorno. Il popolo tradito, ingiuriato, spogliato a man salva, s’intanava nelle case a piangere, nei templi a pregare, e dove prima pregavano Dio di tener lontano il diavolo, lo supplicavano allora di mandar al diavolo i Francesi. Gli animi volgari si piegano arrendevoli alla tolleranza del minor male; né bisogna aspettarsi di più da chi sente prima di pensare. Dei beni perduti si sperava almeno di riacquistarne alcuno; la libertà è preziosa, ma pel popolo bracciante anche la sicurezza del lavoro, anche la pace e l’abbondanza non sono cose da buttarsi via. È un difetto grave negli uomini di pretendere le uguali opinioni da un grado diverso di coltura; come è errore massiccio e ruinoso nei politici appoggiare sopra questa manchevole pretensione le loro trame, i loro ordinamenti! Dai Frumier passai a cercare degli Apostulos, perché la solitudine mi spingeva sulla strada delle deliberazioni, ed io non aveva questa gran voglia di deliberare. Là io trovai abbastanza da perdere un paio d’ore; scommetto di più che non mi sarei figurato giammai di perderle con tanto piacere. Il vecchio banchiere greco stava ancora nello studio; d’intorno ad una bragiera alla spagnuola sedeva la sua vecchia moglie, una vera figura matronale con un bel paio d’occhiali sul naso e il Leggendario dei santi aperto sui ginocchi; una vaga fanciulla vestita di bruni colori, tutta leggiadria, tutta greca dalle radici
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
stessi... Credilo!... Io aveva creduto di adoperar i Turchi a cacciare i Francesi, e così dopo saremmo rimasti noi... Sciocco che era!... Sciocco!... Oggi, oggi vidi cosa cercavano i Turchi!...» Ciò dicendo egli pareva in preda d’un violento delirio; invano io m’ingegnava di calmarlo e di sostenerlo in tal modo che meno dolorasse della sua ferita; egli seguitava a smaniare, a gridare che tutti erano Turchi. Il prete mi avvisava che appunto nell’opporsi alle violenze che gli Ottomani commettevano appena sbarcati sui miseri abitanti, mio padre avea toccato quella tremenda ferita di scimitarra alla gola, e che rimasto sul lastrico quelli del paese lo avrebbero certamente fatto a brani se egli non lo trafugava pietosamente dopo essere stato testimonio di tutta la scena da un finestrello del campanile. Io ringraziai con uno sguardo il vecchio prete di tanta cristiana pietà, e gli dissi anche sottovoce se non ci fossero nel paese medici o chirurghi da ricorrere all’opera loro per qualche tentativo. Il moribondo si scosse a queste parole e accennò col capo di no... «No, no» soggiunse indi a poco tirando a stento un filo di voce. «Ricordati dei Turchi!... Cosa servono i medici?... Ricordati di Venezia... e se puoi rivederla grande, signora di sé e del mare... cinta da una selva di navi, e da un’aureola di gloria... Figlio mio, che il cielo ti benedica!...» E spirò... — Una tal morte non era di quelle che rendono attoniti e quasi codardi nel riprender la vita: essa era un esempio un conforto un invito. Chiusi con reverenza gli occhi ancora animati di mio padre; lo spirito suo forte ed operoso lasciava quasi un’impronta di attività su quelle spoglie già morte. Lo baciai in fronte; e non so se pregassi ma le mie labbra mormorarono qualche parola che non ho poscia ripetuto mai più. Sarei restato lunga pezza in compagnia dell’estinto e dei suoi ultimi pensieri che formicolavano in me, se la sua stessa immagine non mi avesse richiamato a quei sublimi doveri dei quali egli era stato il martire ignoto, inconsapevole, errante qualche volta, fermo e incrollabile sempre. “Padre mio” pensai “tu mi saprai grado che io mi privi del mesto conforto di accompagnarti alla tua ultima dimora per attendere alla salute omai disperata della Repubblica nostra!...” Parve perfino che sulle sue labbra arieggiasse un sorriso di assentimento. Io mi precipitai fuori della stanza col cuore che mi andava a pezzi. A fatica feci accettare alcune doble al vecchio prete pei funerali e per suffragar l’anima del defunto: indi tornai all’osteria che già il Martelli avea disposto la piccola
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
teneva ben aperti gli occhi in testa, e il signor Minato aveva raramente il coraggio di incontrarli coi suoi. L’Aglaura e Spiro scrivevano da  Venezia notizie piuttosto varie che buone. Avevano avuto un secondo bambino, ma la loro madre era morta, e ne vivevano inconsolabili; il commercio loro prosperava, ma la cosa pubblica  sembrava  in  balìa  più  dei  tristi  che  dei  buoni.  Il  Venchieredo  padre spadroneggiava senza pudore ostentando maniere linguaggio e alterigia forestiere. Spiro, che avea dovuto presentarglisi per implorar la liberazione d’un suo compatriota relegato a Cattaro coi repubblicani catturati in terraferma, avea dovuto convenire che i padroni stranieri valgono meglio dei fattori e castaldi nazionali. L’avvocato Ormenta era compagno al Venchieredo in quella trista  opera,  ma  s’infamava  meglio  per  occulte  ladrerie  che  per  aperte sopraffazioni. Operavano i consigli del padre Pendola; il quale ad onta della cacciata da Portogruaro e del discredito in cui era tenuto dalla Curia di Venezia avea saputo formarsi un certo partito nel clero meno educato; e da taluni era tenuto per un martire, da altri per un birbante. I vecchi Frumier erano morti ambidue a un mese di distanza l’un dell’altro; dei giovani, Alfonso avea rinunciato al matrimonio per ottenere una commenda dell’Ordine di Malta, e non si sapeva nemmeno ch’egli esistesse; ma si diceva ch’egli corteggiasse una certa dama Dolfin più vecchia di lui d’una quindicina d’anni, e stata già moglie d’un correggitore a Portogruaro. — Io me ne sovvenni, la ricordai alla Pisana, e ne risimo assieme. Agostino invece avea brigato un posto nel nuovo governo, perché altrimenti non sapeva come vivere, essendosi per la morte dei genitori perduto ogni loro patrimonio. Lo avevano fatto controllore di Dogana, ed egli n’era umiliato, il fervido repubblicano. Peraltro pensava di riguadagnar la partita con un buon matrimonio; e c’era qualche maneggio con quella donzella Contarini che mio padre avea voluto affibbiarmi col pretesto della dote e del futuro dogado. La Contessa di Fratta, come zia, batteva l’acciarino: ma più che l’affetto pel nipote la lusingava la speranza d’una ricca senseria, perché la sua passione pel gioco continuava sempre e il patrimonio della famiglia calava sempre trovandosi omai ridotto ad un centinaio di campi intorno al castello di Fratta, sui quali erano ipotecati i crediti delle figlie. La reverenda Clara dopo la morte della madre Redenta era diventata la grande testa del convento e volevano farla badessa. Perciò meno che mai si angustiava per quello che avveniva di brutto o di bello nel secolo. Il conte Rinaldo sgobbava
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
dose dove, affondati una volta, per pestar che si faccia si affonda sempre più. Confesso che fui per darmi bell’e spacciato; poiché se io non mi disperai giammai contro nemici certi e disgrazie ben misurate, non ho al contrario potuto sopportar mai un agguato nascosto e le cupe agonie d’un misterioso trabocchetto. Era lì lì per rinserrarmi in una vita morta, in quella vegetazione che protrae di qualche anno lo sfacelo del corpo dopo aver soffocate le speranze dell’anima; non vedevo più nulla intorno a me che valesse la pena d’un giorno misurato a singhiozzi e a sospiri: io non era necessario e buono a nulla; perché dunque pensare agli altri per sentire peggio che mai il mio crepacuore?... Così se io non deliberava di uccidermi, mi accasciava volontario, e mi lasciava schiacciare dal peso che mi rotolava addosso. Non aveva il furore ma la stanchezza del suicida. Caduti in tanto abbattimento, le carezze degli altri uomini per quanto maligne e interessate ci trovano le molte volte deboli e credenzoni. Godiamo quasi di poter dire ai buoni: «Guardate che i tristi sono migliori di voi!». Fanciullesca vendetta che volge in nostro danno perpetuo la gioia puerile d’un momento. Gli Ormenta padre e figlio raddoppiarono verso di me di premure e di cortesie; convien dire ch’io avessi qualche grazia presso di loro o che la setta fosse tanto immiserita che non si badasse più a fatica ed a spesa per guadagnare un neofito. Mi circondarono con loro adescatori, misero sotto mezzani e sensali; io rimasi incrollabile. Nullo sì, ma per essi no. Moriva per l’ingiustizia degli amici miei, ma non avrei mai acconsentito a volger contro di essi la punta d’un dito; dietro quegli amici ingannati ed ingiusti era la giustizia eterna che non manca mai, che mai non inganna né rimane ingannata. Questo pensiero di resistenza brulicandomi entro mi ridonò un’ombra di coraggio e un filo di forza. Guardai dietro a me per vedere se veramente l’abbandono di tutti, la perfidia dell’amore, i mancamenti dell’amicizia mi lasciavano così nullo e impotente com’io credeva. Allora risorsero alla mia memoria come in un baleno tutti gli ideali piaceri, tutte le robuste fatiche, e i volontari dolori della mia giovinezza: vidi raccendersi quella fiaccola della fede che m’avea guidato sicuro per tanti anni ad un fine lontano sì ma giusto ed immanchevole; vidi un sentiero seminato di spine ma consolato dagli splendori del cielo, e dalla brezza confortatrice delle speranze, che scavalcava aereo e diritto come un raggio di luce l’abisso della morte e saliva e saliva per perdersi in un sole che è il sole dell’intelligenza e l’anima ordinatrice
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
«Tu, se ne hai il cuore: io no. Io amo l’Aquilina. Io voglio farla felice: credi che tu pure sarai felice di sposarti a lei: e io unirò le vostre mani, e benedirò le vostre nozze.» «Oh ma io ne morrei!... Io dovrei odiarla: sentirei tutte le mie viscere sollevarsi  contro  di  essa,  e  il  mio  peggior  nemico  non  mi  sarebbe  tanto abbominevole a dovermelo stringer fra le braccia.» «Abbominevole l’Aquilina!... Scusa, Carlo; ma se ripeti simili infamie, io fuggo da te, io non vorrò più vederti!... Gli angeli comandano l’amore: tu non sei tanto perverso da abborrire quello che ci scende dal cielo, come la più bella incarnazione d’un pensiero divino. Guarda, guarda, apri gli occhi, Carlo!... guarda l’assassinio che commetti. Fosti cieco finora e non t’accorgesti né del suo martirio né de’ miei rimorsi. Fui tua complice finora ma giuro di non volerlo esser più; io non assassinerò colle mie mani una creatura innocente che mi ama come una figliuola, benché... Oh ma sai, Carlo, che il suo eroismo è di quelli che oltrepassano la stessa immaginazione!... Mai un movimento di rabbia, mai uno sguardo d’invidia, una rassegnazione stanca, un amore invece che cava le lagrime!... No, no ti ripeto, io non pagherò coll’assassinio l’ospitalità che ebbimo in questa casa; e tu pure mi seconderai nella mia opera di carità!... Carlo, Carlo, eri generoso una volta!... Una volta mi amavi, e se io t’avessi incitato ad un’impresa coraggiosa e sublime non avresti aspettato tante parole!» Che volete?... Io ammutolii dapprincipio, indi piansi, supplicai, mi strappai i capelli. Inutile! Rimase incrollabile, dovessimo morirne ambidue; mi ripeteva di guardare, di guardare, e che se non mi fossi convinto di quanto ella affermava, e se non avessi accondisceso a quanto mi proponeva sarei stato un essere spregevole, indegno al pari d’amore che incapace d’ogn’altro sentimento. D’allora in poi mi negò ogni sguardo ogni sorriso d’amore; mi proibì l’accesso alla sua stanza; fu tutta per l’Aquilina, e nulla per me. Infatti, per quanto volessi illudermi, mi fu forza riconoscere che in quanto all’amore della giovinetta per me i suoi sospetti non andavano lontani dal vero. Per qual incantesimo non me ne fossi accorto non ve lo saprei dire: e arrabbiai della mia sciocchezza della mia ingenuità. Mi provai anche a volgere contro l’Aquilina qualche parte di questa rabbia, ma non ne fui capace. Dopoché ella indovinò quanto fra me e la Pisana era avvenuto, ella assunse verso di me un contegno così supplice vergognoso che mi tolse ogni coraggio. Pareva mi chiedesse perdono del male involontariamente commesso;
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Ippolito Nievo     Le Confessioni di un italiano    Capitolo ventesimo sempre stato grande ad un modo; e la ferrea vecchiaia porgeva la mano alla bollente giovinezza per sollevarla alla ricompensa d’ogni dolore, alla forza incrollabile della coscienza sicura in se stessa. In quei pochi giorni che precedettero l’arrivo dei nostri viaggiatori, la Pisana mi si mostrava più fredda che pel consueto; ma di tratto in tratto le saltava qualche strano capriccio di tenerezza, e dopo si ostinava a provarmi con mille sgarberie che era stato un mero capriccio quasi una burla. «Povero Carlo!» diceva ella talvolta. «Cosa sarebbe stato di te se la compassione non mi persuadeva di farti un po’ di assistenza! Anche fu fortuna che la seccaggine di quel mio vecchio marito mi invogliasse di partire da Venezia;  così  ti  ho  procacciato  qualche  utile  e  tu  avrai  presto  il  bene  di rabbracciare i tuoi cari.» Ella non m’aveva parlato mai con tale crudezza; e dava ben pochi indizi di generosità col noverarmi quasi la lista dei beneficii ch’io doveva unicamente alla sua compassione. Ne patii acerbamente; ma mi persuasi vieppiù che nessuna traccia d’amore le era rimasta nell’anima, e che l’eroismo stesso della sua pietà era un capriccio una vera bizzarria. Finalmente potei stringere al seno i miei figli; baciare quelle loro guance fresche e rotonde, rinfrescarmi l’anima nei puri sentimenti di quei cuori giovanili. La buona Aquilina, che tanto amorevole quanto animosa madre s’era dimostrata nell’educarli, ebbe la sua parte delle mie carezze, e corrisposi con  effusione  agli  amichevoli  abbracciamenti  di  Bruto.  Oh  ma  le  loro sembianze non poteva vederle!... Allora per la prima volta ebbi entro un movimento di stolida rabbia contro il destino, e mi pareva che il fuoco della volontà dovesse bastare a raccendermi le pupille, tanto era intenso ed ardente. Lucilio mise un po’ di balsamo sulla piaga assicurandomi che dopo un breve tempo avrebbe tentato l’operazione; e così riserbandomi per allora i piaceri della vista mi diedi subito a godere di tutti gli altri che m’erano concessi dalla mia condizione infelice. Furono, per tutto il resto di quel giorno e pel seguente continue inchieste, domande, commemorazioni di questa e di quella persona, delle cose più minute, dei fatti più fuggevoli e inconcludenti. Di Alfonso Frumier sapevano nulla, di Agostino avevano detto a Venezia che era affamato di fettucce e di croci e ne aveva intorno un altarino: così pure gli abbondavano i figliuoli, ad uno dei quali assegnava pel futuro la carica di ministro, all’altro quella di generale, di patriarca, di papa. Sua Eccellenza Navagero stava al solito né
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
«La morte? non pronunciare, perdio, questa parola, o non contento di seguirti, io ti precedo!...» «Carlo, Carlo, per carità non mettermi nel cuore un sì atroce rimorso! Libera questi miei ultimi giorni dalla sola paura che possa amareggiarli!... Vedi! impara da me... Cento volte avrei potuto, avrei dovuto uccidermi... e in quella vece... in quella vece... io muoio!...» «No, non morrai... Pisana, Pisana! ti giuro che non morrai!...» «Ed è vero; non morrò affatto se tu vivi; se tu onori la mia memoria col render utili quei pochi sacrifizi che sebben malamente pure ho fatto per te!... Se penserai all’Aquilina che io ti ho confidato, ai figliuoli che tu generasti e ai quali ti stringono sacri e inviolabili doveri, alla tua patria, alla mia patria, Carlo, per la quale ha sempre battuto questo mio piccolo cuore, per la quale dovunque mi porti la volontà di Dio io non cesserò di pregare, e di sperare!... Carlo, Carlo, te lo raccomando! Vivi perché la tua vita sarà degna di esser imitata da quelli che verranno. Possa almeno dire morendo che le mie parole che i miei consigli ebbero questa fortuna di lasciare un’eredità di grandi e nobili azioni!... Null’altro ti chieggo null’altro desidero perché il momento della partenza sia insieme il più felice della mia vita. Del resto tutto quel po’ di bene che poteva operare mi sono studiata di farlo: muoio contenta, muoio sorridendo perché vado ad aspettarti!...» «Eccomi, eccomi, Pisana; non aspetterai un attimo! Io sono con te!» «E se ti dicessi che queste sarebbero le prime dure parole che avrei udito da te, e che così mi avvilisci agli occhi miei, e mi togli quel lievissimo premio col quale io partiva tutta beata?... Oh Carlo, se mi ami ancora, tu non vorrai vedermi morire fra le paure e i rimorsi! Sai che quando voglio una cosa, la voglio la pretendo ad ogni costo! Or bene, io voglio e pretendo che la mia morte a me tanto facile e soave non sia la disperazione d’una intera famiglia, e non tolga a tutto un paese ed all’umanità tutto quel bene che puoi che devi ancora operare!... Carlo, sei tu forte animoso? Hai fede nella virtù e nella giustizia? Giurami allora che non sarai vile, che non abbandonerai il tuo posto, che misero o felice, accompagnato o solo, per la virtù per la giustizia combatterai fino all’estremo!» «Oh Pisana, cosa mi chiedi mai? Come credere alla virtù e alla giustizia quando non ti abbia al fianco, quando una vita come la tua ottenga una sì misera ricompensa?» «Una vita come la mia è così invidiabile che beati gli uomini se potessero averne ciascuno una di simile! Una vita che principia coll’amore e termiOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
guata al suo merito ma alle nostre condizioni, ed essendovi un giovine che l’amava e che l’avrebbe sposata senza la loro estrema povertà, io mi confido averle procurato maggior bene che per solito non si ottenga col danaro. A Bologna si fece sosta parecchi giorni, e vi rappiccai amicizia con molte vecchie conoscenze; trovai molti morti, molti padri di famiglia che al tempo della mia intendenza pendevano dalla mammella, e molte belle mammine che io avea fatto saltare sulle ginocchia. Ahimè! le belle che avea corteggiato durai fatica a riconoscerle; e per molti giorni non fui capace di guardarmi nello specchio. Bologna non era a quei giorni né affollata né allegra, ma trovai gli stessi cuori, l’ugual gentilezza, e cresciute a mille tanti la sodezza e la concordia. Non si viveva più nella confusione e nell’ansietà d’un tempo; tutto era chiaro e lampante e solamente aveano mancato le forze; ma la speranza perdurava. E non dico se a torto o a ragione, ma mi pregio di raccontare questa prova di costanza ch’ebbi sotto gli occhi. Giunti a Venezia, lascio pensare a voi la consolazione dell’Aquilina, e la gioia di Donato! Ma la salute di questo, che si sperava dovesse ristabilirsi affatto nell’aria natale, decadde anzi prontamente. La ferita diede prima sentore di volersi riaprire, indi di far sacca internamente: dei medici chi opinava che fosse leso l’osso e chi d’una scheggia di mitraglia rimasta in qualche cavità. Tutti eravamo inquieti, afflitti, agitati. Il solo malato allegro sereno ci confortava tutti ridendo assaissimo della burla da lui accoccata ai frequentatori di casa Fratta, e godendo di udir narrare da Bruto le grandi boccacce ch’essi ne avevano fatte. Il dottor Ormenta, reduce da poco da Roma con non so quante pensioni ed onorificenze, avea sciolto la quistione sentenziando: tale il padre tale il figlio. Io per me era più disposto a insuperbire che ad offendermi d’un cotal raffronto; e certamente non chiesi conto al sanfedista di cotali parole che forse egli credette ingiuriose all’ultimo segno. D’altra parte pur troppo era occupato di più gravi dolori. Donato andò peggiorando sempre e alla fine si morì sullo scorcio dell’autunno. Fra tutte le sciagure ch’ebbi a sopportare durante la mia vita, questa, dopo la morte della Pisana, fu la più atroce ed inconsolabile. Tuttavia il mio dolore fu un nulla appetto alla disperazione di sua madre; la quale non mi perdonò più la morte di Donato come se appunto io ne fossi stato il carnefice. E sì che ella piuttosto ne era stata la causa innocente, esponendolo a dover tollerare una contraddizione, alla quale contraddisse egli poi generosamente versando il suo sangue alla battaglia di Rimini. Invece
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
da lui più forse che non era disposto a concedere. Non so se l’entusiasmo fosse di moda o la moda generasse l’entusiasmo; so che entusiasmo e moda pervennero dal bisogno universalmente sentito di ricoverare le proprie speranze dietro un vessillo santo ed inviolabile: non v’avea né congiura, né impostura, era saviezza d’istinto. Questi avvenimenti che rompevano la lunga sonnolenza d’Italia non secondarono per nulla l’impresa tipografica del conte Rinaldo; certo anche in tempi soliti non avrebbe guadagnato dal primo fascicolo di che aiutare almeno per metà la stampa del secondo, ma allora poi non ci cavò uno scudo che l’è uno scudo. E quello che è più curioso, toccò anche a lui dimenticarsi del proprio libro per correre cogli altri in piazza a gridare: Viva Pio IX!... Sua sorella era fra le meglio invasate pel nuovo Pontefice; ne parlava come d’un profeta, e tutta la sua conversazione se n’era scandolezzata perché mai più s’immaginavano che la vecchia bigotta, la badessa emerita di Santa Teresa plaudisse di gran cuore ad una papa che tirava più al politico che al sacerdotale; almeno così credevano allora. Ma ignoravano forse il perché la Clara si era fatta bigotta e monaca, e a quali condizioni s’era obbligata verso Domeneddio all’osservanza dei voti. Io non lo sapeva ancora di sicuro; ma da qualche mezza parola credeva già di poterlo indovinare. Intano in mezzo a questi torbidi il danaro si faceva più raro che mai; e fu allora che il conte Rinaldo mandò un ordine urgente al suo castaldo di Fratta che gli si spedisse qualche soldo ad ogni costo; e il povero contadino si tolse d’impiccio vendendo i materiali che rimanevano del castello e anticipandone al padrone il prezzo. Il Conte con quella sommetta voleva aiutare la fondazione d’un giornale patriottico in non so qual città di terraferma; e così anche allora il danaro gli scappò dalle dita, e Clara rimase senza caffè, ed egli con poco pane: ma l’una pregando, l’altro leggendo e fantasticando si difendevano valorosamente contro la fame. Qualche volta io ebbi la cristiana previdenza d’invitarlo a pranzo, ma era tanto svagato che benché sovente avesse nello stomaco l’appetito vecchio d’un paio di giorni, si smemorava dell’ora del pranzo e non veniva che alle frutta. Peraltro rimesse che furono in movimento le mascelle mostravano assai buona memoria del digiuno e una discreta previdenza di non volerlo patire per un buon pezzettino di futuro. Questo era il poco bene che poteva operare a vantaggio de’ miei cugini, dei fratelli della Pisana; del resto non aveva il coraggio di esibirmi conoscendo la loro permalosa delicatezza; ed anche qualche libbra di caffè di cui
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
gnia, cascando dalla padella nelle bragie, cioè dal vizio nell’impostura. I giovani coi quali costumo son quelli che consentono meglio colle mie idee; e se hanno i loro difetti non posso avermene a male. Quanto poi a farmi soggezione delle ciarle della gente, non sono così sciocco. La mia coscienza mi dirà sempre ch’io la penso più dirittamente di loro, e il mio buonsenso riformerà le sentenze appellabilissime dell’altrui ignoranza.» Capii che a predicare tutta una quaresima non ci avrei cavato alcun frutto; e lasciai che se n’andasse, sperando e temendo insieme che l’esperienza avrebbe fatto quello che indarno io aveva tentato. Ma cominciava a dubitare che la mia trascuranza e la soverchia deferenza all’Aquilina dovessero essere gravemente punite, e che i figliuoli preparassero i più fieri dolori della mia vecchiaia. Infatti non era solamente Giulio che mi dava da pensare; anche la Pisana cominciava a sgarrare sul serio, ed io m’accorgeva troppo tardi di aver perduto sopra di essi ogni paterna autorità. Quella ragazza, ve lo dissi, era la più furba ed entrante che avessi mai conosciuto; ma mi confidava che l’esempio di sua madre e la scrupolosa religione nella quale la educava l’avrebbero preservata dai maggiori pericoli. Intanto andava tenendola d’occhio alla lontana, e non mi pareva che traesse molto buon frutto dalle sue devozioni. Era umile ed affettuosa con sua madre, con me del pari serbava un contegno modesto e discreto, e quando si trovava  in  mezzo  alla  gente  in  nostra  compagnia  pareva  addirittura  una santoccia. Ma coi servi colle cameriere si mostrava dura ed altera; e a sbalzi poi l’udiva scherzare e ridacchiare insieme ad essi con modi tali che dissomigliavano da quelli tenuti in nostra presenza. Così se sua madre voltava l’occhio quando si trovavano in qualche brigata, subito mandava via occhiate di fuoco a destra e a sinistra, e m’accorgeva che non si sbagliava nel cernere i bei giovani dai brutti. Arrossiva anche talora e si storceva sulla seggiola in modo che dimostrava la malizia maggiore della santità. Insomma io non era quieto per nulla sul suo conto, e quando l’Aquilina, pur consentendo che Giulio dava un po’ nello scapato, si consolava della sua buona fortuna e ringraziava il cielo di averci compensato a mille doppio in quella eccellente figliuola, io non poteva stare che non torcessi un po’ il grugno. «Come? Che avresti a ribattere?» saltava su mia moglie con una voce aspra e convulsa che le serviva costantemente nei suoi colloqui col marito. «Eh, nulla!» diceva io fregandomi il mento. «Nulla, nulla!... Credi che io non capisca i tuoi attucci da censore malcontento?... Ma via mo, sentiamo che avresti ad osservare sul conto della Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
ma di abbandonar il buon dottore e la sua famigliuola. La compagnia d’un giovane può esser loro di grande aiuto e beato me se potessi accelerare d’un giorno solo l’avveramento delle sue speranze! Rimasi dunque, fermo di partecipare alla sua sorte ed al ritorno. Il Brasile è uno Stato nuovo ed ordinato. L’ingegnere non disperava di procurare al dottor Ciampoli un posto assai lucroso; ma ci voleva tempo. Aspettammo dunque; e al dottore si provvide intanto con un discreto impiego nell’ufficio delle Statistiche Imperiali, mentre io esponendo i miei titoli di capitano ottenni un grado di maggiore nella fanteria di confine. Nell’esercito trovai viva la memoria d’un altro amico di mio padre, del maresciallo Alessandro Giorgi, che partì due anni fa per Venezia al primo annunzio della rivoluzione, e lo dicono morto colà di ferite. Se deggio credere a quanto mi si narra, fu uomo veramente straordinario: non di sublime ingegno ma di quella virtù tenace confidente incrollabile che bene spesso tien vece anco d’ingegno. Egli solo, in poco tempo, con ottocento uomini di truppa regolare ridusse a soggezione, ordinò, e stabilì uniformità di leggi e d’imposte in quell’immensa provincia centrale di Mato-Grosso che vince la Francia in grandezza. A udir minutamente tutte le imprese da lui condotte a termine in trent’anni su quei confini ignorati della civiltà, c’è da credere che non sia passata ancora l’età dei portenti. Se sapessi di prosodia vorrei far vedere che i poemi non sono rancidumi; e si può benissimo scriverne finché cotali eroi ne porgono materia. L’Imperatore gli avea donato la duchea di Rio-Vedras; ma egli abbandonò tutto per volare a Venezia. Così vorrei vivere, così morire anch’io. Né pretendo diventar duca; mi basterebbe che fossi annoverato fra i benemeriti della civiltà. Ora si ha la speranza che il dottor Ciampoli possa esser mandato come sopraintendente delle miniere in quella stessa provincia che fu campo di tanta gloria al maresciallo Giorgi. Io lo seguirei con una scorta di bersaglieri a piedi ed a cavallo. Ma questo non avverrà che nell’autunno.»
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
17 Da voi domando in guiderdon di questo, che su la fede vostra mi giuriate che né in detto né in opera molesto mai più sarete alla mia castitate. Così dicendo, Rodomonte onesto fe’ ritornar; ch’in tanta voluntate venne ch’inviolabil si facesse, che più ch’ella non disse, le promesse: 18 e servaralle fin che vegga fatto de la mirabil acqua esperienzia; e sforzerasse intanto a non fare atto, a non far segno alcun di violenzia. Ma pensa poi di non tenere il patto, perché non ha timor né riverenzia di Dio o di santi; e nel mancar di fede tutta a lui la bugiarda Africa cede. 19 Ad Issabella il re d’Algier scongiuri di non la molestar fe’ più di mille, pur ch’essa lavorar l’acqua procuri, che far lo può qual fu già Cigno e Achille. Ella per balze e per valloni oscuri da le città lontana e da le ville ricoglie di molte erbe; e il Saracino non l’abandona, e l’è sempre vicino. 20 Poi ch’in più parti quant’era a bastanza colson de l’erbe e con radici e senza, tardi si ritornaro alla lor stanza; dove quel paragon di continenza tutta la notte spende, che l’avanza, a bollir erbe con molta avertenza: e a tutta l’opra e a tutti quei misteri si trova ognor presente il re d’Algieri.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
25 Bagnossi, come disse, e lieta porse all’incauto pagano il collo ignudo, incauto, e vinto anco dal vino forse, incontra a cui non vale elmo né scudo. Quel uom bestial le prestò fede, e scórse sì con la mano e sì col ferro crudo, che del bel capo, già d’Amore albergo, fe’ tronco rimanere il petto e il tergo. 26 Quel fe’ tre balzi; e funne udita chiara voce, ch’uscendo nominò Zerbino, per cui seguire ella trovò sì rara via di fuggir di man del Saracino. Alma, ch’avesti più la fede cara, e ’l nome quasi ignoto e peregrino al tempo nostro, de la castitade, che la tua vita e la tua verde etade, 27 vattene in pace, alma beata e bella! Così i miei versi avesson forza, come ben m’affaticherei con tutta quella arte che tanto il parlar orna e còme, perché mille e mill’anni e più, novella sentisse il mondo del tuo chiaro nome. Vattene in pace alla superna sede, e lascia all’altre esempio di tua fede. 28 All’atto incomparabile e stupendo, dal cielo il Creator giù gli occhi volse, e disse: — Più di quella ti commendo, la cui morte a Tarquinio il regno tolse; e per questo una legge fare intendo tra quelle mie, che mai tempo non sciolse, la qual per le inviolabil’acque giuro che non muterà seculo futuro.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
37 — Misera! a chi mai più creder debb’io? Vo’ dir ch’ognuno è perfido e crudele, se perfido e crudel sei, Ruggier mio, che sì pietoso tenni e sì fedele. Qual crudeltà, qual tradimento rio unqua s’udì per tragiche querele, che non trovi minor, se pensar mai al mio merto e al tuo debito vorai? 38 Perché, Ruggier, come di te non vive cavallier di più ardir, di più bellezza, né che a gran pezzo al tuo valore arrive, né a’ tuoi costumi, né a tua gentilezza; perché non fai che fra tue illustri e dive virtù, si dica ancor ch’abbi fermezza? si dica ch’abbi inviolabil fede? a chi ogn’altra virtù s’inchina e cede. 39 Non sai che non compar, se non v’è quella, alcun valore, alcun nobil costume? come né cosa (e sia quanto vuol bella) si può vedere ove non splenda lume. Facil ti fu ingannare una donzella di cui tu signore eri, idolo e nume, a cui potevi far con tue parole creder che fosse oscuro e freddo il sole. 40 Crudel, di che peccato a doler t’hai, se d’uccider chi t’ama non ti penti? Se ’l mancar di tua fé sì leggier fai, di ch’altro peso il cor gravar ti senti? Come tratti il nimico, se tu dai a me, che t’amo sì, questi tormenti? Ben dirò che giustizia in ciel non sia, s’a veder tardo la vendetta mia.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
37 A queste or vien la donna, ed: — Omai sète dal fin del corso — lor dicea — non lunge. L’isole di Fortuna ora vedete, di cui gran fama a voi ma incerta giunge. Ben son elle feconde e vaghe e liete, ma pur molto di falso al ver s’aggiunge. — Così parlando, assai presso si fece a quella che la prima è de le diece. 38 Carlo incomincia allor: — Se ciò concede, donna, quell’alta impresa ove ci guidi, lasciami omai por ne la terra il piede e veder questi inconosciuti lidi, veder le genti e ’l culto di lor fede e tutto quello ond’uom saggio m’invìdi, quando mi gioverà narrar altrui le novità vedute e dir: Io fui! — 39 Gli rispose colei: — Ben degna in vero la domanda è di te, ma che poss’io, s’egli osta inviolabile e severo il decreto de’ Cieli al bel desio? ch’ancor vòlto non è lo spazio intero ch’al grande scoprimento ha fisso Dio né lece a voi da l’ocean profondo recar vera notizia al vostro mondo. 40 A voi per grazia e sovra l’arte e l’uso de’ naviganti ir per quest’acque è dato, e scender là dove è il guerrier rinchiuso e ridurlo del mondo a l’altro lato. Tanto vi basti, e l’aspirar più suso superbir fòra e calcitrar co ’l fato. — Qui tacque, e già parea più bassa farsi l’isola prima e la seconda alzarsi.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
sa. – Dunque? rispose il signore T*** – Jacopo non fiatò. Alzò gli occhi al cielo, e dopo molta ora: O Teresa, esclamò, sarai a ogni modo infelice! – O amico mio, gli soggiunse allora amorevolmente il signore T***, e per chi mai cominciò ad essere misera se non per voi? Erasi già per amor mio rassegnata al suo stato; e sola poteva rappacificare una volta i suoi poveri genitori. Vi ha amato; e voi che pure l’amate con sì altera generosità, voi pur le rapite uno sposo, e manterrete discorde una casa ove foste, e siete, e sarete sempre accolto come figliuolo. Arrendetevi; allontanatevi per alcuni mesi. Forse avreste trovato in altri un padre severo: ma io! – sono stato anch’io sventurato; ho provato le passioni, pur troppo! e ne provo – e ho imparato a compiangerle, perchè sento io pure il bisogno d’essere compatito. Bensì da voi solo all’età mia quasi canuta ho imparato come alle volte si stima l’uomo che ci danneggia, massime se è dotato di tale carattere da far parere generosi e tremendi gli affetti che in altri pajono colpevoli insieme e risibili. Nè io vel dissimulo: voi, dal dì che primamente vi ho conosciuto, avete assunto tale inesplicabile predominio sopra di me, da costringermi a temervi insieme ed amarvi: e spesso andava noverando i minuti per impazienza di rivedervi, e nel tempo stesso io sentivami preso d’un tremito subitaneo e secreto allorchè i miei servi mi davano avviso che voi salivate le scale. Or voi abbiate pietà di me, e della vostra gioventù, e della fama di Teresa. La sua beltà e la sua salute vanno languendo; le sue viscere si struggono nel silenzio, e per voi. Io vi scongiuro in nome di Teresa, partite; sacrificate la vostra passione alla sua quiete; e non vogliate ch’io sia l’amico insieme e il marito e il padre più misero che sia mai nato. – Jacopo parea intenerito: non però mutò aspetto, nè gli cadde lagrima dagli occhi, nè rispose parola; benchè il signore T*** a mezzo il discorso si rattenesse a stento dal piangere: e restò a canto al letto di Jacopo sino a notte tardissima: ma nè l’uno nè l’altro aprirono più bocca se non quando si dissero addio. – La malattia del giovine aggravò; e ne’ giorni seguenti fu sovrappreso da febbre pericolosa. Frattanto io sgomentato e dalle lettere recenti di Jacopo, e da quelle del padre di Teresa, studiava ogni via per accelerare la partenza dell’amico mio, come solo rimedio alla sua violenta passione. Nè ebbi cuore di rivelarla a sua madre, la quale aveva già avuto molte altre dolorosissime prove dell’indole sua capace d’eccessi; e le dissi soltanto, ch’era un po’ malato, e che il mutar aria gli avrebbe certamente giovato. In quel tempo stesso incominciavano a inferocire in Venezia le persecuzioni. Non v’erano leggi; ma tribunali arbitrarj; non accusatori, non difensori; Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 61 � Ugo Foscolo   Le ultime lettere di Iacopo Ortis   Parte prima bensì spie di pensieri, delitti nuovi, ignoti a chi n’era punito, e pene subite, inappellabili. I più sospettati gemevano carcerati; gli altri, benchè d’antica e specchiata fama, erano tolti di notte alle proprie case, manomessi dagli sgherri, strascinati a’ confini e abbandonati alla ventura, senza l’addio de’ congiunti, e destituti d’ogni umano soccorso. Per alcuni pochi l’esilio scevro da questi modi violenti ed infami fu somma clemenza. Ed io pure tardo, e non ultimo e tacito martire, vo da più mesi profugo per l’Italia volgendo senza nessuna speranza gli occhi lagrimosi alle sponde della mia patria. Onde io allora, adombrato anche per la libertà di Jacopo, persuasi sua madre, quantunque desolatissima, a raccomandargli che sino a tempi migliori cercasse rifuggio in altro paese; tanto più che quando s’era partito di Padova, si scusò allegando gli stessi pericoli. Fu fidata la lettera a un servo il quale giunse a’ colli Euganei la sera de’ 15 Luglio, e trovò Jacopo ancora a letto, sebbene migliorato d’assai. Gli sedeva vicino il padre di Teresa. Lesse la lettera sommessamente, e la posò sul guanciale; poco dopo la rilesse, e parve commosso; ma non ne parlò. Il dì 19 s’alzò da letto. In quel giorno stesso sua madre gli riscrisse inviandogli danaro, due cambiali, e parecchie commendatizie, e scongiurandolo per le viscere di Dio che partisse. Assai prima di sera andò da Teresa; e non trovò che l’Isabellina la quale tutta intenerita contò ch’ei s’assise muto, si rizzò, la baciò, e se ne andò. Tornò dopo un’ora, e salendo per le scale la incontrò nuovamente, e se la strinse al petto, la baciò più volte, e la bagnò di lagrime. Si pose a scrivere, mutò varii fogli, e li stracciò poi tutti. Si aggirò pensieroso per l’orto. Un servo passandovi su l’imbrunire, lo vide sdrajato: ripassando, lo trovò ritto presso al rastrello in atto d’uscire, e col capo rivolto attentissimo verso la casa ch’era battuta dalla Luna. Tornatosi a casa, rimandò il messo rispondendo a sua madre, che domani su l’alba partiva. Fece ordinare i cavalli alla posta più vicina. Innanzi di coricarsi, scrisse la lettera seguente per Teresa, e la consegnò all’ortolano. All’alba partì. Ore 9. Perdonami, Teresa; io ho funestato la tua giovinezza, e la quiete della tua casa; ma fuggirò. Nè io mi credeva dotato di tanta costanza. Posso lasciarti, e non morir di dolore; e non è poco: usiamo dunque di questo momento finchè il cuore mi regge, e la ragione non mi abbandona affatto. Pur la mia mente è sepolta nel solo pensiero di amarti sempre e di piangerti. Ma sarà obbligo mio di non più scriverti, nè di mai più rivederti se non se quan-
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
tali, e vedrete ogni giorno un quarto della popolazione che svegliandosi su la paglia non sa come placare le supreme necessità della vita. Conosco che non si può rimutare la società; e che l’inedia, le colpe, e i supplizj sono anch’essi elementi dell’ordine e della prosperità universale; però si crede che il mondo non possa reggersi senza giudici nè senza patiboli; ed io lo credo poichè tutti lo credono. Ma io? non sarò giudice mai. In questa gran valle dove l’umana specie nasce, vive, muore, si riproduce, s’affanna, e poi torna a morire, senza saper come nè perchè, io non distinguo che fortunati e sfortunati. E se incontro un infelice, compiango la nostra sorte; e verso quanto balsamo posso su le piaghe dell’uomo: ma lascio i suoi meriti e le sue colpe su la bilancia di Dio. Ventimiglia, 19 e 20 Febbraro. Tu sei disperatamente infelice; tu vivi fra le agonie della morte, e non hai la sua tranquillità: ma tu dèi tollerarle per gli altri. – Così la Filosofia domanda agli uomini un eroismo da cui la Natura rifugge. Chi odia la propria vita può egli amare il minimo bene che è incerto di recare alla Società e sacrificare a questa lusinga molti anni di pianto? e come potrà sperare per gli altri colui che non ha desiderj, nè speranze per sè; e che abbandonato da tutto, abbandona se stesso? – Non sei misero tu solo. – Pur troppo! ma questa consolazione non è anzi argomento dell’invidia secreta che ogni uomo cova dell’altrui prosperità? La miseria degli altri non iscema la mia. Chi è tanto generoso da addossarsi le mie infermità? e chi anco volendo, il potrebbe? avrebbe forse più coraggio da comportarle; ma cos’è il coraggio voto di forza? Non è vile quell’uomo che è travolto dal corso irresistibile di una fiumana; bensì chi ha forze da salvarsi e non le adopra. Ora dov’è il sapiente che possa costituirsi giudice delle nostre intime forze? chi può dare norma agli effetti delle passioni nelle varie tempre degli uomini e delle incalcolabili circostanze onde decidere: Questi è un vile, perchè soggiace; quegli che sopporta, è un eroe? mentre l’amore della vita è così imperioso che più battaglia avrà fatto il primo per non cedere, che il secondo per sopportare. Ma i debiti i quali tu hai verso la Società? – Debiti? forse perchè mi ha tratto dal libero grembo della Natura, quand’io non aveva nè la ragione, nè l’arbitrio di acconsentirvi, nè la forza di oppormivi, e mi educò fra’ suoi bisogni e fra’ suoi pregiudizj? – Lorenzo, perdona s’io calco troppo su questo discorso tanto da noi disputato. Non voglio smoverti dalla tua opinione sì
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
sangue, ad ogni minimo cenno del tiranno. Si accorda, in ragione del numero dei loro soldati, un diverso grado di considerazione ai diversi tiranni. E siccome non possono essi diminuire i satelliti loro senza che scemi l’opinione che si ha della loro potenza; e siccome una persona abborrita, ove ella mai cessi di essere temuta, apertamente si dileggia da prima, e tosto poscia si  spegne;  egli  è  da  credersi,  che  i  tiranni  non  aspetteranno  mai  questo manifesto  disprezzo  precursore  infallibile  della  loro  intera  rovina,  e  che sempre dissangueranno il popolo per mantenere coi molti soldati sè stessi. I tiranni, padroni pur anche per alcun tempo dell’opinione, hanno tentato di persuadere in Europa, ed hanno effettivamente persuaso ai più stupidi fra i loro sudditi, così plebei come nobili, che ella sia onorevole cosa la loro milizia.  E  col  portarne  essi  stessi  la  livrea,  coll’impostura  di  passare  essi stessi per tutti i gradi di quella, coll’accordarle molte prerogative insultanti ed ingiuste sopra tutte le altre classi dello stato, e massime sopra i magistrati tutti, hanno con ciò offuscato gl’intelletti, ed invogliato gli stoltissimi sudditi di questo mestiere esecrabile. Ma una sola osservazione basta a distruggere questa loro scurrile impostura. O tu reputi i soldati come gli esecutori della tirannica volontà al di dentro; e allora può ella mai parerti onorevol cosa lo esercitare contra il padre, i fratelli, i congiunti, e gli amici, una forza illimitata ed ingiusta? O tu li reputi come i difensori della patria; cioè di quel luogo dove per tua sventura sei nato; dove per forza rimani; dove non hai nè libertà, nè sicurezza, nè proprietà nessuna inviolabile; e allora, onorevol cosa ti può ella parere il difendere codesto tuo sì fatto paese, e il tiranno che continuamente lo distrugge ed opprime quanto e assai più, che nol farebbe il nemico? e l’impedire in somma un altro tiranno di liberarti dal tuo? Che ti può egli togliere oramai quel secondo, che non ti sia stato già tolto dal primo? Anzi, potrà il nuovo tiranno, per necessaria accortezza, trattarti da principio molto più umanamente che il vecchio. Conchiudo adunque; Che, non si potendo dir patria là dove non ci è libertà e sicurezza, il portar l’armi dove non ci è patria riesce pur sempre il più infame di tutti i mestieri: poichè altro non è, se non vendere a vilissimo prezzo la propria volontà, e gli amici, e i parenti, e il proprio interesse, e la vita, e l’onore, per una causa obbrobriosa ed ingiusta.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri