ironia

[i-ro-nì-a]
In sintesi
irrisione, distacco superiore; ridicolizzare; sarcasmo
← dal lat. ironīa(m), che è dal gr. eirōnéia ‘dissimulazione, finzione’.
1
Dissimulazione del proprio pensiero mediante parole che abbiano significato opposto o diverso rispetto a esso, con intento generalmente derisorio: parlava con i. sottile || RET Figura retorica nella quale le parole esprimono significati opposti al pensiero che s'intende comunicare; per es.: ma bravo!, con tono di rimprovero; un vero signore, quello là!, sottolineando la sua villania
2
estens. Derisione, scherno: aveva uno sguardo pieno di i. || Umorismo sottile e pungente; sarcasmo: la tua i. è fuori luogo || Ironia della sorte, del destino, evento, situazione che sembra esprimere una maligna e perversa volontà, da parte del fato, di prendersi gioco degli esseri umani e in part. delle loro sofferenze || Ironia tragica, nella tragedia greca, il rivelarsi della catastrofe imminente attraverso le parole di un personaggio inconsapevole
3
FILOS Svalutazione del proprio sapere con finalità maieutiche || Ironia socratica, momento del metodo speculativo di Socrate che, dichiarandosi ignorante, rivelava la presunzione dei suoi interlocutori, liberandoli dai pregiudizi
4
LETTER Atteggiamento di lucido distacco rispetto alla realtà percepita o rappresentata, spec. da parte di uno scrittore: l'i. dell'Ariosto, del Manzoni

Citazioni
guardi di contravvenire in parte alcuna alla grida presente, perché, in luogo di provare la clemenza di Sua Eccellenza, proverà il rigore, e l’ira sua... essendo risoluta e determinata che questa sia l’ultima e perentoria monizione. Non fu però di questo parere l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Pietro Enriquez de Acevedo, Conte di Fuentes, Capitano, e Governatore dello Stato di Milano; non fu di questo parere, e per buone ragioni. Pienamente informato della miseria in che vive questa Città e Stato per cagione del gran numero di bravi che in esso abbonda... e risoluto di totalmente estirpare seme tanto pernizioso, dà fuori, il 5 decembre 1600, una nuova grida piena anch’essa di severissime comminazioni, con fermo proponimento che con ogni rigore, e senza speranza di remissione, siano onninamente eseguite. Convien credere però che non ci si mettesse con tutta quella buona voglia che sapeva impiegare nell’ordir cabale, e nel suscitar nemici al suo gran nemico Enrico IV; giacché, per questa parte, la storia attesta come riuscisse ad armare contro quel re il duca di Savoia, a cui fece perder più d’una città; come riuscisse a far congiurare il duca di Biron, a cui fece perder la testa; ma, per ciò che riguarda quel seme tanto pernizioso de’ bravi, certo è che esso continuava a germogliare, il 22 settembre dell’anno 1612. In quel giorno l’Illustrissimo  ed  Eccellentissimo  Signore,  il  Signor  Don  Giovanni  de Mendozza, Marchese de la Hynojosa, Gentiluomo etc. Governatore etc., pensò seriamente ad estirparlo. A quest’effetto, spedì a Pandolfo e Marco Tullio Malatesti, stampatori regii camerali, la solita grida, corretta ed accresciuta, perché la stampassero ad esterminio de’ bravi. Ma questi vissero ancora per ricevere, il 24 decembre dell’anno 1618, gli stessi e più forti colpi dall’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor don Gomez Suarez de Figueroa, Duca di Feria, etc. Governatore etc. Però non essendo essi morti neppur di quelli, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Gonzalo Fernandez di Cordova, sotto il cui governo accadde la passeggiata di don Abbondio, s’era trovato costretto a ricorreggere e ripubblicare la solita grida contro i bravi, il giorno 5 ottobre del 1627, cioè un anno, un mese e due giorni prima di quel memorabile avvenimento. Né fu questa l’ultima pubblicazione; ma noi delle posteriori non crediamo dover far menzione, come di cosa che esce dal periodo della nostra storia. Ne accenneremo soltanto una del 13 febbraio dell’anno 1632, nella quale l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore,  el Duque de Feria, per la
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Birba chi manca.” “Ma bisogna trovare un altro testimonio.” “L’ho trovato. Quel sempliciotto di mio fratel Gervaso farà quello che gli dirò io. Tu gli pagherai da bere?” “E da mangiare,” rispose Renzo. “Lo condurremo qui a stare allegro con noi. Ma saprà fare?” “Gl’insegnerò io: tu sai bene ch’io ho avuta anche la sua parte di cervello.” “Domani...” “Bene.” “Verso sera...” “Benone.” “Ma!...” disse Renzo, mettendo di nuovo il dito alla bocca. “Poh!...” rispose Tonio, piegando il capo sulla spalla destra, e alzando la mano sinistra, con un viso che diceva: mi fai torto. “Ma, se tua moglie ti domanda, come ti domanderà, senza dubbio...” “Di bugie, sono in debito io con mia moglie, e tanto tanto, che non so se arriverò mai a saldare il conto. Qualche pastocchia la troverò, da metterle il cuore in pace.” “Domattina,” disse Renzo, “discorreremo con più comodo, per intenderci bene su tutto.” Con questo, uscirono dall’osteria, Tonio avviandosi a casa, e studiando la fandonia che racconterebbe alle donne, e Renzo a render conto de’ concerti presi. In questo tempo, Agnese s’era affaticata invano a persuader la figliuola. Questa andava opponendo a ogni ragione, or l’una, or l’altra parte del suo dilemma: o la cosa è cattiva, e non bisogna farla; o non è, e perché non dirla al padre Cristoforo? Renzo arrivò tutto trionfante, fece il suo rapporto, e terminò con un ahn? interiezione che significa: sono o non sono un uomo io? si poteva trovar di meglio? vi sarebbe venuta in mente? e cento cose simili. Lucia tentennava mollemente il capo; ma i due infervorati le badavan poco, come si suol fare con un fanciullo, al quale non si spera di far intendere tutta la ragione d’una cosa, e che s’indurrà poi, con le preghiere e con l’autorità, a ciò che si vuol da lui. “Va bene,” disse Agnese: “va bene; ma... non avete pensato a tutto.”
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
tratto: talvolta comparisce grande l’ostacolo a cui s’era appena badato; l’immaginazione dà indietro sgomentata; le membra par che ricusino d’ubbidire; e il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza. Al picchiare sommesso di Renzo, Lucia fu assalita da tanto terrore, che risolvette, in quel momento, di soffrire ogni cosa, di star sempre divisa da lui, piuttosto ch’eseguire quella risoluzione; ma quando si fu fatto vedere, ed ebbe detto: “son qui, andiamo”; quando tutti si mostraron pronti ad avviarsi, senza esitazione, come a cosa stabilita, irrevocabile; Lucia non ebbe tempo né forza di far difficoltà, e, come strascinata, prese tremando un braccio della madre, un braccio del promesso sposo, e si mosse con la brigata avventuriera. Zitti zitti, nelle tenebre, a passo misurato, usciron dalla casetta, e preser la strada fuori del paese. La più corta sarebbe stata d’attraversarlo: chè s’andava diritto alla casa di don Abbondio; ma scelsero quella, per non esser visti. Per viottole, tra gli orti e i campi, arrivaron vicino a quella casa, e lì si divisero. I due promessi rimaser nascosti dietro l’angolo di essa; Agnese con loro, ma  un  po’  più  innanzi,  per  accorrere  in  tempo  a  fermar  Perpetua,  e  a impadronirsene; Tonio, con lo scempiato di Gervaso, che non sapeva far nulla da sé, e senza il quale non si poteva far nulla, s’affacciaron bravamente alla porta, e picchiarono. “Chi è, a quest’ora?” gridò una voce dalla finestra, che s’aprì in quel momento: era la voce di Perpetua. “Ammalati non ce n’è, ch’io sappia. È forse accaduta qualche disgrazia?” “Son io,” rispose  Tonio, “con mio fratello, che abbiam bisogno di parlare al signor curato.” “È ora da cristiani questa?” disse bruscamente Perpetua. “Che discrezione? Tornate domani.” “Sentite: tornerò o non tornerò: ho riscosso non so che danari, e venivo a saldar quel debituccio che sapete: aveva qui venticinque belle berlinghe nuove; ma se non si può, pazienza: questi, so come spenderli, e tornerò quando n’abbia messi insieme degli altri.” “Aspettate, aspettate: vo e torno. Ma perché venire a quest’ora?” “Gli ho ricevuti, anch’io, poco fa; e ho pensato, come vi dico, che, se li tengo a dormir con me, non so di che parere sarò domattina. Però, se l’ora non vi piace, non so che dire: per me, son qui; e se non mi volete, me ne vo.” “No, no, aspettate un momento: torno con la risposta.” Così dicendo, richiuse la finestra. A questo punto, Agnese si staccò dai
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
tano, ritte e vestite: i bravi in un luogo, Agnese e Perpetua in un altro. Diremo prima brevemente ciò che facesser coloro, dal momento in cui gli abbiamo lasciati, parte nel casolare e parte all’osteria. Questi tre, quando videro tutti gli usci chiusi e la strada deserta, uscirono in fretta, come se si fossero avvisti d’aver fatto tardi, e dicendo di voler andar subito a casa; diedero una giravolta per il paese, per venire in chiaro se tutti eran ritirati; e in fatti, non incontrarono anima vivente, né sentirono il più piccolo strepito. Passarono anche, pian piano, davanti alla nostra povera casetta: la più quieta di tutte, giacché non c’era più nessuno. Andarono allora diviato al casolare, e fecero la loro relazione al signor Griso. Subito, questo si mise in testa un cappellaccio, sulle spalle un sanrocchino di tela incerata, sparso di conchiglie; prese un bordone da pellegrino, disse: “andiamo da bravi: zitti, e attenti agli ordini”, s’incamminò il primo, gli altri dietro; e, in un momento, arrivarono alla casetta, per una strada opposta a quella per cui se n’era allontanata la nostra brigatella, andando anch’essa alla sua spedizione. Il Griso trattenne la truppa, alcuni passi lontano, andò innanzi solo ad esplorare, e, visto tutto deserto e tranquillo di fuori, fece venire avanti due di quei tristi, diede loro ordine di scalar adagino il muro che chiudeva il cortiletto, e, calati dentro, nascondersi in un angolo, dietro un folto fico, sul quale aveva messo l’occhio, la mattina. Ciò fatto, picchiò pian piano, con intenzione di dirsi un pellegrino smarrito, che chiedeva ricovero, fino a giorno. Nessun risponde: ripicchia un po’ più forte; nemmeno uno zitto. Allora, va a chiamare un terzo malandrino, lo fa scendere nel cortiletto, come gli altri due, con l’ordine di sconficcare adagio il paletto, per aver libero l’ingresso e la ritirata. Tutto s’eseguisce con gran cautela, e con prospero successo. Va a chiamar gli altri, li fa entrar con sé, li manda a nascondersi accanto ai primi; accosta adagio adagio l’uscio di strada, vi posta due sentinelle di dentro; e va diritto all’uscio del terreno. Picchia anche lì, e aspetta: e’ poteva ben aspettare. Sconficca pian pianissimo anche quell’uscio: nessuno di dentro dice: chi va là? ; nessuno si fa sentire: meglio non può andare. Avanti dunque: “st”, chiama quei del fico, entra con loro nella stanza terrena, dove, la mattina, aveva scelleratamente accattato quel pezzo di pane. Cava fuori esca, pietra, acciarino e zolfanelli, accende un suo lanternino, entra nell’altra stanza più interna, per accertarsi che nessun ci sia: non c’è nessuno. Torna indietro, va all’uscio di scala, guarda, porge l’orecchio: solitudine e silenzio. Lascia due altre sentinelle a terreno, si fa venir dietro il Grignapoco, ch’era un bravo del contado di Bergamo, il quale solo
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Abbondio, la quale però non vedevano, per ragione di quella cantonata: e Perpetua, trovandosi a un punto importante del racconto, s’era lasciata fermare senza far resistenza, anzi senza avvedersene; quando, tutt’a un tratto, si sentì venir rimbombando dall’alto, nel vano immoto dell’aria, per l’ampio silenzio della notte, quel primo sgangherato grido di don Abbondio: “aiuto! aiuto!” “Misericordia! cos’è stato?” gridò Perpetua, e volle correre. “Cosa c’è? cosa c’è?” disse Agnese, tenendola per la sottana. “Misericordia! non avete sentito?” replicò quella, svincolandosi. “Cosa c’è? cosa c’è?” ripeté Agnese, afferrandola per un braccio. “Diavolo d’una donna!” esclamò Perpetua, rispingendola, per mettersi in libertà; e prese la rincorsa. Quando, più lontano, più acuto, più istantaneo, si sente l’urlo di Menico. “Misericordia!” grida anche Agnese; e di galoppo dietro l’altra. Avevan quasi appena alzati i calcagni, quando scoccò la campana: un tocco, e due, e tre, e seguita: sarebbero stati sproni, se quelle ne avessero avuto bisogno. Perpetua arriva, un momento prima dell’altra; mentre vuole spinger l’uscio, l’uscio si spalanca di dentro, e sulla soglia compariscono Tonio, Gervaso, Renzo, Lucia, che, trovata la scala, eran venuti giù saltelloni; e, sentendo poi quel terribile scampanìo, correvano in furia, a mettersi in salvo. “Cosa c’è? cosa c’è?” domandò Perpetua ansante ai fratelli, che le risposero con un urtone, e scantonarono. “E voi! come! che fate qui voi?” domandò poscia all’altra coppia, quando l’ebbe raffigurata. Ma quelli pure usciron senza rispondere. Perpetua, per accorrere dove il bisogno era maggiore, non domandò altro, entrò in fretta nell’andito, e corse, come poteva al buio, verso la scala. I due sposi rimasti promessi si trovarono in faccia Agnese, che arrivava tutt’affannata. “Ah siete qui!” disse questa, cavando fuori la parola a stento: “com’è andata? cos’è la campana? mi par d’aver sentito...” “A casa, a casa,” diceva Renzo, “prima che venga gente.” E s’avviavano; ma arriva Menico di corsa, li riconosce, li ferma, e, ancor tutto tremante, con voce mezza fioca, dice: “dove andate? indietro, indietro! per di qua, al convento!” “Sei tu che...?” cominciava Agnese. “Cosa c’è d’altro?” domandava Renzo. Lucia, tutta smarrita, taceva e tremava.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
che, alzando la voce, proposero d’inseguire i rapitori: che era un’infamità; e sarebbe una vergogna per il paese, se ogni birbone potesse a man salva venire a portar via le donne, come il nibbio i pulcini da un’aia deserta. Nuova consulta e più tumultuosa; ma uno (e non si seppe mai bene chi fosse stato) gettò nella brigata una voce, che Agnese e Lucia s’eran messe in salvo in una casa. La voce corse rapidamente, ottenne credenza; non si parlò più di dar la caccia ai fuggitivi; e la brigata si sparpagliò, andando ognuno a casa sua. Era un bisbiglio, uno strepito, un picchiare e un aprir d’usci, un apparire e uno sparir di lucerne, un interrogare di donne dalle finestre, un rispondere dalla strada. Tornata questa deserta e silenziosa, i discorsi continuaron nelle case, e moriron negli sbadigli, per ricominciar poi la mattina. Fatti però, non ce ne fu altri; se non che, quella medesima mattina, il console, stando nel suo campo, col mento in una mano, e il gomito appoggiato sul manico della vanga mezza ficcata nel terreno, e con un piede sul vangile; stando, dico, a speculare tra sé sui misteri della notte passata, e sulla ragion composta di ciò che gli toccasse a fare, e di ciò che gli convenisse fare, vide venirsi incontro due uomini d’assai gagliarda presenza, chiomati come due re de’ Franchi della prima razza, e somigliantissimi nel resto a que’ due che cinque giorni prima avevano affrontato don Abbondio, se pur non eran que’ medesimi. Costoro, con un fare ancor men cerimonioso, intimarono al console che guardasse bene di non far deposizione al podestà dell’accaduto, di non rispondere il vero, caso che ne venisse interrogato, di non ciarlare, di non fomentar le ciarle de’ villani, per quanto aveva cara la speranza di morir di malattia. I nostri fuggiaschi camminarono un pezzo di buon trotto, in silenzio, voltandosi, ora l’uno ora l’altro, a guardare se nessuno gl’inseguiva, tutti in affanno per la fatica della fuga, per il batticuore e per la sospensione in cui erano stati, per il dolore della cattiva riuscita, per l’apprensione confusa del nuovo oscuro pericolo. E ancor più in affanno li teneva l’incalzare continuo di que’ rintocchi, i quali, quanto, per l’allontanarsi, venivan più fiochi e ottusi, tanto pareva che prendessero un non so che di più lugubre e sinistro. Finalmente cessarono. I fuggiaschi allora, trovandosi in un campo disabitato, e non sentendo un alito all’intorno, rallentarono il passo; e fu la prima Agnese che, ripreso fiato, ruppe il silenzio, domandando a Renzo com’era andata, domandando a Menico cosa fosse quel diavolo in casa. Renzo raccontò brevemente la sua trista storia; e tutt’e tre si voltarono al fanciullo, il
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
quale riferì più espressamente l’avviso del padre, e raccontò quello ch’egli stesso aveva veduto e rischiato, e che purtroppo confermava l’avviso. Gli ascoltatori compresero più di quel che Menico avesse saputo dire: a quella scoperta, si sentiron rabbrividire; si fermaron tutt’e tre a un tratto, si guardarono in viso l’un con l’altro, spaventati; e subito, con un movimento unanime, tutt’e tre posero una mano, chi sul capo, chi sulle spalle del ragazzo, come per accarezzarlo, per ringraziarlo tacitamente che fosse stato per loro un angelo tutelare, per dimostrargli la compassione che sentivano dell’angoscia da lui sofferta, e del pericolo corso per la loro salvezza; e quasi per chiedergliene scusa. “Ora torna a casa, perché i tuoi non abbiano a star più in pena per te,” gli disse Agnese; e rammentandosi delle due parpagliole promesse, se ne levò quattro di tasca, e gliele diede, aggiungendo: “basta; prega il Signore che ci rivediamo presto: e allora...” Renzo gli diede una berlinga nuova, e gli raccomandò molto di non dir nulla della commissione avuta dal frate; Lucia l’accarezzò di nuovo, lo salutò con voce accorata; il ragazzo li salutò tutti, intenerito; e tornò indietro. Quelli ripresero la loro strada, tutti pensierosi; le donne innanzi, e Renzo dietro, come per guardia. Lucia stava stretta al braccio della madre, e scansava dolcemente, e con destrezza, l’aiuto che il giovine le offriva ne’ passi malagevoli di quel viaggio fuor di strada; vergognosa in sé, anche in un tale turbamento, d’esser già stata tanto sola con lui, e tanto famigliarmente, quando s’aspettava di divenir sua moglie, tra pochi momenti. Ora, svanito così dolorosamente quel sogno, si pentiva d’essere andata troppo avanti, e, tra tante cagioni di tremare, tremava anche per quel pudore che non nasce dalla trista scienza del male, per quel pudore che ignora sé stesso, somigliante alla paura del fanciullo, che trema nelle tenebre, senza saper di che. “E la casa?” disse a un tratto Agnese. Ma per quanto la domanda fosse importante, nessuno rispose, perché nessuno poteva darle una risposta soddisfacente. Continuarono in silenzio la loro strada, e poco dopo, sboccarono finalmente sulla piazzetta davanti alla chiesa del convento. Renzo s’affacciò alla porta, e la sospinse bel bello. La porta di fatto s’aprì; e la luna, entrando per lo spiraglio, illuminò la faccia pallida, e la barba d’argento del padre Cristoforo, che stava quivi ritto in aspettativa. Visto che non ci mancava nessuno, “Dio sia benedetto!” disse, e fece lor cenno ch’entrassero. Accanto a lui, stava un altro cappuccino; ed era il laico sagrestano, ch’egli, con preghiere e con ragioni, aveva persuaso a vegliar con lui, a lasciar
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
viavano, con quella commozione che non trova parole, e che si manifesta senza di esse, il padre soggiunse, con voce alterata: “il cuor mi dice che ci rivedremo presto”. Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto. Senza aspettar risposta, fra Cristoforo, andò verso la sagrestia; i viaggiatori usciron di chiesa; e fra Fazio chiuse la porta, dando loro un addio, con la voce alterata anche lui. Essi s’avviarono zitti zitti alla riva ch’era stata loro indicata; videro il battello pronto, e data e barattata la parola, c’entrarono. Il barcaiolo, puntando un remo alla proda, se ne staccò; afferrato poi l’altro remo, e vogando a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia opposta. Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l’ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S’udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell’acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que’ due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L’onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata, che s’andava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand’ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d’addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; scese con l’occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all’estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera; e, seduta, com’era, nel fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente. Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volonta-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Agnese mortificata diede a Lucia una occhiata che voleva dire: vedi quel che mi tocca, per esser tu tanto impicciata. Anche il guardiano accennava alla giovine, dandole d’occhio e tentennando il capo, che quello era il momento di sgranchirsi, e di non lasciare in secco la povera mamma. “Reverenda signora,” disse Lucia, “quanto le ha detto mia madre è la pura verità. Il giovine che mi discorreva,” e qui diventò rossa rossa, “lo prendevo io di mia volontà. Mi scusi se parlo da sfacciata, ma è per non lasciar pensar male di mia madre. E in quanto a quel signore (Dio gli perdoni!) vorrei piuttosto morire, che cader nelle sue mani. E se lei fa questa carità di metterci al sicuro, giacché siam ridotte a far questa faccia di chieder ricovero, e ad incomodare le persone dabbene; ma sia fatta la volontà di Dio; sia certa, signora, che nessuno potrà pregare per lei più di cuore che noi povere donne.” “A voi credo,” disse la signora con voce raddolcita. “Ma avrò piacere di sentirvi da solo a solo. Non che abbia bisogno d’altri schiarimenti, né d’altri motivi, per servire alle premure del padre guardiano,” aggiunse subito, rivolgendosi a lui, con una compitezza studiata. “Anzi,” continuò, “ci ho già pensato; ed ecco ciò che mi pare di poter far di meglio, per ora. La fattoressa del monastero ha maritata, pochi giorni sono, l’ultima sua figliuola. Queste donne potranno occupar la camera lasciata in libertà da quella, e supplire a que’ pochi servizi che faceva lei. Veramente...” e qui accennò al guardiano che s’avvicinasse alla grata, e continuò sottovoce: “veramente, attesa la scarsezza dell’annate, non si pensava di sostituir nessuno a quella giovine; ma parlerò io alla madre badessa, e una mia parola... e per una premura del padre guardiano... In somma do la cosa per fatta.” Il guardiano cominciava a ringraziare, ma la signora l’interruppe: “non occorron cerimonie: anch’io, in un caso, in un bisogno, saprei far capitale dell’assistenza de’ padri cappuccini. Alla fine,” continuò, con un sorriso, nel quale traspariva un non so che d’ironico e d’amaro, “alla fine, non siam noi fratelli e sorelle?” Così detto, chiamò una conversa (due di queste erano, per una distinzione singolare, assegnate al suo servizio privato), e le ordinò che avvertisse di ciò la badessa, e prendesse poi i concerti opportuni, con la fattoressa e con Agnese. Licenziò questa, accommiatò il guardiano, e ritenne Lucia. Il guardiano accompagnò Agnese alla porta, dandole nuove istruzioni, e se n’andò a scriver la lettera di ragguaglio all’amico Cristoforo. – Gran cervellino che è
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
carrozza, ogni livrea, e aveva ogni momento qualcosa da dire del signor tale e della signora tal altra, si voltò a lei tutt’a un tratto, e le disse: “ah furbetta! voi date un calcio a tutte queste corbellerie; siete una dirittona voi; piantate negl’impicci noi poveri mondani, vi ritirate a fare una vita beata, e andate in paradiso in carrozza.” Sul tardi, si tornò a casa; e i servitori, scendendo in fretta con le torce, avvertirono che molte visite stavano aspettando. La voce era corsa; e i parenti e gli amici venivano a fare il loro dovere. S’entrò nella sala della conversazione. La sposina ne fu l’idolo, il trastullo, la vittima. Ognuno la voleva per sé: chi si faceva prometter dolci, chi prometteva visite, chi parlava della madre tale sua parente, chi della madre tal altra sua conoscente, chi lodava il cielo di Monza, chi discorreva, con gran sapore, della gran figura ch’essa avrebbe fatta là. Altri, che non avevan potuto ancora avvicinarsi a Gertrude così assediata, stavano spiando l’occasione di farsi innanzi, e sentivano un certo rimorso, fin che non avessero fatto il loro dovere. A poco a poco, la compagnia s’andò dileguando; tutti se n’andarono senza rimorso, e Gertrude rimase sola co’ genitori e il fratello. “Finalmente,” disse il principe, “ho avuto la consolazione di veder mia figlia trattata da par sua. Bisogna però confessare che anche lei s’è portata benone, e ha fatto vedere che non sarà impicciata a far la prima figura, e a sostenere il decoro della famiglia.” Si cenò in fretta, per ritirarsi subito, ed esser pronti presto la mattina seguente. Gertrude contristata, indispettita e, nello stesso tempo, un po’ gonfiata da tutti que’ complimenti, si rammentò in quel punto ciò che aveva patito dalla sua carceriera; e, vedendo il padre così disposto a compiacerla in tutto, fuor che in una cosa, volle approfittare dell’auge in cui si trovava, per acquietare almeno una delle passioni che la tormentavano. Mostrò quindi una gran ripugnanza a trovarsi con colei, lagnandosi fortemente delle sue maniere. “Come!” disse il principe: “v’ha mancato di rispetto colei! Domani, domani, le laverò il capo come va. Lasciate fare a me, che le farò conoscere chi è lei, e chi siete voi. E a ogni modo, una figlia della quale io son contento, non deve vedersi intorno una persona che le dispiaccia.” Così detto, fece chiamare un’altra donna, e le ordinò di servir Gertrude; la quale intanto, masticando e assaporando la soddisfazione che aveva ricevuta, si stupiva di
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
pe, e un giorno, il signor principe sarà lui; più tardi che sia possibile, però. Lesta, lesta, signorina! Perché mi guarda così incantata? A quest’ora dovrebbe esser fuor della cuccia.” All’immagine del principino impaziente, tutti gli altri pensieri che s’erano affollati alla mente risvegliata di Gertrude, si levaron subito, come uno stormo di passere all’apparir del nibbio. Ubbidì, si vestì in fretta, si lasciò pettinare, e comparve nella sala, dove i genitori e il fratello eran radunati. Fu fatta sedere sur una sedia a braccioli, e le fu portata una chicchera di cioccolata: il che, a que’ tempi, era quel che già presso i Romani il dare la veste virile. Quando vennero a avvertir ch’era attaccato, il principe tirò la figlia in disparte, e le disse: “orsù, Gertrude, ieri vi siete fatta onore: oggi dovete superar voi medesima. Si tratta di fare una comparsa solenne nel monastero e nel paese dove siete destinata a far la prima figura. V’aspettano...” È inutile dire che il principe aveva spedito un avviso alla badessa, il giorno avanti. “V’aspettano, e tutti gli occhi saranno sopra di voi. Dignità e disinvoltura. La badessa vi domanderà cosa volete: è una formalità. Potete rispondere che chiedete d’essere ammessa a vestir l’abito in quel monastero, dove siete stata educata così amorevolmente, dove avete ricevute tante finezze: che è la pura verità. Dite quelle poche parole con un fare sciolto: che non s’avesse a dire che v’hanno imboccata, e che non sapete parlare da voi. Quelle buone madri non sanno nulla dell’accaduto: è un segreto che deve restar sepolto nella famiglia; e perciò non fate una faccia contrita e dubbiosa, che potesse dar qualche sospetto. Fate vedere di che sangue uscite: manierosa, modesta; ma ricordatevi che, in quel luogo, fuor della famiglia, non ci sarà nessuno sopra di voi.” Senza aspettar risposta, il principe si mosse; Gertrude, la principessa e il principino lo seguirono; scesero tutti le scale, e montarono in carrozza. Gl’impicci e le noie del mondo, e la vita beata del chiostro, principalmente per le giovani di sangue nobilissimo, furono il tema della conversazione, durante il tragitto. Sul finir della strada, il principe rinnovò l’istruzioni alla figlia, e le ripeté più volte la formola della risposta. All’entrare in Monza, Gertrude si sentì stringere il cuore; ma la sua attenzione fu attirata per un istante da non so quali signori che, fatta fermar la carrozza, recitarono non so qual complimento. Ripreso il cammino, s’andò quasi di passo al monastero, tra gli sguardi de’ curiosi, che accorrevano da tutte le parti sulla strada. Al fermarsi della carrozza, davanti a quelle mura, davanti a quella porta, il cuore si strinse ancor più a Gertrude. Si smontò tra due ale di popolo, che i servitori
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
docilità degli animi appassionati all’affermare appassionato di molti, fosse persuasissimo che il vicario era la cagion principale della fame, il nemico de’ poveri, pure, avendo, al primo moversi della turba, sentita a caso qualche parola che indicava la volontà di fare ogni sforzo per salvarlo, s’era subito proposto d’aiutare anche lui un’opera tale; e, con quest’intenzione, s’era cacciato, quasi fino a quella porta, che veniva travagliata in cento modi. Chi con ciottoli picchiava su’ chiodi della serratura, per isconficcarla; altri, con pali e scarpelli e martelli, cercavano di lavorar più in regola: altri poi, con pietre, con coltelli spuntati, con chiodi, con bastoni, con l’unghie, non avendo altro, scalcinavano e sgretolavano il muro, e s’ingegnavano di levare i mattoni, e fare una breccia. Quelli che non potevano aiutare, facevan coraggio con gli urli; ma nello stesso tempo, con lo star lì a pigiare, impicciavan di più il lavoro già impicciato dalla gara disordinata de’ lavoranti: giacché, per grazia del cielo, accade talvolta anche nel male quella cosa troppo frequente nel bene, che i fautori più ardenti divengano un impedimento. I magistrati ch’ebbero i primi l’avviso di quel che accadeva, spediron subito a chieder soccorso al comandante del castello, che allora si diceva di porta Giovia; il quale mandò alcuni soldati. Ma, tra l’avviso, e l’ordine, e il radunarsi, e il mettersi in cammino, e il cammino, essi arrivarono che la casa era già cinta di vasto assedio; e fecero alto lontano da quella, all’estremità della folla. L’ufiziale che li comandava, non sapeva che partito prendere. Lì non era altro che una, lasciatemi dire, accozzaglia di gente varia d’età e di sesso, che stava a vedere. All’intimazioni che gli venivan fatte, di sbandarsi, e di dar luogo,  rispondevano  con  un  cupo  e  lungo  mormorìo;  nessuno  si moveva. Far fuoco sopra quella ciurma, pareva all’ufiziale cosa non solo crudele, ma piena di pericolo; cosa che, offendendo i meno terribili, avrebbe irritato i molti violenti: e del resto, non aveva una tale istruzione. Aprire quella prima folla, rovesciarla a destra e a sinistra, e andare avanti a portar la guerra a chi la faceva, sarebbe stata la meglio; ma riuscirvi, lì stava il punto. Chi sapeva se i soldati avrebber potuto avanzarsi uniti e ordinati? Che se, in vece di romper la folla, si fossero sparpagliati loro tra quella, si sarebber trovati a sua discrezione, dopo averla aizzata. L’irresolutezza del comandante e l’immobilità de’ soldati parve, a diritto o a torto, paura. La gente che si trovavan vicino a loro, si contentavano di guardargli in viso, con un’aria, come si dice, di me n’impipo; quelli ch’erano un po’ più lontani, non se ne stavano di provocarli, con visacci e con grida di scherno; più in là, pochi
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
irritata e procellosa. Faceva poi un effetto mirabile il sentire che veniva a condurre in prigione il vicario: così il furore contro costui, che si sarebbe scatenato peggio, chi l’avesse preso con le brusche, e non gli avesse voluto conceder nulla, ora, con quella promessa di soddisfazione, con quell’osso in bocca, s’acquietava un poco, e dava luogo agli altri opposti sentimenti, che sorgevano in una gran parte degli animi. I partigiani della pace, ripreso fiato, secondavano Ferrer in cento maniere: quelli che si trovavan vicini a lui, eccitando e rieccitando col loro il pubblico applauso, e cercando insieme di far ritirare la gente, per aprire il passo alla carrozza; gli altri, applaudendo, ripetendo e facendo passare le sue parole, o quelle che a loro parevano le migliori che potesse dire, dando sulla voce ai furiosi ostinati, e rivolgendo contro di loro la nuova passione della mobile adunanza. “Chi è che non vuole che si dica: viva Ferrer?  Tu non vorresti eh, che il pane fosse a buon mercato? Son birboni che non vogliono una giustizia da cristiani: e c’è di quelli che schiamazzano più degli altri, per fare scappare il vicario. In prigione il vicario! Viva Ferrer! Largo a Ferrer!” E crescendo sempre più quelli che parlavan così, s’andava a proporzione abbassando la baldanza della parte contraria; di maniera che i primi dal predicare vennero anche a dar sulle mani a quelli che diroccavano ancora, a cacciarli indietro, a levar loro dall’unghie gli ordigni. Questi fremevano, minacciavano anche, cercavan di rifarsi; ma la causa del sangue era perduta: il grido che predominava era: prigione, giustizia, Ferrer! Dopo un po’ di dibattimento, coloro furon respinti: gli altri s’impadroniron della porta, e per tenerla difesa da nuovi assalti, e per prepararvi l’adito a Ferrer; e alcuno di essi, mandando dentro una voce a quelli di casa (fessure non ne mancava), gli avvisò che arrivava soccorso, e che facessero star pronto il vicario, “per andar subito... in prigione: ehm, avete inteso?” “È quel Ferrer che aiuta a far le gride?” domandò a un nuovo vicino il nostro Renzo, che si rammentò del vidit Ferrer che il dottore gli aveva gridato all’orecchio, facendoglielo vedere in fondo di quella tale. “Già: il gran cancelliere,” gli fu risposto. “È un galantuomo, n’è vero?” “Eccome se è un galantuomo! è quello che aveva messo il pane a buon mercato; e gli altri non hanno voluto; e ora viene a condurre in prigione il vicario, che non ha fatto le cose giuste.” Non fa bisogno di dire che Renzo fu subito per Ferrer. Volle andargli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    I Promessi sposi    Capitolo quindicesimo nò a tutti i fornai che facessero pane senza intermissione; si spedirono staffette a’ paesi circonvicini, con ordini di mandar grano alla città; a ogni forno furono deputati nobili, che vi si portassero di buon mattino, a invigilare sulla distribuzione e a tenere a freno gl’inquieti, con l’autorità della presenza, e con le buone parole. Ma per dar, come si dice, un colpo al cerchio e uno alla botte, e render più efficaci i consigli con un po’ di spavento, si pensò anche a trovar la maniera di metter le mani addosso a qualche sedizioso: e questa era principalmente la parte del capitano di giustizia; il quale, ognuno può pensare che sentimenti avesse per le sollevazioni e per i sollevati, con una pezzetta d’acqua vulneraria sur uno degli organi della profondità metafisica. I suoi bracchi erano in campo fino dal principio del tumulto: e quel sedicente Ambrogio Fusella era, come ha detto l’oste, un bargello travestito, mandato in giro appunto per cogliere sul fatto qualcheduno da potersi riconoscere, e tenerlo in petto, e appostarlo, e acchiapparlo poi, a notte affatto quieta, o il giorno dopo. Sentite quattro parole di quella predica di Renzo, colui gli aveva fatto subito assegnamento sopra; parendogli quello un reo buon uomo, proprio quel che ci voleva. Trovandolo poi nuovo affatto del paese, aveva tentato il colpo maestro di condurlo caldo caldo alle carceri, come alla locanda più sicura della città; ma gli andò fallito, come avete visto. Poté però portare a casa la notizia sicura del nome, cognome e patria, oltre cent’altre belle notizie congetturali; dimodoché, quando l’oste capitò lì, a dir ciò che sapeva intorno Renzo, ne sapevan già più di lui. Entrò nella solita stanza, e fece la sua deposizione: come era giunto ad alloggiar da lui un forestiero, che non aveva mai voluto manifestare il suo nome. “Avete fatto il vostro dovere a informar la giustizia;” disse un notaio criminale, mettendo giù la penna, “ma già lo sapevamo.” – Bel segreto! – pensò l’oste: – ci vuole un gran talento! – “E sappiamo anche,” continuò il notaio, “quel riverito nome.” – Diavolo! il nome poi, com’hanno fatto? – pensò l’oste questa volta. “Ma voi,” riprese l’altro, con volto serio, “voi non dite tutto sinceramente.” “Cosa devo dire di più?” “Ah! ah! sappiamo benissimo che colui ha portato nella vostra osteria una quantità di pane rubato, e rubato con violenza, per via di saccheggio e di sedizione.” “Vien uno con un pane in tasca; so assai dov’è andato a prenderlo.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
dire: oh noi sì che siamo amici!, gli bisbigliò di nuovo: “giudizio; fate a mio modo: andate raccolto e quieto; fidatevi di chi vi vuol bene: andiamo”. E la comitiva s’avviò. Però, di tante belle parole Renzo, non ne credette una: né che il notaio volesse più bene a lui che a’ birri, né che prendesse tanto a cuore la sua riputazione, né che avesse intenzion d’aiutarlo: capì benissimo che il galantuomo, temendo che si presentasse per la strada qualche buona occasione di scappargli dalle mani, metteva innanzi que’ bei motivi, per istornar lui dallo starci attento e da approfittarne. Dimodoché tutte quelle esortazioni non servirono ad altro che a confermarlo nel disegno che già aveva in testa, di far tutto il contrario. Nessuno concluda da ciò che il notaio fosse un furbo inesperto e novizio; perché s’ingannerebbe. Era un furbo matricolato, dice il nostro storico, il quale pare che fosse nel numero de’ suoi amici: ma, in quel momento, si trovava con l’animo agitato. A sangue freddo, vi so dir io come si sarebbe fatto beffe di chi, per indurre un altro a fare una cosa per sé sospetta, fosse andato suggerendogliela e inculcandogliela caldamente, con quella miserabile finta di dargli un parere disinteressato, da amico. Ma è una tendenza generale degli uomini, quando sono agitati e angustiati, e vedono ciò che un altro potrebbe fare per levarli d’impiccio, di chiederglielo con istanza e ripetutamente e con ogni sorte di pretesti; e i furbi, quando sono angustiati e agitati, cadono anche loro sotto questa legge comune. Quindi è che, in simili circostanze, fanno per lo più una così meschina figura. Que’ ritrovati maestri, quelle belle malizie con le quali sono avvezzi a vincere, che son diventate per loro quasi una seconda natura, e che, messe in opera a tempo, e condotte con la pacatezza d’animo, con la serenità di mente necessarie, fanno il colpo così bene e così nascostamente, e conosciute anche, dopo la riuscita, riscotono l’applauso universale; i poverini quando sono alle strette, le adoprano in fretta, all’impazzata, senza garbo né grazia. Di maniera che a uno che li veda ingegnarsi e arrabattarsi a quel modo, fanno pietà e movon le risa, e l’uomo che pretendono allora di mettere in mezzo, quantunque meno accorto di loro, scopre benissimo tutto il loro gioco, e da quegli artifizi ricava lume per sé, contro di loro. Perciò non si può mai abbastanza raccomandare a’ furbi di professione di conservar sempre il loro sangue freddo, o d’esser sempre i più forti, che è la più sicura. Renzo adunque, appena furono in istrada, cominciò a girar gli occhi in
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Ma oggi, com’è andata oggi?” “Ah oggi. Non sapete niente d’oggi?” “Niente affatto: non è passato nessuno.” “Dunque lasciatemi bagnar le labbra; e poi vi dirò le cose d’oggi. Sentirete.” Empì il bicchiere, lo prese con una mano, poi con le prime due dita dell’altra sollevò i baffi, poi si lisciò la barba, bevette, e riprese: “oggi, amici cari, ci mancò poco, che non fosse una giornata brusca come ieri, o peggio. E non mi par quasi vero d’esser qui a chiacchierar con voi altri; perché avevo già messo da parte ogni pensiero di viaggio, per restare a guardar la mia povera bottega.” “Che diavolo c’era?” disse uno degli ascoltanti. “Proprio il diavolo: sentirete.” E trinciando la pietanza che gli era stata messa davanti, e poi mangiando, continuò il suo racconto. I compagni, ritti di qua e di là della tavola, lo stavano a sentire, con la bocca aperta; Renzo, al suo posto, senza che paresse suo fatto, stava attento, forse più di tutti, masticando adagio adagio gli ultimi suoi bocconi. “Stamattina dunque que’ birboni che ieri avevano fatto quel chiasso orrendo, si trovarono a’ posti convenuti (già c’era un’intelligenza: tutte cose preparate); si riunirono, e ricominciarono quella bella storia di girare di strada in strada, gridando per tirar altra gente. Sapete che è come quando si spazza, con riverenza parlando, la casa; il mucchio del sudiciume ingrossa quanto più va avanti. Quando parve loro d’esser gente abbastanza, s’avviarono verso la casa del signor vicario di provvisione; come se non bastassero le tirannie che gli hanno fatte ieri: a un signore di quella sorte! oh che birboni! E la roba che dicevan contro di lui! Tutte invenzioni: un signor dabbene, puntuale; e io lo posso dire, che son tutto di casa, e lo servo di panno per le livree della servitù. S’incamminaron dunque verso quella casa: bisognava veder che canaglia, che facce: figuratevi che son passati davanti alla mia bottega: facce che... i giudei della Via Crucis non ci son per nulla. E le cose che uscivan da quelle bocche! da turarsene gli orecchi, se non fosse stato che non tornava conto di farsi scorgere. Andavan dunque con la buona intenzione di dare il sacco; ma...” E qui, alzata in aria, e stesa la mano sinistra, si mise la punta del pollice alla punta del naso. “Ma?” dissero forte tutti gli ascoltatori. “Ma,” continuò il mercante, “trovaron la strada chiusa con travi e con carri, e, dietro quella barricata, una bella fila di micheletti, con gli archibusi
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini;  appena  arrivato,  s’ammalò;  fu  portato  allo  spedale;  dove  un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì. Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo spedale, furon bruciati. Due serventi che l’avevano avuto in cura, e un buon frate che l’aveva assistito, caddero anch’essi ammalati in pochi giorni, tutt’e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s’era avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in conseguenza, fecero sì che il contagio non vi si propagasse di più. Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminìo che non tardò a germogliare. Il primo a cui s’attaccò, fu il padrone della casa dove quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora tutti i pigionali di quella casa furono, d’ordine della Sanità, condotti al lazzeretto, dove la più parte s’ammalarono; alcuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio. Nella città, quello che già c’era stato disseminato da costoro, da’ loro panni, da’ loro mobili trafugati da parenti, da pigionali, da persone di servizio, alle ricerche e al fuoco prescritto dal tribunale, e di più quello che c’entrava di nuovo, per l’imperfezion degli editti, per la trascuranza nell’eseguirli, e per la destrezza nell’eluderli, andò covando e serpendo lentamente, tutto il restante dell’anno, e ne’ primi mesi del susseguente 1630. Di quando in quando, ora in questo, ora in quel quartiere, a qualcheduno s’attaccava, qualcheduno ne moriva: e la radezza stessa de’ casi allontanava il sospetto della verità, confermava sempre più il pubblico in quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste, né ci fosse stata neppure un momento. Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augùri sinistri, gli avvertimenti minacciosi de’ pochi; e avevan pronti nomi di malattie comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso. Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanità, ci pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti gl’ingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, s’ebbero, con danari, falsi attestati. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
che cederlo, né trovassero a chi cederlo, che uomini, per istituto, il più alieni da ciò. Ma è insieme un saggio non ignobile della forza e dell’abilità che la carità può dare in ogni tempo, e in qualunque ordin di cose, il veder quest’uomini sostenere un tal carico così bravamente. E fu bello lo stesso averlo accettato, senz’altra ragione che il non esserci chi lo volesse, senz’altro fine che di servire, senz’altra speranza in questo mondo, che d’una morte molto più invidiabile che invidiata; fu bello lo stesso esser loro offerto, solo perché era difficile e pericoloso e si supponeva che il vigore e il sangue freddo, così necessario e raro in que’ momenti, essi lo dovevano avere. E perciò l’opera e il cuore di que’ frati meritano che se ne faccia memoria, con ammirazione, con tenerezza, con quella specie di gratitudine che è dovuta, come in solido, per i gran servizi resi da uomini a uomini, e più dovuta a quelli che non se la propongono per ricompensa. “Che se questi Padri iui non si ritrouauano,” dice il Tadino, “al sicuro tutta la Città annichilata si trouaua; puoiché fu cosa miracolosa l’hauer questi Padri fatto in così puoco spatio di tempo tante cose per benefitio pubblico, che non hauendo hauuto agiutto, o almeno puoco dalla Città, con la sua industria et prudenza haueuano mantenuto nel Lazeretto tante migliaia de poueri.” Le persone ricoverate in quel luogo, durante  i  sette  mesi  che  il  padre  Felice  n’ebbe  il  governo,  furono  circa cinquantamila, secondo il Ripamonti; il quale dice con ragione, che d’un uomo tale avrebbe dovuto ugualmente parlare, se in vece di descriver le miserie d’una città, avesse dovuto raccontar le cose che posson farle onore. Anche nel pubblico, quella caparbietà di negar la peste andava naturalmente cedendo e perdendosi, di mano in mano che il morbo si diffondeva, e si diffondeva per via del contatto e della pratica; e tanto più quando, dopo esser qualche tempo rimasto solamente tra’ poveri, cominciò a toccar persone più conosciute. E tra queste, come allora fu il più notato, così merita anche adesso un’espressa menzione il protofisico Settala. Avranno almeno confessato che il povero vecchio aveva ragione? Chi lo sa? Caddero infermi di peste, lui, la moglie, due figliuoli, sette persone di servizio. Lui e uno de’ figliuoli n’usciron salvi; il resto morì. “Questi casi,” dice il Tadino, “occorsi nella Città in case Nobili, disposero la Nobiltà, et la plebe a pensare, et gli increduli Medici, et la plebe ignorante et temeraria cominciò stringere le labra, chiudere li denti, et inarcare le ciglia.” Ma l’uscite, i ripieghi, le vendette, per dir così, della caparbietà convinta, sono alle volte tali da far desiderare che fosse rimasta ferma e invitta,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
fino all’ultimo, contro la ragione e l’evidenza: e questa fu bene una di quelle volte. Coloro i quali avevano impugnato così risolutamente, e così a lungo, che ci fosse vicino a loro, tra loro, un germe di male, che poteva, per mezzi naturali,  propagarsi  e  fare  una  strage;  non  potendo  ormai  negare  il propagamento di esso, e non volendo attribuirlo a que’ mezzi (che sarebbe stato confessare a un tempo un grand’inganno e una gran colpa), erano tanto più disposti a trovarci qualche altra causa, a menar buona qualunque ne venisse messa in campo. Per disgrazia, ce n’era una in pronto nelle idee e nelle tradizioni comuni allora, non qui soltanto, ma in ogni parte d’Europa: arti venefiche, operazioni diaboliche, gente congiurata a sparger la peste, per mezzo di veleni contagiosi, di malìe. Già cose tali, o somiglianti, erano state supposte e credute in molte altre pestilenze, e qui segnatamente, in quella di mezzo secolo innanzi. S’aggiunga che, fin dall’anno antecedente, era venuto un dispaccio, sottoscritto dal re Filippo IV, al governatore, per avvertirlo ch’erano scappati da Madrid quattro francesi, ricercati come sospetti di spargere unguenti velenosi, pestiferi: stesse all’erta, se mai coloro fossero capitati a Milano. Il governatore aveva comunicato il dispaccio al senato e al tribunale della sanità; né, per allora, pare che ci si badasse più che tanto. Però, scoppiata e riconosciuta la peste, il tornar nelle menti quell’avviso poté servir di conferma al sospetto indeterminato d’una frode scellerata; poté anche essere la prima occasione di farlo nascere. Ma due fatti, l’uno di cieca e indisciplinata paura, l’altro di non so quale cattività, furon quelli che convertirono quel sospetto indeterminato d’un attentato possibile, in sospetto, e per molti in certezza, d’un attentato positivo, e d’una trama reale. Alcuni, ai quali era parso di vedere, la sera del 17 di maggio, persone in duomo andare ungendo un assito, che serviva a dividere gli spazi assegnati a’ due sessi, fecero, nella notte, portar fuori della chiesa l’assito e una quantità di panche rinchiuse in quello; quantunque il presidente della Sanità, accorso a far la visita, con quattro persone dell’ufizio, avendo visitato l’assito, le panche, le pile dell’acqua benedetta, senza trovar nulla che potesse confermare l’ignorante sospetto d’un attentato venefico, avesse, per compiacere all’immaginazioni altrui, e più tosto per abbondare in cautela, che per bisogno, avesse, dico, deciso che bastava dar una lavata all’assito. Quel volume di roba accatastata produsse una grand’impressione di spavento nella moltitudine, per cui un oggetto diventa così facilmente un argomento. Si disse e si credette generalmente che fossero state unte in duomo
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Due fatti ne adduce in prova il Ripamonti, avvertendo d’averli scelti, non come i più atroci tra quelli che seguivano giornalmente, ma perché dell’uno e dell’altro era stato pur troppo testimonio. Nella chiesa di sant’Antonio, un giorno di non so quale solennità, un vecchio più che ottuagenario, dopo aver pregato alquanto inginocchioni, volle mettersi a sedere; e prima, con la cappa, spolverò la panca. “Quel vecchio unge le panche!” gridarono a una voce alcune donne che vider l’atto. La gente che si trovava in chiesa (in chiesa!), fu addosso al vecchio; lo prendon per i capelli, bianchi com’erano; lo carican di pugni e di calci; parte lo tirano, parte lo spingon fuori; se non lo finirono, fu per istrascinarlo, così semivivo, alla prigione, ai giudici, alle torture. “Io lo vidi mentre lo strascinavan così,” dice il Ripamonti: “e non ne seppi più altro: credo bene che non abbia potuto sopravvivere più di qualche momento”. L’altro caso (e seguì il giorno dopo) fu ugualmente strano, ma non ugualmente funesto. Tre giovani compagni francesi, un letterato, un pittore, un meccanico, venuti per veder l’Italia, per istudiarvi le antichità, e per cercarvi occasion di guadagno, s’erano accostati a non so qual parte esterna del duomo, e stavan lì guardando attentamente. Uno che passava, li vede e si ferma; gli accenna a un altro, ad altri che arrivano: si formò un crocchio, a guardare, a tener d’occhio coloro, che il vestiario, la capigliatura, le bisacce, accusavano di stranieri e, quel ch’era peggio, di francesi. Come per accertarsi ch’era marmo, stesero essi la mano a toccare. Bastò. Furono circondati, afferrati, malmenati, spinti, a furia di percosse, alle carceri. Per buona sorte, il palazzo di giustizia è poco lontano dal duomo; e, per una sorte ancor più felice, furon trovati innocenti, e rilasciati. Nè tali cose accadevan soltanto in città: la frenesia s’era propagata come il contagio. Il viandante che fosse incontrato da de’ contadini, fuor della strada maestra, o che in quella si dondolasse a guardar in qua e in là, o si buttasse giù per riposarsi; lo sconosciuto a cui si trovasse qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel vestito, erano untori: al primo avviso di chi si fosse, al  grido  d’un  ragazzo,  si  sonava  a  martello,  s’accorreva;  gl’infelici  eran tempestati di pietre, o, presi, venivan menati, a furia di popolo, in prigione. Così il Ripamonti medesimo. E la prigione, fino a un certo tempo, era un porto di salvamento. Ma i decurioni, non disanimati dal rifiuto del savio prelato, andavan replicando le loro istanze, che il voto pubblico secondava rumorosamente.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Sanità ricorse, per disperato, con le lacrime agli occhi, a que’ due bravi frati che soprintendevano al lazzeretto; e il padre Michele s’impegnò a dargli, in capo a quattro giorni, sgombra la città di cadaveri; in capo a otto, aperte fosse sufficienti, non solo al bisogno presente, ma a quello che si potesse preveder di peggio nell’avvenire. Con un frate compagno, e con persone del tribunale, dategli dal presidente, andò fuor della città, in cerca di contadini; e, parte con l’autorità del tribunale, parte con quella dell’abito e delle sue parole, ne raccolse circa dugento, ai quali fece scavar tre grandissime fosse; spedì poi dal lazzeretto monatti a raccogliere i morti; tanto che, il giorno prefisso, la sua promessa si trovò adempita. Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse paghe e d’onori, a fatica e non subito, se ne poté avere; ma molto men del bisogno. Fu spesso lì lì per mancare affatto di viveri, a segno di temere che ci s’avesse a morire anche di fame; e più d’una volta, mentre non si sapeva più dove batter la testa per trovare il bisognevole, vennero a tempo abbondanti sussidi, per inaspettato dono di misericordia privata: ché, in mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sé, ci furono degli animi sempre desti alla carità, ce ne furon degli altri in cui la carità nacque al cessare d’ogni allegrezza terrena; come, nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e di provvedere, ce ne furono alcuni, sani sempre di corpo, e saldi di coraggio al loro posto: ci furon pure altri che, spinti dalla pietà, assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati per impiego. Dove spiccò una più generale e più pronta e costante fedeltà ai doveri difficili della circostanza, fu negli ecclesiastici. Ai lazzeretti, nella città, non mancò mai la loro assistenza: dove si pativa, ce n’era; sempre si videro mescolati, confusi co’ languenti, co’ moribondi, languenti e moribondi qualche volta loro medesimi; ai soccorsi spirituali aggiungevano, per quanto potessero, i temporali; prestavano ogni servizio che richiedessero le circostanze. Più di sessanta parrochi, della città solamente, moriron di contagio: gli otto noni all’incirca. Federigo dava a tutti, com’era da aspettarsi da lui, incitamento ed esempio. Mortagli intorno quasi tutta la famiglia arcivescovile, e facendogli istanza parenti, alti magistrati, principi circonvicini, che s’allontanasse dal pericolo, ritirandosi in qualche villa, rigettò un tal consiglio, e resistette all’istanze, con quell’animo, con cui scriveva ai parrochi: “siate disposti ad abbandonar
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
sani, figliuoli, parenti, mogli, mariti, minacciando di strascinarli al lazzeretto, se non si riscattavano, o non venivano riscattati con danari. Altre volte, mettevano a prezzo i loro servizi, ricusando di portar via i cadaveri già putrefatti, a meno di tanti scudi. Si disse (e tra la leggerezza degli uni e la malvagità degli altri, è ugualmente malsicuro il credere e il non credere), si disse, e l’afferma anche il Tadino, che monatti e apparitori lasciassero cadere apposta dai carri robe infette, per propagare e mantenere la pestilenza, divenuta per essi un’entrata, un regno, una festa. Altri sciagurati, fingendosi monatti, portando un campanello attaccato a un piede, com’era prescritto a quelli, per distintivo e per avviso del loro avvicinarsi, s’introducevano nelle case a farne di tutte le sorte. In alcune, aperte e vote d’abitanti, o abitate soltanto da qualche languente, da qualche moribondo, entravan ladri, a man salva, a saccheggiare: altre venivan sorprese, invase da birri che facevan lo stesso, e anche cose peggiori. Del pari con la perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo sbalordimento, e dall’agitazione delle menti, una forza straordinaria, produssero effetti più rapidi e più vasti. E tutti servirono a rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell’unzioni, la quale, ne’ suoi effetti, ne’ suoi sfoghi, era spesso, come abbiam veduto, un’altra perversità. L’immagine di quel supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi,  molto  più  che  il  pericolo  reale  e  presente.  “E  mentre”,  dice  il Ripamonti, “i cadaveri sparsi, o i mucchi di cadaveri, sempre davanti agli occhi, sempre tra’ piedi, facevano della città tutta come un solo mortorio, c’era qualcosa di più brutto, di più funesto, in quell’accanimento vicendevole, in quella sfrenatezza e mostruosità di sospetti... Non del vicino soltanto si prendeva ombra, dell’amico, dell’ospite; ma que’ nomi, que’ vincoli dell’umana carità, marito e moglie, padre e figlio, fratello e fratello, eran di terrore: e, cosa orribile e indegna a dirsi! la mensa domestica, il letto nuziale, si temevano, come agguati, come nascondigli di venefizio.” La vastità immaginata, la stranezza della trama turbavan tutti i giudizi, alteravan tutte le ragioni della fiducia reciproca. Da principio, si credeva soltanto che quei supposti untori fosser mossi dall’ambizione e dalla cupidigia; andando avanti, si sognò, si credette che ci fosse una non so quale voluttà diabolica in quell’ungere, un’attrattiva che dominasse le volontà. I vaneggiamenti degl’infermi che accusavan sé stessi di ciò che avevan temuto dagli altri, parevano rivelazioni, e rendevano ogni cosa, per dir così, credibile d’ognu-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
no. E più delle parole, dovevan far colpo le dimostrazioni, se accadeva che appestati in delirio andasser facendo di quegli atti che s’erano figurati che dovessero fare gli untori: cosa insieme molto probabile, e atta a dar miglior ragione della persuasion generale e dell’affermazioni di molti scrittori. Così, nel lungo e tristo periodo de’ processi per stregoneria, le confessioni, non sempre estorte, degl’imputati, non serviron poco a promovere e a mantener l’opinione che regnava intorno ad essa: ché, quando un’opinione regna per lungo tempo, e in una buona parte del mondo, finisce a esprimersi in tutte le maniere, a tentar tutte l’uscite, a scorrer per tutti i gradi della persuasione; ed è difficile che tutti o moltissimi credano a lungo che una cosa strana si faccia, senza che venga alcuno il quale creda di farla. Tra le storie che quel delirio dell’unzioni fece immaginare, una merita che se ne faccia menzione, per il credito che acquistò, e per il giro che fece. Si raccontava, non da tutti nell’istessa maniera (che sarebbe un troppo singolar privilegio delle favole), ma a un di presso, che un tale, il tal giorno, aveva visto arrivare sulla piazza del duomo un tiro a sei, e dentro, con altri, un gran personaggio, con una faccia fosca e infocata, con gli occhi accesi, coi capelli ritti, e il labbro atteggiato di minaccia. Mentre quel tale stava intento a guardare, la carrozza s’era fermata; e il cocchiere l’aveva invitato a salirvi; e lui non aveva saputo dir di no. Dopo diversi rigiri, erano smontati alla porta d’un tal palazzo, dove entrato anche lui, con la compagnia, aveva trovato amenità e orrori, deserti e giardini, caverne e sale; e in esse, fantasime sedute a consiglio. Finalmente, gli erano state fatte vedere gran casse di danaro, e detto che ne prendesse quanto gli fosse piaciuto, con questo però, che accettasse un vasetto d’unguento, e andasse con esso ungendo per la città. Ma non avendo voluto acconsentire, s’era trovato, in un batter d’occhio, nel medesimo luogo dove era stato preso. Questa storia, creduta qui generalmente dal popolo, e, al dir del Ripamonti, non abbastanza derisa da qualche uomo di peso, girò per tutta Italia e fuori. In Germania se ne fece una stampa: l’elettore arcivescovo di Magonza scrisse al cardinal Federigo, per domandargli cosa si dovesse credere de’ fatti maravigliosi che si raccontavan di Milano; e n’ebbe in risposta ch’eran sogni. D’ugual valore, se non in tutto d’ugual natura, erano i sogni de’ dotti; come disastrosi del pari n’eran gli effetti.  Vedevano, la più parte di loro, l’annunzio e la ragione insieme de’ guai in una cometa apparsa l’anno 1628, e in una congiunzione di Saturno con Giove, “inclinando”, scrive il Tadino,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
lui  di  salvezza;  pensò  che  non  era  tempo  di  far  lo  schizzinoso;  rimise  il coltellaccio nel fodero, si tirò da una parte, prese la rincorsa verso i carri, passò il primo, e adocchiò nel secondo un buono spazio voto. Prende la mira, spicca un salto; è su, piantato sul piede destro, col sinistro in aria, e con le braccia alzate. “Bravo! bravo!” esclamarono, a una voce, i monatti, alcuni de’ quali seguivano il convoglio a piedi, altri eran seduti sui carri, altri, per dire l’orribil cosa com’era, sui cadaveri, trincando da un gran fiasco che andava in giro. “Bravo! bel colpo!” “Sei venuto a metterti sotto la protezione de’ monatti; fa conto d’essere in chiesa,” gli disse uno de’ due che stavano sul carro dov’era montato. I nemici, all’avvicinarsi del treno, avevano, i più, voltate le spalle, e se n’andavano, non lasciando di gridare: “dagli! dagli! all’untore!” Qualcheduno si ritirava più adagio, fermandosi ogni tanto, e voltandosi, con versacci e con gesti di minaccia, a Renzo; il quale, dal carro, rispondeva loro dibattendo i pugni in aria. “Lascia fare a me,” gli disse un monatto; e strappato d’addosso a un cadavere un laido cencio, l’annodò in fretta, e, presolo per una delle cocche, l’alzò come una fionda verso quegli ostinati, e fece le viste di buttarglielo, gridando: “aspetta, canaglia!” A quell’atto, fuggiron tutti, inorriditi; e Renzo non vide più che schiene di nemici, e calcagni che ballavano rapidamente per aria, a guisa di gualchiere. Tra i monatti s’alzò un urlo di trionfo, uno scroscio procelloso di risa, un “uh!” prolungato, come per accompagnar quella fuga. “Ah ah! vedi se noi sappiamo proteggere i galantuomini?” disse a Renzo quel monatto: “val più uno di noi che cento di que’ poltroni.” “Certo, posso dire che vi devo la vita,” rispose Renzo: “e vi ringrazio con tutto il cuore.” “Di che cosa?” disse il monatto: “tu lo meriti: si vede che sei un bravo giovine. Fai bene a ungere questa canaglia: ungili, estirpali costoro, che non vaglion qualcosa, se non quando son morti; che, per ricompensa della vita che facciamo, ci maledicono, e vanno dicendo che, finita la morìa, ci voglion fare impiccar tutti. Hanno a finir prima loro che la morìa; e i monatti hanno a restar soli, a cantar vittoria, e a sguazzar per Milano.” “Viva la morìa, e moia la marmaglia!” esclamò l’altro; e, con questo bel brindisi, si mise il fiasco alla bocca, e, tenendolo con tutt’e due le mani,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
d’una vita tenace. Il petto si sollevava di quando in quando, con un respiro affannoso; la destra, fuor della cappa, lo premeva vicino al cuore, con uno stringere adunco delle dita, livide tutte, e sulla punta nere. “Tu vedi!” disse il frate, con voce bassa e grave. “Può esser gastigo, può esser misericordia. Il sentimento che tu proverai ora per quest’uomo che t’ha offeso, sì; lo stesso sentimento, il Dio, che tu pure hai offeso, avrà per te in quel giorno. Benedicilo, e sei benedetto. Da quattro giorni è qui come tu lo vedi, senza dar segno di sentimento. Forse il Signore è pronto a concedergli un’ora di ravvedimento; ma voleva esserne pregato da te: forse vuole che tu ne lo preghi con quella innocente; forse serba la grazia alla tua sola preghiera, alla preghiera d’un cuore afflitto e rassegnato. Forse la salvezza di quest’uomo e la tua dipende ora da te, da un tuo sentimento di perdono, di compassione... d’amore!” Tacque; e, giunte le mani, chinò il viso sopra di esse, e pregò: Renzo fece lo stesso. Erano da pochi momenti in quella positura, quando scoccò la campana. Si mossero tutt’e due, come di concerto; e uscirono. Nè l’uno fece domande, né l’altro proteste: i loro visi parlavano. “Va ora,” riprese il frate, “va preparato, sia a ricevere una grazia, sia a fare un sacrifizio; a lodar Dio, qualunque sia l’esito delle tue ricerche. E qualunque sia, vieni a darmene notizia; noi lo loderemo insieme.” Qui, senza dir altro, si separarono; uno tornò dond’era venuto; l’altro s’avviò alla cappella, che non era lontana più d’un cento passi.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Appena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzeretto, e preso a diritta, per ritrovar la viottola di dov’era sboccato la mattina sotto le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie. Renzo, in vece d’inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel susurrìo, in quel brulichìo dell’erbe e delle foglie, tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente e più vivamente quello che s’era fatto nel suo destino. Ma quanto più schietto e intero sarebbe stato questo sentimento, se Renzo avesse potuto indovinare quel che si vide pochi giorni dopo: che quell’acqua portava via il contagio; che, dopo quella, il lazzeretto, se non era per restituire ai viventi tutti i viventi che conteneva, almeno non n’avrebbe quasi più ingoiati altri; che, tra una settimana, si vedrebbero riaperti usci e botteghe, non si parlerebbe quasi più che di quarantina; e della peste non rimarrebbe se non qualche resticciolo qua e là; quello strascico che un tal flagello lasciava sempre dietro a sé per qualche tempo. Andava dunque il nostro viaggiatore allegramente, senza aver disegnato né dove, né come, né quando, né se avesse da fermarsi la notte, premuroso soltanto di portarsi avanti, d’arrivar presto al suo paese, di trovar con chi parlare, a chi raccontare, soprattutto di poter presto rimettersi in cammino per Pasturo, in cerca d’Agnese. Andava, con la mente tutta sottosopra dalle cose di quel giorno; ma di sotto le miserie, gli orrori, i pericoli, veniva sempre a galla un pensierino: l’ho trovata; è guarita; è mia! E allora faceva uno sgambetto, e con ciò dava un’annaffiata all’intorno, come un can barbone uscito dall’acqua; qualche volta si contentava d’una fregatina di mani; e avanti, con più ardore di prima. Guardando per la strada, raccattava, per dir così, i pensieri, che ci aveva lasciati la mattina e il giorno avanti, nel venire; e con più piacere quelli appunto che allora aveva più cercato di scacciare, i dubbi, le difficoltà, trovarla, trovarla viva, tra tanti morti e moribondi! – E l’ho trovata viva! – concludeva. Si rimetteva col pensiero nelle circostanze più terribili di quella giornata; si figurava con quel martello in mano: ci sarà o non ci sarà? e una risposta così poco allegra; e non aver nemmeno il tempo di masticarla, che addosso quella furia di matti birboni; e quel lazzeretto, quel mare! lì ti volevo a trovarla! E averla trovata! Ritornava su quel momento quando
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
di più: mio nipote non ne saprà nulla. Che bisogno abbiamo noi di render conto? Son cose che facciamo tra di noi, da buoni amici; e tra di noi hanno da rimanere. Non si dia pensiero di ciò. Devo essere avvezzo a non parlare.” E soffiò. “In quanto ai cicaloni,” riprese, “che vuol che dicano? Un religioso che vada a predicare in un altro paese, è cosa così ordinaria! E poi, noi che vediamo... noi che prevediamo... noi che ci tocca... non dobbiamo poi curarci delle ciarle.” “Però, affine di prevenirle, sarebbe bene che, in quest’occasione, il suo signor nipote facesse qualche dimostrazione, desse qualche segno palese d’amicizia, di riguardo... non per noi, ma per l’abito...” “Sicuro, sicuro; quest’è giusto... Però non c’è bisogno: so che i cappuccini son sempre accolti come si deve da mio nipote. Lo fa per inclinazione: è un genio in famiglia: e poi sa di far cosa grata a me. Del resto, in questo caso... qualcosa di straordinario... è troppo giusto. Lasci fare a me, padre molto reverendo; che comanderò a mio nipote... Cioè bisognerà insinuargli con prudenza, affinché non s’avveda di quel che è passato tra di noi. Perché non vorrei alle volte che mettessimo un impiastro dove non c’è ferita. E per quel che abbiamo concluso, quanto più presto sarà, meglio. E se si trovasse qualche nicchia un po’ lontana... per levar proprio ogni occasione...” “Mi vien chiesto per l’appunto un predicatore da Rimini; e fors’anche, senz’altro motivo, avrei potuto metter gli occhi...” “Molto a proposito, molto a proposito. E quando...?” “Giacché la cosa si deve fare, si farà presto.” “Presto, presto, padre molto reverendo: meglio oggi che domani. E,” continuava poi, alzandosi da sedere, “se posso qualche cosa, tanto io, come la mia famiglia, per i nostri buoni padri cappuccini...” “Conosciamo per prova la bontà della casa,” disse il padre provinciale, alzatosi anche lui, e avviandosi verso l’uscio, dietro al suo vincitore. “Abbiamo spento una favilla,” disse questo, soffermandosi, “una favilla, padre molto reverendo, che poteva destare un grand’incendio. Tra buoni amici, con due parole s’accomodano di gran cose.” Arrivato all’uscio, lo spalancò, e volle assolutamente che il padre provinciale andasse avanti: entrarono nell’altra stanza, e si riunirono al resto della compagnia. Un grande studio, una grand’arte, di gran parole, metteva quel signore nel maneggio d’un affare; ma produceva poi anche effetti corrispondenti.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
l’andare dell’onda sulla riva: e quella luce, fuggendo dagli oggetti, prima che prendessero da essa rilievo e colore distinto, non rappresentava allo sguardo che una successione di guazzabugli. Ma ben presto le recenti impressioni, ricomparendo nella mente, l’aiutarono a distinguere ciò che appariva confuso al senso. L’infelice risvegliata riconobbe la sua prigione: tutte le memorie dell’orribil giornata trascorsa, tutti i terrori dell’avvenire, l’assalirono in una volta: quella nuova quiete stessa dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell’abbandono in cui era lasciata, le facevano un nuovo spavento: e fu vinta da un tale affanno, che desiderò di morire. Ma in quel momento, si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un’improvvisa speranza. Prese di nuovo la sua corona, e ricominciò a dire il rosario; e, di mano in mano che la preghiera usciva dal suo labbro tremante, il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata. Tutt’a un tratto, le passò per la mente un altro pensiero; che la sua orazione sarebbe stata più accetta e più certamente esaudita, quando, nella sua desolazione, facesse anche qualche offerta. Si ricordò di quello che aveva di più caro, o che di più caro aveva avuto; giacché, in quel momento, l’animo suo non poteva sentire altra affezione che di spavento, né concepire altro desiderio che della liberazione; se ne ricordò, e risolvette subito di farne un sacrifizio. S’alzò, e si mise in ginocchio, e tenendo giunte al petto le mani, dalle quali pendeva la corona, alzò il viso e le pupille al cielo, e disse: “o Vergine santissima! Voi, a cui mi sono raccomandata tante volte, e che tante volte m’avete consolata! Voi che avete patito tanti dolori, e siete ora tanto gloriosa, e avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati; aiutatemi! fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre, Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine; rinunzio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai d’altri che vostra.” Proferite queste parole, abbassò la testa, e si mise la corona intorno al collo, quasi come un segno di consacrazione, e una salvaguardia a un tempo, come un’armatura della nuova milizia a cui s’era ascritta. Rimessasi a sedere in terra, sentì entrar nell’animo una certa tranquillità, una più larga fiducia. Le venne in mente quel domattina ripetuto dallo sconosciuto potente, e le parve di sentire in quella parola una promessa di salvazione. I sensi affaticati da tanta guerra s’assopirono a poco a poco in quell’acquietamento di pensieri: e finalmente, già vicino a giorno, col nome della sua protettrice tronco tra le labbra, Lucia s’addormentò d’un sonno perfetto e continuo.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
sta alla donna, che aveva tirata la tendina, e le dice sottovoce: “consolatela subito; fatele subito capire che è libera, in mano d’amici. Dio ve ne renderà merito”. Poi fa cenno al lettighiero, che apra; poi s’avvicina a don Abbondio, e, con un sembiante così sereno come questo non gliel aveva ancor visto, né credeva che lo potesse avere, con dipintavi la gioia dell’opera buona che finalmente stava per compire, gli dice, ancora sotto voce: “signor curato, non le chiedo scusa dell’incomodo che ha per cagion mia: lei lo fa per Uno che paga bene, e per questa sua poverina”. Ciò detto, prende con una mano il morso, con l’altra la staffa, per aiutar don Abbondio a scendere. Quel volto, quelle parole, quell’atto, gli avevan dato la vita. Mise un sospiro, che da un’ora gli s’aggirava dentro, senza mai trovar l’uscita; si chinò verso l’innominato, rispose a voce bassa bassa: “le pare? Ma, ma, ma, ma,...!” e sdrucciolò alla meglio dalla sua cavalcatura. L’innominato legò anche quella, e detto al lettighiero che stesse lì a aspettare, si levò una chiave di tasca, aprì l’uscio, entrò, fece entrare il curato e la donna, s’avviò davanti a loro alla scaletta; e tutt’e tre salirono in silenzio.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
occhi fissi e con la bocca aperta, non sapendo dove si riuscirebbe. Quando vide quel dove inaspettato, si fece far largo, pensate con che strepito, gridando e rigridando: “lasciate passare chi ha da passare”; e entrò. Agnese e Lucia sentirono un ronzìo crescente nella strada; mentre pensavano cosa potesse essere, videro l’uscio spalancarsi, e comparire il porporato col parroco. “È quella?” domandò il primo al secondo; e, a un cenno affermativo, andò verso Lucia, ch’era rimasta lì con la madre, tutt’e due immobili e mute dalla sorpresa e dalla vergogna. Ma il tono di quella voce, l’aspetto, il contegno, e soprattutto la parola di Federigo l’ebbero subito rianimate. “Povera giovine,” cominciò: “Dio ha permesso che foste messa a una gran prova; ma v’ha anche fatto vedere che non aveva levato l’occhio da voi, che non v’aveva dimenticata. V’ha rimessa in salvo; e s’è servito di voi per una grand’opera, per fare una gran misericordia a uno, e per sollevar molti nello stesso tempo.” Qui comparve nella stanza la padrona, la quale, al rumore, s’era affacciata anch’essa alla finestra, e avendo veduto chi le entrava in casa, aveva sceso le scale, di corsa, dopo essersi raccomodata alla meglio; e quasi nello stesso tempo, entrò il sarto da un altr’uscio. Vedendo avviato il discorso, andarono a riunirsi in un canto, dove rimasero con gran rispetto. Il cardinale, salutatili cortesemente, continuò a parlar con le donne, mescolando ai conforti qualche domanda, per veder se nelle risposte potesse trovar qualche congiuntura di far del bene a chi aveva tanto patito. “Bisognerebbe che tutti i preti fossero come vossignoria, che tenessero un po’ dalla parte de’ poveri, e non aiutassero a metterli in imbroglio, per cavarsene loro,” disse Agnese, animata dal contegno così famigliare e amorevole di Federigo, e stizzita dal pensare che il signor don Abbondio, dopo aver sempre sacrificati gli altri, pretendesse poi anche d’impedir loro un piccolo sfogo, un lamento con chi era al di sopra di lui, quando, per un caso raro, n’era venuta l’occasione. “Dite pure tutto quel che pensate,” disse il cardinale: “parlate liberamente.” “Voglio dire che, se il nostro signor curato avesse fatto il suo dovere, la cosa non sarebbe andata così.” Ma facendole il cardinale nuove istanze perché si spiegasse meglio, quella cominciò a trovarsi impicciata a dover raccontare una storia nella qua-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
frequentemente d’intervenire in affari d’onore, dava sempre qualche decisione. Aveva nella sua libreria, e si può dire in testa, le opere degli scrittori più riputati in tal materia: Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, l’Urrea, il Muzio, il Romei, l’Albergato, il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso, di cui aveva anche in pronto, e a un bisogno sapeva citare a memoria tutti i passi così della Gerusalemme Liberata, come della Conquistata, che possono far testo in materia di cavalleria. L’autore però degli autori, nel suo concetto, era il nostro celebre Francesco Birago, con cui si trovò anche, più d’una volta, a dar giudizio sopra casi d’onore; e il quale, dal canto suo, parlava di don Ferrante in termini di stima particolare. E fin da quando venner fuori i Discorsi Cavallereschi di quell’insigne scrittore, don Ferrante pronosticò, senza esitazione, che quest’opera avrebbe rovinata l’autorità dell’Olevano, e sarebbe rimasta, insieme con l’altre sue nobili sorelle, come codice di primaria autorità presso ai posteri: profezia, dice l’anonimo, che ognun può vedere come si sia avverata. Da questo passa poi alle lettere amene; ma noi cominciamo a dubitare se veramente il lettore abbia una gran voglia d’andar avanti con lui in questa rassegna, anzi a temere di non aver già buscato il titolo di copiator servile per noi, e quello di seccatore da dividersi con l’anonimo sullodato, per averlo bonariamente seguito fin qui, in cosa estranea al racconto principale, e nella quale probabilmente non s’è tanto disteso, che per isfoggiar dottrina, e far vedere che non era indietro del suo secolo. Però, lasciando scritto quel che è scritto, per non perder la nostra fatica, ometteremo il rimanente, per rimetterci in istrada: tanto più che ne abbiamo un bel pezzo da percorrere, senza incontrare alcun de’ nostri personaggi, e uno più lungo ancora, prima di trovar quelli ai fatti de’ quali certamente il lettore s’interessa di più, se a qualche cosa s’interessa in tutto questo. Fino all’autunno del seguente anno 1629, rimasero tutti, chi per volontà, chi per forza, nello stato a un di presso in cui gli abbiam lasciati, senza che ad alcuno accadesse, né che alcun altro potesse far cosa degna d’esser riferita. Venne l’autunno, in cui Agnese e Lucia avevan fatto conto di ritrovarsi insieme: ma un grande avvenimento pubblico mandò quel conto all’aria: e fu questo certamente uno de’ suoi più piccoli effetti. Seguiron poi altri grandi avvenimenti, che però non portarono nessun cambiamento notabile nella sorte de’ nostri personaggi. Finalmente nuovi casi, più generali, più forti, più estremi, arrivarono anche fino a loro, fino agli infimi di loro,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
a risonare dell’antico lamento, ma più debole e interrotto; rivide quella turba più rada e più compassionevole, dice il Ripamonti, per il pensiero del come fosse di tanto scemata. Gl’infermi furon trasportati a Santa Maria della Stella, allora ospizio di poveri; dove la più parte perirono. Intanto però cominciavano que’ benedetti campi a imbiondire. Gli accattoni venuti dal contado se n’andarono, ognuno dalla sua parte, a quella tanto sospirata segatura. Il buon Federigo gli accomiatò con un ultimo sforzo, e con un nuovo ritrovato di carità: a ogni contadino che si presentasse all’arcivescovado, fece dare un giulio, e una falce da mietere. Con la messe finalmente cessò la carestia: la mortalità, epidemica o contagiosa, scemando di giorno in giorno, si prolungò però fin nell’autunno. Era sul finire, quand’ecco un nuovo flagello. Molte cose importanti, di quelle a cui più specialmente si dà titolo di storiche, erano accadute in questo frattempo. Il cardinale di Richelieu, presa, come s’è detto, la Roccella, abborracciata alla meglio una pace col re d’Inghilterra, aveva proposto e persuaso con la sua potente parola, nel Consiglio di quello di Francia, che si soccorresse efficacemente il duca di Nevers; e aveva insieme determinato il re medesimo a condurre in persona la spedizione. Mentre si facevan gli apparecchi, il conte di Nassau, commissario imperiale, intimava in Mantova al nuovo duca, che desse gli stati in mano a Ferdinando, o questo manderebbe un esercito ad occuparli. Il duca che, in più disperate circostanze, s’era schermito d’accettare una condizione così dura e così sospetta, incoraggito ora dal vicino soccorso di Francia, tanto più se ne schermiva; però con termini in cui il no fosse rigirato e allungato, quanto si poteva, e con proposte di sommissione, anche più apparente, ma meno costosa. Il commissario se n’era andato, protestandogli che si verrebbe alla forza. In marzo, il cardinal di Richelieu era poi calato infatti col re, alla testa d’un esercito: aveva chiesto il passo al duca di Savoia; s’era trattato; non s’era concluso; dopo uno scontro, col vantaggio de’ Francesi, s’era trattato di nuovo, e concluso un accordo, nel quale il duca, tra l’altre cose, aveva stipulato che il Cordova leverebbe l’assedio da Casale; obbligandosi, se questo ricusasse, a unirsi co’ Francesi, per invadere il ducato di Milano. Don Gonzalo, parendogli anche d’uscirne con poco, aveva levato l’assedio da Casale, dov’era subito entrato un corpo di Francesi, a rinforzar la guarnigione. Fu in questa occasione che l’Achillini scrisse al re Luigi quel suo famoso sonetto: Sudate, o fochi, a preparar metalli: e un altro, con cui l’esortava a
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Dico che è un’ispirazione del cielo, e che non bisogna perder tempo, e mettersi la strada tra le gambe.” “E poi...” “E poi, e poi, quando saremo là, ci troveremo ben contenti. Quel signore, ora si sa che non vorrebbe altro che far servizi al prossimo; e sarà ben contento anche lui di ricoverarci. Là, sul confine, e così per aria, soldati non ne verrà certamente. E poi e poi, ci troveremo anche da mangiare; ché, su per i monti, finita questa poca grazia di Dio,” e così dicendo, l’accomodava nella gerla, sopra la biancheria, “ci saremmo trovati a mal partito.” “Convertito, è convertito davvero, eh?” “Che c’è da dubitarne ancora, dopo tutto quello che si sa, dopo quello che anche lei ha veduto?” “E se andassimo a metterci in gabbia?” “Che gabbia? Con tutti codesti suoi casi, mi scusi, non si verrebbe mai a una conclusione. Brava Agnese! v’è proprio venuto un buon pensiero.” E messa la gerla sur un tavolino, passò le braccia nelle cigne, e la prese sulle spalle. “Non si potrebbe,” disse don Abbondio, “trovar qualche uomo che venisse con noi, per far la scorta al suo curato? Se incontrassimo qualche birbone, che pur troppo ce n’è in giro parecchi, che aiuto m’avete a dar voi altre?” “Un’altra, per perder tempo!” esclamò Perpetua. “Andarlo a cercare ora l’uomo, che ognuno ha da pensare a’ fatti suoi. Animo! vada a prendere il breviario e il cappello; e andiamo.” Don Abbondio andò, tornò, di lì a un momento, col breviario sotto il braccio, col cappello in capo, e col suo bordone in mano; e uscirono tutt’e tre per un usciolino che metteva sulla piazzetta. Perpetua richiuse, più per non trascurare una formalità, che per fede che avesse in quella toppa e in que’ battenti, e mise la chiave in tasca. Don Abbondio diede, nel passare, un’occhiata alla chiesa, e disse tra i denti: “al popolo tocca a custodirla, che serve a lui. Se hanno un po’ di cuore per la loro chiesa, ci penseranno; se poi non hanno cuore, tal sia di loro.” Presero per i campi, zitti, zitti, pensando ognuno a’ casi suoi, e guardandosi intorno, specialmente don Abbondio, se apparisse qualche figura sospetta, qualcosa di straordinario. Non s’incontrava nessuno: la gente era, o nelle case a guardarle, a far fagotto, a nascondere, o per le strade che conducevan direttamente all’alture. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
plare, la gloria della conversione. I magistrati e i grandi s’eran rallegrati di questa, pubblicamente come il popolo; e sarebbe parso strano l’infierire contro chi era stato soggetto di tante congratulazioni. Oltre di ciò, un potere occupato in una guerra perpetua, e spesso infelice, contro ribellioni vive e rinascenti,  poteva  trovarsi  abbastanza  contento  d’esser  liberato  dalla  più indomabile e molesta, per non andare a cercar altro: tanto più, che quella conversione produceva riparazioni che non era avvezzo ad ottenere, e nemmeno a richiedere. Tormentare un santo, non pareva un buon mezzo di cancellar la vergogna di non aver saputo fare stare a dovere un facinoroso: e l’esempio che si fosse dato col punirlo, non avrebbe potuto aver altro effetto, che di stornare i suoi simili dal divenire inoffensivi. Probabilmente anche la parte che il cardinal Federigo aveva avuta nella conversione, e il suo nome associato a quello del convertito, servivano a questo come d’uno scudo sacro. E in quello stato di cose e d’idee, in quelle singolari relazioni dell’autorità spirituale e del poter civile, ch’eran così spesso alle prese tra loro, senza mirar mai a distruggersi, anzi mischiando sempre alle ostilità atti di riconoscimento e proteste di deferenza, e che, spesso pure, andavan di conserva a un fine comune, senza far mai pace, poté parere, in certa maniera, che la riconciliazione della prima portasse con sé l’oblivione, se non l’assoluzione del secondo, quando quella s’era sola adoprata a produrre un effetto voluto da tutt’e due. Così quell’uomo sul quale, se fosse caduto, sarebbero corsi a gara grandi e piccoli a calpestarlo; messosi volontariamente a terra, veniva risparmiato da tutti, e inchinato da molti. È vero ch’eran anche molti a cui quella strepitosa mutazione dovette far tutt’altro che piacere: tanti esecutori stipendiati di delitti, tanti compagni nel delitto, che perdevano una così gran forza sulla quale erano avvezzi a fare assegnamento, che anche si trovavano a un tratto rotti i fili di trame ordite da un pezzo, nel momento forse che aspettavano la nuova dell’esecuzione. Ma già abbiam veduto quali diversi sentimenti quella conversione facesse nascere negli sgherri che si trovavano allora con lui, e che la sentirono annunziare dalla sua bocca: stupore, dolore, abbattimento, stizza; un po’ di tutto, fuorché disprezzo né odio. Lo stesso accadde agli altri che teneva sparsi in diversi posti, lo stesso a’ complici di più alto affare, quando riseppero la terribile nuova, e a tutti per le cagioni medesime. Molt’odio, come trovo nel luogo, altrove  citato,  del  Ripamonti,  ne  venne  piuttosto  al  cardinal  Federigo.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
adunque ch’io la ringrazio, e confido in Dio, che la sua preghiera tornerà anche in tanta benedizione per lei.” Volle poi accompagnar tutti e tre gli ospiti, fino alla carrozza. I ringraziamenti umili e sviscerati di don Abbondio e i complimenti di Perpetua, se gl’immagini il lettore. Partirono; fecero, secondo il fissato, una fermatina, ma senza neppur mettersi a sedere, nella casa del sarto, dove sentirono raccontar cento cose del passaggio; la solita storia di ruberie, di percosse, di sperpero, di sporchizie: ma lì, per buona sorte, non s’eran visti lanzichenecchi. “Ah signor curato!” disse il sarto, dandogli di braccio a rimontare in carrozza: “s’ha da far de’ libri in istampa, sopra un fracasso di questa sorte”. Dopo un’altra po’ di strada, cominciarono i nostri viaggiatori a veder co’ loro occhi qualche cosa di quello che avevan tanto sentito descrivere: vigne spogliate, non come dalla vendemmia, ma come dalla grandine e dalla bufera che fossero venute in compagnia: tralci a terra, sfrondati e scompigliati; strappati i pali, calpestato il terreno, e sparso di schegge, di foglie, di sterpi; schiantati, scapezzati gli alberi; sforacchiate le siepi; i cancelli portati via. Ne’ paesi poi, usci sfondati, impannate lacere, paglia, cenci, rottami d’ogni sorte, a mucchi o seminati per le strade; un’aria pesante, zaffate di puzzo più forte che uscivan dalle case; la gente, chi a buttar fuori porcherie, chi a raccomodar le imposte alla meglio, chi in crocchio a lamentarsi insieme; e, al passar della carrozza, mani di qua e di là tese agli sportelli, per chieder l’elemosina. Con queste immagini, ora davanti agli occhi, ora nella mente, e con l’aspettativa di trovare altrettanto a casa loro, ci arrivarono; e trovarono infatti quello che s’aspettavano. Agnese fece posare i fagotti in un canto del cortiletto, ch’era rimasto il luogo più pulito della casa; si mise poi a spazzarla, a raccogliere e a rigovernare quella poca roba che le avevan lasciata; fece venire un legnaiolo e un fabbro, per riparare i guasti più grossi, e guardando poi, capo per capo, la biancheria regalata, e contando que’ nuovi ruspi, diceva tra sé: – son caduta in piedi; sia ringraziato Iddio e la Madonna e quel buon signore: posso proprio dire d’esser caduta in piedi. – Don Abbondio e Perpetua entrano in casa, senza aiuto di chiavi; ogni passo che fanno nell’andito, senton crescere un tanfo, un veleno, una peste, che li respinge indietro; con la mano al naso, vanno all’uscio di cucina; entrano in punta di piedi, studiando dove metterli, per iscansar più che possono la porcheria che copre il pavimento; e danno un’occhiata in giro. Non c’era
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni     Storia della colonna infame    Capitolo secondo che, lavorando a costruir, con rottami e con nuovi materiali, una pratica criminale intera ed una, prepararono il concetto, indicarono la possibilità, e in parte l’ordine, d’una legislazion criminale intera ed una; essi che, ideando una forma generale, aprirono ad altri scrittori, dai quali furono troppo sommariamente giudicati, la strada a ideare una generale riforma. In quanto finalmente all’accusa, così generale e così nuda, d’aver raffinato i tormenti, abbiamo in vece veduto che fu cosa dalla maggior parte di loro espressamente detestata e, per quanto stava in loro, proibita. Molti de’ luoghi che abbiam riferiti possono anche servire a lavarli in parte dalla taccia d’averne trattato con quell’impassibile tranquillità. Ci si permetta di citarne un altro che parrebbe quasi un’anticipata protesta. “Non posso che dar nelle furie”, scrive il Farinacci, (non possum nisi vehementer excandescere) “contro que’ giudici che tengono per lungo tempo legato il reo, prima di sottoporlo alla tortura; e con quella preparazione la rendon più crudele.” Da queste testimonianze, e da quello che sappiamo essere stata la tortura negli ultimi suoi tempi, si può francamente dedurre che i criminalisti interpreti la lasciarono molto, ma molto, men barbara di quello che l’avevan trovata. E certo sarebbe assurdo l’attribuire a una sola causa una tal diminuzione di male; ma, tra le molte, mi par che sarebbe anche cosa poco ragionevole il non contare il biasimo e le ammonizioni ripetute e rinnovate pubblicamente, di secolo in secolo, da quelli ai quali pure s’attribuisce un’autorità di fatto sulla pratica de’ tribunali. Cita poi il Verri alcune loro proposizioni; le quali non basterebbero per fondarci sopra un generale giudizio storico, quand’anche fossero tutte esattamente citate. Eccone, per esempio, una importantissima, che non lo è: “Il Claro asserisce che basta vi siano alcuni indizii contro un uomo, e si può metterlo alla tortura”. Se quel dottore avesse parlato così, sarebbe piuttosto una singolarità che un argomento; tanto una tal dottrina è opposta a quella d’una moltitudine d’altri dottori. Non dico di tutti, per non affermar troppo più di quello che so; benché, dicendolo, non temerei d’affermar più di quello che è. Ma in realtà il Claro disse, anche lui, il contrario; e il Verri fu probabilmente indotto in errore dall’incuria d’un tipografo, il quale stampò: Nam sufficit adesse aliqua indicia contra reum ad hoc ut torqueri possit, in vece di Non sufficit, come trovo in due edizioni anteriori. E per accertarsi dell’errore, non è neppur necessario questo confronto, giacché il testo continua così: “se tali indizi non
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni     Storia della colonna infame    Capitolo secondo quelle degl’interpreti, prese nel loro complesso, non servirono, né furon rivolte a peggiorare. Questione interessantissima, giacché si tratta di giudicar l’effetto e l’intento del lavoro intellettuale di più secoli, in una materia così importante, anzi così necessaria all’umanità; questione del nostro tempo, giacché, come abbiamo accennato, e del resto ognun sa, il momento in cui si lavora a rovesciare un sistema, non è il più adattato a farne imparzialmente la storia; ma questione da risolversi, o piuttosto storia da farsi, con altro che con pochi e sconnessi cenni. Questi bastan però, se non m’inganno, a dimostrar precipitata la soluzione contraria; come erano, in certo modo, una preparazion necessaria al nostro racconto. Ché in esso noi avremo spesso a rammaricarci che l’autorità di quegli uomini non sia stata efficace davvero; e siam certi che il lettore dovrà dir con noi: fossero stati ubbiditi!
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
traveduto, ma qualche cosa. Un fatto altrettanto innocente, e altrettanto indifferente fu, si vede, quello che gli suggerì la persona e la favola. Il barbiere Giangiacomo Mora componeva e spacciava un unguento contro la peste; uno de’ mille specifici che avevano e dovevano aver credito, mentre faceva tanta strage un male di cui non si conosce il rimedio, e in un secolo in cui la medicina aveva ancor così poco imparato a non affermare, e insegnato a non credere. Pochi giorni prima d’essere arrestato, il Piazza aveva chiesto di quell’unguento al barbiere; questo aveva promesso di preparargliene; e avendolo poi incontrato sul Carrobio, la mattina stessa del giorno che seguì l’arresto, gli aveva detto che il vasetto era pronto, e venisse a prenderlo. Volevan dal Piazza una storia d’unguento, di concerti, di via della  Vetra: quelle circostanze così recenti gli serviron di materia per comporne una: se si può chiamar comporre l’attaccare a molte circostanze reali un’invenzione incompatibile con esse. Il giorno seguente, 26 di giugno, il Piazza è condotto davanti agli esaminatori,  e  l’auditore  gl’intima:  che  dica  conforme  a  quello  che estraiudicialmente confessò a me, alla presenza anco del Notaro Balbiano, se sa chi è il fabricatore degli unguenti, con quali tante volte si sono trovate ontate le porte et mura delle case et cadenazzi di questa città. Ma il disgraziato, che, mentendo a suo dispetto, cercava di scostarsi il possibile meno dalla verità, rispose soltanto: a me l’ha dato lui l’unguento, il Barbiero. Son le parole tradotte letteralmente, ma messe così fuor di luogo dal Ripamonti: dedit unguenta mihi tonsor. Gli si dice che nomini il detto Barbiero; e il suo complice, il suo ministro in un tale attentato, risponde: credo habbi nome Gio. Jacomo, la cui parentela (il cognome) non so. Non sapeva di certo, che dove stesse di casa, anzi di bottega; e, a un’altra interrogazione, lo disse. Gli domandano se da detto Barbiero lui Constituto ne ha havuto o poco o assai di detto unguento. Risponde: me ne ha dato tanta quantità come potrebbe capire questo calamaro che è qua sopra la tavola. Se avesse ricevuto dal Mora il vasetto del preservativo che gli aveva chiesto, avrebbe descritto quello; ma non potendo cavar nulla dalla sua memoria, s’attacca a un oggetto presente, per attaccarsi a qualcosa di reale. Gli domandano se detto Barbiero è amico di lui Constituto. E qui, non accorgendosi come la verità che gli si presenta alla memoria, faccia ai cozzi con l’invenzione, risponde: è amico, signor sì, buon dì, buon anno, è amico, signor sì; val a dire che lo conosceva appena di saluto. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
fermato il secondo detto del Piazza su quella circostanza particolare e accessoria; quand’anche non ci fosse stata di mezzo l’impunità; la deposizion di costui non poteva più somministrare nessun indizio legale. “Il complice che varia e si contradice nelle sue deposizioni, essendo perciò anche spergiuro, non può fare, contro i nominati, indizio alla tortura... anzi nemmeno all’inquisizione... e questa si può dire dottrina comunemente ricevuta dai dottori.” Il Mora fu messo alla tortura! L’infelice non aveva la robustezza del suo calunniatore. Per qualche tempo però, il dolore non gli tirò fuori altro che grida compassionevoli, e proteste d’aver detta la verità. Oh Dio mio; non ho cognitione di colui, né ho mai havuto pratica con lui, et per questo non posso dire... et per questo dice la bugia che sia praticato in casa mia, né che sia mai stato nella mia bottega. Son morto! misericordia, mio Signore! misericordia! Ho stracciato la scrittura, credendo fosse la ricetta del mio elettuario... perché volevo il guadagno io solamente. Questa non è causa sufficiente, gli dissero. Supplicò d’esser lasciato giù, che direbbe la verità! Fu lasciato giù, e disse: La verità è che il Commissario non ha pratica alcuna meco. Fu ricominciato e accresciuto il tormento: alle spietate istanze degli esaminatori, l’infelice rispondeva: V.S. veda quello che vole che dica, lo dirò: la risposta di Filota a chi lo faceva tormentare, per ordine d’Alessandro il grande, “il quale stava ascoltando pur anch’esso dietro ad un arazzo”: dic quid me velis dicere è la risposta di chi sa quant’altri infelici. Finalmente, potendo più lo spasimo che il ribrezzo di calunniar sé stesso, che il pensiero del supplizio, disse: ho dato un vasetto pieno di brutto, cioè sterco, acciò imbrattasse le muraglie, al Commissario. V.S. mi lasci giù, che dirò la verità. Così eran riusciti a far confermare al Mora le congetture del birro, come al Piazza l’immaginazioni della donnicciola; ma in questo secondo caso con una tortura illegale, come nel primo con un’illegale impunità. L’armi eran prese dall’arsenale della giurisprudenza; ma i colpi eran dati ad arbitrio, e a tradimento. Vedendo che il dolore produceva l’effetto che avevan tanto sospirato, non esaudiron la supplica dell’infelice, di farlo almeno cessar subito. Gl’intimarono che cominci a dire.
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
A quella minaccia, rispose ancora: replico che quello che dissi hieri non è vero niente, et lo dissi per li tormenti. Poi riprese: V.S. mi lasci un puoco dire un’Ave Maria, et poi farò quello che il Signore me inspirarà; e si mise in ginocchio davanti a un’immagine del Crocifisso, cioè di Quello che doveva un giorno giudicare i suoi giudici. Alzatosi dopo qualche momento, e stimolato a confermar la sua confessione, disse: in conscienza mia, non è vero niente. Condotto subito nella stanza della tortura, e legato, con quella crudele aggiunta del canapo, l’infelicissimo disse: V.S. non mi stij a dar più tormenti,  che  la  verità  che  ho  deposto,  la  voglio  mantenere.  Slegato  e ricondotto nella stanza dell’esame, disse di nuovo: non è vero niente. Di nuovo alla tortura, dove di nuovo disse quello che volevano; e avendogli il dolore consumato fino all’ultimo quel poco resto di coraggio, mantenne il suo detto, si dichiarò pronto a ratificar la sua confessione; non voleva nemmeno che gliela leggessero. A questo non acconsentirono: scrupolosi nell’osservare una formalità ormai inconcludente, mentre violavan le prescrizioni più importanti e più positive. Lettogli l’esame, disse: è la verità tutto. Dopo di ciò, perseveranti nel metodo di non proseguir le ricerche, di non affrontar le difficoltà, se non dopo i tormenti (ciò che la legge medesima  aveva  creduto  di  dover  vietare  espressamente,  ciò  che  Diocleziano  e Massimiano avevan voluto impedire!), pensaron finalmente a domandargli se non aveva avuto altro fine che di guadagnar con la vendita del suo elettuario. Rispose: che sappia mi, quanto a me, non ho altro fine. Che sappia mi! Chi, se non lui, poteva sapere cosa fosse passato nel suo interno? Eppure quelle così strane parole erano adattate alla circostanza: lo sventurato non avrebbe potuto trovarne altre che significassero meglio a che segno aveva, in quel momento, abdicato, per dir così, sé medesimo, e acconsentiva a affermare, a negare, a sapere quello soltanto, e tutto quello che fosse piaciuto a coloro che disponevan della tortura. Vanno avanti, e gli dicono: che ha molto dell’inverisimile che, solamente per haver occasione il Commissario di lavorare assai, et lui Constituto di vendere il suo elettuario habbino procurato, con l’imbrattamento delle porte, la destruttione et morte della gente; perciò dica a che fine, et per che rispetto si sono mossi loro duoi a così fare, per un interesse così legiero. Ora vien fuori quest’inverisimiglianza? Gli avevan dunque minacciata e data a più riprese la tortura per fargli ratificare una confessione inverisimile! L’osservazione era giusta, ma veniva tardi, diremo anche qui; giacché il rin-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
fino all’ultimo, fin sulla rota, che accettavan la morte in pena de’ peccati che avevan commessi davvero. Accettar quello che non si potrebbe rifiutare! parole che possono parer prive di senso a chi nelle cose guardi soltanto l’effetto materiale; ma parole d’un senso chiaro e profondo per chi considera, o senza considerare intende, che ciò che in una deliberazione può esser più difficile, ed è più importante, la persuasion della mente, e il piegarsi della volontà, è ugualmente difficile, ugualmente importante, sia che l’effetto dipenda da esso, o no; nel consenso, come nella scelta. Quelle proteste potevano atterrire la coscienza de’ giudici; potevano irritarla. Essi riusciron pur troppo a farle smentire in parte, nel modo che sarebbe stato il più decisivo, se non fosse stato il più illusorio; cioè col far che accusassero sé medesimi, molti che da quelle proteste erano stati così autorevolmente scolpati. Di quest’altri processi toccheremo soltanto, come abbiam detto, qualcosa, e soltanto d’alcuni, per venire a quello del Padilla; cioè a quello che, come per l’importanza del reato è il principale, così, per la forma e per l’esito, è la pietra del paragone per tutti gli altri.
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
92 – Quivi Cupido e’ suoi pennuti frati ................ 35 93 – Muove dal colle, mansueta e dolce .................35 94 – Raggia davanti all’uscio una gran pianta ........ 36 95 – La regia casa il sereno aier fende .....................36 96 – Le mura a torno d’artificio miro .................... 36 97 – Mille e mille color formon le porte ................ 37 98 – Ivi la Terra con distesi ammanti .....................37 99 – Nel tempestoso Egeo in grembo a Teti ...........37 100 – Vera la schiuma e vero il mar diresti .............38 101 – Giurar potresti che dell’onde uscissi .............38 102 – Questa con ambe man le tien sospesa .......... 38 103 – Indi paion levate inver le spere .....................39 104 – Nello estremo, se stesso el divin fabro .......... 39 105 – Nell’altra in un formoso e bianco tauro .......39 106 – Le ’gnude piante a sé ristrette accoglie .........40 107 – Or si fa Giove un cigno or pioggia d’oro .....40 108 – Fassi Nettunno un lanoso montone .............40 109 – Poi segue Dafne, e ’n sembianza si lagna ...... 41 110 – Dall’altra parte la bella Arianna ...................41 111 – Vien sovra un carro, d’ellera e di pampino ...41 112 – Sovra l’asin Silen, di ber sempre avido .........42 113 – Quasi in un tratto vista amata e tolta ...........42 114 – Posa giù del leone il fero spoglio .................. 42 115 – Gli omer setosi a Polifemo ingombrano .......43 116 – Dall’uno all’altro orecchio un arco face ........ 43 117 – e dica ch’ella è bianca più che il latte............ 43 118 – Duo formosi delfini un carro tirono .............44 119 – Intorno al bel lavor serpeggia acanto ............ 44 120 – Questo è ’l loco che tanto a Vener piacque ...44 121 – Or poi che ad ale tese ivi pervenne...............45 122 – Trovolla assisa in letto fuor del lembo ...........45 123 – Sovra e d’intorno i piccioletti Amori ............ 45 124 – Come avea delle penne dato un crollo .......... 46 125 – Onde vien, figlio, o qual n’apporti nuove? ...46
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
106 Le ’gnude piante a sé ristrette accoglie quasi temendo il mar che lei non bagne: tale atteggiata di paura e doglie par chiami invan le dolci sue compagne; le qual rimase tra fioretti e foglie dolenti Europa ciascheduna piagne. , suona il lito, , e ’l tor nuota e talor li bacia e piedi. 107 Or si fa Giove un cigno or pioggia d’oro, or di serpente or d’un pastor fa fede, per fornir l’amoroso suo lavoro; or transformarsi in aquila si vede, come Amor vuole, e nel celeste coro portar sospeso il suo bel Ganimede, qual di cipresso ha il biondo capo avinto, ignudo tutto e sol d’ellera cinto. 108 Fassi Nettunno un lanoso montone, fassi un torvo giovenco per amore; fassi un cavallo il padre di Chirone diventa Febo in Tessaglia un pastore: e ’n picciola capanna si ripone colui ch’a tutto il mondo dà splendore, né li giova a sanar sue piaghe acerbe perch’e’ conosca la virtù dell’erbe.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
taglia alcuna; di modo che possiamo non senza ragione a molti famosi antichi  agguagliarlo.  Questo,  tra  l’altre  cose  sue  lodevoli,  nell’aspero  sito d’Urbino edificò un palazzo, secondo la opinione di molti, il più bello che in tutta Italia si ritrovi; e d’ogni oportuna cosa sì ben lo fornì, che non un palazzo, ma una città in forma de palazzo esser pareva; e non solamente di quello che ordinariamente si usa, come vasi d’argento, apparamenti di camere di ricchissimi drappi d’oro, di seta e d’altre cose simili, ma per ornamento  v’aggiunse  una  infinità  di  statue  antiche  di  marmo  e  di  bronzo, pitture singularissime, instrumenti musici d’ogni sorte; né quivi cosa alcuna volse, se non rarissima ed eccellente. Appresso con grandissima spesa adunò un gran numero di eccellentissimi e rarissimi libri greci, latini ed ebraici, quali tutti ornò d’oro e d’argento, estimando che questa fusse la suprema eccellenzia del suo magno palazzo. III Costui adunque, seguendo il corso della natura, già di sessantacinque anni,  come  era  visso,  così  gloriosamente  morì;  ed  un  figliolino  di  diece anni, che solo maschio aveva e senza madre, lasciò signore dopo sé; il qual fu Guid’Ubaldo. Questo, come dello stato, così parve che di tutte le virtù paterne fosse erede, e sùbito con maravigliosa indole cominciò a promettere tanto di sé, quanto non parea che fusse licito sperare da uno uom mortale; di modo che estimavano gli omini delli egregi fatti del duca Federico niuno esser maggiore, che l’avere generato un tal figliolo. Ma la fortuna, invidiosa di tanta virtù, con ogni sua forza s’oppose a così glorioso principio, talmente che, non essendo ancor il duca Guido giunto alli venti anni, s’infermò di podagre, le quali con atrocissimi dolori procedendo, in poco spazio di tempo talmente tutti i membri gli impedirono, che né stare in piedi né moversi potea; e così restò un dei più belli e disposti corpi del mondo deformato e guasto nella sua verde età. E non contenta ancor di questo, la fortuna in ogni suo disegno tanto gli fu contraria, ch’egli rare volte trasse ad effetto cosa che desiderasse; e benché in esso fosse il consiglio sapientissimo  e  l’animo  invittissimo,  parea  che  ciò  che  incominciava,  e nell’arme e in ogni altra cosa o piccola o grande, sempre male gli succedesse: e di ciò fanno testimonio molte e diverse sue calamità, le quali esso con tanto vigor d’animo sempre tollerò, che mai la virtù dalla fortuna non fu superata; anzi, sprezzando con l’animo valoroso le procelle di quella, e nella
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
sono a’ musici inclinate ed hanno avuto questo per gratissimo cibo d’animo.” Allor il signor Gaspar, “La musica penso,” disse, “che insieme con molte altre vanità sia alle donne conveniente sì, e forse ancor ad alcuni che hanno similitudine d’omini, ma non a quelli che veramente sono; i quali non deono con delicie effeminare gli animi ed indurgli in tal modo a temer la morte.” “Non dite,” rispose il Conte; “perch’io v’entrarò in un gran pelago di laude della musica; e ricordarò quanto sempre appresso gli antichi sia stata celebrata e tenuta per cosa sacra, e sia stato opinione di sapientissimi filosofi il mondo esser composto di musica e i cieli nel moversi far armonia, e l’anima nostra pur con la medesima ragion esser formata, e però destarsi e quasi vivificar le sue virtù per la musica. Per il che se scrive Alessandro alcuna volta esser stato da quella così ardentemente incitato, che quasi contra sua voglia gli bisognava levarsi dai convivii e correre all’arme; poi, mutando il  musico  la  sorte  del  suono,  mitigarsi  e  tornar  dall’arme  ai  convivii.  E dirovvi il severo Socrate, già vecchissimo, aver imparato a sonare la citara. E ricordomi aver già inteso che Platone ed Aristotele vogliono che l’om bene instituito sia ancor musico, e con infinite ragioni mostrano la forza della musica in noi essere grandissima, e per molte cause, che or saria lungo a dir, doversi necessariamente imparar da puerizia; non tanto per quella superficial melodia che si sente, ma per esser sufficiente ad indur in noi un novo abito bono ed un costume tendente alla virtù, il qual fa l’animo più capace di felicità, secondo che lo esercizio corporale fa il corpo più gagliardo; e non solamente non nocere alle cose civili e della guerra, ma loro giovar sommamente. Licurgo ancora nelle severe sue leggi la musica approvò. E leggesi i Lacedemonii bellicosissimi ed i Cretensi aver usato nelle battaglie citare ed altri  instrumenti  molli;  e  molti  eccellentissimi  capitani  antichi,  come Epaminonda,  aver  dato  opera  alla  musica;  e  quelli che  non  ne  sapeano, come  emistocle, esser stati molto meno apprezzati. Non avete voi letto che T delle prime discipline che insegnò il bon vecchio Chirone nella tenera età ad Achille, il quale egli nutrì dallo latte e dalla culla, fu la musica; e volse il savio maestro che le mani, che aveano a sparger tanto sangue troiano, fossero spesso occupate nel suono della citara? Qual soldato adunque sarà che si vergogni d’imitar Achille, lasciando molti altri famosi capitani ch’io potrei addurre. Però non vogliate voi privar il nostro cortegiano della musica, la qual non solamente gli animi umani indolcisce, ma spesso le fiere fa diventar  mansuete;  e  chi  non  la  gusta  si  po  tener  per  certo  ch’abbia  i  spiriti
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
proponea un maestro per insegnar grammatica a’ suoi figlioli, e poi che gliel’ebbe  laudato  per  molto  dotto,  venendo  al  salario  disse  che  oltre  ai denari volea una camera fornita per abitare e dormire, perché esso non avea letto: allor messer Annibal sùbito rispose: “E come po egli esser dotto, se non ha letto?’ Eccovi come ben si valse del vario significato di quello “non aver letto’. Ma perché questi motti ambigui hanno molto dell’acuto, per pigliar l’omo le parole in significato diverso da quello che le pigliano tutti gli altri, pare, come ho detto, che più presto movano maraviglia che riso, eccetto  quando  sono  congiunti  con  altra  manera  di  detti.  Quella  sorte adunque  di  motti  che  più  s’usa  per  far  ridere  è  quando  noi  aspettiamo d’udir una cosa, e colui che risponde ne dice un’altra e chiamasi “fuor d’opinione’. E se a questo è congiunto lo ambiguo, il motto diventa salsissimo; come l’altr’ieri, disputandosi di fare un bel “mattonato’ nel camerino della signora Duchessa, dopo molte parole voi, Ioan Cristoforo, diceste: “Se noi potessimo avere il vescovo di Potenzia e farlo ben spianare, saria molto a proposito, perché egli è il più bel “matto nato” ch’io vedessi mai’. Ognun rise molto, perché dividendo quella parola “mattonato’ faceste lo ambiguo; poi dicendo che si avesse a spianare un vescovo e metterlo per pavimento d’un  camerino,  fu  for  di  opinione  di  chi  ascoltava;  così  riuscì  il  motto argutissimo e risibile. LVIX Ma dei motti ambigui sono molte sorti; però bisogna essere avvertito ed uccellar sottilissimamente alle parole, e fuggir quelle che fanno il motto freddo, o che paia che siano tirate per i capelli, o vero, secondo che avemo detto, che abbian troppo dello acerbo. Come ritrovandosi alcuni compagni in casa d’un loro amico, il quale era cieco da un occhio, e invitando quel cieco la compagnia a restar quivi a desinare, tutti si partirono eccetto uno; il qual disse: “Ed io vi restarò, perché veggo esserci vuoto il loco per uno’; e così col dito mostrò quella cassa d’occhio vuota. Vedete che questo è acerbo e discortese troppo, perché morse colui senza causa e senza esser stato esso prima punto, e disse quello che dir si poria contra tutti i ciechi; e tai cose universali non dilettano, perché pare che possano essere pensate. E di questa sorte fu quel detto ad un senza naso: “E dove appicchi tu gli occhiali?’ o: “Con che fiuti tu l’anno le rose?’
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
tempo poria esser cardinale’. Di questa sorte è ancor quello che disse Alfonso Santa Croce; il qual, avendo avuto poco prima alcuni oltraggi dal Cardinale di Pavia, e passeggiando fuor di Bologna con alcuni gentilomini presso al loco dove si fa la giustizia, e vedendovi un omo poco prima impiccato, se gli rivoltò con un certo aspetto cogitabundo e disse tanto forte che ognun lo sentì: “Beato tu, che non hai che fare col Cardinale di Pavia!’ LXXIII E questa sorte di facezie che tiene dell’ironico pare molto conveniente ad omini grandi, perché è grave e salsa e possi usare nelle cose giocose ed ancor  nelle  severe.  Però  molti  antichi,  e  dei  più  estimati,  l’hanno  usata, come Catone, Scipione Affricano minore; ma sopra tutti in questa dicesi esser stato eccellente Socrate filosofo, ed a’ nostri tempi il re Alfonso Primo d’Aragona; il quale essendo una mattina per mangiare, levossi molte preciose anella che nelli diti avea per non bagnarle nello lavar delle mani e così le diede  a  quello  che  prima  gli  occorse,  quasi  senza  mirar  chi  fusse.  Quel servitore pensò che ‘l re non avesse posto cura a cui date l’avesse e che, per i pensieri di maggior importanzia, facil cosa fosse che in tutto se lo scordasse; ed in questo più si confirmò, vedendo che ‘l re più non le ridomandava; e stando giorni e settimane e mesi senza sentirne mai parola, si pensò di certo esser sicuro. E così essendo vicino all’anno che questo gli era occorso, un’altra mattina, pur quando il re voleva mangiare, si rappresentò, e porse la mano per pigliar le anella; allora il re, accostatosegli all’orecchio, gli disse: “Bastinti  le  prime,  ché  queste  saran  bone  per  un  altro’.  Vedete  come  il motto è salso, ingenioso e grave e degno veramente della magnanimità d’uno Alessandro. LXXIV Simile a questa maniera che tende all’ironico è ancora un altro modo, quando con oneste parole si nomina una cosa viciosa. Come disse il Gran Capitano ad un suo gentilomo, il quale dopo la giornata della Cirignola, e quando le cose già erano in securo, gli venne incontro armato riccamente quanto dir si possa, come apparechiato di combattere; ed allor il Gran Capitano, rivolto a don Ugo di Cardona, disse: “Non abbiate ormai più paura di tormento di mare, ché santo Ermo è comparito’; e con quella onesta
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
A messer Alfonso Ariosto I Leggesi che Pitagora sottilissimamente e con bel modo trovò la misura del corpo d’Ercule; e questo, che sapendosi quel spazio nel quale ogni cinque anni si celebravan i giochi Olimpici in Acaia presso Elide inanzi al tempio di Iove Olimpico esser stato misurato da Ercule, e fatto un stadio di seicento e vinticinque piedi, de’ suoi proprii; e gli altri stadi, che per tutta Grecia dai posteri poi furono instituiti, esser medesimamente di seicento e vinticinque piedi, ma con tutto ciò alquanto più corti di quello, Pitagora facilmente conobbe a quella proporzion quanto il piè d’Ercule fosse stato maggior degli altri piedi umani; e così, intesa la misura del piede, a quella comprese tutto ‘l corpo d’Ercule tanto esser stato di grandezza superiore agli altri omini proporzionalmente, quanto quel stadio agli altri stadi. Voi adunque, messer Alfonso mio, per la medesima ragione, da questa piccol parte di tutto ‘l corpo potete chiaramente conoscer quanto la corte d’Urbino fosse a tutte l’altre della Italia superiore, considerando quanto i giochi, li quali son ritrovati per recrear gli animi affaticati dalle facende più ardue, fossero a quelli che s’usano nell’altre corti della Italia superiori. E se queste eran  tali,  imaginate  quali  eran  poi  l’altre  operazion  virtuose,  ov’eran  gli animi intenti e totalmente dediti; e di questo io confidentemente ardisco di parlare con speranza d’esser creduto, non laudando cose tanto antiche che mi sia licito fingere, e possendo approvar quant’io ragiono col testimonio de molti omini degni di fede che vivono ancora, e presenzialmente hanno veduto  e  conosciuto  la  vita  e  i  costumi  che  in  quella  casa  fiorirono  un tempo; ed io mi tengo obligato, per quanto posso, di sforzarmi con ogni studio vendicar dalla mortal oblivione questa chiara memoria e scrivendo farla vivere negli animi dei posteri. Onde forse per l’avvenire non mancherà chi per questo ancor porti invidia al secol nostro; ché non è alcun che legga le maravigliose cose degli antichi, che nell’animo suo non formi una certa maggior opinion di coloro di chi si scrive, che non pare che possano esprimer  quei  libri,  avvegna  che  divinamente  siano  scritti.  Così  noi desideramo che tutti quelli, nelle cui mani verrà questa nostra fatica, se pur mai sarà di tanto favor degna che da nobili cavalieri e valorose donne meriti esser veduta, presumano e per fermo tengano la corte d’Urbino esser stata molto più eccellente ed ornata d’omini singulari, che noi non potemo scri-
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
quelle che fanno testimonio che si trovino mogli che amino i mariti; ché di quelle che siano state causa de molti beni al mondo potrei dirvi un numero infinito, e narrarvi delle tanto antiche che quasi paion fabule; e di quelle che appresso agli omini sono state inventrici di tai cose, che hanno meritato esser  estimate  dee,  come  Pallade,  Cerere;  e  delle  Sibille,  per  bocca  delle quali Dio tante volte ha parlato e rivelato al mondo le cose che aveano a venire; e di quelle che hanno insegnato a grandissimi omini, come Aspasia e Diotima, la quale ancora con sacrifici prolungò dieci anni il tempo d’una peste  che  aveva  da  venire  in  Atene.  Potrei  dirvi  di  Nicostrata,  madre d’Evandro, la quale mostrò le lettere ai Latini; e d’un’altra donna ancor che fu  maestra  di  Pindaro  lirico;  e  di  Corinna  e  di  Saffo,  che  furono eccellentissime in poesia: ma io non voglio cercar le cose tanto lontane. Dicovi ben, lassando il resto, che della grandezza di Roma furono forse non minor causa le donne che gli omini.” “Questo,” disse il signor Gasparo, “sarebbe bello da intendere.” XXIX Rispose il Magnifico: “Or uditelo. Dopo la espugnazion di  roia molti T Troiani,  che  a  tanta  ruina  avanzarono,  fuggirono  chi  ad  una  via,  chi  ad un’altra: dei quali una parte, che da molte procelle forno battuti, vennero in Italia, nella contrata ove il Tevere entra in mare. Così discesi in terra per cercar  de’  bisogni  loro,  cominciarono  a  scorrere  il  paese;  le  donne,  che erano restate nelle navi, pensarono tra sé un utile consiglio, il qual ponesse fine al periculoso e lungo error maritimo ed in loco della perduta patria una nova loro ne recuperasse; e, consultate insieme, essendo assenti gli omini, abbrusciarono le navi; e la prima che tal opera cominciò si chiamava Roma. Pur, temendo la iracundia degli omini i quali ritornavano, andarono contra essi; ed alcune i mariti, alcune i soi congiunti di sangue abbracciando e basciando con segno di benivolenzia, mitigarono quel primo impeto; poi manifestarono loro quietamente la causa del lor prudente pensiero. Onde i Troiani, sì per la necessità, sì per esser benignamente accettati dai paesani, furono contentissimi di ciò che le donne aveano fatto e quivi abitarono con i Latini, nel loco dove poi fu Roma; e da questo processe il costume antico appresso i Romani, che le donne incontrando basciavano i parenti. Or vedete quanto queste donne giovassero a dar principio a Roma.
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
I Pensando  io  di  scrivere  i  ragionamenti  che  la  quarta  sera  dopo  le narrate nei precedenti libri s’ebbero, sento tra varii discorsi uno amaro pensiero che nell’animo mi percuote e delle miserie umane e nostre speranze fallaci ricordevole mi fa; e come spesso la fortuna a mezzo il corso, talor presso al fine rompa i nostri fragili e vani disegni, talor li summerga prima che pur veder da lontano possano il porto. Tornami adunque a memoria che non molto tempo dapoi che questi ragionamenti passarono privò morte importuna la casa nostra di tre rarissimi gentilomini, quando di prospera età e speranza d’onore più fiorivano. E di questi il primo fu il signor Gaspar Pallavicino, il quale, essendo stato da una acuta infirmità combattuto e più che una volta ridutto all’estremo, benché l’animo fosse di tanto vigore che per un tempo tenesse i spiriti in quel corpo a dispetto di morte, pur in età molto immatura fornì il suo natural corso: perdita grandissima non solamente alla casa nostra ed agli amici e parenti suoi, ma alla patria ed a tutta la Lombardia. Non molto appresso morì messer Cesare Gonzaga, il quale a tutti coloro che aveano di lui notizia lasciò acerba e dolorosa memoria della sua morte; perché, producendo la natura così rare volte, come fa, tali omini, pareva pur conveniente che di questo così tosto non ci privasse; ché certo dir si po che messer Cesare ci fosse a punto ritolto quando cominciava a mostrar di sé più che la speranza, ed esser estimato quanto meritavano le sue ottime qualità; perché già con molte virtuose fatiche avea fatto bon testimonio del suo valore, il quale risplendeva, oltre alla nobilità del sangue, dell’ornamento ancora delle lettere e d’arme e d’ogni laudabil costume; tal che, per la bontà, per l’ingegno, per l’animo e per lo saper suo non era cosa tanto grande, che di lui aspettar non si potesse. Non passò molto che messer Roberto da Bari esso ancor morendo molto dispiacer diede a tutta la casa; perché ragionevole pareva che ognun si dolesse della morte d’un giovane di boni costumi, piacevole, e di bellezza d’aspetto e disposizion della persona rarissimo, in complession tanto prosperosa e gagliarda quanto desiderar si potesse. II Questi adunque se vivuti fossero, penso che sariano giunti a grado, che arìano ad ognuno che conosciuti gli avesse potuto dimostrar chiaro argumento, quanto la corte d’Urbino fosse degna di laude e come di nobili Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 219 � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro quarto cavalieri ornata; il che fatto hanno quasi tutti gli altri, che in essa creati si sono; ché veramente del caval troiano non uscirono tanti signori e capitani, quanti  di  questa  casa  usciti  sono  omini  per  virtù  singulari  e  da  ognuno sommamente pregiati. Ché, come sapete, messer Federico Fregoso fu fatto arcivescovo  di  Salerno;  il  conte  Ludovico,  vescovo  di  Baious;  il  signor Ottaviano, duce di Genova; messer Bernardo Bibiena, cardinale di Santa Maria in Portico; messer Pietro Bembo, secretario di papa Leone; il signor Magnifico al ducato di Nemours ed a quella grandezza ascese dove or si trova; il signor Francesco Maria Ruvere, prefetto di Roma, fu esso ancora fatto duca d’Urbino; benché molto maggior laude attribuir si possa alla casa dove nutrito fu, che in essa sia riuscito così raro ed eccellente signore in ogni qualità di virtù, come or si vede, che dello esser pervenuto al ducato d’Urbino; né credo che di ciò piccol causa sia stata la nobile compagnia, dove in continua conversazione sempre ha veduto ed udito lodevoli costumi. Però parmi che quella causa, o sia per ventura o per favore delle stelle, che ha così lungamente concesso ottimi signori ad Urbino, pur ancora duri e produca i medesimi effetti; e però sperar si po che ancor la bona fortuna debba secondar tanto queste opere virtuose, che la felicità della casa e dello stato non solamente non sia per mancare, ma più presto di giorno in giorno per accrescersi; e già se conoscono molti chiari segni, tra i quali estimo il precipuo l’esserci stata concessa dal cielo una tal signora, com’è la signora Eleonora Gonzaga,  Duchessa  nova;  ché  se  mai  furono  in  un  corpo  solo congiunti sapere, grazia, bellezza, ingegno, manere accorte, umanità ed ogni altro gentil costume, in questa tanto sono uniti, che ne risulta una catena, che ogni suo movimento di tutte queste condizioni insieme compone ed adorna. Seguitiamo adunque i ragionamenti del nostro cortegiano, con speranza che dopo noi non debbano mancare di quelli che piglino chiari ed onorati  esempi  di  virtù  dalla  corte  presente  d’Urbino,  così  come  or  noi facciamo dalla passata. III Parve adunque, secondo che ‘l signor Gasparo Pallavicino raccontar soleva, che ‘l seguente giorno, dopo i ragionamenti contenuti nel precedente libro, il signor Ottaviano fosse poco veduto; per che molti estimarono che egli fosse retirato, per poter senza impedimento pensar bene a ciò che dire avesse. Però, essendo all’ora consueta ridottasi la compagnia alla signo-
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro quarto XXXVII Rispose allor il signor Ottaviano ridendo: “Quelli che non ebbero questi risguardi, arebbono fatto meglio avendogli, benché, se considerate, trovarete che molti gli ebbero, e massimamente que’ primi antichi, come Teseo ed Ercule: né crediate che altri fossero Procuste e Scirone, Cacco, Diomede, Anteo, Gerione, che tiranni crudeli ed impii, contra i quali aveano perpetua e mortal guerra questi magnanimi eroi; e però per aver liberato il mondo da così intollerabili mostri (ché altramente non si debbon nominare i tiranni), ad Ercule furon fatti i tempii e i sacrifici e dati gli onori divini; perché il beneficio di estirpare i tiranni è tanto giovevole al mondo, che chi la fa merita molto maggior premio, che tutto quello che si conviene ad un mortale. E di coloro che voi avete nominati, non vi par che Alessandro giovasse con le sue vittorie ai vinti, avendo instituite di tanti boni costumi quelle barbare genti che superò, che di fiere gli fece omini? edificò tante belle città in paesi mal abitati, introducendovi il viver morale; e quasi congiungendo l’Asia e l’Europa col vinculo dell’amicizia e delle sante leggi, di modo  che  più  felici  furno  i  vinti  da  lui,  che  gli  altri;  perché  ad  alcuni mostrò i matrimoni, ad altri l’agricoltura, ad altri la religione, ad altri il non uccidere, ma il nutrir i padri già vecchi, ad altri lo astenersi dal congiungersi con le madri e mille altre cose che si porian dir in testimonio del giovamento che fecero al mondo le sue vittorie. XXXVIII Ma  lassando  gli  antichi,  qual  più  nobile  e  gloriosa  impresa  e  più giovevole potrebbe essere, che se i Cristiani voltasser le forze loro a subiugare gli infideli? non vi parrebbe che questa guerra, succedendo prosperamente ed essendo causa di ridurre dalla falsa setta di Maumet al lume della verità cristiana  tante  migliaia  di  omini,  fosse  per  giovare  così  ai  vinti  come  ai vincitori? E veramente, come già Temistocle, essendo discacciato dalla patria sua e raccolto dal re di Persia e da lui accarezzato ed onorato con infiniti e  ricchissimi  doni,  ai  suoi  disse:  “Amici,  ruinati  eravamo  noi,  se  non ruinavamo’; così bene poriano allor con ragion dire il medesimo ancora i Turchi e i Mori, perché nella perdita loro saria la lor salute. Questa felicità adunque  spera  che  ancor  vedremo,  se  da  Dio  ne  fia  conceduto  il  viver tanto, che alla corona di Francia pervenga Monsignore d’Angolem, il quale tanta speranza mostra di sé, quanta mo quarta sera disse il signor Magnifico; ed a quella d’Inghilterra il signor don Enrico, principe di Vuaglia, che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Flamminia e detti. Flamminia Eugenia Flamminia Eugenia Flamminia Eugenia Flamminia Eugenia Flamminia Eugenia Flamminia Eugenia Flamminia Eugenia Flamminia Eugenia Flamminia Ecco qui la lettera bell’e fatta. La volete sentire? Date qui, non preme. Signora no, ve la voglio far sentire. Mio bene.... Ma bene bene... (con caricatura). Cosa vorreste significare? Niente; dico, che dite bene. Sentite. Mi hanno tanto consolato le vostre righe, che non ho termini sufficienti per ispiegarvi il giubbilo del mio cuore. E che giubbilo! (con ironia). No forse? Sí (con ironia caricata). Siete pure sguaiata. Mi pare un secolo ch’io non vi vedo. Caro il mio bene... Ma bene. Io non vi capisco. Mi capisco da me. (Pazza). Venite a consolare la vostra cara gioietta. Con quella bella grazietta! (con ironia). Che modo è questo?
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Né di me? non v’importa di me? né di lui né di me? non ve n’importa? (passeggiando in giro con isdegno). Fermatevi, che mi fate girar il capo. Né di lui, né di me? (si dà un pugno nella testa). Facciamo scene? Né di lui, né di me? (si batte il capo a due mani). Animo; finiamo queste sguaiaterie (fra lo sdegno e l’amore). Non posso piú (si abbandona sopra una sedia). Avvertite, che siete pazzo davvero. Son pazzo, son pazzo? (seguita a battersi). Non la volete finire? (con un poco di tenerezza). Cagna! crudele! Bell’amore! a ogni menoma cosa subito si sdegna, va in bestia, non può soffrir niente il signor delicato. Finalmente chi vuol bene ha da compatire; e ad una donna le si deve donar qualche cosa. Bella maniera da farsi amare! Sí, avete ragione (placato). Ogni giorno siamo alle medesime. Compatitemi, non farò piú. Non mi fate di queste ragazzate, che non ne voglio. Andrete a spasso questa sera? (ridente amoroso). Se mi parerà (scherzando con amore). Con chi anderete? Eh! (come sopra). Con me anderete. Sicuro! (ironica). Non volete venir con me? (un poco sdegnato). Se ci veniste volentieri. Ma cara Eugenia, possibile, che ancora non siate certa dell’amor mio? In un anno in circa, che ho la consolazione della vostra cara amicizia, vi ho dato scarse prove d’amore? Ancora mi volete fare il torto di dubitarne? So che vi
Gl innamorati di Carlo Goldoni
scampar; m’ha visto quella petazza della lasagnera, la ghe l’ha dito, e ho credesto, che el me bastona. E a mi quante no me n’àlo dito per causa vostra? De diana! cossa ghe fazzio? Vu almanco, fia mia, ve mariderè; ma mi gh’ho da star fin, che vivo. La diga, siora madre, me marideròggio? Mi crederave de sì. La diga, siora madre, e quando me marideròggio? Ve mariderè, figurarse, quando, che el Cielo vorà. El Cielo me marideràlo, senza che mi lo sappia? Che spropositi! l’avè da saver anca vu. Nissun gnancora m’ha dito gnente. Se no i ve l’ha dito, i ve lo dirà. Ghe xè gnente in cantier? Ghe xè, e no ghe xè; mio mario no vol che ve diga gnente. Cara éla, la diga. No dasseno, fia mia. Cara éla, qualcossa. Se ve digo gnente, el me salta ai occhi co fa un basilisco. Noi lo saverà miga sior padre, se la me lo dise. Oh figurarse, se no lo dirè! No dasseno, figurarse, che no lo digo. Cossa gh’intra sto “figurarse”? No so gnanca mi, gh’ho sto uso, el digo, che no men’incorzo (ironicamente). (Gh’ho in testa, che la me burla mi sta frascona). La diga, siora madre. Animo laorè, l’aveu, gnancora fenìa quella calza! Deboto. Se el vien a casa élo, e che la calza no sia fenìa, el dirà che sè stada su per i balconi, e mi no vòi figurarse... (sia maledeto sto vizio!) Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I Rusteghi di Carlo Goldoni
Simon e detti. Simon Marina Simon Felice Simon Felice Simon Felice Canciano Simon Marina Simon Felice Marina Riccardo Simon Marina (bruscamente). Sior. (Cossa xè sto baccan? Cossa vorli qua? Chi xèlo colù?) (accenna Riccardo). Oh, sior Simon, la reverisso. Patrona (a Felice). Ah? (a Marina). Semo vegnui a farve una visita. A chi? A vu. N’è vero, sior Cancian? Siora sì (a mezza bocca). Andè via de qua, vu (a Marina). Volè, che usa una mala creanza? Lassème el pensier a mi; andè via de qua. Via, Marina, obedìlo vostro mario: anca mi, vedè, co sior Cancian me dise una cossa, la fazzo subito. Brava, brava, ho capìo. Patroni. Umilissima riverenza (a Marina). Patron (ironico al Conte).
I Rusteghi di Carlo Goldoni
No, no il ventaglio l’ho disposto diversamente. Bene bene lo dia a chi vuole. Io non cerco i fatti degl’altri (siede e lavora). (Non li cerca ma li vuol sapere. Questa volta però, non l’è andata fatta) (da sé, e si accosta a Giannina). Gran segreti colla merciaia. Sarei bene curiosa di sapere qualche cosa (s’avanza un poco). Giannina (piano accostandosi a lei). Signore (sedendo e lavorando). Vorrei pregarvi d’una finezza. Oh cosa dice! comandi se la posso servire. So che la signora Candida ha dell’amore per voi. Sí signor per sua grazia. Anzi m’ha ella parlato, perché m’interessi presso di vostro fratello. Ma è una gran disgrazia la mia! Sono restata senza padre, e senza madre, e mi tocca essere soggetta ad un fratello, ch’è una bestia, signore, è veramente una bestia (fila con sdegno). Ascoltatemi. Parli pure, che il filare non mi tura l’orecchie (altiera, filando). (Suo fratello è stravagante, ma ha anche ella il suo merito mi pare) (ironico). (Che avesse comprato il ventaglio per Giannina, non credo mai) (da sé). Coronato e Crespino mostrano curiosità di sentir quel che dice Evaristo a Giannina, ed allungano il collo per sentire.
Il Ventaglio di Carlo Goldoni
Quando lo dico io, scusatemi, non si mette in dubbio, io ve la domando per parte sua, e si è raccomandato, e mi ha pregato, e mi ha supplicato, ed io vi parlo, vi supplico, non vi supplico, ma ve la domando. Supponiamo, che il signor Barone dica davvero. Cospetto! Cos’è questo supponiamo? La cosa è certa; e quando lo dico io... Via  la  cosa  è  certa.  Il  signor  Barone  la  brama.  Vossignoria  la  domanda. Bisogna bene, ch’io senta se Candida vi acconsente. Non lo saprà, se non glie lo dite. Abbia la bontà di credere, che glielo dirò (ironica). Eccola lí, parlatele. Li parlerò. Andate, e vi aspetto qui. Mi  permetta,  e  sono  da  lei  (fa  riverenza).  (Se  il  Barone  dicesse  davvero, sarebbe una fortuna per mia nipote. Ma dubito, ch’ella sia prevenuta) (da sé, e va verso la merciaia). Oh, io poi colla mia buona maniera faccio fare alle persone tutto quello, che io voglio (tira fuori il libro, si mette sulla banchetta, e legge). Candida andiamo a fare due passi. Ho necessità di parlarvi. Se vogliono restar servite nel mio giardinetto, saranno in pienissima libertà. Si alzano. Sí andiamo, che sarà meglio, perché devo tornar qui subito (entra in bottega). Cosa mai vorrà dirmi? Son troppo sfortunata, per aspettarmi alcuna consolazione (entra in bottega). È capace di farmi star qui un’ora ad aspettarla. Manco male, che ho questo libro, che mi diverte. Gran bella cosa è la letteratura! Un uomo con un buon libro alla mano non è mai solo (legge piano).
Il Ventaglio di Carlo Goldoni
Se vieni, vieni, se non vieni mangerò io (entra in casa). Se ora mangiassi, mangerei del veleno. (Non si vede nessuno nella terrazza. Saranno a pranzo probabilmente. È meglio ch’io vada all’osteria. Il Barone mi aspetta) (si alza). Ebbene Giannina avete niente da dirmi? (vedendo Giannina). Oh sí signore ho qualche cosa da dirli (bruscamente). Avete dato il ventaglio? Eccolo qui il suo maladetto ventaglio. Che vuol dire? non avete potuto darlo? Ho ricevuto mille insulti, mille impertinenze, e mi hanno cacciato di casa come una briccona. Si è forse accorta la signora Geltruda? Eh, non è stata solamente la signora Geltruda. Le maggiori impertinenze me l’ha dette la signora Candida. Perché? Cosa li avete fatto? Io non le ho fatto niente, signore. Le avete detto, che avevate un ventaglio per lei? Come poteva dirglielo, se non mi ha dato tempo, e mi hanno scacciata come una ladra? Ma ci deve esser il suo perché. Per me so di non averle fatto niente. E tutto questo maltrattamento son certa, son sicura, che me lo ha fatto per causa vostra. Per causa mia? La signora Candida che mi ama tanto? Vi ama tanto la signora Candida? Non vi è dubbio, ne son sicurissimo. Oh sí vi assicuro anch’io, che vi ama bene, bene, ma bene. Voi mi mettete in una agitazione terribile. Andate, andate a ritrovare la vostra bella, la vostra cara (ironica). E perché non vi posso andare? Perché il posto è preso.
Il Ventaglio di Carlo Goldoni
Ho contato in questo punto le ore, e ti dico, che sono sedici; e poi guarda il mio orologio; questo non fallisce mai (gli mostra l’orologio). Bene, se il suo orologio non fallisce, osservi: tredici, e tre quarti. Eh non può essere (cava l’occhialetto e guarda). Che dice? Il mio orologio va male. Sono sedici ore. Le ho sentite io. Dove l’ha comprato quell’orologio? L’ho fatto venir di Londra. L’hanno ingannata. Mi hanno ingannato? Perché? Le hanno mandato un orologio cattivo (ironicamente). Come cattivo? È uno dei piú perfetti, che abbia fatto il Quarè. Se fosse buono, non fallirebbe di due ore. Questo va sempre bene, non fallisce mai. Ma se fa quattordici ore meno un quarto, e son sedici. Il mio orologio va bene. Dunque saranno or ora quattordici, come dico io. Sei un temerario. Il mio orologio va bene, tu di’ male, e guarda ch’io non ti dia qualche cosa nel capo. Un giovane porta il caffè. È servita del caffè (con isdegno). (Oh che bestiaccia!) (da sé). Si è veduto il signor Eugenio? Illustrissimo signor no. Sarà in casa a carezzare la moglie. Che uomo effemminato! Sempre moglie! Sempre moglie! Non si lascia piú vedere; si fa ridicolo. È un uomo di stucco. Non sa quel che si faccia. Sempre moglie, sempre moglie (bevendo il caffè). Altro che moglie! È stato tutta la notte a giuocare qui da messer Pandolfo. Se lo dico io. Sempre gioco! Sempre gioco! (dà la chicchera, e s’alza).
La Bottega del caffe di Carlo Goldoni
Son belle? son vezzose? Oibò, non ve n’è alcuna Che delle grazie vostre possa vantarne una. Però non mi crediate soggetta a gelosia: Codesta in un serraglio sarebbe una follia. Certamente (con ironia). Ma pure bramo sapere anch’io Qual sia la piú diletta, fra voi, del signor mio. Vi dirò; veramente, ha per me qualche affetto, Ma statene sicura, non abbiate sospetto. Se meco qualche volta accendersi lo veggo, Gli batto su le mani, lo sgrido, e lo correggo. Né per il grado vostro, né per la vostra etade, Si può temer. No, dite, perché amo l’onestade. Tamas non ha di voi, chi piú gli punga il cuore? Eh disgraziato! Basta; non vuo’ darvi dolore. Via, lo so, d’una schiava egli è perduto amante: Ditemi, come ha ricco di grazie il bel sembiante? Eh! mi fareste dire; con voi, la mia fanciulla, Le grazie di colei non vagliono per nulla. Avete, gioia mia, un viso che innamora, E alle mie mani poi sarà piú bello ancora. Di lisci, e di pomate io son maestra antica; Tutte per farsi belle mi vorrebbono amica. Sinora io non usai, sien brutte, o sieno belle, Su queste guancie mie di mascherar la pelle. Lo farei, se credessi di render piú gradito L’infelice mio volto agli occhi del marito; Ma inutil la bellezza, inutile è l’amore, Con un, che ad altra amante abbia donato il cuore. Proviam? No; non mi piace. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Sposa persiana di Carlo Goldoni
Scena 9 Libera, Orsetta, Checca e detti. Libera Fortunato Libera Fortunato Orsetta Checca Orsetta Titta Nane Checca Titta Nane Orsetta Titta Nane Orsetta Checca Libera Fortunato Libera Fortunato Titta Nane Fortunato Titta Nane Libera Titta Nane Paron, cossa feu che no vegní a casa? (a Fortunato). Apetto e pesse, apetto. Ossa fatu, muggiere? Tatu ben, muggiere? Stago ben, fio: e vu steu ben? Tago ben, tago. Cugnà, saudo; saudo, Checca, saudo (saluta). Sloria, cugnà. Cugnà, bondí sioria. Sior Titta Nane, gnanca? Patrone. Stè molto alla larga, sior. Cossa gh’aveu paura? Che Lucietta ve diga roba? Cossa fala Lucietta? Stala ben? Eh! la sta ben sí, quella cara zoggia. Coss’è, no sè piú amighe? Oh! e come che semo amighe (ironico). La ne vol tanto ben! (con ironia). Via, putte, tasè. Avemo donàl tutto; avemo dito de no parlare, e no voggio che se possa dire de madesí, e de qua, de là, che vegnimo a pettegolare. Oe, muggiere, ho portao de a faína da sottovento, de a faína e sogo tucco, e faemo a poenta, faemo. Bravo! avè portà della farina de sorgo turco? Gh’ho ben a caro dasseno. E ho portao... Vorave che me disessi... (a Libera). Lassè parlare i omeni, lassè parlare (a Titta Nane). Caro vu, quieteve un pochetto (a Fortunato). Vorave che me disessi cossa ghe xe stà con Lucietta (a Libera). Gnente (con malizia). Gnente? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni
A vu cossa ve robémio? Titta Nane xe rnio novizzo. Titta Nane v’ha licenzià. No xe vero gnente. Tutta la contrà l’ha sentío. Via, che sè una pettegola. Tasè là, donna stramba. Sentí che sbrenà! Sentí che bella putta! (con ironia e collera). Meggio de to sorella. No ti xe gnanca degna de minzonarme. Povera sporca! Come parlistu? (s’avanzano in zuffa). Voleu ziogare che ve petuffo? Chi? Mare de diana! che te sflazelo, vara. Oh che giandussa! Parla ben, parla (le dà sulla mano). Oe! (alza le mani per dare). Tírete in là, oe! (spingendo Pasqua). Coss’è sto spenze? (spingendo Libera). Oe, oe! (si mette a dare, e tutte due si danno gridando). Oe, oe!
Le Baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni
Mi parlo co tutto e respetto. Baso dove che zappa e sió cogitore; ma se m’avesse da maridare, no vorria che un lustrissimo gh’avesse tanta premura per mia muggier. Oh che caro Titta Nane! Ti me fa da rider, da galantomo. Per cossa credistu che gh’abbia sta premura per quella putta? Che cade? Affin de ben, affin de ben, che cade? (ironico). Son un zovene onesto, e non son capace... Eh! via, che cade? (Oh che galiotto !)
Le Baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni
Orsú, non so che dire. Mi spiacerebbe di vedervi scontenta; ma in ogni modo s’ha da partire. Io non vengo assolutamente. Se non ci verrete voi, ci anderò io. Come! Senza di me? Avrete cuore di lasciarmi in Livorno? Verrò poi a pigliarvi. No, non mi fido. Sa il cielo quando verrete, e se resto qui senza di voi, ho paura che quel tisico di nostro zio mi obblighi a restar in Livorno con lui; e se dovessi star qui, in tempo che l’altre vanno in villeggiatura, mi ammalerei di rabbia, di disperazione. Dunque risolvetevi di venire. Andate dal sarto, ed obbligatelo a lasciar tutto, ed a terminare il mio mariage. Io non ho tempo da perdere. Ho da far cento cose. Maledetta la mia disgrazia! Oh gran disgrazia invero! Un abito di meno è una disgrazia lacrimosa, intollerabile, estrema (ironico). Sí, signore, la mancanza di un abito alla moda può far perdere il credito a chi ha fama di essere di buon gusto. Finalmente siete ancora fanciulla, e le fanciulle non s’hanno a mettere colle maritate. Anche la signora Giacinta è fanciulla, e va con tutte le mode, con tutte le gale delle maritate. E in oggi non si distinguono le fanciulle dalle maritate, e  una  fanciulla  che  non  faccia  quello  che  fanno  l’altre,  suol  passare  per zotica, per anticaglia; e mi maraviglio che voi abbiate di queste massime, e che mi vogliate avvilita e strapazzata a tal segno. Tanto fracasso Per un abito? Piuttosto che restar qui, o venir fuori senza il mio abito, mi contenterei d’avere una malattia. Il cielo vi conceda la grazia. Che mi venga una malattia? (con isdegno). No, che abbiate l’abito, e che siate contenta.
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Giacinta e Leonardo. Giacinta Leonardo Giacinta Leonardo Giacinta Leonardo Giacinta Leonardo Giacinta Leonardo Giacinta Leonardo Si, lo amo, lo stimo, lo desidero, ma non posso soffrire la gelosia. Servitor suo, signora Giacinta (sostenuto). Padrone, signor Leonardo (sostenuta). Scusi se son venuto ad incomodarla. Fa grazia, signor ceremoniere, fa grazia (con ironia). Sono venuto ad augurarle buon viaggio. Per dove? Per la campagna. Ed ella non favorisce? Non signora. Perché, se è lecito? Perché non le vorrei essere di disturbo.
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Ella non incomoda mai; favorisce sempre. È cosí grazioso, che favorisce sempre (con ironia). Non sono io il grazioso. Il grazioso lo averà seco lei nella sua carrozza. Io  non  dispongo,  signore.  Mio  padre  è  il  padrone,  ed  è  padrone  di  far venire chi vuole. Ma la figliuola si accomoda volentieri. Se volentieri, o malvolentieri, voi non avete da far l’astrologo~. Alle corte, signora Giacinta. Quella compagnia non mi piace. È inutile che a me lo diciate. E a chi lo devo dire? A mio padre. Con lui non ho libertà di spiegarmi. Né io ho l’autorità di farlo fare a mio modo. Ma se vi premesse la mia amicizia, trovereste la via di non disgustarmi. Come? Suggeritemi voi la maniera. Oh! non mancano pretesti, quando si vuole. Per esempio? Per esempio si fa nascere una novità che differisca l’andata, e si acquista tempo; e quando preme, si tralascia d’andare, piuttosto che disgustare una persona per cui si ha qualche stima. Sí, per farsi ridicoli, questa è la vera strada. Eh! dite che non vi curate di me. Ho della stima, ho dell’amore per voi; ma non voglio per causa vostra fare una trista figura in faccia del mondo. Sarebbe un gran male, che non andaste un anno in villeggiatura? Un anno senza andare in villeggiatura! Che direbbero di me a Montenero? Che direbbero di me a Livorno? Non avrei piú ardire di mirar in faccia nessuno. Quand’è cosí, non occorr’altro. Vada, si diverta, e buon pro le faccia. Ma ci verrete anche voi. Non signora, non ci verrò. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Sí, signore, cosí non venisse. Godremmo piú libertà, e potrebbe venire con noi quella povera Brigida, che si raccomanda. E non avreste piacere d’aver in viaggio una compagnia da discorrere, da divertirvi? Io non ci penso, e non v’ho mai pensato. Non siete stato voi che l’ha invitato? Ho detto niente io, perché lo facciate venire? (Mia figliuola ha piú giudizio di me). Ehi, chi è di là? Un servitore. Subito lo vado io a chiamare. E che volete far dire al signor Guglielmo? Che non s’incomodi, e che non lo possiamo servire. Oh bella scena! bella, bella, bellissima scena (con ironia). Glielo dirò con maniera. Che buona ragione, gli saprete voi dire? Che so io?... Per esempio... che nella carrozza ha da venire la cameriera, e che non c’è loco per lui. Meglio, meglio, e sempre meglio (come sopra). Vi burlate di me, signorina? Io mi maraviglio certo di voi, che siete capace di una simile debolezza. Che cosa  volete  ch’ei  dica?  Che cosa  volete  che  dica  il  mondo?  Volete  essere trattato da uomo incivile, da malcreato? Vi pare cosa ben fatta, che un giovane venga in sterzo con voi? Sí, è malissimo fatto, e non si può far peggio; ma bisognava pensarvi prima. Se l’avessi invitato io, potreste dir non lo voglio; ma l’avete invitato voi. E bene, io ho fatto il male, ed io ci rimedierò. Basta che il rimedio non sia peggiore del male. Finalmente, s’ei viene con me, c’è la zia, ci siete voi: è male; ma non è gran male. Ma se dite ora di non volerlo, se gli fate la mal’azione di licenziarlo, non arriva domani, che voi ed io per Livorno e per Montenero siamo in bocca di tutti: si alzano sopra di noi delle macchine, si fanno degli almanacchi, Chi dirà: erano innamorati, e si son disgustati. Chi dirà: il padre si è accorto di qualche cosa. Chi sparlerà di voi, chi sparlerà di me; e per non fare una cosa innocente, ne patirà la nostra riputazione. (Quanto pagherei che ci fusse Fulgenzio che la sentisse!) Non sarebbe meglio che lasciassimo stare d’andar in campagna?
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Oh! incomodarmi? Quando vi ho sentita venire, mi si è allargato il core d’allegrezza. Come state? State bene? Benissimo. E voi? Ma è superfluo il domandarvi, siete grassa e fresca, il cielo vi benedica, che consolate. Voi, voi avete una ciera che innamora. Oh! cosa dite mai? Sono levata questa mattina per tempo, non ho dormito, mi duole lo stomaco, mi duole il capo, figurarsi che buona ciera ch’io posso avere. Ed io non so cosa m’abbia, sono tanti giorni che non mangio niente: niente, niente, si può dir quasi niente. Io non so di che viva, dovrei essere come uno stecco. Si, si, come uno stecco! Questi bracciotti non sono stecchi. Eh! a voi non vi si contano ossa. No, poi. Per grazia del cielo, ho il mio bisognetto. Oh cara la mia Giacinta! Oh benedetta la mia Vittorina! (si baciano). Sedete, gioia; via, sedete. Aveva tanta voglia di vedervi. Ma voi non vi degnate mai di venir da me Siedono. Oh! caro il mio bene, non vado in nessun loco. Sto sempre in casa. E io? Esco un pochino la festa, e poi sempre in casa. Io non so come facciano quelle che vanno tutto il giorno a girone  per la città. (Vorrei pur sapere se va o se non va a Montenero, ma non so come fare). (Mi fa specie, che non mi parla niente della campagna). È molto che non vedete mio fratello? L’ho veduto questa mattina. Non so cos’abbia. È inquieto, è fastidioso. Eh! non lo sapete? Tutti abbiamo le nostre ore buone e le nostre ore cattive. Credeva quasi che avesse gridato con voi.
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Cesare Beccaria   Dei delitti e delle pene � Capitolo I Origine delle pene Le leggi sono le condizioni, colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall’incertezza di conservarla. Essi ne sacrificarono una parte per goderne il restante con sicurezza e tranquillità. La somma di tutte queste porzioni di libertà sacrificate al bene di ciascheduno forma la sovranità di una nazione, ed il sovrano è il legittimo depositario ed amministratore di quelle; ma non bastava il formare questo deposito, bisognava difenderlo dalle private usurpazioni di ciascun uomo in particolare, il quale cerca sempre di togliere dal deposito non solo la propria porzione, ma usurparsi ancora quella degli altri. Vi volevano de’ motivi sensibili che bastassero a distogliere il dispotico animo di ciascun uomo dal risommergere nell’antico caos le leggi della società. Questi motivi sensibili sono le pene stabilite  contro  agl’infrattori  delle  leggi.  Dico  sensibili  motivi,  perchè  la sperienza ha fatto vedere che la moltitudine non adotta stabili principii di condotta, nè si allontana da quel principio universale di dissoluzione, che nell’universo fisico e morale si osserva, se non con motivi che immediatamente percuotono i sensi e che di continuo si affacciano alla mente per contrabilanciare le forti impressioni delle passioni parziali che si oppongono al bene universale: nè l’eloquenza, nè le declamazioni, nemmeno le più sublimi verità sono bastate a frenare per lungo tempo le passioni eccitate dalle vive percosse degli oggetti presenti.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Asili Mi restano ancora due questioni da esaminare: l’una, se gli asili sieno giusti, e se il patto di rendersi fralle nazioni reciprocamente i rei sia utile o no. Dentro i confini di un paese non dev’esservi alcun luogo indipendente dalle leggi. La forza di esse seguir deve ogni cittadino, come l’ombra segue il corpo. L’impunità e l’asilo non differiscono che di più e meno, e come l’impressione della pena consiste più nella sicurezza d’incontrarla che nella forza di essa, gli asili invitano più ai delitti di quello che le pene non allontanano. Moltiplicare gli asili è il formare tante piccole sovranità, perchè dove non sono leggi che comandano, ivi possono formarsene delle nuove ed opposte alle comuni, e però uno spirito opposto a quello del corpo intero della società. Tutte le istorie fanno vedere che dagli asili sortirono grandi rivoluzioni negli stati e nelle opinioni degli uomini. Ma se sia utile il rendersi reciprocamente i rei fralle nazioni, io non ardirei decidere questa questione  finchè  le  leggi  più  conformi  ai  bisogni  dell’umanità,  le  pene  più dolci, ed estinta la dipendenza dall’arbitrio e dall’opinione, non rendano sicura l’innocenza oppressa e la detestata virtù; finchè la tirannia non venga del  tutto  dalla  ragione  universale,  che  sempre  più  unisce  gl’interessi  del trono e dei sudditi, confinata nelle vaste pianure dell’Asia, quantunque la persuasione  di  non  trovare  un  palmo  di  terra  che  perdoni  ai  veri  delitti sarebbe un mezzo efficacissimo per prevenirli.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Canto XI In su l’estremità d’un’alta ripa che facevan gran pietre rotte in cerchio venimmo sopra più crudele stipa; 5 e quivi, per l’orribile soperchio del puzzo che ’l profondo abisso gitta, ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio d’un grand’avello, ov’io vidi una scritta che dicea: “Anastasio papa guardo, lo qual trasse Fotin de la via dritta”. 10 “Lo nostro scender conviene esser tardo, sì che s’ausi un poco in prima il senso al tristo fiato; e poi no i fia riguardo”. Così ’l maestro; e io “Alcun compenso”, dissi lui, “trova che ’l tempo non passi perduto”. Ed elli: “Vedi ch’a ciò penso”. “Figliuol mio, dentro da cotesti sassi”, cominciò poi a dir, “son tre cerchietti di grado in grado, come que’ che lassi. 20 Tutti son pien di spirti maladetti; ma perché poi ti basti pur la vista, intendi come e perché son costretti. D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista, ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale o con forza o con frode altrui contrista. 25 Ma perché frode è de l’uom proprio male, più spiace a Dio; e però stan di sotto li frodolenti, e più dolor li assale. Di vïolenti il primo cerchio è tutto; ma perché si fa forza a tre persone, in tre gironi è distinto e costrutto.
Divina Commedia di Dante Alighieri
A Dio, a sé, al prossimo si pòne far forza, dico in loro e in lor cose, come udirai con aperta ragione. 35 Morte per forza e ferute dogliose nel prossimo si danno, e nel suo avere ruine, incendi e tollette dannose; onde omicide e ciascun che mal fiere, guastatori e predon, tutti tormenta lo giron primo per diverse schiere. 40 Puote omo avere in sé man vïolenta e ne’ suoi beni; e però nel secondo giron convien che sanza pro si penta qualunque priva sé del vostro mondo, biscazza e fonde la sua facultade, e piange là dov’esser de’ giocondo. Puossi far forza nella deïtade, col cor negando e bestemmiando quella, e spregiando natura e sua bontade; 50 e però lo minor giron suggella del segno suo e Soddoma e Caorsa e chi, spregiando Dio col cor, favella. La frode, ond’ogne coscïenza è morsa, può l’omo usare in colui che ’n lui fida e in quel che fidanza non imborsa. 55 Questo modo di retro par ch’incida pur lo vinco d’amor che fa natura; onde nel cerchio secondo s’annida ipocresia, lusinghe e chi affattura, falsità, ladroneccio e simonia, ruffian, baratti e simile lordura. Per l’altro modo quell’amor s’oblia che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto, di che la fede spezïal si cria;
Divina Commedia di Dante Alighieri
Canto XIII Non era ancor di là Nesso arrivato, quando noi ci mettemmo per un bosco che da neun sentiero era segnato. 5 Non fronda verde, ma di color fosco; non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco: Non han sì aspri sterpi né sì folti quelle fiere selvagge che ’n odio hanno tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. 10 Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno, che cacciar de le Strofade i Troiani con tristo annunzio di futuro danno. Ali hanno late, e colli e visi umani, piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre; fanno lamenti in su li alberi strani. E ’l buon maestro “Prima che più entre, sappi che se’ nel secondo girone”, mi cominciò a dire, “e sarai mentre 20 che tu verrai ne l’orribil sabbione. Però riguarda ben; sì vederai cose che torrien fede al mio sermone”. Io sentia d’ogne parte trarre guai, e non vedea persona che ’l facesse; per ch’io tutto smarrito m’arrestai. 25 Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse che tante voci uscisser, tra quei bronchi, da gente che per noi si nascondesse. Però disse ’l maestro: “Se tu tronchi qualche fraschetta d’una d’este piante, li pensier c’hai si faran tutti monchi”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Canto XIV Poi che la carità del natio loco mi strinse, raunai le fronde sparte, e rende’le a colui, ch’era già fioco. 5 Indi venimmo al fine ove si parte lo secondo giron dal terzo, e dove si vede di giustizia orribil arte. A ben manifestar le cose nove, dico che arrivammo ad una landa che dal suo letto ogne pianta rimove. 10 La dolorosa selva l’è ghirlanda intorno, come ’l fosso tristo ad essa: quivi fermammo i passi a randa a randa. Lo spazzo era una rena arida e spessa, non d’altra foggia fatta che colei che fu da’ piè di Caton già soppressa. O vendetta di Dio, quanto tu dei esser temuta da ciascun che legge ciò che fu manifesto a li occhi miei! 20 D’anime nude vidi molte gregge che piangean tutte assai miseramente, e parea posta lor diversa legge. Supin giacea in terra alcuna gente, alcuna si sedea tutta raccolta, e altra andava continüamente. 25 Quella che giva intorno era più molta, e quella men che giacèa al tormento, ma più al duolo avea la lingua sciolta. Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento, piovean di foco dilatate falde, come di neve in alpe sanza vento.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Però scendemmo a la destra mammella, e diece passi femmo in su lo stremo, per ben cessar la rena e la fiammella. 35 E quando noi a lei venuti semo, poco più oltre veggio in su la rena gente seder propinqua al loco scemo. Quivi ’l maestro “Acciò che tutta piena esperïenza d’esto giron porti”, mi disse, “va, e vedi la lor mena. 40 Li tuoi ragionamenti sian là corti: mentre che torni, parlerò con questa, che ne conceda i suoi omeri forti”. Così ancor su per la strema testa di quel settimo cerchio tutto solo andai, dove sedea la gente mesta. Per li occhi fora scoppiava lor duolo; di qua, di là soccorrien con le mani quando a’ vapori, e quando al caldo suolo: 50 non altrimenti fan di state i cani or col ceffo, or col piè, quando son morsi o da pulci o da mosche o da tafani. Poi che nel viso a certi li occhi porsi, ne’ quali ’l doloroso foco casca, non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi 55 che dal collo a ciascun pendea una tasca ch’avea certo colore e certo segno, e quindi par che ’l loro occhio si pasca. E com’io riguardando tra lor vegno, in una borsa gialla vidi azzurro che d’un leone avea faccia e contegno. Poi, procedendo di mio sguardo il curro, vidine un’altra come sangue rossa, mostrando un’oca bianca più che burro.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Poscia passò di là dal co del ponte; e com’el giunse in su la ripa sesta, mestier li fu d’aver sicura fronte. Con quel furore e con quella tempesta ch’escono i cani a dosso al poverello che di sùbito chiede ove s’arresta, 70 usciron quei di sotto al ponticello, e volser contra lui tutt’i runcigli; ma el gridò: “Nessun di voi sia fello! Innanzi che l’uncin vostro mi pigli, traggasi avante l’un di voi che m’oda, e poi d’arruncigliarmi si consigli”. Tutti gridaron: “Vada Malacoda!”; per ch’un si mosse - e li altri stetter fermi -, e venne a lui dicendo: “Che li approda?”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Inferno Allor si ruppe lo comun rincalzo; e tremando ciascuno a me si volse con altri che l’udiron di rimbalzo. 100 Lo buon maestro a me tutto s’accolse, dicendo: “Dì a lor ciò che tu vuoli”; e io incominciai, poscia ch’ei volse:
Divina Commedia di Dante Alighieri
Menocci ove la roccia era tagliata; quivi mi batté l’ali per la fronte; poi mi promise sicura l’andata. 100 Come a man destra, per salire al monte dove siede la chiesa che soggioga la ben guidata sopra Rubaconte, si rompe del montar l’ardita foga per le scalee che si fero ad etade 105 ch’era sicuro il quaderno e la doga; così s’allenta la ripa che cade quivi ben ratta da l’altro girone; ma quinci e quindi l’alta pietra rade. Noi volgendo ivi le nostre persone, 110 ’Beati pauperes spiritu!’ voci cantaron sì, che nol diria sermone. Ahi quanto son diverse quelle foci da l’infernali! ché quivi per canti s’entra, e là giù per lamenti feroci. 115 Già montavam su per li scaglion santi, ed esser mi parea troppo più lieve che per lo pian non mi parea davanti.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Procaccia pur che tosto sieno spente, come son già le due, le cinque piaghe, che si richiudon per esser dolente”. Com’io voleva dicer ’Tu m’appaghe’, vidimi giunto in su l’altro girone, sì che tacer mi fer le luci vaghe.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Già eran sovra noi tanto levati li ultimi raggi che la notte segue, che le stelle apparivan da più lati. ’O virtù mia, perché sì ti dilegue?’, fra me stesso dicea, ché mi sentiva la possa de le gambe posta in triegue. Noi eravam dove più non saliva la scala sù, ed eravamo affissi, pur come nave ch’a la piaggia arriva. 75 80 E io attesi un poco, s’io udissi alcuna cosa nel novo girone; poi mi volsi al maestro mio, e dissi: “Dolce mio padre, dì, quale offensione si purga qui nel giro dove semo? Se i piè si stanno, non stea tuo sermone”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
per ch’io, che la ragione aperta e piana sovra le mie quistioni avea ricolta, stava com’om che sonnolento vana. Ma questa sonnolenza mi fu tolta subitamente da gente che dopo le nostre spalle a noi era già volta. E quale Ismeno già vide e Asopo lungo di sé di notte furia e calca, pur che i Teban di Bacco avesser uopo, 90 95 cotal per quel giron suo passo falca, per quel ch’io vidi di color, venendo, cui buon volere e giusto amor cavalca.
Divina Commedia di Dante Alighieri
L’altra prendea, e dinanzi l’apria fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre; quel mi svegliò col puzzo che n’uscìa. 35 Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: “Almen tre voci t’ho messe!”, dicea. “Surgi e vieni; troviam l’aperta per la qual tu entre”. Sù mi levai, e tutti eran già pieni de l’alto dì i giron del sacro monte, e andavam col sol novo a le reni. 40 Seguendo lui, portava la mia fronte come colui che l’ha di pensier carca, che fa di sé un mezzo arco di ponte; quand’io udi’ “Venite; qui si varca”, parlare in modo soave e benigno, qual non si sente in questa mortal marca. Con l’ali aperte, che parean di cigno, volseci in sù colui che sì parlonne tra due pareti del duro macigno. 50 Mosse le penne poi e ventilonne, ’Qui lugent’ affermando esser beati, ch’avran di consolar l’anime donne. “Che hai che pur inver’ la terra guati?”, la guida mia incominciò a dirmi, poco amendue da l’angel sormontati. 55 E io: “Con tanta sospeccion fa irmi novella visïon ch’a sé mi piega, sì ch’io non posso dal pensar partirmi”. “Vedesti”, disse, “quell’antica strega che sola sovr’a noi omai si piagne; vedesti come l’uom da lei si slega. Bastiti, e batti a terra le calcagne; li occhi rivolgi al logoro che gira lo rege etterno con le rote magne”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Ben che nel quanto tanto non si stenda la vista più lontana, lì vedrai 105 come convien ch’igualmente risplenda. Or, come ai colpi de li caldi rai de la neve riman nudo il suggetto e dal colore e dal freddo primai, così rimaso te ne l’intelletto 110 voglio informar di luce sì vivace, che ti tremolerà nel suo aspetto. Dentro dal ciel de la divina pace si gira un corpo ne la cui virtute l’esser di tutto suo contento giace. 115 Lo ciel seguente, c’ha tante vedute, quell’esser parte per diverse essenze, da lui distratte e da lui contenute. Li altri giron per varie differenze le distinzion che dentro da sé hanno 120 dispongono a lor fini e lor semenze. Questi organi del mondo così vanno, come tu vedi omai, di grado in grado, che di sù prendono e di sotto fanno. Riguarda bene omai sì com’io vado 125 per questo loco al vero che disiri, sì che poi sappi sol tener lo guado. Lo moto e la virtù d’i santi giri, come dal fabbro l’arte del martello, da’ beati motor convien che spiri;
Divina Commedia di Dante Alighieri
XIX Madonna, quel signor che voi portate ne gli occhi, tal che vince ogni possanza, mi dona sicuranza che voi sarete amica di pietate, 5 però che là dov’ei fa dimoranza, ed ha in compagnia molta beltate, tragge tutta bontate a sé, come principio c’ha possanza; ond’io conforto sempre mia speranza, 10 la qual è stata tanto combattuta, che sarebbe perduta, se non fosse che Amore contro ogni avversità le dà valore con la sua vista e con la rimembranza 15 del dolce loco e del soave fiore che di novo colore cerchiò la mente mia, merzé di vostra grande cortesia. XX Deh, Vïoletta, che in ombra d’Amore negli occhi miei sì subito apparisti, aggi pietà del cor che tu feristi, che spera in te e disïando more. 5 Tu, Vïoletta, in forma più che umana, foco mettesti dentro in la mia mente col tuo piacer ch’io vidi; poi con atto di spirito cocente creasti speme, che in parte mi sana 10 là dove tu mi ridi. Deh, non guardare perché a lei mi fidi, ma drizza li occhi al gran disio che m’arde, ché mille donne già per esser tarde sentiron pena de l’altrui dolore.
Rime di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri (attribuito a)   Il Fiore CCIV Vergogna e Paura Po’ sentì ’l fatto Vergogna e Paura, Quand’ell’udiron quel villan gridare, Ciascuna sì vi corse a llui aitare, E quello Schifo molto s’assicura. 5 Idio e tutti i santi ciascun giura Ched el[l]e ’l mi faranno comperare: Allor ciascun mi cominciò a buttare; Molto mi fecer dispett’e ladura; E disson ch’i’ avea troppo fallato, 10 Po’ che Bellacoglienza per su’ onore E lei e ’l suo m’avea abandonato, Ched i’ pensava d’imbolarle il fiore. Dritt’era ch’i’ ne fosse gastigato, Sì ch’i’ ne stesse ma’ sempre in dolore.
Il Fiore di Dante Alighieri (attribuito a)
Fatta tal diliberazione, i Fiorentini accolsono l’amistà; che furono: i Bolognesi  con  CC  cavalli,  Lucchesi  con  CC;  de’  quali  fu  capitano  messer Corso Donati cavaliere fiorentino: Mainardo da Susinana con XX cavalli e CCC  fanti  a  piè,  messer  Malpiglio  Ciccioni  con  XXV,  e  messer  Barone Mangiadori da San Miniato, li Squarcialupi, i Colligiani, e altre castella di Valdelsa: sí che fu il numero, cavalli MCCC e assai pedoni. Capitolo X Mossono le insegne al giorno ordinato i Fiorentini, per andare in terra di nimici: e passarono per Casentino per male vie; ove, se avessono trovati i nimici, arebbono ricevuto assai danno: ma non volle Dio. E giunsono presso a Bibbiena, a uno luogo si chiama Campaldino, dove erano i nimici: e quivi si fermorono, e feciono una schiera. I capitani della guerra misono i  feditori  alla  fronte  della  schiera;  e  i  palvesi,  col  campo  bianco  e  giglio vermiglio, furono attelati dinanzi. Allora il  Vescovo, che avea corta vista, domandò: “Quelle, che mura sono?” Fugli risposto: “I palvesi de’ nimici”. Messer Barone de’ Mangiadori da San Miniato, franco et esperto cavaliere in fatti d’arme, raunati gli uomini d’arme, disse loro: “Signori, le guerre di Toscana si soglìano vincere per bene assalire; e non duravano, e pochi uomini vi moriano, ché non era in uso l’ucciderli. Ora è mutato modo, e vinconsi per stare bene fermi. Il perché io vi consiglio, che voi stiate forti, e lasciateli assalire”. E così disposono di fare. Gli Aretini assalirono il campo sì vigorosamente e con tanta forza, che la schiera de’ Fiorentini forte rinculò. La battaglia fu molto aspra e dura: cavalieri novelli vi s’erano fatti dall’una parte e dall’altra. Messer Corso Donati con la brigata de’ Pistolesi fedì i nimici per costa. Le quadrella pioveano: gli Aretini n’aveano poche, et erano fediti per costa, onde erano scoperti: l’aria era coperta di nuvoli, la polvere era grandissima. I pedoni degli Aretini si metteano carpone sotto i ventri de’ cavalli con le coltella in mano, e sbudellavalli: e de’ loro feditori trascorsono tanto, che nel mezo della schiera furono morti molti di ciascuna parte. Molti quel dì, che erano stimati di grande prodeza, furono vili; e molti, di cui non si parlava, furono stimati. Assai pregio v’ebbe il balio del capitano, e fuvi morto. Fu fedito messer Bindo del Baschiera Tosinghi; e così tornò a Firenze, ma fra pochi dì morì. Della parte de’ nimici fu morto il Vescovo, e messer Guiglielmo de’ Pazi franco cavaliere, Bonconte e Loccio da Montefeltri, e altri valenti uomini. Il conte Guido non aspettò il fine, ma sanza dare colpo di spada si partì. Molto bene provò messer Vieri de’
Cronica di Dino Compagni
l’uomo accusato non fosse punito, che il rettore non avesse difensione né scusa: il perché niuno accusato rimanea impunito. Onde i grandi fortemente si doleano delle leggi, e alli essecutori d’esse diceano: “Uno caval corre, e dà della coda nel viso a uno popolano; o in una calca uno darà di petto sanza malizia a uno altro; o più fanciulli di piccola età verranno a quistione; gli uomini gli accuseranno: debbano però costoro per sì piccola cosa esser disfatti?” Giano della Bella sopradetto, uomo virile e di grande animo, era tanto ardito che lui difendeva quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle che altri tacea; e tutto facea in favore della giustizia contro a’ colpevoli: e tanto era temuto da’ rettori, che temeano di nascondere i malifìci. I grandi cominciorono a parlare contro a lui, minacciandolo che non per giustizia ma per fare morire i suoi nimici il facea, abbominando lui e le leggi: e dove si trovavano, minacciavano squartare i popolani che reggeano. Onde alcuni,  che  gli  udirono,  rapportorono  a’  popolani;  i  quali  cominciorono  a inacerbire, e per paura e sdegno innasprirono le leggi; sì che ciascuno stava in gelosia. Erano i principali del popolo i Magalotti, però che sempre erano stati aiutatori del popolo: e aveano gran séguito, e intorno a loro aveano molte schiatte che con loro si raunavano d’uno animo, e più artefici minuti con loro si ritraevano. Capitolo XIII I potenti cittadini (i quali non tutti erano nobili di sangue, ma per altri accidenti erano detti Grandi), per sdegno del popolo, molti modi trovorono per abbatterlo. E mossono di Campagna un franco e ardito cavaliere, che avea  nome  messer  Gian  di  Celona,  potente  più  che  leale,  con  alcune giuridizioni a lui date dallo imperadore. E venne in Toscana patteggiato co’ grandi di Firenze, e di volontà di papa Bonifazio VIII, nuovamente creato: ebbe carta e giuridizioni di terre guadagnasse; e tali vi posono il suggello, per  frangere  il  popolo  di  Firenze,  che  furono  messer  Vieri  de’  Cerchi  e Nuto Marignolli, secondo disse messer Piero Cane da Milano procuratore del detto messer Gian di Celona. Molti ordini dierono per uccidere il detto Giano, dicendo: “Percosso il pastore, fiano disperse le pecore”. Un giorno ordinorono di farlo assassinare; poi se ne ritrassono per tema del popolo. Poi per ingegno trovoron modo farlo morire, con una sottile malizia; e disson: “Egli è giusto: mettianli innanzi le rie opere de’ beccaî, che sono uomini malferaci e maldisposti”. Tra’ quali era uno chiamato Pe-
Cronica di Dino Compagni
co,  al  fuoco!”  I  primi  cominciatori  del  furore  furon  Taldo  della  Bella  e Baldo dal Borgo, più per malivolenzia aveano a messer Corso, che per pietà dell’offesa giustizia. E tanto crebbe il furore, che il popolo trasse al palagio del podestà con la stipa per ardere la porta. Giano, che era co’ priori, udendo il grido della gente, disse: “Io voglio andare  a  campare  il  podestà  delle  mani  del  popolo”;  e  montò  a  cavallo, credendo che il popolo lo seguisse e si ritraesse per le sue parole. Ma fu il contrario, ché li volsono le lancie per abbatterlo del cavallo: il perché si tornò adietro. I priori, per piacere al popolo, scesono col gonfalone in piaza, credendo attutare il furore. Et e’ crebbe sì, ch’eglino arsono la porta del palagio, e ruborono i cavalli e arnesi del podestà. Fuggissi il podestà in una casa vicina; la famiglia sua fu presa; gli atti furono stracciati; e chi fu malizioso, che avesse suo processo in corte, andò a stracciarlo. E acciò procurò bene uno giudice che avea nome messer Baldo dell’Ammirato, il quale avea molti adversari, e stava in corte con accuse e con piati; e avendo processi contro, e temendo esser punito, fu tanto scalterito con suoi sequaci, ch’egli spezò gli armari, e stracciò gli atti, per modo che mai non si trovorono. Molti feciono di strane cose in quel furore. Il podestà e la sua famiglia fu in gran fortuna, il quale avea menata seco la donna, la quale era in Lonbardia assai pregiata e di grande belleza; la quale col suo marito, sentendo le grida del popolo, chiamavano la morte fuggendo per le case vicine, ove trovarono soccorso, essendo nascosi e celati. Il dì sequente, si raunò il Consiglio; e fu diliberato, per onore della città, che le cose rubate si rendessono al podestà, e che del suo salario fusse pagato. E così si fe’: e partissi. La città rimase in gran discordia. I cittadini buoni biasimavano quello che era fatto; altri dava la colpa a Giano, cercando di cacciarlo o farlo mal capitare; altri dicea: “Poi che cominciato abiamo, ardiamo il resto”: e tanto romore fu nella terra, che accese gli animi di tutti contro a Giano. E acciò consentirono  i  Magalotti  suoi  parenti;  i  quali  lo  consigliorono  che,  per cessare il furore del popolo, per alquanti dì s’assentasse fuori della terra: il quale, credendo al loro falso consiglio, si partì; e subito li fu dato bando, e condannato nell’avere e nella persona. Capitolo XVII Scacciato Giano della Bella a dì V di marzo 1294, e rubata la casa e meza disfatta, il popolo minuto perdé ogni rigoglio e vigore, per non avere capo;
Cronica di Dino Compagni
né a niente si mossono. I cittadini chiamarono per Podestà uno che era Capitano. E cominciorono ad accusare gli amici di Giano; e furonne condannati alcuni, chi in lire Vc chi in lire M, e alcuni ne furono contumaci. Giano e suo legnaggio si partì del paese: i cittadini rimasono in gran discordia; chi il lodava, e chi il biasimava. Messer  Giovanni  di  Celona,  venuto  a  petizione  de’  Grandi,  volendo fornire ciò che promesso aveva, e aquistare ciò che gli era stato promesso, domandava la paga sua di cavalli 500 che seco avea menati. Fugli dinegata, essendoli  detto  non  avea  atteso  quello  avea  promesso.  Il  cavaliere  era  di grande  animo:  andossene  ad  Arezo  agli  adversari  de’  Fiorentini,  a’  quali disse: “Signori, io sono venuto in Toscana a petizione de’ Guelfi da Firenze: ecco le carte: i patti mi niegano; ond’io e’ miei compagni saremo con voi a dar loro morte come a nimici”. Onde gli Aretini, i Cortonesi, e gli Ubertini, li feron onore. I Fiorentini, sentendo questo, mandarono a papa Bonifazio, pregandolo che si inframmettesse in fare tra loro accordo. E cosí fece: che giudicò i Fiorentini li dessono fiorini XXm; i quali gliel dierono; e rifatti suoi amici, vedendo che gli Aretini si fidavano di lui, ordinorono con lui che, tornando ad Arezo, si mostrasse nostro nimico, e che li conducesse a tôrci Saminiato, che dicea appartenersi a lui per vigore d’Inperio, per lo quale era venuto e aveane mandato. Ma uno, il quale sapea il segreto, il palesò per leggiereza d’animo, e per mostrare sapea le cose segrete; e colui, a cui lo disse, lo fece assapere  a  messer  Ceffo  de’  Lanberti;  onde  gli  Aretini  lo  sentirono,  e  al cavaliere dierono licenzia con tutta la sua gente. Capitolo XVIII I signori che cacciorono Giano della Bella, furono Lippo del  Velluto, Banchino di Giovanni beccaio, Gheri Paganetti, Bartolo Orlandini, messer Andrea  da  Cerreto,  Lotto  del  Migliore  Guadagni,  e  Gherardo  Lupicini gonfaloniere  di  giustizia,  che  entrorono  a  dì  XV  di  febraio  1294. Cominciorono i cittadini accusare l’un l’altro, e a condannarli, e a metterli in esilio; per modo che gli amici di Giano erano impauriti, e stavano suggetti. I loro adversari gli soprastavano con molto rigoglio, infamando Giano e’ suoi seguaci di grande arroganza, dicendo che avea messo scandalo in Pistoia, e arse ville e condannati molti, quando vi fu rettore. Delle quali cose dovea avere corona, perché avea puniti gli sbanditi e’ malfattori, i quali si raunavano sanza temere le leggi. E il fare giustizia, diceano lo facea per tirannia. Molti
Cronica di Dino Compagni
dovani a domandare: nol vollono rendere per amore né per grazia. Poi si fuggí  di  prigione,  perché  una  moglie  d’uno  degli  Arrigucci,  che  avea  il marito in prigione ove lui, fece fare lime sorde e altri ferri, co’ quali ruppono le prigioni, e fuggirono. Capitolo XX La città, retta con poca giustizia, cadde in nuovo pericolo, perché i cittadini si cominciorono a dividere per gara d’ufici, abbominando l’uno l’altro. Intervenne, che una famiglia che si chiamavano i Cerchi (uomini di basso stato, ma buoni mercatanti e gran ricchi, e vestivano bene, e teneano molti famigli e cavalli, e aveano bella apparenza), alcuni di loro comperorono il palagio  de’  conti,  che  era  presso  alle  case  de’ Pazzi  e  de’  Donati,  i  quali erano  più  antichi  di  sangue,  ma  non  sì  ricchi:  onde,  veggendo  i  Cerchi salire in altezza (avendo murato e cresciuto il palazzo, e tenendo gran vita), cominciorono avere i Donati grande odio contra loro. Il quale crebbe assai, perché messer Corso Donati, cavaliere di grande animo, essendoglisi morta la moglie, ne ritolse un’altra figliuola che fu di messer Accierito da Gaville, la quale era reda; ma non consentendo i parenti di lei, perché aspettavano quella redità, la madre della fanciulla, vedendolo bellissimo uomo, contro alla volontà degli altri conchiuse il parentado. I Cerchi, parenti di messer Neri da Gaville, cominciorono a sdegnare, e a procurare non avesse la redità; ma pur per forza l’ebbe. Di che si generò molto scandolo e pericolo per la città e per speziali persone. E essendo alcuni giovani de’ Cerchi sostenuti per una malleverìa nel cortile del Podestà come è usanza, fu loro presentato uno migliaccio di porco, del quale chi ne mangiò ebbe pericolosa infermità, e alcuni ne morirono; il perché nella città ne fu gran romore, perché eran molto amati:  del  quale  malificio  fu  molto  incolpato  messer  Corso. Non  si  cercò  il  malificio,  però  che  non  si  potea  provare;  ma  l’odio  pur crebbe di giorno in giorno, per modo che i Cerchi li cominciorono a lasciare, e le raunate della Parte, e accostarsi a’ popolani e reggenti. Da’ quali erano ben veduti, sì perché erano uomini di buona condizione e umani, e sì perché erano molto serventi, per modo che da loro aveano quello che voleano; e simile da’ rettori. E molti cittadini tirarono da loro, e fra gli altri messer Lapo Salterelli e messer Donato Ristori giudici, e altre potenti schiatte. I Ghibellini similmente gli amavano per la loro umanità, e perché da loro traevano de’ servigi e non faceano ingiurie: il popolo minuto gli amava, perché dispiacque loro la congiura fatta contro a Giano. Molto furono con-
Cronica di Dino Compagni
Capitolo XXI Sedea  in  quel  tempo  nella  sedia  di  San  Piero papa Bonifazio  VIII,  il quale fu di grande ardire e alto ingegno, e guidava la Chiesa a suo modo, e abbassava chi non li consentia. Erano con lui sua mercatanti gli Spini, famiglia di Firenze ricca e potente: e per loro stava là Simone Gherardi, uomo pratico  in  simile  esercizio;  e  con  lui  era  uno  figliuolo  d’uno  affinatore d’ariento, fiorentino, si chiamava il Nero Canbi, uomo astuto e di sottile ingegno, ma crudo e spiacevole. Il quale tanto aoperò col Papa per abassare lo stato de’ Cerchi e de’ loro sequaci, che mandò a Firenze messer frate Matteo d’Aquasparta, cardinale Portuense, per pacificare i Fiorentini. Ma niente fece, perché dalle parti non ebbe la commessione volea, e però sdegnato si partì di Firenze. Andando una vilia di San Giovanni l’Arti a offerere, come era usanza, e essendo  i  consoli  innanzi,  furono  manomessi  da  certi  grandi,  e  battuti, dicendo loro: “Noi siamo quelli che demo la sconfitta in Campaldino; e voi ci avete rimossi degli ufici e onori della nostra città”. I Signori, sdegnati, ebbono consiglio da più cittadini, e io Dino fui uno di quelli. E confinorono alcuni  di  ciascuna  parte:  cioè,  per  la  parte  de’  Donati,  messer  Corso  e Sinibaldo  Donati,  messer  Rosso  e  messer  Rossellino  della  Tosa,  messer Giachinotto  e  messer  Pazino  de’  Pazi,  messer  Geri  Spini,  messer  Porco Ranieri,  e  loro  consorti,  al  Castel  della  Pieve;  e  per  la  parte  de’  Cerchi, messer Gentile e Messer  Torrigiano e Carbone de’ Cerchi, Guido Cavalcanti, Baschiera della Tosa, Baldinaccio Adimari, Naldo Gherardini, e de’ loro consorti, a Sarezano, i quali ubidirono e andorono a’ confini. Quelli della parte de’ Donati non si voleano partire, mostrando che tra loro era congiura. I rettori li voleano condannare. E se non avessono ubidito e avessono presa l’arme, quel dì avrebbono vinta la terra; però che i Lucchesi, di conscienzia del Cardinale, veniano in loro aiuto con grande esercito d’uomini. Vedendo i Signori che i Lucchesi veniano, scrissono loro, non fussono arditi entrare su loro terreno; e io mi trovai a scrivere la lettera: e alle villate si comandò pigliassono i passi. E per studio di Bartolo di messer Iacopo de’ Bardi tanto si procurò, che ubidirono. Molto  si  palesò  allora  la  volontà  del  Cardinale,  che  la  pace,  che  egli cercava, era per abbassare la parte de’ Cerchi e inalzare la parte de’ Donati. La quale volontà, per molti intesa, dispiacque assai. E però si levò uno di non molto senno, il quale con uno balestro saettò uno quadrello alla fineOp. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
stra del vescovado (dove era il Cardinale), il quale si ficcò nell’asse: e per paura si partì di quindi, e andò a stare oltrarno a casa messer Tommaso per più sicurtà. I Signori, per rimediare allo sdegno avea ricevuto, gli presentorono fiorini MM nuovi. E io gliel portai in una coppa d’ariento, e dissi: “Messere, non li disdegnate perché siano pochi, perché sanza i consigli palesi non si può dare più moneta”. Rispose gli avea cari; e molto li guardò, e non li volle. Capitolo XXII Perché  i  giovani  è  più  agevole  a  ingannare  che  i  vecchi,  il  diavolo, accrescitore de’ mali, si fece da una brigata di giovani che cavalcavano insieme: i quali, ritrovandosi insieme a cena una sera di calendi maggio, montarono in tanta superbia, che pensarono scontrarsi nella brigata de’ Cerchi e contro a loro usare le mani e i ferri. In tal sera, che è il rinovamento della primavera, le donne usano molto per le vicinanze i balli. I giovani de’ Cerchi si riscontrorono con la brigata de’ Donati, tra’ quali era uno nipote di messer Corso, e Bardellino de’ Bardi, e Piero Spini, e altri loro compagni e seguaci, i quali assalirono la brigata de’ Cerchi con armata mano. Nel quale assalto fu tagliato il naso a Ricoverino de’ Cerchi da uno masnadiere de’ Donati, il quale si disse fu Piero Spini, e in casa sua rifuggirono. Il quale colpo fu la distruzione della nostra città, perché crebbe molto odio tra i cittadini. I Cerchi non palesoron mai chi si fusse, aspettando farne gran vendetta. Divisesi di nuovo la città, negli uomini grandi, mezani e piccolini; e i religiosi  non  si  poterono  difendere  che  con  l’animo  non  si  dessono  alle dette parti, chi a una chi a una altra. Tutti i Ghibellini tennono co i Cerchi, perché speravano avere da loro meno offesa; e tutti quelli che erano dell’animo di Giano della Bella, però che parea loro fussono stati dolenti della sua cacciata. Fu ancora di loro parte Guido di messer Cavalcante Cavalcanti, perché era nimico di messer Corso Donati; Naldo Gherardini, perché era nimico de’ Manieri, parenti di messer Corso; messer Manetto Scali e suoi consorti, perché erano parenti de’ Cerchi; messer Lapo Salterelli, loro parente; messer Berto Frescobaldi, perché avea ricevuti da loro molti danari in  prestanza;  messer  Goccia  Adimari,  per  discordia  avea  co’  consorti; Bernardo di messer Manfredi Adimari, perché era loro compagno; messer Biligiardo, e ‘l Baschiera, e Baldo dalla Tosa, per dispetto di messer Rosso loro consorto, perché da lui furono abbassati degli onori. I Mozi, i Caval-
Cronica di Dino Compagni
canti (il maggior lato), e più altre famiglie e popolani, tennono con loro. Con la parte di messer Corso Donati tennono messer Rosso messer Arrigo e messer Nepo e Pinuccio dalla Tosa, per grande usanza e amicizia; messer Gherardo  Ventraia,  messer  Geri  Spini  e  suoi  consorti,  per  l’offesa  fatta; messer Gherardo Sgrana e messer Bindello per usanza e amicizia; messer Pazino de’ Pazi e suoi consorti, i Rossi, la maggior parte de’ Bardi, i Bordoni, i Cerretani, Borgo Rinaldi, il Manzuolo, il Pecora beccaio, e molti altri. E di popolani furono co’ Cerchi, Falconieri, Ruffoli, Orlandini, quelli delle Botte, Angiolieri, Amuniti, quelli di Salvi del Chiaro Girolami, e molti altri popolani grassi. Capitolo XXIII Essendo messer Corso Donati a’ confini a Massa Trebara, gli ruppe, e andossene a Roma, e non ubbidì; il perché fu condannato nell’avere e nella persona. E col Nero Cambi che era compagno degli Spini in Corte, per mezzo di messer Iacopo Guatani, parente del Papa, e d’alcuni Colonnesi, con grande stanzia pregavano il Papa volesse rimediare, perché la parte guelfa periva in Firenze, e che i Cerchi favoreggiavano i Ghibellini. Per modo che il  Papa  fece  citare messer  Vieri de’ Cerchi; il quale andò a Roma molto onorevolmente.  Il  Papa,  a  petizione  degli  Spini  suoi  mercatanti  e  de’ sopradetti amici e parenti, lo richiese facesse pace con messer Corso; il che non volle consentire, mostrando non facea contro a parte guelfa; il perché da lui fu licenziato, e partissi. La parte de’ Cerchi, che era confinata, tornò in Firenze. Messer  orrigiano T e Carbone e Vieri di messer Ricovero de’ Cerchi, messer Biligiardo della Tosa, e Carbone e Naldo Gherardini, e messer Guido Scimia de’ Cavalcanti, e gli altri di quella parte stavano chetamente. Ma messer Geri Spini, messer Porco Manieri, messer Rosso dalla Tosa, messer Pazino de’ Pazi, Sinibaldo di messer Simone Donati, capi dell’altra parte, non contenti di loro tornata, co’ loro seguaci si raunorono un dí in Santa  Trinita, diliberati di cacciare i Cerchi e loro parte. E feciono gran consiglio,  assegnando  molte  false  ragioni;  e  dopo  lunga  disputa,  messer Bondalmonte, savio e temperato cavaliere, disse che era gran rischio, e che troppo male advenire ne potea, e che al presente non si sofferisse. E a questo  consiglio  concorse  la  maggior  parte;  però  che  messer  Lapo  Saltarelli avea promesso a Bartolo di messer Iacopo de’ Bardi (a cui era data gran fede),  le  cose  s’acconcerebbono  per  buono  modo.  E  sanza  niente  fare  si partirono. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
parte  bianca.  Il  quale,  essendone  ripreso,  dicea  per  sua  scusa,  averlo  di comandamento da’ signori di Firenze. E non dicea la verità. I  Pistolesi,  malcontenti,  viveano  in  gran  tribulazioni,  ingiuriandosi  e uccidendosi l’uno l’altro; e da’ rettori erano spesso condannati e male trattati, a diritto e a torto; fu loro tratti di mano molti danari. Però che naturalmente i Pistolesi sono uomini discordevoli, crudeli e salvatichi. Messer Ugo Tornaquinci, podestà, di simili condannagioni ne trasse fiorini IIIm; e così molti altri cittadini fiorentini, furono là rettori. Giano della Bella era stato là capitano: il quale lealmente li resse; ma crudele fu, perché arse a loro case di fuori, dove riteneano sbanditi, e non ubidiano. In Pistoia era uno pericoloso cavaliere della parte de’ Cancellieri neri, che avea nome messer Simone da Pantano, uomo di meza statura, magro e bruno, spiatato e crudele, rubatore e fattore d’ogni male; e era con la parte di  messer  Corso  Donati:  e  con  la  parte  adversa  era  uno  altro  chiamato messer Schiatta Amati, uomo più vile che savio, e meno crudele; il quale era parente de’ Cerchi bianchi. In questo tempo i Fiorentini mandorono per capitano a Pistoia Andrea Gherardini, il quale fu fatto cavaliere. E in quel tempo li fu mostro come i Lucchesi veniano a Pistoia per pigliare la terra. Onde il detto messer Andrea confinò molti cittadini: i quali, per suo comandamento, non si vollono partire, anzi s’afforzorono, e cercorono di difendersi, credendo avere soccorso; e il detto messer Simone invitò più suoi amici e fanti forestieri. Il podestà assegnò loro termine a partire, e non ubidirono: onde sdegnò; e punigli con l’arme e col fuoco, avendo aiuto da Firenze, e i loro seguaci fece ribelli. Alcuni dissono, il detto messer Andrea n’avea avuti fiorini IIIIm; e alcuni dissono gli furono dati dal Comune di Firenze, per rispetto della nimicizia ne avea acquistata. Capitolo XXVI Quanta bella e utile città e abbondevole si confonde! Piangano i suoi cittadini, formati di bella statura oltre a Toscani, posseditori di così ricco luogo, attorniato di belle fiumane e d’utili alpi e di fini terreni; forti nell’armi, discordevoli e salvatichi, il perché tal città fu quasi morta. Però che ivi a picciol tempo si cambiò fortuna; e furono da’ Fiorentini assediati; in tanto che davano la carne per cibo, e lasciavansi tagliare le membra per recare alla terra vittuaglia, e a tanto si condussono, che altro che pane non mangiava-
Cronica di Dino Compagni
ziose parole poterono più in lui, che le vere: perché li parve maggior segno d’amistà il dire “guarda come tu vai”, che le proferte. Fu consigliato che venisse per lo cammino di Pistoia, per farlo venire in isdegno co’ Pistolesi; i quali si maravigliarono facesse la via di là, e per dubbio fornirono le porti della città con celate armi e con gente. I seminatori degli scandali li diceano: “Signore, non entrare in Pistoia, perché e’ ti prenderanno, però ch’eglino ànno la città segretamente armata, e sono uomini di grande ardire e nimici della casa di Francia”. E tanta paura li misono, che venne, fuori di Pistoia, per la via d’un piccolo fiumicello, mostrando contro a Pistoia maltalento. E qui s’adenpié la profezia d’uno antico villano, il quale lungo tempo innanzi avea detto: “Verrà di ponente un signore su per l’Onbroncello, il qual farà gran cose: il perché gli animali che portano le some, per cagione della sua venuta, andranno su per le cime delle torri di Pistoia”. Capitolo IV Passò messer Carlo in Corte di Roma, sanza entrare in Firenze; e molto fu  stimolato,  e  molti  sospetti  li  furono  messi  nell’animo.  Il  signore  non conoscea i Toscani né le malizie loro. Messer Muciatto Franzesi, cavaliere di gran malizia, picciolo della persona, ma di grande animo, conoscea ben la malizia delle parole erano dette al signore: e perché anche lui era corrotto, li confermava quello che pe’ seminatori degli scandoli gli era detto, che ogni dì gli erano dintorno. Aveano i Guelfi bianchi inbasciadori in Corte di Roma, e i Sanesi, in loro compagnia, ma non erano interi. Era tra loro alcuno nocivo uomo: fra’ quali fu messer Ubaldino Malavolti giudice sanese, pieno di gavillazioni, il quale ristette per cammino per raddomandare certe giuridizioni d’uno castello il quale teneano i Fiorentini, dicendo che a lui appartenea; e tanto impedì a’ compagni il cammino, che non giunsono a tenpo. Giunti li anbasciadori in Roma, il Papa gli ebbe soli in camera, e disse loro in segreto: Perché siete voi così ostinati? Umiliatevi a me: e “io vi dico in verità, che io non ò altra intenzione che di vostra pace. Tornate indietro due di voi; e abiano la mia benedizione, se procurano che sia ubidita la mia volontà”. Capitolo V In questo stante furono in Firenze eletti nuovi Signori, quasi di concordia d’amendue le parti, uomini non sospetti e buoni, di cui il popolo minuto prese grande speranza; e così la Parte bianca, perché furono uomini uniti Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
e sanza baldanza, e aveano volontà d’acomunare gli ufici, dicendo: “Questo è l’ultimo rimedio”. I loro adversari n’ebbono speranza, perché li conosceano uomini deboli e pacifici; i quali sotto spezie di pace credeano leggiermente poterli ingannare. I Signori furono questi, che entrorono a dì 15 d’ottobre 1301: Lapo del Pace Angiolieri, Lippo di Falco Canbio, e io Dino Compagni, Girolamo di Salvi  del  Chiaro,  Guccio  Marignolli,  Vermiglio  d’Iacopo  Alfani,  e  Piero Brandini Gonfaloniere di giustizia; i quali come furono tratti, n’andarono a Santa Croce, però che l’uficio degli altri non era compiuto. I Guelfi Neri incontanente furono accordati andarli a vicitare a quattro e a sei insieme, come a loro accadeva, e diceano: “Signori, voi sete buoni uomini, e di tali avea bisogno la nostra città. Voi vedete la discordia de’ cittadini vostri: a voi la conviene pacificare, o la città perirà. Voi sete quelli che avete la balìa; e noi ad ciò fare vi proferiamo l’avere e le persone, di buono e leale animo”. Risposi io Dino per commessione de’ compagni, e dissi: “Cari e fedeli cittadini, le vostre profferte noi riceviamo volentieri, e cominciare vogliamo a usarle: e richieggiànvi che voi ci consigliate, e pognate l’animo, a guisa che la  nostra  città  debba  posare”.  E  così  perdemo  il  primo  tempo,  che  non ardimo a chiudere le porti, né a cessare l’udienza a’ cittadini: benché di così false proferte dubitavamo, credendo che la loro malizia coprissono con loro falso parlare. Demo loro intendimento di trattare pace, quando convenia arrotare i ferri. E cominciamoci da’ Capitani della Parte guelfa, i quali erano messer Manetto Scali e messer Neri Giandonati, e dicemo loro: “Onorevoli capitani, dimettete e lasciate tutte l’altre cose, e solo v’aoperate di far pace nella parte della Chiesa; e l’uficio nostro vi si dà interamente in ciò che domanderete”. Partironsi i capitani molto allegri e di buono animo, e cominciarono a convertire gli uomini e dire parole di piatà. Sentendo questo i Neri, subito dissono  che  questo  era  malizia  e  tradimento,  e  cominciorono  a  fugir  le parole. Messer Manetto Scali ebbe tanto animo, che si mise ad cercar pace tra i Cerchi e li Spini, e tutto fu riputato tradimento. La gente, che tenea co’ Cerchi, ne prese viltà: “Non è da darsi fatica, ché pace sarà”. E i loro adversari pensavano pur di compiere le loro malizie. Niuno argomento da guerra si fece,  perché  non  poteano  pensare  che  a  altro  che  a  concordia  si  potesse Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
nell’animo di niuno fusse altro che spenta. Narrarono le parole del Papa: onde io a ritrarre sua anbasciata fui colpevole: missila ad indugio, e feci loro giurare credenza; e non per malizia la indugiai. Appresso raunai sei savi legisti, e fecila inanzi loro ritrarre, e non lasciai consigliare: di volontà de’ miei compagni, io propuosi e consigliai e presi il partito, che a questo signore si volea ubidire, e che subito li fusse scritto che noi eravamo alla sua volontà, e che per noi addirizare ci mandasse messer Gentile da Montefiore cardinale. Intendi questo signore per papa e non per messer Carlo. Colui, che le parole lusinghevoli da una mano usava e da l’altra producea il signore sopra noi, spiando chi era nella città, lasciò le lusinghe e usò le minacce. Uno falso anbasciadore palesò la imbasciata, la quale non aveano potuto sentire. Simone Gherardi avea loro scritto di Corte, che il Papa gli avea detto: “Io non voglio perdere gli uomini per le femminelle”. I Guelfi Neri sopra ciò si consigliarono, e stimarono per queste parole che l’imbasciadori fussono d’accordo col Papa, dicendo: “Se sono d’accordo, noi siamo vacanti”. Pensarono di stare ad vedere che consiglio i Priori prendessono, dicendo: “Se prendono il no, noi siam morti: se pigliano il sì, pigliamo noi i ferri, sì che da loro abbiamo quello che avere se ne può”. E così feciono. Incontanente che udirono che al Papa per li rettori si ubbidia, subito s’armorono, e missonsi a offendere la città col fuoco e’ ferri, a consumare e struggere la città. I Priori scrissono al Papa segretamente: ma tutto seppe la Parte nera; però che quelli che giurarono credenza non la tennono. La Parte nera avea due priori, segreti di fuori; e durava il loro uficio sei mesi; de’ quali l’uno era Noffo Guidi, iniquo popolano e crudele, perché pessimamente aoperava per la sua città, e avea in uso che le cose, facea in segreto, biasimava, e in palese ne biasimava i fattori: il perché era tenuto di buona temperanza, e di malfare traeva sustanza. Capitolo XII I signori erano molto stimolati da’ maggiori cittadini, che facessono nuovi signori. Benché contro alla Legge della Giustizia fusse, perché non era il tempo da eleggerli, accordamoci di chiamarli, più per piatà della città che per altra cagione. E nella cappella di san Bernardo fui io in nome di tutto l’uficio, e ebbivi molti popolani, i più potenti, perché sanza loro fare non si potea.  Ciò  furono  Cione  Magalotti,  Segna  Angiolini,  Noffo  Guidi,  per Parte nera: messer Lapo Falconieri, Cece Canigiani, e ‘l Corazza Ubaldini,
Cronica di Dino Compagni
tribulazione e la vostra città. Mandate a dire al vescovo facci fare processione, e imponeteli che la non vada oltrarno; e del pericolo cesserà gran parte”. Costui fu uomo di santa vita e di grande astinenzia e di gran fama, per nome chiamato frate Benedetto. Seguitammo il suo consiglio; e molti ci schernirono, dicendo che meglio era arrotare i ferri. Facemmo, pe’ consigli, leggi aspre e forti e demo balìa a’ rettori contro a chi facesse rissa o tumulto, e  pene  personali  imponemo,  e  che  mettessero  il  ceppo  e  la  mannaia  in piaza, per punire i malifattori e chi contrafacesse. A  messer  Schiatta  Cancellieri  capitano  di  guerra  crescemo  balìa,  e confortamo di ben fare; come che niente valse, però che i messi, famigli e berrovieri lo tradirono. E trovossi che XX berrovieri de’ loro doveano avere fiorini M e ucciderli; li quali misono fuori del palazzo. Molto si studiavano difendere la città dalla malizia de’ loro adversari; ma niente giovò, perché usoron modi pacifici, e voleano essere repenti e forti. Niente vale l’umiltà contro alla grande malizia. Capitolo XIV I cittadini di Parte nera parlavano sopra mano, dicendo: “Noi abiamo il signore in casa; il papa è nostro protettore; gli adversari nostri non sono guerniti né da guerra né da pace; danari non ànno; i soldati non sono pagati”. Eglino aveano messo in ordine tutto ciò che a guerra bisognava, per accogliere tutte le loro amistà nel sesto d’Oltrarno; nel quale ordinorono tenere Sanesi, Perugini, Lucchesi, Saminiatesi, Volterrani, Sangimignanesi. Tutti i vicini avean corrotti: e avean pensato tenere il ponte a Santa Trinita e dirizare su due palagi alcuno edificio da gittare pietre: e aveano invitati molti villani dattorno, e tutti gli sbanditi di Firenze. I Guelfi bianchi non ardivano mettersi gente in casa, perché i priori gli minacciavano di punire e chi raunata facesse: e così teneano in paura amici e nimici. Ma non doveano gli amici credere che gli amici loro gli avessono morti, perché procurassono la salvezza di loro città, benché il comandamento  fusse.  Ma  non  lasciarono  tanto  per  tema  della  legge,  quanto  per l’avarizia; perché a messer Torrigiano de’ Cerchi fu detto: “Fornitevi, e ditelo agli amici vostri”. Capitolo XV I  Neri,  conoscendo  i  nimici  loro  vili  e  che  aveano  perduto  il  vigore, s’avacciorono di prendere la terra, e uno sabato a dì... di novenbre s’armorono co’ loro cavalli coverti e cominciorono a seguire l’ordine dato. I Medici, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
38 � Dino Compagni     Cronica     Libro II potenti popolani, assalirono e fedirono uno valoroso popolano chiamato Orlanduccio  Orlandi,  il  dì,  passato  vespro,  e  lascioronlo  par  morto.  La gente s’armò, a piè e a cavallo, e vennono al palagio de’ priori. E uno valente cittadino chiamato Catellina Raffacani disse: “Signori, voi sete traditi. È viene verso la notte: non penate, mandate per le vicherìe; e domattina all’alba pugnate contro a’ vostri adversari”. Il podestà non mandò la sua famiglia a casa il malfattore: né il gonfaloniere della giustizia non si mosse a punire il malificio, perché avea tenpo X dì. Mandossi per le vicherìe. E vennono, e spiegorono le bandiere: e poi nascosamente  n’andorono  dal  lato  di  Parte  nera,  e  al  Comune  non  si appresentorono. Non fu chi confortasse la gente che si accogliesse al palagio de’  signori,  quantunque  il  gonfalone  della  giustizia  fusse  alle  finestre. Trassonvi  i  soldati,  che  non  erano  corrotti,  e  altre  genti:  i  quali,  stando armati al palagio, erano alquanti seguiti. Altri cittadini ancora vi trassono a piè e a cavallo, amici; e alcuni nimici, per vedere che effetto avessono le cose. I signori non usi a guerra, occupati da molti che voleano esser uditi; e in poco stante si fe’ notte. Il podestà non vi mandò sua famiglia, né non si armò: lasciò l’ufficio suo a’ priori; ché potea andare alla casa de’ malfattori con arme con fuoco e con ferri. La raunata gente non consigliò. Messer Schiatta Cancellieri capitano non si fece innanzi ad operare e a contastare a’ nimici, perché era uomo più atto a riposo e a pace che a guerra; con tutto che per li volgare si dicesse, che si dié vanto d’uccidere messer Carlo: ma non fu vero. Venuta la notte, la gente si cominciò a partire; e le loro case afforzorono con asserragliare le vie con legname, acciò che trascorrere non potesse la gente. Capitolo XVI Messer Manetto Scali (nel quale la Parte bianca avea gran fidanza, perché era potente d’amici e di séguito) cominciò afforzare il suo palagio, e fecevi edificii da gittar pietre. Li Spini aveano il loro palazo grande incontro al  suo,  e  eransi  proveduti  esser  forti:  perché  sapeano  bene  che  quivi  era bisogno riparare, per la gran potenzia che si stimava della casa degli Scali. Infra il detto tempo cominciorono le dette parti a usare nuova malizia, ché tra loro usavano parole amichevoli. Li Spini diceano alli Scali: “Dè, perché facciamo noi così? Noi siamo pure amici e parenti, e tutti guelfi: noi
Cronica di Dino Compagni
non abiamo altra intenzione che di levarci la catena di collo, che tiene il popolo a voi e a noi; e saremo maggiori che noi non siamo. Mercè, per Dio; siamo una cosa, come noi dovemo essere”. E così feciono i Buondalmonti a’ Gherardini, e i Bardi a Mozi, e messer Rosso dalla  Tosa al Baschiera suo consorto: e così feciono molti altri. Quelli che riceveano tali parole, s’ammollavano nel cuore per piatà della parte: onde i loro seguaci invilirono; i Ghibellini, credendo con si fatta vista esser ingannati e traditi da coloro in cui si confidavano, tutti rimasono smarriti. Sì che poca gente rimase fuori, altro che alcuni artigiani, a cui commisono la guardia. Capitolo XVII I baroni di messer Carlo e il malvagio cavaliere messer Muciatto Franzesi sempre stavano intorno a’ signori, dicendo che la guardia della terra e delle porti si lasciasse a loro, e spezialmente del sesto d’Oltrarno; e che al loro signore aspettava la guardia di quel sesto: e che volea che de’ mafattori si facesse  aspra  giustizia.  E  sotto  questo  nascondeano  la  loro  malizia;  per aquistare più giuridizione nella terra il faceano. Le chiavi gli furono negate, e le porti d’Oltrarno li furono raccomandate;  e  levati  ne  furono  i  Fiorentini,  e  furonvi  messi  i  Franciosi.  E  messer Guiglielmo cancelliere e ‘l maniscalco di messer Carlo giurorono nelle mani a me Dino, ricevente per lo Comune, e dieronmi la fede del loro signore, che ricevea la guardia della terra sopra sé, e guardarla e tenerla a pitizione della nostra signoria. E mai credetti che uno tanto signore, e della casa reale di Francia, rompesse la sua fede: perché passò piccola parte della seguente notte,  che  per  la  porta,  che  noi  gli  demo  in  guardia,  dié  l’entrata  a Gherarduccio Bondalmonti, che avea bando, accompagnato con molti altri sbanditi. I signori domandati da uno valente popolano, che avea nome Aglione di Giova  Aglioni  e  disse:  “Signori  e’  sarà  bene  a  fare  rifermare  più  forte  la porta a san Brancazio”. Fulli risposto, che la facesse fortificare come li paresse; e mandoronvi i maestri con la loro bandiera. I Tornaquinci, potente schiatta, i quali erano bene guerniti di masnadieri e d’amici, assalirono i detti maestri e fedironli e missonli in rotta; e alcuni fanti, che erano nelle torri, per paura l’abbandonorono. Laonde i priori per l’una novella e per l’altra, vidono che riparare non vi poteano. E questo seppono da uno che fu preso una notte, il quale, in forma d’uno venditore di spezie, andava invitando le case potenti, avisandoli che innanzi giorno si dovessono armare. E
Cronica di Dino Compagni
così tutta loro speranza venne meno; e diliberorono, quando i villani fussono venuti in loro soccorso, prendere la difesa. Ma ciò venne fallito: ché i malvagi villani gli abbandonarono, e le loro insegne celavano spiccandole dall’asti;  e  i  loro  famigli  li  tradirono;  e  i  gentili  uomini  da  Lucca,  essendo rubati da’ Bordoni, e tolte loro le case dove abitavano, si partirono e non si fidarono; e molti soldati si volsono a servire i loro adversari. Il podestà non prese arme, ma con parole andava procurando in aiuto di messer Carlo di Valos. Capitolo XVIII Il giorno seguente i baroni di messer Carlo, e messer Cante d’Agobbio, e più altri, furono a’ priori, per occupare il giorno e il loro proponimento con lunghe parole. Giuravan che il loro signore si tenea tradito e ch’elli facea armare i suoi cavalieri, e che piacesse loro la vendetta fusse grande, dicendo: “Tenete per fermo, che se il nostro signore non à cuore di vendicare il misfatto a vostro modo, fateci levare la testa”. E questo medesimo dicea il podestà, che venìa da casa messer Carlo, che gliele avea udito giurare di sua bocca che farebbe impiccare messer Corso Donati. Il quale (essendo sbandito) era entrato in Firenze la mattina con XII compagni, venendo da Ognano: e passò Arno, e andò lungo le mura fino a San Piero Maggiore, il quale luogo non era guardato da’ suoi adversari, e entrò nella città come ardito  e  franco  cavaliere.  Non  giurò  messer  Carlo  il  vero,  perché  di  sua saputa venne. Entrato messer Corso in Firenze, furono i Bianchi avisati della sua venuta, e con lo sforzo poterono gli andorono incontro. Ma quelli che erano bene a cavallo, non ardirono a contastarli; gli altri, veggendosi abbandonati, si tirorono adietro: per modo che messer Corso francamente prese le case de’ Corbizi da San Piero, e posevi su le sue bandiere; e ruppe le prigioni,  per  modo  che  gli  incarcerati  n’uscirono;  e  molta  gente  il  seguì,  con grande sforzo. I Cerchi si rifuggirono nelle loro case, stando con le porti chiuse. I procuratori di tanto male falsamente si mossono, e convertirono messer Schiatta  Cancellieri  e  messer  Lapo  Salterelli;  i  quali  vennoro  a’  priori,  e dissono: “Signori, voi vedete messer Carlo molto crucciato: e vuole che la vendetta sia grande, e che ‘l Comune rimanga signore. E per tanto a noi pare che si eleggano d’amendue le parti i più potenti uomini, e mandinsi in sua custodia; e poi si faccia la esecuzione della vendetta, grandissima”.
Cronica di Dino Compagni
suo  bel  luogo,  quando  andava  a  uccellare  co’  suoi  baroni.  Il  quale  fece pigliare e poseli di taglia fiorini IIIIm, o lo manderebbe preso in Puglia. Pur,  per  preghiere  di  suoi  amici,  lo  lasciò  per  fiorini  VIIIc.  E  per  simil modo ritrasse molti danari. Grandissimi mali feciono i Donati, i Rossi, i Tornaquinci, e i Bostichi: molta gente sforzarono e ruborono. E spezialmente i figliuoli di Corteccione Bostichi: i quali presono a guardare i beni d’uno loro amico, ricco popolano, chiamato Geri Rossoni, e ebbono da lui per la guardatura fiorini C; e poi furono pagati, eglino il rubarono. Di che dolendosene, il padre loro gli disse, che, delle sue possessioni, gli darebbe tante delle sue terre egli sarebbe soddisfatto; e vollegli dare uno podere avea a San Sepolcro, che valea più che non gli aveano tolto. E volendo il soprapiù che valea, in danari contanti, Geri li rispose: “Dunque vuoi tu ch’io ti dia danari, acciò che i figliuoli tuoi mi tolgano la terra? questo non voglio io fare, ché sarebbe mala menda”. E così rimase. Questi  Bustichi  feciono  moltissimi  mali,  e  continuaronli  molto. Collavano gli uomini in casa loro, le quali erano in Mercato Nuovo nel mezo della città; e di mezo dì li metteano al tormento. E volgarmente si dicea per la terra: “Molte corti ci sono”; e anoverando i luoghi dove si dava tormento, si dicea: “A casa i Bostichi in Mercato”. Capitolo XXI Molti disonesti peccati si feciono: di femmine vergini; rubare i pupilli; e uomini impotenti, spogliati de’ loro beni; e cacciavanli della loro città. E molti ordini feciono, quelli che voleano, e quanto e come. Molti furono accusati, e convenia loro confessare aveano fatta congiura, che non l’aveano fatta, e erano condannati in fiorini M per uno. E chi non si difendea, era accusato, e per contumace era condannato nell’avere e nella persona: e chi ubidia, pagava; e dipoi, accusati di nuove colpe, eran cacciati di Firenze sanza nulla piatà. Molti tesori si nascosono in luoghi segreti: molte lingue si canbiorono in pochi giorni: molte villanie furono dette a’ priori vecchi a gran torto, pur da quelli che poco innanzi gli aveano magnificati; molto gli vituperavano per piacere agli adversari: e molti dispiaceri ebbono. E chi disse mal di loro mentirono: perché tutti furono disposti al bene comune e all’onore della republica;  ma  il  combattere  non  era  utile,  perché  i  loro  adversari  erano pieni  di  speranza,  Iddio  gli  favoreggiava,  il  Papa  gli  aiutava,  Iddio  gli 44 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
I fanti, che il Comune avea a soldo, di Romagna, vedendo perdere la terra, l’abbandonorono, e andorono al palagio per avere le loro paghe, e chiesonle per avere cagione di partirsi. I priori accattorono fiorini cento da Baldone Angielotti, e dieronli a’ fanti; e colui che li prestò, volle i fanti stessono appresso a lui per guardia della casa sua: e cosí perdé il Baschiera i fanti che erano con lui. Di tanto vigore fussono stati gli altri cittadini di sua parte,  che  non  arebbono  perduto!  ma  vanamente  pensorono,  dandosi  a credere non esser offesi. Capitolo XXV Poi che messer Carlo di Valos ebbe rimesso Parte nera in Firenze, andò a Roma: e domandato danari al Papa, gli rispose che l’avea messo nella fonte dell’oro. Indi a pochi dì si disse, che alcuni di Parte bianca teneano trattato con messer Piero Ferrante di Linguadoco, barone di messer Carlo, e carte de’ patti se ne trovorono, che dovea a loro petizione uccidere messer Carlo. Il quale, tornato da Corte, raunò in Firenze uno consiglio segreto di XVII cittadini, una notte; nel quale si trattò di far prendere certi che nominavano colpevoli, e fare loro tagliare la testa. Il detto consiglio si recò a minor numero, perché se ne partirono VII, e rimason X: e fecionlo, perché i nominati fuggisson e lasciasson la terra. Feciono  cessare  la  notte  segretamente  messer  Goccia  Adimari  e  ‘l  figliuolo, e messer Manetto Scali, che era a Calenzano e andonne a Mangona: e poco poi messer Muccio da Biserno, soldato con gran masnada, e messer Simone Cancellieri, nimico di detto messer Manetto, giunsono a Calenzano credendolo trovare; e cercando di lui, fino la paglia de’ letti con ferri fororono. Il  giorno  seguente  messer  Carlo  gli  fece  richiedere,  e  più  altri;  e  per contumaci e per traditori gli condannò, e arse loro le case, e’ beni publicò in  comune  per  l’uficio  del  paciaro.  I  quali  beni  messer  Manetto  fece ricomperare a’ suoi compagni fiorini Vm, acciò che i libri della compagnia di Francia non li facesse tòrre; e difesonsi per la detta compagnia. Messer Giano di messer Vieri de’ Cerchi, giovane cavaliere, era in palagio di messer Carlo, richiesto, e dato in guardia a due cavalieri franciosi, che onestamente  lo  teneano  per  la  casa.  Messer  Paniccia  degli  Erri  e  messer Berto Frescobaldi, sentendolo, andorono nel palagio, che era loro, e misonsi tra il cavaliere e le due guardie, parlando con loro, e a lui feciono cenno di partirsi; e così segretamente si partì. Dissesi, che tolti gli arebbe danari assai
Cronica di Dino Compagni
mezo della via, ginocchione si gittò in terra innanzi a messer Andrea da Cerreto giudice, pregandolo con le bracci in croce per Dio s’aoperasse nello scampo de’ suoi figliuoli. Il quale rispose, che però andava a palazo: e di ciò fu mentitore, perché andò per farli morire. Pe’ sopradetti malifìci i cittadini che aveano speranza che la città si riposasse, la perderono; però che fino a quel dì non era sparto sangue, il perché la città posare non dovesse. Capitolo XXX La terza disaventura ebbono i Bianchi e Ghibellini (la quale gli accomunò,  e  i  due  nomi  si  ridussono  in  uno)  per  questa  cagione:  che  essendo Folcieri da Calvoli podestà di Firenze, i Bianchi chiamorono Scarpetta degli Ordalaffi loro capitano, uomo giovane e temperato, nimico di Folcieri. E sotto lui raunorono loro sforzo, e vennono a Pulicciano apresso al Borgo a San Lorenzo, sperando avere Monte Accenico, edificato dal cardinale degli Ubaldini, messer Attaviano, con tre cerchi di mura. Quivi s’ingrossorono con loro amici, credendo prendere Pulicciano, e quindi venire alla città. Folcieri vi cavalcò con pochi cavalli. I Neri v’andorono con grande riguardo: i quali, vedendo che i nimici non assalirono il podestà, che era con pochi, ma tagliarono i ponti e afforzaronsi, presono cuore ingrossandosi. A’ Bianchi parea esser presi; e però si levorono male in ordine; e chi non fu presto  a  scampare,  rimase;  però  che  i  villani  de’  conti  d’attorno  furono subito a’ passi, e presonne e uccisonne molti. Scarpetta con più altri de’ maggiori rifuggirono in Monte Accinico. E fu l’esercito de’ Bianchi e Ghibellini cavalli VIIc e pedoni IIIIm. E quantunque la partita non fusse onorevole, fu più savia che la venuta. Messer Donato Alberti tanto fu lento che fu preso, e uno valente giovane nominato Nerlo di messer Goccia Adimari, e due giovani degli Scolari. E Nanni Ruffoli fu morto da Chirico di messer Pepo dalla Tosa. Fu menato messer Donato vilmente su uno asino, con una gonnelletta d’uno villano, al podestà. Il quale, quando il vide, lo domandò: “Siete voi messer Donato Alberti?” Rispose: “Io sono Donato. Così ci fusse innanzi Andrea da Cerreto, e Niccola Acciaiuoli, e Baldo d’Aguglione, e Iacopo da Certaldo, che ànno distrutta Firenze”. Allora lo pose alla colla, e accomandò la corda allo aspo, e così ve ‘l lasciò stare: e fe’ aprire le finestre e le porti del palagio, e fece richiedere molti cittadini sotto altre cagioni, perché vedessono lo strazio e la derisione facea di lui. E tanto procurò il podestà, che li fu conceduto di tagliarli la testa. E
Cronica di Dino Compagni
questo fece, perché la guerra gli era utile, e la pace dannosa: e così fece di tutti. E questa non fu giusta diliberazione: ma fu contro alle leggi comuni, però che i cittadini  cacciati, volendo tornare in casa loro, non debbono esser a morte dannati; e contro all’uso della guerra, ché tenere li dovean presi. E perché i Guelfi bianchi, presi, furon parimente morti co’ Ghibellini, s’assicurorono insieme: ché fino a quel dì sempre dubitarono, che d’intero animo fussono con loro. Capitolo XXXI O messer Donato, quanto la fortuna ti si volse in contrario! ché prima ti presono il figliuolo, e ricomperastilo lire IIIm; e te ànno decapitato! Chi te lo à fatto? I Guelfi, che tu tanto amavi, e che in ogni tua diceria dicevi uno colonnello contro a’ Ghibellini. Come ti poté esser tolto il nome di guelfo per li falsi volgari? come da’ Guelfi fosti giustiziato tra i Ghibellini? Chi tolse il nome a Baldinaccio Adimari e al Baschiera Tosinghi, d’esser Guelfi, che tanto i padri loro feciono per Parte guelfa? Chi ebbe balìa di tòrre e dare in picciol tempo, che i Ghibellini fussono detti guelfi, e i grandi Guelfi detti  ghibellini?  Chi  ebbe  tal  privilegio?  Messer  Rosso  dalla  Tosa  e  suoi seguaci, che niente operava ne’ bisogni della Parte, anzi nulla appo i padri di coloro, a cui il nome fu tolto. E però in ciò parlò bene un savio uomo guelfissimo, vedendo fare ghibellini per forza, il qual fu il Corazza Ubaldini da  Signa,  che  disse:  “È  sono  tanti  gli  uomini  che  sono  ghibellini  e  che vogliono essere, che il farne più per forza non è bene”. Capitolo XXXII Tanto crebbe la baldanza de’ Neri, che si composono col marchese di Ferrara di tòrre Bologna (e l’una delle due parti dentro, che erano amendue guelfe, dovea assalire l’altra il dì della Pasqua di Resurresso), cavalcandovi con VIc cavalli e con VIm pedoni. I Bianchi che erano rifuggiti in Bologna, virilmente s’armorono e feciono la mostra: i Neri temerono, e non assalirono. Il marchese disfece l’armata; e i Neri si partirono. Il perché la condizione de’ Bianchi migliorò in Bologna, e furonvi poi veduti volentieri, e i Neri tenuti per nimici. I Bolognesi feciono compagnia co’ Romagnuoli, dicendo che il marchese gli avea voluti tradire, e, se fatto l’avesse, arebbe confusa Romagna. In quella compagnia fu Furlì e Faenza, e Bernardino da Polenta, e la Parte bianca di Firenze, e i Pistolesi, e il conte Federigo da Montefeltro, e i Pisani. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
Del mese di giugno 1303 i detti congiurati feciono taglia di Vc cavalli, e feciono capitano messer Salinguerra da Ferrara. Capitolo XXXIII I Bianchi cavalcarono da Monte Accinico fino presso alla Lastra, ardendo ciò che trovorono. Gli Aretini racquistorono Castiglione e ‘l Monte a San Savino, e guastarono Laterina, che la teneano i Neri; i quali non la poterono soccorrere, perché erano co’ Lucchesi intorno a Pistoia: i quali sentendolo, lasciorono i Lucchesi a guardia di Firenze, e co’ cavalieri del marchese cavalcorono a Montevarchi per soccorrere Laterina. Raunoronsi gli Aretini co’ Bianchi e con gli amici loro di Romagna e con soldati pisani, e cavalcarono a Castiglione degli Ubertini: e credettesi che avisamento fusse di battaglia. Ma i Neri si partirono; e combatterono Castiglione Aretino; e ricevetton danno di fanti a piè: e di poi fornirono Montalcino e Laterina. I  Bianchi  erano  cavalli  MCC  e  pedoni  assai,  e  mostrarono  con  gran vigore aspettare la battaglia; i quali furono ingannati da certi traditori, che da lor nimici ricevettono moneta, e negarono la battaglia, mostrando che a’ Pisani non piacesse mettere in adventura la guerra, che sicura vincere si potea. In Arezo era Uguccione da Faggiuola, come è detto, che per alcune sue opere sospette fu rimosso della signoria, e data al conte Federigo, figliuolo del buon conte Guido da Montefeltro di cui graziosa fama volò per tutto il mondo.  Il  quale  venne  ad  Arezo,  e  prese  il  governo  accompagnato  da Ciappettino Ubertini. Capitolo XXXIV Tornorono  i  Neri  in  Firenze,  e  poco  dipoi  nacque  tra  loro  discordia, perché messer Rosso dalla Tosa, messer Pazino de’ Pazi, e messer Geri Spini, col séguito del popolo grasso, aveano la signoria e gli onori della città. Messer Corso Donati, il quale si tenea più degno di loro, non li parendo avere la sua parte (valentissimo cavaliere in tutte le cose che operare voleva), proccurò d’abbassarli, e rompere l’uficio de’ priori, e innalzare sé e suoi seguaci. E cominciò a seminare discordie, e sotto colore di giustizia e di piatà dicea in questo modo: “I poveri uomini sono tribolati e spogliati di loro sustanzie con le imposte e con le libbre, e alcuni se ne empiono le borse. Veggasi dove
Cronica di Dino Compagni
sì gran somma di moneta è ita, però che non se ne può esser tanta consumata nella guerra”. E questo molto sollicitamente domandava innanzi a’ signori  e  ne’  consigli.  La  gente  volentieri  l’ascoltava,  credendo  che  di  buono animo lo dicesse: nondimeno pure amavano che ciò si ricercasse. L’altra parte non sapea che si rispondere, però che l’ira e la superbia l’impediva. E tanto feciono, colli uficiali che erano con loro, che diterminorono che delle forze e delle violenze e ruberie si ricercasse: i giudici forestieri chiamorono ragionieri.  Poi  s’ammollarono  le  parole;  e  i  popolani,  che  reggeano,  per accattare benivolenzie, ribandirono i confinati che aveano ubbidito, a dí primo d’agosto 1303. Capitolo XXXV Sciarra  dalla  Colonna,  in  sabato  a  dì  VII  di  settenbre  1303  entrò  in Alagna, terra di Roma, con gente assai, e con quelli da Ceccano, e con uno cavaliere che era quivi per lo re di Francia, e con la sua insegna e con quella del Patrimonio, cioè delle Chiavi. E ruppono la sagrestia e la tesoreria del papa, e tolsonli molto tesoro. Il papa, abbandonato dalla sua famiglia, rimase preso. Dissesi che messer Francesco Orsini cardinale vi fu in persona, con molti cittadini romani: e tennesi fusse congiura fatta col re di Francia, perché il papa s’ingegnava d’abbassarlo, e la guerra de’ Fiaminghi fattali contro si disse fu per sua diliberazione; onde molti Franciosi perirono. Il re di Francia per questa cagione raunò in Parigi molti maestri in teologia e baccellieri, de’ frati Minori e Predicatori e d’altri ordini; e quivi il fece pronunziare eretico, e poi il fece ammunire, accusandolo di molti orribili peccati. Il papa era preso in Alagna; e sanza fare alcuna difesa o scusa, fu menato a Roma, ove fu ferito nella testa, e dopo alcun dì arrabbiato si morì. Della sua morte molti ne furono contenti e allegri, perché crudamente reggea, e accendea guerre, disfaccendo molta gente e raunando assai tesoro: e spezialmente se ne rallegrorono i Bianchi e Ghibellini, perché era loro cordiale nimico; ma i Neri se ne contristoron assai. Capitolo XXXVI Del detto mese di settenbre i Bianchi e i Ghibellini di Firenze s’accozorono con messer Tolosato degli Uberti, nobile cavaliere di Firenze e valentissimo uomo d’arme. Cavalcarono ad Arezo con soldati pisani. I Sanesi dierono loro il passo: perché i cittadini di Siena marcavano bene con anbo le parti; e quando sentivano i Bianchi forti, li sbandiano, ma il bando era viziato,
Cronica di Dino Compagni
ti, i Bustichi, i Giandonati, i  Tornaquinci quasi tutti, i Manieri, e parte degli Adimari; e molti popolani vi furono. E in tutti, tra di famiglie e popolani, furno XXXII i giurati; e diceano, sopra il grano venuto di Puglia che si dava per bocche al popolo: “I popolani sono gravati, e tolto il loro colle grandi imposte, e poi convien loro mangiare le stuoie”, dicendo che le tagliavano nel grano, perché la misura crescesse. Il popolo grasso cominciò a temere, gli amici di messer Corso montarono: ma non tanto; ché ne’ consigli e nelle raunate smentivano messer Corso: molto il perseguitavano i Bordoni, che erano popolani arditi e arroganti; e più volte lo smentirono, e non guardavano a maggioranza d’aversari, né che advenire ne potesse; del Comune traevano assai guadagno, e le lode gli sormontavano. Non però i seguaci di messer Rosso gli lasciavano molestare. Posono in uno mese il grano a soldi XII, e feciono la libra, e poson MCC cavagli a fiorini L per cavallo, sanza niuna piatà. E allora mandorono gente e feciono un battifolle presso a Monte Accinico, e misonvi uomini a guardia. Capitolo III La  congiura  di  messer  Corso  pure  parlando  sopramano,  l’altra  parte mandò  pe’ Lucchesi;  i  quali  con  parole  mezane  credettono  tòrre  forteze tenea: e assegnatoli tempo a renderle, il condannorono, se non le desse a’ Lucchesi. Messer Corso, non volendosi lasciare sforzare, richiese gli amici suoi; e molti sbanditi raccolse; e venne in suo aiuto messer Neri da Lucardo, valente uomo d’arme. E armato a cavallo venne in piaza, e con balestra e con fuoco combatté il palagio de’ Signori aspramente. L’altra parte, di cui era capo messer Rosso dalla  Tosa, insieme con la maggior  parte  de’  consorti,  co’  Pazi,  Frescobaldi,  Gherardini,  Spini,  e  il popolo e molti popolani, vennono alla difesa del palagio, e feciono gran zuffa: nella quale fu morto d’uno quadrello messer Lotteringo Gherardini; che ne fu gran danno, ché era valente. Messer Rosso dalla Tosa e i suoi seguaci chiamorono il nuovo uficio de’ priori, e misonli la notte in palagio sanza suoni di tronbe o altri onori. I serragli erano fatti per la terra; e circa un mese stettono sotto l’arme. I Lucchesi, che erano venuti in Firenze per mettere pace, ebbono gran balía dal Comune. E molto si scopersono i grandi, e voleano si rompessono le leggi contra i grandi. Raddoppiossi il numero de’ Signori: e nondimeno
Cronica di Dino Compagni
la parte de’ grandi rimase in gran superbia e baldanza. Accadde in quelli dí che il Testa Tornaquinci, e un figliuolo di Bingieri suo consorto, in Mercato Vecchio fediron e per morto lasciorono uno popolano  loro  vicino;  e  niuno  ardia  a  soccorrerlo,  per  tema  di  loro. Ma  il popolo rassicurato si crucciò, e con la insegna della giustizia armati andarono a casa i Tornaquinci, e misono fuoco nel palagio, e arsollo e disfeciono, per la loro baldanza. Capitolo IV Il cardinale Niccolao da Prato, segretamente domandato da’ Bianchi e Ghibellini  di  Firenze  a  papa  Benedetto  per  legato  in  Toscana,  giunse  in Firenze a dì X di marzo 1303; e grandissimo onore li fu fatto dal popolo di Firenze, con rami d’ulivo e con gran festa. E posato in Firenze alcun dì, trovando  i  cittadini  molto  divisi,  domandò  balìa  dal  popolo  di  potere constrignere  i  cittadini  a  pace;  la  quale  li  fu  concessa  perfino  a  calendi maggio 1304, e poi prolungata per uno anno. E fece più paci tra cittadini dentro: ma dipoi la gente raffreddò, e molte gavillazioni si trovorono. Il vescovo di Firenze favoreggiava la pace, perché con seco recava giustizia e dovizia, e a petizione del Cardinale si pacificò con messer Rosso suo consorto. Rifermò i gonfaloni delle compagnie: gli amici di messer Corso n’ebbono parte, e egli fu chiamato Capitano di Parte. Ciascuno favoreggiava il Cardinale, e elli con speranza tanto gli umiliò con dolci parole, che gli lasciarono  chiamare  sindachi:  che  furono,  per  la  parte  dentro,  messer Ubertino dello Stroza e ser Bono da Ognano; e per la parte di fuori, messer Lapo Ricovero e ser Petracca di ser Parenzo dall’Ancisa. A dì XXVI d’aprile 1304, raunato il popolo sulla piaza di Santa Maria Novella, nella presenzia de’ Signori, fatte molte paci, si baciarono in bocca per pace fatta, e contratti se ne fece; e puosono pene a chi contrafacesse: e con rami d’ulivo in mano pacificorono i Gherardini con gli Amieri. E tanto parea che la pace piacesse a ogni uno, che vegnendo quel dì una gran piova, niuno si partì, e non parea la sentissono. I fuochi furono grandi, le chiese sonavano, rallegrandosi ciascuno: ma il palagio de’ Gianfigliazzi, che per le guerre  facea  gran  fuochi,  la  sera  niente  fece;  e  molto  se  ne  parlò  per  li buoni, che diceano  non  era  degno  di  pace.  Andavano  le  compagnie  del popolo,  faccendo  gran  festa  sotto  il  nome  del  Cardinale,  con  le  ‘nsegne avute da lui sulla piaza di Santa Croce. Messer Rosso dalla Tosa rimase con grande sdegno, però che troppo gli
Cronica di Dino Compagni
Prato: dove credendo potere entrare con la forza de’ parenti e degli amici suoi, non poté. Capitolo VI Sentendo ciò che in Prato contro a lui era ordinato, di subito si partì e ritornò  a  Firenze;  e  sbandì  e  scomunicò  i  Pratesi,  e  bandì  loro  la  croce adosso, dando perdono a chi contro a loro facea danno alcuno. E i parenti e amici suoi furono disfatti, e cacciati di Prato. Il podestà di Firenze con le cavallate e co’ soldati del Comune cavalcorono sul contado di Prato, e schieraronsi nel greto di Bisenzo all’Olmo a Mezano, e stettonvi fino passata nona. Di Prato uscirono alcuni per trattare accordo, scusandosi  al  Cardinale,  e  profferendo  fare  ciò  che  egli  volea;  tanto  che cessoron il furore: perché molti ve ne erano, che volentieri arebbono dato loro il guasto e provatisi di vincere la terra, cioè quelli ch’erano del volere del Cardinale. Gli altri capi di Parte nera e i loro seguaci molte parole diceano piene di scandolo.  E  stando  schierati  i  cavalieri,  e’  fu  presso  che  finita  la  guerra; tanto scandalo nacque tra quelle genti: il quale se fusse ito innanzi, i grandi e il popolo, a cui piacea la pace, amici del Cardinale, n’arebbono avuto il migliore, secondo che le volontà si dimostravano. E quelli della casa de’ Cavalcanti molto se ne mostrarono favorevoli. Partissi l’oste, e vennene a Campi: e quivi dimorò tutto quel dí. L’altro giorno si partí, però che il cardinale si lasciò menare per le parole, credendo fare il meglio della pace. Ma i parenti suoi, che con onta ne furono cacciati, non tornarono in Prato, e non si fidarono, e poi furono fatti rubelli. Capitolo VII Attese il Cardinale ad avacciare la pace, e a darvi esecuzione. E prese per consiglio, per concordare le differenzie, di far venire de’ capi degli usciti di fuori, e elessene XIIII: i quali vennono in Firenze sotto licenzia e sicurtà, e stettono oltre Arno in casa i Mozi, e fecionvi chiuse di legname e posonvi guardie per non potere esser offesi. I nomi d’alcuni sono: messer... de’ Conti da Gangalandi, Lapo di messer Azolino degli Uberti, Baschiera di messer Bindo dalla Tosa, Baldinaccio Adimari, Giovanni de’ Cerchi, e Naldo di messer Lottino Gherardini, e più altri. E la Parte nera, che erano in Firenze, i  nomi  d’alcuni:  messer  Corso  Donati,  messer  Rosso  dalla  Tosa,  messer Pazino de’ Pazi, messer Geri Spini: messer Maruccio Cavalcanti, e messer
Cronica di Dino Compagni
mison fuoco in casa i Macci nella Corte delle Badesse. Il podestà della terra con sua famiglia e con molti soldati venne in Mercato Nuovo; ma aiuto né difensione alcuna non fece. Guardavano il fuoco, e stavansi a cavallo, e davano impedimento per lo ingombrío faceano, che impedivano i fanti e gli andatori. I Cavalcanti e molti altri guardavano il fuoco, e non ebbono tanto ardire che andassono contro a’ nimici, poi che ‘l fuoco fu spento; ché vincere gli poteano, e rimanere signori. Ma messer Maruccio Cavalcanti e messer Rinieri Lucardesi consigliorono, che prendessono le lumiere accese, e andassono a ardere le case de’ nimici che aveano arse le loro. Non fu seguìto tal consiglio; che se seguìto l’avessono, perché niuna difensione facea l’altra parte, sarebbono  stati  vincenti.  Ma  tristi  e  dolenti  se  n’andorono  alle  case  de’ parenti loro; e i nimici presono ardire, e caccioronli della terra: e chi andò a Ostina, chi alle Stinche a loro possessioni, e molti a Siena, perché da’ Sanesi ebbono speranza di riconciliargli. E così passò il tempo, e non furono riconciliati, e da ciascun riputati vili. Capitolo IX Rimasono i cittadini in Firenze smagati per lo pericoloso fuoco e sbigottiti,  perché  non  ardivano  a  lamentarsi  di  coloro  che  messo  ve  l’aveano, perché tirannescamente teneano il reggimento; con tutto che anche di loro arnesi assai ne perdessono quelli che reggeano. I caporali de’ reggenti, sappiendo di certo che abbominati sarebbono al Santo Padre, diliberarono andare a Perugia, dove era la Corte. Quelli che v’andorono: messer Corso Donati, messer Rosso dalla Tosa, Messer Pazino de’ Pazi, messer Geri Spini, e messer Betto Brunelleschi, con alcuni Lucchesi e Sanesi; credendosi, con colorate parole e con danari e con forza d’amici, annullare  l’oltraggio  fatto al  Cardinale,  legato  e  paciaro in  Toscana,  e  la grande  infamia  aveano  del  fuoco  crudelissimamente  messo  nella  terra. Giunsono in Corte, dove cominciarono a seminare del seme portorono. A dì XXII di luglio 13O4 morì in Perugia papa Benedetto XI, di veleno, messo in fichi freschi li furono mandati. Capitolo X Dimorando i detti in Perugia, per li usciti di Firenze si fe’ un franco pensiero: che fu, che celatamente invitorono tutti quelli di loro animo, che un giorno posto dovessono esser tutti con armata mano in certo luogo: e sì segretamente menorono il trattato, che quelli che erano rimasi in Firenze Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli 63 � Dino Compagni     Cronica     Libro III niente ne sentirono. E messo in ordine, subito furono alla Lastra presso a Firenze a due miglia, con MCC uomini d’arme a cavallo, con sopraveste bianche: e furonvi Bolognesi, Romagnoli, Aretini, e altri amici, a cavallo e a piè. Il grido fu grande per la città. I Neri temeano forte i loro adversari, e cominciavano a dire parole umili. E molti se ne nascosono ne’ munisteri, e molti si vestivano come frati per paura di loro nimici: ché altro riparo non aveano, perché non erano proveduti. I  Bianchi  e  Ghibellini  stando  alla  Lastra,  una  notte  molti  loro  amici della città gli andorono a confortare del venire presto. Il tenpo era di luglio, il dì di santa Maria Maddalera a dì XXI, e il caldo grande. E la gente che vi dovea esser non v’era ancor tutta; però che i primi che vennono, si scopersono due dì innanzi. Messer Tolosato degli Uberti co’ Pistolesi non era ancor giunto, perché non era il dì diputato. I Cavalcanti, i Gherardini, i Lucardesi, gli Scolari di Val di Pesa, non eran ancora scesi. Ma il Baschiera, che era quasi capitano, vinto più da volontà che da ragione, come giovane, vedendosi con bella gente e molto incalciato, credendosi guadagnare il pregio della vittoria, chinò giù co’ cavalieri alla terra, poi che scoperti si vedeano. E questo non dovean fare, perché la notte era loro più amica che ‘l dì, sì per lo calore del dì, e sì perché gli amici sarebbono iti a loro di notte della terra, e sì perché ruppono il termine dato agli amici loro; i quali non si scopersono, perché non era l’ora determinata. Vennono da San Gallo, e nel Cafaggio del Vescovo si schierarono, presso a San Marco, e con le insegne bianche spiegate, e con ghirlande d’ulivo, e con le spade ignude, gridando “pace”, senza fare violenza o ruberia a alcuno. Molto fu bello ad vederli, con segno di pace, stando schierati. Il caldo era grande, sì che parea che l’aria ardesse. I loro scorridori a piè e a cavallo si strinsono alla città, e vennono alla porta degli Spadai, credendo il Baschiera avervi amici e entrarvi sanza contesa: e però non vennono ordinati, con le scure  né  con  l’armi  da  vincere  la  porta.  I  serragli  del  borgo  furono  loro cortesi: pur li ruppono, e fedirono e uccisono molti Gangalandesi erano quivi alla guardia. Giunsono alla porta, e per lo sportello molti entrarono nella città. Quelli dentro, che aveano loro promesso, non obtennono loro i patti; come furono i Pazi, i Magalotti e messer Lambertuccio Frescobaldi, i quali erano co’ loro sdegnati, chi per oltraggi e onte ricevute, pel fuoco messo  nella  città  e  altre  villanie  loro  fatte:  anzi  feciono  loro  contro,  per Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
mostrarsi  non  colpevoli;  e  più  si  sforzavano  offenderli  che  gli  altri;  con balestra a tornio vennono saettando a Santa Reparata. Ma  niente  valea,  se  non  fusse  stato  uno  fuoco  che  fu  messo  in  uno palagio allato alla porta della città. Onde coloro che già erano entrati nella terra, dubitarono esser traditi e volsonsi indietro; e portoronsene lo sportello della porta, e giunsono alla schiera grossa, la quale non si movea: ma il fuoco forte crescea. Così stando, il Baschiera sentì che quelli che lo dovean favoreggiare lo nimicavano; e però volse i cavalli e tornò indietro. E la speranza e l’allegrezza tornò loro in pianto: ché i loro adversarii vinti divennero vincitori, e presono cuore come lioni; e scorrendo li seguivano, ma con grande riguardo: e i pedoni, vinti dalla calura del sole, si gittavano per le vigne e per le case nascondendosi, e molti ne trafelarono. Il  Baschiera  si  gittò  nel  monasterio  di  san  Domenico,  e  per  forza  ne trasse  due  sue  nipoti  che  erano  molto  ricche,  e  menòllene  seco.  E  però Iddio gliene fece male. A casa Carlettino de’ Pazi rimasono molti gentili uomini per ricogliere i loro, e per danneggiare i loro nemici; che scorrevano loro dietro: e più non li seguitorono. Poco lontano dalla terra scontrorono messer  Tolosato degli Uberti, il quale co’ Pistolesi venìa per essere al dì nominato. Vollegli rivolgere, e non poté. Il perché con gran dolore se ne tornò in Pistoia; e ben conobbe che la giovaneza del Baschiera gli tolse la terra. Molti  degli  usciti  ne  furono  morti,  che  si  trovorono  nascosi;  e  molti poveri infermi uccisono, i quali traevano degli spedali. Bolognesi e Aretini furon presi assai, e tutti gl’inpiccarono. Ma quelli che eran maliziosi, l’altro giorno, levarono una falsa voce, dicendo che messer Corso Donati e messer Cante de’ Gabrielli d’Agobbio avean preso Arezo per tradimento: onde i loro nimici ne dubitorono tanto, che ne perderono il vigore e non s’ardirono a muovere. Capitolo XI E così si perdé la città riguadagnata, per gran fallo: e molti dissono, che da  qualunque  altra  porta  fussono  venuti,  acquistavano  la  città.  Ché difenditori non aveano, se non alcuni giovani, che non s’ariano messi tanto innanzi  che  perire  potessono:  come  fece  Gherarduccio  di  messer Bondalmonte, che tanto li seguitò, che uno si volse indietro, e aspettollo, e poseli la lancia, e miselo in terra. 65 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
Il pensiero degli usciti fu savio e vigoroso: ma folle fu la venuta, perché fu  troppo  sùbita  e  innanzi  al  dì  ordinato.  Gli  Aretini  ne  portorono  del legno dello sportello, e i Bolognesi; che a grande onta se ‘l recoron i Neri. Molte volte i tempi sono paragone degli uomini, i quali non per virtù, ma per loro volgari, sono grandi. E ciò si vide in quel giorno che i Bianchi vennero alla terra, che molti cittadini mutarono lingua, abito e modi. Pur quelli che più superbamente soleano parlare contro agli usciti, mutarono il parlare, dicendo per le piaze e per gli altri luoghi che degna cosa era che tornassono nelle loro case. E questo facea dir loro la paura piú che la volontà o che la ragione. E molti ne fuggirono tra i religiosi, non per umiltà ma per cattiva e misera viltà, credendo che la terra si perdesse. Ma poi che i Bianchi  si  furono  partiti,  ricominciaron  a  usare  le  prime  parole  inique, accese e mendaci. Capitolo XII La divina giustizia, la quale molte volte punisce nascosamente, e toglie i buoni pastori a’ popoli rei che non ne son degni, e dà loro quello che meritano alla loro malizia, tolse loro papa Benedetto. I cardinali, per volontà del re di Francia e per industria de’ Colonnesi, elessono messer Ramondo dal Gotto, arcivescovo di Bordea di Guascognia, di giugno 1305, il quale si chiamò papa Clemente V; il quale non si partì d’oltramonti e non venne a Roma,  ma  fu  consecrato  a  Lione  del  Rodano.  Dissesi  che  alla  sua consecrazione rovinò il luogo ove era, e che la corona gli cadde di capo, e che il re di Francia non volea si partisse di là. Più cardinali oltramontani fece a sua petizione, e ordinamenti di decime, e altre cose: ma richiesto publicasse eretico papa Bonifazio, mai il volle fare. Capitolo XIII Il cardinale Niccolao da Prato, che molto avea favoreggiata la sua elezione,  era  molto  in  sua  grazia.  E  essendo  stato  Legato  in  Toscana,  come  è detto, avendo avuta balìa da’ Pistolesi di chiamare signoria sopra loro per IIII anni, acciò ch’egli avesse balìa, nella pace, di ciò che di Pistoia si domandava. Ché Parte nera volea, che gli usciti Guelfi tornassono in Pistoia, dicendo: “Noi non faremo pace, se Pistoia non si racconcia, però che pacificati noi, i Ghibellini terrebbono Pistoia, perché messer Tolosato ne è signore, e così saremo ingannati”; e Pistoia si dicea esser data alla Chiesa. E la promessa del Cardinale non valse, perché di Firenze fu cacciato, come è stato detto. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
Perduta i Neri ogni speranza d’avere Pistoia, diliberorono averla per forza: e con l’aiuto de’ Lucchesi vi vennon e posonvi l’assedio, e afforzoronvisi, e steccaronla, e fecionvi bertesche spesse con molte guardie. La città era nel piano, piccioletta, e ben murata e merlata, con forteze e con porti da guerra, e con gran fossi d’acqua; sì che per forza avere non si potea, ma attesono ad affamarla; perché soccorso avere non potea: i Pisani loro amici gli aiutavano con danari, ma non con le persone; i Bolognesi erano poco loro amici. Capitolo XIV I Neri elessono per loro capitano di guerra Ruberto duca di Calavria, figliuolo primogenito del re Carlo di Puglia. Il quale venne in Firenze con CCC cavalli: e insieme co’ Lucchesi vi stettono buon pezo a assedio; perché i Pistolesi uomini valenti della persona, spesso uscivano fuori alle mani co’ nimici  e  faceano  di  gran  prodeze.  Molti  uomini  uccisono,  contadini  di Firenze e di Lucca; e tenean la terra con poca gente, perché per povertà molti se ne erano usciti. E non pensando essere assediati, non si providono di  vittuaglia;  e  poi  che  l’assedio  vi  fu,  non  poterono:  e  però  la  fame  gli assalia.  Gli  uficiali  che  avean  la  guardia  della  vittuaglia,  saviamente  la stribuivano  per  modo  segreto.  Le  femmine  e  uomini  di  poco  valore,  di notte, passavano per lo campo nascosamente, e andavano per vittuaglia alla Sanbuca, e altri luoghi ed altre castella di verso Bologna, e agevolmente la conduceano in Pistoia. Il che sentendo i Fiorentini, s’afforzarono da quella parte, per modo che poca ve ne poteano mettere. Pur con moneta e furtivamente vi se ne mettea; infino che ‘l fosso non fu richiuso e fatte le bertesche: e di poi più non vi se ne poté mettere; però che chi ve ne portava era preso, e tagliatoli il naso, e a chi i piedi. E per questo sbigottirono per modo, che niuno vittuaglia più mettervi non ardiva. I signori e governatori della terra non la voleano abbandonare, siccome uomini che speravano difendersi. I Pisani gli aiutavano con danari, ma non con  persone.  Messer  Tolosato  Uberti  e  Agnolo  di  messer  Guiglielmino, rettori, per mancamento di vittuaglia ne mandorono fuori tutti i poveri, e fanciulli, e donne vedove, e quasi tutte l’altre donne, di vile condizione. Dè quanto fu, questa, crudelissima cosa a sostenere nell’animo de’ cittadini! vedersi condurre le loro donne alle porti della città, e metterle nelle mani de’ nimici, e serrarle di fuori! E chi non avea di fuori potenti parenti, o che per gentileza fusse ricolta, era da’ nimici vituperata. E gli usciti di
Cronica di Dino Compagni
Pistoia, conoscendo le donne e’ figliuoli de’ loro nemici, ne vituperorono assai: ma il Duca molte ne difese. Il nuovo papa Clemente V a petizione del cardinale Niccolao da Prato, comandò al duca Ruberto e a’ Fiorentini si levassono dall’assedio di Pistoia. Il duca ubbidì e partissi: i Fiorentini vi rimasono, e elessono per capitano messer... de’ Gabrielli d’Agobbio; il quale niuna piatà avea de’ cittadini di Pistoia. I quali, dentro alla terra, constrigneano le lagrime e non dimostravano  le  loro  doglie,  perché  vedeano  era  di  bisogno  di  così  fare  per  non morire. Sfogavansi contro a’ loro adversari: quando alcuno ne prendeano, crudelmente l’uccideano. Ma la gran piatà era di quelli eran guasti nel campo: che co’ piè mozzi li ponieno appiè delle mura, acciò che i loro padri, fratelli o figlioli li vedessono: e non li poteano ricevere né aiutare, perché la Signoria non li lasciava, acciò che gli altri non ne sbigottissono, né non li lasciavano di sulle mura vedere da’ loro parenti e amici. E così morivano i buoni cittadini pistolesi, che da’ nimici erano smozzicati e cacciati verso la lora tribolata e afflitta città. Molta migliore condizione ebbe Soddoma e Gomorra, e l’altre terre, che profondarono in un punto e morirono gli uomini, che non ebbono i Pistolesi morendo in così aspre pene. Quanto gli assalì l’ira d’Iddio! Quanti e quali peccati poteano avere a così repente giudicio? Quelli che erano all’assedio, di fuori, sosteneano male assai per lo tenpo cattivo, e per lo male terreno, e per  le  spese  grandi:  e  i  loro  cittadini  gravavano  forte,  e  spogliavano  i Ghibellini e’ Bianchi di moneta, per modo che molti ne consumorono. E per avere  moneta  ordinorono  uno  modo  molto  sottile,  che  fu  una taglia che puosono a’ cittadini, che si chiamò la Sega. E poneano a’ Ghibellini e a’ Bianchi tanto per testa il dì; a alcuni lire III, a altri lire II, a chi lire I, secondo che parea loro che potesse sopportare: e così avea la sua taglia colui che era a’ confini, come chi era nella città. E a tutti i padri, che aveano figliuoli  da  portare  arme,  feciono  certa  taglia,  se  fra  dì  XX  non  si rappresentassono nell’oste. Mandavavi la città a sesti, e a mute di XX dì in XX dì. E tanto feciono i Fiorentini e’ Lucchesi, che molti loro contadini distrussono, tenendoli senza paga; però che erano poveri, e convenia loro stare con l’arme allo assedio di Pistoia. I governatori di Pistoia, che sapeano il segreto della vittuaglia, sempre la celavano, e a’ forestieri, che serviano la terra con arme, ne davano, e agli altri utili uomini, discretamente, come bisogno n’aveano: perché si vedeano venire alla morte per fame. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
advicinorono ad Arezo: tennono la via in verso Siena; poi si rivoltorono per una montagna, e entrorono su quel d’Arezo, dove disfeciono molte fortezze degli Ubertini. Al piano non discesono, perché i passi poteano esser loro contesi; e battaglia non si prese, perché i Neri forte ne dubitavano. I nimici loro confortavano il Cardinale si pigliasse la battaglia, mostrando avere gran vantaggio e la vittoria certa. Il Cardinale mai nol consentì, né che andassono a  prendere  i  passi,  o  tòrre  loro  vittuaglia  al  partire:  e  però  i  Neri,  senza alcuno dubbio o offesa, se ne tornorono a Firenze. Molto fu biasimato il Cardinale, de l’averli lasciati andare sicuri; e per molti si disse che l’avea fatto per danari, o per promessa li fusse fatta da loro d’ubbidirlo e d’onorarlo: o vero, che messer Corso Donati gli avesse promessi fioriri IIIIm e darli la terra; et egli venisse da quella parte con la sua gente, per poterli levare da oste, e avere i danari e non li dare la terra. La gente che in aiuto erano venuti al Cardinale, sconsolati si partirono, perché vedeano il partito vinto; e aveano speso assai sanza alcuno frutto, credendosi racquistare la terra loro. E mai si raunoron più. Capitolo XVIII I Neri, beffando il Cardinale, cercorono per più vie vituperarlo, mostrando volerli ubbidire. E ritornati in Firenze, vi mandorono ambasciadori messer Betto Brunelleschi e messer Geri Spini; i quali il faceano volgere e girare a lor modo, traendo da lui grazie, e pareano i signori della sua corte. E tanto li feciono mandare a’  Signori un frate Ubertino, e tanti modi e tante cagioni trovavano e opponeano da un punto a un altro, che aspettorono i nuovi Signori, che speravano fussono loro più favorevoli. Alcuni diceano che il Legato tenea i Neri giusti uomini, e fermamente dicea agli amici che pace sarebbe. Non fu mai femmina da ruffiani incantata e poi vituperata, come costui da quelli due cavallieri: e del più giovane fu detto, che più sottilmente seguitava l’opera, tenendo il Cardinale a parole, seguendo trattati di pace: nel quale buon pezzo dimororono, per lo parlare chr facea. Infine, per infamia data in Corte al Cardinale, fu rimosso dalla legazione; e con poco onore, andò a Roma. I savi uomini s’avidono che gl’inbasciadori stavano in Arezo per mettere scandolo  tra  gli  Aretini.  E  Uguccione  da  Faggiuola  co’  Magalotti  e  con molti nobili seminorono tanta discordia in Arezo, che come nimici stavano i potenti Ghibellini; ma pur poi s’atutorono.
Cronica di Dino Compagni
Capitolo XIX Sì come nasce il vermine nel saldo pome, così tutte le cose che sono create a alcun fine, conviene che cagione sia in esse che al lor fine termini. Fra i Guelfi neri di Firenze, per invidia e per avarizia, una altra volta nacque grande scandolo. Il qual fu, che messer Corso Donati, parendoli avere fatta più opera nel racquistare la terra, gli parea degli onori e degli utili avere piccola parte o quasi nulla: però che messer Rosso della Tosa, messer Pazino de’ Pazzi, messer Betto Brunelleschi e messer Geri Spini, con loro seguaci, di popolo, prendevano gli onori, servivano gli amici, e davano i risponsi, e faceano le grazie: e lui abbassarono. E così vennono in grande sdegno negli animi: e tanto crebbe, che venne in palese odio. M. Pazino de’ Pazi fece un dì pigliare messer Corso Donati, per danari dovea avere da lui. Molte parole villane insieme si diceano, per volere la signoria sanza lui: perché messer Corso era di sì alto animo e di tanta operazione, che ne temeano, e parte contentevole non credevano che dare gli si potesse. Onde messer Corso raccolse gente a sé di molte guise. Gran parte ebbe de’ Grandi, però che odiavano i popolani pe’ forti Ordinamenti della Giustizia fatti contro a loro; i quali promettea anullare. Molti n’accolse, che speravano venire sì grandi con lui che in signoria rimarrebbono; e molti con belle parole, le quali assai bene colorava; e per la terra diceva: “Costoro s’appropriano tutti gli onori; e noi altri, che siamo gentili uomini e potenti, stiamo come strani: costoro ànno gli scherigli, i quali li seguitano: costoro ànno i falsi popolani, e partonsi il tesoro, del quale noi, come maggiori, dovremo  esser  signori”.  E  così  svolse  molti  degli  adversari,  e  recò  a  suo animo; de’ quali furono i Medici e Bordoni, i quali li soleano esser nimici, e sostenitori di messer Rosso della Tosa. Quando rifatta ebbe sua congiura, cominciarono a parlare più superbamente  nelle  piazze  e  ne’  consigli:  e  se  niuno  si  opponea  loro,  li  faceano senbiante di nimico. E tanto s’accese il fuoco, che, di concordia della congiura, i Medici, e i Bordoni, e altri a ciò ordinati, assalirono lo Scambrilla per ucciderlo, e fedironlo nel viso in più luoghi: onde gli adversarii tennon che fatto fusse in loro dispetto; molto il vicitarono, e molte parole dissono; e guarito che fu, li dierono fanti alle spese del Comune, confortandolo che gran vendetta ne facesse. Questo Scambrilla era potente della persona, e per l’amistà di coloro cui egli seguiva: non era uomo di grande stato, ché era stato soldato. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
Crescendo l’odio per le superbe parole erano tra quelli della congiura e gli  altri,  si  cominciò  per  ogni  parte  a  invitare  gente  e  amici.  I  Bordoni aveano gran séguito da Carmignano, e da Pistoia, e dal Monte di sotto, e da Taio di messer Ridolfo grande uomo di Prato, e dagli uomini di sua casa e di suo animo, tanto che a’ congiurati prestò grande aiuto. Messer Corso avea molto inanimati i Lucchesi, mostrando le rie opere de’ suoi adversarii e i modi ch’eglino usavano, i quali, veri o non veri, lui sapea ben colorare.  Tornato  in  Firenze,  ordinò  che un  giorno  nominato fussono tutti armati, e andassono al palagio de’ Signori, e dicessono che al tutto voleano che Firenze avesse altro reggimento; e con queste parole, venire all’arme. Capitolo XX Messer Rosso e’ suoi seguaci sentirono le invitate, e le parole si diceano, e aparecchiare l’arme: con irato animo, tanto s’accesono col parlare, che non si poterono ritrarre dal furore. E una domenica mattina, andorono a’ Signori; i quali raunorono il Consiglio, e presono l’arme, e feciono richiedere messer Corso e’ figliuoli e i Bordoni. La richiesta e il bando si fece a un tratto; e subito condannati. E il medesimo dì, a furore di popolo, andorono a casa messer Corso. Il quale alla piaza di San Piero Maggiore s’aserragliò e afforzò con molti fanti; e corsonvi i Bordoni, con gran séguito, vigorosamente, e con pennoni di loro arme. Messer Corso era forte di gotti aggravato, e non potea l’arme; ma con la lingua confortava gli amici, lodando e inanimando coloro che valentemente si portavano. Gente avea poca, ché non era il dì ordinato. Gli assalitori erano assai, perché v’erano tutti i gonfaloni del popolo, co’ soldati e con li sgarigli a’ serragli, e con balestra, pietre e fuoco. I pochi fanti di messer Corso si difendeano vigorosamente, con lancie, balestra e pietre, aspettando che quelli della congiura venisson in loro favore: i quali erano i Bardi, i Rossi, i Frescobaldi, e quasi tutto il Sesto d’Oltrarno; i Tornaquinci, i Bondalmonti, salvo messer Gherardo; ma niuno si mosse, né fece vista. Messer Corso, vedendo che difendere non si potea, diliberò partirsi. I serragli si ruppono: gli amici suoi si fuggivano per le case; e molti si mostravano essere degli altri, che eran di loro. Messer Rosso, e messer Pazino, e messer Geri, e Pinaccio, e molti altri, pugnavano vigorosamente a piè e a cavallo. Piero e messer Guiglielmino Spini, giovane cavalier novello, armato alla catalana, e Boccaccio Adimari e’
Cronica di Dino Compagni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli � Dino Compagni     Cronica     Libro III figliuoli e alcun suo consorto, seguitandoli forte, giunsono Gherardo Bordoni alla  Croce  a  Gorgo:  assalironlo;  lui  cadde  boccone;  eglino,  smontati, l’uccisono; e il figliuolo di Boccaccio gli tagliò la mano, e portossela a casa sua.  Funne  da  alcuno  biasimato;  e  disse  lo  facea,  perché  Gherardo  avea operato contro a loro a petizione di messer Tedice Adimari, loro consorto e cognato del detto Gherardo. I fratelli scanparono; e il padre rifuggì in casa i Tornaquinci, ché era vecchio. Capitolo XXI Messer Corso, infermo per le gotti, fuggia verso la badia di San Salvi, dove  già  molti  mali  avea  fatti  e  fatti  fare.  Gli  sgarigli  il  presono,  e riconobberlo: e volendolne menare, si difendeva con belle parole, sì come savio cavaliere. Intanto sopravenne uno giovane cognato del mariscalco. Stimolato da altri d’ucciderlo, nol volle fare; e ritornandosi indietro, vi fu rimandato: il  quale  la  seconda  volta  li  dié  d’una  lancia  catelanesca  nella gola, e uno altro colpo nel fianco; e cadde in terra. Alcuni monaci ne ‘l portorono alla badia; e quivi morì, a dì... di settenbre 1307, e fu sepulto. La gente cominciò a riposarsi, e molto si parlò della sua mala morte in varii modi, secondo l’amicizia e inimicizia: ma parlando il vero, la sua vita fu pericolosa, e la morte reprensibile. Fu cavaliere di grande animo e nome, gentile di sangue e di costumi, di corpo bellissimo fino alla sua vecchieza, di bella forma con dilicate fatteze, di pelo bianco; piacevole, savio e ornato parlatore, e a gran cose sempre attendea; pratico e dimestico di gran signori e di nobili uomini, e di grande amistà, e famoso per tutta Italia. Nimico fu de’ popoli e de’ popolani, amato da’ masnadieri, pieno di maliziosi pensieri, reo e astuto. Morto fu da uno straniero soldato cosí vilmente; e ben seppono i consorti chi l’uccise, ché di subito da’ suoi fu mandato via. Coloro che uccidere lo feciono furon messer Rosso della Tosa e messer Pazino de’ Pazi, che volgarmente per tutti si dicea: e tali li benediceano, e tali il contrario. Molti credettono, che i due detti cavalieri l’avesson morto: e io, volendo ricercare il vero, diligentemente cercai e trovai cosí esser vero. Capitolo XXII La santa Chiesa di Roma, la quale è madre de’ Cristiani quando i rei pastori non la fanno errare, divenuta in basseza per la reverenzia de’ fedeli minuita, richiese i Fiorentini, e fermò processo di scomunicazione, e sentenzia dié contro a loro; e scomunicò gli uficiali, e intradisse la terra, e tolse l’uficio santo a’ secolari. I Fiorentini mandoro ambasciadori al Papa. Morì il vescovo Lottieri Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
di Beccheria, messer Antonio da Foscieraco signore di Lodi e altri signori e baroni di Lombardia, gli stavano dinanzi. La sua vita non era in sonare, né in uccellare, né in sollazzi, ma in continui consigli, assettando i vicari per le terre, e a pacificare i discordanti. Capitolo XXVII I Milanesi aveano stanziati danari per dorare allo Imperadore; e a raunarli, nel consiglio ebbe rampogne tra quelli dentro e gli usciti ritornati. Messer Guido avea due figliuoli, i quali si cominciavano a pentere di quanto il padre  avea  fatto,  e  udivano  le  parole  de’  lamentatori  di  lor  parte.  Lo imperadore fece uno pensiero: di trarre alcuni dell’una parte e dell’altra de’ più potenti, e menarsegli seco; e tali confinare. I figliuoli di messer Mosca, che l’uno era arcivescovo, cugini di messer Guidotto, divenuti nimici per gara, il perché lui li tenea in prigione, lo Imperadore  gliene  fece  trarre,  e  rappacificogli  insieme.  Ma  i  figliuoli  di messer Guidotto non ressono, e un dì appensatamente richiesono loro amici, e ricominciato l’odio, in uno consiglio si svillaneggiorono di parole; le quali ingrossorono per modo, che presono l’arme e abbarroronsi nel Guasto di quelli dalla Torre. Il romore fu grande: il mariscalco dello Imperadore vi trasse, [e] messer Galeazzo figliuolo di messer Maffeo Visconti; e [messer Maffeo] trasse a piè con lo Imperadore. Il maliscalco andò al serraglio con LX cavalli, e ruppelo e la gente mise in fuga. Messer Guidotto era malato di gotte; fu trasportato in altra parte: dissesi che scampato era nelle forze del Dalfino. I figliuoli rifuggirono a un loro castello presso a Como, e di lunge a Milano XX miglia. Tutti i loro arnesi furono rubati. E cosí si cambiò la festa; ma non l’amore dello Imperadore: però che volle loro perdonare; ma non se ne fidorono. E allor cominciò a sormontare messer Maffeo. Visconti, e quelli dalla Torre e i loro amici abbassare. Il sospetto crebbe piú che l’odio. Lo Imperadore raccomandò la terra a messer Maffeo, e per vicario vi lasciò messer Niccolò Salinbeni da Siena,  savio  e  virile  cavaliere,  e  addorno  di  belli  costumi,  magnanimo  e largo donatore. Capitolo XXVIII Il Nimico, che mai non dorme ma sempre semina e ricoglie, mise discordia in cuore a’ nobili di Cremona di disubidire: e due fratelli, figliuoli del marchese Cavalcabò, n’erano signori, e messer Sovramonte degli Ama-
Cronica di Dino Compagni
ti, un savio cavaliere quasi loro adversario, per gara d’onori, vi s’accordorono; e  a  ciò  lettere  de’  Fiorentini  e  falsi  instigamenti:  gridorono  contro  allo Imperadore, e caccioron il suo vicario. Lo Imperadore, ciò sentendo, non cruccioso, come uomo di grande animo, gli citò; non l’ubbidirono, e rupponli fede e saramento. I Fiorentini vi mandorono subito uno anbasciadore per non lasciare spegnere il fuoco; il quale proferse loro aiuto di gente e di danari: il che i Cremonesi accettorono, e afforzorono la terra. Lo Imperadore cavalcò verso Cremona. Gli ambasciadori di là li furono a’ piedi, dicendo come non potean portare l’incarichi eran loro posti, e che eran poveri, e che sanza vicario il voleano ubbidire. Lo Imperadore non rispondendo, furono amaestrati per lettere segrete che se volessono perdono, vi mandassono assai de’ buoni cittadini a domandare merzè, però che lo Imperadore volea onore. Mandoronne assai, e scalzi, con niente in capo, in sola gonnella, con la coreggia in collo; e dinanzi a lui furono a domandare merzè. A’ quali non parlò: ma eglino senpre chieggendo perdono, lui sempre cavalcava verso la città; e giunto, trovò aperta la porta, nella quale entrò: e ivi si fermò, e mise mano alla spada e fuori la trasse, e sotto quella li ricevette. I grandi e potenti, colpevoli, e il nobile cavalier fiorentino messer Rinieri Buondalmonti, lí podestà, si partirono avanti che lo Imperadore venisse:  il  quale  podestà  vi  fu  mandato  per  mantenerli  contro  allo Imperadore.  Il  quale  fece  prendere  tutti  i  potenti  vi  rimasono,  e  messer Sovramonte, che per troppo senno o per troppa sicurtà non fuggí, e prender fece tutti coloro che gli andarono a chiedere merzè; e ritenneli in prigione. La terra riformò, la condannagione levò loro, e’ prigioni mandò a Riminingo. Capitolo XXIX Dimorando lo Imperadore in Cremona, i Bresciani, i quali avean fatti i suoi comandamenti e ricevuto il suo vicario, messer  ibaldo Brociati e messer T Maffeo di Maggio capi ciascuno d’una parte, messer Maffeo, che prima tenea la terra, per ubidire dipose la signoria nella volontà dello Imperadore. Messer Tibaldo, che dallo Imperadore fu beneficiato, perché prima andava cattivando per Lonbardia, povero, co’ suoi seguaci, e da lui fu rimesso nella città, il tradì. Perché, mandando da Cremona pe’ cavalieri che venissono a ubidirlo, vi mandò della parte di messer Maffeo tutti quelli aveano ubbidito.  Il  quale,  quando  se  ne  avide,  mandò  per  alcuni  nominatamente;  i
Cronica di Dino Compagni
quali non vennono: feceli citare sotto termine e pena; e anche non vennono. Lo Imperadore, intendendo la loro malizia, con pochi appresso uscì della camera, e fecesi cignere la spada, e dirizossi col viso verso Brescia, e la mano pose alla spada, e meza la trasse della guaina, e maladì la città di Brescia. E riformò la città di Cremona di vicario. A dì XII di maggio 1311 lo Imperadore con sua gente cavalcò a Brescia, e con gran parte de’ Lonbardi, e conti e signori. E posevi l’assedio, perché così fu consigliato; ch’ella non si potea tenere, perché non erano proveduti di vittuaglia, e erano nella fine della ricolta: “e veggendo il campo posto, la gente si arrenderà tosto; e se tu la lasci, tutta la Lonbardia è perduta, e tutti i tuoi contrarii quivi faranno nidio; e questa fia vettoria da fare tutti gli altri temere”. Fermò l’assedio: mandò per maestri; ordinò edificii e cave e coverte; e molti palesi segni fece da combattere. La città era fortissima e popolata di pro’ gente, e dal lato del monte avea una forteza, e tagliato il poggio: la via non  potea  esser  loro  tolta  d’andare  a  quella  forteza;  la  città  era  forte  a conbatterla. Quivi si stette, un giorno, pensando assalirla di verso la Magna; però che avutala, la città era vinta. Messer Tibaldo, volendo soccorrere, andò là; e, per giustizia di Dio, il cavallo incespicò e cadde: e fu preso, e menato allo Imperadore, della cui presura molto si rallegrò. E fattolo esaminare, in su uno cuoio di bue il fe’ strascinare intorno alla città, e poi li fe’ tagliare la testa, e il busto squartare. E gli altri presi fece impiccare. Così incrudelirono quelli dentro inverso quelli di fuori: ché quando ne pigliavano uno, lo ponieno su’ merli, acciò fusse veduto; e ivi lo scorticavano, e grande iniquità mostravano: e se presi erano di quelli dentro, erano da quelli di fuori impiccati. E così, con edificii e balestra, dentro e di fuori, guerreggiavano forte l’uno l’altro. La città non si potea tanto strignere con assedio, che spie non v’entrassono mandate da’ Fiorentini, i quali con lettere gli confortavano, e mandavano danari. Un giorno messer Gallerano, fratello dello Imperadore, grande di persona, bello del corpo, cavalcava intorno alla terra per vederla, sanza elmo in testa, in uno giubbetto vermiglio. Il quale fu fedito d’un quadrello sul collo, per modo che pochi dì ne visse: acconcioronlo alla guisa de’ signori, e a Verona fu portato, e quivi fu onorato di sepultura. Molti conti, cavalieri e baroni vi morirono, tedeschi e lonbardi: assai v’infermarono, perché l’assedio durò fino a dì XVIII di settembre.
Cronica di Dino Compagni
A dì XVIIII di settenbre 1311; perché il luogo dove era il campo era disagiato, e ‘l caldo grande, la vittuaglia venìa di lunge, e’ cavalieri erano gentili; e dentro alla terra ne morivano assai di fame e di disagio, per le guardie si convenia loro fare, e pe’ sospetti grandi; per mezanità di tre cardinali, stati mandati dal Papa allo Imperadore, i quali furono messere d’Ostia, messere d’Albano e messere dal Fiesco, si praticò accordo tra lo Imperadore e i Bresciani, di darli la terra, salvo l’avere e le persone: e arrenderonsi a’ detti cardinali. Lo imperadore entrò nella terra, e attenne loro i patti. Fece disfare le mura, e alquanti Bresciani confinò, e dall’assedio si partì con molti meno di suoi cavalieri, che vi morirono, e molti se ne tornoron indietro malati. Capitolo XXX Partissi lo Imperadore da Brescia, e andonne a Pavia, per una discordia nata tra quelli di Beccheria e messer Riccardino, figliuolo del conte Filippone, per cagione che morì il vescovo di Pavia, e ciascun volea la nuova elezione; e tanta fu, che quelli di Beccheria uccisono IIII de’ loro adversari. Il vicario con messer Riccardino pugnorono con quelli di Beccheria, per modo che li cacciaron fuori della terra, e tolsono loro le loro castella di fuori. Lo  imperadore,  parendoli  avere  perduto  assai  tenpo,  cavalcò  inverso Genova, la quale tenea messer Branca d’Oria; dove giunse a dì XXI d’ottobre 1311. Dal quale onoratamente fu ricevuto; e giurò ubidienzia. Messer Obizino Spinola, capo dell’altra parte, che era rubello, li si fece innanzi, e con gran reverenzia l’onorò. Arbitrossi per li savi uomini, che la divisione delle due parti lo facesse tanto onorare, perché lo feciono a gara. Ma i Genovesi di loro natura sono molto altieri e superbi e discordanti tra loro; ché il re Carlo vecchio mai li poté raccomunare. Né non si credette mai che, non che lo ricevessono per signore, per loro superbia, ma che li dessono pure il passo: “perché i cittadini sono sdegnosi, la riviera è aspra, i Tedeschi sono dimestichi con le donne, i Genovesi ne sono ghignosi: zuffa vi sarà”. Iddio, che regge e governa i principi e’ popoli, gli ammaestrò: e inchinate le loro volontà, saviamente, come nobili uomini, l’onororono e ritennono in quella città più mesi. Nel qual tempo la morte, la quale a niuno non perdona né per lunga termine, per volontà di Dio partì dal mondo la nobile Imperadrice, con nobilissima fama di gran santità di vita onesta, ministra de’ poveri di Cristo. La quale fu seppellita con grande onore, a dì XII di novenbre, nella chiesa maggiore di Genova. 81 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
Capitolo XXXIII Di tre cardinali avea mandati il Papa allo Imperadore, quando era ad assedio a Brescia, ne morì uno, ciò è quello d’Albano; il quale venne infermo a Lucca, e morì quivi. Il vescovo di Leggie anche vi morì, grande amico dello Imperadore: al quale  avea  donato  Rezuolo,  il  quale  è  tra  Reggio  e  Mantova;  il  quale  i Mantovani dipoi tolsono a colui a cui era rimaso. I due anbasciadori fiorentini, erano in Corte, vi morirono: e prima messer Pino de’ Rossi; e per premio di sua fatica furono fatti due suoi consorti e parenti cavalieri dal popolo, e donato loro molti danari, di quelli togliean a’ Ghibellini e a’ Bianchi. E con tutto che i Bianchi tenessono alcuna vestigia di Parte guelfa, erano da loro trattati come cordiali nimici. Di poi morì messer Gherardo; e non furono i suoi onorati né di cavalleria né di danari, perché non era stato così fedele come l’altro. Capitolo XXXIV I Fiorentini, acciecati dal loro rigoglio, si misono contro allo Imperadore, non come savi guerrieri, ma come rigogliosi, avendo lega co’ Bolognesi, Sanesi, Lucchesi, e Volterrani, e Pratesi, e Colligiani, e con l’altre castella di lor  parte.  I  Pistolesi,  poveri,  lassi,  e  di  guerra  affannati  e  distrutti,  non teneano del tutto con loro: non perché non fussono d’uno animo, ma perché vi metteano podestà con sì grandi salari, che non poteano sostenere alle paghe. Il perché non arebbono potuto pagare la loro parte della taglia, però che pagavano al maliscalco e a’ suoi fiorini XLVIIIm l’anno; e teneansi per loro, acciò che i Fiorentini non v’entrassono. I Lucchesi sempre aveano anbasciadori in corte dello Imperadore; e alcuna volta diceano d’ubbidirli, se concedesse loro lettere, che le terre tenieno dello Imperio potessono tenere, e non vi rimettesse gli usciti. Lo Imperadore niuno patto fe’ con loro, né con altri; ma mandò messer Luigi di Savoia e altri ambasciadori in Toscana. I quali da’ Lucchesi furono onoratamente ricevuti e presentati di zendadi e altro. I Pratesi li presentarono magnificamente, e tutte l’altre terre; scusandosi erano in lega co’ Fiorentini. Siena puttaneggiava: ché in tutta qusta guerra non tenne il passo a’ nimici, né dalla volontà de’ Fiorentini in tutto si partí. I Bolognesi si tennono forte co’  Fiorentini  contra  lo  Imperadore,  perché  temeano  forte  di  lui:  molto s’afforzorono,  e  steccarono  la  terra.  Dissesi  che  contro  a  lui  non  aveano difesa alcuna, perché dalla Chiesa avea il passo: ma perché li parve aspro Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
LXXVI Amor con sue promesse lusingando mi ricondusse a la prigione antica, et die’ le chiavi a quella mia nemica ch’anchor me di me stesso tene in bando. 5 Non me n’avidi, lasso, se non quando fui in lor forza; et or con gran fatica (chi ’l crederà perché giurando i’ ’l dica?) in libertà ritorno sospirando. Et come vero pregioniero afflicto de le catene mie gran parte porto, e ’l cor ne gli occhi et ne la fronte ò scritto. Quando sarai del mio colore accorto, dirai: S’i’ guardo et giudico ben dritto, questi avea poco andare ad esser morto. LXXVII Per mirar Policleto a prova fiso con gli altri ch’ebber fama di quell’arte mill’anni, non vedrian la minor parte de la beltà che m’ave il cor conquiso. 5 Ma certo il mio Simon fu in paradiso (onde questa gentil donna si parte), ivi la vide, et la ritrasse in carte per far fede qua giù del suo bel viso. L’opra fu ben di quelle che nel cielo si ponno imaginar, non qui tra noi, ove le membra fanno a l’alma velo. Cortesia fe’; né la potea far poi che fu disceso a provar caldo et gielo, et del mortal sentiron gli occchi suoi.
Canzoniere di Francesco Petrarca
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  8 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CLII – Messer Giletto di Spagna dona uno piacevole asino a messer Bernabò, e Michelozzo da Firenze, avvisandosi il detto signore essere vago d’asini, gliene manda due coverti di scarlatto, de’ quali gli è fatto poco onore, con molte nuove cose che per quello dono ne seguirono ............................................................. 295 CLIII  –  Messer  Dolcibene,  andando  a  vicitare  uno  cavaliere  novello,  ricco  e  avaro,  con  uno  piacevol  morso il desta a farsi fare qualche dono .................................................................................................................... 300 CLIV – Uno giovene di Genova, avendo menata moglie, non possendo così le prime notti giacere con lei, preso sdegno se ne va in Caffa, e stato là più di due anni, ritorna a casa con più denari che non portò, avendolo la moglie aspettato a bell’agio a casa il padre ................................................................................... 302 CLV – Maestro Gabbadeo da Prato è condotto a Firenze, per avviarsi dopo la morte del maestro Dino, il quale venuto, gl’interviene che guardando uno orinale a cavallo, e ’l cavallo aombrando, corre a suo mal grado insino alla porta al Prato, ed egli non lasciò mai l’orinale ............................................................................... 306 CLVI – Messer Dolcibene fa in forma di medico nel contado di Ferrara tornare una mana a una fanciulla, che era sconcia e svolta, nel suo luogo; e questo fa gittandovisi su a sedere ..................................................... 309 CLVII – Messer Francesco da Casale signore di Cortona mena Pietro Alfonso a mostrarli il corpo di santo Ugolino, là dove con nuove parole si raccomanda a lui, e con vie più nuove si sta, e parte dal detto messer Francesco .......... 313 CLVIII – Soldo di messer Ubertino degli Strozzi, essendo capitano di Santo Miniato, usa certe astuzie con la malizia de’ Sanminiatesi; e in fine, sanza tenere la metà de’ fanti, vinse le sètte loro, ed ebbe onore ............. 315 CLIX – Uno cavallaccio di Rinuccio di Nello, sciogliendosi, per correre drieto a una cavalla in Firenze, e ’l detto  Rinuccio, seguendolo, con nuovi casi fece quasi correre a seguirlo la maggior parte de’ Fiorentini ................. 318 CLX – Uno mulo traendo calci in Mercato vecchio fa fuggire tutta la piazza, e guasta la carne ed e’ panni di cui era carico, fa venire in quistione i lanaiuoli co’ beccari; e dopo molte nuove cose, il fine che n’è seguito ......... 323 CLXI – Il vescovo Guido d’Arezzo fa dipignere a Bonamico alcuna storia, la quale essendo spinto da una bertuccia la notte quello che ’l dì dipignea, le nuove cose che ne seguirono .................................................... 329 CLXII – Popolo d’Ancona buffone, per grande improntitudine e con nuova sottigliezza di parole, cava una cappa di dosso al cardinale Egidio, quasi contro al suo volere, e vassene con essa ............................................ 332 CLXIII – Ser Bonavere di Firenze, essendo richiesto a rogare un testamento e non trovando nel calamaio inchiostro, è chiamato un altro notaio a farlo; di che elli ne compera una ampolla, e portandola allato, si versa sopra una roba d’uno judice a palagio ............................................................................................................ 334 CLXIV – Riccio Cederni fa un sogno, come è diventato ricco con gran tesoro; la mattina vegnente una gatta il battezza con lo sterco suo, ed è più tapino che mai ..................................................................................... 337 CLXV – Carmignano da Fortune con una nuova immaginazione sfinisce una questione di tavole passando per la via, la quale non si potea sfinire per chi non avesse veduto .................................................................... 339 CLXVI – Alessandro di ser Lamberto, con nuovo artificio fa cavare un dente a un suo amico dal Ciarpa, fabbro in Pian di Mugnone............................................................................................................................ 341 CLXVII – Messer Tommaso di Neri manda un suo lavorante di lana al maestro  Tommaso perché lo curi d’alcuno difetto; e portando l’orina al maestro, ne porta un pieno orinale e un mezzo orciuolo; e quello che ne seguita ...... 344 CLXVIII – Maestro Gabbadeo con una bella cura fa uscire a uno contadino certe fave che gli erano entrate nell’orecchia, battendole su l’aia ..................................................................................................................... 346 CLXIX – Bonamico dipintore dipignendo santo Ercolano su la piazza di Perugia, il dipigne col diadema di lasche in capo, e quello che ne seguita ........................................................................................................ 348 CLXX – Bartolo Gioggi dipintore avendo dipinto una camera a messer Pino Brunelleschi di Firenze, il nuovo motto e altro che seguì ..................................................................................................................... 350 CLXXI – Il  Vescovo dell’Antella di Firenze avendo fatto dipignere  l’altare di Santo  Bastiano  nella maggior chiesa.... ..........351 CLXXII ................................................................................................................................................................ 351 CLXXIII – Gonnella buffone predetto in forma di medico, capitando a Roncastaldo arca certi gozzuti, e ancora il Podestà di Bologna; e con la borsa piena si va con Dio, e loro lascia col danno e con le beffe ......... 352 CLXXIV – Gonnella medesimo domanda denari che non dee avere, a due mercatanti, l’uno gli dà denari, l’altro il paga di molte pugna ......................................................................................................................... 356
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
E ser Mazzeo dice: — Monsignore lo re, la più bella istoria che sia in tutta la Bibbia è quando la reina di Saba, udendo la sapienza mirabile di Salamone, si mosse così  da  lungi  per  andare  a  vedere  le  terre  sue  e  lui  in  Egitto;  la  quale, giugnendo alle terre governate per Salamone, tanto trovava ogni cosa ragionevolmente disposta che quanto più vedea, più si maravigliava, e più s’infiammava di vedere Salamone, tanto che, giugnendo alla principal città, pervenne al suo palazzo, e di passo in passo ogni cosa mirando e considerando, vidde li servi e’ sudditi suoi molto ordinati e costumati; tanto che, giunta in su la gran sala, fece dire a Salamone come ella era e perché quivi venuta. E Salamone subito uscìo della camera e faglisi incontro; il quale la detta  reina  veggendo,  si  gittò  inginocchioni,  dicendo  ad  alta  voce:  “O sapientissimo re, benedetto sia il ventre  che portò tanta prudenza, quanta in te regna”. E qui ristette ser Mazzeo. Disse allora il re Federigo: — Be’, che vuoi tu dir, ser Mazzeo? E ser Mazzeo rispose: — Monsignor lo re, voglio dire che se questa reina comprese bene, per l’ordine e costume delle terre e de’ sudditi di Salamone, esser lui il più savio uomo del mondo; io per quella medesima forma posso considerare voi essere il più matto re che viva, pensando che io, vostro minimo servo, venendo con questo usato dono alla vostra maestà, li servi vostri m’abbino concio come voi vedete. Lo re, veggendo e considerando ser Mazzeo, lo consolò con parole, volendo sapere chi e come era stato, quelli tali fece dinanzi a sé venire, e corressegli e punì innanzi a ser Mazzeo, e del suo servizio gli cacciò; comandando a tutti gli altri che quando ser Mazzeo volesse venire a lui, giammai porta non gli fusse tenuta e sempre a lui facessono onore: e così seguirono di fare, maravigliandosi il detto del fine di sì notabile istoria, a proposito detta per un vecchierello a cui la mente già diffettava. Fu cagione questo ser Mazzeo, col suo dire, che questo re d’allora innanzi  tenne  molto  meglio  accostumata  la  sua  famiglia  che  prima  non tenea: ed è talor di necessità che si truovino uomeni di questa forma.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
messer Galeotto e con messer Malatesta Unghero, trovò nuovo stile per dare diletto a questi due signori. Andando adunque messer Galeotto e messer Malatesta detti, e messer Dolcibene con loro, al Santo Sepolcro, giugnendo là costoro e passando dalla valle di Josafat, disse messer Galeotto: — O Dolcibene, in questa valle dobbiamo tutti venire al diejudicio a ricevere l’ultima sentenzia. Disse messer Dolcibene: — O come potrà tutta l’umana generazione stare in sì piccola valle? Disse messer Galeotto: — Sarà per potenza divina. Allora messer Dolcibene scese da cavallo, e corre nel mezzo d’un campo della detta valle, e calati giuso i panni di gamba, lasciò andare il mestiere del corpo, dicendo: — Io voglio pigliare il luogo, acciò che quando sarà quel tempo, io truovi el segno e non affoghi nella calca. Li due signori diceano ridendo: — Che vuol dire questo? e che fai tu? Messer Dolcibene risponde: — Signori, io ve l’ho detto: e’ non si può essere savio, se l’uomo non s’argomenta per lo tempo che dee venire. Dice messer Galeotto: — O Dolcibene, lasciavi la parte del nibbio che serà maggiore segnale. Disse allora messer Dolcibene: — Signore, se io ci lasciassi el segnale che voi mi dite, e’ non sarebbe buono per due cagioni: la prima, ch’e’ ne serebbe portato da’ nibbi, e ’l luogo rimarrebbe senza segno; e l’altra, che voi perdereste la mia compagnia. Allora gli fu risposto da quelli signori: — Per certo, Dolcibene, tu sai ben dire gli argomenti a ogni cosa; sali a cavallo, ché per certo tu hai ben provveduto —; e con questo sollazzo seguirono il loro cammino. O questi son li trastulli de’ buffoni, e’ diletti che hanno li signori! Per altro non son detti buffoni, se non che sempre dicono buffe; e detti giucolari, ché continuo giuocono con nuovi giuochi. E’ non fu però questo messer Dolcibene sì scellerato che non componesse in questa andata del Sepolcro in versi vulgari una orazione alla nostra Donna che gli facesse grazia, raccontando tutti i luoghi santi che oltre mare avea vicitato. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
conosciuta, si mosson tutti col marito e con lei ad andare verso Siena, e là si mandò innanzi a fare l’apparecchio. E così andando per cammino, un giovene de’ suoi che la seguìa parea che andasse alle forche, pensando che costei era maritata in luogo straniero, e che senza lei gli convenìa tornare a Pisa; e tanto con pensieri e con sospiri fece che ’l giovene quasi e di lei e di lui si fu accorto: perché ben dice il proverbio che l’amore e la tosse non si può celare mai. E con questo vedere, preso gran sospetto, tanto fece che seppe chi la giovene era e come il notaio l’avea tradito e ingannato. Di che giugnendo a Staggia, lo sposo usò questa malizia disse che volea cenare di buon’ora, però che la mattina innanzi dì volea andare a Siena, per fare acconciare ciò che bisognava; e disselo sì che ’l valletto l’udisse. Erano le camere dove dormirono quasi tutte d’assi l’una allato all’altra. Il marito ne avea una, la sposa e la cameriera un’altra, e in un’altra era il giovene e un altro, il quale non fu senza orecchi a notare il detto del Sanese; ma tutta la sera ebbe colloquio con la cameriera, aspettando l’alba del giorno, e così s’andorono al letto. E venendo la mattina, quasi un’ora innanzi a dì, e lo sposo si levò per andare a Siena come avea dato ad intendere. E sceso giuso, e salito a cavallo, cavalcò verso Siena quasi quattro balestrate, e poi diede la volta ritornando passo passo e cheto verso l’albergo donde si era partito; e appiccando il cavallo a una campanella, su per la scala n’andò; e giugnendo all’uscio della camera della donna, guardò pianamente e sentì il giovene  essere  dentro;  e  pontando  l’uscio  mal  serrato,  v’entrò  dentro;  e accostandosi alla cassa del letto pianamente, se alcun panno trovasse di colui che s’era colicato, per avventura trovò i suo’ panni di gamba, e quelli del letto, o che sentissono, e per la paura stessono cheti, o che non sentissono, questo buon uomo si mise le brache sotto, e uscito della camera, scese la scala, e salito a cavallo con le dette brache, camminò verso Siena. E giunto a casa sua, l’appiccò al palco allato alla cipolla e alla coda. Levatasi la donna e l’amante la mattina a Staggia, il valletto non trovando le brache, sanza esse salì a cavallo con l’altra brigata, e andorono a Siena. E giunti alla casa, dove doveano essere le nozze, smontorono. E postisi a uno leggiero desinare sotto le tre cose appiccate, fu domandato il giovane quello che quelle cose appiccate significavano. Ed elli rispose: — Io vel dirò; e prego ognuno che mi ascolti. Egli è piccol tempo che mio padre morì, e lasciommi tre comandamenti: il primo sì e sì, e però tolsi
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Disse l’altro: — Ben di’ —; e cavalcando e trasognando pervennono a terza all’albergo dove doveano desinare, e pensando e ripensando, insino che furono per andare a tavola, giammai non se ne poterono ricordare. Andati  a  desinare,  essendo  a  mensa,  fu  dato  loro  d’uno  finissimo vino. Gli ambasciadori, a cui piacea più il vino che avere tenuta a mente la commessione, si comincia ad attaccare al vetro; e béi e ribei, cionca e ricionca, quando ebbono desinato, non che si ricordassino della loro ambasciata ma e’ non sapeano dove si fossono, e andarono a dormire. Dormito che ebbono una pezza, si destaron tutti intronati. Disse l’uno all’altro: — Ricorditi tu ancora del fatto nostro? Disse l’altro: — Non so io; a me ricorda che ’l vino dell’oste è il migliore vino che io beessi mai; e poi ch’io desinai, non mi sono mai risentito, se non ora; e ora appena so dove io mi sia. Disse l’altro: — Altrettale te la dico; ben, come faremo? che diremo? Brievemente disse l’uno: — Stiànci qui tutto dì oggi; e istanotte (ché sai che la notte assottiglia il pensiero) non potrà essere che non ce ne ricordi. E accordaronsi a questo; e ivi stettono tutto quel giorno, ritrovandosi spesso co’ loro pensieri nella Torre a Vinacciano. La sera essendo a cena e adoperandosi più il vetro che ’l legname, cenato che ebbono, appena intendea l’uno  l’altro.  Andaronsi  al  letto,  e  tutta  notte  russorono  come  porci.  La mattina levatisi, disse l’uno: — Che faremo? Rispose l’altro: — Mal che Dio ci dia, ché poi che istanotte non m’è ricordato d’alcuna cosa, non penso me ne ricordi mai. Disse l’altro: — Alle guagnele, che noi bene stiamo, che io non so quello che si sia, o se fosse quel vino, o altro, che mai non dormi’ così fiso, sanza potermi mai destare, come io ho dormito istanotte in questo albergo. — Che diavol vuol dir questo? — disse l’altro. — Saliamo a cavallo, e andiamo con Dio; forse tra via pur ce ne ricorderemo. E così si partirono, dicendo per la via spesso l’uno all’altro: — Ricorditi tu? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
E l’altro dice: — No, io. — Né io. Giunsono  a  questo  modo  in  Arezzo,  e  andorono  all’albergo;  dove spesso tirandosi da parte, con le mani alle gote, in una camera, non poterono mai ricordarsene. Dice l’uno, quasi alla disperata: — Andiamo, Dio ci aiuti. Dice l’altro: — O che diremo, che non sappiamo che? Rispose quelli: — Qui non dee rimanere la cosa. Misonsi alla ventura, e andorono al vescovo; e giugnendo dove era, feciono la reverenzia, e in quella si stavano senza venire ad altro. Il vescovo, come uomo che era da molto, si levò e andò verso costoro, e pigliandoli per la mano, disse: — Voi siate li ben venuti, figliuoli miei; che novelle avete voi? L’uno guata l’altro: — Di’ tu. — Di’ tu. E nessuno dicea. Alla fine disse l’uno: — Messer lo vescovo, noi siamo mandati ambasciadori dinanzi alla vostra signoria da quelli vostri servidori di Casentino, ed eglino che ci mandano, e noi che siamo mandati, siamo uomeni assai materiali; e ci feciono la commessione da sera in fretta; come che la cosa sia, o e’ non ce la seppono dire, o noi non l’abbiamo saputa intendere. Preghianvi teneramente che quelli  Comuni  e  uomeni  vi  siano  raccomandati,  che  morti  siano  egli  a ghiadi che ci mandorono, e noi che ci venimmo. Il vescovo saggio mise loro la mano in su le spalle, e disse: — Or andate, e dite a quelli miei figliuoli, che ogni cosa che mi sia possibile nel loro bene, sempre intendo di fare. E perché da quinci innanzi non si diano spesa in mandare ambasciadori, ognora che vogliono alcuna cosa, mi scrivino, e io per lettera risponderò loro. E così pigliando commiato, si partirono. Ed essendo nel cammino, disse l’uno all’altro: — Guardiamo che e’ non c’intervenga al tornare, come all’andare. Disse l’altro: — O che abbiamo noi a tenere a mente? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Rispose il giovene, che gli parve il detto molto strano: — Perché, signor mio? E messer Ridolfo disse: — Perché ci dovei apparare la forza, che valea l’un due. Il giovene cominciò a sorridere, e pensando e ripensando egli e gli altri che l’udirono, viddono esser vero ciò che messer Ridolfo avea detto. E io scrittore, essendo con certi scolari che udiano da messer Agnolo da Perogia, dissi che si perdeano il tempo a studiare in quello che faceano. Risposono: — Perché? E io segui’: — Che apparate voi? Dissono: — Appariamo ragione. E io dissi: — O che ne farete, s’ella non s’usa? Sì che per certo ella ci ha poco corso; e abbia ragione chi vuole, che se un poco di forza più è nell’altra parte, la ragione non v’ha a far nulla. E però si vede oggi, che sopra poveri e impotenti tosto si dà iudizio e corporale e pecuniale; contra i ricchi e potenti rade volte, perché tristo chi poco ci puote.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
tante e diverse acque, né più né meno che facesse un medico. L’altro dì seguente, o che ’l consiglio si facesse come anticamente in quella sala si facea, o che ’l podestà mandasse per molti nobili cittadini; gli quali  giugnendo  sanza  sapere  il  fatto,  tutti,  veggendo  quelli  orinali,  si maravigliavano; e così essendo ragunati, il podestà giunse fra loro, e cominciò a dire: — Signori fiorentini, io ho sempre udito dire che voi sete li più savi uomeni del mondo; e poi che io venni qui, in sì piccolo tempo conosco voi sete molto più savi che non ci si crede; e la prova il manifesti: che essendo io venuto qui vostro podestà, e voi, come savi, considerando che ’l rettor della terra conviene che purghi li vizii e’ malori di quelli che ha a reggere, né  più  né  meno  come  il  medico  conviene  che  curi  le  infirmità  de’  suoi infermi,  mi  avete  in  questa  notte  appresentato  le  vostre  acque,  li  vostri segni in questi orinali che vedete d’intorno appiccati, li quali orinali mi sono  stati  confitti  alla  porta;  e  io  avendoli  proccurati,  come  che  molto sofficiente in medicina non sia, veggio e ho compreso in questi vostri cittadini grandissime infirmità, le quali con la grazia di Dio penserò di curar sì che io vi creda lasciare più sani, e in migliore stato che io non vi truovo. Quando costui ebbe così parlato, li cittadini si tirorono da parte, e feciono uno risponditore per tutti; il quale disse al podestà che non potea essere che nelle gran terre non fossono diverse condizioni di genti, e semplici e sciocchi e matti; e che lo confortavono che cercasse chi avesse quelli orinali appiccati, e che ne facesse sì fatta punizione che a tutti gli altri fosse esemplo, e molte altre cose. E ’l podestà disse loro: — Voi mi dite che ci sono diverse genti e ignoranti e stolti; per quelli tali e io e gli altri rettori siamo eletti: ché, se tutti li populi fossono savi, non bisognerebbe ci andasse rettori e oficiali. E così presono commiato e partironsi. Il qual podestà rimaso, come che fosse valentre uomo, mosso ancora dallo sdegno, non dormìo; ma con informazioni e con gran sollecitudini segretamente seppe chi erano quelli che erano di mala condizione e di cattiva vita; e cominciò ora uno per ladro, ora due per micidiali, e quando tre e quando quattro, e mettitori di mali dadi e d’altre pessime condizioni, a spacciare e mandarli nell’altro mondo, e ancora fu in questo numero di quelli che aveano appiccati gli orinali. E in brieve tanti ne impiccò, e tanti ne decapitò e justiziò per ogni forma, che nella fine del suo officio lasciò sì
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
cavallo, io avrei dato a colui una grande scigrignata, e avrei aùto onore, dove io sono vituperato. Io ti prego per Dio che tu mandi per li panni mia a Peretola, e fa’ dire a que’ giovani che io non m’ho fatto mal niuno, però che la buon’arme m’ha campato. E così fu mandato per li suoi panni, che vennono con essi tutti quelli che di lui avevono aùto in ciò diletto. E giunti ad Agnolo dicono: — Oimè, ser Benghi (ché così era chiamato) se’ tu vivo? — O fratelli miei, — dicea quelli, — io non vi credetti mai rivedere: io sono tutto lacero; quel maladetto cavallo m’ha morto; io non provai mai peggior bestia; quando io v’era su, mi parea esser la secchia de’ vasgellai; io debbo aver rotta tutta la sella e le corazze; dell’elmo non ti dico, che talora si percotea su la sella per forma che de’ esser tutto rotto. Se la brigata rideva, non è da domandare. Alla perfine il vestirono la sera al tardi, e a braccia il condussono a casa sua; là dove correndo la donna all’uscio, cominciò il pianto, come se fusse morto, dicendo: — Oimè, marito mio, chi t’ha fedito? Agnolo non dicea alcuna cosa; la moglie pur domandava: — Che è questo? Dicevano i compagni: — Non è cosa che vi bisogni piagnere. — E lasciatolo, s’andarono con Dio; e la donna abbracciando Agnolo, comincia a dire: — Marito mio, dimmi quel che tu hai. E Agnolo chiese d’entrar nel letto; il quale la donna spogliandolo e veggendolo tutto livido, disse: — Chi t’ha così bastonato? E’ parea il corpo suo o di profferito o di marmorito, tanto era percosso. Alla fine ritornato l’alito ad Agnolo, disse: —  Donna mia, io andai con una brigata a Peretola, e convenne che ciascuno giostrasse; io, per non esser più tristo che li altri, e pensando a’ miei passati da Cerretomaggio, volli giostrare anch’io; e se ’l cavallo ch’era restìo, e hammi concio come tu vedi, fusse stato buono, io avea oggi maggior onore che uomo che portassi mai lancia già fa parecchi. La donna, ch’era savia, e conoscea le frasche d’Agnolo, comincia a dire: — Sì, che tu se’ uscito della memoria affatto, o vecchio mal vissuto; che  maladetto  sia  il  dì  ch’io  ti  fu’  data  per  moglie,  che  mi  consumo  le
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
LXVII Messer Valore de’ Buondelmonti è conquiso e rimaso scornato da una parola che un fanciullo gli dice, essendo in Romagna. Molti sono che viddono e udirono già messer Valore, e sanno, come che fusse reputato matto, quanto fu reo e malizioso. Egli erano poche cose di che non s’intendesse e ragionasse, con uno atto quasi di stolto. Essendo pervenuto a una terra una sera in Romagna, e favellando dov’erano Signori e gentili uomini, o che gli fusse fatto in prova fare, o che da sé lo facesse, venne un fanciullo, il quale era d’età forse di quattordici anni, e accostandosi a messer Valore, il cominciò a guatare in viso, dicendo: — Vo’ siete un grande calleffadore. Messer Valore con la mano pignendolo da sé, dice: — Va’, leggi. Costui fermo; e messer Valore dicendo per sollazzo con costoro dicea: — Quale avete voi che sia la più preziosa pietra che sia? Chi dicea il balascio, chi ’l rubino, e chi l’elitropia di Calandrino, e chi una, e chi un’altra. Dice messer Valore: —  Voi non ve ne intendete; la più preziosa pietra è la macina del grano; e s’ella si potesse legare e portarla in anello, ogni altra pietra passerebbe di bontà. Dice il fanciullo (e tira messer Valore per lo gherone): — Mo qual volete voi più, e qual val più, o un balascio, o una macina? Messer Valore guata costui, e scostagli la mano da sé, e dice: — Vanne a casa, pisciadura. E que’ fermo. La brigata comincia a ridere e sì della macina da grano, e sì del detto del fanciullo. Messer Valore dice: — Voi ridete? Io vi dico tanto, che io ho trovato esser maggior virtù in un piccolo sasso che non è macina da grano, che io non ho trovato né in pietre preziose, né in parole, né in erbe, e pur l’altro dì ne feci la sperienza, e sapete che si dice che in quelle tre cose lasciò Dio la virtù, e udite come, e credo che voi stessi il confesserete. Egli era l’altro dì un giovanetto su uno mio fico, e facevami danno, cogliendo que’ fichi che v’erano su. Io cominciai a provar la virtù delle parole, dicendo: “Scendi giù, vanne”; e infine minacciando quanto potei, e’ non si mosse mai per le mie parole. Veggendo
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
gnuda.  Parve all’esecutore  una  nuova  cosa,  e  subito  il  volea  mettere  alla colla, se non che uno gli disse: — Costui è vecchio, come vedete; lasciatelo stare di qui domattina, e saprete la verità. E così fece, e con tutto che lo esecutore udisse quello per che Ugolotto era uscito di casa con la spada, non c’era modo (però che egli era de’ grandi, e ’l detto esecutore è sopra loro con gli ordini della Justizia) che non lo volesse condennare per turbare il pacifico stato. Alla per fine con molte preghiere  se  ne  levò  e  fece  pagare  al  detto  Ugolotto  per  la  spada  lire cinquantadue e mezzo; e tornossi a casa, rammaricandosi, quando in latino e quando in tedesco, di questa noia a lui fatta e della sventura che gli era occorsa. Ma egli stette poco che gl’intervenne peggio che peggio. L’altra mattina seguente fu andato alla campana da casa Tornaquinci, dove sempre stanno beccamorti alla bottega d’uno speziale, e appena che si vedesse lume, fu bussato, e detto che mandassino a casa gli Agli, che era morto Ugolotto; quanto io, credo che costui fusse anco Ballerino di Ghianda, o Pero del Migliore, che con lui usava. Come i beccamorti sentirono questo, subito furono presti, e mandorono a spazzare a casa gli Agli e porre le panche. Ugolotto,  levandosi  per  tempo,  però  che  non  potea  dormire  per  la malenconia delle lire cinquantadue e mezzo che avea pagate, giugne all’uscio per uscir fuori, e veggendo queste panche poste, dice a quelli che le poneano: — O chi è morto? E que’ rispondono: — E morto Ugolotto degli Agli. E Ugolotto dice: — Come, diavol, morto Ugolotto degli Agli! ècci più Ugolotto di me? — Noi non ne sappiamo nulla, — rispondono coloro, — né conosciamo Ugolotto; noi facciamo quello che c’è detto. Ugolotto grida: — Portate via le panche, che siate mort’aghiado. Costoro senza toccarle se ne vanno, e diconlo a’ beccamorti; li quali, ciò udito, ne vanno là, e come veggono Ugolotto nella via, tutti spaventano: — Che vuol dir questo? E Ugolotto fassi incontro a loro, e dice: — Qual Ugolotto è morto, che siate tagliati a pezzi? per lo corpo di
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
LXXIX Messer Pino della Tosa, essendo a uno corredo in casa di messer Vieri de’ Bardi, ha una quistione con uno cavaliere, e  messer  Vieri l’assolve e fa rimanere il cavaliere contento. Al tempo che messer Vieri de’ Bardi vivea a un suo corredo andorono a mangiar con lui molti notabili cittadini cavalieri, tra’ quali fu messer Pino della Tosa, uomo grandissimo della nostra città. Il quale messer Pino con un altro cavaliere vennono a ragionare de’ fatti di Firenze; ed è vero che ’l detto messer Pino sempre cavalcava una mula, la quale avea tenuta gran tempo. E così, ragionando, di parole in parole, vennono in una questione, che ’l cavaliere dicea: — Con quante barbute si correrebbe Firenze? Dicea messer Pino: — Correrebbesi con duecento. Dicea il cavaliere: — Non si correrebbe con cinquecento. E messer Pino ridea, e dicea: — E’ mi darebbe cuore di correrla con centocinquanta. E l’altro se ne facea beffe, e dicea cose assai, volendo tener fermo el numero suo. Abbattessi messer Vieri alla detta questione, e dice: — Di che contendete voi? — Contendiamo così e così. Dice messer Vieri: — Che dice messer Pino? Risponde il cavaliero: — Dice che correrebbe Firenze con centocinquanta barbute. Dice messer Vieri: — Io l’ho molto per certo, che correrebbe Firenze, e con assai minor quantità, però che egli ha fatto via maggior fatto, che l’ha signoreggiata con una mula già fa cotant’anni —; e contò un gran numero. Gli altri cavalieri, che questo udirono, dissono veramente che messer Vieri avea dato buon judizio, e che egli credeano che per la ragione che messer Vieri avea detta, non che messer Pino corresse con centocinquanta lance Firenze, ma che la correrebbe con un asino, quando elli volesse. E oggi si può molto più credere questa novella, però che sono assai, che senza cavallo, o asino, e senza correrla, la signoreggiano; e ancora dirò una cosa più forte, che la signoreggiano senza fare iustizia. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
E così fece. Andato ella per aprire il fondaco, la brigata della bisaccia entrano dentro, e vanno alla cucina. Quando Michele vede andato su Benci con gli altri, va nel fondaco, che la Benvegnuda avea aperto, e quivi volgi e rivolgi, aiutandogli la fante per buon spazio. Benci e gli altri, ch’erano in cucina, trovorono messer Gherardo che bollia forte, e Benci subito recasi in mano le masserizie, che parea volesse travagliare, e cava fuori l’aguto uncinuto e lo fodero della cappellina; e cacciato nella pentola il detto uncino, piglia messer Gherardo con la sua donna monna Muletta; e traendolo fuori del laveggio, il mise nella bisaccia, e diello al fante, e disse: — Vanne a casa, e non dir nulla. Andato il fante, Benci caccia il fodero della cappellina arrovesciato nella pentola, e pisciovvi entro, e coperta com’ella stava, s’uscirono della cucina, e scendendo la scala, per l’uscio ancora aperto se n’uscirono fuori. Michele, che era con la Benvegnuda nel fondaco, quando crede essere stato assai dice: — Per certo Giovanni Ducci ha aùto qualche storpio; serra il fondaco, e io anderò a saper quello che fa. La Benvegnuda così fece. Michele s’andò con Dio, e sul Rialto trovato Noddo, che scoppiava di risa, dice: — Ov’è Benci? Dice Noddo: — E ito a casa a far trarre il ventre della bisaccia, e metterlo in una pentola a fuoco, perché se avesse manco di cotto, che si cuoca; e dissemi, quando fosse ora, noi andassimo là a cena. E così feciono: ché su l’ora della cena Noddo e Michele con la maggior festa del mondo andarono a manicare il detto ventre, aspettando la gran festa che doveano avere di questa novella. Dall’altra parte la brigata che avea comperato il ventre, s’avviano andare a cena. Dicea Piero per la via: — Io ho aùto voglia d’un ventre ben un anno, e non m’è venuto fatto d’averlo. Dice il Tosco: — Altrettal te la dico. Dice Giovanni: — Istasera ce ne caveremo la voglia —; e così ragionando, giunsono a casa: — O Benvegnuda, fa’ che noi ceniamo.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
no  ch’io  porti  foggia;  e  quando  voi  ne  vedete  alcuno  di  loro,  vi  priego dichiate come io sono disposto e come io fo masserizia. E così si partirono, ed egli stette più tempo in contado, e le sue cose uscirono di mente a’ suoi consorti. Avea presa la forma e avea passato settantacinque anni; impossibile era che mutasse foggia dell’animo: quella del cappuccio fu agievole a mutare. Vecchio di tempo e nuovo di costumi, come che siano differenti, rade volte si parte l’uno dall’altro.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CXIII Al proposto di San Miniato un venerdì santo da uno della brigata delli scopatori, con la bocca, è tolta l’offerta che avea su l’altare. In San Miniato al Tedesco, che oggi si chiama fiorentino, fu un proposto ricco, come ancora oggi si vede la rendita di quello propostato, ma era tanto avaro che Mida non fu il terzo. Avvenne per caso che uno venerdì santo andandosi a visitar le chiese, e offerere su gli altari ogni maniera di gente, e oltre a questo molte compagnie e regole di battuti, col Crocifisso innanzi; avvicinandosi su la nona, il proposto s’accostò all’altare per vedere come fosse fornito; e vedutovi suso assai danari, gli cominciò a raccogliere per riporli però che mezzo dì era passato, sperando non dovervi venire più a dare offerta alcuna gente. E raccolti i detti danari su uno monticello in su l’altare, e aprendo la tasca per mettervegli entro, ed ecco giugnere una compagnia di battuti, per inginocchiarsi all’altare e offerere: come vede costoro, levasi  dall’altare,  e  lasciavi  li  denari;  e  ’l  cherico  da  parte;  pensando  che quando elli vedessino tanti danari, maggiore divozione gittasse al suo maggiore altare; e partissi, e uscìo per alquanto fuori della chiesa. Quando gli scopatori ebbono dinanzi a quello altare orato inginocchione quanto vollono, vanno a baciar l’altare, e così giugnendo all’altare, uno di loro gittato gli occhi a quel monticello de’ dinari, mandato un poco la visiera dell’elmo, facendo  vista  di  baciare  l’altare,  pose  la  bocca  aperta  su’  detti  danari,  e quanti con la bocca ne poteo pigliare, tanti ne pigliò; e data la volta, seguendo  gli  altri,  s’uscìo  fuori.  Stando  alquanto,  il  proposto  torna  per ricogliere, e credendo ch’e’ denari fosseno cresciuti, gli trova scemati per sì fatto modo che sanza riguardare o come, o che, dice al cherico: — Ove sono questi denari? Dice il cherico: — E’ sono come voi gli lasciasti. — Come sono, com’io gli lasciai? — dice il proposto. Piglia costui, e dagliene per uno pasto. Il cherico si scusò assai, ma niente gli valse, e ’l proposto stette di ciò gonfiato  e  tristo  un  buon  tempo,  non  potendo  mai  sapere  che  viaggio avessono  fatto  detti  denari;  e  colui  che  se  n’empié  la  bocca,  con  alcuno compagno fece che si convertirono in capponi; e per l’anima del proposto feciono tra loro una bella piatanza; ed elli con l’avanzo che v’erano rimasi si stette misero e tapino. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
signore, e dice quello ch’e’ portinari hanno detto. E ’l signore mostra di adirarsi, e dice: — Dunque m’hanno i miei servi per così dappoco? per lo corpo e per lo sangue, che io scavezzerò loro le braccia su la colla. Messer Dolcibene, che s’avvedea, dice al signore: — Deh, non facciamo tanti atti; tu fai fare tutto questo, e fa’ lo per istraziarmi; ma quando io mel porrò in cuore, io me n’andrò a tuo dispetto. Disse il signore: —  Se  tu  puo’  far  cotesto,  o  che  vieni  per  licenzia  e  per  bullette? vattene ogni ora segnato e benedetto. Disse messer Dolcibene: — Vuo’ tu, s’io posso? Disse il signore: — Sì sì, va’ pur via. E  messer  Dolcibene  si  parte,  e  vassene  a  uno  luogo  s’uccideano  li castroni e’ porci; e toglie uno coltellaccio, e tutto quanto l’avviluppò nel sangue, e sale a cavallo, e portalo alla scoperta in alto, mostrando che con esso avesse fatto omicidio; e dà degli sproni, correndo verso la porta. La gente  gridava:  “Che  è,  che  è?”  E  chi  dicea:  “Piglia”;  e  chi:  “Pigliate”;  e messer Dolcibene gridava: — Oimè lasciatemi andare, ch’io ho morto il todesco Casalino. Come la gente udiva questo, chi a man giunte gli priega drieto, e chi in un modo, e chi in un altro, dicendo: — Dio ti dia grazia che tu scampi e che tu vada salvo. Giugnendo alla porta, i portinari si fanno incontro per pigliarlo e con le spade e con lance, e averebbonlo fatto; ma come udirono lui dire avere morto il tedesco Casalino, le lance e le spade di piatto si menavono, e davano maggiori colpi che poteano su la groppa al cavallo, gridando: “Piglia, piglia”; ogni cosa feciono, perché fuggisse bene; e così, uscendo fuori della porta a sproni battuti, s’andò con Dio. E acciò che questa novella sia meglio gustata, questo tedesco Casciolino fu il più sgraziato padovano che mai fosse in Padova, e non era niuno, non che bene gli volesse, ma che non bramasse a lui venire ogni male. Era ricchissimo, e per questa disgrazia si partì di Padova con ciò ch’egli avea, e vennesene a Firenze, e comperò casa, e puosesi su la piazza di Santa Croce; e comperò il bel luogo da Rusciano, il quale è oggi di messer Antonio degli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CXIX Messer  Gentile  da  Camerino,  mandando  l’oste  a  Matelica,  certi  fanti  da Bovegliano,  essendo  ebbri,  combàttieno  uno  pagliaio,  e  nella  fine,  cogliendo ciriege, sono tutti presi. Messer Gentile da Camerino fece bandire una volta per lo suo territorio che cotanti per centinaio dovessino con le loro arme comparire, sapendo che volea mandare l’oste a Matelica; e per obbedire, ogni suo sottoposto s’apparecchiò d’andare nella detta oste; e fra gli altri comuni e ville, andarono alla detta Matelica una nuova generazione di gente d’una villa che si chiama la pieve di Bovegliano; della qual villa si partirono per andar nell’oste trenta e dieci buon fanti, e ben armati tutti si misseno in cammino, e arrivorono ad una taverna, dove la detta brigata si rinfrescarono; e poi che ebbono molto ben beùto, che tutti erano obbriachi, andarono in su un’aia, dove era un grande pagliaio di paglia, e chi si voltolava di qua, e chi Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
ti,  che  aveano  mandato  costui  perché  non  fossono  vituperati,  pigliando ciascuno le loro arme e le loro gambe, e andarono a Matelica. Giugnendo nel campo lo dì seguente, li trenta e dieci buon fanti dalla pieve di Bovegliano andarono a mangiare le ciriege per una vigna, e chi stava ad alto e chi a terra.  Quelli  di  Matelica  uscirono  fuori  a  scaramucciare;  e  traendo  uno d’uno balestro, uno di questi che stava a terra, cominciò a gridare e lamentare, dicendo: — O compagno mio, acciutemi, che io sono morto —; tenendosi l’arme a’ fianchi, parendoli esser morto, come dicea, solo per lo diserrare del balestro. E ’l compagno scende del ciriegio, e guarda costui e dice: — Che hai tu? E quelli dice: — Guarda a chinche è colto quillo, quillo che fu su per l’aere. E lo compagno guarda, e dice: — E qui non è niente. Ed elli risponde: — Se no è qui, adunque è in quella folta sepe. E stando in questa questione, li Matelicani furono alla detta brigata, e pigliarono, delli trenta e dieci buon fanti, trenta e undici. Alli quali, a cui furono tratti i denti, a cui mozzi gli orecchi; e pagarono quello che poteano per uscire di prigione. E così capitarono questi gagliardi, che, essendo armati di mosto, combatterono con la paglia, e poi appiè d’un ciriegio furono vinti, senza fare alcuna difesa.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Messer Rossellino, udendo il papa, disse: — Padre Santo, vegna l’agnello donde vuole, nasca elli dentro alla mia cortina, io non me ne curo. Udendo il papa le sue parole, disse: — Messer Rossellino, voi foste sempre savio cavaliere e ora mi parete più savio che mai, pensando che di quelle cose che non si può far pruova, e andarla cercando serebbe cosa stolta, voi prendete quella parte che alcuno non vi potrebbe apporre. Messer Rossellino rispose: —  Padre  Santo,  io  ho  sempremai  udito  dire  che  tanto  ha  l’uomo briga, quant’elli se ne dà —; e così finirono questi ragionamenti. Ma molti ignoranti averanno figliuoli, e sarà alcuno domandato: “È tuo questo?” e quelli risponde: “Io credo di sì, ma io non ne so altro”. E chi dicesse a lui che possederà quello del padre con grande avere: “E tu come sai che tu sie figliuolo di cui tu ti tieni?” non lo saprebbe né provare né mostrare. Adunque questo valente cavaliere, essendo trafitto dal papa delle cose incerte, se le fece certe; e molti matti, come di sopra ho detto, le certe faranno incerte, e con loro vergogna, e con loro vituperio.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
E quelli dice: — E haccene più? Risposono: — Sì bene. E messer Rinaldello disse allora, segnandosi e guardando in alto le case della città: — Oh che miracolo è questo, che in questa città sia alcuna casa che non sia disfatta, e sia per terra! I Fiorentini udendo costui e vedendolo segnare, dissono: — E di che vi maravigliate voi? E quelli rispose: — Io vel dirò. Io sono d’una città, che si chiama Meza dell’Oreno, la quale è stata grande e nobile città, e in grande concordia e pace; e in tale maladetta ora e punto uno ricco uomo di quella mandò un suo figliuolo a studiare a Bologna, e fecelo giudice, che tornando in quella terra, giammai non  abbiamo  sentito  che  ben  sia;  in  discordia  ci  ha  messi;  la  pace,  che solevamo avere, è convertita in guerra, noi stiamo tanto male, quanto mai stemmo bene; e questo tutto viene da questo iudicio, che in quella è venuto. E però pensando che voi mi dite, la quantità che di questi giudici qui avete, io mi maraviglio che, avendo un solo, ha così guasta la nostra terra, che questi, che tanti avete, qui abbiano lasciato pietra sopra pietra. Li Fiorentini, udendo costui, dissono, ridendo: — Volete voi che noi diciamo il vero? e’ ci danno la mala pasqua. Il cavaliere rispose: — Se non v’hanno fatto altro, voi n’avete buon mercato; ché a noi ha dato quell’uno la mala ventura per tutti li tempi che viveremo, e noi e li nostri discendenti. E così finirono le parole. E quando io considero bene chi sono ne’ presenti tempi questi con li vai in testa, io penso messer Rinaldello aver detto il vero; e considero poter avere poca pace il luogo dove stanno, e meno chi a loro crede; e la prova il dimostra: che quella terra marina, che tanto è stata nel suo buon reggimento, giammai non ebbe alcuno judice; giammai viniziano non ne fu alcuno. E Norcia, che è piccola terra a rispetto di quella, mai non volle di questi giudici, né chi sotto coverta di scienza l’avesse voluta guastare; per tal segnale, che ne’ loro consigli non vogliono alcun troppo savio, e dicono: “Escanne fuori li sapii”. E con questo si regge così bene come terricciuola d’Italia.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Allora tutti a romore di populo dicono, gridando: —  Viva  il  messere,  che  troppo  bene  ha  giudicato  —;  e  su  quella prateria, ch’è di fuori, dopo l’assoluta questione, dierono a maestro Alberto la bacchetta, e feciono venire del vino della botte, con lo quale si rifiorirono molto bene, dicendo all’Abate che la domenica seguente tornerebbono tutti a dire il loro parere sopra quello di che avevono aùto consiglio. E così, la seguente  domenica,  tutti  insieme,  tornorono  a  fare  con  lo  Abate  quello medesimo che aveano fatto quel dì, salvo che portarono...
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
— Mo dagliene una, che nasca loro il vermocane, poiché mi conviene vestire chi m’ha sconcagà la mia corte. Stecchi tornato nella camera sua, e Martellino con lui, al quale fu recata una roba presente Stecchi; e Stecchi considerando come li Genovesi e Martellino, per esser tutti lordi, aveano aùto le robe, dice: — Oimè sventurato! egli era meglio che io fosse stato convolto in un privato, se per questo io dovea avere merito dal signore. Li Genovesi lavati, con le robe donate dal signore, comparirono dinanzi a quello, dolendosi di quel cattivo villano che con sì brutto giuoco gli avea vituperati, pregandolo il dovesse punire per forma che gli altri non corresseno mai in simil follia. Martellino non era molto di lungi, udì ciò che costoro diceano al signore; e vassene a Stecchi, e diceli ciò che ha udito. Dice Stecchi: — Or bene: sai com’è da fare? io entrerò nel letto, e dirò che per questo fatto io ne sono per morire, però che le busecchie m’escono di corpo: cerca in quella mia bisaccia, e dammi un cuffia di seta che v’è; e io me la metterò dentro nella parte di sotto, e lascerò un poco del bendone di fuori, e tu fai il giuoco, e’ Genovesi veggendomi a quel partito, rimarranno contenti, e ’l signore forse mi donerà qualche roba, poiché l’ha data agli altri, e non a me. E però vattene al signore, e digli com’io sto grave; però che per molto ristrignere che io feci, per uscire uno granello di panico e non più, la cosa si ruppe e, come vidde, uscì alla dilagata fuori per forma che le busecchie sono trascorse per uscirmi del corpo, e già una se ne vede di fuori: e se voi il volete vedere in quel medesimo luogo, e voi, e’ Genovesi, e tutti gli altri ve ne farà chiari. Martellino con questo si parte, e truova messer Mastino che ancora avea li Genovesi innanzi; e dice: — Signor mio, Stecchi è a mal partito, però che per ritenere di non uscire del corpo se non uno granello di panico, la cosa si ruppe, come si vide, e brievemente le busecchie gli escono di corpo; e di ciò ve ne vuol fare prova in quel  luogo  medesimo,  acciò  che  questi  gentiluomeni  genovesi  non  credino ch’egli avesse fatto in prova quello che disavvedutamente è incontrato. Messere Mastino, che altre volte avea saputo chi era Stecchi: — Mo fosse già morto, sozzo rubaldo, che ha guasto a costoro tutte le loro robe; madiesì, che io gli voglio vedere uscire le budelle di corpo. E presi li Genovesi per le mani, gli menò in sala, e postisi da parte,
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
come  vuole  la  ragione,  ma  iermattina  ci  si  udiano  truoni  e  bombarde;  ora potete comprendere che uomeni sieno coloro che hanno la questione con messer Dolcibene, che veramente e’ sono di quelli che non si vorrebbono udire. Dice il giudice: —Ego dedi bene eis disciplinam; ma, se non fossi il meo Podestà, peggio ci facea a issi. Levato il banco, messer Dolcibene e ser Domenico disse al giudice che qualunch’ora quelli ladroncelli venissono a dire più nulla, mandassi per loro, che eglino verrebbono con cose di grande onore della corte e vituperio di loro; e così si partirono e vinsono la questione; e quelli che aveano la ragione e domandavono le cose oneste, furono tormentati e perderono la questione. O quanti rettori, se non sono ben cauti, e chi con malizia, e chi sanza malizia, dannano li innocenti, e assolvono li nocenti, e se mai fu, al tempo ch’è oggi si manifesta. Chi a uno fine e chi a un altro dànno iudicio, e Dio il sa come; ché nelle corte si fa sì fatta ragione che guai a chi s’induce in esse con alcuna questione.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
ben fatto e sempre con lui uso d’andare a fare di dette faccende: —  Facciamo  com’io  ti  dirò;  scenda  uno  di  noi  in  questa  fossa,  e chinisi a traverso, tanto che faccia ponte delle reni, e l’altro su per quel ponte mandi il detto porco —; e così s’accordarono. Il contadino scese nella fossa e subito chinatosi, ebbe fatto un ponte che vi serebbe passato su un bue; e ’l capomaestro gli dà il canestruzzo della biada che lo metta dall’altra parte, ed egli pianamente con ingegni tanto fece che il detto porco passò Rubicone. Passato il porco, poco stettono che giunsono alla magione, donde s’erano partiti; ed essendo tre dì presso a San Tommè, che piglia il porco per lo pè, avendo costui un altro porco in casa allevato, deliberò quella notte col suo compagno uccidere l’uno e l’altro, e per debito che avea, mandarli a Firenze a un suo amico tavernaio, e farne danari, e così feciono. E abbruciati e sparati, e cavate e rigovernate le cose dentro, gli appiccorono in una cella terrena, e serrorono l’uscio. La mattina vegnente dice il lavoratore e alcuno vicino a costui: — O che avea istanotte il tuo porco? E que’ risponde: — Avea male per lui, però che io l’ho morto; io ho a dare danari a certe persone, e m’hanno posto l’assedio, io lo voglio vendere e pagare ognuno. Dicono coloro: — Oh non vendere almeno e’ migliacci, fa’ che noi n’abbiamo. — Ben aremo de’ migliacci! che mai di piccolo porco come quello non credo che tanta dolcia uscisse. Era  forse  libbre  centocinquanta:  l’imbolato  era  trecento.  Stato  un pezzo e mangiato, ed egli e lo suo compagno andorono a Firenze, e a uno tavernaio  dal  Ponte  alla  Carraia;  e  con  lui  parlato  di  vendere  dua  porci morti e acconci, che gli stimavono libbre quattrocentocinquanta, ed essendo in concordia del pregio, disse gli mandasse la sequente mattina; e così si partirono, e diede ordine al fatto, come udirete. Tornato che fu la sera in contado, dice il gentiluomo da beffe al suo compagno: —  Tu sai che del porco intero si paga alla porta quaranta soldi, e pagando lire quattro, mi gitterebbe mala ragione; prestami domattina l’asino tuo, e cogli di molto alloro, e fa’ d’esserci per tempo, ché io ho pensato che  io  non  pagherò  se  non  quaranta  soldi  d’amendue;  il  Comune  ruba tanto altrui che io posso ben rubar lui. Dice quelli: —  Io  verrò  la  mattina,  e  con  l’alloro  e  con  l’asino,  e  porterolli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
— E’ dice il vero, ché pur una di queste mattine non ardiva d’uscire di casa, e domandava s’egli era sonato. E l’altro dicea: — E anco così disse a me. E l’altro dicea: — Egli è vero come costoro dicono; una nave, che andava a Torissi, secondo che m’è detto, gli ha dato la mala ventura. Dice un altro: — Egli è cotesto, e anco sento che uno gli ha dato la mala pasqua. —  Sia  come  si  vuole,  —  dicono  gli  altri,  —  e’  si  vuole  trattar secondo povero. E tutti a una voce gli posono tanta prestanza quanta si porrebbe a uno miserabile, o poca più. Fatte le prestanze, e suggellate, e mandate alla camera, e registrati i libri, e cominciatesi a bandire (ché si bandìano a quattro a quattro) il detto Bartolo Sonaglini cominciò a uscir fuori, e non domandava se era sonato a consiglio. E fra l’altre mattine alcuno suo vicino, che s’era avveduto de’ fatti suoi, dice una mattina: — Bartolo, com’hai tu fatto, che tu non pare che ti guardi più? E Bartolo rispondea: —  Io  sono  in  alcuna  convenga  co’  miei  creditori,  e  mi  converrà navicare secondo i venti. E in brieve costui, essendo ricco, con questa astuzia fece sì che, mostrandosi ben povero, fu trattato nelle prestanze come poverissimo, e non sentì molti guai di quelli che sentirono molti, che copertamente erano dentro poverissimi e di fuori pareano ricchi. Io scrittore credo che ’l detto Bartolo serebbe forte da riprendere, se Bruto,  o  Catone,  o  loro  discendenti  fussono  stati  di  quelle  Settine;  ma considerato come la volontà avea sottomesso la discrezione di quelli, che ’l savio Bartolo Sonaglini avea compreso essere eletti già a fare le Settine, io reputo lui essere degno di perpetua memoria come uomo mercatante avveduto in tutte le cose. E così in tutta quella guerra, che li banditori andavano bandendo le smisurate prestanze, e Bartolo dicea di fuori: — O mala ventura, ché questa guerra mi disfarà affatto. Ma in casa, e fra sé stesso dicea: “Bandite pur forte, ché lo non me ne curo; e fate pur guerra forte, ché per certo tal me l’averebbe appiccata, ch’io
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
E per certo così è, che tutti quelli che vanno tralunando, stando la notte su’  tetti  come  le  gatte,  hanno  tanto  gli  occhi  al  cielo  che  perdono  la  terra, essendo  sempre  poveri  in  canna.  Or  così  co’  miei  nuovi  argomenti  confusi Fazio pisano. Essendo domandato da certi valentri uomeni se le ragioni con che io avea vinto Fazio avea trovato mai in alcun libro, e io dissi che sì, che io l’avea trovate in uno libro che io portava sempre meco, che avea nome il Cerbacone; ed eglino rimasono per contenti, facendosene gran maraviglia. CLII Messer  Giletto  di  Spagna  dona  uno  piacevole  asino  a  messer  Bernabò,  e Michelozzo da Firenze, avvisandosi il detto signore essere vago d’asini, gliene manda due coverti di scarlatto, de’ quali gli è fatto poco onore, con molte nuove cose che per quello dono ne seguirono. Uno cavaliere di Spagna il quale avea nome messer Giletto, andando o venendo dal Sepolcro, arrivò a Melano, e avea con seco un asino, il più piacevol bestiuolo che fosse mai: e’ si rizzava in ponta di piè di drieto come uno catellino francesco, e dicendo alcuna parola il cavaliere, egli andava ritto in piede quasi ballando; e quando messer Giletto dicea che cantasse, elli ragghiava più stranamente che tutti gli altri asini; e brievemente e’ facea un tomo quasi come una persona, e molte altre cose molto strane a natura d’asino. Essendo in Melano il detto cavaliero andò a vicitare messer Bernabò, e fecesi menare il sopradetto asino dirieto: e giunto che fu dinanzi a lui e fatta reverenzia, veggendo venire il signore questo asino, subito ebbe gli occhi a quello, dicendo: — E di cui è quell’asino? Disse lo cavaliero che gli era presso: — Signore, egli è mio; ed è il più piacevole bestiuolo che fosse mai. L’asino era molto d’arnese dorato ben fornito; di che messer Bernabò udendo  il  cavaliere  e  veggendo  l’asino,  li  parve  che  fosse  o  che  dovesse essere quello che messer Giletto dicea; e tirossi in uno chiostro e puosesi a sedere col detto cavaliere allato. E giugnendo l’asino, dice il cavaliere: — Signore, volete voi vedere una nuova cosa di questo asino? Messer Bernabò, che avea vaghezza di nuove cose, dice al cavaliere:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
— Per lo sangue de De’, che io lo vidi, essendo al porto, salire su la tal nave che andò in Caffa, che serà andà su quella nave. Questo suo parente udendo costui, e domandandolo da lui a sé distesamente, ebbe per certo ciò essere vero; e ritruova tutto il parentado e dice ciò ch’egli ha udito. Di che se ne vanno a casa dello sposo smarrito, e cercano de’ suoi panni, e non trovando né quelli, né ’l famiglio, dicono per certo costui avere fatto mal viaggio per la sposa, ed ebbonlo tutti per fermo; e mandando lettere e domandando se alcuno tornava di quel paese, stettono ben otto mesi che non ne sentirono novella. Alla fine tornando di Caffa uno Genovese degli Omellini, essendo domandato di questo fatto, disse avere il detto giovane lasciato in Caffa e che  di  poco  su  la  tal  nave  era  là  giunto.  Di  che  tutti  e’  parenti,  avendo questa cosa per certa, sollecitorono con lettere, quanto poterono, e massimamente il padre e’ fratelli di lei, che l’aveano data la dota e mandata al marito, e riaveansela in casa; e brievemente, e’ poterono assai mandare o scrivere che questo buon uomo tornasse, se non in capo d’anni due, mesi quattro e dì dodici, che di Caffa tornò a Genova con fiorini duemila. E quando a’ parenti fu detto, sallo Dio l’allegrezza e ’l correre ad abbracciarlo, come è d’usanza de’ Genovesi. E chi dicea: — O scattivao, ove seu stao? — e chi una cosa e chi un’altra dicendo. Dice il giovane: — Io vegno cozzì di Caffa. Or pensate l’animo de’ Genovesi che disse questo giovane: “Io vegno cozzì  di  Caffa”,  come  fosse  tornato  da  porto  Alfino,  ed  egli  era  venuto trentacinque migliaia di miglia, che è de’ maggiori navicari che si faccia. Or in brieve, giunto costui, fu domandato, e che cosa l’avea dilungato tanto paese, avendo la novella sposa. E quelli rispose, non altro che ira o sdegno, dicendo il perché, e poi disse: — E io sono or qui, e dico che, se la vostra o nostra usanza è buona di stare il quarto giorno prima che si dorma con la mogliera, e io dico che la mia che io ho cominciata a fare, è buona e ottima, però che sono stato molti più dì che quattro. E perdonàme tutti quanti, ché io credo che ciò che è intervenuto sia stata grazia di Dio; però che io ebbi sempre voglia nella mia giovenezza, là dove ancora sono, d’andare in Caffa; ed essendo per questo sdegno o caso andato, io sono molto più contento esservi andato prima che io giacesse con la mia mogliera, che poi, però che da molti savi
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Genovesi che sono stati in Francia ho udito dire che nella sala dello re è una dipintura di tre diverse maniere di genti, e a ciascuna è fatta con mano una figa: la prima è quella che toccherebbe a me; se io fosse giaciuto con la mia sposa e poi fussi andato in Caffa, mi serebbe là fatta la figa, però che dice ch’egli è molto folle chi toglie mogliera, e quando ha dormito con sé alquanto, partesi da lei, facendo gran viaggio da lungia, dicendo: “Chi toglie mogliera giovene e sta un poco con lei, e poi più tempo si dilunga, è forte ingannato; però che mette il fuoco nel pagliaio, e poi si dilunga e non crede ch’egli  arda”.  La  seconda  (acciò  che  voi  sappiate  che  io  so  come  quella dipintura sta), è quando uno dee avere fiorini cento, o altra quantità da un altro, e ’l debitore gliene vuole dare una parte, e quello gli fa un’altra figa. E ’l terzo è che, quando a uno è dato un gran segreto e quello il dice a un altro,  dicendo  e  pregando  che  tenga  segreto  quello  che  non  ha  possuto tenere ello, e costui ha un’altra figa. Ora tornando a’ fatti nostri, io vi dico che io mi parti’ per isdegno, che tre sere non potei giacere con la mia mogliera; e questo feci mal volentieri e pur me ne incontra bene, che di fiorini mille dugento che io portai, io n’ho addutto duemila. E per la ragione della figa di Francia, io sono più contento d’essere andato in Caffa prima che io fosse con lei, che dappoi. E perciò io vi dirò brievemente l’animo mio: poiché Dio m’ha ricondotto qui, se voi mi volete mandare la donna che dee essere mia, a casa, fate che la vi sia istasera; più nozze non ho a fare; e s’ella non vi fia a buon’ora, come io sono andato in Caffa, così andrò al Dalì. Come costoro udirono questo, tosto tosto s’avacciarono la sposa vi fu a mezza nona, e questo giovene lavorò il suo terreno che era fatto tanto maggese, come li piacque, e ristorò e’ tempi perduti il meglio che poteo, stando fermo con la sua moglie, sanza andare in molti viaggi. Come  che  bene  gli  serebbe  stato  che  in  quel  tempo  che  stette  in Caffa un altro se l’avesse accaffato; e stavagli molto bene, non potendosi astenere un dì di quello che avea a usufruttare tutto il tempo della vita sua. contento d’essere andato in Caffa prima che io fosse con lei, che dappoi. E perciò io vi dirò brievemente l’animo mio: poiché Dio m’ha ricondotto qui, se voi mi volete mandare la donna che dee essere mia, a casa, fate che la vi sia istasera; più nozze non ho a fare; e s’ella non vi fia a buon’ora, come io sono andato in Caffa, così andrò al Dalì. Come costoro udirono questo, tosto tosto s’avacciarono la sposa vi fu a mezza nona, e questo giovene lavorò il suo terreno che era fatto tanto
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
alla chiesa dov’era il detto corpo; ed entrati in una cappella, li cherici il trassono, o dell’altare o armario, e involto, com’è d’usanza, di molti veli e drappi d’oro, isfasciando a parte a parte, il signore essendo innanzi, e Pietro così  da  costa,  istando  inginocchione.  Essendo  scoperto  in  tutto  il  detto corpo, ed essendo nero pauroso con l’ossa scoperte, disse il signore: — Pietro, accostati e raccomandati a lui. Pietro sentendo dire: “Accostati”, gli s’arricciarono tutti i capelli; e  pur  per  obbedire  s’accostò,  e  cominciasi  a  fare  il  segno  della  Santa Croce, dicendo: — Messer santo Ugolino, io vi prego per l’amore di Dio, che voi non mi facciate né bene né male —; e questo disse tre volte, segnandosi continuamente. Lo signore, veggendo costui, e maravigliandosi, disse: — Pietro, hai tu paura de’ santi? E Pietro rispose: — Signor mio, io non l’ebbi mai tale —; e levoronsi di ginocchione; e fattosi da capo il segno della Santa Croce, si partirono. E per la via ragionando, disse il signore: — Pietro, tu m’hai fatto assai maravigliare della maniera e delle parole che tu hai usate dinanzi al venerabil corpo di questo santo. E Pietro rispose: — Signore mio, io non ebbi mai simile paura, però che più scuro corpo mai non vidi; e se li corpi de’ santi sono così paurosi, che debbono essere e’ corpi dannati? Io vi voglio dire, in fede, parecchie parole: il mondo è pieno di novità, e ciascuno ha vaghezza delle cose nuove, quia omnia nova placent;  questo  vostro  santo  Ugolino  poté  essere  un  santo  uomo,  ma  il corpo mio non accambierei al suo. Nel catalogo de’ santi non trovai mai santo Ugolino, e non so chi si fu. Se voi avete reverenza e devozione in quello, e voi quello adorate, che quanto io, non sono per adorarlo: ma mille anni mi pare che io mi vada con Dio, il quale voglio adorare, e voi v’adorate santo Ugolino; ma fate di vedere il suo corpo il meno che voi potete; che quanto io, non sono acconcio, né intendo vederlo mai più. Messer Francesco, udendo costui, disse: — Per certo, Pietro, questa è delle belle reliquie del mondo, ma tu non la conosci. — Signor mio, — disse Pietro, — e’ può ben essere ch’ella vi par
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
lo male reggimento de’ rettori, che là andavano, rade volte intervenìa che alli più di questi rettori non fosse fatta vergogna, e talora tanta che talora se ne venìano in camicia, e talora erano presso che morti. Avvenne per caso che fu eletto per capitano un Soldo di messer Ubertino degli Strozzi, uomo piacevolissimo e saputo, e non abbiente, ed era forte gottoso, e quasi di ciò perduto. Avendo costui la elezione, cominciò a pensare, e dall’una parte il tirava il bisogno, e dicea: “Io voglio andare”; dall’altra dicea: “Io non voglio andare a morire; io sono vecchio, e sono attratto di gotte: li Sanminiatesi hanno fatto sì e sì al tale e così all’altrettale; egli è meglio ch’io rifiuti”. Alla per fine, combattendo molte cose nella sua mente deliberò d’andare, per sovvenire alla sua necessità, e con una sottile astuzia, per riparare alle furie e alle sètte de’ Sanminiatesi; e così accettoe. E venuto il tempo, andò nel detto officio; nel quale stando, apparì una gran mortalità, la quale fu molto prosperevole al detto Soldo, come appiede di questa novella si dimostrerrà. Ora stando costui nel principio del suo capitanato, apparve un caso, che uno da Coligarli, o di quello paese, fu preso per alcuno eccesso, del quale, essendo colpevole, meritava d’essere dicapitato. Come la setta di messer Bindaccio Mangiadori il seppe, subito furono a lui, protestando che ’l detto non  morisse;  e  per  opposito  la  setta  de’  Ciccioni  con  ogni  loro  forza  e argomento voleano che ’l preso non campasse. E questa era un’aspra contesa, come spesso interviene tra due sètte. Veggendo Soldo questo, fra sé medesimo comincia a dire: “Io non debbo essere venuto qui per farmi uccidere, e sono poco adatto a combattere con costoro, però che io sono vecchio e infetto: a me conviene avere senno per la loro.. e portarmene quello che io avanzerò, che n’ho bisogno. E così pensato, disse una mattina all’una setta e all’altra che la sera andassono al banco a lui, e che piglierebbe lodo tale su’ fatti del preso che l’una parte e l’altra doverrebbe rimanere per contenta; e così si partirono. E venuto poi l’ora del vespro, essendo Soldo al banco, l’una e l’altra setta comparirono alla difesa e all’offesa, dicendo ciascuna parte ciò che voleano. Disse Soldo: — Io v’ho intesi, e serei molto contento della vostra pace e della vostra concordia, però che unitamente credo, se ciò fosse, consigliereste che io facesse giustizia, la quale ho giurato di fare, facendo ragione a ciascheduno; e di questo non me ne storrei, se già per voi non si facesse una cosa. Udendo questo quelli che voleano che ’l preso campasse, dissono fare
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
ciò che comandasse loro. Allora disse Soldo: — Ogni parola che voi fate è vana, altro che quello che io vi dirò. Andate, e diliberate tra voi quello che voi volete che io faccia di costui, e di concordia tornate a me, se mi direte che egli muoia, serà fatto; se mi direte che io lo lasci, subito fia lasciato. Detto questo, ciascuno guarda l’un l’altro, e chi soffiava di qua e chi di là; alla fine si partirono, e dissono di tornare l’altra mattina. Elle furono favole, ché non che s’accordassono, ma elli non s’accozzorono mai insieme che ne ragionassono. Tornati la mattina e l’una parte e l’altra, e procurando chi pro e chi contro, disse Soldo: — Io voglio spacciare questo fatto; che mi rispondete voi a quello che io vi dissi ieri? Rispose l’uno dell’una parte: — Messer lo capitano, noi non seremo mai in concordia, però che noi vogliamo che campi, ché ci pare che non meriti morte, e costoro vogliono che muoia. Gli altri rispondeano: — E’ dice il vero, che noi vogliamo che muoia, come il peggiore uomo che mai fosse in questo paese, e merita mille morti; e sapete, messer lo capitano, che la justizia è quella che conserva, non che questa terra, ma il mondo; e però vi preghiamo che facciate ragione. Quando costui ebbe detto che facesse ragione, disse Soldo all’altra parte: — Voi udite che costoro non sono di concordia con voi, né voi con loro, e dicono che io faccia ragione; e voi volete che io faccia ragione o no? A costoro parve essere nelle pastoie, e dissono: — E anco noi vi preghiamo che voi facciate ragione. Disse Soldo: — Voi diciavate poco fa che non eravate di concordia; in questa parte voi sete uniti e in concordia, cioè che io faccia ragione; e io così farò; e ancora vi dico così, ciò che prima vi dissi, che se di qui a tre dì verrete di concordia l’una parte e l’altra, o che io il salvi, o che io il danni, quello seguirò, se bene direte; quanto che no, io farò ragione, come di concordia m’avete detto. Così tutti si partirono non sapendo che si dire, e ma’ s’accordorono. Di che Soldo seguì il suo corso, e fece morire il preso... E così fece sanza fare  alcuna...  o  motto,  o  totto.  E  così  il  buon  rettore  quando  vuol  fare
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
be uno che parea uno cammello, con una schiena che parea Pinza di monte,  e  con  una  testa  di  mandragola,  la  sua  groppa  era  che  parea  un  bue magro; quando elli li dava una spronata, e’ si movea d’un pezzo, come se fosse di legno, alzando il muso verso il cielo; e sempre parea addormentato, se non quando avesse veduto una ronzina; allora rizzando la coda, un poco anitriva e spetezzava. Non era però da maravigliare se ’l detto cavallo era incordato, però che gli dava spesso a rodere sermenti per paglia e ghiande per  biada.  Avvenne  un  giorno  per  caso,  che,  volendo  cavalcare  il  detto Rinuccio, avea appiccato il detto cavallo di fuori nella via; ed essendo venuta una ronzina alla piazza dove si vendono le legne, che era quasi dirimpetto alla sua casa, ed essendosi sciolta da uno arpione, cominciò a fuggire per la via dov’era appiccato il detto cavallo; il quale, come sentì la giumenta correre dirietro, tiroe la testa a sé con sì dura maniera che ruppe uno briglione assai forte; però che il detto Rinuccio l’avea fatto fare in prova, mostrando a ciascuno per quello che ’l cavallo fosse sì poderoso che appena si potea governare. Tirato addietro la testa con tutta la persona, spezzò la briglia, e voltosi dietro alla cavalla verso Santa Maria Maggiore, gli tenne dietro furioso, com’è d’usanza degli stalloni. Rinuccio che era per uscire fuori e montare a cavallo, sente un gran romore, che ogni uomo correa drieto a tanta novità; fassi alla porta, non truova il cavallo, domanda dove gli è ito. Uno calzolaio gli dice: —  Rinuccio  mio,  il  vostro  cavallo  ne  va  drieto  a  una  cavalla  col mazzafrusto teso, e in su la piazza di Santa Maria Maggiore mi parve gli salisse addosso: soccorretelo, ché si potrebbe troppo ben guastare. Rinuccio non dice: “che ci è dato?”; mettesi a corso, e con gli sproni in piede fu più volte presso che caduto; e tenendo per nuove vie drieto a questa sua buscalfana, pervenne in Mercato Vecchio; là dove giunto, vide il cavallo addosso alla ronzina; e ciò veggendo, comincia a gridare: — San Giorgio, San Giorgio. I rigattieri cominciano a serrare le botteghe, credendo che ’l romore sia levato. Le bestie entrano tra’ beccai, che allora stavano alla scoperta in mezzo della piazza; e giugnendo a uno desco d’uno che avea nome Giano, che vendea le vitelle, la ronzina si gettò sul detto desco, e ’l cavallo drietole per forma che Giano, che era assai nuovo pesce, fu presso che morto; e le pezze della vitella di latte, che erano tese per lo desco, furono tutte peste, e convertironsi in pezze di vitella di loto. E detto Giano, quasi come smemorato, fuggì in una bottega di speziale. E Rinuccio aombrato gridava: — San Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Giorgio —; e Giano gridava: — Oimè, ch’io sono diserto. Colui,  di  cui  era  la  ronzina,  era  tuttavia  drieto  con  un  bastone,  e volendo attutare la concupiscenza della carne dava di gran bastonate, quando al cavallo e quando alla ronzina; e spesse volte, quando dava al cavallo, e Rinuccio gli si gettava addosso, e dicea: — Per Santo Loi, che, se tu dài al mio cavallo, che io darò a te. E così pervennono con questo romore per Calimala, là dove tutti i ritagliatori gittavano i panni dentro, e serravono le botteghe. Chi dicea: — Che è? E chi dicea: — Che  vuol  dir  questo?  —  e  chi  stava  come  smemorato;  e  molti seguivono le bestie, le quali, voltesi per lo chiassolino che va in Orto San Michele,  entrorono  tra’  granaiuoli  e  le  bigonce  del  grano  che  si  vendea sotto il palagio, dov’è l’Oratorio, e scalpitarono molti granaiuoli. E di quelli ciechi, che sempre ve ne stavano assai nel detto luogo al Pilastro, sentendo il romore ed essendo sospinti e scalpitati, non sappiendo il caso del romore, menavano i loro bastoni, dando or all’uno e or all’altro. La  maggior  parte  di  quelli,  che  si  sentivano  dare  del  bastone,  si rivolgeano a loro non sappiendo che fossono ciechi. Altri, che sapeano che coloro erano ciechi, diceano e riprendeano quelli che contro a loro faceano; e quelli tali si rivolgeano loro addosso. E così chi di qua e chi di là, e chi per un  verso  e  chi  per  un  altro,  si  cominciarono  a  ingoffare,  facendo  molte mislee da più parti; e con queste mischie uscirono fuori de Orto San Michele  le  scuccomedre,  non  essendo  ancora  attutato  il  caldo  del  bestiale amorazzo del cavallo, anzi più tosto cresciuto, e forse con alcune pugna che ebbe Rinuccio e quello della ronzina, giunsono, così percotendosi, e con busso  e  con  romore,  su  la  piazza  de’  Priori.  Li  quali  Priori  e  chi  era  in palagio, veggendo dalle finestre tanto tumultuoso popolo giugnere da ogni parte, ebbono per certo il romore essere levato. Serrasi il palagio, e armasi la famiglia, e così quella del capitano e dello esecutore. Su la piazza era tutto pieno, e parte combatteano con pugna, e gran parte d’amici e parenti erano drieto a Bucifalasso e a Rinuccio, per aiutarlo, che già non potea più. Come la fortuna volle, il cavallo e la ronzina quasi congiunti entrorono nella corticella dello esecutore, là dove lo esecutore, per grandissima paura, non sappiendo che fosse, ma avvisandosi che ’l furore del populo gli venisse per uno che avea tra mano, del quale era gran contesa che non morisse, ed elli il volea far morire; si fuggì drieto a un letto d’un suo notaio, e di là Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
entrò sotto la lettiera, essendo già quasi mezzo armato. Il popolo ancora si bussava in gran parte con le pugna, ed era per venire a’ ferri; se non che subito  la  porta  dello  esecutore,  la  qual  giammai  non  si  serra,  fu  subito serrata,  e  a  gran  fatica  fu  preso  il  cavallo  e  la  giumenta,  li  quali  tutti gocciolavono di sudore, e Rinuccio di Nello era più morto che vivo, e non sudava, però che non avea omore, e le rotelle degli sproni gli erano cascate di dietro, e intrate sotto le piante, le quali gli aveano laceri tutti gli fiossi de’ piedi.  Li  Signori  rassicurati,  ch’aveano  veduto  ciò  che  era,  mandarono comandatori e famiglia ad acchetare la zuffa e ’l romore, e con bandi e con comandamenti ebbono assai che fare di potere acchetare la moltitudine. Nella fine, essendo le cose rabbonacciate, la gente si cominciò a partire; ma  drieto  a  Rinuccio  e  al  suo  Baialardo  n’andorono  centinaia,  guardando Rinuccio per grande novità. Quello della ronzina se n’andò in  Vinegia tutto pesto e afflitto con la sua ronzina, e là si riposò tanto che tornò un poco in sé: e giurò di non tenere mai più ronzina tutto il tempo della vita sua; e così fece. Il Podestà e ’l capitano, essendosi armati, quando sentirono le cose non essere di pericolo, e la cagione del romore, e come già era cheto, salirono a cavallo, e con le loro brigate quasi a un’ora giunsono su la piazza. Fu fatto beffe di loro da quelli che v’erano rimasi, che pochi erano; ed eglino aveano seguito l’ammaestramento di Cato: rumores fuge. E là stati per alquanto, dicendo: “E dove son issi? e dove son quissi?” alla fine si partirono. Uno cittadino che era ito per lo esecutore, il quale era ricoverato, dice a un suo spenditore: — O che fa l’esecutore? dorm’elli? Costui rispose: — Quando questo romore cominciò, io vidi che si armava, e dappoi non l’ho mai veduto. Risponde il cittadino: — E’ sarà ricoverato in qualche cesso; egli ha fatto un bello onore a sé e a me, che andai per lui; hanno fatto così gli altri rettori? E così dicendo, andorono nel suo palagio, e domandando il cittadino dello esecutore, ciascuno si stringea nelle spalle, e non si trovava. Alla per fine un suo più fidato, che sapea dove era fuggito, andò alla camera dov’era sotto il letto, e dice: — Jateci fori, non è cavelle. Costui esce fuori tutto pieno di paglia e di ragnateli; e uscito un poco nella sala, si scontra nel cittadino; al quale disse il cittadino: Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
— Doh, messer l’esecutore, donde venite voi? che onore v’è questo, a non essere uscito fuori oggi? E quelli dicea: — Egli è tanto che non ci armai, che nulla armatura ci ho trovata bona, e la guardancanna più d’un’ora m’ha tenuto, che eran guasti li fibbiali a  potercela  mettere,  ancora  non  è  acconcia:  ma  parciti,  amico  mio,  che ancora vada in piazza? — Andate il più tosto che potete. — Va’, truovaci il cavallo, e jamoci. E mettesi una barbuta, che della farsata uscirono, com’e’ la prese, una nidiata di topi. Quando lo esecutore vide questo, si cominciò a segnare, tirandosi a drieto, dicendo: — Per Dio, questo c’è lo dì ozìaco. E volgesi a uno famiglio, e dice: — Dove ci ponesti questa barbuta, che t’affranga Cristo e la Madre? Pur così fatta se la mise in testa; e salito a cavallo con una sopravvesta di ragnateli, profilata di paglia, uscì in su la piazza, là dove di due ore ogni cosa era finito. Quelli che vedeano costui, diceano: — Buono, buono! a bell’otta! costui dee essere pazzo. Diceano altri: — Onde diavolo esc’egli? a me par che venga da Nepi. E altri diceano: — Egli esce di qualche stalla; ché si dovea essere fuggito per paura. E così si fermò là, dove si pone il Saracino; e volgendosi attorno dicea: — E dove ci sono quissi che fanno romore? per certo, che mo ce li scanno. Alcuni gli s’accostano, e dicono: — Messer l’esecutore, andatevene a casa, ch’egli è spento. E altri diceano: — Andate a farvi scuotere, e poi tornate, ché voi sete pieno di ragnateli. E in questo si volgea verso le finestre de’ Signori, facendo segno, se voleano che facesse alcuna cosa. I Priori gli mandarono a dire che s’andasse a disarmare, e ch’egli avea aùto l’onore, perché ’l campo era rimaso a lui. Questo  esecutore  se  n’andò;  e  nel  vero  gli  parve  rimanere  vituperato;  e disarmato che fu, si pensò di rimediare alla vergogna, e l’altro dì ebbe formato una inquisizione addosso a Rinuccio di Nello, per turbare il pacifico Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
cittadini in moltitudine a comperarne, essendo venuto a un desco molto ben fornito di castroni, uno con dua muli carichi di panni che venìano dalle gualchiere, e lasciato i muli da parte e comprando castrone, si mosse a volo, e postosi su uno soccodagnolo de’ detti muli, volto con la coda verso la groppa del mulo cominciò a chinare la testa verso il rotto del detto mulo, ed entro vi diede del becco. Il qual mulo sentendosi bezzicare quel luogo, di che più sono schifi, come ciascuno puote immaginare, cominciò a trarre e a tempestare sì diversamente che dando tra le caviglie e tra’ castroni, tutti facendoli cadere, con questi calci diede tra’ deschi de’ tavernai. L’altro, benché non fosse trafitto, con grande diversità seguìa il compagno, traendo e saltando non men di lui. Li tavernai e li cittadini abbandonano i deschi e fuggono per le botteghe d’intorno. Questi muli parea che dicessono: “Facciamo il peggio che possiamo”; che insino su per li deschi saltando e traendo ogni cosa cercorono, e ad assai e tavernai e cittadini feciono male. Nella piazza non era rimaso creatura, se non due bestie vive e tutte l’altre morte. Intorno intorno per le botteghe era tutta la gente fuggita e la maggior parte ridea; ma a’ tavernai non tenea ridere. E quando ebbono tempestato la carne, vollono delle frutte; e verso la Lisa trecca s’inviarono, e voltorono con li calci tutti i loro panieri, assai si potesseno elle arrostare. I panni delle gualchiere che aveano addosso,  tutti  gli  aveano  gittati  per  terra  e  quali  erano  su  per  li  deschi;  ed  e’ castroni erano per terra. E quando ebbono assai tempestato, s’andorono a rinfrescare con monna Menta che vendea l’erbe, e là si rodeano sue lattughe e suo’ camangiari. Alla perfine colui di cui egli erano, tutto uscito di sé, con l’ambascia della  morte  n’andò  là  a  ripigliarli.  Quando  i  tavernai  veggono  ripresi  e’ muli, escono delle botteghe; e quelli che avevano ricevuto danno, s’avviano verso costui gridando: — Sozzo ladro, sozzo traditore, tu ci hai disfatti —, e voleanlo pur uccidere e averebbonlo morto, se non fossono stati assai cittadini che per temperarli dissono: — Menatelo al Podestà che ’l punirà e faravvi restituire ogni vostro danno. Costoro convertirono la loro furia in menarlo preso al Podestà; e non poté ricogliere i panni, né menar seco i muli; li quali furon legati a’ piedi d’un desco; né appena poteo dire: “Domine, aiutami”, che come elli avesse 324 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
morti tutti e’ beccai, così con gran furore ne lo menorono. Altri rimasi a ricogliere la  carne  che  era  per  terra,  veggendola  convolta  nel  fango  e  guasta,  sì  come arrabbiati si mossono con coltellacci e con stangoni ad andare verso i muli, e a loro, come avessono a mazzicare verri, con li coltellacci di piatto e con gli stangoni gli mazzicarono per tal forma che quasi guasti rimasono. Altri artefici dattorno per pietà raccolsono quelli panni che venìano dalle gualchiere e riposonli tutti calpestati e alcuni rotti da’ ferri, quando e’ muli traevano. In questo tempo il Podestà domanda i tavernai che aveano menato preso il tapinello, quello che colui avea fatto. Risposono ch’egli avea a emendare la carne e ’l danno loro, la quale era grande quantità di dinari, sanza ch’elli avea messo a romore la terra. Colui che era preso, rispondea: — Signor mio, io non ci ho colpa, però che io venìa dalle gualchiere e portava panni a certi lanaiuoli nella Vigna, di che passando per mercato, io lasciai li muli da parte e comperava un poco di castrone; li muli non so che si hanno aùto ch’elli hanno pericolato tutta quella piazza; e di ciò io sono dolente, non è mia colpa. El Podestà che avea nome messer Agnolo da Rieti, disse al preso: — E perché ci meni li muli, se sono restii, per la piazza dello mercato, dove tanta gente e tanto populo stanno? Colui rispondea che mai non aveano fatta simile ritrosìa, e non sapea che ciò volesse dire: e’ ancora non sapea che fosse stato il corbo. Il Podestà volea desinare: fa mettere in prigione il preso e a’ tavernai dice vadano a fare i fatti loro e che troverrebbe la verità, punendo chi avesse fallato. Di che si partirono, e ’l cattivello rimase preso. In questo intervallo, la novella giunse nella Vigna a quelli lanaiuoli, di cui erano i panni, non dicono: “che ci è dato?”; avviansi verso Mercato Vecchio e domandano di questa faccenda e ancora de’ panni loro. Fu detto loro a passo a passo come il fatto era andato e del principio del corbo e d’ogni altra cosa. Vanno nelle botteghe dove i panni sono, e truovanli assai male in ordine e alcuni ne truovano rotti; cominciano a dire: — Che diavolo è questo? queste sono state tagliature di coltellacci; ella non andrà a questo modo; credono questi bestiali trattare l’Arte della lana a questo modo? dove diavolo sono i muli? Fu loro mostrato. Mandorono certi marruffini per essi; li quali sciogliendoli e menandoli a loro, non si poteano azzicare, sì si doleano. Allora, come gli vidono, montando più in furore, dicono:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
essere tra ’l corbo e la pecora. E se qui ciò è come vedete, la questione mosse il diavolo e mossela contra il figliuolo di Dio, cioè contra la pecora e l’agnello suo figliuolo. E però, figliuoli miei, siete fratelli e comportate in pazienza il danno che avete ricevuto, ché da nessuno di voi è venuta la colpa. Colui da  cui  ella  è  venuta,  cioè  quello  maladetto  corbacchione,  se  ce  lo  potrò avere, punirò lui, e uno c’ha nome Luisi barattiero che lo tiene, in forma che sarete contenti. Costoro guatorono l’uno l’altro e non sappiendo che si dire, dissono: — Noi ci raccomandiamo della ragione. E così si partirono, dicendo per la via alcuni: — Alle guagnele, che, se elli punirà il corbo, che noi bene seremo soddisfatti de’ danni nostri. Altri diceano: — Elli dee essere una sciagurata persona. Altri  che  erano  forse  quelli  che  erano  contenti  che  ’l  Podestà  non procedesse, diceano che elli dovea essere uno valentre uomo, e che elli avea assegnato molto belle ragioni; e così ciascuno s’andò a fare i fatti suoi, ciascuno mettendo a uscita il suo danno il meglio che poteo. Luisi  barattiere  e  ’l  corbo  furono  richiesti,  ma  ’l  corbo  fece  come quello dell’Arca, che fatto ch’egli ebbe quest’opera, non si rividde mai; però che Luisi, avendo sentito la intenzione del Podestà, non aspettò la richiesta, ma accompagnossi con Giovanni Piglia ’l fascio e col suo corbo e andossene verso Terra di Roma, dove era il Muscino Rafacani che avea un altro corbo, e là dimorò con lui più mesi. E ’l Podestà, volendo pur procedere, da alcuno cittadino vicino di Mercato gli fu tanto detto che fu posto piedi a’ fatti di Luisi e del corbacchione, non però sì che ’l detto Luisi tutto il tempo del detto Podestà ardisse di tornare a Firenze. Questo caso del Podestà fu da molti commendato e da molti ripreso. Io scrittore credo che, veggendo elli che quasi nessuno giudicio potea dare giusto, elli trovasse quella inventiva e del corbo e della pecora, e ch’egli ebbe in ciò grande discrezione, la quale se così avesse usata negli altri suoi processi, avrebbe aùto onore, là dove nella fine del suo officio, credo che avesse vergogna.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CLXI Il  vescovo  Guido  d’Arezzo  fa  dipignere  a  Bonamico  alcuna  storia,  la  quale essendo spinto da una bertuccia la notte quello che ’l dì dipignea, le nuove cose che ne seguirono. Sempre fu che tra’ dipintori si sono trovati di nuovi uomeni e infra gli altri, secondo che ho udito, fu uno dipintore fiorentino, il quale ebbe nome Bonamico, che per soprannome fu chiamato Buffalmacco, e fu al tempo di Giotto e fu grandissimo maestro. Costui, per essere buono artista della sua arte, fu chiamato dal vescovo Guido d’Arezzo a dipingere una sua cappella,  quando  il  detto  vescovo  era  signore  d’Arezzo:  di  che  il  detto Bonamico  andò  al  detto  vescovo  e  convennesi  con  lui.  E  dato  ordine  il come e ’l quando, il detto Bonamico cominciò a dipignere. Ed essendo nel principio dipinti certi Santi, ed essendo lasciato il dipignere verso il sabato sera, una bertuccia, ovvero più tosto un grande bertuccione, il quale era del detto vescovo, avendo veduto gli atti e’ modi del dipintore quando era sul ponte, e avendo veduto mescolare i colori e trassinare gli alberelli e votarvi l’uova dentro, e recarsi i pennelli in mano e fregarli su per lo muro, ogni cosa  avendo  compreso,  per  far  male,  come  tutte  fanno;  e  con  questo, perch’ella era molto rea e da far danno, il vescovo gli facea portare legato a un piede una palla di legno; con tutto questo la domenica, quando tutta la gente desinava, questa bertuccia andò alla cappella, e su per una colonna del ponte appiccandosi, salì sul ponte del dipintore; e salita sul ponte, recandosi gli alberelli per le mani e rovesciando l’uno nell’altro e l’uova schiacciando  e  tramestando,  cominciò  a  pigliare  i  pennelli  e  fiutandoli  e intignendoli e stropicciandoli su le figure fatte, fu tutt’uno. Tanto che in picciolo spazio di tempo le figure furono tutte imbrattate, e’ colori e gli alberelli volti sottosopra e rovesciati e guasti. Essendo el lunedì mattina venuto Buonamico al suo lavorìo per compiere quello che avea tolto a dipignere, e veduto gli alberelli de’ suoi colori quale a giacere e quale sottosopra, e’ pennelli tutti gittati qua e là, e le figure tutte imbrattate e guaste, subito pensò che qualche Aretino, per invidia o per altro l’avessono fatto; e andossene al vescovo, dicendo ciò ch’egli avea dipinto esserli stato guasto. Il vescovo di ciò isdegnato, disse: — Buonamico, va’ e rifa’ quello che è stato guasto; e quando l’hai rifatto, io ti darò sei fanti co’ falcioni, che voglio ch’egli stiano in guato con
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
teco nel tal luogo nascosi, e qualunche vi viene, non abbiamo alcuna misericordia, che lo taglino a pezzi. Disse Buonamico: — Io andrò e racconcerò le figure più tosto che potrò, e fatto che ciò fia, io ve lo verrò a dire, e potrassi fare quello che di ciò dite. E così deliberato, Buonamico rifece, si può dire, la seconda volta le dette dipinture; e fatte che l’ebbe, disse al vescovo a che punto la cosa era. Di che il vescovo subito trovò sei fanti armati co’ falcioni, a’ quali impose che fussono con Buonamico in certo luogo riposti presso alle dette figure; e se alcuno vi venisse a disfarle, subito il mettessono al taglio de’ ferri. E così fu fatto, che Buonamico e’ sei fanti co’ falcioni si missono in guato a vedere chi venisse a guastare le dette dipinture. E stati per alquanto spazio, ed egli sentirono  alcuno  rotolare  per  la  chiesa;  subito  s’avvisorono  che  fussono quelli che venissono a spignere le figure; e questo rotolare era il bertuccione con la palla legata a’ piedi. Il quale subito accostatosi alla colonna del ponte, fu salito sul palchetto dove Buonamico dipignea; e tramestando a uno a uno tutti gli alberelli, e mettendo l’uno nell’altro e pigliando l’uova e rovesciandole e fiutando, presi i pennelli e ora con l’uno e ora con l’altro, stropicciandoli al muro, ogni cosa ebbe imbrattata. Buonamico, veggendo questo, ridette e scoppiava a un punto; e voltosi a’ fanti de’ falcioni, dice: — E’ non ci bisognano falcioni, voi vi potete andare con Dio; la cosa è spacciata, ché la bertuccia del vescovo dipigne a un modo e ’l vescovo vuole che si dipinga a un altro; andatevi a disarmare. E così usciti del guato, venendo verso il ponte dov’era la bertuccia, subito la bertuccia si cominciò a inalberare, e fatto loro paura, pignendo il muso innanzi, cominciò a fuggire e andossi con Dio. Buonamico con li suoi masnadieri se n’andò al vescovo, dicendo: — Padre mio, e’ non è di bisogno che voi mandiate per dipintore a Firenze,  ché  la  vostra  bertuccia  vuole  che  le  dipinture  siano  fatte  a  suo modo; e ancora ella sa sì ben dipignere che le mie dipinture ha corrette due volte. E però, se della mia fatica si viene alcuna cosa, vi prego me ’l diate, e anderommi verso la città dond’io venni. Il vescovo, udendo questo, benché male li paresse che la sua dipintura era così condotta, pur scoppiava delle risa, pensando a sì nuovo caso, dicendo: — Buonamico, tante volte hai rifatte queste figure che ancora voglio
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
qui in una sua novella; la quale, perché con risa se la portò in pace pensando ancora chi gli la fece, è da prenderne ancora un poco di trastullo. Antonio Pucci avea una casa dalle fornaci della via Ghibellina, e là avea uno orticello che non era appena uno staioro, e in quello poco terreno avea posto quasi d’ogni frutto e spezialmente di fichi, e aveavi gran quantità di gelsomino; ed eravi uno canto pieno di querciuoli e chiamavalo la selva. E questo così fatt’orto, con le proprietà sue, avea messo  il  detto  Antonio  in  rima,  in  capitolo,  come  Dante  e  in  quello trattava  di  tutti  li  frutti  e  condizioni  di  quell’orto,  né  più  né  meno come se fosse ubertoso, come la piazza di Mercato Vecchio di Firenze, della  quale  già  mise  in  rima  tutte  le  sue  condizione,  magnificandola sopra tutte le piazze d’Italia. Era in questi tempi certi piacevoli uomeni in  Firenze,  l’uno  de’  quali  era  un  Girolamo  che  ancora  vive,  uno Gherardo  di...  e  Giovanni  di  Landozzo  degli  Albizi,  e  uno  che  avea nome Tacchello tintore, e altri, li quali erano più nuovi l’uno che l’altro. Erano costoro così nuova brigata come ne’ loro tempi fosse nella nostra città. Udendo costoro tanto e per prosa e per versi dire ad Antonio di questo orto, si posono in cuore di mettervi una notte certe bestie dentro che ’l pascessono, e Antonio facessono smemorare; e brievemente, una  sera  al  tardi  al  prato  del  Renaio  vidono  un  muletto  e  due  asini magri e vecchi alla pastura. Trovorono modo che uno di loro gli mise in uno luogo di drieto a questo orto, là dove era uno uscetto serrato con legname e ancora di fuori murato a secco, e dentro con chiavistello e toppa serrato a chiave che gran tempo non era stato aperto. E sul primo sonno, andando due innanzi a smurare il muro di fuori, e altri su per le mura entrati dentro, aprirono, o con grimaldello o con altro artificio, il detto serrame, sì che l’uscio e smurato e aperto rimase. Fatto questo, i due micci e ’l muletto furono ivi menati e messi dentro. Il quale muletto era stato adornato a casa il Tacchello, prima che ve lo menassono, d’una gorgiera di cuoio e altre cose assai maravigliose. E poi che fu introdutto nell’orto, di quello gensomino gli feciono e posoliera e briglia in grande adornamento e là il legorono a’ piedi d’un lastrone tondo dove Antonio cenava  la  sera;  e  su  quello  lastrone  missono  molti  cavoli,  i  quali  nel dett’orto aveano colti, acciò ch’egli avesse buona profenda. E fatto questo,  subito  serrano  l’uscio  con  ingegni  per  modo  che  non  parea  mai
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
— Noi credevamo dire bene. E messer Giovanni rispose: — Come credete dir bene che venite a me, e dite che Dio mi facci morir di fame? non sapete voi che io vivo di guerra, e la pace mi disfarebbe? e così come io vivo di guerra, così voi vivete di lemosina; sì che la risposta che io v’ho fatta è stata simile alla vostra salutazione. I frati si strinsono nelle spalle, e dissono: — Signore, voi avete ragione; perdonateci, ché noi siamo gente grossa. E fatta alcun’altra faccenda che aveano a fare con lui si partirono e tornorono al convento di Castiglione Aretino, e la contorono questa per una bella e nuova novella, spezialmente per messer Giovanni Augut, ma non per chi averebbe voluto stare in pace. E per certo e’ fu quell’uomo che più durò in arme in Italia che altro durasse mai, ché durò anni sessanta, e ogni terra quasi gli era tributaria; ed elli ben seppe fare, sì che poca pace fu in Italia ne’ suoi tempi. E guai a quelli uomeni e populi che troppo credono a’ suoi pari, però che populi e’ comuni e tutte le città vivono e accrescono della pace, ed eglino vivono e accrescono della guerra, la quale è disfacimento delle città, e struggonsi e vengon meno. In loro non è né amore, né fede. Peggio fanno spesse volte a chi dà loro i soldi, che non fanno a’ soldati dell’altra parte; però che, benché mostrino di voler pugnare e combattere l’uno contro all’altro, maggior bene si vogliono insieme che non vogliono a quelli che gli hanno condotti alli loro soldi; e par che dicano: ruba di costà, che io ruberò ben di qua. Non se n’avveggono le pecorelle che tutto dì con malizia di questi tali sono indotte a far guerra, la quale è quella cosa che ne’ popoli non può gittare altro che pessima ragione. E per qual cagione sono sottomesse  tante  città  in  Italia  a  signore,  le  quali  erano  libere?  Per  qual cagione è la Puglia nello stato ch’ella è, e la Cicilia? E la guerra di Padova e di Verona ove le condusse, e molte altre città, le quali oggi sono triste ville? O miseri adunque quelli pochi, che pochi sono, che vivono liberi: non credano alli inganni della gente dell’arme; stiano in pace, e innanzi siano villaneggiati due o tre volte, che si movano a far guerra; però che la si comincia agevolmente, e balestra in parte che nessuno il crede, e ’l suo male non si può emendare per fretta.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
E ’l piovano disse: — Voi sapete che nella morte di Cristo disse Caifas: “E’ conviene che uno uomo muoia per lo popolo, anzi che tutta la moltitudine perisca”; e io dico a voi ch’egli è di necessità che tutti abbiate un poco di fatica, acciò che costui esca del suo errore; or non siano più parole; se ci volete venire, ci venite, e se no, sì vi state —. E quasi brontolando si partirono. Avvenne per caso, come spesso incontra, ed è piacere di Dio, che da ivi a due mesi, volendo una femina di questo piovano fare bucato, s’apprese il fuoco nella sua casa in cucina; e fu su la compieta; di che subito il piovano suona la campana a martello. I contadini erano per li campi, chi con vanga e chi con marra, essendo già l’ora d’uscire d’opera; chi si getta la vanga e chi la marra in collo e vannosene verso le loro case, dicendo: — El prete la potrà ben sonare; se giuoca a scacchi, ed elli si giuochi; meglio serebbe che egli attendesse a dire l’ore e gli altri beneficii. E così non si curando costoro del sonare a martello, la casa in gran parte arse. La mattina vegnente, come la voce va per lo popolo, si dice la casa del piovano essere arsa;    chi si duole, e chi dice: — Ben gli sta. Vénnonne  una  gran  brigata  verso  la  chiesa,  dove  il  piovano  stava tristo e afflitto, e dice a costoro: — Io l’ho ben potuta sonare acca per traverso; sonala ben che Dio t’aì, che io ho la mala pasqua, bontà di voi che non mi avete soccorso. Allora quelli che v’erano, tutti a una voce dissono: — Noi credevamo che voi giucassi a scacchi. Il piovano rispose: — Io giucava ben ora a scacchi col fuoco; ma elli m’ha dato scaccomatto e hammi diserto. Certi de’ contadini risposono: — E voi ci allegasti l’altro dì Caifas che disse cha era di bisogno che uno perisse per lo popolo, anzi che perisse tutta l’umana generazione; fate ragione che noi abbiamo seguita questa profezia, non che voi siate morto per lo popolo, ma che voi abbiate aùto una disciplina o una gastigatoia, anzi che ’l popolo vostro perisca, ché ogni dì ci facciavate correre qui come smemorati. Dice il piovano: — Io credo che voi diciate il vero e allegate molto bene; e ’l riso degli scacchi m’è convertito in pianto. Io saprò oggimai che mi fare, e serrerò la stalla, poi che io ho perduto i buoi. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
non fossono stati buoni, reputatelo alla fortuna ché di buon grano sono stati notricati, tanto che me n’hanno roso parecchie staia. Come  il  piovano  e  gli  altri  udirono  questo,  diventorono  che parvono interriati, dicendo quasi con boce sbalordita: — Che di’ tu Dolcibene? —  Dico  che  furono  topi,  e  la  vostra  fu  gatta:  così  nel  mondo spesso si baratta. Poco poterono rispondere a messer Dolcibene a ragione, che non gli confondesse; però ch’egli avevono cominciato. E dee ciascuno che vive in questo mondo, recarsi a quella vera legge che chi la seguisse mai non errerebbe, cioè: non fare altrui quello che non vorreste fosse fatto a te. E pur come non istimatori di questa legge, né del primo fallo venuto da loro, s’adirorono forte; e tale disse: — Dolcibene, e’ ti si vorrebbe darti una coltellata nel volto. E que’ rispondea: — A voi sta; che come dalla gatta a’ topi, così dalla coltellata alla lanciata  anderà:  uscitemi  di  casa;  e  qualunch’ora  voi  vorrete  de’  miei mangiari, io ve gli darò secondo che meriterete. E  se  n’andorono  scornati,  e  co’  ventri  attopati.  E  quello  di  che mai non si poterono dar pace fu che messer Dolcibene un buon pezzo, dicendo questa novella per la terra, scornava forte costoro; tanto che ’l piovano e gli altri il pregorono non dovesse dir più; e feciono pace per non essere più vituperati. Or così interviene a chi non fa mai la ragione del compagno. E se alcuno uomo di corte fu vendicativo, e tenesse a mente, fu messer Dolcibene; e ben lo seppe un uomo di corte chiamato messer Bonfi; il quale, avendo parole d’invidia con messer Dolcibene, però che non era se non da dare zaffate, un dì innanzi a molti gli diede una zaffata; messer Dolcibene non la sgozzò mai, tanto che colto un dì tempo, con un ventre pieno il giunse in Mercato Nuovo, e in presenza di tutti i mercatanti gli lo percosse al viso per forma che si penò a lavare una settimana o più. Colui l’offese con l’orina, ed elli si vendicò con lo sterco. E però non si può mai errare a porsi nel luogo del compagno e fare la ragion sua come la sua propria; e così facendo, rade volte, vivendo, incontra all’uomo altro che bene.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
sposo per congiugnere il matrimonio, come hanno per usanza, e poi menando la sposa con la cameriera a Ravenna, arrivorono una sera a Porto Cesenatico all’albergo di Gian Sega. Il quale, avendo ricevuto li giudei e veggendo la giovene judea bellissima, non ricordandosi della passata ventura ma ritornando alle sue scellerate opere, pensò in che forma potesse avere a fare con questa judea. E con una nuova malizia andò alla riva, là dove ordinò con certi marinai che la sera di notte dovessono giugnere alle porte dell’albergo, facendo busso e tumulto e con arme e con bastoni, sì come volessono e rubare e predare e uccidere qualunche dentro v’era; e questo facessono per tre volte, mettendo poco dall’una volta all’altra, e continuo si crescesse l’assalto, gittando maggiore paura a quelli dentro. Come Gian Sega ordinò co’ marinari, così fu fatto. E vegnendo la notte,  essendo  le  porte  dell’albergo  tutte  serrate,  li  marinai,  come  gente scherana o sbandita, giungono, percotendo le porte, dicendo: — Aprite cià. Come li judei sentono questo, ebbono grandissima paura, pregando l’oste che gli debba scampare. E l’oste dice: — State fermi, tanto che io vada a vedere dalla finestra chi e’ sono. E così andò l’oste e tornò, e disse: — Questi sono sbanditi, de’ quali io ho maggiore paura fra la notte che io non ho ora; però statevi pianamente e veggiamo se altro segue. Li  giudei  stavano  ristretti  e  cheti  come  olio.  Stando  per  alquanto spazio, gli marinai giungono la seconda volta e con maggiore furore che la prima. Li giudei dicono all’oste: — Oimè! oste, scampaci la vita. Dice l’oste: — Venite con meco —; e menolli in un’altra camera e stalla molto buia e disse: — Statevi qui. Li giudei stavano, come l’oste dicea. E l’oste va a una finestra e dice, sì che li judei udìano: — Andatevi con Dio, che io non ci ho istasera alcuno forestiero. Ed elli rispondeano: — Aspettera’ ti un poco, ché noi ne vorremo saper altro; — e partironsi. E poco stante tornoronocum fustibus et cum lanternis, facendo sembiante di voler mettere fuoco nell’albergo. Li giudei, sentendo il romore e udendo dire del fuoco, e veggendo per li spiragli delle porte la fiamma,
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
dicono all’oste: — Noi siamo morti, se non ci metti in qualche luogo ben occulto. Era in uno canto, là dov’egli erano, uno necessario presso che pieno, con due assi coperto, dove l’oste gli condusse, dicendo: — Entrate qui, che io non credo che vi truovino per fretta. Costoro, volontorosi di fuggire la morte, in calca v’entrorono dentro. E in questo giunse la cameriera, che avea sentito tutto, raccomandando e lei e ancora la sposa judea. A cui l’oste disse: — Entrate anche qui voi: della giovane non abbiate paura; io dirò che sia mia figliuola, o metterolla sotto il letto. La cameriera subito entrò dove gli altri; e ivi chi si trovò nella malta insino a gola e chi insino al mento, e coperchiati dall’assi vi stettono quasi tutta la notte; però che Gian Sega spesso facea romore, come se fossono all’uscio per volere entrar dentro. E avendo serrato col chiavistello l’uscio della camera dove costoro erano, se n’andò dove la giudea era; a cui ella si gittò al collo, morendo di paura; e Gian Sega la condusse verso il letto e disse non avesse paura ella, ma dicesse che fosse sua figliuola, e dormisse con lui in quel letto. La giovene tremante di paura così fece; e Gian Sega in quello subito si coricò, usufruttando la fanciulla e abbracciando la legge giudaica quanto li piacque; e alcun’ora si levava, andando verso la porta, facendo romore come i malandrini vi fossono, acciò che i giudei stessono ben ristretti nel cessame. E così continuò tutta notte, ora al letto con la giudea, ora alla porta con lo falso romore; tanto che, apparendo il giorno, egli acconciò il letto con la judea insieme, non parendo mai che vi si fosse giaciuto; e ammaestrolla entrasse dietro al letto, dicendo che tutta notte per gran timore vi fosse stata; ed ella così fece, e serrossi dentro nella camera. Avendo Gian Sega così ordinato i fatti suoi e della sposa, andò verso la fecciosa tomba per trarre il popolo judaico della conserva, dicendo: — Uscite fuori, che Dio ci ha fatto gran grazia, però ch’egli è giorno e ormai siamo sicuri. Il primo che uscì fu la cameriera, la quale parea che uscisse d’uno brodetto. Come i judei vidono fare la via alla cameriera, subito l’uno dopo l’altro tutti e sei, così infardati come si dee credere, con gran fatica se n’uscirono fuori; e ’l marito della sposa subito domanda di lei; a cui Gian Sega disse: —  Vorrei che così fosse stati voi, però che come ella sia stata con molto spavento, come fanciulla ella si serrò nella camera e là s’è stata tutta 396 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
la vorrebbono  conficcare,  che  ’l  ferro  tutto  intrerrebbe  in  quella  rota.  E oltre a ciò, se pur si potesse conficcarla, serebbe fare grandissima ingiustizia a quelli che sono di sotto e nel mezzo e da lato, che vogliono ch’ella volga, per migliorare stato. Disse allora messer Valore: — E per lo dire che tu hai fatto incontro alle mie sciocchezze, costoro che mangiono qui con teco ti possono tenere molto da più che io non ho detto;  e  pertanto  sono  meglio  contento  d’esserci  venuto  per  la  evidente pruova che nel tuo parlare hai dimostrata a tutti costoro. E  così  l’uno  all’altro  dissono  assai  cose  di  sentenzia,  e  puosonsi  a mensa. Dove mangiato che ebbono, messer Valore pigliando comiato, Piero gli disse: — Togliete l’aguto vostro, ché io nol potrei conficcare dove dite; però che Cesare e Alessandro e molti altri nol poterono conficcare, non che io che sono un piccolo uomo: e potendolo fare non voglio, acciò che ’l mondo non perisca. Messer Valore tolse lo aguto e disse: —Et tu es Petrus, et super hanc petram  è edificata la sapienzia; e fatti con Dio. E così finirono e ’l convito e’ ragionamenti. O qual cosa è più certa che questa rota, la cui velocità nel volgere mai non ebbe posa, e quanti re, e quanti signori, e quante sètte de’ populi e de’ comuni l’hanno già provato! Quanto più si vede, meno si crede. Chi è in alto stato non pensa mai al calare; e quanto più va in su, di maggior pericolo è la caduta. Non voglio mettere tempo in allegare le fortune degli antichi signori; guardisi pur una canzonetta che colui che la fece, ve ne mise una gran  parte,  la  qual  comincia:  “Se  la  fortuna  e  ’l  mondo,  Mi  vuol  pur contastare, ec.”. E non dirò come fu in cima della rota Troia, e come Priamo, e come fu grande Tebe, e come fu alta Cartagine, e ’l suo Annibale, e la setta Barchina, e l’altra; e lascerò stare Roma che signoreggiò tutto l’universo, e ora quello ch’ella tiene; e qual furono i cittadini suoi, e qual sono oggi: ogni cosa è volta di sotto e attuffata nella mota. Che vo io cercando le cose antiche che si potrebbe dir: forse non fu così? diciamo di quelle che ieri vedemmo quanto volubilmente la rota mandò  sul  colmo  re  Carlo  terzo,  e  essere  re  di  Puglia  e  d’Ungheria,  e  come subito il mandò in alto, tanto subito o più il volse a basso. Come condusse
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
questo era che gli accattasse una campanella, in quella forma che quelle di santo Antonio, solo per un dì, e poi tornasse da lei. Accattato questo buon uomo una campanella da chiesa, o da cui si fosse, con essa ne venne alla donna. Come la donna l’ebbe, che era di quaresima, dice all’amico: — Mo via, io voglio che tu venga con mi e con lo mio figliuolo alla pescheria,  e  comperami,  com’io  ti  dirò,  due  pesci,  uno  grande  e  uno picciolino; e quando gli averai tolti, metterai il picciolino mezzo in gola al grande, e con essi scoperti, che ogni uomo gli veggia, torneremo a casa; e ’l mio figliuolo averà in mano questa campanella e verrà presso a te sonandola; e io serò dall’altra parte. Se alcuno domanderà: “Che vuol dir questo?” laghe rispondere a me. L’amico si maravigliò forte, domandando per quello che ciò volea fare. La donna rispose: — Fa’ quello che io t’addomando, e pregoti; ché ancor oggi lo saperai e sera’ ne contento. Costui dice: — Io farò ciò che voi volete. La  donna  piglia  un  suo  mantello,  e  dà  la  campanella  al  figliuolo, ammaestrandolo che non sonasse, se non quando gli lo dicesse; e così si partirono tutti e tre una mattina, e andarono  alla pescheria. Giunti che furono là, la donna guarda e dice all’amico: — Compra quello luccio grande e compra uno di quelli pesci piccolini che sono all’altra banca. L’amico così fece; e aperta la gola al luccio, gli misse dentro insino al mezzo il pesce piccolo; e dicendoli la donna in che forma lo recasse, sì che ciascuno il vedesse bene, dice al figliuolo: — Sta’ allato a costui, e non restare mai di sonare la campanella —; ed ella dall’altro lato dicea: — Andiamo a casa. E messisi in via con questa novità mostrando il pesce, e ’l figliuolo sonando la campanella, la gente traea. Chi dicea: — Che è questo, madonna Cecchina? che vuol dir questo? Chi domandava in un modo e chi in un altro. A tutti rispondea ch’e’ pesci grandi si mangiavano i piccolini; e così continuo a tutti rispose, e mai non disse altro, tanto che giunse a casa. E avendo adoperata la voce, e ’l figliuolo la campanella, e l’amico mostrando l’esemplo, o che non fosse chi leggesse né chi intendesse, poco frutto ne seguì, se non che, fatto cuocere lo
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
—  Fate  penitenza,  io  son  povero  gentiluomo,  e  sto  come  fanno  i gentiluomini; godete e datevi buon tempo. E così si partì, e la brigata rimase in guazzetto. Dice l’uno: —  Dic’elli  che  noi  godiamo?  se  noi  fossomo  ranocchi,  anguille  o granchi, potremmolo fare. Dice l’altro: — Noi fummo ben granchi a venirci, che morti siàn noi a ghiado, che ci venimmo. Dice un altro: — Egli è il tale che vuole risparmiare lo scotto dell’albergo; egli era ben meglio andare all’albergo al Ponte Agliana, com’io dissi. Il quarto dice: — E’ son be’ risparmi i nostri; e’ ci potrà costare questa venuta ancora sì cara che tristi a noi che mai ci venimmo; noi ce ne avvedremo a’ medici e alli sciroppi e alle suzzacchere, che sapete quello che costono, e anche non so se noi ce ne camperemo. E così tutta notte quasi non dormirono, parendo loro mill’anni che fosse dì per levarla. Uno vantaggio ebbono, che tutta notte pisciorono per la  camera,  e  non  si  parea.  Venuto  il  giorno,  col  canto  delle  botte  e  de’ ranocchi, si levorono e uscirono del molticcio, facendo subito sellare i cavalli e chiamando i cani, e tolti gli sparvieri in braccio, dissono: — Curradino, fàtti con Dio. Curradino disse: — Io v’aspetterò a desinare. Risposono: —  Se  noi  verremo,  tu  te  ne  avvedrai  —;  e  passorono  il  ponte,  e’ cavalli il fosso a nuoto; e saliti a cavallo, come se ’l diavolo gli ne portasse si dileguorono per dilungarsi dal Pantano. E dicevano insieme tra loro: — Non v’avessimo noi lasciati gli occhi, credendoli riavere, che noi vi ritornassimo —; e spesso si volgeano a drieto, o per vedere se dal Pantano s’erano ben dilungati, o per paura che non andasse loro drieto; e mai non ristettono che ritornorono a Firenze; affermando tutti, non che di ritornare mai al Pantano, ma stare un anno che non uscirebbono della porta al Prato. E riempierono Firenze della gentilezza che aveano trovata, che fu ancora più nuova che io non ho scritto.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
fare sì che serebbe contento. David si partì con quattro fiorini, e andossi tanto aggirando che trovò uova di serpi, e quelle divise per metà, mettendole in due bocciuoli di canna con altre cose miste; e ivi a certi dì tornò il detto judeo alle donne, le quali con grande desiderio l’aspettavano; e’ mariti quasi ogni mattina venìano a Firenze, com’è d’usanza. Giunto dinanzi a loro, diede a ciascuna il suo bocciuolo, dicendo: — Direte domattina tre paternostri a reverenzia del Dio patre, e poi ciascuna pigli il suo, e con li vostri mariti ingegnatevi d’usare quanto sie possibile, e in poco sentirete grandissima prova del vostro gravidamento. Le giovani parea che n’andassino in cielo; e tolti li bocciuoli, dierono ancora denari al judeo, il quale detto loro quanto li piacque si partì, ricevendo da loro ogni cortesia che si dee fare a un povero e valentre uomo, come parea elli. La mattina vegnente la più attempata delle due cognate, come più mastra, si pensò, e fra sé stessa disse: “Che so io chi è costui che è venuto a darci questa ricetta? per lo mondo vanno di cattivi uomeni, e per uno denaio tradirebbono Cristo; e costui è judeo, che lo tradirono e venderono trenta danari: io per me non voglio avere sì gran voglia di figliuoli che io mi metta a fare cosa che mi mettesse peggiore ragione”. Diliberò al tutto di riporre il bocciuolo del beveraggio e dire alla compagna, se la domandasse: io l’ho preso; e mise questo bocciuolo in una cassa, dove era lino; e quella serrata, volle stare a vedere come la cognata di questa ricetta capitasse. E stando per uno spazio di tempo, forse più di due mesi, la più giovane cognata che era stata volontorosa a pigliare la medicina, dice alla maggiore cognata: — E’ par che mi cresca el corpo, e parmi sentir guizzare il fanciullo; sentilo tu ancora tu? E quella disse: — Io non sento ancora cosa che di fermo io potesse dire alcun sentore ch’io abbia, ma ben mi pare avere un poco di cambiamento —; e con questo si partono con gran letizia, quella che sentìa il buzzicare, credendo essere grossa, e l’altra che era stata a vedere come la barca arrivasse, lieta andava a pigliare il beveraggio che avea messo nella cassa del lino per ingrossare  come  la  compagna.  E  andata  alla  cassa  e  aperta  che  l’ebbe,  tra quello lino trovò e vide avvolte certe serpicelle, nate di picciol tempo; onde, come savia, guardando nel bocciuolo, considerò di quello cannone essere
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
uscite quelle serpi, e veramente alla sua cognata essere nate nel ventre quelle di che ella dicea sé gravida sentire. Di che, aùto il suo marito, gli disse ciò che era loro intervenuto, capitando loro uno judeo all’uscio, e quella bevanda avea loro data, la quale veramente avea presa la sua cognata, e già diceva sentire novità al corpo. —  E  per  questo,  credendo  lei  essere  gravida,  avendo  insino  a  qui voluto stare a vedere, corsi alla cassa per pigliare quello che avea lasciato a me com’a lei, di che io ho trovato queste serpicelle, come tu vedi. Il marito, assai doloroso di questa cosa, disse che male avean fatto, e che  si  volea  accozzare  col  fratello,  e  vedere  modo  che  la  giovene,  che  a quello passo era condotta, per consiglio di medici si curasse. Accozzatosi col fratello; e poi andati alla cassa e con quella donna che non avea preso, ogni cosa compresa, pensaro di avere consiglio di valentri medici; li quali, ogni cosa veduta e intesa, aoppiorono la giovane e ordinorono d’avere latte e appiccare la giovane con la bocca di sotto, e tenere alla bocca il latte, sì che li serpicini, correndo al latte, n’uscissono. E così per grande spazio, e non sanza grande industria, li serpicini per la bocca uscirono fuori al latte, e la giovane rimase libera: e destasi dello aoppiamento, le fu detto per lo marito e per lo cognato a che partito per sua stoltizia s’era messa, credendo a così fatti, non uomeni ma diavoli, essendo judei; facendo ciò che poterono in fine delle parole per giugnere quello judeo, non possendolo mai ritrovare. Così si rimase ancora questa cosa e con la beffa e col danno. Poi quando Dio volle feciono de’ figliuoli, e forse più che non averebbono voluto. O quanto  è  stolta  cosa  che  la  donna,  non  volendo Dio  che  abbia figliuoli, vorrà fare d’averli per fattura d’uno judeo, o eziandio per fattura d’alcuno uomo terreno! Gran cosa è che li cristiani uomeni e femine daranno maggiore fede a uno judeo che a cento cristiani; ed eglino niuna fede darebbono a uno cristiano! ma noi siamo vaghi di cose strane. Più tosto torranno i cristiani moglie da lunga che vicina; e più tosto comperranno un cavallo  che  meneranno  doglioso  gli  erri  dalla  Magna  a  Roma,  che  non comperranno quello del vicino, sentendolo perfetto. Ma molto è più nuova cosa che una donna voglia sforzare Dio e la natura per avere figliuoli; e molto maggior dolore è averne che non averne: nel non averne è una passione, nell’averne sono assai tormenti. Se sono cattivi, vivono assai, e mai altro che male non se n’ha; se son buoni, e’ si muoiono; e ciascuno cerca pur di volerne, e le più volte cerca la sua mala ventura.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Partironsi, e facendo la via verso le scalee della Badìa di Firenze, giunti a quelle, dice colui che era ito all’ambasciadore: — Dammi il piattello, ché io voglio andare a farl’empiere, e aspettati qui. Il  famiglio  forestiero,  non  uso  nella  città,  veggendo  le  scalee  della Badìa, s’avvisò che andasse in una casa di qualche gentiluomo: diégli liberamente il piattello. Tolto il piattello, questo cattivo uomo entra nel cortile della Badìa, e ’l forestiere rimane ad aspettare. Come quello del piattello entra per l’una porta, così se n’esce per quella che va in Santo Martino e dà de’  remi  in  acqua  e  vassene  col  piattello.  Il  famiglio  forestiero  aspetta  il corbo, e aspetta tanto che la grossa è sonata. Andando la famiglia del Podestà alla cerca, come son fuori veggono costui, e piglianlo, e dicono: — Che fai tu qui? Quelli il mandano al Podestà, e ’l Podestà il domanda Quelli dice ch’egli è famiglio del tale ambasciadore, e la cagione il perché aspettava. Udendo  il  Podestà  costui,  mandò  il  cavaliero  all’albergo  della  Corona, sappiendo se era uno suo famiglio, e udito di sì e la cagione piacevole, lo lasciò; avendo gran voglia di spiare chi fosse quello rubaldo che avesse fatto quella cattività; e mai, com’io ho detto di sopra, non si poté trovare chi fosse. L’ambasciadore, non istante al danno e alla beffa, se ne rise, dicendo che per certo in Firenze dovea avere di sottili uomini da saper tirare a loro. Ella va pur così, ché chi ha fatto le mane a uncini e vuole vivere di ratto,  ognora  pensa  come  possa  arraffare;  e  colui  che  viverà  puramente, non si guarda, ma vive alla sicura: e come detto è, malagevole è vivere sanza questi pericoli, però che chi ha bisogno non pensa se non come possa avere; e quando ciò fanno, non pensano alle forche.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
chese e al suo consiglio che ’l marchese Azzo era stato morto, e ch’elli si potea dire esservi stato presente, e avealo veduto, e che mandassono i segni a Bavagasse castellano di Conselice per lo marchese, che desse il castello a cui Joanni dicesse. Allora il marchese e suo consiglio mandorono uno ingegnere del marchese, chiamato mastro Bartolino con ben cinquanta uomeni a cavallo con pieno mandato che, di ciò certificatosi, facesse dare le castella, e ’l corpo del marchese poi facesse portare onorevolmente a Ferrara. Giunto il maestro Bartolino, e veggendo il morto, ebbe per certo quello essere il marchese; e ancora, per dare più colore all’opera, mostrò Conselice avere preso Azzo da Roniglia, e tutti i caporali del marchese Azzo; e questi presi sapeano bene il trattato. Maestro Bartolino gli fece allora mettere in tenuta di Lugo e di Conselice; e ’l detto maestro Bartolino, partitosi dal Barbiano con la sua brigata, portando il corpo morto, quando furono al molino presso a Lugo uscirono fuori la brigata del conte Joanni, gridando: —  Alla  morte,  alla  morte!  —  e  pigliorono  maestro  Bartolino  con tutta la brigata: e Conselice, entrando in Conselice, ebbe la terra e l’argenteria che era venuta da Ferrara. E in Barbiano si cominciò con grida a far festa della resurrezione del marchese Azzo; e così ebbe termine questo trattato o inganno doppio. Se ogni inganno o tradimento venisse a quello fine che venne questo, pochi se ne principierebbono, e massimamente quando colui che lo muove rimane preso da quel laccio che vuol fare pigliare altrui. Di questa stirpe da Esti non era rimaso alcun signore legittimo, se non costui; e per por fine a questa progenie era ordinata la morte sua per così fatta forma.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
presso a Barbiano, la quale si chiamava la bastìa fiorentina, e faceali grandissimo danno; onde per questo il conte si pensò con sottile inganno quella pigliare. Era  allora  soldato  di  detto  Astorre  uno  todesco  che  avea  nome Guernieri, il quale con numero di dieci suoi compagni sempre assaliva il detto conte, predando insino alle mura di Barbiano. Avvisò il conte di mettere  un  dì  parecchie  paia  di  buoi  tra  Barbiano  e  la  bastìa,  e  con  li  loro bifolchi arassono la terra; e dall’altra parte, armato uno in somiglianza di Guernieri, e dieci compagni simili d’arme e di veste a’ suoi, gli cacciò fuori di Barbiano il più celato che poteo da quelli della bastìa, e mandolli verso Faenza. Poi dato volta che parea fosse Guernieri e’ suoi compagni che di là venisse, assalirono li bifolchi co’ detti buoi, e quelli presono. Com’egli erano a questo passo, il detto caccia fuori tutta sua brigata, e questi così fatti assaliscono quelli che aveano presi i buoi, gridando: — Alla morte, alla morte. Quelli de’ buoi, ammaestrati, mostrando essere Guernieri, rifuggono con  la  preda  verso  la  bastìa,  gridando  che  gli  soccorressino  e  aprissono. Quelli  della  bastìa,  credendo  per  lo  fermo  essere  Guernieri  con  li  suoi, aprirono la porta del cerchio di fuori; onde elli entrorono dentro: e quando egli erano per aprire la porta del secondo cerchio, uno di quelli de la bastìa, più antico d’anni e più saggio, disse: — Non aprite, se prima Guernieri non vi si mostra fuori del bacinetto, però che altrimente potremo ricevere grande inganno. Detto costui questa santa parola, gridarono tutti: — Guernieri, càvati il bacinetto che noi ti vogliamo vedere. Come li detti sentono questa voce, subito danno volta. Quelli della bastìa, con le pietre e con la balestra, danno loro addosso, tanto che ebbono ben caro potersi ricogliere sanza troppo impedimento, e non sì che non ne fossono  fediti  quattro  e  lasciandovi  quattro  paia  di  buoi;  e  tornoronsi  a Barbiano con questo acquisto. E ’l conte Joanni mise i buoi e l’altro acquisto che qui fece, appiè di quello inganno che prima avea fatto del marchese Azzo, però che la cosa gli andò tutta per lo contrario; e quelli della bastìa, di non  pensato,  si  guadagnorono  quattro  paia  di  buoi  e  scamporono  d’un grande pericolo. Molto sono strani gli avvisi degli uomeni dell’arme, e grandi sono le industrie, e dove non giucassono l’inganni o’ tradimenti, care sono a udirle, e ancora a comprenderle, per poterle usare quando il caso avvenisse. Ben
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
—  Se  Dio  mi  dà  grazia  che  io  esca  di  questa  notte,  tu  non  mi  ci coglierai mai più; per certo, Golfo, tu déi essere indozzato, io so ben ch’io sono di carne e d’ossa come tu e non sento questo giaccio. Dice il Golfo: —  Buono,  buono!  sì  che  io  sono  smemorato  che  io  non  sento  il vento che ci è! — e comincia a gridare, uscendo del letto, e mettendosi suo’ panni addosso, va alla camera, dove dormivano degli altri, e grida: — Apritemi per Dio, ché io son morto di freddo. La brigata era stretta nel letto: aprirono, stando un pezzo, a grande stento, e feciono alquanto luogo a Golfo che avea quasi il tremito della morte, dicendoli chi una cosa e chi un’altra, e ne fu per impazzare; e infine uno se n’uscì di quel letto, perché vi stava stretto, e andò a dormire con Agnolo Moronti, donde il Golfo era partito, dicendo ad Agnolo: — Che ha il Golfo istanotte? ha’ gli tu fatto nulla? Agnolo, scoppiando delle risa, dice la novella dal capo alla fine. Di che colui, udito e veduto come, gran parte della notte ne risono insieme. La mattina, levato Agnolo, dicea: — E’ par bene che ’l Golfo sia allevato nella città; io nacqui e invecchiato sono nella montagna, di che non mi curo né di freddo né di venti; e ’l Golfo gridava istanotte, quando un farfallino volava per la camera, per quello poco del vento che facea con l’alie. Dice il Golfo: — Ben eran alie, non fossono elle state d’avoltoio! e’ mi par mill’anni che io ne vada a Firenze nella camera mia. E così si tornò con l’altra brigata, dicendo che a quella festa né a quel luogo mai non tornerebbe; e Agnolo se n’andò in Casentino, avendo fatto appieno ciò ch’egli avea pensato. Nuove  condizioni  e  nuovi  avvisi  hanno  li  piacevoli  uomeni,  e spezialmente i buffoni. Costui aocchiò in tutta quella brigata il più nuovo uomo  che  vi  fosse,  e  chiese  di  grazia  di  dormire  con  lui  per  fare  questa novità, la quale diede gran piacere a tutti, e quasi un anno durò, poi che furono tornati a Firenze, il sollazzo che aveano del Golfo, udendo le cose che dicea della gran freddura che avea aùto in quella camera, e quanto n’era diventato ventoso. E fu forse cagione che n’andò poi al Bagno alla Porretta, e non vivette diciotto mesi, poi che la detta novella fu.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Al discreto lettore Si promulgò a gli anni passati in Roma un salutifero editto, che, per ovviare a’ pericolosi scandoli dell’età presente imponeva opportuno silenzio all’opinione Pittagorica della mobilità della Terra. Non mancò chi temerariamente asserì, quel decreto essere stato parto non di giudizioso esame, ma di passione troppo poco informata, e si udirono querele che consultori totalmente inesperti delle osservazioni astronomiche non dovevano con proibizione repentina tarpar l’ale a gl’intelletti speculativi. Non poté tacer il mio zelo in udir la temerità di sì fatti lamenti. Giudicai, come pienamente instrutto di quella prudentissima determinazione, comparir publicamente nel teatro del mondo, come testimonio di sincera verità. Mi trovai allora presente in Roma; ebbi non solo udienze, ma ancora applausi de i più eminenti prelati di quella Corte; né senza qualche mia antecedente informazione seguì poi la publicazione di quel decreto. Per tanto è mio consiglio nella presente fatica mostrare alle nazioni forestiere, che di questa materia se ne sa tanto in Italia, e particolarmente in Roma, quanto possa mai averne imaginato la diligenza oltramontana; e raccogliendo insieme tutte le speculazioni proprie intorno al sistema Copernicano, far sapere che precedette la notizia di tutte alla censura romana, e che escono da questo clima non solo i dogmi per la salute dell’anima, ma ancora gl’ingegnosi trovati per delizie degl’ingegni. A questo fine ho presa nel discorso la parte Copernicana, procedendo in pura ipotesi matematica, cercando per ogni strada artifiziosa di rappresentarla superiore, non a quella della fermezza della Terra assolutamente, ma secondo che si difende da alcuni che, di professione Peripatetici, ne ritengono solo il nome, contenti, senza passeggio, di adorar l’ombre, non filosofando con l’avvertenza propria, ma con solo la memoria di quattro principii mal intesi. Tre capi principali si tratteranno. Prima cercherò di mostrare, tutte l’esperienze fattibili nella Terra essere mezi insufficienti a concluder la sua mobilità, ma  indifferentemente  potersi  adattare  così  alla  Terra  mobile,  come  anco quiescente; e spero che in questo caso si paleseranno molte osservazioni ignote all’antichità. Secondariamente si esamineranno li fenomeni celesti, rinforzando l’ipotesi copernicana come se assolutamente dovesse rimaner vittoriosa, aggiungendo nuove speculazioni, le quali però servano per facilità d’astronomia, non per necessità di natura. Nel terzo luogo proporrò una fantasia ingegnosa. Mi trovavo aver detto, molti anni sono, che l’ignoto problema del flusso  del  mare  potrebbe  ricever  qualche  luce,  ammesso  il  moto  terrestre. Questo mio detto, volando per le bocche degli uomini, aveva trovato padri caritativi che se l’adottavano per prole di proprio ingegno. Ora, perché non possa mai comparire alcuno straniero che, fortificandosi con l’armi nostre, ci Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
nendo la già concepita velocità: si cerca in quale altezza e lontananza dal Sole era il luogo dove primamente furono essi globi creati, e se può esser che la creazion di tutti fusse stata nell’istesso luogo. Per far questa investigazione bisogna pigliare da i più periti astronomi le grandezze de i cerchi ne i quali i pianeti si rivolgono, e parimente i tempi delle loro revoluzioni: dalle quali due cognizioni si raccoglie quanto, verbigrazia, il moto di Giove è più veloce del moto di Saturno; e trovato (come in effetto è) che Giove si muove più velocemente, conviene che, sendosi partiti dalla medesima altezza, Giove sia sceso più che Saturno, sì come pure sappiamo essere veramente, essendo l’orbe suo inferiore a quel di Saturno. Ma venendo più avanti, dalla proporzione che hanno le due velocità di Giove e di Saturno, e dalla distanza  che  è  tra  gli  orbi  loro  e  dalla  proporzione  dell’accelerazion  del  moto naturale, si può ritrovare in quanta altezza e lontananza dal centro delle lor revoluzioni fusse il luogo donde e’ si partirono. Ritrovato e stabilito questo, si cerca se Marte scendendo di là sino al suo orbe [...] si trova che la grandezza dell’orbe e la velocità del moto convengono con quello che dal calcolo ci vien dato; ed il simile si fa della Terra, di Venere e di Mercurio, de i quali le grandezze de i cerchi e le velocità de i moti s’accostano tanto prossimamente a quel che ne danno i computi, che è cosa maravigliosa.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Me ne ricordo io benissimo. Eramo intorno alle risposte dell’Antiticone all’obbiezioni contro all’immutabilità del cielo, tra le quali voi inseriste questa delle macchie solari, non toccata da lui, e credo che voi voleste considerar la sua risposta all’instanza delle stelle nuove. Or mi sovviene il restante; e seguitando la materia, parmi che nella risposta dell’Antiticone sieno alcune cose degne di riprensione. E prima, se le due stelle nuove, le quali e’ non può far di manco di non por nelle parti altissime del cielo, e che furono di lunga durata e finalmente svanirono, non gli danno  fastidio  nel  mantener  l’inalterabilità  del  cielo,  per  non  esser  loro parti certe di quello né mutazioni fatte nelle stelle antiche, a che proposito mettersi con tanta ansietà ed affanno contro le comete, per bandirle in ogni maniera dalle regioni celesti? non bastav’egli il poter dir di loro quel medesimo che delle stelle nuove? cioè che per non esser parti certe del cielo né mutazioni fatte in alcuna delle sue stelle, nessun progiudizio portano né al cielo né alla dottrina d’Aristotile? Secondariamente, io non resto ben capace dell’interno dell’animo suo, mentre che e’ confessa che le alterazioni che si facessero nelle stelle sarebber destruttrici delle prerogative del cielo, cioè dell’incorruttibilità etc., e questo, perché le stelleson cose celesti, come per il concorde consenso di tutti è manifesto; ed all’incontro, niente lo perturba, quando le medesime alterazioni si facessero fuori delle stelle, nel resto della celeste espansione. Stim’egli forse che il cielo non sia cosa celeste? io per me credeva che le stelle si chiamassero cose celesti mediante l’esser nel cielo o l’esser fatte della materia del cielo, e che però il cielo fusse più celeste di loro, in quella guisa che non si può dire alcuna cosa esser più terrestre o più ignea della terra o del fuoco stesso. Il non aver poi fatto menzione delle macchie solari, delle quali è stato dimostrato concludentemente prodursi e dissolversi ed esser prossime al corpo solare e con esso o intorno ad esso raggirarsi, mi dà grand’indizio che possa esser che questo autore scriva più tosto a compiacenza di altri che a soddisfazion propria, e questo dico, perché, dimostrandosi egli intelligente delle matematiche, è impossibile ch’ei non  resti  persuaso  dalle  dimostrazioni,  che  tali  materie  sono  necessariamente contigue al corpo solare, e sono generazioni e corruzioni tanto grandi, che nissuna così grande se ne fa mai in Terra: e se tali e tante e sì frequenti se ne  fanno  nell’istesso  globo  del  Sole,  che  ragionevolmente  può stimarsi delle più nobili parti del cielo qual ragione resterà potente a dissuaderci che altre ne possano accadere ne gli altri globi? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
che le fussero nel cielo, ma dimostrava che la lor produzione non alterava l’inalterabilità  del  cielo,  e  ciò  facev’egli  con  discorso  puro  filosofico,  nel modo ch’io vi dissi; e non mi sovvenne di dirvi come di poi aveva trovato modo di rimuoverle dal cielo, perché, procedendo egli in questa confutazione per via di computi e di parallassi, materie poco o niente comprese da me, non l’avevo lette, e solo avevo fatto studio sopra queste instanze contro al moto della Terra, che son pure naturali. Salviati Intendo benissimo, e converrà, doppo che avremo sentite le opposizioni al Copernico, che sentiamo, o veggiamo almeno, la maniera con la quale per via di parallasse dimostra essere state elementari quelle nuove stelle, che tanti astronomi di gran nome costituiron tutti altissime e tra le stelle del firmamento; e come quest’autore conduce a termine una tanta impresa, di ritirar di cielo le nuove stelle sin dentro alla sfera elementare, sarà ben degno d’esser grandemente esaltato e trasferito esso tra le stelle, o almeno che per fama sia tra quelle eternato il suo nome. Però spediamoci quanto prima da questa parte, che oppone all’oppinion del Copernico, e cominciate a portare le sue instanze. Queste non occorrerà leggerle ad verbum, perché sono molto prolisse; ma io, come vedete, nel leggerle attentamente più volte, ho contrassegnato nella margine le parole dove consiste tutto il nervo della dimostrazione, e quella basterà  leggere.  Il  primo  argomento  comincia  qui:  Et  primo,  si  opinio Copernici recipiatur, criterium naturalis philosophiae, ni prorsus tollatur, vehementer saltem labefactari videtur. Il qual criterio vuole, secondo l’opinione di tutte le sette de’ filosofi, che il senso e l’esperienza siano le nostre scorte  nel  filosofare;  ma  nella  posizion  del  Copernico  i  sensi  vengono  a ingannarsi grandemente, mentre visibilmente scorgono da vicino, in mezi purissimi,  i  corpi  gravissimi  scender  rettamente  a  perpendicolo,  né  mai deviar un sol capello dalla linea retta; con tutto ciò per il Copernico la vista in cosa tanto chiara s’inganna, e quel moto non è altrimenti retto, ma misto di retto e circolare. Questo è il primo argomento che Aristotile e Tolomeo e tutti i lor seguaci producono:  al  quale  si  è  abbondantemente  risposto,  e  mostrato  il paralogismo, ed assai apertamente dichiarato come il moto comune a noi ed a gli altri mobili è come se non fusse. Ma perché le conclusioni vere hanno  mille  favorevoli  rincontri  che  le  confermano  voglio,  in  grazia  di questo filosofo, aggiunger qualche altra cosa; e voi, signor Simplicio, facendo la parte sua, rispondetemi alle domande. E prima, ditemi: che effetto fa in voi quella pietra la quale, cadendo dalla cima della torre, è cagione che voi di tal movimento vi accorgiate? perché se ‘l suo cadere nulla di più o di
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
l’argomento contro al triplicato movimento della Terra: o vero il corpo uno e continuo, senza essere snodato da flessura nessuna, può esercitar diversi movimenti, o vero non può senza aver le flessure; se può senza, adunque indarno ha la natura fabbricate le flessure negli animali, che è contro alla dignità; ma se non può senza, adunque la Terra, corpo uno e continuo e privo di flessure e di snodamenti, non può di sua natura muoversi di più moti. Or vedete quanto argutamente va a incontrar la vostra risposta, che par quasi che l’avesse prevista. Salviati Simplicio Salviati Dite voi su ‘l saldo, o pur parlate ironicamente? Io dico dal miglior senno ch’i’ m’abbia. Bisogna dunque che voi vi sentiate d’aver tanto buono in mano, da poter anco sostener la difesa di questo filosofo contro qualche altra replica che gli fusse fatta in contrario: però rispondetemi, vi prego, in sua grazia, già che non possiamo averlo presente. Voi primieramente ammettete per vero che la natura abbia fatti gli articoli, le flessure e snodature a gli animali, acciocché si possano muover di molti e diversi movimenti; ed io vi nego questa proposizione, e dico che le flessioni son fatte acciocché l’animale possa muovere una o più delle sue parti, restando immobile il resto, e dico che quanto alle spezie e differenze de’ movimenti, quelli sono di una sola, cioè tutti circolari: e per questo voi vedete, tutti i capi de gli ossi mobili esser colmi o cavi; e di questi, altri sono sferici, che son quelli che hanno a muoversi per tutti i versi, come fa nella snodatura della spalla il braccio dell’alfiere nel  maneggiar  l’insegna,  e  dello  strozziere  nel  richiamar  co  ‘l  logoro  il falcone, e tal è la flessura del gomito, sopra la quale si gira la mano nel forar col succhiello, altri son circolari per un sol verso e quasi cilindrici, che servono per le membra che si piegano in un sol modo, come le parti delle dita l’una sopra l’altra, etc. Ma senza più particolari incontri, un solo general discorso ne può far conoscer questa verità; e questo è, che di un corpo solido che si muova restando uno de’ suoi estremi senza mutar luogo, il moto non può esser se non circolare: e perché nel muover l’animale  uno  delle  sue  membra  non  lo  separa  dall’altro  suo  conterminale, adunque tal moto è circolare di necessità. Io non l’intendo per questo verso; anzi veggo io l’animale muoversi di cento moti non circolari e diversissimi tra loro, e correre e saltare e salire e scendere e notare e molt’altri. Sta bene: ma cotesti son moti secondarii, dependenti da i primi, che sono de gli articoli e delle flessure. Al piegar delle gambe alle ginocchia e delle cosce a i fianchi, che son moti circolari delle parti, ne viene in conseguenza
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
strumento, tenendo ferma la testa: ma se nell’alzar il sestante si piegasse il collo indietro e si andasse elevando la testa insieme con lo strumento, l’angolo allora si conserverebbe l’istesso: suppone dunque la risposta dell’autore che gli osservatori, nell’uso dello strumento, non abbiano alzato la testa conforme al bisogno, cosa che non ha del verisimile. Ma posto anco che così fusse seguito, lascio giudicare a voi qual differenza può essere tra due angoli acuti di due triangoli equicruri, i lati dell’uno de i quali triangoli siano  lunghi  ciascuno  quattro  braccia,  e  quelli  dell’altro  quattro  braccia meno  quant’è  il  diametro  d’una  lente;  ché  assolutamente  non  maggiore può essere la differenza tra la lunghezza delli due raggi visivi mentre la linea vien tirata perpendicolarmente dal centro della pupilla sopra il piano dell’aste del sestante (la qual linea non è maggiore che la grossezza del pollice), e la lunghezza de i medesimi raggi mentre, elevandosi il sestante senza alzar insieme la testa, tal linea non cade più a perpendicolo sopra detto piano, ma inclina, facendo l’angolo verso la circonferenza alquanto acuto. Ma per liberare in tutto e per tutto questo autore da queste infelicissime mendicità, sappia (già che si vede che egli non ha molta pratica nell’uso de gli strumenti astronomici) che ne i lati del sestante o quadrante si accomodano due traguardi, uno nel centro e l’altro nell’estremità opposta, i quali sono elevati un dito o più dal piano dell’aste, e per le sommità di tali traguardi si fa passar il raggio dell’occhio, il quale occhio si tiene anco remoto dallo strumento un palmo o due o più ancora; talché né pupilla, né osso di gota, né di tutta la persona, tocca né si appoggia allo strumento; il quale strumento né meno si sostiene o si eleva a braccia, e massime se saranno di quei grandi, come si costuma, li quali, pesando le decine e le centinaia ed anco le migliaia delle libbre, si sostengono sopra basi saldissime: talché tutta l’instanza svanisce. Questi sono i sutterfugii di questo autore, i quali, quando ben fussero tutto acciaio, non lo potrebbero sollevare d’un centesimo di minuto:  e  con  questi  si  persuade  di  darci  a  credere  d’aver  compensata  quella differenza che importa più di cento minuti, dico del non si esser osservata notabil diversità nelle distanze tra una fissa e la nuova stella in tutta la lor circolazione, che, quando ella fusse stata prossima alla Luna, doveva farsi grandemente cospicua anco alla semplice vista, senza strumento veruno, e massime paragonandola con l’undecima di Cassiopea, sua vicina a gr. 1 e mezo;  che  di  più  di  due  diametri  della  Luna  doveva  variarsi,  come  ben avvertirono i più intelligenti astronomi di quei tempi. Sagredo Mi par di vedere quell’infelice agricoltore, che dopo l’essergli state battute e destrutte dalla tempesta tutte le sue aspettate ricolte, va con faccia languida e china raggranellando reliquie così tenui, che non son per bastargli a nutrir né anco un pulcino per un sol giorno.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi     Operette morali accettata volentieri se gli fosse stato lecito di metterla per insegna fuori della sua taverna; ma le Muse non consentirono di dargliela per questo effetto: di modo che ella si rimase nel loro comune erario. Niuno dei competitori di questo premio ebbe invidia ai tre Dei che l’avevano conseguito e rifiutato, né si dolse dei giudici, né biasimò la sentenza; salvo solamente uno, che fu Prometeo, venuto a parte del concorso con mandarvi il modello di terra che aveva fatto e adoperato a formare i primi uomini, aggiuntavi una scrittura che dichiarava le qualità e gli uffici del genere umano, stato trovato da esso. Muove non poca maraviglia il rincrescimento dimostrato da Prometeo in caso tale, che da tutti gli altri, sì vinti come vincitori, era preso in giuoco: perciò investigandone la cagione, si è conosciuto che quegli desiderava efficacemente, non già l’onore, ma bene il privilegio che gli sarebbe pervenuto colla vittoria. Alcuni pensano che intendesse di prevalersi del lauro per difesa del capo contro alle tempeste, secondo si narra di Tiberio, che sempre che udiva tonare, si ponea la corona; stimandosi che l’alloro non sia percosso dai fulmini. Ma nella città d’Ipernéfelo non cade fulmine e non tuona. Altri più probabilmente affermano che Prometeo, per difetto degli anni, comincia a gittare i capelli; la quale sventura sopportando, come accade a molti, di malissima voglia, e non avendo letto le lodi della calvizie scritte da Sinesio, o non essendone persuaso, che è più credibile, voleva sotto il diadema nascondere, come Cesare dittatore, la nudità del capo. Ma per tornare al fatto, un giorno tra gli altri ragionando Prometeo con Momo, si querelava aspramente che il vino, l’olio e le pentole fossero stati anteposti al genere umano, il quale diceva essere la migliore opera degl’immortali  che  apparisse  nel  mondo.  E  parendogli  non  persuaderlo bastantemente a Momo, il quale adduceva non so che ragioni in contrario, gli propose di scendere tutti e due congiuntamente verso la terra, e posarsi a caso nel primo luogo che in ciascuna delle cinque parti di quella scoprissero abitato dagli uomini; fatta prima reciprocamente questa scommessa: se in tutti cinque i luoghi, o nei più di loro, troverebbero o no manifesti argomenti che l’uomo sia la più perfetta creatura dell’universo. Il che accettato da Momo, e convenuti del prezzo della scommessa, incominciarono senza indugio a scendere verso la terra; indirizzandosi primieramente al nuovo mondo; come quello che pel nome stesso, e per non avervi posto piede insino allora niuno degl’immortali, stimolava maggiormente la curiosità. Fermarono il volo nel paese di Popaian, dal lato settentrionale, poco lungi dal fiume
Operette morali di Giacomo Leopardi
Cauca, in un luogo dove apparivano molti segni di abitazione umana: vestigi di cultura per la campagna; parecchi sentieri, ancorché tronchi in molti luoghi, e nella maggior parte ingombri; alberi tagliati e distesi; e particolarmente alcune che parevano sepolture, e qualche ossa d’uomini di tratto in tratto. Ma non perciò poterono i due celesti, porgendo gli orecchi, e distendendo la vista per ogn’intorno, udire una voce né scoprire un’ombra d’uomo vivo. Andarono, parte camminando parte volando, per ispazio di molte miglia; passando monti e fiumi; e trovando da per tutto i medesimi segni e la medesima solitudine. Come sono ora deserti questi paesi, diceva Momo a Prometeo, che mostrano pure evidentemente di essere stati abitati? Prometeo ricordava le inondazioni del mare, i tremuoti i temporali, le piogge strabocchevoli, che sapeva essere ordinarie nelle regioni calde: e veramente in quel medesimo tempo udivano, da tutte le boscaglie vicine, i rami degli alberi che, agitati dall’aria, stillavano continuamente acqua. Se non che Momo non sapeva comprendere come potesse quella parte essere sottoposta alle inondazioni del mare, così lontano di là, che non appariva da alcun lato; e meno intendeva per qual destino i tremuoti, i temporali e le piogge avessero avuto a disfare tutti  gli  uomini  del  paese,  perdonando  agli  sciaguari,  alle  scimmie,  a’ formichieri, a’ cerigoni, alle aquile, a’ pappagalli, e a cento altre qualità di animali terrestri e volatili, che andavano per quei dintorni. In fine, scendendo a una valle immensa, scoprirono, come a dire, un piccolo mucchio di case o capanne di legno, coperte di foglie di palma, e circondata ognuna da un chiuso a maniera di steccato: dinanzi a una delle quali stavano molte persone, parte in piedi, parte sedute, dintorno a un vaso di terra posto a un gran fuoco. Si accostarono i due celesti, presa forma umana; e Prometeo, salutati tutti cortesemente, volgendosi a uno che accennava di essere il principale, interrogollo: che si fa? Selvaggio Prometeo Selvaggio Prometeo Selvaggio Prometeo Si mangia, come vedi. Che buone vivande avete? Questo poco di carne. Carne domestica o salvatica? Domestica, anzi del mio figliuolo. Hai tu per figliuolo un vitello, come ebbe Pasifae?
Operette morali di Giacomo Leopardi
vedi che moltissimi ai tempi antichi elessero di morire potendo vivere, e moltissimi ai tempi nostri desiderano la morte in diversi casi, e alcuni si uccidono di propria mano. Cose che non potrebbero essere se l’amore della vita per se medesimo fosse natura dell’uomo. Come essendo natura di ogni vivente l’amore della propria felicità, prima cadrebbe il mondo, che alcuno di loro lasciasse di amarla e di procurarla a suo modo. Che poi la vita sia bene per se medesima, aspetto che tu me lo provi, con ragioni o fisiche o metafisiche o di qualunque disciplina. Per me, dico che la vita felice, saria bene senza fallo; ma come felice, non come vita. La vita infelice, in quanto all’essere infelice, è male; e atteso che la natura, almeno quella degli uomini, porta che vita e infelicità non si possono scompagnare, discorri tu medesimo quello che ne segua. Fisico Di grazia, lasciamo cotesta materia, che è troppo malinconica; e senza tante sottigliezze, rispondimi sinceramente: se l’uomo vivesse e potesse vivere in eterno; dico senza morire, e non dopo morto;credi tu che non gli piacesse? A un presupposto favoloso risponderò con qualche favola: tanto più che non sono mai vissuto in eterno, sicché non posso rispondere per esperienza; né anche ho parlato con alcuno che fosse immortale; e fuori che nelle favole, non trovo notizia di persone di tal sorta. Se fosse qui presente il Cagliostro, forse ci potrebbe dare un poco di lume; essendo vissuto parecchi secoli: se bene, perché poi morì come gli altri, non pare che fosse immortale. Dirò dunque che il saggio Chirone, che era dio, coll’andar del tempo si annoiò della vita, pigliò licenza da Giove di poter morire, e morì. Or pensa, se l’immortalità rincresce agli Dei, che farebbe agli uomini. Gl’Iperborei, popolo incognito, ma famoso; ai quali non si può penetrare, né per terra né per acqua; ricchi di ogni bene; e specialmente di bellissimi asini, dei quali sogliono fare ecatombe; potendo, se io non m’inganno, essere immortali; perché non hanno infermità né fatiche né guerre né discordie né carestie né vizi né colpe; contuttociò muoiono tutti: perché, in capo a mille anni di vita o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano. Aggiungi quest’altra favola. Bitone e Cleobi fratelli, un giorno di festa, che non erano in pronto le mule, essendo sottentrati al carro della madre, sacerdotessa di Giunone, e condottala al tempio; quella supplicò la dea che rimunerasse la pietà de’ figliuoli col maggior bene che possa cadere negli uomini. Giunone, in vece di farli immortali, come avrebbe potuto; e allora
Operette morali di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi     Operette morali si costumava; fece che l’uno e l’altro pian piano se ne morirono in quella medesima ora. Il simile toccò ad Agamede e a Trofonio. Finito il tempio di Delfo, fecero instanza ad Apollo che li pagasse: il quale rispose volerli soddisfare fra sette giorni; in questo mezzo attendessero a far gozzoviglia a loro spese. La settima notte, mandò loro un dolce sonno, dal quale ancora s’hanno a svegliare; e avuta questa, non dimandarono altra paga. Ma poiché siamo in sulle favole, eccotene un’altra, intorno alla quale ti vo’ proporre una questione. Io so che oggi i vostri pari tengono per sentenza certa, che la vita umana, in qualunque paese abitato, e sotto qualunque cielo, dura naturalmente, eccetto piccole differenze, una medesima quantità di tempo, considerando ciascun popolo in grosso. Ma qualche buono antico racconta che gli uomini di alcune parti dell’India e dell’Etiopia non campano oltre a quarant’anni; chi muore in questa età, muor vecchissimo; e le fanciulle di sette anni sono di età da marito. Il quale ultimo capo sappiamo che, appresso a poco, si verifica nella Guinea, nel Decan e in altri luoghi sottoposti alla zona torrida. Dunque, presupponendo per vero che si trovi una o più nazioni, gli uomini delle quali regolarmente non passino i quarant’anni di vita; e ciò sia per natura, non, come si è creduto degli Ottentotti, per altre cagioni; domando se in rispetto a questo, ti pare che i detti popoli debbano essere più miseri o più felici degli altri? Fisico Metafisico Più miseri senza fallo, venendo a morte più presto. Io credo il contrario anche per cotesta ragione. Ma qui non consiste il punto. Fa un poco di avvertenza. Io negava che la pura vita, cioè a dire il semplice sentimento dell’esser proprio, fosse cosa amabile e desiderabile per natura. Ma quello che forse più degnamente ha nome altresì di vita, voglio dire l’efficacia e la copia delle sensazioni, è naturalmente amato e desiderato da tutti gli uomini: perché qualunque azione o passione viva e forte, purché non ci sia rincrescevole o dolorosa, col solo essere viva e forte, ci riesce grata, eziandio mancando di ogni altra qualità dilettevole. Ora in quella specie d’uomini, la vita dei quali si consumasse naturalmente in ispazio di quarant’anni, cioè nella metà del tempo destinato dalla natura agli altri uomini; essa vita in ciascheduna sua parte, sarebbe più viva il doppio di questa nostra: perché, dovendo coloro crescere, e giungere a perfezione, e similmente appassire e mancare, alla metà del tempo; le operazioni vitali della loro natura, proporzionalmente a questa celerità, sarebbero in ciascuno istante doppie di forza
Operette morali di Giacomo Leopardi
come mostrano dover essere, quanto tempo andrà per le mani degli uomini? Veramente la stessa forza d’ingegno, la stessa industria e fatica, che i filosofi e gli scienziati usano a procurare la propria gloria, coll’andare del tempo sono causa o di spegnerla o di oscurarla. Perocché dall’aumento che essi recano ciascuno alla loro scienza, e per cui vengono in grido, nascono altri aumenti, per li quali il nome e gli scritti loro vanno a poco a poco in disuso. E certo è difficile ai più degli uomini l’ammirare e venerare in altri una scienza molto inferiore alla propria. Ora chi può dubitare che l’età prossima non abbia a conoscere la falsità di moltissime cose affermate oggi o credute da quelli che nel sapere sono primi, e a superare di non piccolo tratto nella notizia del vero l’età presente? Capitolo dodicesimo Forse in ultimo luogo ricercherai d’intendere il mio parere e consiglio espresso, se a te, per tuo meglio, si convenga più di proseguire o di omettere il cammino di questa gloria, sì povera di utilità, sì difficile e incerta non meno a ritenere che a conseguire, simile all’ombra, che quando tu l’abbi tra le mani, non puoi né sentirla, né fermarla che non si fugga. Dirò brevemente,  senz’alcuna  dissimulazione,  il  mio  parere.  Io  stimo  che  cotesta  tua maravigliosa acutezza e forza d’intendimento, cotesta nobiltà, caldezza e fecondità di cuore e d’immaginativa, sieno di tutte le qualità che la sorte dispensa agli animi umani, le più dannose e lacrimevoli a chi le riceve. Ma ricevute che sono, con difficoltà si fugge il loro danno: e da altra parte, a questi tempi, quasi l’unica utilità che elle possono dare, si è questa gloria che talvolta se ne ritrae con applicarle alle lettere e alle dottrine. Dunque, come fanno quei poveri che essendo per alcun accidente manchevoli o mal disposti di qualche loro membro, s’ingegnano di volgere questo loro infortunio al maggior profitto che possono, giovandosi di quello a muovere per mezzo della misericordia la liberalità degli uomini: così la mia sentenza è, che tu debba industriarti di ricavare a ogni modo da coteste tue qualità quel solo bene, quantunque piccolo e incerto, che sono atte a produrre. Comunemente elle sono avute per benefizi e doni della natura, e invidiate spesso da chi ne è privo, ai passati o ai presenti che le sortirono. Cosa non meno contraria al retto senso, che se qualche uomo sano invidiasse a quei miseri che io diceva, le calamità del loro corpo; quasi che il danno di quelle fosse da eleggere volentieri, per conto dell’infelice guadagno che partoriscono. Gli altri attenOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Operette morali di Giacomo Leopardi
Nella filosofia, godeva di chiamarsi socratico; e spesso, come Socrate, s’intratteneva una buona parte del giorno ragionando filosoficamente ora con uno ora con altro, e massime con alcuni suoi familiari, sopra qualunque materia gli era somministrata dall’occasione. Ma non frequentava, come Socrate, le botteghe de’ calzolai, de’ legnaiuoli, de’ fabbri e degli altri simili; perché stimava che se i fabbri e i legnaiuoli di Atene avevano tempo da spendere in filosofare, quelli di Nubiana, se avessero fatto altrettanto, sarebbero morti di fame. Né anche ragionava, al modo di Socrate, interrogando e argomentando di continuo; perché diceva che, quantunque i moderni sieno più pazienti degli antichi, non si troverebbe oggi chi sopportasse di rispondere a un migliaio di domande continuate, e di ascoltare un centinaio di conclusioni. E per verità non aveva di Socrate altro che il parlare talvolta ironico e dissimulato. E cercando l’origine della famosa ironia socratica, diceva: Socrate nato con animo assai gentile, e però con disposizione grandissima ad amare; ma sciagurato oltremodo nella forma del corpo; verisimilmente fino nella giovinezza disperò di potere essere amato con altro amore che quello dell’amicizia, poco atto a soddisfare un cuore delicato e fervido, che spesso senta verso gli altri un affetto molto più dolce. Da altra parte, con tutto che egli abbondasse di quel coraggio che nasce dalla ragione, non pare che fosse fornito bastantemente di quello che viene dalla natura, né delle altre qualità che in quei tempi di guerre e di sedizioni, e in quella tanta licenza degli Ateniesi, erano necessarie a trattare nella sua patria i negozi pubblici. Al che la sua forma ingrata e ridicola gli sarebbe anche stata di non piccolo pregiudizio appresso a un popolo che, eziandio nella lingua, faceva pochissima differenza dal buono al bello, e oltre di ciò deditissimo a motteggiare. Dunque in una città libera, e piena di strepito, di passioni, di negozi, di passatempi, di ricchezze e di altre fortune; Socrate povero, rifiutato dall’amore, poco atto ai maneggi pubblici; e nondimeno dotato di un ingegno grandissimo, che aggiunto a condizioni tali, doveva accrescere fuor di modo ogni loro molestia; si pose per ozio a ragionare sottilmente delle azioni, dei costumi e delle qualità de’ suoi cittadini: nel che gli venne usata una certa ironia; come naturalmente doveva accadere a chi si trovava impedito di aver parte, per dir così, nella vita. Ma la mansuetudine e la magnanimità della sua natura, ed anche la celebrità che egli si venne guadagnando con questi medesimi ragionamenti, e dalla quale dovette essergli consolato in qualche parte l’amor proprio; fecero che questa ironia non fu sdegnosa ed acerba, ma riposata e dolce.
Operette morali di Giacomo Leopardi
tutti i viventi, non apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati, né strepito di fiere per le foreste, né canto di uccelli per l’aria, né sussurro d’api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse in alcuna banda; certo l’universo sarebbe inutile; ma forse che vi si troverebbe o copia minore di felicità, o più di miseria, che oggi non vi si trova? Io dimando a te, o sole, autore del giorno e preside della vigilia: nello spazio dei secoli da te distinti e consumati fin qui sorgendo e cadendo, vedesti tu alcuna volta un solo infra i viventi essere beato? Delle opere innumerabili dei mortali da te vedute finora, pensi tu che pur una ottenesse l’intento suo, che fu la soddisfazione, o durevole o transitoria, di quella creatura che la produsse? Anzi vedi tu di presente o vedesti mai la felicità dentro ai confini del mondo? in qual campo soggiorna, in qual bosco, in qual montagna, in qual valle, in qual paese abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti che le tue fiamme illustrano e scaldano? Forse si nasconde dal tuo cospetto, e siede nell’imo delle spelonche, o nel profondo della terra o del mare? Qual cosa animata ne partecipa; qual pianta o che altro che tu vivifichi; qual creatura provveduta o sfornita di virtù vegetative o animali? E tu medesimo, tu che quasi un gigante instancabile, velocemente, dì e notte, senza sonno né requie, corri lo smisurato cammino che ti è prescritto; sei tu beato o infelice? Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita. Verrà tempo, che niuna forza di fuori, niuno intrinseco movimento, vi riscoterà dalla quiete del sonno; ma in quella sempre e insaziabilmente riposerete. Per ora non vi è concessa la morte: solo di tratto in tratto vi è consentita per qualche spazio di tempo una somiglianza di quella. Perocché la vita non si potrebbe conservare se ella non fosse interrotta frequentemente. Troppo lungo difetto di questo sonno breve e caduco, è male per se mortifero, e cagione di sonno eterno. Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte. Pare che l’essere delle cose abbia per suo proprio ed unico obbietto il morire. Non potendo morire quel che non era, perciò dal nulla scaturirono le cose che sono. Certo l’ultima causa dell’essere non è la felicità; perocché niuna cosa è felice. Vero è che le creature animate si propongono questo fine in ciascuna opera loro; ma da niuna l’ottengono: e in tutta la loro vita, ingegnandosi, adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro, e non si affaticano, se non per giungere a questo solo intento della natura, che è la morte. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Operette morali di Giacomo Leopardi
Testimoni, essaminatori della nolana sufficienza. At, me hercle, perché avete detto, Teofilo, che il numero binario è misterioso? Perché due sono le prime coordinazioni, come dice Pitagora, finito ed infinito, curvo e retto, destro e sinistro, e va discorrendo. Due sono le spezie di numeri, pare ed ìmpare, de’ quali l’una è maschio, l’altra è femina. Doi sono gli Cupidi, superiore e divino, inferiore e volgare. Doi sono gli atti della vita, cognizione ed affetto. Doi sono gli oggetti di quelli, il vero ed il bene. Due sono le specie di moti: retto, con il quale i corpi tendeno alla conservazione, e circulare, col quale si conservano. Doi son gli principii essenziali de le cose, la materia e la forma. Due le specifiche differenze della  sustanza,  raro  e  denso,  semplice  e  misto.  Doi  primi  contrarii  ed attivi principii, il caldo e il freddo. Doi primi parenti de le cose naturali, il sole e la terra. Conforme al proposito di que’ prefati doi, farò un’altra scala del binario. Le bestie entrorno ne l’arca, a due a due; ne uscirono ancora a due a due. Doi sono i corifei di segni celesti: Aries e Taurus. Due sono le specie di nolite fieri: cavallo e mulo. Doi son gli animali ad imagine e similitudine de l’uomo: la scimia in terra, e ‘l barbagianni in cielo. Due sono le false ed onorate reliquie di Firenze in questa patria: i denti di Sassetto e la barba di Pietruccio. Doi sono gli animali, che disse il profeta aver più intelletto, ch’il popolo d’Israele: il bove perché conosce il suo possessore, e l’asino perché sa trovar il  presepio  del  padrone.  Doi  furono  le  misteriose  cavalcature  del  nostro redentore, che significano il suo antico credente ebreo ed il novello gentile: l’asina e il pullo. Doi sono da questi li nomi derivativi, ch’han formate le dizioni titulari al secretario d’Augusto: Asinio e Pullione. Doi sono i geni degli  asini:  domestico  e  salvatico.  Doi  i  lor  più  ordinarii  colori:biggio  e morello. Due sono le piramidi, nelle qualidenno esser scritti e dedicati all’eternità i nomi di questi doi ed altri simili dottori: la destra orecchia del caval di Sileno, e la sinistra de l’antagonista del dio degli orti. Optimae indolis ingenium, enumeratio minime contemnenda! Io mi glorio, messer Prudenzio mio, perché voi approvate il mio discorso, che sete più prudente che l’istessa prudenzia, perciò che sete la prudentia masculini generis. Neque id sine lepore et gratia. Orsù, isthaec mittamus encomia. Sedeamus, quia, ut ait Peripateticorum princeps, sedendo et quiescendo sapimus; e cossì, insino al tramontar del sole, protelaremo il nostro tetralogo circa il successo del colloquio del Nolano col dottor Torquato e il dottor Nundinio. Vorrei sapere quel che volete intendere per quel tretalogo.
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
quadro. Ma s’ella non resta così pulita, intagliandosi poi in tai cornici, fregi, fogliami, uovoli, fusaruoli, dentelli, guscie et altre sorti d’intagli, in que’ membri che sono eletti a intagliarsi da chi le fa, ella si chiama opra di quadro intagliata o vero lavoro d’intaglio. Di questa sorte opra di quadro e d’intaglio se ne fanno tutte le sorti ordini: rustico, dorico, ionico, corinto e composto, e così se ne fece al tempo de’ Gotti il lavoro tedesco; e non si può lavorare nessuna sorte d’ornamenti, che prima non si lavori di quadro e poi d’intaglio, così pietre mischie e marmi e d’ogni sorte pietra, così come ancora di mattoni, per avervi a incrostar su opra di stucco intagliata, similmente di legno di noce e d’albero e d’ogni sorte legno. Ma perché molti non sanno conoscere le differenze che sono da ordine a ordine, ragioneremo distintamente nel capitolo che segue di ciascuna maniera o modo più brevemente che noi potremo. Capitolo 3 De’ cinque ordini d’architettura: rustico, dorico, ionico, corinto, composto, e del lavoro tedesco. Il lavoro chiamato rustico è più nano di tutti gli altri e di più grossezza che tutti gli altri, per essere il principio e fondamento di tutti gli altri ordini; e si fa nelle modanature delle cornici più semplici, così ne’ capitelli o base et in ogni suo membro. I suoi zoccoli o piedistalli che gli vogliam chiamare, dove posano le colonne, sono quadri di proporzione, con l’avere da piè la sua fascia soda e così un’altra di sopra, che lo ricinga in cambio di cornice. L’altezza della sua colonna si fa di sei teste, a imitazione di persone nane et atte a regger peso; e di questa sorte se ne vede in Toscana molte logge pulite et alla rustica, con bozze e nicchie fra le colonne e senza, e così molti portichi che gli costumarono gli antichi nelle lor ville; et in Campagna se ne vede ancora molte sepolture, come a Tigoli, et a Pozzuolo. Servironsi di questo ordine gli antichi per porte, finestre, ponti, acquidotti, erarii da conservar tesori, castelli, torri e rocche da conservar munizione, artiglieria, e porti di mare, prigioni e fortezze, dove si fa cantonate a punte di diamanti et a più facce bellissime. E di questa opera n’è molto per le ville de’ Fiorentini, portoni, entrate e case e palazzi dove e’ villeggiono; che non solo recano bellezza et ornamento infinito a quel contado, ma utilità e comodo grandissimo a i cittadini. Ma molto più è dotata la città di fabriche stupendissime fatte di bozze, come Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
stucco più pulite e lisce, nelle quali mescolano l’uno e l’altro; e quando quello è fresco, mette fra esso, per fregi e spartimenti, gongole, telline, chiocciole maritime, tartarughe e nicchi grandi e piccoli, chi a ritto e chi a rovescio. E di questi se ne fanno vasi e festoni che tali telline figurano le foglie, et altre chiocciole et i nicchi fanno le frutte, et a scorze di testuggine d’acqua vi si pone. Così si fa ancora di diversi colori un musaico rustico, che alle fornaci de’ vetri le padelle talora scoppiano; et a quelle dove si cuocono i mattoni e ch’addosso alle pietre et altre colature fanno varii colori invetriati, bianchi, neri, verdicci, rossi, secondo la violenzia del fuoco; e quelli si murano e con istucchi si fermano, e si fa nascere tra essi coralli et altri ceppi maritimi, i quali recano in sé grazia e bellezza grandissima. Così si fanno animali e figure, le quali si cuoprono di smalti in varii pezzi posti alla grossa, e con le nicchie sudette, le quali sono bizzarra cosa a vederle. E di questa specie n’è a Roma fatte moderne di molte fontane, le quali hanno desto l’animo d’infiniti a essere per tal diletto vaghi di tal lavoro. E lo stucco con che si mura e lavora, è il medesimo che inanzi abbiamo ragionato, e per la presa fatta con essa rimangono murate. A queste tali fontane di frombole, ciò è sassi di fiumi tondi e stiacciati, si fanno pavimenti murando quelli per coltello et a onde, a uso d’acque, che fanno benissimo. Altri fanno alle più gentili pavimenti di terra cotta a mattoncini con varii spartimenti et invetriati a fuoco, come in vasi di terra dipinti di varii colori e con fregi e fogliami dipinti; e questa sorte di pavimenti più convengono alle stufe et a’ bagni che alle fonti. Capitolo 6 Del modo di fare i pavimenti di commesso. Tutte  le  cose  che  truovar  si  poterono,  gli  antichi,  ancora  che  con difficultà in ogni genere o le ritrovarono o di ritrovarle cercarono, quelle dico, ch’alla vista degli uomini vaghezza e varietà indurre potessero, acciò che i posteri scorgessero l’altezza dell’ingegno loro. Trovarono fra l’altre cose belle i pavimenti di pietre ispartiti con varii misti di porfidi, serpentini e graniti, con tondi e quadri et altri spartimenti, onde s’imaginarono che fare si potessero fregi, fogliami et altri andari di disegni e figure. Onde per poter meglio ricevere l’opera tal lavoro, tritavano i marmi, acciò che essendo quegli minori, potessero per lo campo e piano con essi rigirare in tondo e diritto et a Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 23 Q Giorgio Vasari   Le Vite   Introduzione torto, secondo che veniva lor meglio; e dal commettere insieme questi pezzi lo dimandarono musaico, e ne i pavimenti di molte loro fabriche se ne servirono; come ancora veggiamo all’Antoniana di Roma et in altri luoghi, dove si vede il musaico lavorato con quadretti di marmo piccioli, conducendo fogliami, maschere et altre bizzarrie, e con quadri di marmo bianchi et altri quadretti di marmo nero fecero il campo di quegli. Questi si lavoravano in tal modo: facevasi sotto un piano di stucco fresco di calce e di marmo, tanto grosso che bastasse per tenere in sé i pezzi commessi fermamente sin che fatto presa si potessero spianar di sopra; perché facevano nel seccarsi una presa mirabile et uno smalto maraviglioso, che né l’uso del caminare né l’acqua non gli offendeva. Onde essendo questa opera in grandissima considerazione venuta, gl’ingegni loro si misero a speculare più alto, sendo facile a una invenzione trovata aggiugner sempre qualcosa di bontà. Perché fecero poi i musaici di marmi più fini; e per bagni e per stufe i pavimenti di quelli, e con più sottile magistero e diligenza quei lavoravano sottilissimamente, facendoci pesci variati et imitando la pittura con varie sorti di colori atti a ciò con più specie di marmi, mescolando fra quegli alcuni pezzi triti di quadretti di musaico di ossa di pesce ch’hanno la pelle lustra. E così vivamente gli facevano, che nel mettervi l’acqua di sopra, velando quegli, pur che chiara fosse, parevano vivissimi ne i pavimenti, come se ne vede in Parione in Roma in casa di M Egidio e Fabio Sasso. Perché parendo loro questa una pittura da poter reggere all’acque et a i venti et al sole per l’eternità sua, e pensando che tale opra molto meglio di lontano che dappresso ritornerebbe, perché così non si scorgerebbono i pezzi che ‘l musaico dappresso fa vedere, ordinarono ornar le volte e le pareti de i muri, dove tai cose si avevano a veder di lontano. E perché lustrassero e da gli umidi et acque si difendessero, pensarono tal cosa doversi fare di vetri, e così gli misero in opra; e facendo ciò bellissimo vedere, ne ornarono i templi loro et altri luoghi; come veggiamo oggi ancora a Roma il Tempio di Bacco et altri. Talché da quegli di marmo derivano questi che si chiamano oggi musaico di vetri. E da quel di vetri s’è passato al musaico di gusci d’uovo, e da questi al musaico del far le figure e le storie di chiaro scuro pur di commessi, che paiono dipinte, come tratteremo al suo luogo nella pittura
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
errori che sono nelle statue, che per la voglia ch’ha l’artefice del vedere le figure tonde fuori del sasso a un tratto, spesso si gli scuopre un errore che non può rimediarvi se non vi si mettono pezzi commessi, come abbiamo visto  costumare  a  molti  artefici  moderni.  Il  quale  rattoppamento  è  da ciabattini e non da uomini eccellenti o maestri rari; et è cosa vilissima e brutta e di grandissimo biasimo. Sogliono gli scultori, nel fare le statue di marmo, nel principio loro abozzare le figure con le subbie, che sono una specie di ferri da loro così nominati, i quali sono apuntati e grossi, et andare levando e subbiando grossamente il loro sasso; e poi con altri ferri detti calcagnuoli,  ch’hanno  una  tacca  in  mezzo  e  sono  corti,  andare  quella ritondando  perfino  ch’eglino  venghino  a  un  ferro  piano  più  sottile  del calcagnuolo, che ha due tacche et è chiamato gradina. Co ‘l quale vanno per tutto con gentilezza gradinando la figura con la proporzione de’ muscoli e delle pieghe, e la tratteggiano di maniera per la virtù delle tacche o denti predetti, che la pietra mostra grazia mirabile. Questo fatto si va levando le gradinature con un ferro pulito. E per dare perfezzione alla figura, volendole aggiugnere dolcezza, morbidezza e fine, si va con lime torte levando le gradine; il simile si fa con altre lime sottili e scuffine diritte, limando, che resti piano; e da poi con punte di pomice si va impomiciando tutta la figura, dandole quella carnosità che si vede nelle opere maravigliose della scultura. Adoperasi ancora il gesso di Tripoli, acciò ch’ell’abbia lustro e pulimento; similmente con paglia di grano faccendo struffoli si stropiccia, talché finite e lustrate si rendono a gl’occhi nostri. Capitolo 10 De’ bassi e de’ mezzi rilievi, la difficultà del fargli et in che consista il condurgli a perfezzione. Quelle figure che gli scultori chiamano mezzi rilievi furono trovate già da gli antichi per fare istorie da adornare le mura piane; e se ne servirono ne’ teatri e negli archi per le vittorie, perché volendole fare tutte tonde, non le potevano situare se non facevano prima una stanza o vero una piazza che fusse piana. Il che volendo sfuggire, trovarono una specie che mezzo rilievo nominarono, et è da noi così chiamato ancora; il quale a similitudine d’una pittura dimostra prima l’intero delle figure principali, o mezze tonde o più come sono, e le seconde occupate dalle prime e le terze dalle seconde, in Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
l’antichità sua incerta, vegnamo alle cose più chiare della loro perfezzione e rovina e restaurazione e per dir meglio rinascita, delle quali con molti miglior fondamenti potreno ragionare. Dico adunque che egli è ben vero, che elle cominciorno in Roma tardi, se le prime figure furono però, come si dice, il simulacro di Cerere fatto di metallo, de’ beni di Spurio Cassio, il quale, perché macchinava di farsi re, fu morto dal proprio padre senza respetto alcuno, e continovarono l’arti della scultura e della pittura sino a la consumazione de’ XII Cesari. Ma la fortuna quando ella ha condotto altri a ‘l sommo della ruota, o per ischerzo o per pentimento il più delle volte lo torna in fondo. Per il che, sollevatesi in diversi luoghi del mondo quasi tutte le nazioni barbare contra i Romani, ne seguì fra non molto tempo non solamente lo abbassamento di così mirabile imperio, ma la rovina del tutto e massimamente di Roma stessa, con la quale rovinarono parimente gli eccellentissimi artefici, scultori, pittori et architetti, lasciando l’arti e loro medesimi sotterrare e sommerse fra le miserabili stragi e rovine di quella famosissima città. Ma prima andarono in mala parte la pittura e la scoltura come arti che più per diletto che per altro servivano, benché l’altra, ciò è l’architettura, come necessaria et utile alla salute del corpo, di continuo ma non troppo bene si essercitasse. E se non fusse stato che le sculture e le pitture rappresentavano inanzi a gli occhi di chi nasceva di mano in mano coloro ch’erano onorati per darsi loro perpetua vita, se ne sarebbe tosto spento la memoria dell’une e dell’altre. Là dove la conservarono per le imagine e per le inscrizzioni poste nell’architetture private, nelle publiche, ciò è negli anfiteatri, ne’ teatri, nelle terme, negli acquedotti, ne’ tempii, negli obelisci, ne’ collossi, nelle piramidi, negli archi, nelle conserve e negli erarii, e finalmente nelle sepulture medesime; delle quali furono distrutte una gran parte da gente barbara et efferata, che altro non avevano d’uomo che l’effigie e ‘l nome. Questi fra gli altri furono i Visigoti, i quali avendo creato Alarico loro Re, assalirono l’Italia e Roma, e la saccheggiorno due volte senza rispetto di cosa alcuna. Il medesimo fecero i Vandali venuti d’Affrica con Genserico loro Re; il quale, non contento a la roba e prede e crudeltà che vi fece, ne menò in servitù le persone con loro grandissima miseria, e con esse Eudossia, moglie stata di Valentiniano Imperatore, stato amazzato poco avanti da i suoi soldati medesimi. I quali, degenerati in grandissima parte da ‘l valore antico romano, per esserne andati gran tempo innanzi tutti i migliori in Bisanzio con Gostantino Imperatore, non avevano
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
ch’e’ sia una proprietà et una particulare natura di queste arti, le quali da uno umile  principio  vadino  appoco  appoco  migliorando,  e  finalmente pervenghino a ‘l colmo della perfezzione. E questo me lo fa credere il vedere essere intervenuto quasi questo medesimo in altre facultà; che, per essere fra tutte le arti liberali un certo che di parentado, è non piccolo argumento che e’ sia vero. Ma nella pittura e scultura in altri tempi debbe essere accaduto questo tanto simile che, se e’ si scambiassino insieme i nomi, sarebbono appunto i medesimi casi. Imperò che e’ si vede (se e’ si ha a dar fede a coloro che furono vicini a que’ tempi e potettono vedere e giudicare de le fatiche de gli antichi) le statue di Canaco esser molto dure e senza vivacità o moto alcuno, e però assai lontane dal vero, e di quelle di Calamide si dice il medesimo, benché fussero alquanto più dolci che le predette. Venne poi Mirone, che non imitò affatto affatto la verità della natura, ma dette alle sue opere tanta proporzione e grazia che elle si potevono ragionevolmente chiamar belle. Successe nel terzo grado Policleto e gli altri tanto celebrati, i quali, come si dice e credere si debbe, interamente le fecero perfette. Questo medesimo progresso dovette accadere nelle pitture ancora, perché e’ si dice, e verisimilmente si ha a pensare che fussi così nell’opere di quelli che con un solo colore dipinsero, e però furon chiamati monocromati, non essere stata una gran perfezzione. Di poi nelle opere di Zeusi e di Polignoto e di Timante, o degli altri che solo ne messono in opera quatro, si lauda in tutto i lineamenti, et i dintorni e le forme, e senza dubbio vi si doveva pure desiderare qualcosa. Ma poi in Ethione, Nicomaco, Protogene et Apelle, è ogni cosa perfetta e bellissima, e non si può imaginar meglio, avendo essi dipinto non solo le forme e gli atti de’ corpi eccellentissimamente, ma ancora gli affetti e le passioni dell’animo. Ma lasciando ire questi, che bisogna referirsene ad altri, e molte volte non convengano i giudizii e, che è peggio, n tempi, ancora che io in ciò seguiti i migliori autori, vegniamo a’ tempi nostri, dove abbiamo l’occhio, assai miglior guida e giudice che non è l’orecchio. Non si vede egli chiaro quanto miglioramento et acquisto fece, per cominciarsi da un capo l’architettura da Buschetto Greco ad Arnolfo Tedesco et a Giotto? Vegghinsi le fabriche di que’ tempi, i pilastri, le colonne, le base, i capitegli e tutte le cornici con i membri difformi, come n’è in Fiorenza in Santa Maria del Fiore, e nella incrostatura di fuori di San Giovanni, a San Miniato al Monte, nel Vescovado di Fiesole, al Duomo di Milano, a San Vitale di Ravenna, a Santa Maria Maggiore di Roma et al Duomo vecchio fuore d’Arezzo, dove, ecettuato quel poco di buono rimasto de’ frammenti antichi, non vi è cosa che abbia ordine o fattezza buona. Ma quelli certo la Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
tonde che la mettano in mezzo, l’una fu San Gregorio Papa, e l’altra San Donato Vescovo protettore di quella città, con buona grazia e con buona maniera. In pieve, alla cappella di San Biagio, fece di terra una figura bellissima di detto santo. Et a Santo Antonio nella medesima città fece un tabernacolo con Santo Antonio di terra tondo, et un altro a sedere sopra la porta dello spedale di detto luogo. Ritornò a Fiorenza e sopra la statua del San Matteo di bronzo a San Michele in Orto, fece alcune figurette di marmo nella nicchia di sopra, che sono cosa lodatissima, e che gli dette allora tanto credito e nome che, avendosi ad allogar le porte di San Giovanni di bronzo, e’ fu eletto fra que’ maestri, che in tale opra furono concorrenti. Ma rimanendo a dietro in tale opra se ne partì et, a Milano trasferitosi, nel Duomo fece di marmi alcune cose bellissime. Essendo poi divenuto vecchio, volsero gli Aretini fare allogazione de la sepoltura di Guido Pietramalesco Signore e Vescovo loro, già morto, e per Niccolò mandarono. Perché da Milano a Bologna condottosi, quivi morì in pochi giorni, et essi de la sepoltura fecero allogazione a maestro Agostino et ad Agnolo sanesi, i quali la finirono e posero nel vescovado alla cappella del Corpus Domini, la quale sepoltura, per le guerre e per vendette fatte contra quel vescovo, si truova oggi rotta in più pezzi. Visse Niccolò anni LXVI e furono l’opere sue nel MCCCCXIX. Et ebbe dopo morto questo epitaffio:
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Miniato in Monte fuor di Fiorenza un chiostro, di verde terra e parte colorito con la vita de’ Santi Padri; et in quegli non osservò molta unione di far d’un solo colore, come si debbono fare le storie, delle quali fece i campi azzurri, le città di color rosso, e gli edifici mescolò secondo che gli parve, perché le cose che si contrafanno di pietra non possono né debbono essere tinte d’altro colore. Dicesi che, mentre Paulo lavorava questa opra, uno abbate ch’era allora in quel luogo gli faceva mangiar molto formaggio. Per il che essendogli venuto a noia, deliberò Paulo, come timido ch’egli era, di non venire a l’opera per lavorarci più. Laonde, fatto cercare dallo abbate, quando sentiva domandarsi da’ frati, non voleva mai essere in casa; e se per avventura alcune coppie di quello ordine scontrava per Fiorenza, si dava a correre quanto più poteva da essi fuggendo. Per il che due di loro più curiosi e più giovani di lui, lo raggiunsero un giorno e gli domandarono per qual cagione egli non tornava a finire l’opra a ‘l monistero e perché, veggendo frati, si fuggisse da quegli; Paulo rispose loro: “Voi m’avete ruinato, che non solo fuggo da voi, ma non posso ancora praticare né passare dove siano legnaiuoli; e di tutto è stato cagione la poca discrezione dello abate vostro il quale, fra torte e minestre, mi ha fatto mettere in corpo tanto formaggio, che io ho paura grandissima, essendo già tutto cacio, di non esser messo in opra per mastice. E se più oltre continuassi, non sarei più forse Paulo, ma Cacio”. I frati si partirono da lui con risa grandissime, e conferito ogni cosa allo abate, per farlo tornare a ‘l lavoro, gli ordinarono altra vita che di formaggio. Dipinse nel Carmine alla cappella di San Girolamo, il dossale del San Cosimo e Damiano, et in casa de’ Medici su le tele alcune bellissime istorie di cavagli e di altri animali. Poi gli fu fatto allogazione, nel chiostro di Santa Maria Novella, d’alcune storie; le prime delle quali, quando s’entra di chiesa nel chiostro, sono la Creazion de gli animali, con vario et infinito numero di quegli, acquatici e terrestri e volatili; dove egli, che era capricciosissimo e si dilettava grandemente di far bene gli animali, mostrò in certi lioni che si voglion mordere, quanto sia di superbo in quelli, et in alcuni cervi e danii, la velocità et il timore; oltra che vivi sono gli uccelli et i pesci con le squame vivissimi. Fece la Creazione dell’uomo e della femmina, e ‘l peccato loro, opera con bella maniera affaticata e ben condotta. Et in questa opera si dilettò far gli alberi di colore, i quali allora non era costume di fare molto bene; così ne’ paesi egli fu ‘l primo che guadagnasse nome fra i vecchi moderni di lavorare, e quegli ben condurre. Sotto queste due storie di mano d’altri, più
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
si conosce ancora Cristo nella sua divinità, col tenere la testa alta e le braccia aperte, in mezzo d’Elia e di Mosè. Et allato a questa è la Resurressione del morto Lazzaro, il qual uscito de ‘l sepolcro legato i piedi e le mani, sta ritto con maraviglia de’ circunstanti; èvvi Marta e Maria Magdalena che bacia i piedi del Signore con umiltà e reverenzia grandissima. Seguita allato a questa, ne l’altra parte della porta, quando Egli va in su l’asino in Gierusalem, dove i figliuoli de gli Ebrei che con varie attitudini gettano le veste per terra e gli ulivi e le palme, oltra a gli Apostoli che seguitano il Salvatore. Et allato a questa è la Cena de gli Apostoli, bellissima e bene spartita, fingendoli a una tavola lunga, mezzi dentro e mezzi fuori. Sopra la storia della Transfigurazione ricomincia la Adorazione nell’orto, dove si conosce il sonno in tre varie attitudini de gli Apostoli. Et allato a questa seguita quando Egli è preso, e che Giuda Lo bacia; dove sono molte cose da considerare, per esservi e gli Apostoli  che  fuggono,  et  i  Giudei  che  nel  pigliar  Cristo  fanno  atti  e  forze gagliardissime. Et è nell’altra parte allato a questa quando Egli è legato alla colonna; dove è la figura di Giesù Cristo che nel duolo delle battiture si storce alquanto, con una attitudine compassionevole, oltra che si vede in que’ Giudei che lo flagellano una rabbia e vendetta molto terribile per i gesti che fanno. Seguita allato a questa quando lo menano a Pilato, e che e’ si lava le mani e lo sentenzia a la croce. Sopra l’Adorazione dell’orto, ne l’altra banda, l’ultima fila delle storie comincia dove È porta la croce e va a la morte, menato da una furia di soldati, i quali con le attitudini, in modo par che Lo tirono per forza; oltra il dolore e pianto che fanno co’ gesti quelle Marie, che non le vide meglio chi fu presente. Allato a questo fece Cristo crocifisso, et in terra a sedere con atti dolenti e pien di sdegno la Nostra Donna e San Giovanni  Vangelista.  Seguita,  allato  a  questa  nell’altra  parte,  la  sua Resurressione; ove, addormentate le guardie dal tuono, stanno come morti, mentre Cristo va in alto con una attitudine che ben pare glorificato nella perfezzione delle belle membra, fatto dalla ingegnosissima industria di Lorenzo. Nell’ultimo vano è la venuta dello Spirito Santo, dove sono attenzioni et attitudini dolcissime in coloro che lo ricevono. E fu condotto questo lavoro a quella fine e perfezzione senza rispiarmo di fatiche e di tempo che può darsi a opera di metallo, considerando che le membra de gli ignudi hanno tutte le parti bellissime, et i panni, ancora che tenessino un poco dello andare vecchio di verso Giotto, vi è dentro un tutto che va in verso la maniera de’ moderni, e si reca in quella grandezza di figure una certa grazia molto
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
intelligenzia e gran pratica in queste cose, e con fede da intera persona diede sempre  onoratamente  saggio  di  sé.  Tolse  costui  per  donna  una  giovane costumatissima, de la nobil famiglia delli Spini, de la quale per parte della dote ebbe in pagamento una casa, dove egli et i suoi figliuoli abitarono fino a la morte. La quale casa posta dirimpetto a San Michele Berteldi per fianco, in un biscanto, passato la piazza degli Agli. Ora, mentre che egli si esercitava così e vivevasi lietamente, gli nacque l’anno MCCCLXXVII, un figliuolo al quale pose nome Filippo, per il padre suo già morto, della qual nascita fece quella allegrezza che maggior poteva. Laonde con ogni accuratezza gl’insegnò nella sua puerizia i primi principii delle lettere, nelle quali si mostrava tanto ingegnoso e di spirito elevato, che teneva spesso sospeso il cervello, quasi che in quelle non curasse venir molto perfetto. Anzi pareva che egli andasse co ‘l pensiero a cose di maggior utilità, per il che Ser Brunellesco, che desiderava che egli facesse il mestier suo del notaio o quel del tritavolo, ne prese dispiacere grandissimo. Pure, veggendolo continovamente esser dietro a cose ingegnose d’arte di mano, gli fece imparare l’abbaco e scrivere, e di poi lo pose all’arte dell’orefice, acciò imparasse a disegnare con uno amico suo. E fu questo con molta satisfazione di Filippo, il quale cominciato a imparare e mettere in opera le cose di quella arte, non passò molti anni che egli legava le pietre fini meglio che artefice vecchio di quel mestiero. Esercitò il niello et il lavorare grosserie, come alcune figure d’argento che erano nello altare di Santo Iacopo di Pistoia tenute bellissime, fatte da lui all’opera di quella città; et opere di bassi rilievi, dove mostrò intendersi tanto di quel mestiero, che era forza che ‘l suo ingegno passasse i termini di quella arte. Laonde, avendo preso pratica con certe persone studiose, cominciò a entrarli fantasia nelle cose de’ tempi e de’ moti, de’ pesi e delle ruote, come si posson far girare e da che si muovono, e così lavorò di sua mano alcuni oriuoli bonissimi e bellissimi. Né fu contento a questo che nell’animo se li destò una voglia della scultura; e tutto venne che, essendo Donatello giovane tenuto valente in quella et in espettazione grande, cominciò Filippo a praticare seco del continuo et insieme per le virtù l’un dell’altro si posono tanto amore, che l’uno non pareva che sapesse vivere senza l’altro. Laonde Filippo, che era capacissimo di più cose, dava opera a molte professioni, né molto si esercitò in quelle che egli fu tenuto fra le persone intendenti bonissimo architetto, come mostrò in molte cose che servirono per acconcimi di case; come al canto di Ciai verso Mercato Vecchio, la casa di Apollonio Lapi suo parente che in quella 199 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
sarà autore di tal cosa. Ma che posso io in questo caso giovarvi, non essendo mia l’opera? Bene vi dico che se ella toccasse a me, risolutissimamente mi basterebbe l’animo di trovare il modo che ella si volterebbe, senza tante difficultà. Né ci ho pensato su ancor niente, e volete che io vi dica il modo? Ma quando pure le S V delibereranno che ella si volti sarete forzati, non solo a fare esperimento di me che non penso bastare a consigliare sì gran cosa, ma a spendere et ordinare che fra uno anno di tempo, a un dì determinato, venghino in Fiorenza architettori, non solo Toscani et Italiani, ma  odeschi e Franzesi e d’ogni nazione, e proporre loro questo lavoro, ch’e’ T disputato e risoluto fra tanti maestri, si cominci e si dia a colui che più dirittamente darà nel segno, o arà miglior modo e giudizio per fare tale opera. Né vi saperrei dare io altro consiglio, né migliore ordine di questo”. Piacque a i Consoli et a gli operai l’ordine et il consiglio di Filippo, ma arebbono voluto che in questo mentre egli avessi fatto un modello, e che ci avesse pensato su. Et egli mostrava di non curarsene, anzi, preso licenzia da loro, disse esser sollecitato con lettere, et era necessario che egli tornassi a Roma. Avvedutosi dunque i Consoli che i prieghi loro e degli operai non erano bastanti a fermarlo, lo feciono pregare da molti amici suoi e, non si piegando, una mattina che fu addì XXVI di maggio MCCCCXVII, gli fecero gli operai uno stanziamento di una mancia di danari, i quali si truovano a uscita a Filippo, ne’ libri dell’opera, e tutto era per agevolarlo. Ma egli, saldo nel suo proposito, partitosi pure di Fiorenza, se ne tornò a Roma, nella quale fece molte strette esamine, e sopra tal lavoro di continuo studiò, ordinando e preparandosi per il fine di tale opera, pensando, come era certamente, che altro che egli non potesse condurre tale opera. Et il consiglio dato, del condurre nuovi architettori, non l’aveva Filippo messo inanzi per altro, se non perché eglino fussino testimoni del grandissimo ingegno suo, più che perché e’ pensasse che eglino avessino ad aver ordine di voltar quella tribuna e di pigliare tal carico che era troppo difficile. E così si consumò molto tempo, inanzi che fussino venuti quegli architetti de’ lor paesi, che eglino avevano di lontano fatti chiamare, con ordine dato a’ mercanti fiorentini che dimoravano in Francia, nella Magna, in Inghilterra et in Ispagna; i quali avevano commissione di spendere ogni somma di danari, per mandare et ottenere da que’ principi, i più esperimentati e valenti ingegni che fussero in quelle regioni. Venne l’anno MCCCCXX, che furono ragunati in Fiorenza tutti questi maestri oltramontani, e così quelli della Toscana e tutti gli ingegnosi artefici di disegno fiorentini, e così Filippo tornò da Roma. Ragunaronsi dunque Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 206 Q Giorgio Vasari   Le Vite   Parte seconda tutti nella opera di Santa Maria del Fiore, presenti i Consoli e gli operai, insieme con una scelta di cittadini i più ingegnosi, che udissino sopra questo caso l’animo di ciascuno, e si dovessi risolvere il modo di voltare questa tribuna, cominciarono a chiamarli nella udienza et udirono a uno a uno l’animo che avevano, e l’ordine che ogni architetto sopra di ciò aveva pensato. E fu cosa bella il sentir le strane e diverse opinioni sopra di tal materia, percioché chi diceva di far pilastri murati da ‘l piano della terra, per volgervi su gli archi, e tenere le travate per reggere il peso; altri voltarla di spugne, acciò fussi più leggieri il peso: e molti si accordavano fare un pilastro in mezzo e condurla a padiglione, come quella di Santo Giovanni di Fiorenza. E ci fu uno chi propose empierla di terra e mescolare quattrini fra essa, acciò che volta, dessino licenzia che chi voleva di quel terreno potessi andare per esso, e così in un subito il popolo lo portassi via senza spesa. Solo Filippo disse che si poteva voltarla senza tanti legni e senza pilastri o terra, con assai minore spesa di tanti archi e facilissimamente senza armadura. Parve a’ Consoli, che stavano ad aspettare qualche bel modo, et agli operai et a tutti que’ cittadini, che Filippo avessi detto una cosa da sciocchi, e se ne feciono beffe ridendosi di lui, e si volsono, e li dissono che ragionassi d’altro, che quello era un modo da pazzi, come era egli. Del che, parendo a Filippo di essere offeso, disse: “Signori, considerate che non è possibile volgerla in altra maniera che in questa; et ancora che voi vi ridiate di me, conoscerete (se non volete essere ostinati) non doversi né potersi fare in altro modo. Et è necessario, chi la vorrà condurre nel modo ch’io ho pensato, ella si giri col sesto di quarto acuto, e facciasi doppia, l’una volta di dentro e l’altra di fuori, in modo che fra l’una e l’altra si cammini. Et in su le cantonate de gli angoli delle otto facce con le morse di pietra, s’incateni la fabbrica per la grossezza, e similmente, con catene di legnami di quercia si giri per le facce di quella. Et è necessario pensare a’ lumi, alle scale et a i condotti, dove l’acque nel piovere possino uscire. E nessuno di voi ha pensato che bisogna avvertire che si possa fare i ponti di dentro per fare i musaici et una infinità di cose difficili, ma io, che la veggo volta, conosco che non ci è altro modo né altra via da potere volgerla che questa ch’io ragiono”. E riscaldato nel dire, tanto quanto e’ cercava facilitare il concetto suo, ché eglino lo credessino, veniva proponendo più dubbii, che gli faceva meno credere e tenerlo una bestia et una cicala. Laonde, licenziatolo parecchi volte et alla fine non volendo partire, fu portato di peso da i donzelli loro fuori dell’audienza, tenendolo del tutto pazzo. Il quale scorno fu cagione che Filippo ebbe a dire poi che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
do a Fiorenza, e da Siena passando, tolse a fare una porta di bronzo per il batisteo di S. Giovanni, et avendo fatto il modello di legno e le forme di cera quasi tutte finite, et a buon termine con la cappa condottele per gittarle, vi capitò Bernardetto di Mona Papera orafo fiorentino, amico e domestico suo, il quale tornava da Roma, et era persona molto intendente e di bonissimo ingegno in tale arte. Costui, poco amico de’ Sanesi, vedendo preparata così bella opera ad onore di quella città, commosso da invidia e malignità, cominciò con molte ragioni a persuadere a Donato che non solamente e’ non dovesse finire tale opera, ma guastare ancora e spezzare tutto quello che egli aveva fatto. E non restando giorno né notte da questa empia persuasione, lo condusse pur finalmente, dopo una lunghissima resistenzia, a macchiare la chiarissima  bontà  sua  con  questo  errore.  Avendoli  dunque  già  persuaso Bernardetto, che il guastare le sole fatiche sue non ancora messe in opera, non  era  uno  ingiuriare  i  Sanesi,  ma  solamente  se  stesso,  et  in  una  cosa usitatissima, essendo lecito ad ogni artefice rimutare disegno e concetti, aspettarono un giorno di festa che i garzoni erano andati a spasso, e spezzarono tutte le forme con grandissimo dolore di Donato. E subitamente messasi la via fra i piedi, se ne fuggirono a Fiorenza. I garzoni tornati, trovando spezzato e fracassato ogni cosa, e non rivedendo Donato, sentendo che e’ se ne era andato a Fiorenza, per ritrovarlo si misero in camino. Restò similmente nell’opera del Duomo di Siena un San Giovanni Battista di metallo, al quale lasciò egli imperfetto il braccio destro dal gomito in su, dicendo che non avendolo sodisfatto de lo intero pagamento, non voleva finirlo se non gli davano il doppio più di quello che aveva avuto. Di tutti questi disordini fu cagione la malignità di Bernardetto, che troppo gagliardamente operò nella semplicità di Donatello. Il quale troppo più credendo allo amico che e’ non doveva, tardi si accorse dello error suo. Lavorò nella tornata sua a Cosimo de’ Medici in San Lorenzo la sagrestia, di stucco, ciò è ne’ peducci della volta quattro tondi coi campi di prospettiva, parte dipinti e parte di bassi rilievi di storie de gli Evangelisti. Et in detto luogo fece due porticelle di bronzo di basso rilievo bellissime, con gli Apostoli, co’ martiri e co’ confessori; e sopra quelle alcune nicchie piane, dentrovi nell’una un San Lorenzo et un Santo Stefano, e nell’altra San Cosimo e Damiano. Nella crociera della chiesa lavorò di stucco quattro santi di braccia cinque l’uno, i quali praticamente sono lavorati. Ordinò ancora i pergami di bronzo, dentrovi la Passion di Cristo; cosa che ha in sé disegno, forza, invenzione et abbondanza di figure e casamenti,
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
costume in quel paese; e non avendo Lorentino il modo, lo molestavano que’ fanciulli dicendo: “Voi non avete danari, padre, come faremo a comperare il porco?” Lorentino rispondeva: “Qualche santo ci aiuterà”. Perché lo replicò più volte, e non comparendo il modo e passando la stagione, pur finalmente venne un contadino da la Pieve a Quarto, che aveva a sodisfare un boto, di far dipignere la imagine di San Martino, ma non aveva altro che un porco il quale valeva cinque lire. Trovò Lorentino e gli disse che aveva a far questa opra, e che altro assegnamento non aveva che ‘l porco; perché convenutisi, gli fece il lavoro et egli a casa il porco ne menò, dicendo a’ figliuoli che San Martino lo aveva aiutato. Fu suo discepolo un Piero da Castel della Pieve, che fece al Borgo uno arco sopra Santo Agostino, e dipinse in Arezzo nelle monache si Santa Caterina un Santo Urbano Papa, oggi ito per terra per rifar la chiesa. Similmente fu suo creato Luca Signorelli da Cortona, il quale grandissimo onore più de gli altri gli fece. Furono le pitture di Maestro Pietro Borghese l’anno MCCCCLVIII. Dicesi che per un male di cattarro che gli venne di età d’anni LX accecò, e fino a gli anni LXXXVI sempre orbo visse. Lasciò Pietro nel Borgo bonissime facultà e case ch’egli aveva edificate, le quali per le parti furono arse e distrutte l’anno MDXXXVI. La morte sua dolse molto a’ suoi cittadini, che onoratamente lo sepelirono nella pieve, oggi vescovado di quella città; e meritò titolo da gli artefici de ‘l miglior geometra che si trovasse ne’ tempi suoi, per il che forse hanno le sue prospettive più moderna maniera e disegno e grazia migliori de l’altre. Costui fu investigatore di molti modi brevi, e redusse a facilità quasi tutte le difficultà delle cose geometriche; come apertamente si può vedere per i libri delle sue compozioni, conservati la maggior parte nella libreria del II Federigo Duca di Urbino; i quali oltra la fama della pittura hanno arrecato a Pietro nome immortale. Per il che non è poi mancato chi lo abbia onorato di questi versi:
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
sua patria con grandissimo nome e fama. Fece egli adunque tutte le istorie di bronzo che sono nel coro del Santo da la banda di fuori; et infiniti credono le invenzioni esser venute da Donato, come è la istoria quando Sansone, abbracciata la colonna, rovina il tempio de’ Filistei, dove si vede con ordine venir giù i pezzi delle ruine e la morte di tanto popolo, et inoltre la diversità di tante attitudini di coloro che muoiono, chi de ‘l fatto e chi de la paura; il che maravigliosamente espresse il Vellano. E nel medesimo luogo sono alcune cere e modelli di queste cose, et alcuni candellieri di bronzo lavorati da lui con istorie, e condotti con un buon garbo; de’ quali ebbe lode infinita, conoscendosi in cotali opere uno estremo  desiderio  di  volere  arrivare  a  ‘l  segno  di  Donatello,  a  ‘l  quale nientedimanco non arrivò, per essersi posto colui troppo alto con una arte difficilissima. Fu bene stimato e pregiato assai et in Padova e per tutta la Lombardia e dalla Signoria di Vinegia; si perché non avevano avuti molto eccellenti artefici sino a ‘l suo tempo, sì ancora perché nel fondere i metalli per la lunghissima pratica, valeva un mondo. Accadde, essendo egli già divenuto vecchio, che per la signoria di Vinegia fu fatto deliberazione che e’ si facesse di bronzo la statua di Bartolomeo da Bergamo a cavallo; e volsero fare allogazione de ‘l cavallo ad Andrea del Verrocchio fiorentino, e de la figura al Vellano. Laonde non sapendo questo Andrea, et avendo già finito il modello del cavallo, come intese questa nuova, ne montò in tanta collera e sì fatto sdegno, che parendoli essere altro maestro come in effetto era, ruppe le gambe et il collo al modello e, fracassatolo tutto, se ne tornò a Fiorenza. Ma richiamato dalla Signoria che gli dette tutto il lavoro, nuovamente tornò a finirlo. De la qual cosa prese il Vellano tanto dispiacere, che senza indugio alcuno, se ne tornò a Padova. E se bene e’ non fece questa, le altre opere quasi infinite che egli aveva fatte per la Lombardia, gli servirono pure a bastanza a dargli nome e reputazione. E finalmente morì di età di anni LXXXXII. Furono le esequie sue celebrate nel Santo; e quivi onoratamente riposto il corpo e mantenuta appresso la sua memoria, per degno e conveniente premio delle fatiche durate da lui per onorare et esaltare e se medesimo e la sua città, che di lui veramente può gloriarsi.
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Lasciò Guido Bolognese pittore suo creato, il quale sotto il portico di S. Piero a Bologna fece a fresco un Crocifisso, co·lladroni, cavalli, soldati, e con le Marie. E perché egli desiderava sommamente di venire stimato in quella città come il suo maestro, studiò tanto e si sottomise a tanti disagi, che e’ si morì di XXXV anni. E se e’ si fusse messo a imparar la arte da fanciullezza, come e’ vi si mise di anni XVIII, lo arebbe egli non solamente arrivato senza molta fatica, ma passatolo ancora di gran lunga. 41. I. Bellini Le cose radicate nella virtù, ancora che il fondamento sia basso e vile, sormontano sempre in altezza di mano in mano, e fino a che elle non sono arrivate in altissima sublimità, non si arrestano o posan mai; sì come chiaramente poté vedersi nel debile e basso principio della casa de’ Bellini, e nella gagliarda et alta eccellenza dove e’ salirono con la pittura. Con ciò sia che
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Davitte Ghirlandaio pittore suo fratello; i quali tutti per chi gli ha conosciuti si dicono esser veramente vivi e naturali. Nella seconda storia è la Natività della Nostra Donna fatta con una diligenzia grande; e tra le altre cose notabili che egli vi facesse, nel casamento o prospettiva, è una finestra che dà ‘l lume a quella camera, la quale inganna chi la guarda. Oltra questo, mentre Santa Anna è nel letto e certe donne la visitano, pose alcune femmine che lavano la Madonna con gran cura, e chi mette acqua, e chi fa le fascie, e chi fa un servizio e chi un altro, e mentre ognuna attende al suo, vi è una femmina che ha in collo quella puttina, e ghignando la fa ridere, con una grazia donnesca, degna veramente di un’opera simile a questa, oltre a molti altri affetti che sono in ciascuna figura. Nella terza, che è la prima sopra, è quando la Nostra Donna saglie i gradi del tempio, dove è un casamento che si allontana assai ragionevolmente da l’occhio; oltra che v’è uno ignudo che gli fu allora lodato per non se ne usar molti, ancor che e’ non vi fusse quella intera perfezzione come a quegli che si son fatti ne’ tempi nostri, per non essere eglino tanto eccellenti. Accanto a questa è lo Sposalizio di Nostra Donna, dove dimostrò la collora di coloro che si sfogano nel rompere le verghe che non fiorirono come quella di Giuseppo; la quale istoria è copiosa di figure in uno accomodato casamento. Nella quinta si veggono arrivare i Magi in Bettelem con gran numero di uomini, cavalli e dromedarii et altre cose varie; storia certamente accomodata. Et accanto a questa è la sesta, la quale è la crudele impietà fatta da Erode a gli innocenti, dove si vede una baruffa bellissima di femmine e di soldati e cavalli, che le percuotono et urtano; e nel vero, di quante storie vi si vede di suo, questa è la migliore, perché ella è condotta con giudizio, con ingegno et arte grande. Conoscevisi l’impia volontà di coloro che comandati  da  Erode,  senza  riguardare  le  madri,  uccidono  que’  poveri fanciullini; fra i quali si vede uno che ancora appiccato alla poppa, muore per le ferite ricevute nella gola da un soldato e sugge, per non dir beve, col petto non meno sangue che latte; cosa veramente di sua natura e per esser fatta nella maniera che ella è, da tornar viva la pietà dove ella fusse ben morta. E certo fu ventura di Erode che tal caso non vi fusse considerato. Èvvi ancora un soldato che ha tolto per forza un putto, e mentre correndo con quello se lo stringe in sul petto per amazzarlo, se li vede appiccata a’ capegli la madre di quello con grandissima rabbia; e facendoli fare arco della schiena, fa che si conosca in loro tre effetti bellissimi: uno è la morte del putto che si vede crepare, l’altro l’impietà del soldato che per sentirsi tirare sì stranamente,
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
senza ammirazione di molte altre figure, che pare che stiano in forse se egli è vero o no. Seguita la quinta, quando e’ predica alle turbe; nella quale storia si conosce quella attenzione che danno i popoli nello udir cose nuove; e massime nelle teste degli scribi che ascoltano Giovanni, i quali pare che con un certo modo del viso sbeffino quella legge, anzi l’abbino in odio; dove sono ritti et a sedere maschi e femmine in diverse fogge. Nella sesta si vede San Giovanni battezare Cristo; nella reverenzia del quale mostrò interamente la fede che si debbe avere a sacramento tale. E perché questo non fu senza grandissimo frutto, vi figurò molti già ignudi e scalzi, che aspettando d’essere battezzati, mostrano la fede e la voglia scolpita nel viso. Et infra gli altri vi è uno che si cava una scarpetta, che rappresenta la prontitudine istessa. Nella ultima, ciò è nello arco accanto alla volta, vi è la suntuosissima cena di Erode col ballo di Erodiana, con infinità di servi che fanno diversi aiuti in quella storia, oltra la grandezza di uno edifizio tirato in prospettiva, che mostra come nell’altre cose apertamente la virtù di Domenico insieme con le dette pitture. Condusse a tempera la tavola isolata tutta, e le altre figure che sono ne’ sei quadri; che oltre alla Nostra Donna che siede in aria col Figliuolo in collo e gli altri santi che gli sono intorno, oltra il San Lorenzo et il Santo Stefano che sono interamente vivi, vi è il San Vincenzio et il San Pietro Martire che non li manca se non la parola. Vero è che di questa tavola ne rimase imperfetta una parte, mediante la morte sua; per il che, avendo egli già tiratola tanto innanzi, che e’ non le mancava altro che il finire certe figure dalla banda di dietro dove è la Resurressione di Cristo e tre figure che sono in que’ quadri, finirono poi il tutto Benedetto e Davitte Ghirlandai suoi frategli. Questa cappella fu tenuta cosa bellissima, grande, garbata e vaga, per la vivacità de’ colori, per la pratica e pulitezza del maneggiargli nel muro e per il poco ritoccargli a secco, oltra la invenzione e collocazione delle cose. E certamente ne merita Domenico lode grandissima per ogni conto, e massime per la vivezza delle teste, le quali per essere ritratte di naturale rappresentano a chi verrà le vivissime effigie di molte persone segnalate. Fece ancora nel palazzo della Signoria, nella sala dove è il maraviglioso orologio di Lorenzo della Volpaia molte figure di santi fiorentini con bellissimi adornamenti. E tanto fu amico del lavorare e di satisfare ad ognuno, che egli aveva commesso a’ garzoni che e’ si accettasse qualunche lavoro che capitasse a bottega, se bene fussero cerchi da paniere di donne, perché non gli volendo fare essi, gli dipignerebbe da sé, acciò che nessuno si partisse scontento da la sua bottega.
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
ta. E molti anni seguitò l’arte, disegnando continovamente e faccendo di rilievo cere et altre fantasie, che in brieve tempo lo fecero tenere (come egli era) il principale di quello esercizio. Era  in  questo  tempo  medesimo  un  altro  orefice  chiamato  Maso Finiguerra, il quale ebbe nome strasordinario e meritamente, che per lavorare di bulino e fare di niello, non si era veduto mai chi in piccoli o grandi spazii facesse tanto numero di figure quante ne faceva egli; sì come lo dimostrano ancora certe paci lavorate da lui in San Giovanni di Fiorenza, con istorie minutissime de la Passione di Cristo. A concorrenza di costui fece Antonio alcune istorie, dove lo paragonò nella diligenzia e superollo nel disegno. Per la qual cosa i Consoli della Arte de’ Mercatanti, vedendo la eccellenzia di Antonio, deliberarono tra loro che avendosi a fare di argento alcune istorie nello altare di San Giovanni, sì come da varii maestri in diversi tempi sempre era stato usanza di fare, che Antonio egli ancora ne lavorasse. E così fu fatto. E riuscirono queste sue cose tanto eccellenti, che elle si conoscono fra tutte l’altre per le migliori. Per il che gli allogarono i detti Consoli i candellieri de l’argento, di braccia III l’uno, e la croce a proporzione, dove egli lavorò tanta roba d’intaglio e la condusse a tanta perfezzione, che e da’ forestieri e da’ terrazzani sempre è stata tenuta cosa maravigliosa. Durò in questo mestiero infinite fatiche, sì ne’ lavori che e’ fece d’oro, come in quelli di smalto e di argento. Le quali cose in gran parte, per i bisogni della città nel tempo della guerra, sono state dal fuoco destrutte e guaste. Laonde, conoscendo egli che quella arte non dava molta vita alle fatiche de’ suoi artefici, si risolvé per desiderio di più lunga memoria, non attendere più ad essa. E così avendo egli Piero suo fratello che attendeva alla pittura, si accostò a quello, per imparare i modi del maneggiare et adoperare i colori. Parendoli pure una arte tanto differente da l’orefice, che se egli non avesse così prestamente resoluto di abbandonare quella prima in tutto, e’ sarebbe forse stata ora che e’ non arebbe voluto esservisi voltato. Per la qual cosa spronato dalla vergogna più che dallo utile, appresa in non molti mesi la pratica del colorire, diventò maestro eccellente. Et unitosi in tutto con Piero lavorarono in compagnia di molte pitture. Fra le quali per dilettarsi molto del colorito, fecero al Cardinale di Portogallo una tavola ad olio in San Miniato al Monte, fuori di Fiorenza, la quale fu posta su lo altare della sua cappella, e vi dipinsero dentro San Iacopo Apostolo, Santo Eustachio e San Vincenzio, che sono stati molto lodati. Dipinsero ancora in San Michele in Orto, in uno pilastro in tela ad olio, uno
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
credito nell’arte. Lavorò alla Certosa di Fiorenza nel capitolo un Crocifisso con la Nostra Donna e la Maddalena appiè della Croce et alcuni angeli in aere, che ricolgono il sangue di Cristo, opera lavorata in fresco e con diligenza e con amor assai ben condotta. Ma non parendo che i frati del mangiare a lor modo li trattassero, alcuni suoi giovani, che seco imparavano l’arte, non lo sapendo Mariotto, avevano contrafatto la chiave di quelle finestre onde si porge a’ frati la piatanza, la quale risponde in camera loro; et alcune volte secretamente quando a uno e quando a uno altro rubavano il mangiare. Fu molto romore di questa cosa tra’ frati: perché de le cose della gola i frati si risentono molto ben come gli altri; e facendo ciò i garzoni con molta destrezza, essendo tenuti buone persone, incolpavano coloro alcuni frati che per odio l’un dell’altro il facessero; dove la cosa pur si scoperse un giorno. Perché i frati, acciò che il lavoro si finisse, raddoppiarono la piatanza a Mariotto et a’ suoi garzoni, i quali con allegrezza e risa finirono quella opera. Alle monache di San Giuliano di Fiorenza fece la tavola dello altar maggiore, che in Gualfonda lavorò in una sua stanza, insieme con un’altra nella medesima chiesa d’un Crocifisso con angeli e Dio Padre, figurando la Trinità in campo d’oro a olio. Era Mariotto persona inquietissima e carnale nelle cose d’amore e di buon tempo nelle cose del vivere; perché, venendogli in odio le sofisticherie e gli stillamenti di cervello della pittura, et essendo spesso dalle lingue de’ pittori morso, come è continua usanza in loro e per eredità mantenuta, si risolvette darsi a più bassa e meno faticosa e più allegra arte; et aperto una bellissima osteria fuor della porta San Gallo, al ponte Vecchio al Drago, taverna più che osteria fece, e quella molti mesi tenne, dicendo che aveva presa una arte la quale era senza muscoli, sconti, prospettive e, quel ch’importa più, senza biasmo, e che quella che aveva lasciata era contraria a questa; perché imitava la carne e ‘l sangue, e questa faceva il sangue e la carne, che quivi ognora si sentiva, avendo buon vino, lodare, et a quella ogni giorno si sentiva biasimare. Ma pure venutogli a noia, rimorso dalla viltà del mestiero, ritornò a la pittura, dove fece per Fiorenza quadri e pitture in casa di cittadini. E lavorò a Giovan Maria Benintendi tre storiette di sua mano. Et in casa Medici per la creazione di Leon decimo dipinse a olio un tondo della sua arme con la Fede, la Speranza e la Carità, il quale sopra la porta del palazzo loro stette gran tempo. Prese a fare nella Compagnia di San Zanobi, allato alla canonica di Santa Maria del Fiore, una tavola della Nunziata e quella con molta fatica condusse. Aveva fatto far lumi a posta, et in su l’opera la volle lavorare, per potere condurre le vedute che alte e lontane erano, abbagliate, diminuire e Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA G. D’Anna Thèsis Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
19. Benedetto da Rovezzano Gran dispiacere mi penso che sia a tutti coloro che lavorano cose ingegnose quando, sperando godersi le loro fatiche nella vecchiezza e credendo poter veder le prove e le bellezze de gli ingegni che fioriscono nelle sculture e nelle pitture, per potere conoscere quanto di perfezzione abbia quella parte che hanno esercitata la mala sorte del tempo e la cattiva complessione, o vero il difetto dell’aria, toglie loro il lume de gli occhi, di maniera ch’e’ non possono come prima conoscere né la perfezzione né il difetto di quegli che vivendo oprano in tal mestiero. E molto più mi credo gli attristi il sentire le lode de’ nuovi, non per invidia già, ma per non potere essi ancora essere giudici, se quella fama viene a ragione. E di questo che io dico si può certo far conghiettura nel morto per l’arte et ancor vivo per la vita Benedetto da Rovezzano, il quale è stato tenuto molto pratico e valente scultore, come fanno fede l’opere che si veggono di lui in Fiorenza, nelle quali di diligenza e di campare il marmo spiccato ha fatto cose maravigliose. Dicono che lavorò tutti i fogliami che sono intorno alla sepoltura, che nel Carmino fu fatta per Piero Soderini e messa alla cappella maggiore. Fece in Santo Apostolo di Fiorenza sopra le due cappelle di M Bindo Altoviti, dove Giorgio Vasari aretino lavorò la tavola della Concezzione, la sepoltura di M Oddo Altoviti, con una cassa piena di fogliami bellissima. Et ancora nell’opera di Santa Maria del Fiore fece uno Apostolo a concorrenza di Iacopo Sansovino, Andrea da Fiesole, Baccio Bandinelli e gli altri, che è bellissimo e con pulitissima maniera lavorato, onde meritò lode e n’acquistò grandissima fama. Poi prese a fare per il corpo di San Giovanni Gualberto la sua sepoltura, cosa bellissima, e la lavorò al Guarlone sopra San Salvi; et in quella fece infinite storie de le faccende di lui lavorate con molta pazienzia. E continuando abbozzò un numero di figure tonde, grandi quanto il vivo, che per le ruine delle guerre e da’ frati per il loro generale rimasero imperfette. Andò in Inghilterra, et infinito numero di cose di metallo fece a quel re, massimamente la sepoltura sua. Et a Fiorenza ritornato finì molte altre cose avvegna che piccole. Accadde poi che, lavorando ancora di metallo il fuoco, gli tolse il lume de gli occhi, di maniera che né bagni, né altre medicine non l’hanno mai potuto guarire. Onde vecchio e cieco per lui l’opere finirono l’anno MDXL. Per il che di lui si legge questo epigramma:
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
allora intervenisse. Ordinò il disegno della casa de’ Massimi in modo ovale girato, e quello con bella e con nuova maestria di fabbrica esequire fece; il quale non poté vedere finito, intervenendo la morte sua. Erano tali le virtù di questo artefice maraviglioso, che le sue fatiche molto giovarono altrui, ma a sé poco, perché avendo egli sempre avuto amicizie di papi, di grandissimi cardinali e di ricchissimi mercanti, non però alcun d’essi si mosse già mai a fargli beneficio, procedendo questo tanto da la modestia del timido e discreto animo suo, quanto da la ingratitudine e da la avarizia di coloro che di continuo si servirono di lui, i quali non gli diedero mai premio alcuno. Per il che in famiglia e già vecchio venuto, con tutta quella modestia ch’a un religioso conviene, sollecitò molto la chiesa, e già d’anni carico ammalò gravemente. Onde Clemente VII intendendo il mal suo e conoscendo pure allora ma tardi la perdita che faceva nella morte di tanto uomo, gli mandò a donare cinquanta scudi et a offerirgli altro, se bisognava. Laonde egli, che della famiglia sua più che di se medesimo sempre ebbe cura, a quella di continuo pensando, s’accorò talmente, che passò di questa vita; e da’ suoi figliuoli molto pianto, nella Ritonda vicino alla sepoltura di Raffaello da Urbino ebbe onorato sepolcro, con gran dolore di tutti gli artefici, scultori, architetti e pittori, i quali finché fu posto in terra sempre piangendo gli fecer compagnia. E gli fu posto questo epitaffio:
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
si servì di lui in molte cose. Fece Pellegrino in Santo Eustachio di Roma, entrando in chiesa, tre figure in fresco a uno altare, e nella chiesa de’ Portughesi alla Scrofa la cappella dello altar maggiore in fresco, insieme con la tavola. Avvenne che in San Iacopo della Nazione Spagnuola in Roma, si fece una cappella adorna di marmi, nella quale Iacopo Sansovino fece di marmo un San Iacopo di quattro braccia e mezzo, molto lodato, e Pellegrino vi dipinse in fresco le storie di questo Apostolo, nelle quali si vede gentilissima aria a imitazione di Raffaello suo maestro e bonissima forza e componimento; le quali hanno sempre fatto conoscere Pellegrino per un desto e garbato ingegno nella pittura. Fece in Roma in molti altri luoghi opere da sé et in compagnia, e dopo la morte di Raffaello se ne tornò a Modona et in quella prese opere e ne fece infinite e fra l’altre a una Confraternita di Battuti fece una tavola, nella quale è un San Giovanni che batteza Cristo, e questa lavorò a olio. Fece ancora nella chiesa de’ Servi un’altra tavola, che a tempera da lui fu condotta, dentrovi San Cosmo e Damiano e molte altre figure, le quali opere insieme con le altre, furono cagione che egli prese moglie in Modona, e di quella ebbe un figliuol maschio, il quale diede poi occasione alla morte del padre. Dicono che venendo in quistione di parole con altri suoi compagni, giovani modenesi, messo mano all’arme, il figliuolo di Pellegrino amazzò un di quelli. Onde fu portata la nuova di tal caso a Pellegrino ch’era a lavorare, il quale sbigottito, per soccorre il figliuolo che non venisse in mano della giustizia, si mise in via con dolore per trafugarlo; e non molto lontano da casa sua si scontrò ne gli armati parenti del morto giovane, che cercavano del figliuolo di Pellegrino, per farne le vendette sopra di lui. Ma incontrandosi in Pellegrino, abbassarono l’armi e con tanta furia lo assalirono, che egli non ebbe spazio né di fuggire, né di difendersi da loro; per il che pieno di ferite e morto lo lasciarono in terra. Dolse molto a’ Modonesi questo caso sì strano dello aver tolto la vita a chi lor dava vita, nome e gloria con l’opre sue. Perché di tal perdita sopra modo dolenti diedero in Modona a Pellegrino onorato sepolcro. E di costui ho io visto questo epitaffio:
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Fu coetaneo di costui Gaudenzio Milanese pittore eccellentissimo pratico et espedito, che a fresco fece per Milano molte opere, e particularmente a’ frati della Passione un Cenacolo bellissimo, che per la morte sua rimase imperfetto. Lavorò ancora ad olio eccellentemente, e di suo sono assai opere a Vercelli et a Veralla molto stimate da chi le possiede. 26. I l Fattore Egli si può ben fortunatissimo chiamar colui che, senza aver pensiero a cosa che si sia, dalla sorte è condotto a un fine, che di lode, d’onore et utile di continuo lo accresca; e per cognizione gli faccia essere portato riverenza, et ogni sua azzione e fatica di premio onorato guiderdoni. Questo avvenne a G Francesco detto il Fattore pittor fiorentino, il quale non fu manco obligato alla fortuna, ch’egli si fosse alla bontà della natura sua et alle fatiche da lui sopportate ne gli studi della pittura. I quali ornamenti furono cagione che Raffaello da Urbino, vedendolo a ciò volto, lo prese in casa, et insieme con Giulio Romano come suoi propri figliuoli sempre gli tenne. Di che mostrò verissimi segni alla morte, lasciandoli così delle facultà sue eredi, come anco della virtù. Come sempre si vide in G Francesco, da Raffaello nella sua fanciullezza chiamato il Fattore, il quale ne’ disegni suoi imitò la maniera di Raffaello e la osservò del continuo. E perché sempre si dilettò più di disegnare che di colorire, spendeva il tempo in ciò più che in alcuna altra cosa. Furono le prime cose da G Francesco lavorate nelle logge del papa a Roma, in compagnia di Giovanni da Udine, di Perino e d’altri eccellenti maestri; nelle quali si vede una bonissima grazia e di maestro che attendesse alla perfezzione delle cose. Furono lavorate molte cose da lui con cartoni et ordini di Raffaello, come la volta d’Agostin Chigi in Trastevere in Roma, e ‘n quadri e ‘n tavole et altre opre diverse; nelle quali si portò tanto bene, che meritò da Raffaello infinitissimamente essere amato. Fece in Monte Giordano di Roma una facciata di chiaro scuro, et in Santa Maria di Anima, alla porta del fianco che va alla Pace, fece in fresco un S. Cristofano d’otto braccia, che bonissima figura è tenuta e con grandissima pratica lavorata. Quivi è una grotta con un romito che ha una lanterna in mano,  di  disegno  e  di  buona  grazia  unitamente  condotta.  Capitando  a Fiorenza, fece a Lodovico Capponi a Monte Ughi, luogo fuor della porta a S. Gallo, alla sua possessione un tabernacolo con una Nostra Donna molto lodata. Avvenne allora la morte di Raffaello suo maestro, la quale fu cagione Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 118 Q Giorgio Vasari   Le Vite   Parte terza che Giulio Romano e Gio Francesco molto tempo sterono insieme, e finirono di compagnia l’opere che di Raffaello erano rimase imperfette, come ancora ne fanno fede nella vigna del papa alcune cose; e similmente la sala grande in palazzo, dove si veggono dipinte per loro le storie di Gostantino, e nel vero e’ fecero bonissime figure con bella pratica e maniera, ancora che le invenzioni e gli schizzi delle storie venissero da Raffaello. In questo tempo tolse Perino del Vaga pittor molto eccellente la sorella di G Francesco per moglie, per il che molti lavori fecero in compagnia. E così seguitando, Giulio e G Francesco fecero in compagnia una tavola di due pezzi, dentrovi l’Assunzione di Nostra Donna, che andò a Perugia a Monte Lucci; e fecero altri infiniti lavori di quadri et opere in più luoghi. Ebbero poi commissione da Papa Clemente di fare una tavola simile a quella di Raffaello, ch’è a San Piero a Montorio, la quale voleva mandare in Francia, dove quella di Raffaello prima era destinata; per il che vennero a divisione e partirono la roba che Raffaello aveva lasciato loro, et i disegni ancora. E così Giulio  si  partì  per  Mantova,  dove  al  marchese  fece  infinitissime  cose;  e G Francesco intendendo ciò, pensando avere a fare ancor esso, capitò a Mantova, dove Giulio non gli fece molte carezze; per il che G Francesco se ne partì e, girata la Lombardia, ritornò a Roma. Poi se ne andò a Napoli con le galee dietro al Marchese del Vasto, e quella tavola che era imposta di San Piero a Montorio, con alcune altre cose e robe sue, fece posare in Ischia, isola del marchese; et oggi è nella chiesa di Santo Spirito de gli Incurabili in Napoli. Quivi fermatosi, e continovamente disegnando, ebbe molte carezze da Tommaso Cambi mercante fiorentino, che governava le cose di quel signore. Ma non vi dimorò lungamente, che per essere di mala complessione, ammalatosi, vi si morì con infinito dispiacere del signor marchese e di tutti gli amici di esso G Francesco. Lasciò Luca suo fratello, il quale lavorò in Genova con Perino suo cognato, et in molti altri luoghi di Italia, come in Lucca; e finalmente se ne andò in Inghilterra. Furono le opere di G Francesco circa il MDXXVIII. E lo epitaffio fatto al suo nome, dice così:
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
disobligarlo, se non li promettessi fare due altre istorie, e che gli crescerebbe prezzo; e così furon d’accordo, ma le voleva fare a suo comodo e piacimento. E così conosciuto ogni giorno da più persone, gli furon allogati molti quadri e cose d’importanza, e fra gli altri da el Generale de’ frati di Valle Ombrosa, per il convento di San Salvi fuora della porta alla Croce, ne ‘l refettorio loro, un arco d’una volta e la facciata per farvi il Cenacolo. La qual volta egli cominciò, e dentro vi fece in quattro tondi quattro figure: San Benedetto, San Giovan Gualberto, San Salvi Vescovo e San Bernardo delli Uberti di Firenze lor frate Cardinale, e nel mezzo figurò un tondo, dentrovi tre facce che sono una medesima, per la Trinità; certamente per opera fresca molto ben lavorata. Avvenne che Andrea era già molto noto, e tenuto veramente quella persona che egli era nella pittura; laonde per ordine di Baccio d’Agnolo gli fu fatto allogazione di una operetta a fresco, da Or San Michele, quando si scende lo sdrucciolo che va in Mercato Nuovo, in un biscanto; nel quale si sforzò e vi fece una Annunziata con maniera molto minuta, la quale ancora che fussi bella, non fu lodata molto, avvenga che Andrea faceva bene senza ch’egli affaticassi e sforzassi la natura. Fece molti quadri che per Fiorenza e fuori servirono, che non farò menzione di tutti salvo che de’ migliori, fra i quali fu uno quello ch’è oggi in camera di Baccio Barbadori, dove è una Nostra Donna intera con un putto in collo, e Santa Anna con San Giuseppo, qual è lavorato di bella maniera e tenuto carissimo da Baccio, per l’amore ch’e’ porta al nome di Andrea, ma molto più per dilettarsi de l’arte della pittura. Fecene un altro a Lionardo del Giocondo, d’una Nostra Donna, vario da quello di sopra, oggi appresso a Piero suo figliuolo; e così ne fece a Carlo Ginori due non molto grandi, comperi dal Magnifico Ottaviano de’ Medici nella vendita delle sue masserizie, de’ quali uno fece portar nella villa sua di Campi, dove egli fece murare un casamento grande, con una coltivazione più tosto da re che da cittadino privato, l’altro tiene in camera in Fiorenza Bernardetto  suo  figliuolo,  con  molte  altre  pitture  moderne,  fatte  da eccellentissimi maestri, come vero figliuol di suo padre, che non meno onora e stima l’opere de’ famosi artefici, che egli si diletti accarezzare, favorire e far piacere, non solamente ad ogni pellegrino ingegno, ma ad ogni nobile et onorato spirto. Aveva in questo tempo il frate de’ Servi allogato al Francia Bigio una delle istorie de ‘l cortile; il quale non aveva finito ancora la turata, che Andrea insospettito, perché gli pareva che il Francia nel maneggiare i colori a fresco valesse più di lui, con prestezza per gara fece i cartoni di due istorie, nel canto fra la porta del fianco di San Bastiano e quella a man ritta Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
ricerco di far un altro quadro per in Francia, e non molto vi penò, ch’egli lo finì. Nel quale fece una Nostra Donna bellissima, che fu mandato subito e cavatone da’ mercanti quattro volte più, che non era il costo. Aveva allora Pier Francesco Borgherini fatto fare a Baccio d’Agnolo di legnami intagliati spalliere e cassoni, sederi e letto di noce, cosa molto bella per fornimento d’una camera, et a Andrea fece fare parte delle istorie, di figure non molto grandi, dentrovi i fatti di Giusep figliuol di Iacob, a concorrenzia di alcune che aveva fatte il Granaccio e Iacopo da Puntormo, che son molto belle. Et Andrea in quelle si sforzò di mettere del tempo, le quali riuscirono molto più de l’altre perfette, avendo egli nella varietà delle cose che accaggiono in quelle istorie mostro quanto egli valessi nell’arte della pittura. Le quali istorie per la bontà loro furon per l’assedio volute scassar dove erano confitte da Giovan Batista della Palla, per mandar al re di Francia. Ma perché erano confitte di sorte che tutta l’opera si guastava, restorno nel luogo medesimo, con un quadro di Nostra Donna, che è tenuto cosa molto eccellente. Fece in questo medesimo tempo una testa di un Cristo, tenuta oggi da i frati de’ Servi in su l’altare della Nunziata. Erasi in San Gallo fuora della porta nelle cappelle della chiesa, fatte oltra alle due tavole di Andrea molte altre, le quali non paragonano le sua, e così avendosene allogare un’altra operarono que’ frati col padrone della cappella, che ella si dovesse dare a lui, et Andrea presala, la cominciò subito, et in quella fece quattro figure ritte, che disputano de la Trinità. Le quali son questi: Santo Agostino, con una aria africana, con veemenzia che si muove in abito di vescovo parato verso un San Pier Martire, il quale tiene un libro aperto, con una aria fieramente terribile, la qual testa e figura è molto lodata; allato a questo è un San Francesco, che con una mano tiene un libro e l’altra si pone al petto, et esprime con la bocca aperta una certa caldezza di fervore, che par ch’egli si strugga in quel ragionamento; èvvi un San Lorenzo che ascolta, e come giovane par che ceda alle auttorità di coloro. Fecevi ginocchioni due figure, una è Maria Magdalena con bellissimi panni, ritratta la moglie; perciò ch’egli non faceva aria di femmine in nessun luogo, che da lei non la ritraessi, e se pur avveniva che d’altri la togliessi, per l’uso del continuo vederla e dal tanto averla designata le dava quell’aria, non possendo far altro. L’altra figura fu un San Bastiano, il quale ignudo mostra le schiene, che non dipinte, ma di carne vivissime paiono. E certamente questa fra tante opere, fu da gli artefici tenuta a olio la migliore. Con ciò sia che si vede in quella una grandissima osservanzia de le misure delle figure et un modo molto ordinato e proprio nell’arie delle teste, dando dolcezza alli gioOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
fussi data. Et in oltre la corte se ne satisfaceva molto, e così fece molti quadri et altre opere, e nel vero s’egli avessi considerato di dove e’ partì e la sorte dove ella lo aveva condotto, non è dubio ch’egli non fussi venuto, lasciando stare le ricchezze, in un grandissimo grado. Mentre ch’egli lavorava un quadro di un San Girolamo in penitenzia per la madre del re, venne un giorno una man di lettere infra molte che prima gli eron venute, mandate dalla Lucrezia sua donna, rimasa in Fiorenza sconsolata per la partita sua; et ancora che non li mancassi e che Andrea avessi mandato danari e dato commissione che si murassi una casa dietro alla Nunziata con darle speranza di tornare ogni dì, non potendo ella aiutare i suoi come faceva prima, scrisse con molta amaritudine a Andrea, e mostrandoli quanto era lontano, e che ancora che le sue lettere dicessino ch’egli stessi bene non però restava mai di affligersi e piagnere continuamente. Et avendo accomodato parole dolcissime, atte a sollevar la natura di quel povero uomo, che l’amava purtroppo, cercava sempre ricordarli alcune cose molto accorabili, talché fece quel pover uomo mezzo uscir di sé nello udire che, se non tornava, la troverebbe morta. Laonde intenerito, ricominciato a percuotere il martello, elesse più tosto la miseria de la vita, che l’utile e la gloria e la fama de l’arte. E perché in quel tempo egli si trovava pure avere avanzato qualcosa, e di vestimenti donatili dal re e d’altri baroni di corte, et essere molto adorno gli pareva mille anni una ora di ritornare, per farsi alla sua donna vedere. Laonde chiese licenzia al re per andare a Fiorenza et accomodare le sue faccende e cercare di condurre la moglie in Francia, promettendoli che porterebbe ancora alla tornata sua pitture, sculture et altre cose belle di quel paese. Per che egli presi danari dal re che di lui si fidava, li giurò sul Vangelo di ritornare a lui fra pochi mesi; e così a Fiorenza arrivato felicemente, si godé la sua donna alcuni mesi, e fece molti benefizii al padre et alle sorelle di lei, ma non già a’ suoi, i quali non volse mai vedere; laonde in spazio di tempo, morirono in miseria. Era già passato il tempo della tornata, e fra murare e darsi piacere senza lavorare si erano consumanti i danari suoi e quelli del re. Per il che volendo egli ritornare, fu stretto più che prima da i pianti e da i prieghi della sua donna, più che dalla fede e dal suo bisogno e da ‘l merito di così gran re. Il quale sentendo ciò, si sdegnò poi tanto, che mai più con dritto occhio guardar non volse per molto tempo pittori fiorentini, giurando che se mai li capitava in mano, più dispiacere che piacere gli arebbe fatto, senza riguardo avere a nessuna virtù di quello. Così Andrea restato in Fiorenza, e da una grandezza di grado venuto a un infimo, si tratteneva e passava tempo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Aggiunse all’arte della pittura Polidoro facilità, copia d’abiti e stranissimi ornamenti e garbi nelle cose d’ogni sorte, e grazia e destrezza in ogni lineamento o pittura; arricchilla d’una universalità d’ogni sorte figure, animali, casamenti, grottesche e paesi, che da lui in qua ogni pittore ha cercato essere in tutte queste parti universale; onde il mondo più l’onora così morto, che se si fosse perpetuato vivo eternamente nel mondo. 38. B. da Bagnacavallo Certamente che il fine delle concorrenzie nelle arti, per la ambizione della gloria, si vede il più delle volte esser lodato. Ma s’egli avviene che da superbia e da presumersi chi concorre meni alcuna volta troppa vampa di sé, e’ si scorge in ispazio di tempo quella virtù che cerca, in fumo e nebbia risolversi; atteso che mal può crescere in perfezzione chi non conosce il proprio  difetto,  e  chi  non  teme  l’operare  altrui.  Però  meglio  si  conduce  ad augumento la speranza de gli studiosi timidi, che sotto colore d’onesta vita onorano l’opere de’ rari maestri, le lodano e con ogni studio quelle imitando, appoco appoco s’avanzano di sapere, e dopo non molto tempo aguagliano i maestri e facilissimamente, se non in ogni cosa, in qualche parte ancora gli trapassano. Non fecero già così Bartolomeo da Bagnacavallo, Amico Bolognese, Girolamo da Cotignola et Innocenzio da Imola, i quali maestri e pittori in Bologna quasi in un tempo fiorirono. Perché quella invidia che l’un l’altro si portarono, nutrita più per superbia che per gloria, li deviava da la via buona; la quale a la eternità conduce coloro che valorosi più per il nome che per le gare combattono. Perché fu questa cosa cagione che a’ buoni principii che avevano, non diedero quello ottimo fine che s’aspettava da loro. Con ciò sia che il prosumersi d’essere maestri li fece deviare da ‘l primo obietto. Era Bartolomeo da Bagnacavallo venuto a Roma, ne’ tempi di Raffaello, per aggiugnere con l’opere, dove con l’animo gli pareva arrivare di perfezzione. E come giovane, ch’aveva fama in Bologna per l’aspettazzione di lui, fu messo a fare un lavoro nella chiesa della Pace di Roma, nella cappella prima a man destra entrando in chiesa, sopra la cappella di Baldassar Perucci
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
andò a Roma, dove fece molti ritratti di naturale di più Signori e d’altre persone, e vedendo egli quello non esser paese dove far potesse, per i migliori pittori di lui, quel profitto nel nome e nel premio, che ‘l desiderio e ‘l suo bisogno richiedeva, prese partito di trasferirsi a Napoli. Dove condottosi, trovò alcuni amici suoi che lo favorirono, e particularmente M  omaso T Cambi, mercante fiorentino, delle antiquità de’ marmi e delle pitture molto amatore, che lo accomodò di stanze e di tutto il bisogno suo. Laonde praticarono ch’egli facesse in Monte Oliveto la tavola de’ Magi, che e’ dipinse a olio alla cappella di M Antonello Vescovo di non so che luogo, et ancora in Santo Aniello fece a olio una tavola con la Nostra Donna e San Paulo e San Gio Batista, e per tutta quella città a questo signore et a quello fece infiniti ritratti di naturale e ad altre persone medesimamente. E perché egli con miseria vivendo, cercava di avanzare qualche cosa, sendo già condotto in vecchiezza, dopo non molto tempo se ne ritornò a Roma. Là dove alcuni amici suoi, che intesero come egli aveva avanzato qualche scudo, gli persuasero che per governo della propria vita, dovesse tor moglie. E così egli, che si credette far bene, tanto si lasciò aggirare, che da quei per comodità loro gli fu posta a canto per moglie una puttana che essi tenevano; e sposata che l’ebbe, gliela misero seco nel letto a dormire. Onde scopertasi la cosa, n’ebbe il vecchio tanto dolore, per lo scorno e per la vergogna, che in termine di poche settimane se ne morì di età di anni LXIX. Restami ora a far memoria di Innocenzio da Imola, il quale stette molti anni a Fiorenza con Mariotto Albertinelli e, ritornato in Imola, vi fece molte opere. Avenne che il Conte Gio Batista Bentivogli, passando da Imola, gli persuase che volesse andare a stare a Bologna; per il che in quella condotto, contrafeceli un quadro di Raffaello da Urbino, già fatto al Signor Lionello da Carpi, e fece ancora a San Michele in Bosco a’ frati di Monte Oliveto fuor di Bologna, il capitolo de’ frati lavorato in fresco, dentrovi la Morte di Nostra Donna e la Resurressione di Cristo; la quale opera con grandissima diligenza e pulitezza fu condotta da Innocenzio. Egli vi fece ancora la tavola dello altar maggiore, la parte di sopra della quale è lavorata con buona maniera e fatica e colorito. Ne’ Servi di Bologna fece una tavola d’una Annunziata, et ancora in San Salvatore dipinse una tavola d’un Crocifisso; così molti quadri e tavole et altre pitture in quella città. Era Innocenzio persona molto modesta e buona, e per la mala pratica che nel conversare usavano quei pittori bolognesi, li fuggiva e solo si restava. E perché egli faceva
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
prima. Avvenne che la fuga del sacco di Roma fece ritirare il papa nella sua partita in Orvieto, dove la corte infinitamente pativa disagio d’acqua. Talché venne pensiero al papa di fare murare di pietra un pozzo in quella città, con larghezza di XXV braccia e due scale intagliate nel tufo, l’una sopra l’altra a chiocciola, secondo che ‘l pozzo girava, e che si scendesse sino in su ‘l fondo per due scale a lumaca doppie in questa maniera: che le bestie andavano per l’acqua, entrando per una porta, calassino sino in fondo, per la lumaca deputata solamente a lo scendere, et arrivate su ‘l ponte dove si carica l’acqua, senza ritornare in dietro, passassino a l’altro ramo della lumaca, che si aggira sopra quello della scesa, e se ne venissino suso e, per una altra porta diversa e contraria alla prima, riuscissino fuori de ‘l pozzo. Cosa ingegnosa di capriccio e maravigliosa di bellezza, la quale fu condotta quasi al fine inanzi che Clemente morisse. Da poi Papa Paulo fece finire la bocca di esso pozzo, ma non come aveva ordinato Clemente. È certo che gli antichi non fecero mai edifizio pari a questo, né d’industria né d’artificio, essendo in quello il tondo del mezzo, che sino in fondo dà lume per certe finestre a quelle due scale, che girando salgono e scendono sino in su ‘l fondo. Mentre si faceva questa opera, si condusse Antonio in Ancona, et ordinò la fortezza in quella città, la quale continuando a fine si condusse. Deliberò Papa Clemente nel tempo del Duca Alessandro suo nipote che in Fiorenza si facesse la fortezza, per la quale il Signore Alessandro Vitello con Pierfrancesco da Viterbo, mise le corde a la porta a Faenza, e per ordine di Antonio si condusse con tanta prestezza, che mai nessuna fabbrica antica o moderna fu condotta sì tosto al termine. Fondovvisi da principio un torrione chiamato il Toso, dove furono messi epigrammi e medaglie infinite, con cerimonia e pompa solenne. La quale opera è celebrata oggi per tutto il mondo, et in quella città è tenuta inespugnabile. Fu con suo ordine inanzi a questo condotto a Loreto il Tribolo scultore, Raffaello da Monte Lupo e Francesco da San Gallo giovane, i quali finirono le storie di marmo cominciate per Andrea Sansovino, le quali lavorarono con diligenza. Era allora in Arezzo il Mosca Fiorentino intagliator di marmi raro et unico al mondo, per gli intagli di che sorte si sia, il quale faceva un camino di pietra a gli eredi di Pellegrino da Fossombrone, che riuscì opera divinissima per intaglio. Costui a’ preghi d’Antonio si condusse a Loreto, et in quei luoghi fece festoni, che sono divinissimi. Per il che con solecitudine et amore tal fabbrica e tutto lo ornamento restò a quella camera di Nostra Donna finito. Aveva Antonio in questo tempo alle mani cinque opere grosOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
per ragione, s’e’ fosse stato lasciato fare da chi poteva. Ma chi poteva non volse. Fu di suo ordine il rifondare quasi tutto il palazzo Apostolico, il quale minacciava ruina, et in un fianco, la cappella di Papa Sisto, dove sono l’opere di Michele Agnolo, e similmente la facciata dinanzi, senza che mettesse un minimo pelo, cosa più di pericolo che d’onore. Accrebbe la sala grande della cappella di Sisto et a quella in due lunette in testa fece quelle finestrone terribili, con sì maraviglioso lume e partimenti buttati nella volta, i quali si fecero di stucco, la quale opera si può mettere per la più bella e per la più ricca sala di tutto il mondo. Et in su quella accompagnò, per ire in San Pietro, scale mirabili di dolcezza a salire, che fra gli antichi e moderni non si è visto ancor meglio; e la cappella Paulina, dove si ha da mettere il Sacramento, cosa vezzosissima e tanto bella e sì bene misurata e partita, che per la grazia che vi si vede pare che ridendo e festeggiando ti s’appresenti. Fece la fortezza di Perugia, nella discordia che fu tra loro e ‘l papa, dove le case de’ Baglioni andorono per terra, la quale con prestezza maravigliosa non solamente rese finita, ma bella. Fece ancora la fortezza in Ascoli, e quella in pochi giorni condusse a termine, che ella si poteva guardare. Il che gli Ascolani e gli altri non pensarono già mai che si potesse fare in molti anni. Per il che nel metterci sì tosto la guardia, quei popoli si stupirono e quasi non lo credevano. Rifondò ancora per le piene, quando il Tevere ingrossa in Roma, la casa sua in strada Giulia, e diede principio et a buon termine condusse il palazzo ch’egli abitava, vicino a San Biagio, cosa onoratissima e degna d’ogni principe, nel quale spese qualche migliaia di scudi. Ma tutto quello che fece di giovamento e d’utilità al mondo è nulla a paragone del modello della venerandissima e stupendissima fabbrica di San Pietro, la quale fu ordinata da Bramante, et egli con ordine nuovo e modo straordinario di leggiadria e di proporzionata composizione e di decoro e distribuzione de’ suoi luoghi, con bellissimi corpi in più parti di quella situati e fermi, nuovamente ha riordinata e per mano d’Antonio d’Abaco suo creato, fattone fare di legname tutto il modello interamente finito, dove si ha guadagnato nome grandissimo. Ringrossò i pilastri di San Piero acciò il peso della tribuna di quello dovesse aver fede, dove potesse posare le forze sue et inoltre i fondamenti per tutto sparsi pieni di soda materia e di fortezza corrispondenti, i quali saranno cagione che quella fabbrica non farà più peli, né minaccerà ruina, come fece a Bramante. Il quale magisterio se fosse sopra la terra, come è nascosto sotto, farebbe sbigottire ogni terribile ingegno. Per il che la lode e la fama di questo mirabile artefice debbono tenere luogo di Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
considerazione fra gli intelletti begli e fra i chiari ingegni, i quali sapranno grado alle sue fatiche, per tante belle vie e tanti modi di facilità cercò ornare l’arte sua in questo secolo. Trovasi che sino al tempo degli antichi Romani sono stati e sono di continuo gli uomini di Terni e quegli di Rieti inimicissimi, per la differenzia che ‘l lago delle Marmora alcuna volta tenendo in collo faceva violenzia a una delle parti, onde quei di Rieti lo volevano aprire et i Ternani non volevano a ciò consentire. Per il che di continuo et in ogni tempo, o di imperatore o di pontefice che s’abbia governato Roma, hanno mostro segno di dolersi. E fino al tempo di M Tullio Cicerone fu mandato dal Senato a decidere tal differenza, la quale per gli dubbi ebbe difficultà e non fu mai risoluta. E per questo ancora l’anno MDXLVI furono mandati ambasciatori a Papa Paulo, et egli mandò Antonio che risolvesse tal cosa, onde per suo giudicio si risolse che questo lago da una banda, dove è il muro, sboccasse; e lo fece Antonio con grandissima difficultà tagliare. Quivi per il caldo del sole, essendo pur vecchio e cagionevole, si ammalò di febbre in Terni, e non andò molto che rese l’anima al cielo. De la qual cosa infinito dolore sentirono i prossimi e gli amici suoi, et universalmente tutte le fabbriche, le quali per il vero ne hanno patito. Come il palazzo di Farnese, vicino a Campo di Fiore dove, essendo state poi rifatte le scale et alcuni palchi fuori del primo disegno, non parrà mai unito il tutto, né di una medesima mano. Similmente San Pietro et altre muraglie se ne debbon dolere. Morto fu condotto in Roma e con pompa grandissima portato a la sepoltura, accompagnandolo tutti gli artefici di disegno, et altri infiniti amici di lui. Fu da i soprastanti di San Pietro fatto mettere il corpo suo in un deposito, vicino alla cappella di Papa Sisto in San Pietro; e gli hanno fatto porre lo infrascritto epitaffio:
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
se già mai. Atteso che vi sono pezzi d’ignudi bellissimi, e quella gloria, dove Cristo siede alla destra del Padre, è cosa veramente celeste e non dipinta. Della quale Giovan Matteo fece degni i frati di Monte Oliveto, donandogli quel luogo dove oggi dimorano per monistero loro. Fece ancora a Iacopo Fuccheri tedesco, in Roma nella chiesa di Santa Maria d’Anima, una tavola alla cappella loro, ch’è molto lodata, e massimamente un casamento girato in tondo, che certo è cosa divina. Similmente a’ piè d’un San Marco un leone, i peli del quale torcono secondo che egli gira, cosa veramente difficile, e le ali di quello più di piume e di penne, che di colori contraffatte. Aveva Giulio a’ servigi suoi in Roma Giovanni dal Leone e Raffaello dal Colle da ‘l Borgo a San Sepolcro, i quali erano molto destri nel mettere in opera le cose ch’egli disegnava. Per il che gli fece condur vicino alla Zecca un’arme, assegnandone la metà per ciascuno, situata allato a Santa Maria Chiesina, vicino alla Zecca vecchia in Banchi, nella quale sono due figure che reggono l’ornamento col capo. E nella sala grande che fece, essi una gran parte colorirono e condussero di quelle cose che vi sono. Fece poi Giulio a Raffael Borghese solo condurre sopra la porta di dentro del Cardinale della Valle una Nostra Donna, la quale cuopre un fanciullo che dorme, e Santo Andrea e San Niccolò, che maravigliosissimamente furono lodati. Diede in questo medesimo tempo il disegno della vigna e palazzo di M Baldassarre da Pescia, e dentro a quello fece condurre di pittura e di stucchi la sala e la stufa e lavorare una loggia di stucchi bianchi. La quale opera è certo tanto bella, varia et aggraziata, che miracolo e stupore è a vederla. Si divise in questo tempo Giulio da Giovan Francesco, come quello che voleva l’opere proprie condurre a modo suo. Fece per Roma diverse cose d’architettura a diverse persone, come il disegno della casa de gli Alberini in Banchi, il quale disegnò Giulio per ordine di Raffaello, e così quello del palazzo che si vede su la piazza della Dogana, che nel vero è cosa bellissima. Ordinò su un canto al Macello de’ Corbi la casa sua, la quale ha bel principio e vario, ancora che sia poca. Era questo ingegno tanto celebrato di nome e di grado, che la sua fama e dolcezza di natura fu cagione che, sendo per suoi bisogni  capitato  a  Roma  Federigo  Gonzaga,  primo  Duca  di  Mantova, amicissimo di Messer Pietro Aretino, et egli domestico di Giulio, in tanta grazia lo raccolse per essere amatore delle virtù, che non cessò di accarezzarlo, sì che lo condusse in Mantova a’ suoi servigi. Quivi dimorando, non dopo molto tempo, diede principio alla fabbrica et al bel palazzo del T. fuor della porta di San Sebastiano, la quale opera, per non esservi pietre vive, fece di Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
il quale fu nominato Toto del Nunziata, il quale, ancor egli aggiugnendo col tempo a paragone con i begli ingegni, partì di Fiorenza e, con alcuni mercanti fiorentini condottosi in Inghilterra, quivi ha fatto tutte l’opere sue, e da ‘l re di quella provincia è stato riconosciuto grandissimamente. Costui adunque e Perino, esercitandosi a gara l’uno de l’altro, e seguitando nella arte con sommo studio, non ci andò molto tempo che e’ vennero eccellenti. E Perino, disegnando in compagnia di altri giovani, e Fiorentini e forestieri al cartone di Michelagnolo Buonarroti, vinse e tenne il primo grado fra tutti quegli, di maniera che si stava in quella aspettazione di lui, che successe di poi nelle belle opere sue, condotte con tanta arte et eccellenzia. Venne in quel tempo in Fiorenza il  Vaga pittor fiorentino, il quale lavorava in  Toscanella a in quel di Roma cose grosse, per non essere egli maestro eccellente, e soprabondatogli lavoro, aveva di bisogno di aiuti, e desiderava menar seco un compagno et un giovanetto che gli servissi al disegno, che non aveva, et all’altre cose dell’arte ne gli aiuti di quella. Avvenne che costui vide Perino disegnare in bottega di Ridolfo insieme con gli altri giovani, e tanto superiore a quegli che ne stupì. Ma molto più gli piacque lo aspetto et i modi suoi, atteso che Perino era un bellissimo giovanetto, cortesissimo, modesto e gentile, et aveva tutte le parti del corpo corrispondenti alla virtù dello animo. Invaghito dunque il Vaga di questo giovane, lo domandò se egli volesse andar seco a Roma, che non mancherebbe aiutarlo negli studii e fargli que’ benefizii e patti che egli stesso volesse. Era tanta la voglia che aveva Perino di venire a qualche grado eccellente della professione sua che, quando sentì ricordar Roma, per la voglia che egli ne aveva, tutto si rintenerì e li disse che egli parlasse con Andrea de’ Ceri, che non voleva abbandonarlo, avendolo aiutato perfino allora. Così il Vaga, persuaso Ridolfo suo maestro et Andrea che lo teneva, tanto fece che alla fine condusse Perino et il compagno in Toscanella. Quivi cominciarono a lavorare, et aiutando loro Perino, non finirono solamente quell’opera che il Vaga aveva presa, ma molte ancora che e’ pigliarono di poi. Ma dolendosi Perino che le promesse del condursi a Roma erano mandate in lunga per colpa dell’utile e comodità che ne traeva il Vaga, e risolvendosi andarci da per sé, fu cagione che il Vaga, lasciato tutte l’opere, lo condusse a Roma. Dove egli, per l’amore che portava all’arte, ritornò al solito suo disegno, e continovando molte settimane, più ogni giorno di continuo si accen-
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Oltra che i casamenti e l’altre figure hanno del buono e del bello in ogni loro atto. Non  seguitò  più  giù,  venendoli  male;  e  guarito,  cominciò,  l’anno MDXXIII, la peste, la quale fu d’una sorte in Roma, che se egli volse campar la vita, gli convenne far proposito partirsi di Roma. Era in questo tempo in detta città il Piloto orefice, amicissimo e molto familiare di Perino, il quale aveva volontà partirsi; e così desinando una mattina insieme, persuase Perino ad allontanarsi e venire a Fiorenza, atteso che egli era molti anni che egli non ci era stato, e che non sarebbe se non grandissimo onor suo farsi conoscere e lasciare in quella qualche segno della eccellenzia sua. Et ancora che Andrea de’ Ceri e la moglie che lo avevano allevato fussin morti, nondimeno egli, come nato in quel paese, ancor che non ci avesse niente, ci aveva amore. La qual persuasione non durò molto, che egli et il Piloto una mattina partirono, et inverso Fiorenza ne vennero. Et arrivati in quella, ebbe grandissimo piacere riveder le cose vecchie dipinte da’ maestri passati che già gli furono studio nella sua età puerile, e così ancora quelle di que’ maestri che vivevano allora de’ più celebrati e tenuti migliori in quella città. Quivi fu operato da’ suoi amici che egli avesse una opera in fresco, de la quale diremo di sotto. Avvenne che, trovandosi un giorno seco per fargli onore molti artefici, pittori, scultori, architetti, orefici et intagliatori di marmi e di legnami, che secondo il costume antico si erano ragunati insieme, chi per vedere et accompagnare Perino et udire quello che e’ diceva, e molti per veder che differenza fusse fra gli artefici di Roma e quegli di Fiorenza nella pratica, et i più v’erano per udire i biasimi e le lode che sogliono spesso dire gli artefici l’un de l’altro, e così ragionando insieme d’una cosa in altra, pervennero, guardando l’opere e vecchie e moderne per le chiese, in quella del Carmine per veder la cappella di Masaccio. Dove guardando ognuno fisamente e moltiplicando in varii ragionamenti in lode di quel maestro, e che egli avesse avuto tanto di giudizio che egli in quel tempo, non vedendo altro che l’opere di Giotto, avesse lavorato con una maniera sì moderna nel disegno, nella invenzione e nel colorito, che egli avesse avuto forza di mostrare, nella facilità di quella maniera, la difficultà di questa arte. Oltra che nel rilievo e nella resoluzione e nella pratica non ci era stato nessuno di quegli che avevano operato, che ancora lo avesse raggiunto. Piacque Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
assai questo ragionamento a Perino, e rispose a tutti quegli artefici che ciò dicevano, queste parole: “Io non niego quel che voi dite che non sia, e molto più ancora, ma che questa maniera non ci sia chi la paragoni negherò io sempre; anzi dirò, se si può dire, con soportazione di molti, non per dispregio, ma per il vero, che molti conosco e più risoluti e più graziati; le cose de’ quali non sono manco vive in pittura di queste, anzi molto più belle. E mi duole in servigio vostro, io che non sono il primo dell’arte, che non ci sia luogo qui vicino che si potesse farvi una figura; che innanzi che io mi partisse di Fiorenza, farei una prova, allato a una di queste in fresco medesimamente, acciò che voi co ‘l paragone vedeste se ci è nessuno ne’ moderni che l’abbia paragonato”. Era fra costoro un maestro tenuto il primo in Fiorenza nella pittura, e come curioso di veder l’opere di Perino, e per abbassarli lo ardire, messe innanzi un suo pensiero, che fu questo: “Se bene egli è pieno — diss’egli — costì ogni cosa, avendo voi cotesta fantasia, che è certo buona e da lodare, egli è qua al dirimpetto dove è il San Paulo di sua mano, non men buona e bella figura che si sia ciascuna di queste della cappella, dove agevolmente potrete mostrarci quello che voi dite, faccendo un altro apostolo allato, o volete a quel San Piero di Masolino o allato al San Paulo di Masaccio”. Era il San Piero più vicino alla finestra et eraci migliore spazio e miglior lume, et oltre a questo non era manco bella figura che il San Paulo. Adunque ognuno confortavan Perino a fare, et a lui il pregava che avevan caro veder questa maniera di Roma, oltra che molti dicevano che egli sarebbe cagione di levar loro de ‘l capo questa fantasia, tenuta nel cervello tante decine d’anni, e che s’ella fusse meglio, tutti correrano a le cose moderne. Per il che, persuaso Perino da quel maestro, che gli disse in ultimo ch’e’ non doveva mancarne, per la persuasione e piacere di tanti begli ingegni, oltra che elle erano due settimane di tempo quelle che a fresco conducevano una figura, e che loro non mancherebbono spender gli anni in lodare le sue fatiche. E benché costui dicesse così, era di animo contrario, persuadendosi che egli non dovesse far però cosa molto meglio che facevano allora quegli artefici, che tenevano il grado de’ più eccellenti. Accettò Perino di far questa prova, e chiamato di concordia M Giovanni da Pisa priore del convento, gli dimandarono licenzia de ‘l luogo per fare tale opera, che invero di grazia e cortesemente lo concesse loro; e così, preso una misura del vano, con le altezze e larghezze, si partirono. Fu Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
tornato  di  carbone,  chi  disegnato  di  tratti  e  chi  sfumato  e  con  biacca lumeggiato, volendo egli mostrare quanto sapesse in tale professione. Per il che gli artefici stupidi e morti restorono, vedendo l’estremità dell’arte in tal carta per Michele Agnolo mostra loro. Onde veduto sì divine figure (dicono alcuni che le videro) di man sua e d’altri ancora non s’essere mai più veduto cosa che della divinità dell’arte nessuno altro ingegno possa arrivarla mai. E certamente è da credere, percioché dappoi che fu finito e portato alla sala del papa con gran romore dell’arte e grandissima gloria di Michele Agnolo, tutti coloro che su quel cartone studiarono e tal cosa disegnarono, come poi si seguitò molti anni in Fiorenza per forestieri e per terrazzani, diventarono persone in tale arte eccellenti, come vedemmo: poiché in tale cartone studiò Aristotile da San Gallo amico suo, Ridolfo Ghirlandaio, Francesco Granaccio, Baccio Bandinello et Alonso Berugotta spagnuolo; seguitò Andrea del Sarto, il Francia Bigio, Iacopo Sansovino, il Rosso, Maturino, Lorenzetto, e ‘l Tribolo allora fanciullo, Iacopo da Pontormo e Perin del  Vaga, i quali tutti ottimi maestri fiorentini furono e sono. Per il che, essendo questo cartone diventato uno studio di artefici, fu condotto in casa Medici nella sala grande di sopra, e tal cosa fu cagione che egli troppo a securtà nelle mani de gli artefici fu messo: perché nella infermità del Duca Giuliano, mentre nessuno badava a tal cosa, fu da loro stracciato, et in molti pezzi diviso, talché in molti luoghi se n’è sparto, come ne fanno fede alcuni pezzi che si veggono ancora in Mantova in casa M Uberto Strozzi gentiluomo mantovano, i quali con riverenza grande son tenuti. E certo che a vedere e’ sono più tosto cosa divina che umana. Era talmente la fama di Michele Agnolo per la Pietà fatta, per il gigante di Fiorenza e per il cartone nota, che Giulio II Pontefice deliberò fargli fare la sepoltura e, fattolo venire di Fiorenza, fu a parlamento con esso e stabilirono insieme di fare una opera per memoria del papa e per testimonio della virtù dMichele Agnolo, la quale di bellezza, di superbia e d’invenzione passasse ogni antica imperiale sepoltura. La quale egli con grande animo cominciò, et andò a Carrara a cavar marmi e quegli a Fiorenza et a Roma condusse; e per tal cosa fece un modello tutto pieno di figure et addorno di cose difficili. E perché tale opera da ogni banda si potesse vedere, la cominciò isolata, e della opera del quadro, delle cornici e simili, ciò è dell’architettura de gli ornamenti, la quarta parte con sollecitudine finita. Cominciò in questo mezzo alcune Vittorie ignude, che hanno sotto prigioni, et infinite provincie legate ad alcuni termini di marmo, i quali vi andavano per reggimento; e ne
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
cose. Sentissi nel discoprirla correre tutto il mondo d’ogni parte, e questo bastò per fare rimanere le persone trasecolate e mutole; laonde il papa, di tal cosa ingrandito e dato animo a sé di far maggiore impresa, con danari e ricchi doni rimunerò molto Michele Agnolo. Di che egli alla sepoltura ritornato, quella di continuo lavorando e parte mettendo in ordine disegni da potere condurre le facciate della cappella, volse la fortuna invidiosa che di tal memoria non si lasciasse quel fine che di tanta perfezzione aveva avuto principio: perché successe in quel tempo la morte di Papa Giulio, onde tal cosa si mise in abbandono per la creazione di Papa Leon X il quale d’animo e di valore non meno splendido che Giulio, aveva desiderio di lasciare nella patria sua per essere stato il primo pontefice di quella, in memoria di sé e d’uno artefice si divino e suo cittadino, quelle maraviglie che un grandissimo principe come esso poteva fare. Per il che, dato ordine che la facciata di San Lorenzo di Fiorenza, chiesa dalla casa de’ Medici fabbricata, si facesse per lui, fu cagione che il lavoro della sepoltura di Giulio rimase imperfetto per un tempo. Onde vari et infiniti furono i ragionamenti che circa ciò seguirono; perché tale opera averebbono voluto compartire in più persone, e per l’architettura concorsero molti artefici a Roma al papa, e fecero disegni Baccio d’Agnolo, Antonio da San Gallo, Andrea Sansovino, il grazioso Raffaello da Urbino, il quale, nella venuta del papa, fu poi condotto a Fiorenza per tale effetto. Laonde Michele Agnolo si risolse di fare un modello, e non volere altro che lui in tal cosa, superiore o guida dell’architettura. Ma questo non volere aiuto fu cagione che né egli né altri operasse, e che quei maestri disperati a i loro soliti esercizi si ritornassero. E Michele Agnolo, andando a Carrara, passò da Fiorenza, con una commissione che da Iacopo Salviati gli fossero pagati mille scudi. Ma essendo nella giunta sua serrato Iacopo in camera per faccende con alcuni cittadini, Michele Agnolo non volle aspettare l’udienza, ma si partì senza far motto e subito andò a Carrara. Intese Iacopo de lo arrivo di Michele Agnolo, e non lo ritrovando in Fiorenza gli mandò i mille scudi a Carrara. Voleva il mandato che gli facesse la riceuta, al quale disse che erano per la spesa del papa e non per interesso suo, che gli riportasse che non usava far quitanza, né recevute per altri; onde per tema colui se ne ritornò senza a Iacopo. Fece Michele Agnolo ancora per il palazzo de’ Medici  modello de le finestre inginocchiate a quelle stanze che sono sul canto, dove Giovanni da Udine lavorò quella camera di stucco e dipinse, ch’è cosa lodatissima, e Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
primo alimento nella sua povertà. Dicono ancora che nel tempo dello assedio gli nacque occasione per la voglia che prima aveva d’un sasso di marmo di nove braccia venuto da Carrara, che per gara e concorrenza fra loro, Papa Clemente lo aveva dato a Baccio Bandinelli; ma per essere tal cosa del publico, Michele Agnolo la chiese al Gonfaloniere, e glielo diedero che facesse il medesimo, avendo già Baccio fatto il modello e levato di molta pietra per abbozzarlo. Onde fece Michele Agnolo un modello, il quale fu tenuto maraviglioso e cosa molto vaga. Ma nel ritorno de’ Medici fu restituito a Baccio, perché a Michele Agnolo convenne andare a Roma a Papa Clemente. Il quale, benché ingiuriato da lui, come amico della virtù gli perdonò ogni cosa, e gli diede ordine che tornasse a Fiorenza e che la libreria e la sagrestia di San Lorenzo si finissero del tutto. E per abbreviare tale opera una infinità di statue che ci andavano compartirono in altri maestri. Egli n’allogò due al Tribolo, una a Raffaello da Monte Lupo et una a Gio Agnolo già suto frate de’ Servi, tutti scultori, e gli diede aiuto in esse faccendo a ciascuno i modelli in bozze di terra. Laonde tutti gagliardamente lavorarono et egli ancora alla libreria faceva attendere, onde si finì il palco di quella d’intagli in legnami con suoi modelli, i quali furono fatti per le mani del Carota e del Tasso fiorentini eccellenti intagliatori e maestri, et ancora di quadro. E similmente i banchi de i libri lavorati allora da Batista del Cinque e Ciappino amico suo buoni maestri in quella professione. E per darvi ultima fine fu condotto in Fiorenza Giovanni da Udine divino, il quale per lo stucco della tribuna insieme con altri suoi lavoranti et ancora maestri fiorentini, vi lavorò. Laonde con sollecitudine cercarono di dare fine a tanta impresa. Perché, volendo Michele Agnolo far porre in opera le statue, in questo tempo al papa venne in animo di volerlo appresso di sé, avendo desiderio di fare la facciata della cappella di Sisto, dove egli aveva dipinto la volta a Giulio II. E già dato principio a’ disegni, successe la morte di Clemente VII, la quale fu cagione che egli non seguitò l’opera di Fiorenza, la quale, con tanto studio cercandosi di finire, pure rimase imperfetta, perché i maestri che per essa lavoravano, furono licenziati da chi non poteva più spendere. Successe poi la felicissima creazione di Papa Paulo terzo Farnese, domestico et amico suo, il quale, sapendo che l’animo di Michele Agnolo era di finire la già cominciata opera in Roma da se medesimo per la ultima sua memoria, fattigli fare i ponti, diede ordine che tale opera si continuasse; e così gli fece fare provisione di danari per ogni mese, et ordine poi da potere tal cosa seguitare. Perché egli con grandissima voglia e sollecitudine fece fare, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
E dal liburnio remo invocata La man lor applica, se a te vicino 130 Ei sbiechi il livido occhio porcino, — Deh, Fucci, gridagli, mercede imploro, Non vesto, vedimi, d’argento e d’oro, Non son de gli ordini privilegiati Vuoi de’ rarissimi vuoi de’ citati, 135 Non ne i cataloghi cercato appaio, Non c’è da vendermi che al salumaio. A queste pagine di poco affare Le man dottissime non abbassare. — Oh, s’ei la granfia distenda a vuoto, 140 Appicca, o povero libro, il tuo vóto: Ché a grandi e piccoli ei non perdona; Ogni, anche minima, preda gli è buona. Chiese, postriboli, caffè, spedali Le sue sentirono unghie fatali, 145 Da quando ei l’abile man giovinetta Da l’elemosine ne la cassetta Imberbe chierico con occhio pio Erudia, l’obolo rubando a Dio, E i doni a l’umile Vergine apposti 150 Per lui fumavano fusi in arrosti. D’altro non dubito: se bene ancora Lui la chiarissima viltade adora, Trason ridicolo che incarna e avanza L’idea platonica de l’ignoranza, 155 Forte co’ deboli, debol co’ i forti, Prode a trafiggere gli uomini morti, Prode a nascondersi, ferendo il tergo, Di birri e ipocriti sotto l’usbergo, Tal ch’io non credomi maggior ribaldo
Juvenilia di Giosue Carducci
A un poeta di montagna [LXIX] Nascesti dentro d’un secchion da latte, E a scrivere imparasti in una bótte, Accordando le rime irte ed astratte A lo scoppiar de le castagne cotte. 5 A quelle rime strampalate e matte Sentironsi a bociare asini e bòtte, Le secchie vomitaron lor ricotte, E i tegami pugnar con le pignatte. Allora crocitando un solreutte, Salisti in Pindo pien di boria il petto; Ma Febo ti legnò come un Margutte. Tu montato in arcion d’un somaretto, Ti preparavi a le future lutte, Con un orso scudiero al fianco stretto: 15 E d’uno scaldaletto Difeso, urtasti di tutta baldanza, Ma il ciuco ti buttò senza creanza, — Per legge d’eguaglianza, Ragliandoti su ‘l muso a ritornelli, Bestie non portan bestie; e siam fratelli.
Juvenilia di Giosue Carducci
XI A G. Garibaldi [XVIII] III Novembre  MDCCCLXXX Il dittatore, solo, a la lugubre schiera d’avanti, ravvolto e tacito cavalca: la terra ed il cielo squallidi, plumbei, freddi intorno. 5 Del suo cavallo la pésta udivasi guazzar nel fango: dietro s’udivano passi in cadenza, ed i sospiri de’ petti eroici ne la notte. Ma da le zolle di strage livide, ma da i cespugli di sangue roridi, dovunque era un povero brano, o madri italiche, de i cuor vostri, saliano fiamme ch’astri parevano, sorgeano voci ch’inni suonavano: splendea Roma olimpica in fondo, correa per l’aere un peana. — Surse in Mentana l’onta de i secoli dal triste amplesso di Pietro e Cesare: tu hai, Garibaldi, in Mentana su Pietro e Cesare posto il piede. O d’Aspromonte ribelle splendido, o di Mentana superbo vindice, vieni e narra Palermo e Roma in Capitolio a Camillo. — 25 Tale un’arcana voce di spiriti correa solenne pe ‘l ciel d’Italia quel dì che guairono i vili, botoli timidi de la verga. Oggi l’Italia t’adora. Invòcati la nuova Roma novello Romolo:
Odi barbare di Giosue Carducci
Aprir sentissi Adone il cor nel petto e gli spirti brillar d’alta allegria, quando di tanti augei, ch’avean ricetto in quell’albergo, udì la sinfonia. Qual vagabondo e libero a diletto per le siepi e sugli arbori salia; qual, perché troppo alzar non si potea, intorno al’acque e sovra i fior pascea. Uopo non ha ch’industre man qui tessa di ben filato acciar gabbia o voliera, accioché degli augei la turba in essa senza poter fuggir stia prigioniera: spaziosa uccellaia è l’aria istessa che fa lor sempre autunno e primavera, ed ala libertà d’ogni augellino carcere volontario è il bel giardino, né rete, né cancel rinchiude o serba il pomposo fagian, l’umil pernice; il verde parlator scioglie per l’erba lingua del sermon nostro imitatrice; v’ha di zaffiri e porpore superba la sempiterna e singolar fenice; v’ha quel che ‘n sé sospeso eccelse strade tenta e d’aure si nutre e di rugiade. L’aquila imperiale il sol vagheggia, col rostro il petto il pelican si fere, va il picchio a scosse e l’aghiron volteggia, la gru le sue falangi ordina in schiere, lo smeriglio e ‘l terzuol seguon l’acceggia, l’oche in fila di sé fanno bandiere e la gazza tra lor menando festa erge la coda e l’upupa la cresta.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Di terreno scultor scarpelli industri formar non saprien mai sì bella fonte; e ben fece molt’anni e molti lustri ai tre giganti etnei sudar la fronte. Nove di marmo fin figure illustri cerchiano un sasso e ‘l sasso assembra un monte. E quel monte ha due cime e ‘nsu le cime alato corridor la zampa imprime. Deh ! perdoniti il ciel sì grave fallo per cui men caro il buon licor si tiene, zoppo fabricator del bel cavallo che ne venne ad aprir novo Ippocrene. Bastar ben ti devea che ‘l suo cristallo scaturisse Elicona in larghe vene, senza far di quell’acque elette e rare l’uso a pochi concesso, omai vulgare. Quanti da indi in qua del nome indegni poeti il chiaro studio han fatto vile? Quanti con labra immonde audaci ingegni vanno a contaminar l’onda gentile? Non si turbi il bel coro e non si sdegni se venale e plebeo divien lo stile, poiché del mondo ogni contrada quasi di Caballini abonda e di Parnasi. E1 sì ben finto il zappador destriero, ch’alo spuntar del giorno in oriente i corsieri del sol credendol vero ringhiando gli annitrirono sovente. Piove dal sasso in un diluvio intero la piena in pila concava e lucente; e la pila ch’accoglie in sé la pioggia dele Muse su gli omeri s’appoggia.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
A que’ sembianti angelici diventa qual più rigido cor molle e cortese. Trattiene i colpi e con man lieve e lenta schermo si fa dal’innocenti offese. Mal garzon più s’inaspra e più s’aventa tra le più dubbie e men secure imprese; e chi gli cede irrita e di chi ‘l mira contro sestesso e sua beltà s’adira. Melanto nato al freddo Tronto in riva là tra l’Alpe picena e la peligna, suo curator, suo difensor veniva e seco inun facea l’erba sanguigna. Per la calca maggior questi il seguiva e, fermando talor l’asta ferrigna, volgeasi a rimirar quai più mortali del’occhio o dela man fusser gli strali. Or davante, or da tergo ed or da’ fianchi gli lasciava i guerrier feriti e vinti, perché gli avanzi suoi storditi e stanchi fusser da lui con minor rischio estinti. In cotal guisa ove i più fieri e franchi segnalarsi vedea di sangue tinti, le fatiche scemando al bel fanciullo di spianargli la strada avea trastullo. Così strozziero al’aghiron talora, spuntando il lungo rostro e i curvi artigli, al falcon giovinetto e non ancora uso ale cacce agevola i perigli. Così leon, traendo al bosco fora del’aspra cova i non chiomati figli, caprio o torel cui di branar disdegna lor mezzo ucciso a divorare insegna.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Per farne scherno allora, un con la ronca d’umano sangue ancor macchiata e sporca d’una rovere annosa il ramo tronca sich’a guisa d’uncin s’incurvi e torca e ben acconcia a lato ala spelonca col suo groppo corrente e fune e forca v’appende e pender lascia, orrido pondo, dela povera vecchia il corpo immondo. Tien certo che là dentro Adon s’appiatti Orgonte e pensa pur come lo scopra, vassene al buco ove gran tempo fatti han l’api industri i casamenti sopra. Fa che ciascun de’ suoi la zappa tratti e chi la pala e chi la marra adopra, stromenti che quel dì, dopo i lavori, quivi lasciati avean gli agricoltori. Le pecchie allor ch’a lavorare il favo stavano travagliando entro i covili, quando picchiar sentiro il sasso cavo da vomeri, da vanghe e da badili, s’aventaro alo stuol perverso e pravo con spine acute e stimuli sottili e con tal furia e tanta stizza usciro che n’uccisero molti e ne feriro. Ma quantunque salvatiche e superbe trafigessero lor le mani e ‘l volto, il mal però dele punture acerbe appo il danno maggior non parve molto. Sparsesi il mel che di pestifer’erbe e di fior velenosi era raccolto e quei che da’ ladron non fur distrutti, gustando quel licor, moriron tutti.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Spuntan nel piano ove ‘l bel volto ha meta, d’una fronte serena i puri albori. Seguono ingiuriosi al gran pianeta di duo bei soli i mobili splendori, nela cui luce amorosetta e lieta nutre un verde smeraldo umidi ardori. Rosse le chiome ha più che sangue o foco e son le ciglia sue d’oro e di croco. Quelche più si rileva in mezzo al viso, si curva sì, ma nel curvarsi è parco e de’ duo fini estremi ond’è diviso, l’un si risolve in punta e l’altro in arco. Serra e disserra il labro al dolce riso di finissimo cocco un picciol varco, là dove chiude Amor, rare a vederle, tra due sponde di rose un mar di perle. Bianco damasco di diamanti asperso, lungo al tallone, ala cintura angusto, ch’ha d’armellini candidi il riverso e scorciato il collar gli copre il busto e scopre ignuda del bel collo terso la neve ond’anco il gel fora combusto; del medesmo è il cosciale e ‘l guernimento, un passaman di martellato argento. Berretta ha di fin or cerchiata in testa d’un terzopel che parimente è bianco ed havvi sù d’un’aghiron la cresta che le ‘mpenna la rosa al’orlo manco. Collana, di rubin tutta contesta, gli orna la gola e simil cinta il fianco. Scarpe ha nel piè d’innargentate squame cui fan boccole d’oro aureo serrame.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto diciannovesimo CCXCIX Ciò fatto, io lo condussi al buon Chirone che di Filira nacque e di Saturno, colui ch’or fregia al’orrida stagione di sette e sette stelle il ciel notturno. Or questi ad allevar prese il garzone in solitario albergo e taciturno, là dove Pelio di tremende belve le sue spelonche ombrose empie e le selve. Né d’alimento dilicato e molle nutrillo in languid’ozio e ‘n vil piacere; latte di rigid’orse, aspre midolle di leoni il pasceano e d’altre fere. Effeminarlo in quell’età non volle tra delizie soavi e lusinghiere, ma gli facea per la montagna alpestra spedire il piede, essercitar la destra. Or levretta, or cerbiatto, or cavriolo gl’insegnava a pigliar per la foresta e quando il mio magnanimo figliolo ne riportava o quella preda o questa, il fido suo governator non solo il ricevea con allegrezza e festa, ma con gran lodi ed accoglienze amiche il premio gli porgea dele fatiche. Di miel, di poma o pur d’uva matura gli apprestava al ritorno il grembo pieno e, per farglisi egual nela statura, le ginocchia piegava insu ‘l terreno e chino e basso con paterna cura queste cose gli offria dentro il suo seno; e ‘l giovane prendea standogli alpari dal cortese custode i doni cari.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Vommene ratto ove ‘l mio sposo alberga e ‘l prendo a supplicar che mi conceda ch’io quel navilio in mar rompa e disperga, usurpator dela mal tolta preda, e che col falso adultero sommerga la rea del bianco augel figlia e di Leda, ma sì duro ritrovo il molle Dio, ch’essaudir nega intutto il pregar mio. Poscia ch’io son dal re del’acque esclusa che violar non può la legge eterna, né vuole al fato opporsi e gir ricusa contro l’alto motor che ‘l ciel governa, torno, sotto color di nova scusa, del tessalico monte ala caverna; quindi a Chirone il caro allievo io tolgo e poi subito a Sciro il piè rivolgo. Al re di Sciro il diedi e sotto panni finti nascosto di real donzella, il pargoletto eroe passò qualch’anni in compagnia di Deidamia la bella, a cui scoprendo poi gli occulti inganni che la froda chiudea dela gonnella, per certezza del ver seco si giacque, onde il famoso Pirro al mondo nacque. La tromba intanto del troiano Marte suona pertutto e l’universo fiede e ‘l giovane fatal van con grand’arte cercando intorno Ulisse e Diomede; e poich’investigata hanno ogni parte, giungon ala magion di Licomede. Quivi presentan poi diversi doni al’ancelle di corte i duo baroni.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
L’arco guerrier che l’arma e per traverso dal’omero gli pende al fianco cinto, è di tasso cornuto assai ben terso, con purpureo carcasso insieme avinto. Di vario smalto e di color diverso, sicom’iride in ciel, tutto è dipinto; iride sì, però che ‘n guerra o in caccia sempre pioggia di strali altrui minaccia. Con lieto mormorio, con molte e molte voci d’applauso il nome altier si lesse, perché sapean le turbe intorno accolte quanto in quell’arte il giovane valesse; sapean che ‘l nibbio e l’aghiron più volte fè ch’a mezz’aria insu ‘l volar cadesse; e ch’avria, nonche ‘n ciel giunto un augello, diviso con lo strale anco un capello. Prende alor l’arco in man prima Frizzardo, ch’è fabricato del più bianco dente e dala selva, ond’è crinito, un dardo svelle qual più gli par saldo e pungente. Il segno e ‘l sito essamina col guardo ed al vantaggio suo volge la mente. L’arco in mezzo sostien con la sinistra, con la destra il quadrel gli somministra. Incoccato ch’ei l’ha, pria che lo scocchi, pria che ‘l forbito avorio allarghi e stenda, piglia la mira e studia ben con gli occhi dove l’un drizzi e come l’altro spenda. La distanza misura accioché tocchi in parte l’animal ch’egli l’offenda. L’occhio, il braccio, la mano inun rassetta, l’arco a tempo, la corda e la saetta.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Ma non gli valse; ché gli ultimi guai gli apparecchiava quella che seguita era dall’altre, com’io avvisai. Con greve colpo gli levò la vita con una lancia Iacopa, e la testa gli tagliò poi vigorosa e ardita. E mentre che di ciò facevan festa, ben sei altri n’usciron piccioletti, figliuoi di quel, con noiosa tempesta. Con lieve affanno a morte fur costretti, perché già el fumo gli avea consumati mentre da quel nel buco eran distretti. Così da queste tututti pigliati li vidi e morti; ond’io ad altra cosa rivoltai gli occhi già di quel saziati; e, al ponente, vidi valorosa Zizzola Faccipecora andar suso, leggiadra, bella, gaia e poderosa. Ma nel bel monte delle frondi chiuso non andò guar con li suo’ can guardando, ch’un leopardo, lieve oltre a nostro uso, l’apparve avanti, ver di lei andando.
Caccia di Diana di Giovanni Boccaccio
ancora le sparte reliquie della terra che per adietro, da Nettuno construtta al suono della cetera d’Appollo, fu d’altissime mura murata. Della quale, poi che il greco furore d’ogni cosa arsibile ebbe le sue fiamme pasciute, e l’alte rocche, con dispendio grandissimo tirate inverso il cielo, toccarono il piano con le loro sommità, e la rapita, cagione di queste cose, ricercò le camere male da lei per molti abandonate, uscirono giovani dannati ad etterno essilio. E vagabundi lasciati i liti africani, e la gran massa premente la testa del  superbo  Tifeo  e  gli  abondevoli  regni  d’Ausonia  e  le  rapaci  onde  di Rubicone e del Rodano trapassate, sopra le piacenti di Senna ritennero i passi loro; e forse con non altro agurio che Cadmo le tebane fortezze fermasse,  fondarono  una  loro  terra  per  abitazione  perpetua  e  di  loro  e  de’ successori. De’ quali essendo già dodici secoli trapassati e del tredecimo delle dieci parti le nove compiute, come ora del quartodecimo delle cinque le due, poi che dal cielo nuova progenie nacque intra’ mondani, di nobili parenti discese una vergine la quale essi pietosi ad uno armigero di Marte congiunsono con dolorose tede in matrimonio, bene sperantisi d’operare. E così in quelli luoghi andanti le cose, tra bretti monti surgenti quasi in mezzo tra Corito e la terra della nutrice di Romulo, di Tritolemo, uomo plebeio di nulla fama e di meno censo, già dato a’ servigii di Saturno e di Cerere  per  bisogno,  e  d’una  rozza  ninfa  nacque  un  giovinetto  di  cui,  sì come di non degno di fama, il nome taccio. Egli, benché mutasse abito, coperti sotto ingannevole viso li rozzi costumi, ritenne del padre in ogni cosa materiale e agreste e, non imitante i vestigii del generante, si dispuose a seguitare con somma sollicitudine Giunone la quale, a lui favorevole, in quelli luoghi il produsse; e ne’ servigii di lei, abondevolmente trattando i beni di quella, per lungo spazio trasse sua dimoranza, e agl’incoli parlando sé nobile, a’ nobili cotale mestiere, quale il suo era, essere per consuetudine antica mentiva. Dove dimorante elli, il dolente gufo donante tristi agurii a’ nuovi matrimonii della già detta vergine, con crudele morte vegnenti le sue significazioni, fu levato di mezzo colui che, poco più che fosse vivuto, mi saria stato padre; e lei, di senno e d’età giovinetta, sanza compagno rimasa nel vedovo letto, nelle oscure notti triste dimoranze traeva piangendo, infino a tanto che agli occhi vaghi di lei l’aveniticcio giovane di venusta forma, non simile al rustico animo, apparve, ma non so dove; la quale non altrimenti, vedendolo, sentì di Cupido le fiamme che facesse Didone, veduto lo strano Enea. E come colei di Sicceo, così questa del primo marito la memo-
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
“ ’ ’Brieve ti fia la nostra noia, e tosto ti fia palese per cui più altamente  canterai  che  per  noi,  che  qui  venute  semo  a  pórti  silenzio,  se  più  ne volessi cantare’. “ ’A cui mi parea rispondere: “ ’ ’Cessino gl’iddii che questo sia, che io mai più, se della signoria esco di voi, come io disio, diventi d’alcuna, o che più per me Caliopè dêa forma a nuovi versi!’ “ ’A cui queste sùbite seguitaro: “ ’ ’Niente t’abbiamo tenuto noi sì come donna, ancora la tua età non tegnente, fierissima a rispetto di noi, signoreggerà la tua mente; la quale se di vederla t’agrada, aspettaci qui: noi la ti mosterremo’. “ ’Ebbero detto; e a un’ora esse e ’l sonno si dipartirono. Onde io, maravigliatomi, prima lento i riposati membri levai del tristo letto, e con sollecita mano esplorando l’oziose tenebre i luoghi del fuoco cercai. Del quale esservene non prima conobbi che quello, alquanto fumante, nascoso sotto la cenere, mi cosse la mano palpante; ma, tirata indietro quella, l’altra, con più prestezza pórta all’accese brace, di quelle misi nella secca stoppa; e con aure lievi e continue il fuoco languente recai in chiara luce, cacciando le tenebre della notte, nelle quali forse più attamente mi sarei doluto che al lume. E questo fatto, io ritornai agli usati pensieri, e in quelli malinconico lunga fiata vegghiai. Né aveva ancora i suoi dispendii tratti la notte con seco, quando nuovamente, da’ pensieri vinto, soave sonno mi ripigliò. Né prima nel profondo di quello fui tuffato che le già dette di me schernitrici mi furono davanti, ma con vista gabbevole meno; e in mezzo di loro aveano menata una giovane di sì grazioso aspetto quanto mai nessuna n’apparisse agli occhi miei; e era di verde vestita. Né cosa alcuna mi dissono, se non solamente: “ ’ ’Ecco colei cui già ti dicemmo che sola fia donna della tua mente e per la quale le tue virtù in esperienzia le loro forze porranno’. “  ’A  questo  niuna  cosa  fu  a  quelle  per  me  risposto;  ma,  quasi  de’ preteriti danni dimentico, intendeva con sommo diletto a mirare quella, fra me dicendo: ’Veramente ogni altra bellezza vince questa che costei tiene; e niuna fatica per lei avuta sarebbe indegna a chi per quella di tale meritasse la grazia’. E lungamente miratola, fra me contendeva se altra volta veduta l’avessi o no, né alla memoria tornava che mai per me fosse stata veduta. Ma la reminiscenza più ricordevole nella smarrita memoria tornò costei, da
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
diliberazione comune nell’albitrio delli iddii rimisono il nominarla. E però che in quella non solamente ad uno porgevano incensi, ma già ripiena di meccanici varii, a diversi sacrificii donavano e a tutti aveano templo ordinato, ciascuno, accesi fuochi al suo, con pietosi prieghi porse il suo disio. I nebulosi fummi si risolveron nell’aere, e i riscaldati altari e i dati sacrificii co’ pórti prieghi toccarono gli iddii, li quali, come pregati, intenti a’ disiderii de’ preganti discesero in questo luogo ove noi stiamo. E se alcuno cittadino fu di questo avvisato, egli poté vedere qui Marte focoso di molti raggi armato tutto e al sinistro suo omero uno scudo vermiglio grandissimo; e con lui la saturnia Giunone per autorità e per abito reverenda; e apresso a loro la discreta Minerva ornata delle sue armi, e il sagace Mercurio con la sua verga e col cappello e con le volanti ali; dopo li quali la bellissima Venere con le sue bellezze aperte, insieme con  Vertunno, il quale le varie forme avea lasciate e tenea la propia. Questi sei solamente ne dice la reverenda antichità che furono chiamati al detto uficio, li quali ancora che pieni fossero di ragione, niuna concordia dello imposituro nome fra loro avere si potea. Per la qual cosa giudice nella loro quistione elessero Giove, davanti al quale ciascuno per sé pórte efficaci ragioni, titubante il giudicio nella mente del giudicante, a quelle niuna cosa disse. Ma pensata nuova maniera a decisione della presente quistione, così parlò: “ ’Chi saria giusto giudice a dimostrare quali parole delli iddii abbiano più forze, con ciò sia cosa che tutti e lingua pari e iscienza tegnate? I vostri effetti mostrino chi più possiede della tencionata quistione, de’ quali qual  più  sarà  eccellente,  a  colui  il  mutare nome a  Tebe  che  si  convenga giudicheremo. E nel mostrare quelli da voi si terrà cotale ordine: noi daremo a ciascuno in mano un picciolo bastone, col quale ciascuno di voi una volta sola batterà il fiorito prato ove noi dimoriamo; e a cui davanti più laudevole cosa surgerà di quello colpo, da tutti voi ad un’ora donato, colui giudicheremo che dêa l’etterno nome’. “E detto questo, levatosi da sedere, con le mani sante divelse un giovane cornio solo crescente in dritta verga, e quello in sei diviso, a ciascuno diede la parte sua, e comandò che ferissero; li quali tutti ad una ora ferirono. E subitamente si vide dinanzi a Marte, aperta la terra, infra le belle erbette e’ fiori, con mormorio non intendevole soffiando, uscire una chiara fiamma, quale forse già da’ nostri antichi prima fu, in fummi ravolta, veduta uscir di Veseo; e stante ferma, non ricevea impedimento dal sole. E alla
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
turbato, però che focosa, tacendolo, avea desiderato cotale onore. E se egli i detti di Giove avesse potuti passare, liberamente a lei avria conceduto il suo disio; ma, non potendo, in cotal modo pensossi di contentarla. E levato il capo, con alta voce mosse queste parole: “ ’Ecco che a me è dato di potere, come mi pare, imporre il nome tra tanta  gente  di  questa  città  vacillato.  Il  quale  io  da  me  o  da’  miei  effetti volentieri donerei; ma però che orribili sono e di battaglie dimostratori, più piacevole ho di donarlo estimato’. “E Venere rimirata nel viso e poi con mano presi i fiori di quella, seguì: “ ’La stagione e questi, ad essa non disiguali, da questi mi tirano a nominarla; per che io per etterno nome le dono Florenzia. Questo le sia immutabile e perpetuo infino negli ultimi secoli. E perciò che essi sono alle mie battaglie disposti e sanza segno contra i nimici s’afrontano, per vittorioso segnale il mio scudo voglio a quella lasciare; e acciò che quello col nome sia uniforme, uno di questi gigli bianchissimi voglio aggiugnere a quel vermiglio’. “E così fece. Queste voci e più gli effetti renderono al viso di Venere la letizia. E il prato si riprese le cose produtte e il cielo ricevette gli iddii; solo Marte agli aspettanti apparve nel tempio suo, e a quelli, il nome manifestato e ’l segnale, lasciando lo scudo suo, come gli altri aveano fatto se ne salì a’ suoi regni contento. I cittadini lieti, per doppia cagione exultanti, renderono debite lode di tanto dono e aggiunsero sacrificii al loro iddio e crebbero il numero de’ suo’ sacerdoti e quello giorno costituirono solenne per sempre mai; e preso il nome e lo scudo per bonissimo agurio, mirabile frutto con intera speranza nel futuro attendeano del fiore. E in brieve tempo, dopo il mutato nome, più che mai si sentirono la fortuna benigna; per la qual cosa gli animi egregi disposero ad alte cose; e ampliato il loro senato e il numero de’ padri cresciuto e tutti armigeri divenuti, levatosi l’aspro giogo de’ Coritani, già soprastanti per le indebilite virtù, si rintuzzarono le loro forze che appena il monte erano osanti discendere; né alcun altro vicino con loro sanza danno imprendeva la battaglia. E sì loro era graziosa stata Lucina che in brieve, riempiute l’antiche mura, gli strinse ad ampliarsi, e più si fecero al fiume vicini, e ogni dì di bene in meglio avanzando, Roma e la gran Capova eccettuate, già tra l’altre città italice la migliore si potea raccontare. Ma però che la non durante fortuna, quanto più le cose mondane alla sommità della sua rota fa presso, tanto più le fa vicine al cadere,
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
XLVI Così ornato come avete udito, s’era Ameto rimaso con lieto animo, ascoltando il cantar delle donne; il quale, sentendosi mente più possibile molto che prima, gli orecchi al canto e ’l cuore a’ dolci pensieri quivi concede. Egli, in se stesso faccendo della sua primitiva vita comparazione alla presente, sé medesimo schernendo ramemora; e quale, tra’ fauni e i satiri, per li boschi già sé col tempo perdesse cacciando vitupera; e qui la paura debitamente avuta de’ cani delle donne ancora nel pensiero lo spaventa, poi fra sé si ride del suo ardire avuto a prendere il laudevole amore; e con vista serena conosce l’udita prima canzone della sua Lia. Quindi i canti de’ pastori, che solamente l’orecchie di lui aveano dilettate, quanto sieno utili al cuore  sente  con  sommo  frutto.  Similemente  vede  che  sieno  le  ninfe,  le quali più all’occhio che allo ’ntelletto erano piaciute, e ora allo ’ntelletto piacciono più che all’occhio; discerne quali sieno i templi e quali le dèe di cui cantano e chenti sieno i loro amori, e non poco in sé si vergogna de’ concupiscevoli pensieri avuti, udendo quelli narrare; e similemente vede chi sieno i giovani amati da quelle e quali per quelle sieno divenuti. Ora gli abiti e i modi d’esse donne nota in sé medesimo, debiti a così fatte. Ma sopra tutti gli altri pensieri il rallegra l’essergli da quelle gli occhi svelati a conoscere le predette cose e a vedere la santa dèa venuta quivi e ad avere interamente saputa Lia, e sé sentire ornato, come si sente, e possibile all’amore di tante donne e degno di quello mentre li piacerà; e brievemente, d’animale bruto, uomo divenuto essere li pare. Per le quali cose in sé sanza comparazione lietissimo, mirando or l’una or l’altra di quelle, come esse finirono il canto loro, così cominciò a cantare: XLVII O diva luce che in tre persone e una essenza il ciel governi e ’l mondo con giusto amore e etterna ragione, dando legge alle stelle e al ritondo moto del sole, prencipe di quelle, sì come discerniamo in questo fondo, con quello ardor, che più caldo si svelle del petto mio, insurgo a ringraziarti, e teco insieme queste donne belle.
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
si può) aggiunge gloriae maraviglioso diletto. La quale mentre quaggiù fu nelle membra mortali, mai da alcuno non fu riguardata che il contrario non operasse di quello che le vane femine, dipignendo, s’ingegnano di fare maggiore; per ciò che, dove questa di costoro il concupiscevole appetito e disonesto desiderio commuove e desta, cosí quella della reina del cielo ogni villano pensiere, ogni disonesta volontà di coloro cacciava che la miravano; e  d’uno  focoso  e  caritevole  ardore  di  bene  e  virtuosamente  adoperare  sí maravigliosamente li accendeva che, laudando divotamente Colui che creata l’avea, a mettere in opera il bene acceso desiderio si disponeano. E di questo in lei non vanagloria, non superbia venía; ma intanto la sua umiltà ne crescea che, per avventura, ebbe tanta fortezza che la incommutabile disposizione di Dio avacciò a mandare in terra il suo figliuolo, del quale ella fu madre. L’altre poche, che a questa reverendissima e veramente donna s’ingegnorono con tutta lor forza di somigliare, non solamente le mondane pompe non seguitarono, ma le fuggirono con sommo studio; né si dipinsero per più belle apparere nel cospetto degli uomini strani, ma le bellezze loro dalla natura prestate disprezzarono, le celestiali aspettando. In luogo d’ira e di superbia, ebbero mansuetudine e umiltà; e la rabbiosa furia della carnale concupiscenza colla astinenzia mirabile domarono e vinsero, prestando maravigliosa pazienzia alle temporali avversità e a’ martíri: delle quali cose servata l’anima loro immaculata, meritarono di divenire compagne a Colei nella etterna gloria, la quale s’erano ingegnate nella mortal vita di somigliare. E, se onestamente si potesse accusare la natura, maestra delle cose, io direi che essa fieramente avesse in cosí fatte donne peccato, sottoponendo e nascondendo cosí grandi animi, cosí virili, cosí costanti e forti sotto cosí vili membra e sotto cosí vile sesso, come è il feminile; per che, bene ragguardando chi queste furono e chi quelle sono, che nel numero di quelle si vogliono mescolare e in quello essere annoverate e reverite, assai bene si vedrà mal confarsi l’una coll’altra, anzi essere del tutto l’una all’altra contrarie. Tacciasi adunque questa generazione prava e adultera né voglia il suo petto degli altrui meriti adornare; ché per certo le simili a quelle, che dette abbiamo, sono più rade che le fenici; delle quali veramente se alcuna esce di schiera, tanto di più onore è degna che alcuno uomo, quanto la sua vittoria e il miracolo è maggiore. Ma io non credo che in fatica d’onorarne alcuna per li suoi meriti, a’ nostri bisavoli non che a noi, bisognasse d’entrare: e prima spero si ritroveranno de’ cigni neri e de’ corbi bianchi che a’
Corbaccio di Giovanni Boccaccio
di filosofia né di legge né di statuto o di reggimento pubblico o privato né di cosí fatte cose; per ciò che, se cosí intendessi, non intenderesti bene il senno di che ti scrive che si diletta. Egli c’è un’altra maniera di savia gente, la quale forse tu non udisti mai in scuola tra le sette filosofiche ricordare, la quale  si  chiama  “la  cianghellina”.  Sí  come  da  Socrate  coloro  che  la  sua dottrina seguirono furono chiamati “socratici”, e quelli che quella di Platone “platonici”, ha questo nome preso la nuova setta da una gran valente donna, la quale tu molte volte puoi avere udita ricordare, che fu chiamata madonna Cianghella; cui sentenzia, dopo lunga e seriosa disputazione, fu nel concilio delle donne discrete e per conclusione posta che tutte quelle donne, le quali hanno ardire e cuore e sanno modo trovare d’essere tante volte e con tanti uomini quante il loro appetito concupiscibile richiedea, erano da essere chiamate “savie”; e tutte l’altre “decime o moccicose”. Questo è adunque quel senno il quale le piace e aggrada; questo è quel senno nel quale ella con lunghe vigilie molti anni ha studiato ed ènne, oltre ad ogni Sibilla, savia e maestra divenuta: intanto che tra lei e alcune sue consorti s’è assai volte disputato chi più degnamente, poi che monna Cianghella più non vive, né monna Diana ch’a lei succedette, debbia la cattedra tenere nella  loro  scuola.  Questo  è  quel  senno  nel  quale  ella  vorrebbe  ciascuna donna e uomo essere savio o appararlo; e perciò sgannati, se male avessi inteso; e ch’ella sia savissima credi sicuramente all’amico tuo. Parmi essere certo che, come nelle due già dette cose perversamente intendevi, cosí similemente della terza sii caduto in errore: di ch’ella sempre s’è  dilettata  oltremodo,  cioè  di  vedere  gli  uomini  pieni  di  prodezza  e  di gagliardia; e credo che tu credevi ch’ella volesse o disiderasse o le piacesse di vedere  gli  uomini  pro’  e  gagliardi,  colle  lance  ferrate  giostrando,  o  nelle sanguinose battaglie tra mille mortali pericoli o combattendo le città e le castella o colle spade in mano insieme uccidersi. Non è cosí: non è costei cosí crudele né cosí perfida, come mostra che tu creda, ch’ella voglia bene agli uomini perché s’uccidano. E che farebb’ella del sangue che, morendo l’uomo, vermiglio si versa? La sua sete è del digesto ch’e’ vivi e sani corpi possono, senza riaverlo, prestare. Quella prodezza adunque, che le piace, niuno la sa meglio di me. Ella non s’usa nelle piazze né ne’ campi né su per le mura né con corazza indosso né con bacinette in testa né con alcuno offendevole ferro: ella s’usa nelle camere, ne’ nascosi luoghi, ne’ letti e negli altri simili luoghi acconci a ciò, dove, senza corso di cavallo o suon di trom-
Corbaccio di Giovanni Boccaccio
mente la badessa, che ancora di queste cose non s’accorgea, andando un dì tutta sola per lo giardino, essendo il caldo grande, trovò Masetto, il quale di poca fatica il dì per lo troppo cavalcar della notte aveva assai, tutto disteso all’ombra d’un mandorlo dormirsi; e avendogli il vento i panni dinanzi levati indietro, tutto stava scoperto. La qual cosa riguardando la donna, e sola vedendosi,  in  quello  medesimo  appetito  cadde  che  cadute  erano  le  sue monacelle; e destato Masetto seco nella sua camera nel menò, dove parecchi giorni, con gran querimonia dalle monache fatta che l’ortolano non venia a lavorar l’orto, il tenne, provando e riprovando quella dolcezza la quale essa prima all’altre solea biasimare. Ultimamente della sua camera alla stanzia di lui rimandatolone e molto spesso rivolendolo e oltre a ciò più che parte volendo da lui, non potendo Masetto sodisfare a tante, s’avisò che il suo esser mutolo gli potrebbe, se più stesse, in troppo gran danno resultare; e per ciò una notte, con la badessa essendo, rotto lo scilinguagnolo cominciò a dire: “Madonna, io ho inteso che un gallo basta assai bene a diece galline, ma che diece uomini posson male o con fatica una femina sodisfare, dove a me ne convien servir nove; al che per cosa del mondo io non potrei durare, anzi sono io, per quello che infino a qui ho fatto, a tal venuto che io non posso fare né poco né molto; e per ciò o voi mi lasciate andar con Dio o voi a questa cosa trovate modo.” La donna, udendo costui parlare il quale ella teneva mutolo, tutta stordì e disse: “Che è questo? Io credeva che tu fossi mutolo.” “Madonna, ” disse Masetto “io era ben così ma non per natura, anzi per una infermità che la favella mi tolse, e solamente da prima questa notte la mi sento essere restituita, di che io lodo Idio quant’io posso.” La donna sel credette e domandollo che volesse dir ciò che egli a nove aveva a servire. Masetto le disse il fatto; il che la badessa udendo, s’accorse che monaca non avea che molto più savia non fosse di lei: per che, come discreta, senza lasciar Masetto partire, dispose di voler con le sue monache trovar modo a questi fatti, acciò che da Masetto non fosse il monistero vituperato. E essendo di quei dì morto il lor castaldo, di pari consentimento, apertosi tra tutte ciò che per adietro da tutte era stato fatto, con piacer di Masetto ordinarono che le genti circunstanti credettero che, per le loro orazioni e per li meriti del santo in cui intitolato era il monistero, a Masetto stato lungamente mutolo la favella fosse restituita; e lui castaldo fecero e per sì fatta maniera le sue fatiche partirono, che egli le poté comportare. Nelle quali, come che
Decameron di Giovanni Boccaccio
l’onestà della donna sua. Coloro che quella parola udirono si maravigliarono e lungamente fra sé essaminarono che avesse il re voluto per quella dire, ma niuno ve ne fu che la ‘ntendesse se non colui solo a cui toccava. Il quale, sì come savio, mai, vivente il re, non la scoperse, né più la sua vita in sì fatto atto commise alla fortuna. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
Il conte udendo questo tutto misvenne e riconobbe l’anello e i figliuoli ancora, sì simili erano a lui; ma pur disse: “Come può questo essere intervenuto?” La contessa, con gran maraviglia del conte e di tutti gli altri che presenti erano, ordinatamente ciò che stato era e come raccontò; per la qual cosa il conte, conoscendo lei dire il vero e veggendo la sua perseveranza e il suo senno e appresso due così be’ figlioletti, e per servar quello che promesso avea e per compiacere a tutti i suoi uomini e alle donne, che tutti pregavano che lei come sua legittima sposa dovesse omai raccogliere e onorare, pose giù la sua obstinata gravezza e in piè fece levar la contessa e lei abbracciò e basciò e per sua legittima moglie riconobbe, e quegli per suoi figliuoli. E fattala di vestimenti a lei convenevoli rivestire, con grandissimo piacere di quanti ve n’erano e di tutti gli altri suoi vassalli che ciò sentirono, fece non solamente tutto quel dì ma più altri grandissima festa; e da quel dì innanzi lei sempre come sua sposa e moglie onorando l’amò e sommamente ebbe cara. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
consiglio, ma tuttavia né noi possiamo dimorar con le Muse né esse con essonoi. Se quando avviene che l’uomo da lor si parte, dilettarsi di veder cosa che le somigli, questo non è cosa da biasimare: le Muse son donne, e benché le donne quel che le Muse vagliono non vagliano, pure esse hanno nel primo aspetto simiglianza di quelle, sì che, quando per altro non mi piacessero, per quello mi dovrebber piacere; senza che le donne già mi fur cagione di comporre mille versi, dove le Muse mai non mi furono di farne alcun cagione. Aiutaronmi elle bene e mostraronmi comporre que’ mille; e forse a queste cose scrivere, quantunque sieno umilissime, si sono elle venute parecchie volte a starsi meco, in servigio forse e in onore della simiglianza che le donne hanno a esse; per che, queste cose tessendo, né dal monte Parnaso né dalle Muse non mi allontano quanto molti per avventura s’avisano. Ma che direm noi a coloro che della mia fame hanno tanta compassione che mi consigliano che io procuri del pane? Certo io non so, se non che, volendo meco pensare quale sarebbe la loro risposta se io per bisogno loro ne dimandassi, m’aviso che direbbono: “Va cercane tralle favole.” E già più ne trovarono tralle loro favole i poeti, che molti ricchi tra’ loro tesori, e assai già, dietro alle loro favole andando, fecero la loro età fiorire, dove in contrario molti nel cercar d’aver più pane, che bisogno non era loro, perirono acerbi. Che più? Caccinmi via questi cotali qualora io ne domando loro, non che la Dio mercé ancora non mi bisogna; e, quando pur sopravenisse il bisogno, io so, secondo l’Appostolo, abbondare e necessità sofferire; e per ciò a niun caglia più di me che a me. Quegli che queste cose così non essere state dicono, avrei molto caro che essi recassero gli originali: li quali se a quel che io scrivo discordanti fossero, giusta direi la lor riprensione e d’amendar me stesso m’ingegnerei; ma infino che altro che parole non apparisce, io gli lascerò con la loro oppinione, seguitando la mia, di loro dicendo quello che essi di me dicono. E volendo per questa volta assai aver risposto, dico che dall’aiuto di Dio e dal vostro, gentilissime donne, nel quale io spero, armato, e di buona pazienza, con esso procederò avanti, dando le spalle a questo vento e lasciandol soffiar: per ciò che io non veggo che di me altro possa avvenire che quello che della minuta polvere avviene, la quale, spirante turbo, o egli di terra non la muove, o se la muove la porta in alto e spesse volte sopra le teste degli uomini, sopra le corone dei re e degl’imperadori, e talvolta sopra gli alti palagi e sopra le eccelse torri la lascia; delle quali se ella cade, più giù andar non può
Decameron di Giovanni Boccaccio
alcuni che, per invidia e odio che a Ughetto portavano, subitamente al duca l’ebbero fatto sentire: per la qual cosa il duca, che molto la Magdalena amava, focosamente alla casa corso, Ughetto prese e la sua donna; e loro, che di queste cose niente ancor sapeano, cioè della partita di Folco e della Ninetta, constrinse a confessar sé insieme con Folco esser della morte della Magdalena colpevole. Per la qual confessione costoro meritamente della morte temendo, con grande ingegno coloro che gli guardavano corruppero, dando loro una certa quantità di denari li quali nella lor casa nascosti per li casi oportuni guardavano: e con le guardie insieme, senza avere spazio di potere alcuna lor cosa torre, sopra una barca montati di notte se ne fuggirono a Rodi, dove in povertà e in miseria vissero non gran tempo. Adunque a così fatto partito il folle amore di Restagnone e l’ira della Ninetta sé condussero e altrui. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
infiammato più che prima al mostrar del guanto rispose che quivi non avea falconi al presente perché guanto v’avesse luogo, e per ciò, ove dar non volesser la donna, a ricever la battaglia s’apprestassero. La qual senza più attendere, a saettare e a gittar pietre l’un verso l’altro fieramente incominciarono, e lungamente con danno di ciascuna delle parti in tal guisa combatterono. Ultimamente, veggendosi Gerbino poco util fare, preso un legnetto che di Sardigna menato aveano e in quel messo fuoco, con amendue le galee quello accostò alla nave. Il che veggendo i saracini e conoscendo sé di necessità o doversi arrendere o morire, fatto sopra coverta la figliuola del re venire, che sotto coverta piagnea, e quella menata alla proda della nave e chiamato il Gerbino, presente agli occhi suoi lei gridante mercé e aiuto svenarono, e in mar gittandola disson: “Togli, noi la ti diamo qual noi possiamo e chente la tua fede l’ha meritata.” Gerbino, veggendo la crudeltà di costoro, quasi di morir vago, non curando di saetta né di pietra, alla nave si fece accostare; e quivi sù malgrado di quanti ve n’eran montato, non altramenti che un leon famelico nell’armento de’ giovenchi venuto or questo or quello svenando prima co’ denti e con l’unghie la sua ira sazia che la fame, con una spada in mano or questo or quel tagliando de’ saracini crudelmente molti n’uccise Gerbino; e già crescente il fuoco nell’accesa nave, fattone a’ marinari trarre quello che si poté per appagamento di loro, giù se ne scese con poco lieta vittoria de’ suoi avversarii avere acquistata. Quindi, fatto il corpo della bella donna ricoglier di mare, lungamente e con molte lagrime il pianse, e in Cicilia tornandosi, in Ustica, piccioletta isola quasi a Trapani di rimpetto, onorevolmente il fé sepellire; e a casa più doloroso che altro uomo si tornò. Il re di Tunisi, saputa la novella, suoi ambasciadori di nero vestiti al re Guiglielmo mandò, dogliendosi della fede che gli era stata male observata: e raccontarono il come. Di che il re Guiglielmo turbato forte, né vedendo via da poter lor giustizia negare, ché la dimandavano, fece prendere il Gerbino: e egli medesimo, non essendo alcun de’ baron suoi che con prieghi da ciò si sforzasse di rimuoverlo, il condannò nella testa e in sua presenzia gliele fece tagliare, volendo avanti senza nepote rimanere che esser tenuto re senza fede. Adunque così miseramente in pochi giorni i due amanti, senza alcun frutto del loro amore aver sentito, di mala morte morirono com’io v’ho detto. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
benignamente l’ultimo dono di colei la qual tu vivendo cotanto amasti”; e questo detto, tramortita adosso gli ricadde. E dopo alquanto risentita e levatasi, con la fante insieme preso il drappo sopra il quale il corpo giaceva, con quello del giardino uscirono e verso la casa di lui si dirizzaro. E così andando, per caso avvenne che dalla famiglia del podestà, che per caso andava a quella ora per alcuno accidente, furon trovate e prese col morto corpo. L’Andreuola, più di morte che di vita disiderosa, conosciuta la famiglia della signoria, francamente disse: “Io conosco chi voi siete e so che il volermi fuggire niente monterebbe; io son presta di venir con voi davanti alla signoria e che ciò sia di raccontarle; ma niuno di voi sia ardito di toccarmi, se io obediente vi sono, né da questo corpo alcuna cosa rimuovere, se da me non vuole essere accusato”; per che, sanza essere da alcun tocca, con tutto il corpo di Gabriotto n’andò in palagio. La qual cosa il podestà sentendo, si levò e, lei nella camera avendo, di ciò che intervenuto era s’informò; e fatto da certi medici riguardare se con veleno o altramenti fosse stato il buono uomo ucciso, tutti affermarono del no, ma che alcuna posta vicina al cuore gli s’era rotta, che affogato l’avea. Il quale, ciò udendo e sentendo costei in piccola cosa esser nocente, s’ingegnò di mostrar di donarle quello che vender non le potea, e disse, dove ella a’ suoi piaceri acconsentir si volesse, la libererebbe. Ma non valendo quelle parole, oltre a ogni convenevolezza volle usar la forza: ma l’Andreuola, da sdegno accesa e divenuta fortissima, virilmente si difese, lui con villane parole e altiere ributtando indietro. Ma venuto il dì chiaro e queste cose essendo a messer Negro contate, dolente a morte con molti de’ suoi amici a palagio n’andò, e quivi d’ogni cosa dal podestà informato, dolendosi domandò che la figliuola gli fosse renduta. Il podestà, volendosi prima accusare egli della forza che fare l’avea voluta che egli da lei accusato fosse, lodando prima la giovane e la sua constanza, per approvar quella venne a dir ciò che fatto avea; per la qual cosa, vedendola di tanta buona fermezza, sommo amore l’avea posto; e dove a grado a lui, che suo padre era, e a lei fosse, non obstante che marito avesse avuto di bassa condizione, volentieri per sua donna la sposerebbe. In  questo  tempo  che  costoro  così  parlavano,  l’Andreuola  venne  in conspetto del padre e piagnendo gli si gittò innanzi e disse: “Padre mio, io non credo che bisogni che io la istoria del mio ardire e della mia sciagura vi racconti, ché son certa che udita l’avete e sapetela; e per ciò quanto più posso
Decameron di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Giovanni Boccaccio      Decameron – Giornata quarta d’esser sollecitata, avvenne che l’un più d’ardir prendendo che aver non solea, e l’altra molta della paura e della vergogna cacciando che d’avere era usata, insieme a’ piacer comuni si congiunsono; li quali tanto all’una parte e all’altra aggradirono, che, non che l’uno dall’altro aspettasse d’essere invitato a ciò, anzi a dovervi essere si faceva incontro l’uno all’altro invitando. E così questo lor piacer continuando d’un giorno in un altro e sempre più nel continuare accendendosi, avvenne che Pasquino disse alla Simona che del tutto egli voleva che ella trovasse modo di poter venire a un giardino, là dove egli menar la voleva, acciò che quivi più a agio e con men sospetto potessero essere insieme. La Simona disse che le piaceva; e, dato a vedere al padre, una domenica dopo mangiare, che andar voleva alla perdonanza a San Gallo,  con  una  sua  compagna  chiamata  la  Lagina  al  giardino  statole  da Pasquino insegnato se n’andò, dove lui insieme con un suo compagno, che Puccino avea nome ma era chiamato lo Stramba, trovò; e quivi fatto uno amorazzo nuovo tra lo Stramba e la Lagina, essi a far de’ lor piaceri in una parte del giardin si raccolsero, e lo Stramba e la Lagina lasciarono in un’altra. Era in quella parte del giardino, dove Pasquino e la Simona andati se n’erano, un grandissimo e bel cesto di salvia: a piè della quale postisi a sedere e gran pezza sollazzatisi insieme e molto avendo ragionato d’una merenda che in quello orto a animo riposato intendevan di fare, Pasquino, al gran cesto della salvia rivolto, di quella colse una foglia e con essa s’incominciò a stropicciare i denti e le gengie, dicendo che la salvia molto ben gli nettava d’ogni cosa che sopr’essi rimasa fosse dopo l’aver mangiato. E poi che così alquanto fregati gli ebbe, ritornò in sul ragionamento della merenda della qual prima diceva: né guari di spazio perseguì ragionando, che egli s’incominciò tutto nel viso a cambiare, e appresso il cambiamento non stette guari che egli perdé la vista e la parola e in brieve egli si morì. Le quali cose la Simona veggendo, cominciò a piagnere e a gridare e a chiamar lo Stramba e la Lagina; li quali prestamente là corsi e veggendo Pasquino non solamente morto ma già tutto enfiato e pieno d’oscure macchie per lo viso e per lo corpo divenuto, subitamente gridò lo Stramba: “Ahi malvagia femina, tu l’hai avvelenato!” E fatto il romor grande, fu da molti che vicini al giardino abitavan sentito; li quali corsi al romore e trovando costui morto e enfiato e udendo lo Stramba dolersi e accusar la Simona che con inganno avvelenato l’avesse, e ella, per lo dolore del subito accidente che il suo amante tolto avesse quasi di sé uscita, non sappiendosi scusare, fu reputato da tutti che così fosse come lo Stramba diceva. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Decameron di Giovanni Boccaccio
uccidere; e armatosi, il dì seguente con alcun suo famigliare montò a cavallo e forse un miglio fuori del suo castello in un bosco si ripuose in aguato donde doveva il Guardastagno passare. E avendolo per un buono spazio atteso, venir lo vide disarmato con due famigliari appresso disarmati, sì come colui che di niente da lui si guardava; e come in quella parte il vide giunto dove voleva, fellone e pieno di maltalento, con una lancia sopra mano gli uscì adosso gridando: “Traditor, tu se’ morto!”, e il così dire e il dargli di questa lancia per lo petto fu una cosa. Il Guardastagno, senza potere alcuna difesa fare o pur dire una parola, passato di quella lancia cadde e poco appresso morì. I suoi famigliari, senza aver conosciuto chi ciò fatto s’avesse, voltate le teste de’ cavalli, quanto più poterono si fuggirono verso il castello del lor signore. Il Rossiglione, smontato, con un coltello il petto del Guardastagno aprì e con le proprie mani il cuor gli trasse, e quel fatto avviluppare in un pennoncello di lancia, comandò a un de’ suoi famigliari che nel portasse; e avendo a ciascun comandato che niun fosse tanto ardito, che di questo facesse parola, rimontò a cavallo e essendo già notte al suo castello se ne tornò. La donna, che udito aveva il Guardastagno dovervi esser la sera a cena e con disidero grandissimo l’aspettava, non vedendol venir si maravigliò forte e al marito disse: “E come è così, messer, che il Guardastagno non è venuto?” A cui il marito disse: “Donna, io ho avuto da lui che egli non ci può essere di qui domane”, di che la donna un poco turbatetta rimase. Il Rossiglione, smontato, si fece chiamare il cuoco e gli disse: “Prenderai quel cuor di cinghiare e fa che tu ne facci una vivandetta la migliore e la più dilettevole a mangiar che tu sai; e quando a tavola sarò, me la manda in una scodella d’argento.” Il cuoco, presolo e postavi tutta l’arte e tutta la sollecitudine sua, minuzzatolo e messevi di buone spezie assai, ne fece un manicaretto troppo buono. Messer Guiglielmo, quando tempo fu, con la sua donna si mise a tavola. La vivanda venne, ma egli, per lo maleficio da lui commesso nel pensiero impedito, poco mangiò. Il cuoco gli mandò il manicaretto, il quale egli fece porre davanti alla donna, sé mostrando quella sera svogliato, e lodogliele molto. La donna, che svogliata non era, ne cominciò a mangiare e parvele buono; per la qual cosa ella il mangiò tutto. Come il cavaliere ebbe veduto che la donna tutto l’ebbe mangiato, disse: “Donna, chente v’è paruta questa vivanda?” La donna rispose: “Monsignore, in buona fé ella m’è piaciuta molto.”
Decameron di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Giovanni Boccaccio      Decameron – Giornata quinta misero per una via a sinistra; né furono guari più di due miglia cavalcati che essi si videro vicini a un castelletto del quale, essendo stati veduti, subitamente uscirono da dodici fanti. E già essendo loro assai vicini, la giovane gli vide, per che gridando disse: “Pietro, campiamo, ché noi siamo assaliti!”, e come seppe, verso una selva grandissima volse il suo ronzino, e tenendogli gli sproni stretti al corpo, attenendosi all’arcione. Il ronzino, sentendosi pugnere, correndo per quella selva ne la portava. Pietro, che più al viso di lei andava guardando che al cammino, non essendosi tosto come lei de’ fanti che venieno avveduto, mentre che egli sanza vedergli ancora andava guardando donde venissero, fu da lor sopragiunto e preso e fatto del ronzino smontare; e domandato chi egli era, e avendol detto, costor cominciaron fra loro a aver consiglio e a dire: “Questi è degli amici de’ nemici nostri: che ne dobbian fare altro se non torgli quei panni e quel ronzino e impiccarlo per dispetto degli Orsini a una di queste querce?” E essendosi tutti a questo consiglio accordati, avevano a Pietro comandato che si spogliasse; il quale spogliandosi, già del suo male indovino, avvenne che un guato di ben venticinque fanti subitamente uscì adosso a costoro gridando: “Alla morte, alla morte!” Li quali, soprapresi da questo, lasciato star  Pietro,  si  volsero  alla  lor  difesa;  ma  veggendosi  molti  meno  che  gli assalitori, cominciarono a fuggire, e costoro a seguirgli. La qual cosa Pietro veggendo, subitamente prese le cose sue e salì sopra il suo ronzino e cominciò quanto poteva a fuggire per quella via donde aveva veduto che la giovane era fuggita. Ma non vedendo per la selva né via né sentiero, né pedata di caval conoscendovi, poscia che a lui parve esser sicuro e fuor delle mani di coloro che preso l’aveano e degli altri ancora da cui quegli erano stati assaliti, non ritrovando la sua giovane, più doloroso che altro uomo cominciò a piagnere e a andarla or qua or là per la selva chiamando; ma niuna persona gli rispondeva, e esso non ardiva a tornare adietro e andando innanzi non conosceva dove arrivar si dovesse; e d’altra parte delle fiere che nelle selve sogliono abitare aveva a un’ora di se stesso paura e della sua giovane, la qual tuttavia gli pareva vedere o da orso o da lupo strangolare. Andò adunque questo Pietro sventurato tutto il giorno per questa selva gridando e chiamando, a tal ora tornando indietro che egli si credeva innanzi andare; e già, tra per lo gridare e per lo piagnere e per la paura e per lo lungo digiuno,  era  sì  vinto,  che  più  avanti  non  poteva.  E  vedendo  la  notte sopravenuta, non sappiendo che altro consiglio pigliarsi, trovata una grandis-
Decameron di Giovanni Boccaccio
Al quale pervenuto Pietro e quivi avendo trovato alcun suo conoscente, cercando di trovar modo che la giovane fosse per la selva cercata, fu da parte della donna fatto chiamare; il quale incontanente andò a lei, e vedendo con lei l’Agnolella mai pari letizia non fu alla sua. Egli si struggea tutto d’andarla a abracciare ma per vergogna, la quale avea della donna, lasciava; e se egli fu lieto assai, la letizia della giovane vedendolo non fu minore. La gentil donna, raccoltolo e fattogli festa e avendo da lui ciò che intervenuto gli era udito, il riprese molto di ciò che contro al piacer de’ parenti suoi far voleva; ma veggendo che egli era pure a questo disposto e che alla giovane aggradiva, disse: “In che m’affatico io? Costor s’amano, costor si conoscono, ciascuno è parimente amico del mio marito, e il lor desiderio è onesto e credo che egli piaccia a Dio, poiché l’uno dalle forche ha campato e l’altro dalla lancia e amenduni dalle fiere salvatiche: e però facciasi.” E a loro rivolta disse: “Se pure questo v’è all’animo di voler essere moglie e marito insieme, e a me: facciasi, e qui le nozze s’ordinino alle spese di Liello; la pace poi tra voi e’ vostri parenti farò io ben fare.” Pietro lietissimo, e l’Agnolella più, quivi si sposarono; e come in montagna si poté, la gentil donna fé loro onorevoli nozze, e quivi i primi frutti del loro amore dolcissimamente sentirono. Poi, ivi a parecchi dì, la donna insieme con loro, montati a cavallo e bene accompagnati se ne tornarono a Roma: dove, trovati forte turbati i parenti di Pietro di ciò che fatto aveva, con loro in buona pace il ritornò; e esso con molto riposo e piacere con la sua Agnolella infino alla lor vecchiezza si visse. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Giovanni Boccaccio       Decameron – Giornata sesta allora una fresca e bella giovane e parlante e di gran cuore, di poco tempo avanti in Porta San Piero a marito venutane, la mostrò al maliscalco; e poi, essendole presso, posta la mano sopra la spalla del maliscalco, disse: “Nonna, che ti par di costui? crederestil vincere?” Alla Nonna parve che quelle parole alquanto mordessero la sua onestà o la dovesser contaminare negli animi di coloro, che molti v’erano, che l’udirono; per che, non intendendol a purgar questa contaminazione ma a render colpo per colpo, prestamente rispose: “Messere, e forse non vincerebbe me; ma vorrei buona moneta.” La qual parola udita il maliscalco e ‘l vescovo, sentendosi parimente trafitti, l’uno sì come facitore della disonesta cosa nella nepote del fratel del vescovo e l’altro sì come ricevitore nella nepote del proprio fratello, senza guardar l’un l’altro vergognosi e taciti se n’andarono, senza più quel giorno dirle alcuna cosa. Così adunque, essendo la giovane stata morsa, non le si disdisse il mordere altrui motteggiando. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
gnarono. Avvenne, come spesso di state veggiamo avvenire, che una subita piova gli sopraprese: la quale essi, come più tosto poterono, fuggirono in casa d’un lavoratore amico e conoscente di ciascheduno di loro. Ma dopo alquanto, non faccendo l’acqua alcuna vista di dover ristare e costoro volendo essere il dì a Firenze, presi dal lavoratore in prestanza due mantellacci vecchi di romagnuolo e due cappelli tutti rosi dalla vecchiezza, per ciò che migliori non v’erano, cominciarono a camminare. Ora, essendo essi alquanto andati e tutti molli veggendosi e per gli schizzi che i ronzini fanno co’ piedi in quantità zaccherosi, le quali cose non sogliono altrui accrescer punto d’orrevolezza, rischiarandosi alquanto il tempo, essi, che lungamente erano venuti taciti, cominciarono a ragionare. E messer Forese, cavalcando e ascoltando Giotto, il quale bellissimo favellatore era, cominciò a considerarlo e da lato e da capo e per tutto, e veggendo ogni cosa così disorrevole e così disparuto, senza avere a sé niuna considerazione, cominciò a ridere e disse: “Giotto, a che ora venendo di qua alla ‘ncontro di noi un forestiere che mai veduto non t’avesse, credi tu che egli credesse che tu fossi il migliore dipintore del mondo, come tu se’?” A cui Giotto prestamente rispose: “Messere, credo che egli il crederebbe allora che, guardando voi, egli crederebbe che voi sapeste l’abicì.” Il che messer Forese udendo il suo error riconobbe, e videsi di tal moneta pagato, quali erano state le derrate vendute. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
Pruova Michele Scalza a certi giovani come i Baronci sono i più gentili uomini del mondo o di Maremma e vince una cena. Ridevano ancora le donne della bella e presta risposta di Giotto, quando la reina impose il seguitare alla Fiammetta; la quale così incominciò a parlare: – Giovani donne, l’essere stati ricordati i Baronci da Panfilo, li quali per avventura voi non conoscete come fa egli, m’ha nella memoria tornata una novella, nella quale quanta sia la lor nobiltà si dimostra senza dal nostro proposito deviare; e per ciò mi piace di raccontarla. Egli non è ancora guari di tempo passato che nella nostra città era un giovane  chiamato  Michele  Scalza,  il  quale  era  il  più  piacevole  e  il  più sollazzevole uom del mondo e le più nuove novelle aveva per le mani; per la qual cosa i giovani fiorentini avevan molto caro, quando in brigata si trovavano, di potere aver lui. Ora avvenne un giorno che, essendo egli con alquanti a Montughi, si cominciò tra loro una quistion così fatta: quali fossero li più gentili uomini di Firenze e i più antichi; de’ quali alcuni dicevano gli Uberti e altri i Lamberti, e chi uno e chi un altro, secondo che nell’animo gli capea. Li quali udendo lo Scalza cominciò a ghignare e disse: “Andate via, andate, goccioloni che voi siete, voi non sapete ciò che voi vi dite: i più gentili uomini e i più antichi, non che di Firenze ma di tutto il mondo o di Maremma, sono i Baronci, e a questo s’accordano tutti i fisofoli e ogni uomo che gli conosce come fo io: e acciò che voi non intendeste d’altri, io dico de’ Baronci vostri vicini da Santa Maria Maggiore.” Quando i giovani, che aspettavano che egli dovesse dire altro, udiron questo, tutti si fecero beffe di lui e dissero: “Tu ci uccelli, quasi come se noi non cognoscessimo i Baronci come facci tu.” Disse lo Scalza: “Alle guagnele non fo, anzi mi dico il vero: e se egli ce n’è niuno che voglia metter sù una cena a doverla dare a chi vince, con sei compagni quali più gli piaceranno, io la metterò volentieri; e ancora vi farò più, che io ne starò alla sentenzia di chiunque voi vorrete.” Tra’ quali disse uno, che si chiamava Neri Vannini: “Io sono acconcio a voler vincere questa cena”; e accordatisi insieme d’aver per giudice Piero di Fiorentino, in casa cui erano, e andatisene a lui, e tutti gli altri appresso per vedere perdere lo Scalza e dargli noia, ogni cosa detta gli raccontarono. Piero, che discreto giovane era, udita primieramente la ragione di Neri,
Decameron di Giovanni Boccaccio
10. Frate Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro la penna dell’agnolo Gabriello; in luogo della quale trovando carboni, quegli dice esser di quegli che arrostirono san Lorenzo. Essendo ciascuno della brigata della sua novella riuscito, conobbe Dioneo che a lui toccava il dover dire; per la qual cosa, senza troppo solenne comandamento aspettare, imposto silenzio a quegli che il sentito motto di Guido lodavano, incominciò: – Vezzose donne, quantunque io abbia per privilegio di poter di quel che più mi piace parlare, oggi io non intendo di volere da quella materia separarmi della quale voi tutte avete assai acconciamente parlato; ma, seguitando le vostre pedate, intendo di mostrarvi quanto cautamente con subito riparo uno de’ frati di santo Antonio fuggisse uno scorno che da due giovani apparecchiato gli era. Né vi dovrà esser grave perché io, per ben dir la novella compiuta, alquanto in parlar mi distenda, se al sol guarderete il qual è ancora a mezzo il cielo. Certaldo, come voi forse avete potuto udire, è un castel di Valdelsa posto nel nostro contado, il quale, quantunque piccol sia, già di nobili uomini e d’agiati fu abitato; nel quale, per ciò che buona pastura vi trovava, usò un lungo tempo d’andare ogni anno una volta a ricoglier le limosine fatte loro dagli sciocchi un de’ frati di santo Antonio, il cui nome era frate Cipolla, forse non meno per lo nome che per altra divozione vedutovi volontieri, con ciò sia cosa che quel terreno produca cipolle famose per tutta Toscana. Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso e lieto nel viso e il miglior brigante del mondo: e oltre a questo, niuna scienza avendo, sì ottimo parlatore e pronto era, che chi conosciuto non l’avesse, non solamente un gran rettorico l’avrebbe estimato, ma avrebbe detto esser Tulio medesimo o forse Quintiliano: e quasi di tutti quegli della contrada era compare o amico o benvogliente. Il quale, secondo la sua usanza, del mese d’agosto tra l’altre v’andò una volta; e una domenica mattina, essendo tutti i buoni uomini e le femine delle ville da torno venuti alla messa nella calonica, quando tempo gli parve, fattosi innanzi disse: “Signori e donne, come voi sapete, vostra usanza è di mandare ogni anno a’ poveri del baron messer santo Antonio del vostro grano e delle vostre biade, chi poco e chi assai, secondo il podere e la divozion sua, acciò che il beato santo Antonio vi sia guardia de’ buoi e degli asini e de’
Decameron di Giovanni Boccaccio
porci e delle pecore vostre; e oltre a ciò solete pagare, e spezialmente quegli che alla nostra compagnia scritti sono, quel poco debito che ogni anno si paga una volta. Alle quali cose ricogliere io sono dal mio maggiore, cioè da messer l’abate, stato mandato; e per ciò con la benedizion di Dio, dopo nona, quando udirete sonare le campanelle, verrete qui di fuori della chiesa là dove io al modo usato vi farò la predicazione, e bascerete la croce; e oltre a ciò, per ciò che divotissimi tutti vi conosco del barone messer santo Antonio, di spezial grazia vi mostrerò una santissima e bella reliquia, la quale io medesimo già recai dalle sante terre d’oltremare: e questa è una delle penne dell’agnol Gabriello, la quale nella camera della Vergine Maria rimase quando egli la venne a annunziare in Nazarette.” E questo detto si tacque e ritornossi alla messa. Erano, quando frate Cipolla queste cose diceva, tra gli altri molti nella chiesa due giovani astuti molto, chiamato l’uno Giovanni del Bragoniera e l’altro Biagio Pizzini, li quali, poi che alquanto tra sé ebbero riso della reliquia di frate Cipolla, ancora che molto fossero suoi amici e di sua brigata, seco proposero di fargli di questa penna alcuna beffa. E avendo saputo che frate Cipolla la mattina desinava nel castello con un suo amico, come a tavola il sentirono così se ne scesero alla strada, e all’albergo dove il frate era smontato se n’andarono con questo proponimento, che Biagio dovesse tenere a parole il fante di frate Cipolla e Giovanni dovesse tralle cose del frate cercare di questa penna, chente che ella si fosse, e torgliele, per vedere come egli di questo fatto poi dovesse al popol dire. Aveva frate Cipolla un suo fante, il quale alcuni chiamavano Guccio Balena e altri Guccio Imbratta, e chi gli diceva Guccio Porco; il quale era tanto cattivo, che egli non è vero che mai Lippo Topo ne facesse alcun cotanto. Di cui spesse volte frate Cipolla era usato di motteggiare con la sua brigata e di dire: “Il fante mio ha in sé nove cose tali che, se qualunque è l’una di quelle fosse in Salamone o in Aristotile o in Seneca, avrebbe forza di guastare ogni lor vertù, ogni lor senno, ogni lor santità. Pensate adunque che uom dee essere egli, nel quale né vertù né senno né santità alcuna è, avendone nove!”; e essendo alcuna volta domandato quali fossero queste nove cose e egli, avendole in rima messe, rispondeva: “Dirolvi: egli è tardo, sugliardo e bugiardo; negligente, disubidente e maldicente; trascutato, smemorato e scostumato; senza che egli ha alcune altre teccherelle con queste, che si taccion per lo migliore. E quel che sommamente è da rider de’ fatti suoi è che egli in ogni
Decameron di Giovanni Boccaccio
E poi che così detto ebbe, cantando una laude di san Lorenzo, aperse la cassetta e mostrò i carboni; li quali poi che alquanto la stolta moltitudine ebbe con ammirazione reverentemente guardati, con grandissima calca tutti s’appressarono a frate Cipolla e, migliori offerte dando che usati non erano, che con essi gli dovesse toccare il pregava ciascuno. Per la qual cosa frate Cipolla, recatisi questi carboni in mano, sopra li lor camiscion bianchi e sopra i farsetti e sopra li veli delle donne cominciò a fare le maggior croci che vi capevano, affermando che tanto quanto essi scemavano a far quelle croci, poi ricrescevano nella cassetta, sì come egli molte volte aveva provato. E in cotal guisa, non senza sua grandissima utilità avendo tutti crociati i certaldesi, per presto accorgimento fece coloro rimanere scherniti, che lui, togliendogli la penna, avevan creduto schernire. Li quali stati alla sua predica e avendo udito il nuovo riparo preso da lui e quanto da lungi fatto  si  fosse  e  con  che  parole,  avevan  tanto  riso,  che  eran  creduti smascellare. E poi che partito si fu il vulgo, a lui andatisene, con la maggior festa del mondo ciò che fatto avevan gli discoprirono e appresso gli renderono la sua penna; la quale l’anno seguente gli valse non meno che quel giorno gli fosser valuti i carboni. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
candidi nascondeva che farebbe una vermiglia rosa un sottil vetro. Le quali essendo in quello, né per ciò alcuna turbazion d’acqua nascendone, cominciarono come potevano a andare in qua in là di dietro a’ pesci, i quali male avevan dove nascondersi, e a volerne con esso le mani pigliare. E poi che in così fatta festa, avendone presi alcuni, dimorate furono alquanto, uscite di quello si rivestirono e senza poter più commendare il luogo che commendato l’avessero, parendo lor tempo da dover tornar verso casa, con soave passo, molto della bellezza del luogo parlando, in cammino si misero. E al palagio giunte a assai buona ora, ancora quivi trovarono i giovani giucando dove lasciati gli aveano; alli quali Pampinea ridendo disse: – Oggi vi pure abbiam noi ingannati. – – E come? – disse Dioneo – cominciate voi prima a far de’ fatti che a dir delle parole? – Disse Pampinea: – Signor nostro, sì -, e distesamente gli narrò donde venivano e come era fatto il luogo e quanto di quivi distante e ciò che fatto avevano. Il  re,  udendo  contare  la  bellezza  del  luogo,  disideroso  di  vederlo, prestamente fece comandar la cena: la qual poi che con assai piacer di tutti fu fornita, li tre giovani con li lor famigliari, lasciate le donne, se n’andarono a questa valle, e ogni cosa considerata, non essendovene alcuno di loro stato mai più, quella per una delle belle cose del mondo lodarono. E poi che bagnati si furono e rivestiti, per ciò che troppo tardi si faceva, tornarono a casa, dove trovarono le donne che facevano una carola a un verso che facea la Fiammetta; e con loro, fornita la carola, entrati in ragionamenti della Valle delle Donne, assai di bene e di lode ne dissero. Per la qual cosa il re, fattosi venire il siniscalco, gli comandò che la seguente mattina là facesse che fosse apparecchiato e portatovi alcun letto se alcun volesse o dormire o giacersi di meriggiana. Appresso questo, fatto venir de’ lumi e vino e confetti e alquanto riconfortatisi, comandò che ogn’uomo fosse in sul ballare; e avendo per suo  volere  Panfilo  una  danza  presa,  il  re  rivoltatosi  verso  Elissa  le  disse piacevolemente: – Bella giovane, tu mi facesti oggi onore della corona, e io il voglio questa sera a te fare della canzone; e per ciò una fa che ne dichi qual più ti piace. – A cui Elissa sorridendo rispose che volentieri, e con soave voce incominciò in cotal guisa:
Decameron di Giovanni Boccaccio
Un geloso in forma di prete confessa la moglie, al quale ella dà a vedere che ama un prete che viene a lei ogni notte; di che mentre che il geloso nascosamente prende guardia all’uscio, la donna per lo tetto si fa venire un suo amante e con lui si dimora. Posto aveva fine la Lauretta al suo ragionamento; e avendo già ciascun commendata la donna che ella bene avesse fatto e come a quel cattivo si conveniva, il re, per non perder tempo, verso la Fiammetta voltatosi, piacevolmente il carico le ‘mpose del novellare; per la qual cosa ella così cominciò: – Nobilissime donne, la precedente novella mi tira a dovere similmente ragionar d’un geloso, estimando che ciò che si fa loro dalla lor donna, e massimamente quando senza cagione ingelosiscono, esser ben fatto. E se ogni cosa avessero i componitori delle leggi guardata, giudico che in questo essi dovessero alle donne non altra pena aver constituta che essi constituirono a colui che alcuno offende sé difendendo: per ciò che i gelosi sono insidiatori della vita delle giovani donne e diligentissimi cercatori della lor morte. Esse stanno tutta la settimana rinchiuse e attendono alle bisogne familiari e domestiche, disiderando, come ciascun fa, d’aver poi il dì delle feste alcuna consolazione, alcuna quiete, e di potere alcun diporto pigliare, sì come prendono i lavoratori de’ campi, gli artefici delle città e i reggitori delle corti, come fé Idio che il dì settimo da tutte le sue fatiche si riposò, e come vogliono le leggi sante e le civili, le quali, allo onor di Dio e al ben comune di ciascun riguardando, hanno i dì delle fatiche distinti da quegli del riposo. Alla qual cosa fare niente i gelosi consentono, anzi quegli dì che a tutte l’altre son lieti fanno a esse, più serrate e più rinchiuse tenendole, esser più miseri e più dolenti: il che quanto e qual consumamento sia delle cattivelle quelle sole il sanno che l’hanno provato. Per che conchiudendo, ciò che una donna fa a un marito geloso a torto, per certo non condennare ma commendare si dovrebbe. Fu adunque in Arimino un mercatante ricco e di possessioni e di denari assai, il quale avendo una bellissima donna per moglie di lei divenne oltre misura geloso; né altra cagione a questo avea, se non che, come egli molto l’amava e molto bella la teneva e conosceva che ella con tutto il suo studio s’ingegnava piacergli, così estimava che ogn’uomo l’amasse e che ella a tutti paresse bella e ancora che ella s’ingegnasse così piacere altrui come a lui (argomento di cattivo uomo e con poco sentimento era). E così ingelosito tanta
Decameron di Giovanni Boccaccio
quivi scaricate le molte pietre che recate avea, niquitoso corse verso la moglie e presala per le trecce la si gittò a’ piedi, e quivi, quanto egli poté menar le braccia e’ piedi, tanto le diè per tutta la persona: pugna e calci, senza lasciarle in capo capello o osso adosso che macero non fosse le diede, niuna cosa valendole il chieder mercé con le mani in croce. Buffalmacco e Bruno, poi che co’ guardiani della porta ebbero alquanto riso, con lento passo cominciarono alquanto lontani a seguitar Calandrino; e giunti a piè dell’uscio di lui sentirono la fiera battitura la quale alla moglie dava, e faccendo vista di giugnere pure allora il chiamarono. Calandrino tutto sudato, rosso e affannato si fece alla finestra e pregogli che suso a lui dovessero andare. Essi, mostrandosi alquanto turbati, andaron suso e videro la sala piena di pietre e nell’un de’ canti la donna scapigliata, stracciata, tutta livida e rotta nel viso, dolorosamente piagnere; e d’altra parte Calandrino, scinto e ansando a guisa d’uom lasso, sedersi. Dove,  come  alquanto  ebbero  riguardato,  dissero:  “Che  è  questo, Calandrino? vuoi tu murare, ché noi veggiamo qui tante pietre?” e oltre a questo sugiunsero: “E monna Tessa che ha? E’ par che tu l’abbi battuta: che novelle son queste?” Calandrino, faticato dal peso delle pietre e dalla rabbia con la quale la donna aveva battuta e del dolore della ventura la quale perduta gli pareva avere, non poteva raccoglier lo spirito a formare intera la parola alla risposta; per che soprastando, Buffalmacco rincominciò: “Calandrino, se tu avevi altra ira, tu non ci dovevi per ciò straziare come fatto hai; ché, poi sodotti ci avesti a cercar teco della pietra preziosa, senza dirci a Dio né a diavolo, a guisa di due becconi nel Mugnon ci lasciasti e venistitene, il che noi abbiamo forte per male; ma per certo questa fia la sezzaia che tu ci farai mai.” A queste parole Calandrino sforzandosi rispose: “Compagni, non vi turbate, l’opera sta altramenti che voi non pensate. Io, sventurato!, aveva quella pietra trovata; e volete udire se io dico il vero? Quando voi primieramente di me domandaste l’un l’altro, io v’era presso a men di diece braccia e veggendo che voi ve ne venavate e non mi vedavate v’entrai innanzi, e continuamente poco innanzi a voi me ne son venuto.” E cominciandosi dall’un de’ capi infin la fine raccontò loro ciò che essi fatto e detto aveano e mostrò loro il dosso e le calcagna come i ciotti conci gliel’avessero; e poi seguitò: “E dicovi che, entrando alla porta con tutte queste pietre in seno che voi vedete qui, niuna cosa mi fu detta, ché sapete quanto esser sogliano spiacevoli e noiosi
Decameron di Giovanni Boccaccio
que’ guardiani a volere ogni cosa vedere; e oltre a questo ho trovati per la via più miei compari e amici, li quali sempre mi soglion far motto e invitarmi a bere, né alcun fu che parola mi dicesse né mezza, sì come quegli che non mi vedeano. Alla fine, giunto qui a casa, questo diavolo di questa femina maladetta mi si parò dinanzi e ebbemi veduto, per ciò che, come voi sapete, le femine fanno perder la vertù a ogni cosa: di che io, che mi poteva dire il più avventurato uom di Firenze, sono rimaso il più sventurato; e per questo l’ho tanto battuta quanto io ho potuto menar le mani e non so a quello che io mi tengo che io non le sego le veni, che maladetta sia l’ora che io prima la vidi e quando ella mai venne in questa casa!” E raccesosi nell’ira si voleva levare per tornare a batterla da capo. Buffalmacco e Bruno, queste cose udendo, facevan vista di maravigliarsi forte e spesso affermavano quello che Calandrino diceva, e avevano sì gran voglia di ridere, che quasi scoppiavano; ma vedendolo furioso levare per battere un’altra volta la moglie, levatiglisi alla ‘ncontro il ritennero, dicendo di queste cose niuna colpa aver la donna ma egli, che sapeva che le femine facevano perdere la vertù alle cose e non l’aveva detto che ella si guardasse d’apparirgli innanzi quel giorno: il quale avvedimento Idio gli aveva tolto o per ciò che la ventura non doveva esser sua o perché egli aveva in animo d’ingannare i suoi compagni, a’ quali, come s’avedeva averla trovata, il dovea palesare. E dopo molte parole, non senza gran fatica la dolente donna riconciliata con essolui e lasciandol malinconoso con la casa piena di pietre, si partirono. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
per li panni, che quanti nella corte n’erano s’accorsero essergli state tratte le brache. Ma Matteuzzo, poi che alquanto tenute l’ebbe, lasciatele, se ne uscì fuori e andossene senza esser veduto. Ribi, parendogli avere assai fatto, disse: “Io fo boto a Dio d’aiutarmene al sindacato!” E Maso d’altra parte, lasciatagli la guarnacca, disse: “No, io ci pur verrò tante volte, che io non vi troverò così impacciato come voi siete paruto stamane”, e l’uno in qua e l’altro in là, come più tosto poterono, si partirono. Messer lo giudice, tirate in sù le brache in presenza d’ogni uomo, come se da dormir si levasse, accorgendosi pure allora del fatto, domandò dove fossero andati quegli che dell’uose e della valigia avevan quistione; ma non ritrovandosi, cominciò a giurare per le budella di Dio che e’ gli conveniva cognoscere e saper se egli s’usava a Firenze di trarre le brache a’ giudici quando sedevano al banco della ragione. Il podestà d’altra parte, sentitolo, fece un grande schiamazzio: poi per suoi amici mostratogli che questo non gli era fatto se non per mostrargli che i fiorentin conoscevano che, dove egli doveva aver menati giudici, egli aveva menati becconi per averne miglior mercato, per lo migliore si tacque, né più avanti andò la cosa per quella volta. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
mandò, la quale da sua parte gli disse che ella tempo mai non aveva avuto da poter far cosa che gli piacesse poi che del suo amore fatta l’aveva certa, se non che per le feste del Natale che s’apressava ella sperava di potere esser con lui: e per ciò la seguente sera alla festa, di notte, se gli piacesse, nella sua corte se ne venisse, dove ella per lui, come prima potesse, andrebbe. Lo scolare, più che altro uom lieto, al tempo impostogli andò alla casa della donna: e messo dalla fante in una corte e dentro serratovi quivi la donna cominciò a aspettare. La donna, avendosi quella sera fattosi venire il suo amante e con lui lietamente avendo cenato, ciò che fare quella notte intendeva gli ragionò aggiugnendo: “E potrai vedere quanto e quale sia l’amore il quale io ho portato e porto a colui del quale scioccamente hai gelosia presa.” Queste parole ascoltò l’amante con gran piacer d’animo, disideroso di veder per opera ciò che la donna con parole gli dava a intendere. Era per avventura il dì davanti a quello nevicato forte, e ogni cosa di neve era coperta; per la qual cosa lo scolare fu poco nella corte dimorato, che egli cominciò a sentir più freddo che voluto non avrebbe; ma aspettando di ristorarsi pur pazientemente il sosteneva. La donna al suo amante disse dopo alquanto: “Andiancene in camera e da una finestretta guardiamo ciò che colui, di cui se’ divenuto geloso, fa, e quello che egli risponderà alla fante la quale io gli ho mandata a favellare.” Andatisene adunque costoro a una finestretta e veggendo senza esser veduti, udiron la fante da un’altra favellare allo scolare e dire: “Rinieri, madonna è la più dolente femina che mai fosse, per ciò che egli ci è stasera venuto un de’ suoi fratelli e ha molto con lei favellato, e poi volle cenar con lei e ancora non se n’è andato, ma io credo che egli se n’andrà tosto; e per questo non è ella potuto venire a te ma tosto verrà oggimai: ella ti priega che non ti incresca l’aspettare.” Lo scolare, credendo questo esser vero, rispose: “Dirai alla mia donna che di me niun pensier si dea infino a tanto che ella possa con suo acconcio per me venire, ma che questo ella faccia come più tosto può.” La fante dentro tornatasi se n’andò a dormire; la donna allora disse al suo amante: “Ben, che dirai? credi tu che io, se quel ben gli volessi che tu temi, sofferissi che egli stesse là giù a agghiacciare?” E questo detto, con l’amante suo, che già in parte era contento, se n’andò a letto, e grandissima pezza stettero in festa e in piacere, del misero scolare ridendosi e faccendosi beffe.
Decameron di Giovanni Boccaccio
son testé con gran fatica scantonata da lui per venirti a confortare che l’aspettar non t’incresca.” Disse lo scolare: “Deh! madonna, io vi priego per Dio che voi m’apriate, acciò che io possa costì dentro stare al coperto, per ciò che da poco in qua s’è messa la più folta neve del mondo, e nevica tuttavia; e io v’attenderò quanto vi sarà a grado.” Disse la donna: “Oimè, ben mio dolce, che io non posso, ché questo uscio fa sì gran romore quando s’apre, che leggiermente sarei sentita da fratelmo se io t’aprissi: ma io voglio andare a dirgli che se ne vada, acciò che io possa poi tornare a aprirti.” Disse lo scolare: “Ora andate tosto; e priegovi che voi facciate fare un buon fuoco, acciò che, come io entrerò dentro, io mi possa riscaldare, ché io son tutto divenuto sì freddo, che appena sento di me.” Disse la donna: “Questo non dee potere essere, se quello è vero che tu m’hai più volte scritto, cioè che tu per l’amor di me ardi tutto; ma io son certa che tu mi beffi. Ora io vo: aspettati e sie di buon cuore.” L’amante, che tutto udiva e aveva sommo piacere, con lei nel letto tornatosi, poco quella notte dormirono, anzi quasi tutta in lor diletto e in farsi beffe dello scolare consumarono. Lo scolar cattivello, quasi cicogna divenuto sì forte batteva i denti, accorgendosi d’esser beffato più volte tentò l’uscio se aprir lo potesse e riguardò se altronde ne potesse uscire; né vedendo il come, faccendo le volte del leone, maladiceva la qualità del tempo, la malvagità della donna e la lunghezza della notte insieme con la sua semplicità, e sdegnato forte verso di lei, il lungo e fervente amor portatole subitamente in crudo e acerbo odio trasmutò, seco gran cose e varie volgendo a trovar modo alla vendetta, la quale ora molto più disiderava che prima d’esser con la donna non avea disiato. La notte, dopo molta e lunga dimoranza, s’avicinò al dì e cominciò l’alba a apparire; per la qual cosa la fante della donna ammaestrata scesa giù aperse la corte, e mostrando d’aver compassion di costui disse: “Mala ventura possa egli avere che iersera ci venne! Egli n’ha tutta notte tenuta in bistento e te ha fatto agghiacciare: ma sai che? Portatelo in pace, ché quello che stanotte non è potuto essere sarà un’altra volta: so io bene che cosa non potrebbe essere avvenuta che tanto fosse dispiaciuta a madonna.” Lo scolare isdegnoso, sì come savio il qual sapeva niuna altra cosa le minacce essere che arme del minacciato, serrò dentro al petto suo ciò che la
Decameron di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Giovanni Boccaccio      Decameron – Giornata ottava lasciò alle lenzuola, lei d’una fiera febbre e degli altri accidenti guerirono, e similmente la fante della coscia. Per la qual cosa la donna, dimenticato il suo amante, da indi innanzi e di beffare e d’amare si guardò saviamente; e lo scolar, sentendo alla fante la coscia rotta, parendogli avere assai intera vendetta, lieto senza altro dirne se ne passò. Così adunque alla stolta giovane adivenne delle sue beffe, non altramenti con uno scolare credendosi frascheggiare che con un altro avrebbe fatto, non sappiendo bene che essi, non dico tutti ma la maggior parte, sanno dove il diavolo tien la coda. E per ciò guardatevi, donne, dal beffare, e gli scolari spezialmente. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
il medico impastato facesse. Messer lo medico, sentendosi in questo luogo così abominevole, si sforzò di rilevare e di volersi aiutar per uscirne, e ora in qua e ora in là ricadendo, tutto dal capo al piè impastato, dolente e cattivo, avendone alquante dragme ingozzate, pur n’uscì fuori e lasciovvi il  cappuccio:  e  spastandosi  con  le  mani  come  poteva  il  meglio,  non sappiendo che altro consiglio pigliarsi, se ne tornò a casa sua e picchiò tanto che aperto gli fu. Né  prima,  essendo  egli  entrato  dentro  così  putente,  fu  l’uscio riserrato, che Bruno e Buffalmacco furono ivi per udire come il maestro fosse dalla sua donna raccolto. Li quali stando a udir, sentirono alla donna dirgli la maggior villania che mai si dicesse a niun tristo, dicendo: “Deh, come ben ti sta! Tu eri ito a qualche altra femina e volevi comparire  molto  orrevole  con  la  roba  dello  scarlatto.  Or  non  ti  bastava  io? Frate, io sarei sofficiente a un popolo, non che a te. Deh, or t’avessono essi affogato, come essi ti gittarono là dove tu eri degno d’esser gittato! Ecco medico onorato, aver moglie e andar la notte alle femine d’altrui!” E con quelle e con altre assai parole, faccendosi il medico tutto lavare, infino alla mezzanotte non rifinò la donna di tormentarlo. Poi la mattina vegnente Bruno e Buffalmacco, avendosi tutte le carni dipinte soppanno di lividori a guisa che far soglion le battiture, se ne vennero a casa del medico e trovaron lui già levato; e entrati dentro a lui, sentirono ogni cosa putirvi, ché ancora non s’era sì ogni cosa potuta nettare, che non vi putisse. E sentendo il medico costor venire a lui, si fece loro incontro dicendo che Idio desse loro il buon dì; al quale Bruno e Buffalmacco, sì come proposto aveano, risposero con turbato viso: “Questo non diciam noi a voi, anzi preghiamo Idio che vi dea tanti malanni, che voi siate morto a ghiado, sì come il più disleale e il maggior traditor che viva, per ciò che egli non è rimaso per voi, ingegnandoci noi di farvi onore e piacere, che noi non siamo stati morti come cani. E per la vostra dislealtà abbiamo stanotte avute tante busse, che di meno andrebbe uno asino a Roma: senza che noi siamo stati a pericolo d’essere stati cacciati della compagnia nella quale noi avavamo ordinato di farvi ricevere. E se voi non ci credete, ponete mente le carni nostre come elle stanno”; e a un cotal barlume, apertisi i panni dinanzi, gli mostrarono i petti loro tutti dipinti e richiusongli senza indugio. Il medico si volea scusare e dir delle sue sciagure e come e dove egli era stato gittato; al quale Buffalmacco disse: “Io vorrei che egli v’avesse gittato
Decameron di Giovanni Boccaccio
una lettiera, vi miser sù un paio di lenzuola sottilissime listate di seta e poi una coltre di bucherame cipriana bianchissima con due origlieri lavorati a maraviglie; e appresso questo spogliatesi e entrate nel bagno, quello tutto lavarono e spazzarono ottimamente. Né stette guari che la donna con due sue altre schiave appresso al bagno venne; dove ella, come prima ebbe agio, fece a Salabaetto grandissima festa e dopo i maggiori sospiri del mondo, poi che molto e abbracciato e basciato l’ebbe, gli disse: “Non so chi mi si avesse a questo potuto conducere altri che tu; tu m’hai miso lo foco all’arma, toscano acanino.” Appresso questo, come a lei piacque, ignudi ammenduni se ne entraron nel bagno e con loro due delle schiave. Quivi, senza lasciargli por mano addosso a altrui, ella medesima con sapone moscoleato e con garofanato maravigliosamente e bene tutto lavò Salabaetto, e appresso sé fece e lavare e stropicciare  alle  schiave.  E  fatto  questo,  recaron  le  schiave  due  lenzuoli bianchissimi e sottili, de’ quali veniva sì grande odor di rose, che ciò che v’era pareva rose; e l’una inviluppò nell’uno Salabaetto e l’altra nell’altro la donna e in collo levatigli ammenduni nel letto fatto ne gli portarono. E quivi, poi che di sudare furon restati, dalle schiave fuori di que’ lenzuoli tratti, rimasono ignudi negli altri. E tratti del paniere oricanni d’ariento bellissimi e pieni qual d’acqua rosa, qual d’acqua di fior d’aranci, qual d’acqua di fiori di gelsomino e qual d’acqua nanfa, tutti costoro di queste acque spruzzarono; e appresso tirate fuori scatole di confetti e preziosissimi vini alquanto si confortarono. A Salabaetto pareva essere in Paradiso, e mille volte aveva riguardato costei, la quale era per certo bellissima, e cento anni gli pareva ciascun’ora che queste schiave se n’andassero e che egli nelle braccia di costei si ritrovasse. Le quali poi che per comandamento della donna, lasciato un torchietto acceso nella camera, andate se ne furon fuori, costei abbracciò Salabaetto e egli lei, e con grandissimo piacer di Salabaetto, al quale pareva che costei tutta si struggesse per suo amore, dimorarono una lunga ora. Ma poi che tempo parve di levarsi alla donna, fatte venir le schiave, si vestirono e un’altra volta bevendo e confettando si riconfortarono alquanto; e il viso e le mani di quelle acque odorifere lavatesi e volendosi partire, disse la donna a Salabaetto: “Quando a te fosse a grado, a me sarebbe grandissima grazia che questa sera te ne venissi a cenare e a albergo meco.” Salabaetto, il qual già e dalla bellezza e dalla artificiosa piacevolezza di costei era preso, credendosi fermamente da lei essere come il cuore del corpo
Decameron di Giovanni Boccaccio
Levasi una badessa in fretta e al buio per trovare una sua monaca, a lei accusata, col suo amante nel letto; e essendo con lei un prete, credendosi il saltero de’ veli aver posto in capo, le brache del prete vi si pose; le quali vedendo l’accusata, e fattalane accorgere, fu diliberata e ebbe agio di starsi col suo amante. Già si tacea Filomena, e il senno della donna a torsi da dosso coloro li quali amar non volea da tutti era stato commendato; e così in contrario non amor ma pazzia era stata tenuta da tutti l’ardita presunzion degli amanti, quando  la  reina  a  Elissa  vezzosamente  disse:  –  Elissa,  segui  -;  la  qual prestamente incominciò: – Carissime donne, saviamente si seppe madonna Francesca, come detto è, liberar dalla noia sua; ma una giovane monaca, aiutandola la fortuna, sé da un soprastante pericolo leggiadramente parlando diliberò. E come voi sapete,  assai  sono  li  quali,  essendo  stoltissimi,  maestri  degli  altri  si  fanno  e gastigatori, li quali, sì come voi potrete comprendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta e meritamente vitupera: e ciò addivenne alla badessa sotto la cui obedienzia era la monaca della quale debbo dire. Sapere adunque dovete in Lombardia essere un famosissimo monistero di santità e di religione, nel quale, tra l’altre donne monache che v’erano, v’era una giovane di sangue nobile e di maravigliosa bellezza dotata, la quale, Isabetta chiamata, essendo un dì a un suo parente alla grata venuta, d’un bel giovane che con lui era s’innamorò; e esso, lei veggendo bellissima, già il suo disidero avendo con gli occhi concetto, similmente di lei s’accese: e non senza gran pena di ciascuno questo amore un gran tempo senza frutto sostennero. Ultimamente, essendone ciascuno sollecito, venne al giovane veduta una via da potere alla sua monaca occultissimamente andare; di che ella contentandosi, non una volta ma, molte con gran piacer di ciascuno la visitò. Ma continuandosi questo, avvenne una notte che egli da una delle donne di là entro fu veduto, senza avvedersene e egli o ella, dall’Isabetta partirsi e andarsene. Il che costei con alquante altre comunicò; e prima ebber consiglio d’accusarla alla badessa, la quale madonna Usimbalda ebbe nome, buona e santa donna secondo la oppinion delle donne monache e di chiunque la conoscea; poi pensarono, acciò che la negazione non avesse luogo, di volerla far cogliere col giovane alla badessa; e così taciutesi, tra sé le vigilie e le guardie segretamente partirono per incoglier costei. Or, non guardandosi l’Isabetta da questo né alcuna cosa sappiendone,
Decameron di Giovanni Boccaccio
E come egli ritornato fu, disse Bruno pianamente: “Vedestila?” Rispose Calandrino: “Oimè, sì, ella m’ha morto!” Disse Bruno: “Io voglio andare a vedere se ella è quella che io credo; e se così sarà, lascia poscia far me.” Sceso adunque Bruno giuso e trovato Filippo e costei, ordinatamente disse loro chi era Calandrino e quello che egli aveva lor detto, e con loro ordinò quello che ciascun di loro dovesse fare e dire per aver festa e piacere dello innamoramento di Calandrino; e a Calandrino tornatosene disse: “Bene è dessa: e per ciò si vuol questa cosa molto saviamente fare, per ciò che, se Filippo se n’avedesse, tutta l’acqua d’Arno non ci laverebbe. Ma che vuoi tu che io le dica da tua parte se egli avvien che io le favelli?” Rispose Calandrino: “Gnaffé! tu sì le dirai in prima in prima che io le voglio mille moggia di quel buon bene da impregnare, e poscia che io son suo servigiale e se ella vuol nulla: ha’mi bene inteso?” Disse Bruno: “Si, lascia far me.” Venuta l’ora della cena e costoro, avendo lasciata opera e giù nella corte discesi, essendovi Filippo e la Niccolosa, alquanto in servigio di Calandrino ivi si posero a stare; dove Calandrino cominciò a guardare la Niccolosa e a fare i più nuovi atti del mondo, tali e tanti, che se ne sarebbe avveduto un cieco. Ella, d’altra parte, ogni cosa faceva per la quale credesse bene accenderlo e secondo la informazione avuta da Bruno, il miglior tempo del mondo prendendo de’ modi di Calandrino. Filippo con Buffalmacco e con gli altri faceva vista di ragionare e di non avvedersi di questo fatto. Ma pur dopo alquanto, con grandissima noia di Calandrino, si partirono; e venendose verso Firenze disse Bruno a Calandrino: “Ben ti dico che tu la fai struggere come ghiaccio a sole: per lo corpo di Dio, se tu ci rechi la ribeba tua e canti un poco con essa di quelle tue canzoni innamorate, tu la farai gittare a terra delle finestre per venire a te.” Disse Calandrino: “Parti, sozio? parti che io la rechi?” “Sì” rispose Bruno. A cui Calandrino disse: “Tu non mi credevi oggi, quando io il ti diceva: per certo, sozio, io m’aveggio che io so meglio che altro uomo far ciò che io voglio. Chi avrebbe saputo, altri che io, far così tosto innamorare una così fatta donna come è costei? A buon’otta l’avrebber saputo far questi giovani di tromba marina, che tutto il dì vanno in giù e in sù, e in mille anni non saprebbero accozzare tre man di noccioli! Ora io vorrò che tu mi vegghi un
Decameron di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Giovanni Boccaccio      Decameron – Giornata nona due valige, forse piene di paglia, di Firenze uscirono, e presa una lor volta sopra il pian di Mugnon cavalcando pervennero essendo già notte. E di quindi, come se di Romagna tornassero, data la volta verso le case se ne vennero, e alla casa del buon uom picchiarono; il quale, sì come colui che molto era dimestico di ciascuno, aperse la porta prestamente: al quale Pinuccio disse: “Vedi, a te conviene stanotte albergarci: noi ci credemmo dover potere entrare in Firenze e non ci siamo sì saputi studiare, che noi non siam qui pure a così fatta ora, come tu vedi, giunti.” A cui l’oste rispose: “Pinuccio, tu sai bene come io sono agiato di poter così fatti uomini, come voi siete, albergare; ma pur, poi che questa ora v’ha qui sopra giunti, né tempo ci è da potere andare altrove, io v’albergherò volentieri come io potrò.” Ismontati adunque i due giovani e nell’alberghetto entrati, primieramente i lor ronzini adagiarono e appresso, avendo ben seco portato da cena, insieme con l’oste cenarono. Ora non avea l’oste che una cameretta assai piccola, nella quale eran tre letticelli messi come il meglio l’oste avea saputo; né v’era per tutto ciò tanto di spazio rimaso, essendone due dall’una delle facce della camera e ‘l terzo di rincontro a quegli dall’altra, che altro che strettamente andar vi si potesse. Di questi tre letti fece l’oste il men cattivo acconciar per li due compagni e fecegli coricare; poi dopo alquanto, non dormendo alcun di loro come che di dormir mostrassero, fece l’oste nell’un de’ due che rimasi erano coricar la figliuola, e nell’altro s’entrò egli e la donna sua, la quale allato del letto dove dormiva pose la culla nella quale il suo piccolo figlioletto teneva. E essendo le cose in questa guisa disposte e Pinuccio avendo ogni cosa veduta, dopo alquanto spazio, parendogli che ogni uomo adormentato fosse, pianamente levatosi se n’andò al letticello dove la giovane amata da lui si giaceva, e miselesi a giacere allato: dalla quale, ancora che paurosamente il facesse, fu lietamente raccolto, e con essolei di quel piacere che più disideravano prendendo si stette. E standosi così Pinuccio con la giovane, avvenne che una gatta fece certe cose cadere, le quali la donna destatasi sentì; per che levatasi temendo non fosse altro, così al buio levatasi come era se n’andò là dove sentito aveva il romore. Adriano, che a ciò non avea l’animo, per avventura per alcuna oportunità natural si levò, alla quale espedire andando trovò la culla postavi dalla donna, e non potendo senza levarla oltre passare, presala, la levò del luogo dove era e posela allato al letto dove esso dormiva; e fornito
Decameron di Giovanni Boccaccio
Un cavaliere serve al re di Spagna; pargli male esser guiderdonato, per che il re con esperienzia certissima gli mostra non esser colpa di lui ma della sua malvagia fortuna, altamente donandogli poi. – Grandissima grazia, onorabili donne, reputar mi debbo che il nostro re me a tanta cosa, come è a raccontar della magnificenzia, m’abbia preposta: la quale, come il sole è di tutto il cielo bellezza e ornamento, è chiarezza e lume di ciascun’altra virtù. Dironne adunque una novelletta assai leggiadra, al mio parere, la quale ramemorarsi per certo non potrà esser se non utile. Dovete adunque sapere che, tra gli altri valorosi cavalieri che da gran tempo in qua sono stati nella nostra città, fu un di quegli, e forse il più da bene, messer Ruggieri de’ Figiovanni; il quale, essendo e ricco e di grande animo e veggendo che, considerata la qualità del vivere e de’ costumi di Toscana, egli in quella dimorando poco o niente potrebbe del suo valor dimostrare, prese per partito di volere un tempo essere appresso a Anfonso re di Spagna, la fama del valore del quale quella di ciascun altro signor trapassava a que’ tempi; e assai onorevolemente in arme e in cavalli e in compagnia a lui se n’andò in Ispagna, e graziosamente fu dal re ricevuto. Quivi adunque dimorando messer Ruggieri, e splendidamente vivendo e in fatti d’arme maravigliose cose faccendo, assai tosto si fece per valoroso cognoscere. E essendovi già buon tempo dimorato, molto alle maniere del re riguardando, gli parve che esso ora a uno e ora a un altro donasse castella e città e baronie assai poco discretamente, sì come dandole a chi nol valea; e per ciò che a lui, che da quello che egli era si teneva, niente era donato, estimò che molto ne diminuisse la fama sua: per che di partirsi diliberò e al re domandò commiato. Il re gliele concedette, e donogli una delle miglior mule che mai si cavalcasse e la più bella, la quale per lo lungo camino che a fare avea fu cara a messere Ruggieri. Appresso questo, commise il re a un suo discreto famigliare che, per quella maniera che miglior gli paresse, s’ingegnasse di cavalcare con messer Ruggieri in guisa che egli non paresse dal re mandato e ogni cosa che egli dicesse di lui raccogliesse sì che ridire gliele sapesse; e l’altra mattina appresso gli comandasse che egli indietro al re tornasse. Il famigliare, stato attento, come messer Ruggieri uscì della terra, così assai acconciamente con lui si fu accompagnato, dandogli a vedere che esso veniva verso Italia. Cavalcando adunque messer Ruggieri sopra la mula dal re datagli e co-
Decameron di Giovanni Boccaccio
Messer Gentil de’ Carisendi, venuto da Modona, trae della sepoltura una donna amata da lui, sepellita per morta; la quale riconfortata partorisce un figliuol maschio, e messer Gentile lei e ‘l figliuolo restituisce a Niccoluccio Caccianimico marito di lei. Maravigliosa cosa parve a tutti che alcuno del propio sangue fosse liberale: e veramente affermaron Natan aver quella del re di Spagna e dello abate di Clignì trapassata. Ma poi che assai e una cosa e altra detta ne fu, il re, verso Lauretta riguardando, le dimostrò che egli desiderava che ella dicesse; per la qual cosa Lauretta prestamente incominciò: – Giovani donne, magnifice cose e belle sono state le raccontate, né mi pare che alcuna cosa restata sia a noi che abbiamo a dire, per la qual novellando vagar possiamo, sì son tutte dall’altezza delle magnificenzie raccontate occupate, se noi ne’ fatti d’amore già non mettessimo mano, li quali a ogni materia prestano abondantissima copia di ragionare. E per ciò, sì per questo e sì per quello a che la nostra età ci dee principalmente inducere, una magnificenzia da uno inamorato fatta mi piace di raccontarvi, la quale, ogni cosa considerata, non vi parrà per avventura minore che alcuna delle mostrate, se quello è vero che i tesori si donino, le inimicizie si dimentichino e pongasi la propia vita, l’onore e la fama, ch’è molto più, in mille pericoli per potere la cosa amata possedere. Fu adunque in Bologna, nobilissima città di Lombardia, un cavaliere per virtù e per nobiltà di sangue raguardevole assai, il qual fu chiamato messer Gentil Carisendi, il qual giovane d’una gentil donna chiamata madonna Catalina, moglie d’un Niccoluccio Caccianemico, s’innamorò; e perché male dello amor della donna era, quasi disperatosene, podestà chiamato di Modona, v’andò. In questo tempo, non essendo Niccoluccio a Bologna e la donna a una sua possessione forse tre miglia alla terra vicina essendosi, per ciò che gravida era, andata a stare, avvenne che subitamente un fiero accidente la sopraprese, il quale fu tale e di tanta forza, che in lei spense ogni segno di vita e per ciò eziandio da alcun medico morta giudicata fu; e per ciò che le sue più congiunte parenti dicevan sé avere avuto da lei non essere ancora di tanto tempo gravida, che perfetta potesse essere la creatura, senza altro impaccio darsi, quale ella era, in uno avello d’una chiesa ivi vicina dopo molto pianto la sepellirono.
Decameron di Giovanni Boccaccio
piacere; e similmente egli prendendo di questi alle giovani cortesemente gli gittava indietro, e così per alquanto spazio cianciarono, tanto che il famigliare quello ebbe cotto che dato gli era stato; il qual, più per uno intramettere che per molto cara o dilettevol vivanda avendol messer Neri ordinato, fu messo davanti al re. Le fanciulle, veggendo il pesce cotto e avendo assai pescato, essendosi tutto il bianco vestimento e sottile loro appiccato alle carni né quasi cosa alcuna del dilicato lor corpo celando, usciron del vivaio; e ciascuna le cose recate avendo riprese, davanti al re vergognosamente passando, in casa se ne tornarono. Il re e ‘l conte e gli altri, che servivano, avevano molto queste giovinette considerate, e molto in se medesimo l’avea lodate ciascuno per belle e per ben fatte, e oltre a ciò per piacevoli e per costumate; ma sopra a ogn’altro erano al re piaciute, il quale sì attentamente ogni parte del corpo loro aveva considerata, uscendo esse dell’acqua, che chi allora l’avesse punto non si sarebbe sentito. E più a loro ripensando, senza saper chi si fossero né come, si sentì nel cuore destare un ferventissimo disidero di piacer loro, per lo quale assai ben conobbe sé divenire innamorato se guardia non se ne prendesse; né sapeva egli stesso qual di lor due si fosse quella che più gli piacesse, si era di tutte cose l’una simiglievole all’altra. Ma poi che alquanto fu sopra questo pensier dimorato, rivolto a messer Neri il domandò chi fossero le due damigelle; a cui messer Neri rispose: “Monsignore, queste son mie figliuole a un medesimo parto nate, delle quali l’una  ha  nome  Ginevra  la  bella  e  l’altra  Isotta  la  bionda.”  A  cui  il  re  le commendò molto, confortandolo a maritarle: dal che messer Neri, per più non poter, si scusò. E in questo, niuna cosa fuor che le frutte restando a dar nella cena, vennero le due giovinette in due giubbe di zendado bellissime, con due grandissimi piattelli d’argento in mano pieni di varii frutti, secondo che la stagion portava, e quegli davanti al re posarono sopra la tavola. E questo fatto, alquanto indietro tiratesi, cominciarono a cantare un suono le cui parole cominciano: Là ov’io son giunto, Amore, non si poria contare lungamente, con tanta dolcezza e sì piacevolmente, che al re, che con diletto le riguardava e ascoltava, pareva che tutte le gerarcie degli angeli quivi fossero discese a cantare; e quel detto, inginocchiatesi, reverentemente commiato doman-
Decameron di Giovanni Boccaccio
che, o piacciavi o non piacciavi quel che è fatto, se altramenti operare intendeste, io vi torrò Gisippo, e senza fallo, se a Roma pervengo, io riavrò colei che è meritamente mia, mal grado che voi n’abbiate; e quanto lo sdegno de’ romani animi possa, sempre nimicandovi, vi farò per esperienza conoscere.” Poi che Tito così ebbe detto, levatosi in piè tutto nel viso turbato, preso Gisippo per mano, mostrando d’aver poco a cura quanti nel tempio n’erano, di quello crollando la testa e minacciando s’uscì. Quegli che là entro rimasono, in parte dalle ragioni di Tito al parentado e alla sua amistà indotti e in parte spaventati dall’ultime sue parole, di pari concordia diliberarono essere il migliore d’aver Tito per parente, poi che Gisippo non aveva esser voluto, che aver Gisippo per parente perduto e Tito per nemico acquistato. Per la qual cosa andati, ritrovar Tito e dissero che piaceva lor che Sofronia fosse sua, e d’aver lui per caro parente e Gisippo per buono amico: e fattasi parentevole e amichevole festa insieme, si dipartirono e Sofronia gli rimandarono; la quale, sì come savia, fatta della necessità vertù, l’amore il quale aveva a Gisippo prestamente rivolse a  Tito, e con lui se n’andò a Roma, dove con grande onore fu ricevuta. Gisippo, rimasosi in Atene quasi da tutti poco a capital tenuto, dopo non molto tempo per certe brighe cittadine con tutti quegli di casa sua povero e meschino fu d’Atene cacciato e dannato a essilio perpetuo. Nel quale stando Gisippo e divenuto non solamente povero ma mendico, come poté il men male a Roma se ne venne per provare se di lui Tito si ricordasse; e saputo lui esser vivo e a tutti i roman grazioso e le sue case apparate, dinanzi a esse si mise a star tanto che Tito venne. Al quale egli per la miseria nella quale era non  ardì  di  far  motto  ma  ingegnossi  di  farglisi  vedere,  acciò  che  Tito ricognoscendolo il facesse chiamare; per che, passato oltre Tito e a Gisippo parendo che egli veduto l’avesse e schifatolo, ricordandosi di ciò che già per lui fatto aveva, sdegnoso e disperato si dipartì. E essendo già notte e esso digiuno e senza denari, senza sapere dove s’andasse, più che d’altro di morir disideroso, s’avenne in un luogo molto salvatico della città: dove veduta una gran grotta, in quella per istarvi quella notte si mise,  e  sopra  la  nuda  terra  e  male  in  arnese,  vinto  dal  lungo  pianto, s’adormentò. Alla qual grotta due, li quali insieme erano la notte andati a imbolare, col furto fatto andarono in sul matutino e a quistion venuti, l’uno, che era più forte, uccise l’altro e andò via. La qual cosa avendo Gisippo sentita e veduta, gli parve alla morte molto da lui disiderata, senza uccidersi
Decameron di Giovanni Boccaccio
lieto disse: “Dato m’ha Idio tempo di mostrare a costui quanto mi fosse a grado la sua cortesia”: e senza altro dire, fattisi tutti i suoi vestimenti in una camera acconciare, nel menò dentro e disse: “Guarda, cristiano, se tra queste robe n’è alcuna che tu vedessi già mai.” Messer Torello cominciò a guardare e vide quelle che al Saladino aveva la sua donna donate ma non estimò dover potere essere che desse fossero; ma tuttavia rispose: “Signor mio, niuna ce ne conosco: è ben vero che quelle due somiglian robe di che io già con tre mercatanti, che a casa mia capitorono, vestito ne fui.” Allora il Saladino, più non potendo tenersi, teneramente l’abracciò dicendo: “Voi siete messer Torel di Stra e io son l’uno de’ tre mercatanti a’ quali la donna vostra donò queste robe; e ora è venuto il tempo di far certa la vostra credenza qual sia la mia mercatantia, come nel partirmi da voi dissi che potrebbe avvenire.” Messer Torello, questo udendo, cominciò a esser lietissimo e a vergognarsi: a esser lieto d’avere avuto così fatto oste, a vergognarsi che poveramente gliele pareva aver ricevuto; a cui il Saladin disse: “Messer Torello, poi che Idio qui mandato mi v’ha, pensate che non io oramai, ma voi qui siate il signore.” E fattasi la festa insieme grande, di reali vestimenti il fé vestire; e nel cospetto menatolo di tutti i suoi maggior baroni e molte cose in laude del suo valor dette, comandò che da ciascun, che la sua grazia avesse cara, così onorato fosse come la sua persona. Il che da quindi innanzi ciascun fece ma molto più che gli altri i due signori li quali compagni erano stati del Saladino in casa sua. L’altezza della subita gloria, nella quale messer Torel si vide, alquanto le cose di Lombardia gli trassero della mente e massimamente per ciò che sperava fermamente le sue lettere dovere essere al zio pervenute. Era nel campo o vero essercito de’ cristiani, il dì che dal Saladin furon presi, morto e sepellito un cavalier provenzale di piccol valore, il cui nome era messer Torel di Dignes; per la qual cosa, essendo messer Torel di Stra per la sua nobiltà per lo essercito conosciuto, chiunque udì dire “Messer Torello è morto” credette di messer Torel di Stra e non di quel di Dignes; e il caso, che sopravenne, della presura non lasciò sgannar gl’ingannati; per che molti italici tornarono con questa novella, tra’ quali furon de’ sì presuntuosi che ardiron di dire sé averlo veduto morto e essere stati alla sepoltura. La qual cosa saputa dalla donna e da’ parenti di lui fu di grandissima e inestimabile doglia cagione non solamente a loro, ma a ciascuno che conosciuto l’avea. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Decameron di Giovanni Boccaccio
Lungo sarebbe a mostrare qual fosse e quanto il dolore e la tristizia e ‘l pianto della sua donna; la quale dopo alquanti mesi che con tribulazion continua doluta s’era e a men dolersi avea cominciato, essendo ella da’ maggiori uomini di Lombardia domandata, da’ fratelli e dagli altri suoi parenti fu cominciata a sollecitar di maritarsi. Il che ella molte volte e con grandissimo pianto avendo negato, costretta alla fine le convenne far quello che vollero i suoi parenti, con questa condizione, che ella dovesse stare senza a marito andarne tanto quanto ella aveva promesso a messer Torello. Mentre in Pavia eran le cose della donna in questi termini e già forse otto dì al termine del doverne ella andare a marito eran vicini, avvenne che messer Torello in Alessandria vide un dì uno il quale veduto avea con gli ambasciador genovesi montar sopra la galea che a Genova ne venia; per che, fattolsi chiamare, il domandò che viaggio avuto avessero e quando a Genova fosser giunti. Al quale costui disse: “Signor mio, malvagio viaggio fece la galea, sì come in Creti senti’, là dove io rimasi; per ciò che, essendo ella vicina di Cicilia, si levò una tramontana pericolosa che nelle secche di Barbaria la percosse, né ne scampò testa, e intra gli altri due miei fratelli vi perirono.” Messer Torello, dando alle parole di costui fede, ch’eran verissime, e ricordandosi che il termine ivi a pochi dì finiva da lui domandato alla donna e avvisando niuna cosa di suo stato doversi sapere a Pavia, ebbe per constante la donna dovere essere rimaritata; di che egli in tanto dolor cadde, che, perdutone il mangiare e a giacer postosi, diliberò di morire. La qual cosa come il Saladin sentì, che sommamente l’amava, venne da lui. Dopo molti prieghi e grandi fattigli, saputa la cagion del suo dolore e della sua infermità, il biasimò molto che avanti non gliele aveva detto e appresso il pregò che si confortasse, affermandogli che, dove questo facesse, egli adopererebbe sì, che egli sarebbe in Pavia al termine dato; e dissegli come. Messer Torello, dando fede alle parole del Saladino e avendo molte volte udito dire che ciò era possibile e fatto s’era assai volte, s’incominciò a confortare e a sollecitare il Saladino che di ciò si diliberasse. Il Saladino a un suo nigromante, la cui arte già espermentata aveva, impose che egli vedesse via come messer Torello sopra un letto in una notte fosse portato a Pavia; a cui il nigromante rispose che ciò saria fatto, ma che egli per ben di lui il facesse dormire. Ordinato questo, tornò il Saladino a messer  Torello: e trovandol del tutto disposto a voler pure essere in Pavia al termine dato, se esser potesse, e se non potesse, a voler morire, gli disse così: “Messer Torello, se voi affettuo-
Decameron di Giovanni Boccaccio
si tornò. Il quale l’abate e’ monaci veggendo fuggire si maravigliarono e domandaron della cagione. Il monaco la disse. “Oh!” disse l’abate “e sì non se’ tu oggimai fanciullo né se’ in questa chiesa nuovo, che tu così leggiermente spaventar ti debbi: ora andiam noi, veggiamo chi t’ha fatto baco.” Accesi adunque più lumi, l’abate con tutti i suoi monaci nella chiesa entrati videro questo letto così maraviglioso e ricco e sopra quello il cavalier che dormiva; e mentre dubitosi e timidi, senza punto al letto accostarsi, le nobili gioie riguardavano, avvenne che, essendo la vertù del beveraggio consumata, che messer Torel destatosi gittò un gran sospiro. Li monaci come questo videro, e l’abate con loro, spaventati e gridando “Domine, aiutaci” tutti fuggirono. Messer Torello, aperti gli occhi e da torno guardatosi, conobbe manifestamente sé essere là dove al Saladino domandato avea, di che forte fu seco contento: per che, a seder levatosi e partitamente guardando ciò che da torno avea, quantunque prima avesse la magnificenzia del Saladin conosciuta, ora gli parve maggiore e più la conobbe. Non per tanto, senza altramenti mutarsi, sentendo i monaci fuggire e avvisatosi il perché, cominciò per nome a chiamar l’abate e a pregarlo che egli non dubitasse, per ciò che egli era Torel suo nepote. L’abate, udendo questo, divenne più pauroso, come colui che per morto l’avea dimolti mesi innanzi; ma dopo alquanto, da veri argomenti rassicurato, sentendosi pur chiamare, fattosi il segno della santa croce andò a lui. Al qual messer Torel disse: “O padre mio, di che dubitate voi? Io son vivo, la Dio mercé, e qui d’oltremar ritornato.” L’abate, con tutto che egli avesse la barba grande e in abito arabesco fosse, pur dopo alquanto il raffigurò: e rassicuratosi tutto il prese per la mano e disse: “Figliuol mio, tu sii il ben tornato” e seguitò: “Tu non ti dei maravigliare della nostra paura, per ciò che in questa terra non ha uomo che non credi fermamente che tu morto sii, tanto che io ti so dire che madonna Adalieta tua moglie, vinta da’ prieghi e dalle minacce de’ parenti suoi e contra suo volere, è rimaritata; e questa mattina ne dee ire al nuovo marito, e le nozze e ciò che a festa bisogno fa è apparecchiato.” Messer Torello, levatosi di’n su il ricco letto e fatta all’abate e a’ monaci maravigliosa festa, ognun pregò che di questa sua tornata con alcun non parlasse infino a tanto che egli non avesse una sua bisogna fornita. Appresso questo, fatte le ricche gioie porre in salvo, ciò che avvenuto gli fosse infino a
Decameron di Giovanni Boccaccio
Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una presta parola a sua salute l’ira di Currado volge in riso e sé campa dalla mala ventura minacciatagli da Currado ....................................................................371 5. Messer Forese da Rabatta e maestro Giotto dipintore, venendo di Mugello, l’uno la sparuta apparenza dell’altro motteggiando morde ...................................................................................373 6. Pruova Michele Scalza a certi giovani come i Baronci sono i più gentili uomini del mondo o di Maremma e vince una cena .........................................................................................................................375 7. Madonna Filippa dal marito con un suo amante trovata, chiamata in giudicio, con una pronta e piacevol risposta sé libera e fa lo statuto modificare ....................................................................377 8. Fresco conforta la nepote che non si specchi, se gli spiacevoli, come diceva, l’erano a veder noiosi ...........................380 9. Guido Cavalcanti dice con un motto onestamente villania a certi cavalier fiorentini li quali soprapreso l’aveano ........................ 382 10. Frate Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro la penna dell’agnolo Gabriello; in luogo della quale trovando carboni, quegli dice esser di quegli che arrostirono san Lorenzo ................................384 Conclusione ...................................................................................................................................................................391 Settima giornata Introduzione ..................................................................................................................................................................396 1. Gianni Lotteringhi ode di notte toccar l’uscio suo; desta la moglie, e ella gli fa accredere che egli è la fantasima; vanno a incantare con una orazione, e il picchiare si rimane .......................................... ......397 2. Peronella mette un suo amante in un doglio tornando il marito a casa; il quale avendo il marito venduto, ella dice che venduto l’ha a uno che dentro v’è a vedere se saldo gli pare: il quale, saltatone fuori, il fa radere al marito e poi portarsenelo a casa sua ..............................................................401 3. Frate Rinaldo si giace colla comare; truovalo il marito in camera con lei, e fannogli credere che egli incantava vermini al figlioccio .....................................................................................405 4. Tofano chiude una notte fuor di casa la moglie, la quale, non potendo per prieghi rientrare, fa vista di gittarsi in un pozzo e gittavi una gran pietra; Tofano esce di casa e corre là, e ella in casa se n’entra e serra lui di fuori e sgridandolo il vitupera ........................................................................410 5. Un geloso in forma di prete confessa la moglie, al quale ella dà a vedere che ama un prete che viene a lei ogni notte; di che mentre che il geloso nascosamente prende guardia all’uscio, la donna per lo tetto si fa venire un suo amante e con lui si dimora .......................................................................414 6. Madonna Isabella, con Leonetto standosi, amata da un messer Lambertuccio è visitata e torna il marito di lei: messer Lambertuccio con un coltello in mano fuor di casa sua ne manda, e il marito di lei poi Lionetto accompagna................. 421 7. Lodovico discuopre a madonna Beatrice l’amore il quale egli le porta: la qual manda Egano suo marito  in un giardino in forma di sé e con Lodovico si giace; il quale poi levatosi va e bastona Egano nel giardino ............................. 424 8. Un diviene geloso della moglie, e ella, legandosi uno spago al dito la notte, sente il suo amante venire a lei; il marito se n’accorge, e mentre seguita l’amante la donna mette in luogo di sé nel letto un’altra femina, la quale il marito batte e tagliale le trecce, e poi va per li fratelli di lei; li quali, trovando ciò non esser vero, gli dicono villania ....................................... 429 9. Lidia moglie di Nicostrato ama Pirro: il quale, acciò che credere il possa, le chiede tre cose le quali ella gli fa tutte; e oltre a questo in presenza di Nicostrato si sollazza con lui e a Nicostrato fa credere che non sia vero quello che ha veduto .................................................................................................................435 10. Due sanesi amano una donna comare dell’uno: muore il compare e torna al compagno secondo la promessa fattagli e raccontagli come di là si dimori ..............................................................................443 Conclusione ...................................................................................................................................................................446 Ottava giornata Introduzione ..................................................................................................................................................................449 1. Gulfardo prende da Guasparruolo denari in prestanza, e con la moglie di lui accordato di dover giacer  con  lei per quegli sì gliele dà; e poi in presenza di lei a Guasparruol dice che a lei gli diede, e ella dice che è il vero ................................ 450 2. Il prete da Varlungo si giace con monna Belcolore, lasciale pegno un suo tabarro; e accattato da lei un mortaio, il rimanda e fa domandare il tabarro lasciato per ricordanza: rendelo proverbiando la buona donna ............................. 453 3. Calandrino, Bruno e Buffalmacco giù per lo Mugnone vanno cercando di trovar l’elitropia, e Calandrino se la crede aver trovata; tornasi a casa carico di pietre; la moglie il proverbia e egli turbato la batte, e a’ suoi compagni racconta ciò che essi sanno meglio di lui ..................................................................................458
Decameron di Giovanni Boccaccio
cosa servieno che di porgere alcune cose dagl’infermi adomandate o di riguardare quando morieno; e servendo in tal servigio sé molte volte col guadagno perdeano. E da questo essere abbandonati gl’infermi da’ vicini, da’ parenti e dagli amici e avere scarsità di serventi, discorse uno uso quasi davanti mai non udito: che niuna, quantunque leggiadra o bella o gentil donna fosse, infermando non curava d’avere a’ suoi servigi uomo, qual che egli si fosse o giovane o altro, e a lui senza alcuna vergogna ogni parte del corpo aprire non altramenti che a una femina avrebbe fatto, solo che la necessità della sua infermità il richiedesse; il che in quelle che ne guerirono fu forse di minore onestà, nel tempo che succedette, cagione. E oltre a questo ne seguio la morte di molti che per avventura, se stati fossero atati, campati sarieno; di che, tra per lo difetto degli oportuni servigi, li quali gl’infermi aver non poteano, e per la forza della pistolenza, era tanta nella città la moltitudine di quegli che di dì e di notte morieno, che uno stupore era a udir dire, non che a riguardarlo. Per che, quasi di necessità, cose contrarie a’ primi costumi de’ cittadini nacquero tra coloro li quali rimanean vivi. Era usanza, sì come ancora oggi veggiamo usare, che le donne parenti e vicine nella casa del morto si ragunavano e quivi con quelle che più gli appartenevano piagnevano; e d’altra parte dinanzi la casa del morto co’ suoi prossimi si ragunavano i suoi vicini e altri cittadini assai, e secondo la qualità del morto vi veniva il chericato; e egli sopra gli omeri de’ suoi pari, con funeral pompa di cera e di canti, alla chiesa da lui prima eletta anzi la morte n’era portato. Le quali cose, poi che a montar cominciò la ferocità della pistolenza, o in tutto o in maggior parte quasi cessarono e altre nuove in lor luogo ne sopravennero. Per ciò che, non solamente senza aver molte donne da torno morivan le genti, ma assai n’eran di quegli che di questa vita senza testimonio trapassavano: e pochissimi erano coloro a’ quali i pietosi pianti e l’amare lagrime de’ suoi congiunti fossero concedute, anzi in luogo di quelle s’usavano per li più risa e motti e festeggiar compagnevole; la quale usanza le donne, in gran parte postposta la donnesca pietà, per salute di loro avevano ottimamente appresa. E erano radi coloro i corpi de’ quali fosser più che da un diece o dodici de’ suoi vicini alla chiesa acompagnato; de’ quali non gli orrevoli e cari cittadini ma una maniera di beccamorti sopravenuti di minuta gente (che chiamar si facevan becchini, la quale questi servigi prezzolata faceva) sotto entravano alla bara; e quella con frettolosi passi, non a quella chiesa che esso aveva anzi la morte disposto ma alla più vicina le più volte il portavano, dietro a quatro o a sei cherici con poco lume e tal fiata senza alcuno; li quali Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  16 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Decameron di Giovanni Boccaccio
Pampinea, fatta reina, comandò che ogn’uom tacesse, avendo già fatti i famigliari de’ tre giovani e le loro fanti, ch’eran quatro, davanti chiamarsi; e tacendo ciascun, disse: – Acciò che io prima essemplo dea a tutti voi, per lo quale di bene in meglio procedendo la nostra compagnia con ordine e con piacere  e  senza  alcuna  vergogna  viva  e  duri  quanto  a  grado  ne  fia,  io primieramente constituisco Parmeno, famigliare di Dioneo, mio siniscalco, e a lui la cura e la sollecitudine di tutta la nostra famiglia commetto e ciò che al servigio della sala appartiene. Sirisco, famigliar di Panfilo, voglio che di noi sia spenditore e tesoriere e di Parmeno seguiti i comandamenti. Tindaro al servigio di Filostrato e degli altri due attenda nelle camere loro, qualora gli altri, intorno alli loro ufici impediti, attender non vi potessero. Misia, mia fante, e Licisca, di Filomena, nella cucina saranno continue e quelle vivande diligentemente apparecchieranno che per Parmeno loro saranno imposte. Chimera, di Lauretta, e Stratilia, di Fiammetta, al governo delle camere delle donne intente vogliamo che stieno e alla nettezza de’ luoghi dove staremo. E ciascun generalmente, per quanto egli avrà cara la nostra grazia, vogliamo e comandiamo che si guardi, dove che egli vada, onde che egli torni, che che egli oda o vegga, niuna novella altra che lieta ci rechi di fuori. – E questi ordini sommariamente dati, li quali da tutti commendati furono, lieta drizzata in piè disse: – Qui sono giardini, qui sono pratelli, qui altri luoghi dilettevoli assai, per li quali ciascuno a suo piacer sollazzando si vada; e come terza suona, ciascun qui sia, acciò che per lo fresco si mangi. – Licenziata adunque dalla nuova reina la lieta brigata, li giovani insieme con le belle donne, ragionando dilettevoli cose, con lento passo si misero per un giardino, belle ghirlande di varie frondi faccendosi e amorosamente cantando. E poi che in quello tanto fur dimorati quanto di spazio dalla reina avuto aveano, a casa tornati trovarono Parmeno studiosamente aver dato principio al suo ufficio, per ciò che, entrati in una sala terrena, quivi le tavole messe videro con tovaglie bianchissime e con bicchieri che d’ariento parevano, e ogni cosa di fiori di ginestra coperta; per che, data l’acqua alle mani, come piacque alla reina, secondo il giudicio di Parmeno tutti andarono a sedere. Le vivande dilicatamente fatte vennero e finissimi vini fur presti: e senza più, chetamente li tre famigliari servirono le tavole. Dalle quali cose, per ciò che belle e ordinate erano, rallegrato ciascuno, con piacevoli motti e con festa mangiarono. E levate le tavole con ciò fosse cosa che tutte le donne carolar sapessero e similmente i giovani e parte di loro ottimamente e sonare
Decameron di Giovanni Boccaccio
Disse Marchese: “Come?” Rispose Martellino: “Dicolti. Io mi contraffarò a guisa d’uno attratto, e tu dall’un lato e Stecchi dall’altro, come se io per me andar non potessi, mi verrete sostenendo faccendo sembianti di volermi là menare acciò che questo santo mi guarisca: egli non sarà alcuno che veggendoci non ci faccia luogo e lascici andare.” A Marchese e a Stecchi piacque il modo: e senza alcuno indugio usciti fuor dell’albergo, tutti e tre in un solitario luogo venuti, Martellino si storse in guisa le mani, le dita e le braccia e le gambe e oltre a questo la bocca e gli occhi e tutto il viso, che fiera cosa pareva a vedere; né sarebbe stato alcuno che veduto l’avesse, che non avesse detto lui veramente esser tutto della persona perduto e ratratto. E preso, così fatto, da Marchese e da Stecchi, verso la chiesa si dirizzarono in vista tutti pieni di pietà, umilemente e per l’amor di Dio domandando a ciascuno che dinanzi lor si parava che loro luogo facesse, il che agevolmente impetravano; e in brieve, riguardati da tutti e quasi per tutto gridandosi “Fa luogo! fa luogo!”, là pervennero ove il corpo di santo Arrigo era posto; e da certi gentili uomini, che v’erano da torno, fu Martellino prestamente preso e sopra il corpo posto, acciò che per quello il beneficio della santà acquistasse. Martellino, essendo tutta la gente attenta a veder che di lui avvenisse, stato alquanto, cominciò, come colui che ottimamente fare lo sapeva, a far sembiante di distendere l’uno de’ diti e appresso la mano e poi il braccio, e così tutto a venirsi distendendo. Il che veggendo la gente, sì gran romore in lode di santo Arrigo facevano, che i tuoni non si sarieno potuti udire. Era per avventura un fiorentino vicino a questo luogo, il quale molto bene conoscea Martellino, ma per l’esser così travolto quando vi fu menato non  l’avea  conosciuto;  il  quale,  veggendolo  ridirizzato  e  riconosciutolo, subitamente cominciò a ridere e a dire: “Domine fallo tristo! Chi non avrebbe creduto, veggendol venire, che egli fosse stato attratto da dovero?” Queste parole udirono alcuni trivigiani, li quali incotanente il domandarono: “Come! non era costui attratto?” A’ quali il fiorentin rispose: “Non piaccia a Dio! Egli è stato sempre diritto come qualunque è l’un di noi, ma sa meglio che altro uomo, come voi avete potuto vedere, far queste ciance di contraffarsi in qualunque forma vuole.” Come costoro ebbero udito questo, non bisognò più avanti: essi si fece-
Decameron di Giovanni Boccaccio
preterita vita si ricordava, quivi è a vivere e a morire s’era disposta, non meno dimestica della cavriuola divenuta che de’ figliuoli. E così dimorando la gentil donna divenuta fiera, avvenne dopo più mesi che per fortuna similmente quivi arrivò uno legnetto di pisani dove ella prima era arrivata, e più giorni vi dimorò. Era sopra quel legno un gentile uomo chiamato Currado de’ marchesi Malespini con una sua donna valorosa e santa; e venivano di pellegrinaggio da tutti i santi luoghi li quali nel regno di Puglia sono e a casa loro se ne tornavano. Il quale, per passare malinconia, insieme con la sua donna e con alcun suoi famigliari e con suoi cani un dì a andare fra l’isola si mise; e non guari lontano al luogo dove era madama Beritola cominciarono i cani di Currado a seguire i due cavriuoli, li quali già grandicelli pascendo andavano: li quali cavriuoli, da’ cani cacciati, in nulla altra parte fuggirono che alla caverna dove era madama Beritola. La quale, questo vedendo, levata in piè e preso un bastone li cani mandò indietro: e quivi Currado e la sua donna, che i lor cani seguitavan, sopravenuti, vedendo costei che bruna e magra e pelosa divenuta era, si maravigliarono, e ella molto più di loro. Ma poi che a’ prieghi di lei ebbe Currado i suoi cani tirati indietro, dopo molti prieghi la piegarono a dire chi ella fosse e che quivi facesse; la quale pienamente ogni sua condizione e ogni suo accidente e il suo fiero proponimento loro aperse. Il che udendo Currado, che molto bene Arrighetto Capece conosciuto avea, di compassion pianse e con parole assai s’ingegnò di rimuoverla da proponimento sì fiero, offerendole di rimenarla a casa sua o di seco tenerla in quello onore che sua sorella, e stesse tanto che Idio più lieta fortuna le mandasse innanzi. Alle quali proferte non piegandosi la donna, Currado con lei lasciò la moglie e le disse che da mangiare quivi facesse venire e lei, che tutta era stracciata, d’alcuna delle sue robe rivestisse, e del tutto facesse che seco la ne menasse. La gentil donna con lei rimasa, avendo prima molto con madama Beritola pianto de’ suoi infortunii, fatti venir vestimenti e vivande, con la maggior fatica del mondo a prendergli e a mangiar la condusse: e ultimamente, dopo molti prieghi, affermando ella di mai non volere andare ove conosciuta fosse, la ‘ndusse a doversene seco andare in Lunigiana insieme co’ due cavriuoli e con la cavriuola la quale in quel mezzo tempo era tornata e, non senza gran meraviglia della gentil donna, l’aveva fatta grandissima festa. E così venuto il buon tempo, madama Beritola con Currado e con la sua donna sopra il lor legno montò, e con loro insieme la cavriuola e i due cavriuoli,
Decameron di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  100 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Giovanni Boccaccio     Decameron – Giornata seconda da’ quali, non sappiendosi per tutti il suo nome, ella fu Cavriuola dinominata; e con buon vento tosto infino nella foce della Magra n’andarono, dove smontati alle loro castella se ne salirono. Quivi appresso la donna di Currado madama Beritola, in abito vedovile, come una sua damigella, onesta e umile e  obediente  stette,  sempre  a’  suoi  cavriuoli  avendo  amore  e  faccendogli nutricare. I corsari, li quali avevano a Ponzo preso il legno sopra il quale madama Beritola venuta era, lei lasciata sì come da lor non veduta, con tutta l’altra gente a Genova n’andarono; e quivi tra’ padroni della galea divisa la preda, toccò per avventura, tra l’altre cose, in sorte a un messer Guasparrin Doria la balia di madama Beritola e i due fanciulli con lei; il quale lei co’ fanciulli insieme a casa sua ne mandò per tenergli a guisa di servi ne’ servigi della casa. La balia, dolente oltre modo della perdita della sua donna e della misera fortuna nella quale sé e i due fanciulli caduti vedea, lungamente pianse. Ma poi che vide le lagrime niente giovare e sé esser serva con loro insieme, ancora che povera femina fosse, pure era savia e avveduta; per che, prima come poté il meglio riconfortatasi e appresso riguardando dove erano pervenuti, s’avisò che se i due fanciulli conosciuti fossono per avventura potrebbono di leggiere impedimento ricevere: e oltre a questo sperando che, quando che sia, si potrebbe mutar la fortuna e essi potrebbono, se vivi fossero, nel perduto stato tornare, pensò di non palesare a alcuna persona chi fossero, se tempo di ciò non vedesse; e a tutti diceva, che di ciò domandata l’avessero, che suoi figliuoli erano. E il maggiore non Giuffredi ma Giannotto di Procida nominava, al minore non curò di mutar nome; e con somma diligenzia mostrò a Giuffredi perché il nome cambiato gli avea e a qual pericolo egli potesse essere se conosciuto fosse, e questo non una volta ma molte e molto spesso gli  ricordava:  la  qual  cosa  il  fanciullo,  che  intendente  era,  secondo l’amaestramento della savia balia ottimamente faceva. Stettero adunque, e mal vestiti e peggio calzati, a ogni vil servigio adoperati, con la balia insieme pazientemente più anni i due garzoni in casa messer Guasparino. Ma Giannotto, già d’età di sedici anni, avendo più animo che a servo non s’apparteneva, sdegnando la viltà della servil condizione, salito sopra galee che in Alessandria andavano, dal servigio di messer Guasparino si partì e in più parti andò in niente potendosi avanzare. Alla fine, forse dopo tre o quatro anni appresso la partita fatta da messer Guasparrino, essendo bel giovane e grande della persona divenuto e avendo sentito il padre di lui, il quale
Decameron di Giovanni Boccaccio
seguitolo a cacciare e a uccidere i franceschi. Per la qual cosa egli sommamente era venuto nella grazia del re Petro, il quale lui in tutti i suoi beni e in ogni suo onore rimesso aveva, laonde egli era in grande e buono stato; aggiugnendo che egli aveva lui con sommo onore ricevuto e inestimabile festa aveva fatta della sua donna e del figliuolo, de’ quali mai dopo la presura sua neente aveva saputo, e oltre a ciò mandava per loro una saettia con alquanti gentili uomini li quali appresso venieno. Costui fu con grande allegrezza e festa ricevuto e ascoltato; e prestamente Currado con alquanti de’ suoi amici incontro si fecero a’ gentili uomini che per madama Beritola e per Giuffredi venieno, e loro lietamente ricevette e al suo convito, il quale ancora al mezzo non era, gl’introdusse. Quivi e la donna e Giuffredi e oltre a questi tutti gli altri con tanta letizia gli videro, che mai simile non fu udita; e essi, avanti che a mangiar si ponessero, da parte d’Arrighetto e salutarono e ringraziarono, quanto il meglio seppero e più poterono, Currado e la sua donna dell’onor fatto e alla donna di lui e al figliuolo, e Arrighetto e ogni cosa che per lui si potesse offersero al lor piacere. Quindi a messer Guasparrin rivolti, il cui beneficio era inoppinato, dissero sé esser certissimi che, qualora ciò che per lui verso lo Scacciato stato era fatto da Arrighetto si sapesse, che grazie simiglianti e maggiori rendute sarebbono. Appreso questo, lietissimamente nella festa delle due nuove spose e con li novelli sposi mangiarono. Né solo quel dì fece Currado festa al genero e agli altri suoi e parenti e amici, ma molti altri. La quale poi che riposata fu, parendo a madama Beritola e a Giuffredi e agli altri di doversi partire, con molte lagrime da Currado e dalla sua donna e da messer Guasparrino, sopra la saettia montati, seco la Spina menandone si partirono. E avendo prospero vento, tosto in Cicilia pervennero, dove con tanta festa da Arrighetto tutti parimente, e’ figliuoli e le donne, furono in Palermo ricevuti, che dir non si potrebbe giammai. Dove poi molto tempo si crede che essi tutti felicemente vivessero e, come conoscenti del ricevuto beneficio, amici di messer Domenedio. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
Il soldano di Babilonia ne manda una sua figliuola a marito al re del Garbo, la quale per diversi accidenti in ispazio di quatro anni alle mani di nove uomini perviene in diversi luoghi: ultimamente, restituita al padre per pulcella, ne va al re del Garbo, come prima faceva, per moglie. Forse non molto più si sarebbe la novella d’Emilia distesa, che la compassione avuta dalle giovani donne a’ casi di madama Beritola loro avrebbe condotte a lagrimare. Ma poi che a quella fu posta fine, piacque alla reina che Panfilo seguitasse la sua raccontando; per la qual cosa egli, che ubidentissimo era, incominciò: – Malagevolmente, piacevoli donne, si può da noi conoscer quello che per noi si faccia, per ciò che, sì come assai volte s’è potuto vedere, molti estimando se essi ricchi divinissero senza sollecitudine e sicuri poter vivere, quello non solamente con prieghi a Dio adomandarono ma sollecitamente, non recusando alcuna fatica o pericolo, d’acquistarle cercarono; e, come che loro venisse fatto, trovarono chi per vaghezza di così ampia eredità gli uccise, li quali, avanti che arrichiti fossero, amavan la vita loro. Altri di basso stato per mille pericolose battaglie, per mezzo il sangue de’ fratelli e degli amici loro saliti all’altezza de’ regni, in quegli somma felicità esser credendo, senza le infinite sollecitudini e paure di che piena la videro e sentirono, cognobbero, non senza la morte loro, che nell’oro alle mense reali si beveva il veleno. Molti furono che la forza corporale e la bellezza e certi gli ornamenti con appetito ardentissimo disiderarono, né prima d’aver mal disiderato s’avidero, che essi quelle cose loro di morte essere o di dolorosa vita cagione. E acciò che io partitamente di tutti gli umani disiderii non parli, affermo niuno poterne essere con pieno avvedimento, sì come sicuro da fortunosi casi, che da’ viventi si possa eleggere: per che, se dirittamente operar volessimo, a quello prendere e possedere ci dovremmo disporre che Colui ci donasse, il quale solo ciò che ci fa bisogno cognosce e puolci dare. Ma per ciò che, come che gli uomini in varie cose pecchino disiderando, voi, graziose donne, sommamente peccate in una, cioè nel disiderare d’esser belle, in tanto che, non bastandovi le bellezze che dalla natura concedute vi sono, ancora con maravigliosa arte quelle cercate d’acrescere, mi piace di raccontarvi quanto sventuratamente fosse bella una saracina, alla quale in forse quatro anni avvenne per la sua bellezza di fare nuove nozze da nove volte. Già è buon tempo passato che di Babillonia fu un soldano, il quale ebbe
Decameron di Giovanni Boccaccio
nome Beminedab, al quale ne’ suoi dì assai cose secondo il suo piacere avvennero. Aveva costui, tra gli altri suoi molti figliuoli e maschi e femine, una figliuola chiamata Alatiel, la qual, per quello che ciascun che la vedeva dicesse, era la più bella femina che si vedesse in que’ tempi nel mondo; e per ciò che in una grande sconfitta, la quale aveva data a una gran moltitudine d’arabi che addosso gli eran venuti, l’aveva maravigliosamente aiutato il re del Garbo, a lui, domandandogliele egli di grazia speziale, l’aveva per moglie data; e lei con onorevole compagnia e d’uomini e di donne e con molti nobili e ricchi arnesi fece sopra una nave bene armata e ben corredata montare, e a lui mandandola la accomandò a Dio. I marinari, come videro il tempo ben disposto, diedero le vele a’ venti e del porto d’Allessandria si partirono e più giorni felicemente navigarono: e già avendo la Sardigna passata, parendo loro alla fine del loro cammino esser vicini, si levarono subitamente un giorno diversi venti, li quali, essendo ciascuno oltre modo impetuoso, sì faticaron la nave dove la donna era e’ marinari, che più volte per perduti si tennero. Ma pure, come valenti uomini, ogni arte e ogni forza operando, essendo da infinito mare combattuti, due dì si sostennero; e surgendo già dalla tempesta cominciata la terza notte e quella non cessando ma crescendo tuttafiata, non sappiendo essi dove si fossero né potendolo per estimazion marineresca comprendere né per vista, per ciò che obscurissimo di nuvoli e di buia notte era il cielo, essendo essi non guari sopra Maiolica, sentirono la nave sdruscire. Per la qual cosa, non veggendovi alcun rimedio al loro scampo, avendo a mente ciascun se medesimo e non altrui, in mare gittarono un paliscalmo, e sopra quello più tosto di fidarsi disponendo che sopra la sdruscita nave si gittarono i padroni; a’ quali appresso or l’uno or l’altro di quanti uomini erano nella nave, quantunque quegli che prima nel paliscalmo eran discesi con le coltella in mano il contradicessero, tutti si gittarono, e credendosi la morte fuggire in quella incapparono: per ciò che, non potendone per la contrarietà del tempo tanti reggere il paliscalmo, andato sotto, tutti quanti perirono. E la nave, che da impetuoso vento era sospinta, quantunque isdruscita fosse e già presso che piena d’acqua, non essendovi sù rimasa altra persona che la donna e le sue femine (e quelle tutte per la tempesta del mare e per la paura vinte su per quella quasi morte giacevano), velocissimamente correndo in una piaggia dell’isola di Maiolica percosse. E fu tanta e sì grande la foga di quella, che quasi tutta si ficcò nella rena, vicina al lito forse una gittata di
Decameron di Giovanni Boccaccio
morte la liberarono. Dove col fedito insieme discese in terra: e con lui dimorando in uno albergo, subitamente corse la fama della sua gran bellezza per la città, e agli orecchi del prenze della Morea, il quale allora era in Chiarenza, pervenne. Laonde egli veder la volle, e vedutala e oltre a quello che la fama portava bella parendogli, sì forte di lei subitamente s’innamorò, che a altro non poteva pensare; e avendo udito in che guisa quivi pervenuta fosse, s’avvisò  di  doverla  potere  avere.  E  cercando  de’  modi  e  i  parenti  del  fedito sappiendolo, senza altro aspettare prestamente gliele mandarono: il che al prenze fu sommamente caro e alla donna altressì, per ciò che fuori d’un gran pericolo esser le parve. Il prenze vedendola oltre alla bellezza ornata di costumi reali, non potendo altramenti saper chi ella si fosse, nobile donna dovere essere la stimò e pertanto il suo amore in lei si raddoppiò; e onorevolmente molto tenendola, non a guisa d’amica ma di sua propria moglie la trattava. Il che, avendo a’ trapassati mali alcun rispetto la donna e parendole assai bene stare, tutta riconfortata e lieta divenuta, in tanto le sue bellezze fiorirono, che di niuna altra cosa pareva che tutta la Romania avesse da favellare. Per la qual cosa al duca d’Atene, giovane e bello e pro’ della persona, amico e parente del prenze, venne disidero di vederla: e mostrando di venirlo a visitare, come usato era talvolta di fare, con bella e onorevole compagnia se ne venne a Chiarenza, dove onorevolemente fu ricevuto e con gran festa. Poi, dopo alcun dì, venuti insieme a ragionamento delle bellezze di questa donna, domandò il duca se così era mirabil cosa come si ragionava. A cui il prenze rispose: “Molto più! ma di ciò non le mie parole ma gli occhi tuoi voglio ti faccian fede.” A che sollecitando il duca il prenze, insieme n’andarono là dove ella era. La quale costumatamente molto e con lieto viso, avendo davanti sentita la lor venuta, gli ricevette. E in mezzo di loro fattala sedere, non si poté di ragionar con lei prender piacere, per ciò che essa poco o niente di quella lingua intendeva; per che ciascun lei sì come maravigliosa cosa guardava, e il duca massimamente, il quale appena seco poteva credere lei essere cosa mortale; e non acorgendosi, riguardandola, dell’amoroso veleno che egli con gli occhi bevea, credendosi al suo piacer sodisfare mirandola, se stesso miseramente impacciò, di lei ardentissimamente innamorandosi. E poi che da lei insieme col prenze partito si fu e ebbe spazio di poter pensare, seco stesso estimava il prenze sopra ogni altro felice, sì bella cosa avendo al suo piacere:
Decameron di Giovanni Boccaccio
in Atene ma a un suo bellissimo luogo, che poco di fuori dalla città sopra il mare aveva, la donna più che altra dolorosa mise, quivi nascosamente tenendola e faccendola onorevolmente di ciò che bisognava servire. Aveano la seguente mattina i cortigiani del prenze infino a nona aspettato che il prenze si levasse; ma niente sentendo, sospinti gli usci delle camere che solamente chiusi erano e niuna persona trovandovi, avvisando che occultamente in alcuna parte andato fosse per istarsi alcun dì a suo diletto con quella sua bella donna, più non si dierono impaccio. E così standosi, avvenne che il dì seguente un matto, entrato intra le ruvine dove il corpo del prenze e di Ciuriaci erano, per lo capestro tirò fuori Ciuriaci e andavaselo tirando dietro. Il quale non senza gran maraviglia fu riconosciuto da molti, li quali con lusinghe fattisi menare al matto là onde tratto l’avea, quivi con grandissimo dolore di tutta la città quello del prenze trovarono, e onorevolmente il sepellirono; e de’ commettitori di così grande eccesso investigando e veggendo il duca d’Atene non esservi ma essersi furtivamente partito, estimarono, così come  era,  lui  dovere  aver  fatto  questo  e  menatasene  la  donna.  Per  che prestamente in lor prenze un fratello del morto prenze substituendo, lui alla vendetta con ogni loro potere incitarono; il quale, per più altre cose poi acertato così essere come imaginato avieno, richesti e amici e parenti e servidori di diverse parti, prestamente congregò una bella e grande e poderosa oste, e a far guerra al duca d’Atene si dirizzò. Il duca, queste cose sentendo, a difesa di sé similmente ogni suo sforzo apparecchiò, e in aiuto di lui molti signor vennero, tra’ quali, mandati dallo ‘mperadore di Constantinopoli, furono Constantino suo figliuolo e Manovello suo nepote con bella e con gran gente. Li quali dal duca onorevolemente ricevuti furono e dalla duchessa più, per ciò che loro sirocchia era. Appressandosi di giorno in giorno più alla guerra le cose, la duchessa, preso tempo, ammenduni nella camera se gli fece venire, e quivi con lagrime assai e con parole molte tutta la istoria narrò, le cagioni della guerra narrando: mostrò il dispetto a lei fatto dal duca della femina la quale nascosamente si credeva tenere, e forte di ciò condogliendosi gli pregò che all’onor del duca e alla consolazion di lei quello compenso mettessero che per loro si potesse il migliore. Sapevano i giovani tutto il fatto come stato era: e per ciò, senza troppo adomandar, la duchessa come seppero il meglio riconfortarono e di buona speranza la riempierono; e da lei informati dove stesse la donna si dipartirono. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  117 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Decameron di Giovanni Boccaccio
dire a’ gentili uomini che a mio padre mi volean presentare, secondo che loro era stato imposto dalla veneranda donna, m’apparecchiò Idio, al quale forse di me incresceva, sopra il lito Antigono in quella ora che noi a Baffa smontavamo; il quale io prestamente chiamai, e in nostra lingua, per non essere da’ gentili uomini né dalle donne intesa, gli dissi che come figliuola mi ricevesse. Egli prestamente m’intese: e fattami la festa grande, quegli gentili uomini e quelle donne secondo la sua povera possibilità onorò, e me ne menò al re di Cipri, il quale con quello onore mi ricevette e qui a voi m’ha rimandata che mai per me raccontare non si potrebbe. Se altro a dir ci resta, Antigono, che molte volte da me ha questa mia fortuna udita, il racconti.” Antigono allora al soldano rivolto disse: “Signor mio, sì come ella m’ha più volte detto e come quegli gentili uomini con li quali venne mi dissero, v’ha raccontato. Solamente una parte v’ha lasciata a dire, la quale io stimo che, per ciò che bene non sta a lei di dirlo, l’abbia fatto: e questo è quanto quegli gentili uomini e donne, con li quali venne, dicessero della onesta vita la quale con le religiose donne aveva tenuta e della sua virtù e de’ suoi laudevoli costumi, e delle lagrime e del pianto che fecero e le donne e gli uomini quando, a me restituitola, si partiron da lei. Delle quali cose se io volessi a pien dire ciò che essi mi dissero, non che il presente giorno ma la seguente notte non ci basterebbe: tanto solamente averne detto voglio che basti, che, secondo che le loro parole mostravano e quello ancora che io n’ho potuto vedere, voi vi potete vantare d’avere la più bella figliuola e la più onesta e la più valorosa che altro signore che oggi corona porti.” Di queste cose fece il soldano maravigliosissima festa e più volte pregò Idio che grazia gli concedesse di potere degni meriti rendere a chiunque avea la figliuola onorata, e massimamente al re di Cipri per cui onoratamente gli era stata rimandata: e appresso alquanti dì, fatti grandissimi doni apparecchiare a Antigono, al tornarsi in Cipri il licenziò, al re per lettere e per ispeziali ambasciadori grandissime grazie rendendo di ciò che fatto aveva alla figliuola. Appresso questo, volendo che quello che cominciato era avesse effetto, cioè che ella moglie fosse del re del Garbo, a lui ogni cosa significò, scrivendogli oltre a ciò che, se gli piacesse d’averla, per lei sì mandasse. Di ciò fece il re del Garbo gran festa: e, mandato onorevolmente per lei, lietamente la ricevette. E essa, che con otto uomini forse diecemilia volte giaciuta era, allato a lui si coricò per pulcella e fecegliele credere che così fosse; e reina con lui lietamente poi più tempo visse. E per ciò si disse: “Bocca basciata non perde ventura, anzi rinnuova come fa la luna.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  125 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Decameron di Giovanni Boccaccio
pensossi di metterla alla pruova; e così al figliuolo disse di fare, come guarito fosse, di metterla con lui in una camera e ch’egli s’ingegnasse d’avere di lei il suo piacere, dicendo che disonesto le pareva che essa, a guisa d’una ruffiana, predicasse per lo figliuolo e pregasse la sua damigella. Alla qual cosa il giovane non fu contento in alcuna guisa e di subito fieramente peggiorò. Il che la donna veggendo, aperse la sua intenzione alla Giannetta. Ma più constante che mai trovandola, raccontato ciò che fatto aveva al marito, ancora che grave loro paresse, di pari consentimento diliberarono di dargliele per isposa, amando meglio il figliuolo vivo con moglie non convenevole a lui che morto senza alcuna; e così, dopo molte novelle, fecero. Di che la Giannetta fu contenta molto e con divoto cuore ringraziò Idio che lei non avea dimenticata: né per tutto questo mai altro che figliuola d’un piccardo si disse. Il giovane guerì e fece le nozze più lieto che altro uomo e cominciossi a dar buon tempo con lei. Perotto, il quale in Gales col maliscalco del re d’Inghilterra era rimaso, similmente crescendo venne in grazia del signor suo e divenne di persona bellissimo e pro’ quanto alcuno altro che nell’isola fosse, in tanto che né in tornei né in giostre né in qualunque altro atto d’arme niuno v’era nel paese che quello valesse che egli; per che per tutto, chiamato da loro Perotto il piccardo, era conosciuto e famoso. E come Idio la sua sorella dimenticata non avea, così similmente d’aver lui a mente dimostrò: per ciò che, venuta in quella contrada una pistilenziosa mortalità, quasi la metà della gente di quella se ne portò, senza che grandissima parte del rimaso per paura in altre contrade se ne fuggirono, di che il paese tutto pareva abandonato. Nella quale mortalità il maliscalco suo signore e la donna di lui e un suo figliuolo e molti altri e fratelli e nepoti e parenti tutti morirono, né altro che una damigella già da marito di lui rimase e con alcuni altri famigliari Perotto. Il quale, cessata alquanto la pestilenza, la damigella, per ciò che prod’uomo e valente era, con piacere e consiglio d’alquanti pochi paesani vivi rimasi per marito prese, e di tutto ciò che a lei per eredità scaduto era il fece signore; né guari di tempo passò che, udendo il re d’Inghilterra il maliscalco esser morto e conoscendo il valor di Perotto il piccardo, in luogo di quello che morto era il substituì e fecelo suo maliscalco. E così brievemente avvenne de’ due innocenti figliuoli del conte d’Anguersa da lui per perduti lasciati. Era già il diceottesimo anno passato poi che il conte d’Anguersa fuggito di Parigi s’era partito, quando a lui dimorante in Irlanda, avendo in assai
Decameron di Giovanni Boccaccio
ché sarà ancora più bello che un poco si ristringa del novellare la licenzia e che sopra uno de’ molti fatti della fortuna si dica, e ho pensato che questo sarà: di chi alcuna cosa molto disiderata con industria acquistasse o la perduta recuperasse. Sopra che ciascun pensi di dire alcuna cosa che alla brigata esser possa utile o almeno dilettevole, salvo sempre il privilegio di Dioneo. – Ciascuno commendò il parlare e il diviso della reina, e così statuiron che fosse. La quale, appresso questo, fattosi chiamare il suo siniscalco, dove metter dovesse la sera le tavole e quello appresso che far dovesse in tutto il tempo della sua signoria pienamente gli divisò; e così fatto, in piè dirizzata con la sua brigata, a far quello che più piacesse a ciascuno gli licenziò. Presero adunque le donne e gli uomini inverso un giardinetto la via e quivi, poi che alquanto diportati si furono, l’ora della cena venuta, con festa e con piacer cenarono; e da quella levati, come alla reina piacque, menando Emilia la carola, la seguente canzone da Pampinea, rispondendo l’altre, fu cantata: Qual donna canterà, s’e’ non cant’io, che son contenta d’ogni mio disio?    Vien dunque, Amor, cagion d’ogni mio bene, d’ogni speranza e d’ogni lieto effetto; cantiamo insieme un poco, non de’ sospir né delle amare pene ch’or più dolce mi fanno il tuo diletto, ma sol del chiaro foco, nel quale ardendo in festa vivo e ’n gioco, te adorando, come un mio iddio.    Tu mi ponesti innanzi agli occhi, Amore, il primo dì ch’io nel tuo foco entrai, un giovinetto tale, che di biltà, d’ardir, né di valore non se ne troverebbe un maggior mai, né pure a lui eguale: di lui m’accesi tanto, che aguale lieta ne canto teco, Signor mio.    E quel che ’n questo m’è sommo piacere, è ch’io gli piaccio, quanto egli a me piace, Amor, la tua merzede; perché in questo mondo il mio volere
Decameron di Giovanni Boccaccio
cer cavriuoli e in alcuna cerbiatti giovani andar pascendo e, oltre a questi, altre più maniere di non nocivi animali, ciascuno a suo diletto, quasi dimestichi andarsi a sollazzo: le quali cose, oltre agli altri piaceri, un vie maggior piacere aggiunsero. Ma poi che assai, or questa cosa or quella veggendo, andati furono, fatto dintorno alla bella fonte metter le tavole e quivi prima sei canzonette cantate e alquanti balli fatti, come alla reina piacque, andarono a mangiare: e con grandissimo e bello e riposato ordine serviti e di buone e dilicate vivande, divenuti più lieti sù si levarono, e a’ suoni e a’ canti e a’ balli da capo si dierono infino che alla reina, per lo caldo sopravegnente, parve ora che, a cui piacesse, s’andasse a dormire. De’ quali chi v’andò e chi, vinto dalla bellezza del luogo, andar non vi volle, ma quivi dimoratisi, chi a legger romanzi, chi a giucare a scacchi e chi a tavole, mentre gli altri dormiron, si diede. Ma poi che, passato la nona, levato si fu, e il viso con la fresca acqua rinfrescato s’ebbero, nel prato, sì come alla reina piacque, vicini alla fontana venutine e in quello secondo il modo usato postisi a sedere, a aspettar cominciarono di dover novellare sopra la materia dalla reina proposta. De’ quali il primo a cui la reina tal carico impose fu Filostrato, il quale cominciò in questa guisa.
Decameron di Giovanni Boccaccio
Vivendo adunque contenta, e in festa continua dimorando, la fortuna,  sùbita  volvitrice  delle  cose  mondane,  invidiosa  de’  beni  medesimi che essa avea prestati, volendo ritrarre la mano, né sappiendo da qual parte mettere li suoi veleni, con sottile argomento a’ miei occhi medesimi fece all’avversità trovare via; e certo niuna altra che quella onde entrò v’era al presente.  Ma  gl’iddii,  a  me  favorevoli  ancora,  e  a’  miei  fatti  di  me  più solleciti, sentendo le occulte insidie di costei, vollero, se io prendere l’avessi sapute, armi porgere al petto mio, acciò che disarmata non venissi alla battaglia nella quale io dovea cadere; e con aperta visione ne’ miei sonni, la notte precedente al giorno il quale a’ miei danni dovea dare principio, mi chiarirono le future cose in cotale guisa. A me, nello ampissimo letto dimorante con tutti li membri risoluti nell’alto sonno, pareva, in un giorno bellissimo e più chiaro che alcuno altro, essere, non so di che, più lieta che mai; e con questa letizia, a me, sola fra verdi erbette, era avviso sedere in un prato dal cielo difeso e da’ suoi lumi da diverse ombre d’alberi vestiti di nuove frondi; e in quello diversi fiori avendo còlti, de’ quali tutto il luogo era dipinto, con le candide mani, in uno lembo de’ miei vestimenti raccoltili, fiore da fiore sceglieva, e degli scelti leggiadra ghirlandetta faccendo, ne ornava la testa mia. E così ornata levatami, quale Proserpina allora che Pluto la rapì alla madre, cotale m’andava per la nuova primavera cantando; poi, forse stanca, tra la più folta erba a giacere postami, mi posava. Ma non altramente il tenero piè d’Euridice trafisse il nascoso animale, che me sopra l’erbe distesa, una nascosa serpe vegnente tra quelle, parve che sotto la sinistra mammella mi trafiggesse; il cui morso, nella prima entrata degli acuti denti, parea che mi cocesse; ma poi, assicurata, quasi di peggio temendo, mi pareva mettere nel mio seno la fredda  serpe,  imaginando  lei  dovere,  col  beneficio  del  caldo  del  proprio petto, rendere a me più benigna. La quale, più sicura fatta per quello e più fiera, al dato morso raggiunse la iniqua bocca, e dopo lungo spazio, avendo molto del nostro sangue bevuto, mi pareva che, me renitente, uscendo del mio seno, vaga vaga fra le prime erbe col mio spirito si partisse. Nel cui partire il chiaro giorno turbato, dietro a me vegnendo, mi copria tutta, e secondo l’andare di quella così la turbazione seguitava, quasi come a lei tirante fosse la moltitudine de’ nuvoli appiccata, e seguissela; e non dopo molto, come bianca pietra gittata in profonda acqua a poco a poco si toglie alla vista de’ riguardanti, così si tolse agli occhi miei. Allora il cielo di som-
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
Quanti e quali fossero in me da questo amore li pensieri nati, lungo sarebbe a tutti volerli narrare; ma alquanti, quasi sforzandomi, mi tirano a dichiararsi, con alcune cose oltre all’usato incominciatemi a dilettare. Dico adunque  che,  avendo  ogni  altra  cosa  proposta,  solo  il  pensare  all’amato giovine m’era caro, e parendomi che, in questo perseverando, forse quello che io intendeva celare si potrebbe presumere, me più volte di ciò ripresi; ma che giovava? Le mie riprensioni davano luogo larghissimo alli miei disii, e inutili si fuggivano co’ venti. Io disiderai più giorni sommamente di sapere chi fosse l’amato giovine; a che nuovi pensieri mi dierono aperta via, e cautamente il seppi, di che non poco contenta rimasi. Similmente gli ornamenti, de’ quali io prima, sì come poco bisognosa di quelli, niente curava, mi cominciarono ad essere cari, pensando più ornata piacere; e quindi li vestimenti, l’oro e le perle e l’altre preziose cose più che prima pregiai. Io infino a quella ora alli templi, alle feste, alli marini liti e alli giardini andata senza altra vaghezza che solamente con le giovini ritrovarmi, cominciai con nuovo disio li detti luoghi a cercare, pensando che e vedere e veduta potrei essere con diletto. Ma veramente mi fuggì la fidanza, la quale io nella mia bellezza  soleva  avere,  e  mai  fuori  di  sé  la  mia  camera  non  m’avea  senza prima pigliare del mio specchio il fidato consiglio, e le mie mani, non so da che  maestra  nuovamente  ammaestrate,  ciascuno  giorno  più  leggiadra ornatura  trovando,  aggiunta  l’artificiale  alla  naturale  bellezza,  tra  l’altre splendidissima mi rendeano. Gli  onori  similmente  a  me  fatti  per  propria  cortesia  dalle  donne, ancora che forse alla mia nobiltà s’affacessero, quasi debiti cominciai a volerli, pensando che, al mio amante parendo magnifica, più giustamente mi gradirebbe; l’avarizia, nelle femine innata, da me fuggendosi, cotale mi lasciò, che così le mie cose come non mie m’erano care, e liberale diventai; l’audacia crebbe, e alquanto mancò la feminile tiepidezza, me follemente alcuna cosa più cara reputando che prima; e oltre a tutto questo, gli occhi miei, infino a quel dì stati semplici nel guardare, mutarono modo e mirabilmente artificiosi divennero al loro oficio. Oltre a queste, ancora molte altre mutazioni in me apparirono, le quali tutte non curo di raccontare, sì perché troppo sarebbe lungo, e sì perché credo che voi, sì come me innamorate, conosciate quante e quali sieno quelle che a ciascuna avvengono, posta in cotal caso. Era il giovine avvedutissimo, sì come più volte esperienza rendé te-
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
Nel quale madonna Fiammetta descrive la cagione del dipartire del suo amante da lei; e la partita di lui; e ’l dolore che a lei ne seguitò nel partire. Mentre  che  io,  o  carissime  donne,  in  così  lieta  e  graziosa  vita,  sì come di sopra è descritta, menava i giorni miei, poco alle cose future pensando, la nemica fortuna a me di nascoso temperava li suoi veleni, e me con animosità continua, non conoscendolo io, seguitava. Né bastandole d’avermi, di donna di me medesima, fatta serva d’Amore, veggendo che dilettevole già m’era cotal servire, con più pungente ortica s’ingegnò d’affliggere l’anima mia. E venuto il tempo da lei aspettato, m’apparecchiò, sì come appresso udirete, li suoi assenzii, i quali a me mal mio grado convenuti gustare, la mia allegrezza in tristizia e ’l dolce riso in amaro pianto mutarono. Le quali cose, non che sostenendole, ma pur pensando di doverle altrui scrivendo mostrare, tanta di me stessa compassione m’assalisce che, quasi ogni forza togliendomi, e infinite lagrime agli occhi recandomi, appena il mio proposito lascia ad effetto producere; il quale, quantunque male io possa, pur m’ingegnerò di fornire. Noi, egli e io, come caso venne, essendo il tempo per piove e per freddo noioso, nella mia camera, menando la tacita notte le sue più lunghe dimore, riposando nel ricchissimo letto insieme dimoravamo; e già Venere, da noi molto faticata, quasi vinta ci dava luogo, e uno lume grandissimo in una parte della camera acceso gli occhi suoi della mia bellezza faceva lieti, e i miei similmente faceva della sua. Li quali, mentre che di quella, parlando io cose varie, essi soperchia dolcezza beveano, quasi d’essa inebriata la luce loro, non so come per piccolo spazio da ingannevole sonno vinti, toltemi le parole, stettero chiusi. Il quale così soave da me passando, come era entrato, del caro amante ramarichevoli mormorii sentirono li miei orecchi, e sùbito della sua sanità in varii pensieri messa, volli dire: “Che”ti senti?”. Ma vinta da nuovo consiglio mi tacqui, e con occhio acutissimo, e con orecchie sottili, lui nell’altra parte del nostro letto rivolto, cautamente mirandolo per alcuno spazio l’ascoltai. Ma nulla delle sue voci presero gli orecchi miei, benché lui in singhiozzi di gravissimo pianto affannato e il viso parimente e il petto bagnato di lagrime conoscessi. Ohimè! quali voci mi sarieno sufficienti ad esprimere quale in tale aspetto, la cagione ignorando, l’anima mia divenisse mirandolo? È mi corsero mille pensieri che la mente in uno momento, e quasi tutti terminava-
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
ricchezze sono di quelli, sì come io credo; e oltre a ciò in quelle cresciuta fui, né mai ritraesti la mano. Queste cose certo continuamente magnanima possedei,  e  come  mutabili  le  trattai  e,  oltre  alla  natura  delle  femine, liberalissimamente l’ho usate. Ma  io,  ancora  nuova,  te  delle  passioni  dell’anima  donatrice  non sappiendo che tanta parte avessi ne’ regni d’Amore, come volesti, m’innamorai, e quello giovine amai, il quale tu sola, e altri no, parasti davanti agli occhi miei allora che io più ad innamorar mi credea essere lontana. Il piacere del quale poi che nel cuore con legame indissolubile mi sentisti legato, non stabile, più volte hai cercato di farmene noia; e alcuna volta hai li vicini animi con vani e ingannevoli ingegni sommossi, e talvolta gli occhi, acciò che palesato nocesse il nostro amore. E più volte, sì come tu volesti, sconce parole  dell’amato  giovine  alli  miei  orecchi  pervennero,  e  alli  suoi  di  me sono certa che facesti pervenire, possibili, essendo credute, a generare odio; ma esse non vennero mai al tuo intendimento seconde, ché, posto che tu, dèa, come ti piace guidi le cose esteriori, le virtù dell’anima non sono sottoposte alle tue forze: il nostro senno continuamente in ciò t’ha soperchiata. Ma  che  giova  però  a  te  opporsi?  A  te  sono  mille  vie  da  nuocere  a’  tuoi nemici, e quello che per diritto non puoi, conviene che per obliquo fornischi. Tu non potesti ne’ nostri animi generare inimicizia, e ’ngegnastiti di mettervi cosa equivalente, e oltre a ciò gravissima doglia e angoscia. I tuoi ingegni, per addietro rotti col nostro senno, si risarcirono per altra via, e inimica a lui parimente e a me, con li tuoi accidenti porgesti cagione di dividere da me l’amato giovine con lunga distanza. Ohimè! quando avrei io potuto pensare che in luogo a questo tanto distante e da questo diviso  da  tanto  mare,  da  tanti  monti  e  valli  e  fiumi,  dovesse  nascere,  te operante, la cagione de’ miei mali? Certo non mai, ma pure è così; ma con tutto questo, avvegna che egli sia lontano a me, e io a lui, non dubito che egli m’ami, sì come io lui, il quale io sopra tutte le cose amo. Ma che vale questo amore ad effetto più che se fossimo nemici? Certo niuna cosa: dunque al tuo contrasto niente valse il senno nostro. Tu insiememente con lui ogni mio diletto, ogni mio bene e ogni mia gioia te ne portasti, e con questi le feste, li vestimenti, le bellezze e ’l vivere lieto, in luogo de’ quali pianti, tristizia  e  intollerabile  angoscia  lasciasti;  ma  certo  che  io  non  l’ami  non m’hai tu potuto tòrre, né puoi. Deh, se io giovine ancora avea contro alla tua deità commessa alcuna cosa, l’età semplice mi dovea rendere scusata.
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
Ma  se  tu  pure  di  me  volevi  vendetta,  perché  non  l’operavi  tu  nelle  tue cose?  Tu ingiusta hai messa la fare con teco? A me sono altissime case e belle, ampissimi campi e molte bestie, a me tesori conceduti dalla tua mano; perché in queste cose, o con fuoco o con acqua o con rapina o con morte non si distese la tua ira? Tu m’hai lasciate quelle cose che alla mia consolazione non possono valere, se non come a Mida la ricevuta grazia da Bacco alla fame, e haitene portato colui solo, il quale io più che tutte l’altre cose avea caro. Ahi, maladette siano l’amorose saette, le quali ardirono di prendere vendetta  di  Febo,  e  da  te  tanta  ingiuria  sostengono!  Ohimè!  che  se  esse t’avessero mai punta come elle pungono ora me, forse tu con più diliberato consiglio  offenderesti  agli  amanti.  Ma,  ecco,  tu  m’hai  offesa,  e  a  quello condotta che io ricca, nobile e possente, sono la più misera parte della mia terra, e ciò vedi tu manifesto. Ogni uomo si rallegra e fa festa, e io sola piango; né questo ora solamente comincia, anzi è lungamente durato tanto, che la tua ira doveria essere mitigata. Ma tutto il ti perdono, se tu solamente, di grazia, il mio Panfilo, come da me il dividesti, con meco il ricongiungi; e se forse ancora la tua ira pur dura, sfoghisi sopra il rimanente delle mie cose. Deh, increscati di me, o crudele! Vedi che io sono divenuta tale che quasi come favola del popolo sono portata in bocca, dove con solenne fama la mia bellezza soleva essere narrata. Comincia ad essere pietosa verso di me, acciò che io, vaga di potermi di te lodare, con parole piacevoli onori la tua maestà, alla quale, se benigna mi torni nel dimandato dono, infino ad ora prometto, e qui sieno testimonii gl’iddii, di porre la mia imagine ornata quanto potrassi ad onore di te, in qual tempio più ti fia caro, e quella, con versi soscritti che diranno: @Questa è Fiammetta, dalla Fortuna di miseria infima recata in somma allegrezza#, si vedrà da tutti. Oh quante più altre cose ancora dissi più volte, le quali lungo e tedioso sarebbe il raccontarle! Ma tutte, brievemente, in amare lagrime terminavano, dalle quali alcuna volta avvenne che io, dalle donne sentita, con varii conforti levatane, alle festevoli danze fui rimenata a mal mio grado. Chi crederebbe possibile, o amorose donne, tanta tristizia nel petto capére  d’una  giovine  che  niuna  cosa  fosse,  la  quale  non  solamente  non rallegrar la potesse, ma eziandio cagione di maggior doglia le fosse continuo? Certo egli pare incredibile a tutti, ma io misera, sì come colei che ’l pruovo,  sento  e  conosco  ciò  essere  vero.  Egli  avvenia  spesse  volte  che,
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
menti vidi atti a cose varie a me vicini; onde io de’ pianti delle donne e delle cose ebbi non piccola maraviglia; e poi che il potere parlare mi fu conceduto, qual fosse la cagione di quelle cose esser quivi addimandai; ma alla mia dimanda rispose una di loro, e disse: —  Per  ciò  qui  quelle  cose  erano  venute,  per  fare  in  te  la  smarrita anima ritornare. Allora, dopo un lungo sospiro, con fatica dissi: — Ohimè! con quanta pietà crudelissimo oficio operavate voi contrario alla mia volontà! Credendomi servire, disservita m’avete; e l’anima, disposta a lasciare il più misero corpo che viva, sì com’io veggio, meco a forza ritenuta avete. Ohimè! che egli è assai che niuna cosa da me né da altrui con pari affezione fu disiata come da me quella che voi m’avete negato; io, già disciolta da queste tribulazioni, vicina era al mio disio, e voi me n’avete tolta. Varii conforti dalle donne dati seguirono queste parole; ma di quelli l’operazioni furono vane. Io m’infinsi riconfortata, e nuove cagioni diedi al misero accidente, acciò che, partendosi quelle, luogo mi rimanesse a dolermi. Ma poi che di loro alcuna si fu partita, e all’altre fu dato commiato, essendo io quasi lieta nell’aspetto tornata, sola con la mia antica balia e con la consapevole serva de’ danni miei quivi rimasi, delle quali ciascuna alla mia vera infermità porgeva confortevoli unguenti, da doverla guarire, se ella non fosse mortale. Ma io l’animo avendo solamente alle parole udite, subitamente nemica divenuta d’una di voi, o donne, non so di quale, gravissime cose cominciai a pensare, e il dolore, che tutto dentro stare non poteva, con rabbiosa voce in cotal guisa fuori del tristo petto sospinsi: —  O  iniquo  giovine,  o  di  pietà  nemico,  o  più  che  altro  pessimo Panfilo il quale ora, me misera avendo dimenticata, con nuova donna dimori, maladetto sia il giorno che io prima ti vidi, e l’ora, e ’l punto nel quale tu mi piacesti! Maladetta sia quella dèa che, apparitami, me, fortemente resistente ad amarti, rivolse con le sue parole dal giusto intendimento! Certo io non credo che essa fosse Venere, ma piuttosto in forma di lei alcuna infernal furia, me non altramente empiente d’insania, che facesse il misero Atamante. O crudelissimo giovine, da me tra molti nobili e belli e valorosi solo eletto pessimamente per lo migliore, ove sono ora li prieghi, li quali tu più volte a me per iscampo della tua vita piagnendo porgesti, affermando quella  e  la  tua  morte  stare  nelle  mie  mani?  Ove  sono  ora  li
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
mi morire prima che più divenendo dolente che io mi sia, con più feroce animo la domandi. Io, mentre che queste parole miseramente diceva, non teneva le mie mani in riposo, ma ora questa ora quella serva rabbiosamente pigliando, a quale levate le treccie tutta la testa pelava, e a quale ficcando le unghie nel viso, miseramente graffiandola, la faceva filare sangue, e ad alcuna mi ricorda che io tutti i poveri vestimenti in dosso le squarciai. Ma ohimè! che né la vecchia  balia  né  le  lacerate  serve  ad  alcuna  cosa  mi  rispondevano,  anzi piagnendo in me usavano pietoso oficio. Io allora più mi sforzava vincerle con parole, ma nulla valeano; per che con romore a gridare cominciai: — O mani inique e possenti ad ogni male, voi, ornatrici della mia bellezza, foste gran cagione di farmi tale che io fossi disiderata da colui il quale io più amo: dunque, poiché male del vostro oficio m’è seguito, in guiderdone di ciò ora l’empia crudeltà usate nel vostro corpo, laceratelo, apritelo,  e  quindi  la  crudele  anima  e  inespugnabile  ne  traete  con  molto sangue. Tirate fuori il cuore ferito dal cieco Amore; e poiché tolti vi sono i ferri, lui con le vostre unghie, sì come di tutti i vostri mali cagione principale, senza alcuna pietà laniate. Ohimè!  che  le  mie  voci  mi  minacciavano  li  disiderati  mali,  e comandavanlo alle volonterose mani ad eseguire; ma le preste fanti m’impedirono, tenendole contro a mia voglia. Poi la trista balia e importuna con dolenti voci incominciò cotali parole: — O cara figliuola, io ti priego per questo misero seno onde tu li primi alimenti traesti, che con umiliata mente alquante mie poche parole m’ascolti. Io non cercherò in quelle di torti che tu non ti dolghi, o che forse la degna ira che a questo furore t’accende, tu la cacci da te, o per dimoranza la rompi, o con rimesso petto e piacevole la sostenghi; ma quello solo che vita ti sarà e onore, riducerò alla smarrita memoria. Egli si conviene a te, famosa giovine di tanta virtù quanta tu se’, il non stare soggetta al dolore, né come vinta dare le spalle a’ mali. Egli non è virtù il chiedere la morte, come se la vita si temesse, come tu fai, ma a’ sopravvegnenti  mali  contrastare,  né  a  quelli  davanti  fuggire,  è  virtù somma. Chi li suoi fati abbatteo, e li beni della sua vita da sé gittò e divise,  sì  come  tu  hai  fatto,  non  so  perché  uopo  gli  si  sia  di  cercare morte,  né  so  perché  la  domandi:  l’una  e  l’altra  è  volontà  di  timido. Dunque se tu te in somma miseria porre disideri, non cercare la morte
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
Come  io  udii  questo,  d’una  patria  col  tuo  Panfilo  il  conobbi,  e dimandailo se egli il conosceva, e che di lui era; e quegli rispose di sì, e di lui molto bene mi narrò, e oltre a ciò disse che egli con lui ne sarebbe venuto, se alcuno piccolo impedimento non l’avesse tenuto, ma che senza fallo in pochi dì qua sarebbe. In questo mezzo, mentre queste parole avevamo, li compagni del giovine tutti in terra scesi con le loro cose, ed egli con esso loro, si partirono. Io, lasciato ogni altro affare, con tostissimo passo, appena tanto vivere credendomi che io te ’l dicessi, qui ne venni ansando, come vedesti, e però lieta dimora, e caccia la tua tristizia. Presila allora, e con lietissimo cuore baciai la vecchia fronte, e con dubbioso animo poi più volte la scongiurai e dimandai da capo se questa novella vera fosse, disiderando che non il contrario dicesse, e dubitando che non m’ingannasse; ma poi che più volte sé dire il vero con più giuramenti m’ebbe affermato, benché ’l sì e ’l no, credendolo, nel capo mi vacillasse, lieta con cotali voci gl’iddii ringraziai: — O superno Giove, de’ cieli rettore solennissimo, o luminoso Apollo a cui niente s’occulta, o graziosa Venere pietosa de’ tuoi suggetti, o santo fanciullo portante li cari dardi, laudati siate voi. Veramente chi in voi sperando persevera, non può perire a lungo andare. Ecco che per la grazia di voi, non per li meriti miei, il mio Panfilo torna; il quale io non vedrò prima che li vostri altari, stati per addietro incitati da li miei ferventissimi prieghi e bagnati d’amare lagrime, d’accettevoli incensi saranno onorati, dandoli io. E a te, o Fortuna, pietosa tornata de’ miei danni, la promessa imagine testante li tuoi beneficii donerò di presente. Priegovi nonpertanto con quella umiltà e divozione che più vi puote essaudevoli rendere, che voi ogni accidente possibile a sturbare la proposta tornata del mio Panfilo sturbiate e togliate via, e lui sano e senza impedimento qui produciate, come egli fu mai. Finita  l’orazione,  non  altramente  che  falcone  uscito  di  cappello plaudendomi, così a dire cominciai: — O amorosi petti, lungamente da’ mali indeboliti, omai ponete giù le sollecite cure, poscia che ’l caro amante di noi ricordantesi torna come promise. Fuggasi il dolore, la paura e la grave vergogna nell’afflitte cose abondante,  né  come  per  addietro  la  fortuna  v’abbia  guidati  vi  venga  in pensiero, anzi cacciate via le nebbie de’ crudeli fati, e ogni sembiante del misero  tempo  da  voi  si  parta,  e  torni  il  lieto  viso  al  presente  bene,  e  la vecchia Fiammetta della rinnovata anima del tutto si spogli fuori.
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
altra fiata; ma questa speranza non venendo ad effetto, gravissima fa la mia vita continuamente, e però me di maggior doglia gravata tengo. Ricordami alcuna volta avere letti li franceschi romanzi, a’ quali se fede alcuna si puote attribuire, Tristano e Isotta oltre ad ogni altro amante essersi amati, e con diletto mescolato a molte avversità avere la loro età più giovine essercitata dobbiamo credere; li quali, però che molto amandosi insieme vennero ad un fine, non pare che si creda che senza grandissima doglia e dell’uno e dell’altro li mondani diletti abandonassero: il che agevolmente si può concedere, se essi con credenza si partirono del mondo, che altrove questi diletti non si potessero avere; ma se questa oppinione ebbero d’essere altrove, come di qua erano, piuttosto a loro nel loro morire letizia si dee credere che tristizia la ricevuta morte, la quale, benché da molti sia fierissima e dura tenuta, non credo che sia così. E che certezza di doglia puote uno rendere, testimoniando cosa che egli non provò mai? Certo niuna. Nelle braccia di Tristano era la morte di sé e della sua donna: se quando strinse gli fosse doluto, egli avrebbe aperte le braccia, e saria cessato il dolore.  E  oltre  a  ciò,  diciamo  pure  che  gravissima  sia  ragionevolmente:  che gravezza diremo noi che possa essere in cosa che non avvenga se non una volta, e quella occupi pochissimo spazio di tempo? Certo niuna. Finirono adunque Isotta e  Tristano ad un’ora li diletti e le doglie, ma a me molto tempo in doglia incomparabile è sopra gli avuti diletti avanzato. Aggiugne ancora il mio pensiero al numero delle predette la misera Fedra, la quale, col suo mal consigliato furore, fu cagione di crudelissima morte a colui il quale ella più che se medesima amava. E certo io non so quello che a lei si seguì di cotale fallo, ma certa sono, se a me mai avvenisse, niuna altra cosa che rapinosa morte il purgherebbe; ma se essa pure in vita si sostenne così come già dissi, agevolmente il mise in oblio, come mettere si sogliono le cose morte. E oltre a ciò con costei accompagno la doglia che sentì Laudomia, e quella di Deifile e d’Argìa e di Evannes e di Deianira e d’altre molte, le quali o da morte o da necessaria dimenticanza furono racconsolate. E che può  cuocere  il  fuoco,  o  il  caldo  ferro,  o  li  fonduti  metalli  a  chi  dentro subitamente vi tuffa il dito, e sùbito fuori nel trae? Senza dubbio credo che molto, ma nulla è a rispetto di chi per lungo spazio vi sta dentro con tutto il  corpo;  il  che  a  quante  ne  ho  di  sopra  in  pene  discritte,  si  può  dire  il simigliante essere incontrato nelle loro doglie, là dove io in esse sono stata e sto continuamente. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
Che dirò de’ sospiri li quali nel passato piacevole amore e dolce speranza mi soleano infiammati trarre del petto? Certo io non ho altro che dirne se non che, multiplicati in molti doppi di gravissima angoscia, mille volte ciascuna ora di quello per la mia bocca di fuori sono sforzatamente sospinti. E similmente le mie voci, le quali già alcuna volta mosse, non so da che occulta letizia procedente dal vostro sereno aspetto, in amorosi canti e in ragionamenti pieni di focoso amore, s’udirono sempre poi in chiamare il vostro nome di grazia pieno e amore per mercede, o la morte per fine de’ miei dolori, o in grandissimi ramarichii permutate possono essere sute udite da chi m’è presso. In  cotal  vita  adunque  vivo  a  voi  lontano,  e  sanza  pro  comprendo quanto fosse il bene e il piacere e il diletto che da’ vostri occhi per addietro male da me conosciuto mi procedea. E come che tempo assai pur mi prestassero e le lacrime è sospiri a potere del vostro valore ragionare e ancora a pensare della vostra leggiadria dei costumi gentili, della donnesca alterezza e sembianza vaga più ch’altra, la quale io sempre con gli occhi della mente riguardo tutta, e niente perciò di tale ragionamento o pensiero non dico che piacere l’anima non ne senta, ma questo piacere viene mescolato con un  disio  ferventissimo  il  quale  tutti  gli  altri  miei  disii  accende  in  tanta fiamma di vedervi, che appena in me reggere li posso che non mi tirino, posta giù ogni debita onestà e ragionevole consiglio, colà dove voi dimorate; ma pur vinto dal volere il vostro onore più che la mia salute guardare gli raffreno, e non avendo altro ricorso, sentendomi la via chiusa del rivedervi per la cagione mostrata, alle lacrime intralasciate ritorno. Ahi, lasso, quanto m’è la Fortuna, crudele e inimica de’ miei piaceri, sempre stata rigida maestra e correggetrice de’ miei errori! Ora, misero me, il conosco, ora il sento, ora apertissimamente il discerno, quanto di bene, quanto di piacere, quanto di soavità, più nella luce vera degli occhi vostri, veggendola co’ miei, che nella falsa lusinga del mio pensiero dimorasse. Così adunque, o splendido lume della mia mente, col privarmi della vostra amorosa vista, ha Fortuna risoluto la nebula dell’errore per addietro da me sostenuta. Ma nel vero sì amara medicina non bisognava a purgare la mia ignoranza; più lieve castigamento m’avrebbe nella diritta via ritornato. Ora così è: le mie forze a quelle della Fortuna, quantunque la mia ragione sia molta, non possono resistere. E come che si vada, io son pure per la vostra partenza a tal punto venuto, quale di sopra v’hanno le mie lettere dichiarato, e con mia gravissima noia sono divenuto certo di ciò che io prima, non certo,  in  contrario  disputava.  Ma  da  venire  è  oramai  a  quel Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Filostrato di Giovanni Boccaccio
29 A cui Troiolo disse: — Donna bella, sola speranza e ben della mia mente, sempre davanti m’è stata la stella del tuo bel viso splendido e lucente; e stata m’è più cara particella questa, che ‘l mio palagio certamente, e dimandar perdono a ciò non tocca. Poi l’abbracciò e basciaronsi in bocca. 30 Né si partiron prima di quel loco, che mille volte insieme s’abbracciaro con dolce festa e con ardente gioco, e altrettante e vie più si basciaro, sì come quei ch’ardevan d’egual foco, e che l’un l’altro molto aveva caro; ma come l’accoglienze si finiro, salir le scale e ‘n camera ne giro. 31 Lungo sarebbe a raccontar la festa, ed impossibile a dire il diletto che ‘nsieme preser pervenuti in questa; ei si spogliaro ed entraron nel letto, dove la donna nell’ultima vesta rimasa già, con piacevole detto gli disse: — Spogliomi io? Le nuove spose son la notte primiera vergognose. 32 A cui Troiolo disse: — Anima mia, io te ne priego, sì ch’io t’abbi in braccio ignuda sì come il mio cor disia. Ed ella allora: — Ve’ ch’io me ne spaccio. E la camiscia sua gittata via, nelle sue braccia si ricolse avaccio; e strignendo l’un l’altro con fervore, d’amor sentiron l’ultimo valore. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Filostrato di Giovanni Boccaccio
s’è giusta, non negare, ma perfettamente me la adempi. Io sono giovane d’eccellentissima fama, e di famosi parenti disceso, e nella presente città copioso di ricchezze e di congiunti parenti, accompagnato di nobilissima e  bella  giovane,  con  la  quale  io  sono  stato  tanto  tempo  ch’io  veggio incominciare la sesta volta al sole l’usato cammino, e niuno figliuolo ancora di lei ho potuto avere, il quale dopo l’ultimo nostro giorno possa il nostro nome ritenere e possedere l’antiche ricchezze possedute lungamente per ereditaggio; di che nell’animo sostengo gravissima noia. Ond’io divotamente ti priego che nel cospetto dello onnipotente Signore grazia impetri, che se Egli dee essere della mia anima bene, e del suo e tuo onore essaltamento, che Egli uno solamente concedere me ne deggia, il quale dopo me me rapresenti. La qual cosa se Egli me la concede, io ti prometto e giuro per l’anima del mio padre e per la deità del sommo Giove che i tuoi lontani templi saranno da me visitati personalmente, e i tuoi altari di divoti fuochi saranno alluminati. E fatta la degna orazione, tornò al suo militar palagio, quasi contento:  “Così  come  niuno  giusto  priego  può  esser  fatto  sanza  essere essaudito, così questo, però che era giusto, sanza essaudizione non poté trapassare”. Ma già i disiosi cavalli del sole, caldi per lo diurno affanno, si bagnavano nelle marine acque d’occidente, e le menome stelle si poteano vedere, essendo già Lelio e Giulia, dopo i dilicati cibi da loro presi, quasi contenti del fatto voto, sperando soavissimo sonno gli avea presi, quando il santo, per cui Galizia è visitata, volle fare a Lelio manifesto quanto il suo giusto priego, fatto il preterito dì, gli fosse a grado; e disceso dagli alti cieli, e entrato radiante di maravigliosa luce nella camera di Lelio, con lieto viso gl’incominciò a parlare, dormendo egli, e disse così: — O Lelio, io sono colui il quale tu il passato giorno con tanta divozione chiamasti, pregando ch’io t’impetrassi grazia, nel conspetto di Colui che tutte le dona sanza rimproverare, che tu potessi avere degna erede del tuo nome, nel quale dopo la tua morte la tua fama vivesse. Onde Egli, misericordioso essauditore de’ giusti prieghi, e di tutto bene benignissimo donatore, per me ti manda a dire che il tuo priego è essaudito da  Lui,  e  che,  la  prima  volta