intrinseco

[in-trìn-se-co]
In sintesi
inerente, proprio; intimo
← dal lat. intrinsĕcus (avv.) ‘internamente’, comp. di *intrim (connesso con ĭntra ‘dentro’) e cus ‘presso’; cfr. estrinseco.

A
agg.

1
Che è parte intima dell'essenza o della natura di una persona o di una cosa: qualità intrinseche a un oggetto; è una caratteristica intrinseca nella, alla natura dell'uomo CONT. estrinseco
2
Che ha intima dimestichezza con altri, che è legato ad altri da stretta familiarità: amicizie intrinseche

B
s.m.
(f. -ca nel sign. 2)

1
La parte intrinseca, l'essenza: bisogna guardare all'i. della questione || Parte intima, segreta di una persona: è difficile penetrare nel suo i.
2
Amico intimo

Citazioni
giorni per acquistar quella famosa quasi perpetua, la quale, a dispetto della morte, viver lo fa più chiaro assai che prima. Ma chi non sente la dolcezza delle lettere, saper ancor non po quanta sia la grandezza della gloria così lungamente da esse conservata, e solamente quella misura con la età d’un omo, o di dui, perché di più oltre non tien memoria; però questa breve tanto estimar non po, quanto faria quella quasi perpetua, se per sua desgrazia non gli fosse vetato il conoscerla; e non estimandola tanto, ragionevol cosa è ancor credere che tanto non si metta a periculo per conseguirla come chi la conosce. Non vorrei già che qualche avversario mi adducesse gli effetti contrari per rifiutar la mia opinione, allegandomi gli Italiani col lor saper lettere aver mostrato poco valor nell’arme da un tempo in qua, il che pur troppo è più che vero; ma certo ben si poria dir la colpa d’alcuni pochi aver dato, oltre al grave danno, perpetuo biasmo a tutti gli altri, e la vera causa delle nostre ruine e della virtù prostrata, se non morta, negli animi nostri, esser da quelli proceduta; ma assai più a noi saria vergognoso il publicarla, che a’ Franzesi il non saper lettere. Però meglio è passar con silenzio quello che senza dolor ricordar non si po; e, fuggendo questo proposito, nel quale contra mia voglia entrato sono, tornar al nostro cortegiano. XLIV Il qual voglio che nelle lettre (?) sia più che mediocremente erudito, almeno  in  questi  studi  che  chiamano  d’umanità;  e  non  solamente  della lingua latina, ma ancor della greca abbia cognizione, per le molte e varie cose  che  in  quella  divinamente  scritte  sono.  Sia  versato  nei  poeti  e  non meno negli oratori ed istorici ed ancor esercitato nel scriver versi e prosa, massimamente in questa nostra lingua vulgare; ché, oltre al contento che egli  stesso  pigliarà,  per  questo  mezzo  non  gli  mancheran  mai  piacevoli intertenimenti con donne, le quali per ordinario amano tali cose. E se, o per altre facende o per poco studio, non giungerà a tal perfezione che i suoi scritti siano degni di molta laude, sia cauto in supprimergli per non far ridere altrui di sé, e solamente i mostri ad amico di chi fidar si possa; perché almeno in tanto li giovaranno, che per quella esercitazion saprà giudicar le cose altrui; ché invero rare volte interviene che chi non è assueto a scrivere, per  erudito  che  egli  sia,  possa  mai  conoscer  perfettamente  le  fatiche  ed industrie de’ scrittori, né gustar la dolcezza ed eccellenzia de’ stili, e quelle intrinseche avvertenzie che spesso si trovano negli antichi. Ed oltre a ciò, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
XXVII Ma non voglio che noi entriamo in ragionamenti di fastidio; però ben sarà dir degli abiti del nostro cortegiano; i quali io estimo che, pur che non siano fuor della consuetudine, né contrari alla professione, possano per lo resto tutti star bene, pur che satisfacciano a chi gli porta. Vero è ch’io per me amerei che non fossero estremi in alcuna parte, come talor sol essere il franzese in troppo grandezza e ‘l tedesco in troppo piccolezza, ma come sono e l’uno e l’altro corretti e ridutti in meglior forma dagli Italiani. Piacemi ancor sempre che tendano un poco più al grave e riposato, che al vano; però parmi che maggior grazia abbia nei vestimenti il color nero, che alcun altro; e se pur non è nero, che almen tenda al scuro; e questo intendo del vestir ordinario, perché non è dubbio che sopra l’arme più si convengan colori aperti  ed  allegri,  ed  ancor  gli  abiti  festivi,  trinzati,  pomposi  e  superbi. Medesimamente nei spettaculi publici di feste, di giochi, di mascare e di tai cose; perché così divisati portan seco una certa vivezza ed alacrità, che in vero  ben  s’accompagna  con  l’arme  e  giochi;  ma  nel  resto  vorrei  che mostrassino quel riposo che molto serva la nazion spagnola, perché le cose estrinseche spesso fan testimonio delle intrinseche.” Allor disse messer Cesare Gonzaga: “Questo a me daria poca noia perché, se un gentilom nelle altre cose vale, il vestire non gli accresce né scema mai riputazione.” Rispose messer Federico: “Voi dite il vero. Pur qual è di noi che, vedendo passeggiar un gentilomo con una robba addosso quartata di diversi colori, o vero con tante stringhette e fettuzze annodate e fregi traversati, non lo tenesse per  pazzo  o  per  buffone?”  “Né  pazzo,  né  buffone,”  disse  messer  Pietro Bembo,  “sarebbe  costui  tenuto  da  chi  fosse  qualche  tempo  vivuto  nella Lombardia  perché  così  vanno  tutti.”  “Adunque,”  rispose  la  signora  Duchessa ridendo, “se così vanno tutti, opporre non se gli dee per vizio, essendo a loro questo abito tanto conveniente e proprio quanto ai Veneziani il portar le maniche a cómeo ed ai Fiorentini il capuzzo.” “Non parlo io,” disse messer Federico, “più della Lombardia che degli altri lochi, perché d’ogni nazion se ne trovano e di sciocchi e d’avveduti. Ma per dir ciò che mi par d’importanzia nel vestire, voglio che ‘l nostro cortegiano in tutto l’abito  sia  pulito  e  delicato  ed  abbia  una  certa  conformità  di  modesta attillatura, ma non però di manera feminile o vana, né più in una cosa che nell’altra, come molti ne vedemo, che pongon tanto studio nella capigliara, che si scordano il resto; altri fan professione de denti, altri di barba, altri di
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
borzachini, altri di berrette, altri di cuffie; e così intervien che quelle poche cose più culte paiono lor prestate, e tutte l’altre che sono sciocchissime si conoscono  per  le  loro.  E  questo  tal  costume  voglio  che  fugga  il  nostro cortegiano, per mio consiglio; aggiungendovi ancor che debba fra se stesso deliberar ciò che vol parere e di quella sorte che desidera esser estimato, della medesima vestirsi, e far che gli abiti lo aiutino ad esser tenuto per tale ancor da quelli che non l’odono parlare, né veggono far operazione alcuna.” XXVIII “A  me  non  pare,”  disse  allor  el  signor  Gaspar  Pallavicino,  “che  si convenga, né ancor che s’usi tra persone di valore giudicar la condicion degli  omini  agli  abiti,  e  non  alle  parole  ed  alle  opere,  perché  molti s’ingannariano; né senza causa dicesi quel proverbio che l’abito non fa ‘l monaco.”  “Non  dico  io,”  rispose  messer  Federico,  “che  per  questo  solo s’abbiano a far i giudici resoluti delle condizion degli omini, né che più non si conoscano per le parole e per l’opere che per gli abiti; dico ben che ancor l’abito non è piccolo argomento della fantasia di chi lo porta, avvenga che talor possa esser falso; e non solamente questo, ma tutti i modi e costumi, oltre all’opere e parole, sono giudicio delle qualità di colui in cui si veggono.” “E che cose trovate voi,” rispose il signor Gasparo, “sopra le quali noi possiam far giudicio, che non siano né parole né opere?” Disse allor messer Federico: “Voi sete troppo sottile loico. Ma per dirvi come io intendo, si trovano alcune operazioni che poi che son fatte restano ancora, come l’edificare, scrivere ed altre simili; altre non restano, come quelle di che io voglio ora intendere: però non chiamo in questo proposito che ‘l passeggiare, ridere, guardare e tai cose, siano operazioni; e pur tutto questo di fuori dà notizia spesso di quel dentro. Ditemi, non faceste voi giudicio che fosse un vano e legger omo quello amico nostro, del quale ragionammo pur questa mattina, sùbito che lo vedeste passeggiar con quel torzer di capo, dimenandosi tutto, ed invitando con aspetto benigno la brigata a cavarsegli la berretta? Così ancora quando vedete uno che guarda troppo intento con gli occhi stupidi a foggia d’insensato, o che rida così scioccamente come que’ mutoli gozzuti delle montagne di Bergamo, avvenga che non parli o faccia altro, non lo tenete voi per un gran babuasso? Vedete adunque che questi modi e costumi, che io non intendo per ora che siano operazioni, fanno in gran parte che gli omini siano conosciuti. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 96 � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i XXIX Ma un’altra cosa parmi che dia e lievi molto la riputazione, e questa è la elezion degli amici coi quali si ha da tenere intrinseca pratica; perché indubitatamente la ragion vol che di quelli che sono con stretta amicitia ed indissolubil compagnia congiunti, siano ancor le voluntà, gli animi, i giudici e gli ingegni conformi. Così, chi conversa con ignoranti o mali è tenuto  per  ignorante  o  malo;  e  per  contrario  chi  conversa  con  boni  e  savi  e discreti  è  tenuto  per  tale;  ché  da  natura  par  che  ogni  cosa  volentieri  si congiunga col suo simile. Però gran riguardo credo che si convenga aver nel cominciar queste amicizie, perché di dui stretti amici chi conosce l’uno, sùbito imagina l’altro esser della medesima condizione.” Rispose allor messer Pietro Bembo: “Del restringersi in amicizia così unanime, come voi dite, parmi veramente che si debba aver assai riguardo, non solamente per l’acquistar o perdere la riputazione, ma perché oggidì pochissimi veri amici si trovano, né credo che più siano al mondo quei Piladi ed Oresti,  Tesei e Piritoi, né Scipioni e Lelii; anzi non so per qual destin interviene ogni dì che dui amici, i quali saranno vivuti in cordialissimo amore molt’anni, pur al  fine  l’un  l’altro  in  qualche  modo  s’ingannano,  o  per  malignità,  o  per invidia, o per leggerezza, o per qualche altra mala causa; e ciascun dà la colpa al compagno di quello, che forse l’uno e l’altro la merita. Però essendo a me intervenuto più d’una volta l’esser ingannato da chi più amava e da chi sopra ogni altra persona aveva confidenzia d’esser amato, ho pensato talor da me a me che sia ben non fidarsi mai di persona del mondo, né darsi così in preda ad amico, per caro ed amato che sia, che senza riserva l’omo gli comunichi tutti i suoi pensieri come farebbe a se stesso; perché negli animi nostri sono tante latebre e tanti recessi, che impossibil è che prudenzia umana possa conoscer quelle simulazioni, che dentro nascose vi sono. Credo adunque che ben sia amare e servire l’un più che l’altro, secondo i meriti e ‘l valore; ma non però assicurarsi tanto con questa dolce esca d’amicizia, che poi tardi se n’abbiamo a pentire.” XXX Allor messer Federico, “Veramente,” disse, “molto maggior saria la perdita che ‘l guadagno, se del consorzio umano si levasse quel supremo grado d’amicizia che, secondo me, ci dà quanto di bene ha in sé la vita
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
signor Gaspar, “che quel poco che talor fanno di bene procede da timore, perché poche ne sono al mondo che nel secreto dell’animo suo non abbiano in odio il marito.” “Anzi in contrario,” rispose il Magnifico; “e se ben vi ricorda quanto avete letto, in tutte le istorie si conosce che quasi sempre le mogli amano i mariti più che essi le mogli. Quando vedeste voi o leggeste mai che un marito facesse verso la moglie un tal segno d’amore, quale fece quella Camma verso suo marito?” “Io non so,” rispose il signor Gaspar, “chi si fosse costei, né che segno la si facesse.” “Né io,” disse il Frigio. Rispose il Magnifico: “Uditelo; e voi, madonna Margherita, mettete cura di tenerlo a memoria. XXVI Questa Camma fu una bellissima giovane, ornata di tanta modestia e gentil costumi, che non men per questo che per la bellezza era maravigliosa; e sopra l’altre cose con tutto il core amava suo marito, il quale si chiamava Sinatto. Intervenne che un altro gentilomo, il quale era di molto maggior stato che Sinatto e quasi tiranno di quella città dove abitavano, s’innamorò di questa giovane; e dopo l’aver lungamente tentato per ogni via e modo d’acquistarla, e tutto in vano, persuadendosi che lo amor che essa portava al marito fosse la sola cagione che ostasse a’ suoi desidèri, fece ammazzar questo Sinatto. Così poi sollicitando continuamente, non ne poté mai trar altro frutto che quello che prima avea fatto; onde, crescendo ogni dì più questo amore, deliberò tôrla per moglie, benché essa di stato gli fosse molto inferiore. Così richiesti li parenti di lei da Sinorige (ché così si chiamava lo innamorato), cominciarono a persuaderla a contentarsi di questo, mostrandole il consentir essere utile assai e ‘l negarlo pericoloso per lei e per tutti loro. Essa, poi che loro ebbe alquanto contradetto, rispose in ultimo esser contenta. I parenti fecero intendere la nova a Sinorige; il qual allegro sopra modo procurò che sùbito si celebrassero le nozze. Venuto adunque l’uno e l’altro  a  questo  effetto  solennemente  nel  tempio  di  Diana,  Camma  fece portar una certa bevanda dolce, la quale essa avea composta; e così davanti al simulacro di Diana in presenzia di Sinorige ne bevé la metà; poi di sua mano, perché questo nelle nozze usava di fare, diede il rimanente allo sposo; il qual tutto lo bevé. Camma, come vide il disegno suo riuscito, tutta lieta  a  piè  della  imagine  di  Diana  s’inginochiò,  e  disse:  “O  Dea,  tu  che conosci lo intrinseco del cor mio, siami bon testimonio, come difficilmente 175 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
ben acconcio, che al gusto lor pare delicatissimo; poi risapendo che cosa era, non solamente hanno dolore e fastidio nell’animo, ma ‘l corpo, accordandosi col giudicio della mente, per forza vomita quel cibo.” XVII Seguitava ancor il signor Ottaviano il suo ragionamento; ma il Magnifico Iuliano interrompendolo, “Signor Ottaviano,” disse, “se bene ho inteso, voi avete detto che la continenzia è virtù imperfetta, perché ha in sé parte d’affetto; ed a me pare che quella virtù la quale, essendo nell’animo nostro discordia tra la ragione e l’appetito, combatte e dà la vittoria alla ragione,  si  debba  estimar  più  perfetta  che  quella  che  vince  non  avendo cupidità né affetto alcuno che le contrasti; perché pare che quell’animo non si astenga dal male per virtù, ma resti di farlo perché non ne abbia voluntà.” Allor il signor Ottaviano, “Qual,” disse, “estimareste voi capitano di più valore, o quello che combattendo apertamente si mette a pericolo, e pur vince gli nemici, o quello che per virtù e saper suo lor toglie le forze, riducendogli a termine che non possano combattere, e così senza battaglia o pericolo alcuno gli vince?” “Quello,” disse il Magnifico Iuliano, “che più sicuramente vince, senza dubbio è più da lodare, pur che questa vittoria così  certa  non  proceda  dalla  dapocagine  degl’inimici.”  Rispose  il  signor Ottaviano: “Ben avete giudicato; e però dicovi che la continenzia comparare si po ad un capitano che combatte virilmente e, benché gli inimici sian forti e potenti, pur gli vince, non però senza gran difficultà e pericolo; ma la temperanzia libera da ogni perturbazione è simile a quel capitano, che senza contrasto vince e regna, ed avendo in quell’animo dove si ritrova non solamente sedato, ma in tutto estinto il foco delle cupidità, come bon principe in guerra civile, distrugge i sediziosi nemici intrinsechi e dona lo scettro e dominio intiero alla ragione. Così questa virtù non sforzando l’animo, ma infundendogli per vie placidissime una veemente persuasione che lo inclina alla onestà, lo rende quieto e pien di riposo, in tutto equale e ben misurato, e da ogni canto composto d’una certa concordia con se stesso, che lo adorna di così serena tranquillità che mai non si turba, ed in tutto diviene obedientissimo alla ragione, e pronto di volgere ad essa ogni suo movimento e seguirla ovunque condur lo voglia, senza repugnanzia alcuna; come tenero agnello, che corre, sta e va sempre presso alla madre e solamente  secondo  quella  si  move.  Questa  virtù  adunque  è  perfettissima  e conviensi massimamente ai prìncipi, perché da lei ne nascono molte altre.”
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
dovete saper che la cote che non taglia punto, pur fa acuto il ferro; però parmi che ancora che ‘l cortegiano instituisca il principe, non per questo s’abbia a dir che egli sia di più dignità che ‘l principe. Che ‘l fin di questa cortegiania sia difficile e talor impossibile, e che quando pur il cortegian lo consegue non si debba nominar per cortegiano, ma meriti maggior nome, dico ch’io non nego questa difficultà, perché non meno è difficile trovar un così eccellente cortegiano, che conseguir un tal fine; parmi ben che la impossibilità non sia né anco in quel caso che voi avete allegato, perché se ‘l cortegian è tanto giovane, che non sappia quello che s’è detto che egli ha da sapere,  non  accade  parlarne,  perché  non  è  quel  cortegiano  che  noi presuponemo, né possibil è che chi ha da saper tante cose sia molto giovane. E se pur occorrerà che ‘l principe sia così savio e bono da se stesso, che non abbia bisogno di ricordi né consigli d’altri (benché questo è tanto difficile quanto ognun sa), al cortegian basterà esser tale che, se ‘l principe n’avesse bisogno, potesse farlo virtuoso; e con lo effetto poi potrà satisfare a quell’altra parte, di non lassarlo ingannare e di far che sempre sappia la verità d’ogni cosa, e d’opporsi agli adulatori, ai malèdici ed a tutti coloro che machinassero di corromper l’animo di quello con disonesti piaceri; ed in tal modo conseguirà pur il suo fine in gran parte, ancora che non lo metta totalmente in opera; il che non sarà ragion d’imputargli per diffetto, restando di farlo per così bona causa; ché se uno eccellente medico si ritrovasse in loco dove tutti gli omini fossero sani, non per questo si devria dir che quel medico, se ben non sanasse gli infermi, mancasse del suo fine; però, sì come del medico deve essere intenzione la sanità degli omini, così del cortegiano la virtù del suo principe; ed all’uno e l’altro basta aver questo fine intrinseco in potenzia, quando il non produrlo estrinsicamente in atto procede dal subietto, al quale è indrizzato questo fine. Ma se ‘l cortegian fosse tanto vecchio, che non se gli convenissi esercitar la musica, le feste, i giochi, l’arme e l’altre prodezze della persona, non si po però ancor dire che impossibile gli sia per quella via entrare in grazia al suo principe; perché se la età leva l’operar quelle cose, non leva l’intenderle, ed avendole operate in gioventù, lo fa averne tanto più perfetto giudicio e più perfettamente saperle insegnar al suo principe, quanto più notizia d’ogni cosa portan seco gli anni e la esperienzia; ed in questo modo il cortegian vecchio, ancora che non eserciti le condicioni attribuitegli, conseguirà pur il suo fine d’instituir bene il principe.
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
tali  acciò  che  siano  più  atti  ad  ingannare,  e  che  quella  vista  graziosa  sia come l’esca nascosa sotto l’amo.” Allora messer Pietro Bembo, “Non crediate,” disse, “che la bellezza non sia sempre bona.” Quivi il conte Ludovico, per ritornar esso ancor al primo proposito, interruppe e disse: “Poiché ‘l signor Morello non si cura di saper quello che tanto gl’importa, insegnatelo a me e mostratemi come acquistino i vecchi questa felicità d’amore, ché non mi curerò io di farmi tener vecchio, pur che mi giovi.” LVII Rise messer Pietro e disse: “Io voglio prima levar dell’animo di questi signori l’error loro; poi a voi ancora satisfarò.” Così ricominciando, “Signori,” disse, “io non vorrei che col dir mal della bellezza, che è cosa sacra, fosse alcun di noi che come profano e sacrilego incorresse nell’ira di Dio; però, acciò che ‘l signor Morello e messer Federico siano ammoniti e non perdano, come Stesicoro, la vista, che è pena convenientissima a chi disprezza la bellezza, dico che da Dio nasce la bellezza ed è come circulo, di cui la bontà è il centro; e però come non po essere circulo senza centro, non po esser bellezza senza bontà; onde rare volte mala anima abita bel corpo e perciò la bellezza estrinseca è vero segno della bontà intrinseca e nei corpi è impressa quella grazia più e meno quasi per un carattere dell’anima, per lo quale essa estrinsecamente è conosciuta, come negli alberi, ne’ quali la bellezza de’ fiori fa testimonio della bontà dei frutti; e questo medesimo interviene nei corpi, come si vede che i fisionomi al volto conoscono spesso i costumi e talora i pensieri degli omini; e, che è più, nelle bestie si comprende ancor allo aspetto la qualità dell’animo, il quale nel corpo esprime se stesso più che po. Pensate come chiaramente nella faccia del leone, del cavallo, dell’aquila si conosce l’ira, la ferocità e la superbia; negli agnelli e nelle colombe una pura e simplice innocenzia; la malicia astuta nelle volpi e nei lupi, e così quasi di tutti gli altri animali. LVIII I brutti adunque per lo più sono ancor mali e li belli boni; e dir si po che la bellezza sia la faccia piacevole, allegra, grata e desiderabile del bene; e la bruttezza la faccia oscura, molesta, dispiacevole e trista del male; e se considerate tutte le cose, trovarete che sempre quelle che son bone ed utili hanno ancor grazia di bellezza. Eccovi il stato di questa gran machina del
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
menti loro alterate, così sembra necessario di esaminare separatamente da ogni altra considerazione ciò che nasca dalle pure convenzioni umane, o espresse, o supposte per la necessità ed utilità comune, idea in cui ogni setta ed ogni sistema di morale deve necessariamente convenire; e sarà sempre lodevole intrappresa quella che sforza anche i più pervicaci ed increduli a conformarsi ai principii che spingon gli uomini a vivere in società. Sonovi dunque tre distinte classi di virtù e di vizio, religiosa, naturale e politica. Queste tre classi non devono mai essere in contradizione fra di loro, ma non tutte le conseguenze e i doveri che risultano dall’una risultano dalle altre. Non tutto ciò che esige la rivelazione lo esige la legge naturale, nè tutto ciò che esige questa lo esige la pura legge sociale: ma egli è importantissimo di separare ciò che risulta da questa convenzione, cioè dagli espressi o taciti patti degli uomini, perchè tale è il limite di quella forza che può legittimamente esercitarsi tra uomo e uomo senza una speciale missione dell’Essere  supremo.  Dunque  l’idea  della  virtù  politica  può  senza  taccia chiamarsi  variabile;  quella  della  virtù  naturale  sarebbe  sempre  limpida  e manifesta  se  l’imbecillità  o  le  passioni  degli  uomini  non  la  oscurassero; quella della virtù religiosa è sempre una costante, perchè rivelata immediatamente da Dio e da lui conservata. Sarebbe dunque un errore l’attribuire a chi parla di convenzioni sociali e delle conseguenze di esse principii contrari o alla legge naturale o alla rivelazione; perchè non parla di queste. Sarebbe un errore a chi, parlando di  stato  di  guerra  prima  dello  stato  di  società,  lo  prendesse  nel  senso hobbesiano, cioè di nessun dovere e di nessuna obbligazione anteriore, in vece di prenderlo per un fatto nato dalla corruzione della natura umana e dalla mancanza di una sanzione espressa. Sarebbe un errore l’imputare a delitto ad uno scrittore, che considera le emanazioni del patto sociale, di non ammetterle prima del patto istesso. La giustizia divina e la giustizia naturale sono per essenza loro immutabili e costanti, perchè la relazione fra due medesimi oggetti è sempre la medesima; ma la giustizia umana, o sia politica, non essendo che una relazione fra l’azione e lo stato vario della società, può variare a misura che diventa necessaria o utile alla società quell’azione, nè ben si discerne se non da chi analizzi i complicati e mutabilissimi rapporti delle civili combinazioni. Sì tosto che questi principii essenzialmente distinti vengano confusi, non v’è più speranza di ragionar bene nelle materie pubbliche. Spetta a’ teologi lo stabilire i confini del giusto e dell’ingiusto, per ciò che riguarda Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 6 Cesare Beccaria   Dei delitti e delle pene � l’intrinseca malizia o bontà dell’atto; lo stabilire i rapporti del giusto e dell’ingiusto politico, cioè dell’utile o del danno della società, spetta al pubblicista; nè un oggetto può mai pregiudicare all’altro, poichè ognun vede quanto la virtù puramente politica debba cedere alla immutabile virtù emanata da Dio. Chiunque, lo ripeto, volesse onorarmi delle sue critiche, non cominci  dunque  dal  supporre  in  me  principii  distruttori  o  della  virtù  o  della religione, mentre ho dimostrato tali non essere i miei principii, e in vece di farmi incredulo o sedizioso procuri di ritrovarmi cattivo logico o inavveduto politico; non tremi ad ogni proposizione che sostenga gl’interessi dell’umanità; mi convinca o della inutilità o del danno politico che nascer ne potrebbe  dai  miei  principii,  mi  faccia  vedere  il  vantaggio  delle  pratiche ricevute.  Ho  dato  un  pubblico  testimonio  della  mia  religione  e  della sommissione al mio sovrano colla risposta alle Note ed osservazioni; il rispondere ad ulteriori scritti simili a quelle sarebbe superfluo; ma chiunque scriverà con quella decenza che si conviene a uomini onesti e con quei lumi che mi dispensino dal provare i primi principii, di qualunque carattere essi siano, troverà in me non tanto un uomo che cerca di rispondere quanto un pacifico amatore della verità.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
secolo inferiori in bontà ai lumi attuali di una nazione, durano ancora le barbare impressioni e le feroci idee dei settentrionali cacciatori padri nostri. Alcuni hanno sostenuto che in qualunque luogo commettasi un delitto, cioè un’azione contraria alle leggi, possa essere punito; quasi che il carattere di suddito fosse indelebile, cioè sinonimo, anzi peggiore di quello di schiavo; quasi che uno potesse esser suddito di un dominio ed abitare in un altro, e che le di lui azioni potessero senza contradizione esser subordinate  a  due  sovrani  e  a  due  codici  sovente  contradittori.  Alcuni  credono parimente che un’azione crudele fatta, per esempio, a Costantinopoli, possa  esser  punita  a  Parigi,  per  l’astratta  ragione  che  chi  offende  l’umanità merita di avere tutta l’umanità inimica e l’esecrazione universale; quasichè i giudici vindici fossero della sensibilità degli uomini e non piuttosto dei patti che gli legano tra di loro. Il luogo della pena è il luogo del delitto, perchè ivi solamente e non altrove gli uomini sono sforzati di offendere un privato per prevenire l’offesa pubblica. Uno scellerato, ma che non ha rotti i patti di una società di cui non era membro, può essere temuto, e però dalla forza superiore della società esiliato ed escluso, ma non punito colle formalità delle leggi vindici dei patti, non della malizia intrinseca delle azioni. Sogliono i rei di delitti più leggieri esser puniti o nell’oscurità di una prigione, o mandati a dar esempio, con una lontana e però quasi inutile schiavitù, a nazioni che non hanno offeso. Se gli uomini non s’inducono in un momento a commettere i più gravi delitti, la pubblica pena di un gran misfatto sarà considerata dalla maggior parte come straniera ed impossibile ad accaderle; ma la pubblica pena di delitti più leggeri, ed a’ quali l’animo è più  vicino,  farà  un’impressione  che,  distogliendolo  da  questi,  l’allontani viepiù da quegli. Le pene non devono solamente esser proporzionate fra loro ed ai delitti nella forza, ma anche nel modo d’infliggerle. Alcuni liberano dalla pena di un piccolo delitto quando la parte offesa lo perdoni, atto conforme alla beneficenza ed all’umanità, ma contrario al ben pubblico, quasi che un cittadino privato potesse egualmente togliere colla sua remissione la necessità dell’esempio, come può condonare il risarcimento dell’offesa. Il diritto di far punire non è di un solo, ma di tutti i cittadini o del sovrano. Egli non può che rinunziare alla sua porzione di diritto, ma non annullare quella degli altri.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
in totum nos filii devotissimi vobis et pacis amatores et iusti, exuti iam gladiis, arbitrio vestro spontanea et sincera voluntate subimus, ceu relatu prefati  vestri  nuntii  fratris  L.  narrabitur,  et  per  publica  instrumenta solempniter celebrata liquebit. [4].  Idcirco  pietati  clementissime  vestre  filiali  voce  affectuosissime supplicamus quatenus illam diu exagitatam Florentiam sopore tranquillitatis et  pacis  irrigare  velitis,  eiusque  semper  populum  defensantes  nos  et  qui nostri  sunt  iuris,  ut  pius  pater,  commendatos  habere;  qui  velut  a  patrie caritate  nunquam  destitimus,  sic  de  preceptorum  vestrorum  limitibus nunquam  exorbitare  intendimus,  sed  semper  tam  debite  quam  devote quibuscunque vestris obedire mandatis. II [Hanc epistolam scripsit Dantes Alagherii Oberto et Guidoni comitibus de  Romena  post  mortem  Alexandri  comitis  de  Romena  patrui  eorum condolens illis de obitu suo]. [1]. Patruus vester Alexander, comes illustris, qui diebus proximis celestem unde venerat secundum spiritum remeavit ad patriam, dominus meus erat et memoria eius usque quo sub tempore vivam dominabitur michi, quando  magnificentia  sua,  que  super  astra  nunc  affluenter  dignis  premiis muneratur, me sibi ab annosis temporibus sponte sua fecit esse subiectum. Hec equidem, cunctis aliis virtutibus comitata in illo, suum nomen pre titulis Ytalorum ereum illustrabat. Et quid aliud heroica sua signa dicebant, nisi “scuticam vitiorum fugatricem ostendimus”? Argenteas etenim scuticas in purpureo deferebat extrinsecus, et intrinsecus mentem in amore virtutum vitia repellentem. Doleat ergo, doleat progenies maxima Tuscanorum, que tanto viro fulgebat, et doleant omnes amici eius et subditi, quorum spem mors crudeliter verberavit; inter quos ultimos me miserum dolere oportet, qui a patria pulsus et exul inmeritus infortunia mea rependens continuo cara spe memet consolabar in illo. [2]. Sed quanquam, sensualibus amissis, doloris amaritudo incumbat, si considerentur  intellectualia  que  supersunt,  sane  mentis  oculis  lux  dulcis consolationis  exoritur.  Nam  qui  virtutem  honorabat  in  terris,  nunc  a Virtutibus honoratur in celis; et qui Romane aule palatinus erat in Tuscia, nunc regie sempiterne aulicus preelectus in superna Ierusalem cum beatorum principibus  gloriatur.  Quapropter,  carissimi  domini  mei,  supplici exhortatione  vos  deprecor  quatenus  modice  dolere  velitis  et  sensualia
Epistole di Dante Alighieri
malignità fare penetrare la mente del suo principe, il che, se non la sapessi, non potrebbe fare. Da altro canto accade molte volte che, quando la pratica è simulata, lo imbasciadore, che crede che la sia vera, trasanda molte volte più che non ricerca el bisogno della cosa; nella quale se crede che veramente el principe suo desideri pervenire a quello fine, non usa molte moderazione e considerazione a proposito del negocio, quali potrebbe usare se sapessi lo intrinseco. E non essendo quasi possibile dare le instruzione agli imbasciadori suoi sì particulari che lo indrizzino in tutti e particulari, se non in quanto la discrezione gli insegni accommodarsi a quello fine che ha in generale, chi non ne ha notizia non può fare questo, e però facilmente può errarvi in mille modi. La opinione mia è che chi ha imbasciadori prudenti e integri, e che siano affezionati a sé, e dependenti in modo che non abbino obietto di dipendere da altri, faccia meglio a communicare la mente sua; ma quando el principe non si risolve che siano totalmente di questa qualità, è manco pericoloso non si lasciare sempre intendere da loro e fare che el fondamento di persuadere una cosa a altri sia el fare persuasione del medesimo nel proprio imbasciadore. 3 Vedesi per esperienza che e prìncipi, ancora che grandi, hanno carestia grandissima di ministri bene qualificati. Di questo nessuno si maraviglierà quando e prìncipi non hanno tanto giudicio che sappino conoscere gli uomini, o quando sono sì avari che non gli vogliono premiare; ma pare bene da maravigliarsene ne’ prìncipi che mancano di questi dua difetti, perché si vede quanto gli uomini di ogni sorte desiderano servirgli e quanta commodità loro abbino di beneficargli. Nondimeno non debbe parere sì maraviglioso a chi considera la cosa in sé più profondamente: perché uno ministro di uno principe - io parlo di chi ha a servire di cose grande - bisogna che sia di estraordinaria sufficienza, e di questi si truovano rarissimi; e oltre a questo è necessario sia di grandissima fede e integrità, e questa è forse più rara che la prima; in modo che, se non facilmente si truovano uomini che abbino alcuna di queste due parte, quanto più rari si troveranno quegli che l’abbino tutt’a dua! Questa difficultà modererebbe assai uno principe prudente e che non si riducessi a pensare giornalmente a quello che gli bisogna, ma, anticipando  col  pensiere,  scegliessi  ministri  non  ancora  fatti,  e  quali esperimentando di cosa in cosa e beneficando, si assuefacessino alle faccende e si mettessino nella servitù sua; perché è difficile trovare in uno tratto e Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Ricordi di Francesco Guicciardini
in buon’ora non si dev’egli dire che sua naturale affezione è il restare immobile, più tosto che far suo naturale il moto all’ingiù, del qual moto egli già mai non si è mosso ned è per muoversi? E quanto al movimento per linea retta, lascisi che la natura se ne serva per ridur al suo tutto le particelle della terra, dell’acqua,dell’aria, e del fuoco, e di ogni altro corpo integrale mondano, quando alcuna di loro, per qualche caso, se ne trovasse separata, e però in luogo disordinato trasposta; se pure anco per far questa restituzione non si trovasse che qualche moto circolare fusse più accomodato. Parmi che  questa  primaria  posizione  risponda  molto  meglio,  dico  anco  in  via d’Aristotile medesimo, a tutte le altre conseguenze, che l’attribuire come intrinseco e natural principio de gli elementi i movimenti retti. Il che è manifesto:  perché  s’io  domanderò  al  Peripatetico,  se,  tenendo  egli  che  i corpi celesti sieno incorruttibili ed eterni, ei crede che ‘l globo terrestre non sia  tale,  ma  corruttibile  e  mortale,  sì  che  egli  abbia  a  venir  tempo  che, continuando suo essere e sue operazioni il Sole e la Luna e le altre stelle, la Terra non si ritrovi più al mondo, ma sia con tutto il resto de gli elementi destrutta e andata in niente, son sicuro che egli risponderà di no; adunque la corruzione e generazione è nelle parti, e non nel tutto, e nelle parti ben minime e superficiali, le quali son come insensibili in comparazion di tutta la mole: e perché Aristotile argumenta la generazione e corruzione dalla contrarietà de’ movimenti retti, lascinsi tali movimenti alle parti, che sole si alterano e corrompono, ed all’intero globo e sfera de gli elementi attribuiscasi o il moto circolare o una perpetua consistenza nel proprio luogo, affezioni che sole sono atte alla perpetuazione ed al mantenimento dell’ordine perfetto. Questo che si dice della terra, può dirsi con simil ragion del fuoco e della maggior parte dell’aria; a i quali elementi si son ridotti i Peripatetici ad assegnare per loro intrinseco e natural moto uno del quale mai non si sono mossi né sono per muoversi, e chiamar fuor della natura loro quel movimento del quale si muovono, si son mossi, e son per muoversi perpetuamente. Questo dico, perché assegnano all’aria ed al fuoco il moto all’insù, del quale già mai si è mosso alcuno de i detti elementi, ma solo qualche lor particella, e questa non per altro che per ridursi alla perfetta costituzione, mentre si trovava fuori del luogo suo naturale, ed all’incontro chiamano a lor preternaturale il moto circolare, del quale incessabilmente si muovono, scordatisi in certo modo di quello che più volte ha detto Aristotile, che nessun violento può durar lungo tempo.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
A me non par cotesta cosa, perché quando l’elemento del fuoco vadia in giro insieme con l’aria, facilissima anzi necessaria cosa è che una particella di fuoco, che da Terra sormonti in alto, nel passar per l’aria mobile riceva l’istesso movimento, essendo corpo così tenue e leggiero e agevolissimo ad esser mosso; ma che un sasso gravissimo o una palla d’artiglieria, che da alto venga a basso e sia già posta in sua balìa, si lasci trasportar né da aria né da altro ha del tutto dell’inopinabile. Oltre che ci è l’esperienza tanto propria, della pietra lasciata dallacima dell’albero della nave, la qual, mentre la nave sta ferma, casca al piè dell’albero, ma quando la nave camina, cade tanto lontana dal medesimo termine, quanto la nave nel tempo della caduta del sasso è scorsa avanti; che non son poche braccia, quando ‘l corso della nave è veloce. Gran disparità è tra ‘l caso della nave e quel della  Terra, quando ‘l globo terrestre  avesse  il  moto  diurno.  Imperocché  manifestissima  cosa  è  che  il moto della nave, sì come non è suo naturale, così è accidentario di tutte le cose che sono in essa; onde non è meraviglia che quella pietra che era ritenuta in cima dell’albero, lasciata in libertà scenda a basso, senza obligo di seguire il moto della nave. Ma la conversion diurna si dà per moto proprio e naturale al globo terrestre, ed in conseguenza a tutte le sue parti, e come impresso dalla natura è in loro indelebile; e però quel sasso che è in cima della torre, ha per suo primario instinto l’andare intorno al centro del suo tutto in ventiquattr’ore, e questo natural talento esercita egli eternamente, sia  pur  posto  in  qualsivoglia  stato.  E  per  restar  persuaso  di  questo,  non avete a far altro che mutar un’antiquata impressione fatta nella vostra mente, e dire: “Sì come, per avere stimato io sin ora che sia proprietà del globo terrestre lo stare immobile intorno al suo centro, non ho mai auto difficultà o repugnanza alcuna in apprendere che qualsivoglia sua particella resti essa ancora naturalmente nella medesima quiete; così è ben dovere che quando naturale instinto fusse del globo terreno l’andare intorno in ventiquattr’ore, sia d’ogni sua parte ancora intrinseca e naturale inclinazione non lo star ferma, ma seguire il medesimo corso”: e così senza urtare in veruno inconveniente si potrà concludere, che per non esser naturale, ma straniero, il moto conferito alla nave dalla forza de’ remi, e per essa a tutte le cose che in lei si ritrovano, sia ben dovere che quel sasso, separato che e’ sia dalla nave, si riduca alla sua naturalezza e ritorni ad esercitare il puro e semplice suo natural talento. Aggiugnesi che è necessario che almeno quella parte d’aria che è inferiore alle maggiori altezze de i monti, venga dall’asprezza della superficie terrestre rapita e portata in giro, o pure che, come mista di molti vapori ed esalazioni terrestri, naturalmente séguiti il moto diurno; il che non avviene dell’aria che è intorno alla nave cacciata da i remi: per lo che
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Eccomi per darvi quella sodisfazione che dalle mie forze mi sarà conceduta; e benché nel mio primo parlare vi sia per parer ch’io vadia ricercando cose aliene dal proposito nostro, tuttavia credo che nel progresso del ragionamento troverremo che pur non saranno tali. Però dicami il signor Sagredo in quali cose egli ha osservato consister la resistenza di alcun mobile all’esser mosso. Io per adesso non veggo esser nel mobile resistenza interna all’esser mosso se non la sua naturale inclinazione e propensione al moto contrario, come ne’ corpi gravi, che hanno propensione al moto in giù, la resistenza è al moto in su: ed ho detto resistenza interna, perché di questa credo che voi intendiate, e non dell’esterne, che sono accidentali e molte. Così ho voluto dire, e la vostra perspicacità ha prevalso al mio avvedimento. Ma s’io sono stato scarso nell’interrogare, dubito che il signor Sagredo non abbia, con la risposta, adequata a pieno la domanda, e che nel mobile, oltre alla naturale inclinazione al termine contrario, sia un’altra pure intrinseca e naturale qualità che lo faccia renitente al moto. Però ditemi di nuovo: non credete voi che l’inclinazione, verbigrazia, de i gravi di muoversi in giù sia eguale alla resistenza de i medesimi all’essere spinti in su? Credo che ella sia tale per l’appunto; e per questo veggo nella bilancia due pesi eguali restar fermi nell’equilibrio, resistendo la gravità dell’uno all’esser alzato alla gravità con la quale l’altro, premendo in giù, alzar lo vorrebbe.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
La causa di quest’effetto è notissima, e ciaschedun sa che è la gravità. Voi  errate,  signor  Simplicio;  voi  dovevi  dire  che  ciaschedun  sa  ch’ella  si chiama gravità. Ma io non vi domando del nome, ma dell’essenza della cosa della  quale  essenza  voi  non  sapete  punto  più  di  quello  che  voi  sappiate dell’essenza del movente le stelle in giro, eccettuatone il nome, che a questa è stato posto e fatto familiare e domestico per la frequente esperienza che mille volte il giorno ne veggiamo; ma non è che realmente noi intendiamo più, che principio o che virtù sia quella che muove la pietra in giù, di quel che noi sappiamo chi la muova in su, separata dal proiciente, o chi muova la Luna in giro, eccettoché (come ho detto) il nome, che più singulare e proprio gli abbiamo assegnato di gravità, doveché a quello con termine più generico assegnamo virtù impressa, a quello diamo intelligenza, o assistente, o informante, ed a infiniti altri moti diamo loro per cagione la natura. Parmi che quest’autore domandi assai manco di quello a che voi negate la risposta; poiché e’ non vi chiede qual sia particolarmente e nominatamente il principio che muove i gravi e i leggieri in giro, ma, qualunque e’ si sia cerca  solamente  se  voi  lo  stimate  intrinseco  o  estrinseco:  che  se  bene, verbigrazia, io non so che cosa sia la gravità, per la quale la Terra descende, so però ch’ell’è principio interno, poiché, non impedito, spontaneamente muove; ed all’incontro so che il principio che la muove in su, è esterno ancorché io non sappia che cosa sia la virtù impressale dai proiciente. In quante quistioni bisognerebbe divertire, se noi volessimo decidere tutte le difficultà che si vengono attaccando l’una in conseguenza dell’altra! Voi chiamate principio esterno, ed anco lo chiamerete preternaturale e violento, quello che muove il proietto grave all’insù; ma forse non è egli meno interno e naturale che quello che lo muove in giù: può chiamarsi per avventura esterno e violento mentre il mobile è congiunto co ‘l proiciente; ma separato, che cosa esterna rimane per motore della freccia o della palla? Bisogna pur necessariamente dire che quella virtù che la conduce in alto, sia non meno interna che quella che la muove in giù; ed io ho così per naturale il moto in su de i gravi per l’impeto concepito, come il moto in giù dependente dalla gravità. Questo non ammetterò io mai; perché questo ha il principio interno naturale e perpetuo, e quello, esterno violento e finito. Se voi vi ritirate dal concedermi che i principii de i moti de i gravi in giù ed in su sieno egualmente interni e naturali, che fareste s’io vi dicessi che e’ potessero anco essere il medesimo in numero? Lo lascio giudicare a voi.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Anzi  voglio  io  voi  stesso  per  giudice.  Però  ditemi:  credete  voi  che  nel medesimo corpo naturale possano riseder principii interni che siano tra di loro contrarii? Credo assolutamente di no. Della terra, del piombo, dell’oro, ed in somma delle materie gravissime, quale stimate voi che sia la lor naturale intrinseca inclinazione, cioè a qual moto credete voi che ‘l lor principio interno le tiri? Al moto verso il centro delle cose gravi, cioè al centro dell’universo e della Terra, dove, non impedite, si condurrebbero. Talché, quando il globo terrestre fusse perforato da un pozzo che passasse per il centro di esso, una palla d’artiglieria lasciata cader per esso, mossa da principio naturale ed intrinseco, si condurrebbe al centro; e tutto questo moto farebbe ella spontaneamente e per principio intrinseco: non sta così? Così tengo io per fermo. Ma giunta al centro, credete voi ch’ella passasse più oltre, o pur che quivi cesserebbe immediatamente dal moto? Credo che ella continuerebbe di muoversi per lunghissimo spazio. Ma questo moto oltre al centro non sarebb’egli all’insù e, per vostro detto, preternaturale e violento? e da qual altro principio lo farete voi dependere, salvoché da quell’istesso che ha condotta la palla al centro, e che voi avete chiamato intrinseco e naturale? trovate voi un proiciente esterno, che gli sopraggiunga di nuovo per cacciarla in su. E questo che si dice del moto per il centro, si vede anco quassù da noi: imperocché l’impeto interno di un grave cadente per una superficie declive,se la medesima, piegandosi da basso, si refletterà in su, lo porterà, senza punto interrompere il moto, anco all’insù. Una palla di piombo pendente da uno spago, rimossa dal perpendicolo, descende spontaneamente, tirata dall’interna inclinazione, e senza interpor quiete trapassa il punto infimo, e senz’altro sopravvegnente motore  si  muove  in  su.  Io  so  che  voi  non  negherete  che  tanto  è  naturale  ed interno de i gravi il principio che gli muove in giù, quanto de i leggieri quello che gli muove in su: onde io vi metto in considerazione una palla di legno, la quale scendendo per aria da grande altezza, e però movendosi da principio  interno,  giunta sopra  una  profondità  d’acqua,  continua  la  sua scesa, e senz’altro motore esterno per lungo tratto si sommerge; e pure il moto in giù per l’acqua gli è preternaturale, e con tutto ciò depende da principio che è interno, e non esterno della palla. Eccovi dunque dimostrato come un mobile può esser mosso, da uno stesso principio interno, di movimenti contrarii. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Continua pur l’autore di mostrare come in dottrina del Copernico bisogna negare i sensi, e le sensazioni massime, qual sarebbe se noi, che sentiamo il ventilar d’una leggierissima aura, non abbiamo poi a sentire l’impeto d’un vento perpetuo che ci ferisce con una velocità che scorre più di 2529 miglia per ora; ché tanto è lo spazio che il centro della Terra co ‘l moto annuo trapassa in un’ora per la circonferenza dell’orbe magno, come egli diligentemente calcola, e perché, come ei dice pur di parer del Copernico, cum Terra movetur circumpositus aer; motus tamen eius, velocior licet ac rapidior celerrimo  quocumque  vento,  a  nobis  non  sentiretur,  sed  summa  tum tranquillitas reputaretur, nisi alius motus accederet. Quid est vero decipi sensum, nisi haec esset deceptio? E‘ forza che questo filosofo creda che quella Terra che il Copernico fa andare in giro, insieme con l’aria ambiente, per la circonferenza dell’orbe magno, non sia questa dove noi abitiamo, ma un’altra separata, perché questa nostra conduce seco noi ancora, con la medesima velocità sua e dell’aria circostante: e qual ferita possiam noi sentire, mentre fuggiamo con egual corso a quello di chi ci vuol giostrare? Questo signore s’è scordato che noi ancora siamo, non men che la Terra e l’aria, menati in volta, e che in conseguenza sempre siamo toccati dalla medesima parte d’aria, la quale però non ci ferisce. Anzi  no:  eccovi  le  parole  che  immediatamente  seguono:  Praeterea  nos quoque rotamur ex circumductione Terrae etc. Ora  non  lo  posso  più  né  aiutare  né  scusare;  scusatelo  voi  e  aiutatelo, signor Simplicio. Per ora, così improvvisamente, non mi sovvien difesa di mia sodisfazione. Ombé, ci penserete stanotte, e difenderetelo poi domani: intanto sentiamo l’altre opposizioni. Séguita pur l’istessa instanza, mostrando che in via del Copernico bisogna negar le sensazioni proprie. Imperocché questo principio, per il quale noi andiamo intorno con la Terra, o è nostro intrinseco, o ci è esterno, cioè un rapimento  di  essa  Terra:  e  se  questo  secondo  è,  non  sentendo  noi  cotal Salviati Simplicio Salviati Simplicio Salviati Simplicio 216 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � rapimento, convien dire che ‘l senso del tatto non senta il proprio obietto congiunto, né la sua impressione nel sensorio; ma se il principio è intrinseco, noi non sentiremo un moto locale derivante da noi medesimi, e non ci accorgeremo mai di una propensione perpetuamente annessa con esso noi.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � moto naturale dependente da principio intrinseco; altrimenti essendo che il movente, come movente, è causa, e ‘l mosso, come mosso, è effetto, il medesimo totalmente sarebbe causa ed effetto; adunque un corpo non muove tutto sé, cioè che tutto muova e tutto sia mosso, ma bisogna nella cosa mossa distinguere in qualche modo il principio efficiente della mozione e quello che di tal mozione si muove. La terza dignità è che, nelle cose suggette a i sensi, uno, in quanto uno, produce una cosa sola; cioè l’anima nell’animale  produce  ben  diverse  operazioni,  cioè  la  vista,  l’udito,  l’odorato,  la generazione, ma con istrumenti diversi: ed in somma si scorge, nelle cose sensibili le diverse operazioni derivar da diversità che sia nella causa. Ora, se si congiugneranno queste dignità, sarà cosa chiarissima che un corpo semplice, qual è la Terra, non si potrà di sua natura muover insieme di tre movimenti grandemente diversi. Imperocché, per le supposizioni fatte, tutta non muove sé tutta; bisogna dunque distinguere in lei tre principii di tre moti, altrimenti un principio medesimo produrrebbe più moti: ma contenendo in sé tre principii di moti naturali, oltre alla parte mossa, non sarà corpo semplice, ma composto di tre principii moventi e della parte mossa: se dunque la Terra è corpo semplice, non si moverà di tre moti. Anzi, pur non si moverà ella di alcuno di quelli che le attribuisce il Copernico, dovendosi muover d’un solo; essendo manifesto, per le ragioni di Aristotile, che ella si muove al suo centro, come mostrano le sue parti, che scendono ad angoli retti alla superficie sferica della Terra.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Questo (dirà la parte) potrebbe esser quando il moto fusse un solo; ma l’esser tre, e diversissimi tra di loro, non è possibile che s’accomodino in un corpo inarticolato. Cotesta credo veramente che sarebbe la risposta del filosofo; contro alla quale io insurgo per un’altra banda, e vi domando se voi stimate che per via di articoli e flessure si potesse adattare il globo terrestre alla participazione di tre moti circolari diversi. Voi non rispondete? Già che voi tacete, risponderò io per il filosofo; il quale assolutamente direbbe di sì, perché altrimenti sarebbe stato superfluo e fuori del caso il metter in considerazione che la natura fa le flessioni acciocché il mobile possa muoversi di moti differenti, e che però, non avendo il globo terrestre flessure, non può aver i tre moti attribuitigli; perché, quando egli avesse stimato che né anco per via di flessure si potesse render atto a tali movimenti, arebbe liberamente pronunziato il globo non poter muoversi di tre moti. Ora, stante questo, io prego voi, e per voi, se fusse possibile, il filosofo autor dell’argomento, ad essermi cortese  d’insegnarmi  in  qual  maniera  bisognerebbe  accomodar  le  flessure, acciocché i tre moti comodamente potessero esercitarsi; e vi concedo tempo per la risposta quattro e anco sei mesi. Intanto a me pare che un principio solo possa cagionar nel globo terrestre più moti, in quella guisa appunto, come dianzi risposi, che un sol principio, co ‘l mezo di varii strumenti, produce moti multiplici e diversi nell’animale: e quanto all’articolazione non ve n’è bisogno, dovendo esser i movimenti del tutto, e non di alcune parti, e perché hanno ad esser circolari, la semplice figura sferica è la più bella articolazione che domandar si possa. Al più che vi si dovesse concedere, sarebbe che ciò potesse accader d’un movimento solo; ma di tre diversi, al parer mio e dell’autore, non è possibile, come egli pur continuando, e corroborando l’instanza, segue scrivendo: Figuriamoci co ‘l Copernico che la Terra si muova, per propria facultà e da principio intrinseco, da occidente in oriente nel piano dell’eclittica, ed oltre a ciò che ella si rivolga, pur da principio intrinseco, intorno al suo proprio centro da oriente in occidente, e per il terzo moto ch’ella per propria inclinazione si pieghi da settentrione in austro ed all’incontro; essendo ella un corpo continuo e non collegato con flessioni e giunture, potrà mai la nostra stimativa e ‘l nostro giudizio comprendere che un medesimo principio naturale e indistinto, cioè che una medesima propensione, si distragga insie- Salviati Simplicio 221 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
fatte dalla natura si conservano nell’ottima loro disposizione; non val, dico, questa risposta, che vien atterrata dalla nostra. Imperocché l’animale è pur corpo naturale, e non fabbricato dall’arte, ed il movimento suo è naturale, derivando dall’anima, cioè da principio intrinseco; e violento è quel moto il cui principio è fuori, ed al quale niente conferisce la cosa mossa: tuttavia, se l’animal continua lungo tempo il suo moto, si stracca, ed anco si muore, quando si vuole sforzare ostinatamente. Vedete dunque come in natura si incontrano da tutte le bande vestigii contrarianti alla posizione del Copernico, né mai de’ favorabili. E per non aver a ripigliar più la parte di questo oppositore, sentite quel ch’ei produce contro al Keplero (co ‘l quale ei disputa), in proposito di quello che esso Keplero istava contro a quelli a i quali pare inconveniente, anzi impossibil cosa, l’accrescer in immenso la sfera stellata, come ricerca la posizion del Copernico. Instà dunque il Keplero dicendo: “Difficilius est accidens praeter modulum subiecti intendere, quam subiectum sine accidente augere: Copernicus igitur verisimilius facit, qui auget orbem stellarum fixarum absque motu, quam Ptolaemeus, qui auget motum  fixarum  immensa  velocitate.”  La  qual  instanza  scioglie  l’autore, maravigliandosi di quanto il Keplero s’inganni nel dire che nell’ipotesi di Tolomeo si cresca il moto fuor del modello del subietto, imperocché a lui pare che non si accresca se non conforme al modello, e che secondo il suo accrescimento si agumenti la velocità del moto: il che prova egli con figurarsi una macina che dia una revoluzione in 24 ore, il qual moto si chiamerà tardissimo; intendendosi poi il suo semidiametro prolungato sino alla distanza del Sole, la sua estremità agguaglierà la velocità del Sole; prolungatolo sino alla sfera stellata, agguaglierà la velocità delle fisse, benché nella circonferenza della macina sia tardissimo. Applicando ora questa considerazione  della  macina  alla  sfera  stellata,  intendiamo  un  punto  nel  suo semidiametro vicino al centro quant’èil semidiametro della macina; il medesimo moto, che nella sfera stellata è velocissimo, in quel punto sarà tardissimo: ma la grandezza del corpo è quella che di tardissimo lo fa divenir velocissimo,  ancorché  e’  continui  d’esser  il  medesimo;  e  così  la  velocità cresce non fuor del modello del subietto, anzi cresce secondo quello e la sua grandezza, molto diversamente da quel che stima il Keplero.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
e volgarità della quale non è maraviglia che prevalga la novità e singolarità di un’altra; che del resto la facoltà di trovare e di far cose nuove non mancherà fuorché insieme colla natura ai poeti che adopreranno quella stessa maniera antica, vale a dire agl’imitatori della natura. E quanto alla poesia romantica, facciamo ch’ella pigli piede, e si propaghi, e diventi, ch’è impossibile, così conosciuta e trita e volgare com’è la nostra presentemente: allora si vedrà che cosa ella possa per se medesima senza la novità: quando quel vocabolario di frasi e descrizioni e altre tali cose, che adesso perch’è nuovo o raro, sveglia tante immagini e tanti moti, fatto vecchio e comune, non isveglierà più niente, si vedrà quanta parte di quel gran diletto, di quella gran forza dei romantici venisse dalle proprietà, non sostanziali né intrinseche, ma estrinseche e casuali della poesia loro: né ci vuole troppo tempo né troppo uso perché questo succeda, né tanto quanto n’è bisognato proporzionatamente per la poesia nostra; che lo stagno non pena tanto a logorarsi quanto l’acciaio: nondimeno tolga Iddio ch’il mio detto sia confermato dall’esperienza, e che la poesia romantica sia rovinata dall’uso: e quando io credessi che questa mia scrittura dovesse giungere ai posteri, come so che non giungerà, vorrei più tosto che dubitassero se ciò che ho detto sia vero, di quello che mi lodassero come profeta, giacch’è meglio che molti dubitino, di quello che quasi tutti sieno corrotti, e che un secolo disputi, di quello che un mezzo secolo sia barbaro. Ora poiché la poesia, come tutte le cose di questo mondo, a forza d’uso si snerva, che rimedio ci troverà questo nostro tempo scopritore e ritrovatore? Stimo che acciocch’ella mantenga sempre quell’efficacia che proviene dalla novità, bisogni mutar foggia di quando in quando, e come adesso, in luogo dell’antica, buona per li pedanti, e disadatta al tempo nostro, abbiamo la romantica, così quando questa sarà tanto o quanto appassita, se ne debba mettere in sua vece un’altra, e dopo un’altra, e così di mano in mano. Che andiamo noi cercando bellezze eterne e immutabili? Qualunque cosa non si muta, qualunque dura sempre, non fa per la poesia: questa vuol cose caduche, cose che si rinnuovino, cose che passino: abbia anch’ella le sue mode, diventi leggera per esser sempre gagliarda; duri ciascuna foggia quanto può durare una moda: nella fama de’ poeti non fo variazione: duri a un di presso quanto dura presentemente: spero che si potranno stampare i giornaletti a posta, colle mostre di ciascheduna poesia che andrà venendo in usanza, come adesso si stampano quelli delle altre mode colle loro figurine. Queste paiono burle, o Lettori; pur voi sapete e vedete quanto poco sieno lontane
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
zito, la sua roba ricade al pubblico per legge: e in verità non si potrà fare che non ricada. Prometeo Un famiglio Ma, dimmi, non aveva nessun amico o parente, a cui potesse raccomandare questi fanciullini, in cambio d’ammazzarli? Sì aveva; e tra gli altri, uno che gli era molto intrinseco, al quale ha raccomandato il suo cane. Momo stava per congratularsi con Prometeo sopra i buoni effetti della civiltà, e sopra la contentezza che appariva ne risultasse alla nostra vita; e voleva anche rammemorargli che nessun altro animale fuori dell’uomo, si uccide volontariamente esso medesimo, né spegne per disperazione della vita i figliuoli: ma Prometeo lo prevenne; e senza curarsi di vedere le due parti del mondo che rimanevano, gli pagò la scommessa.
Operette morali di Giacomo Leopardi
più di uno scrittore, non solo in vita, ma eziandio dopo la morte, è frodato al tutto dell’onore che se gli dee. Perché, vissuto senza fama per l’odio o l’invidia altrui, morto si rimane nell’oscurità per dimenticanza; potendo difficilmente avvenire che la gloria d’alcuno nasca o risorga in tempo che, fuori delle carte per se immobili e mute, nessuna cosa ne ha cura. Ma le difficoltà che nascono dalla malizia degli uomini, essendone stato scritto abbondantemente da molti, ai quali potrai ricorrere, intendo di lasciarle da parte. Né anche ho in animo di narrare quegl’impedimenti che hanno origine dalla fortuna propria dello scrittore, ed eziandio dal semplice caso, o da leggerissime cagioni: i quali non di rado fanno che alcuni scritti degni di somma lode, e frutto di sudori infiniti, sono perpetuamente esclusi dalla celebrità, o stati pure in luce per breve tempo, cadono e si dileguano interamente dalla memoria degli uomini; dove che altri scritti o inferiori di pregio, o non superiori a quelli, vengono e si conservano in grande onore. Io ti vo’ solamente esporre le difficoltà e gl’impacci che senza intervento di malvagità umana, contrastano gagliardamente il premio della gloria, non all’uno o all’altro fuor dell’usato, ma per l’ordinario, alla maggior parte degli scrittori grandi. Ben sai che niuno si fa degno di questo titolo, né si conduce a gloria stabile e vera, se non per opere eccellenti e perfette, o prossime in qualche modo alla perfezione. Or dunque hai da por mente a una sentenza verissima di un autore nostro lombardo, dico dell’autore del Cortegiano: la quale è che rare volte interviene che chi non è assueto a scrivere, per erudito che egli si sia, possa mai conoscer perfettamente le fatiche ed industrie degli scrittori, né gustar la dolcezza ed eccellenza degli stili, e quelle intrinseche avvertenze che spesso si trovano negli antichi. E qui primieramente pensa, quanto piccolo numero di persone sieno assuefatte ed ammaestrate a scrivere; e però da quanto poca parte degli uomini, o presenti o futuri, tu possa in qualunque caso sperare quell’opinione magnifica, che ti hai proposto per frutto della tua vita. Oltre di ciò considera quanta sia nelle scritture la forza dello stile; dalle cui virtù principalmente, e dalla cui perfezione, dipende la perpetuità delle opere che cadono in qualunque modo nel genere delle lettere amene. E spessissimo occorre che se tu spogli del suo stile una scrittura famosa, di cui ti pensavi che quasi tutto il pregio stesse nelle sentenze, tu la riduci in istato, che ella ti par cosa di niuna stima. Ora la lingua è tanta parte dello stile, anzi ha tal congiunzione seco, che difficilmente si può considerare l’una di queste due cose disgiunta dall’altra; a ogni poco si confondono insieme ambedue, non sola-
Operette morali di Giacomo Leopardi
mente nelle parole degli uomini, ma eziandio nell’intelletto; e mille loro qualità e mille pregi o mancamenti, appena, e forse in niun modo, colla più sottile e accurata speculazione, si può distinguere e assegnare a quale delle due cose appartengano, per essere quasi comuni e indivise tra l’una e l’altra. Ma certo niuno straniero è, per tornare alle parole del Castiglione, assueto a scrivere elegantemente nella tua lingua. Di modo che lo stile, parte sì grande e sì rilevante dello scrivere, e cosa d’inesplicabile difficoltà e fatica, tanto ad apprenderne l’intimo e perfetto artificio, quanto ad esercitarlo, appreso che egli sia; non ha propriamente altri giudici, né altri convenevoli estimatori, ed atti a poter lodarlo secondo merito, se non coloro che in una sola nazione del mondo hanno uso di scrivere. E verso tutto il resto del genere umano, quelle immense difficoltà e fatiche sostenute circa esso stile, riescono in buona e forse massima parte inutili e sparse al vento. Lascio l’infinita varietà dei giudizi e delle inclinazioni dei letterati; per la quale il numero delle persone atte a sentire le qualità lodevoli di questo o di quel libro, si riduce ancora a molto meno. Ma io voglio che tu abbi per indubitato che a conoscere perfettamente i pregi di un’opera perfetta o vicina alla perfezione, e capace veramente dell’immortalità, non basta essere assuefatto a scrivere, ma bisogna saperlo fare quasi così perfettamente come lo scrittore medesimo che hassi a giudicare. Perciocché l’esperienza ti mostrerà che a proporzione che tu verrai conoscendo più intrinsecamente quelle virtù nelle quali consiste il perfetto scrivere, e le difficoltà infinite che si provano in procacciarle, imparerai meglio il modo di superare le une e di conseguire le altre; in tal guisa che niuno intervallo e niuna differenza sarà dal conoscerle, all’imparare e possedere il detto modo; anzi saranno l’una e l’altra una cosa sola. Di maniera che l’uomo non giunge a poter discernere e gustare compiutamente l’eccellenza degli scrittori ottimi, prima che egli acquisti la facoltà di poterla rappresentare negli scritti suoi: perché quell’eccellenza non si conosce né gustasi totalmente se non per mezzo dell’uso e dell’esercizio proprio, e quasi, per così dire, trasferita in se stesso. E innanzi a quel tempo, niuno per verità intende, che e quale sia propriamente il perfetto scrivere. Ma non intendendo questo, non può né anche avere la debita ammirazione agli scrittori sommi. E la più parte di quelli che attendono agli studi, scrivendo essi facilmente, e credendosi scriver bene, tengono in verità per fermo, quando anche dicano il contrario, che lo scriver bene sia cosa facile. Or vedi a che si riduca il numero di coloro che dovranno
Operette morali di Giacomo Leopardi
stima non meno cieca che giusta. Il che non interviene sempre, ma io reputo che la fama degli scrittori ottimi soglia essere effetto del caso più che dei meriti loro: come forse ti sarà confermato da quello che io sono per dire nel progresso del ragionamento. Capitolo terzo Si è veduto già quanto pochi avranno facoltà di ammirarti quando sarai giunto a quell’eccellenza che ti proponi. Ora avverti che più d’un impedimento si può frapporre anco a questi pochi, che non facciano degno concetto del tuo valore, benché ne veggano i segni. Non è dubbio alcuno, che gli scritti eloquenti o poetici, di qualsivoglia sorta, non tanto si giudicano dalle loro qualità in se medesime, quanto dall’effetto che essi fanno nell’animo di chi legge. In modo che il lettore nel farne giudizio, li considera più, per così dire, in se proprio, che in loro stessi. Di qui nasce, che gli uomini naturalmente tardi e freddi di cuore e d’immaginazione, ancorché dotati di buon discorso, di molto acume d’ingegno, e di dottrina non mediocre, sono quasi al tutto inabili a sentenziare convenientemente sopra tali scritti; non potendo in parte alcuna immedesimare l’animo proprio con quello dello scrittore; e ordinariamente dentro di se li disprezzano; perché leggendoli e conoscendoli ancora per famosissimi, non iscuoprono la causa della loro fama; come quelli a cui non perviene da lettura tale alcun moto, alcun’immagine, e quindi alcun diletto notabile. Ora, a quegli stessi che da natura sono disposti e pronti a ricevere e a rinnovellare in se qualunque immagine o affetto saputo acconciamente esprimere dagli scrittori, intervengono moltissimi tempi di freddezza, noncuranza, languidezza d’animo, impenetrabilità, e disposizione tale, che, mentre dura, li rende o conformi o simili agli altri detti dianzi; e ciò per diversissime cause, intrinseche o estrinseche, appartenenti allo spirito o al corpo, transitorie o durevoli. In questi cotali tempi, niuno, se ben fosse per altro uno scrittore sommo, è buon giudice degli scritti che hanno a muovere il cuore o l’immaginativa. Lascio la sazietà dei diletti provati poco prima in altre letture tali; e le passioni, più o meno forti, che sopravvengono ad ora ad ora; le quali bene spesso tenendo in gran parte occupato l’animo, non lasciano luogo ai movimenti che in altra occasione vi sarebbero eccitati dalle cose lette. Così, per le stesse o simili cause, spesse volte veggiamo che quei medesimi luoghi, quegli spettacoli naturali o di qualsivoglia genere, quelle musiche, e cento sì fatte cose, che in altri tempi ci commossero, o sarebbero state Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Operette morali di Giacomo Leopardi
recondite degli scritti. Di modo che in somma oggidì viene a essere peggiore la condizione dei libri perfetti, che dei mediocri; le bellezze o doti di una gran parte dei quali, vere o false, sono esposte agli occhi in maniera, che per piccole che sieno, facilmente si scorgono alla prima vista. E possiamo dire con verità, che oramai l’affaticarsi di scrivere perfettamente, è quasi inutile alla fama. Ma da altra parte, i libri composti, come sono quasi tutti i moderni, frettolosamente, e rimoti da qualunque perfezione; ancorché sieno celebrati per qualche tempo, non possono mancar di perire in breve: come si vede continuamente nell’effetto. Ben è vero che l’uso che oggi si fa dello scrivere è tanto, che eziandio molti scritti degnissimi di memoria, e venuti pure in grido, trasportati indi a poco, e avanti che abbiano potuto (per dir così) radicare la propria celebrità, dall’immenso fiume dei libri nuovi che vengono tutto giorno in luce, periscono senz’altra cagione, dando luogo ad altri, degni o indegni, che occupano la fama per breve spazio. Così, ad un tempo medesimo, una sola gloria è dato a noi di seguire, delle tante che furono proposte agli antichi; e quella stessa con molta più difficoltà si consegue oggi, che anticamente. Soli in questo naufragio continuo e comune non meno degli scritti nobili che de’ plebei, soprannuotano i libri antichi; i quali per la fama già stabilita e corroborata dalla lunghezza dell’età, non solo si leggono ancora diligentemente, ma si rileggono e studiano. E nota che un libro moderno, eziandio se di perfezione fosse comparabile agli antichi, difficilmente o per nessun modo potrebbe, non dico possedere lo stesso grado di gloria, ma recare altrui tanta giocondità quanta dagli antichi si riceve: e questo per due cagioni. La prima si è, che egli non sarebbe letto con quell’accuratezza e sottilità che si usa negli scritti celebri da gran tempo, né tornato a leggere se non da pochissimi, né studiato da nessuno; perché non si studiano libri, che non sieno scientifici, insino a tanto che non sono divenuti antichi. L’altra si è, che la fama durevole e universale delle scritture, posto che a principio nascesse non da altra causa che dal merito loro proprio ed intrinseco, ciò non ostante, nata e cresciuta che sia, moltiplica in modo il loro pregio, che elle ne divengono assai più grate a leggere, che non furono per l’addietro; e talvolta la maggior parte del diletto che vi si prova, nasce semplicemente dalla stessa fama. Nel qual proposito mi tornano ora alla mente alcune avvertenze notabili di un filosofo francese; il quale in sostanza, discorrendo intorno alle origini dei piaceri umani, dice così. Molte cause di godimento compone e crea
Operette morali di Giacomo Leopardi
l’animo stesso nostro a se proprio, massime collegando tra loro diverse cose. Perciò bene spesso avviene che quello che piacque una volta, piaccia similmente un’altra; solo per essere piaciuto innanzi; congiungendo noi coll’immagine del presente  quella  del  passato.  Per  modo  di  esempio,  una  commediante  piaciuta  agli spettatori nella scena, piacerà verisimilmente ai medesimi anco nelle sue stanze; perocché sì del suono della sua voce, sì della recitazione, sì dell’essere stati presenti agli applausi riportati dalla donna, e in qualche modo eziandio del concetto di principessa aggiunto a quel proprio che le conviene, si comporrà quasi un misto di più cause, che produrranno un diletto solo. Certo la mente di ciascuno abbonda tutto giorno d’immagini e di considerazioni accessorie alle principali. Di qui nasce che le donne fornite di riputazione grande, e macchiate di qualche difetto piccolo, recano talvolta in onore esso difetto, dando causa agli altri di tenerlo in conto di leggiadria. E veramente il particolare amore che ponghiamo chi ad una chi ad altra donna, è fondato il più delle volte in sulle sole preoccupazioni che nascono in colei favore o dalla nobiltà del sangue, o dalle ricchezze, o dagli onori che le sono renduti o dalla stima che le è portata da certi; spesso eziandio dalla fama, vera o falsa, di bellezza o di grazia, e dallo stesso amore avutole prima o di presente da altre persone. E chi non sa che quasi tutti i piaceri vengono più dalla nostra immaginativa, che dalle proprie qualità delle cose piacevoli? Le quali avvertenze quadrando ottimamente agli scritti non meno che alle altre cose, dico che se oggi uscisse alla luce un poema uguale o superiore di pregio intrinseco all’Iliade; letto anche attentissimamente da qualunque più perfetto giudice di cose poetiche, gli riuscirebbe assai meno grato e men dilettevole di quella; e per tanto gli resterebbe in molto minore estimazione: perché le virtù proprie del poema nuovo, non sarebbero aiutate dalla fama di ventisette secoli, né da mille memorie e mille rispetti, come sono le virtù dell’Iliade.  Similmente  dico,  che  chiunque  leggesse  accuratamente  o  la Gerusalemme o il Furioso, ignorando in tutto o in parte la loro celebrità; proverebbe nella lettura molto minor diletto che gli altri non fanno. Laonde in fine, parlando generalmente, i primi lettori di ciascun’opera egregia, e i contemporanei di chi la scrisse, posto che ella ottenga poi fama nella posterità, sono quelli che in leggerla godono meno di tutti gli altri: il che risulta in grandissimo pregiudizio degli scrittori.
Operette morali di Giacomo Leopardi
cagione non lo caccia; appena è solito di muovere un passo: ama principalmente l’ozio e la negligenza: consuma poco meno che i giorni intieri sedendo neghittosamente in silenzio nella sua capannetta informe, o all’aperto, o nelle rotture e caverne delle rupi e dei sassi. Gli uccelli, per lo contrario, pochissimo soprastanno in un medesimo luogo; vanno e vengono di continuo senza necessità veruna; usano il volare per sollazzo; e talvolta, andati a diporto più centinaia di miglia dal paese dove sogliono praticare, il dì medesimo in sul vespro vi si riducono. Anche nel piccolo tempo che soprasseggono in luogo, tu non li vedi stare mai fermi della persona; sempre si volgono qua e là, sempre si aggirano, si piegano, si protendono, si crollano, si dimenano; con quella vispezza, quell’agilità, quella prestezza di moti indicibile. In somma, da poi che l’uccello è schiuso dall’uovo, insino a quando muore, salvo gl’intervalli del sonno, non si posa un momento di tempo. Per le quali considerazioni parrebbe si potesse affermare, che naturalmente lo stato ordinario degli altri animali, compresovi ancora gli uomini, si è la quiete; degli uccelli, il moto. A queste loro qualità e condizioni esteriori corrispondono le intrinseche, cioè dell’animo; per le quali medesimamente sono meglio atti alla felicità che gli altri animali. Avendo l’udito acutissimo, e la vista efficace e perfetta in modo, che l’animo nostro a fatica se ne può fare una immagine proporzionata; per la qual potenza godono tutto giorno immensi spettacoli e variatissimi, e dall’alto scuoprono, a un tempo solo, tanto spazio di terra, e distintamente scorgono tanti paesi coll’occhio, quanti, pur colla mente, appena si possono comprendere dall’uomo in un tratto; s’inferisce che debbono avere una grandissima forza e vivacità, e un grandissimo uso d’immaginativa. Non di quella immaginativa profonda, fervida e tempestosa, come ebbero Dante, il Tasso, la quale è funestissima dote, e principio di sollecitudini e angosce gravissime e perpetue; ma di quella ricca, varia, leggera, instabile e fanciullesca; la quale si è larghissima fonte di pensieri ameni e lieti, di errori dolci, di vari diletti e conforti; e il maggiore e più fruttuoso dono di cui la natura sia cortese ad anime vive. Di modo che gli uccelli hanno di questa facoltà, in copia grande, il buono, e l’utile alla giocondità dell’animo, senza però  partecipare  del  nocivo  e  penoso.  E  siccome  abbondano  della  vita estrinseca, parimente sono ricchi della interiore: ma in guisa, che tale abbondanza risulta in loro benefizio e diletto, come nei fanciulli; non in danno e miseria insigne come per lo più negli uomini. Perocché nel modo che l’uc-
Operette morali di Giacomo Leopardi
tutti i viventi, non apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati, né strepito di fiere per le foreste, né canto di uccelli per l’aria, né sussurro d’api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse in alcuna banda; certo l’universo sarebbe inutile; ma forse che vi si troverebbe o copia minore di felicità, o più di miseria, che oggi non vi si trova? Io dimando a te, o sole, autore del giorno e preside della vigilia: nello spazio dei secoli da te distinti e consumati fin qui sorgendo e cadendo, vedesti tu alcuna volta un solo infra i viventi essere beato? Delle opere innumerabili dei mortali da te vedute finora, pensi tu che pur una ottenesse l’intento suo, che fu la soddisfazione, o durevole o transitoria, di quella creatura che la produsse? Anzi vedi tu di presente o vedesti mai la felicità dentro ai confini del mondo? in qual campo soggiorna, in qual bosco, in qual montagna, in qual valle, in qual paese abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti che le tue fiamme illustrano e scaldano? Forse si nasconde dal tuo cospetto, e siede nell’imo delle spelonche, o nel profondo della terra o del mare? Qual cosa animata ne partecipa; qual pianta o che altro che tu vivifichi; qual creatura provveduta o sfornita di virtù vegetative o animali? E tu medesimo, tu che quasi un gigante instancabile, velocemente, dì e notte, senza sonno né requie, corri lo smisurato cammino che ti è prescritto; sei tu beato o infelice? Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita. Verrà tempo, che niuna forza di fuori, niuno intrinseco movimento, vi riscoterà dalla quiete del sonno; ma in quella sempre e insaziabilmente riposerete. Per ora non vi è concessa la morte: solo di tratto in tratto vi è consentita per qualche spazio di tempo una somiglianza di quella. Perocché la vita non si potrebbe conservare se ella non fosse interrotta frequentemente. Troppo lungo difetto di questo sonno breve e caduco, è male per se mortifero, e cagione di sonno eterno. Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte. Pare che l’essere delle cose abbia per suo proprio ed unico obbietto il morire. Non potendo morire quel che non era, perciò dal nulla scaturirono le cose che sono. Certo l’ultima causa dell’essere non è la felicità; perocché niuna cosa è felice. Vero è che le creature animate si propongono questo fine in ciascuna opera loro; ma da niuna l’ottengono: e in tutta la loro vita, ingegnandosi, adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro, e non si affaticano, se non per giungere a questo solo intento della natura, che è la morte. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Operette morali di Giacomo Leopardi
conclusione che si ricava dalla filosofia vera e perfetta, si è, che non bisogna filosofare. Dal che s’inferisce che la filosofia, primieramente è inutile, perché a questo effetto di non filosofare, non fa di bisogno esser filosofo; secondariamente è dannosissima, perché quella ultima conclusione non vi s’impara se non alle proprie spese, e imparata che sia, non si può mettere in opera; non essendo in arbitrio degli uomini dimenticare le verità conosciute, e deponendosi più facilmente qualunque altro abito che quello di filosofare. In somma la filosofia, sperando e promettendo a principio di medicare i nostri mali, in ultimo si riduce a desiderare invano di rimediare a se stessa. Posto tutto ciò, domando perché si abbia da credere che l’età presente sia più prossima e disposta alla perfezione che le passate. Forse per la maggior notizia del vero; la quale si vede essere contrarissima alla felicità dell’uomo? O forse perché al presente alcuni pochi conoscono che non bisogna filosofare, senza che però abbiano facoltà di astenersene? Ma i primi uomini in fatti non filosofarono, e i selvaggi se ne astengono senza fatica. Quali altri mezzi o nuovi, o maggiori che non ebbero gli antenati, abbiamo noi, di approssimarci alla perfezione? Timandro Eleandro Molti, e di grande utilità: ma l’esporgli vorrebbe un ragionamento infinito. Lasciamoli da parte per ora: e tornando al fatto mio, dico, che se ne’ miei scritti io ricordo alcune verità dure e triste, o per isfogo dell’animo, o per consolarmene col riso, e non per altro; io non lascio tuttavia negli stessi libri di deplorare, sconsigliare e riprendere lo studio di quel misero e freddo vero, la cognizione del quale è fonte o di noncuranza e infingardaggine, o di bassezza d’animo, iniquità e disonestà di azioni, e perversità di costumi: laddove, per lo contrario, lodo ed esalto quelle opinioni, benché false, che generano atti e pensieri nobili, forti, magnanimi, virtuosi, ed utili al ben comune o privato; quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane, che danno pregio alla vita; le illusioni naturali dell’animo; e in fine gli errori antichi, diversi assai dagli errori barbari; i quali solamente, e non quelli, sarebbero dovuti cadere per opera della civiltà moderna e della filosofia. Ma queste, secondo me, trapassando i termini (come è proprio e inevitabile alle cose umane); non molto dopo sollevati da una barbarie, ci hanno precipitati in un’altra, non minore della prima; quantunque nata dalla ragione e dal sapere, e non dall’ignoranza; e però meno efficace e manifesta nel corpo che nello spirito, men gagliarda nelle opere, e per dir così, più riposta ed intrinseca. In ogni modo, io dubito, o inclino piuttosto a credere, che gli errori antichi, quanto
Operette morali di Giacomo Leopardi
nuova, che risulta a noi dall’alterazione dello stato, non ci possiamo anco liberare altrimenti, che colla morte. Che quanto a ritornarci in quello stato primo, e alla vita disegnataci dalla natura; questo non si potrebbe appena, e in nessun modo forse, circa l’estrinseco; e per rispetto all’intrinseco, che è quello che più rileva, senza alcun dubbio sarebbe impossibile affatto. Qual cosa è manco naturale della medicina? così di quella che si esercita con la mano, come di quella che opera per via di farmachi. Che l’una e l’altra, la più parte, sì nelle operazioni che fanno, e sì nelle materie, negli strumenti e nei modi che usano, sono lontanissime dalla natura: e i bruti e gli uomini selvaggi non le conoscono. Nondimeno, perocché ancora i morbi ai quali esse intendono di rimediare, sono fuor di natura, e non hanno luogo se non per cagione della civiltà, cioè della corruttela del nostro stato; perciò queste tali arti, benché non sieno naturali, sono e si stimano opportune, e anco necessarie. Così questo atto dell’uccidersi, il quale ci libera dalla infelicità recataci dalla  corruzione,  perché  sia  contrario  alla  natura,  non  seguita  che  sia biasimevole: bisognando a mali non naturali, rimedio non naturale. E saria pur duro ed iniquo che la ragione, la quale per far noi più miseri che naturalmente non siamo, suol contrariar la natura nelle altre cose; in questa si confederasse con lei, per torci quello estremo scampo che ci rimane; quel solo che essa ragione insegna; e costringerci a perseverare nella miseria. La verità è questa, Plotino. Quella natura primitiva degli uomini antichi, e delle genti selvagge e incolte, non è più la natura nostra: ma l’assuefazione e la ragione hanno fatto in noi un’altra natura; la quale noi abbiamo, ed avremo sempre, in luogo di quella prima. Non era naturale all’uomo da principio il procacciarsi la morte volontariamente: ma né anco era naturale il desiderarla. Oggi e questa cosa e quella sono naturali; cioè conformi alla nostra natura nuova: la quale, tendendo essa ancora e movendosi necessariamente, come l’antica, verso ciò che apparisce essere il nostro meglio; fa che noi molte volte desideriamo e cerchiamo quello che veramente è il maggior bene dell’uomo, cioè la morte. E non è maraviglia: perciocché questa seconda natura è governata e diretta nella maggior parte dalla ragione. La quale afferma per certissimo, che la morte, non che sia veramente un male, come detta la impressione primitiva; anzi è il solo rimedio valevole ai nostri mali, la cosa più desiderabile agli uomini, e la migliore. Adunque domando io: misurano gli uomini inciviliti le altre azioni loro dalla natura primitiva? Quando, e quale azione mai? Non dalla natura primitiva, ma da quest’altra nostra, o pur vogliamo dire dalla
Operette morali di Giacomo Leopardi
XIX V’ha alcune poche persone al mondo, condannate a riuscir male cogli uomini in ogni cosa, a cagione che, non per inesperienza né per poca cognizione della vita sociale, ma per una loro natura immutabile, non sanno lasciare una certa semplicità di modi, privi di quelle apparenze e di non so che mentito ed artifiziato, che tutti gli altri, anche senza punto avvedersene, ed anche gli sciocchi, usano ed hanno sempre nei modi loro, e che è in loro e ad essi medesimi malagevolissimo a distinguere dal naturale. Quelli ch’io dico, essendo visibilmente diversi dagli altri, come riputati inabili alle cose del mondo, sono vilipesi e trattati male anco dagl’inferiori, e poco ascoltati o ubbiditi dai dipendenti: perché tutti si tengono da più di loro, e li mirano con alterigia. Ognuno che ha a fare con essi, tenta d’ingannarli e di danneggiarli a profitto proprio più che non farebbe con altri, credendo la cosa più facile, e poterlo fare impunemente: onde da tutte le parti è mancato loro di fede, e usate soverchierie, e conteso il giusto e il dovuto. In qualunque concorrenza sono superati, anche da molto inferiori a loro, non solo d’ingegno o d’altre qualità intrinseche, ma di quelle che il mondo conosce ed apprezza maggiormente, come bellezza, gioventù, forza, coraggio, ed anche ricchezza. Finalmente qualunque sia il loro stato nella società, non possono ottenere quel grado di considerazione che ottengono gli erbaiuoli e i facchini. Ed è ragione in qualche modo; perché non è piccolo difetto o svantaggio di natura,  non  potere  apprendere  quello  che  anche  gli  stolidi  apprendono facilissimamente, cioè quell’arte che sola fa parere uomini gli uomini ed i fanciulli: non potere, dico, non ostante ogni sforzo. Poiché questi tali, quantunque di natura inclinati al bene, pure conoscendo la vita e gli uomini meglio di molti altri, non sono punto, come talora paiono, più buoni di quello che sia lecito essere senza meritare l’obbrobrio di questo titolo; e sono privi delle maniere del mondo non per bontà, o per elezione propria, ma perché ogni loro desiderio e studio d’apprenderle ritorna vano. Sicché ad essi non resta altro, se non adattare l’animo alla loro sorte, e guardarsi soprattutto di non voler nascondere o dissimulare quella schiettezza e quel fare naturale che è loro proprio: perché mai non riescono così male, né così ridicoli, come quando affettano l’affettazione ordinaria degli altri.
Pensieri di Giacomo Leopardi
notata da qualcuno per diversi passi d’autori antichi, che l’Italia ai tempi romani dovette essere più fredda che non è ora. Cosa credibilissima anche perché da altra parte è manifesto per isperienza, e per ragioni naturali, che la civiltà degli uomini venendo innanzi, rende l’aria, ne’ paesi abitati da essi, di giorno in giorno più mite: il quale effetto è stato ed è palese singolarmente in America, dove, per così dire, a memoria nostra, una civiltà matura è succeduta parte a uno stato barbaro, e parte a mera solitudine. Ma i vecchi, riuscendo il freddo all’età loro assai più molesto che in gioventù, credono avvenuto alle cose il cangiamento che provano nello stato proprio, ed immaginano che il calore che va scemando in loro, scemi nell’aria o nella terra. La quale immaginazione è così fondata, che quel medesimo appunto che affermano i nostri vecchi a noi, affermavano i vecchi, per non dir più, già un secolo e mezzo addietro, ai contemporanei del Magalotti, il quale nelle Lettere familiari scriveva: “egli è pur certo che l’ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi. Qui in Italia è voce e querela comune, che i mezzi tempi non vi son più; e in questo smarrimento di confini, non vi è dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito dire a mio padre, che in sua gioventù, a Roma, la mattina di pasqua di resurrezione, ognuno si rivestiva da state. Adesso chi non ha bisogno d’impegnar la camiciuola, vi so dire che si guarda molto bene di non alleggerirsi della minima cosa di quelle ch’ei portava nel cuor dell’inverno”. Questo scriveva il Magalotti in data del #1683@. L’Italia sarebbe più fredda oramai che la Groenlandia, se da quell’anno a questo, fosse venuta continuamente raffreddandosi a quella proporzione che si raccontava allora. E quasi soverchio l’aggiungere che il raffreddamento continuo che si dice aver luogo per cagioni intrinseche nella massa terrestre, non ha interesse alcuno col presente proposito, essendo cosa, per la sua lentezza, non sensibile in decine di secoli, non che in pochi anni. XL Cosa odiosissima è il parlar molto di sé. Ma i giovani, quanto sono più di natura viva, e di spirito superiore alla mediocrità, meno sanno guardarsi da questo vizio: e parlano delle cose proprie con un candore estremo, credendo per certissimo che chi ode, le curi poco meno che le curano essi. E così facendo, sono perdonati; non tanto a contemplazione dell’inesperienza, ma perché è manifesto il bisogno che hanno d’aiuto, di consiglio e di qualOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Pensieri di Giacomo Leopardi
Da qua ne richiamava il nostro allogiamento; perché ne avea sì fattamente imbottati maestro Buazzo e maestro Pantano, ch’a pena posseamo movere le  gambe.  Oltre,  la  regola  de  la  odomantia  e  l’ordinario  de  gli  augurii importunamente ne consegliavano a non seguitar quel viaggio. Li astri, per esserno tutti ricoperti sotto l’oscuro e tenebroso manto, e lasciandoci l’aria caliginoso, ne forzavano al ritorno. Il tempo ne dissuadeva l’andar sì lungi avante,  ed  essortava  a  tornar  quel  pochettino  a  dietro.  Il  loco  vicino applaudeva  benignamente.  L’occasione,  la  quale  con  una  mano  ci  avea risospinti sin qua, adesso con dui più forti pulsi facea il maggior empito del mondo. La stanchezza alfine, non meno ch’una pietra da l’intrinseco principio e natura è mossa verso il centro, ne mostrava il medesmo camino e ne fea inchinar verso la destra. Da l’altro canto ne chiamavano le tante fatiche, travagli e disaggi, i quali sarrebono stati spesi invano. Ma il vermine de la conscienza diceva: se questo poco di camino n’ha costato tanto, che non è vinticinque passi, che sarà di tanta strada che ne resta? Mejor es perder que mas perder. Da là ne invitava il desio comone, ch’aveamo, di non defraudar la espettazione di que’ cavallieri e nobili personaggi; dall’altro canto rispondeva il crudo rimorso, che quelli, non avendo avuto cura, né pensiero di mandar cavallo o battello a gentiluomini in questo tempo, ora ed occasione, non farebbono ancora scrupolo del nostro non andare. Da là eravamo accusati per poco cortesi al fine, o per uomini che van troppo sul pontiglio, che misurano le cose dai meriti ed uffici, e fan professione più di ricever cortesia che di farne, e come villani ed ignobili voler più tosto esser vinti in quella che vencere; da qua eravamo iscusati, ché dove è forza non è raggione. Da là ne attraea il particolare interesse del Nolano, ch’avea promesso, e che gli arrebono possuto attaccar a dosso un non so che; oltre c’ha lui gran desio, che se gli offra occasione di veder costumi,conoscere gl’ingegni, accorgersi, si sia possibile, di qualche nova verità, confirmar il buono abito de la cognizione, accorgersi di cosa che gli manca. Da qua eramo ritardati dal tedio comone e da non so che spirto, che diceva certe raggioni più vere, che degne a referire. A chi tocca determinar questa contradizione? chi ha da trionfar di questo libero arbitrio? a chi consentisce la raggione? che ha determinato il fato? Ecco questo fato, per mezzo de la raggione, aprendo la porta de l’intelletto, si fa dentro, e comanda a l’elezione, che ispedisca il consentimento di continuar il viaggio. O passi graviora, ne vien detto, o pusillanimi, o leggeri, incostanti ed uomini di poco spirto.... Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
E che sia il vero, vedete come lui se ne rideva? Questo accade a quello, che dona confetti a porci. Dimandato perché ridesse, rispose che questo dire e imaginarsi che siino altre terre, che abbino medesme proprietà ed accidenti, è stato tolto dalle Vere narrazioni di Luciano. Rispose il Nolano, che se, quando Luciano disse la luna essere un’altra terra cossì abitata e colta come questa, venne a dirlo per burlarsi di que’ filosofi che affermorno essere molte terre (e particolarmente la luna, la cui similitudine con questo nostro globo è tanto più sensibile, quanto è più vicina a noi), lui non ebbe raggione, ma mostrò essere nella comone ignoranza e cecità; perché, se ben consideriamo, trovarremo la terra e tanti altri corpi, che son chiamati astri, membri principali de l’universo, come danno la vita e nutrimento alle cose che da quelli toglieno la materia, ed a’ medesmi la restituiscano, cossì e molto maggiormente, hanno la vita in sé; per la quale, con una ordinata e natural volontà, da intrinseco principio se muoveno alle cose e per gli spacii convenienti ad essi. E non sono altri motori estrinseci, che  col  movere  fantastiche  sfere vengano  a  trasportar  questi  corpi  come inchiodati in quelle; il che se fusse vero, il moto sarrebe violento fuor de la natura del mobile, il motore più imperfetto, il moto ed il motore solleciti e laboriosi; e altri molti inconvenienti s’aggiongerebbeno. Consideresi dunque, che, come il maschio se muove alla femina e la femina al maschio, ogni erba e animale, qual più e qual meno espressamente, si muove al suo principio vitale, come al sole e altri astri; la calamita se muove al ferro, la paglia a l’ambra e finalmente ogni cosa va a trovar il simile e fugge il contrario.  Tutto avviene dal sufficiente principio interiore per il quale naturalmente  viene  ad  esagitarse,  e  non  da  principio  esteriore,  come  veggiamo sempre accadere a quelle cose, che son mosse o contra o extra la propria natura. Muovensi dunque la terra e gli altri astri secondo le proprie differenze  locali  dal  principio  intrinseco,  che  è  l’anima  propria.  —  Credete, disse Nundinio, che sii sensitiva quest’anima? — Non solo sensitiva, rispose il Nolano, ma anco intellettiva; non solo intellettiva, come la nostra, ma forse anco più. — Qua tacque Nundinio, e non rise. Mi par, che la terra, essendo animata, deve non aver piacere quando se gli fanno queste grotte e caverne nel dorso, come a noi vien dolor e dispiacere quando ne si pianta qualche dente là o ne si fora la carne. Nundinio non ebbe tanto del Prudenzio, che potesse stimar questo argomento  degno  di  produrlo,  benché  gli  fusse  occorso.  Perché  non  è  tanto ignorante filosofo, che non sappia che, se ella ha senso, non l’ha simile al nostro; se quella ha le membra, non le ha simile a le nostre; se ha carne, sangue, nervi, ossa e vene, non son simile a le nostre; se ha il core, non l’ha
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
simile al nostro; cossì de tutte l’altre parti, le quali hanno proporzione a gli membri de altri e altri, che noi chiamiamo animali, e comunmente son stimati solo animali. Non è tanto buono Prudenzio e mal medico che non sappia, che alla gran mole de la terra questi sono insensibilissimi accidenti, li quali a la nostra imbecillità sono tanto sensibili. E credo che intenda, che non altrimente che ne gli animali, quali noi conoscemo per animali, le loro parti sono in continua alterazione e moto,ed hanno un certo flusso e reflusso, dentro accogliendo sempre qualche cosa dall’estrinseco e mandando fuori qualche cosa da l’intrinseco: onde s’allungano l’unghie, se nutriscono i peli, le lane ed i capelli, se risaldano le pelle, s’induriscono i cuoii; cossì la terra riceve l’efflusso ed influsso delle parti, per quali molti animali, a noi manifesti  per  tali,  ne  fan  vedere  espressamente  la  lor  vita.  Come  è  più  che verisimile, essendo che ogni cosa participa de vita, molti ed innumerabili individui vivono non solamente in noi, ma in tutte le cose composte; e quando veggiamo alcuna cosa che se dice morire, non doviamo tanto credere quella morire, quanto che la si muta, e cessa quella accidentale composizione  e  concordia,  rimanendono  le  cose  che  quella  incorreno,  sempre immortali: più quelle, che son dette spirituali, che quelle dette corporali e materiali, come altre volte mostraremo. Or, per venire al Nolano, quando vedde Nundinio tacere, per risentirse a tempo di quella derisione nundinica che  comparava  le  posizioni  del  Nolano  e  le  Vere  narrazioni  di  Luciano, espresse un poco di fiele; e li disse, che, disputando onestamente, non dovea riderse e burlarse di quello che non può capire. — Ché se io, disse il Nolano, non rido per le vostre fantasie, né voi dovete per le mie sentenze; se io con voi disputo con civilità e rispetto, almeno altretanto dovete far voi a me, il quale vi conosco di tanto ingegno che, se io volesse defendere per verità le dette narrazioni di Luciano, non sareste sufficiente a destruggerle. — Ed in questo modo con alquanto di còlera rispose al riso, dopo aver risposto con più raggioni alla dimanda. Quinta proposta di Nundinio Importunato Nundinio sì dal Nolano, come da gli altri, che, lasciando le questioni del perché, e come, e quale, facesse qualche argomento....
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
Rem acu tangis. Or questa distinzion di corpi ne la eterea reggione l’ha conosciuta Eraclito, Democrito, Epicuro, Pitagora, Parmenide, Melisso, come ne fan manifesto que’ stracci che n’abbiamo: onde si vede, che conobbero un spacio infinito, regione infinita, selva infinita, capacità infinita di mondi innumerabili simili a questo, i quali cossì compiscono i lor circoli, come la terra il suo; e però anticamente si chiamavano ethera, cioè corridori, corrieri, ambasciadori, nuncii della magnificenza de l’unico altissimo, che con musicale armonia contemprano l’ordine della constituzion della natura, vivo specchio dell’infinita  deità.  Il  qual  nome  di  ethera  dalla  cieca  ignoranza  è  stato  tolto  a questi, ed attribuito a certe quinte essenze, nelle quali, come tanti chiodi, siino inchiodate queste lucciole e lanterne. Questi corridori hanno il principio  di  moti  intrinseco,  la  propria  natura,  la  propria  anima,  la  propria intelligenza: perché non è sufficiente il liquido e sottile aria a muovere sì dense e gran machine. Perché a far questo gli bisognarebbe virtù trattiva o impulsiva ed altre simili, che non si fanno senza contatto di dui corpi almeno, de’ quali l’uno con l’estremità sua risospinge e l’altro è risospinto. E certo tutte cose, che son mosse in questo modo, riconoscono il principio de lor moto o contra o fuor de la propria natura; dico o violento, o almeno non naturale. È dunque cosa conveniente alla commodità delle cose che sono ed a l’effetto della perfettissima causa, che questo moto sii naturale da principio interno e proprio appulso senza resistenza. Questo conviene a tutti corpi, che senza contatto sensibile di altro impellente o attraente si muoveno. Però la intendeno al rovescio quei che dicono, che la calamita tira il ferro, l’ambra la paglia, il getto la piuma, il sole l’elitropia; ma nel ferro  è  come  un  senso,  il  qual  è  svegliato  da  una  virtù  spirituale,  che  si diffonde dalla calamita, col quale si muove a quella, la paglia a l’ambra; e
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
amano invano, i quali, sappiendo te essere di Panfilo, senza dubbio si turberebbero? Così dei credere possibile lui essere amato da molte, alle quali pare duro di lui udire quello che a te dolse, benché per diverse ragioni a ciascuna ne incresca. E in cotale modo me medesima dimentendo, quasi in sulla prima speranza  tornando,  dove  molte  bestemmie  mandate  aveva,  con  orazioni supplico in contrario. Questa speranza in cotal guisa tornata, non avea però forza di rallegrarmi,  anzi  con  tutta  essa  con  turbazione  continua  e  nell’animo  e  nell’aspetto era veduta, e io medesima non sapeva che farmi. Le prime sollecitudini erano fuggite; io avea nel primo impeto della mia ira gittate via le pietre, le quali de’ giorni stati erano memorevoli testimonie, e aveva arse le lettere da lui ricevute, e molte altre cose guastate. Il rimirare il cielo più non mi gradiva, sì come a colei che incerta era della tornata allora, sì come certa me  ne  pareva  essere  avanti.  La  volontà  del  favoleggiare  se  n’era  ita,  e  il tempo, che molto aveva le notti abbreviate, nol concedea, le quali sovente, o tutte o gran parte di loro, io passava senza dormire, continuamente o piagnendo o pensando passandole; e qualora pure avveniva che io dormissi, diversamente era da’ sogni occupata, alcuna lieti vegnenti, e alcuna tristissimi. Le feste e i templi m’erano noievoli, né mai se non di rado, quasi non potendo altro fare, li visitava. E il mio viso, palido ritornato, faceva tutta malinconiosa la casa mia, e da varii variamente di me parlare: e così, aspettando, e quasi che non sappiendo, malinconica e trista mi stava. Li miei dubbiosi pensieri il più mi traevano tutto il giorno incerta di dolermi o di rallegrarmi; ma vegnendo la notte, attissimo tempo alli miei mali, trovandomi nella mia camera sola, avendo prima e pianto e molte cose con meco dette, quasi mossa da consiglio migliore, le mie orazioni a Venere rivolgea, dicendo: — O del cielo bellezza speciale, o pietosissima dèa, o santa Venere, la cui  effigie  nel  principio  de’  miei  affanni  in  questa  camera  fu  manifesta, porgi conforto alli miei dolori, e per quello venerabile e intrinseco amore che tu portasti ad Adone, mitiga li miei mali. Vedi quanto per te io tribulo; vedi quante volte per te la terribile imagine della morte sia già stata innanzi agli occhi miei; vedi se tanto male ha la mia pura fede meritato, quanto io sostegno. Io, lasciva giovine, non conoscendo li tuoi dardi, al primo tuo piacere senza disdire mi ti feci suggetta. Tu sai quanto per te mi fu promes-
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
Lemene alla loro villeggiatura. Così i Veneziani costumavano chiamare ogni lor casa di terraferma, fosse a Milano o a Parigi nonché a Portogruaro. Il fiume bagnava appunto il margine del loro giardino; e colà appena giunti ebbero la consolazione di trovar raccolto quanto di meglio aveva la città in ogni ordine di persone. Il Vescovo, monsignor di Sant’Andrea, e molti altri canonici, e preti e professori del Seminario, il Vice-capitano con sua moglie, e altri dignitari del Governo; il Podestà e tutti i magistrati del Comune, il Soprintendente dei dazi, il Custode della Dogana colle loro rispettive consorti, sorelle e cognate; da ultimo la nobiltà in frotta; e in cinquemila abitanti che sommava la terra, ve n’era tanta, da potersene fornire tutte le città della Svizzera che per disgrazia ne mancano. Da Fratta era venuto il Conte con la signora Contessa e le figlie, il fratello monsignore e l’indivisibile Cancelliere. Io poi, che nel frattempo avea dato di me grandi speranze con rapidissimi progressi nel latino, aveva ottenuto la grazia segnalata di potermi arrampicare in coda alla carrozza; e così da un cantone, inosservato, mi fu concesso di godere lo spettacolo di quel solenne ricevimento. Il nobile patrizio si diportò colla proverbiale affabilità dei Veneziani. Dal Vescovo all’ortolano nessuno fu fraudato del favore d’un suo sorriso; al primo baciò l’anello, al secondo diede uno scappellotto coll’uguale modestia. Si volse poi per raccomandare i barcaiuoli che nello scaricare la mobilia si usassero particolari riguardi alla sua poltrona; ed entrò in casa dando il braccio alla cognata, mentre sua moglie lo seguiva accompagnata dal fratello. Serviti i rinfreschi nella gran sala di cui il vecchio patrizio lamentò i terrazzi troppo freschi, si venne ai soliti riconoscimenti, ai soliti dialoghi. Belle e ben cresciute le figliuole, la cognata ringiovanita, il cognato fresco come una rosa, il viaggio lungo caldo fastidioso, la città  più  fiorente  che  mai,  carissima  degnissima  la  società,  gentile l’accoglimento; a queste cerimonie bisognò una buona ora. Dopo la quale le visite si accomiatarono; e rimasero in famiglia a dir molto bene di sé, e qualche piccolo male di coloro che erano partiti. Anche in questo peraltro si adoperavano l’innocenza e la discrezione veneziana che s’accontenta di tagliar i panni senza radere le carni fino all’osso. Verso l’Avemaria quelli di Fratta tolsero congedo; ben intesi che le visite si sarebbero replicate molto sovente. Il nobiluomo Frumier aveva estremo bisogno di compagnia; e diciamolo, anche l’illustrissimo Conte di Fratta non era poco superbo di esser parente e mostrarsi famigliare ed intrinseco d’un senatore. Le due cognate si baciarono colla punta delle labbra; i cognati si strinser la mano; le donzelle fecero due
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Andando temeva di seccare Maller e che glielo dimostrasse, e non andandoci, che la sua assenza venisse notata come una mancanza di riguardo. Stava per uscire dalla banca rimandando la difficile risoluzione al giorno appresso, allorché questa gli venne resa più facile da parecchi impiegati che attendevano in corridoio di poter entrare da Maller per salutarlo. Rapidamente deciso si unì a loro. Il vecchio Marlucci, un toscano che parlava sempre del governo granducale rimpiangendolo, uscì dalla stanza del principale. Sessantenne e seduto da una ventina d’anni dietro a un libro maestro, era l’amico intrinseco di Jassy. Venivano e andavano insieme riuniti dalla medesima sventura, la debolezza alle gambe; ma mentre Jassy aveva anche il cervello vacillante, le mani deboli, nervose, il toscano aveva l’occhio nero tranquillo, la parola sempre limpida, precisa. Schierava giornalmente nel suo libro la data quantità di cifre nitide, ordinate e nel suo libro non c’erano altre correzioni all’infuori di quelle rese necessarie dagli errori delle altre sezioni.   Alfonso, seguendo l’impulso datogli dalla sua preoccupazione, gli chiese: – E che cosa si ha da dire al signor Maller? – Se non lo sa stia zitto! – gli rispose Marlucci ridendo e passò oltre. Non c’era altro impiegato che White accanto a Maller che gli dava delle istruzioni. Nel vano della finestra sedeva una donna; senza guardarla, Alfonso indovinò ch’era Annetta e sentì affluirsi il sangue al cuore. Il signor Maller interruppe per un istante il suo colloquio con White. Tese la mano ad Alfonso e con un sorriso freddo gli chiese se stesse bene. Ritirata la mano si rimise a parlare con White. Alfonso si avviò, ma una voce dolce, femminile, che in quella stanza stonava, lo fermò: – Signor Nitti! S’arrestò e si volse. Era Annetta. Portava un vestito grigio, la veletta grigia di un cappellino rotondo alzata sulla fronte bianca. Una figura casta ma matronale. Gli porse la mano. – L’ha con me che non volle vedermi? Alfonso protestò che realmente non l’aveva veduta. Balbettava, ma disse più parole di quanto sarebbe stato necessario. – Non glie ne faccio mica un rimprovero, – gli disse più a bassa voce e tanto confidenzialmente ch’egli trasalì per una sorpresa gioconda ma anche
Una vita di Italo Svevo
XXXIII Quando uno inconveniente è cresciuto o in uno stato o contro a uno stato, è più salutifero partito temporeggiarlo che urtarlo. Crescendo la Republica romana in riputazione, forze ed imperio, i vicini, i quali prima non avevano pensato quanto quella nuova republica potesse arrecare loro di danno, cominciarono, ma tardi, a conoscere lo errore loro; e volendo rimediare a quello che prima non aveano rimediato, congiurarono bene quaranta popoli contro a Roma: donde i Romani intra gli altri rimedii soliti farsi da loro negli urgenti pericoli, si volsono a creare il Dittatore, cioè dare potestà a uno uomo che sanza alcuna consulta potesse diliberare, e sanza alcuna appellagione potesse esequire le sue diliberazioni. Il quale rimedio, come allora fu utile, e fu cagione che vincessero i soprastanti pericoli, così fu sempre utilissimo in tutti quegli accidenti che, nello augumento dello imperio, in qualunque tempo surgessono contro alla Republica. Sopra il quale accidente è da discorrere prima, come, quando uno inconveniente, che surga o in una republica o contro a una republica, causato da cagione intrinseca o estrinseca, è diventato tanto grande che e’ cominci a fare paura a ciascuno, è molto più sicuro partito temporeggiarsi con  quello,  che  tentare  di  estinguerlo.  Perché,  quasi  sempre,  coloro  che tentano di ammorzarlo fanno le sue forze maggiori, e fanno accelerare quel male che da quello si sospettava. E di questi simili accidenti ne nasce nella republica più spesso per cagione intrinseca che estrinseca: dove molte volte, o e’ si lascia pigliare ad uno cittadino più forze che non è ragionevole, o e’ si comincia a corrompere una legge, la quale è il nervo e la vita del vivere libero; e lasciasi trascorrere questo errore in tanto, che gli è più dannoso partito  il  volere  rimediare  che  lasciarlo  seguire.  E  tanto  è  più  difficile  il conoscere questi inconvenienti quando e’ nascono, quanto e’ pare più naturale agli uomini favorire sempre i principii delle cose: e tali favori possano, più che in alcuna altra cosa, nelle opere che paiano che abbiano in sé qualche virtù e siano operate da’ giovani. Perché se in una republica si vede surgere uno giovane nobile, quale abbia in sé virtù istraordinaria, tutti gli occhi de’ cittadini si cominciono a voltare verso lui e concorrere,sanza alcuno rispetto, a onorarlo; in modo che, se in quello è punto d’ambizione, accozzati i favori che gli dà la natura e questo accidente, viene subito in
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Donde nasce che quegli tiranni che hanno amico l’universale ed inimici i grandi, sono più sicuri, per essere la loro violenza sostenuta da maggiori forze, che quella di coloro che hanno per inimico il popolo e amica  la  Nobilità.  Perché  con  quello  favore  bastono  a  conservarsi  le forze intrinseche: come bastarono a Nabide, tiranno di Sparta, quando tutta Grecia e il Popolo romano lo assaltò: il quale, assicuratosi di pochi nobili, avendo amico il Popolo, con quello si difese; il che non arebbe potuto  fare  avendolo  inimico.  In  quello  altro  grado  per  avere  pochi amici dentro, non bastono le forze intrinseche, ma gli conviene cercare di fuora. Ed hanno a essere di tre sorte: l’una satelliti forestieri, che ti guardino la persona, l’altra armare il contado, che faccia quello ufficio che arebbe a fare la plebe, la terza accostarsi con vicini potenti che ti difendino. Chi tiene questi modi e gli osserva bene, ancora ch’egli avesse per inimico il popolo, potrebbe in qualche modo salvarsi. Ma Appio non poteva fare questo, di guadagnarsi il contado, sendo una medesima cosa il contado e Roma: e quel che poteva fare, non seppe: talmente che rovinò ne’ primi principii suoi. Fecero il Senato ed il Popolo in questa creazione del Decemvirato errori grandissimi: perché, avvenga che di sopra si dica, in quel discorso che si fa del Dittatore, che quegli magistrati che si fanno da per loro, non quelli che fa il popolo, sono nocivi alla libertà; nondimeno il popolo debbe, quando egli ordina i magistrati,  fargli  in  modo  che  gli  abbino  avere  qualche  rispetto  a  diventare scelerati. E dove e’ si debbe preporre loro guardia per mantenergli buoni, i Romani la levarono, faccendolo solo magistrato in Roma, ed annullando tutti gli altri, per la eccessiva voglia (come di sopra dicemo) che il Senato aveva di spegnere i Tribuni, e la plebe di spegnere i Consoli; la quale gli accecò in modo, che concorsono in tale disordine. Perché  gli  uomini,  come  diceva  il  re  Ferrando,  spesso  fanno  come  certi minori uccelli di rapina; ne’ quali è tanto desiderio di conseguire la loro preda,  a  che  la  natura  gl’incita,  che  non  sentono  uno  altro  maggiore uccello  che  sia  loro  sopra  per  ammazzarli.  Conoscesi,  adunque,  per questo discorso, come nel principio preposi, lo errore del popolo romano, volendo salvare la libertà, e gli errori di Appio, volendo occupare la tirannide.
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
I A volere che una setta o una republica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo principio. Egli è cosa verissima, come tutte le cose del mondo hanno il termine della vita loro; ma quelle vanno tutto il corso che è loro ordinato dal cielo, generalmente, che non disordinano il corpo loro, ma tengonlo in modo ordinato, o che non altera, o, s’egli altera, è a salute, e non a danno suo. E perché io parlo de’ corpi misti, come sono le republiche e le sètte, dico che quelle alterazioni sono a salute, che le riducano inverso i principii loro E però quelle sono meglio ordinate, ed hanno più lunga vita, che mediante gli ordini suoi si possono spesso rinnovare; ovvero che, per qualche accidente fuori di detto ordine, vengono a detta rinnovazione. Ed è cosa più chiara che la luce, che, non si rinnovando, questi corpi non durano. Il modo del rinnovargli, è, come è detto, ridurgli verso e’principii suoi. Perché tutti e’ principii delle sètte, e delle republiche e de’ regni, conviene che abbiano in sé qualche bontà, mediante la quale ripiglio la prima riputazione ed il primo augumento loro. E perché nel processo del tempo quella bontà si corrompe, se non interviene cosa che la riduca al segno, ammazza di necessità quel corpo. E questi dottori di medicina dicono, parlando  de’  corpi  degli  uomini,  “quod  quotidie  aggregatur  aliquid,  quod quandoque indiget curatione”. Questa riduzione verso il principio, parlando delle republiche, si fa o per accidente estrinseco o per prudenza intrinseca. Quanto al primo, si vede come egli era necessario che Roma fussi presa dai Franciosi, a volere che la rinascesse e rinascendo ripigliasse nuova vita e nuova virtù; e ripigliasse la osservanza della religione e della giustizia, le quali in lei cominciavano a macularsi. Il che benissimo si comprende per la istoria di Livio, dove ei mostra che nel trar fuori lo esercito contro ai Franciosi e nel creare e’  Tribuni con la potestà consolare, non osservorono alcuna religiosa cerimonia. Così medesimamente, non solamente non punirono i tre Fabii, i quali “contra ius gentium” avevano combattuto contro ai Franciosi, ma  gli  crearono  Tribuni. E debbesi facilmente presuppore, che dell’altre constituzioni buone, ordinate da Romolo e da quegli altri principi prudenti, si cominciasse a tenere meno conto che non era ragionevole e necessario a  mantenere  il  vivere  libero.  Venne,  dunque,  questa  battitura  estrinseca,
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Lo animo mio era, quando al principio deliberai scrivere le cose fatte dentro e fuora dal popolo fiorentino, cominciare la narrazione mia dagli anni della cristiana religione 1434, nel quale tempo la famiglia de’ Medici, per  i  meriti  di  Cosimo  e  di  Giovanni  suo  padre,  prese  più  autorità  che alcuna altra in Firenze; perché io mi pensava che messer Lionardo d’Arezzo e messer Poggio, duoi eccellentissimi istorici, avessero narrate particularmente tutte le cose che da quel tempo indrieto erano seguite. Ma avendo io di poi diligentemente letto gli scritti loro, per vedere con quali ordini e modi nello scrivere procedevano, acciò che, imitando quelli, la istoria nostra fusse meglio dai leggenti approvata ho trovato come nella descrizione delle guerre fatte dai Fiorentini con i principi e popoli forestieri sono stati diligentissimi, ma delle  civili  discordie  e  delle  intrinseche  inimicizie,  e  degli  effetti  che  da quelle sono nati, averne una parte al tutto taciuta e quell’altra in modo brevemente  descritta,  che  ai  leggenti  non  puote  arrecare  utile  o  piacere alcuno. Il che credo facessero, o perché parvono loro quelle azioni si deboli che le giudicorono indegne di essere mandate alla memoria delle lettere, o perché  temessero  di  non  offendere  i  discesi  di  coloro  i  quali,  per  quelle narrazioni, si avessero a calunniare. Le quali due cagioni (sia detto con loro pace) mi paiono al tutto indegne di uomini grandi; perché, se niuna cosa diletta o insegna, nella istoria, è quella che particularmente si descrive; se niuna lezione è utile a cittadini che governono le repubbliche, è quella che dimostra le cagioni degli odi e delle divisioni delle città, acciò che possino con il pericolo d’altri diventati savi mantenersi uniti. E se ogni esemplo di repubblica muove, quegli che si leggono della propria muovono molto più e  molto  più  sono  utili  e  se  di  niuna  repubblica  furono  mai  le  divisioni notabili di quella di Firenze sono notabilissime, perché la maggior parte delle altre repubbliche delle quali si ha qualche notizia sono state contente d’una divisione, con la quale, secondo gli accidenti, hanno ora accresciuta, ora rovinata la città loro; ma Firenze, non contenta d’una ne ha fatte molte. In  Roma,  come  ciascuno  sa,  poi  che  i  re  ne  furono  cacciati,  nacque  la disunione intra i nobili e la plebe, e con quella infino alla rovina sua si mantenne; così fece Atene, così tutte le altre repubbliche che in quelli tempi fiorirono. Ma di Firenze in prima si divisono infra loro i nobili, dipoi i nobili e il popolo e in ultimo il popolo e la plebe; e molte volte occorse che una di queste parti rimasa superiore, si divise in due: dalle quali divisioni ne nacquero tante morti, tanti esili, tante destruzioni di famiglie, quante
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Vittorio Alfieri   Vita   Parte prima - Epoca terza � spesso momentaneo, è posto e radicato assai più nella malignità e invidia naturale degli uomini, gongolanti sempre allorché vedono mordere i loro simili, che non nel merito intrinseco del morditore. Intanto per allora la divagazione somma e continua, la libertà totale, le donne, i miei ventiquattro anni, e i cavalli di cui avea spinto il numero sino a dodici e più, tutti questi ostacoli potentissimi al non far nulla di buono, presto spegnevano od assopivano in me ogni qualunque velleità di divenire  autore.  Vegetando  io  dunque  così  in  questa  vita  giovenile oziosissima, non avendo mai un istante quasi di mio, né mai aprendo più un libro di sorte nessuna, incappai (come ben dovea essere) di bel nuovo in un tristo amore; dal quale poi dopo infinite angosce, vergogne, e dolori, ne uscii finalmente col vero, fortissimo, e frenetico amore del sapere e del fare, il quale d’allora in poi non mi abbandonò mai più; e che, se non altro, mi ha una volta sottratto dagli orrori della noia, della sazietà, e dell’ozio; e dirò più, dalla disperazione; verso la quale a poco a poco io mi sentiva strascinare talmente, che se non mi fossi ingolfato poi in una continua e caldissima occupazione di mente, non v’era certamente per me nessunaltro compenso che mi potesse impedire prima dei trent’anni dall’impazzire o affogarmi. Questa mia terza ebrezza d’amore fu veramente sconcia, e pur troppo lungamente anche durò. Era la mia nuova fiamma una donna, distinta di  nascita,  ma  di  non  troppo  buon  nome  nel  mondo  galante,  ed  anche attempatetta; cioè maggiore di me di circa nove in dieci anni. Una passeggiera amicizia era già stata tra noi, al mio primo uscire nel mondo, quando ancora  era  nel  Primo  Appartamento  dell’Accademia.  Sei  e  più  anni  dopo,  il trovarmi alloggiato di faccia a lei, il vedermi da essa festeggiato moltissimo; il non far nulla; e l’esser io forse una di quelle anime di cui dice, con tanta verità ed affetto, il Petrarca: 1 -So di che poco canape si allaccia 2 un’anima gentil, quand’ella è sola, 3 e non è chi per lei difesa faccia; ed in somma il mio buon padre Apollo che forse per tal via straordinaria mi volea chiamare a se; fatto si è, ch’io, benché da principio non l’amassi, né mai poi la stimassi, e neppure molto la di lei bellezza non ordinaria mi andasse a genio; con tutto ciò credendo come un mentecatto al di lei immenso amore per me, a poco a poco l’amai davvero, e mi c’ingolfai sino agli occhi. Non vi fu più per me né divertimenti, né amici; perfino gli adorati cavalli furono da me trascurati. Dalla mattina all’otto fino alle dodici della sera eternamente seco, scontento  dell’esserci,  e  non  potendo  pure  non  esserci;  bizzarro  e
Vita di Vittorio Alfieri