intentare

[in-ten-tà-re]
intènto
In sintesi
promuovere, iniziare
← dal lat. intentāre, intens. di intendĕre ‘intendere’.
v.tr.

DIR Promuovere, intraprendere una causa giudiziaria: gli intenteranno un processo per bancarotta fraudolenta

Citazioni
li benedica. In ciascuna di queste due parti opposte, anche quando non ci siano concerti antecedenti, l’uniformità de’ voleri crea un concerto istantaneo nell’operazioni. Chi forma poi la massa, e quasi il materiale del tumulto, è un miscuglio accidentale d’uomini, che, più o meno, per gradazioni indefinite, tengono dell’uno e dell’altro estremo: un po’ riscaldati, un po’ furbi, un po’ inclinati a una certa giustizia, come l’intendon loro, un po’ vogliosi di vederne qualcheduna grossa, pronti alla ferocia e alla misericordia, a detestare e ad adorare, secondo che si presenti l’occasione di provar con pienezza l’uno o l’altro sentimento; avidi ogni momento di sapere, di credere qualche cosa grossa, bisognosi di gridare, d’applaudire a qualcheduno, o d’urlargli dietro. Viva e moia, son le parole che mandan fuori più volentieri; e chi è riuscito a persuaderli che un tale non meriti d’essere squartato, non ha bisogno di spender più parole per convincerli che sia degno d’esser portato in trionfo: attori, spettatori, strumenti, ostacoli, secondo il vento; pronti anche a stare zitti, quando  non  sentan  più  grida  da  ripetere,  a  finirla,  quando  manchino gl’istigatori, a sbandarsi, quando molte voci concordi e non contraddette abbiano detto: andiamo; e a tornarsene a casa, domandandosi l’uno con l’altro: cos’è stato? Siccome però questa massa, avendo la maggior forza, la può dare a chi vuole, così ognuna delle due parti attive usa ogni arte per tirarla dalla sua, per impadronirsene: sono quasi due anime nemiche, che combattono per entrare in quel corpaccio, e farlo movere. Fanno a chi saprà sparger le voci più atte a eccitar le passioni, a dirigere i movimenti a favore dell’uno o  dell’altro  intento;  a  chi  saprà  più  a  proposito  trovare  le  nuove  che riaccendano gli sdegni, o gli affievoliscano, risveglino le speranze o i terrori; a chi saprà trovare il grido, che ripetuto dai più e più forte, esprima, attesti e crei nello stesso tempo il voto della pluralità, per l’una o per l’altra parte. Tutta questa chiacchierata s’è fatta per venire a dire che, nella lotta tra le due parti che si contendevano il voto della gente affollata alla casa del vicario, l’apparizione d’Antonio Ferrer diede, quasi in un momento, un gran vantaggio alla parte degli umani, la quale era manifestamente al di sotto, e, un po’ più che quel soccorso fosse tardato, non avrebbe avuto più, né forza, né motivo di combattere. L’uomo era gradito alla moltitudine, per quella tariffa di sua invenzione così favorevole a’ compratori, e per quel suo eroico star duro contro ogni ragionamento in contrario. Gli animi già propensi erano ora ancor più innamorati dalla fiducia animosa del vecchio che, senza guardie, senza apparato, veniva così a trovare, ad affrontare una moltitudine
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’ supplizi, la demolizion della casa d’uno di quegli sventurati, decretaron di più, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile. In una parte dello scritto antecedente, l’autore aveva manifestata l’intenzione di pubblicarne la storia; ed è questa che presenta al pubblico, non senza vergogna, sapendo che da altri è stata supposta opera di vasta materia, se non altro, e di mole corrispondente. Ma se il ridicolo del disinganno deve cadere addosso a lui, gli sia permesso almeno di protestare che nell’errore non ha colpa, e che, se viene alla luce un topo, lui non aveva detto che dovessero partorire i monti. Aveva detto soltanto che, come episodio, una tale storia sarebbe riuscita troppo lunga, e che, quantunque il soggetto fosse già stato trattato da uno scrittore giustamente celebre (Osservazioni sulla tortura, di Pietro Verri), gli pareva che potesse esser trattato di nuovo, con diverso intento. E basterà un breve cenno su questa diversità, per far conoscere la ragione del nuovo lavoro. Così si potesse anche dire l’utilità; ma questa, pur troppo, dipende molto più dall’esecuzione che dall’intento. Pietro Verri si propose, come indica il titolo medesimo del suo opuscolo, di ricavar da quel fatto un argomento contro la tortura, facendo vedere come questa aveva potuto estorcere la confessione d’un delitto, fisicamente e moralmente impossibile. E l’argomento era stringente, come nobile e umano l’assunto. Ma dalla storia, per quanto possa esser succinta, d’un avvenimento complicato, d’un gran male fatto senza ragione da uomini a uomini, devono necessariamente potersi ricavare osservazioni più generali, e d’un’utilità, se non così immediata, non meno reale. Anzi, a contentarsi di quelle sole che potevan principalmente servire a quell’intento speciale, c’è pericolo di formarsi una nozione del fatto, non solo dimezzata, ma falsa, prendendo per cagioni di esso l’ignoranza de’ tempi e la barbarie della giurisprudenza, e riguardandolo quasi come un avvenimento fatale e necessario; che sarebbe cavare un errore dannoso da dove si può avere un utile insegnamento. L’ignoranza in fisica può produrre degl’inconvenienti, ma non delle iniquità; e una
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Questa, come ognun sa, si regolava principalmente, qui, come a un di presso in tutta Europa, sull’autorità degli scrittori; per la ragion semplicissima che, in una gran parte de’ casi, non ce n’era altra su cui regolarsi. Erano due conseguenze naturali del non esserci complessi di leggi composte con un intento generale, che gl’interpreti si facessero legislatori, e fossero a un di presso ricevuti come tali; giacché, quando le cose necessarie non son fatte da chi toccherebbe, o non son fatte in maniera di poter servire, nasce ugualmente, in alcuni il pensiero di farle, negli altri la disposizione ad accettarle, da chiunque sian fatte. L’operar senza regole è il più faticoso e difficile mestiere di questo mondo. Gli statuti di Milano, per esempio, non prescrivevano altre norme, né condizioni alla facoltà di mettere un uomo alla tortura (facoltà ammessa implicitamente, e riguardata ormai come connaturale al diritto di giudicare), se non che l’accusa fosse confermata dalla fama, e il delitto portasse pena di sangue, e ci fossero indizi; ma senza dir quali. La legge romana, che aveva vigore ne’ casi a cui non provvedessero gli statuti, non lo dice di più, benché ci adopri più parole. “I giudici non devono cominciar da’ tormenti, ma servirsi prima d’argomenti verisimili e probabili; e se, condotti da questi, quasi da indizi sicuri, credono di dover venire ai tormenti, per iscoprir la verità, lo facciano, quando la condizion della persona lo permette.” Anzi, in questa legge è espressamente istituito l’arbitrio del giudice sulla qualità e sul valore degl’indizi; arbitrio che negli statuti di Milano fu poi sottinteso. Nelle così dette Nuove Costituzioni promulgate per ordine di Carlo V, la tortura non è neppur nominata; e da quelle fino all’epoca del nostro processo, e per molto tempo dopo, si trovano bensì, e in gran quantità, atti legislativi ne’ quali è intimata come pena; nessuno, ch’io sappia, in cui sia regolata la facoltà d’adoprarla come mezzo di prova. E anche di questo si vede facilmente la ragione: l’effetto era diventato causa; il legislatore, qui come altrove, aveva trovato, principalmente per quella parte che chiamiam procedura, un supplente, che faceva, non solo sentir meno, ma quasi dimenticare la necessità del suo, dirò così, intervento. Gli scrittori, principalmente dal tempo in cui cominciarono a diminuire i semplici commentari sulle leggi romane, e a crescer l’opere composte con un ordine più indipendente, sia su tutta la pratica criminale, sia su questo o quel punto speciale, gli scrittori trattavan la materia con metodi complessivi, e insieme con un lavoro minuto delle parti; moltiplicavan le leggi con l’inter-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
pretarle, stendendone, per analogia, l’applicazione ad altri casi, cavando regole generali da leggi speciali; e, quando questo non bastava, supplivan del loro, con quelle regole che gli paressero più fondate sulla ragione, sull’equità, sul diritto naturale, dove concordemente, anzi copiandosi e citandosi gli uni con gli altri, dove con disparità di pareri: e i giudici, dotti, e alcuni anche autori, in quella scienza, avevano, quasi in qualunque caso, e in qualunque circostanza d’un caso, decisioni da seguire o da scegliere. La legge, dico, era divenuta una scienza; anzi alla scienza, cioè al diritto romano interpretato da essa, a quelle antiche leggi de’ diversi paesi che lo studio e l’autorità crescente del diritto romano non aveva fatte dimenticare, e ch’erano ugualmente interpretate dalla scienza, alle consuetudini approvate da essa, a’ suoi precetti passati in consuetudini, era quasi unicamente appropriato il nome di legge: gli atti dell’autorità sovrana, qualunque fosse, si chiamavano ordini, decreti, gride, o con altrettali nomi; e avevano annessa non so quale idea d’occasionale e di temporario. Per citarne un esempio, le gride de’ governatori di Milano, l’autorità de’ quali era anche legislativa, non valevano che per quanto durava il governo de’ loro autori; e il primo atto del successore era di confermarle provvisoriamente. Ogni gridario, come lo chiamavano, era una specie d’Editto del Pretore, composto un poco alla volta, e in diverse occasioni; la scienza invece, lavorando sempre, e lavorando sul tutto; modificandosi, ma insensibilmente; avendo sempre per maestri quelli che avevan cominciato dall’esser suoi discepoli, era, direi quasi, una revisione continua, e in parte una compilazione continua delle Dodici Tavole, affidata o abbandonata a un decemvirato perpetuo. Questa così generale e così durevole autorità di privati sulle leggi, fu poi, quando si vide insieme la convenienza e la possibilità d’abolirla, col far nuove, e più intere, e più precise, e più ordinate leggi, fu, dico, e, se non m’inganno, è ancora riguardata come un fatto strano e come un fatto funesto all’umanità, principalmente nella parte criminale, e più principalmente nel punto della procedura. Quanto fosse naturale s’è accennato; e del resto, non era un fatto nuovo, ma un’estensione, dirò così, straordinaria d’un fatto antichissimo, e forse, in altre proporzioni, perenne; giacché, per quanto le leggi possano essere particolarizzate, non cesseranno forse mai d’aver bisogno d’interpreti, né cesserà forse mai che i giudici deferiscano, dove più, dove meno, ai più riputati tra quelli, come ad uomini che, di proposito, e con un intento generale, hanno studiato la cosa prima di loro. E non so se un più
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
negrezza, o vero azzurri; allegri e ridenti e così grati e penetranti nel mirar, come alcuni, nei quali par che quelle vie che danno esito ai spiriti siano tanto  profonde,  che  per  esse  si  vegga  insino  al  core.  Gli  occhi  adunque stanno nascosi come alla guerra soldati insidiatori in agguato; e se la forma di tutto ‘l corpo è bella e ben composta, tira a sé ed alletta chi da lontan la mira, fin a tanto che s’accosti; e sùbito che è vicino, gli occhi saettano ed affaturano come venefìci; e massimamente quando per dritta linea mandano i raggi suoi negli occhi della cosa amata in tempo che essi facciano il medesimo; perché i spiriti s’incontrano ed in quel dolce intoppo l’un piglia la  qualità  dell’altro,  come  si  vede  d’un  occhio  infermo,  che  guardando fisamente in un sano gli dà la sua infirmità; sì che a me pare che ‘l nostro cortegiano possa di questo modo manifestare in gran parte l’amor alla sua donna.  Vero  è  che  gli  occhi,  se  non  son  governati  con  arte,  molte  volte scoprono più gli amorosi desidèri a cui l’om men vorria perché fuor per essi quasi visibilmente traluceno quelle ardenti passioni, le quali volendo l’amante palesar solamente alla cosa amata, spesso palesa ancor a cui più desiderarebbe nasconderle. Però chi non ha perduto il fren della ragione si governa cautamente ed osserva i tempi, i lochi e quando bisogna s’astien da quel così intento mirare, ancora che sia dolcissimo cibo; perché troppo dura cosa è un amor publico.” LXVII Rispose il conte Ludovico: “Talor ancora l’essere publico non nòce perché in tal caso gli omini spesso estimano che quegli amori non tendano al fine che ogni amante desidera, vedendo che poca cura si ponga per coprirli, né si faccia caso che si sappiano o no; e però col non negar si vendica l’om una certa libertà di poter publicamente parlare e star senza suspetto con la cosa amata; il che non avviene a quelli che cercano d’esser secreti, perché pare che sperino e siano vicini a qualche gran premio, il quale non voriano che altri risapesse. Ho io ancor veduto nascere ardentissimo amore nel core d’una donna verso uno, a cui per prima non avea pur una minima affezione, solamente per intendere che opinione di molti fusse che s’amassero insieme; e la causa di questo credo io che fosse, che quel giudicio così universale  le  parea  bastante  testimonio  per  farle  credere  che  colui  fosse degno dell’amor suo, e parea quasi che la fama le portasse l’ambasciate per parte dell’amante molto più vere e più degne d’esser credute, che non arìa
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
oltre che la lettera de le parole fittizie, sì come sono le favole de li poeti. L’altro  si  chiama  allegorico,  ]  e  questo  è  quello  che  si  nasconde  sotto  ’l manto di queste favole, ed è una veritade ascosa sotto bella menzogna: sì come quando dice Ovidio che Orfeo facea con la cetera mansuete le fiere, e li arbori e le pietre a sé muovere; che vuol dire che lo savio uomo con lo strumento de la sua voce fa[r]ia mansuescere e umiliare li crudeli cuori, e fa[r]ia muovere a la sua volontade coloro che non hanno vita di scienza e d’arte: e coloro che non hanno vita ragionevole alcuna sono quasi come pietre. E perché questo nascondimento fosse trovato per li savi, nel penultimo trattato si mosterrà. Veramente li teologi questo senso prendono altrimenti che li poeti; ma però che mia intenzione è qui lo modo de li poeti seguitare, prendo lo senso allegorico secondo che per li poeti è usato. Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che li lettori deono intentamente andare appostando per le scritture, ad utilitade di loro e di loro discenti: sì come appostare si può ne lo Evangelio, quando Cristo salio lo monte per transfigurarsi, che de li dodici Apostoli menò seco li tre; in che moralmente si può intendere che a le secretissime cose noi dovemo avere poca compagnia. Lo quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso; e questo è quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale ancora [sia vera] eziandio nel  senso  litterale,  per  le  cose  significate  significa  de  le  superne  cose  de l’etternal gloria, sì come vedere si può in quello canto del Profeta che dice che, ne l’uscita del popolo d’Israel d’Egitto, Giudea è fatta santa e libera. Ché avvegna essere vero secondo la lettera sia manifesto, non meno è vero quello che spiritualmente s’intende, cioè che ne l’uscita de l’anima dal peccato, essa sia fatta santa e libera in sua potestate. E in dimostrar questo, sempre lo litterale dee andare innanzi, sì come quello ne la cui sentenza li altri sono inchiusi, e sanza lo quale sarebbe impossibile ed inrazionale intendere a li altri, e massimamente a lo allegorico. È impossibile, però che in ciascuna cosa che ha dentro e di fuori, è impossibile venire al dentro se prima non si viene al di fuori: onde, con ciò sia cosa che ne le scritture [la litterale  sentenza]  sia  sempre  lo  di  fuori,  impossibile  è  venire  a  l’altre, massimamente  a  l’allegorica,  sanza  prima  venire  a  la  litterale.  Ancora,  è impossibile però che in ciascuna cosa, naturale ed artificiale, è impossibile procedere a la forma, sanza prima essere essere disposto lo subietto sopra che la forma dee stare: sì come impossibile la forma de l’oro è venire, se la materia, cioè lo suo subietto, non è digesta e apparecchiata; e la forma de Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
Io, per dire il vero, in tutti questi discorsi non mi son sentito strignere a concedere altro se non che quello che ha principio, mezo e fine, possa e deva  dirsi  perfetto:  ma  che  poi,  perché  principio,  mezo  e  fine  son  3,  il numero 3 sia numero perfetto, ed abbia ad aver facultà di conferir perfezione a chi l’averà, non sento io cosa che mi muova a concederlo; e non intendo e non credo che, verbigrazia, per le gambe il numero 3 sia più perfetto che ‘l 4 o il 2, né so che ‘l numero 4 sia d’imperfezione a gli elementi e che più perfetto fusse ch’e’ fusser 3. Meglio dunque era lasciar queste vaghezze a  i  retori  e  provar  il  suo  intento  con  dimostrazione  necessaria,  che  così convien fare nelle scienze dimostrative. Par che voi pigliate per ischerzo queste ragioni: e pure è tutta dottrina de i Pittagorici, i quali tanto attribuivano a i numeri; e voi, che sete matematico, e, credo anco in molte opinioni filosofo Pittagorico, pare che ora disprezziate i lor misteri. Che i Pittagorici avessero in somma stima la scienza de i numeri, e che Platone stesso ammirasse l’intelletto umano e lo stimasse partecipe di divinità solo per l’intender egli la natura de’ numeri, io benissimo lo so, né sarei lontano dal farne l’istesso giudizio; ma che i misteri per i quali Pittagora e la sua setta avevano in tanta venerazione la scienza de’ numeri sieno le sciocchezze che vanno per le bocche e per le carte del volgo, non credo io in veruna maniera; anzi perché so che essi, acciò le cose mirabili non fussero esposte alle contumelie e al dispregio della plebe, dannavano come sacrilegio  il  publicar  le  più  recondite  proprietà  de’  numeri  e  delle  quantità incommensurabili ed irrazionali da loro investigate, e predicavano che quello
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Più settimane, come tu sai. Non conosci tu dal primo giorno al presente, alcuna diversità nel fastidio che ella ti reca? Certo che io lo provava maggiore a principio: perché di mano in mano la mente, non occupata da altro e non isvagata, mi si viene accostumando a conversare seco medesima assai più e con maggior sollazzo di prima, e acquistando un abito e una virtù di favellare in se stessa, anzi di cicalare, tale, che parecchie volte mi pare quasi avere una compagnia di persone in capo che stieno ragionando, e ogni menomo soggetto che mi si appresenti al pensiero, mi basta a farne tra me e me una gran diceria. Cotesto abito te lo vedrai confermare e accrescere di giorno in giorno per modo, che quando poi ti si renda la facoltà di usare cogli altri uomini, ti parrà essere più disoccupato stando in compagnia loro, che in solitudine. E quest’assuefazione in sì fatto tenore di vita, non credere che intervenga solo a’ tuoi simili, già consueti a meditare; ma ella interviene in più o men tempo a chicchessia. Di più, l’essere diviso dagli uomini e, per dir così, dalla vita stessa,  porta  seco  questa  utilità;  che  l’uomo,  eziandio  sazio,  chiarito  e disamorato delle cose umane per l’esperienza; a poco a poco assuefacendosi di nuovo a mirarle da lungi, donde elle paiono molto più belle e più degne che da vicino, si dimentica della loro vanità e miseria; torna a formarsi e quasi crearsi il mondo a suo modo; apprezzare, amare e desiderare la vita; delle cui speranze, se non gli è tolto o il potere o il confidare di restituirsi alla società degli uomini, si va nutrendo e dilettando, come egli soleva a’ suoi primi anni. Di modo che la solitudine fa quasi l’ufficio della gioventù, o certo ringiovanisce l’animo, ravvalora e rimette in opera l’immaginazione, e rinnuova nell’uomo esperimentato i beneficii di quella prima inesperienza che tu sospiri. Io ti lascio; che veggo che il sonno ti viene entrando; e me ne vo ad apparecchiare il bel sogno che ti ho promesso. Così, tra sognare e fantasticare, andrai consumando la vita; non con altra utilità che di consumarla; che questo è l’unico frutto che al mondo se ne può avere, e l’unico intento che voi vi dovete proporre ogni mattina in sullo svegliarvi. Spessissimo ve la conviene strascinare co’ denti: beato quel dì che potete o trarvela dietro colle mani, o portarla in sul dosso. Ma, in fine, il tuo tempo non è più lento a correre in questa carcere, che sia nelle sale e negli orti quello di chi ti opprime. Addio. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Operette morali di Giacomo Leopardi
Capitolo primo Giuseppe Parini fu alla nostra memoria uno dei pochissimi Italiani che all’eccellenza nelle lettere congiunsero la profondità dei pensieri, e molta notizia ed uso della filosofia presente: cose oramai sì necessarie alle lettere amene, che non si comprenderebbe come queste se ne potessero scompagnare, se di ciò non si vedessero in Italia infiniti esempi. Fu eziandio, come è noto, di singolare innocenza, pietà verso gl’infelici e verso la patria, fede verso gli amici, nobiltà d’animo, e costanza contro le avversità della natura e della fortuna, che travagliarono tutta la sua vita misera ed umile, finché la morte lo trasse dall’oscurità. Ebbe parecchi discepoli: ai quali insegnava prima a conoscere gli uomini e le cose loro, e quindi a dilettarli coll’eloquenza e colla poesia. Tra gli altri, a un giovane d’indole e di ardore incredibile ai buoni studi, e di espettazione maravigliosa, venuto non molto prima nella sua disciplina, prese un giorno a parlare in questa sentenza. Tu cerchi, o figliuolo, quella gloria che sola, si può dire, di tutte le altre, consente oggi di essere colta da uomini di nascimento privato: cioè quella a cui si viene talora colla sapienza, e cogli studi delle buone dottrine e delle buone lettere. Già primieramente non ignori che questa gloria, con tutto che dai nostri sommi antenati non fosse negletta, fu però tenuta in piccolo conto per comparazione alle altre: e bene hai veduto in quanti luoghi e con quanta cura Cicerone, suo caldissimo e felicissimo seguace, si scusi co’ suoi cittadini del tempo e dell’opera che egli poneva in procacciarla; ora allegando che gli studi delle lettere e della filosofia non lo rallentavano in modo alcuno alle faccende pubbliche, ora che sforzato dall’iniquità dei tempi ad astenersi dai negozi maggiori, attendeva in quegli studi a consumare dignitosamente l’ozio suo; e sempre anteponendo alla gloria de’ suoi scritti quella del suo consolato, e delle cose fatte da se in beneficio della repubblica. E veramente, se il soggetto principale delle lettere è la vita umana, il primo intento della filosofia l’ordinare le nostre azioni; non è dubbio che l’operare è tanto più degno e più nobile del meditare e dello scrivere, quanto è più nobile il fine che il mezzo, e quanto le cose e i soggetti importano più che le parole e i ragionamenti. Anzi niun ingegno è creato dalla natura agli studi; né l’uomo nasce a scrivere, ma solo a fare. Perciò veggiamo che i più degli scrittori eccellenti, e massime de’ poeti illustri, di questa medesima età; come, a cagione di esempio, Vittorio Alfieri; furono da principio inclinati straordi-
Operette morali di Giacomo Leopardi
Grande era questo e bello a dismisura, Con logge intorno intorno e con veroni, Davanti al qual s’udian per l’aria oscura 260 Piover due fonti con perenni suoni. Vide il topo la mole e la figura Questa aver che dell’uomo han le magioni: Dal lume il qual d’una finestra uscia Ch’abitata ella fosse anco apparia. Però di fuor con cura e con fatica Cercolla il topo stanco in ogni canto, Per veder di trovar nova od antica Fessura ov’ei posar potesse alquanto, Non molto essendo alla sua specie amica 270 La nostra insin dalla stagion ch’io canto. Ma per molto adoprarsi una fessura Né un buco non trovò per quelle mura. Strano questo vi par, ma certo il fato Intento il conducea là dove udrete. 275 Che vedendosi omai la morte allato, Che il Cesari chiamò mandar pel prete, E sentendosi il conte esser dannato D’ogni male a morir fuorché di sete Se fuor durasse, di cangiar periglio, 280 D’osare e di picchiar prese consiglio. E tratto all’uscio e tolto un sassolino, Dievvi de’ colpi a suo poter più d’uno. Subito da un balcon fe capolino Un uom guardando, ma non vide alcuno. 285 Troppo quel che picchiava era piccino, Né facil da veder per l’aer bruno. Risospinse le imposte, e poco stante Ecco tenue picchiar siccome avante. 265
Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi
né l’uno né l’altro si mise in opera. Fu biasmato questo disegno di Baccio in molte parti, non che di misura in quel grado non stesse bene, ma che troppo diminuiva, a comparazione di cotanta macchina, onde per le inimicizie suscitate, non se li diede fine. Attese poi Baccio a fare i pavimenti di Santa Maria del Fiore et altre sue fabbriche, le quali non erano poche, tenendo egli cura particulare di qualsivoglia monasterio e case di cittadino dentro e fuori della città, et ordinandovi quello che accadeva, per essere molto amato universalmente. Ne l’ultimo, vicino allo anno LXXXIII della vita, dove ancora aveva il giudizio saldo e buono, se ne andò a quella altra vita nel MDXLIII, lasciando Giuliano, Filippo e Domenico suoi figliuoli, da’ quali fu sepelito con molte lagrime nella chiesa di San Lorenzo. E guadagnossi questo epitaffio: FVI  TANTO  ALE  OPRE  INTENTO DISEGNANDO,  MVRANDO,  ALZANDO  L’ARTE, CHE PER ME  VIDE FLORA IN OGNI PARTE COMODITA‘,  BELLEZZA  ET  ONORAMENTO.
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
condotti, riposandosi, avvenne che per gli sospetti della guerra e per la lega dello imperatore e del papa, ch’erano intorno a Fiorenza, il Duca Alfonso da Este teneva ordini in Ferrara e voleva sapere secretamente da gli osti che alloggiavano, i nomi di tutti coloro che ogni dì alloggiavano, e la lista de’ forestieri, di che nazione si fossero, ogni dì si faceva portare. Avvenne dunque che, essendo Michele Agnolo quivi con li suoi scavalcato, fu ciò per questa via noto al duca, perché egli, il quale fu principe di grande animo e mentre ch’e’ visse si dilettò continuamente delle virtù, mandò subito alcuni de’ primi della sua corte che per parte di Sua Eccellenzia in palazzo e dove era il duca lo conducessero, et i cavalli et ogni sua cosa levassero e bonissimo alloggiamento in palazzo gli dessero. Michele Agnolo, trovandosi in forza altrui, fu costretto ubbidire e, quel che vendere non poteva, donare, et al duca con coloro andò senza levare le robbe de l’osteria. Perché, fattogli il duca accoglienze grandissime et appresso di ricchi et onorevoli doni, volse con buona provisione in Ferrara fermarlo, ma egli, non avendo a ciò l’animo intento, non vi volle restare. E pregatolo almeno che mentre la guerra durava non si partisse, il duca di nuovo gli fece offerte di tutto quello ch’era in poter suo. Onde Michele Agnolo, non volendo essere vinto di cortesia, lo ringraziò molto, e voltandosi verso i suoi due disse che aveva portato in Ferrara XII mila scudi, e che se gli bisognavano erano al piacer suo insieme con esso lui. Il duca lo menò a spasso per il palazzo, e quivi gli mostrò ciò ch’aveva di bello fino a un suo ritratto di mano di Tiziano, il quale fu da lui molto commendato. Né però lo poté mai fermare in palazzo, perché egli alla osteria volse ritornare, onde l’oste che lo alloggiava ebbe sotto mano dal duca infinite cose da fargli onore e commissione alla partita sua di non pigliare nulla del suo alloggio. Indi si condusse a Vinegia, dove, desiderando di conoscerlo molti gentiluomini, egli che sempre ebbe poca fantasia che di tale esercizio s’intendessero, si partì di Vinegia e si ritrasse ad abitare alla Giudecca. Né molto vi stette che fatto fu l’accordo de la guerra, et egli a Fiorenza ritornò per ordine di Baccio Valori, nel quale ritorno diede fine a una Leda in tavola lavorata a tempera, che era divina, la quale mandò poi in Francia per Anton Mini suo creato. Cominciò ancora una figuretta di marmo per Baccio Valori, d’uno Apollo che cavava una freccia de ‘l turcasso, acciò col favor suo fosse mezzano in fargli fare la pace col papa e con la casa de’ Medici, la quale era da lui stata molto ingiuriata. E per la virtù sua meritò che gli fosse perdonato, atteso ch’egli era molto volto a cose brutte e contra di loro aveva promesso fare disegni e statue ingiuriose, in vituperio di chi gli aveva dato il Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Ma guardinsi gli spiriti che fumano, non facciano del cantaro alcun strazio, e l’anfore non rompano che spumano, già gravide di liquido topazio; ché gli uomini ir in estasi costumano, e s’altera ogni stomaco ch’è sazio, e ‘l cerebro che fervido lussuria più d’Ercole con impeto s’infuria -. Mentr’elle ivan così con canti e balli alternando euoè giolive e liete, intente tuttavia negl’intervalli, sgonfiando gli otri, ad innaffiar la sete, passando Adon di quell’amene valli nele più chiuse viscere secrete, trovò morbida mensa ed apprestati erano intorno al desco i seggi aurati. - Qui, bellissimo Adon, depor conviensi (ricominciò Cillenio) ogni altra cura. Col ristoro del cibo uopo è che pensi di risarcir, di rinforzar natura. E poiché ciascun già degli altri sensi in queste liete piagge ebbe pastura, vuolsi il gusto appagar, però che tocca del diletto la parte anco ala bocca. La bocca è ver che del’uman sermone, solo ufficio del’uomo, è nunzia prima. Concetto alcun non sa spiegar ragione che per lei non si scopra e non s’esprima; interprete divin, per cui s’espone quanto nel petto altrui vuol che s’imprima, e la voce è di ciò mezzana ancella, l’intelletto e ‘l pensier di chi favella.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Colui che deve agli altri esser preferto determinato è già lassù ne’ cieli e ‘l modo del conoscerlo n’è aperto, quantunque il nome ancor non si riveli. Abbiano per destin costante e certo questa sentenza in somma i suoi fedeli, ch’altri non sarà re senon quel solo che dala dea fu scelto e dal figliuolo. E bench’ognun con impeto si mova per venir quantoprima al gran paraggio, non avrete però poi nela prova, s’ella non vel concede, alcun vantaggio. E se quelche cerchiam non si ritrova o non l’ha ancor prodotto uman legnaggio, vostro malgrado ancora uopo vi fia fin a tanto aspettar che nato ei sia. Sarà dunque il miglior che si sopisca la controversia omai che vi trattiene e che ciascuno al ciel pronto ubbidisca, ché sa meglio di voi ciò che conviene. Qui fa punto al parlar, né v’ha chi ardisca d’opporsi a quel ch’ei consigliò sì bene. Allora seco insu l’aurato scanno cento barbe canute a seder vanno. La bassa plebe dale guardie esclusa nela gran piazza le novelle attende; e d’ogni moto altrui, com’è sempr’usa, intenta aprova e curiosa pende; e ne’ suoi voti garrula e confusa con discorde parer tra sé contende, che ‘n ogni affar sentenziando il vero vuol quasi sempre il vulgo esser primiero.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Adon dela foresta il sito prese e ‘l tumulto in silenzio alquanto tenne, poi d’ognintorno ben legate e tese lunghe linee di corda a tirar venne. Gran numero pertutto indi v’appese di colorite e tremolanti penne, perché desser talor, mosse dal vento ale bestie selvagge ombra e spavento. Ciò fatto, del cacciar l’ordine dassi e la guardia s’assegna ad ogni strada, accioché quando a dar l’assalto avrassi senza bisogno altrove altri non vada. Ciascun guarda il suo posto e tutti i passi son omai chiusi ove ‘l camin si guada. Intenti e presti a custodir gli aguati stan su l’aviso i cacciatori armati. Qui comincia a levarsi il romor grande, di latrati e di gridi il ciel risona. Rimbombo tal moltiplica e si spande che la selva stordisce e l’aria introna e fa per entro a fronte e dale bande degli arbori tremar l’ampia corona ed eco risentir, che ‘n quelle tane raro o mai non rispose a voci umane. Ecco vulgo smacchiar fuor dele cove di mansuete fere ed innocenti. La lepre vile in dubbio il corso move, né ‘l timido coniglio i passi ha lenti; sparsi van quinci e quindi e non san dove de’ vecchi cervi i fuggitivi armenti; sola la volpe astuta il piè sospende ch’ad ingannar l’ingannatore intende.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Ma che? Ben pagherai d’un tanto torto la pena in breve, di quel lume privo, che quel terreno sol, ch’oggi m’hai morto indegno fu di rimirar già vivo. Benché ‘l tuo sdegno insano e poco accorto util gli fu per essergli nocivo. D’uccider ti credesti Acide mio e t’avedrai che d’uom l’hai fatto dio”. Sì dice, indi quel corpo amato e bello ch’incapace è di vita e di salute, trasforma in chiaro e limpido ruscello con la divina sua fatal virtute; e poich’ha del gentil fiume novello con le lagrime sue l’acque accresciute, il salso inun col dolce umor confonde e rimescola insieme onde con onde. Udiste, o dei, del fiero il crudo sdegno, non già quanto a seguir n’ebbe dapoi. Io ‘l so, che ‘l vidi, e parmi ancor ben degno da ricordarsi e raccontarsi a voi. Io ‘l vidi e ‘l so, però che ‘l vago ingegno, intento ad osservar negli atti suoi ciò che disse e che fè, ciò che gli avenne, più salda impression mai non ritenne. Così vedrete alfin che pur il colse la bestemmia fatal di Galatea, onde quant’egli errò, tanto si dolse perdendo il sol, la forma e la sua dea. La giusta legge del destin non volse ch’impunita n’andasse opra sì rea. Sovente vendicar le cose belle, come simili a lor, soglion le stelle.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
— Horribilmente percuote costei —, cominciò ella a dir, — chiunque sale su la sua rota fidandosi a lei; onde ciascun, ch’è qui, per cotal male piangendo si ramarca, ed essa vedi che di tal pianto niente le cale. Il suo officio fa, e vo’ che credi che rade volte aspetta il suo girare che lo stato di uno a’ terzi eredi venga, ma con mirabile voltare dà a costui a quell’altro levando, come vedi un salire, altro abassare. Intento dunque quivi riguardando puo’ tu veder quella città caduta che Cadmo fece, lo bue seguitando. Potente e grande, più ch’altra tenuta ch’al mondo fosse, allora fu, ed ora di pruni e d’erbe la vedi vestuta, ruvinati gli ostier, né vi dimora altro che bestie salvatiche e fiere, e quanto fosse grande parsi ancora. Iocasta trista vi puo’ tu vedere ch’al figlio moglie misera divenne, ben ch’avenisse sanza suo sapere; e vedi que’ che questa tutta tenne contra ’l voler del frate, per cui questo distruggimento misero n’avenne. Giace con lui in quel fuoco molesto, che quivi vedi, il frate, che amendui fu l’uno all’altro uccider così presto. Oltre un poco poi vedi colui che sopra ’l mur da Giove fulminato fu, dispregiando ancor negli atti lui. Con questi vedi Adastro allato allato, con gli altri regi che l’accompagnaro a quel distrugimento dispiatato.
Amorosa visione (testo A) di Giovanni Boccaccio
— Horribilmente percuote costei —, cominciò ella a dir, — chiunque sale su la sua rota fidandosi a lei; onde ciascun, ch’è qui, per cotal male piangendo si ramarca, ed essa vedi che di tal pianto niente le cale. Il suo officio fa, e vo’ che credi che rade volte aspetta il suo girare che lo stato di uno a’ terzi eredi venga, ma con mirabile voltare dà a costui a quell’altro levando, come vedi un salire, altro abassare. Intento dunque quivi riguardando puo’ tu veder quella città caduta che Cadmo fece, lo bue seguitando. Potente e grande, più ch’altra tenuta ch’al mondo fosse, allora fu, ed ora di pruni e d’erbe la vedi vestuta, ruvinati gli ostier, né vi dimora altro che bestie salvatiche e fiere, e quanto fosse grande parsi ancora. Iocasta trista vi puo’ tu vedere ch’al figlio moglie misera divenne, ben ch’avenisse sanza suo sapere; e vedi que’ che questa tutta tenne contra ’l voler del frate, per cui questo distruggimento misero n’avenne. Giace con lui in quel fuoco molesto, che quivi vedi, il frate, che amendui fu l’uno all’altro uccider così presto. Oltre un poco poi vedi colui che sopra ’l mur da Giove fulminato fu, dispregiando ancor negli atti lui. Con questi vedi Adastro allato allato, con gli altri regi che l’accompagnaro a quel distrugimento dispiatato.
Amorosa visione - testo A di Giovanni Boccaccio
sarieno stati degni de’ tuoi amori, con ciò sia cosa che tu meglio di noi li sappi? E oltre a ciò a narrarliti non ci basterebbe un sole. “ ’Ma acciò che brievemente li comprendiamo, quanti il mondo ne manda qui, a tanti se’ piaciuta e tanti con diversi atti si sono ingegnati di riscaldarti, e tutti alle loro case hanno potuto portare della tua bellezza e della tua rigidezza equale novella. E ancora più, che i pileati sacerdoti guardanti i sacri altari del sommo Giove ottimo di Campidoglio, non avendo i loro  casti  occhi  potuti  difendere  dalla  tua  biltate,  dopo  le  laudi  si  sono ingegnati di piacere a te come tu piaci loro. Lascia adunque l’usata durezza; e di tanti quanti te, chi per Marte e chi per Pallade e chi per Giunone e chi per  l’antica  Cibelen,  ti  priegano,  n’eleggi  alcuno,  acciò  che  Cupido  con giusta ira non apra l’arco suo, come fe’ contro a Febo le sue forze sdegnante, per uomo che degno non sia della tua bellezza’. “Io  ascoltava  con  intente  orecchie  le  vere  parole,  le  quali  così s’appiccavano alla mia mente come le secche fave a’ duri marmi; anzi, lasciandole all’aure, me ne facea beffe, e in me della mia durezza mi gloriava oltre modo e il freddo petto teneva ne’ modi usati. Ma la santa  Venere, occulta agli occhi miei, era presente a queste parole e, conoscendo sé da me schernita, apparecchiò vendette alla conceputa ira, non sostenendo più innanzi gran tempo che io, sanza i suoi ardori, schernissi la deità non nota di lei nel petto mio; e ne’ suoi fuochi m’accese come udirete. Il mio marito e io avavamo lasciati i tiberini liti e per la detta via eravamo tornati in Sicania, dove essendo solenni giorni presenti, a’ templi della santa dèa di cui parliamo e da me prima non conosciuta, ne’ quali mirabile festa faceasi, ornatissima andai e tra le  ninfe  sicanie  sedenti  in  esso  raccolta fui;  dove  sedendo  in picciolo spazio, con infignevole occhio raccolsi in quello nulla bellezza alla mia simigliante vedersi; e di ciò quello che avvenne, come io dirò, mi fece più certa. Io non palesai prima il viso mio, che le caterve de’ vaghi giovani, a me voltate, tutte cominciarono a riguardarmi. Oh quante ve n’ebbe che maladissero  la  mia  venuta,  faccendomi  ne’  loro  animi  ingiustamente usurpatrice de’ loro amanti! Di questi molti che me riguardavano, udiva io d’alcuni i ragionamenti e d’altri per atti e per presunzioni li conoscea; e di tutti sentia che, una medesima cosa parlando, nelle mie lode con maraviglia multiplicavano. Onde io in me lieta non poco divenni e con atti pieni di gravità aggiugneva vaghezza alla mia forma, la quale, da sé bella, con l’arte aiutata quanto poteasi aveva più forze. E gli occhi tenendo bassi, quante volte gli alzava, tante gli aspetti di tutti vedea mutare; e brievemente gli Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
levato da dosso il sottile velo, e entrata nel chiaro fonte, tutta infino alla gola si mise nelle belle acque e a me comandò che spogliata v’entrassi con lei. Fecilo; e ricevuta in quella, così in essa trasparevano i nostri corpi, come in vetro traspare il festuco. Le sante braccia di Citerea m’avvinsero più volte il candido collo; e i suoi baci, non simili a’ mondani, non una volta sola, ma molte gustai, e già incominciai a lodarmi del preso consiglio e a sentire de’ passati rincrescimenti del noioso marito alcuna ricreazione; e già rinfrescate nell’acque, le dissi: “ ’O santa dea, se non è ingiusto, scuopramisi dove il caro figliuolo di voi sì subito sia volato con le fabricate saette’. “A cui ella con divina voce rispuose: “  ’Noi,  udite  le  voci  tue,  e  a  compassione  mossa  de’  tuoi  affanni, intenta  alle  tue  petizioni,  per  lo  giovane  abbiamo  mandato,  i  cui  amori userai  per  contentamento  dell’animo  tuo  mentre  vivi;  tu  il  vedrai  sanza niuno indugio venuto e presto a’ tuoi piaceri’. “Queste parole mi piacquero, e come io seppi, di tanta sollecitudine ringraziai la dea. Noi eravamo ancora nella bella fonte, quando sentii i santi martelli un’altra volta percuotersi agli amorosi uficii; e per quello conobbi Amore essere tornato e presunsi colui essere venuto che dovea piacere agli occhi miei. Onde io, desiderosa di vedere qual fosse, alzata alquanto la testa e  i  vaghi  occhi  in  giro  volti,  vidi  infra  le  frondi  un  giovanetto  palido  e timido nello aspetto, il quale con lento passo s’appressava alle sante acque. Egli, veduto, piacque agli occhi miei e figurato rimase nella mia mente; ma pure d’essere ignuda veduta da lui mi porse vergogna e di nuova rossezza dipinta tornai. E egli similmente, come mi vide, mutato il colore e stupefatto, fermato il passo, più non venne oltre: onde, come alla dea piacque, riprendemmo i vestimenti. E uscite dell’acque e di mortine coronate, in uno grazioso seno, che ’l monte di sé faceva quivi vicino, di bellissima erba pieno e dipinto di molti fiori, ce ne andammo; e sopra quella, freschissima, i corpi distesi, ci posavamo, quando la dea, chiamato il giovane, e egli già quivi venuto, così cominciò a parlare: “ ’Agapes carissima a me, questo giovane, Apiros chiamato, il quale timido così tra le nostre erbe discerni, sarà a te quello che tu hai domandato; e però con sollicitudine i fuochi nostri che di qui porterai, fa che inviolati servi’. “Io le voleva rispondere, ma il tenero petto subitamente da vegnente
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Boccaccio   Comedia delle ninfe fiorentine � d’Enea pervenuti, avvenne per avventura che, il giorno a’ solenni sacrificii dovuto essendo presente, i circunstanti e multiplicati popoli con voci sonore  apparecchiavano  e  a’  sacrificii  e  a’  giuochi  le  debite  cose,  con  pompa maravigliosa e intenta a’ santi onori dello iddio, quando Achimenide co’ suoi compagni pervennero al luogo. E lieti per la trovata festa, già per più interamente vederla, co’ loro cavalli si voleano accostare alla santa quercia; ma dell’ordine de’ sacerdoti a’ sacrificii disposti di quello iddio partendosene, uno venne incontro ad Achimenide con queste parole: “ ’O chi che voi vi siate, o giovani, fermate i passi vostri, né i santi termini co’ vostri cavalli violate de’ campi di Marte, se la sua ira e quella de’ presenti popoli recusate’. “E loro il solco mostrato, da quello innanzi co’ cavalli vietò l’andata. Tirarono a queste voci gli armigeri le lente redini i passi fermando, il loro iddio  dubitando  d’offendere;  e  intenti  rimiravano  le  solenni  cose  e  con vago occhio le ninfe quivi venute miravano. Ma mentre che essi intenti a queste cose rimirano, Achimenide, stante sopra uno alto cavallo e di pelo soro, fortissimo, ornato di bellissima arme e lucente di molto oro, forse de’ doni da Enea ricevuti coperto, da quello, non giovanti le redine né la forza del soprastante, per mezzo l’adunato popolo e festante, e de’ parati flammini sanza offesa d’alcuno trapassati i dati termini, fu trasportato davanti a’ santi altari; e quivi con la testa levata, con fremire altissimo fermato, quale Pegaseo fece negli alti monti, cotale in terra dando del destro piede e la terra cavando, che mai violazione alcuna più non avea ricevuta, prima i circustanti turbò con paura e appresso li stupefece con maraviglia. Li quali non dopo molto, veggendo li sacrificii impediti e il santo luogo offeso dalle dure pedate  dell’aspro  cavallo,  comincianti  tumultuoso  romore,  tutti  sopra Achimenide si rivolsero; e se quivi pietre o armi fossero state, l’ultimo suo giorno era venuto. Ma elli, rivolto a quello romore, con l’autorità che il suo viso testimoniava, con la mano levata, e a’ compagni venuti alla sua salute e a’  circustanti  popoli  impuose  silenzio,  i  quali,  ammoniti  da’  flammini, avvegna che ardenti ne’ colui mali, tacendo ad ascoltare si dispuosero lui dicente così: “ ’O santissimi popoli, vacanti a’ sacrificii a me più cari, sanza ragione ma non sanza cagione inver’ di me adirati, non sia nell’animo vostro credibile me voluntario qui venuto ad impedirvi, ma invito, tirato dal mio cavallo, come poteste vedere; il quale, forse degli iddii ministro, alle neces-
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Boccaccio   Elegia di Madonna Fiammetta � forse  alcuna  n’era  conforme  alli  miei  mali,  con  orecchia  l’ascoltava intentissima, di saperla disiderando, acciò che poi fra me ridicendola, con più ordinato parlare e più coperto mi sapessi e potessi in publico alcuna volta dolere, e massimamente di quella parte de’ danni miei che in essa si contenesse. Ma poi che le danze in molti giri volte e reiterate hanno le giovini donne rendute stanche, tutte postesi con noi a sedere, più volte avvenne che i giovini vaghi, di sé d’intorno a noi accumulati, quasi facevano una corona, la quale mai né quivi né altrove avvenne che io vedessi, che ricordandomi del primo giorno, nel quale Panfilo a tutti dimorando di dietro, mi prese, che io invano non levassi più volte gli occhi fra loro rimirando, quasi tuttavia sperando in simile modo Panfilo rivedere. Tra questi adunque mirando,  vedea  alcuna  volta  alcuni  con  occhi  intentissimi  mirare  il  suo disio, e io in quegli atti sagacissima per addietro, con occhio perplesso ogni cosa mirava, e conosceva chi amava e chi scherniva; e talora l’uno laudava e talora l’altro, e in me diceva talvolta che il mio migliore sarebbe stato se così io come quelle facevano avessi fatto, servando l’anima libera come quelle, gabbando, servavano; poi dannando cotal pensiero, più contenta (se essere si  può  contenta  di  male  avere)  sono  d’avere  fedelmente  amato.  Ritorno adunque e gli occhi e ’l pensiero agli atti vaghi de’ giovini amanti, e quasi alcuna consolazione prendendo di quelli, li quali ferventemente amare discerno, più con meco stessa di ciò li commendo, e quelli lungamente con intero animo avendo mirati, così fra me medesima tacita incomincio: — Oh felici voi a’ quali come a me non è tolta la vista di voi stessi! Ohimè! che così come voi fate, soleva io per addietro fare. Lunga sia la vostra felicità, acciò che io sola di miseria possa essemplo rimanere a’ mondani. Almeno, se Amore, faccendomi mal contenta della cosa amata da me, sarà cagione che li miei giorni si raccorcino, me ne seguirà che io, come Dido, con dolorosa fama diventerò etterna. E questo detto, tacendo torno gli occhi a riguardare quello che diversi diversamente adoperino. Oh quanti già in simili luoghi ne vidi, li quali dopo avere mirato, e non avendo la loro donna veduta, reputando meno che bello il festeggiare, malinconiosi si partivano! De’ quali alcuno, avvegna che debole, riso nel mezzo de’ miei mali trovava luogo, veggendomi compagnia ne’ dolori, e conoscendo per li miei mali stessi li guai altrui. Adunque, carissime donne, così disposta, quale le mie parole dimostrano, m’aveano li dilicati bagni, le faticose cacce e li marini liti d’ogni Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
abandonate case, onde tu ora col tuo freddo mi togli. Tu m’hai porta speranza del futuro soccorso degl’iddi col tuo principio, onde io con più ardita fronte il dimanderò. E te, o sommo prencipe delle celestiali armi, priego per quella vittoria che tu già sopra i figliuoli della terra avesti, e per  tutte  l’altre,  che  tu  si  a  me  favorevole  aiutatore,  però  che  io  non cerco, sì come tu vedi, di volere per la presente battaglia possedere né acquistare le vostre celestiali case, né intendo di levare a Giove la santa Giunone; né similemente è mio intendimento d’occupare la fama delle tue grandi opere col tuo medesimo aiuto, ma d’accrescerla, e solamente cerco di difendere la vita di Biancofiore ingiustamente condannata a morte. E tu, o santa Venus, nel cui servigio io sono, aiutami. Io vo più ardito per la promessa che con la tua santa bocca mi facesti. Non mi dimenticare: mostrisi qui quanto la tua forza possa adoperare. E similmente tu, o santa Giunone, donandomi il tuo aiuto, consenti che io vincendo faccia manifesto il malvagio inganno, il quale questi iniqui, contra i quali io ora vo, copersero col tuo santo uccello, non servandoti la debita reverenza. E voi, o qualunque deità abitate le celestiali regioni, siate al mio soccorso intente; e massimamente tu, Astrea, la cui giusta spada mio padre intende di sozzare con innocente sangue, aiutami. E così dicendo e tutt’ora cavalcando, pervennero al dolente luogo per lungo spazio avanti dì: e quivi il nuovo giorno aspettarono. 48 La misera Biancofiore, non sappiendo perché con tanto furore né sì subitamente presa fosse, quasi tutta stupefatta, sanza alcuna parola sostenne la grave ingiuria, entrando nell’oscurissima e tenebrosa carcere; la quale serrata, acciò che alcuna persona materia non avesse di poterle in alcuno atto parlare, a cui ella scusandosi poi la sua scusa ad altri porgesse, il re prese a sé la chiave. E dimorando là entro Biancofiore, niuno sì  picciolo  movimento  v’era  che  forte  non  la  spaventasse,  e  varie imaginazioni, che la fantasia le recava avanti, le porgeano molta paura, e ’l suo viso impalidito e smorto non dava alcuna luce nella cieca prigione; onde ella per greve doglia incominciò a piangere e a dire: — Ohimè misera, quale può essere la cagione di tanta ingiuria? In che ho io offeso? Certo in niuna cosa, ch’io sappia. Io mai né con parole né con operazioni non lesi la reale maestà, e la reina mia cara donna
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
De origine, vita, studiis et moribus viri clarissimi Dantis Aligeri florentini, poete illustris, et de operibus compositis ab eodem, incipit feliciter. Solone, il cui petto uno umano tempio di divina sapienzia fu reputato,  e  le  cui  sacratissime  leggi  sono  ancora  alli  presenti  uomini  chiara testimonianza della antica giustizia, era, secondo che dicono alcuni, spesse volte usato di dire ogni republica, sì come noi, andare e stare sopra due piedi; de’ quali, con matura gravità, affermava essere il destro il non lasciare alcuno difetto commesso impunito, e il sinistro ogni ben fatto remun erare; aggiugnendo che, qualunque delle due cose già dette per vizio o per nigligenzia si sottraeva, o meno che bene si servava, senza niuno dubbio quella republica, che ’l faceva, convenire andare sciancata: e se per isciagura si peccasse in amendue, quasi certissimo avea, quella non potere stare in alcun modo. Mossi  adunque  più  così  egregi  come  antichi  popoli  da  questa laudevole sentenzia e apertissimamente vera, alcuna volta di deità, altra di marmorea statua, e sovente di celebre sepultura, e tal fiata di triunfale arco, e quando di laurea corona secondo i meriti precedenti onoravano i valorosi: le pene, per opposito, a’ colpevoli date non curo di raccontare. Per li quali onori e purgazioni la assiria, la macedonica, la greca e ultimFamente la  romana  republica  aumentate,  con  l’opere  le  fini  della  terra,  e  con  la fama toccaron le stelle. Le vestigie de’ quali in così alti esempli, non solamente da’ successori presenti, e massimamente da’ miei Fiorentini, sono male  seguite,  ma  intanto  s’è  disviato  da  esse,  che  ogni  premio  di  virtù possiede l’ambizione; per che, sì come e io e ciascuno altro che a ciò con occhio ragionevole vuole guardare, non senza grandissima afflizione d’animo possiamo vedere li malvagi e perversi uomini a’ luoghi eccelsi e a’ sommi ofici e guiderdoni elevare, e li buoni scacciare, deprimere e abbassare. Alle quali cose qual fine serbi il giudicio di Dio, coloro il veggiano che il timone governano di questa nave: perciò che noi, più bassa turba, siamo trasportati dal fiotto, della Fortuna, ma non della colpa partecipi. E, come che con infinite ingratitudini e dissolute perdonanze apparenti si potessero le predette cose verificare, per meno scoprire li nostri difetti e per pervenire  al  mio  principale  intento,  una  sola  mi  fia  assai  avere  raccontata  (né questa fia poco o picciola), ricordando l’esilio del chiarissimo uomo Dante Alighieri. Il quale, antico cittadino né d’oscuri parenti nato, quanto per Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio
tale soddisfazione. Rincasava ogni giorno preparato al dolore di vederla piangere, confessare la sua disperazione, e invece la trovava tranquilla, abbattuta, sempre gli stessi movimenti lenti di persona stanca. Ella attendeva con la solita apparente cura ai lavori di casa, e ne parlava di nuovo ad Emilio come altre volte quando i due giovani, trovatisi soli, avevano cercato di abbellire la piccola loro dimora. Era un incubo di sentirsi accanto tanta tristezza senza parole. E come doveva essere forte quel dolore certo rincrudito dai dubbi più diversi. Ad Emilio sembrava persino ch’ella potesse dubitare della verità, e si sentiva in pericolo di dover spiegare l’azione da lui commessa, la quale a lui stesso pareva già incredibile. Talvolta ella posava su lui gli occhi grigi, sospettosi, indagatori. Oh, quegli occhi là non crepitavano. Guardavano le cose, gravi e fissi, a cercarvi la causa di tanti dolori. Egli non ne poteva più. Una sera in cui il Balli era impegnato – con qualche donna probabilmente – egli risolse di restare con la sorella. Ma poi gli fu penoso di starle accanto nel silenzio che regnava fra loro tanto di frequente, condannati com’erano a tacere di quello ch’era il loro pensiero dominante. Prese il cappello per uscire. – Dove vai? – chiese ella che si divertiva a picchiare sul piatto con la forchetta, la testa abbandonata su un braccio. Bastò perché egli perdesse il coraggio di andarsene. Veniva chiamato. Se in due quelle ore erano tanto dolorose, che cosa sarebbero state per Amalia sola? Gettò via il cappello, e disse: – Volevo portare a spasso la mia disperazione. – L’incubo sparì. Era stata una trovata. Se non poteva parlare dei suoi dolori poteva almeno distrarla col racconto dei proprii. Ella aveva cessato immediatamente di picchiare e s’era rivolta a lui per guardarlo bene in faccia, e vedere quale aspetto avesse in altri il proprio dolore. – Poveretto – mormorò scoprendolo pallido, sofferente, inquieto anche per le ragioni ch’ella non poteva sapere. Poi volle delle confidenze: -Da quel giorno non l’hai più riveduta? Con un’espressione quasi gioconda egli raccontò. Mai non l’aveva vista. Quand’era all’aperto, senza voler sembrare, cioè senza fermarsi nei luoghi ove sapeva ch’ella a date ore doveva passare, non faceva altro che aspettarla. Ma non l’aveva vista mai. Sembrava proprio che, dacché era stata lasciata da lui, ella evitasse di farsi vedere per le vie. – Potrebbe anche essere così – disse Amalia ch’era tutta, devotamente, intenta a studiare la sciagura del fratello. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Senilita di Italo Svevo
Alchieri agitato e smanioso, un fascio di carte in mano, correva verso la cassa quando vide Alfonso che col cappello in mano entrava da Sanneo ad annunziargli che ritornava all’ufficio. Diede un grido di gioia, volle fermare Alfonso  che  passò  oltre  senza  accorgersi  di  lui,  poi,  immediatamente tranquillato sedette accanto a Giacomo, d’ispezione sul corridoio e tutto intento a compitare a mezza voce un giornale. Non trovando altri, fu a lui che Alchieri raccontò che da quindici giorni era la prima volta che egli si sedeva per riposare e non per scrivere. Sanneo salutò Alfonso con cordialità e ritornando ad un enorme registro su cui gettava i suoi larghi caratteri gli chiese se stesse bene. Senz’attendere la risposta, a frasi interrotte dal lavoro che ad intervalli richiamava tutta la sua attenzione, gli parlò di alcune lettere che aveva lasciato in sospeso ma cui bisognava rispondere quanto prima possibile. Poi gliene consegnò alcune accompagnandole di spiegazioni che Alfonso non comprese che a mezzo. Sanneo si riferiva a cose avvenute prima della sua assenza, epoca che ad Alfonso sembrava lontana ben più di quindici giorni. Lo congedò con una buona nuova: – Continuerà a farsi aiutare dal signor Alchieri che lavora benino... mi pare. Alchieri lo fermò sul corridoio. Voleva abbracciarlo per ringraziarlo ch’era ritornato precisamente come aveva promesso: – Non ne potevo più. Poi anch’egli si mise a spiegargli degli affari e là, sul corridoio, gli consegnò tutte le lettere che egli aveva in mano per guardare dei saldi di conti o per avvisare delle tratte. Non vedeva l’ora di liberarsene. Con quelle lettere in una mano, il cappello nell’altra, Alfonso andò a salutare Cellani. Lo trovò che stava aprendo la posta. Con delle enormi forbici, con un solo taglio, apriva una parte della copertina, ne toglieva il contenuto che gettava da una parte e, prima di deporre la copertina, per prudenza, la guardava contro la luce. Anch’egli continuò a lavorare pur parlando con Alfonso, ma quando questi, sempre con la sua abituale timidezza, disse un grazie rammentando che il permesso lo doveva a lui, si alzò, e sul volto pallido un sorriso amichevole, andò a stringergli la mano. Sembrava che la sua figura lungi da sportsman in riposo, elegante ma debole, venisse portata più che muoversi da sola, tanto poca energia c’era nei suoi movimenti e tanto esattamente, senza esitazioni, passò per un piccolo spazio fra tavolo e sedia.
Una vita di Italo Svevo
65 Il traditore intanto dar parole fatto gli avea, sin che i cavalli e i fanti vede esser giunti al loco ove gli vuole; da la porta esce poi con altretanti. Come le fere e il bosco cinger suole perito cacciator da tutti i canti; come appresso a Volana i pesci e l’onda con lunga rete il pescator circonda: 66 così per ogni via dal re di Frisa, che quel guerrier non fugga, si provede. Vivo lo vuole, e non in altra guisa: e questo far sì facilmente crede, che ’l fulmine terrestre, con che uccisa ha tanta e tanta gente, ora non chiede; che quivi non gli par che si convegna, dove pigliar, non far morir, disegna. 67 Qual cauto ucellator che serba vivi, intento a maggior preda, i primi augelli, acciò in più quantitade altri captivi faccia col giuoco e col zimbel di quelli; tal esser vòlse il re Cimosco quivi: ma già non vòlse Orlando esser di quelli che si lascin pigliare al primo tratto; e tosto roppe il cerchio ch’avean fatto. 68 Il cavallier d’Anglante, ove più spesse vide le genti e l’arme, abbassò l’asta; et uno in quella e poscia un altro messe, e un altro e un altro, che sembrâr di pasta; e fin a sei ve n’infilzò, e li resse tutti una lancia: e perch’ella non basta a più capir, lasciò il settimo fuore ferito sì, che di quel colpo muore.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
65 Ciò detto, tace; e la risposta attende con atto che ’n silenzio ha voce e preghi. Goffredo il dubbio cor volve e sospende fra pensier vari, e non sa dove il pieghi. Teme i barbari inganni, e ben comprende che non è fede in uom ch’a Dio la neghi. Ma d’altra parte in lui pietoso affetto si desta, che non dorme in nobil petto. 66 Né pur l’usata sua pietà natia vuol che costei de la sua grazia degni, ma il move util ancor, ch’util gli fia che ne l’imperio di Damasco regni chi da lui dipendendo apra la via ed agevoli il corso a i suoi disegni, e genti ed arme gli ministri ed oro contra gli Egizi e chi sarà con loro. 67 Mentre ei così dubbioso a terra vòlto lo sguardo tiene, e ’l pensier volve e gira, la donna in lui s’affisa, e dal suo volto intenta pende e gli atti osserva e mira; e perché tarda oltra ’l suo creder molto la risposta, ne teme e ne sospira. Quegli la chiesta grazia al fin negolle, ma diè risposta assai cortese e molle: 68 — S’in servigio di Dio, ch’a ciò n’elesse, non s’impiegasser qui le nostre spade, ben tua speme fondar potresti in esse e soccorso trovar, non che pietade; ma se queste sue greggie e queste oppresse mura non torniam prima in libertade, giusto non è, con iscemar le genti, che di nostra vittoria il corso allenti.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
1503 [In lode del cardinale Sfrondato.] Com’il sole a scoprir l’eterna luce, signor, mai non attende o canto o preghi, ma tosto avvien che spieghi da l’aurato oriente i dolci raggi, e seguendo gli obliqui erti viaggi fa con perpetue leggi a noi ritorno per riportarne il giorno; così vostra virtù pronta riluce, ch’a la fortuna sua medesma è duce; e non pregata giova, anzi previene le preghiere, che già son vecchie e lente di lungo spazio; e non lodata ancora, sé di se stessa onora, tutta de’ raggi di sua gloria ardente, e per le vie de l’alto ciel serene pigra è colei che suol volar repente, né ‘l volo appressa di sì nobil mente. Tarda fu la fortuna al vostro merto, non solo a quel di lui, che d’alta sede l’ostro a’ merti concede; tarda è la lode che voi segue, e bassa, né giunge a lei, che tutto a dietro or lassa l’oscuro mondo e solo al cielo aspira; tarda si volve e gira la fama, e ‘l grido suo falso ed incerto, che solo in voi lodando è vero e certo: voi tardo no, ma grave e d’alto ingegno, là sete giunto, ove si svela e scopre l’uom che d’ostro si fascia e d’or s’ammanta. Come sia bella e quanta la verace virtù, dove s’adopre, già Roma il mira ed ogni estranio regno, intento a’ modi, a le parole, a l’opre, quasi in teatro, poiché nulla il copre.
Rime d occasione o d encomio - Parte 3 (libro 4) di Torquato Tasso
mentr’io toglieva dalla sedia, quasi volessi sedermivi, il manichino che essa vi aveva lasciato, la bellissima grisette adagiavasi nella sua poltroncina, ed io m’assisi tosto al suo fianco. – Si spiccia a momenti, diss’ella – E in questi momenti bramerei, le dissi io, di potere rispondere con una gentilezza a tanti favori. Tutti possono fare un atto accidentale di bontà; ma la continuità fa vedere che la bontà vive nella tempra della persona: e davvero che se il medesimo sangue che sgorga dal cuore discende anche all’estremità (e la toccai presso al polso), voi fra tutte le donne avrete sicuramente polso migliore – Lo tasti, diss’ella, porgendomi il braccio. Io posai il mio cappello; misi in una delle mie mani la sua; e applicai le due prime dita dell’altra mia mano all’arteria. – Deh! perchè il cielo, Eugenio mio, non volle che tu allora passassi a vedermi seduto in abito nero con questa mia faccia svenevolmente cachettica, intento a contare ad una ad una le pulsazioni, e con gravissima applicazione, come s’io mi stessi esplorando il periodo critico della sua febbre – oh quanto t’avrei veduto ridere e moralizzare su la nuova mia professione! – e quando  tu  avessi  finito  di  ridere  e  di  moralizzare  a  tuo  senno....  Fidati, Eugenio  mio,  t’avrei  detto;  vedrai  il  mondo  affaccendarsi  peggiormente che a  tastare il polso a una donna – Ma d’una  grisette? dirai tu; e in una spalancata bottega? Yorick! – – Meglio: quando ho rette intenzioni, non ne do nulla che l’universo non mi veda o mi veda col polso fra le dita. Capitolo 33 IL MARITO (PARIGI) Io aveva già contate venti battute, e mi mancava poco alla quarantesima, quando il marito comparì da una retrostanza improvviso, e guastò sul più bello i miei conti – Non è se non se mio marito, diss’ella – Io dunque mi rifeci a contare da capo – Monsieur è tanto garbato, diceva ella al marito, che passando da noi s’è voluto incomodare a tastarmi il polso – Il marito si levò il cappello, mi s’inchinò, disse ch’io gli facea trop d’honneur – disse; si ripose il cappello, e se n’andò. Dio mio, Dio mio! dissi meco – e questo uomo sarà egli marito di questa donna? Quei pochi che sanno il perchè della mia esclamazione non s’abbiano a male s’io la commento in grazia di chi non lo sa. In Londra un bottegaio e la moglie d’un bottegaio paiono d’una pol-
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo