insinuare

[in-si-nuà-re]
In sintesi
far penetrare qlco. in uno spazio stretto, infilare; suscitare, far nascere un sospetto o altro sentimento maligno
← dal lat. insinuāre, comp. di ĭn- ‘in-’ e un deriv. di nus ‘seno, piega’; propr. ‘introdurre in seno’.

A
v.tr.

1
Introdurre piano, a poco a poco, spec. all'interno di un luogo stretto: riuscì a i. il braccio nella fenditura della roccia; insinuò la mano nella borsa e rubò il portafoglio
2
fig. Far sorgere il sospetto, il dubbio e sim. nell'animo di qualcuno, al fine di suscitare reazioni o sentimenti negativi: i. il sospetto nell'animo di un marito geloso || Suggerire malignamente, accusare indirettamente: ha insinuato che non sei tu l'autore dell'articolo; che vuoi i.?
3
DIR Insinuare un credito, in una procedura di fallimento, chiedere di essere ammesso nel numero dei creditori da liquidare

B
v.intr. pr

1
Penetrare gradualmente: un freddo che s'insinua nelle ossa
2
fig. Introdursi abilmente, accortamente: cercava d'insinuarsi tra la gente importante per migliorare la sua posizione || Insinuarsi nelle grazie, nel cuore, nell'animo di qualcuno, ottenerne i favori ricorrendo all'insidia, all'inganno, all'adulazione

Citazioni
dichiarava suo nemico chiunque s’attentasse di mettervi ostacolo. La storia non dice che a loro dolesse molto dell’ucciso, e nemmeno che una lagrima fosse stata sparsa per lui, in tutto il parentado: dice soltanto ch’eran tutti smaniosi d’aver nell’unghie l’uccisore, o vivo o morto. Ora questo, vestendo l’abito  di  cappuccino,  accomodava  ogni  cosa.  Faceva,  in  certa  maniera, un’emenda, s’imponeva una penitenza, si chiamava implicitamente in colpa, si ritirava da ogni gara; era in somma un nemico che depon l’armi. I parenti del morto potevan poi anche, se loro piacesse, credere e vantarsi che s’era fatto frate per disperazione, e per terrore del loro sdegno. E, ad ogni modo, ridurre un uomo a spropriarsi del suo, a tosarsi la testa, a camminare a piedi nudi, a dormir sur un saccone, a viver d’elemosina, poteva parere una punizione competente, anche all’offeso il più borioso. Il padre guardiano si presentò, con un’umiltà disinvolta, al fratello del morto, e, dopo mille proteste di rispetto per l’illustrissima casa, e di desiderio di compiacere ad essa in tutto ciò che fosse fattibile, parlò del pentimento di Lodovico, e della sua risoluzione, facendo garbatamente sentire che la casa poteva esserne contenta, e insinuando poi soavemente, e con maniera ancor più destra, che, piacesse o non piacesse, la cosa doveva essere. Il fratello diede in ismanie, che il cappuccino lasciò svaporare, dicendo di tempo in tempo: “è un troppo giusto dolore”. Fece intendere che, in ogni caso, la sua famiglia avrebbe saputo prendersi una soddisfazione: e il cappuccino, qualunque cosa ne pensasse, non disse di no. Finalmente richiese, impose come una condizione, che l’uccisor di suo fratello partirebbe subito da quella città. Il guardiano, che aveva già deliberato che questo fosse fatto, disse che si farebbe, lasciando che l’altro credesse, se gli piaceva, esser questo un atto d’ubbidienza: e tutto fu concluso. Contenta la famiglia, che ne usciva con onore; contenti i frati, che salvavano un uomo e i loro privilegi, senza farsi alcun nemico; contenti i dilettanti di cavalleria, che vedevano un affare terminarsi lodevolmente; contento il popolo, che vedeva fuor d’impiccio un uomo ben voluto, e che, nello stesso tempo, ammirava una conversione; contento finalmente, e più di tutti, in mezzo al dolore, il nostro Lodovico, il quale cominciava una vita d’espiazione e di servizio, che potesse, se non riparare, pagare almeno il mal fatto, e rintuzzare il pungolo intollerabile del rimorso. Il sospetto che la sua risoluzione fosse attribuita alla paura, l’afflisse un momento; ma si consolò subito, col pensiero che anche quell’ingiusto giudizio sarebbe un gastigo per lui, e un mezzo d’espiazione. Così, a trent’anni, si
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Chi, vedendo in un campo mal coltivato, un’erbaccia, per esempio un bel lapazio, volesse proprio sapere se sia venuto da un seme maturato nel campo stesso, o portatovi dal vento, o lasciatovi cader da un uccello, per quanto ci pensasse, non ne verrebbe mai a una conclusione. Così anche noi non sapremmo dire se dal fondo naturale del suo cervello, o dall’insinuazione d’Attilio, venisse al conte zio la risoluzione di servirsi del padre provinciale per troncare nella miglior maniera quel nodo imbrogliato. Certo è che Attilio non aveva detta a caso quella parola; e quantunque dovesse aspettarsi che, a un suggerimento così scoperto, la boria ombrosa del conte zio avrebbe ricalcitrato, a ogni modo volle fargli balenar dinanzi l’idea di quel ripiego, e metterlo sulla strada, dove desiderava che andasse. Dall’altra parte, il ripiego era talmente adattato all’umore del conte zio, talmente indicato dalle circostanze, che, senza suggerimento di chi si sia, si può scommettere che l’avrebbe trovato da sé. Si trattava che, in una guerra pur troppo aperta, uno del suo nome, un suo nipote, non rimanesse al di sotto: punto essenzialissimo alla riputazione del potere che gli stava tanto a cuore. La soddisfazione che il nipote poteva prendersi da sé, sarebbe stata un rimedio peggior del male, una sementa di guai; e bisognava impedirla, in qualunque maniera, e senza perder tempo. Comandargli che partisse in quel momento dalla sua villa; già non avrebbe ubbidito; e quand’anche avesse, era un cedere il campo, una ritirata della casa dinanzi a un convento. Ordini, forza legale, spauracchi di tal genere, non valevano contro un avversario di quella condizione: il clero regolare e secolare era affatto immune da ogni giurisdizione laicale; non solo le persone, ma i luoghi ancora abitati da esso: come deve sapere anche chi non avesse letta altra storia che la presente; che starebbe fresco. Tutto quel che si poteva contro un tale avversario era cercar d’allontanarlo, e il mezzo a ciò era il padre provinciale, in arbitrio del quale era l’andare e lo stare di quello. Ora, tra il padre provinciale e il conte zio passava un’antica conoscenza: s’eran veduti di rado, ma sempre con gran dimostrazioni d’amicizia, e con esibizioni sperticate di servizi. E alle volte, è meglio aver che fare con uno che sia sopra a molti individui, che con un solo di questi, il quale non vede che la sua causa, non sente che la sua passione, non cura che il suo punto; mentre l’altro vede in un tratto cento relazioni, cento conseguenze, cento interessi, cento cose da scansare, cento cose da salvare; e si può quindi prendere da cento parti. Tutto ben ponderato, il conte zio invitò un giorno a pranzo il padre
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
di più: mio nipote non ne saprà nulla. Che bisogno abbiamo noi di render conto? Son cose che facciamo tra di noi, da buoni amici; e tra di noi hanno da rimanere. Non si dia pensiero di ciò. Devo essere avvezzo a non parlare.” E soffiò. “In quanto ai cicaloni,” riprese, “che vuol che dicano? Un religioso che vada a predicare in un altro paese, è cosa così ordinaria! E poi, noi che vediamo... noi che prevediamo... noi che ci tocca... non dobbiamo poi curarci delle ciarle.” “Però, affine di prevenirle, sarebbe bene che, in quest’occasione, il suo signor nipote facesse qualche dimostrazione, desse qualche segno palese d’amicizia, di riguardo... non per noi, ma per l’abito...” “Sicuro, sicuro; quest’è giusto... Però non c’è bisogno: so che i cappuccini son sempre accolti come si deve da mio nipote. Lo fa per inclinazione: è un genio in famiglia: e poi sa di far cosa grata a me. Del resto, in questo caso... qualcosa di straordinario... è troppo giusto. Lasci fare a me, padre molto reverendo; che comanderò a mio nipote... Cioè bisognerà insinuargli con prudenza, affinché non s’avveda di quel che è passato tra di noi. Perché non vorrei alle volte che mettessimo un impiastro dove non c’è ferita. E per quel che abbiamo concluso, quanto più presto sarà, meglio. E se si trovasse qualche nicchia un po’ lontana... per levar proprio ogni occasione...” “Mi vien chiesto per l’appunto un predicatore da Rimini; e fors’anche, senz’altro motivo, avrei potuto metter gli occhi...” “Molto a proposito, molto a proposito. E quando...?” “Giacché la cosa si deve fare, si farà presto.” “Presto, presto, padre molto reverendo: meglio oggi che domani. E,” continuava poi, alzandosi da sedere, “se posso qualche cosa, tanto io, come la mia famiglia, per i nostri buoni padri cappuccini...” “Conosciamo per prova la bontà della casa,” disse il padre provinciale, alzatosi anche lui, e avviandosi verso l’uscio, dietro al suo vincitore. “Abbiamo spento una favilla,” disse questo, soffermandosi, “una favilla, padre molto reverendo, che poteva destare un grand’incendio. Tra buoni amici, con due parole s’accomodano di gran cose.” Arrivato all’uscio, lo spalancò, e volle assolutamente che il padre provinciale andasse avanti: entrarono nell’altra stanza, e si riunirono al resto della compagnia. Un grande studio, una grand’arte, di gran parole, metteva quel signore nel maneggio d’un affare; ma produceva poi anche effetti corrispondenti.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Infatti, col colloquio che abbiam riferito, riuscì a far andar fra Cristoforo a piedi da Pescarenico a Rimini, che è una bella passeggiata. Una sera, arriva a Pescarenico un cappuccino di Milano, con un plico per il padre guardiano. C’è dentro l’obbedienza per fra Cristoforo, di portarsi a Rimini, dove predicherà la quaresima. La lettera al guardiano porta l’istruzione d’insinuare al detto frate che deponga ogni pensiero d’affari che potesse avere avviati nel paese da cui deve partire, e che non vi mantenga corrispondenze: il frate latore dev’essere il compagno di viaggio. Il guardiano non dice nulla la sera; la mattina, fa chiamar fra Cristoforo, gli fa vedere l’obbedienza, gli dice che vada a prender la sporta, il bastone, il sudario e la cintura, e con quel padre compagno che gli presenta, si metta poi subito in viaggio. Se fu un colpo per il nostro frate, lo lascio pensare a voi. Renzo, Lucia, Agnese, gli vennero subito in mente; e esclamò, per dir così, dentro di sé: – oh Dio! cosa faranno que’ meschini, quando io non sarò più qui! – Ma alzò gli occhi al cielo, e s’accusò d’aver mancato di fiducia, d’essersi creduto necessario a qualche cosa. Mise le mani in croce sul petto, in segno d’ubbidienza, e chinò la testa davanti al padre guardiano; il quale lo tirò poi in disparte, e gli diede quell’altro avviso, con parole di consiglio, e con significazione di precetto. Fra Cristoforo andò alla sua cella, prese la sporta, vi ripose il breviario, il suo quaresimale, e il pane del perdono, s’allacciò la tonaca con la sua cintura di pelle, si licenziò da’ suoi confratelli che si trovavano in convento, andò da ultimo a prender la benedizione del guardiano, e col compagno, prese la strada che gli era stata prescritta. Abbiamo detto che don Rodrigo, intestato più che mai di venire a fine della sua bella impresa, s’era risoluto di cercare il soccorso d’un terribile uomo. Di costui non possiam dare né il nome, né il cognome, né un titolo, e nemmeno una congettura sopra nulla di tutto ciò: cosa tanto più strana, che del personaggio troviamo memoria in più d’un libro (libri stampati, dico) di quel tempo. Che il personaggio sia quel medesimo, l’identità de’ fatti non lascia luogo a dubitarne; ma per tutto un grande studio a scansarne il nome, quasi avesse dovuto bruciar la penna, la mano dello scrittore. Francesco Rivola, nella vita del cardinal Federigo Borromeo, dovendo parlar di quell’uomo, lo chiama “un signore altrettanto potente per ricchezze, quanto nobile per nascita”, e fermi lì. Giuseppe Ripamonti, che, nel quinto libro della quinta decade della sua Storia Patria, ne fa più distesa menzione, lo nomina uno, costui, colui, quest’uomo, quel personaggio. “Riferirò,” dice, nel suo bel
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Scena 1 Flamminia e Ridolfo Flamminia Ridolfo Flamminia Ridolfo Flamminia Scusate, signor Ridolfo, la libertà che mi sono presa. Perdonatemi, se vi ho incomodato. Anzi è onor mio il potervi obbedire. Quant’è che non avete veduto il signor Fulgenzio? L’ho veduto qui, non sono ancora due ore. Mi figuro, che si saranno pacificati colla signora Eugenia. Oh caro signor Ridolfo, sono cose da non credere, e da non dire. Si erano pacificati, e tutto ad un tratto, sono andati giú di bel nuovo, e il signor Fulgenzio è partito gridando, chiamando il diavolo, che pareva un’anima disperata. Possibile che abbiano sempre a far questa vita? Si amano o non si amano? Sono innamoratissimi, ma sono tutti e due puntigliosi. Mia sorella è sofistica. Fulgenzio è caldo, intollerante, subitaneo. In somma si potrebbe fare sopra di loro la piú bella commedia di questo mondo. E che cosa posso far io, per servire la signora Flamminia? Vi dirò, signore. Io sono naturalmente di buon core, portata a far del bene a tutti, se posso. Specialmente per mia sorella, che l’amo, come mio sangue, e che fuori di certe picciole debolezze prodotte da questo suo amore è la piú buona ragazza di questo mondo. Mi dispiace vederla afflitta. Dopo, che è partito  il  signor  Fulgenzio  con  quella  manieraccia,  come  vi  ho  detto,  è andata nella sua camera, si è messa a piangere dirottamente, e non vi è stato caso di poterla quietare. Supplico per tanto il signor Ridolfo, volersi prender l’incomodo di ricercar Fulgenzio, e con bel modo persuaderlo di tornar qui, per consolare questa povera figlia; e gli dica pure che piange, che si dispera, e lo persuada ad essere un poco piú umano, un poco piú tollerante, e sopra tutto, vi supplico, per amor del Cielo, insinuargli di ommettere ogni riguardo, di superare ogni difficoltà, e di concludere queste nozze; e vi prego dirgli altresí, che mia sorella ha promesso a me, che sarà piú cauta per l’avvenire, che non gli darà piú disgusti, che non parlerà piú di quella tal persona, che egli sa; anzi fatemi il piacer di dirgli... Adagio, signora mia, che di tante cose non me ne ricorderò piú nessuna. Torniamo da capo.
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Regalis  epistole  documenta  gratuita  ea  qua  potui  veneratione  recepi, intellexi devote. Sed cum de prosperitate successuum vestri felicissimi cursus familiariter intimata concepi, quanto libens animus concipientis arriserit, placet potius commendare silentio tanquam nuntio meliori non enim verba significando sufficiunt ubi mens ipsa quasi debria superatur. Itaque suppleat regie Celsitudinis apprehensio que scribentis humilitas explicare non potest. At quamvis insinuata per litteras ineffabiliter grata fuerint et iocunda, spes amplior tamen et letandi causas accumulat et simul vota iusta confectat. Spero  equidem,  de  celesti  provisione  confidens  quam  nunquam  falli  vel prepediri posse non dubito et que humane civilitati de Principe singulari providit,  quod  exordia  vestri  regni  felicia  semper  in  melius  prosperata procedent.  Sic  igitur  in  presentibus  et  futuris  exultans,  ad  Auguste clementiam sine ulla hesitatione recurro, et suppliciter tempestiva deposco quatenus me sub umbra tutissima vestri Culminis taliter collocare dignemini, ut cuiusque sinistrationis ab estu sim semper et videar esse secura. IX [X] Illustrissime atque piissime domine domine Margarite divina providentia Romanorum regine et semper Auguste fidelissima sua G. de Batifolle Dei et  imperialis  indulgentie  gratia  comitissa  in  Tuscia  palatina,  cum promptissima  recommendatione  se  ipsam  et  voluntarium  ab  obsequia famulatum. Cum  pagina  vestre  Serenitatis  apparuit  ante  scribentis  et  gratulantis aspectum, experta est mea pura fidelitas quam in dominorum successibus corda subditorum fidelium colletentur. Nam per ea que continebantur in ipsa, cum tota cordis hilaritate concepi qualiter dextera summi Regis vota Cesaris  et  Auguste  feliciter  adimplebat.  Proinde  gradum  mee  fidelitatis experta  petentis  audeo  iam  inire  officium.  Ergo  ad  audientiam  vestre Sublimitatis exorans et suppliciter precor et devote deposco quatenus mentis oculis intueri dignemini prelibate interdum fidei puritatem. Verum quia nonnulla regalium clausularum videbatur hortari ut, si quando nuntiorum facultas adesset, Celsitudini regie aliquid peroptando de status mei conditione referrem, quamvis quedam presumptionis facies interdicat, obedientie  tamen  suadente  virtute  obediam.  Audiat,  ex  quo  iubet, Romanorum pia et serena Maiestas, quoniam tempore missionis presentium coniunx  predilectus  et  ego,  Dei  dono,  vigebamus  incolumes,  liberorum sospitate gaudentes, tanto solito letiores quanto signa resurgentis Imperii meliora iam secula promittebant. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Epistole di Dante Alighieri
Sed  si  consideremus  materiam  eius,  bene  probat,  quia  de  quodam sempiterno, in quo potest defectus sempiternari: ita quod si Deus non dedit sibi motum, patet quod non dedit sibi materiam in aliquo egentem. Et per hanc suppositionem tenet argumentum ratione materie; et est similis modus arguendi  ac  si  dicerem:  Si  homo  est,  est  risibile;  nam  in  omnibus convertibilibus tenet similis ratio gratia materie. Sic ergo patet: cum dicit ‘in illo celo, quod plus de luce Dei recipit’, intelligit circumloqui Paradisum, sive celum empyreum. [27].  Premissis  quoque  rationibus  consonanter  dicit  Phylosophus  in primo De Celo quod celum “tanto habet honorabiliorem materiam istis inferioribus, quanto magis elongatum est ab hiis que hic”. Ad hoc etiam posset adduci quod dicit Apostolus ad Ephesios de Christo: “Qui ascendit super omnes celos, ut adimpleret omnia”. Hoc est celum delitiarum Domini;  de  quibus  delitiis  dicitur  contra  Luciferum  per  Ezechielem:  “Tu signaculum similitudinis, sapientia plenus et perfectione decorus in deliciis Paradisi Dei fuisti”. [28].  Et  postquam  dixit  quod  fuit  in  loco  illo  Paradisi  per  suam circumlocutionem,  prosequitur  dicens  se  vidisse  aliqua  que  recitare  non potest qui descendit. Et reddit causam dicens ‘quod intellectus in tantum profundat se in ipsum ‘desiderium suum’, quod est Deus, ‘quod memoria sequi non potest. Ad que intelligenda sciendum est quod intellectus humanus in  hac  vita,  propter  connaturalitatem  et  affinitatem  quam  habet  ad substantiam intellectualem separatam, quando elevatur, in tantum elevatur, ut memoria post reditum deficiat propter transcendisse humanum modum. Et hoc insinuatur nobis per Apostolum ad Corinthios loquentem, ubi dicit: “Scio hominem, sive in corpore sive extra corpus nescio, Deus scit, raptum usque ad tertium celum, et vidit arcana Dei, que non licet homini loqui”. Ecce, postquam humanam rationem intellectus ascensione transierat, quid extra se ageretur non recordabatur. Et hoc est insinuatum nobis in Matheo, ubi tres discipuli ceciderunt in faciem suam, nichil postea recitantes, quasi obliti. Et in Ezechiele scribitur: “Vidi, et cecidi in faciem meam”. Et ubi ista invidis non sufficiant, legant Richardum de Sancto Victore in iibro De Contemplatione,  legant  Bernardum  in  libro  De  Consideratione,  legant Augustinum in libro De Quantitate Anime, et non invidebunt. Si vero in dispositionem  elevationis  tante  propter  peccatum  loquentis  oblatrarent, legant Danielem, ubi et Nabuchodonosor invenient contra peccatores aliqua vidisse divinitus, oblivionique mandasse. Nam “qui oriri solem suum facit Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Epistole di Dante Alighieri
Fu la conclusione e l’appuntamento di ieri, che noi dovessimo in questo giorno discorrere, quanto più distintamente e particolarmente per noi si potesse, intorno alle ragioni naturali e loro efficacia, che per l’una parte e per l’altra sin qui sono state prodotte da i fautori della posizione Aristotelica e Tolemaica e da i seguaci del sistema Copernicano. E perché, collocando il Copernico la Terra tra i corpi mobili del cielo, viene a farla essa ancora un globo simile a un pianeta, sarà bene che il principio delle nostre considerazioni sia l’andare esaminando quale e quanta sia la forza e l’energia de i progressi peripatetici nel dimostrare come tale assunto sia del tutto impossibile; attesoché sia necessario introdurre in natura sustanze diverse tra di loro, cioè la celeste e la elementare, quella impassibile ed immortale, questa alterabile e caduca. Il quale argomento tratta egli ne i libri del Cielo, insinuandolo prima con discorsi dependenti da alcuni assunti generali, e confermandolo poi con esperienze e con dimostrazioni particolari. Io, seguendo l’istesso ordine, proporrò, e poi liberamente dirò il mio parere; esponendomi alla censura di voi, ed in particolare del signor Simplicio, tanto strenuo campione e mantenitore della dottrina Aristotelica. E‘ il primo passo del progresso peripatetico quello dove Aristotile prova la integrità e perfezione del mondo coll’additarci com’ei non è una semplice linea né una superficie pura, ma un corpo adornato di lunghezza, di larghezza e di profondità e perché le dimensioni non son più che queste tre, avendole egli, le ha tutte ed avendo il tutto, è perfetto. Che poi, venendo dalla semplice lunghezza costituita quella magnitudine che si chiama linea, aggiunta la larghezza si costituisca la superficie, e sopragiunta l’altezza o profondità ne risulti il corpo, e che doppo queste tre dimensioni non si dia passaggio ad altra, sì che in queste tre sole si termini l’integrità e per così dire la totalità, averei ben desiderato che da Aristotile mi fusse stato dimostrato  con  necessità,  e  massime  potendosi  ciò  esequire  assai  chiaro  e speditamente. Mancano le dimostrazioni bellissime nel 2·, 3· e 4· testo, doppo la definizione del continuo? Non avete, primieramente, che oltre alle tre dimensioni non ve n’è altra, perché il tre è ogni cosa, e ‘l tre è per tutte le bande? e ciò non vien egli confermato con l’autorità e dottrina de i Pittagorici, che dicono che tutte le cose son determinate da tre, principio mezo e fine, che è il numero del tutto? E dove lasciate voi l’altra ragione, cioè che, quasi per legge naturale, cotal numero si usa ne’ sacrifizii degli Dei? e che, dettante pur così la natura, alle cose che son tre, e non a meno, attribuiscono il titolo di tutte? perché di due si dice amendue, e non si dice tutte; ma di tre, sì bene. E tutta questa dottrina l’avete nel testo 2·. Nel 3· poi, ad pleniorem Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
rono pubblicamente indegne del velo nero. Suor Candida, per mortificazione, non si lavava più neppur le mani, suor Benedetta portava una funicella di pelo di capra sulle nude carni, e suor Celestina arrivò a mettere dei sassolini nelle scarpe. A suor Gloriosa infine la predica dell’Inferno aveva fatto dar di volta completamente al cervello, e andava borbottando per ogni dove: – Gesù e Maria! – San Michele Arcangelo! – Brutto demonio, va’ via! Siccome la grazia poi toccava i cuori per bocca dei due predicatori forestieri, le suore se li rubavano al confessionale, al parlatorio, li assediavano sino a casa per mezzo del sagrestano, coi dubbi spirituali, coi casi di coscienza, coi vassoi pieni di dolci. Alla madre abbadessa fioccavano le domande delle religiose, le quali chiedevano l’uno o l’altro dei due padri liguorini per confessore straordinario. Invano suor Maria Faustina, che ai suoi anni era nemica di ogni novità, rifiutava il permesso, anche per riguardo a Don Matteo Curcio, che era il cappellano ordinario del monastero. Le monache ricorrevano al vicario, all’arciprete, sino al vescovo, inventavano dei peccati riservati, si lamentavano che Don Matteo Curcio era duro d’orecchio, e non dava quasi  retta:  –  Gnora  sì  –  Gnora  no  –  Ho  inteso  –  Tiriamo  innanzi.  – Qualcheduna giunse ad accusarlo di far cascare le penitenti in distrazione, con quella barba sudicia di otto giorni, che in un servo di Dio non ispirava alcuna devozione. Invece i due padri forestieri, quelli sì che sapevano fare! L’uno, padre Amore, che portava il nome con sé, un bell’uomo che si mangiava l’aria, e faceva tremar la chiesa in certi passi della predica; e padre Cicero, un artista nel suo genere, tutto san Giovan Crisostomo, col miele alle labbra. I peccati sembravano dolci a confidarli nel suo orecchio. E la bella maniera che aveva di consolare! – Sorella mia, la carne è fragile. – Siamo tutti indegni peccatori. – Buttatevi nelle braccia del Divino Amore. – Allorché vi sussurrava all’orecchio certe parole, con la sua voce insinuante, con le pupille color d’oro che vi frugavano addosso attraverso la grata, sembrava che vi s’insinuasse nella coscienza, quasi l’accarezzasse, talché quando levava per assolvervi quella bella mano fine e bianca, vi veniva voglia di baciarla. Qualche disordine s’era già notato sin da principio. C’erano state delle mormorazioni a causa di suor Gabriella la quale accaparravasi padre Amore tutte le mattine, e lo sequestrava al confessionale per delle ore, quasi ella avesse il jus pascendi perché discendeva dal Re Martino. Altre si sentivano umiliate dai canestri di roba che suor Maria Concetta mandava in regalo a
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
do dal vicoletto. Donna Bianca, come sentisse alfine quegli occhi fissi su di lei, voltò il viso pallido e sbattuto, e si trasse indietro bruscamente. – Adesso accende il lume, – riprese don Gesualdo. – Fa tutto in casa lei. Eh, eh,... c’è poco da scialarla in quella casa!... Mi piace perché è avvezza ad ogni guaio, e l’avrei al mio comando... Tu di’, che te ne pare? Diodata volse le spalle, andando verso il fondo della stalla per dare una manciata di biada fresca alla mula, e rispose dopo un momento, colla voce roca: – Vossignoria siete il padrone. – È vero... Ma veh!... che bestia! Devi aver fame anche tu... Mangia, mangia, poveretta. Non pensar solo alla mula. Capitolo sesto Don Luca il sagrestano andava spegnendo ad una ad una le candele dell’altar maggiore, con un ciuffetto d’erbe legato in cima alla canna, tenendo d’occhio nel tempo istesso una banda di monelli che irrompevano di tratto in tratto nella chiesa quasi deserta in quell’ora calda, inseguiti a male parole  dal  sagrestano.  Donna  Bianca  Trao,  inginocchiata  dinanzi  al confessionario, chinava il capo umile; abbandonavasi in un accasciamento desolato; biascicando delle parole sommesse che somigliavano a dei sospiri. Dal confessionario rispondeva pacatamente una voce che insinuavasi come una carezza, a lenire le angosce, a calmare gli scrupoli, a perdonare gli errori, a schiudere vagamente nell’avvenire, nell’ignoto, come una vita nuova, un nuovo azzurro. Il sole di sesta scappava dalle cortine, in alto, e faceva rifiorire le piaghe di sant’Agata, all’altar maggiore, quasi due grosse rose in mezzo al petto. Allora la penitente risollevavasi ansiosa, raggiante di consolazione, aggrappandosi avidamente alla sponda dell’inginocchiatoio, con un accento più fervido, appoggiando la fronte sulle mani in croce per lasciarsi penetrare da quella dolcezza. Veniva un ronzìo di mosche sonnolenti, un odor d’incenso e di cera strutta, un torpore greve e come una stanchezza dal luogo e dall’ora. Una vecchia aspettava accoccolata sui gradini dell’altare, simile a una mantellina bisunta posata su di un fagotto di lavandaia, e quando destavasi borbottando, don Luca le dava sulla voce: –  Bella  creanza!  Non  vedete  che  c’è  una  signora  prima  di  voi  al confessionario?... quelle non sono le quattro chiacchiere che avete da portarci Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
dore nella mattinata limpida, nella gaiezza primaverile, nel profumo dei fiori e dell’incenso, nel suono grave dell’organo che levavasi dalle profondità misteriose del coro – un canto alato, un inno di grazie e di gloria che irrompeva, e libravasi al cielo trionfante. Fra le monache raccolte nel coro una voce bella e fresca intuonò il Tantum ergo, una voce di donna che sembrava cantare la giovinezza, l’amore, i sogni, l’azzurro, i fiori e la vita in quell’inno religioso, una voce che aveva le lagrime, le estasi, i sorrisi, la gioventù, la bellezza, e li deponeva trepidante ai piedi dell’altare. Il frate orava in ginocchio, a capo chino. Sembrava che a quel canto si riverberassero delle sfumature rosee sulla nuca bianca d’adolescenza casta e prolungata. Egli stesso sembrava quasi immateriale fra le pieghe molli della tonaca nera che cadeva sui gradini dell’altare, simile a una veste muliebre. Poi sorse un’irradiazione abbagliante, una gloria di raggi che eclissò, nell’aureola dell’ostensorio gemmato, l’uomo segnato dalla stola d’oro, come in una croce, sulla cotta spumante di trine al pari di un abito da sposa. Tutte le teste si prostrarono umiliate. Le campane squillarono alte in un coro festante, insieme alle note gravi e sonore dell’organo che vibravano sotto la volta dorata della chiesa, irrompevano dalle finestre dipinte, pel cielo azzurro, nella primavera gioconda, sotto il sole radioso, mentre il canto moriva in un’estasi sovrumana. Suor Crocifissa era rimasta accanto all’organo, colle mani ancora erranti sulla tastiera, le labbra palpitanti dell’inno d’amore mistico, smarrita nella visione interiore di quegli splendori che alla sua anima esaltata dalla musica, dalla reclusione, dal digiuno, dal cilicio e dalla preghiera in comune recavano uno sgomento e una dolcezza nuova della vita, un turbamento degli echi e degli incitamenti che venivano a morire sotto le mura del convento colla canzone errante, coi rumori del vicinato, colla carezza della luna che entrava dall’alta inferriata a posarsi sul lettuccio verginale, e tentava il mistero pudibondo della cella solitaria, e vi destava le curiosità timide, le fantasie vagabonde, e gli scrupoli vaghi che annidavansi nell’ombra. Ella sentiva ora una bramosia calda, un desiderio quasi carnale di mondarsi l’anima e lo spirito di quelle allucinazioni peccaminose, di difendersi dal mondo, di agguerrirsi contro la tentazione, coll’aiuto di quell’uomo il quale discerneva la via della colpa coi suoi occhi luminosi e insinuavasi nei cuori colla voce soave, e scacciava il peccato colla mano fine e bianca, e parlava dell’amore eterno con accento d’innamorato. – Accostarsi a lui, essere con lui, confondersi in lui. – Avere in quell’uomo purificato dal sacramento, il consigliere, il conforto, l’amico, il confidente, il perdono, la verità e la luce. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Novelle sparse di Giovanni Verga
dell’onomastico di Lina. Arrivava con un’aria disinvolta che lo tradiva peggio delle sue tasche rigonfie come bisaccie, e si fregava le mani vedendo sorridere la Lina. La sera, d’inverno, si raccoglievano nel salotto, presso il tavolino; facevano quattro chiacchiere; sfogliavano delle riviste, dei romanzi nuovi; indovinavano delle sciarade, o Lina suonava il piano. Donati aveva una pazienza ammirabile per sorbirsi il racconto dettagliato di tutti i romanzi che leggeva Lina – era il solo vizio che ella avesse – sapeva indovinare delicatamente l’arte di ascoltare, di farsi punto ammirativo, o punto interrogativo, di agitarsi sulla seggiola, di convertire lo sbadiglio in esclamazione, mentre, povero diavolo, cascava dal sonno, o capiva poco, o, semplice e tranquillo com’era, non s’interessava affatto a tutti i punti ammirativi cui si credeva obbligato dalla situazione. Spesso, risalendo nelle sue stanze, trovava dei fiori freschi sullo scrittoio, un tappetino nuovo dinanzi al canapè, qualche cosuccia elegante messa in bella mostra sui mobili modesti. Un risolino giocondo che veniva dal fondo dell’anima faceva capolino discretamente su quel viso sereno da galantuomo, e si rifletteva su tutte quelle cosucce silenziose; allora, a mo’ di ringraziamento, egli picchiava due o tre colpi sul pavimento. Lina si era data un gran da fare per cercargli moglie; ei rispondeva invariabilmente: – Oibò! stiamo benone così. Non mettiamo il diavolo in casa. – Il poveretto era così persuaso d’appartenere a quella famigliuola, era così contento di quella tranquilla esistenza, che avrebbe creduto di metter il fuoco all’appartamento, se avesse fatto un sol passo al di fuori della falsariga sulla quale era uso a camminare, e sulla quale erano regolate tutte le sue azioni, da perfetto impiegato. Ai suoi amici che gli consigliavano di farsi una famiglia, rispondeva: – Ne ho una e mi basta. – E gli amici non ridevano. Lina invece diceva che non bastava; pensava agli anni più maturi, alle infermità, alla vecchiaia del suo amico, come avrebbe potuto farlo una madre. Qualche volta, prima di chiudere la finestra, sentendolo passeggiare tutto solo nella camera soprastante, alzava gli occhi al soffitto e mormorava: – Povero giovane! – L’isolamento di quella vita melanconica, scolorita, monotona, nell’età delle passioni e dei piaceri, dava un certo risalto a quel carattere calmo e modesto, ingigantiva la figura austera di quel solitario, esagerava l’idea del sacrificio, rendeva l’uomo simpatico, s’insinuava come una puntura in mezzo alla felicità di lei, così piena, così completa; le faceva pensare, con un sentimento di dolcezza, alla parte di protezione, di affetto fraterno e di conforto che ella poteva esercitarvi. A voi, cercatori d’uncini! Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
Ora accadde che una volta, tre o quattro giorni prima della festa, Lina, burlona com’era, parlando di ’ntuppatedde, dicesse a Donati: – Stavolta, sapete, non vi consiglio di farvi vedere per le strade. Donati sapeva che Lina non s’era travestita mai da  ’ntuppatedda, e siccome era la sola sua amica da cui potesse aspettarsi una sorpresa, rispose facendo una spallata: – Poiché me la son passata liscia per otto anni!... – Liscia o non liscia, a voi! Uomo avvisato uomo salvato. Ma Donati non cercava di salvarsi, anzi quel tal pericolo lo attraeva, senza fargli sospettare il detto del Vangelo. Sarebbe stata una festa, una superba occasione di fare alla Lina un bel regaluccio fingendo di non riconoscerla, di prendere il di sopra e intrigarla invece di lasciarsi intrigare, di godersi l’imbarazzo di lei, far lo gnorri, e riderne poi di gusto insieme a lei. Stette tutto il giorno almanaccandoci sopra, mentre all’ufficio tirava linee rette e curve, passandosi la lezione a memoria, studiando le botte e le risposte, facendo provvista di spirito a mente riposata. L’idea di condursi sotto il braccio quella bella donnina, potendo fingere di non conoscerla, di trovarsi solo con lei, in mezzo alla folla, di essere per un’ora il suo solo protettore, uno sconosciuto, un uomo nuovo, avea qualcosa di clandestino che lo faceva ringalluzzire come una buona fortuna. Ora ecco la coda del diavolo, quella benedetta coda che si diverte a mettere sossopra tutte le buone intenzioni di cui è lastricato l’inferno, insinuandosi fra le commessure di esse, scoprendo il rovescio dei migliori sentimenti, mettendo in luce l’altro lato delle azioni più oneste, dei fatti che sembrano avere il motivo meno indeterminato. – La notte che precedette il giorno della festa Donati fece un brutto sogno; ma così vivo, così strano, così sorprendente, accompagnato da tale verità di circostanze, che allorché fu sveglio rimase un bel pezzo incerto se fosse stato un brutto sogno oppure no, e non poté chiudere occhio pel resto della notte. Sognò di trovarsi insieme a Lina,  una  Lina  che  parevagli  di  non  aver  conosciuto  mai,  vestita  da ’ntuppatedda, coll’occhio nero e luccicante, la voce e le mani tremanti d’emozione; erano seduti ad un tavolino del caffè di Sicilia, dov’egli non soleva andar mai, stavano immobili, zitti, guardandosi. Ad un tratto ella s’era lasciata scivolare il manto sulle spalle, fissandolo sempre con quegli occhi indiavolati, rossa come non l’aveva mai vista, e afferrandogli il capo per le tempie gli avea avventato in faccia un bacio caldo e febbrile.
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
ad uomini che portavano in trionfo Cora Pearl, e la quale mi gettava le braccia al collo nel buio di una scala, dava la più luminosa prova di candore coll’espansione della sua simpatia: sentimento strano che non sapevo spiegare, e di cui non osavo chiederle ragione. Nella sua fiducia c’era tanta innocenza che avrei voluto rubarle gli orecchini per insegnarle a diffidare degli uomini. Sentivo fra le mie le sue povere mani tremanti, e le sue parole sommesse sembrava che mi sfiorassero il viso come un bacio. Certi sentimenti inesplicabili hanno un fondamento essenzialmente materiale; tutto l’incanto di quell’ora di paradiso stava nel buio di quella scala. Sembravami che le larve dell’ideale avessero preso corpo e mi stringessero le mani: – Io ti son piaciuta senza che tu mi avessi vista in viso, ella mi disse. Ecco perché ti amo – e non mi domandò nemmeno come mi chiamassi. Ella si fece promettere che sarei tornato a vederla la notte seguente. Ahimè! insensata promessa che rimpiccioliva il desiderio nelle meschine proporzioni di un volgare appuntamento. Noi avremmo dovuto inventare tutti gli ostacoli che mancavano alla nostra felicità, o non rivederci mai più. La notte seguente tornai da lei con un sentimento penoso, come se avessi perduto qualche cosa. La rividi nel suo salottino, raggiante di bellezza, e il cuore mi si dilatò di gioia, quasi le prime sensazioni della sciagura fossero piacevoli; contemplavo avidamente quelle leggiadre sembianze che s’imporporavano per me, e in mezzo alla festa del mio cuore sentivo insinuarsi un vago turbamento – il mio ideale svaniva; tutto quello che c’era in quella bellezza veramente incantevole era tolto ai miei sogni; sembravami che il mio pensiero si fosse impoverito trovandosi costretto nei limiti della realtà. – Che hai? mi disse. – Nulla, risposi, c’è troppa luce qui. – Ella, povera ragazza, moderò la fiamma della lucerna. Non si avvedeva del turbamento che c’era in me, e non avea paura della funesta avidità con la quale i miei occhi la divoravano. Parlava sorridente, giuliva, come un uccelletto innamorato canta su di un ramoscello; mi raccontò la sua storia, una di quelle storie che l’angelo custode ascolta sorridendo. Avea amato il cugino con cui l’avevo vista al veglione, era venuta colla zia da Lecco per lui, e il cugino, in capo a due o tre giorni di esitazione, le avea fatto capire bellamente che non l’amava più. Allora, dopo le prime lagrime, ella avea pensato a quello sconosciuto che al veglione della Scala l’avea guardata in quel modo. – Io ti ho letto negli occhi che ti piacevo, mi disse, e ti sorrisi perché ciò mi rendeva tutta lieta; in quel momento avevo un gran dolore in cuore. Se mio cugino avesse seguitato ad amarmi, io non te
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
Finita l’opera, passò una mezz’ora al caffè d’Europa, e quando tornò all’albergo il gas era spento. Passando pel corridoio, dinanzi all’uscio di quel famoso numero undici, si rammentò un’altra volta del biglietto che avea in tasca e involontariamente rallentò il passo. Si mise alla finestra, fumò il suo sigaro, lesse il suo giornale, e poi andò a letto. Il letto era duro ed uggioso insolitamente quella notte; faceva caldo, e Assanti avea un bel voltarsi e rivoltarsi senza poter chiudere occhio. Quelle due linee sottili che teneva chiuse nel portafogli posto sulla tavola a capo del letto, sgusciavano fuori della busta, s’allungavano serpeggiando in ghirigori per le pareti, gli si attortigliavano alle coperte e alle sbarre del cortinaggio, s’insinuavano sotto l’uscio, e guizzavano pel corridoio oscuro, lasciando sul tappeto una striscia fosforescente. Spense il lume, lo riaccese, rilesse il bigliettino, stavolta senza ridere, ché l’odore del foglietto profumato gli dava alla testa, spense il lume di nuovo per addormentarsi, e fu peggio di prima; nelle tenebre faceva sogni stravaganti ad occhi aperti; vedeva quell’uscio del numero undici socchiuso, una forma bianca che sporgeva la testa dal vano, e quella donna, per la quale il giorno innanzi non avrebbe mosso un dito, ora che gli era passata pel capo sotto altro aspetto, un solo istante, per ischerzo, assumeva forme e sorrisi affascinanti. Il sangue gli martellava nelle vene. Finalmente si vestì a guisa di un sonnambulo, quasi non avesse coscienza di quel che facesse; arrivò a mettere la mano sulla maniglia dell’uscio, e tornò a cacciarsi frettolosamente fra le coltri, vergognoso della ridicola tentazione alla quale avea ceduto con facilità inesplicabile, come se la sua nemica avesse potuto vederlo e dargli la baia. La notte dormì male, e si levò di cattivo umore. All’ora del pranzo trovò la Dal Colle al suo solito posto, gaia e disinvolta come se nulla fosse stato, e civetta più che mai. Non gli fece l’onore di accorgersi menomamente di lui, e una volta gli lanciò a bruciapelo uno sguardo schernitore che avrebbe fatto montare la mosca al naso ad un uomo meno padrone di sé dell’Assanti. Egli si era fatto il suo piano di rappresaglie e di allusioni pungenti, ma aspettò inutilmente tutta la sera nel salotto dove la Dal Colle soleva far della musica. A poco a poco, a suo dispetto, quel sangue freddo, quella sicurezza, quella disinvoltura, lo dominavano e lo facevano arrabbiare. Evidentemente costei che l’aveva vinto con la burla più grossolana del mondo era più forte di lui; sapeva che sarebbe bastato un nonnulla, un cattivo scherzo, per insinuarglisi tutta nelle fibre come una spina, impadronirsene, metterlo sossopra, e agitarlo co’ suoi menomi capricci. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
l’abisso, delirante di spasimo, un gemito che fa drizzare la donna sul guanciale, coi capelli irti di terrore, molli del sudore di un’angoscia più terribile di quella dell’uomo che agonizza nel fondo del trabocchetto, e, fuori di sé, le fa volgere uno sguardo smarrito, quasi pazzo, su quel marito che non ode e russa. La signora Matilde ascoltava in silenzio, cogli occhi fissi, intenti, luccicanti. Non disse “È vero!” ma chinò il capo. Il marito si strinse nelle spalle e si alzò per andarsene. Le ombre sorgevano da tutte le profondità delle rovine e del precipizio. – Se tutto ciò è vero, ella disse con voce breve; s’è accaduto così come dite, essi debbono essersi appoggiati qui, a questi avanzi di davanzale, a guardare il mare, come noi adesso... – ed ella vi posò la mano febbrile – qui. Ei chinò lo sguardo sulla mano, poi guardò il mare, poi la mano di nuovo. Ella non si muoveva, non diceva motto, guardava lontano. – Andiamo, disse a un tratto, la leggenda è interessante, ma mio marito a quest’ora deve preferire la campana del desinare. Andiamo. Il giovane le offrì il braccio, ed ella vi si appoggiò, rialzando i lembi del vestito, saltando leggermente fra i sassi e le rovine. Passando presso uno stipite sbocconcellato, osservò che c’erano ancora attaccati gli avanzi degli stucchi. – Se potessero raccontare anche questi! disse ridendo. – Direbbero che allo stesso posto dove s’è posata la sua mano, ci si è aggrappata la mano convulsa della baronessa, la quale tendeva l’orecchio, ansiosa, verso quell’andito dove non si udiva più il rumore dei passi di lui, né una voce, né un gemito, ma risuonavano invece gli sproni sanguinosi del barone. La signora si tirò indietro vivamente, come se avesse toccato del fuoco; poi vi posò di nuovo la mano, risoluta, nervosa, increspata; sembrava avida d’emozione; avea sulle labbra uno strano sorriso, le guance accese e gli occhi brillanti. – Vede! disse. Non si ode più nulla! – Alla buon’ora! esclamò il signor Giordano; dunque possiamo andare. La moglie gli rivolse uno sguardo distratto, e soggiunse: – Scusami, sai! Il raggio di sole prima di tramontare si insinuò per un crepaccio a fior d’acqua, e illuminò improvvisamente il fondo di quella specie di pozzo ch’era Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga