inesplicabile

[i-ne-spli-cà-bi-le]
In sintesi
che non può essere spiegato
← dal lat. tardo inexplicabĭle(m), comp. di ĭn- ‘in-’ e un deriv. di explicāre ‘spiegare’.
agg.
(pl. -li)

lett. Che non si può, non si riesce a spiegare, a comprendere: è un fatto i.; un fenomeno i.; misteri inesplicabili SIN. incomprensibile, inspiegabile

Citazioni
s’accostò, e disse: “monsignore aspetta vossignoria. Si contenti di venir con me”. E precedendolo in quella piccola folla, che subito fece ala, dava a destra e a sinistra occhiate, le quali significavano: cosa volete? non lo sapete anche voi altri, che fa sempre a modo suo? Appena introdotto l’innominato, Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata, e fece subito cenno al cappellano che uscisse: il quale ubbidì. I due rimasti stettero alquanto senza parlare, e diversamente sospesi. L’innominato, ch’era stato come portato lì per forza da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno, ci stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno, e dall’altra parte una stizza, una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, né quasi ne cercava. Però, alzando gli occhi in viso a quell’uomo, si sentiva sempre più penetrare da un sentimento di venerazione imperioso insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto, e senza prender l’orgoglio di fronte, l’abbatteva, e, dirò così, gl’imponeva silenzio. La presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente composto, e quasi involontariamente maestoso, non incurvato né impigrito punto dagli anni; l’occhio grave e vivace, la fronte serena e pensierosa; con la canizie, nel pallore, tra i segni dell’astinenza, della meditazione, della fatica, una specie di floridezza verginale: tutte le forme del volto indicavano che in altre età, c’era stata quella che più propriamente si chiama bellezza; l’abitudine de’ pensieri solenni e benevoli, la pace interna d’una lunga vita, l’amore degli uomini, la gioia continua d’una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una, direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più in quella magnifica semplicità della porpora. Tenne anche lui, qualche momento, fisso nell’aspetto dell’innominato il suo sguardo penetrante, ed esercitato da lungo tempo a ritrarre dai sembianti i pensieri; e, sotto a quel fosco e a quel turbato, parendogli di scoprire sempre più qualcosa di conforme alla speranza da lui concepita al primo annunzio d’una tal visita, tutt’animato, “oh!” disse: “che preziosa visita è questa! e quanto vi devo esser grato d’una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po’ del rimprovero!”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
La donna alzò il capo, sgomenta, e lo guardò come esterrefatta. Chinò la fronte di nuovo e balbettò con voce spenta e malferma alcune parole inintelligibili. A poco a poco Donati diradò le sue visite. Corsi gli si mostrava sempre più freddo. Quando i due antichi amici si trovavano insieme, provavano, senza saper perché, un imbarazzo inesplicabile. La freddezza di entrambi si comunicava e si moltiplicava dall’uno all’altro. Corsi avea tutto indovinato dal nuovo contegno della moglie e dell’amico, oppure Lina gli avea tutto raccontato? L’ultima volta che Donati andò da lei, pel suo onomastico, la trovò che era sola in casa. Lina si fece di bracia e represse a stento un movimento di sorpresa. Donati non sapeva più trovare il verso del pelo del suo cappello, né le prime frasi di un discorso che andasse. Ella stava sul canapè, in gran cerimonia, sì da far venire la voglia al disgraziato visitatore d’andarsene dalla finestra. La visita durò dieci minuti. Mentre scendeva le scale l’exPolluce mormorava con voce soffocata nella gola: – È finita! è finita! D’allora in poi non ebbe più il coraggio di picchiare a quell’uscio. Veniva a casa mogio mogio, il più tardi che poteva, guardando furtivamente quella finestra rischiarata che gli rammentava le sere gioconde passate accanto al fuoco, col cuore e i piedi caldi, e affrettava il passo sul ripiano della scala. Giammai le sue modeste stanzuccie non gli erano sembrate più silenziose, più fredde, e più melanconiche; adesso il povero romito ci stava il meno che potesse. Stando fuori, fece come avea fatto Corsi, conobbe un’altra Lina. Venuto il settembre, Corsi avea sloggiato senza nemmen dirgli addio, e non s’erano più visti. Lina era stata inferma, e gravemente: Donati l’aveva saputo molto tempo dopo. Gli avevano detto che la malattia l’avea cambiata di molto; ei ci aveva pensato spesso, avea avuto spesso dinanzi agli occhi quel profilo delicato e pallido, e quegli occhi febbrili, come una trafitta, come un rimorso; ma non avrebbe immaginato mai l’impressione che dovevano fare su di lui quel viso e quell’occhiata furtiva la prima volta che, andando colla sua fidanzata, incontrò la Lina. – Ella s’era voltata a guardarlo di nascosto, come si guarda un mostro o un malfattore. Intanto era trascorso l’anno, ed era sopravvenuta la festa di Sant’Agata. Donati dovea sposare da lì a poco. Egli aspettava in mezzo alla folla una ’ntuppatedda che quasi gli avea promesso di farsi vedere un momento, quando si sentì afferrare all’improvviso pel braccio. Gettò una rapida occhiata
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
dogli indovinare i vaghi rossori che scorrevano sotto la sua maschera, e i sorrisi affascinanti; gli posava la mano sulla spalla, e l’accarezzava col ventaglio; sembrava che si facesse promettere qualche cosa, con una insistenza affettuosa e carezzevole. Io avrei dato qualunque cosa per essere al posto di quel giovanotto, il quale sembrava mediocremente lusingato da quella preferenza; avrei voluto indovinare tutto quello che non potevo udire, tutto quello che si agitava nel cuore di lei; avrei voluto penetrare attraverso la seta di quella maschera; l’incognito di quel viso, di quella persona, e di quel modesto romanzetto sbocciato al gas della Scala avea mille attrattive per un osservatore. La mia simpatia, o la mia curiosità, avrà dovuto penetrarla come corrente elettrica: ella si volse a guardarmi due o tre volte, con quei suoi occhioni neri; poi si alzò, prese il braccio del suo compagno e si allontanò. Sembrommi che all’allegria di quella festa fosse succeduta una inesplicabile musoneria, che mi mancasse qualche cosa; la cercavo con un’avida speranza di rivederla, quasi cotesta sconosciuta fosse diggià qualche cosa per me. Sul tardi ci trovammo di nuovo faccia a faccia accanto alla porta, mentre ella usciva dalla sala ed io vi rientravo. Rimanemmo immobili, guardandoci fissamente, a lungo, come due che si conoscono, quasi anch’io, dopo averla guardata tre o quattro volte durante la sera, fossi diventato qualche cosa per lei; il cuore mi batteva, e sentivo che doveva battere anche a lei; sembravami che entrambi bevessimo qualche cosa l’uno negli occhi dell’altra; assaporavo il suo sorriso assai prima che le sue labbra si schiudessero: ella mi sorrise infatti – un getto di buonumore e di simpatia che diceva: “So che ti piaccio, e anche tu mi piaci!”. La parola più affettuosa, la lingua più dolce del mondo, non avrebbero potuto riprodurre l’eloquenza di quel sorriso; il pensatore più eminente, o l’uomo di mondo più sperimentato, non avrebbe potuto analizzare quel sentimento che irrompeva improvviso in un’occhiata, fra due persone che s’incontravano in mezzo alla folla, come due viaggiatori che partono per opposte direzioni s’incontrano in una stazione, l’una accanto ad  uomo  che  amava  forse  ancora,  l’altro  che  avea  visto  il  braccio  di  lei sull’òmero di quell’uomo. Due o tre volte ella si rivolse a guardarmi collo stesso sorriso, ed io la seguii, senza sapere io stesso dietro a quale lusinga corressi. La folla me la fece perdere di vista; la cercai inutilmente nel ridotto, pei corridoi, nel caffè, in platea, da Canetta, in quei palchi che potei passare in rassegna, dappertutto. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
ad uomini che portavano in trionfo Cora Pearl, e la quale mi gettava le braccia al collo nel buio di una scala, dava la più luminosa prova di candore coll’espansione della sua simpatia: sentimento strano che non sapevo spiegare, e di cui non osavo chiederle ragione. Nella sua fiducia c’era tanta innocenza che avrei voluto rubarle gli orecchini per insegnarle a diffidare degli uomini. Sentivo fra le mie le sue povere mani tremanti, e le sue parole sommesse sembrava che mi sfiorassero il viso come un bacio. Certi sentimenti inesplicabili hanno un fondamento essenzialmente materiale; tutto l’incanto di quell’ora di paradiso stava nel buio di quella scala. Sembravami che le larve dell’ideale avessero preso corpo e mi stringessero le mani: – Io ti son piaciuta senza che tu mi avessi vista in viso, ella mi disse. Ecco perché ti amo – e non mi domandò nemmeno come mi chiamassi. Ella si fece promettere che sarei tornato a vederla la notte seguente. Ahimè! insensata promessa che rimpiccioliva il desiderio nelle meschine proporzioni di un volgare appuntamento. Noi avremmo dovuto inventare tutti gli ostacoli che mancavano alla nostra felicità, o non rivederci mai più. La notte seguente tornai da lei con un sentimento penoso, come se avessi perduto qualche cosa. La rividi nel suo salottino, raggiante di bellezza, e il cuore mi si dilatò di gioia, quasi le prime sensazioni della sciagura fossero piacevoli; contemplavo avidamente quelle leggiadre sembianze che s’imporporavano per me, e in mezzo alla festa del mio cuore sentivo insinuarsi un vago turbamento – il mio ideale svaniva; tutto quello che c’era in quella bellezza veramente incantevole era tolto ai miei sogni; sembravami che il mio pensiero si fosse impoverito trovandosi costretto nei limiti della realtà. – Che hai? mi disse. – Nulla, risposi, c’è troppa luce qui. – Ella, povera ragazza, moderò la fiamma della lucerna. Non si avvedeva del turbamento che c’era in me, e non avea paura della funesta avidità con la quale i miei occhi la divoravano. Parlava sorridente, giuliva, come un uccelletto innamorato canta su di un ramoscello; mi raccontò la sua storia, una di quelle storie che l’angelo custode ascolta sorridendo. Avea amato il cugino con cui l’avevo vista al veglione, era venuta colla zia da Lecco per lui, e il cugino, in capo a due o tre giorni di esitazione, le avea fatto capire bellamente che non l’amava più. Allora, dopo le prime lagrime, ella avea pensato a quello sconosciuto che al veglione della Scala l’avea guardata in quel modo. – Io ti ho letto negli occhi che ti piacevo, mi disse, e ti sorrisi perché ciò mi rendeva tutta lieta; in quel momento avevo un gran dolore in cuore. Se mio cugino avesse seguitato ad amarmi, io non te
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
Finita l’opera, passò una mezz’ora al caffè d’Europa, e quando tornò all’albergo il gas era spento. Passando pel corridoio, dinanzi all’uscio di quel famoso numero undici, si rammentò un’altra volta del biglietto che avea in tasca e involontariamente rallentò il passo. Si mise alla finestra, fumò il suo sigaro, lesse il suo giornale, e poi andò a letto. Il letto era duro ed uggioso insolitamente quella notte; faceva caldo, e Assanti avea un bel voltarsi e rivoltarsi senza poter chiudere occhio. Quelle due linee sottili che teneva chiuse nel portafogli posto sulla tavola a capo del letto, sgusciavano fuori della busta, s’allungavano serpeggiando in ghirigori per le pareti, gli si attortigliavano alle coperte e alle sbarre del cortinaggio, s’insinuavano sotto l’uscio, e guizzavano pel corridoio oscuro, lasciando sul tappeto una striscia fosforescente. Spense il lume, lo riaccese, rilesse il bigliettino, stavolta senza ridere, ché l’odore del foglietto profumato gli dava alla testa, spense il lume di nuovo per addormentarsi, e fu peggio di prima; nelle tenebre faceva sogni stravaganti ad occhi aperti; vedeva quell’uscio del numero undici socchiuso, una forma bianca che sporgeva la testa dal vano, e quella donna, per la quale il giorno innanzi non avrebbe mosso un dito, ora che gli era passata pel capo sotto altro aspetto, un solo istante, per ischerzo, assumeva forme e sorrisi affascinanti. Il sangue gli martellava nelle vene. Finalmente si vestì a guisa di un sonnambulo, quasi non avesse coscienza di quel che facesse; arrivò a mettere la mano sulla maniglia dell’uscio, e tornò a cacciarsi frettolosamente fra le coltri, vergognoso della ridicola tentazione alla quale avea ceduto con facilità inesplicabile, come se la sua nemica avesse potuto vederlo e dargli la baia. La notte dormì male, e si levò di cattivo umore. All’ora del pranzo trovò la Dal Colle al suo solito posto, gaia e disinvolta come se nulla fosse stato, e civetta più che mai. Non gli fece l’onore di accorgersi menomamente di lui, e una volta gli lanciò a bruciapelo uno sguardo schernitore che avrebbe fatto montare la mosca al naso ad un uomo meno padrone di sé dell’Assanti. Egli si era fatto il suo piano di rappresaglie e di allusioni pungenti, ma aspettò inutilmente tutta la sera nel salotto dove la Dal Colle soleva far della musica. A poco a poco, a suo dispetto, quel sangue freddo, quella sicurezza, quella disinvoltura, lo dominavano e lo facevano arrabbiare. Evidentemente costei che l’aveva vinto con la burla più grossolana del mondo era più forte di lui; sapeva che sarebbe bastato un nonnulla, un cattivo scherzo, per insinuarglisi tutta nelle fibre come una spina, impadronirsene, metterlo sossopra, e agitarlo co’ suoi menomi capricci. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
sorabili insieme e pietosi. La va secondo l’indole di chi ha raccolto ed ordinato  il  museo;  poiché  mio  pensiero  è  che  la  fortuna  nostra  sia  scritta profeticamente nell’indole. Essa è la regola interna secondo cui le cose esterne hanno questo o quel valore; e che dai propri modi di essere giudica la vita o un ozio, o un piacere, o un sacrifizio, o una battaglia, o una modalità. Chi falla nel giudizio deve o rimediarvi colla convinzione nell’errore, o espiare la propria cecità col disperarsene. E molto facilmente chi stimi la vita un’occasione di piaceri non la stimerà più tale al momento d’andarsene. Quella ciocca di capelli neri ineguali e avviluppati, che serbano ancora i segni dello strappamento, furono come la prima croce appesa a segnare lo spazio vuoto d’un giorno nel sacrario domestico della memoria. E sovente venni poi a pregare, a meditare, a sorridere, a piangere dinanzi a quella croce, dal cui significato misto di gioia e d’affanno potevasi forse pronosticar fin d’allora il tenore di quei godimenti acuti, scapigliati e convulsi che mi dovevano poi logorar l’anima e fortunatamente rinnovarla. Quella ciocca di capelli restò l’A del mio alfabeto, il primo mistero della mia Via Crucis, la prima reliquia della mia felicità; la prima parola scritta insomma della mia vita; varia com’essa, e quasi inesplicabile come quella di tutti. Certo fin dal primo istante io ne presentii l’importanza perché non mi pareva aver ripostiglio tanto sicuro ove nasconderla. L’avvoltolai per allora in una pagina bianca strappata dal mio libro di messa e la misi fra il letto ed il pagliericcio. Cosa strana assai! poiché mi si parò alla mente il valore inestimabile di quei pochi capelli, essi mi bruciavano le dita. Non so se fosse paura di perderli e di esserne privato, o ribrezzo istintivo dalle tremende promesse che significarono poi. — Io li aveva già nascosti, e stava cheto cheto fingendo di dormire, quando  capitò  su  Martino,  il  quale  vedendomi  addormentato  tolse  la lucernetta per sé, e si ritrasse nella sua stanza. Poi a poco a poco la finta di dormire mi si volse in sonno vero, ed il sonno in un ghiribizzo continuo di sogni, di fantasmagorie, di trasfiguramenti, che mi lasciò di quella notte l’idea lunga lunga d’un’intera vita. Che il tempo non si misurasse, come pare, dai moti del pendolo, ma dal numero delle sensazioni? Potrebbe essere; e potrebbe esser del pari che una tal questione si riducesse a un gioco di parole. Io certo vissi alle volte nel sogno di un’ora lunghissimi anni; e mi parve poter spiegare questo fenomeno assomigliando il tempo ad una distanza ed il sogno ad una vaporiera. I prospetti sono gli stessi ma passano più rapidi; la distanza non è diminuita ma divorata.
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
chia e della fanciulla. Egli accarezzò i capelli di quest’ultima, che avevano il colore di quelli di Angiolina. In genere, salvo la rosea salute, ella andava somigliando alla sorella. Pensò  che  forse  sarebbe  stato  saggio  partito  vendicarsi  di  quel  tiro d’Angiolina, non andando da lei finché ella non l’avesse chiamato. Ora che ne aveva bisogno sarebbe venuta ben presto in cerca di lui. Ma la sera, subito dopo l’ufficio, egli rifece la strada proponendosi intanto d’indagare la causa di quell’inesplicabile assenza. Era possibilissimo che si fosse trattato di un caso di forza maggiore. Trovò Angiolina ancora vestita come quando l’aveva accompagnata la mattina. Era rientrata in quell’istante. Ella si lasciò baciare ed abbracciare con la dolcezza che usava quando aveva bisogno di ottenere un perdono. Le sue guance erano in fiamme e la sua bocca puzzava di vino. Infatti ho bevuto molto disse ella subito ridendo. – Il signor Deluigi, un vecchio cinquantenne, s’era proposto di farmi prendere una sbornia; ma non ce riuscito mica, veh! – Eppure doveva esserci riuscito meglio di quanto ella credesse, e ne faceva fede la sua smodata allegria. Si contorceva dalle risa. Era bellissima, con quell’insolito rossore alle guance e gli occhi lucenti. Egli la baciò nella sua bocca spalancata, sulle gengive rosse, ed ella lo lasciò fare, passiva come se il caso non fosse suo. Continuava a ridere, e raccontava, a frasi smozzicate, che non soltanto il vecchio, ma tutta la famiglia aveva preso l’impegno di farle perdere la testa e che sebbene fossero in tanti, non c’erano riusciti. Egli tentò di renderla ragionevole parlandole del Volpini. – Lasciami in pace con quella roba! – gridò Angiolina e, visto ch’egli insisteva, ella senza rispondere, lo baciò e abbracciò come egli aveva fatto sino allora con lei, nella bocca e sul collo, aggressiva come non era stata mai e finirono sul letto, ella col cappellino ancora in testa e col soprabito indosso. La porta era rimasta spalancata, ed era difficile che i suoni di quella battaglia non fossero arrivati sino alla cucina ove si trovavano il padre, la madre e la sorella d’Angiolina. L’avevano ubbriacata davvero. Strana casa quella di quei signori Deluigi. Egli non portò con sé alcun rancore contro Angiolina perché la sua soddisfazione, quella sera, era stata proprio perfetta. Il giorno dopo si ritrovarono a mezzodì ambedue di umore eccellente. Angiolina assicurò che la madre non s’era accorta di nulla. Poi disse che deplorava d’essersi lasciata cogliere in quello stato. La colpa non era sua: – Quel maledetto vecchio Deluigi!
Senilita di Italo Svevo
– Amalia! – ripeté egli debolmente, sbigottito dall’evidenza di quel delirio. Le toccò con la mano la spalla. Allora ella si volse. Da prima guardò la mano di cui aveva sentito il contatto, poi lui in faccia; nell’occhio ravvivato dalla febbre null’altro che lo sforzo di vedere, le guance infiammate, le labbra violacee, asciutte, informi come una ferita vecchia che non sa più rimarginare. Poi l’occhio corse alla finestra inondata di sole e subito, forse ferito da tanta luce, ritornò alle gambe nude ove si fermò con tanta curiosità. – Oh, Amalia! – gridò egli lasciando che il suo spavento si manifestasse in quel grido, che forse avrebbe potuto richiamarla in sé. L’uomo debole teme il delirio e la pazzia come malattie contagiose; il ribrezzo che ne provò Emilio fu tale che gli toccò di farsi forza per non abbandonare quella stanza. Vincendo la propria violenta ripulsione, toccò di nuovo la spalla della sorella: – Amalia! Amalia! – gridò. Chiamava aiuto. Si sentì un po’ sollevato, accorgendosi ch’ella lo aveva udito. Lo aveva guardato una seconda volta, pensierosa, come se avesse cercato di comprendere la ragione di quei gridi e di quella replicata pressione sulla sua spalla. Si toccò il petto, come se in quell’istante si fosse accorta dell’affanno che la tormentava. Poi ridimenticò Emilio e l’affanno: – Oh, sempre bestie! – e la voce alterata pareva annunziasse prossimo il pianto. Stropicciò con ambe le mani le gambe; con brusco movimento si chinò come se avesse voluto sorprendere un animale pronto a fuggire. Si trovò nella destra un dito del proprio piede; lo coperse con la mano che poi sollevò chiusa come se avesse afferrato qualche cosa. Era vuota però ed ella lo guardò più volte; poi ritornò al piede pronta a curvarsi di nuovo per ritornare a quella strana caccia. Un nuovo brivido di freddo che la colse ricordò ad Emilio ch’egli doveva indurla a ripararsi nel letto. Vi si accinse con un fremito doloroso al pensiero di dover forse usare la forza. Gli riuscì invece facilissimo perché ella obbedì alla prima pressione imperiosa della sua mano; portò senza pudore una gamba dopo l’altra sul letto e si lasciò ricoprire. Ma per un’inesplicabile esitazione si puntellò con un braccio sul letto quasi non volesse adagiarvisi tutta. Ben presto non poté resistere in quella posizione e s’abbandonò sul guanciale emettendo per la prima volta un suono intelligente di dolore: – Oh! Dio mio! Dio mio! – Ma che cosa ti è accaduto? – domandò Emilio, che, per quel solo suono assennato, credette di poterle parlare come a una persona che disponga dei suoi sensi.
Senilita di Italo Svevo
Sorella; oh ciel!... tu vivi? tu vivi? ed io t’abbraccio? Oh giorno!... Al petto te dunque io stringo? Oh inesplicabil gioia! — Oh fera vista! la paterna tomba?... Deh! ti acqueta per ora. Elettra, oh quanto sospirai di conoscerti! tu salvo Oreste m’hai, che di me stesso è parte; pensa s’io t’amo. E tu cresciuto l’hai; fratel secondo a me tu sei. Deh! meco dunque i tuoi preghi unisci; ah! meco imprendi a rattener di questo ardente spirto i ciechi moti. Oreste, a duro passo vuoi tu ridurci a forza? ad ogni istante vuoi, ch’io tremi per te? Finora in salvo qui ci han scorti pietate, amor, vendetta; ma, se così prosiegui... È ver; perdona, Pilade amato;... io fuor di me... Che vuoi?... Qual senno mai regger potea?... Quai moti, a una tal vista inaspettata!... — Io ‘l vidi, sì, con questi occhi io ‘l vidi. Ergea la testa dal negro avello: il rabbuffato crine dal viso si togliea con mani scarne; e sulle guance livide di morte il pianto, e il sangue ancor rappreso stava. Né il vidi sol; che per gli orecchi al core
Oreste di Vittorio Alfieri