induzione

[in-du-zió-ne]
In sintesi
procedimento che partendo da singoli casi particolari cerca di stabilire una legge universale
← dal lat. inductiōne(m), deriv. di inducĕre ‘indurre’; nella loc. ‘induzione matematica’, dal fr. induction.
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Elaborazione logica con la quale dall'osservazione di un caso o di più casi particolari si ricavano i princìpi generali che ne sono alla base CONT. deduzione
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estens. Congettura, supposizione
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AER In aerodinamica, modificazione del campo aerodinamico di un corpo o di parte di un velivolo a causa della vicinanza di un altro corpo o di un'altra parte
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BIOL In embriologia, l'influenza che un'area esercita su una regione contigua, in modo da determinare il differenziamento di particolari organi
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CHIM Periodo d'induzione, periodo iniziale di una reazione, durante il quale il processo accelera da uno stato quiescente fino a un valore massimo
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FIS Azione che determinati corpi esercitano a distanza su altri corpi in virtù di specifiche caratteristiche elettriche o magnetiche || Induzione elettromagnetica, produzione di un campo elettrico a causa di un mutamento che interviene in un campo magnetico || Induzione elettrostatica, elettrizzazione di un corpo che venga posto vicino a un altro corpo carico elettricamente || Induzione magnetica, magnetizzazione di corpi ferrosi posti all'interno di un campo magnetico || Induzione residua, misura della magnetizzazione rimasta nei materiali ferrosi dopo la scomparsa del campo magnetico esterno
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ant. Esortazione, istigazione

Citazioni
L’urtar che fece la barca contro la proda, scosse Lucia, la quale, dopo aver asciugate in segreto le lacrime, alzò la testa, come se si svegliasse. Renzo uscì il primo, e diede la mano ad Agnese, la quale, uscita pure, la diede alla figlia; e tutt’e tre resero tristamente grazie al barcaiolo. “Di che cosa?” rispose quello: “siam quaggiù per aiutarci l’uno con l’altro,” e ritirò la mano, quasi con ribrezzo, come se gli fosse proposto di rubare, allorchè Renzo cercò di farvi sdrucciolare una parte de’ quattrinelli che si trovava indosso, e che aveva presi quella sera, con intenzione di regalar generosamente don Abbondio, quando questo l’avesse, suo malgrado, servito. Il baroccio era lì pronto; il conduttore salutò i tre aspettati, li fece salire, diede una voce alla bestia, una frustata, e via. Il nostro autore non descrive quel viaggio notturno, tace il nome del paese dove fra Cristoforo aveva indirizzate le due donne; anzi protesta espressamente di non lo voler dire. Dal progresso della storia si rileva poi la cagione di  queste  reticenze.  Le  avventure  di  Lucia  in  quel  soggiorno,  si  trovano avviluppate in un intrigo tenebroso di persona appartenente a una famiglia, come pare, molto potente, al tempo che l’autore scriveva. Per render ragione della strana condotta di quella persona, nel caso particolare, egli ha poi anche dovuto raccontarne in succinto la vita antecedente; e la famiglia ci fa quella figura che vedrà chi vorrà leggere. Ma ciò che la circospezione del pover’uomo ci ha voluto sottrarre, le nostre diligenze ce l’hanno fatto trovare in altra parte. Uno storico milanese che ha avuto a far menzione di quella persona medesima, non nomina, è vero, né lei, né il paese; ma di questo dice ch’era un borgo antico e nobile, a cui di città non mancava altro che il nome; dice altrove, che ci passa il Lambro; altrove, che c’è un arciprete. Dal riscontro di questi dati noi deduciamo che fosse Monza senz’altro. Nel vasto tesoro dell’induzioni erudite, ce ne potrà ben essere delle più fine, ma delle più sicure, non crederei. Potremmo anche, sopra congetture molto fondate, dire il nome della famiglia; ma, sebbene sia estinta da un pezzo, ci par meglio lasciarlo nella penna, per non metterci a rischio di far torto neppure ai morti, e per lasciare ai dotti qualche soggetto di ricerca. I nostri viaggiatori arrivaron dunque a Monza, poco dopo il levar del sole: il conduttore entrò in un’osteria, e lì, come pratico del luogo, e conoscente del padrone, fece assegnar loro una stanza, e ve gli accompagnò. Tra i ringraziamenti, Renzo tentò pure di fargli ricevere qualche danaro; ma quello, al pari del barcaiolo, aveva in mira un’altra ricompensa, più lontana, ma
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
imaginava lei fatta come una donna gentile, e non la poteva imaginare in atto alcuno se non misericordioso; per che sì volentieri lo senso di vero la mirava, che appena lo potea volgere da quella. E da questo imaginare cominciai ad andare là dov’ella si dimostrava veracemente, cioè ne le scuole de li religiosi e a le disputazioni de li filosofanti. Sì che in picciol tempo, forse di trenta mesi, cominciai tanto a sentire de la sua dolcezza, che lo suo amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero. Per che io, sentendomi levare  dal  pensiero  del  primo  amore  a  la  virtù  di  questo,  quasi maravigliandomi apersi la bocca nel parlare de la proposta canzone, mostrando la mia condizione sotto figura d’altre cose: però che de la donna di cu’io  m’innamorava  non  era  degna  rima  di  volgare  alcuna  palesemente po[e]tare; né li uditori erano tanto bene disposti, che avessero sì leggiere le [non] fittizie parole apprese; né sarebbe data loro fede a la sentenza vera, come a la fittizia, però che di vero si credea del tutto che disposto fosse a quello amore, che non si credeva di questo. Cominciai dunque a dire: Voi che’ntendendo il terzo ciel movete. E perché, sì come detto è, questa donna fu  figlia  di  Dio,  regina  di  tutto,  nobilissima  e  bellissima  Filosofia,  è  da vedere chi furono questi movitori, e questo terzo cielo. E prima del cielo, secondo l’ordine trapassato. E non è qui mestiere di procedere dividendo, e a littera esponendo; ché, volta la parola di quello ch’ella suona in quello ch’ella ’ntende, per la passata sposizione questa sentenza fia sufficientemente palese. XIII A vedere quello che per lo terzo cielo s’intende, prima si vuol vedere che per questo solo vocabulo “cielo” io voglio dire; e poi si vedrà come e perché questo terzo cielo ci fu mestiere. Dico che per cielo io intendo la scienza e per cieli le scienze, per tre similitudini che li cieli hanno con le scienze massimamente; e per l’ordine e numero in che paiono convenire, sì come trattando quello vocabulo, cioè “terzo”, si vedrà. La prima similitudine si è la revoluzione de l’uno e de l’altro intorno a uno suo immobile. Ché ciascuno cielo mobile si volge intorno al suo centro, lo quale, quanto per lo suo movimento, non si muove; e così ciascuna scienza si muove intorno al suo subietto, lo quale essa non muove, però che nulla scienza dimostra lo proprio subietto, ma suppone quello. La seconda similitudine si è lo illuminare de l’uno e de l’altro; ché ciascuno cielo illumina le cose visibili, e così ciascuna scienza illumina le intelligibili. E la terza similitudine si è lo inducere perfezione ne le disposte cose. De la quale Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 46 � Dante Alighieri   Convivio   Trattato secondo induzione, quanto a la prima perfezione, cioè de la generazione sustanziale, tutti li filosofi concordano che li cieli siano cagione, avvegna che diversamente questo pongano: quali da li motori, sì come Plato, Avicenna e Algazel; quali da esse stelle, spezialmente l’anime umane, sì come Socrate, e anche Plato e Dionisio Academico; e quali da vertude celestiale che è nel calore naturale del seme, sì come Aristotile e li altri Peripatetici. Così de la induzione de la perfezione seconda le scienze sono cagione in noi; per l’abito de le  quali  potemo  la  veritade  speculare,  che  è  ultima  perfezione  nostra,  sì come dice lo Filosofo nel sesto de l’Etica, quando dice che ’l vero è lo bene de lo intelletto. Per queste, con altre similitudini molte, si può la scienza “cielo” chiamare. Ora perché “terzo” cielo si dica è da vedere. A che è mestiere fare considerazione sovra una comparazione che è ne l’ordine de li cieli a quello de le scienze. Sì come adunque di sopra è narrato, li sette cieli primi a noi sono quelli de li pianeti; poi sono due cieli sopra questi, mobili, e uno sopra tutti, quieto. A li sette primi rispondono le sette scienze del Trivio e del Quadruvio, cioè Gramatica, Dialettica, Rettorica, Arismetrica, Musica, Geometria e Astrologia. A l’ottava spera, cioè a la stellata, risponde la scienza naturale, che Fisica si chiama, e la prima scienza, che si chiama Metafisica; a la nona spera risponde la scienza morale; ed al cielo quieto risponde la scienza divina, che è Teologia appellata. E ragione per che ciò sia, brievemente è da vedere. Dico  che  ’l  cielo  de  la  Luna  con  la  Gramatica  si  somiglia  [per  due proprietadi], per che ad esso si può comparare. Che se la Luna si guarda bene, due cose si veggiono in essa proprie, che non si veggiono ne l’altre stelle: l’una sì è l’ombra che è in essa, la quale non è altro che raritade del suo corpo, a la quale non possono terminare li raggi del sole e ripercuotersi così come ne l’altre parti; l’altra si è la variazione de la sua luminositade, che ora luce da uno lato, e ora luce da un altro, secondo che lo sole la vede. E queste due proprietadi hae la Gramatica: ché, per la sua infinitade, li raggi de la ragione in essa non si terminano, in parte spezialmente de li vocabuli; e luce or di qua or di là in tanto quanto certi vocabuli, certe declinazioni, certe construzioni sono in uso che già non furono, e molte già furono che ancor saranno: sì come dice Orazio nel principio de la Poetria quando dice: “Molti vocabuli rinasceranno che già caddero”. E  lo  cielo  di  Mercurio  si  può  comparare  a  la  Dialettica  per  due proprietadi: che Mercurio è la più picciola stella del cielo, ché la quantitade del suo diametro non è più che di dugento trentadue miglia, secondo che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri