indicibile

[in-di-cì-bi-le]
In sintesi
che non si può dire
← dal lat. tardo indicibĭle(m), comp. di ĭn- ‘in-’ e dicibĭlis ‘dicibile’.
agg.
(pl. -li)

Che non si può dire, descrivere con parole adeguate: i. dolcezza; pena i. || Straordinario, grandissimo, eccessivo: una i. confusione SIN. inenarrabile, inesprimibile

Citazioni
Lodovico si trovò solo, con que’ due funesti compagni ai piedi, in mezzo a una folla. “Com’è andata? – È uno. – Son due. – Gli ha fatto un occhiello nel ventre. – Chi è stato ammazzato? – Quel prepotente. – Oh santa Maria, che sconquasso! – Chi cerca trova. – Una le paga tutte. – Ha finito anche lui. – Che colpo! – Vuol essere una faccenda seria. – E quell’altro disgraziato! – Misericordia! che spettacolo! – Salvatelo, salvatelo. – Sta fresco anche lui. – Vedete com’è concio! butta sangue da tutte le parti. – Scappi, scappi. Non si lasci prendere.” Queste parole, che più di tutte si facevan sentire nel frastono confuso di quella folla, esprimevano il voto comune; e, col consiglio, venne anche l’aiuto. Il fatto era accaduto vicino a una chiesa di cappuccini, asilo, come ognun sa, impenetrabile allora a’ birri, e a tutto quel complesso di cose e di persone, che si chiamava la giustizia. L’uccisore ferito fu quivi condotto o portato dalla folla, quasi fuor di sentimento; e i frati lo ricevettero dalle mani del popolo, che glielo raccomandava, dicendo: “è un uomo dabbene che ha freddato un birbone superbo: l’ha fatto per sua difesa: c’è stato tirato per i capelli”. Lodovico non aveva mai, prima d’allora, sparso sangue; e, benché l’omicidio fosse, a que’ tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi d’ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo, pure l’impressione ch’egli ricevette dal veder l’uomo morto per lui, e l’uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l’alterazione di quel volto, che passava, in un momento, dalla minaccia e dal furore, all’abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che cambiò, in un punto, l’animo dell’uccisore. Strascinato al convento, non sapeva quasi dove si fosse, né cosa si facesse; e, quando fu tornato in sé, si trovò in un letto dell’infermeria, nelle mani del frate chirurgo (i cappuccini ne avevano ordinariamente uno in ogni convento), che accomodava faldelle e fasce sulle due ferite ch’egli aveva ricevute nello scontro. Un padre, il cui impiego particolare era d’assistere i moribondi, e che aveva spesso avuto a render questo servizio sulla strada, fu chiamato subito al luogo del combattimento. Tornato, pochi minuti dopo, entrò nell’infermeria, e, avvicinatosi al letto dove Lodovico giaceva, “consolatevi,” gli disse: “almeno è morto bene, e m’ha incaricato di chiedere il vostro perdono, e di portarvi il suo”. Questa parola fece rinvenire affatto il povero Lodovico, e gli risvegliò
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
ti, la penuria de’ paesi circonvicini, la scarsezza, la lentezza e i vincoli del commercio, e le leggi stesse tendenti a produrre e mantenere il prezzo basso, quando, dico, la cagion vera della carestia, o per dir meglio, la carestia stessa operava senza ritegno, e con tutta la sua forza. Ed ecco la copia di quel ritratto doloroso. A ogni passo, botteghe chiuse; le fabbriche in gran parte deserte; le strade, un indicibile spettacolo, un corso incessante di miserie, un soggiorno perpetuo di patimenti. Gli accattoni di mestiere, diventati ora il minor numero, confusi e perduti in una nuova moltitudine, ridotti a litigar l’elemosina con quelli talvolta da cui in altri giorni l’avevan ricevuta. Garzoni e giovani licenziati da padroni di bottega, che, scemato o mancato affatto il guadagno giornaliero, vivevano stentatamente degli avanzi e del capitale; de’ padroni stessi, per cui il cessar delle faccende era stato fallimento e rovina; operai, e anche maestri d’ogni manifattura e d’ogn’arte, delle più comuni come delle più raffinate, delle più necessarie come di quelle di lusso, vaganti di porta in porta, di strada in istrada, appoggiati alle cantonate, accovacciati sulle lastre, lungo le case e le chiese, chiedendo pietosamente l’elemosina, o esitanti tra il bisogno e una vergogna non ancor domata, smunti, spossati, rabbrividiti dal freddo e dalla fame ne’ panni logori e scarsi, ma che in molti serbavano ancora i segni d’un’antica agiatezza; come nell’inerzia e nell’avvilimento, compariva non so quale indizio d’abitudini operose e franche. Mescolati tra la deplorabile turba, e non piccola parte di essa, servitori licenziati da padroni caduti allora dalla mediocrità nella strettezza, o che quantunque facoltosissimi si trovavano inabili, in una tale annata, a mantenere quella solita pompa di seguito. E a tutti questi diversi indigenti s’aggiunga un numero d’altri, avvezzi in parte a vivere del guadagno di essi: bambini, donne, vecchi,  aggruppati  co’  loro  antichi  sostenitori,  o  dispersi  in  altre  parti all’accatto. C’eran pure, e si distinguevano ai ciuffi arruffati, ai cenci sfarzosi, o anche a un certo non so che nel portamento e nel gesto, a quel marchio che le consuetudini stampano su’ visi, tanto più rilevato e chiaro, quanto più sono strane, molti di quella genìa de’ bravi che, perduto, per la condizion comune, quel loro pane scellerato, ne andavan chiedendo per carità. Domati dalla fame, non gareggiando con gli altri che di preghiere, spauriti, incantati, si strascicavan per le strade che avevano per tanto tempo passeggiate a testa alta, con isguardo sospettoso e feroce, vestiti di livree ricche e bizzarre, con
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
nate al diletto di spettatori naturali, non variano per variare de’ riguardanti, ma nessuna mutazione degli uomini indusse mai cambiamento nella natura, la quale vincitrice dell’esperienza e dello studio e dell’arte e d’ogni cosa umana mantenendosi eternamente quella, a volerne conseguire quel diletto puro e sostanziale ch’è il fine proprio della poesia (giacché il diletto nella poesia scaturisce dall’imitazione della natura), ma che insieme è conformato alla condizione primitiva degli uomini, è necessario che, non la natura a noi, ma noi ci adattiamo alla natura, e però la poesia non si venga mutando, come vogliono i moderni, ma ne’ suoi caratteri principali, sia, come la natura, immutabile. E questo adattarsi degli uomini alla natura, consiste in rimetterci coll’immaginazione come meglio possiamo nello stato primitivo de’ nostri maggiori, la qual cosa ci fa fare senza nostra fatica il poeta padrone delle fantasie. Ora che così facendo noi, ci s’apra innanzi una sorgente di diletti incredibili e celesti, e che la natura invariata e incorrotta discopra allora non ostante l’incivilimento e la corruzione nostra il suo potere immortale sulle menti umane, e che in somma questi diletti sieno anche oggidì quelli che noi pendiamo  naturalmente  a  desiderare  sopra  qualunque  altro  quando  ci assettiamo ad essere ingannati dalla poesia, di leggeri si può comprendere, soltanto che, oltre il fatto medesimo, si ponga mente alla nostra irrepugnabile inclinazione al primitivo, e al naturale schietto e illibato, la quale è per modo innata negli uomini, che gli effetti suoi perché sono giornalieri non si considerano, e accade in questa come in mille altre cose, che la frequenza impedisce l’attenzione. Ma da quale altra fonte derivano e il nostro infinito affetto alla semplicità de’ costumi e delle maniere e del favellare e dello scrivere e d’ogni cosa; e quella indicibile soavità che ci diffonde nell’anima non solamente la veduta ma il pensiero e le immagini della vita rustica, e i poeti che la figurano, e la memoria de’ primi tempi, e la storia de’ patriarchi e di Abramo e d’Isacco e di Giacobbe e dei casi e delle azioni loro ne’ deserti e della vita nelle tende e fra gli armenti, e quasi tutta quella che si comprende nella Scrittura e massimamente nel libro della Genesi; e quei moti che ci suscita e quella beatitudine che ci cagiona la lettura di qualunque poeta espresse e dipinse meglio il primitivo, di Omero di Esiodo di Anacreonte, di Callimaco singolarmente? E quelle due capitali disposizioni dell’animo nostro, l’amore della naturalezza e l’odio dell’affettazione, l’uno e l’altro ingeniti, credo, in tutti gli uomini, ma gagliardissimi ed efficacissimi in chiunque ebbe dalla natura indole veramente accomodata alle arti belle, provengono parimente 11 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
soggetto. Faccio dunque tutto questo, non lodo i secoli antichi, non affermo che quella vita e quei pensieri e quegli uomini fossero migliori dei presenti, so che questi discorsi oggi s’hanno per vecchi e passati d’usanza, lascio ch’altri giudichi  a  sua  voglia  delle  cose  ch’io  potrei  dire;  sieno  sogni  di  fantasie disprezzatrici del presente e vaghe del lontano. Solamente dico che quella era natura e questa non è; che l’ufficio del poeta è imitar la natura, la quale non si cambia né incivilisce; che quando la natura combatte colla ragione, e forza che il poeta o lasci la ragione, o insieme colla natura, l’ufficio e il nome di poeta; che questi può ingannare, e per tanto deve coll’arte sua quasi trasportarci  in  quei  primi  tempi,  e  quella  natura  che  ci  è  sparita  dagli  occhi, ricondurcela avanti, o più tosto svelarcela ancora presente e bella come in principio, e farcela vedere e sentire, e cagionarci quei diletti soprumani di cui pressoché tutto, salvo il desiderio, abbiamo perduto, onde sia presentemente l’ufficio suo, non solamente imitar la natura, ma anche manifestarla, non solamente dilettarci la fantasia, ma liberarcela dalle angustie, non solamente somministrare, ma sostituire; dico che chiamare la poesia dal primitivo al moderno, è lo stesso che sviarla dall’ufficio suo, volerla spogliare di quel sovrano diletto ch’è suo proprio, tirarla dalla natura all’incivilimento. Ma questo né più né meno vogliono i romantici, e conveniva bene che questo tempo, dopo averci snaturati indicibilmente tutti, proccurasse in fine di snaturare la poesia, ch’era l’ultimo quasi rifugio della natura, e d’impedire agli uomini ogni diletto ogni ricordanza della prima condizione, e negasse il nome di poeta a chiunque verseggiando non esprimesse i costumi moderni e lo spegnimento dei primitivi e la corruzione degli uomini. Perché in somma una delle principalissime differenze tra i poeti romantici e i nostri, nella quale si riducono e contengono infinite altre, consiste in questo: che i nostri cantano in genere più che possono la natura, e i romantici più che possono l’incivilimento, quelli le cose e le forme e le bellezze eterne e immutabili, e questi le transitorie e mutabili, quelli le opere di Dio, e questi le opere degli uomini. La qual differenza e riluce abbondantemente nei soggetti e nelle descrizioni e nelle immagini e in tutta la suppellettile e il modo e l’elocuzione poetica, e in tutto il complesso della poesia, ed è chiara, fra le altre cose, per portare un esempio pratico, nelle similitudini, le quali i nostri proccurano comunemente di pigliare dalle cose naturali, onde avviene che quelle presso loro sveglino ad ogni poco nella fantasia de’ lettori mille squisitissime immagini con maraviglioso diletto, ed è stato già notato che le similitudini de’
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
alla nostra somma infelicità, propose agl’immortali se alcuno di loro fosse per indurre l’animo a visitare, come avevano usato in antico, e racconsolare in tanto travaglio questa loro progenie, e particolarmente quelli che dimostravano essere, quanto a se, indegni della sciagura universale. Al che tacendo tutti gli altri, Amore, figliuolo di Venere Celeste, conforme di nome al fantasma così chiamato, ma di natura, di virtù e di opere diversissimo; si offerse (come è singolare fra tutti i numi la sua pietà) di fare esso l’ufficio proposto da Giove, e scendere dal cielo; donde egli mai per l’avanti non si era tolto; non sofferendo il concilio degl’immortali, per averlo indicibilmente caro, che egli si partisse, anco per piccolo tempo, dal loro commercio. Se bene di tratto in tratto molti antichi uomini, ingannati da trasformazioni e da diverse frodi del fantasma chiamato collo stesso nome, si pensarono avere non dubbi segni della presenza di questo massimo iddio. Ma esso non prima si volse a visitare i mortali, che eglino fossero sottoposti all’imperio della Verità. Dopo il qual tempo, non suole anco scendere se non di rado, e poco si ferma; così per la generale indegnità della gente umana, come che gli Dei sopportano molestissimamente la sua lontananza. Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per breve spazio; diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità, ed empiendoli di affetti sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine. Rarissimamente congiunge due cuori insieme, abbracciando l’uno e l’altro a un medesimo tempo, e inducendo scambievole ardore e desiderio in ambedue; benché pregatone con grandissima instanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non gli consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perché la felicità che nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla divina. A ogni modo, l’essere pieni del suo nume vince per se qualunque più fortunata condizione fosse in alcun uomo ai migliori tempi. Dove egli si posa, dintorno a quello si aggirano, invisibili a tutti gli altri, le stupende larve, già segregate dalla consuetudine umana; le quali esso Dio riconduce per questo effetto in sulla terra, permettendolo  Giove,  né  potendo  essere  vietato  dalla  Verità,  quantunque inimicissima a quei fantasmi, e nell’animo grandemente offesa del loro ritorno: ma non è dato alla natura dei geni di contrastare agli Dei. E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per qualche modo quel primo voto degli uomini, che fu
Operette morali di Giacomo Leopardi
za e la giocondità dei sogni; né Pitagora è da riprendere per avere interdetto il mangiare delle fave, creduto contrario alla tranquillità dei medesimi sogni, ed atto a intorbidarli, e sono da scusare i superstiziosi che avanti di coricarsi solevano orare e far libazione a Mercurio conduttore dei sogni, acciò ne menasse loro di quei lieti; l’immagine del quale tenevano a quest’effetto intagliata in su’ piedi delle lettiere. Così, non trovando mai la felicità nel tempo della vigilia, si studiavano di essere felici dormendo: e credo che in parte, e in qualche modo, l’ottenessero; e che da Mercurio fossero esauditi meglio che dagli altri Dei. Tasso Per tanto, poiché gli uomini nascono e vivono al solo piacere, o del corpo o dell’animo; se da altra parte il piacere è solamente o massimamente nei sogni, converrà ci determiniamo a vivere per sognare: alla qual cosa, in verità, io non mi posso ridurre. Già vi sei ridotto e determinato, poiché tu vivi e che tu consenti di vivere. Che cosa è il piacere? Non ne ho tanta pratica da poterlo conoscere che cosa sia. Nessuno lo conosce per pratica, ma solo per ispeculazione: perché il piacere è un subbietto speculativo, e non reale; un desiderio, non un fatto; un sentimento che l’uomo concepisce col pensiero, e non prova; o per dir meglio, un concetto, e non un sentimento. Non vi accorgete voi che nel tempo stesso di qualunque vostro diletto, ancorché desiderato infinitamente, e procacciato con fatiche e molestie indicibili; non potendovi contentare il goder che fate in ciascuno di quei momenti, state sempre aspettando un goder maggiore e più vero, nel quale consista insomma quel tal piacere; e andate quasi riportandovi di continuo agl’istanti futuri di quel medesimo diletto? Il quale finisce sempre innanzi al giungere dell’istante che vi soddisfaccia; e non vi lascia altro bene che la speranza cieca di goder meglio e più veramente in altra occasione, e il conforto di fingere e narrare a voi medesimi di aver goduto, con raccontarlo anche agli altri, non per sola ambizione, ma per aiutarvi al persuaderlo che vorreste pur fare a voi stessi. Però chiunque consente di vivere, nol fa in sostanza ad altro effetto né con altra utilità che di sognare; cioè credere di avere a godere, o di aver goduto; cose ambedue false e fantastiche. Non possono gli uomini credere mai di godere presentemente?
Operette morali di Giacomo Leopardi
A ogni modo, tutti si persuadono che il sentimento della morte sia dolorosissimo. Quasi che la morte fosse un sentimento, e non piuttosto il contrario. E tanto quelli che intorno alla natura dell’anima si accostano col parere degli Epicurei, quanto quelli che tengono la sentenza comune, tutti, o la più parte, concorrono in quello ch’io dico; cioè nel credere che la morte sia per natura propria, e senza nessuna comparazione, un dolore vivissimo. Or bene, tu domanderai da nostra parte agli uni e agli altri: se l’uomo non ha facoltà di avvedersi del punto in cui le operazioni vitali, in maggiore o minor parte, gli restano non più che interrotte, o per sonno o per letargo o per sincope o per qualunque causa; come si avvedrà di quello in cui le medesime operazioni cessano del tutto, e non per poco spazio di tempo, ma in perpetuo? Oltre di ciò, come può essere che un sentimento vivo abbia luogo nella morte? anzi, che la stessa morte sia per propria qualità un sentimento vivo? Quando la facoltà di sentire è, non solo debilitata e scarsa, ma ridotta a cosa tanto minima, che ella manca e si annulla, credete voi che la persona sia capace di un sentimento forte? anzi questo medesimo estinguersi della facoltà di sentire, credete che debba essere un sentimento grandissimo? Vedete pure che anche quelli che muoiono di mali acuti e dolorosi, in sull’appressarsi della morte, più o meno tempo avanti dello spirare, si quietano e si riposano in modo, che si può conoscere che la loro vita, ridotta a piccola quantità, non è più sufficiente al dolore, sicché questo cessa prima di quella. Tanto dirai da parte nostra a chiunque si pensa di avere a morir di dolore in punto di morte. Agli Epicurei forse potranno bastare coteste ragioni. Ma non a quelli che giudicano altrimenti della sostanza dell’anima; come ho fatto io per lo passato, e farò da ora innanzi molto maggiormente, avendo udito parlare e cantare i morti. Perché stimando che il morire consista in una separazione dell’anima dal corpo, non comprenderanno come queste due cose, congiunte e quasi conglutinate tra loro in modo, che constituiscono l’una e l’altra una sola persona, si possano separare senza una grandissima violenza, e un travaglio indicibile. Dimmi: lo spirito è forse appiccato al corpo con qualche nervo, o con qualche muscolo o membrana, che di necessità si abbia a rompere quando lo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Operette morali di Giacomo Leopardi
cagione non lo caccia; appena è solito di muovere un passo: ama principalmente l’ozio e la negligenza: consuma poco meno che i giorni intieri sedendo neghittosamente in silenzio nella sua capannetta informe, o all’aperto, o nelle rotture e caverne delle rupi e dei sassi. Gli uccelli, per lo contrario, pochissimo soprastanno in un medesimo luogo; vanno e vengono di continuo senza necessità veruna; usano il volare per sollazzo; e talvolta, andati a diporto più centinaia di miglia dal paese dove sogliono praticare, il dì medesimo in sul vespro vi si riducono. Anche nel piccolo tempo che soprasseggono in luogo, tu non li vedi stare mai fermi della persona; sempre si volgono qua e là, sempre si aggirano, si piegano, si protendono, si crollano, si dimenano; con quella vispezza, quell’agilità, quella prestezza di moti indicibile. In somma, da poi che l’uccello è schiuso dall’uovo, insino a quando muore, salvo gl’intervalli del sonno, non si posa un momento di tempo. Per le quali considerazioni parrebbe si potesse affermare, che naturalmente lo stato ordinario degli altri animali, compresovi ancora gli uomini, si è la quiete; degli uccelli, il moto. A queste loro qualità e condizioni esteriori corrispondono le intrinseche, cioè dell’animo; per le quali medesimamente sono meglio atti alla felicità che gli altri animali. Avendo l’udito acutissimo, e la vista efficace e perfetta in modo, che l’animo nostro a fatica se ne può fare una immagine proporzionata; per la qual potenza godono tutto giorno immensi spettacoli e variatissimi, e dall’alto scuoprono, a un tempo solo, tanto spazio di terra, e distintamente scorgono tanti paesi coll’occhio, quanti, pur colla mente, appena si possono comprendere dall’uomo in un tratto; s’inferisce che debbono avere una grandissima forza e vivacità, e un grandissimo uso d’immaginativa. Non di quella immaginativa profonda, fervida e tempestosa, come ebbero Dante, il Tasso, la quale è funestissima dote, e principio di sollecitudini e angosce gravissime e perpetue; ma di quella ricca, varia, leggera, instabile e fanciullesca; la quale si è larghissima fonte di pensieri ameni e lieti, di errori dolci, di vari diletti e conforti; e il maggiore e più fruttuoso dono di cui la natura sia cortese ad anime vive. Di modo che gli uccelli hanno di questa facoltà, in copia grande, il buono, e l’utile alla giocondità dell’animo, senza però  partecipare  del  nocivo  e  penoso.  E  siccome  abbondano  della  vita estrinseca, parimente sono ricchi della interiore: ma in guisa, che tale abbondanza risulta in loro benefizio e diletto, come nei fanciulli; non in danno e miseria insigne come per lo più negli uomini. Perocché nel modo che l’uc-
Operette morali di Giacomo Leopardi
che sfogo di parole alle passioni onde è tempestosa la loro età. Ed anco pare riconosciuto generalmente che ai giovani si appartenga una specie di diritto di volere il mondo occupato nei pensieri loro. XLI Rade volte è ragione che l’uomo si tenga offeso di cose dette di lui fuori della sua presenza, o con intenzione che non dovessero venirgli alle orecchie: perché se vorrà ricordarsi, ed esaminare diligentemente l’usanza propria, egli non ha così caro amico, e non ha personaggio alcuno in tanta venerazione, al quale non fosse per fare gravissimo dispiacere d’intendere molte parole e molti discorsi che fuggono a lui di bocca intorno ad esso amico o ad esso personaggio assente. Da un lato l’amor proprio è così a dismisura tenero, e così cavilloso, che quasi è impossibile che una parola detta di noi fuori della presenza nostra, se ci è recata fedelmente, non ci paia indegna o poco degna di noi, e non ci punga; dall’altro è indicibile quanto la nostra usanza sia contraria al precetto del non fare agli altri quello che non vogliamo fatto a noi, e quanta libertà di parlare in proposito d’altri sia giudicata innocente. XLII Nuovo sentimento è quello che prova l’uomo di età di poco più di venticinque anni, quando, come a un tratto, si conosce tenuto da molti de’ suoi compagni più provetto di loro, e, considerando, si avvede che v’è in fatti al mondo una quantità di persone giovani più di lui, avvezzo a stimarsi collocato, senza contesa alcuna, come nel supremo grado della giovinezza, e se anche si reputava inferiore agli altri in ogni altra cosa, credersi non superato nella gioventù da nessuno; perché i più giovani di lui, ancora poco più che fanciulli, e rade volte suoi compagni, non erano parte, per dir così, del mondo. Allora incomincia egli a sentire come il pregio della giovinezza, stimato da lui quasi proprio della sua natura e della sua essenza, tanto che appena gli sarebbe stato possibile d’immaginare se stesso diviso da quello, non è dato se non a tempo; e diventa sollecito di così fatto pregio, sì quanto alla cosa in sé, e sì quanto all’opinione altrui. Certamente di nessuno che abbia passata l’età di venticinque anni, subito dopo la quale incomincia il fiore della gioventù a perdere, si può dire con verità, se non fosse di qualche stupido, ch’egli non abbia esperienza di sventure; perché se anco la sorte fosse stata prospera ad
Pensieri di Giacomo Leopardi
agli usci delle loro casipole, chiacchieravano della pesca del tonno e della salatura delle acciughe; lontan lontano, perduto fra la bruna distesa, si udiva ad intervalli un canto monotono e orientale, le onde morivano come un sospiro ai piedi dell’alta muraglia; la spuma biancheggiava un istante, e l’acre odore marino saliva a buffi, come ad ondate anch’esso. La baronessa stette a contemplare sbadatamente tutto ciò, e sorprese sé stessa, sé posta così in alto nella camera dorata di quella dimora signorile, ad ascoltare con singolare interesse i discorsi di quella gente posta così in basso al piede delle sue torri. Poi guardò il vano nero di quei poveri usci, il fiammeggiare del focolare, il fumo che svolgevasi lento lento dal tetto; infine si volse bruscamente, quasi sorpresa dal paggio che, ritto sull’uscio, attendeva i suoi ordini, guardò di nuovo la spiaggia, il mare, l’orizzonte segnato da una sfumatura di luce, l’ombra degli scogli che andava e veniva coll’onda, e tornò a fissar Corrado, questa volta più lungamente. Ad un tratto arrossì, come sorpresa della sua distrazione, e per dir qualche cosa domandò sbadatamente: – Che ora è, Corrado? – Son le due di notte, madonna. – Ah! Le sue ciglia si corrugarono di nuovo, chinò gli occhi un istante, e con un suono d’amarezza indicibile. – Tarda molto stasera il barone!... – Non temete, madonna, la campagna è sicura, la sera è bella, e la luna non ha una nube. – È vero! diss’ella con uno strano sorriso. È proprio una sera da amanti!... E seguitò a fissare il giovinetto col suo sguardo da padrona, senza pensare a lui che ne era colpito. Lasciò la finestra e andò a sedere sulla seggiola stemmata, ai piedi della quale si teneva il paggio, non più melanconica, né meditabonda, ma inquieta, agitata, e nervosa. – Conosci la Mena? domandò ad un tratto bruscamente. – La mugnaia del Capo dei Molini? – Sì, la mugnaia del Capo dei Mulini! ripeté con un singolare sorriso. – La conosco, madonna. – E anch’io! – esclamò con voce sorda. – Me l’ha fatta conoscere mio marito!
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
grandicello e non garbando alla Contessa vedermi sempre sul ponte, pensarono affidarmi a quel tal Fulgenzio sagrestano, del quale io feci sempre quel conto che voi sapete. Credeva la castellana disavvezzarmi così dalla sua Pisana immischiandomi coi fanciulletti del santese; ma quell’istinto di contraddizione che è anche nei fanciulli contro coloro che comandano a rovescio di ragione, mi faceva anzi star attaccato piucchemai alla mia estrosa damina. Gli è vero che andando poi innanzi, e trovandoci in due non abbastanza numerosi pei nostri giochi, tirammo entro a far lega tutta la ragazzaglia all’intorno, con grande scandalo delle cameriere che per paura della padrona ci portavano via la Pisana non appena se ne accorgevano. Questa però non si lasciava sbigottire; e siccome tanto la Faustina che la Rosa avevano via il capo dietro i loro belli, non le mancava agio di tornar loro a scappare per rimescolarsi con noi. Cresciuta la banda, era cresciuta in lei di pari passo l’ambizioncella di tener cattedra; e siccome l’era una fanciulletta, come dissi, troppo svegliata e le piaceva far la donnetta, cominciarono gli amoretti, le gelosie, le nozze, i divorzi,  i  rappaciamenti;  cose  tutte  da  ragazzetti  s’intende,  ma  che  pur dinotavano la qualità della sua indole. Anche non voglio dire che ci fosse poi tutta questa innocenza che si crederebbe; e mi maraviglio come la si lasciasse, la Contessina, ruzzolar nel fieno e accavallarsi con questo e con quello; sposandosi per burla e facendo le viste di dormir collo sposo, e parando via in quelle delicate circostanze tutti i testimoni importuni. Chi le aveva insegnato cotali pratiche? Io non vel saprei dire di certo; ossia per me credo che la fosse nata colla scienza infusa sopra tali materie. Quello poi che dovea spaventare si era ch’ella non restava mai due giorni coll’egual amante e collo stesso marito, ma li cambiava secondo la luna. E i fanciulli villanelli, che vergognosi e più per rispetto e soggezione che per altro si prestavano a tali commedie, non se ne curavano punto. Ma io, che ci aveva la mia idea fissa, ne aveva una bile ed un crepacuore indicibile quando mi vedeva scartato e mi toccava lasciarla soletta col figliuolino del castaldo o con quello dello speziale di Fossalta.  Vedete che la non era neppur tanto sottile sulla scelta. Le bastava di cambiare: ed è poi anche vero che dei più sudici o malcreati la si stancava più presto che d’ogn’altro. Ora che ci penso freddamente (son cose d’ottanta anni fa o poco meno) io dovea inorgoglirne; ché a me solo restava qualche volta il vanto di godere per tre giorni filati delle sue grazie, e se agli altri ragazzini il turno scadeva ogni mese, a me esso si ripeteva quasi tutte le settimane. Altrettanto girevole che la era e arrogante
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
spesso in quella casa ch’ella tanto energicamente difendeva dal disonore. Ben di rado ve la trovava, e la madre con grande gentilezza lo invitava ad attenderla perché Angiolina doveva venir subito. Era stata chiamata cinque minuti prima da certe signore che abitavano lì accanto – un gesto vago accennava a levante o a ponente – per provare un vestito. L’attesa gli era indicibilmente dolorosa, ma rimaneva incantato per delle ore a scrutare la dura faccia della vecchia, perché sapeva che rincasando senza aver vista l’amante, non si sarebbe quietato più. Una sera, spazientito, sebbene la madre, cortese come sempre, volesse trattenerlo, finì coll’andarsene. Sulle scale gli passò accanto una donna, apparentemente una fantesca, la testa coperta da una pezzuola con la quale si celava anche parte della faccia. Egli le diede il passo, ma, quando ella volle sgattaiolare oltre, la riconobbe, insospettito  prima  dall’intenzione  ch’ella  manifestava  di  sfuggirgli,  poi  dalle movenze e dalla statura. Era Angiolina. Al ritrovarla egli si sentì subito meglio e non badò al fatto ch’ella, parlando di quelle vicine che l’avevano chiamata, segnasse tutt’altra direzione di quella indicata dalla madre, e neppure a quello, sorprendente, ch’ella non gli tenesse rancore perché una volta di più egli fosse venuto in casa sua a comprometterla. Quella sera fu dolce, buona, come se avesse da farsi perdonare qualche colpa, ma lui, in quella dolcezza di cui si beava, non seppe sospettare una colpa. La sospettò soltanto allorché ella venne vestita a quel modo anche agli appuntamenti con lui. Ella dichiarò che rincasando sul tardi dopo essere stata con lui, era stata vista da conoscenti e aveva paura d’essere colta proprio nell’istante in cui usciva da quella casa, che non godeva della migliore fama; perciò si mascherava a quel modo. Oh, ingenuità! Ella non s’accorgeva di confessargli con quella chiacchierata che anche quella sera in cui egli l’aveva trovata sulle scale di casa sua aveva avuti dei buoni motivi per travestirsi. Una sera ella arrivò al loro ritrovo con più di un’ora di ritardo. Acciocché ella non avesse bisogno di bussare rischiando di destar l’attenzione degli altri inquilini, egli soleva attenderla sulle scale, tortuose e sudice, poggiato alla ringhiera e persino piegato per scorgere il punto più lontano ove ella doveva apparire. Quando vedeva venire qualche estraneo si rifugiava nella stanza e per tale moto continuo la sua agitazione aumentava enormemente. Del resto gli sarebbe stato impossibile di rimaner fermo. Quella sera, quando doveva tenersi chiuso nella stanza per lasciar passare la gente sulle scale, si gettò più volte sul letto per rialzarsi subito e perdere del tempo nel movimento ch’egli
Senilita di Italo Svevo
scendeva a lui. Egli salì d’un solo slancio una rampa e si trovò di fronte ad un’alta e forte figura femminile. Alta e forte e bruna; altro non vide, ma trovò subito le parole opportune: – Oh, signora! – pregò. – M’aiuti! lo farei per qualunque mio simile quello che domando a lei. – Ella è il signor Brentani? – domandò una voce dolce e la bruna figura che veramente aveva fatto già atto di fuggire si fermò. Egli raccontò che ritornato a casa poco prima, aveva trovato la sorella in preda a un delirio tale che non osava di lasciarla sola come avrebbe dovuto per chiamare un medico. La signora discese: – La signorina Amalia? Poverina! Vengo con lei, subito, ben volentieri. – Ella era vestita a lutto. Emilio pensò ch’ella dovesse essere religiosa e, dopo una lieve esitazione, disse: – Dio ne la rimeriti. La signora lo seguì nella stanza d’Amalia. Emilio fece quei pochi passi con un’angoscia indicibile. Chissà quale nuovo spettacolo lo attendeva. Nella stanza vicina non si sentiva alcun rumore mentre a lui era sembrato che il respiro d’Amalia dovesse essere udito in tutta la casa. La trovò voltata contro il muro. Parlava ora di un incendio; vedeva fiamme che non potevano farle altro male che mandarle un calore terribile. Egli si chinò a lei e per richiamare la sua attenzione la baciò sulle gote infiammate. Quando ella si volse a lui, egli volle assistere, prima d’andarsene, all’impressione che avrebbe fatta sulla fanciulla la vista della compagna che le lasciava. Amalia guardò la nuova venuta per un solo istante, con piena indifferenza. – Io gliel’affido – disse Emilio alla signora. Poteva farlo. La signora aveva una faccia dolce di madre; i suoi piccoli occhi si posavano su Amalia pieni di pietà. – La signorina mi conosce disse ella e sedette accanto al letto. – Sono Elena Chierici e sto qui al terzo piano. Ricorda quel giorno in cui ella mi prestò il termometro per misurare la febbre a mio figlio? Amalia la guardò: – Sì, ma brucia e brucerà sempre. – Non brucerà sempre – disse la signora Elena chinandosi a lei con un buon sorriso d’incoraggiamento e gli occhi umidi dalla compassione. Pregò Emilio di darle, prima di uscire, una boccia d’acqua e un bicchiere. Per Emilio fu un affar serio trovare quelle cose in una casa ch’egli aveva abitata con l’incuria di chi sta in un albergo. Non subito Amalia comprese che in quel bicchiere le era offerto un refrigerio; poi bevve a piccoli sorsi, avidamente. Quando si lasciò ricadere sul guanciale trovò un nuovo sollievo: il morbido braccio di Elena vi si era steso
Senilita di Italo Svevo
brio mortificato dall’afflizione! – il mio cuore gemeva per lei di pietà – or voi, anime assiderate, vorreste provarvi di ridere: ma io avrei potuto abbracciarla – e senza arrossirne – e riconfortarla, anche in mezzo alla via, sul mio petto. Le pulsazioni delle arterie delle mie dita compresse sovra le sue, le dicevano com’io stessi dentro di me: ella chinava gli occhi – e taceva; io taceva. E in quella io temeva d’essermi tanto quanto provato di stringere un po’ più la sua mano, perch’io mi sentiva nella palma una sottilissima sensazione – non come se la signora volesse ritrarre la mano – ma che ci pensasse – ed io irremissibilmente la riperdeva, se l’istinto, più che la ragione, non m’avesse  guidato  all’ultimo  ripiego  in  tali  frangenti  –  di  tenerla lentissimamente  e  quasi  lì  lì  per  lasciarla  da  me:  così  ella  lasciò  correre, finchè monsieur Dessein tornò con la chiave; ed io in quel mezzo fantasticava: Certo certo – se il povero francescano le avesse ridetto il suo caso meco – e’ bisogna pure ch’io mi liberi dal tristo concetto che le si sarà piantato nell’animo – ma e come? – Mi posi a cercar questo come. Capitolo 12 LA TABACCHIERA (CALAIS) Quel  buon  vecchio  del  frate,  mentr’io  dubitava  di  lui,  non  m’era lontano sei passi; e ci veniva incontro un po’ di traverso fra il sì e il no. – Pur giunto a noi si fermò con indicibile ingenuità, presentandomi aperta la sua tabacchiera di corno ch’egli avea tra le mani – Saggerete un po’ del mio, dissi a lui; e mi trassi di tasca e gli porsi una scatoletta di tartaruga – Squisito! disse il frate. – Or fatemi il favore, soggiunsi, di gradire il tabacco e la scatola; e pigliandovi alcuna presa ricordivi di tanto in tanto che questa fu l’offerta di pace d’un uomo che vi ha una volta trattato ruvidamente, ma non col cuore. Il povero frate si fe’ di scarlatto. Mon Dieu! diss’egli a mani giunte – voi  non  m’avete  trattato  ruvidamente  mai  –  Non  mi  pare,  aggiungea  la signora, non mi pare capace. E mi feci anch’io rosso; e per quali emozioni, chi sente – e non avrà di molti compagni – lo esplori – Perdoni, madama, diss’io, io l’ho trattato acerbissimamente – e non fui provocato – No, non può darsi, tornò a dir la signora – Dio mio! sclamò il frate con tal fuoco d’asseveranza,  che  non  pareva  a  lui  proprio  –  la  colpa  era  mia,  e  della indiscretezza del mio zelo – La gentildonna gli contradisse, ed io con lei; sostenendo ch’egli era impossibile che un animo sì ben composto potesse mai recar noia a veruno.
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ugo Foscolo   Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l'Italia � alti di lui, e indicibilmente, dovunque ei si volgesse, angustiato. Ma la sua maggiore tribolazione era il gran corpo d’un Tedesco da sei in sette piedi, il quale si frapponeva direttamente tra il nano ed ogni possibilità di mandare un’occhiata alla scena e agli attori. Industriavasi il meschinello alla meglio per poter esplorare le cose alle quali egli sapeva d’essere presente, e mendicava qualche spiraglio tra il braccio e il torso di quel Tedesco provandosi or da un lato or dall’altro: ma quel  Tedesco s’era piantato tutto d’un pezzo nella positura la più indiscreta che uno si possa ideare – poteva bensì il nano idearsi d’essere allora nel più profondo pozzo della città: però allungò con creanza la mano sino alla manica del Tedesco e gli disse la sua passione – il Tedesco si volse, lo squadrò come un dì Golia con David – e si ripiantò inesorabile nella sua positura. Io mi pigliava in quel punto una presa nella tabacchiera del mio buon frate – Oh come il tuo mite e cortese spirito, caro il mio frate, sì temperato a patire e a compatire – oh come inchinerebbe affabilmente l’orecchio alla querela di questa povera creatura! E sì dicendo, levai gli occhi al cielo con tal commozione, che il vecchio ufficiale francese si fece animo d’interrogarmi di che mai si trattava – L’informai in due parole, e mi dolsi di tanta inumanità. Ma già il nano, ridotto agli estremi, aveva ne’ primi impeti, che sono per lo più irragionevoli, minacciato al Tedesco: Ti mozzerò col mio temperino la tua lunga coda – Il Tedesco lo sguardò appena, e senza scomporsi gli disse: Purchè ci arriviate. Chiunque, e sia chi si voglia, esacerba l’ingiustizia con lo scherno, si provoca addosso la congiura di tutte le persone di cuore; ed io mi spiccava già dal palchetto per farla finita; ma il vecchio ufficiale francese la finì senza scandalo: si sporse infuori col capo, die’ d’occhio a una sentinella, e nominò a dito il disordine – e la sentinella si fece strada – nè bisognavano informazioni; la cosa parlava: però detto fatto fe’ col moschetto ritrarre il Tedesco  –  pigliò  il  povero  nano  per  una  spalla,  e  glielo  mise  davanti  – Egregiamente! esclamai applaudendo con le mani – Eppure, disse il vecchio ufficiale, ciò in Inghilterra non sarebbe permesso. In Inghilterra, mio buon signore, risposi, sediamo agiatamente tutti. E s’io mi fossi trovato allora meco in discordia, il vecchio ufficiale francese m’avrebbe rimesso d’accordo col dire – e disse in fatti: C’est un bon mot. E perchè in Parigi un bon mot ha sempre il suo merito, egli m’esibì una presa di tabacco. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
Primo viaggio. Milano, Firenze, Roma. La mattina del dì 4 ottobre 1766, con mio indicibile trasporto, dopo aver tutta notte farneticato in pazzi pensieri senza mai chiuder occhio, partii per quel tanto sospirato viaggio. Eramo una carrozzata dei quattro padroni, ch’io individuai, un calesse con due servitori, du’ altri a cassetta della nostra carrozza, ed il mio cameriere a cavallo da corriere. Ma questi non era già quel vecchiotto datomi a guisa di aio tre anni prima, ché quello lo lasciai a  Torino.  Era  questo  mio  nuovo  cameriere,  un  Francesco  Elia,  stato  già quasi vent’anni col mio zio, e dopo la di lui morte in Sardegna, passato con me. Egli aveva già viaggiato col suddetto mio zio, due volte in Sardegna, ed in Francia, Inghilterra, ed Olanda. Uomo di sagacissimo ingegno, di un’attività non comune, e che valendo egli solo più che tutti i nostri altri quattro servitori presi a fascio, sarà d’ora in poi l’eroe protagonista della commedia di questi miei viaggi; di cui egli si trovò immediatamente essere il solo e vero nocchiero, stante la nostra totale incapacità di tutti noi altri otto, o bambini, o vecchi rimbambiti. La prima stazione fu di circa quindici giorni in Milano. Avendo io già visto Genova due anni prima, ed essendo abituato al bellissimo locale di Torino, la topografia milanese non mi dovea, né potea piacer niente. Alcune cose che vi sarebbero pur da vedersi, io o non vidi, o male ed in fretta, e da quell’ignorantissimo e svogliato ch’io era d’ogni utile o dilettevole arte. E mi ricordo, tra l’altre, che nella Biblioteca Ambrosiana, datomi in mano dal bibliotecario non so più quale manoscritto autografo del Petrarca, da vero barbaro Allobrogo, lo buttai là, dicendo che non me n’importava nulla. Anzi, in fondo del cuore, io ci aveva un certo rancore con codesto Petrarca; perché alcuni anni prima, quando io era filosofo, essendomi capitato un Petrarca alle mani, l’aveva aperto a’ caso da capo, da mezzo, e da piedi, e per tutto lettine, o compitati alcuni pochi versi, in nessun luogo aveva inteso nulla, né mai raccapezzato il senso; onde l’avea sentenziato, facendo coro coi Francesi e con tutti gli altri ignoranti presuntuosi; e tenendolo per un seccatore, dicitor di arguzie e freddure, aveva poi così ben accolto i suoi preziosissimi manoscritti.
Vita di Vittorio Alfieri
vescovo di Liegi, per condiscendenza e stranezza; ché se non avea veduta la famosa Caterina Seconda, avessi almeno vista la corte del principe di Liegi. E nel soggiorno di Spa era anche stato introdotto ad un altro principe ecclesiastico, assai più microscopico ancora, l’abate di Stavelò nell’Ardenna. Lo stesso ministro di Francia a Liegi mi avea presentato alla corte di Stavelò, dove allegrissimamente si pranzò, ed anche assai bene. E meno mi ripugnavano le corti del pastorale che quelle dello schioppo e tamburo, perché di questi due flagelli degli uomini non se ne può mai rider veramente di cuore. Di Liegi proseguii in compagnia de’ miei cavalli a Brusselles, Anversa, e varcato il passo del Mordick, a Roterdamo, ed all’Haja. L’amico, col quale io sempre avea carteggiato dappoi, mi ricevé a braccia aperte; e trovandomi un pocolin migliorato di senno egli sempre più mi andò assistendo de’ suoi amorevoli, caldi e luminosi consigli. Stetti con esso circa due mesi, ma poi infiammato come io era della smania di riveder l’Inghilterra, e stringendo anche la stagione, ci separammo verso il fin di novembre. Per la stessa via fatta da me due e più anni prima giunsi, felicemente sbarcato in Harwich, in pochi giorni a Londra. Ci ritrovai quasi tutti quei pochi amici che io avea  praticati  nel  primo  viaggio;  tra  i  quali  il  principe  di  Masserano ambasciator di Spagna, ed il marchese Caraccioli ministro di Napoli, uomo di  alto  sagace  e  faceto  ingegno.  Queste  due  persone  mi  furono  più  che padre in amore nel secondo soggiorno ch’io feci in Londra di circa sette mesi, nel quale mi trovai in alcuni frangenti straordinari e scabrosi, come si vedrà. Capitolo decimo Secondo fierissimo intoppo amoroso a Londra. Fin dal primo mio viaggio erami in Londra andata sommamente a genio una bellissima signora delle primarie, la di cui immagine tacitamente forse nel cuore mio introdottasi mi avea fatto in gran parte trovare sì bello e piacevole quel paese, ed anche accresciutami ora la voglia di rivederlo. Con  tutto  ciò,  ancorché  quella  bellezza  mi  si  fosse  mostrata  fin  d’allora piuttosto benigna, la mia ritrosa e selvaggia indole mi avea preservato dai di lei lacci. Ma in questo ritorno, ingentilitomi io d’alquanto, ed essendo in età più suscettibil d’amore, e non abbastanza rinsavito dal primo accesso di quell’infausto morbo, che sì male mi era riuscito nell’Haja, caddi allora in quest’altra rete, e con sì indicibil furore mi appassionai, che ancora rabbri- 82 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri
siastico per l’arte della poesia; il quale pure non fu che un brevissimo lampo, che immediatamente si tornò a spegnere, e dormì poi sotto cenere ancora degli anni ben molti. Il degnissimo e compiacentissimo abate mi stava leggendo quella grandiosa ode del Guidi alla Fortuna, poeta, di cui sino a quel giorno io non avea neppur mai udito ilnome. Alcune stanze di quella canzone, e specialmente la bellissima di Pompeo, mi trasportarono a un segno indicibile, talché il buon abate si persuase e mi disse che io era nato per  far  dei  versi,  e  che  avrei  potuto,  studiando,  pervenire  a  farne  degli ottimi. Ma io, passato quel momentaneo furore, trovandomi così irrugginite tutte le facoltà della mente, non la credei oramai cosa possibile, e non ci pensai altrimenti. Intanto l’amicizia e la soave compagnia di quell’uomo unico, che è un Montaigne vivo, mi giovò assaissimo a riassestarmi un poco l’animo; onde, ancorché non mi sentissi del tutto guarito, mi riavvezzai pure a poco a poco a leggicchiare, e riflettere, assai più che non avessi ciò fatto da circa diciotto mesi. Quanto poi alla città di Lisbona, dove non mi sarei trattenuto neppur dieci giorni, se non vi fosse stato l’abate, nulla me ne piacque fuorché in generale le donne, nelle quali veramente abonda il lubricus adspici di Orazio. Ma, essendomi ridivenuta mille volte più cara la salute dell’animo che quella del corpo, io mi studiai e riuscii di sfuggire sempre le oneste. Verso i primi di febbraio partii alla volta di Siviglia e di Cadice; né portai meco altra cosa di Lisbona, se non se una stima ed amicizia somma pel suddetto abate di Caluso, ch’io sperava di riveder poi, quando che fosse, in Torino. Di Siviglia me ne andò a genio il bel clima, e la faccia originalissima spagnuolissima che tuttavia conservavasi codesta città sovra ogni altra del regno. Ed io sempre ho preferito originale anche tristo ad ottima copia. La nazione spagnuola, e la portoghese, sono in fatti quasi oramai le sole di Europa che conservino i loro costumi, specialmente nel basso e medio ceto. E  benché  il  buono  vi  sia  quasi  naufrago  in  un  mare  di  storture  di  ogni genere che vi predominano, io credo tuttavia quel popolo una eccellente materia prima per potersi addirizzar facilmente ad operar cose grandi, massimamente in virtù militare; avendone essi in sovrano grado tutti gli elementi;  coraggio,  perseveranza,  onore,  sobrietà,  obbedienza,  pazienza,  ed altezza d’animo. In Cadice terminai il carnevale bastantemente lieto. Ma mi avvidi alcuni giorni dopo esserne partito alla volta di Cordova, che riportato n’avea meco delle memorie gaditane, che alcun tempo mi durerebbero. Quelle Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri
(come  nella  lirica)  l’abito  fa  il  tutto;  a  segno  che  alcuni  versi  con  la  lor vanità  che  par  persona.  trionfano  di  parecchi  altri  in  cui  fosser  gemme legate in vile anello. E noterò pure qui, che sì al padre Paciaudi, che al conte Tana, e principalmente a questo secondo, io professerò eternamente una riconoscenza somma per le verità che mi dissero, e per avermi a viva forza fatto  rientrare  nel  buon  sentiero  delle  sane  lettere.  E  tanta  era  in  me  la fiducia in questi due soggetti, che il mio destino letterario è stato interamente ad arbitrio loro; ed avrei ad ogni lor minimo cenno buttata al fuoco ogni mia composizione che avessero biasimata, come feci di tante rime, che altra correzione non meritavano. Sicché, se io nesono uscito poeta, mi debbo intitolare, per grazia di Dio, e del Paciaudi, e del Tana. Questi furono i miei  santi  protettori  nella  feroce  continua  battaglia  in  cui  mi  convenne passare ben tutto il primo anno della mia vita letteraria, di sempre dar la caccia alle parole e forme francesi, di spogliar per dir così le mie idee per rivestirle di nuovo sotto altro aspetto, di riunire in somma nello stesso punto lo studio d’un uomo maturissimo con quello di un ragazzaccio alle prime scuole. Fatica indicibile, ingratissima, e da ributtare chiunque avesse avuto (ardirò dirlo) una fiamma minor della mia. Tradotte dunque in mala prosa le due tragedie, come dissi, mi posi all’impresa di leggere e studiare a verso a verso per ordine d’anzianità tutti i nostri poeti primari, e postillarli in margine, non di parole, ma di uno o più tratticelli perpendicolari ai versi; per accennare a me stesso se più o meno mi andassero a genio quei pensieri, o quelle espressioni, o quei suoni. Ma trovando a bella prima Dante riuscirmi pur troppo difficile, cominciai dal Tasso, che non avea mai neppure aperto fino a quel punto. Ed io leggeva con sì pazza attenzione, volendo osservar tante e sì diverse e sì contrarie cose, che dopo dieci stanze non sapea più quello ch’io avessi letto, e mi trovava essere più stanco e rifinito assai che se le avessi io stesso composte. Ma a poco a poco mi andai formando e l’occhio e la mente a quel faticosissimo genere di lettura; e così tutto il Tasso, la Gerusalemme; poi l’Ariosto, il Furioso; poi Dante senza commenti, poi il Petrarca, tutti me gli invasai d’un fiato postillandoli tutti, e v’impiegai forse un anno. Le difficoltà di Dante, se erano istoriche, poco mi curava di intenderle, se di espressione, di modi, o di voci, tutto faceva per superarle indovinando; ed in molte non riuscendo, le poche poi ch’io vinceva mi insuperbivano tanto più. In quella prima lettura io mi cacciai piuttosto in corpo un’indigestione che non una
Vita di Vittorio Alfieri
lavoro; che poi più e più volte ho rifatto, mutato e limato, non so se con miglioramento dell’opera, ma certamente con molto mio lucro sì nell’intelligenza della lingua latina, che nella padronanza di maneggiar l’italiana. Era frattanto ritornato di Portogallo l’incomparabile abate Tommaso di Caluso; e trovatomi contro la sua aspettativa ingolfato davvero nella letteratura, e ostinato nello scabroso proposito di farmi autor tragico, egli mi secondò,  consigliò,  e  soccorse  di  tutti  i  suoi  lumi  con  benignità  e amorevolezza indicibile. E così pure fece l’eruditissimo conte di San Raffaele, ch’io appresi in quell’anno a conoscere, e altri coltissimi individui, i quali  tutti  a  me  superiori  di  età,  di  dottrina  e  d’esperienza  nell’arte  mi compativano pure, ed incoraggivano; ancorché non ne avessi bisogno atteso il bollore del mio carattere. Ma la gratitudine che sovra ogni altra professo e sempre professerò a tutti i suddetti personaggi, si è per aver essi umanamente comportata la mia incomportabile petulanza d’allora; la quale, a dir anche il vero, mi andava però di giorno in giorno scemando, a misura che riacquistava lume. Sul finir di quell’anno ’76, ebbi una grandissima e lungamente sospirata consolazione. Una mattina andato dal Tana, a cui sempre palpitante e tremante  io  solea  portare  le  mie  rime,  appena  partorite  che  fossero,  gli portai finalmente un sonetto al quale pochissimo trovò che ridire, e lo lodò anzi molto come i primi versi ch’io mi facessi meritevoli di un tal nome. Dopo le tante e continue afflizioni ed umiliazioni ch’io avea provate nel leggergli da più d’un anno le mie sconcie rime, ch’egli da vero e generoso amico  senza  misericordia  nessuna  censurava,  e  diceva  il  perché  e  il  suo perché mi appagava; giudichi ciascuno qual soave nèttare mi giunsero all’anima quelle insolite sincere lodi. Era il sonetto una descrizione del ratto di Ganimede, fatto a imitazione dell’inimitabile del Cassiani sul ratto di Proserpina. Egli è stampato da me il primo tra le mie rime. E invaghito della lode, tosto ne feci anche due altri, tratto il soggetto dalla favola, e imitai anch’essi come il primo, a cui immediatamente anche nella stampa ho voluto poi che seguitassero. Tutti e tre si risentono un po’ troppo della loro serva origine imitativa,ma pure (s’io non erro) hanno il merito d’essere scritti con una certa evidenza, e bastante eleganza; quale in somma non mi era venuta mai fin allora. E come tali ho voluto serbarli, e stamparli con pochissime mutazioni molti anni dopo. In seguito poi di quei tre primi sufficienti sonetti, come se mi si fosse dischiusa una nuova fonte, ne scatu-
Vita di Vittorio Alfieri