incensare

[in-cen-sà-re]
incènso
In sintesi
spargere incenso; adulare, lusingare
← dal lat. eccl. incensāre, deriv. di incēnsum ‘incenso’.

A
v.tr.

1
Spargere il fumo dell'incenso agitando il turibolo su persone o cose sacre, come atto di adorazione e di venerazione: i. il celebrante, i fedeli; i. l'altare, il feretro
2
fig. Adulare, lodare esageratamente: i. i potenti, i superiori

B
v.rifl. re

incensàrsi Lusingarsi reciprocamente: a parole s'incensano, ma sotto sotto si odiano

Citazioni
cia e quel medesimo desiderio di loro, che mi vi avea già impresso il viso della sorella. E questo insomma, sotto tanti e sì diversi aspetti, era amore; come poi pienamente conobbi e me ne accertai parecchi anni dopo, riflettendovi su; perché di quanto io allora sentissi o facessi nulla affatto sapeva, ed obbediva al puro istinto animale. Ma questo mio innocente amore per que’ novizi, giunse  tant’oltre,  che  io  sempre  pensava  ad  essi  ed  alle  loro diverse funzioni; or mi si rappresentavano nella fantasia coi loro devoti ceri in mano, servienti la messa con viso compunto ed angelico, ora coi turiboli incensando  l’altare;  e  tutto  assorto  in  codeste  imagini,  trascurava  i  miei studi, ed ogni occupazione, o compagnia mi noiava. Un giorno fra gli altri, stando fuori di casa il maestro, trovatomi solo in camera, cercai ne’ due vocabolari latino e italiano l’articolo frati; e cassata in ambidue quella parola, vi scrissi padri; così credendomi di nobilitare, o che so io d’altro, quei novizietti  ch’io  vedeva  ogni  giorno,  con  nessun  dei  quali  avea  però  mai favellato, e da cui non sapeva assolutamente quello ch’io mi volessi. L’aver sentito alcune volte con qualche disprezzo articolare la parola frate, e con rispetto ed amore quella di padre, erano le sole cagioni per cui m’indussi a correggere quei dizionari; e codeste correzioni fatte anche grossolanamente col temperino e la penna, le nascosi poi sempre con gran sollecitudine e timore al maestro, il quale non se ne dubitando, né a tal cosa certamente pensando, non se n’avvide poi mai. Chiunque vorrà riflettere alquanto su quest’inezia, e rintracciarvi il seme delle passioni dell’uomo, non la troverà forse né tanto risibile né tanto puerile, quanto ella pare. Da questi sì fatti effetti d’amore ignoto intieramente a me stesso, ma pure  tanto  operante  nella  mia  fantasia,  nasceva,  per  quanto  ora  credo, quell’umor malinconico, che a poco a poco si insignoriva di me, e dominava poi sempre su tutte lealtre qualità dell’indole mia. Tra i sette ed ott’anni, trovandomi un giorno in queste disposizioni malinconiche, occasionate forse anche dalla salute che era gracile anzi che no, visto uscire il maestro, e il servitore,  corsi  fuori  del  mio  salotto  che  posto  a  terreno  riusciva  in  un secondo cortile  dove  eravi  intorno  intorno  molt’erba.  E  tosto  mi  posi  a strapparne colle mani quanta ne veniva, e ponendomela in bocca a masticarne e ingoiarne quanta più ne poteva, malgrado il sapore ostico ed amarissimo. Io avea sentito dire non so da chi, né come, né quando, che v’era un’erba detta cicuta che avvelenava e faceva morire; io non avea mai fatto pensiero di voler morire, e poco sapea quel che il morire si fosse; eppure
Vita di Vittorio Alfieri