impugnare

[im-pu-gnà-re]
In sintesi
stringere nel pugno; chiedere il riesame, invalidare, chiedere l'annullamento di un atto; contestare, combattere
1
Contrastare, avversare con ragioni, argomenti e sim. la legittimità, la validità di qualcosa: queste sono verità che nessuno può i.
2
DIR Domandare il riesame completo o parziale di un processo, o la riforma parziale o totale di un provvedimento giurisdizionale: i. una sentenza || estens. Produrre in giudizio l'invalidità o un motivo di annullamento o di risoluzione di un atto: i. un testamento
3
ant. Pugnare, combattere, assalire

Citazioni
“Benissimo, e buona notte, messere,” disse l’un d’essi, in atto di partir col compagno. Don Abbondio, che, pochi momenti prima, avrebbe dato un occhio per iscansarli, allora avrebbe voluto prolungar la conversazione e le trattative. “Signori...” cominciò, chiudendo il libro con le due mani; ma quelli, senza più dargli udienza, presero la strada dond’era lui venuto, e s’allontanarono, cantando una canzonaccia che non voglio trascrivere. Il povero don Abbondio rimase un momento a bocca aperta, come incantato; poi prese quella delle due stradette che conduceva a casa sua, mettendo innanzi a stento una gamba dopo l’altra, che parevano aggranchiate. Come stesse di dentro, s’intenderà meglio, quando avrem detto qualche cosa del suo naturale, e de’ tempi in cui gli era toccato di vivere. Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone. Ma fin da’ primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que’ tempi, era quella d’un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d’esser divorato. La forza legale non proteggeva in alcun conto l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far paura altrui. Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori; le procedure, studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli d’impedimento a proferire una condanna: gli squarci che abbiam riportati delle gride contro i bravi, ne sono un piccolo, ma fedel saggio. Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò, quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza de’ loro autori; o, se producevan qualche effetto immediato, era principalmente d’aggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già soffrivano da’ perturbatori, e d’accrescer le violenze e l’astuzia di questi. L’impunità era organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili, tali i privilegi d’alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività d’interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora, quest’impunità minacciata e insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni, per conservarsi. Così accadeva in effetto; e, all’apparire delle
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
lui servo, no. E se, pregato, le prestava a un’occorrenza l’ufizio della penna, era perché ci aveva il suo genio; del rimanente, anche in questo sapeva dir di no, quando non fosse persuaso di ciò che lei voleva fargli scrivere. “La s’ingegni,” diceva in que’ casi; “faccia da sé, giacché la cosa le par tanto chiara.” Donna Prassede, dopo aver tentato per qualche tempo, e inutilmente, di tirarlo dal lasciar fare al fare, s’era ristretta a brontolare spesso contro di lui, a nominarlo uno schivafatiche, un uomo fisso nelle sue idee, un letterato; titolo nel quale, insieme con la stizza, c’entrava anche un po’ di compiacenza. Don Ferrante passava di grand’ore nel suo studio, dove aveva una raccolta di libri considerabile, poco meno di trecento volumi: tutta roba scelta, tutte opere delle più riputate, in varie materie; in ognuna delle quali era più o meno versato. Nell’astrologia, era tenuto, e con ragione, per più che un dilettante; perché non ne possedeva soltanto quelle nozioni generiche, e quel vocabolario comune, d’influssi, d’aspetti, di congiunzioni; ma sapeva parlare a proposito, e come dalla cattedra, delle dodici case del cielo, de’ circoli massimi, de’ gradi lucidi e tenebrosi, d’esaltazione e di deiezione, di transiti e di rivoluzioni, de’ princìpi in somma più certi e più reconditi della scienza. Ed eran  forse  vent’anni  che,  in  dispute  frequenti  e  lunghe,  sosteneva  la domificazione del Cardano contro un altro dotto attaccato ferocemente a quella dell’Alcabizio, per mera ostinazione, diceva don Ferrante; il quale, riconoscendo volentieri la superiorità degli antichi, non poteva però soffrire quel non voler dar ragione a’ moderni, anche dove l’hanno chiara che la vedrebbe ognuno. Conosceva anche, più che mediocremente, la storia della scienza; sapeva a un bisogno citare le più celebri predizioni avverate, e ragionar sottilmente ed eruditamente sopra altre celebri predizioni andate a vòto, per dimostrar che la colpa non era della scienza, ma di chi non l’aveva saputa adoprar bene. Della filosofia antica aveva imparato quanto poteva bastare, e n’andava di continuo imparando di più, dalla lettura di Diogene Laerzio. Siccome però que’ sistemi, per quanto sian belli, non si può adottarli tutti; e, a voler esser filosofo, bisogna scegliere un autore, così don Ferrante aveva scelto Aristotile, il quale, come diceva lui, non è né antico né moderno; è il filosofo. Aveva anche varie opere de’ più savi e sottili seguaci di lui, tra i moderni: quelle de’ suoi impugnatori non aveva mai voluto leggerle, per non buttar via il tempo, diceva; né comprarle, per non buttar via i danari. Per eccezione però, dava luogo nella sua libreria a que’ celebri ventidue libri De subtilitate,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
D’ogn’intorno commosso il suol fioriva, L’aura si fea più pura e più serena, E sorridea la fortunata riva. 95 E a color che fuggir l’aspra catena, Prorompeva su gli occhi, e su le labbia Impetuosa del piacer la piena. Come augel, che fuggì l’antica gabbia, Or vola irrequieto tra le frondi, Rade il suol, poi si sguazza ne la sabbia. 100 Quindi s’udian romor cupi e profondi, Un franger di corone e di catene, Un fremer di tiranni moribondi. Impugnando un flagel d’anfesibene La Tirannia giacevasi da canto, 105 E si graffiava le villose gene. E i torbid’occhi si copria col manto; Che la luce vincea l’atre palpébre, E le spremea da le pupille il pianto; Come notturno augel, che le latébre 110 Ospite cerca allor che il sole incalza Ne’ bui recinti l’orride tenébre. Evvi una cruda, che uno stile innalza E ‘l caccia in mano a l’uomo e dice: “Scanna”, E forsennata va di balza in balza. 115 Nera coppa di sangue ella tracanna, E lacerando umane membra a brani Le spinge dentro a l’insaziabil canna;
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Di  grazia,  signor  Salviati,  parlate  con  più  rispetto  d’Aristotile.  Ed  a  chi potrete  voi  persuader  già  mai  che  quello  che  è  stato  il  primo,  unico  ed ammirabile  esplicator  della  forma  silogistica,  della  dimostrazione,  de  gli elenchi, de i modi di conoscere i sofismi, i paralogismi, ed in somma di tutta la logica, equivocasse poi sì gravemente in suppor per noto quello che è in quistione? Signori, bisogna prima intenderlo perfettamente, e poi provarsi a volerlo impugnare. Signor Simplicio, noi siamo qui tra noi discorrendo familiarmente per investigar qualche verità; io non arò mai per male che voi mi palesiate i miei errori, e quando io non avrò conseguita la mente d’Aristotile, riprendetemi pur liberamente, che io ve ne arò buon grado. Concedetemi in tanto che io esponga le mie difficultà, e ch’io risponda ancora alcuna cosa a le vostre ultime parole, dicendovi che la logica, come benissimo sapete, è l’organo col quale si filosofa; ma, sì come può esser che un artefice sia eccellente in fabbricare organi, ma indotto nel sapergli sonare, così può esser un gran logico, ma poco esperto nel sapersi servir della logica; sì come ci son molti che sanno per lo senno a mente tutta la poetica, e son poi infelici nel compor quattro versi solamente; altri posseggono tutti i precetti del  Vinci, e non saprebber poi dipignere uno sgabello. Il sonar l’organo non s’impara da quelli che sanno far organi, ma da chi gli sa sonare; la poesia s’impara dalla continua lettura de’ poeti; il dipignere s’apprende col continuo disegnare e dipignere; il dimostrare, dalla lettura dei libri pieni di dimostrazioni, che sono i matematici soli, e non i logici. Ora, tornando al proposito, dico che quello che vede Aristotile del moto de i corpi leggieri, è il partirsi il fuoco da  qualunque  luogo  della  superficie  del  globo  terrestre  e  dirittamente discostarsene  salendo  in  alto;  e  questo  è  veramente  muoversi  verso  una circonferenza maggiore di quella della Terra, anzi il medesimo Aristotile lo fa muovere al concavo della Luna: ma che tal circonferenza sia poi quella del mondo, o concentrica a quella, sì che il muoversi verso questa sia un muoversi anco verso quella del mondo, ciò non si può affermare se prima non si suppone che ‘l centro della Terra, dal quale noi vediamo discostarsi i leggieri ascendenti, sia il medesimo che ‘l centro del mondo, che è quanto dire che ‘l globo terrestre sia costituito nel centro del mondo; che è poi quello di che noi dubitiamo e che Aristotile intende di provare. E questo direte che non sia un manifesto paralogismo? Questo  argomento  d’Aristotile  mi  era  parso,  anco  per  un  altro  rispetto, manchevole e non concludente, quando bene se gli concedesse che quella circonferenza alla quale si muove rettamente il fuoco, fusse quella che racchiude il mondo. Imperocché, preso dentro a un cerchio non solamente il
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Ed a me questa nuova lettura ha confermata la fallacia nell’argumentare, e di più scoperto un’altra falsità. Però notate. Due posizioni, o vogliam dire due conclusioni, son quelle che Aristotile vuole impugnare: l’una è di quelli che, collocando la Terra nel mezo, la facesser muovere in se stessa circa ‘l proprio centro: l’altra è di quelli che, costituendola lontana dal mezo, la facessero andar con moto circolare intorno ad esso mezo: ed amendue queste posizioni impugna congiuntamente con l’istesso argomento. Ora io dico che  egli  erra  nell’una  e  nell’altra  impugnazione,  e  che  l’errore  contro  la prima posizione è di uno equivoco o paralogismo, e contro alla seconda è una conseguenza falsa. Venghiamo alla prima posizione, che costituisce la Terra nel mezo e la fa mobile in se stessa circa il proprio centro, ed affrontiamola con l’istanza d’Aristotile, dicendo: Tutti i mobili che si muovono circolarmente, par che restino indietro, e si muovono di più d’una lazione, eccettuata  la  prima  sfera  (cioè  il  primo  mobile);  adunque  la  Terra,  movendosi circa il proprio centro, essendo posta nel mezo, bisogna che si muova di due lazioni, e resti in dietro: ma quando questo fusse, bisognerebbe che si variassero gli orti  e gli occasi delle stelle fisse; il che non si vede fare: adunque la  Terranon si muove etc. Qui è il paralogismo; per iscoprirlo, discorro con Aristotile in tal modo. Tu di’, o Aristotile, che la Terra posta nel mezo non può muoversi in se stessa, perché sarebbe necessario attribuirle due lazioni: adunque, quando non fusse necessario attribuirle altro che una lazion sola, tu non avresti per impossibile che di una tal sola ella si movesse, perché fuor di proposito ti saresti ristretto a ripor l’impossibilità nella pluralità delle lazioni, quando anco di una sola ella muover non si potesse. E perché di tutti i mobili del mondo tu fai che un solo si muova d’una lazion sola, e tutti gli altri di più d’una; e questo tal mobile affermi che è la prima sfera, cioè quello per il quale tutte le stelle fisse ed erranti ci appariscono muoversi concordemente da levante a ponente; quando la Terra potesse esser quella prima sfera, che col muoversi d’una lazion sola facesse apparir le stelle muoversi da levante in ponente, tu non gliela negheresti: ma chi dice che la Terra posta nel mezo si volge in se stessa non gli attribuisce altro moto che quello per il quale tutte le stelle appariscono muoversi da levante a ponente, e così ella viene a esser quella prima sfera che tu stesso concedi muoversi d’una lazione sola: bisogna dunque, o Aristotile, se tu vuoi concluder qualcosa, che tu dimostri che la Terra posta nel mezo non possa muoversi né anco di una sola lazione, o vero che né meno la prima
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Molte cose sarebbon da dirsi e da considerarsi intorno alla testura di questo argomento; ma già che noi lo possiamo in brevi parole risolvere, non voglio per ora senza necessità diffondermi, e tanto più, quanto la risposta mi vien dal medesimo autore somministrata, mentre egli dice nell’animale da un sol principio esser prodotte diverse operazioni: onde io per ora gli rispondo, con un simil modo da un sol principio derivare nella Terra diversi movimenti. A questa risposta non si quieterà punto l’autore dell’instanza, anzi vien pur ella totalmente atterrata da quello che ei soggiugne immediatamente per maggiore stabilimento dell’impugnazion fatta, sì come voisentirete. Corrobora, dico, l’argomento con altra dignità, che è questa: che la natura non manca,  né  soprabbonda,  nelle  cose  necessarie.  Questo  è  manifesto  a  gli osservatori  delle  cose  naturali  e  principalmente  degli  animali,  ne’  quali, perché dovevano muoversi di molti movimenti, la natura ha fatte loro molte flessure,  e  quivi  acconciamente  ha  legate  le  parti  per  il  moto,  come  alle ginocchia, a i fianchi, per il camminar de gli animali e per coricarsi a lor piacimento; in oltre nell’uomo ha fabbricate molte flessioni e snodature al gomito ed alla mano, per poter esercitar molti moti. Da queste cose si cava
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Fermate un poco, e trovatemi questo luogo nel libro; mostrate. Fingamus modo cum Copernico, Terram aliqua sua vi et ab indito principio impelli ab occasu ad ortum in eclipticae plano, tum rursus revolvi ab indito etiam principio circa suimet centrum ab ortu in occasum, tertio deflecti rursus suopte  nutu  a  septentrione  in  austrum  et  vicissim”.  Io  dubitavo,  signor Simplicio, che voi non aveste preso errore nel riferirci le parole dell’autore; ma veggo che egli stesso, e pur troppo gravemente, si inganna, e con mio dispiacere comprendo ch’e’ si è posto ad impugnar una posizione la quale e’ non ha ben capita; imperocché questi non sono i movimenti che ‘l Copernico attribuisce alla Terra. E donde cava egli che ‘l Copernico faccia il moto annuo per l’eclittica contrario al moto circa il proprio centro? bisogna che e’  non  abbia  letto  il  suo  libro,  che  in  cento  luoghi,  ed  anco  ne  i  primi capitoli, scrive tali movimenti esser amendue verso le medesime parti, cioè da occidente verso oriente. Ma senza sentirlo da altri, non dovev’egli per se stesso comprendere, che attribuendosi alla Terra i movimenti che si levano l’uno al Sole e l’altro al primo mobile, bisognava che fussero necessariamente fatti pel medesimo verso? Guardate pur di non errar voi, ed il Copernico insieme. Il moto diurno del primo mobile non è egli da levante a ponente? ed il moto annuo del Sole per l’eclittica non è, per l’opposito, da ponente a levante? come dunque volete che i medesimi, trasferiti nella Terra, di contrarii divengan concordi? Certo che il signor Simplicio ci ha scoperta l’origine dell’error di questo filosofo: è forza che esso ancora abbia fatto l’istesso discorso. Or che si può, caviamo d’error almanco il signor Simplicio. Il quale, vedendo le stelle nel nascere alzarsi sopra l’orizonte orientale, non arà difficultà nell’intendere,  che  quando  tal  moto  non  fusse  delle stelle,  bisognerebbe necessariamente dire che l’orizonte con moto contrario si abbassasse, ed in conseguenza che la Terra si volgesse in se stessa al contrario di quel che ci sembrano muoversi le stelle, cioè da occidente verso oriente, che è secondo l’ordine de’ segni del zodiaco. Quanto poi all’altro moto, essendo il Sole fisso nel centro del zodiaco e la Terra mobile per la circonferenza di quello, per far che il Sole ci apparisca muoversi per esso zodiaco secondo l’ordine de i segni, è necessario che la Terra cammini secondo il medesimo ordine, attesoché il Sole ci apparisce sempre occupar nel zodiaco il grado opposto al grado  nel  quale  si  trova la  Terra:  e  così,  scorrendo  la  Terra,  verbigrazia, l’Ariete, il Sole apparirà scorrer la Libra, e passando la Terra per il segno del Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Sono i moti contrarii, de i quali il globo terrestre si figura muoversi, quelli sopra i quali l’autore fonda la sua instanza. Già si è detto che non sono altrimenti contrarii, e che in questo l’autore si è grandemente ingannato, talché il vigore di tutta l’instanza si volge contro l’impugnator medesimo, mentre e’ voglia che il primo mobile rapisca tutte le sfere inferiori contro al moto il quale esse nell’istesso tempo e continuamente esercitano. Al primo mobile, dunque, tocca a stancarsi, che, oltre al muovere se stesso, deve condur tant’altre sfere, le quali, di più, con movimento contrario gli contrastano. Talché quell’ultima conclusione che l’autor inferiva, con dir che discorrendo per gli effetti di natura s’incontrano sempre cose favorabili per l’opinion d’Aristotile e Tolomeo, e non mai alcuna che non contrarii al Copernico, ha bisogno d’una gran considerazione; e meglio è dire, che sendo una di queste due posizioni vera, e l’altra necessariamente falsa, è impossibile che per la falsa s’incontri mai ragione, esperienza o retto discorso che le sia favorevole, sì come alla vera nessuna di queste cose può esser repugnante. Gran diversità dunque convien che si trovi tra i discorsi e gli argomenti che si producono dall’una e dall’altra parte in pro e contro a queste due opinioni, la forza de i quali lascerò che giudichiate voi stesso, signor Simplicio. Voi, signor Sagredo, trasportato dalla velocità del vostro ingegno, mi tagliaste dianzi il ragionamento, mentre io volevo dire alcuna cosa in risposta di quest’ultimo argomento dell’autore; e benché voi gli abbiate più che a suf-
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Il più proporzionato gastigo al lor demerito sarebbe veramente il silenzio, se non fusser altre ragioni per le quali è forse quasi necessario il risentirsi: l’una delle quali è, che noi altri Italiani ci facciamo spacciar tutti per ignoranti e diamo da ridere a gli oltramontani, e massime a quelli che son separati dalla nostra religione; ed io potrei mostrarvene di tali assai famosi, che si burlano del nostro Accademico e di quanti matematici sono in Italia, per aver lasciato uscire in luce e mantenervisi senza contradizione le sciocchezze di un tal Lorenzini contro gli astronomi. Ma questo pur anco si potrebbe passare, rispetto ad altra maggior occasione di risa che si potesse porger loro, dependente dalla dissimulazione de gl’intelligenti intorno alle leggerezze di questi simili oppositori alle dottrine da loro non intese. Io non voglio maggior esempio della petulanzia di costoro e dell’infelicità d’un pari del Copernico, sottoposto ad esser impugnato da chi non intende né anco la primaria sua posizione, per la quale gli è mossa la guerra. Voi non meno resterete maravigliato della maniera del confutar gli astronomi che affermano, le stelle nuove essere state superiori a gli orbi de’ pianeti, e per avventura nel firmamento stesso. Ma come potete voi in sì breve tempo aver esaminato tutto cotesto libro, che pure è un gran volume, ed è forza che le dimostrazioni sieno in gran numero? Io mi son fermato su queste prime confutazioni sue, nelle quali con dodici dimostrazioni, fondate sopra le osservazioni di dodici astronomi, che tutti stimarono che la stella nuova del 72, apparsa in Cassiopea, fusse nel firmamento, prova per l’opposito lei essere stata sullunare, conferendo a due a due l’altezze meridiane prese da diversi osservatori in luoghi di differente latitudine, procedendo nella maniera che appresso intenderete: e perché mi par,  nell’esaminar  questo  primo  suo  progresso,  d’avere  scoperto  in  quest’autore una gran lontananza dal poter concluder nulla contro a gli astronomi,  in  favor  de’  filosofi  peripatetici,  e  che  molto  e  molto  più concludentemente si confermi l’opinion loro, non ho volsuto applicarmi con una simil pazienza nell’esaminar gli altri suo’ metodi, ma gli ho dato una scorsa assai superficiale, sicuro che quella inefficacia che è in queste prime impugnazioni, sia parimente nell’altre: e sì come vedrete in fatto, pochissime parole bastano a confutar tutta quest’opera, benché construtta con tanti e tanti laboriosi calcoli, come voi vedete. Però sentite il mio progresso. Piglia quest’autore, per trafigger, come dico, gli avversarii con le lor proprie armi, un numero grande d’osservazioni fatte da lor medesimi, che pur sono da 12 o 13 autori in numero, e sopra una parte di quelle fa suoi calcoli, e conclude tali stelle essere state inferiori alla Luna. Ora, perché il proceder per interrogazioni mi piace assai, già che non ci è l’autore stesso, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  terza � Salviati Veramente che con troppo scarsa provisione d’arme s’è levato quest’autore contro a gl’impugnatori della inalterabilità del cielo, e con troppo fragili catene ha tentato di ritirar dalle regioni altissime la stella nuova di Cassiopea in queste basse ed elementari. E perché mi pare che assai chiaramente si sia dimostrata la differenza grande che è tra i motivi di quelli astronomi e di questo loro oppugnatore, sarà bene che, lasciata questa parte, torniamo alla nostra principal materia; nella quale segue la considerazione del movimento annuo comunemente attribuito al Sole, ma poi, da Aristarco Samio in prima, e dopo dal Copernico, levato dal Sole e trasferito nella Terra; contro alla qual posizione sento venir gagliardamente provisto il signor Simplicio, ed in particolare con lo stocco e con lo scudo del libretto delle conclusioni o disquisizioni matematiche, l’oppugnazioni del quale sarà bene cominciare a proporre Voglio, quando così vi piaccia, riserbarle in ultimo, come quelle che sono le ultime ritrovate. Sarà dunque necessario che voi, conforme al modo tenuto sin qui, andiate ordinatamente proponendo le ragioni in contrario, sì d’Aristotile come di altri antichi, il che son per far io ancora, acciò non resti nulla indietro senza esser attentamente considerato ed esaminato; e parimente il signor Sagredo con la vivacità del suo ingegno, secondoché si sentirà svegliare, produrrà in mezo i suoi pensieri. Lo farò con la mia solita libertà; e perché voi così comandate, sarete anco in obbligo di scusarla. Il favore obbligherà a ringraziarvi, e non a scusarvi. Ma cominci ormai il signor Simplicio a promuover quelle difficultà che lo respingono dal poter credere che la  Terra,  a  guisa  de  gli  altri  pianeti,  si  possa  muover  in  giro intorno ad un centro stabile. La prima e massima difficultà è la repugnanza ed incompatibilità che è tra l’esser nel centro e l’esserne lontano: perché, quando il globo terrestre si abbia a muover in un anno per la circonferenza di un cerchio, cioè sotto il zodiaco, è impossibile che nell’istesso tempo e’ sia nel centro del zodiaco; ma che la Terra sia in tal centro, è in molti modi provato da Aristotile, da Tolomeo e da altri. Molto bene discorrete; e non è dubbio alcuno che chi vorrà far muover la Terra per la circonferenza di un cerchio, bisogna prima che e’ provi che ella non sia nel centro di quel tal cerchio. Séguita dunque ora che noi vegghiamo se la Terra sia o non sia in quel centro, intorno al quale io dico che ella si gira, e voi dite ch’ell’è collocata; e prima che questo, è necessario ancora che
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
E la dispersion della sua schiatta Ebbe forse d’allor cominciamento, 195 La qual raminga in su la terra è fatta, Perduto il primo e proprio alloggiamento, Come il popol giudeo, che mal s’adatta Esule, sparso, a cento sedi e cento, E di Solima il tempio e le campagne 200 Di Palestina si rammenta e piagne. Ma il novello signor giurato ch’ebbe Servar esso e gli eredi eterno il patto, Incoronato fu come si debbe E il manto si vestì di pel di gatto, 205 E lo scettro impugnò, che d’auro crebbe Nella cui punta il mondo era ritratto, Perché credeva allor del mondo intero La specie soricina aver l’impero. Dato alla plebe fu cacio con polta, 210 E vin vecchio gittàr molte fontane, Gridando ella per tutto allegra e folta Viva la carta e viva Rodipane, Tal ch’eccheggiando quell’alpestre volta Carta per tutto ripeteva e pane, 215 Cose al governo delle culte genti, Chi le sa ministrar, sufficienti. Re de’ topi costui con nuovo nome, O suo trovato fosse o de’ soggetti, S’intitolò, non di Topaia, come 220 Propriamente in addietro s’eran detti I portatori di quell’auree some. Cosa molto a notar, che negli effetti Differisce d’assai, benché non paia, S’alcun sia re de’ topi o di Topaia.
Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli   Giovan Battista Marino    L'Adone   Canto primo Q XXXIX così mentrech’Amor dal ciel disceso scorrendo va la region più bassa, con la face impugnata e l’arco teso gran traccia di splendor dietro si lassa; d’un solco ardente e d’auree fiamme acceso riga intorno le nubi ovunque passa e trae per lunga linea in ogni loco striscia di luce, impression di foco. Su ‘l mar si cala, e sicom’ira il punge, sestesso aventa impetuoso a piombo; circonda i lidi quasi mergo e lunge fa del’ali stridenti udire il rombo; né grifagno falcon quando raggiunge col fiero artiglio il semplice colombo fassi lieto così, com’ei diventa quando il leggiadro Adon gli si presenta. Era Adon nel’età che la facella sente d’Amor più vigorosa e viva ed avea dispostezza ala novella acerbità degli anni intempestiva, né su le rose dela guancia bella alcun gemoglio ancor d’oro fioriva o, se pur vi spuntava ombra di pelo, era qual fiore in prato o stella in cielo. In bionde anella di fin or lucente tutto si torce e si rincrespa il crine; del’ampia fronte in maestà ridente sotto gli sorge il candido confine; un dolce minio, un dolce foco ardente, sparso tra vivo latte e vive brine, gli tinge il viso in quel rossor che suole prender la rosa infra l’aurora e ‘l sole.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q   Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto quattordicesimo CXXXIV Spezzato, il ferro al suol cade, e reciso, e sol l’impugnatura in man gli resta. Ride il gigante, ma somiglia il riso di cometa crudel luce funesta: un Mongibello ha di faville in viso; alza la sua, poi nel ferir l’arresta e dice: - Or or di noi vedrem la prova chi con polso migliore il braccio mova. Ma pria che ‘n polve ben minuta e trita io mandi l’ossa e dia la polve al vento, se mi dirai dov’è colei fuggita ch’io son più giorni a seguitare intento, esser potrà ch’a toglierti di vita alquanto il furor mio caggia più lento. Malagorre a quel dir contro la guancia del brando rotto il manico gli lancia. Ed oltracciò fra l’indice e ‘l mezzano per beffa il primo dito in mezzo accolto, stendendo verso lui la destra mano, gli dice: - Or togli! - e sputagli insu ‘l volto. Per torre indi un forcon si cala al piano e perché teme intanto esserne colto, solleva il moncherin dela sinistra dele difese sue debil ministra, che ‘ncontro a quel furor tremendo e crudo schermo non è ch’a ricoprire il vaglia, né gli varria s’avesse anco per scudo di triplicato bronzo ampia muraglia. Già piombando d’Orgonte il ferro ignudo tutto per mezzo l’osso il braccio taglia; rotto l’arnese poi che lo ripara sovra l’omero scende e ‘n due lo spara.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
73 — Leva su, cavalier, che io non sono ancora vinto, perch’io sia abbattuto; e se della tua spada il greve trono mi spaventò, in me son rivenuto; e non creder però aver perdono da me, perché pietoso t’ho veduto; e’ ti convien con forza e con valore combatter meco d’Emilia l’amore. — 74 Maravigliossi allor Penteo assai, e dentro al cor nascose la sua ira, e disse: — Palemon, gran ragione hai di mal volere a chi per te sospira, ma d’altra foggia ti sarò omai; però come tu vuo’ così ti gira, prendi come ti piace ogni vantaggio, ché di te vincer ho fermo coraggio. — 75 Ciaschedun chiama in suo aiuto Marte e Venere e Emilia insiememente, e imprometton doni; e d’altra parte ciascun si reca dentro alla sua mente la nobiltà, l’ardire e la molta arte delle battaglie e ’l ferir prestamente; e l’uno inver dell’altro de’ baroni s’andarono a ferir come dragoni. 76 Li scudi in braccio e le spade impugnate, sopra l’erbette l’un l’altro ferendo, sanza aver più l’un dell’altro pietate, si gieno i due baroni e ricoprendo: tututte l’armi s’aveano spezzate, per la lunga battaglia combattendo; e poco s’era ancora conosciuto ch’alcun vantaggio fra lor fosse suto. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Teseida di Giovanni Boccaccio
10 Nullo dintorno alcun di lor vedea, se non come per nebbia ne’ turbati tempi si vede, e l’un non conoscea l’altro di loro, e gran colpi donati erano in danno, che ciascun credea dare a color cui aveno scontrati; per che Arcita — Pegaso! — a gridare cominciò forte è suoi a confortare. 11 Ma Palemon solo — Asopo! — gridava, e con tal voce a sé i suoi raccolse e di bene operar li confortava; poi ver gli avversi la testa rivolse del suo cavallo, e la spada vibrava; inver di cui il buono Arcita si volse, avendo lui appena conosciuto per lo gran polverio che v’era suto; 12 e con li sproni urtato il gran destriere, li corse adosso con la spada in mano; e que’ ver lui come pro’ cavaliere corse feroce e certo non invano; ma tal de’ petti, in mezzo delle schiere, si riferiro e de’ corpi, ch’al piano insieme co’ cavai che rincularo amendun cadder sanza alcun riparo. 13 Cremiso quivi, in Elicona nato, e Parmenon, che l’onde d’Ismeneo tutte sapeva, e con lor Polimato, questo vedendo, incontro di Fegeo d’Antedon sceser, ch’era dismontato, e con lui il teumesio Alfesibeo, per lo lor Palemon volere atare e, se potesser, Arcita pigliare. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 236 Giovanni Boccaccio     Teseida    Libro ottavo � 14 E cominciar fra loro aspra battaglia così a piè con le spade impugnate, e ciaschedun per lo suo si travaglia, dando alla parte avversa gran collate, sforzandosi per vincer la puntaglia; e ben mostravan lor gran probitate in mantenersi per ispazio molto, sanza mai volger, l’uno a l’altro volto. 15 Quivi rimase per misera sorte Artifilo Itoneo, il qual ferio d’una bipenne il buon Cremiso a morte; e mentre lui lo suo fratel pio volea levar, li sopragiunse il forte Eleno, e orgoglioso il perseguio e lui uccise ancor similemente allato al frate dolorosamente. 16 E ’nnanzi si potesser riavere ciascun da’ suoi, vi fur colpi assai dati, però che l’uno l’altro ritenere voleva; e dopo molto in ciò provati e a ciascuno mancato il potere, amenduni a caval fur rimontati, mercé de’ lor che gli aiutaron bene, oprando ciò ch’a tal cosa convene. 17 La pressa grande e lo spesso ferire tolse di sé a questi due la vista; e cominciaron per lo campo a gire, dipartendo ove più la gente mista si combatteva, ciascun con disire; e andar sen potea l’anima trista all’infernali iddii di cui giugnea Arcita: in saldo ta’ colpi traea! Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Teseida di Giovanni Boccaccio
Uscirai quindi a poco a bear gli occhi De la cara tua Patria a cui dell’Avo Il forte braccio, e il viso almo, celeste Del Nipote dovean portar salute. Ella ti attende impaziente, e mille Anni le sembra il tuo tardar poc’ore. È tempo omai che i tuoi valetti al dorso Con lieve man ti adattino le vesti Cui la moda e ‘l buon gusto in su la Senna T’abbian tessute a gara, e qui cucite Abbia ricco sartor che in su lo scudo Mostri intrecciato a forbici eleganti Il titol di Monsieur. Non sol dia leggi A la materia la stagion diverse; Ma sien qual si conviene al giorno e all’ora Sempre varj il lavoro e la ricchezza. Fero Genio di Marte a guardar posto De la stirpe de’ Numi il caro fianco, Tu al mio giovane Eroe la spada or cingi Lieve e corta non già, ma, qual richiede La stagion bellicosa, al suol cadente, E di triplice taglio armata e d’elsa Immane. Quanto esser può mai sublime L’annoda pure, onde l’impugni all’uopo La furibonda destra in un momento: Nè disdegnar con le sanguigne dita Di ripulire et ordinar quel nodo Onde l’elsa è superba; industre studio È di candida mano: al mio Signore Dianzi donollo, e gliel appese al brando La pudica d’altrui sposa a lui cara. Tal del famoso Artù vide la corte Le infiammate d’amor donzelle ardite Ornar di piume e di purpuree fasce I fatati guerrieri, onde più ardenti Gisser poi questi ad incontrar periglio
Il Giorno di Giuseppe Parini
brutto tre volte più che non lo avesse fatto natura; e studiava sempre allo specchio qualche foggia di guardatura e qualche nuovo arricciamento di baffi che gli rendesse il cipiglio più formidabile. A udirlo lui, quando avea vuotato il quarto bicchiere, non era stata guerra dall’assedio di Troia fino a quello di Belgrado dove non avesse combattuto come un leone. Ma sfreddati i fumi del vino, si riduceva colle sue pretese a più oneste proporzioni. S’accontentava di raccontare come avesse toccato dodici ferite alla guerra di Candia; offrendosi ogni volta di calar le brache per farle contare. E Dio sa com’erano queste ferite, poiché ora, ripensandoci sopra, non mi par verosimile che coi cinquant’anni che diceva toccare appena, egli avesse assistito ad una guerra combattutasi sessant’anni prima. Forse la memoria lo tradiva, e gli faceva creder sue le gesta di qualche spaccone udite raccontare dai novellatori di piazza San Marco. Il buon Capitano confondeva assai facilmente le date; ma non dimenticava mai ogni primo del mese di farsi pagar dal fattore venti ducati di salario come comandante delle Cernide. Quel giorno era la sua festa. Mandava fuori all’alba due tamburi i quali fino a mezzogiorno strepitavano ai quattro cantoni della giurisdizione. Poi nel dopopranzo quando la milizia era raccolta nel cortile del castello, usciva dalla sua stanza così brutto che quasi solamente colla presenza sbaragliava il proprio esercito. Impugnava uno spadone così lungo che bastava a regolar il passo d’un’intera colonna. E siccome al minimo sbaglio egli usava batterlo spietatamente su tutte le pancie della prima fila; così quando appena accennasse di sbassarlo, la prima fila indietreggiava sulla seconda la seconda sulla terza e nasceva una tal confusione che la minore non sarebbe avvenuta all’avvicinarsi dei Turchi. Il Capitano sorrideva di contentezza, e rassicurava la truppa rialzando la spada. Allora quei venti o trenta contadini cenciosi coi loro schioppi attraversati sulle spalle come badili, riprendevano la marcia a suon di tamburo verso il piazzale della parrocchia. Ma siccome il Capitano camminava dinanzi con le gambe più lunghe della compagnia, così per quanto questa si affrettasse egli giungeva sempre solo sul piazzale. Allora si rivolgeva infuriato a tempestare col suo spadone contro quella marmaglia indolente: ma nessuno era così gonzo da aspettarlo.  Alcuni  se  la  davano  a  gambe,  altri  saltavano  i  fossati,  altri sguisciavano dentro le porte e si ascondevano sui fienili. I tamburi si difendevano coi loro strumenti. E così finiva quasi sempre nella giurisdizione di Fratta la mostra mensile delle Cernide. Il Capitano stendeva un lungo rap-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
senza volerceli scambievolmente confessare. Da qualche giorno io teneva all’Aglaura un poco di broncio; quella sua ostinazione di volermi seguir a Roma, benché priva d’ogni notizia de’ suoi, mi metteva in sospetto sul suo buon cuore. Stava quasi per lanciare la bomba e per dichiararle la perfidia e l’infedeltà di colui al quale ella sembrava pronta a sacrificar tutto, perfino i sacrosanti doveri di figlia, quando, non so come, ad un suo sguardo pieno d’umiltà e di dolore mi sentii rammollir tutto. E di giudice ch’esser voleva, mi sentii cambiare a poco a poco in penitente. Le angosce le incertezze che da tanto tempo mi laceravano erano cresciute tanto che richiedevano un qualche sfogo. Quell’occhiata dell’Aglaura m’invitava così pietosamente che non seppi resistere, e le narrai il sospetto in cui viveva della Pisana, il suo lungo e crudele silenzio, la sua partenza da Venezia, lasciatami ignorare. «Ohimè!» sclamai «pur troppo sarebbe pazzia il volermi illudere!... La è tornata quale fu sempre. La lontananza ha lasciato morire l’amor suo d’inedia. Si sarà appigliata ad un altro; a qualche ricco forse, a qualche scapestrato che la sazierà di piaceri un anno e due, e poi... Oh Aglaura! il disprezzare quell’unica persona che si ama più della propria vita è un tormento superiore ad ogni forza d’uomo!» L’Aglaura m’impugnò furiosamente la mano ch’io aveva alzata al cielo nel pronunciare queste parole. Aveva l’occhio fiammeggiante, le narici dilatate e due lagrime sforzate rabbiose riflettevano al chiarore della lucerna il fuoco sinistro de’ suoi sguardi. «Sì!» gridò essa quasi fuori di sé. «Maledicete, maledicete anche a nome mio i vili e i traditori! Con quella mano che innalzaste a Dio come per affidargli le vostre vendette, rapite un fascio de’ suoi fulmini e scagliatelo loro sul capo!...» Compresi di aver toccato una piaga secreta e sanguinosa del suo cuore, e la simpatia del mio dolore col suo m’aperse l’animo piucchemai alla confidenza e alla compassione. Mi parve aver trovato in lei un’amica, anzi una vera sorella, e lasciai scorrere nel suo seno le lagrime che da tanto tempo mi si aggruppavano dentro. Anche il suo sdegno nel punto istesso s’era mitigato per la commozione della pietà, e abbracciati come due fratelli piangevamo insieme, piangevamo dirottamente; conforto misero dei miseri. In quella s’aperse violentemente la porta, e un uomo coperto da un mantello spruzzato di neve entrò nella stanza. Diede uno strido, gettò indietro il mantello, e ravvisammo ambidue le pallide sembianze di Spiro.
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
«Mio padre!» seguitava io a balbettare quasi fuori di me; correndo più che non potessero tenermi dietro le gambe del vecchio abate. Potete immaginarvi se in quel momento poteva metter ordine ai pensieri che mi stravolgevano la mente! Dopo alcuni minuti di quella corsa precipitosa giunsimo ad una porta fra due colonne che pareva d’un monastero; e il vecchio prete apertala e impugnato un lampioncino che ardeva nel vestibolo, mi guidò fino ad una stanza donde usciva un lamento come di moribondo. Io entrai convulso dalla meraviglia e dal dolore e caddi con uno strido sul letto dove mio padre mortalmente ferito alla gola combatteva ostinatamente colla morte. «Padre mio! padre mio» io mormorava. Non aveva né fiato né mente a pronunciare altra parola. Quel colpo era così imprevisto, così terribile che mi toglieva affatto quell’ultimo fiato di coraggio rimastomi. Egli tentò allora sollevarsi sul gomito e vi riuscì infatti per cercarsi colla mano non so che cosa intorno alla cintura. Coll’aiuto del prete si cavò di sotto alle larghe brache albanesi una lunga borsa di pelle, dicendomi con molta fatica che quello era quanto poteva darmi d’ogni sua sostanza e che del resto chiedessi ragione al Gran Visir... Era per soggiungere un nome quando gli uscì dalla gola un largo fiotto di sangue e ricadde sui guanciali respirando affannosamente. «Oh per pietà, padre mio!» gli veniva dicendo. «Pensate a vivere! non vogliate morire!... Abbandonarmi ora che tutti mi hanno abbandonato!...» «Carlo» soggiunse mio padre, e questa volta con voce fioca ma chiara perché quell’ultimo sbocco di sangue pareva lo avesse sollevato di molto «Carlo, nessuno è abbandonato quaggiù finché vivono persone che non si devono abbandonare. Tu perdi tuo padre, ma hai una sorella, ignota finora a te...» «Oh no, padre! io la conosco, io la amo da un pezzo. È l’Aglaura!...» «Ah la conosci e la ami? Meglio così! Muoio più contento di quello che avrei creduto... Senti, figlio mio, un ultimo ricordo voglio lasciarti come preziosa eredità... Mai, mai, mai, per cambiar d’uomini o di tempi non appoggiare la speranza d’una causa nobile generosa imperitura, all’interesse all’avarizia altrui. Io, vedi, in questa idea falsa inetta triviale consumai le mie ricchezze l’ingegno la vita e ne ebbi... ne ebbi la certezza di aver fallato e di non poter rimediare... Oh, i Turchi, i Turchi!... Ma non biasimarmi, figliuol mio, perché io avessi riposto le mie speranze nei Turchi. Per noi son tutti gli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
105 Il re di Sarza, che gran tempo prima di Mandricardo amava Doralice, et ella l’avea posto in su la cima d’ogni favor ch’a donna casta lice; che debba in util suo venire estima la gran sentenzia che ’l può far felice: né egli avea questa credenza solo, ma con lui tutto il barbaresco stuolo. 106 Ognun sapea ciò ch’egli avea già fatto per essa in giostre, in torniamenti, in guerra; e che stia Mandricardo a questo patto, dicono tutti che vaneggia et erra. Ma quel che più fiate e più di piatto con lei fu mentre il sol stava sotterra, e sapea quanto avea di certo in mano, ridea del popular giudicio vano. 107 Poi lor convenzion ratificaro in man del re quei duo prochi famosi, et indi alla donzella se n’andaro. Et ella abbassò gli occhi vergognosi, e disse che più il Tartaro avea caro: di che tutti restâr maravigliosi; Rodomonte sì attonito e smarrito, che di levar non era il viso ardito. 108 Ma poi che l’usata ira cacciò quella vergogna che gli avea la faccia tinta, ingiusta e falsa la sentenzia appella; e la spada impugnando, ch’egli ha cinta, dice, udendo il re e gli altri, che vuol ch’ella gli dia perduta questa causa o vinta, e non l’arbitrio di femina lieve che sempre inchina a quel che men far deve.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
13 Disse Ranaldo: - A fede di leanza, Aver guerra con voi molto me pesa; E ciò non dico già per dubitanza, Ché tutti andreti in terra alla distesa; Ed è la vostra sì grande arroganza, Poi contra a tutto il mondo aveti impresa, Che non doveti già meravigliare Se io solo a sette voglio contrastare. 14 Ma noi facciamo ormai troppo parole, Ed io non voglio star tutto oggi armato; Qualunche Trufaldin diffender vôle, Prenda del campo, ché io l’ho desfidato. Certo non passarà quel monte il sole, Che ad uno ad un vi stenderò sul prato, E mostrarovi chiaro il parangone Che ve moveti contra alla ragione. 15 Poi che ebbe così detto, il cavalliero Più non aspetta e volta Rabicano: E dilungato con sembiante altiero Fermossi al campo con la lancia in mano. Or vedon li altri al tutto esser mestiero De insanguinar le spade in su quel piano, Perché Ranaldo ha qui fermato il chiodo; Alla battaglia dànno ordine e modo. 16 E, vergognando andârli tutti adosso, Ordinorno che Oberto dal Leone Fosse contra de lui soletto mosso; E quando avesse il peggio alla tenzone, Il re Adriano l’avesse riscosso; E, bisognando, movesse Grifone, Al qual donasse aiuto il suo germano; E Chiarione a lui, de mano in mano. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 362 Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto ventesimoprimo � 17 Aveva Oberto una estrema possanza, E fu de’ digni cavallier del mondo; Sprona il destriero ed impugna la lanza. Non fu mai corso tanto foribondo Quanto hanno e duo baron pien de arroganza Credendo metter l’uno l’altro al fondo; Poco vantaggio fu nel gionger saldo, Me se ge ne fu alcun, fu de Ranaldo. 18 E ritornarno con brandi taglienti Alla terribil zuffa, inanimati Per darsi morte, a guisa de serpenti, Sempre menando colpi disperati. Avean tagliati tutti e guarnimenti, E rotti e scudi e li usberghi spezzati; Ma Ranaldo con lui de maestria E ancor di forza vantaggio avia. 19 Menando le botte aspere e diverse, Ranaldo, che aspettava, il tempo ha còlto; Però che, come Oberto se scoperse, Gionse Fusberta, e l’elmo ebbe disciolto. La barbuta e il guancial tutto li aperse, E crudelmente lo ferì nel volto; E fu il colpo sì fiero e smisurato, Che come morto lo distese al prato. 20 Questo veggendo il franco re Adriano, Che stava apparecchiato alla riscossa, Mosse a gran furia, correndo nel piano Con una lanza smisurata e grossa. Era senza asta il sir de Montealbano, Ché l’avea rotta alla prima percossa, Ma correndo ne vien col brando nudo; Il re Adriano il gionse a mezo il scudo. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
1 Seguendo, bei segnori, il nostro dire, Brandimarte dal conte era partito, E perse il cervo e posese a dormire; Ma poi, al novo giorno resentito, Al suo compagno volea rivenire; E già sopra il destrier sendo salito, Ascoltando li parve voce umana Che si dolesse, e non molto lontana. 2 E poi che un pezzo per odir fu stato, Verso quel loco se pose ad andare; E come aveva alquanto cavalcato, Stavasi fermo e quieto ad ascoltare; E così andando gionse ad un bel prato, E colei vide, che odìa lamentare, Legata ad una quercia per le braccia; Come la vide, la cognobbe in faccia. 3 Perché quella era la sua Fiordelisa, Tutto il suo bene e vita del suo core; Sì che pensati voi or con qual guisa Se cangiò Brandimarte de colore. Era l’anima sua tutta divisa: Parte allegrezza e parte era dolore, Ché d’averla trovata era zoioso, Ma del suo mal turbato e doloroso. 4 Più non indugia, che salta nel piano, E lega Brigliadoro ad una rama; Va con gran fretta il cavallier soprano Per discioglier colei che cotanto ama; Ma quello omo bestiale ed inumano Ch’era nascoso in guardia de la dama, Come lo vide, uscì de quel macchione, E imbraccia il scudo ed impugna il bastone. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
17 Perché a destrier non se puote passare, Come io ve ho detto, per quella ferrata. Quando il crudele al ponte il vide entrare, Lascia la dama al cipresso legata. Il suo baston di ferro ebbe a impugnare, E qui fo la battaglia incominciata; Ma durò poco, perché quel fellone Percosse Iroldo in testa del bastone; 18 E come morto in terra se distese, Sì grande fu la botta maledetta. Quello aspro saracino in braccio il prese, E via correndo va come saetta, Ed in presenzia a gli altri lì palese Come era armato dentro il lago il getta. Col capo gioso andò il barone adorno: Pensati che già su non fie’ ritorno. 19 Ranaldo de l’arcione era smontato Per gire alla battaglia del gigante, Ma Prasildo cotanto l’ha pregato, Che fu bisogno che gli andasse avante. Quel maledetto l’aspetta nel prato, E tien alciato il suo baston pesante; Questa battaglia fu come la prima: Gionse il bastone a l’elmo nella cima. 20 Quel cade in terra tutto sbalordito; Via ne ‘l porta il Pagano furibondo, E, proprio come l’altro a quel partito, Gettalo armato nel lago profondo. Ranaldo ha un gran dolore al cor sentito, Poiché quel par d’amici sì iocondo Tanto miseramente ha già perduto, E presto sì, che a pena l’ha veduto. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
avolgendo ne le cose scritte da Platone e quasi per le sue vestigia medesime, nondimeno  ciò  m’aviene  più  tosto  per  vaghezza  de  l’eloquenzia  che  per amor de la sapienzia. D.C. Se difendete così bene l’opinioni non vostre, il contrastar con esso voi ne le vostre  medeseme  niente  monterebbe.  Ma  ditemi,  vi  prego,  se  fra  tante conchiusioni ve ne sia alcuna ne la quale parliate e scriviate a vostro senno, o pur in tutte contra il vostro piacer medesimo avete voluto quistionare. Io, sì come colui ch’aveva alcune volte sentito le pungenti sollecitudini d’amore, avrei manifestata e difesa la mia opinione, se mi fosse stato conceduto; ma, avedendomi di non poter ragionare in grado, seguii l’altrui autorità: nondimeno in alcune poche cose scrissi quel che mi pareva, e in quelle volli esser peripatetico anzi che no, sì veramente ch’io potessi accordare insieme Platone con Aristotele, i quali sono alcuna fiata concordi, ma il più volte contrari: ma più nel suono de le parole che ne la verità de la sentenza. Manifestateci adunque la vostra opinione, poiché questa sarà impugnata dal signor Paulo. Non da me, ma più tosto dagli altri, i quali non ricuseranno di far prova del propio ingegno e de la propia scienza. Non vogliate far di me nuova esperienza, né procurar ch’io sia quasi un segno  a  le  saette  de  la  dialletticafaretra,  le  quali  il  signor  Sanminiato  sa adoperare. Non potrete partirvi senza manifestarci il vostro parere. Dunque per timor di violenza debbo più tosto far prova de la debilezza del mio ingegno; non vi negherò d’avere scritta la mia propia opinione in quella conclusione: “Amore non presuporre l’elezione, né però seguire che si conceda il destino, ma presupporre necessariamente similitudine fra l’amante e l’amata”. Ecco  il  segno  degli  acuti  sillogismi:  in  questo,  signor  Paulo,  dimostrate l’artificio del saettare. Il mio parere, o ‘l dubbio, manifesterò più tosto che l’artificio del quistionare, del qual son privo: e parlo anzi per natural che per dialettico ammaestramento. Ma mi parve nondimeno sempre vera e indubitata quella proposizione, che di ciascuna cosa s’affermi o si nieghi necessariamente la verità, e che ne la contradizione non vi sia alcun mezzo, come volle Protagora: dico adunque ch’ogni amore è con elezione o senza elezione, e che l’amore del qual voi parlate conviene che sia ne l’un modo o ne l’altro.
Il Cataneo overo de le conclusioni amorose di Torquato Tasso
9 Desto il Soldan alza lo sguardo, e vede uom che d’età gravissima a i sembianti co ’l ritorto baston del vecchio piede ferma e dirizza le vestigia erranti. — E chi sei tu, — sdegnoso a lui richiede — che fantasma importuno a i viandanti rompi i brevi lor sonni? e che s’aspetta a te la mia vergogna o la vendetta? — 10 — Io mi son un — risponde il vecchio — al quale in parte è noto il tuo novel disegno, e sì come uomo a cui di te più cale che tu forse non pensi, a te ne vegno; né il mordace parlare indarno è tale, perché de la virtù cote è lo sdegno. Prendi in grado, signor, che ’l mio sermone al tuo pronto valor sia sferza e sprone. 11 Or perché, s’io m’appongo, esser dée vòlto al gran re de l’Egitto il tuo camino, che inutilmente aspro viaggio tolto avrai, s’inanzi segui, io m’indovino; ché, se ben tu non vai, fia tosto accolto e tosto mosso il campo saracino, né loco è là dove s’impieghi e mostri la tua virtù contra i nemici nostri. 12 Ma se ’n duce me prendi, entro quel muro, che da l’arme latine è intorno astretto, nel più chiaro del dì pórti securo, senza che spada impugni, io ti prometto. Quivi con l’arme e co’ disagi un duro contrasto aver ti fia gloria e diletto; difenderai la terra insin che giugna l’oste d’Egitto a rinovar la pugna. —
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
81 Quasi in quel punto Soliman percote con una scelce il cavalier normando; e questi al colpo si contorce e scote e cade in giù come paleo rotando. Or più Goffredo sostener non pote l’ira di tante offese, e impugna il brando; e sovra la confusa alta ruina ascende, e move omai guerra vicina. 82 E ben ei vi facea mirabil cose, e contrasti seguiano aspri e mortali, ma fuor uscì la notte e ’l mondo ascose sotto il caliginoso orror de l’ali; e l’ombre sue pacifiche interpose fra tante ire de’ miseri mortali, sì che cessò Goffredo e fe’ ritorno. Cotal fine ebbe il sanguinoso giorno. 83 Ma pria che ’l pio Buglione il campo ceda, fa indietro riportar gli egri e i languenti, e già non lascia a’ suoi nemici in preda l’avanzo de’ suoi bellici tormenti; pur salva la gran torre avien che rieda, primo terror de le nemiche genti, come che sia da l’orrida tempesta sdruscita anch’essa in alcun loco e pesta. 84 Da’ gran perigli uscita ella se ’n viene giungendo a loco omai di securezza. Ma qual nave talor ch’a vele piene corre il mar procelloso e l’onde sprezza, poscia in vista del porto o su l’arene o su i fallaci scogli un fianco spezza; o qual destrier passa le dubbie strade e presso al dolce albergo incespa e cade;
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
37 Io la guardo e difendo, io spirto diedi di pietate a le fère e mente a l’acque. Misero te s’al sogno tuo non credi, ch’è del Ciel messaggiero. E qui si tacque. Svegliaimi e sorsi, e di là mossi i piedi come del giorno il primo raggio nacque; ma perché mia fé vera e l’ombre false stimai, di tuo battesmo non mi calse, 38 né de i preghi materni; onde nudrita pagana fosti, e ’l vero a te celai. Crescesti, e in arme valorosa e ardita vincesti il sesso e la natura assai: fama e terre acquistasti, e qual tua vita sia stata poscia tu medesma il sai; e sai non men che servo insieme e padre io t’ho seguita fra guerriere squadre. 39 Ier poi su l’alba, a la mia mente oppressa d’alta quiete e simile a la morte, nel sonno s’offerì l’imago stessa, ma in più turbata vista e in suon più forte: Ecco, dicea fellon, l’ora s’appressa che dée cangiar Clorinda e vita e sorte: mia sarà mal tuo grado, e tuo fia il duolo. Ciò disse, e poi n’andò per l’aria a volo. 40 Or odi dunque tu che ’l Ciel minaccia a te, diletta mia, strani accidenti. Io non so; forse a lui vien che dispiaccia ch’altri impugni la fé de’ suoi parenti. Forse è la vera fede. Ah! giù ti piaccia depor quest’arme e questi spirti ardenti. — Qui tace e piagne; ed ella pensa e teme, ch’un altro simil sogno il cor le preme.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
53 — Guerra e morte avrai; — disse — io non rifiuto darlati, se la cerchi —, e ferma attende. Non vuol Tancredi, che pedon veduto ha il suo nemico, usar cavallo, e scende. E impugna l’uno e l’altro il ferro acuto, ed aguzza l’orgoglio e l’ire accende; e vansi a ritrovar non altrimenti che duo tori gelosi e d’ira ardenti. 54 Degne d’un chiaro sol, degne d’un pieno teatro, opre sarian sì memorande. Notte, che nel profondo oscuro seno chiudesti e ne l’oblio fatto sì grande, piacciati ch’io ne ’l tragga e ’n bel sereno a le future età lo spieghi e mande. Viva la fama loro; e tra lor gloria splenda del fosco tuo l’alta memoria. 55 Non schivar, non parar, non ritirarsi voglion costor, né qui destrezza ha parte. Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi: toglie l’ombra e ’l furor l’uso de l’arte. Odi le spade orribilmente urtarsi a mezzo il ferro, il piè d’orma non parte; sempre è il piè fermo e la man sempre in moto, né scende taglio in van, né punta a vòto. 56 L’onta irrita lo sdegno a la vendetta, e la vendetta poi l’onta rinova; onde sempre al ferir, sempre a la fretta stimol novo s’aggiunge e cagion nova. D’or in or più si mesce e più ristretta si fa la pugna, e spada oprar non giova: dansi co’ pomi, e infelloniti e crudi cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
33 Seguia parlando, e in bei pietosi giri volgeva i lumi e scoloria i sembianti, falseggiando i dolcissimi sospiri e i soavi singulti e i vaghi pianti, tal che incauta pietade a quei martìri intenerir potea gli aspri diamanti; ma il cavaliero, accorto sì, non crudo, più non v’attende, e stringe il ferro ignudo. 34 Vassene al mirto; allor colei s’abbraccia al caro tronco, e s’interpone e grida: — Ah non sarà mai ver che tu mi faccia oltraggio tal che l’arbor mio recida! Deponi il ferro, o dispietato, o il caccia pria ne le vene a l’infelice Armida: per questo sen, per questo cor la spada solo al bel mirto mio trovar può strada. — 35 Egli alza il ferro, e ’l suo pregar non cura; ma colei si trasmuta (oh novi mostri!) sì come avien che d’una altra figura, trasformando repente, il sogno mostri. Così ingrossò le membra, e tornò oscura la faccia e vi sparìr gli avori e gli ostri; crebbe in gigante altissimo, e si feo con cento armate braccia un Briareo 36 Cinquanta spade impugna e con cinquanta scudi risuona, e minacciando freme. Ogn’altra ninfa ancor d’arme s’ammanta, fatta un ciclope orrendo; ed ei non teme: raddoppia i colpi a la difesa pianta che pur, come animata, a i colpi geme. Sembran de l’aria i campi i campi stigi, tanti appaion in lor mostri e prodigi.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q   Torquato Tasso    Rinaldo   Canto primo 77 L’uno e l’altro la lancia a un tempo impugna, e l’un si move e l’altro anco in un punto; ma l’un mira che ‘l colpo a l’elmo giugna là dove è con la fronte il crin congiunto; l’altro che via men dotto è di tal pugna, cerca che ‘l petto sia dal ferro punto; nessun l’asta nerbosa indarno corse, ma con quella al nemico affanno porse. A mezo ‘l petto il fier garzon fu colto dal forte Alcasto col nodoso legno, ch’ogn’uom più saldo avria sozzopra volto, ed ei non fece di cader pur segno. Fu il nemico da lui più offeso molto, che la terra calcò senza ritegno, ferito in testa d’aspra e mortal piaga, sì che ‘l terren di sangue intorno allaga. Rinaldo in sella si rassetta, e poscia verso gli altri guerrier ratto si scaglia: un ferisce nel capo, un ne la coscia, e pon fin con duo colpi a la battaglia. Indi agli altri col tronco estrema angoscia porge, e con l’urto ancor gli apre e sbaraglia: ma in pochi colpi rotti in su la strada convien ch’in mille pezzi il tronco vada. Nel cader del troncon, speme e baldanza negli aversarii suoi poggiando sorse; non già l’ardir si rompe o la speranza nel fier garzon, che rotto esser lo scorse, ché questa e quello in lui tanto s’avanza, quanto ‘l suo stato più si trova in forse: così ben spesso core invito e forte prende vigor da la contraria sorte.
Rinaldo di Torquato Tasso
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Torquato Tasso    Rinaldo   Canto quarto 21 Ma quella poi che ‘l giovinetto impugna, lo scudo apre per mezzo al Maganzese, lo scudo che già prima in ogni pugna da ciascun colpo ostil colui difese; né men la tien, ch’al vivo ella non giugna il ben temprato adamantino arnese; onde con nova e via più cruda piaga de la prima amorosa, il cor gli impiaga. Destò l’atroce colpo alto spavento negli altri tutti, e ‘n te rabbioso sdegno, o superbo Aridan, vedendo spento il tuo figliuolo, il tuo più caro pegno; onde a chi ferì lui ratto qual vento corresti incontro col ferrato legno; ma stordito e tremante al pian cadesti, e danno a danno, ad onta onta aggiungesti. Rinaldo l’asta ancor salda ed intera di novo arresta e nell’arcion si stringe; ma verso lui da la contraria schiera l’orgoglioso Galven presto si spinge, il qual così gli parla in voce altera, mentre vittoria in van s’augura e finge: – Al primo colpo avrà di questa giostra or certo fine la battaglia nostra. Così quel disse, e poi seguì l’effetto, quanto conforme al dir, tanto al pensiero contrario: ché, percosso in mezzo ‘l petto, perdé la guerra al colpeggiar primiero. Allor Rinaldo in sé raccolto e stretto spinse contra degli altri il suo destriero, e ne la torma si cacciò più folta, l’aspro tronco fatal girando in volta.
Rinaldo di Torquato Tasso
Rinaldo a lo straniero allor richiese gli arnesi suoi con parlar dolce umile. Quelli, ch’era superbo e discortese, disse: – Il far doni è fuor d’ogni mio stile. S’elle son tue, con l’arme il fa’ palese, ché l’adoprar parole è cosa vile. L’altro, intendendo ciò, punto non bada, scendendo in terra ad impugnar la spada. Scese egli del corsier, ché non vorrebbe avere in pugna alcuna alcun vantaggio, sapendo che colui non mai potrebbe spingere il suo Baiardo a fargli oltraggio. Allor ne lo stranier lo sdegno crebbe, e l’aversario suo stimò mal saggio, poi ch’ardisce affrontarsi a paro a paro con lui sì forte e sì ne l’arme chiaro. Rinaldo prima ‘l brando in opra mise, ma schivò ‘l colpo il cavaliero estrano; poscia alzando la spada aspro sorrise, e disse: – Or guarda chi ha più dotta mano. La percossa crudel ruppe e divise lo scudo, e mezzo ne mandò sul piano; poi dichinando ne la manca coscia gli fe’ quivi sentir gravosa angoscia. Non a tanta ira è mai Nettun commosso, se lui Maestro od Aquilon percote, in quanta salse il paladin percosso, sì ch’accese di sdegno ambe le gote. Divien lo sguardo ardente e l’occhio rosso, ch’altrui sol di timore atterrar puote; or che farà quel formidabil brando, che con impeto tal vien giù calando?
Rinaldo di Torquato Tasso
Scena Seconda Ippodamia, e detti Ippodamia 20 Incauta! e a’ suoi custodi il fanciulletto rapire osasti? e del furor d’Atreo non temi tu? Qui di te vengo in traccia, qui a ritorti tuo figlio, ed altri atroci delitti risparmiare a questa reggia contaminata ahi! troppo. A me dal seno strappar mio figlio! oh! di Tieste è figlio questo e di Erope misera: non l’ira del re tremenda, non di morte l’aspra minaccia rapiran da disperata madre l’unico pegno. (dopo breve silenzio, al fanciulletto) Ah! vieni al fine: d’Atreo dalle spietate man ti svelsi, ma per morir: insiem scorrasi misto il sangue nostro: a tante stragi queste s’aggiungan. Nero alto è delitto, il veggo; ma per noi necessario; ma dai numi decretato ed accetto. Io... la... tua vita... all’ombre inferne con la mia consacro. (impugnando un ferro per uccidere il fanciulletto) Ippodamia (trattenendola) Forsennata! a me il ferro... (le strappa il ferro e lo ripone) Lutti, colpe non bastano oggimai? sazia non credi ancor l’ira del Ciel? Erope Sangue mi grida il mio rimorso: sangue; e da me il chiede
Tieste di Ugo Foscolo
Alla Libertà Soglionsi per lo più i libri dedicare alle persone potenti, perchè gli autori credono ritrarne chi lustro, chi protezione, chi mercede. Non sono, o DIVINA  LIBERTÀ,  spente  affatto  in  tutti  i  moderni  cuori  le  tue  cocenti faville: molti ne’ loro scritti vanno or qua or là tasteggiando alcuni dei tuoi più sacri e più infranti diritti. Ma quelle carte, ai di cui autori altro non manca che il pienamente e fortemente volere, portano spesso in fronte il nome o di un principe, o di alcun suo satellite; e ad ogni modo pur sempre, di un qualche tuo fierissimo naturale nemico. Quindi non è maraviglia, se tu disdegni finora di volgere benigno il tuo sguardo ai moderni popoli, e di favorire  in  quelle  contaminate  carte  alcune  poche  verità  avviluppate  dal timore fra sensi oscuri ed ambigui, e inorpellate dalla adulazione. Io, che in tal guisa scrivere non disegno; io, che per nessun’altra cagione scriveva, se non perchè i tristi miei tempi mi vietavan di fare; io, che ad ogni vera incalzante necessità, abbandonerei tuttavia la penna per impugnare sotto il tuo nobile vessillo la spada; ardisco io a te sola dedicar questi fogli. Non farò in essi pompa di eloquenza, che invano forse il vorrei; non di dottrina, che acquistata non ho; ma con metodo, precisione, semplicità, e chiarezza, anderò io tentando di spiegare i pensieri, che mi agitano; di sviluppare quelle verità, che il semplice lume di ragione mi svela ed addita; di sprigionare in somma quegli ardentissimi desiderj, che fin dai miei anni più teneri ho sempre nel bollente mio petto racchiusi. Io, per tanto, questo libercoletto, qual ch’egli sia, concepito da me il primo d’ogni altra mia opera, e disteso nella mia gioventù, non dubito punto nella matura età (rettificatolo alquanto) di pubblicar come l’ultimo. Che se io non ritroverei forse più in me stesso a quest’ora il coraggio, o, per dir meglio, il furore necessario per concepirlo, mi rimane pure ancora il libero senno per approvarlo, e per dar fine con esso per sempre ad ogni mia qualunque letteraria produzione.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
e la mano al cavallo, egli toccò coi piè davanti la sbarra, ed entrambi in un fascio precipitati sul prato, ribalzò egli primo in piedi, io poi; né mi parve di essermi fatto male alcuno. Del resto il mio pazzo amore mi aveva quadruplicato il coraggio, e pareva ch’io a bella posta mendicassi ogni occasione di rompermi il collo. Onde, per quanto il Caraccioli, rimasto su la strada di là dalla mal per me saltata barriera, gridassemi di non far altro, e di andar cercare l’uscita naturale del prato per riunirmi a lui, io che poco sapeva quel che mi facessi, correndo dietro il cavallo che accennava di voler fuggire pel prato,  ne  afferrai  in  tempo  le  redini,  e  saltatovi  su  di  bel  nuovo,  lo rispinsispronando contro la stessa barriera, e ristorando egli ampiamente il mio onore ed il suo la passò di volo. La giovenile superbia mia non godé lungamente  di  quel  trionfo,  che  dopo  fatti  alcuni  passi  adagino, freddandomisi a poco a poco la mente ed il corpo, cominciai a provare un fiero dolore nella sinistra spalla, che era in fatti slogata, e rotto un ossuccio che collega la punta di essa col collo. Il dolore andava crescendo, e le poche miglia che mi trovava esser distante da casa mi parvero fieramente lunghe prima di ricondurmivi a cavallo ad oncia ad oncia.  Venuto il chirurgo, e straziatomi per assai tempo, disse di aver riallogato ogni cosa, e fasciatomi, ordinò ch’io stessi in letto. Chi intende d’amore si rappresenti le mie smanie e furore nel vedermi io così inchiodato in un letto, la vigilia per l’appunto di quel beato giorno ch’era prefisso alla mia seconda gita in villa. La slogatura del braccio era accaduta nella mattina del sabato; pazientai per quel giorno, e la domenica, sino verso la sera, onde quel poco di riposo mi rendé alcuna forza nel braccio, e più ardire nell’animo. Onde verso le ore sei del giorno mi volli a ogni conto alzare, e per quanto mi dicesse il mio semi-aio  Elia,  entrai  alla  meglio  in  un  carrozzino  di  posta  soletto,  e  mi avviai verso il mio destino. Il cavalcare mi si era fatto impossibile atteso il dolore del braccio, e l’impedimento della stringatissima fasciatura, onde non  dovendo  né  potendo  arrivare  sino  alla  villa  in  quel  carrozzino  col postiglione, mi determinai di lasciare il legno alla distanza di circa due miglia, e feci il rimanente della strada a piedi con l’un braccio impedito, e l’altro sotto il pastrano con la spada impugnata, andando solo di notte in casa d’altri, non come amico. La scossa del legno mi avea frattanto rinnovato e raddoppiato il dolore della spalla, e scompostami la fasciatura a tal segno che la spalla in fatti non si riallogò poi in appresso mai più. Pareami pur tuttavia di essere il più felice uomo del mondo avvicinandomi al sospi-
Vita di Vittorio Alfieri
ribattendoli, giudico che egli non mi uccise perché non volle, e ch’io non lo uccisi perché non seppi. Finalmente egli nel parare una botta, me ne allungò un’altra e mi colse nel braccio destro tra l’impugnatura ed il gomito, e tosto avvisommi ch’io era ferito; io non me n’era punto avvisto, né la ferita era in fatti gran cosa. Allora abbassando egli primo la punta in terra, mi disse ch’egli era soddisfatto, e domandavami se lo era anch’io. Risposi, che io non era l’offeso, e che la cosa era in lui. Ringuainò egli allora, ed io pure. Tosto egli se n’andò; ed io, rimasto un altro poco sul luogo voleva appurare cosa fosse quella mia ferita; ma osservando l’abito essere squarciato per lo lungo, e non sentendo gran dolore, né sentendomi sgocciolare gran sangue la giudicai una scalfittura più che una piaga. Del resto non mi potendo aiutare del braccio sinistro, non sarebbe stato possibile di cavarmi l’abito da me solo. Aiutandomi dunque co’ denti mi contentai di avvoltolarmi alla peggio un fazzoletto e annodarlo sul braccio destro per diminuire così la perdita del sangue. Quindi uscito dal parco, per la stessa strada di Pallmall, e ripassando davanti al Teatro, di donde era uscito tre quarti d’ora innanzi, ed al lume di alcune botteghe avendo veduto che non era insanguinato né l’abito, né le mani, scioltomi co’ denti il fazzoletto dal braccio e non provatone più dolore, mi venne la pazza voglia puerile di rientrare al Teatro, e nel palco donde avea preso le mosse. Tosto entrando fui interrogato dal principe di Masserano, perché io mi fossi scagliato così pazzamente fuori del suo palco, e dove fossi stato.  Vedendo che non aveano udito nulla del breve diverbio seguito fuori del loro palco, dissi che mi era sovvenuto a un tratto di dover parlar con qualcuno, e che perciò era uscito così: né altro dissi. Ma per quanto mi volessi far forza, il mio animo trovavasi pure in una estrema agitazione, pensando qual potesse essere il seguito di un tal affare, e tutti i danni  che  stavano  per  accadere  all’amata  mia  donna.  Onde  dopo  un quarticello me n’andai, non sapendo quel che farei di me. Uscito dal Teatro mi venne in pensiero (già che quella ferita non m’impediva di camminare) di portarmi in casa d’una cognata della mia donna, la quale ci secondava, e in casa di cui ci eramo anche veduti qualche volta. Opportunissimo riuscì quel mio accidentale pensiero, poiché entrando in camera di quella signora il primo oggetto che mi si presentò agli occhi, fu la stessa stessissima donna mia. Ad una vista sì inaspettata, ed in tanto e sì diverso tumulto di affetti, io m’ebbi quasi a svenire. Tosto ebbi da lei pienissimo schiarimento del fatto, come pareva dover essere stato; ma non
Vita di Vittorio Alfieri
ridere: due cose che, se non sono poi seguitate da scritto nessuno, son tenute per mera pazzia, e lo sono; se partoriscono scritti, si chiamano poesia, e lo sono. In questo modo me la passai in quel primo viaggio sino a Madrid; e tanto era il genio che era andato prendendo per quella vita di zingaro, che subito in Madrid mi tediai, e non mi vi trattenni che a stento un mesetto; né ci trattai né conobbivi anima al mondo, eccetto un oriuolaio, giovine spagnuolo  che  tornava  allora  di  Olanda,  dove  era  andato  per  l’arte  sua. Questo giovinetto era pieno d’ingegno naturale, ed avendo un pocolino visto il mondo si mostrava meco addoloratissimo di tutte le tante e sì diverse barbarie che ingombravano la di lui patria. E qui narrerò brevemente una mia pazza bestialità che mi accadde di fare contro il mio Elia, trovandovisi in  terzo  codesto  giovine  spagnuolo.  Una  sera  che  questo  oriuolaio  avea cenato meco, e che ancora si stava discorrendo a tavola dopo cenati, entrò Elia per ravviarmi al solito i capelli, per poi andarcene tutti a letto; e nello stringere col compasso una ciocca di capelli, me ne tirò un pochino più l’uno che l’altro. Io, senza dirgli parola, balzato in piedi più ratto che folgore, di un man rovescio con uno dei candelieri ch’avea impugnato glie ne menai un così fiero colpo su la tempia diritta, che il sangue zampillò ad un tratto come da una fonte sin sopra il viso e tutta la persona di quel giovine, che mi stava seduto in faccia all’altra parte di quella assai ben larga tavola dove  si  era  cenati.  Quel  giovane,  che  mi  credé  (con  ragione)  impazzito subitamente, non avendo osservato né potendosi dubitare che un capello tirato avesse cagionato quel mioimprovviso furore, saltò subito su egli pure come per tenermi. Ma già in quel frattempo l’animoso ed offeso e fieramente ferito Elia, mi era saltato addosso per picchiarmi; e ben fece. Ma io allora snellissimo gli scivolai di sotto, ed era già saltato su la mia spada che stava in camera posata su un cassettone, ed avea avuto il tempo di sfoderarla. Ma Elia inferocito mi tornava incontro, ed io glie l’appuntava al petto; e lo Spagnuolo a rattenere ora Elia, ed or me; e tutta la locanda a romore; e i camerieri saliti, e così separata la zuffa tragicomica e scandalosissima per parte mia. Rappaciati alquanto gli animi si entrò negli schiarimenti; io dissi che l’essermi sentito tirar i capelli mi avea messo fuor di me; Elia disse di non essersene avvisto neppure; e lo Spagnuolo appurò ch’io non era impazzito, ma che pure savissimo non era. Così finì quella orribile rissa, di cui io rimasi dolentissimo e vergognosissimo e dissi ad Elia ch’egli avrebbe fatto benissimo ad ammazzarmi. Ed era uomo da farlo; essendo egli di statura Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri
oziosi e maligni. Io mi passai dunque in Pisa quel lunghissimo inverno, col solo sollievo delle di lei spessissime lettere, e perdendo al solito il mio tempo fra i molti cavalli, e quasi nulla servendomi dei pochi ma fidi miei libri. Sforzato pure dalla noia, e nell’ore che cavalcare ed aurigare non si poteva, tanto e tanto qualcosa andava pur leggicchiando, massime la mattina in letto, appena sveglio. In queste semiletture avea scorse le lettere di Plinio il Minore, e molto mi avean dilettato sì per la loro eleganza, sì per le molte notizie su le cose e costumi romani che vi si imparano; oltre poi il purissimo  animo,  e  la  bella  ed  amabile  indole  che  vi  va  sviluppando  l’autore. Finite l’epistole, impresi di leggere il Panegirico a Traiano, opera che mi era nota per fama, ma di cui non avea mai letta parola. Inoltratomi per alcune pagine, e non vi ritrovando quell’uomo stesso dell’epistole, e molto meno un amico di Tacito, qual egli si professava, io sentii nel mio intimo un certo tal moto d’indegnazione; e tosto, buttato là il libro saltai a sedere sul letto, dov’io  giaceva  nel  leggere;  ed  impugnata  con  ira  la  penna,  ad  alta  voce gridando dissi a me stesso: “Plinio mio, se tu eri davvero e l’amico, e l’emulo, e l’ammiratore di Tacito, ecco come avresti dovuto parlare a Traiano”. E senza  più  aspettare,  né  riflettere,  scrissi  d’impeto,  quasi  forsennato,  così come la penna buttava, circa quattro gran pagine del mio minutissimo scritto; finché stanco, e disebriato dallo sfogo delle versate parole, lasciai di scrivere,  e  quel  giorno  non  vi  pensai  più.  La  mattina  dopo,  ripigliato  il  mio Plinio, o per dir meglio, quel Plinio che tanto mi era scaduto di grazia nel giorno innanzi, volli continuar di leggere il di lui Panegirico. Alcune poche pagine più, facendomi gran forza, ne lessi; poi non mi fu possibile di proseguire. Allora volli un po’ rileggere quello squarcione del mio Panegirico, ch’io  avea  scritto  delirando  la  mattina  innanzi.  Lettolo,  e  piaciutomi,  e rinfiammato  più  di  prima,  d’una  burla  ne  feci,  o  credei  farne,  una  cosa serissima; e distribuito e diviso alla meglio il mio tema, senza più ripigliar fiato, scrivendone ogni mattina quanto ne potevan gli occhi, che dopo un par d’ore di entusiastico lavoro non mi fanno più luce; e pensandovi poi e ruminandone tutto l’intero giorno, come sempre mi accade allorché non so chi mi dà questa febbre del concepire e comporre; me lo trovai tutto steso nella quinta mattina, dal dì 13 al 17 dimarzo; e con pochissima varietà, toltone l’opera della lima, da quello che va dattorno stampato. Codesto lavoro mi avea riacceso l’intelletto, ed una qualche tregua avea pur anche data ai miei tanti dolori. Ed allora mi convinsi per esperienza, che a voler tollerare quelle mie angustie d’animo, ed aspettarne il fine Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri