impasse

In sintesi
situazione che non permette soluzioni o vie d'uscita
← voce fr.; comp. di in- ‘in-’ e passe, dal verbo passer ‘passare’; propr. ‘(strada) senza sbocco’.
1
Vicolo cieco, labirinto
2
fig. Situazione difficile, imbroglio, pasticcio: trovarsi in un'i.
3
Nel gioco del bridge, mossa effettuata dal giocatore in coppia con il morto, che si basa sull'ipotesi che uno degli avversari possieda una determinata carta e che, nel caso in cui ciò sia vero, consente di fare una presa in più

Citazioni
Fu la conclusione e l’appuntamento di ieri, che noi dovessimo in questo giorno discorrere, quanto più distintamente e particolarmente per noi si potesse, intorno alle ragioni naturali e loro efficacia, che per l’una parte e per l’altra sin qui sono state prodotte da i fautori della posizione Aristotelica e Tolemaica e da i seguaci del sistema Copernicano. E perché, collocando il Copernico la Terra tra i corpi mobili del cielo, viene a farla essa ancora un globo simile a un pianeta, sarà bene che il principio delle nostre considerazioni sia l’andare esaminando quale e quanta sia la forza e l’energia de i progressi peripatetici nel dimostrare come tale assunto sia del tutto impossibile; attesoché sia necessario introdurre in natura sustanze diverse tra di loro, cioè la celeste e la elementare, quella impassibile ed immortale, questa alterabile e caduca. Il quale argomento tratta egli ne i libri del Cielo, insinuandolo prima con discorsi dependenti da alcuni assunti generali, e confermandolo poi con esperienze e con dimostrazioni particolari. Io, seguendo l’istesso ordine, proporrò, e poi liberamente dirò il mio parere; esponendomi alla censura di voi, ed in particolare del signor Simplicio, tanto strenuo campione e mantenitore della dottrina Aristotelica. E‘ il primo passo del progresso peripatetico quello dove Aristotile prova la integrità e perfezione del mondo coll’additarci com’ei non è una semplice linea né una superficie pura, ma un corpo adornato di lunghezza, di larghezza e di profondità e perché le dimensioni non son più che queste tre, avendole egli, le ha tutte ed avendo il tutto, è perfetto. Che poi, venendo dalla semplice lunghezza costituita quella magnitudine che si chiama linea, aggiunta la larghezza si costituisca la superficie, e sopragiunta l’altezza o profondità ne risulti il corpo, e che doppo queste tre dimensioni non si dia passaggio ad altra, sì che in queste tre sole si termini l’integrità e per così dire la totalità, averei ben desiderato che da Aristotile mi fusse stato dimostrato  con  necessità,  e  massime  potendosi  ciò  esequire  assai  chiaro  e speditamente. Mancano le dimostrazioni bellissime nel 2·, 3· e 4· testo, doppo la definizione del continuo? Non avete, primieramente, che oltre alle tre dimensioni non ve n’è altra, perché il tre è ogni cosa, e ‘l tre è per tutte le bande? e ciò non vien egli confermato con l’autorità e dottrina de i Pittagorici, che dicono che tutte le cose son determinate da tre, principio mezo e fine, che è il numero del tutto? E dove lasciate voi l’altra ragione, cioè che, quasi per legge naturale, cotal numero si usa ne’ sacrifizii degli Dei? e che, dettante pur così la natura, alle cose che son tre, e non a meno, attribuiscono il titolo di tutte? perché di due si dice amendue, e non si dice tutte; ma di tre, sì bene. E tutta questa dottrina l’avete nel testo 2·. Nel 3· poi, ad pleniorem Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
E chi lo dice che non si possan tirare altre linee? e perché non poss’io far venir di sotto un’altra linea sino al punto A, che sia a squadra con l’altre? Voi non potete sicuramente ad un istesso punto far concorrere altro che tre linee rette sole, che fra di loro costituiscano angoli retti. Sì, perché quella che vuol dire il signor Simplicio par a me che sarebbe l’istessa D A prolungata in giù: ed in questo modo si potrebbe tirarne altre due, ma sarebbero le medesime prime tre, non differenti in altro, che dove ora si toccano solamente, all’ora si segherebbero, ma non apporterebbero nuove dimensioni. Io non dirò che questa vostra ragione non possa esser concludente, ma dirò bene con Aristotile che nelle cose naturali non si deve sempre ricercare una necessità di dimostrazion matematica. Sì, forse, dove la non si può avere; ma se qui ella ci è, perché non la volete voi usare? Ma sarà bene non ispender più parole in questo particolare, perché io credo che il signor Salviati ad Aristotile ed a voi senza altre dimostrazioni avrebbe conceduto, il mondo esser corpo, ed esser perfetto e perfettissimo, come opera massima di Dio. Così  è  veramente.  Però  lasciata  la  general  contemplazione  del  tutto, venghiamo alla considerazione delle parti, le quali Aristotile nella prima divisione fa due, e tra di loro diversissime ed in certo modo contrarie; dico, la celeste e la elementare: quella, ingenerabile, incorruttibile, inalterabile, impassibile, etc.; e questa, esposta ad una continua alterazione, mutazione, etc. La qual differenza cava egli, come da suo principio originario, dalla diversità de i moti locali: e camina con tal progresso. Uscendo, per così dire, del mondo sensibile e ritirandosi al mondo ideale, comincia architettonicamente a considerare, che essendo la natura principio  di  moto,  conviene  che  i  corpi  naturali  siano  mobili  di  moto  locale. Dichiara poi, i movimenti locali esser di tre generi, cioè circolare, retto, e misto del retto e del circolare; e li duoi primi chiama semplici, perché di tutte le linee la circolare e la retta sole son semplici. E di qui, ristringendosi alquanto, di nuovo definisce, de i movimenti semplici uno esser il circolare, cioè quello che si fa intorno al mezo, ed il retto all’insù ed all’ingiù, cioè all’insù quello che si parte dal mezo, all’ingiù quello che va verso il mezo: e di qui inferisce come necessariamente conviene che tutti i movimenti semplici si ristringano a queste tre spezie, cioè al mezo, dal mezo, ed intorno al mezo; il che risponde, dice egli, con certa bella proporzione a quel che si è detto di sopra del corpo, che esso ancora è perfezionato in tre cose, e così il
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
È non è dubbio alcuno che come voi volete negare non solamente i principii nelle scienze, ma esperienze manifeste ed i sensi stessi, voi non potrete già mai esser convinto o rimosso da veruna oppinione concetta; e io più tosto mi quieterò perché contra negantes principia non est disputandum, che persuaso in virtù delle vostre ragioni. E stando su le cose da voi pur ora pronunziate (già che mettete in dubbio insino nel moto de i gravi se sia retto o no), come potete voi mai ragionevolmente negare che le parti della terra, cioè che le materie gravissime, descendano verso il centro con moto retto, se, lasciate da una altissima torre, le cui parete sono dirittissime e fabbricate a piombo, esse gli vengono, per così dire, lambendo, e percotendo in terra in quel medesimo punto a capello dove verrebbe a terminare il piombo che pendesse da uno spago legato in alto ivi per l’appunto onde si lasciò cadere il sasso? non è questo argomento più che evidente, cotal moto esser retto e verso il centro? Nel secondo luogo, voi revocate in dubbio se le parti della terra si muovano per andar, come afferma Aristotile, al centro del mondo, quasi che egli non l’abbia concludentemente dimostrato per i movimenti contrari, mentre in cotal guisa argomenta: il movimento de i gravi è contrario a quello de i leggieri; ma il moto de i leggieri si vede esser dirittamente  all’insù,  cioè  verso  la  circonferenza  del  mondo;  adunque  il moto  de  i  gravi  è  rettamente  verso  il  centro  del  mondo,  ed  accade  per accidens che e’ sia verso il centro della Terra, poiché questo si abbatte ad essere unito con quello. Il cercar poi quello che facesse una parte del globo lunare o del Sole, quando fusse separata dal suo tutto, è vanità, perché si cerca  quello  che  seguirebbe  in  conseguenza  d’unimpossibile,  atteso  che, come pur dimostra Aristotile, i corpi celesti sono impassibili, impenetrabili, infrangibili, sì che non si può dare il caso; e quando pure e’ si desse, e che la parte separata ritornasse al suo tutto, ella non vi tornerebbe come grave o leggiera, ché pur il medesimo Aristotile prova che i corpi celesti non sono né gravi né leggieri. Quanto ragionevolmente io dubiti, se i gravi si muovano per linea retta e perpendicolare, lo sentirete, come pur ora ho detto, quando esaminerò questo argomento particolare. Circa il secondo punto, io mi meraviglio che voi abbiate bisogno che ‘l paralogismo d’Aristotile vi sia scoperto, essendo per se stesso tanto manifesto, e che voi non vi accorgiate che Aristotile suppone quello che è in quistione. Però notate...
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Voi, signor Sagredo, molto ingegnosamente conducete Aristotile al medesimo inconveniente, mostrando l’equivoco manifesto; ma aggiugnete un’altra sconvenevolezza. Noi veggiamo la Terra essere sferica, e però siamo sicuri che ella ha il suo centro; a quello veggiamo che si muovono tutte le sue parti, ché così è necessario dire mentre i movimenti loro son tutti perpendicolari alla superficie terrestre; intendiamo come, movendosi al centro della Terra, si muovono al suo tutto ed alla sua madre universale; e siamo poi tanto buoni, che ci vogliam lasciar persuadere che l’instinto loro naturale non è di andar verso il centro della Terra, ma verso quel dell’universo, il quale non sappiamo dove sia, né se sia, e che quando pur sia, non è altro ch’un punto imaginario ed un niente senza veruna facultà. All’ultimo detto poi del signor Simplicio, che il contendere se le parti del Sole o della Luna o di altro corpo celeste, separate dal suo tutto, ritornassero naturalmente a quello, sia una vanità, per essere il caso impossibile, essendo manifesto, per dimostrazioni di Aristotile, che i corpi celesti sono impassibili, impenetrabili, impartibili, etc., rispondo, niuna delle condizioni per le quali Aristotile fa differire i corpi celesti da gli elementari avere altra sussistenza che quella ch’ei deduce dalla diversità de i moti naturali di quelli e di questi, in modo che, negato che il moto circolare sia solo de i corpi celesti, ed affermato
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Questo modo di filosofare tende alla sovversion di tutta la filosofia naturale, ed al disordinare e mettere in conquasso il cielo e la Terra e tutto l’universo. Ma io credo che i fondamenti de i Peripatetici sien tali, che non ci sia da temere che con la rovina loro si possano construire nuove scienze. Non vi pigliate già pensiero del cielo né della Terra, né temiate la lor sovversione, come né anco della filosofia; perché, quanto al cielo, in vano è che voi temiate di quello che voi medesimo reputate inalterabile e impassibile; quanto  alla  Terra,  noi  cerchiamo  di  nobilitarla  e  perfezionarla,  mentre proccuriamo di farla simile a i corpi celesti e in certo modo metterla quasi in cielo, di dove i vostri filosofi l’hanno bandita. La filosofia medesima non può se non ricever benefizio dalle nostre dispute, perché se i nostri pensieri saranno veri, nuovi acquisti si saranno fatti, se falsi, col ributtargli, maggiormente verranno confermate le prime dottrine. Pigliatevi più tosto pensiero di alcuni filosofi, e vedete di aiutargli e sostenergli, ché quanto alla scienza stessa, ella non può se non avanzarsi. E ritornando al nostro proposito, producete liberamente quello che vi sovviene per mantenimento della somma differenza che Aristotile pone tra i corpi celesti e la parte elementare,  nel  far  quelli  ingenerabili,  incorruttibili,  inalterabili,  etc.,  e  questa corruttibile, alterabile, etc. Per quelli che si perturbano per aver a mutar tutta la Filosofia si mostri come non è così, e che resta la medesima dottrina dell’anima, delle generazioni, delle meteore, degli animali. Io non veggo per ancora che Aristotile sia bisognoso di soccorso, restando egli in piede, saldo e forte, anzi non essendo per ancora pure stato assalito, non che abbattuto, da voi. E qual sarà il vostro schermo in questo primo assalto?  Scrive  Aristotile:  Quello  che  si  genera,  si  fa  da  un  contrario  in qualche subietto, e parimente si corrompe in qualche subietto da un contrario in un contrario, sì che (notate bene) la corruzzione e generazione non è se non ne i contrari; ma de i contrari i movimenti son contrari; se dunque al corpo celeste non si può assegnar contrario, imperocché al moto circolare niun altro movimento è contrario, adunque benissimo ha fatto la natura a fare esente da i contrari quello che doveva essere ingenerabile ed incorruttibile. Stabilito questo primo fondamento, speditamente si cava in conseguenza  ch’ei  sia  inaugumentabile,  inalterabile,  impassibile,  e  final-
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io non posso accomodar l’orecchie a sentir mettere in dubbio se la generazione e corruzione sieno in natura, essendo una cosa che noi continuamente aviamo innanzi a gli occhi, e della quale Aristotile ha scritto due libri interi. Ma quando si abbiano a negare i principii nelle scienze e mettere in dubbio le cose manifestissime, chi non sa che si potrà provare quel che altri vuole e sostener qualsivoglia paradosso? E se voi non vedete tutto il giorno generarsi  e  corrompersi  erbe,  piante,  animali,  che  altra  cosa  vedete  voi? come  non  vedete  perpetuamente  giostrarsi  in  contro  le  contrarietà,  e  la terra mutarsi in acqua, l’acqua convertirsi in aria, l’aria in fuoco, e di nuovo l’aria condensarsi in nuvole, in pioggie, grandini e tempeste? Anzi veggiamo pur tutte queste cose, e però vogliamo concedervi il discorso d’Aristotile, quanto a questa parte della generazione e corruzione fatta da i contrari; ma se io vi concluderò, in virtù delle medesime proposizioni concedute ad Aristotile, che i corpi celesti sieno essi ancora, non meno che gli elementari,generabili e corruttibili, che cosa direte voi? Dirò che voi abbiate fatto quello che è impossibile a farsi. Ditemi un poco, signor Simplicio: non sono queste affezioni contrarie tra di loro? Quali? Eccovele:  alterabile,  inalterabile,  passibile,  impassibile,  generabile, ingenerabile, corruttibile, incorruttibile? Sono contrarissime. Come questo sia, e sia vero ancora che i corpi celesti sieno ingenerabili e incorruttibili, io vi provo che di necessità bisogna che i corpi celesti sien generabili e corruttibili. Questo non potrà esser altro che un soffisma. Sentite l’argomento, e poi nominatelo e solvetelo. I corpi celesti, perché sono ingenerabili ed incorruttibili, hanno in natura de i contrari, che sono i corpi generabili e corruttibili; ma dove è contrarietà, quivi è generazione e corruzione; adunque i corpi celesti son generabili e corruttibili.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Servanci dunque le cose dette sin qui per averci messo in considerazione qual de’ due generali discorsi abbia più del probabile: dico quello di Aristotile, per persuaderci, la natura de i corpi sullunari esser generabile e corruttibile, etc., e però diversissima dall’essenza de i corpi celesti, per esser loro impassibili, ingenerabili, incorruttibili, etc., tirato dalla diversità de i movimenti semplici; o pur questo del signor Salviati, che, supponendo le parti integrali del mondo essere disposte in ottima costituzione, esclude per necessaria conseguenza da i corpi semplici naturali i movimenti retti, come di niuno uso in natura, e stima la Terra esser essa ancora uno de i corpi celesti, adornato di tutte le prerogative che a quelli convengono: il qual discorso sin qui a  me  consuona  assai  più  che  quell’altro.  Sia  dunque  contento  il  signor Simplicio  produr  tutte  le  particolari  ragioni,  esperienze  ed  osservazioni, tanto naturali quanto astronomiche, per le quali altri possa restar persuaso, la Terra esser diversa da i corpi celesti, immobile, collocata nel centro del mondo, e se altro vi è che l’escluda dall’esser essa ancora mobile come un pianeta, come Giove o la Luna, etc.: ed il signor Salviati per sua cortesia si contenterà di rispondere a parte a parte. Eccovi, per la prima, due potentissime dimostrazioni per prova che la Terra è  differentissima  da  i  corpi  celesti.  Prima,  i  corpi  che  sono  generabili, corruttibili, alterabili, etc., son diversissimi da quelli che sono ingenerabili, incorruttibili, inalterabili, etc.: la Terra è generabile, corruttibile, alterabile, etc., e i corpi celesti ingenerabili, incorruttibili, inalterabili, etc.: adunque la Terra è diversissima da i corpi celesti. Per  il  primo  argomento,  voi  riconducete  in  tavola  quello  che  ci  è  stato tutt’oggi ed a pena si è levato pur ora. Piano, Signore; sentite il resto, e vedrete quanto e’ sia differente da quello. Nell’altro si provò la minore a priori, ed ora ve la voglio provare a posteriori; guardate se questo è essere il medesimo. Provo dunque la minore, essendo  la  maggiore  manifestissima.  La  sensata  esperienza  ci  mostra  come  in Terra si fanno continue generazioni, corruzioni, alterazioni, etc., delle quali né per senso nostro, né per tradizioni o memorie de’ nostri antichi, se n’è veduta veruna in cielo; adunque il cielo è inalterabile etc., e la Terra alterabile etc., e però diversa dal cielo. Il secondo argomento cavo io da un principale ed essenziale accidente; ed è questo. Quel corpo che è per sua natura oscuro e privo di luce, è diverso da i corpi luminosi e risplendenti: la Terra è tenebrosa e senza luce; ed i corpi celesti splendidi e pieni di luce: adunque etc. Rispondasi a questi, per non far troppo cumulo, e poi ne addurrò altri. Quanto al primo, la forza del quale voi cavate dall’esperienza, desidero che voi più distintamente mi produciate le alterazioni che voi vedete farsi nella Terra e non in cielo, per le quali voi chiamate la Terra alterabile ed il cielo no. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Me ne ricordo io benissimo. Eramo intorno alle risposte dell’Antiticone all’obbiezioni contro all’immutabilità del cielo, tra le quali voi inseriste questa delle macchie solari, non toccata da lui, e credo che voi voleste considerar la sua risposta all’instanza delle stelle nuove. Or mi sovviene il restante; e seguitando la materia, parmi che nella risposta dell’Antiticone sieno alcune cose degne di riprensione. E prima, se le due stelle nuove, le quali e’ non può far di manco di non por nelle parti altissime del cielo, e che furono di lunga durata e finalmente svanirono, non gli danno  fastidio  nel  mantener  l’inalterabilità  del  cielo,  per  non  esser  loro parti certe di quello né mutazioni fatte nelle stelle antiche, a che proposito mettersi con tanta ansietà ed affanno contro le comete, per bandirle in ogni maniera dalle regioni celesti? non bastav’egli il poter dir di loro quel medesimo che delle stelle nuove? cioè che per non esser parti certe del cielo né mutazioni fatte in alcuna delle sue stelle, nessun progiudizio portano né al cielo né alla dottrina d’Aristotile? Secondariamente, io non resto ben capace dell’interno dell’animo suo, mentre che e’ confessa che le alterazioni che si facessero nelle stelle sarebber destruttrici delle prerogative del cielo, cioè dell’incorruttibilità etc., e questo, perché le stelleson cose celesti, come per il concorde consenso di tutti è manifesto; ed all’incontro, niente lo perturba, quando le medesime alterazioni si facessero fuori delle stelle, nel resto della celeste espansione. Stim’egli forse che il cielo non sia cosa celeste? io per me credeva che le stelle si chiamassero cose celesti mediante l’esser nel cielo o l’esser fatte della materia del cielo, e che però il cielo fusse più celeste di loro, in quella guisa che non si può dire alcuna cosa esser più terrestre o più ignea della terra o del fuoco stesso. Il non aver poi fatto menzione delle macchie solari, delle quali è stato dimostrato concludentemente prodursi e dissolversi ed esser prossime al corpo solare e con esso o intorno ad esso raggirarsi, mi dà grand’indizio che possa esser che questo autore scriva più tosto a compiacenza di altri che a soddisfazion propria, e questo dico, perché, dimostrandosi egli intelligente delle matematiche, è impossibile ch’ei non  resti  persuaso  dalle  dimostrazioni,  che  tali  materie  sono  necessariamente contigue al corpo solare, e sono generazioni e corruzioni tanto grandi, che nissuna così grande se ne fa mai in Terra: e se tali e tante e sì frequenti se ne  fanno  nell’istesso  globo  del  Sole,  che  ragionevolmente  può stimarsi delle più nobili parti del cielo qual ragione resterà potente a dissuaderci che altre ne possano accadere ne gli altri globi? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Salviati 49 Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata prima  � Sagredo Io non posso senza grande ammirazione, e dirò gran repugnanza al mio intelletto, sentir attribuir per gran nobiltà e perfezione a i corpi naturali ed integranti dell’universo questo esser impassibile, immutabile, inalterabile etc., ed all’incontro stimar grande imperfezione l’esser alterabile, generabile, mutabile, etc.: io per me reputo la Terra nobilissima ed ammirabile per le tante  e  sì  diverse  alterazioni,  mutazioni,  generazioni,  etc.,  che  in  lei incessabilmente si fanno; e quando, senza esser suggetta ad alcuna mutazione, ella fusse tutta una vasta solitudine d’arena o una massa di diaspro, o che al tempo del diluvio diacciandosi l’acque che la coprivano fusse restata un globo immenso di cristallo, dove mai non nascesse né si alterasse o si mutasse cosa veruna, io la stimerei un corpaccio inutile al mondo, pieno di ozio e, per dirla in breve, superfluo e come se non fusse in natura, e quella stessa differenza ci farei che è tra l’animal vivo e il morto; ed il medesimo dico della Luna, di Giove e di tutti gli altri globi mondani. Ma quanto più m’interno in considerar la vanità de i discorsi popolari, tanto più gli trovo leggieri e stolti. E qual maggior sciocchezza si può immaginar di quella che chiama cose preziose le gemme, l’argento e l’oro, e vilissime la terra e il fango? e come non sovviene a questi tali, che quando fusse tanta scarsità della terra quanta è delle gioie o de i metalli più pregiati, non sarebbe principe alcuno che volentieri non ispendesse una soma di diamanti e di rubini e quattro carrate di oro per aver solamente tanta terra quanta bastasse per piantare in un picciol vaso un gelsomino o seminarvi un arancino della Cina,  per  vederlo  nascere,  crescere  e  produrre  sì  belle  frondi,  fiori  così odorosi e sì gentil frutti? E‘, dunque, la penuria e l’abbondanza quella che mette in prezzo ed avvilisce le cose appresso il volgo, il quale dirà poi quello essere un bellissimo diamante, perché assimiglia l’acqua pura, e poi non lo cambierebbe  con  dieci  botti  d’acqua.  Questi  che  esaltano  tanto l’incorruttibilità, l’inalterabilità, etc., credo che si riduchino a dir queste cose per il desiderio grande di campare assai e per il terrore che hanno della morte; e non considerano che quando gli uomini fussero immortali, a loro non toccava a venire al mondo. Questi meriterebbero d’incontrarsi in un capo di Medusa, che gli trasmutasse in istatue di diaspro o di diamante, per diventar più perfetti che non sono. E forse anco una tal metamorfosi non sarebbe se non con qualche lor vantaggio; ché meglio credo io che sia il non discorrere, che discorrere a rovescio. È non è dubbio alcuno che la Terra è molto più perfetta essendo, come ella è, alterabile, mutabile, etc., che se la fusse una massa di pietra, quando ben anco fusse un intero diamante, durissimo ed impassibile. Ma quanto queste condizioni arrecano di nobiltà alla Terra, altrettanto renderebbero i cor-
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
pi celesti più imperfetti, ne i quali esse sarebbero superflue, essendo che i corpi celesti, cioè il Sole, la Luna e l’altre stelle, che non sono ordinati ad altro uso che al servizio della Terra, non hanno bisogno d’altro per conseguire il lor fine, che del moto e del lume. Sagredo Adunque la natura ha prodotti ed indrizzati tanti vastissimi, perfettissimi e nobilissimi corpi celesti, impassibili, immortali, divini, non ad altro uso che al servizio della Terra, passibile, caduca e mortale? al servizio di quello che voi chiamate la feccia del mondo, la sentina di tutte le immondizie? e a che proposito far i corpi celesti immortali etc., per servire a uno caduco etc.?  Tolto  via  questo  uso  di  servire alla  Terra,  l’innumerabile  schiera  di tutti i corpi celesti resta del tutto inutile e superflua, già che non hanno, né possono avere, alcuna scambievole operazione fra di loro, poiché tutti sono inalterabili, immutabili, impassibili: che se, verbigrazia, la Luna è impassibile, che volete che il Sole o altra stella operi in lei? sarà senz’alcun dubbio operazione minore assai che quella di chi con la vista o col pensiero volesse liquefare una gran massa d’oro. In oltre, a me pare che mentre che i corpi celesti concorrano alle generazioni ed alterazioni della Terra, sia forza che essi ancora sieno alterabili; altramente non so intendere che l’applicazione della Luna o del Sole alla Terra per far le generazioni fusse altro che mettere a canto alla sposa una statua di marmo, e da tal congiugnimento stare attendendo prole. La corruttibilità, l’alterazione, la mutazione etc. non son nell’intero globo terrestre, il quale quanto alla sua integrità è non meno eterno che il Sole o la Luna, ma è generabile e corruttibile quanto alle sue parti esterne; ma è ben vero che in esse la generazione e corruzione son perpetue, e come tali ricercano l’operazioni celesti eterne; e però e necessario che i corpi celesti sieno eterni. Tutto cammina  bene;  ma se  all’eternità  dell’intero  globo  terrestre  non  è punto progiudiziale la corruttibilità delle parti superficiali, anzi questo esser generabile, corruttibile, alterabile etc. gli arreca grand’ornamento e perfezione, perché non potete e dovete voi ammetter alterazioni, generazioni etc. parimente nelle parti esterne de i globi celesti, aggiugnendo loro ornamento, senza diminuirgli perfezione o levargli l’azioni, anzi accrescendogliele, col far che non solo sopra la Terra, ma che scambievolmente fra di loro tutti operino, e laTerra ancora verso di loro? Questo non può essere, perché le generazioni, mutazioni etc. che si facesser, verbigrazia, nella Luna, sarebber inutili e vane, et natura nihil frustra facit. E perché sarebbero elleno inutili e vane?
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io dell’esperienza e della ragione mi appago. Resta ora che ‘l signor Simplicio risponda  all’altro  mio  quesito,  dichiarandomi  quali  cose  muovano  i Peripatetici a voler questa rotondità ne i corpi celesti tanto esatta. L’essere i corpi celesti ingenerabili, incorruttibili, inalterabili, impassibili, immortali, etc., fa che e’ sieno assolutamente perfetti; e l’essere assolutamente perfetti si tira in conseguenza che in loro sia ogni genere di perfezione, e però che la figura ancora sia perfetta, cioè sferica, e assolutamente e perfettamente sferica, e non aspera ed irregolare. E questa incorruttibilità da che la cavate voi? Dal mancar di contrari immediatamente, e mediatamente dal moto semplice circolare. Talché, per quanto io raccolgo dal vostro discorso, nel costituir l’essenza de i  corpi  celesti  incorruttibile,  inalterabile  etc.,  non  v’entra  come  causa  o requisito  necessario,  la  rotondità;  che  quando  questa  cagionasse l’inalterabilità, noi potremo ad arbitrio nostro far incorruttibile il legno, la cera, ed altre materie elementari, col ridurle in figura sferica. E non è egli manifesto che una palla di legno meglio e più lungo tempo si conserverà che una guglia o altra forma angolare, fatta di altrettanto del medesimo legno? Cotesto è verissimo, ma non però di corruttibile diverrà ella incorruttibile; anzi resterà pur corruttibile, ma ben di più lunga durata. Però è da notarsi che il corruttibile è capace di più e di meno tale, potendo noi dire: “Questo è men corruttibile di quello”, come, per esempio, il diaspro è men corruttibile della pietra serena; ma l’incorruttibile non riceve il più e ‘l meno, sì che si possa dire: “Questo è più incorruttibile di quell’altro”, se amendue sono incorruttibili ed eterni. La diversità dunque di figura non può operare se non nelle materie che son capaci del più o del meno durare; ma nelle eterne,  che  non  posson  essere  se  non  egualmente  eterne,  cessa  l’operazione della figura. E per tanto, già che la materia celeste non per la figura è incorruttibile,  ma  per  altro,  non  occorre  esser  così  ansioso  di  questa  perfetta sfericità, perché, quando la materia sarà incorruttibile, abbia pur che figura si voglia, ella sarà sempre tale.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Fu la conclusione e l’appuntamento di ieri, che noi dovessimo in questo giorno discorrere, quanto più distintamente e particolarmente per noi si potesse, intorno alle ragioni naturali e loro efficacia, che per l’una parte e per l’altra sin qui sono state prodotte da i fautori della posizione Aristotelica e Tolemaica e da i seguaci del sistema Copernicano. E perché, collocando il Copernico la Terra tra i corpi mobili del cielo, viene a farla essa ancora un globo simile a un pianeta, sarà bene che il principio delle nostre considerazioni sia l’andare esaminando quale e quanta sia la forza e l’energia de i progressi peripatetici nel dimostrare come tale assunto sia del tutto impossibile; attesoché sia necessario introdurre in natura sustanze diverse tra di loro, cioè la celeste e la elementare, quella impassibile ed immortale, questa alterabile e caduca. Il quale argomento tratta egli ne i libri del Cielo, insinuandolo prima con discorsi dependenti da alcuni assunti generali, e confermandolo poi con esperienze e con dimostrazioni particolari. Io, seguendo l’istesso ordine, proporrò, e poi liberamente dirò il mio parere; esponendomi alla censura di voi, ed in particolare del signor Simplicio, tanto strenuo campione e mantenitore della dottrina Aristotelica. E‘ il primo passo del progresso peripatetico quello dove Aristotile prova la integrità e perfezione del mondo coll’additarci com’ei non è una semplice linea né una superficie pura, ma un corpo adornato di lunghezza, di larghezza e di profondità e perché le dimensioni non son più che queste tre, avendole egli, le ha tutte ed avendo il tutto, è perfetto. Che poi, venendo dalla semplice lunghezza costituita quella magnitudine che si chiama linea, aggiunta la larghezza si costituisca la superficie, e sopragiunta l’altezza o profondità ne risulti il corpo, e che doppo queste tre dimensioni non si dia passaggio ad altra, sì che in queste tre sole si termini l’integrità e per così dire la totalità, averei ben desiderato che da Aristotile mi fusse stato dimostrato  con  necessità,  e  massime  potendosi  ciò  esequire  assai  chiaro  e speditamente. Mancano le dimostrazioni bellissime nel 2·, 3· e 4· testo, doppo la definizione del continuo? Non avete, primieramente, che oltre alle tre dimensioni non ve n’è altra, perché il tre è ogni cosa, e ‘l tre è per tutte le bande? e ciò non vien egli confermato con l’autorità e dottrina de i Pittagorici, che dicono che tutte le cose son determinate da tre, principio mezo e fine, che è il numero del tutto? E dove lasciate voi l’altra ragione, cioè che, quasi per legge naturale, cotal numero si usa ne’ sacrifizii degli Dei? e che, dettante pur così la natura, alle cose che son tre, e non a meno, attribuiscono il titolo di tutte? perché di due si dice amendue, e non si dice tutte; ma di tre, sì bene. E tutta questa dottrina l’avete nel testo 2·. Nel 3· poi, ad pleniorem Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
E chi lo dice che non si possan tirare altre linee? e perché non poss’io far venir di sotto un’altra linea sino al punto A, che sia a squadra con l’altre? Voi non potete sicuramente ad un istesso punto far concorrere altro che tre linee rette sole, che fra di loro costituiscano angoli retti. Sì, perché quella che vuol dire il signor Simplicio par a me che sarebbe l’istessa D A prolungata in giù: ed in questo modo si potrebbe tirarne altre due, ma sarebbero le medesime prime tre, non differenti in altro, che dove ora si toccano solamente, all’ora si segherebbero, ma non apporterebbero nuove dimensioni. Io non dirò che questa vostra ragione non possa esser concludente, ma dirò bene con Aristotile che nelle cose naturali non si deve sempre ricercare una necessità di dimostrazion matematica. Sì, forse, dove la non si può avere; ma se qui ella ci è, perché non la volete voi usare? Ma sarà bene non ispender più parole in questo particolare, perché io credo che il signor Salviati ad Aristotile ed a voi senza altre dimostrazioni avrebbe conceduto, il mondo esser corpo, ed esser perfetto e perfettissimo, come opera massima di Dio. Così  è  veramente.  Però  lasciata  la  general  contemplazione  del  tutto, venghiamo alla considerazione delle parti, le quali Aristotile nella prima divisione fa due, e tra di loro diversissime ed in certo modo contrarie; dico, la celeste e la elementare: quella, ingenerabile, incorruttibile, inalterabile, impassibile, etc.; e questa, esposta ad una continua alterazione, mutazione, etc. La qual differenza cava egli, come da suo principio originario, dalla diversità de i moti locali: e camina con tal progresso. Uscendo, per così dire, del mondo sensibile e ritirandosi al mondo ideale, comincia architettonicamente a considerare, che essendo la natura principio  di  moto,  conviene  che  i  corpi  naturali  siano  mobili  di  moto  locale. Dichiara poi, i movimenti locali esser di tre generi, cioè circolare, retto, e misto del retto e del circolare; e li duoi primi chiama semplici, perché di tutte le linee la circolare e la retta sole son semplici. E di qui, ristringendosi alquanto, di nuovo definisce, de i movimenti semplici uno esser il circolare, cioè quello che si fa intorno al mezo, ed il retto all’insù ed all’ingiù, cioè all’insù quello che si parte dal mezo, all’ingiù quello che va verso il mezo: e di qui inferisce come necessariamente conviene che tutti i movimenti semplici si ristringano a queste tre spezie, cioè al mezo, dal mezo, ed intorno al mezo; il che risponde, dice egli, con certa bella proporzione a quel che si è detto di sopra del corpo, che esso ancora è perfezionato in tre cose, e così il
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
È non è dubbio alcuno che come voi volete negare non solamente i principii nelle scienze, ma esperienze manifeste ed i sensi stessi, voi non potrete già mai esser convinto o rimosso da veruna oppinione concetta; e io più tosto mi quieterò perché contra negantes principia non est disputandum, che persuaso in virtù delle vostre ragioni. E stando su le cose da voi pur ora pronunziate (già che mettete in dubbio insino nel moto de i gravi se sia retto o no), come potete voi mai ragionevolmente negare che le parti della terra, cioè che le materie gravissime, descendano verso il centro con moto retto, se, lasciate da una altissima torre, le cui parete sono dirittissime e fabbricate a piombo, esse gli vengono, per così dire, lambendo, e percotendo in terra in quel medesimo punto a capello dove verrebbe a terminare il piombo che pendesse da uno spago legato in alto ivi per l’appunto onde si lasciò cadere il sasso? non è questo argomento più che evidente, cotal moto esser retto e verso il centro? Nel secondo luogo, voi revocate in dubbio se le parti della terra si muovano per andar, come afferma Aristotile, al centro del mondo, quasi che egli non l’abbia concludentemente dimostrato per i movimenti contrari, mentre in cotal guisa argomenta: il movimento de i gravi è contrario a quello de i leggieri; ma il moto de i leggieri si vede esser dirittamente  all’insù,  cioè  verso  la  circonferenza  del  mondo;  adunque  il moto  de  i  gravi  è  rettamente  verso  il  centro  del  mondo,  ed  accade  per accidens che e’ sia verso il centro della Terra, poiché questo si abbatte ad essere unito con quello. Il cercar poi quello che facesse una parte del globo lunare o del Sole, quando fusse separata dal suo tutto, è vanità, perché si cerca  quello  che  seguirebbe  in  conseguenza  d’unimpossibile,  atteso  che, come pur dimostra Aristotile, i corpi celesti sono impassibili, impenetrabili, infrangibili, sì che non si può dare il caso; e quando pure e’ si desse, e che la parte separata ritornasse al suo tutto, ella non vi tornerebbe come grave o leggiera, ché pur il medesimo Aristotile prova che i corpi celesti non sono né gravi né leggieri. Quanto ragionevolmente io dubiti, se i gravi si muovano per linea retta e perpendicolare, lo sentirete, come pur ora ho detto, quando esaminerò questo argomento particolare. Circa il secondo punto, io mi meraviglio che voi abbiate bisogno che ‘l paralogismo d’Aristotile vi sia scoperto, essendo per se stesso tanto manifesto, e che voi non vi accorgiate che Aristotile suppone quello che è in quistione. Però notate...
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Voi, signor Sagredo, molto ingegnosamente conducete Aristotile al medesimo inconveniente, mostrando l’equivoco manifesto; ma aggiugnete un’altra sconvenevolezza. Noi veggiamo la Terra essere sferica, e però siamo sicuri che ella ha il suo centro; a quello veggiamo che si muovono tutte le sue parti, ché così è necessario dire mentre i movimenti loro son tutti perpendicolari alla superficie terrestre; intendiamo come, movendosi al centro della Terra, si muovono al suo tutto ed alla sua madre universale; e siamo poi tanto buoni, che ci vogliam lasciar persuadere che l’instinto loro naturale non è di andar verso il centro della Terra, ma verso quel dell’universo, il quale non sappiamo dove sia, né se sia, e che quando pur sia, non è altro ch’un punto imaginario ed un niente senza veruna facultà. All’ultimo detto poi del signor Simplicio, che il contendere se le parti del Sole o della Luna o di altro corpo celeste, separate dal suo tutto, ritornassero naturalmente a quello, sia una vanità, per essere il caso impossibile, essendo manifesto, per dimostrazioni di Aristotile, che i corpi celesti sono impassibili, impenetrabili, impartibili, etc., rispondo, niuna delle condizioni per le quali Aristotile fa differire i corpi celesti da gli elementari avere altra sussistenza che quella ch’ei deduce dalla diversità de i moti naturali di quelli e di questi, in modo che, negato che il moto circolare sia solo de i corpi celesti, ed affermato
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Questo modo di filosofare tende alla sovversion di tutta la filosofia naturale, ed al disordinare e mettere in conquasso il cielo e la Terra e tutto l’universo. Ma io credo che i fondamenti de i Peripatetici sien tali, che non ci sia da temere che con la rovina loro si possano construire nuove scienze. Non vi pigliate già pensiero del cielo né della Terra, né temiate la lor sovversione, come né anco della filosofia; perché, quanto al cielo, in vano è che voi temiate di quello che voi medesimo reputate inalterabile e impassibile; quanto  alla  Terra,  noi  cerchiamo  di  nobilitarla  e  perfezionarla,  mentre proccuriamo di farla simile a i corpi celesti e in certo modo metterla quasi in cielo, di dove i vostri filosofi l’hanno bandita. La filosofia medesima non può se non ricever benefizio dalle nostre dispute, perché se i nostri pensieri saranno veri, nuovi acquisti si saranno fatti, se falsi, col ributtargli, maggiormente verranno confermate le prime dottrine. Pigliatevi più tosto pensiero di alcuni filosofi, e vedete di aiutargli e sostenergli, ché quanto alla scienza stessa, ella non può se non avanzarsi. E ritornando al nostro proposito, producete liberamente quello che vi sovviene per mantenimento della somma differenza che Aristotile pone tra i corpi celesti e la parte elementare,  nel  far  quelli  ingenerabili,  incorruttibili,  inalterabili,  etc.,  e  questa corruttibile, alterabile, etc. Per quelli che si perturbano per aver a mutar tutta la Filosofia si mostri come non è così, e che resta la medesima dottrina dell’anima, delle generazioni, delle meteore, degli animali. Io non veggo per ancora che Aristotile sia bisognoso di soccorso, restando egli in piede, saldo e forte, anzi non essendo per ancora pure stato assalito, non che abbattuto, da voi. E qual sarà il vostro schermo in questo primo assalto?  Scrive  Aristotile:  Quello  che  si  genera,  si  fa  da  un  contrario  in qualche subietto, e parimente si corrompe in qualche subietto da un contrario in un contrario, sì che (notate bene) la corruzzione e generazione non è se non ne i contrari; ma de i contrari i movimenti son contrari; se dunque al corpo celeste non si può assegnar contrario, imperocché al moto circolare niun altro movimento è contrario, adunque benissimo ha fatto la natura a fare esente da i contrari quello che doveva essere ingenerabile ed incorruttibile. Stabilito questo primo fondamento, speditamente si cava in conseguenza  ch’ei  sia  inaugumentabile,  inalterabile,  impassibile,  e  final-
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io non posso accomodar l’orecchie a sentir mettere in dubbio se la generazione e corruzione sieno in natura, essendo una cosa che noi continuamente aviamo innanzi a gli occhi, e della quale Aristotile ha scritto due libri interi. Ma quando si abbiano a negare i principii nelle scienze e mettere in dubbio le cose manifestissime, chi non sa che si potrà provare quel che altri vuole e sostener qualsivoglia paradosso? E se voi non vedete tutto il giorno generarsi  e  corrompersi  erbe,  piante,  animali,  che  altra  cosa  vedete  voi? come  non  vedete  perpetuamente  giostrarsi  in  contro  le  contrarietà,  e  la terra mutarsi in acqua, l’acqua convertirsi in aria, l’aria in fuoco, e di nuovo l’aria condensarsi in nuvole, in pioggie, grandini e tempeste? Anzi veggiamo pur tutte queste cose, e però vogliamo concedervi il discorso d’Aristotile, quanto a questa parte della generazione e corruzione fatta da i contrari; ma se io vi concluderò, in virtù delle medesime proposizioni concedute ad Aristotile, che i corpi celesti sieno essi ancora, non meno che gli elementari,generabili e corruttibili, che cosa direte voi? Dirò che voi abbiate fatto quello che è impossibile a farsi. Ditemi un poco, signor Simplicio: non sono queste affezioni contrarie tra di loro? Quali? Eccovele:  alterabile,  inalterabile,  passibile,  impassibile,  generabile, ingenerabile, corruttibile, incorruttibile? Sono contrarissime. Come questo sia, e sia vero ancora che i corpi celesti sieno ingenerabili e incorruttibili, io vi provo che di necessità bisogna che i corpi celesti sien generabili e corruttibili. Questo non potrà esser altro che un soffisma. Sentite l’argomento, e poi nominatelo e solvetelo. I corpi celesti, perché sono ingenerabili ed incorruttibili, hanno in natura de i contrari, che sono i corpi generabili e corruttibili; ma dove è contrarietà, quivi è generazione e corruzione; adunque i corpi celesti son generabili e corruttibili.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Servanci dunque le cose dette sin qui per averci messo in considerazione qual de’ due generali discorsi abbia più del probabile: dico quello di Aristotile, per persuaderci, la natura de i corpi sullunari esser generabile e corruttibile, etc., e però diversissima dall’essenza de i corpi celesti, per esser loro impassibili, ingenerabili, incorruttibili, etc., tirato dalla diversità de i movimenti semplici; o pur questo del signor Salviati, che, supponendo le parti integrali del mondo essere disposte in ottima costituzione, esclude per necessaria conseguenza da i corpi semplici naturali i movimenti retti, come di niuno uso in natura, e stima la Terra esser essa ancora uno de i corpi celesti, adornato di tutte le prerogative che a quelli convengono: il qual discorso sin qui a  me  consuona  assai  più  che  quell’altro.  Sia  dunque  contento  il  signor Simplicio  produr  tutte  le  particolari  ragioni,  esperienze  ed  osservazioni, tanto naturali quanto astronomiche, per le quali altri possa restar persuaso, la Terra esser diversa da i corpi celesti, immobile, collocata nel centro del mondo, e se altro vi è che l’escluda dall’esser essa ancora mobile come un pianeta, come Giove o la Luna, etc.: ed il signor Salviati per sua cortesia si contenterà di rispondere a parte a parte. Eccovi, per la prima, due potentissime dimostrazioni per prova che la Terra è  differentissima  da  i  corpi  celesti.  Prima,  i  corpi  che  sono  generabili, corruttibili, alterabili, etc., son diversissimi da quelli che sono ingenerabili, incorruttibili, inalterabili, etc.: la Terra è generabile, corruttibile, alterabile, etc., e i corpi celesti ingenerabili, incorruttibili, inalterabili, etc.: adunque la Terra è diversissima da i corpi celesti. Per  il  primo  argomento,  voi  riconducete  in  tavola  quello  che  ci  è  stato tutt’oggi ed a pena si è levato pur ora. Piano, Signore; sentite il resto, e vedrete quanto e’ sia differente da quello. Nell’altro si provò la minore a priori, ed ora ve la voglio provare a posteriori; guardate se questo è essere il medesimo. Provo dunque la minore, essendo  la  maggiore  manifestissima.  La  sensata  esperienza  ci  mostra  come  in Terra si fanno continue generazioni, corruzioni, alterazioni, etc., delle quali né per senso nostro, né per tradizioni o memorie de’ nostri antichi, se n’è veduta veruna in cielo; adunque il cielo è inalterabile etc., e la Terra alterabile etc., e però diversa dal cielo. Il secondo argomento cavo io da un principale ed essenziale accidente; ed è questo. Quel corpo che è per sua natura oscuro e privo di luce, è diverso da i corpi luminosi e risplendenti: la Terra è tenebrosa e senza luce; ed i corpi celesti splendidi e pieni di luce: adunque etc. Rispondasi a questi, per non far troppo cumulo, e poi ne addurrò altri. Quanto al primo, la forza del quale voi cavate dall’esperienza, desidero che voi più distintamente mi produciate le alterazioni che voi vedete farsi nella Terra e non in cielo, per le quali voi chiamate la Terra alterabile ed il cielo no. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Me ne ricordo io benissimo. Eramo intorno alle risposte dell’Antiticone all’obbiezioni contro all’immutabilità del cielo, tra le quali voi inseriste questa delle macchie solari, non toccata da lui, e credo che voi voleste considerar la sua risposta all’instanza delle stelle nuove. Or mi sovviene il restante; e seguitando la materia, parmi che nella risposta dell’Antiticone sieno alcune cose degne di riprensione. E prima, se le due stelle nuove, le quali e’ non può far di manco di non por nelle parti altissime del cielo, e che furono di lunga durata e finalmente svanirono, non gli danno  fastidio  nel  mantener  l’inalterabilità  del  cielo,  per  non  esser  loro parti certe di quello né mutazioni fatte nelle stelle antiche, a che proposito mettersi con tanta ansietà ed affanno contro le comete, per bandirle in ogni maniera dalle regioni celesti? non bastav’egli il poter dir di loro quel medesimo che delle stelle nuove? cioè che per non esser parti certe del cielo né mutazioni fatte in alcuna delle sue stelle, nessun progiudizio portano né al cielo né alla dottrina d’Aristotile? Secondariamente, io non resto ben capace dell’interno dell’animo suo, mentre che e’ confessa che le alterazioni che si facessero nelle stelle sarebber destruttrici delle prerogative del cielo, cioè dell’incorruttibilità etc., e questo, perché le stelleson cose celesti, come per il concorde consenso di tutti è manifesto; ed all’incontro, niente lo perturba, quando le medesime alterazioni si facessero fuori delle stelle, nel resto della celeste espansione. Stim’egli forse che il cielo non sia cosa celeste? io per me credeva che le stelle si chiamassero cose celesti mediante l’esser nel cielo o l’esser fatte della materia del cielo, e che però il cielo fusse più celeste di loro, in quella guisa che non si può dire alcuna cosa esser più terrestre o più ignea della terra o del fuoco stesso. Il non aver poi fatto menzione delle macchie solari, delle quali è stato dimostrato concludentemente prodursi e dissolversi ed esser prossime al corpo solare e con esso o intorno ad esso raggirarsi, mi dà grand’indizio che possa esser che questo autore scriva più tosto a compiacenza di altri che a soddisfazion propria, e questo dico, perché, dimostrandosi egli intelligente delle matematiche, è impossibile ch’ei non  resti  persuaso  dalle  dimostrazioni,  che  tali  materie  sono  necessariamente contigue al corpo solare, e sono generazioni e corruzioni tanto grandi, che nissuna così grande se ne fa mai in Terra: e se tali e tante e sì frequenti se ne  fanno  nell’istesso  globo  del  Sole,  che  ragionevolmente  può stimarsi delle più nobili parti del cielo qual ragione resterà potente a dissuaderci che altre ne possano accadere ne gli altri globi? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Salviati 49 Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata prima  � Sagredo Io non posso senza grande ammirazione, e dirò gran repugnanza al mio intelletto, sentir attribuir per gran nobiltà e perfezione a i corpi naturali ed integranti dell’universo questo esser impassibile, immutabile, inalterabile etc., ed all’incontro stimar grande imperfezione l’esser alterabile, generabile, mutabile, etc.: io per me reputo la Terra nobilissima ed ammirabile per le tante  e  sì  diverse  alterazioni,  mutazioni,  generazioni,  etc.,  che  in  lei incessabilmente si fanno; e quando, senza esser suggetta ad alcuna mutazione, ella fusse tutta una vasta solitudine d’arena o una massa di diaspro, o che al tempo del diluvio diacciandosi l’acque che la coprivano fusse restata un globo immenso di cristallo, dove mai non nascesse né si alterasse o si mutasse cosa veruna, io la stimerei un corpaccio inutile al mondo, pieno di ozio e, per dirla in breve, superfluo e come se non fusse in natura, e quella stessa differenza ci farei che è tra l’animal vivo e il morto; ed il medesimo dico della Luna, di Giove e di tutti gli altri globi mondani. Ma quanto più m’interno in considerar la vanità de i discorsi popolari, tanto più gli trovo leggieri e stolti. E qual maggior sciocchezza si può immaginar di quella che chiama cose preziose le gemme, l’argento e l’oro, e vilissime la terra e il fango? e come non sovviene a questi tali, che quando fusse tanta scarsità della terra quanta è delle gioie o de i metalli più pregiati, non sarebbe principe alcuno che volentieri non ispendesse una soma di diamanti e di rubini e quattro carrate di oro per aver solamente tanta terra quanta bastasse per piantare in un picciol vaso un gelsomino o seminarvi un arancino della Cina,  per  vederlo  nascere,  crescere  e  produrre  sì  belle  frondi,  fiori  così odorosi e sì gentil frutti? E‘, dunque, la penuria e l’abbondanza quella che mette in prezzo ed avvilisce le cose appresso il volgo, il quale dirà poi quello essere un bellissimo diamante, perché assimiglia l’acqua pura, e poi non lo cambierebbe  con  dieci  botti  d’acqua.  Questi  che  esaltano  tanto l’incorruttibilità, l’inalterabilità, etc., credo che si riduchino a dir queste cose per il desiderio grande di campare assai e per il terrore che hanno della morte; e non considerano che quando gli uomini fussero immortali, a loro non toccava a venire al mondo. Questi meriterebbero d’incontrarsi in un capo di Medusa, che gli trasmutasse in istatue di diaspro o di diamante, per diventar più perfetti che non sono. E forse anco una tal metamorfosi non sarebbe se non con qualche lor vantaggio; ché meglio credo io che sia il non discorrere, che discorrere a rovescio. È non è dubbio alcuno che la Terra è molto più perfetta essendo, come ella è, alterabile, mutabile, etc., che se la fusse una massa di pietra, quando ben anco fusse un intero diamante, durissimo ed impassibile. Ma quanto queste condizioni arrecano di nobiltà alla Terra, altrettanto renderebbero i cor-
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
pi celesti più imperfetti, ne i quali esse sarebbero superflue, essendo che i corpi celesti, cioè il Sole, la Luna e l’altre stelle, che non sono ordinati ad altro uso che al servizio della Terra, non hanno bisogno d’altro per conseguire il lor fine, che del moto e del lume. Sagredo Adunque la natura ha prodotti ed indrizzati tanti vastissimi, perfettissimi e nobilissimi corpi celesti, impassibili, immortali, divini, non ad altro uso che al servizio della Terra, passibile, caduca e mortale? al servizio di quello che voi chiamate la feccia del mondo, la sentina di tutte le immondizie? e a che proposito far i corpi celesti immortali etc., per servire a uno caduco etc.?  Tolto  via  questo  uso  di  servire alla  Terra,  l’innumerabile  schiera  di tutti i corpi celesti resta del tutto inutile e superflua, già che non hanno, né possono avere, alcuna scambievole operazione fra di loro, poiché tutti sono inalterabili, immutabili, impassibili: che se, verbigrazia, la Luna è impassibile, che volete che il Sole o altra stella operi in lei? sarà senz’alcun dubbio operazione minore assai che quella di chi con la vista o col pensiero volesse liquefare una gran massa d’oro. In oltre, a me pare che mentre che i corpi celesti concorrano alle generazioni ed alterazioni della Terra, sia forza che essi ancora sieno alterabili; altramente non so intendere che l’applicazione della Luna o del Sole alla Terra per far le generazioni fusse altro che mettere a canto alla sposa una statua di marmo, e da tal congiugnimento stare attendendo prole. La corruttibilità, l’alterazione, la mutazione etc. non son nell’intero globo terrestre, il quale quanto alla sua integrità è non meno eterno che il Sole o la Luna, ma è generabile e corruttibile quanto alle sue parti esterne; ma è ben vero che in esse la generazione e corruzione son perpetue, e come tali ricercano l’operazioni celesti eterne; e però e necessario che i corpi celesti sieno eterni. Tutto cammina  bene;  ma se  all’eternità  dell’intero  globo  terrestre  non  è punto progiudiziale la corruttibilità delle parti superficiali, anzi questo esser generabile, corruttibile, alterabile etc. gli arreca grand’ornamento e perfezione, perché non potete e dovete voi ammetter alterazioni, generazioni etc. parimente nelle parti esterne de i globi celesti, aggiugnendo loro ornamento, senza diminuirgli perfezione o levargli l’azioni, anzi accrescendogliele, col far che non solo sopra la Terra, ma che scambievolmente fra di loro tutti operino, e laTerra ancora verso di loro? Questo non può essere, perché le generazioni, mutazioni etc. che si facesser, verbigrazia, nella Luna, sarebber inutili e vane, et natura nihil frustra facit. E perché sarebbero elleno inutili e vane?
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io dell’esperienza e della ragione mi appago. Resta ora che ‘l signor Simplicio risponda  all’altro  mio  quesito,  dichiarandomi  quali  cose  muovano  i Peripatetici a voler questa rotondità ne i corpi celesti tanto esatta. L’essere i corpi celesti ingenerabili, incorruttibili, inalterabili, impassibili, immortali, etc., fa che e’ sieno assolutamente perfetti; e l’essere assolutamente perfetti si tira in conseguenza che in loro sia ogni genere di perfezione, e però che la figura ancora sia perfetta, cioè sferica, e assolutamente e perfettamente sferica, e non aspera ed irregolare. E questa incorruttibilità da che la cavate voi? Dal mancar di contrari immediatamente, e mediatamente dal moto semplice circolare. Talché, per quanto io raccolgo dal vostro discorso, nel costituir l’essenza de i  corpi  celesti  incorruttibile,  inalterabile  etc.,  non  v’entra  come  causa  o requisito  necessario,  la  rotondità;  che  quando  questa  cagionasse l’inalterabilità, noi potremo ad arbitrio nostro far incorruttibile il legno, la cera, ed altre materie elementari, col ridurle in figura sferica. E non è egli manifesto che una palla di legno meglio e più lungo tempo si conserverà che una guglia o altra forma angolare, fatta di altrettanto del medesimo legno? Cotesto è verissimo, ma non però di corruttibile diverrà ella incorruttibile; anzi resterà pur corruttibile, ma ben di più lunga durata. Però è da notarsi che il corruttibile è capace di più e di meno tale, potendo noi dire: “Questo è men corruttibile di quello”, come, per esempio, il diaspro è men corruttibile della pietra serena; ma l’incorruttibile non riceve il più e ‘l meno, sì che si possa dire: “Questo è più incorruttibile di quell’altro”, se amendue sono incorruttibili ed eterni. La diversità dunque di figura non può operare se non nelle materie che son capaci del più o del meno durare; ma nelle eterne,  che  non  posson  essere  se  non  egualmente  eterne,  cessa  l’operazione della figura. E per tanto, già che la materia celeste non per la figura è incorruttibile,  ma  per  altro,  non  occorre  esser  così  ansioso  di  questa  perfetta sfericità, perché, quando la materia sarà incorruttibile, abbia pur che figura si voglia, ella sarà sempre tale.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
126 L’amiraglio pieno di malinconia, forse per disusato pensiero, cerca, per fuggir quella, la bellezza di Biancofiore vedere, credendo in quella veramente ogni potenza di gioia rendere, far dimora. E partitosi d’Alessandria la terza mattina vegnente poi che le rose presentate avea, essendo ancora molto nuovo il sole, se ne venne alla bella torre, sopra la quale, come tal volta suo costume era, subitamente montò sanza alcun compagno. E giunto nella gran sala, alla camera di Biancofiore pervenne, donde Glorizia poco avanti era uscita e serratala di fuori. Questa aperta, passò dentro, e nella sua entrata corsogli l’occhio al letto di Biancofiore, vide lei con Filocolo dormire abbracciati insieme: di che rimaso tutto stordito, quasi di dolore non morio. Ma pur sostenendoli la vita di riguardare costoro, lungamente li rimirò e fra sé dicea: — O Biancofiore, vilissima puttana, tolgano gl’iddi via che tu delle mie mani la vita porti: tu morrai uccidendoti io. Tu, da me più che la vita mia per adietro amata, hai con isconvenevole peccato meritato odio; e tu,  la  quale  io  con  sollecitudine  ho  infino  a  qui  ingegnatomi  dal congiungimento di qualunque uomo, e ancora dal mio medesimo, che d’avere i tuoi abbracciamenti tutto ardea, ho guardata, ora per tua malvagità congiuntati con non so cui, la morte debitamente hai guadagnata: e io la ti darò. Tu sarai miserabile essemplo a tutte l’altre che per inanzi volessero ardire di cotal fallo commettere. Una ora amenduni vi perderà, e la tua vituperata bellezza perirà sotto la mia spada: niuna bellezza mi farà pietoso. E queste parole dicendo, trasse fuori la tagliente spada e alzò il braccio per ferirli; ma Venus, nascosa nella sua luce, stando presente, non sofferse tanto male, ma messasi in mezzo ricevette sopra lo impassibile corpo l’acerbo colpo, il quale sopra i dormenti amanti discendea: per che niente furono offesi. E il pensiero subito si mutò all’amiraglio, parendogli vil cosa due che dormissero uccidere, e la sua spada fedare di sì vile sangue: per che egli tiratala indietro, la ripose, e sanza destarli si partì della camera, infiammato contra loro, e in tutto deliberando nell’acceso animo di tal fallo farli punire. E sceso dell’alta torre, sanza essere da persona scontrato o veduto, trovati i sergenti suoi lui aspettanti, comandò che sanza indugio alla camera di Biancofiore salissero, e lei e colui che con lei troveranno ignudo, così ignudi strettamente legassero, e giuso dalla finestra, onde i fiori erano stati collati, gli mandassero nel prato, sanza avere di loro misericordia alcuna, o sanza niuno priego ascoltare. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
126 L’amiraglio pieno di malinconia, forse per disusato pensiero, cerca, per fuggir quella, la bellezza di Biancofiore vedere, credendo in quella veramente ogni potenza di gioia rendere, far dimora. E partitosi d’Alessandria la terza mattina vegnente poi che le rose presentate avea, essendo ancora molto nuovo il sole, se ne venne alla bella torre, sopra la quale, come tal volta suo costume era, subitamente montò sanza alcun compagno. E giunto nella gran sala, alla camera di Biancofiore pervenne, donde Glorizia poco avanti era uscita e serratala di fuori. Questa aperta, passò dentro, e nella sua entrata corsogli l’occhio al letto di Biancofiore, vide lei con Filocolo dormire abbracciati insieme: di che rimaso tutto stordito, quasi di dolore non morio. Ma pur sostenendoli la vita di riguardare costoro, lungamente li rimirò e fra sé dicea: — O Biancofiore, vilissima puttana, tolgano gl’iddi via che tu delle mie mani la vita porti: tu morrai uccidendoti io. Tu, da me più che la vita mia per adietro amata, hai con isconvenevole peccato meritato odio; e tu,  la  quale  io  con  sollecitudine  ho  infino  a  qui  ingegnatomi  dal congiungimento di qualunque uomo, e ancora dal mio medesimo, che d’avere i tuoi abbracciamenti tutto ardea, ho guardata, ora per tua malvagità congiuntati con non so cui, la morte debitamente hai guadagnata: e io la ti darò. Tu sarai miserabile essemplo a tutte l’altre che per inanzi volessero ardire di cotal fallo commettere. Una ora amenduni vi perderà, e la tua vituperata bellezza perirà sotto la mia spada: niuna bellezza mi farà pietoso. E queste parole dicendo, trasse fuori la tagliente spada e alzò il braccio per ferirli; ma Venus, nascosa nella sua luce, stando presente, non sofferse tanto male, ma messasi in mezzo ricevette sopra lo impassibile corpo l’acerbo colpo, il quale sopra i dormenti amanti discendea: per che niente furono offesi. E il pensiero subito si mutò all’amiraglio, parendogli vil cosa due che dormissero uccidere, e la sua spada fedare di sì vile sangue: per che egli tiratala indietro, la ripose, e sanza destarli si partì della camera, infiammato contra loro, e in tutto deliberando nell’acceso animo di tal fallo farli punire. E sceso dell’alta torre, sanza essere da persona scontrato o veduto, trovati i sergenti suoi lui aspettanti, comandò che sanza indugio alla camera di Biancofiore salissero, e lei e colui che con lei troveranno ignudo, così ignudi strettamente legassero, e giuso dalla finestra, onde i fiori erano stati collati, gli mandassero nel prato, sanza avere di loro misericordia alcuna, o sanza niuno priego ascoltare. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
della pioggia che rubava loro il pane di bocca: la vecchia castalda filava, tanto perché la lucerna appesa alla cappa del focolare non ardesse per nulla, il grosso cane color di lupo allungava il muso sulle zampe verso il fuoco, rizzando le orecchie ad ogni diverso ululato del vento. Poi, nel tempo che cuocevasi la minestra, il pecorajo si mise a suonare certa arietta montanina che pizzicava le gambe, e le ragazze si misero a ballare sull’ammattonato sconnesso della vasta cucina affumicata, mentre il cane brontolava per timore che gli pestassero la coda. I cenci svolazzavano allegramente, mentre le fave ballavano anch’esse nella pentola, borbottando in mezzo alla schiuma che faceva sbuffare la fiamma. Quando tutte furono stanche, venne la volta alle canzonette, Nedda! – Nedda la varannisa! esclamarono parecchie. Dove s’è cacciata la varannisa? Son  qua;  rispose  una  voce  breve  dall’angolo  più  buio,  dove  s’era accoccolata una ragazza su di un fascio di legna. – O che fai tu costà? – Nulla. – Perché non hai ballato? – Perché son stanca. – Cantaci una delle tue belle canzonette. – No, non voglio cantare. – Che hai? – Nulla. – Ha la mamma che sta per morire, rispose una delle sue compagne, come se avesse detto che aveva male ai denti. La ragazza che stava col mento sui ginocchi alzò su quella che aveva parlato certi occhioni neri, scintillanti, ma asciutti, quasi impassibili, e tornò a chinarli, senza aprir bocca, sui suoi piedi nudi. Allora due o tre si volsero verso di lei, mentre le altre si sbandavano ciarlando tutte in una volta come gazze che festeggiano il lauto pascolo, e le dissero: – O allora perché hai lasciato tua madre? – Per trovar del lavoro. – Di dove sei? – Di Viagrande, ma sto a Ravanusa. Una delle spiritose, la figlioccia del castaldo, che dovea sposare il terzo figlio di Massaro Jacopo a Pasqua, e aveva una bella crocetta d’oro al collo, le
Nedda di Giovanni Verga
della pioggia che rubava loro il pane di bocca: la vecchia castalda filava, tanto perché la lucerna appesa alla cappa del focolare non ardesse per nulla, il grosso cane color di lupo allungava il muso sulle zampe verso il fuoco, rizzando le orecchie ad ogni diverso ululato del vento. Poi, nel tempo che cuocevasi la minestra, il pecorajo si mise a suonare certa arietta montanina che pizzicava le gambe, e le ragazze si misero a ballare sull’ammattonato sconnesso della vasta cucina affumicata, mentre il cane brontolava per timore che gli pestassero la coda. I cenci svolazzavano allegramente, mentre le fave ballavano anch’esse nella pentola, borbottando in mezzo alla schiuma che faceva sbuffare la fiamma. Quando tutte furono stanche, venne la volta alle canzonette, Nedda! – Nedda la varannisa! esclamarono parecchie. Dove s’è cacciata la varannisa? Son  qua;  rispose  una  voce  breve  dall’angolo  più  buio,  dove  s’era accoccolata una ragazza su di un fascio di legna. – O che fai tu costà? – Nulla. – Perché non hai ballato? – Perché son stanca. – Cantaci una delle tue belle canzonette. – No, non voglio cantare. – Che hai? – Nulla. – Ha la mamma che sta per morire, rispose una delle sue compagne, come se avesse detto che aveva male ai denti. La ragazza che stava col mento sui ginocchi alzò su quella che aveva parlato certi occhioni neri, scintillanti, ma asciutti, quasi impassibili, e tornò a chinarli, senza aprir bocca, sui suoi piedi nudi. Allora due o tre si volsero verso di lei, mentre le altre si sbandavano ciarlando tutte in una volta come gazze che festeggiano il lauto pascolo, e le dissero: – O allora perché hai lasciato tua madre? – Per trovar del lavoro. – Di dove sei? – Di Viagrande, ma sto a Ravanusa. Una delle spiritose, la figlioccia del castaldo, che dovea sposare il terzo figlio di Massaro Jacopo a Pasqua, e aveva una bella crocetta d’oro al collo, le
Nedda di Giovanni Verga
Ella ascoltava, avviluppata nella pelliccia, e colle spalle appoggiate alla cabina, fissando i grandi occhi pensosi nelle ombre vaganti del mare. Le stelle scintillavano sul loro capo, e attorno a loro non si udiva altro che il sordo rumore della macchina, e il muggito delle onde che si perdevano verso orizzonti sconfinati. A poppa, dietro le loro spalle, una voce che sembrava lontana, canticchiava sommessamente una canzone popolare, accompagnandosi coll’organetto. Ella pensava forse alle calde emozioni provate la sera innanzi alla rappresentazione del San Carlo; o alla riviera di Chiaia, sfolgorante di luce, che si erano lasciata dietro le loro spalle. Aveva preso il braccio di lui mollemente, coll’abbandono dell’isolamento in cui erano, e s’era appoggiata al parapetto, guardando la striscia fosforescente che segnava il battello, e in cui l’elica spalancava abissi inesplorati, quasi cercasse di indovinare il mistero di altre esistenze ignorate. Dal lato opposto, verso le terre su cui Orione inchinavasi, altre esistenze sconosciute e quasi misteriose palpitavano e sentivano, chissà? povere gioie e poveri dolori, simili a quelli da lui narrati. – La donna ci pensava vagamente colle labbra strette, gli occhi fissi nel buio dell’orizzonte. Prima di separarsi stettero un altro po’ sull’uscio della cabina, al chiarore vacillante della lampada che dondolava. Il cameriere, rifinito dalla fatica, dormiva accoccolato sulla scala, sognando forse la sua casetta di Genova. A poppa il lume della bussola rischiarava appena la figura membruta dell’uomo che era al timone, immobile, cogli occhi fissi sul quadrante, e la mente chissà dove. A prua si udiva sempre la mesta cantilena siciliana, che narrava a modo  suo  di  gioie,  di  dolori,  o  di  speranze  umili,  in  mezzo  al  muggito uniforme del mare, e al va e vieni regolare e impassibile dello stantuffo. Sembrava che la donna non sapesse risolversi a lasciare la mano di lui. Infine alzò gli occhi e gli sorrise tristamente: – Domani! sospirò. Egli chinò il capo senza rispondere. – Vi ricorderete sempre di questa ultima sera? Egli non rispose. – Io sì! – aggiunse la donna. All’alba si rividero sul ponte. Il visetto delicato di lei sembrava abbattuto dall’insonnia. La brezza le scomponeva i morbidi capelli neri. Diggià la Sicilia sorgeva come una nuvola in fondo all’orizzonte. Poi l’Etna si accese tutt’a un tratto d’oro e di rubini, e la costa bianchiccia si squarciò qua e là in seni e promontorii oscuri. A bordo cominciava l’affaccendarsi del primo servizio mattutino. I passeggieri salivano ad uno ad uno sul ponte, pallidi,
Novelle rusticane di Giovanni Verga
Ella ascoltava, avviluppata nella pelliccia, e colle spalle appoggiate alla cabina, fissando i grandi occhi pensosi nelle ombre vaganti del mare. Le stelle scintillavano sul loro capo, e attorno a loro non si udiva altro che il sordo rumore della macchina, e il muggito delle onde che si perdevano verso orizzonti sconfinati. A poppa, dietro le loro spalle, una voce che sembrava lontana, canticchiava sommessamente una canzone popolare, accompagnandosi coll’organetto. Ella pensava forse alle calde emozioni provate la sera innanzi alla rappresentazione del San Carlo; o alla riviera di Chiaia, sfolgorante di luce, che si erano lasciata dietro le loro spalle. Aveva preso il braccio di lui mollemente, coll’abbandono dell’isolamento in cui erano, e s’era appoggiata al parapetto, guardando la striscia fosforescente che segnava il battello, e in cui l’elica spalancava abissi inesplorati, quasi cercasse di indovinare il mistero di altre esistenze ignorate. Dal lato opposto, verso le terre su cui Orione inchinavasi, altre esistenze sconosciute e quasi misteriose palpitavano e sentivano, chissà? povere gioie e poveri dolori, simili a quelli da lui narrati. – La donna ci pensava vagamente colle labbra strette, gli occhi fissi nel buio dell’orizzonte. Prima di separarsi stettero un altro po’ sull’uscio della cabina, al chiarore vacillante della lampada che dondolava. Il cameriere, rifinito dalla fatica, dormiva accoccolato sulla scala, sognando forse la sua casetta di Genova. A poppa il lume della bussola rischiarava appena la figura membruta dell’uomo che era al timone, immobile, cogli occhi fissi sul quadrante, e la mente chissà dove. A prua si udiva sempre la mesta cantilena siciliana, che narrava a modo  suo  di  gioie,  di  dolori,  o  di  speranze  umili,  in  mezzo  al  muggito uniforme del mare, e al va e vieni regolare e impassibile dello stantuffo. Sembrava che la donna non sapesse risolversi a lasciare la mano di lui. Infine alzò gli occhi e gli sorrise tristamente: – Domani! sospirò. Egli chinò il capo senza rispondere. – Vi ricorderete sempre di questa ultima sera? Egli non rispose. – Io sì! – aggiunse la donna. All’alba si rividero sul ponte. Il visetto delicato di lei sembrava abbattuto dall’insonnia. La brezza le scomponeva i morbidi capelli neri. Diggià la Sicilia sorgeva come una nuvola in fondo all’orizzonte. Poi l’Etna si accese tutt’a un tratto d’oro e di rubini, e la costa bianchiccia si squarciò qua e là in seni e promontorii oscuri. A bordo cominciava l’affaccendarsi del primo servizio mattutino. I passeggieri salivano ad uno ad uno sul ponte, pallidi,
Novelle rusticane di Giovanni Verga
All’Assise discutevasi una causa capitale. Si trattava di un facchino che per gelosia aveva ucciso il suo rivale, giovane dabbene e padre di famiglia. La folla inferocita voleva far giustizia sommaria dell’assassino, pallido e lacero dalla lotta, che i carabinieri menavano in prigione. La vedova dell’ucciso era venuta, come Maria Maddalena, per chiedere giustizia a Dio e agli uomini, in lutto, scarmigliata, coi suoi orfani attaccati alla gonnella, mentre l’usciere andava mostrando ai signori giurati l’arme con cui era stato commesso l’omicidio: un coltelluccio da tasca, poco più grande di un temperino, di quelli che servono a sbucciare i fichidindia, ancora nero di sangue sino al manico. Il presidente domandò: – Con questo avete ucciso Rosario Testa? Tutti gli occhi si volsero alla gabbia dov’era rinchiuso l’imputato, un vecchio alto e magro, dal viso color di cenere, coi capelli irti e bianchi sulla fronte rugosa. Egli ascoltava l’accusa senza dir verbo, col dorso curvo; e seguiva cogli occhi l’usciere, il quale passava dinanzi al banco dei giurati col coltello in mano. Soltanto batteva le palpebre, quasi la poca luce che lasciavano entrare le stuoie calate fosse ancora troppo viva per lui. Alla domanda del presidente si rizzò in piedi, diritto, col berretto ciondoloni fra le mani, e rispose: – Sissignore, con quello. Corse un mormorìo nell’uditorio. Era una giornata calda di luglio, e i signori giurati si facevano vento col giornale, accasciati dall’afa e dal brontolìo sonnolento delle formule criminali. Nell’aula c’era poca gente, amici e parenti dell’ucciso, venuti per curiosità. La vedova, stralunata, si teneva sul viso il fazzoletto orlato di nero, e faceva frequentemente un gesto macchinale, come per ravviare le folte trecce allentate colle mani bianche, levando in aria le braccia rotonde, con un moto che sollevava il seno materno, orgoglio della sua bella giovinezza vedovata. E fissava sitibonda sull’uccisore gli occhi arsi di lagrime. Costui non sapeva risponder altro che “sissignore” a tutte le domande del presidente che gli stringevano il capestro alla gola, guardando inquieto i movimenti d’indignazione dei giurati, non avvezzi alla severa impassibilità della toga, con un’aria di bestia sospettosa. Incominciò la sfilata dei testimoni, tutti a carico. – Gli amici del morto, un buon diavolaccio, incapace di far male ad una mosca, – la vedova piangeva. – I vicini che l’avevano visto barcollare, come preso dal vino, e cadere balbettando “Mamma mia!” – Quelli
Vagabondaggio di Giovanni Verga
All’Assise discutevasi una causa capitale. Si trattava di un facchino che per gelosia aveva ucciso il suo rivale, giovane dabbene e padre di famiglia. La folla inferocita voleva far giustizia sommaria dell’assassino, pallido e lacero dalla lotta, che i carabinieri menavano in prigione. La vedova dell’ucciso era venuta, come Maria Maddalena, per chiedere giustizia a Dio e agli uomini, in lutto, scarmigliata, coi suoi orfani attaccati alla gonnella, mentre l’usciere andava mostrando ai signori giurati l’arme con cui era stato commesso l’omicidio: un coltelluccio da tasca, poco più grande di un temperino, di quelli che servono a sbucciare i fichidindia, ancora nero di sangue sino al manico. Il presidente domandò: – Con questo avete ucciso Rosario Testa? Tutti gli occhi si volsero alla gabbia dov’era rinchiuso l’imputato, un vecchio alto e magro, dal viso color di cenere, coi capelli irti e bianchi sulla fronte rugosa. Egli ascoltava l’accusa senza dir verbo, col dorso curvo; e seguiva cogli occhi l’usciere, il quale passava dinanzi al banco dei giurati col coltello in mano. Soltanto batteva le palpebre, quasi la poca luce che lasciavano entrare le stuoie calate fosse ancora troppo viva per lui. Alla domanda del presidente si rizzò in piedi, diritto, col berretto ciondoloni fra le mani, e rispose: – Sissignore, con quello. Corse un mormorìo nell’uditorio. Era una giornata calda di luglio, e i signori giurati si facevano vento col giornale, accasciati dall’afa e dal brontolìo sonnolento delle formule criminali. Nell’aula c’era poca gente, amici e parenti dell’ucciso, venuti per curiosità. La vedova, stralunata, si teneva sul viso il fazzoletto orlato di nero, e faceva frequentemente un gesto macchinale, come per ravviare le folte trecce allentate colle mani bianche, levando in aria le braccia rotonde, con un moto che sollevava il seno materno, orgoglio della sua bella giovinezza vedovata. E fissava sitibonda sull’uccisore gli occhi arsi di lagrime. Costui non sapeva risponder altro che “sissignore” a tutte le domande del presidente che gli stringevano il capestro alla gola, guardando inquieto i movimenti d’indignazione dei giurati, non avvezzi alla severa impassibilità della toga, con un’aria di bestia sospettosa. Incominciò la sfilata dei testimoni, tutti a carico. – Gli amici del morto, un buon diavolaccio, incapace di far male ad una mosca, – la vedova piangeva. – I vicini che l’avevano visto barcollare, come preso dal vino, e cadere balbettando “Mamma mia!” – Quelli
Vagabondaggio di Giovanni Verga
minciarono a inturgidire, le sue membra storcersi, le labbra a disseccarsi; gli occhi gli si stravolgevano orribilmente, e tuttavia lo spirito regnava forte imperterrito su quella tempesta di morte che gli si agitava sotto. Parevano due esseri diversi, l’uno dei quali contemplasse i patimenti dell’altro colla impassibilità d’un inquisitore. Il parroco gli amministrò allora gli ultimi sacramenti, e Leopardo si compose alla aspettazione della morte colla grave pietà d’un vero cristiano. La quiete era tornata in tutta la sua persona; la quiete solenne che precede la morte: io potei ammirare quanto opera di grande la religione in un animo alto e virile; ed ebbi allora invidia per la prima volta di quelle sublimi convinzioni a me vietate per sempre. La morte della vecchia Contessa di Fratta me le aveva messe in discredito; quella di Leopardo me le rese ancora venerabili e sublimi. Gli è vero che la tempra di questo era tale, da far buona prova di sé colla fede e senza. Indi a poco egli sofferse un nuovo assalto di dolori acutissimi, ma fu l’ultimo; il respiro divenne sempre più fievole e frequente, gli occhi si socchiusero quasi alla contemplazione d’una visione incantevole, la sua mano si sollevava talvolta come per accarezzare taluno di quegli angeli che venivano incontro  all’anima  sua.  Erano  i  fantasmi  dorati  della  giovinezza  che  gli vagolavano dinanzi nel confuso crepuscolo del delirio; erano le sue speranze più belle, i più splendidi sogni che prendevano forme visibili e sembianze di realtà agli occhi del moribondo; era la ricompensa d’una vita virtuosa ed illibata o il presentimento del paradiso. A tratti egli s’affisava sorridendo in me e dava indizio di ravvisarmi; mi prendeva la mano fra le sue per avvicinarsela al cuore; a quel cuore che non batteva quasi più, eppure era così riboccante ancora di valore e d’affetto! Vi fu un momento ch’egli fece per alzarsi e mi sembrò quasi di vederlo sospeso da terra in un atteggiamento mirabile d’ispirazione e di profezia. Egli pronunciò fieramente il nome di Venezia; indi ricadde come stanco per tornare alle sue fantasie. Quando fu presso al gran punto lo vidi aprire le labbra a un sorriso, quale da un pezzo non brillava più su quel volto robusto e maestoso; si mise la mano in seno e ne trasse uno scapolare su cui affisse a più riprese le labbra. Ogni bacio era più lento e meno vibrato; se ne staccò sorridente per esalar l’anima a Dio, e il suo ultimo respiro gli uscì così pieno così sonoro dal petto, che parve significare: «Eccomi finalmente libero e felice!» — Quella reliquia cui aveva consacrato l’estremo alito di vita, cadde nella mia mano all’allentarsi della sua: io la ricevetti come un pegno, come una sacra eredità,
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
minciarono a inturgidire, le sue membra storcersi, le labbra a disseccarsi; gli occhi gli si stravolgevano orribilmente, e tuttavia lo spirito regnava forte imperterrito su quella tempesta di morte che gli si agitava sotto. Parevano due esseri diversi, l’uno dei quali contemplasse i patimenti dell’altro colla impassibilità d’un inquisitore. Il parroco gli amministrò allora gli ultimi sacramenti, e Leopardo si compose alla aspettazione della morte colla grave pietà d’un vero cristiano. La quiete era tornata in tutta la sua persona; la quiete solenne che precede la morte: io potei ammirare quanto opera di grande la religione in un animo alto e virile; ed ebbi allora invidia per la prima volta di quelle sublimi convinzioni a me vietate per sempre. La morte della vecchia Contessa di Fratta me le aveva messe in discredito; quella di Leopardo me le rese ancora venerabili e sublimi. Gli è vero che la tempra di questo era tale, da far buona prova di sé colla fede e senza. Indi a poco egli sofferse un nuovo assalto di dolori acutissimi, ma fu l’ultimo; il respiro divenne sempre più fievole e frequente, gli occhi si socchiusero quasi alla contemplazione d’una visione incantevole, la sua mano si sollevava talvolta come per accarezzare taluno di quegli angeli che venivano incontro  all’anima  sua.  Erano  i  fantasmi  dorati  della  giovinezza  che  gli vagolavano dinanzi nel confuso crepuscolo del delirio; erano le sue speranze più belle, i più splendidi sogni che prendevano forme visibili e sembianze di realtà agli occhi del moribondo; era la ricompensa d’una vita virtuosa ed illibata o il presentimento del paradiso. A tratti egli s’affisava sorridendo in me e dava indizio di ravvisarmi; mi prendeva la mano fra le sue per avvicinarsela al cuore; a quel cuore che non batteva quasi più, eppure era così riboccante ancora di valore e d’affetto! Vi fu un momento ch’egli fece per alzarsi e mi sembrò quasi di vederlo sospeso da terra in un atteggiamento mirabile d’ispirazione e di profezia. Egli pronunciò fieramente il nome di Venezia; indi ricadde come stanco per tornare alle sue fantasie. Quando fu presso al gran punto lo vidi aprire le labbra a un sorriso, quale da un pezzo non brillava più su quel volto robusto e maestoso; si mise la mano in seno e ne trasse uno scapolare su cui affisse a più riprese le labbra. Ogni bacio era più lento e meno vibrato; se ne staccò sorridente per esalar l’anima a Dio, e il suo ultimo respiro gli uscì così pieno così sonoro dal petto, che parve significare: «Eccomi finalmente libero e felice!» — Quella reliquia cui aveva consacrato l’estremo alito di vita, cadde nella mia mano all’allentarsi della sua: io la ricevetti come un pegno, come una sacra eredità,
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo