illazione

[il-la-zió-ne]
In sintesi
conclusione, talora arbitraria, dedotta da una o più premesse
← dal lat. illatiōne(m), deriv. di illātus, part. pass. di infĕrre ‘inferire’.
s.f.
(pl. -ni)

Azione del dedurre, del concludere come conseguenza logica di una premessa || Deduzione, conclusione, anche arbitraria, che si fa derivare come logica conseguenza di una premessa: è un'i. che non convince; sono tutte illazioni

Citazioni
al tradimento ed alla dissimulazione. Qual esempio alla nazione sarebbe poi se  si  mancasse  all’impunità  promessa,  e  che  per  dotte  cavillazioni  si strascinasse al supplicio ad onta della fede pubblica chi ha corrisposto all’invito delle leggi! Non sono rari nelle nazioni tali esempi, e perciò rari non sono coloro che non hanno di una nazione altra idea che di una macchina complicata, di cui il più destro e il più potente ne muovono a lor talento gli ordigni; freddi ed insensibili a tutto ciò che forma la delizia delle anime tenere e sublimi, eccitano con imperturbabile sagacità i sentimenti più cari e le passioni più violente, sì tosto che le veggono utili al loro fine, tasteggiando gli animi, come i musici gli stromenti.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
al tradimento ed alla dissimulazione. Qual esempio alla nazione sarebbe poi se  si  mancasse  all’impunità  promessa,  e  che  per  dotte  cavillazioni  si strascinasse al supplicio ad onta della fede pubblica chi ha corrisposto all’invito delle leggi! Non sono rari nelle nazioni tali esempi, e perciò rari non sono coloro che non hanno di una nazione altra idea che di una macchina complicata, di cui il più destro e il più potente ne muovono a lor talento gli ordigni; freddi ed insensibili a tutto ciò che forma la delizia delle anime tenere e sublimi, eccitano con imperturbabile sagacità i sentimenti più cari e le passioni più violente, sì tosto che le veggono utili al loro fine, tasteggiando gli animi, come i musici gli stromenti.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
ziose parole poterono più in lui, che le vere: perché li parve maggior segno d’amistà il dire “guarda come tu vai”, che le proferte. Fu consigliato che venisse per lo cammino di Pistoia, per farlo venire in isdegno co’ Pistolesi; i quali si maravigliarono facesse la via di là, e per dubbio fornirono le porti della città con celate armi e con gente. I seminatori degli scandali li diceano: “Signore, non entrare in Pistoia, perché e’ ti prenderanno, però ch’eglino ànno la città segretamente armata, e sono uomini di grande ardire e nimici della casa di Francia”. E tanta paura li misono, che venne, fuori di Pistoia, per la via d’un piccolo fiumicello, mostrando contro a Pistoia maltalento. E qui s’adenpié la profezia d’uno antico villano, il quale lungo tempo innanzi avea detto: “Verrà di ponente un signore su per l’Onbroncello, il qual farà gran cose: il perché gli animali che portano le some, per cagione della sua venuta, andranno su per le cime delle torri di Pistoia”. Capitolo IV Passò messer Carlo in Corte di Roma, sanza entrare in Firenze; e molto fu  stimolato,  e  molti  sospetti  li  furono  messi  nell’animo.  Il  signore  non conoscea i Toscani né le malizie loro. Messer Muciatto Franzesi, cavaliere di gran malizia, picciolo della persona, ma di grande animo, conoscea ben la malizia delle parole erano dette al signore: e perché anche lui era corrotto, li confermava quello che pe’ seminatori degli scandoli gli era detto, che ogni dì gli erano dintorno. Aveano i Guelfi bianchi inbasciadori in Corte di Roma, e i Sanesi, in loro compagnia, ma non erano interi. Era tra loro alcuno nocivo uomo: fra’ quali fu messer Ubaldino Malavolti giudice sanese, pieno di gavillazioni, il quale ristette per cammino per raddomandare certe giuridizioni d’uno castello il quale teneano i Fiorentini, dicendo che a lui appartenea; e tanto impedì a’ compagni il cammino, che non giunsono a tenpo. Giunti li anbasciadori in Roma, il Papa gli ebbe soli in camera, e disse loro in segreto: Perché siete voi così ostinati? Umiliatevi a me: e “io vi dico in verità, che io non ò altra intenzione che di vostra pace. Tornate indietro due di voi; e abiano la mia benedizione, se procurano che sia ubidita la mia volontà”. Capitolo V In questo stante furono in Firenze eletti nuovi Signori, quasi di concordia d’amendue le parti, uomini non sospetti e buoni, di cui il popolo minuto prese grande speranza; e così la Parte bianca, perché furono uomini uniti Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
ziose parole poterono più in lui, che le vere: perché li parve maggior segno d’amistà il dire “guarda come tu vai”, che le proferte. Fu consigliato che venisse per lo cammino di Pistoia, per farlo venire in isdegno co’ Pistolesi; i quali si maravigliarono facesse la via di là, e per dubbio fornirono le porti della città con celate armi e con gente. I seminatori degli scandali li diceano: “Signore, non entrare in Pistoia, perché e’ ti prenderanno, però ch’eglino ànno la città segretamente armata, e sono uomini di grande ardire e nimici della casa di Francia”. E tanta paura li misono, che venne, fuori di Pistoia, per la via d’un piccolo fiumicello, mostrando contro a Pistoia maltalento. E qui s’adenpié la profezia d’uno antico villano, il quale lungo tempo innanzi avea detto: “Verrà di ponente un signore su per l’Onbroncello, il qual farà gran cose: il perché gli animali che portano le some, per cagione della sua venuta, andranno su per le cime delle torri di Pistoia”. Capitolo IV Passò messer Carlo in Corte di Roma, sanza entrare in Firenze; e molto fu  stimolato,  e  molti  sospetti  li  furono  messi  nell’animo.  Il  signore  non conoscea i Toscani né le malizie loro. Messer Muciatto Franzesi, cavaliere di gran malizia, picciolo della persona, ma di grande animo, conoscea ben la malizia delle parole erano dette al signore: e perché anche lui era corrotto, li confermava quello che pe’ seminatori degli scandoli gli era detto, che ogni dì gli erano dintorno. Aveano i Guelfi bianchi inbasciadori in Corte di Roma, e i Sanesi, in loro compagnia, ma non erano interi. Era tra loro alcuno nocivo uomo: fra’ quali fu messer Ubaldino Malavolti giudice sanese, pieno di gavillazioni, il quale ristette per cammino per raddomandare certe giuridizioni d’uno castello il quale teneano i Fiorentini, dicendo che a lui appartenea; e tanto impedì a’ compagni il cammino, che non giunsono a tenpo. Giunti li anbasciadori in Roma, il Papa gli ebbe soli in camera, e disse loro in segreto: Perché siete voi così ostinati? Umiliatevi a me: e “io vi dico in verità, che io non ò altra intenzione che di vostra pace. Tornate indietro due di voi; e abiano la mia benedizione, se procurano che sia ubidita la mia volontà”. Capitolo V In questo stante furono in Firenze eletti nuovi Signori, quasi di concordia d’amendue le parti, uomini non sospetti e buoni, di cui il popolo minuto prese grande speranza; e così la Parte bianca, perché furono uomini uniti Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
mente eterno ed abitazione proporzionata a gli Dei immortali, conforme alla  opinione  ancora  di  tutti  gli  uomini  che  de  gli  Dei  hanno  concetto. Conferma poi l’istesso ancor per il senso; avvenga che in tutto il tempo passato,  secondo  le  tradizioni  e  memorie,  nissuna  cosa  si  vede  essersi trasmutata, né secondo tutto l’ultimo cielo né secondo alcuna sua propria parte. Che poi al moto circolare niuno altro sia contrario, lo prova Aristotile in molte maniere; ma senza replicarle tutte, assai apertamente resta dimostrato, mentre che i moti semplici non sono altri che tre, al mezo, dal mezo e intorno al mezo, de i quali idua retti sursum et deorsum sono manifestamente contrari, e perché un solo ha un solo per contrario, adunque non resta altro movimento che possa esser contrario al circolare. Eccovi il discorso di Aristotile argutissimo e concludentissimo, per il quale si prova l’incorruttibilità del cielo. Salviati Questo non è niente di più che il puro progresso d’Aristotile, già da me accennato, nel quale, tuttavolta che io vi neghi che il moto, che voi attribuite a i corpi celesti, non convenga ancora alla  Terra, la sua illazione resta nulla. Dicovi per tanto che quel moto circolare, che voi assegnate a i corpi celesti,  conviene  ancora  alla  Terra:  dal  che,  posto  che  il  resto  del  vostro discorso sia concludente, seguirà una di queste tre cose, come poco fa si è detto ed or vi replico, cioè, o che la  Terra sia essa ancora ingenerabile e incorruttibile,  come  i  corpi  celesti,  o  che  i  corpi  celesti  sieno,  come  gli elementari, generabili, alterabili, etc., o che questa differenza di moti non abbia che far con la generazione e corruzione. Il discorso di Aristotile e vostro contiene molte proposizioni da non esser di leggiero ammesse, e per poterlo meglio esaminare, sarà bene ridurlo più al netto ed al distinto, che sia possibile: e scusimi il signor Sagredo se forse con qualche tedio sente replicar  più  volte  le  medesime  cose,  e  faccia  conto  di  sentir  ripigliar  gli argomenti ne i publici circoli de i disputanti. Voi dite: “La generazione e corruzione non si fa se non dove sono i contrari; i contrari non sono se non tra i corpi semplici naturali, mobili di movimenti contrari; movimenti contrari sono solamente quelli che si fanno per linee rette tra termini contrari, e questi sono solamente dua, cioè dal mezo ed al mezo, e tali movimenti non sono di altri corpi naturali che della terra, del fuoco e degli altri due elementi; adunque la generazione e corruzione non è se non tra gli elementi. E perché il terzo movimento semplice, cioè il circolare intorno al mezo, non ha contrario (perché contrari sono gli altri dua, e un solo ha un solo per contrario), però quel corpo naturale al quale tal moto compete, manca di  contrario;  e  non  avendo  contrario,  resta  ingenerabile  e  incorruttibile etc., perché dove non è contrarietà, non è generazione né corruzione etc.: ma tal moto compete solamente a i corpi celesti: adunque soli questi sono
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Cotesta è. Il mezo, che deve esser noto, non è la caduta del sasso retta e perpendicolare? Questo è il mezo. Ma non s’è egli poco fa concluso, che noi non possiamo aver notizia che tal caduta sia retta e perpendicolare, se prima non ci è noto che la Terra stia ferma? adunque nel vostro silogismo la certezza del mezo si cava dall’incertezza della conclusione. Vedete dunque quale e quanto è il paralogismo. Io vorrei, in grazia del signor Simplicio, difender, se fusse possibile, Aristotile, o almeno restar io meglio capace della forza della vostra illazione. Voi dite: Il  veder rader la torre non basta per assicurarsi che ‘l moto del sasso sia perpendicolare, che è il mezo termine del silogismo, se non si suppone che la Terra stia ferma, che è la conclusione da provarsi; perché, quando la torre si  movesse  insieme  con  la  Terra,  ed  il  sasso  la  radesse,  il  moto  del  sasso sarebbe trasversale, e non perpendicolare. Ma io risponderò, che quando la torre si movesse, sarebbe impossibile che ‘l sasso cadesse radendola, e però dal cader radendo s’inferisce la stabilità della Terra. Così è; perché a voler che ‘l sasso venisse radendo la torre, quando ella fusse portata dalla Terra, bisognerebbe che ‘l sasso avesse due moti naturali, cioè ‘l retto verso ‘l centro e ‘l circolare intorno al centro, il che è poi impossibile. La difesa dunque d’Aristotile consiste nell’esser impossibile, o almeno nell’aver egli stimato impossibile, che ‘l sasso potesse muoversi di un moto misto di retto e di circolare; perché quando e’ non avesse avuto per impossibile che la pietra potesse muoversi al centro e ‘ntorno al centro unitamente, egli averebbe inteso che poteva accadere che ‘l sasso cadente potesse venir radendo la torre tanto movendosi ella quanto stando ferma, e in conseguenza si sarebbe accorto che da questo radere non si poteva inferir niente attenente al moto o alla quiete della Terra. Ma questo non iscusa altramente Aristotile, non solamente perché doveva dirlo, quando egli avesse auto tal concetto, essendo un punto tanto principale nel suo argumento, ma di più ancora  perché  non  si  può  dir  né  che  tale  effetto  sia  impossibile  né  che Aristotile l’abbia stimato impossibile. Non si può dire il primo, perché di qui a poco mostrerò ch’egli è non pur possibile, ma necessario: né meno si può dire il secondo, perché Aristotile medesimo concede al fuoco l’andare in su naturalmente per linea retta e ‘l muoversi in giro col moto diurno, participato dal cielo a tutto l’elemento del fuoco ed alla maggior parte dell’aria; se dunque e’ non ha per impossibile mescolare il retto in su col circolare, comunicato al fuoco ed all’aria dal concavo lunare, assai meno dovrà reputare impossibile il retto in giù del sasso col circolare, che fusse naturale di tutto ‘l globo terrestre, del quale il sasso è parte. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � l’argumentare  dalla  nave  alla  torre  non  ha  forza  d’illazione;  perché  quel sasso che vien dalla cima dell’albero, entra in un mezo che non ha il moto della nave; ma quel che si parte dall’altezza della torre si trova in un mezo che ha l’istesso moto che tutto ‘l globo terrestre, talché, senz’esser impedito dall’aria,  anzi  più  tosto  favorito  dal  moto  di  lei,  può  seguire  l’universal corso della Terra.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
mente eterno ed abitazione proporzionata a gli Dei immortali, conforme alla  opinione  ancora  di  tutti  gli  uomini  che  de  gli  Dei  hanno  concetto. Conferma poi l’istesso ancor per il senso; avvenga che in tutto il tempo passato,  secondo  le  tradizioni  e  memorie,  nissuna  cosa  si  vede  essersi trasmutata, né secondo tutto l’ultimo cielo né secondo alcuna sua propria parte. Che poi al moto circolare niuno altro sia contrario, lo prova Aristotile in molte maniere; ma senza replicarle tutte, assai apertamente resta dimostrato, mentre che i moti semplici non sono altri che tre, al mezo, dal mezo e intorno al mezo, de i quali idua retti sursum et deorsum sono manifestamente contrari, e perché un solo ha un solo per contrario, adunque non resta altro movimento che possa esser contrario al circolare. Eccovi il discorso di Aristotile argutissimo e concludentissimo, per il quale si prova l’incorruttibilità del cielo. Salviati Questo non è niente di più che il puro progresso d’Aristotile, già da me accennato, nel quale, tuttavolta che io vi neghi che il moto, che voi attribuite a i corpi celesti, non convenga ancora alla  Terra, la sua illazione resta nulla. Dicovi per tanto che quel moto circolare, che voi assegnate a i corpi celesti,  conviene  ancora  alla  Terra:  dal  che,  posto  che  il  resto  del  vostro discorso sia concludente, seguirà una di queste tre cose, come poco fa si è detto ed or vi replico, cioè, o che la  Terra sia essa ancora ingenerabile e incorruttibile,  come  i  corpi  celesti,  o  che  i  corpi  celesti  sieno,  come  gli elementari, generabili, alterabili, etc., o che questa differenza di moti non abbia che far con la generazione e corruzione. Il discorso di Aristotile e vostro contiene molte proposizioni da non esser di leggiero ammesse, e per poterlo meglio esaminare, sarà bene ridurlo più al netto ed al distinto, che sia possibile: e scusimi il signor Sagredo se forse con qualche tedio sente replicar  più  volte  le  medesime  cose,  e  faccia  conto  di  sentir  ripigliar  gli argomenti ne i publici circoli de i disputanti. Voi dite: “La generazione e corruzione non si fa se non dove sono i contrari; i contrari non sono se non tra i corpi semplici naturali, mobili di movimenti contrari; movimenti contrari sono solamente quelli che si fanno per linee rette tra termini contrari, e questi sono solamente dua, cioè dal mezo ed al mezo, e tali movimenti non sono di altri corpi naturali che della terra, del fuoco e degli altri due elementi; adunque la generazione e corruzione non è se non tra gli elementi. E perché il terzo movimento semplice, cioè il circolare intorno al mezo, non ha contrario (perché contrari sono gli altri dua, e un solo ha un solo per contrario), però quel corpo naturale al quale tal moto compete, manca di  contrario;  e  non  avendo  contrario,  resta  ingenerabile  e  incorruttibile etc., perché dove non è contrarietà, non è generazione né corruzione etc.: ma tal moto compete solamente a i corpi celesti: adunque soli questi sono
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Cotesta è. Il mezo, che deve esser noto, non è la caduta del sasso retta e perpendicolare? Questo è il mezo. Ma non s’è egli poco fa concluso, che noi non possiamo aver notizia che tal caduta sia retta e perpendicolare, se prima non ci è noto che la Terra stia ferma? adunque nel vostro silogismo la certezza del mezo si cava dall’incertezza della conclusione. Vedete dunque quale e quanto è il paralogismo. Io vorrei, in grazia del signor Simplicio, difender, se fusse possibile, Aristotile, o almeno restar io meglio capace della forza della vostra illazione. Voi dite: Il  veder rader la torre non basta per assicurarsi che ‘l moto del sasso sia perpendicolare, che è il mezo termine del silogismo, se non si suppone che la Terra stia ferma, che è la conclusione da provarsi; perché, quando la torre si  movesse  insieme  con  la  Terra,  ed  il  sasso  la  radesse,  il  moto  del  sasso sarebbe trasversale, e non perpendicolare. Ma io risponderò, che quando la torre si movesse, sarebbe impossibile che ‘l sasso cadesse radendola, e però dal cader radendo s’inferisce la stabilità della Terra. Così è; perché a voler che ‘l sasso venisse radendo la torre, quando ella fusse portata dalla Terra, bisognerebbe che ‘l sasso avesse due moti naturali, cioè ‘l retto verso ‘l centro e ‘l circolare intorno al centro, il che è poi impossibile. La difesa dunque d’Aristotile consiste nell’esser impossibile, o almeno nell’aver egli stimato impossibile, che ‘l sasso potesse muoversi di un moto misto di retto e di circolare; perché quando e’ non avesse avuto per impossibile che la pietra potesse muoversi al centro e ‘ntorno al centro unitamente, egli averebbe inteso che poteva accadere che ‘l sasso cadente potesse venir radendo la torre tanto movendosi ella quanto stando ferma, e in conseguenza si sarebbe accorto che da questo radere non si poteva inferir niente attenente al moto o alla quiete della Terra. Ma questo non iscusa altramente Aristotile, non solamente perché doveva dirlo, quando egli avesse auto tal concetto, essendo un punto tanto principale nel suo argumento, ma di più ancora  perché  non  si  può  dir  né  che  tale  effetto  sia  impossibile  né  che Aristotile l’abbia stimato impossibile. Non si può dire il primo, perché di qui a poco mostrerò ch’egli è non pur possibile, ma necessario: né meno si può dire il secondo, perché Aristotile medesimo concede al fuoco l’andare in su naturalmente per linea retta e ‘l muoversi in giro col moto diurno, participato dal cielo a tutto l’elemento del fuoco ed alla maggior parte dell’aria; se dunque e’ non ha per impossibile mescolare il retto in su col circolare, comunicato al fuoco ed all’aria dal concavo lunare, assai meno dovrà reputare impossibile il retto in giù del sasso col circolare, che fusse naturale di tutto ‘l globo terrestre, del quale il sasso è parte. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � l’argumentare  dalla  nave  alla  torre  non  ha  forza  d’illazione;  perché  quel sasso che vien dalla cima dell’albero, entra in un mezo che non ha il moto della nave; ma quel che si parte dall’altezza della torre si trova in un mezo che ha l’istesso moto che tutto ‘l globo terrestre, talché, senz’esser impedito dall’aria,  anzi  più  tosto  favorito  dal  moto  di  lei,  può  seguire  l’universal corso della Terra.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
fatti fra loro assai protesti, l’uno di non essere obligato al servizio, l’altro al pagamento, se ne tornò il Conte in Toscana, e quell’altro a Vinegia. Fu il Conte alloggiato nel paese di Pisa; e speravano potere indurlo a rinnovare la guerra ai Lucchesi. A che non lo trovorono disposto; perché il Duca, inteso che  per  reverenza  di  lui  non  aveva  voluto  passare  il  Po  pensò  di  potere ancora, mediante lui salvare i Lucchesi; e lo pregò che fusse contento fare accordo  infra  i  Lucchesi  e  i  Fiorentini  e  includervi  ancora  lui  potendo, dandogli speranza di fare a sua posta le nozze della figliuola. Questo parentado moveva forte il Conte, perché sperava, mediante quello, non avendo il Duca figliuoli maschi, potersi insignorire di Milano; e per ciò sempre a’ Fiorentini tagliava le pratiche della guerra, e affermava non essere per muoversi, se i Viniziani non gli osservavano il pagamento e la condotta; né il pagamento solo gli bastava, perché, volendo vivere securo degli stati suoi, gli conveniva avere altro appoggio che i Fiorentini. Per tanto, se dai Viniziani era abbandonato, era necessitato pensare a’ suoi fatti; e destramente minacciava di accordarsi con il Duca. Capitolo XIV Queste gavillazioni e questi inganni dispiacevano a’ Fiorentini grandemente, perché vedevano la impresa di Lucca perduta, e di più dubitavano dello stato loro, qualunque volta il Conte e il Duca fussino insieme. E per ridurre i Viniziani a mantenere la condotta al Conte, Cosimo de’ Medici andò a  Vinegia, credendo con la reputazione sua muovergli. Dove nel loro senato lungamente questa materia disputò, mostrando in quali termini si  trovava  lo  stato  di  Italia,  quante  erano  le  forze  del  Duca,  dove  era  la reputazione e la potenza delle armi, e concluse che, se al Duca si aggiugneva il Conte, eglino ritornerebbono in mare e loro disputerebbono della loro libertà.  A  che  fu  da’  Viniziani  risposto  che  cognoscevano  le  forze  loro  e quelle degli Italiani, e credevono potere in ogni modo difendersi, affermando  non  essere  consueti  di  pagare  i  soldati  che  servissero  altri;  per  tanto pensassero i Fiorentini di pagare il Conte, poi ch’eglino erano serviti da lui; e come gli era più necessario, a volere securamente godersi gli stati loro, abbassare la superbia del Conte che pagarlo, perché gli uomini non hanno termini nella ambizione loro, e se ora fusse pagato sanza servire, domanderebbe poco di poi una cosa più disonesta e più pericolosa. Per tanto a loro pareva  necessario  porre  qualche  volta  freno  alla  insolenzia  sua,  e  non  la
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
ancora contro a sua voglia; e per secreti nunzi faceva intendere loro che di questa disubbidienza, come il tempo e la occasione lo patisse, ne farebbe evidente demostrazione. I Fiorentini e il Conte non gli prestavano fede; ma credevono, come la verità era, che queste armi fussero mosse per tenergli a bada, tanto che potesse domare i Viniziani. I quali, pieni di superbia, credendosi  potere  per  loro  medesimi  resistere  alle  forze  del  Duca,  non  si degnavono di domandare aiuto ad alcuno, ma con Gattamelata loro capitano la guerra facevano. Desiderava il conte Francesco, con il favor de’ Fiorentini, andare al soccorso del re Rinato, se gli accidenti di Romagna e di Lombardia non lo avessino ritenuto; e i Fiorentini ancora lo arieno volentieri favorito, per l’antica amicizia tenne sempre la loro città con la casa di Francia; ma il Duca arebbe i suoi favori volti ad Alfonso, per la amicizia aveva contratta seco nella presura sua. Ma l’uno e l’altro di costoro, occupati nelle guerre propinque, dalle imprese più longinque si astennono. I Fiorentini adunque, veggendo la Romagna occupata dalle forze del Duca, e battere i Viniziani, come quelli che dalla rovina d’altri temono la loro, pregorono il Conte che venisse in Toscana, dove si esaminerebbe quello fussi da fare per opporsi alle forze del Duca, le quali erano maggiori che mai  per  lo  adietro  fussero  state;  affermando  che,  se  la  insolenzia  sua  in qualche modo non si frenava, ciascuno che teneva stati in Italia in poco tempo ne patirebbe. Il Conte conosceva il timore de’ Fiorentini ragionevole, non di meno la voglia aveva che il parentado fatto con il Duca seguisse lo teneva sospeso; e quel Duca, che cognosceva questo suo desiderio, gliene dava speranze grandissime, quando non gli movesse l’armi contro. E perché la fanciulla era già da potersi celebrare le nozze, più volte condusse la cosa in termine che si feciono tutti gli apparati convenienti a quelle: di poi, con varie gavillazioni, ogni cosa si risolveva. E per fare crederlo meglio al Conte, aggiunse alle promesse le opere; e gli mandò trenta mila fiorini, i quali, secondo i patti del parentado, gli doveva dare. Capitolo XIX Non di meno la guerra di Lombardia cresceva; e i Viniziani ogni dì perdevano nuove terre; e tutte le armate che eglino avevano messe per quelle fiumare erano state dalle genti ducali vinte, il paese di Verona e di Brescia tutto occupato, e quelle due terre in modo strette, che poco tempo potevono, secondo la comune opinione, mantenersi; il marchese di Mantova, il quale era  molti  anni  stato  della  loro  repubblica  condottiere,  fuora  d’ogni  loro Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
non potranno a loro posta frenare. Né credino che gli stia contento a’ termini ne’ capituli posti, ché vorrà i termini antichi di quello stato ricognoscere. Non si erano ancora i Viniziani insignoriti di Crema, e volendo, prima che cambiassino volto, insignorirsene, risposono publicamente, non potere, per lo accordo fatto con il Conte, suvvenirli; ma in privato gli intrattennono in modo che, sperando nello accordo, poterono a’ loro Signori darne una ferma speranza. Capitolo XXII Era già il Conte con le sue genti tanto propinquo a Milano che combatteva i borghi, quando a’ Viniziani, avuta Crema non parve da differire di fare amicizia con i Milanesi con i quali si accordorono, e intra’ primi capituli  promissono  al  tutto  la  difesa  alla  loro  libertà.  Fatto  lo  accordo, commissono alle genti loro avieno presso al Conte che partitesi de’ suoi campi, nel Viniziano si ritirassero. Significorono ancora al Conte la pace fatta co’ Milanesi, e gli dierono venti giorni di tempo ad accettarla. Non si maravigliò il Conte del partito preso dai  Viniziani, perché molto tempo innanzi lo aveva preveduto, e temeva che ogni giorno potesse accadere; non di  meno  non  potette  fare  che,  venuto  il  caso,  non  se  ne  dolesse  e  quel dispiacere sentisse che avevano i Milanesi, quando egli gli aveva abbandonati, sentito. Prese tempo dagli ambasciadori, che da  Vinegia erano stati mandati  a  significargli  lo  accordo,  duoi  giorni  a  rispondere;  fra  il  quale tempo deliberò di intrattenere i Viniziani e non abbandonare la impresa. E per  ciò  publicamente  disse  di  volere  accettare  la  pace,  e  mandò  suoi ambasciadori  a  Vinegia,  con  amplo  mandato,  a  ratificarla;  ma  da  parte commisse loro che in alcuno modo non la ratificassero, ma con varie invenzioni e gavillazioni la conclusione differissero. E per fare a’  Viniziani più credere  che  dicessi  da  vero  fece  triegua  con  i  Milanesi  per  uno  mese  e discostossi da Milano, e divise le sue genti per gli alloggiamenti ne’ luoghi che allo intorno aveva occupati. Questo partito fu cagione della vittoria sua e della rovina de’ Milanesi, perché i Viniziani, confidando nella pace, furono più lenti alle provisioni della guerra, e i Milanesi, veggendo la tregua fatta, e il nimico discostatosi, e i Viniziani amici crederono al tutto che il Conte fusse per abbandonare la impresa. La quale opinione in duoi modi li offese: l’uno ch’eglino straccurorono gli ordini delle difese loro; l’altro, che nel paese libero dal nimico, perché il tempo della semente era, assai grano
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
promettendo fare ogni opera con quello, che con una ottima pace si ponesse fine a questa guerra. Non recusorono i Fiorentini di fare questa esperienza, per essere apresso qualunque escusati, come per la parte loro amavano la pace. Andati adunque gli oratori, sanza alcuna conclusione tornorono. Onde che i Fiorentini, per onorarsi della reputazione del re di Francia poi che dagli Italiani erano parte offesi parte abbandonati, mandorono oratore a quel re Donato Acciaiuoli, uomo delle greche e latine lettere studiosissimo, di cui sempre gli antenati hanno tenuti gradi grandi nella città. Ma nel cammino, sendo arrivato a Milano, morì; onde che la patria, per remunerare chi  era  rimaso  di  lui  e  per  onorare  la  sua  memoria,  con  publiche  spese onoratissimamente lo seppellì, e a’ figliuoli esenzione, e alle figliuole dote conveniente a maritarle concesse; e in suo luogo, per oratore al Re, messer Guid’Antonio Vespucci, uomo delle imperiali e pontificie lettere peritissimo, mandò. Lo assalto fatto dal signore Ruberto nel paese di Pisa turbò assai, come fanno le cose inaspettate, i Fiorentini; perché, avendo da la parte di Siena una gravissima guerra, non vedevano come si potere a’ luoghi di verso Pisa provedere; pure, con comandati e altre simili provisioni, alla città di Pisa soccorsono. E per tenere i Lucchesi in fede, acciò che o danari o viveri al  nimico  non  sumministrassero,  Piero  di  Gino  di  Neri  Capponi ambasciadore vi mandorono; il quale fu da loro con tanto sospetto ricevuto,  per  l’odio  che  quella  città  tiene  con  il  popolo  di  Firenze,  nato  da  le antiche ingiurie e dal continuo timore, che portò molte volte pericolo di non vi essere popolarmente morto: tanto che questa sua andata dette cagione a nuovi sdegni, più tosto che a nuova unione. Rivocorono i Fiorentini il marchese  di  Ferrara,  soldorono  il  marchese  di  Mantova,  e  con  instanzia grande richiesono a’ Viniziani il conte Carlo, figliuolo di Braccio, e Deifebo, figliuolo del conte Iacopo, i quali furono alla fine, dopo molte gavillazioni, da’ Viniziani conceduti; perché, avendo fatto tregua con il Turco, e per ciò non  avendo  scusa  che  gli  ricoprissi,  a  non  osservare  la  fede  della  lega  si vergognorono.  Vennono  per  tanto  il  conte  Carlo  e  Deifebo  con  buono numero di genti d’arme; e messe insieme, con quelle, tutte le genti d’arme che poterono spiccare dallo esercito che sotto il marchese di Ferrara alle genti del duca di Calavria era opposto, se ne andorono inverso Pisa per trovare il signore Ruberto, il quale con le sue genti si trovava propinquo al fiume del Serchio. E benché gli avesse fatto sembiante di volere aspettare le genti  nostre,  non  di  meno  non  le  aspettò,  ma  ritirossi  in  Lunigiana,  in
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
fatti fra loro assai protesti, l’uno di non essere obligato al servizio, l’altro al pagamento, se ne tornò il Conte in Toscana, e quell’altro a Vinegia. Fu il Conte alloggiato nel paese di Pisa; e speravano potere indurlo a rinnovare la guerra ai Lucchesi. A che non lo trovorono disposto; perché il Duca, inteso che  per  reverenza  di  lui  non  aveva  voluto  passare  il  Po  pensò  di  potere ancora, mediante lui salvare i Lucchesi; e lo pregò che fusse contento fare accordo  infra  i  Lucchesi  e  i  Fiorentini  e  includervi  ancora  lui  potendo, dandogli speranza di fare a sua posta le nozze della figliuola. Questo parentado moveva forte il Conte, perché sperava, mediante quello, non avendo il Duca figliuoli maschi, potersi insignorire di Milano; e per ciò sempre a’ Fiorentini tagliava le pratiche della guerra, e affermava non essere per muoversi, se i Viniziani non gli osservavano il pagamento e la condotta; né il pagamento solo gli bastava, perché, volendo vivere securo degli stati suoi, gli conveniva avere altro appoggio che i Fiorentini. Per tanto, se dai Viniziani era abbandonato, era necessitato pensare a’ suoi fatti; e destramente minacciava di accordarsi con il Duca. Capitolo XIV Queste gavillazioni e questi inganni dispiacevano a’ Fiorentini grandemente, perché vedevano la impresa di Lucca perduta, e di più dubitavano dello stato loro, qualunque volta il Conte e il Duca fussino insieme. E per ridurre i Viniziani a mantenere la condotta al Conte, Cosimo de’ Medici andò a  Vinegia, credendo con la reputazione sua muovergli. Dove nel loro senato lungamente questa materia disputò, mostrando in quali termini si  trovava  lo  stato  di  Italia,  quante  erano  le  forze  del  Duca,  dove  era  la reputazione e la potenza delle armi, e concluse che, se al Duca si aggiugneva il Conte, eglino ritornerebbono in mare e loro disputerebbono della loro libertà.  A  che  fu  da’  Viniziani  risposto  che  cognoscevano  le  forze  loro  e quelle degli Italiani, e credevono potere in ogni modo difendersi, affermando  non  essere  consueti  di  pagare  i  soldati  che  servissero  altri;  per  tanto pensassero i Fiorentini di pagare il Conte, poi ch’eglino erano serviti da lui; e come gli era più necessario, a volere securamente godersi gli stati loro, abbassare la superbia del Conte che pagarlo, perché gli uomini non hanno termini nella ambizione loro, e se ora fusse pagato sanza servire, domanderebbe poco di poi una cosa più disonesta e più pericolosa. Per tanto a loro pareva  necessario  porre  qualche  volta  freno  alla  insolenzia  sua,  e  non  la
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
ancora contro a sua voglia; e per secreti nunzi faceva intendere loro che di questa disubbidienza, come il tempo e la occasione lo patisse, ne farebbe evidente demostrazione. I Fiorentini e il Conte non gli prestavano fede; ma credevono, come la verità era, che queste armi fussero mosse per tenergli a bada, tanto che potesse domare i Viniziani. I quali, pieni di superbia, credendosi  potere  per  loro  medesimi  resistere  alle  forze  del  Duca,  non  si degnavono di domandare aiuto ad alcuno, ma con Gattamelata loro capitano la guerra facevano. Desiderava il conte Francesco, con il favor de’ Fiorentini, andare al soccorso del re Rinato, se gli accidenti di Romagna e di Lombardia non lo avessino ritenuto; e i Fiorentini ancora lo arieno volentieri favorito, per l’antica amicizia tenne sempre la loro città con la casa di Francia; ma il Duca arebbe i suoi favori volti ad Alfonso, per la amicizia aveva contratta seco nella presura sua. Ma l’uno e l’altro di costoro, occupati nelle guerre propinque, dalle imprese più longinque si astennono. I Fiorentini adunque, veggendo la Romagna occupata dalle forze del Duca, e battere i Viniziani, come quelli che dalla rovina d’altri temono la loro, pregorono il Conte che venisse in Toscana, dove si esaminerebbe quello fussi da fare per opporsi alle forze del Duca, le quali erano maggiori che mai  per  lo  adietro  fussero  state;  affermando  che,  se  la  insolenzia  sua  in qualche modo non si frenava, ciascuno che teneva stati in Italia in poco tempo ne patirebbe. Il Conte conosceva il timore de’ Fiorentini ragionevole, non di meno la voglia aveva che il parentado fatto con il Duca seguisse lo teneva sospeso; e quel Duca, che cognosceva questo suo desiderio, gliene dava speranze grandissime, quando non gli movesse l’armi contro. E perché la fanciulla era già da potersi celebrare le nozze, più volte condusse la cosa in termine che si feciono tutti gli apparati convenienti a quelle: di poi, con varie gavillazioni, ogni cosa si risolveva. E per fare crederlo meglio al Conte, aggiunse alle promesse le opere; e gli mandò trenta mila fiorini, i quali, secondo i patti del parentado, gli doveva dare. Capitolo XIX Non di meno la guerra di Lombardia cresceva; e i Viniziani ogni dì perdevano nuove terre; e tutte le armate che eglino avevano messe per quelle fiumare erano state dalle genti ducali vinte, il paese di Verona e di Brescia tutto occupato, e quelle due terre in modo strette, che poco tempo potevono, secondo la comune opinione, mantenersi; il marchese di Mantova, il quale era  molti  anni  stato  della  loro  repubblica  condottiere,  fuora  d’ogni  loro Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
non potranno a loro posta frenare. Né credino che gli stia contento a’ termini ne’ capituli posti, ché vorrà i termini antichi di quello stato ricognoscere. Non si erano ancora i Viniziani insignoriti di Crema, e volendo, prima che cambiassino volto, insignorirsene, risposono publicamente, non potere, per lo accordo fatto con il Conte, suvvenirli; ma in privato gli intrattennono in modo che, sperando nello accordo, poterono a’ loro Signori darne una ferma speranza. Capitolo XXII Era già il Conte con le sue genti tanto propinquo a Milano che combatteva i borghi, quando a’ Viniziani, avuta Crema non parve da differire di fare amicizia con i Milanesi con i quali si accordorono, e intra’ primi capituli  promissono  al  tutto  la  difesa  alla  loro  libertà.  Fatto  lo  accordo, commissono alle genti loro avieno presso al Conte che partitesi de’ suoi campi, nel Viniziano si ritirassero. Significorono ancora al Conte la pace fatta co’ Milanesi, e gli dierono venti giorni di tempo ad accettarla. Non si maravigliò il Conte del partito preso dai  Viniziani, perché molto tempo innanzi lo aveva preveduto, e temeva che ogni giorno potesse accadere; non di  meno  non  potette  fare  che,  venuto  il  caso,  non  se  ne  dolesse  e  quel dispiacere sentisse che avevano i Milanesi, quando egli gli aveva abbandonati, sentito. Prese tempo dagli ambasciadori, che da  Vinegia erano stati mandati  a  significargli  lo  accordo,  duoi  giorni  a  rispondere;  fra  il  quale tempo deliberò di intrattenere i Viniziani e non abbandonare la impresa. E per  ciò  publicamente  disse  di  volere  accettare  la  pace,  e  mandò  suoi ambasciadori  a  Vinegia,  con  amplo  mandato,  a  ratificarla;  ma  da  parte commisse loro che in alcuno modo non la ratificassero, ma con varie invenzioni e gavillazioni la conclusione differissero. E per fare a’  Viniziani più credere  che  dicessi  da  vero  fece  triegua  con  i  Milanesi  per  uno  mese  e discostossi da Milano, e divise le sue genti per gli alloggiamenti ne’ luoghi che allo intorno aveva occupati. Questo partito fu cagione della vittoria sua e della rovina de’ Milanesi, perché i Viniziani, confidando nella pace, furono più lenti alle provisioni della guerra, e i Milanesi, veggendo la tregua fatta, e il nimico discostatosi, e i Viniziani amici crederono al tutto che il Conte fusse per abbandonare la impresa. La quale opinione in duoi modi li offese: l’uno ch’eglino straccurorono gli ordini delle difese loro; l’altro, che nel paese libero dal nimico, perché il tempo della semente era, assai grano
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
promettendo fare ogni opera con quello, che con una ottima pace si ponesse fine a questa guerra. Non recusorono i Fiorentini di fare questa esperienza, per essere apresso qualunque escusati, come per la parte loro amavano la pace. Andati adunque gli oratori, sanza alcuna conclusione tornorono. Onde che i Fiorentini, per onorarsi della reputazione del re di Francia poi che dagli Italiani erano parte offesi parte abbandonati, mandorono oratore a quel re Donato Acciaiuoli, uomo delle greche e latine lettere studiosissimo, di cui sempre gli antenati hanno tenuti gradi grandi nella città. Ma nel cammino, sendo arrivato a Milano, morì; onde che la patria, per remunerare chi  era  rimaso  di  lui  e  per  onorare  la  sua  memoria,  con  publiche  spese onoratissimamente lo seppellì, e a’ figliuoli esenzione, e alle figliuole dote conveniente a maritarle concesse; e in suo luogo, per oratore al Re, messer Guid’Antonio Vespucci, uomo delle imperiali e pontificie lettere peritissimo, mandò. Lo assalto fatto dal signore Ruberto nel paese di Pisa turbò assai, come fanno le cose inaspettate, i Fiorentini; perché, avendo da la parte di Siena una gravissima guerra, non vedevano come si potere a’ luoghi di verso Pisa provedere; pure, con comandati e altre simili provisioni, alla città di Pisa soccorsono. E per tenere i Lucchesi in fede, acciò che o danari o viveri al  nimico  non  sumministrassero,  Piero  di  Gino  di  Neri  Capponi ambasciadore vi mandorono; il quale fu da loro con tanto sospetto ricevuto,  per  l’odio  che  quella  città  tiene  con  il  popolo  di  Firenze,  nato  da  le antiche ingiurie e dal continuo timore, che portò molte volte pericolo di non vi essere popolarmente morto: tanto che questa sua andata dette cagione a nuovi sdegni, più tosto che a nuova unione. Rivocorono i Fiorentini il marchese  di  Ferrara,  soldorono  il  marchese  di  Mantova,  e  con  instanzia grande richiesono a’ Viniziani il conte Carlo, figliuolo di Braccio, e Deifebo, figliuolo del conte Iacopo, i quali furono alla fine, dopo molte gavillazioni, da’ Viniziani conceduti; perché, avendo fatto tregua con il Turco, e per ciò non  avendo  scusa  che  gli  ricoprissi,  a  non  osservare  la  fede  della  lega  si vergognorono.  Vennono  per  tanto  il  conte  Carlo  e  Deifebo  con  buono numero di genti d’arme; e messe insieme, con quelle, tutte le genti d’arme che poterono spiccare dallo esercito che sotto il marchese di Ferrara alle genti del duca di Calavria era opposto, se ne andorono inverso Pisa per trovare il signore Ruberto, il quale con le sue genti si trovava propinquo al fiume del Serchio. E benché gli avesse fatto sembiante di volere aspettare le genti  nostre,  non  di  meno  non  le  aspettò,  ma  ritirossi  in  Lunigiana,  in
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli