ibrido

[ì-bri-do]
In sintesi
incrocio di razze o specie diverse; formato da elementi eterogenei
← dal lat. hibrĭda(m) ‘che ha origine da due razze differenti’.

A
agg.

1
Di cosa ottenuta unendo elementi diversi, che mal si fondono tra loro: un'ibrida accozzaglia di partiti; uno stile i.
2
BIOL Derivato dall'incrocio di due individui di specie o razze diverse: razze ibride; piante ibride
3
CHIM Di ciascuno degli orbitali risultanti dalle combinazioni di orbitali atomici che un atomo utilizza quando entra a far parte di una molecola attraverso la formazione di legami covalenti
4
INFORM Calcolatore ibrido, in cui si combinano il calcolo analogico e quello digitale
5
LING Vocaboli ibridi, formati con elementi di lingue diverse: “automobile” e “burocrazia” sono vocaboli ibridi || Linguaggio ibrido, formato di voci e locuzioni appartenenti a lingue diverse

B
s.m.

1
BIOL Animale o pianta derivati dall'incrocio di specie o razze diverse || BOT Ibrido di innesto, ramo con caratteristiche diverse sia da quelle della gemma innestata sia da quelle del ramo che la riceve, che si sviluppa nel luogo dell'innesto
2
fig. Mescolanza: un i.
3
LING Vocabolo formato con elementi di lingue diverse

Citazioni
ria in Letè tuffata, cominciò a seguire i nuovi amori, sperando le perdute letizie rintegrare col nuovo amante; le quali più tosto, avvegna che poche rimase, con dolorosa morte, per le operazioni di lui, s’apparecchiavano di terminare. Esso, non meno piacendo ella a lui che egli a lei piacesse, ardente di più focoso disio, più sollecita di perducere ad effetto l’ultime fiamme, le quali non si doveano spegnere se coperto inganno non ci avesse le sue forze operate. La giovane, del suo onore tenera, resiste con più forza a’ suoi voleri, e dubbiosa degli stretti fratelli sta ferma alle battaglie de’ focosi disii; per la qual cosa a ciò perducere non si può ciò che cerca colui. “ ’Ma le varie sollecitudini e continue tirano a compimento uno de’ pensati modi dal giovane. Il quale in parte segreta trovatosi con lei, l’uno e l’altro tementi con voce sommessa a’ loro congiugnimenti invocarono Giunone;  e  a  lei  chiamata  porsero  prieghi  che  con  le  sue  indissolubili  leggi fermasse gli occulti fatti, e i patti, da non rompersi mai, servasse nella sua mente, infino che licito tempo con degna solennità concedesse che que’ s’aprissono, ultimamente giurando per la sua deità l’uno all’altro che allora, fuori che per sopravegnente morte, l’uno sarebbe d’altrui che dell’altro, o l’altro d’altrui che dell’uno, che Senna, in su rivolgendo le sue onde, fuggisse dal mare. Giuno fu presente e diede segni d’avere intese le loro preghiere e, dimorando quivi, diede effetto agli amorosi congiugnimenti, de’ quali io,  a  miglior  padre  serbato  se  ’l  troppo  affrettato  colpo  d’Antropos  non fosse, nacqui; e da loro Ibrida fui nomato e così ancora mi chiamo. “ ’Ma il mio padre, sì come indegno di tale sposa, traendolo i fati, s’ingegnò d’annullare i fatti saramenti e le ’mpromesse convenzioni alla mia madre. Ma l’iddii,  non curantisi di perdere  la fede di sì vile uomo, con abandonate redine, riserbando le loro vendette a giusto tempo, il lasciarono fare; e quello che la mia madre gli era si fece falsamente d’un’altra nelle sue parti. La qual cosa non prima sentì la sventurata giovane, dal primo per isciagurata morte e dal secondo per falsissima vita abandonata, che, i lungamente nascosi fuochi fatti palesi co’ ricevuti inganni, chiuse gli occhi e del mondo a lei mal fortunoso si rendé agl’iddii. Ma Giunone né Imeneo non porsero alcuno consentimento a’ secondi fatti, bene che chiamati vi fossero; anzi, execrando l’adultera giovane con lo ’ngannevole uomo, e verso loro con giuste ire accendendosi, prima privatolo di gran parte de’ doni ricevuti da lei e dispostolo a maggior ruina, a morte la datrice, la data e la ricevuta progenie dannarono con infallibile sentenzia, visitando con
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Boccaccio   Comedia delle ninfe fiorentine � XXV Finito il grazioso canto della donna bella, il quale fu cotale nelli orecchi  d’Ameto  quale  quello  d’Atlanciade  in  quelle  d’Argo,  egli,  già sentente il terzo fuoco, rivocò gli occhi dallo angelico viso di lei, e sospirando con tacita voce disse: “O  Inache,  minore  cosa  sarebbe  e  a  te  molto  più  lieve,  benché ogni cosa igualmente possibile sia appo te, di farmi in Ibrida convertire e Ibrida in Ameto, che non fu rendere alla pregnante madre la femina Ifi maschio. Oh quanto io il disidererei e quanti prieghi ti sarebbono da me pórti devoti, s’alcuna speranza avessi di cotal grazia! Dopo queste parole, con voce più alta, riguardando le aspettanti donne, disse: “O bella donna, seguite le prime col grazioso canto e col parlare”. Alle quali parole la ninfa, di purpurea veste coperta, sentendo che a lei dicea, dopo un leggiadretto riso, levata alta la testa, così cominciò a parlare: XXVI “È non sarebbe forse men senno il tacersi a me, avendo due sì fatti amori uditi ora davanti dalle due donne. E certo io il farei se sanza il proposto e cominciato ordine guastare far si potesse; ma però che fare non si può, le mie tiepide fiamme a rispetto dell’altre racconterò. Cipri, di molte città ricchissima, tenne il padre mio, non di sangue né d’animo popolesco, ma di mestiere. Egli, posta tutta la sollicitudine a’ beni di Saturnia, per divenire copioso di quelli, l’onore della sua milizia n’abandonò, disponendo il forte scudo, nel quale i raggi di Febo e l’animale di quella casa, nella quale egli più si rallegra nel cielo, nel colore d’esso figurati portava. Ma, già di quelli pieno, la mia madre per isposa s’aggiunse, allora di bellezza famosissima ninfa in tutto Cipri; e il loro matrimonio fu felice e nel cospetto degl’iddii accettevole, però che me con molti altri figliuoli generarono, simiglianti ciascuno a’ suoi parenti. Ma mentre che io, giovinetta e lasciva, tirava semplice alli fermi anni le fila di Lachesis, Pomena sollicita, nelli spaziosi orti avendo veduto dell’umore d’uno giovinetto rampollo di pero d’uno antico e robusto pedale e della virtù de’ solari raggi, mediante una ninfa, nascere un bel garzone, con graziosa cura il nutricava, quasi nelle sue delizie nato; e però che umile il vedea e pacifico, di Pacifico nome li fece dono. Elli con
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio