guisa

[guì-ʃa]
In sintesi
maniera, modo, usanza
← dal germ. *sa (ted. weise ‘modo, maniera’), prob. attrav. il provenz. guiza.
1
lett. Maniera, modo || In, a guisa di, alla maniera di, come || In, di guisa che, in modo che, sì che: fare le cose in g. che nessuno se ne accorga || In questa guisa, in altra guisa, in tal guisa, in questa, in altra, in tale maniera
2
raro Moda, costume, foggia: l'ammirazione per le tue guise fu unanime (D'Annunzio)

Citazioni
sfera possa aver un sol movimento; altrimenti tu nel tuo medesimo silogismo commetti la fallacia e ve la manifesti, negando ed insieme concedendo l’istessa cosa. Vengo ora alla seconda posizione, che è di quelli che ponendo la Terra lontana dal mezo, la fanno mobile intorno ad esso, cioè la fanno un pianeta ed  una  stella  errante;  contro  alla  qual  posizione  procede  l’argomento,  e quanto  alla  forma  è  concludente,  ma  pecca  in  materia:  imperocché, conceduto  che  la  Terra  si  muova  in  cotal  guisa,  e  che  si  muova  di  due lazioni, non però ne segue di necessità che, quando ciò sia, s’abbiano a far mutazioni  ne  gli  orti  e  ne  gli  occasi  delle  stelle  fisse,  come  a  suo  luogo dichiarerò. E qui voglio scusar bene l’error d’Aristotile, anzi lo voglio lodar d’aver egli arrecato il più sottile argomento contro alla posizion del Copernico,  che  arrecar  si  possa;  e  se  l’instanza  è  acuta,  ed  in  apparenza concludentissima, vedrete tanto più esser sottile ed ingegnosa la soluzione, e da non esser ritrovata da ingegno men acuto di quello del Copernico; e dalla difficultà nell’intenderla potrete argomentare la difficultà, tanto maggiore, del ritrovarla. Lasciamo in tanto per ora la risposta in pendente, la quale a suo luogo e tempo intenderete, dopo l’aver replicata l’instanza medesima d’Aristotele, e di più fortificata grandemente a favor suo. Or passiamo all’argomento terzo, pur d’Aristotile, intorno al quale non fa bisogno replicar altro, essendosegli a bastanza risposto tra ieri e oggi: imperocché e’ replica che ‘l moto de’ gravi è naturalmente per linea retta al centro, e cerca poi se al centro della Terra o pur dell’universo, e conclude che naturalmente al centro dell’universo, ma per accidente a quel della Terra. Però possiamo passare al quarto, nel quale converrà che ci trattenghiamo assai, per esser fondato sopra quella esperienza dalla quale prende poi forza la maggior parte degli argomenti che restano. Dice dunque Aristotile, argomento certissimo dell’immobilità della Terra essereil veder noi i proietti in alto a perpendicolo ritornar per l’istessa linea nel medesimo luogo di dove furon tirati, e questo, quando bene il movimento fusse altissimo; il che non potrebbe accadere quando la Terra si movesse, perché nel tempo che ‘l proietto si muove in su e ‘n giù, separato dalla Terra, il luogo dove ebbe principio il moto del proietto scorrerebbe, mercé del rivolgimento della  Terra, per lungo tratto verso levante, e per tanto spazio, nel cadere, il proietto percuoterebbe in Terra lontano dal detto luogo: sì che qui s’accomoda l’argomento della palla tirata in su coll’artiglieria, sì ancora l’altro usato da Aristotile e da Tolomeo, del vedere i gravi cadenti da grandi altezze venir per linea retta e perpendicolare alla superficie terrestre. Ora, per cominciar a sviluppar questi nodi, domando al signor Simplicio, quando altri negasse a Tolomeo e ad Aristotile che i gravi nel cader liberamente da alto venissero per linea retta e perpendicolare, cioè diretta al centro, con qual mezo lo proverebbero.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
luogo, i loro svantaggi e infortuni; movendosi parte per quella franchezza che è propria della loro età, per la quale odiano la dissimulazione, e provano compiacenza nell’affermare, anche contro se stessi, il vero; parte perché come sono essi generosi, così credono con questi modi ottener perdono e grazia dal mondo alle loro sventure. E tanto erra dalla verità delle cose umane quella età d’oro della vita, che anche fanno mostra dell’infelicità, pensandosi che questa li renda amabili, ed acquisti loro gli animi. Né, a dir vero, è altro che ragionevolissimo che così pensino, e che solo una lunga e costante esperienza propria persuada a spiriti gentili che il mondo perdona più facilmente ogni cosa che la sventura; che non l’infelicità, ma la fortuna è fortunata, e che però non di quella, ma di questa sempre, anche a dispetto del vero, per quanto è possibile, s’ha a far mostra; che la confessione de’ propri mali non cagiona pietà ma piacere, non contrista ma rallegra, non i nemici solamente ma ognuno che l’ode, perché è quasi un’attestazione d’inferiorità propria, e d’altrui superiorità; e che non potendo l’uomo in sulla terra confidare in altro che nelle sue forze, nulla mai non dee cedere né ritrarsi indietro un passo volontariamente, e molto meno rendersi a discrezione, ma resistere difendendosi fino all’estremo, e combattere con isforzo ostinato per ritenere o per acquistare, se può, anche ad onta della fortuna, quello che mai non gli verrà impetrato da generosità de’ prossimi né da umanità. Io per me credo che nessuno debba sofferire né anche d’essere chiamato in sua presenza infelice né sventurato: i quali nomi quasi in tutte le lingue furono e sono sinonimi di ribaldo, forse per antiche superstizioni, quasi l’infelicità sia pena di scelleraggini; ma certo in tutte le lingue sono e saranno eternamente oltraggiosi per questo, che chi li profferisce, qualunque intenzione abbia, sente che con quelli innalza sé ed abbassa il compagno, e la stessa cosa è sentita da chi ode. CI Confessando i propri mali, quantunque palesi, l’uomo nuoce molte volte ancora alla stima, e quindi all’affetto, che gli portano i suoi più cari: tanto è necessario che ognuno con braccio forte sostenga se medesimo, e che in qualunque stato, e a dispetto di qualunque infortunio, mostrando di sé una stima ferma e sicura, dia esempio di stimarlo agli altri, e quasi li costringa colla sua propria autorità. Perché se l’estimazione di un uomo non comincia da esso, difficilmente comincerà ella altronde: e se non ha saldissimo fondamento in lui, difficilmente starà in piedi. La società degli uomini è Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 51 Q Giacomo Leopardi     Pensieri simile ai fluidi; ogni molecola dei quali, o globetto, premendo fortemente i vicini di sotto e di sopra e da tutti i lati, e per mezzo di quelli i lontani, ed essendo  ripremuto  nella  stessa  guisa,  se  in  qualche  posto  il  resistere  e  il risospingere diventa minore, non passa un attimo, che, concorrendo verso colà a furia tutta la mole del fluido, quel posto è occupato da globetti nuovi. CII Gli anni della fanciullezza sono, nella memoria di ciascheduno, quasi i tempi favolosi della sua vita; come, nella memoria delle nazioni, i tempi favolosi sono quelli della fanciullezza delle medesime. CIII Le lodi date a noi, hanno forza di rendere stimabili al nostro giudizio materie e facoltà da noi prima vilipese, ogni volta che ci avvenga di essere lodati in alcuna di così fatte. CIV L’educazione che ricevono, specialmente in Italia, quelli che sono educati (che a dir vero, non sono molti), è un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla vecchiezza contro la gioventù. I vecchi vengono a dire ai giovani: fuggite i piaceri propri della vostra età, perché tutti sono pericolosi e contrari ai buoni costumi, e perché noi che ne abbiamo presi quanti più abbiamo potuto, e che ancora, se potessimo, ne prenderemmo altrettanti, non ci siamo più atti, a causa degli anni. Non vi curate di vivere oggi; ma siate ubbidienti, sofferite, e affaticatevi quanto più sapete, per vivere quando non sarete più a tempo. Saviezza e onestà vogliono che il giovane si astenga quanto è possibile dal far uso della gioventù, eccetto per superare gli altri nelle fatiche. Della vostra sorte e di ogni cosa importante lasciate la cura a noi, che indirizzeremo il tutto all’utile nostro. Tutto il contrario di queste cose ha fatto ognuno di noi alla vostra età, e ritornerebbe a fare se ringiovanisse: ma voi guardate alle nostre parole, e non ai nostri fatti passati, né alle nostre intenzioni. Così facendo, credete a noi conoscenti ed esperti delle cose umane, che voi sarete felici. Io non so che cosa sia inganno e fraude, se non è il promettere felicità agl’inesperti sotto tali condizioni.
Pensieri di Giacomo Leopardi
Alla quale Andreuccio, non sappiendo altro che rispondersi, disse: “Io v’ho cara quanto sorella si dee avere, ma se io non ne vado, io sarò tutta sera aspettato a cena e farò villania.” E ella allora disse: “Lodato sia Idio, se io non ho in casa per cui mandare a dire che tu non sii aspettato! benché tu faresti assai maggior cortesia, e tuo dovere, mandare a dire a’ tuoi compagni che qui venissero a cenare, e poi, se pure andare te ne volessi, ve ne potresti tutti andar di brigata.” Andreuccio rispose che de’ suoi compagni non volea quella sera, ma, poi che pure a grado l’era, di lui facesse il piacer suo. Ella allora fé vista di mandare a dire all’albergo che egli non fosse atteso a cena; e poi, dopo molti altri ragionamenti, postisi a cena e splendidamente di più vivande serviti, astutamente quella menò per lunga infino alla notte obscura; e essendo da tavola levati  e  Andreuccio  partir  volendosi,  ella  disse  che  ciò  in  niuna  guisa sofferrebbe, per ciò che Napoli non era terra da andarvi per entro di notte, e massimamente un forestiere; e che come che egli a cena non fosse atteso aveva mandato a dire, così aveva dello albergo fatto il somigliante. Egli, questo credendo e dilettandogli, da falsa credenza ingannato, d’esser con costei, stette. Furono adunque dopo cena i ragionamenti molti e lunghi non senza cagione tenuti; e essendo della notte una parte passata, ella, lasciato Andreuccio a dormire nella sua camera con un piccol fanciullo che gli mostrasse se egli volesse nulla, con le sue femine in un’altra camera se n’andò. Era il caldo grande: per la qual cosa Andreuccio, veggendosi solo rimaso, subitamente si spogliò in farsetto e trassesi i panni di gamba e al capo del letto gli si pose; e richiedendo il naturale uso di dovere diporre il superfluo peso del ventre, dove ciò si facesse domandò quel fanciullo, il quale nell’uno de’  canti  della  camera  gli  mostrò  uno  uscio  e  disse:  Andate  là  entro.” Andreuccio dentro sicuramente passato, gli venne per ventura posto il piè sopra una tavola, la quale dalla contraposta parte sconfitta dal travicello sopra il quale era, per la qual cosa capolevando questa tavola con lui insieme se n’andò quindi giuso: e di tanto l’amò Idio, che niuno male si fece nella caduta, quantunque alquanto cadesse da alto, ma tutto della bruttura, della quale il luogo era pieno, s’imbrattò. Il quale luogo, acciò che meglio intendiate e quello che è detto e ciò che segue, come stesse vi mostrerò. Egli era in un chiassetto stretto, come spesso tra due case veggiamo: sopra due travicelli, tra l’una casa e l’altra posti, alcune tavole eran confitte e il luogo da seder posto, delle quali tavole quella che con lui cadde era l’una.
Decameron di Giovanni Boccaccio
Giovanni Villani   Nuova cronica. Volume II   Libro decimo cavalieri, non gli lasciò entrare dentro a la terra, ma incontanente riformata la  terra  a  sua  guisa,  sì  rifermò  triegua  con  Castruccio  signore  di  Lucca, dandogli l’anno IIIm  fiorini d’oro di trebuto; e questa mutazione della signoria di Pistoia per molti si disse che fu di tacito consenso dell’abate da Pacciano,  perché  messer  Filippo  potesse  meglio  fornire  i  suoi  conceputi tradimenti, come innanzi si farà menzione. CCLXII Come il re di Francia tolse per moglie la cugina. Nel detto anno MCCCXXIIII, a dì V di luglio, Carlo il giovane re di Francia  sposò  e  tolse  per  moglie  la  figliuola  che  fu  di  messer  Luis  di Francia, fratello di padre, ma non di madre, che fu del re Filippo suo padre, e sua cugina carnale, per dispensazione di papa Giovanni; la qual cosa per tutti i Cristiani fu tenuta sconcia e laida cosa, e ancora vivendo la sua prima moglie. CCLXIII Come  si  cominciò  guerra  in  Guascogna  tra  ’l  re  di  Francia  e  quello d’Inghilterra. Nel  detto  tempo  il  detto  Carlo  re  di  Francia  cominciò  guerra  in Guascogna contra il re d’Inghilterra, per cagione che la gente del re di Francia avendo cominciata una bastita, overo una nuova terra, in su i confini de la Guascogna infra le terre de la giuridizione del re d’Inghilterra,  quegli  del  paese  col  balio  del  re  d’Inghilterra  presono  la  detta bastita, e disfeciono e guastarono, e ’l balio e gli sergenti che v’erano per lo re di Francia impiccarono in sul detto luogo; per la quale cosa il re di Francia isdegnato vi mandò messer Carlo di Valos suo zio con più di IIIm cavalieri franceschi a fare guerra, e per bisogno di danari peggiorò la sua buona moneta d’argento XIIII e più per C, e fece medaglie e bianche  d’argento  a  guisa  del  re Filippo  suo  padre,  e  fece  prendere  e ricomperare tutti gl’Italiani che prestavano in suo reame, e fargli finare per moneta.
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
dirvi che più grave suono rendono le rime più lontane. Perché gravissimo suono da questa parte è quello delle sestine, in quanto maravigliosa gravità porge il dimorare a sentirsi che alle rime si risponda primieramente per li sei  versi  primieri,  poi  quando  per  alcun  meno  e  quando  per  alcun  più, ordinatissimamente la legge e la natura della canzone variandonegli. Senza che il fornire le rime sempre con quelle medesime voci genera dignità e grandezza; quasi pensiamo, sdegnando la mendicazione delle rime in altre voci, con quelle voci, che una volta prese si sono per noi, alteramente perseverando lo incominciato lavoro menare a fine. Le quali parti di gravità, perché  fossero  con  alcuna  piacevolezza  mescolate,  ordinò  colui  che primieramente a questa maniera di versi diede forma, che dove le stanze si toccano nella fine dell’una e incominciamento dell’altra, la rima fosse vicina in due versi. Ma questa medesima piacevolezza tuttavia è grave; in quanto il riposo che alla fine di ciascuna stanza è richiesto, prima che all’altra si passi, framette tra la continuata rima alquanto spazio, e men vicina ne la fa essere, che se ella in una stanza medesima si continuasse. Rendono adunque, come io dissi, le più lontane rime il suono e l’armonia più grave, posto nondimeno tuttavolta che convenevole tempo alla ripetizione delle rime si dia.  Che  se  voleste  voi,  messer  Ercole,  per  questo  conto  comporre  una canzone, che avesse le sue rime di moltissimi versi lontane, voi sciogliereste di lei ogni armonia da questo canto, non che voi la rendeste migliore. A servare ora questa convenevolezza di tempo, l’orecchio più tosto, di ciascun che scrive, è bisogno che sia giudice, che io assegnare alcuna ferma regola vi ci  possa.  Nondimeno  egli  si  può  dire  che  non  sia  bene  generalmente framettere  più  che  tre,  o  quattro,  o  ancora  cinque  versi  tra  le  rime;  ma questi tuttavia rade volte. Il che si vede che osservò il Petrarca; il qual poeta, se in quella canzone, che incomincia Verdi panni, trapassò questo ordine, dove ciascuna rima è dalla sua compagna rima per sette versi lontana, sì l’osservò egli maravigliosamente in tutte le altre; e questa medesima è da credere  che  egli  componesse  così,  più  per  lasciarne  una  fatta  alla  guisa, come io vi dissi, molto usata da’ provenzali rimatori, che per altro. Né dirò io che egli non l’osservasse in tutte le altre, perciò che nella canzone Qual più diversa e nova si vegga una sola rima più lontana, che per quattro o ancora  per  cinque  versi.  Anzi  dirò  io,  che  e  in  tutta  Verdi  panni  essere uscito di questo ordine, e di questa in una sola rima, giugne grazia a questo medesimo ordine, diligentissimamente dallui osservato in tutte le altre can-
Prose della volgar lingua di Pietro Bembo
Dialogo. Avendo in questa parte ogni lingua licenza di servirsi della proprietà sua, e molte volte di quella che non le regole o la ragione, ma l’uso confermato da’ buoni scrittori le porta inanzi. Risposta. L’uso e l’arte bisogna che s’accordino, volendo che siano vera arte e vero uso. Qual chiamate vero uso? Il buono. Questo meglio intendo; e buono è quello de’ buoni. Non altro. Se  dunque  vestiranno  i  buoni  in  una  guisa,  nella  medesima  deve  l’arte facitrice dell’imagini formarle. Nella medesima. Dunque Rafaello nelle sue pitture, e Michel’Angiolo nelle scolture doveva vestire l’imagini come oggi si veste, non come si vestiva al tempo de’ Romani e degli Apostoli. Quest’è buon uso, perché gli uomini son buoni; ma quel fu megliore  o d’uomini megliori. E l’uno e l’altro è vero parimente, o pur l’uno è più vero dell’altro? Più vero quello, perché ‘l buono si converte co ‘l vero. Dunque se Michel’Angelo e Rafaello vestirono le lor figure a l’antica, accordarono il vero uso con l’arte vera. Così pare. E s’essi l’accordarono, non l’accordò Tiziano, il quale vestì secondo l’usanza moderna gli uomini che ritraggeva. Non, parimente. E se migliori furono gli antichi, meglior fu l’uso del fabricare e dell’armeggiare, che non è questo presente. Segue da le proposizioni. E se l’arte vera deve accordarsi co ‘l vero uso, o si debbon lasciar le cose presenti, o formarle con antica maniera. Questo par vero. Tuttavolta, s’io vedessi il ritratto d’alcun prencipe con la porpora di Cesare o di Pompeo, non piacerebbe tanto, quanto vederlo armato con la mano su l’artigliaria.
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
timento. Diceva ancora Socrate che l’uom dotto non devrebbe esser men savio de l’agricoltore, il quale non sparge que’ semi che gli son carissimi, e da’ quali aspetta preziosissimi frutti negli orti d’Adone, per coglierne fiori caduchi, la cui bellezza dura a pena otto giorni, o se mai è solito di ciò fare, ha risguardo ad alcuna solenne festa: per altro semina in campi fecondissimi, da’ quali ne lo spazio d’otto mese possa raccogliere i suoi frutti. Similmente l’uomo ch’abbia la scienza de le cose giuste e de l’ingiuste, non dee seminar con la penna i suoi concetti ne l’acqua negra, non potendo né darli aiuto contra il gielo o la tempesta né raccoglierne a bastanza la verità, ma dee spargere più tosto i semi de la sua dottrina negli animi gentili de’ ben disposti ascoltatori, i quali contra l’oblivione de la sopravegnente vecchiezza faranno quasi preciosa conserva de’ preziosissimi, nobilissimi tesori. Questa, o signor Danese, è l’opinione del re d’Eggitto, anzi di Socrate medesimo, il quale nulla scrisse, ma molto ragionò e con molti: e ne l’animo di Platone e di Senefonte e degli altri seminò quella dottrina la quale nudrisce ancora i nobilissimi intelletti di Grezia e d’Italia e di tutta l’Europa. T.T. Tuttavolta, se Platone o Senefonte non avessero scritta la sua opinione, noi, quasi  digiuni  e  famelici  del  cibo  intellettuale,  saressimo  privi  del  debito nutrimento. Fu dunque il parlar di Socrate necessario in quel secolo, non utile; ma più necessario lo scrivere di Platone o di Senefonte, perché la voce ha sempre bisogno de la scrittura; ma la scrittura basta a se medesima senza la voce: la voce è mobile imagine del concetto, le lettere sono quasi statue esimolacri saldissimi. Laonde io assomigliarei la voce ad un vento che non lassi alcun vestigio, o ad una nuvola che, portata da’ venti, tosto sparisca, o pure  ad  una  velocissima  nave  in  alto  mare;  ma  le  scritture  sono  a  guisa d’ancora che possa fermarla: e chi edifica con le parole senza lettere, fa uno edificio ruinoso ne l’arena; ma sovra le lettere s’edifica quasi in saldissima pietra. Oltre acciò la voce afferma e niega, e spesse volte è contraria a se medesima e commossa per timore e per amore e per odio e per misericordia, e da tutte le passioni è agitata; ma le lettere, che sogliono esser scritte con animo quieto e vacuo da le perturbazioni, dimostrano non l’animosità ma la verità, e sempre sono conformi a se stesse: quel ch’affermarono una volta affermano continuamente, usano nel negare la medesima costanza, fanno  presenti  i  lontani  e  quasi  vivi  i  morti:  e  questa  vince  ogni  altra maraviglia.  Incerte,  leggiere,  vane,  discordi,  tumultuose,  agitate  sono  le parole; certe, gravi, stabili, concordi a se medesme e vacue d’ogni perturbazione le scritture: amiche de l’opinione, de lo strepito e de l’applauso del volgo sono le parole, e co ‘l favore e quasi con l’aura popolare sono portate in alto e poi caggiono a guisa di foglie levate dal vento o pur di minuta polvere sovra i capi e sovra le corone ancora de gli altissimi re; ma spesso da
Il Cataneo overo de le conclusioni amorose di Torquato Tasso
d’Africa dal rimescolamento di varî animali son prodotti ogni giorno molti mostri: nondimeno puoi di ciò credere al tuo modo. Ma sappi che il corpo de’ demoni non è grosso e terreno come quello de gli uomini, ma etereo e sottile in modo che essi agevolmente possono penetrare in ciascuna parte; laonde a coloro se ne vanno che essi conoscono disonesti amatori, i quali persuadono con nuovi e maravigliosi modi, mescolandosi fra’ loro pensieri, o dormano o siano desti, con alcune imaginarie invenzioni: e da sì fatte imaginazioni sono molte fiate ingannate le maghe e l’altre donne che a’ demoni credono di congiungersi ne gli amorosi abbracciamenti. Qui si tacque lo spirito, e poi così ricominciò: Se troviam le spezie artificiali mescolate, è necessario che si concedano le naturali parimente miste, perché sempre l’artificiali de le naturali sono imitazioni; né si può ritrovar l’imitazione, se prima non si trova la cosa imitata. Chiamo io spezie artificiali non quelle ch’assolutamente sono fattura de l’arte, benché di queste ancora molte che son mescolate potrei annoverare, ma quelle che di due semplici spezie naturali per alcun artificio insieme si sono congiunte, quali sono gli innesti de le piante, di cui così leggiadramente cantò il tuo poeta in quei versi: Inseritur vero ex foetu nucis arbutus horrida; Et steriles platani malos gessere valentes, Castaneae fagus ornusque incanuit albo Flore piri glandemque sues fregere sub ulmis. Taceva  lo  spirito  co’  versi  di  Vergilio,  quand’io  in  cotal  guisa rincominciai: Io veggio che l’isperienza ci dimostra, e la ragione c’insegna, che di due specie naturali semplici si può comporre una mista; ma questo credo ch’avenga fra quelle spezie solamente fra le quali è alcuna somiglianza, com’è fra ‘l lupo e ‘l cane e l’asino e ‘l cavallo, i quali son tutti nel genere de gli animali privi di ragione e di forma di corpo non molto dissomiglianti; ma fra l’uomo e l’animale bruto è per aventura tanta lontananza che di loro un animal misto non si può accoppiare: onde ciò che si dice del minotauro, del centauro e de le sirene, estimo io invenzione de’ poeti; né presto maggior credenza a quello che scrisse Aristotele d’Onosceli, la qual, essendo bellissima fanciulla, era nata d’una asina, e Agesilao d’Epona, che nacque d’una cavalla, o pur a quel che si legge ne l’istorie de le cose di Settentrione, ch’Ulfone, padre di Nugillo, da cui son derivati i re di Dania, fosse generato d’un  orso.  Ragionevolmente  estimi,  rispose  lo  spirito;  nondimeno  fra  il
Il Messaggiero di Torquato Tasso
E s’io ‘l consento, a gran torto mi doglio: Fra sì contrari venti in frale barca Mi trovo in alto mar senza governo, Sì leve di saper, d’error sì carca, Ch’io medesmo non so quel che mi voglio, E tremo a mezza state, ardendo il verno. Ma altre ne daremo a la forma temperata, l’una de le quali risponde co ‘l terzo del primo al primo del primo e co ‘l primo del secondo al secondo del primo; e poi seguita ne gli altri versi l’ordine medesimo, com’è questo: Io che ‘l suo ragionare intendo allora, M’agghiaccio dentro a guisa d’uom ch’ascolta Novella che di subito l’accora. Poi torno al primo, e questo dà la volta. Qual vincerà non so: ma infino ad ora Combattuto hanno, e non pur una volta. E l’altra, ch’è poco da questa differente, ma concorda il primo co ‘l terzo e co ‘l quarto e co ‘l sesto, concatenando il secondo co ‘l quinto in questa guisa: Onde Amor paventoso fugge al core, Lasciando ogni sua impresa, e piange e trema: Ivi s’asconde e non appar più fore. Che penso far, temendo il mio signore, Se non star seco insino a l’ora estrema? Ché bel fin fa chi ben amando more. E  questo  io  dico  de  le  maniere  usate  dal  Petrarca;  ma  l’altre  ancora  mi paiono degne di considerazione, né debbono esser lasciate a dietro. O.C. F.N. Sono state scritte con esso loro tante cose belle che non devrebbono tralasciarsi in modo alcuno. Quella usata da monsignor de la Casa in questo sonetto, dal quale abbiamo preso occasione di ragionare, è transgressione o trapasso de la prima, però la assignaremo parimente a la maniera grave; e quella che risponde co ‘l primo verso del secondo ternario al secondo del primo e co ‘l secondo del secondo al terzo del primo e co ‘l terzo del secondo al primo del primo <è> pure un trapasso de la seconda testura. Laonde a la forma grave sarà conceduto, e n’addurrò l’essempio:
La Cavaletta overo de la poesia toscana di Torquato Tasso