gregoriano

[gre-go-rià-no]
In sintesi
canto liturgico della Chiesa romana
1
DIR Codice gregoriano, compilazione delle costituzioni, a partire dall'impero di Adriano, a opera del giureconsulto Gregorio
2
ECCL Relativo a uno dei papi di nome Gregorio || Calendario gregoriano, vigente in Italia a partire dal 4 ottobre 1582, grazie alla riforma di Gregorio XIII || Canto gregoriano, canto liturgico della Chiesa cattolica secondo la riforma voluta da S. Gregorio Magno || Riforma gregoriana, complesso di innovazioni promosse da Gregorio VII per risanare la Chiesa

Citazioni
ra si conoscevan facilmente al vestiario, venivano arrestati nelle strade dal popolo, e condotti alla giustizia. Si fecero interrogatòri, esami d’arrestati, d’arrestatori, di testimoni; non si trovò reo nessuno: le menti erano ancor capaci di dubitare, d’esaminare, d’intendere. Il tribunale della sanità pubblicò una grida, con la quale prometteva premio e impunità a chi mettesse in chiaro l’autore o gli autori del fatto. Ad ogni modo non parendoci conueniente, dicono que’ signori nella citata lettera, che porta la data del 21 di maggio, ma che fu evidentemente scritta il 19, giorno segnato nella grida stampata, che questo delitto in qualsiuoglia modo resti impunito, massime in tempo tanto pericoloso e sospettoso, per consolatione e quiete di questo Popolo, e per cauare indicio del fatto, habbiamo oggi pubblicata grida, etc. Nella grida stessa però, nessun cenno, almen chiaro, di quella ragionevole e acquietante congettura, che partecipavano al governatore: silenzio che accusa a un tempo una preoccupazione  furiosa  nel  popolo,  e  in  loro  una  condiscendenza,  tanto  più biasimevole, quanto più poteva esser perniciosa. Mentre il tribunale cercava, molti nel pubblico, come accade, avevan già trovato. Coloro che credevano esser quella un’unzione velenosa, chi voleva che la fosse una vendetta di don Gonzalo Fernandez de Cordova, per gl’insulti ricevuti nella sua partenza, chi un ritrovato del cardinal di Richelieu, per spopolar Milano, e impadronirsene senza fatica; altri, e non si sa per quali ragioni, ne volevano autore il conte di Collalto, Wallenstein, questo, quell’altro gentiluomo milanese. Non mancavan, come abbiam detto, di quelli che non vedevano in quel fatto altro che uno sciocco scherzo, e l’attribuivano a scolari, a signori, a ufiziali che s’annoiassero all’assedio di Casale. Il non veder poi, come si sarà temuto, che ne seguisse addirittura un infettamento, un eccidio universale, fu probabilmente cagione che quel primo spavento s’andasse per allora acquietando, e la cosa fosse o paresse messa in oblìo. C’era, del resto, un certo numero di persone non ancora persuase che questa peste ci fosse. E perché, tanto nel lazzeretto, come per la città, alcuni pur ne guarivano, “si diceua,” (gli ultimi argomenti d’una opinione battuta dall’evidenza son sempre curiosi a sapersi), “si diceua dalla plebe, et ancor da molti medici partiali, non essere vera peste, perché tutti sarebbero morti”. Per levare ogni dubbio, trovò il tribunale della sanità un espediente proporzionato al bisogno, un modo di parlare agli occhi, quale i tempi potevano richiederlo o suggerirlo. In una delle feste della Pentecoste, usavano i cittadini di concorrere al cimitero di san Gregorio, fuori di Porta Orientale, a pre- 174 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
I’ mossi i piè del loco dov’io stava, per avvisar da presso un’altra istoria, che di dietro a Micòl mi biancheggiava. Quiv’era storïata l’alta gloria del roman principato, il cui valore mosse Gregorio a la sua gran vittoria; i’ dico di Traiano imperadore; e una vedovella li era al freno, di lagrime atteggiata e di dolore.
Divina Commedia di Dante Alighieri
XXX Tre ambasciadori cavalieri sanesi e uno scudiere vanno al Papa. Fanno dicitore lo scudiere, e la cagione perché, e quello che con piacere ne seguìo. Non fu meno coraggioso questo ambasciadore sanese a dire arditamente la sua ambasciata dinanzi al Papa, che fosse il cavaliero di Francia. Fu in Siena al tempo di Gregorio papa decimo ordinato di mandarli una solenne ambasciata, ed elessono tre cavalieri e uno che non era cavaliere,  il  quale  era  il  migliore  dicitore  di  Siena,  quando  tre  o  quattro  volte avesse bevuto d’un buon vino prima che disponesse l’ambasciata: e non beendo per lo modo detto, non averebbe saputo dire una gobbola. E questa condizione, o natura, a me scrittore mi pare che fosse delle strane e delle diverse che mai s’udissono. Mossonsi questi quattro ambasciadori sanesi, e andarono a Corte: ed essendo la mattina che doveano sporre l’ambasciata, tiratisi da parte all’albergo, cominciò a dire alcuno de’ cavalieri: — Chi dirà? Disse uno di loro: — Cioè? E chi nol sa chi dee dire? dica il tale. Costui si cominciò a difendere, che non era cavaliere; e che, dicendo egli, era fare vergogna agli altri compagni ambasciadori, che erano cavalieri; e quella per niun modo volea fare. Brievemente, e’ si poteo ben dire di Berta e di Bernardo, che costui pinto da’ tre convenne che fosse il dicitore. E col modo usato fu mandato per lo migliore vino della terra e per li confetti. Beùto che n’ebbe il dicitore tre volte, andorono a disporre l’ambasciata, la quale fu per lo scudiere tanto ben disposta, quanto altra che disponesse mai. Fatto questo, ed essendo per quella  mattina  dal  papa  licenziati,  tornorono  all’albergo.  Ed  essendo  alquanto ristretti insieme, disse il dicitore a’ cavalieri: — Io non so se io dissi bene, e a vostro modo. Dissono li cavalieri: — Per certo tu dicesti meglio che tu dicessi mai. Rispose il dicitore e presto: — Per lo santo sangue di Dio, che se io avesse beùto un altro tratto io gli averei dato nel viso. Quanto li cavalieri del detto di questo loro compagno risono, non si
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
sche le pitture che vi si veggono al presente. Finiti gli Ostrogotti, che da Narse furono spenti, abitandosi per le rovine di Roma in qualche maniera pur malamente, venne dopo cento anni Costante secondo Imperatore di Costantinopoli, e ricevuto amorevolmente da i Romani, guastò, spogliò e portossi via tutto ciò che nella misera città di Roma era rimaso più per sorte che per libera volontà di coloro che l’avevono rovinata. Bene è vero che e’ non potette godersi di questa preda, perché, da la tempesta del mare trasportato nella Sicilia, giustamente occiso da i suoi, lasciò le spoglie, il regno e la vita, tutto in preda della fortuna. La quale, non contenta ancora de’ danni di Roma, perché le cose tolte non potessino tornarvi già mai, vi condusse una armata di Saracini, a’ danni dell’isola; i quali e le robe de’ Siciliani e le stesse spoglie di Roma se ne portorono in Alessandria, con grandissima vergogna e danno della Italia e del Cristianesimo. E così tutto quello che non avevono guasto i pontefici, e San Gregorio massimamente, il quale si dice che messe in bando tutto il restante delle statue e delle spoglie degli edificii, per le mani di questo sceleratissimo greco finalmente capitò male. Di maniera che, non trovandosi più né vestigio né indizio di cosa alcuna che avesse del buono, gl’uomini  che  vennono  appresso,  ritrovandosi  rozzi  e  materiali,  e particularmente nelle pitture e nelle scolture, incitati dalla natura et assottigliati dall’aria, si diedero a fare, non secondo le regole dell’arti predette, che non le avevano, ma secondo la qualità degli ingegni loro. E così nacquero da le lor mani quei fantocci e quelle goffezze, che nelle case vecchie ancora oggi appariscono. Il medesimo avvenne de la architettura; perché, bisognando pur fabricare et essendo smarrita in tutto la forma et il modo buono per gl’artefici morti, e per l’opere distrutte e guaste, coloro che si diedero a tale esercizio non edificavano cosa, che per ordine o per misura avesse grazia, né disegno, né ragion alcuna. Onde ne vennero a risorgere nuovi architetti, che delle loro barbare nazioni fecero il modo di quella maniera di edifici ch’oggi da noi son chiamati tedeschi, i quali facevano alcune cose più tosto a noi moderni ridicole, che a loro lodevoli; finché la miglior forma trovarono poi i migliori artefici, come si veggono di quella maniera per tutta Italia le più vecchie chiese, e non antiche, che da essi furono edificate, sì com’in Pisa la pianta del duomo da Buschetto Greco da Dulichio architetto, edificata nel MXVI; a onore del quale furono fatti, per commemorazione del troppo esser valente in quella età rozza, questi versi oggi in duomo di Pisa alla sua sepoltura:
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
QVOD  VIX MILLE BOVM POSSENT IVGA IVNCTA MOVERE ET  QVOD  VIX  POTVIT  PER  MARE  FERRE  RATIS BVSCHETI NISV QVOD ERAT MIRABILE  VISV DENA PVELLARVM TVRBA LEVAVIT ONVS. Fu il Duomo di Milano fatto nella medesima maniera, edificato l’anno 1388, e quello di Siena et infiniti edifici alla tedesca di quella medesima sorte e molti palazzi e varie fabriche, che per tutt’Italia e fuor di essa si veggono; come San Marco di Vinegia, la Certosa di Pavia, il Santo di Padova, San etronio di Bologna, San Martino di Lucca, il Duomo di Arezzo, la Pieve, il Vescovado fatto finire da Papa Gregorio X piacentino della famiglia de’ Visconti, e così il tempio di Santa Maria del Fiore in Fiorenza, fabbricato da Arnolfo Tedesco architettore. Stettero poi oltra le ruine di Roma per le guerre sotterrati i modi delle sculture e de le pitture da le ruine di Totila fino a gl’anni di Cristo MCCL, nel qual tempo era rimasto in Grecia un residuo d’artefici che vecchi erano, i quali facevano imagini di terra e di pietra, e dipignevano altre figure mostruose e col primo lineamento e col campo di colore. E quegli per esser soli in tale professione, l’arte della pittura in Italia portarono insieme col musaico e con la scultura, e quella come sapevano, a gl’uomini italiani insegnarono rozzamente. Onde gl’uomini di que’ tempi, non essendo usati a veder altra bontà né maggior perfezzione nelle cose, di quelle ch’essi vedevano, solamente si maravigliavano e quelle, ancora che baroncesche fossero, nondimeno per le migliori apprendevano. Pur gli spirti di coloro che nascevano, aitati in qualche luogo dalla sottilità dell’aria, si purgarono tanto che nel MCCL, il cielo, a pietà mossosi de i belli ingegni che ‘l terren toscano produceva ogni giorno, gli ridusse a la forma primiera. E se bene gli inanzi a loro avevano veduto residui di archi o di colossi o di statue, o pili, o colonne storiate, nell’età che furono dopo i sacchi e le ruine e gli incendi di Roma, e’ non seppono mai valersene o cavarne profitto alcuno, sino al tempo detto di sopra; nel quale venuti su, come io diceva, ingegni più begli, conoscendo assai bene il buono da ‘l cattivo, abbandonando le maniere vecchie, ritornarono ad imitare le antiche, con tutta la industria et ingegno loro. Ma perché più agevolmente si intenda quello che io chiami vecchio et antico, antiche furono le cose inanzi Costantino, di Corinto, d’Atene e di Roma, e d’altre famosissime città, fatte fino a sotto Nerone, a i Vespasiani, Traiano, Adriano et Antonino; percioché
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giorgio Vasari   Le Vite   Parte seconda tonde che la mettano in mezzo, l’una fu San Gregorio Papa, e l’altra San Donato Vescovo protettore di quella città, con buona grazia e con buona maniera. In pieve, alla cappella di San Biagio, fece di terra una figura bellissima di detto santo. Et a Santo Antonio nella medesima città fece un tabernacolo con Santo Antonio di terra tondo, et un altro a sedere sopra la porta dello spedale di detto luogo. Ritornò a Fiorenza e sopra la statua del San Matteo di bronzo a San Michele in Orto, fece alcune figurette di marmo nella nicchia di sopra, che sono cosa lodatissima, e che gli dette allora tanto credito e nome che, avendosi ad allogar le porte di San Giovanni di bronzo, e’ fu eletto fra que’ maestri, che in tale opra furono concorrenti. Ma rimanendo a dietro in tale opra se ne partì et, a Milano trasferitosi, nel Duomo fece di marmi alcune cose bellissime. Essendo poi divenuto vecchio, volsero gli Aretini fare allogazione de la sepoltura di Guido Pietramalesco Signore e Vescovo loro, già morto, e per Niccolò mandarono. Perché da Milano a Bologna condottosi, quivi morì in pochi giorni, et essi de la sepoltura fecero allogazione a maestro Agostino et ad Agnolo sanesi, i quali la finirono e posero nel vescovado alla cappella del Corpus Domini, la quale sepoltura, per le guerre e per vendette fatte contra quel vescovo, si truova oggi rotta in più pezzi. Visse Niccolò anni LXVI e furono l’opere sue nel MCCCCXIX. Et ebbe dopo morto questo epitaffio:
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Nel monastero di Santa Maria degli Angeli c’era sempre stata proprio la  pace  degli  angeli  –  Non  dispute  né  combriccole  quando  trattavasi  di rieleggere la superiora, Suor Maria Faustina, che reggeva il pastorale da vent’anni, come i Mongiferro da cui usciva tenevano il bastone del comando nel paese; non liti fra le monache pel confessore o per la nomina delle cariche della comunità. Le cariche si sapeva a chi andavano, secondo la nascita e l’influenza del parentado. E come suol dirsi che il monastero è un piccolo mondo, anche lì dentro c’erano le sue gerarchie, chi disponeva di un pezzetto d’orticello, e chi no, chi aveva le sue camere riserbate sotto chiave, le sue galline segnate alla zampa, e i giorni fissi per servirsi delle converse e del forno della comunità. Ma senza invidie, senza gelosie, che son l’opera del demonio e mettono la discordia dove non regna il timor di Dio e il precetto d’obbedienza. Già si sa che tutte le dita della mano non sono eguali tra di loro, e che anche nel Testamento Antico c’erano i Patriarchi e le Potestà. A Santa Maria degli Angeli l’abbadessa e la celleraria erano sempre state una Flavitto o una Mongiferro: dunque vuol dire che così doveva essere, e a nessuna veniva in mente di lagnarsene. Se nascevano delle questioni alle volte – Dio buono, siamo nel mondo, e ne nascono da per tutto – suor Faustina colle belle maniere, e Don Gregorio suo fratello coi sorbetti e i trattamenti che mandava per tutte quante le religiose, nelle feste solenni, mantenevano nel convento il buon ordine e il principio d’autorità. Ma un bel giorno questa bella pace degli angeli se ne andò in fumo. Bastò un’inezia e ne nacque un diavolìo. Padre Cicero e padre Amore, liguorini e cime d’uomini, vennero in paese pel quaresimale e fondarono l’Opera del Divino Amore, con sermoni appropriati e sottoscrizioni pubbliche fra i fedeli. Se ne parlava da per tutto. Le buone suore avrebbero voluto vedere anch’esse di che si trattava. Però il monastero ne aveva pochi da spendere, e suor Maria Faustina diceva che bastava Don Matteo Curcio, il cappellano, per gli esercizi spirituali. C’era in quel tempo novizia a Santa Maria degli Angeli, Bellonia, figlia di Pecu-Pecu, il quale, arricchitosi col battezzare il vino, aveva messa superbia per sé e pei suoi e aveva pensato di far educare la figliuola fra le prime signore del paese – motivo d’appiccicarle il Donna, se giungeva a maritarla come diceva lui. Bellonia però, rimasta nel sangue bettoliera e tavernaia, in convento ci stava come il diavolo nell’acqua santa, e gliene fece vedere di ogni colore, a
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
Capitolo primo Suonava la messa dell’alba a San Giovanni; ma il paesetto dormiva ancora della grossa, perché era piovuto da tre giorni, e nei seminati ci si affondava fino a mezza gamba. Tutt’a un tratto, nel silenzio, s’udì un rovinìo, la campanella squillante di Sant’Agata che chiamava aiuto, usci e finestre che sbattevano, la gente che scappava fuori in camicia, gridando: – Terremoto! San Gregorio Magno! Era ancora buio. Lontano, nell’ampia distesa nera dell’Alìa, ammiccava soltanto un lume di carbonai, e più a sinistra la stella del mattino, sopra un nuvolone basso che tagliava l’alba nel lungo altipiano del Paradiso. Per tutta la campagna diffondevasi un uggiolare lugubre di cani. E subito, dal quartiere basso, giunse il suono grave del campanone di San Giovanni che dava l’allarme anch’esso; poi la campana fessa di San Vito; l’altra della chiesa madre, più lontano; quella di Sant’Agata che parve addirittura cascar sul capo agli abitanti della piazzetta. Una dopo l’altra s’erano svegliate pure le campanelle dei monasteri, il Collegio, Santa Maria, San Sebastiano, Santa Teresa: uno scampanìo generale che correva sui tetti spaventato, nelle tenebre. – No! no! È il fuoco!... Fuoco in casa Trao!... San Giovanni Battista! Gli uomini accorrevano vociando, colle brache in mano. Le donne mettevano il lume alla finestra: tutto il paese, sulla collina, che formicolava di lumi, come fosse il giovedì sera, quando suonano le due ore di notte: una cosa da far rizzare i capelli in testa, chi avesse visto da lontano. – Don Diego! Don Ferdinando! – si udiva chiamare in fondo alla piazzetta; e uno che bussava al portone con un sasso. Dalla salita verso la Piazza Grande, e dagli altri vicoletti, arrivava sempre gente: un calpestìo continuo di scarponi grossi sull’acciottolato; di tanto in tanto un nome gridato da lontano; e insieme quel bussare insistente al portone in fondo alla piazzetta di Sant’Agata, e quella voce che chiamava: – Don Diego! Don Ferdinando! Che siete tutti morti? Dal palazzo dei Trao, al di sopra del cornicione sdentato, si vedevano salire infatti, nell’alba che cominciava a schiarire, globi di fumo denso, a ondate, sparsi di faville. E pioveva dall’alto un riverbero rossastro, che accendeva le facce ansiose dei vicini raccolti dinanzi al portone sconquassato, col naso in aria. Tutt’a un tratto si udì sbatacchiare una finestra, e una vocetta stridula che gridava di lassù: – Aiuto!... ladri!... Cristiani, aiuto!
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
vuote alla sacristia. Di consueto io mi rifugiava presso mastro Germano e non usciva dal suo buco se non quand’era sonata l’ultima campanella. In quel frattempo aveano già messo la cotta a Noni o a Menichetto, i quali coi loro zoccoli di legno correvano sempre il pericolo di rompersi il naso sugli scalini nel cambiar di posto al messale; ed io entrava in chiesa, sicuro di averla scapolata. Siccome poi queste mie arti furono in breve scoperte, così me ne toccarono molte ramanzine per parte di Monsignore dinanzi al focolar di cucina; ma io mi scusava della mia ripugnanza dicendo che non sapeva il Confiteor. E infatti, per giustificare questa mia scusa, le poche volte che era beccato, aveva sempre l’accorgimento di tornar a capo, una volta giunto al mea culpa; e per due tre e quattro volte ripeteva una tale manovra, finché Monsignore impazientato lo finiva lui. Quei giorni nefasti aveva poi la compiacenza di star chiuso in un camerino sotto la colombaia, col libricciuolo della messa, un bicchier d’acqua ed un pane bigio fino a un’ora innanzi i vespri. Io mi divertiva immollando il libro nell’acqua, e sminuzzando il pane ai piccioni; e poi, quando Gregorio, il cameriere di Monsignore, veniva a sprigionarmi, correva da Martino presso il quale era certo di trovare il mio pranzo. Peraltro durante quelle ore aveva il dispetto di udir la voce della Pisana che si trastullava cogli altri ragazzotti senza darsi melanconia pel mio carceramento; e allora mi prendeva una tal bile contro il Confiteor, che lo faceva in pallottole e lo gettava giù nel cortile sopra quei birboncelli assieme a quanti sassuoli e calcinacci potea raccattar nei canti e raspar dalla muraglia colle unghie. Talvolta anche squassava con quanta forza poteva la porta, e le dava addosso coi gomiti coi piedi e colla testa; e dopo un mezz’ora di tali strepiti il fattore non mancava mai di venir a ricompensarmene con quattro sonate di staffile. E questa dose si replicava la sera, quando scoprivano ch’io aveva tutto fradicio e guasto il mio libricciuolo. Nei giorni comuni, dopo la messa ognuno andava per le sue incombenze fino all’ora del desinare; io poi aveva il mio bel che fare nel difendermi contro il famiglio del Piovano che veniva a cercarmi per le lezioni. Corri di qua, corri di là, io davanti ed egli dietro, finiva coll’esser preso mezzo morto di stizza e di fatica; e allora doveva fare con essolui di gran trotto il miglio che corre tra Fratta e  eglio per guadagnare il tempo perduto. Giunto nella canonica T mi perdeva tutti i giorni a passar in rassegna certe vedute di Udine che adornavano la parete dell’andito e poi a gran fatica mi confinavano in uno studiolo, ove, dopo l’esperienza dei primi giorni, tutto soleva essere rigorosamente
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
a tavola. Il tinello era diviso dalla cucina per un corritoio lungo ed oscuro che saliva un paio di braccia: tantoché il locale era abbastanza alto per accorgersi dalle finestre che era giorno nelle ore di sole. Era uno stanzone vasto e quadrato, per una buona metà occupato da una tavola coperta d’un tappeto verde e grande come due bigliardi. Tra due cannoniere, verso i fossati del castello, un gran camino; rimpetto, fra due finestre che davano sul cortile, una credenza di noce a ribalta; nei quattro canti vi erano quattro tavolini e sopra le candele preparate pel gioco della sera. Le scranne pesavano certo cinquanta libbre l’una, ed erano tutte uguali, larghe di sedere, a piede e schienale diritto, coperte di marrocchino nero ed imbottite di chiodi: almeno così si avrebbe giudicato dalla morbidezza. La mensa s’imbandiva al solito per dodici coperti: quattro per parte nei due lati più lunghi, tre nel lato vicino al corritoio, pel fattore, il perito ed il Cappellano: ed un lato libero pel signor Conte. La sua signora consorte colla contessa Clara stavano alla sua diritta, e Monsignore col Cancelliere a sinistra; i posti fra questi e l’altro lato della tavola erano occupati dal Capitano colla moglie, e dagli ospiti. Se non v’eran ospiti, i loro posti restavano disoccupati, e se crescevano i due, il Capitano e la moglie cercavano rifugio negli intervalli fra il perito, il fattore e il Cappellano. Costui del resto, come dissi, sfuggiva quasi sempre all’onore della mensa padronale; laonde la sua posata il più delle volte tornava netta in cucina. Agostino, il credenziere, recava le portate vicino al signor Conte, e questi dal suo seggiolone (egli solo aveva una specie di trono che gli uguagliava quasi le ginocchia al livello della tavola) gli accennava di tagliare. Quando avea finito, il signor Conte si pigliava giù il miglior boccone, e poi con un altro cenno passava il piatto alla moglie; ma mentre accennava colla destra, era già inteso a mangiare colla sinistra. Il cocchiere e Gregorio aiutavano il servizio, ma questi aiutava ben poco, perché troppo lo occupava il versar da bere a Monsignore, o lo slacciargli il tovagliolo e dargli delle gran tambussate nella schiena quando un boccone minacciasse di strangolarlo. La Pisana, s’intende, non pranzava in tavola, ché l’era onore serbato alle ragazze dopo gli anni del monastero. Ella mangiava in una dispensa fra il tinello e la cucina, colle cameriere. Quanto a me, rosicchiava gli ossi in cucina coi cani, coi gatti e con Martino. Nessuno s’era mai sognato di dirmi dove fosse il mio posto e quale la mia posata; sicché il posto lo trovava dovunque e invece di posata adoperava le dita. Mi ricredo. Per mangiar la minestra la cuoca mi dava una certa mestola che ebbe il vanto
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
di allargarmi la bocca due buone dita. Ma dicono che il sorriso ne piglia miglior espressione, e perché io ebbi sempre denti candidi e sani, non voglio lagnarmene. Siccome io e Martino non entravamo in conto né fra la gente che desinava in tinello né fra la servitù a cui la Contessa veniva a far la parte dopo tavola, così noi avevamo il privilegio di raspar le pignatte, le padelle ed i pentoli; e di ciò si costituiva il nostro pranzo. In cucina appeso ad un gancio stava sempre un cesto pieno di polenta, e quando le raspature non mi saziavano, bastava che alzassi un braccio verso la polenta. Martino m’intendeva: me ne faceva abbrustolire una fetta; e addio malanni! Il cavallante e il sagrestano, che avevano moglie e figliuoli, non mangiavano di consueto presso i padroni; e così pure mastro Germano, il quale faceva cucina da per sé, e si condiva certe pietanze tutte sue che io non ho mai capito come palato umano le potesse sopportare. Non era anche raro il caso ch’egli acchiappasse uno di quei moltissimi gatti che popolavano la cucina dei Conti, e ne faceva galloria in umido e arrosto per una settimana. Perciò, benché egli m’invitasse sovente a pranzo, io mi guardava bene di accettare. Egli sosteneva che il gatto ha una carne squisita e saporitissima e che l’è un ottimo rimedio contro molte malattie; ma queste cose non le diceva mai in presenza di Martino, onde ho paura ch’egli volesse infinocchiarmi. Dopo pranzo e prima che la Contessa capitasse in cucina, io sgambettava fuori incontro alla ragazzaglia che accorreva a quell’ora sul piazzale del castello: e molti di loro mi seguivano poi nel cortile, dove la Pisana sopraggiungeva poco dopo, a farvi quelle prodezze di civetteria che ho detto poco fa. Mi domanderete perché io stesso andassi a chiamare i miei rivali che poscia mi davano tanta noia. Ma la Contessina era tanto sfacciatella che ella stessa andava a chiamarli se non c’era stato io; e questo m’induceva a fingere di fare a mio grado quello che, con doppio smacco, sarei stato costretto a sopportare. La tranquilla digestione della Contessa, e le faccende che occupavano alle donne tutto il dopopranzo, ci lasciavano liberi per lungo tempo ai nostri trastulli; e se dapprincipio la vecchia nonna cercava conto in quelle ore della nipotina, costei si diportava nella sua stanza con tal cattiveria, che la Contessa finiva a congedarla come un pericoloso disturbo del suo chilo. Stavamo dunque in piena libertà di correre, di strillare, di accapigliarci nell’orto, nei cortili e nei porticati. Soltanto una terrazza dove guardavano le finestre del Conte e di Monsignore ci era vietata dall’incorruttibile custodia di Gregorio. Una volta che alcuni de’ più temerari si gabbarono del divieto, il cameriere sbucò fuori dalla porticella d’una scala secondaria col manico della Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
trovava asciutto il Conte sclamava: «Avremo una bella giornata domani»; e il Cancelliere ancor lui:« Una bellissima giornata!»; e tutti poi giù giù fino all’ultimo scalino:« Una bellissima giornata.» Durante questa cerimonia la processione si fermava lungo la scala con grandi spasimi della Contessa che temeva di prender una sciatica fra tutte quelle correnti d’aria. Monsignore invece aveva tempo di appiccar il primo sonno, e toccava a Gregorio sostenerlo e scuoterlo, se no tutte le sere egli sarebbe rotolato sulla signora Veronica che gli veniva dietro. Giunta che era tutta la schiera nella sala, succedeva la funzione della felice notte, dopo la quale si sparpagliavano in cerca delle rispettive stanze; e ve n’erano di tanto lontane da aversi comodamente il tempo di recitare tre Pater, tre Ave e tre Gloria prima di arrivarvi. Così almeno diceva Martino, cui dopo la sua giubilazione s’era assegnato per alloggio un camerino al secondo piano contiguo alla torre e vicino alla stanza destinata pei frati quando ne capitava qualcheduno alla cerca. Il signor Conte occupava colla moglie la camera che da tempo immemorabile avevano abitato tutti i capi della nobile famiglia castellana di Fratta. Una camera grande ed altissima, con un terrazzo che d’inverno metteva i brividi solo a specchiarvisi dentro, e col soffitto di travi alla cappuccina dipinte d’arabeschi gialli e turchini. Terrazzo pareti e soffitto eran tutti coperti da cignali da alberi e da corone; sicché non si poteva buttar intorno un’occhiata senza incontrare un’orecchia di porco, una foglia di albero o una punta di corona. Il signor Conte e la signora Contessa nel loro talamo sconfinato erano letteralmente investiti da una fantasmagoria di stemmi e di trofei famigliari; e quel glorioso spettacolo, imprimendosi nella fantasia prima di spegnere il lume, non potea essere che non imprimesse un carattere aristocratico anche nelle funzioni più segrete e tenebrose del loro matrimonio. Certo se le pecore di Giacobbe ingravidavano di agnelli pezzati pei vimini di vario colore che vedevano nella fontana, la signora Contessa non dovea concepire altro che figliuoli altamente convinti e beati dell’illustre eccellenza del loro lignaggio. Ché se gli avvenimenti posteriori non diedero sempre ragione a questa ipotesi, potrebbe anche esser stato per difetto più del signor Conte che della signora Contessa. La contessina Clara dormiva vicino alla nonna nell’appartamento che metteva in sala rimpetto alla camera de’ suoi genitori. Aveva uno stanzino che somigliava la celletta d’una monaca; e l’unico cignale che vi stava intagliato nello stucco della caminiera essa, forse senza pensarvi, lo aveva coperto
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
tarmi dagli altri!... Il Capitano che giocava all’oca con Marchetto s’accontentò di menarmi un buon pugno nella schiena dicendo che la mia era tutta infingardaggine, e che dovevano consegnarmi a lui per averne un buon risultato de’ fatti miei. Marchetto mi tirò le orecchie con amicizia, la signora Veronica che si scaldava al fuoco tornò a ribadirmi le sculacciate di Germano, e la vecchiaccia della cuoca mi menò un piede nel sedere con tanta grazia che andai a finir col naso sul menarrosto che girava. «Giusto proprio! sei capitato a tempo!» si pensò di dire quella strega «ho dovuto metter in opera il menarrosto, ma giacché ci sei tu non fa più di mestieri.» In tali parole ella avea già cavato la corda dalla carrucola e dato a me in mano lo spiedo dopo averlo preso fuori dalla morsa del menarrosto. Io cominciai a voltare e a rivoltare non senza essere assalito e bersagliato dalle fantesche e dalle cameriere mano a mano che capitavano in cucina: e voltando e rivoltando pensava al Piovano, pensava a Fulgenzio, pensava a Gregorio, a Monsignore, al Confiteor, al signor Conte, alla signora Contessa ed alla mia cuticagna! Quella sera se mi avessero sforacchiato banda per banda collo spiedo non avrebbero fatto altro che diminuirmi il martirio della paura. Certo io avrei preferito arrostita la mia cuticagna, piuttostoché abbandonarla per tre soli minuti alle mani della Contessa; e in quanto alla conciatura, trovava nella mia idea assai più fortunato san Lorenzo che san Bartolomeo. Finché tutti  attendevano  a  malmenarmi,  nessuno  avea  potuto  domandare  cosa m’avessi io fatto in quella così lunga assenza; ma quando fui inchiodato allo spiedo cominciarono ad assaltarmi d’ogni banda di richieste e d’interrogazioni, sicché dopo essere stato duro sotto le battiture, io presi in quel frangente il partito di piangere. «Ma cos’hai ora, che ti sciogli in lagrime?» mi disse Martino «oh non val meglio rispondere a quello che ti si domanda?» «Son stato giù nel prato dei mulini; son stato là lungo l’acqua a pigliar grilli, son stato!... Ih, ih, ih!... È venuto scuro!... e poi ho fatto tardi.» «E dove sono questi grilli?» mi chiese il Capitano che se ne immischiava un poco nelle inquisizioni criminali della cancelleria, e ci aveva rubato il mestiero. «Ecco!» soggiunsi io con voce ancor più piagnolosa. «Ecco che io non so!... ecco che i grilli mi saranno fuggiti di tasca!... Non so nulla! io!... Sono stato sull’acqua a pigliar grilli, io!... Ih, ih, ih!...»
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
piace, e abbominevole quello che dispiace. Aiutateli, sorreggeteli, guidateli. Preparate loro col maggior accorgimento occasioni da trovar bella, santa, piacevole la virtù; e brutto e spiacevole il vizio. Un grano di buona esperienza a  nove  anni  val  più  assai  che  un  corso  di  morale  a  venti.  Il  coraggio, l’incorruttibilità, l’amor della famiglia e della patria, questi due grandi amori che fanno legittimi tutti gli altri, somigliano allo studio delle lingue. La prima età vi si presta assai; ma guai a chi non li apprende. Guai a loro, e peggio che peggio a chi avrà che fare con loro, od alla famiglia ed al paese che da essi attende aiuto decoro e salvamento. Il germoglio è nel seme, e la pianta nel germoglio; non mi stancherò mai nel ripeterlo; perché l’esperienza della mia vita confermò sempre in me ed in tanti altri la verità di questa antica osservazione. Sparta, la dominatrice degli uomini, e Roma, la regina del mondo, educavano dalla culla il guerriero e il cittadino: perciò ebbero popoli di cittadini e di guerrieri. Noi che vediamo nei bimbi i vezzosi e i gaudenti, abbiamo plebaglie di gaudenti e di vezzosi. Ora sarò forse allucinato dall’amor proprio, ma pur non veggo nel mio passato memoria che più mi sia confortevole e buona, di quel primo castigo così valorosamente sfidato per mantenere un segreto raccomandatomi e per mostrarmi grato d’un beneficio ricevuto. Credo che dappoi moltissime volte mi sia condotto colla stessa regola, per la vergogna che altrimenti avrei provato di mostrarmi uomo più dappoco che stato non lo fossi da ragazzo. Ecco in qual modo le circostanze fanno sovente l’opinione. Io era salito; e non volli più scendere. Se precipitai in qualche occorrenza, fu pronto il pentimento; ma non iscrivo per iscusarmene, e la mia penna sarà sempre pronta a riprovare come a benedire le mie azioni secondo il merito. Tanto più colpevole alle volte, in quanto non doveva esserlo né per abitudine né per coscienza. Però chi è puro affatto tra noi mortali? — Mi conforta la parabola dell’adultera e la sublime parola di Cristo: Chi non ha peccato scagli la prima pietra! Quel dopopranzo, come vi diceva, mia prima cura fu di andar in traccia della Pisana, ma con sommo mio rammarico non mi venne fatto di trovarla in nessun luogo. Ne domandai alle cameriere, le quali, siccome colte in fallo per la loro sprovvedutezza verso la fanciulla, si svelenirono contro la mia petulanza. Germano, Gregorio e Martino a’ quali ne chiesi conto del pari, non mi seppero dare nessun ragguaglio, e finalmente scorrucciato passai oltre le scuderie e interrogai l’ortolano se non l’avesse veduta uscire da quelle 109 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Omai può senza me per le latine vestigie andar a Delfi, e de la strada che monta in Elicon vedere il fine; ma perché meglio e più sicur vi vada, desidero ch’egli abbia buone scorte, che sien de la medesima contrada. Non vuol la mia pigrizia o la mia sorte che del tempio di Apollo io gli apra in Delo, come gli fei nel Palatin, le porte. Ahi lasso! quando ebbi al pegàseo melo l’età disposta, che le fresche guancie non si vedeano ancor fiorir d’un pelo, mio padre mi cacciò con spiedi e lancie, non che con sproni, a volger testi e chiose, e me occupò cinque anni in quelle ciancie. Ma poi che vide poco fruttuose l’opere, e il tempo invan gittarsi, dopo molto contrasto in libertà mi pose. Passar venti anni io mi truovavo, et uopo aver di pedagogo: che a fatica inteso avrei quel che tradusse Esopo. Fortuna molto mi fu allora amica che mi offerse Gregorio da Spoleti, che ragion vuol ch’io sempre benedica. Tenea d’ambe le lingue i bei secreti, e potea giudicar se meglior tuba ebbe il figliuol di Venere o di Teti. Ma allora non curai saper di Ecuba la rabbiosa ira, e come Ulisse a Reso la vita a un tempo e li cavalli ruba; ch’io volea intender prima in che avea offeso Enea Giunon, che ‘l bel regno da lei gli dovesse d’Esperia esser conteso; che ‘l saper ne la lingua de li Achei non mi reputo onor, s’io non intendo prima il parlar de li latini miei.
Satire di Ludovico Ariosto
non si dimosterrà più la rovina dello Imperio, che è tutto in terra, ma lo augumento  de’  pontefici  e  di  quegli  altri  principati  che  di  poi  la  Italia, infino alla venuta di Carlo VIII, governorono. E vedrassi come i papi, prima con le censure, di poi con quelle e con le armi insieme, mescolate con le indulgenzie, erano terribili e venerandi; e come, per avere usato male l’uno e l’altro, l’uno hanno al tutto perduto, dell’altro stanno a discrezione d’altri. Capitolo X Ma, ritornando all’ordine nostro, dico come al papato era pervenuto Gregorio III e al regno de’ Longobardi Aistulfo, il quale, contro agli accordi fatti, occupò Ravenna e mosse guerra al Papa. Per la qual cosa Gregorio, per le  cagioni  sopra  scritte,  non  confidando  più  nello  imperadore  di Gonstantinopoli per essere debole, né volendo credere alla fede de’ Lombardi, che la avieno molte volte rotta, ricorse in Francia, a Pipino II, il quale, di signore di Austrasia e Brabante, era diventato re di Francia, non tanto per la virtù sua, quanto per quella di Carlo Martello suo padre e di Pipino suo avolo. Perché Carlo Martello, sendo governatore di quello regno, dette quella memorabile  rotta  a’  Saraceni  presso  a  Torsi,  in  sul  fiume  dell’Era,  dove furono morti più che dugento milia di loro; donde Pipino suo figliuolo, per la reputazione del padre e virtù sua, diventò poi re di quel regno. Al quale papa Gregorio, come è detto, mandò per aiuti contro a’ Longobardi: a cui Pipino promesse mandargli; ma che desiderava prima vederlo e alla presenza onorarlo. Per tanto Gregorio ne andò in Francia, e passò per le terre de’ Lombardi suoi nimici, sanza che lo impedissero: tanta era la reverenzia che si aveva alla religione. Andato adunque Gregorio in Francia, fu da quel Re onorato e rimandato con i suoi eserciti in Italia; i quali assediarono i Longobardi in Pavia. Onde che Aistulfo, constretto da necessità, si accordò con i Franciosi, e quelli feciono lo accordo per i prieghi del Papa, il quale non volse la morte del suo nimico, ma che si convertisse e vivesse: nel quale accordo Aistulfo promisse rendere alla Chiesa tutte le terre che le aveva occupate. Ma, ritornate le genti di Pipino in Francia, Aistulfo non osservò lo accordo, e il Papa di  nuovo  ricorse  a  Pipino;  il  quale  di  nuovo  mandò  in  Italia,  vinse  i Longobardi e prese Ravenna; e contro alla voglia dello imperadore greco, la dette al Papa con tutte quelle altre terre che erano sotto il suo esarcato, e vi aggiunse il paese di Urbino e la Marca. Ma Aistulfo, nel consegnare queste
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
dentali e per la impotenzia degli orientali. La città di Genova e tutte le sue riviere furono in questi tempi, da’ Saraceni disfatte, donde ne nacque la grandezza della città di Pisa, nella quale assai popoli, cacciati della patria sua, ricorsono. Le quali cose seguirono negli anni della cristiana religione 931. Ma, fatto imperadore Ottone, figliuolo di Errico e di Mattelda, duca di Sassonia, uomo prudente e di grande reputazione, Agabito papa si volse a pregarlo venisse in Italia, a trarla di sotto alla tirannide de’ Berengari. Capitolo XIII Erano gli stati di Italia, in questi tempi, così ordinati: la Lombardia era sotto a Berengario III e Alberto suo figliuolo; la Toscana e la Romagna per uno ministro dello imperadore occidentale era governata; la Puglia e la Calavria parte allo imperadore greco parte a’ Saraceni ubbidiva; in Roma si creavano ciascuno anno duoi consoli della nobilità, i quali secondo lo antico costume la governavano; aggiugnevasi a questo uno prefetto, che rendeva ragione al popolo; avevano un consiglio di dodici uomini, i quali distribuivano i rettori, ciascuno anno, per le terre a loro sottoposte. Il papa aveva, in Roma e in tutta Italia, più o meno autorità, secondo che erano i favori delli imperadori, o di quelli che erano più potenti in essa. Ottone imperadore, adunque, venne in Italia e tolse il regno a’ Berengari, che avevono regnato in quella cinquantacinque anni, e restituì le sue dignità al pontefice. Ebbe costui uno figliuolo e uno nipote, chiamati ancora loro Ottone, i quali, l’uno apresso l’altro, successono dopo di lui allo Imperio. E al tempo di Ottone III, papa Gregorio V fu cacciato dai Romani; donde che Ottone venne in Italia e rimisselo in Roma; e il Papa, per vendicarsi con i Romani, tolse a quelli la autorità di creare lo imperadore, e la dette a sei principi della Magna: tre vescovi, Magonza, Treveri e Colonia; e tre principi, Brandiborgo, Palatino e Sassonia: il che seguì nel 1002. Dopo la morte di Ottone III, fu dagli  Elettori  creato  imperadore  Errico,  duca  di  Baviera,  il  quale,  dopo dodici anni, fu da Stefano VIII incoronato. Erano Errico e Simeonda sua moglie di santissima vita; il che si vede per molti templi dotati e edificati da loro, intra i quali fu il tempio di San Miniato, propinquo alla città di Firenze. Morì Errico nel 1024; al quale successe Currado di Svevia, a cui, di poi, Errico II. Costui venne a Roma; e perché egli era scisma nella Chiesa, di tre papi, gli disfece tutti, e fece eleggere Chimenti II, dal quale fu coronato imperadore.
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Capitolo XIV Era allora governata Italia parte dai popoli, parte dai principi, parte dai mandati dallo imperadore, de’ quali il maggiore, e a cui gli altri riferivano si chiamava Cancellario. Intra i principi il più potente era Gottifredi e la contessa  Mattelda  sua  donna,  la  quale  era  nata  di  Beatrice,  sirocchia  di Errico II. Costei e il marito possedevano Lucca, Parma, Reggio e Mantova, con tutto quello che oggi si chiama il Patrimonio. A’ pontefici faceva allora assai guerra l’ambizione del popolo romano, il quale, in prima, si era servito della autorità di quelli per liberarsi dagli imperadori; di poi che gli ebbe preso il dominio della città, e riformata quella secondo che a lui parve, subito diventò nimico a’ pontefici; e molte più ingiurie riceverno quegli da quel popolo, che da alcuno altro principe cristiano. E ne’ tempi che i papi facevono tremare con le censure tutto il Ponente,  avevono  il  popolo  romano  ribelle,  né  qualunque  di  essi  aveva altro intento che torre la reputazione e la autorità l’uno all’altro. Venuto, adunque, al pontificato Niccolao II, come Gregorio V tolse ai Romani il potere creare lo imperadore, così Niccolao gli privò di concorrere alla creazione del papa, e volle che, solo la elezione di quello appartenessi ai cardinali. Né fu contento a questo, ché convenuto con quelli principi che governavano la Calavria e la Puglia, per le cagioni che poco di poi direno, costrinse tutti  gli  ufficiali  mandati  dai  Romani  per  la  loro  iurisdizione  a  rendere ubidienzia al papa, e alcuni ne privò del loro ufizio. Capitolo XV Fu, dopo la morte di Niccolao, scisma nella Chiesa, perché il clero di Lombardia non volle prestare ubbidienza ad Alessandro II, eletto a Roma, e creò Cadolo da Parma antipapa. Errico che aveva in odio la potenzia de’ pontefici, fece intendere a papa Alessandro che renunziasse al pontificato, e ai cardinali che andassero nella Magna a creare uno nuovo pontefice. Onde che  fu  il  primo  principe  che  cominciasse  a  sentire  di  quale  importanza fussero le spirituali ferite, perché il Papa fece uno concilio a Roma, e privò Errico dello Imperio e del regno. E alcuni popoli italiani seguirono il Papa, e alcuni Errico; il che fu seme degli umori guelfi e ghibellini, acciò che la Italia, mancate le inundazioni barbare, fusse dalle guerre intestine lacerata. Errico adunque, sendo scomunicato, fu costretto da’ suoi popoli a venire in Italia e, scalzo, inginocchiarsi al Papa e domandargli perdono: il che seguì
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
signoreggiava, al tempo di Niccolao II, Ruberto Guiscardo suo fratello. E perché gli aveva avute assai differenze con i suoi nipoti per la eredità di quelli stati, usò l’autorità del Papa a comporle; il che fu da il Papa esequito volentieri,  desideroso  di  guadagnarsi  Ruberto,  acciò  che  contro  agli imperadori tedeschi e contro alla insolenzia del popolo romano lo difendesse; come lo effetto ne seguì, secondo che di sopra abbiamo dimostro, che ad instanzia di Gregorio VII, cacciò Errico di Roma e quello popolo domò. A Ruberto successono Ruggieri e Guglielmo, suoi figliuoli; allo stato de’ quali si aggiunse Napoli e tutte le terre che sono da Napoli a Roma, e di poi la Sicilia; delle quali si fece signore Ruggieri. Ma Guglielmo, di poi, andando in Gonstantinopoli per prendere per moglie la figliuola dello Imperadore, fu da Ruggieri assalito, e toltogli lo stato. E insuperbito per tale acquisto, si fece prima chiamare re di Italia; di poi, contento del titolo di re di Puglia e di Sicilia, fu il primo che desse nome e ordine a quel regno; il quale ancora oggi intra gli antichi termini si mantiene, ancora che più volte abbia variato, non solamente sangue, ma nazione; perché, venuta meno la stirpe de’ Normandi, si trasmutò quel regno ne’ Tedeschi, da quelli ne’ Franciosi, da costoro negli Aragonesi, e oggi è posseduto dai Fiamminghi. Capitolo XVII Era pervenuto al pontificato Urbano II, il quale era in Roma odiato; e non gli parendo anche potere stare, per le disunioni, in Italia securo, si volse ad una generosa impresa, e se ne andò in Francia con tutto il clero, e ragunò in Auverna molti popoli, a’ quali fece una orazione contro agli infideli; per la quale intanto accese gli animi loro, che deliberorono di fare la impresa di Asia contro a’ Saraceni; la quale impresa con tutte le altre simili furono di poi chiamate Crociate, perché tutti quelli che vi andorono erano segnati sopra le armi e sopra i vestimenti di una croce rossa. I principi di questa impresa furono Gottifredi, Eustachio e Balduino di Buglò, conti di Bologna, e uno Pietro Eremita, per santità e prudenza celebrato; dove molti re e molti popoli concorsono con danari, e molti privati senza alcuna mercede militorono: tanto allora poteva negli animi degli uomini la religione, mossi dallo esemplo di quelli che ne erano capi. Fu questa impresa nel principio gloriosa,  perché  tutta  l’Asia  Minore,  la  Soria  e  parte  dello  Egitto  venne nella potestà de’ Cristiani; mediante la quale nacque l’ordine de’ cavalieri di Ierosolima, il quale oggi ancora regna, e tiene l’isola di Rodi, rimasa unico
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
onorevoli accordi con i Visconti; roppe e prese Giovanni Auguto inghilese, il quale con quattromila Inghilesi in aiuto de’ Ghibellini militava in Toscana. Onde che succedendo al pontificato Urbano V, poi che gl’intese tante vittorie, deliberò vicitare Italia e Roma, dove ancora venne Carlo imperadore; e dopo pochi mesi Carlo si tornò nel regno, e il Papa in Avignone. Dopo la morte di Urbano, fu creato Gregorio XI; e perché gli era ancora morto il cardinale Egidio, la Italia era tornata nelle sue antiche discordie, causate dai popoli collegati contro ai  Visconti, tanto che il Papa mandò prima uno legato in Italia con seimilia Brettoni, di poi venne egli in persona, e ridusse la corte a Roma nel 1376, dopo settantuno anno che la era stata in Francia. Ma seguendo la morte di quello, fu rifatto Urbano  VI, e poco di poi, a Fondi, da dieci cardinali che dicevano Urbano non essere bene eletto, fu creato Clemente VII. I  Genovesi,  in  questi  tempi,  i  quali  più  anni  erano  vivuti  sotto  il governo de’ Visconti, si ribellorono; e intra loro e i Viniziani, per Tenedo insula, nacquero guerre importantissime, per le quali si divise tutta Italia; nella quale guerra furono prima vedute le artiglierie, strumento nuovo trovato dai Tedeschi. E benché i Genovesi fussero un tempo superiori, e che più mesi tenessero assediata  Vinegia, nondimeno, nel fine della guerra, i Viniziani rimasono superiori, e per mezzo del Pontefice feciono la pace, negli anni 1381. Capitolo XXXIII Era nata, come abbiamo detto, scisma nella Chiesa; onde che la reina Giovanna  favoriva  il  papa  scismatico;  per  la  qual  cosa  Urbano  fece  fare contro a di lei la impresa del Regno a Carlo di Durazzo, disceso de’ reali di Napoli; il quale, venuto, le tolse lo stato e si insignorì del Regno; ed ella se ne fuggì in Francia. Il re di Francia, per questo sdegnato, mandò Lodovico d’Angiò in Italia per recuperare il Regno alla Reina, e cacciare Urbano di Roma e insignorirne l’Antipapa. Ma Lodovico, nel mezzo di questa impresa, morì, e le sue genti, rotte, se ne tornorono in Francia. Il Papa, in questo mezzo, se ne andò a Napoli, dove pose in carcere nove cardinali per avere seguitata la parte di Francia e dello Antipapa. Di poi si sdegnò con il Re, perché non volle fare uno suo nipote principe di Capua; e fingendo non se ne curare, lo richiese gli concedesse Nocera per sua abitazione; dove poi si fece forte, e si preparava di privare il Re del Regno. Per la qual cosa il Re vi
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
cosa i  Vicentini, che sotto le insegne de’  Visconti erano vivuti sicuri, temendo della grandezza del signore di Padova, si dierono a’ Viniziani; mediante  i  quali  i  Viniziani  presono  la  guerra  contro  a  di  lui,  e  prima  gli tolsono Verona, e di poi Padova. Capitolo XXXV In questo mezzo Bonifazio papa morì, e fu eletto Innocenzio VII; al quale il popolo di Roma supplicò che dovesse rendergli le fortezze e restituirgli  la  sua  libertà;  a  che  il  Papa  non  volle  acconsentire;  donde  che  il popolo chiamò in suo aiuto Ladislao re di Napoli. Di poi, nato intra loro accordo, il Papa se ne tornò a Roma, che per paura del popolo se ne era fuggito a Viterbo dove aveva fatto Lodovico suo nipote conte della Marca. Morì di poi, e fu creato Gregorio XII, con obligo che dovesse renunziare al papato, qualunche volta ancora l’Antipapa renunziasse. E per conforto de’ cardinali, per fare pruova se la Chiesa si poteva riunire, Benedetto antipapa venne a Porto  Venere, e Gregorio a Lucca, dove praticorono cose assai e non  ne  conclusono  alcuna,  di  modo  che  i  cardinali  dell’uno  e  dell’altro papa gli abbandonorono, e dei papi, Benedetto se ne andò in Ispagna e Gregorio a Rimini. I cardinali dall’altra parte, con il favore di Baldassare Cossa cardinale e legato di Bologna, ordinorono uno concilio a Pisa dove creorono Alessandro V, il quale, subito, scomunicò il re Ladislao e investì di quel regno Luigi d’Angiò; e insieme con i Fiorentini, Genovesi e Viniziani, e con Baldassare Cossa legato, assaltorono Ladislao, e gli tolsono Roma. Ma nello ardore di questa guerra morì Alessandro, e fu creato papa Baldassare Cossa, che si fece chiamare Giovanni XXIII. Costui partì da Bologna, dove fu creato, e ne andò a Roma, dove trovò Luigi d’Angiò, che era venuto con la armata di Provenza; e venuti alla zuffa con Ladislao, lo ruppono. Ma per difetto de’ condottieri non poterono seguire la vittoria; in modo che il Re, dopo poco tempo, riprese le forze, e riprese Roma; e il Papa se ne fuggì a Bologna,  e  Luigi  in  Provenza.  E  pensando  il  Papa  in  che  modo  potesse diminuire  la  potenza  di  Ladislao,  operò  che  Sigismondo  re  di  Ungheria fusse eletto imperadore e lo confortò a venire in Italia, e con quello si abboccò a Mantova; e convennono di fare uno concilio generale, nel quale si riunisse la Chiesa; la quale, unita, facilmente potrebbe opporsi alle forze de’ suoi nemici.
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Istorie fiorentine    Libro primo  Capitolo XXXVI Erano, in quel tempo, tre papi, Gregorio, Benedetto e Giovanni; i quali tenevano la Chiesa debile e sanza reputazione. Fu eletto il luogo del concilio Gostanza, città della Magna, fuora della intenzione di papa Giovanni; e benché fusse, per la morte del re Ladislao, spenta la cagione che fece al Papa muovere la pratica del concilio, nondimeno, per essersi obligato, non potette rifiutare lo andarvi; e condotto a Gostanza, dopo non molti mesi, cognoscendo tardi lo errore suo, tentò di fuggirsi; per la qual cosa fu messo in carcere, e constretto rifiutare il papato. Gregorio, uno degli antipapi ancora, per uno suo mandato, rinunziò; e Benedetto, l’altro antipapa, non volendo rinunziare, fu condennato per eretico. Alla fine, abbandonato dai suoi  cardinali,  fu  constretto  ancora  egli  a  rinunziare;  e  il  Concilio  creò pontefice Otto, di casa Colonna, chiamato di poi papa Martino V. E così la Chiesa si unì, dopo quaranta anni che l’era stata in più pontefici divisa. Capitolo XXVII Trovavasi,  in  questi  tempi,  come  abbiamo  detto,  Filippo  Visconti nella rocca di Pavia; ma venendo a morte Fazino Cane, il quale ne’ travagli di Lombardia si era insignorito di Vercelli, Alessandria, Novara e Tortona, e aveva ragunate assai ricchezze, non avendo figliuoli, lasciò erede degli stati suoi Beatrice sua moglie, e ordinò con i suoi amici operassero in modo che la si maritasse a Filippo. Per il quale matrimonio diventato Filippo potente, riacquistò Milano e tutto lo stato di Lombardia. Di poi, per essere grato de’ benefizi grandi, come sono quasi sempre tutti i principi, accusò Beatrice sua moglie di stupro, e la fece morire. Diventato pertanto potentissimo, cominciò a pensare alle guerre di Toscana, per seguire i disegni di Giovan Galeazzo suo padre. Capitolo XXXVIII Aveva  Ladislao  re  di  Napoli,  morendo,  lasciato  a  Giovanna  sua sirocchia,  oltre  al  Regno,  uno  grande  esercito,  capitanato  dai  principali condottieri di Italia, intra i primi de’ quali era Sforza da Cotignuola reputato, secondo quelle armi, valoroso. La Reina, per fuggire qualche infamia di tenersi uno Pandolfello, il quale aveva allevato, tolse per marito Iacopo della Marcia, francioso, di stirpe regale, con queste condizioni, che fussi
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
il re Carlo vicario imperiale di Toscana. Mantenendo adunque i Fiorentini, per virtù  di  questo  nuovo  governo,  dentro  con  le  leggi  e  fuora  con  le  armi,  la reputazione loro, morì il Pontefice; e dopo una lunga disputa, passati duoi anni, fu eletto papa Gregorio X. Il quale, per essere stato lungo tempo in Soria, ed esservi ancora nel tempo della sua elezione, e discosto da gli umori delle parti, non stimava quelle nel modo che dagli suoi antecessori erano state stimate. E per ciò, sendo venuto in Firenze per andare in Francia, stimò che fusse ufficio di uno ottimo pastore riunire la città; e operò tanto che i Fiorentini furono contenti ricevere i sindachi de’ Ghibellini in Firenze per praticare il modo del ritorno loro; e benché lo accordo si concludesse, furono in modo i Ghibellini spaventati, che non vollono tornare. Di che il Papa dette la colpa alla città, e, sdegnato, scomunicò quella; nella quale contumacia stette quanto visse il Pontefice; ma dopo la sua morte fu da papa Innocenzio V ribenedetta. Era venuto il pontificato in Niccolò III, nato di casa Orsina; e perché i pontefici temevano sempre colui la cui potenzia era diventata grande in Italia, ancora che la fussi con i favori della Chiesa cresciuta, e perché ei cercavano di abbassarla, ne nascevano gli spessi tumulti e le spesse variazioni che in quella seguivono; perché la paura di uno potente faceva crescere uno debile; e cresciuto ch’egli era, temere, e temuto, cercare di abbassarlo: questo fece trarre il Regno di mano a Manfredi e concederlo a Carlo; questo fece di poi avere paura di lui, e cercare la rovina sua. Niccolao III per tanto, mosso da queste cagioni, operò tanto che a Carlo, per mezzo dello Imperadore, fu tolto il governo di Toscana, e in quella provincia mandò, sotto nome dello Imperio, messer Latino suo legato. Capitolo XI Era Firenze allora in assai mala condizione, perché la nobilità guelfa era diventata insolente e non temeva i magistrati; in modo che ciascuno dì si facevano assai omicidii e altre violenze, sanza essere puniti quegli che le commettevano, sendo da questo e quell’altro nobile favoriti. Pensorono per tanto i capi del popolo, per frenare questa insolenzia, che fusse bene rimettere i fuori usciti; il che dette occasione al Legato di riunire la città; e i Ghibellini tornorono. E in luogo de’ dodici governatori ne feciono quattordici,  d’ogni  parte  sette,  che  governassero  uno  anno  e  avessero  ad  essere eletti dal papa. Stette Firenze in questo governo duoi anni, infino che venne al pontificato papa Martino, di nazione franzese, il quale restituì al re Carlo tutta quella autorità che da Niccola gli era stata tolta; talché subito
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
quella degli Albizzi lo accrebbe; perché, avvenga che ugualmente fussero segnate, non di meno i Ricci assai più ne patirono; perché, se a Piero fu chiuso il palagio de’ Signori, quello de’ Guelfi, dove gli aveva grandissima autorità, gli rimase aperto; e se prima egli e chi lo seguiva erano allo ammunire caldi, diventorono, dopo questa ingiuria, caldissimi. Alla quale mala volontà ancora nuove cagioni si aggiunsono. Capitolo VII Sedeva  nel  pontificato  papa  Gregorio  XI,  il  quale,  trovandosi  ad Avignone, governava, come gli antecessori suoi avevano fatto, la Italia per legati; i quali, pieni di avarizia e di superbia, avevano molte città afflitte. Uno di questi, il quale in quelli tempi si trovava a Bologna, presa la occasione dalla carestia che lo anno era in Firenze, pensò di insignorirsi di Toscana, e non solamente non suvvenne i Fiorentini di vivere, ma per torre loro la speranza delle future ricolte, come prima apparì la primavera, con grande esercito gli assaltò, sperando, trovandogli disarmati e affamati, potergli facilmente superare. E forse gli succedeva, se le armi con le quali quello gli assalì infedeli e venali state non fussero: perché i Fiorentini, non avendo migliore rimedio, dierono centotrentamila fiorini ai suoi soldati, e feciono loro abbandonare la impresa. Comincionsi le guerre quando altri vuole, ma non quando altri vuole si finiscono. Questa guerra, per ambizione del Legato cominciata, fu dallo sdegno de’ Fiorentini seguita, e feciono lega con messer Bernabò e con tutte le città nimiche alla Chiesa; e creorono otto cittadini che quella amministrassero, con autorità di potere operare sanza appello e spendere sanza darne conto. Questa  guerra  mossa  contro  al  Pontefice  fece,  non  ostante  che Uguccione fusse morto, risurgere quelli che avieno la setta de’ Ricci seguita, i quali, contro agli Albizzi, avevono sempre favorito messer Bernabò e disfavorita la Chiesa; e tanto più che gli Otto erano tutti nimici alla setta de’ Guelfi. Il che fece che Piero degli Albizzi, messer Lapo da Castiglionchio, Carlo Strozzi e gli altri più insieme si strinsono alla offesa de’ loro avversarii; e mentre che gli Otto facevano la guerra, ed eglino ammunivano. Durò la guerra tre anni, né prima ebbe che con la morte del Pontefice termine; e fu con tanta virtù e tanta sodisfazione dello universale amministrata, che agli Otto fu ogni anno prorogato il magistrato; ed erano chiamati Santi, ancora che eglino avessero stimate poco le censure, e le chiese de’ beni loro spoglia-
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
1371 Al cardinale Enrico Caetani, legato di Bologna. Quel ch’apre il ciel mirabilmente e serra e i tesori celesti a noi comparte, e dove s’adorò Quirino e Marte come statua di Dio risplende in terra, 5 te scelse in questa antica e nobil terra, che ‘l gran padre Apennin divide e parte, acciò che regga su quest’altra parte, estinti i semi de l’interna guerra. Tu l’antica città freni e correggi, del buon Gregorio avventurosa madre, e de gli studi e de le sacre leggi. Per te vegg’io fiorir gl’illustri ingegni ed avanzar per te l’arti leggiadre: or chi cerca d’onor più certi segni?
Rime d occasione o d encomio - Parte 3 (libro 4) di Torquato Tasso
(come il ver fede acquista) d’Oriente scacciar gli empi tiranni da’ nostri lidi e ristorare i danni, sottratte al giogo indegno le fide genti, e stabilire il regno de’ suoi divoti ed innalzar la Croce con provvidenza e con pensier veloce te ne stimò già degno, ed era obietto d’un volere istesso l’onor di Cristo e quello a te promesso. E ‘l dì medesmo in gran pubblico lutto, onorato ed acerbo, recise la sua vita e la tua speme; ma s’ei toccar potea le mete estreme, il Barbaro superbo e ‘l suo regno crudel saria distrutto, e lieta Italia e Roma e ‘l mondo tutto; ma pur di novo poggia la speme tua, ch’al tuo valor s’appoggia, e ferma in sé, pur come pianta suole che ‘ntorno è tronca e poi verdeggia al sole ed a la nova pioggia, e tutto ciò ch’in Pio s’estinse e giacque poi risorse in Gregorio e ‘n lui rinacque. La gloria, la virtù, l’arti più belle, io dico, e la speranza che Sisto adempie or c’ha di Pietro il manto. Non per Eaco o per Mino o Radamanto la tua gloria s’avanza là giù fra l’alme al vero Dio rubelle; ma per questi ch’alzar sovra le stelle ponno il valor romano, là dove giunse Augusto od Africano od altro pur magnanimo e gentile. Qual fu giudizio in terra unqua simile?
Rime d occasione o d encomio - Parte 3 (libro 4) di Torquato Tasso
e la pompa superba e trionfale, potria forse parer men grave soma; ma benché non sia laude al merto eguale, dov’egli sparge i rai, tu spiega l’ale. 1504 [Al cardinale Sfrondato.] La Fortuna che ‘n terra or dona, or toglie gli scettri e le corone e l’oro e gli ostri, altezza non ha pari a’ merti vostri: tante virtù l’alma gentile accoglie! 5 Sian le pompe del mondo altere spoglie de la superba: ivi ‘l poter dimostri, ché pria turbar può gli stellanti chiostri che d’alto cor le giuste e pure voglie. Voi mirate, signor, d’eccelsa parte, sempre eguale a voi stesso, imperi e regni; e l’instabil sua rota avete a scherno. Qual è più degno, a cui metalli e carte sacre sian da’ felici ed alti ingegni, per far di gloria un simulacro eterno? 1505 [In lode di Gregorio XIV.] Da gran lode immortal del Re superno abbia quella del Re principio in terra; anzi laudisi quel ch’i regi esalta, Padre e Signor, che m’apre il cielo e serra e le tartaree porte al cieco inferno, onde antico avversario ancor n’assalta. Lodate Dio dal cielo, e ‘nsin da l’alta
Rime d occasione o d encomio - Parte 3 (libro 4) di Torquato Tasso
ch’egli a te diè cesari invitti e giusti pastori, e questi, ch’io tardi celebro, dato da lui, sol per sua grazia or venne. Egli, che volge il cielo ovunque accenne e cangiar puote al sol il ratto corso, e da la destra a noi Giove e Saturno, contra ‘l giro diurno, mostrare; ei pronto move al tuo soccorso. Ei volse a te pietose luci e sante, a te d’imperio grande antica donna, che piangevi duo Padri, al nero occaso giunti, pur come sia fortuna o caso, o quasi manchi al ciel doppia colonna e minacci ruina il vecchio Atlante; ei gli altri accolse in te, grave e tremante, e fra’ più gravi e saggi or questo ei scelse, nato per mitre e per corone eccelse. Di stirpe degna e di più degno padre, quasi novo Gregorio, al mondo nacque questi che dal primier s’appella e noma, perché la fama, che garriva e tacque, e fra le nubi tenebrose ed adre nascose il capo e la canuta chioma, più si vergogni, e taccia Atene e Roma, e Tebe antica e la feroce Sparta, del suo Alcide e di Marte o pur d’Egeo, né Romolo o Teseo, de’ quai sì chiara loda al mondo è sparta, di progenie gentil si glori a prova; né d’Alessandro, uom conosciuto al sangue, del re suo padre non contento e pago, si narri il parto o ‘l favoloso drago, o l’ignudo fanciul ch’uscì de l’angue, che le favole prische anco rinnova; ma casta nobiltà, ch’antica e nova virtute e gloria insieme adorna or rende, con l’alte insegne sue fiorisce e splende.
Rime d occasione o d encomio - Parte 3 (libro 4) di Torquato Tasso
perché tenebre oscure asperga il tempo; taccio l’arti, gli studi, il culto e ‘l senno, e d’antica eloquenza i rari pregi. 155 Questo giudizio approva il Re de’ regi, che move il mondo e gira il cielo a cenno, e l’alte grazie sue comparte a tempo; e quegli adoro, in cui pensar m’attempo, profondi abissi di consigli e d’opre, 160 e la lucida nube, ov’ei si copre A voi mi volgo ancor, d’elettro e d’auro, angeli in ciel lucenti, a voi, che sempre siete de’ raggi di sua gloria accensi; e tu, sol, che risplendi a’ vaghi sensi, 165 aspira al mio concento in dolci tempre perché si sparga il suon da l’Indo al Mauro, verdeggi al nuovo canto il mirto e ‘l lauro, fra marmi e fonti e seggi ombrosi e foschi, risonando Gregorio il fiume e i boschi. 1506 [In morte di donna Alvina Mendoza.] Mille e più forme in te care e diverse dipinse di sua mano il Re del cielo; poi, discendendo a soffrir caldo e gelo, l’alma tua, saggia Alvina, i vanni aperse; 5 e tante tue virtù qua giù coperse d’un bel raro, gentil, candido velo, e nulla mai del mondo amore o zelo d’ombrato e impuro a’ suoi colori asperse, perch’ella li nascose a’ sensi erranti; pur come imago ch’al pensier traluce, non fu d’umana gloria altera e vaga.
Rime d occasione o d encomio - Parte 3 (libro 4) di Torquato Tasso
1635 [Alle anime del Purgatorio.] Alme, che ne le fiamme e ne’ tormenti purgate il fango, onde v’asperse il mondo, senza spavento del morir secondo e certe di salir fra pure menti, 5 quasi tante ali e tanti preghi ardenti, che sparge alta pietà di cor profondo, e i miei sospiri, or che ‘l mio petto inondo, come a gran volo sian benigni venti. E fra l’eterne sedi a noi promesse l’un mio parente e l’altro il cielo accolga, pria che rinchiuda l’ossa il bianco marmo; mova a l’alta vittoria e i nodi sciolga, e ‘nsieme que’ de le mie colpe istesse il buon Gregorio, or che di fede io m’armo. 1636 [Sopra la cappella della Trinità, innalzata dal signor Traiano Gallo.] Al Padre, al Figlio eterno, al santo Amore, che spira d’ambedue con spirto ardente, come da luce luce alma e lucente e da raggio indiviso il puro ardore, 5 un picciol tempio, ove tre Santi adore, sacra il buon Gallo, e con divota mente preghiere e lodi ivi cantò sovente il Segno, arso a gli altari arabo odore. O Dio che tutto puoi, che tutto intendi e l’ami, e vedi l’alma e ‘l cor profondo, ov’è l’imago tua, Signor eterno,
Rime sacre di Torquato Tasso