gotto

[gòt-to]
In sintesi
grande bicchiere con manico
← lat. ttu(m) ‘vaso, recipiente’.
s.m.

region. Bicchiere o tazza di vetro, cilindrico, generalm. con manico || estens. Liquido contenuto in tale recipiente: un g. di vino, di birra; bere un g.

Citazioni
gatta, botarsi, se la ritrovasse, mandarla di cera a nostra Donna d’Orto San Michele,  e  così  fece.  O  non  è  questa  non  mancanza  di  fede,  ma  uno gabbamento di Dio e di nostra Donna e di tutti suoi Santi? E’ vuole il cuore e la mente nostra; non va caendo immagini di cera, né queste borie e vanità. Chi si recasse ben la mente al petto, e’ vederebbe che molti lacciuoli, con li quali si crede andare in paradiso, le più volte tirano altrui allo inferno. CX Uno  gottoso  facendo  uccidere  un  porco  di  Santo  Antonio,  il  porco  gli  fugge addosso in sul letto, e tutto il pesta, e assanna chi l’ha voluto uccidere, e campa. E’  fu  non  è  ancora  molt’anni,  uno  mio  vicino,  il  quale  era  tanto perduto di gotte che quasi mai di gran tempo non era possuto uscire del letto; e per questa sua malattia non avea perduto la gola, né alcun dente ancora, ma sempre agognava come potesse menare le mascelle. Avea fatto suo refettoro costui in una camera terrena appresso alla via, donde s’entrava nella sua casa, e ivi molti suoi calonaci s’andavano a stare con lui vicitandolo molto spesso, però che mai altro che mangiare e bere non si facea nel detto luogo. Avvenne per caso che due porci di Santo Antonio, bellissimi, quasi ogni dì entravono dalla porta da via, e poi subitamente entravono nella detta camera. Un giorno fra gli altri, essendo entrati questi porci nella detta camera, dice il gottoso a uno suo mazzamortone contadino: — Che recadìa è questa di questi porci? voglianne noi uccidere uno? Risponde quelli: — Purché voi vogliate. Dice alcun che v’era: — Oimè non ischerzate con Santo Antonio. Dice il gottoso: — Se’ tu di questi sciocchi ancora tu che credi che Santo Antonio abbia a insalare carne? per cui? per la sua famiglia? tu sa’ bene che colassù non si bee e non si mangia, ma questi suoi gaglioffi col T nel petto, sono quelli che divorano e dannoci a credere queste frasche; tutto il peccato si sia mio; lasciate fare a me. E dice al fante:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CLIII Messer Dolcibene, andando a vicitare uno cavaliere novello, ricco e avaro, con uno piacevol morso il desta a farsi fare qualche dono. E’ mi conviene pur tornare a messer Dolcibene, il quale in più novelle a drieto è stato raccontato, però che fu il da più uomo di corte che fosse già è gran tempo, e non sine quare Carlo di Buem Imperadore il fece re dei buffoni e delli istrioni d’Italia. Essendosi fatto in Firenze uno cavaliere, il quale  sempre  avea  prestato  a  usura  ed  era  sfolgoratamente  ricco,  ed  era gottoso e già vecchio, in vergogna e vituperio della cavalleria, la quale nelle stalle e ne’ porcili veggo condotta: e se io dico il vero, pensi chi non mi credesse s’elli ha veduto, non sono molti anni, far cavalieri li meccanici, gli artieri, insino a’ fornai; ancora più giù, gli scardassieri, gli usurai e rubaldi barattieri. E per questo fastidio si può chiamare cacalerìa e non cavalleria,
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti