gaglioffo

[ga-gliòf-fo]
In sintesi
buono a nulla, sciocco, ignorante e goffo
← forse da gagliardo, incrociato con goffo.
1
Buono a nulla, cialtrone
2
ant. Pezzente ‖ accr. gaglioffóne || pegg. gaglioffàccio

Citazioni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � — Io non ci veggio se non un modo, che questo vostro garzone si metta qualche straccio indosso, sì che paia gaglioffo, e vada quassù da questa piaggia, dove troverrà una chiesa: chiami ser Cione, che è là prete, e da mia  parte  dica  mi  presti  dodici  pani:  questo  dico  perché,  se  questi  che fanno questi mali troverrano un garzoncello malvestito, non gli diranno alcuna cosa. Mostrato la via al garzone, v’andò malvolentieri, però che era di notte,  e  mal  si  vedea.  Pauroso,  come  si  dee  credere,  si  mosse,  andandosi avviluppando  or  qua  or  là,  sanza  trovare  questa  chiesa  mai;  ed  essendo intrato in uno boschetto, ebbe veduto dall’una parte un poco d’albore che dava in uno muro. Avvisossi d’andare verso quello, credendo fosse la chiesa; e giunto là su una grande aia, s’avvisò quella essere la piazza; e ’l vero era che quella era casa di lavoratore: andossene là, e cominciò a bussare l’uscio. Il lavoratore, sentendo, grida: — Chi è là? E ’l garzone dice: — Apritemi, ser Cione, ché il tal oste dal ponte Agliana mi manda a voi, che gli prestiate dodici pani. Dice il lavoratore: — Che pani? ladroncello che tu se’, che vai appostando per cotesti malandrini.  Se  io  esco  fuori,  io  te  ne  manderò  preso  a  Pistoia,  e  farotti impiccare. Il garzone, udendo questo, non sapea che si fare; e stando così come fuor di sé, e volgendosi se vedesse via che ’l potesse conducere a migliore porto, sentì urlare un lupo ivi presso alla proda del bosco, e guardandosi attorno vide su l’aia una botte dall’uno de’ lati, tutta sfondata di sopra, ed era ritta; alla quale subito ricorse, ed entrovvi dentro, aspettando con gran paura quello che la fortuna di lui disponesse. E  così  stando,  ecco  questo  lupo,  come  quello  che  era  forse  per  la vecchiezza stizzoso, e accostandosi alla botte, a quella si cominciò a grattare; e così fregandosi, alzando la coda, la detta coda entrò per lo cocchiume. Come il garzone sentì toccarsi dentro con la coda, ebbe gran paura; ma pur veggendo quello che era, per la gran temenza si misse a pigliar la coda, e di non lasciarla mai giusto il suo podere, insino a tanto che vedesse quello che dovesse essere di lui. Il lupo, sentendosi preso per la coda, cominciò a tirare: il garzone tien forte, e tira anco elli; e così ciascuno tirando, e la botte cade,
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CX Uno  gottoso  facendo  uccidere  un  porco  di  Santo  Antonio,  il  porco  gli  fugge addosso in sul letto, e tutto il pesta, e assanna chi l’ha voluto uccidere, e campa. E’  fu  non  è  ancora  molt’anni,  uno  mio  vicino,  il  quale  era  tanto perduto di gotte che quasi mai di gran tempo non era possuto uscire del letto; e per questa sua malattia non avea perduto la gola, né alcun dente ancora, ma sempre agognava come potesse menare le mascelle. Avea fatto suo refettoro costui in una camera terrena appresso alla via, donde s’entrava nella sua casa, e ivi molti suoi calonaci s’andavano a stare con lui vicitandolo molto spesso, però che mai altro che mangiare e bere non si facea nel detto luogo. Avvenne per caso che due porci di Santo Antonio, bellissimi, quasi ogni dì entravono dalla porta da via, e poi subitamente entravono nella detta camera. Un giorno fra gli altri, essendo entrati questi porci nella detta camera, dice il gottoso a uno suo mazzamortone contadino: — Che recadìa è questa di questi porci? voglianne noi uccidere uno? Risponde quelli: — Purché voi vogliate. Dice alcun che v’era: — Oimè non ischerzate con Santo Antonio. Dice il gottoso: — Se’ tu di questi sciocchi ancora tu che credi che Santo Antonio abbia a insalare carne? per cui? per la sua famiglia? tu sa’ bene che colassù non si bee e non si mangia, ma questi suoi gaglioffi col T nel petto, sono quelli che divorano e dannoci a credere queste frasche; tutto il peccato si sia mio; lasciate fare a me. E dice al fante:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � — Io non ci veggio se non un modo, che questo vostro garzone si metta qualche straccio indosso, sì che paia gaglioffo, e vada quassù da questa piaggia, dove troverrà una chiesa: chiami ser Cione, che è là prete, e da mia  parte  dica  mi  presti  dodici  pani:  questo  dico  perché,  se  questi  che fanno questi mali troverrano un garzoncello malvestito, non gli diranno alcuna cosa. Mostrato la via al garzone, v’andò malvolentieri, però che era di notte,  e  mal  si  vedea.  Pauroso,  come  si  dee  credere,  si  mosse,  andandosi avviluppando  or  qua  or  là,  sanza  trovare  questa  chiesa  mai;  ed  essendo intrato in uno boschetto, ebbe veduto dall’una parte un poco d’albore che dava in uno muro. Avvisossi d’andare verso quello, credendo fosse la chiesa; e giunto là su una grande aia, s’avvisò quella essere la piazza; e ’l vero era che quella era casa di lavoratore: andossene là, e cominciò a bussare l’uscio. Il lavoratore, sentendo, grida: — Chi è là? E ’l garzone dice: — Apritemi, ser Cione, ché il tal oste dal ponte Agliana mi manda a voi, che gli prestiate dodici pani. Dice il lavoratore: — Che pani? ladroncello che tu se’, che vai appostando per cotesti malandrini.  Se  io  esco  fuori,  io  te  ne  manderò  preso  a  Pistoia,  e  farotti impiccare. Il garzone, udendo questo, non sapea che si fare; e stando così come fuor di sé, e volgendosi se vedesse via che ’l potesse conducere a migliore porto, sentì urlare un lupo ivi presso alla proda del bosco, e guardandosi attorno vide su l’aia una botte dall’uno de’ lati, tutta sfondata di sopra, ed era ritta; alla quale subito ricorse, ed entrovvi dentro, aspettando con gran paura quello che la fortuna di lui disponesse. E  così  stando,  ecco  questo  lupo,  come  quello  che  era  forse  per  la vecchiezza stizzoso, e accostandosi alla botte, a quella si cominciò a grattare; e così fregandosi, alzando la coda, la detta coda entrò per lo cocchiume. Come il garzone sentì toccarsi dentro con la coda, ebbe gran paura; ma pur veggendo quello che era, per la gran temenza si misse a pigliar la coda, e di non lasciarla mai giusto il suo podere, insino a tanto che vedesse quello che dovesse essere di lui. Il lupo, sentendosi preso per la coda, cominciò a tirare: il garzone tien forte, e tira anco elli; e così ciascuno tirando, e la botte cade,
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CX Uno  gottoso  facendo  uccidere  un  porco  di  Santo  Antonio,  il  porco  gli  fugge addosso in sul letto, e tutto il pesta, e assanna chi l’ha voluto uccidere, e campa. E’  fu  non  è  ancora  molt’anni,  uno  mio  vicino,  il  quale  era  tanto perduto di gotte che quasi mai di gran tempo non era possuto uscire del letto; e per questa sua malattia non avea perduto la gola, né alcun dente ancora, ma sempre agognava come potesse menare le mascelle. Avea fatto suo refettoro costui in una camera terrena appresso alla via, donde s’entrava nella sua casa, e ivi molti suoi calonaci s’andavano a stare con lui vicitandolo molto spesso, però che mai altro che mangiare e bere non si facea nel detto luogo. Avvenne per caso che due porci di Santo Antonio, bellissimi, quasi ogni dì entravono dalla porta da via, e poi subitamente entravono nella detta camera. Un giorno fra gli altri, essendo entrati questi porci nella detta camera, dice il gottoso a uno suo mazzamortone contadino: — Che recadìa è questa di questi porci? voglianne noi uccidere uno? Risponde quelli: — Purché voi vogliate. Dice alcun che v’era: — Oimè non ischerzate con Santo Antonio. Dice il gottoso: — Se’ tu di questi sciocchi ancora tu che credi che Santo Antonio abbia a insalare carne? per cui? per la sua famiglia? tu sa’ bene che colassù non si bee e non si mangia, ma questi suoi gaglioffi col T nel petto, sono quelli che divorano e dannoci a credere queste frasche; tutto il peccato si sia mio; lasciate fare a me. E dice al fante:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Or, poi che  avete  fatta  una  cosa,  fatene  un’altra:  e  sarà  compito  tutto  il negocio a non mancarvi nulla. Che volete che noi facciamo? Lui essendo nella miseria che eravate voi, con aver seicento scudi meno, e voi essendo nella comodità nella quale era lui, con aver oltre seicento scudi: però, come avete cambiata fortuna, cambiatevi ancora gli mantelli e le barette, ch’al fine non conviene ch’egli vada in quello abito, e tu in questo. Oh! voi sempre burlate. Sì, sì, burlo: la prima volta che vi vedrò insieme, dirò: — Ecco qui la tua cappa,  Cencio;  ecco  qui  la  tua  cappa,  Bartolomeo.  —  Ma  dimmi  da galant’omo, parliamo da dovero: non l’hai tu attaccata a costui, come l’attaccò il Gigio al Perrotino? E che fec’egli? Non sai quel che fece? io tel saprò dire. — Costui cavò un pezzo di legno, vi inserrò l’oro dentro, poi lo bruggiò fuori, facendolo a guisa de gli altri carboni; ed al suo tempo, con una bella destrezza, sel tolse dalla saccoccia, e ponendo mani a dui altri carboni ch’erano presso la fornace, fece venir a proposito di ponere quel carbone pregnante, dove presto, per la forza del fuoco incinerito, stillò l’oro impolverato per gli buchi a basso. Oh vagliame Dio! mai arei possuto imaginarmi una sì fatta gaglioffaria. Ingannar io? fars’ingannar m[esser] Bartolomeo? Or, credo che di questo tratto lui ne sii stato informato. Egli non solo non ha voluto ch’io toccasse cosa alcuna; ma anco mi ha fatto seder sei passi lungi dalla fornace, la prima volta che si oprò in mia presenza, per la dechiarazion della prattica della ricetta; e nella seconda volta, ha voluto esser solo, con farmene esser al tutto absente, avendo solo la mia ricetta per guida. Di sorte che, dopo che la esperienza è fatta due volte in poca materia e pochissima spesa, or vi si è risoluto a tutta passata, o, come vi ho detto, fa gran seminata per raccogliere gran frutto. Come! ave egli aumentate le dose? Tanto, che in questa prima posata tirarà cinquecento scudi come cinquanta soldi. Credo più presto come cinquanta soldi che come cinquant’altri scudi. Ora sì  che  hai  profetato  meglio  ch’un  Caifasso.  Or  aspettiamo  il  parto,  ché allora vedremo si l’è maschio o femina. A dio. A dio, a dio: assai è che crediate gli articoli di fede. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Candelaio di Giordano Bruno
Il giuoco de zingani: e che l’è fuori e che l’è dentro; e se volete intendere il successo per ordine, credo che riderete. Di grazia, fatemi ridere, ch’io n’ho gran voglia. Questa vecchiazza barba di cocchiara richiesta da me si me voleva fare quel piacere, mi rispose: “No, no no no...” O gaglioffo, dunque tu vai subvertendo le povere donnecciole e svergognando i parentadi? Tu hai il diavolo in testa: chi ti parla di questo? è forse una sorte di piacere che possono far le donne a gli uomini? Or sequita. Si lei avesse detto una volta: no, io non arrei più parlato, facendo rimaner la cosa cossì, llì; ma perché disse più de dodici volte: no, no no, non non, non, none,  none,  none,  nani,  nani,  none:  —  cazzo!  —  dissi  intra  di  me,  — costei ne vuole; al sangue de suberi di pianelle vecchissime, che in questo viaggio passeremo qualche fiume. — Poi, riprendo, idest ripiglio il sermone, facendomegli udire in questa foggia: — O faccia di oro fino ed occhii di diamante, tu vuoi farmi morire, anh? E poi dice la bestia che non intendeva di quella facenda. Tu, Lucia, mi vuoi far rinegare! non ti puoi imaginare più di una sorte, con la quale le donne possono far morire gli uomini? Passa oltre. Ella che rispose a questo? Ed ella rispose: “Va’ via, va’ via, via, via, via, via, via, via, via, mal uomo”. Si lei avesse detto, una volta: va’ via; forse io arei smaltito di quella sicurtà che gli tanti: non, non, mi aveano data. Ma perché, ripigliando due volte il fiato, disse più di quindeci volte: via via; ed io ho udito dire da mastro Manfurio che le due negazione affermano, e molto più le tre, come veggiamo per isperienza: — dunque, — dissi io intra me stesso, — costei vuol dansare a tre piè; e forsi che io gli piantarò un’altra gamba tra le due, acciò possa ancor meglio correre. Or, adesso ti ho. Hai il mal’an che Dio ti dia! — perdonami, si t’offendo: s’io te dico che non vuoi pigliar si non a mala parte quel che ti dico. Ah ah ah, sequita, ch’io voglio tacere sin a l’ultima conclusione. E tu che gli dicesti?
Il Candelaio di Giordano Bruno
Or, poi che  avete  fatta  una  cosa,  fatene  un’altra:  e  sarà  compito  tutto  il negocio a non mancarvi nulla. Che volete che noi facciamo? Lui essendo nella miseria che eravate voi, con aver seicento scudi meno, e voi essendo nella comodità nella quale era lui, con aver oltre seicento scudi: però, come avete cambiata fortuna, cambiatevi ancora gli mantelli e le barette, ch’al fine non conviene ch’egli vada in quello abito, e tu in questo. Oh! voi sempre burlate. Sì, sì, burlo: la prima volta che vi vedrò insieme, dirò: — Ecco qui la tua cappa,  Cencio;  ecco  qui  la  tua  cappa,  Bartolomeo.  —  Ma  dimmi  da galant’omo, parliamo da dovero: non l’hai tu attaccata a costui, come l’attaccò il Gigio al Perrotino? E che fec’egli? Non sai quel che fece? io tel saprò dire. — Costui cavò un pezzo di legno, vi inserrò l’oro dentro, poi lo bruggiò fuori, facendolo a guisa de gli altri carboni; ed al suo tempo, con una bella destrezza, sel tolse dalla saccoccia, e ponendo mani a dui altri carboni ch’erano presso la fornace, fece venir a proposito di ponere quel carbone pregnante, dove presto, per la forza del fuoco incinerito, stillò l’oro impolverato per gli buchi a basso. Oh vagliame Dio! mai arei possuto imaginarmi una sì fatta gaglioffaria. Ingannar io? fars’ingannar m[esser] Bartolomeo? Or, credo che di questo tratto lui ne sii stato informato. Egli non solo non ha voluto ch’io toccasse cosa alcuna; ma anco mi ha fatto seder sei passi lungi dalla fornace, la prima volta che si oprò in mia presenza, per la dechiarazion della prattica della ricetta; e nella seconda volta, ha voluto esser solo, con farmene esser al tutto absente, avendo solo la mia ricetta per guida. Di sorte che, dopo che la esperienza è fatta due volte in poca materia e pochissima spesa, or vi si è risoluto a tutta passata, o, come vi ho detto, fa gran seminata per raccogliere gran frutto. Come! ave egli aumentate le dose? Tanto, che in questa prima posata tirarà cinquecento scudi come cinquanta soldi. Credo più presto come cinquanta soldi che come cinquant’altri scudi. Ora sì  che  hai  profetato  meglio  ch’un  Caifasso.  Or  aspettiamo  il  parto,  ché allora vedremo si l’è maschio o femina. A dio. A dio, a dio: assai è che crediate gli articoli di fede. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Candelaio di Giordano Bruno
Il giuoco de zingani: e che l’è fuori e che l’è dentro; e se volete intendere il successo per ordine, credo che riderete. Di grazia, fatemi ridere, ch’io n’ho gran voglia. Questa vecchiazza barba di cocchiara richiesta da me si me voleva fare quel piacere, mi rispose: “No, no no no...” O gaglioffo, dunque tu vai subvertendo le povere donnecciole e svergognando i parentadi? Tu hai il diavolo in testa: chi ti parla di questo? è forse una sorte di piacere che possono far le donne a gli uomini? Or sequita. Si lei avesse detto una volta: no, io non arrei più parlato, facendo rimaner la cosa cossì, llì; ma perché disse più de dodici volte: no, no no, non non, non, none,  none,  none,  nani,  nani,  none:  —  cazzo!  —  dissi  intra  di  me,  — costei ne vuole; al sangue de suberi di pianelle vecchissime, che in questo viaggio passeremo qualche fiume. — Poi, riprendo, idest ripiglio il sermone, facendomegli udire in questa foggia: — O faccia di oro fino ed occhii di diamante, tu vuoi farmi morire, anh? E poi dice la bestia che non intendeva di quella facenda. Tu, Lucia, mi vuoi far rinegare! non ti puoi imaginare più di una sorte, con la quale le donne possono far morire gli uomini? Passa oltre. Ella che rispose a questo? Ed ella rispose: “Va’ via, va’ via, via, via, via, via, via, via, via, mal uomo”. Si lei avesse detto, una volta: va’ via; forse io arei smaltito di quella sicurtà che gli tanti: non, non, mi aveano data. Ma perché, ripigliando due volte il fiato, disse più di quindeci volte: via via; ed io ho udito dire da mastro Manfurio che le due negazione affermano, e molto più le tre, come veggiamo per isperienza: — dunque, — dissi io intra me stesso, — costei vuol dansare a tre piè; e forsi che io gli piantarò un’altra gamba tra le due, acciò possa ancor meglio correre. Or, adesso ti ho. Hai il mal’an che Dio ti dia! — perdonami, si t’offendo: s’io te dico che non vuoi pigliar si non a mala parte quel che ti dico. Ah ah ah, sequita, ch’io voglio tacere sin a l’ultima conclusione. E tu che gli dicesti?
Il Candelaio di Giordano Bruno
voluto dormire una seconda volta per tutto l’oro del mondo. Allora anche coloro i quali s’erano mostrati più increduli cominciarono ad informarsi e del come e del quando, e Maso raccontò quello che non avea voluto dire per timore di farsi dar la baia dai più coraggiosi. Da più di un mese avea udito rumore anche nel tinello, e s’era accorto che gli spiriti facevano man bassa sulla credenza. A poco a poco raccontò pure quel che avea visto. – Visto? – Sì, madonna; sospettando che alcuno dei guatteri gli giocasse quel tiro, si appostò nell’andito, dietro il tinello, col suo gran coltellaccio alla cintola, e attese la mezzanotte, ora in cui solevasi udire il rumore. Quando tutt’a ad un tratto – non si udiva ronzare nemmeno una mosca – si vede comparir dinanzi un gran fantasma bianco, il quale gli arriva addosso senza dire né ahi né ohi, e gli passa rasente senza fare altro rumore di quel che possa fare un topo che va a caccia del formaggio vecchio. Il povero cuoco non volle saperne altro, e fu per farne una bella e buona malattia. – Ah! disse la baronessa ridendo. E cosa fece in seguito? – Non fece nulla, fece acqua in bocca, andò a confessarsi, a comunicarsi, ed ogni sera, prima di mettersi in letto, non mancava di farsi due volte la croce anziché una volta, e di raccomandarsi ben bene a tutte le anime del purgatorio che sogliono gironzare la notte, in busca di requiem e di suffragi. – Giacché sono degli spiriti i quali rubano in tinello come dei gatti affamati  o  dei  guatteri  ladri,  se  fossi  stata  messer  Maso,  invece  d’infilar paternostri, mi sarei raccomandata alla mia miglior lama, onde cercare di scoprire chi fosse il gaglioffo che si permetteva di scambiar le parti coi fantasmi. – Oh madonna, fu quel che disse il Rosso, il quale è un pezzo di giovanotto che il diavolo istesso, che è il diavolo, non gli farebbe paura; e si mise a rider forte, e gli disse bastargli l’animo di prendere lo spirito, il fantasma, il diavolo stesso per le corna, e fargli vomitare tutto il ben di Dio di cui dicevasi si desse una buona satolla in cucina; mai non l’avesse fatto! La notte seguente s’apposta anche lui nel corridoio, come avea fatto il cuoco, colla sua brava partigiana in mano, ed aspetta un’ora, due, tre. Infine comincia a credere che Maso si sia burlato di lui, o che il vino gli abbia fatto dire una burletta, e comincia ad addormentarsi, così seduto sulla panca e colle spalle al muro. Quand’ecco tutt’a un tratto, tra veglia e sonno, si vede dinanzi una figura bianca, la quale toccava il tetto col capo, e stava ritta dinanzi a lui,
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
voluto dormire una seconda volta per tutto l’oro del mondo. Allora anche coloro i quali s’erano mostrati più increduli cominciarono ad informarsi e del come e del quando, e Maso raccontò quello che non avea voluto dire per timore di farsi dar la baia dai più coraggiosi. Da più di un mese avea udito rumore anche nel tinello, e s’era accorto che gli spiriti facevano man bassa sulla credenza. A poco a poco raccontò pure quel che avea visto. – Visto? – Sì, madonna; sospettando che alcuno dei guatteri gli giocasse quel tiro, si appostò nell’andito, dietro il tinello, col suo gran coltellaccio alla cintola, e attese la mezzanotte, ora in cui solevasi udire il rumore. Quando tutt’a ad un tratto – non si udiva ronzare nemmeno una mosca – si vede comparir dinanzi un gran fantasma bianco, il quale gli arriva addosso senza dire né ahi né ohi, e gli passa rasente senza fare altro rumore di quel che possa fare un topo che va a caccia del formaggio vecchio. Il povero cuoco non volle saperne altro, e fu per farne una bella e buona malattia. – Ah! disse la baronessa ridendo. E cosa fece in seguito? – Non fece nulla, fece acqua in bocca, andò a confessarsi, a comunicarsi, ed ogni sera, prima di mettersi in letto, non mancava di farsi due volte la croce anziché una volta, e di raccomandarsi ben bene a tutte le anime del purgatorio che sogliono gironzare la notte, in busca di requiem e di suffragi. – Giacché sono degli spiriti i quali rubano in tinello come dei gatti affamati  o  dei  guatteri  ladri,  se  fossi  stata  messer  Maso,  invece  d’infilar paternostri, mi sarei raccomandata alla mia miglior lama, onde cercare di scoprire chi fosse il gaglioffo che si permetteva di scambiar le parti coi fantasmi. – Oh madonna, fu quel che disse il Rosso, il quale è un pezzo di giovanotto che il diavolo istesso, che è il diavolo, non gli farebbe paura; e si mise a rider forte, e gli disse bastargli l’animo di prendere lo spirito, il fantasma, il diavolo stesso per le corna, e fargli vomitare tutto il ben di Dio di cui dicevasi si desse una buona satolla in cucina; mai non l’avesse fatto! La notte seguente s’apposta anche lui nel corridoio, come avea fatto il cuoco, colla sua brava partigiana in mano, ed aspetta un’ora, due, tre. Infine comincia a credere che Maso si sia burlato di lui, o che il vino gli abbia fatto dire una burletta, e comincia ad addormentarsi, così seduto sulla panca e colle spalle al muro. Quand’ecco tutt’a un tratto, tra veglia e sonno, si vede dinanzi una figura bianca, la quale toccava il tetto col capo, e stava ritta dinanzi a lui,
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
Ah Cleandro! pianamente. Io te ne pagherò: renditi certo, imbriaco, gaglioffo. Io non so di averti offeso. Te lo farò bene io sapere a tempo. Lévamiti dinanzi, manigoldo. Cleandro, io non sono però tuo schiavo. Tu ardisci di aprir la bocca, assassino? Io ti farò... Che diavolo! Quando io ho ben sofferto e sofferto, che mi farai tu? Quel ch’io ti farò? S’io non guardassi, poltrone... Io sono uom da bene quanto tu. Tu ne menti per la gola, impiccato. Ah! non correre a furia. Chi mi vuol battere? Io ti giugnerò a tempo; lascia, lascia... Orsù, sia con Dio: io non voglio stare a contendere. Va pure; se io non te ne pago, mutami nome. Che diavol mi puoi tu fare? Io non ho roba un tratto, che io tema che tu mi muova lite. Tu sei intrato in còlera. Questo tristo... Ma lasciamo andare: ritorniamo al fatto nostro. Non cesserò che io lo farò impiccare, come merita. Tu sei turbato, a mi darai mala audienzia. No, no: dimmi pure il fatto tuo. Io dico che si mandi a Catania, e che si faccia... Sì, sì, ho inteso questo: è necessario far così. Ma come è tuo servo colui, e donde l’avesti? Informami del tutto pienamente. Io ti dirò. Al tempo che da gli infedeli Otranto fu preso... Ahimè! tu mi ricordi i dolor miei. Come? Che allora io uscii di quella terra che è la patria mia, e vi persi tanto, che io non spero mai più racquistarlo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I Suppositi di Ludovico Ariosto
Ah Cleandro! pianamente. Io te ne pagherò: renditi certo, imbriaco, gaglioffo. Io non so di averti offeso. Te lo farò bene io sapere a tempo. Lévamiti dinanzi, manigoldo. Cleandro, io non sono però tuo schiavo. Tu ardisci di aprir la bocca, assassino? Io ti farò... Che diavolo! Quando io ho ben sofferto e sofferto, che mi farai tu? Quel ch’io ti farò? S’io non guardassi, poltrone... Io sono uom da bene quanto tu. Tu ne menti per la gola, impiccato. Ah! non correre a furia. Chi mi vuol battere? Io ti giugnerò a tempo; lascia, lascia... Orsù, sia con Dio: io non voglio stare a contendere. Va pure; se io non te ne pago, mutami nome. Che diavol mi puoi tu fare? Io non ho roba un tratto, che io tema che tu mi muova lite. Tu sei intrato in còlera. Questo tristo... Ma lasciamo andare: ritorniamo al fatto nostro. Non cesserò che io lo farò impiccare, come merita. Tu sei turbato, a mi darai mala audienzia. No, no: dimmi pure il fatto tuo. Io dico che si mandi a Catania, e che si faccia... Sì, sì, ho inteso questo: è necessario far così. Ma come è tuo servo colui, e donde l’avesti? Informami del tutto pienamente. Io ti dirò. Al tempo che da gli infedeli Otranto fu preso... Ahimè! tu mi ricordi i dolor miei. Come? Che allora io uscii di quella terra che è la patria mia, e vi persi tanto, che io non spero mai più racquistarlo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I Suppositi di Ludovico Ariosto
Scena III Lucrano Meglio m’è uscire di casa, che queste cicale m’assordano, mi rompono el capo, m’occidono con ciancie. Voi farete a mio modo sin che vi serò patrone, al vostro marzo dispetto. (Li altri hanno i segni di loro arti sul petto, e l’ha costui sul viso!) Quanta superbia, quanta insolenzia han tutte queste gaglioffe puttane! Sempre cercano, sempre studiano di porsi al contrario de’ desiderii tuoi: mai non  hanno  el  cor  se  non  di  rubarti,  se  non  di  usarti  fraude,  se  non  di mandarti in precipizio. (Mai non udii alcuno altro lodar meglio una merce che voglia vendere!) Io credo bene, se uno omo avessi tutti li peccati solo, che sono sparsi per tutto el mondo, e che tenessi come me femine a guadagno in vendita, e che tolerar possi la lor pratica senza gridare e bestemiare ogni dì mille volte cielo  e  terra,  più  meriterebbe  di  questa  pazienzia  sola,  che  di  tutte  le astinenzie, di tutte le vigilie, cilici e discipline che sieno al mondo. (Credo ben che del tenerle in casa a te sia un purgatorio, a lor misere in starvi sia uno oscurissimo inferno. Ma andiamo inanzi.) Costui che vien qua, deve essere pur ora smontato di nave, che si mena drieto el facchino carico. — Non può star molto discosto: questa è pur la casa grande, all’incontro de la quale mi è detto che li abita. Non deve trovar albergo, per quel ch’io sento. — Oh veggio a tempo costui, che mi saprà forse chiarire, perché non son qui molto pratico. — Dimmi, omo da bene. Tu dimostri per certo di non esser molto pratico, che m’hai chiamato per un nome, che né a me né a mio padre né ad alcun del sangue mio fu mai più detto. Perdonami, che non t’avevo ben mirato: io mi emenderò. Dimmi, tristo omo,  d’origine  pessima...  ;  ma,  per  Dio,  tu  sei  quel  forse  proprio  ch’io cerco, o fratello o cugin suo, o del suo parentado almeno. Potrebbe essere; e chi cerchi tu? Un baro, un pergiuro, uno omicidiale. Va piano, che sei per la via di trovarlo. Come è il proprio nome?
La Cassaria di Ludovico Ariosto
Che cosa? Di che a lui solo hai date le chiavi, e tanto gliele raccomandasti... Che ha lassato rubare? Quella cassa che tu... Qual cassa ch’io...? Che per la lite che è tra Aristandro e... come ha nome? La cassa che io ho in deposito? Non l’hai, dico, che è stata rubata. Ah misero e infelice Crisobolo! Lassa or cura de la tua casa a questi gaglioffi, a questi poltroni, a questi impiccati! Potevo non meno lassarvi tanti asini. Patron, se trovi la cucina mai in punto, di che hai lassata a me la  cura, castigame, e famme portar supplizio; ma de la tua camera, che ho da far io? Questa è la discrezion di Erofilo? questo è l’offizio di un buon figliuolo? ha così pensiero e sollecitudine de le mie cose e sue? A parlar per diritto, a torto te corucci con lui. E che diavol di colpa n’ha lui? Se gli lassassi el maneggio e governo de la tua casa, come fanno li altri padri a’ lor figlioli, e’ faria el debito, se ne piglierebbe lui cura, e forse n’anderebbon le tue cose meglio. Ma se più te fidi d’un imbriaco, d’un fuggitivo servo, che del tuo proprio sangue, e che te n’avenga male, non hai di che dolerti più iustamente che di te medesimo. Io non so che mi faccia: io sono il più ruinato e disfatto uomo che sia al mondo. Patron, poi che ti ritrovi qui, ho speranza che non serà la cassa perduta, e Dio t’ha ben fatto tornare a tempo. E come? Hai tu nessuna traccia per la quale la possiamo trovare? Tanto mi sono oggi travagliato, e tanto sono ito come un cane a naso, or di qua or di là, che credo saperti mostrare ove è la roba tua. Se lo sai, perché non me l’hai già detto? Non dico che lo sappia, ma credo di saperlo. Dove hai tu sospetto? Tìrati un poco più in qua; ancor più, che tel dirò. Vieni anco più in qua. Che temi tu che n’oda? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Cassaria di Ludovico Ariosto
Scena III Lucrano Meglio m’è uscire di casa, che queste cicale m’assordano, mi rompono el capo, m’occidono con ciancie. Voi farete a mio modo sin che vi serò patrone, al vostro marzo dispetto. (Li altri hanno i segni di loro arti sul petto, e l’ha costui sul viso!) Quanta superbia, quanta insolenzia han tutte queste gaglioffe puttane! Sempre cercano, sempre studiano di porsi al contrario de’ desiderii tuoi: mai non  hanno  el  cor  se  non  di  rubarti,  se  non  di  usarti  fraude,  se  non  di mandarti in precipizio. (Mai non udii alcuno altro lodar meglio una merce che voglia vendere!) Io credo bene, se uno omo avessi tutti li peccati solo, che sono sparsi per tutto el mondo, e che tenessi come me femine a guadagno in vendita, e che tolerar possi la lor pratica senza gridare e bestemiare ogni dì mille volte cielo  e  terra,  più  meriterebbe  di  questa  pazienzia  sola,  che  di  tutte  le astinenzie, di tutte le vigilie, cilici e discipline che sieno al mondo. (Credo ben che del tenerle in casa a te sia un purgatorio, a lor misere in starvi sia uno oscurissimo inferno. Ma andiamo inanzi.) Costui che vien qua, deve essere pur ora smontato di nave, che si mena drieto el facchino carico. — Non può star molto discosto: questa è pur la casa grande, all’incontro de la quale mi è detto che li abita. Non deve trovar albergo, per quel ch’io sento. — Oh veggio a tempo costui, che mi saprà forse chiarire, perché non son qui molto pratico. — Dimmi, omo da bene. Tu dimostri per certo di non esser molto pratico, che m’hai chiamato per un nome, che né a me né a mio padre né ad alcun del sangue mio fu mai più detto. Perdonami, che non t’avevo ben mirato: io mi emenderò. Dimmi, tristo omo,  d’origine  pessima...  ;  ma,  per  Dio,  tu  sei  quel  forse  proprio  ch’io cerco, o fratello o cugin suo, o del suo parentado almeno. Potrebbe essere; e chi cerchi tu? Un baro, un pergiuro, uno omicidiale. Va piano, che sei per la via di trovarlo. Come è il proprio nome?
La Cassaria di Ludovico Ariosto
Che cosa? Di che a lui solo hai date le chiavi, e tanto gliele raccomandasti... Che ha lassato rubare? Quella cassa che tu... Qual cassa ch’io...? Che per la lite che è tra Aristandro e... come ha nome? La cassa che io ho in deposito? Non l’hai, dico, che è stata rubata. Ah misero e infelice Crisobolo! Lassa or cura de la tua casa a questi gaglioffi, a questi poltroni, a questi impiccati! Potevo non meno lassarvi tanti asini. Patron, se trovi la cucina mai in punto, di che hai lassata a me la  cura, castigame, e famme portar supplizio; ma de la tua camera, che ho da far io? Questa è la discrezion di Erofilo? questo è l’offizio di un buon figliuolo? ha così pensiero e sollecitudine de le mie cose e sue? A parlar per diritto, a torto te corucci con lui. E che diavol di colpa n’ha lui? Se gli lassassi el maneggio e governo de la tua casa, come fanno li altri padri a’ lor figlioli, e’ faria el debito, se ne piglierebbe lui cura, e forse n’anderebbon le tue cose meglio. Ma se più te fidi d’un imbriaco, d’un fuggitivo servo, che del tuo proprio sangue, e che te n’avenga male, non hai di che dolerti più iustamente che di te medesimo. Io non so che mi faccia: io sono il più ruinato e disfatto uomo che sia al mondo. Patron, poi che ti ritrovi qui, ho speranza che non serà la cassa perduta, e Dio t’ha ben fatto tornare a tempo. E come? Hai tu nessuna traccia per la quale la possiamo trovare? Tanto mi sono oggi travagliato, e tanto sono ito come un cane a naso, or di qua or di là, che credo saperti mostrare ove è la roba tua. Se lo sai, perché non me l’hai già detto? Non dico che lo sappia, ma credo di saperlo. Dove hai tu sospetto? Tìrati un poco più in qua; ancor più, che tel dirò. Vieni anco più in qua. Che temi tu che n’oda? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Cassaria di Ludovico Ariosto
Saresti zombata da le più crudeli villanie che s’udisser mai; per che, tra il cervello che gareggia seco a ogni punto di luna e lo sdegno che pigliarieno per ciò, guarda la gamba. E perché egli è propio costume di donna il non appiccar mai una parola con l’altra, prima che io ritorni al signore col quale sarai, vo’ dirti un trattetto che favellandoti dei vecchi m’era uscito di mente. Debbe esser galante, poiché ritornate indrieto per dirmelo. Ah! ah! Io voglio, Pippa, che di quei confetti che si spargeranno per tutta la tavola levata la tovaglia,che tu ne pigli V grani e che, bugliandoli, tu dica: “S’essi fanno bella croce, il mio vecchio caro e dolce non ama se non me; se la croce è sgangherata, egli adora la tale”. Pippa, se la croce stia bene, alza le mani al cielo; poi, allargate le braccia, legalo tutto con esse e dagli un bascio con tante cacabaldole quante ti sai imaginare: intanto lo vedrai cader giuso come uno che crepa de caldo dove fiata un poco di ventarello. Caso che la croce venga male, lasciati scappare, se si può, due lagrimucce accompagnate da due sospiri ladri; e levati da sedere e vanne al fuoco, facendo vista di stuzzicarlo con le molli perché te si trapassi la collera: in questo il coglion bue te si avventarà a dosso, rimbambitamente giuracchiandoti per corpi e per sangui che madesì; e tu, andandotene in camara, affrontalo fin d’un non so che prima che tu facci la pace. Io vi servirò, mamma. Non ho altra fede, figlia. Eccoti al signore, eccoti a lui che frappa d’amori dicendo “La signora tale, madama cotale, la duchessa, la reina” (e la merda che gli sia in gola), “mi diede questo favore, e questo altro quella altra”; e tu lauda i favori, e stupisciti come tutte le belle di Tunisi non si battezzano per tirarselo a dosso; e mentre egli entra in su le prove che ha fatto ne lo assedio di Firenze e nel sacco di Roma, accòstati a quello che ti è più presso e digli, che il giorneon ti intenda, “Oh, che bel signore! La grazia sua mi cava di sesto”; ed egli, fingendo di non intendere, si pavoneggiarà tutto. E sappi che chi non usa seco le astuzie che usano i cortigiani del mal tempo con i monsignori, ponendo sopra de le gerarchie le lor gaglioffarie, gli diventa nimici. Io l’ho inteso. Adulazione e finzione son la pincia dei grandi: così si dice; e perciò sbalestra la soia con tali, se vuoi carpirne qualche cosa; altrimenti tu mi ritornarai a casa con la pancia piena e con la borsa vota. E se non che la loro amicizia ha de l’onorevole più che de l’utile, ti insegnerei a fuggirgli: perché vorrebbero esser soli al pacchio; e perché son signori, che altri non ne desse ad altri; e han per manco, come non vieni o non gli apri, di mandar gli staffieri a bravar la porta, la strada, le finestre e la fante, che di sputare in terra. E
Dialogo di Pietro Aretino
E così, accoccandola a ognuno che veniva, tenendo ora un bicchiere, ora una tazza e ora un piattello in mano, traendo e quando due e quando quattro e quando cinque giuli di questa borsa e di quella, le spese minute de la mia casa facevano di belle sdravizze. Ora a la grande. Ecco che io me la beo prima che la cominciate. Un officiale, un che d’uffici aveva presso a duemilia ducati di camera d’entrata, era innamorato di me sì bestialmente che ne purgava i suoi peccati. Costui spendeva a lune: e bisognava strologare, ti so dire, chi ne voleva cavare, quando egli non era in capriccio di darti. E quello che più importava, la bizzarria nacque il dì che egli venne al mondo; e per ogni paroluzza non ispiccata a suo modo entrava su le furie; e il cacciar mano al pugnale e accostartelo fino in sul viso col taglio era la minor paura che ti facesse: e perciò le cortigiane lo fuggivano, come i villani la piova. Io che ho dato la tema a rimpedulare, mi stava con lui a tutto pasto; e benché mi facesse dei suoi scherzi asinini, mi riparava saviamente, pensando sempre a fargliene una che scontasse il tutto. A la fine tanto pensai, che io la trovai: e che feci? Io mi fidai d’un dipintore: di maestro Andrea, io il dirò pure; e gliene diedi alcune fettucce, con patto che egli stesse a l’ordine: e nascoso sotto il mio letto, con i colori e coi pennelli mi scolpisse un fregio nel viso quando fosse il tempo. Mi apri’ anco con mastro Mercurio buona memoria: so che lo conoscesti. Conobbilo. E gli dissi che, mandando per lui la tal sera, venisse a me con stoppa e uova: ed egli, per servirmi, non uscì di casa il dì de la festa che io voleva fare. Ora eccoti che maestro Andrea è sotto il letto, e mastro Mercurio in casa, e io con l’ufficiale a tavola; e avendo quasi finito di cenare, io gli mentovai un camarier delReverendissimo, al qual non voleva che io favellasse per nulla, appunto per farlo uscire: né bisognò troppo levatura al levato, e dicendomi “Slandra,  sfondata,  bandiera”,  nel  volere  io  cacciargliene  in  gola  con  la mentita, mi diede in una gota una cotal piattonata col pugnale, che me la fe’ sentire. E io che ne la gaglioffa aveva non so che lacca oliata datami da maestro Andrea, me ne imbratto le mani e fregomele al viso: e con le più terribili strida che cacciasse mai donna di parto, gli feci credere al fermo che il colpo fosse giunto di taglio. Onde spaurito come uno che ammazza uno altro, datala a gambe, se ne fuggì al palazzo del cardinal Colonna; e serratosi ne la stanza d’un cortigiano suo amico, gridava pian piano: “Oimè, che io ho perduto la Nanna, Roma e gli uffici”. Intanto mi rinchiudo in camera con la mia fante vecchia solamente; e maestro Andrea, scovato del nido,  in  un  tratto  mi  dipinse  un  fregio  a  traverso  la  guancia  dritta,  che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo di Pietro Aretino
Baionacci. In gran pelago si arrischia di notare chi diventa puttana per cavarsi la foiaccia e  non  la  fame:  chi  vuole  uscir  di  cenci,  dico,  chi  vuol  distrigarsi  dagli stracci,sia saviolina, e non vada zanzeoni coi fatti né con le parole. Eccoti una comparazioncina calda calda: perché io favello a la improvisa, e non istiracchio con gli argani le cose che io dico in un soffio, e non in cento anni  come  fanno  alcune  stracca-maestri  che  gli  insegnano  a  fare  i  libri, togliendo a vittura il “dirollovi’, il “farollovi’ e il “cacarollovi’, facendo le comedie con detti più stitichi che la stitichezza; e perciò ognuno corre a vedere il mio cicalare, mettendolo ne le stampe come il Verbum caro. A la comperazioncina. Un soldato che è valente in isgallinare i pollai dei villani e in dilungare i canonici dei prigioni solamente, passa per poltrone e a malo stento ha la paga: così mi dice un de la guardia; dice anco che chi combatte e fa de le prove, è cercato da tutte le guerre e da tutti i soldi del mondo. E così una puttana  che  sa  farsi  lavorare  e  non  altro,  non  esce  mai  d’un  ventaglio spennacchiato e d’una vesticciuola di ser ermisino. Sì che, figliuola, o arte o sorte bisogna: e quando io avessi a chiedere a bocca, non ti nego che io non volessi più tosto sorte che arte. Perché? Perché ne la sorte non è fatica niuna; ma ne l’arte si suda, ed è forza strolagare e viver d’ingegno, come mi pare aver detto. E che sia il vero che ne la sorte non ci sia scropoli, guarda quella furfanta gaglioffa lendinosa de la tu-m’intendi, e chiarisciti. O non è ella ricca a macca? E perciò ti dico: ella non ha grazia, non ha vertù, non ha fattezza niuna che le stia bene a dosso; non ha persona, è goffa, passa la trentina: e con tutto questo par che ella ci abbia il mèle, sì le corre ognun drieto. Sorte, ah? sorte,
Dialogo di Pietro Aretino
Che uomini son dunque questi? S’alcun viene mentre ti sono in casa, si ascondano in camera: e facendo il bau ai fessi de l’uscio, crepano sino a tanto che non ti fanno dire a chi è cagione del loro appiattarsi: “Messere è in camera”. Doppo questo misurano il sonno, il vegghiare, il cibo, il digiuno, lo andare, lo stare, il far quel fatto, il nol fare, il favellare, lo star queto, il ridere, il non ridere; e cotante cacarie fanno ogni atto, che le donne novelle ne perderebbero: e questo anco si comporta. Ma è pur troppo quando ti stuzzicano tanto che è forza dargli conto di quel che tu hai e di ciò che tu fai dei tuoi avanzi. E perché un savio, o che si tiene per dir meglio, ha de lo avaretto, lambiccando la fatica che è il guadagnargli, arteggia sempre col senno loro: e fingendo ogni tuo andamento, fà che tu sia la Sapienzia Capranica in fare scappucciar Salamone. E ho di buon luogo che non ci sono le più insalate pazzie di quelle che a la fine fanno i savi non amando: or pensa ciò che son quelle che gli sbucano del capo quando sono innamorati morti. E che gli farò io, dando ne le mie ragne cotali barbagianni! Hotti io detto nulla degli ipocriti? Madonna no. Gli ipocriti, che non sel toccano mai se non col guanto, e i veneri di marzo e le quattro tempora hanno in divozione de le divozioni, vengano a te guatton guattoni; e se gli dici, richiedendoti de l’onor drietovia, “Co’ così, drieto?”, ti risponderanno “Noi siamo peccatori come gli altri”. Pippa, sorellina, tien secreto il fatto di costoro, né scargagliare, con il non poter tener l’olio, la lor poltroneria,  che  buon  per  te:  i  ribaldi,  i  nimici  de  la  fede,  poppano, pescheggiano e trapanano i buchi e le fesse al par di qualsivoglia gaglioffo; e trovando persone che sappino sepellire le tristizie di che si dilettano, danno senza misura; e rinodatisi la brachetta, sempre cincischiano col menar de le labbra il miserere, il domine ne in furore e lo exaudi orationem, avviandosi passo passo a grattare i piedi agli incurabili. Che sieno atanagliati. Saranno anche peggio un dì, non dubitare; e le loro animucce si calpestaranno dai piedi di quelli avaroni, miseroni, porconi che fin col chiavare stanno in sugli avanzetti: con questi traditori bisognaria, per fargli uscire, l’arte che essi hanno in sapere metter da canto. Oh che penitenzia che è il cavargli i denari di mano! Né ti credere che il lor pero se le lasci tòrre per iscrollare: una  mamma  amorevole  più  di  tutte  l’altre  non  fa  tante  bagattelline  al figliuolino che non vuole addormentarsi né mangiar la pappa, quanti biso-
Dialogo di Pietro Aretino
Che sta a fare il fuoco? Che, balocca egli? Il fuoco si sta scaldando i forni, e menasi l’agresto intorno agli arosti: sai tu perché? Non io. Perché il gaglioffo se ne diletta anche egli: e perciò dà miglior sapore ai quarti dirieto arostendogli, che a quei dinanzi lessandogli. Che sia arso. Qualcosa sarà, se ben non aviamo il manico da impregnargli, come i ragazzacci, famigliacci, poltronacci. Ascolta del cortigiano: o santa, dolce e cara Vinegia, tu sei pur divina, tu sei pur miracolosa, tu sei pur gentile; ma se non fosse mai per altro, io vo’ digiunar per te due quaresime intere solo perché tu chiami i ghiotti, gli sviati, i ladroncelli, gli sbricchi e simili taglia-borse, “cortigiani’; e perché? Per i ribaldi effetti che escano dei loro andamenti. Adunque le cortigiane ancora sono peccatrici come loro. Se eglino ci hanno dato il nome, è di necessità che ci abbino anco dato il viso: verbo et opere dice il Confitebor. Ma eccomi a lui. Un messere signore-vive-in-tinello-e-more-in-paglia,  un  certo  sputa-in-cantone,  un  cotal porta-berretta-in-torto, un mena-culo, un va-di-portante, il più aguzzo e il più bel civettino che alzasse mai portiera, o portasse piatti, o votassi orinale; il suo pugnal col fiocco, i suoi drappi forbiti intorno, e in ogni suo movimento fraschetta cicaluzza e poltroncino: frappò tanto ne le orecchie d’una disgraziata, che ella si cosse al fume de le sue chiacchiare ben bene. Egli durò un quattro mesi a donarle alcune coselline: come saria a dire anelluzzi, pianellette di raso e di velluto frusto, guanti ingarofanati, velaregli, scuffiette e, una volta in dieci, un paio di capponi magri, una filza di tordi, un baril di corso e cotali presentuzzi da fottiventi: e ci spese, fa conto, venti scudi in tutto il tempo che la maneggiò come gli parve. Ella che era accommodata al par d’ogni altra, non si curando se non de la sua grazia pidocchiosa, si lasciò uscir di sotto quanti amici che aveva; e solo attendendo al cortigiano, tanto ringrandiva quanto il vedeva grandeggiare. A che modo grandeggiava egli? Del cardinal suo, la reverendissima Signoria del quale lo teneva in collo ogni dì due volte, né mangiava cosa che non la partissi seco, e tutti i suoi
Dialogo di Pietro Aretino
Mi par che sieno il collo che se gli dinoccoli e ponendosi in una frombola se gli scagli a casa calda; che si possa far lucignoli de la pelle, e succhielli de le gambe, e scudisci de le braccia loro: parlo di chi fa cotal tristizie, e non di chi non le fa. Tu favelli bene; ma io t’ho pizzicato il gorgozzule, con lo albume de l’uovo, nel contarti le gaglioffarie dei gaglioffi: spetta pure che io ti porga inanzi il tuorlo e che io attacchi agli uncinelli del tuo cervello i miei ditti, appuntando il saliscende de l’uscio de la mia memoria acciò che stia aperto, e racconti fino a una maglietta e a uno aghetto de la gonnella, la quale mi ho spogliata per mostrarti la verità ignuda nata. Io spetto. Io vado ripescando con la fantasia la favella che io ho tralasciata nel mutar paese: e ho un dolor grande per essermi dimenticata quasi de le più sode parole che dice la nostra toscana; e la vecchia che favellò con il signor zugo, favorito del duca di Sterlicche, o del re che si chiami, mi ha fatto venir voglia di spurar la lingua sputando le parole a nostro modo; e non mi tener fastidiosa se io entro e rientro tante volte ne le cose de la favella: perché non si può più viverci, sì ci danno di becco le civettine a tutte l’ore. E benché io ti abbia detto dei mio avermi più tosto dilettato di incassar denari che di bel dire, ti farei trasecolare da vero se io volessi parlarti inchinevolmente. So che  in  molti  luoghi  ho  favellato  di  galanti  parolette,  massimamente  nei lamenti de la signora abandonata dal barone; e parte ne so da me stessa, e parte ne ho imparate: non da chi non sa la differenzia che è tra “stoppa’ e “capecchio’, e “succiola’ e “balocio’, e se il “vinco’ è giunco, e quel che si sia il “chiavistello’ de l’uscio, l’”orliccio’ del pane, il “zaffo’ del tino, un “pignuolo’ Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo di Pietro Aretino
Saresti zombata da le più crudeli villanie che s’udisser mai; per che, tra il cervello che gareggia seco a ogni punto di luna e lo sdegno che pigliarieno per ciò, guarda la gamba. E perché egli è propio costume di donna il non appiccar mai una parola con l’altra, prima che io ritorni al signore col quale sarai, vo’ dirti un trattetto che favellandoti dei vecchi m’era uscito di mente. Debbe esser galante, poiché ritornate indrieto per dirmelo. Ah! ah! Io voglio, Pippa, che di quei confetti che si spargeranno per tutta la tavola levata la tovaglia,che tu ne pigli V grani e che, bugliandoli, tu dica: “S’essi fanno bella croce, il mio vecchio caro e dolce non ama se non me; se la croce è sgangherata, egli adora la tale”. Pippa, se la croce stia bene, alza le mani al cielo; poi, allargate le braccia, legalo tutto con esse e dagli un bascio con tante cacabaldole quante ti sai imaginare: intanto lo vedrai cader giuso come uno che crepa de caldo dove fiata un poco di ventarello. Caso che la croce venga male, lasciati scappare, se si può, due lagrimucce accompagnate da due sospiri ladri; e levati da sedere e vanne al fuoco, facendo vista di stuzzicarlo con le molli perché te si trapassi la collera: in questo il coglion bue te si avventarà a dosso, rimbambitamente giuracchiandoti per corpi e per sangui che madesì; e tu, andandotene in camara, affrontalo fin d’un non so che prima che tu facci la pace. Io vi servirò, mamma. Non ho altra fede, figlia. Eccoti al signore, eccoti a lui che frappa d’amori dicendo “La signora tale, madama cotale, la duchessa, la reina” (e la merda che gli sia in gola), “mi diede questo favore, e questo altro quella altra”; e tu lauda i favori, e stupisciti come tutte le belle di Tunisi non si battezzano per tirarselo a dosso; e mentre egli entra in su le prove che ha fatto ne lo assedio di Firenze e nel sacco di Roma, accòstati a quello che ti è più presso e digli, che il giorneon ti intenda, “Oh, che bel signore! La grazia sua mi cava di sesto”; ed egli, fingendo di non intendere, si pavoneggiarà tutto. E sappi che chi non usa seco le astuzie che usano i cortigiani del mal tempo con i monsignori, ponendo sopra de le gerarchie le lor gaglioffarie, gli diventa nimici. Io l’ho inteso. Adulazione e finzione son la pincia dei grandi: così si dice; e perciò sbalestra la soia con tali, se vuoi carpirne qualche cosa; altrimenti tu mi ritornarai a casa con la pancia piena e con la borsa vota. E se non che la loro amicizia ha de l’onorevole più che de l’utile, ti insegnerei a fuggirgli: perché vorrebbero esser soli al pacchio; e perché son signori, che altri non ne desse ad altri; e han per manco, come non vieni o non gli apri, di mandar gli staffieri a bravar la porta, la strada, le finestre e la fante, che di sputare in terra. E
Dialogo di Pietro Aretino
E così, accoccandola a ognuno che veniva, tenendo ora un bicchiere, ora una tazza e ora un piattello in mano, traendo e quando due e quando quattro e quando cinque giuli di questa borsa e di quella, le spese minute de la mia casa facevano di belle sdravizze. Ora a la grande. Ecco che io me la beo prima che la cominciate. Un officiale, un che d’uffici aveva presso a duemilia ducati di camera d’entrata, era innamorato di me sì bestialmente che ne purgava i suoi peccati. Costui spendeva a lune: e bisognava strologare, ti so dire, chi ne voleva cavare, quando egli non era in capriccio di darti. E quello che più importava, la bizzarria nacque il dì che egli venne al mondo; e per ogni paroluzza non ispiccata a suo modo entrava su le furie; e il cacciar mano al pugnale e accostartelo fino in sul viso col taglio era la minor paura che ti facesse: e perciò le cortigiane lo fuggivano, come i villani la piova. Io che ho dato la tema a rimpedulare, mi stava con lui a tutto pasto; e benché mi facesse dei suoi scherzi asinini, mi riparava saviamente, pensando sempre a fargliene una che scontasse il tutto. A la fine tanto pensai, che io la trovai: e che feci? Io mi fidai d’un dipintore: di maestro Andrea, io il dirò pure; e gliene diedi alcune fettucce, con patto che egli stesse a l’ordine: e nascoso sotto il mio letto, con i colori e coi pennelli mi scolpisse un fregio nel viso quando fosse il tempo. Mi apri’ anco con mastro Mercurio buona memoria: so che lo conoscesti. Conobbilo. E gli dissi che, mandando per lui la tal sera, venisse a me con stoppa e uova: ed egli, per servirmi, non uscì di casa il dì de la festa che io voleva fare. Ora eccoti che maestro Andrea è sotto il letto, e mastro Mercurio in casa, e io con l’ufficiale a tavola; e avendo quasi finito di cenare, io gli mentovai un camarier delReverendissimo, al qual non voleva che io favellasse per nulla, appunto per farlo uscire: né bisognò troppo levatura al levato, e dicendomi “Slandra,  sfondata,  bandiera”,  nel  volere  io  cacciargliene  in  gola  con  la mentita, mi diede in una gota una cotal piattonata col pugnale, che me la fe’ sentire. E io che ne la gaglioffa aveva non so che lacca oliata datami da maestro Andrea, me ne imbratto le mani e fregomele al viso: e con le più terribili strida che cacciasse mai donna di parto, gli feci credere al fermo che il colpo fosse giunto di taglio. Onde spaurito come uno che ammazza uno altro, datala a gambe, se ne fuggì al palazzo del cardinal Colonna; e serratosi ne la stanza d’un cortigiano suo amico, gridava pian piano: “Oimè, che io ho perduto la Nanna, Roma e gli uffici”. Intanto mi rinchiudo in camera con la mia fante vecchia solamente; e maestro Andrea, scovato del nido,  in  un  tratto  mi  dipinse  un  fregio  a  traverso  la  guancia  dritta,  che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo di Pietro Aretino
Baionacci. In gran pelago si arrischia di notare chi diventa puttana per cavarsi la foiaccia e  non  la  fame:  chi  vuole  uscir  di  cenci,  dico,  chi  vuol  distrigarsi  dagli stracci,sia saviolina, e non vada zanzeoni coi fatti né con le parole. Eccoti una comparazioncina calda calda: perché io favello a la improvisa, e non istiracchio con gli argani le cose che io dico in un soffio, e non in cento anni  come  fanno  alcune  stracca-maestri  che  gli  insegnano  a  fare  i  libri, togliendo a vittura il “dirollovi’, il “farollovi’ e il “cacarollovi’, facendo le comedie con detti più stitichi che la stitichezza; e perciò ognuno corre a vedere il mio cicalare, mettendolo ne le stampe come il Verbum caro. A la comperazioncina. Un soldato che è valente in isgallinare i pollai dei villani e in dilungare i canonici dei prigioni solamente, passa per poltrone e a malo stento ha la paga: così mi dice un de la guardia; dice anco che chi combatte e fa de le prove, è cercato da tutte le guerre e da tutti i soldi del mondo. E così una puttana  che  sa  farsi  lavorare  e  non  altro,  non  esce  mai  d’un  ventaglio spennacchiato e d’una vesticciuola di ser ermisino. Sì che, figliuola, o arte o sorte bisogna: e quando io avessi a chiedere a bocca, non ti nego che io non volessi più tosto sorte che arte. Perché? Perché ne la sorte non è fatica niuna; ma ne l’arte si suda, ed è forza strolagare e viver d’ingegno, come mi pare aver detto. E che sia il vero che ne la sorte non ci sia scropoli, guarda quella furfanta gaglioffa lendinosa de la tu-m’intendi, e chiarisciti. O non è ella ricca a macca? E perciò ti dico: ella non ha grazia, non ha vertù, non ha fattezza niuna che le stia bene a dosso; non ha persona, è goffa, passa la trentina: e con tutto questo par che ella ci abbia il mèle, sì le corre ognun drieto. Sorte, ah? sorte,
Dialogo di Pietro Aretino
Che uomini son dunque questi? S’alcun viene mentre ti sono in casa, si ascondano in camera: e facendo il bau ai fessi de l’uscio, crepano sino a tanto che non ti fanno dire a chi è cagione del loro appiattarsi: “Messere è in camera”. Doppo questo misurano il sonno, il vegghiare, il cibo, il digiuno, lo andare, lo stare, il far quel fatto, il nol fare, il favellare, lo star queto, il ridere, il non ridere; e cotante cacarie fanno ogni atto, che le donne novelle ne perderebbero: e questo anco si comporta. Ma è pur troppo quando ti stuzzicano tanto che è forza dargli conto di quel che tu hai e di ciò che tu fai dei tuoi avanzi. E perché un savio, o che si tiene per dir meglio, ha de lo avaretto, lambiccando la fatica che è il guadagnargli, arteggia sempre col senno loro: e fingendo ogni tuo andamento, fà che tu sia la Sapienzia Capranica in fare scappucciar Salamone. E ho di buon luogo che non ci sono le più insalate pazzie di quelle che a la fine fanno i savi non amando: or pensa ciò che son quelle che gli sbucano del capo quando sono innamorati morti. E che gli farò io, dando ne le mie ragne cotali barbagianni! Hotti io detto nulla degli ipocriti? Madonna no. Gli ipocriti, che non sel toccano mai se non col guanto, e i veneri di marzo e le quattro tempora hanno in divozione de le divozioni, vengano a te guatton guattoni; e se gli dici, richiedendoti de l’onor drietovia, “Co’ così, drieto?”, ti risponderanno “Noi siamo peccatori come gli altri”. Pippa, sorellina, tien secreto il fatto di costoro, né scargagliare, con il non poter tener l’olio, la lor poltroneria,  che  buon  per  te:  i  ribaldi,  i  nimici  de  la  fede,  poppano, pescheggiano e trapanano i buchi e le fesse al par di qualsivoglia gaglioffo; e trovando persone che sappino sepellire le tristizie di che si dilettano, danno senza misura; e rinodatisi la brachetta, sempre cincischiano col menar de le labbra il miserere, il domine ne in furore e lo exaudi orationem, avviandosi passo passo a grattare i piedi agli incurabili. Che sieno atanagliati. Saranno anche peggio un dì, non dubitare; e le loro animucce si calpestaranno dai piedi di quelli avaroni, miseroni, porconi che fin col chiavare stanno in sugli avanzetti: con questi traditori bisognaria, per fargli uscire, l’arte che essi hanno in sapere metter da canto. Oh che penitenzia che è il cavargli i denari di mano! Né ti credere che il lor pero se le lasci tòrre per iscrollare: una  mamma  amorevole  più  di  tutte  l’altre  non  fa  tante  bagattelline  al figliuolino che non vuole addormentarsi né mangiar la pappa, quanti biso-
Dialogo di Pietro Aretino
Che sta a fare il fuoco? Che, balocca egli? Il fuoco si sta scaldando i forni, e menasi l’agresto intorno agli arosti: sai tu perché? Non io. Perché il gaglioffo se ne diletta anche egli: e perciò dà miglior sapore ai quarti dirieto arostendogli, che a quei dinanzi lessandogli. Che sia arso. Qualcosa sarà, se ben non aviamo il manico da impregnargli, come i ragazzacci, famigliacci, poltronacci. Ascolta del cortigiano: o santa, dolce e cara Vinegia, tu sei pur divina, tu sei pur miracolosa, tu sei pur gentile; ma se non fosse mai per altro, io vo’ digiunar per te due quaresime intere solo perché tu chiami i ghiotti, gli sviati, i ladroncelli, gli sbricchi e simili taglia-borse, “cortigiani’; e perché? Per i ribaldi effetti che escano dei loro andamenti. Adunque le cortigiane ancora sono peccatrici come loro. Se eglino ci hanno dato il nome, è di necessità che ci abbino anco dato il viso: verbo et opere dice il Confitebor. Ma eccomi a lui. Un messere signore-vive-in-tinello-e-more-in-paglia,  un  certo  sputa-in-cantone,  un  cotal porta-berretta-in-torto, un mena-culo, un va-di-portante, il più aguzzo e il più bel civettino che alzasse mai portiera, o portasse piatti, o votassi orinale; il suo pugnal col fiocco, i suoi drappi forbiti intorno, e in ogni suo movimento fraschetta cicaluzza e poltroncino: frappò tanto ne le orecchie d’una disgraziata, che ella si cosse al fume de le sue chiacchiare ben bene. Egli durò un quattro mesi a donarle alcune coselline: come saria a dire anelluzzi, pianellette di raso e di velluto frusto, guanti ingarofanati, velaregli, scuffiette e, una volta in dieci, un paio di capponi magri, una filza di tordi, un baril di corso e cotali presentuzzi da fottiventi: e ci spese, fa conto, venti scudi in tutto il tempo che la maneggiò come gli parve. Ella che era accommodata al par d’ogni altra, non si curando se non de la sua grazia pidocchiosa, si lasciò uscir di sotto quanti amici che aveva; e solo attendendo al cortigiano, tanto ringrandiva quanto il vedeva grandeggiare. A che modo grandeggiava egli? Del cardinal suo, la reverendissima Signoria del quale lo teneva in collo ogni dì due volte, né mangiava cosa che non la partissi seco, e tutti i suoi
Dialogo di Pietro Aretino
Mi par che sieno il collo che se gli dinoccoli e ponendosi in una frombola se gli scagli a casa calda; che si possa far lucignoli de la pelle, e succhielli de le gambe, e scudisci de le braccia loro: parlo di chi fa cotal tristizie, e non di chi non le fa. Tu favelli bene; ma io t’ho pizzicato il gorgozzule, con lo albume de l’uovo, nel contarti le gaglioffarie dei gaglioffi: spetta pure che io ti porga inanzi il tuorlo e che io attacchi agli uncinelli del tuo cervello i miei ditti, appuntando il saliscende de l’uscio de la mia memoria acciò che stia aperto, e racconti fino a una maglietta e a uno aghetto de la gonnella, la quale mi ho spogliata per mostrarti la verità ignuda nata. Io spetto. Io vado ripescando con la fantasia la favella che io ho tralasciata nel mutar paese: e ho un dolor grande per essermi dimenticata quasi de le più sode parole che dice la nostra toscana; e la vecchia che favellò con il signor zugo, favorito del duca di Sterlicche, o del re che si chiami, mi ha fatto venir voglia di spurar la lingua sputando le parole a nostro modo; e non mi tener fastidiosa se io entro e rientro tante volte ne le cose de la favella: perché non si può più viverci, sì ci danno di becco le civettine a tutte l’ore. E benché io ti abbia detto dei mio avermi più tosto dilettato di incassar denari che di bel dire, ti farei trasecolare da vero se io volessi parlarti inchinevolmente. So che  in  molti  luoghi  ho  favellato  di  galanti  parolette,  massimamente  nei lamenti de la signora abandonata dal barone; e parte ne so da me stessa, e parte ne ho imparate: non da chi non sa la differenzia che è tra “stoppa’ e “capecchio’, e “succiola’ e “balocio’, e se il “vinco’ è giunco, e quel che si sia il “chiavistello’ de l’uscio, l’”orliccio’ del pane, il “zaffo’ del tino, un “pignuolo’ Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo di Pietro Aretino
Che poltroneria. Mi  veniva  voglia  di  recere  quando  vedea  masticare  un  boccone  da  una suora, e porgelo con la propria bocca all’amico suo. Gaglioffe. Ora, sendo il piacere del mangiare converso in quel fastidio che si converte altrui di subito che ha fatto quella cosa, contrafecero i Tedeschi con il brindisi; e pigliando il generale un gran bicchiere di corso, invitando a fare il simile alla badessa, lo mandò giù come un sacramento falso. E già gli occhi di ciascuno rilucevano per il troppo bere come le bambole degli specchi; poi velati dal vino come dal fiato un diamante, si sarieno chiusi, talché la turba, cadendo sonnacchiosa sopra le vivande, arìa fatto della tavola letto, se non era un bel fanciullo che vi sopragiunse: egli avea un paniere in mano coperto d’uno il più bianco e il più sottile panno di lino che mi paia anco aver veduto: che neve? che brina? che latte? egli avanzava di bianchezza la luna in quintadecima, . Che fece del paniere? e che c’era dentro? Piano un poco; il fanciullo, con una reverenza alla spagnuola annapolitanata, disse: “Buon pro’ alle Signorie vostre”; e poi soggiunse: “Un servidore di questa bella brigata vi manda dei frutti del paradiso terrestre”; e scoperto il dono, lo pose su la tavola: ed eccoti uno scoppio di risa che parve un tuono, anzi  scoppiò  la  compagnia  nel  riso  nel  modo  che  scoppia  nel  pianto  la famigliuola che ha visto serrar gli occhi al padre per sempre. Buone e naturali fai le simiglianze. Appena i frutti paradisi fur visti, che le mani di queste e di quelli, che già cominciavano a ragionare con le cosce, con le poppe, con le guance, con le pive  e  co’  pivi  di  ognuno  con  quella  destrezza  che  ragionano  quelle de’mariuoli con le tasche dei balocchi che si lascianoimbolare le borse, si avventaro ai detti frutti nella guisa che si avventa la gente alle candele che si gittano giuso dalla loggia il dì della Ceraiuola. Che frutti furo quelli? che cose? Dillo. Erano  di  quei  frutti  di  vetro  che  si  fanno  a  Murano  di  Vinegia  alla similitudine del K, salvo che hanno duo sonagli che ne sarebbe orrevole ogni gran cembalo. Ah! ah! ah! Io t’ho per il becco, io t’afferro. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Ragionamento di Pietro Aretino
O non gli è rappresentato, essendo santa? Tu dici la verità. Chi ti potria narrare il tutto? Ivi era dipinto il popolo d’Israelle che ella graziosamente albergò e contentò sempre amore dei. E ci si vedea dipinto alcuno che, dopol’avere assaggiato ciò che ci è, si partiva da lei conun pugno di denari i quali l’altrui discrezione le dava per forza: che intervenia a chi la lavorava come interviene a uno che alloggia in casa di qualche prodigo uomo che non solo lo accoglie, lo pasce e lo riveste, ma gli dà ancora il modo di poter finire il viaggio suo. O benedetta e intemerata madonna santa Nafissa, ispirami a seguitare le tue santissime pedate. In conchiusione, ciò che ella fece mai e dietro e dinanzi alla porta e all’uscio, è ivi al naturale: e fino al fine suo c’è dipinto; e nella sepoltura sono ritratti tutti i Taliani che ella ripose in questo mondo per ritrovarselo nello altro; e non è di tante ragioni erbe in una insalata di maggio quante son varietà di chiavi nel suo sepolcro. Io voglio vedere un dì queste dipinture a ogni modo. Nella  seconda  c’è  la  istoria  di  Masetto  da  Lampolecchio:  e  ti  giuro  per l’anima mia che paiono vive quelle due suore che lo menaro nella capanna mentre il gaglioffone, fingendo dormire, facea vela della camiscia nell’alzare della antenna carnefice. Ah! ah! ah! Non si potea tenere dalle risa niuno mirando le altre due che, accorte della galantaria delle compagne, prendono partito non di dirlo alla badessa, ma di entrare in lega con esse; e stupiva ciascuno contemplando Masetto che, parlando con i cenni, parea non voler consentire. Alla fine ci fermammo tutti a vedere la savia ministra delle moniche arrecarsi alle cose oneste e convitare a cenare e a dormir seco il valente uomo: che, per non si scorticare,  parlando  una  notte,  fece  correre  tutto  il  paese  al  miracolo,  onde  il monistero ne fu canonizzato per santo. Ah! ah! ah! Nella terza ci erano (se ben mi ricordo) ritratte tutte le suore che fur mai di quello ordine, con i loro amanti appresso e i figliuoli nati di esse, con i nomi di ciascuno e di ciascuna. Bella memoria.
Ragionamento di Pietro Aretino
Veramente la diligenza usata nello imbellettare il tavolino non volea essere opra se non di suore, le quali gettano il tempo dietro al tempo. Stando a sedere, ecco che scroccano le tre ore, onde disse la più galluta: “Il vicario è più lungo che la messa di Natale”; rispose l’altra: “Non è maraviglia il suo indugiare, perché il vescovo, che domane vuol cresimare, lo debbe avere miso a qualche faccenda”; e favellando di mille fanfalughe acciò che l’aspettare non gli rincrescesse, passando l’ora a fatto e a fine, a gara tutt’e due dissero di lui quello che dice maestro Pasquino dei preti: e gaglioffo e porco e poltrone era il nome dal dì delle feste; e una di loro corse al fuoco dove bollivano dui capponi che per le gotti non poteano più muoversi, ai quali facea la guardia uno spedone piegato nel mezzo per il peso d’un pavone allevato da esse: e gli avrebbe tratti per la finestra se la compagna non glielo vetava. E in cotal loro scompiglio, il mulattiere che dovea scaricar le legne nella camera di quella che alla sua sorella d’animo avea dato il buon consiglio, fallì la porta che gli mostrò colei che gli pose il fascio in su le spalle; ed entrato dove era aspettato il messere, ivi lo asino lasciò ir giù le legne: che udendo, le due compagne si cacciaro le unghie nel viso e tutte si laceraro. Che dissero quelle dal piantone? Che avresti detto tu? Arei presa la ventura per il ciuffetto. Così ferno esse: che, rallegrate per la non aspettata ventura del mulattiere me si rallegrano i colombi per l’esca, gli fecero un’accoglienza da re; e
Ragionamento di Pietro Aretino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Pietro Aretino   Ragionamento   Giornata seconda  � del rispetto visto il gaglioffaccio ove lo vide, con un dimenar di capo disse: “E chi ti pare ch’io sia, ah? chi sono io, eh? Ben disse il vero la balia, che mi tratteresti  non  altrimenti  che  mi  avessi  ricolta  degli  stracci,  come  io  ho ricolto te: le sue profezie sono adempite, le quali mi dissero sempre “non lo tòrre, non lo tòrre, che sarai la malmenata’. Adunque con un pezzo di carne con gli occhi siha da stimare che si ponga una mia pari? Dimmi, perchélo hai tu battuto? perché? Che gli hai tu visto fare? Debbe essere uno altare sagrato il nostro letto, che un pazzerone lo abbia da riguardare: come tu non sapessi che questi cotali uomini, levatogli dai libri, non sanno in qual mondo si sieno. Orsù, io ti ho inteso, tu la vuoi così, e così sia: domattina in quel punto vo’ che il notaio faccia il mio testamento, acciò che non goda del mio un mio nimico, uno che fa la sua moglie puttana sanza saper perché”; e rialzando le voci, segue piangendo: “Oimè, trista me! Io son donna da ciò?”; e misosi le mani nei capegli, parea che il padre le fosse stato ucciso dinanzi agli occhi. Io rivestitami in un punto e corsa al romore, le dico: “Orsù mo’, non più, di grazia: non si dia da dire al vicinato; non piangete, madonna”. Antonia Nanna Che rispose il suo bravo-in-piazza? Perdette la favella a quel suo minacciare del testamento: perché sapea che chi non ha oggidì della robba è peggio che un cortigiano sanza grazia, sanza favore e sanza entrata. E non è ciancia. Non potei far di non ridere nel vedere il poveruomo in camiscia accovato in un cantone tutto tremante. Dovea parere una volpe nelle reti, che vedesse fioccarsi a dosso un nuvolo di mazzate. Ah! ah! ah!  Tu l’hai detto. Insomma, il marito che non volea refutare la canna-foglia a petizione dello asino che ne avea tolto una scorpacciata, né perdere la pastura che era verde per lui tutto lo anno, le si inginocchiò ai piedi: e tanto fece e tanto disse, che ella gli perdonò; e io mangiai del pan pentito, bontà dello star mio in sul non-voglio. E gitosi il maestro con una dozzina di palettate a letto, loro si colcaro pacificati, e io ancora. E venuto il tempo di levarsi, eccoti mia madre che mi rimenò a casa: dove, curata la mia persona, stei tutto quel dì balorda per la mala notte che io ebbi. Cacciossi via il pedagogo? Come cacciar via? Di lì a otto giorni lo vidi in arnese come un signore.
Ragionamento di Pietro Aretino
forza rimanersi ivi per quella sera. Di che accortosi il zazzeone, che vivea alla sboccata e in presenzia della moglie dicea ciò che gli veniva alla lingua, un cotale bevitore, pieno di chiacchere, ci disegnò sopra; e parendogli acquistar lode di buon compagno col farle dare un trentuno, ne parlò con la brigata che in casa sua giocava, la quale con gran riso gli diede orecchia; e ordinato che dopo cena dovesse ritornare, disse alla moglie: “Metterai a dormire la lavoratora nostra nella camera del granaio”; ed ella, rispostogli che così farebbe, si pose a cena con lui facendo sedere a piè della tavola la villanotta colorita come un mazzo di rose. E dopo cena, stato alquanto, venne lo stuolo; onde egli, ritrattosi con esso, comandò alla moglie che se ne andasse a dormire e che ci mandasse anco la vedova. La moglie, che sapea da qual piede zoppicava il donzellone, disse con seco: “Io ho inteso dire che chi gode una volta non istenta sempre; il mio marito, che ha i vituperi per onori, vuole mettere a saccomanno il magazzino e la guardarobba della lavoratrice nostra: onde delibero di provare che cosa sono i trentuni, di che si fanno sì schife le persone, il quale veggio apparecchiato dai seguaci dello infingardo alla buona donna”; e così dicendo fece coricarla nel suo letto, ed ella si piantò in quello che fece far per lei. In questo, eccotelo venir via a passi lunghi; e sforzandosi di ritenereil fiato, nel respirare facea soffioni strani; e gliamici che doveano por mano in pasta dopo lui, non potendo celar le risa, le lasciavano andare a bottacci: e non si udiva se non uh, uh ramorzato  dalle  mani  dell’uno  e  dell’altro  (e  non  ci  fu  atto  che  non  mi dicesse uno dei trentunieri, che mi dava alle volte qualche strettina per un passatempo). Ora il capoccia dei giostranti in un soffio venne alla nonaspettò-già-mai-con-tal-disio; e postolesi allato, la ciuffa quasi dicesse “So che non mi scapperai”. Essa, facendo sembiante di destarsi tutta paurosa, finge di volersi levar suso; ed egli con tutta la forza la ritira a sé: e spalancandole le gambe col ginocchio, le suggellò la lettera, tanto accorgendosi che fosse la sua donna, quanto ci accorgiamo noi del crescere che fanno ora le foglie della ficaia che ci fa ombra. Ella, sentendosi scuotere il susino non da marito, ma da amante, dovea ben dire: “Il gaglioffo divora con appetito il pane altrui, sbocconcellando a quello di casa”. E per dirti, egli ne le incartò due voltarelle; e tornando ai compagni, ridendo forte disse: “Oh la buona robba! oh la buona spesa! Ella ha certe carni sode e morbide da signora”; infine, che le sapea il culo di mentuccia e di serbastrella. E ciò detto, diede le mosse a uno che, con quella ingordezza che va il frate al brodo, si gì a pasturare della vaccina (disse il Romanesco); e dato il cenno al terzo, che corse al pasto come il pesce al lombrico, ci fu da ridere perché, appoggiando  il  luccio  nel  serbatoio,  fece  tre  tuoni  sanza  baleni;  e  fattole  sudar  le tempie, le fe’ dire: “Questi trentuni son sanza discrezione”. E per non ti
Ragionamento di Pietro Aretino
Così farò. Un certo pinchellone, che di una sua vigna che avea al mondo postosi cento ducati in cassa, si cacciò in capo di volermi per moglie, e accennato di ciò un mio barbiere, me ne fece dare un motto: e udendo io dei cotanti che egli avea per quello che me ne parlò, lo attaccai nella speranza talmente che, tenendosi certo di avermi, mi comparse in casa. E accarezzandolo molto, feci sì che in un mese, con quei cento ducati, mi fornì i letti, la cocina e la casa di tutto quello che i letti, la cocina e la casa avevano di bisogno; e datogli una o due volte merenda, e non più, coltagli la cagione del petorsello a dosso, con un “testa di cavallo’, con un “gaglioffo, furfante, spilorcio, goffo, ignorante’, gli diedi della porta nel petto. E accortosi dello errore suo, il disgraziato si fece frate dal collo torto: e io allegra. Perché? Perché acquista  grandemente  una  puttana  quando  può  vantarsi  di  avere fatto disperare, fallire o impazzare altrui. Sanza invidia. Quanti denari ho io guadagnati con mettere in mezzo questo e quello! In casa mia cenava spesso gente, e dopo cena, venute le carte in tavola, “Orsù” diceva io, “giochiamo duo giuli di confetti, e a chi viene, poniamo caso, il re di coppe, paghi”; e così, perduti e comperati i confetti, le persone che, viste le carte, tanto si ponno tener di non ci fare quanto una puttana di non farne, cavati fuora i denari, cominciavano a far da dovero: intanto comparsi duo  barri  con  volto  di  sempliciotti,  fattosi  pregare  un  pezzo,  pigliate  le carte più false che i doppioni mirandolini, balordon balordone tiravano a sé i denari dei convitati, accennandogli io del giuoco aveano in mano, parendomi poco la falsità delle carte. Queste son burle. Per  duo  ducati  feci  intendere  a  uno  come  il  suo  nimico  veniva  due  ore inanzi dì solo solo a corcarsi meco: che appostato da lui, fu tagliato a pezzi. Un pizzico di vespa. Ma dimmi, perché ci veniva due ore inanzi dì? Perché in quella ora si partiva da me uno altro che non ci poteva restar più. Ma tu ti credi forse che sì bene dormiva uno amoroso, che fosse solo a fregarmela,  ah?  Io  mi  levai  mille  volte  da  lato  al  mercatante,  fingendo scorrenza di corpo o di stomaco, e giva a contentare questo e quello nascoso per casa; e la state, incolpando il caldo, gli usciva da canto in camiscia, e passeggiato per la sala unpoco, mi appoggiava in su la finestra parlando con laluna, con le stelle e col cielo: onde me ne toglieva talvolta due così dietrovia per uno spasso.
Ragionamento di Pietro Aretino
Che poltroneria. Mi  veniva  voglia  di  recere  quando  vedea  masticare  un  boccone  da  una suora, e porgelo con la propria bocca all’amico suo. Gaglioffe. Ora, sendo il piacere del mangiare converso in quel fastidio che si converte altrui di subito che ha fatto quella cosa, contrafecero i Tedeschi con il brindisi; e pigliando il generale un gran bicchiere di corso, invitando a fare il simile alla badessa, lo mandò giù come un sacramento falso. E già gli occhi di ciascuno rilucevano per il troppo bere come le bambole degli specchi; poi velati dal vino come dal fiato un diamante, si sarieno chiusi, talché la turba, cadendo sonnacchiosa sopra le vivande, arìa fatto della tavola letto, se non era un bel fanciullo che vi sopragiunse: egli avea un paniere in mano coperto d’uno il più bianco e il più sottile panno di lino che mi paia anco aver veduto: che neve? che brina? che latte? egli avanzava di bianchezza la luna in quintadecima, . Che fece del paniere? e che c’era dentro? Piano un poco; il fanciullo, con una reverenza alla spagnuola annapolitanata, disse: “Buon pro’ alle Signorie vostre”; e poi soggiunse: “Un servidore di questa bella brigata vi manda dei frutti del paradiso terrestre”; e scoperto il dono, lo pose su la tavola: ed eccoti uno scoppio di risa che parve un tuono, anzi  scoppiò  la  compagnia  nel  riso  nel  modo  che  scoppia  nel  pianto  la famigliuola che ha visto serrar gli occhi al padre per sempre. Buone e naturali fai le simiglianze. Appena i frutti paradisi fur visti, che le mani di queste e di quelli, che già cominciavano a ragionare con le cosce, con le poppe, con le guance, con le pive  e  co’  pivi  di  ognuno  con  quella  destrezza  che  ragionano  quelle de’mariuoli con le tasche dei balocchi che si lascianoimbolare le borse, si avventaro ai detti frutti nella guisa che si avventa la gente alle candele che si gittano giuso dalla loggia il dì della Ceraiuola. Che frutti furo quelli? che cose? Dillo. Erano  di  quei  frutti  di  vetro  che  si  fanno  a  Murano  di  Vinegia  alla similitudine del K, salvo che hanno duo sonagli che ne sarebbe orrevole ogni gran cembalo. Ah! ah! ah! Io t’ho per il becco, io t’afferro. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Ragionamento di Pietro Aretino
O non gli è rappresentato, essendo santa? Tu dici la verità. Chi ti potria narrare il tutto? Ivi era dipinto il popolo d’Israelle che ella graziosamente albergò e contentò sempre amore dei. E ci si vedea dipinto alcuno che, dopol’avere assaggiato ciò che ci è, si partiva da lei conun pugno di denari i quali l’altrui discrezione le dava per forza: che intervenia a chi la lavorava come interviene a uno che alloggia in casa di qualche prodigo uomo che non solo lo accoglie, lo pasce e lo riveste, ma gli dà ancora il modo di poter finire il viaggio suo. O benedetta e intemerata madonna santa Nafissa, ispirami a seguitare le tue santissime pedate. In conchiusione, ciò che ella fece mai e dietro e dinanzi alla porta e all’uscio, è ivi al naturale: e fino al fine suo c’è dipinto; e nella sepoltura sono ritratti tutti i Taliani che ella ripose in questo mondo per ritrovarselo nello altro; e non è di tante ragioni erbe in una insalata di maggio quante son varietà di chiavi nel suo sepolcro. Io voglio vedere un dì queste dipinture a ogni modo. Nella  seconda  c’è  la  istoria  di  Masetto  da  Lampolecchio:  e  ti  giuro  per l’anima mia che paiono vive quelle due suore che lo menaro nella capanna mentre il gaglioffone, fingendo dormire, facea vela della camiscia nell’alzare della antenna carnefice. Ah! ah! ah! Non si potea tenere dalle risa niuno mirando le altre due che, accorte della galantaria delle compagne, prendono partito non di dirlo alla badessa, ma di entrare in lega con esse; e stupiva ciascuno contemplando Masetto che, parlando con i cenni, parea non voler consentire. Alla fine ci fermammo tutti a vedere la savia ministra delle moniche arrecarsi alle cose oneste e convitare a cenare e a dormir seco il valente uomo: che, per non si scorticare,  parlando  una  notte,  fece  correre  tutto  il  paese  al  miracolo,  onde  il monistero ne fu canonizzato per santo. Ah! ah! ah! Nella terza ci erano (se ben mi ricordo) ritratte tutte le suore che fur mai di quello ordine, con i loro amanti appresso e i figliuoli nati di esse, con i nomi di ciascuno e di ciascuna. Bella memoria.
Ragionamento di Pietro Aretino
Veramente la diligenza usata nello imbellettare il tavolino non volea essere opra se non di suore, le quali gettano il tempo dietro al tempo. Stando a sedere, ecco che scroccano le tre ore, onde disse la più galluta: “Il vicario è più lungo che la messa di Natale”; rispose l’altra: “Non è maraviglia il suo indugiare, perché il vescovo, che domane vuol cresimare, lo debbe avere miso a qualche faccenda”; e favellando di mille fanfalughe acciò che l’aspettare non gli rincrescesse, passando l’ora a fatto e a fine, a gara tutt’e due dissero di lui quello che dice maestro Pasquino dei preti: e gaglioffo e porco e poltrone era il nome dal dì delle feste; e una di loro corse al fuoco dove bollivano dui capponi che per le gotti non poteano più muoversi, ai quali facea la guardia uno spedone piegato nel mezzo per il peso d’un pavone allevato da esse: e gli avrebbe tratti per la finestra se la compagna non glielo vetava. E in cotal loro scompiglio, il mulattiere che dovea scaricar le legne nella camera di quella che alla sua sorella d’animo avea dato il buon consiglio, fallì la porta che gli mostrò colei che gli pose il fascio in su le spalle; ed entrato dove era aspettato il messere, ivi lo asino lasciò ir giù le legne: che udendo, le due compagne si cacciaro le unghie nel viso e tutte si laceraro. Che dissero quelle dal piantone? Che avresti detto tu? Arei presa la ventura per il ciuffetto. Così ferno esse: che, rallegrate per la non aspettata ventura del mulattiere me si rallegrano i colombi per l’esca, gli fecero un’accoglienza da re; e
Ragionamento di Pietro Aretino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Pietro Aretino   Ragionamento   Giornata seconda  � del rispetto visto il gaglioffaccio ove lo vide, con un dimenar di capo disse: “E chi ti pare ch’io sia, ah? chi sono io, eh? Ben disse il vero la balia, che mi tratteresti  non  altrimenti  che  mi  avessi  ricolta  degli  stracci,  come  io  ho ricolto te: le sue profezie sono adempite, le quali mi dissero sempre “non lo tòrre, non lo tòrre, che sarai la malmenata’. Adunque con un pezzo di carne con gli occhi siha da stimare che si ponga una mia pari? Dimmi, perchélo hai tu battuto? perché? Che gli hai tu visto fare? Debbe essere uno altare sagrato il nostro letto, che un pazzerone lo abbia da riguardare: come tu non sapessi che questi cotali uomini, levatogli dai libri, non sanno in qual mondo si sieno. Orsù, io ti ho inteso, tu la vuoi così, e così sia: domattina in quel punto vo’ che il notaio faccia il mio testamento, acciò che non goda del mio un mio nimico, uno che fa la sua moglie puttana sanza saper perché”; e rialzando le voci, segue piangendo: “Oimè, trista me! Io son donna da ciò?”; e misosi le mani nei capegli, parea che il padre le fosse stato ucciso dinanzi agli occhi. Io rivestitami in un punto e corsa al romore, le dico: “Orsù mo’, non più, di grazia: non si dia da dire al vicinato; non piangete, madonna”. Antonia Nanna Che rispose il suo bravo-in-piazza? Perdette la favella a quel suo minacciare del testamento: perché sapea che chi non ha oggidì della robba è peggio che un cortigiano sanza grazia, sanza favore e sanza entrata. E non è ciancia. Non potei far di non ridere nel vedere il poveruomo in camiscia accovato in un cantone tutto tremante. Dovea parere una volpe nelle reti, che vedesse fioccarsi a dosso un nuvolo di mazzate. Ah! ah! ah!  Tu l’hai detto. Insomma, il marito che non volea refutare la canna-foglia a petizione dello asino che ne avea tolto una scorpacciata, né perdere la pastura che era verde per lui tutto lo anno, le si inginocchiò ai piedi: e tanto fece e tanto disse, che ella gli perdonò; e io mangiai del pan pentito, bontà dello star mio in sul non-voglio. E gitosi il maestro con una dozzina di palettate a letto, loro si colcaro pacificati, e io ancora. E venuto il tempo di levarsi, eccoti mia madre che mi rimenò a casa: dove, curata la mia persona, stei tutto quel dì balorda per la mala notte che io ebbi. Cacciossi via il pedagogo? Come cacciar via? Di lì a otto giorni lo vidi in arnese come un signore.
Ragionamento di Pietro Aretino
forza rimanersi ivi per quella sera. Di che accortosi il zazzeone, che vivea alla sboccata e in presenzia della moglie dicea ciò che gli veniva alla lingua, un cotale bevitore, pieno di chiacchere, ci disegnò sopra; e parendogli acquistar lode di buon compagno col farle dare un trentuno, ne parlò con la brigata che in casa sua giocava, la quale con gran riso gli diede orecchia; e ordinato che dopo cena dovesse ritornare, disse alla moglie: “Metterai a dormire la lavoratora nostra nella camera del granaio”; ed ella, rispostogli che così farebbe, si pose a cena con lui facendo sedere a piè della tavola la villanotta colorita come un mazzo di rose. E dopo cena, stato alquanto, venne lo stuolo; onde egli, ritrattosi con esso, comandò alla moglie che se ne andasse a dormire e che ci mandasse anco la vedova. La moglie, che sapea da qual piede zoppicava il donzellone, disse con seco: “Io ho inteso dire che chi gode una volta non istenta sempre; il mio marito, che ha i vituperi per onori, vuole mettere a saccomanno il magazzino e la guardarobba della lavoratrice nostra: onde delibero di provare che cosa sono i trentuni, di che si fanno sì schife le persone, il quale veggio apparecchiato dai seguaci dello infingardo alla buona donna”; e così dicendo fece coricarla nel suo letto, ed ella si piantò in quello che fece far per lei. In questo, eccotelo venir via a passi lunghi; e sforzandosi di ritenereil fiato, nel respirare facea soffioni strani; e gliamici che doveano por mano in pasta dopo lui, non potendo celar le risa, le lasciavano andare a bottacci: e non si udiva se non uh, uh ramorzato  dalle  mani  dell’uno  e  dell’altro  (e  non  ci  fu  atto  che  non  mi dicesse uno dei trentunieri, che mi dava alle volte qualche strettina per un passatempo). Ora il capoccia dei giostranti in un soffio venne alla nonaspettò-già-mai-con-tal-disio; e postolesi allato, la ciuffa quasi dicesse “So che non mi scapperai”. Essa, facendo sembiante di destarsi tutta paurosa, finge di volersi levar suso; ed egli con tutta la forza la ritira a sé: e spalancandole le gambe col ginocchio, le suggellò la lettera, tanto accorgendosi che fosse la sua donna, quanto ci accorgiamo noi del crescere che fanno ora le foglie della ficaia che ci fa ombra. Ella, sentendosi scuotere il susino non da marito, ma da amante, dovea ben dire: “Il gaglioffo divora con appetito il pane altrui, sbocconcellando a quello di casa”. E per dirti, egli ne le incartò due voltarelle; e tornando ai compagni, ridendo forte disse: “Oh la buona robba! oh la buona spesa! Ella ha certe carni sode e morbide da signora”; infine, che le sapea il culo di mentuccia e di serbastrella. E ciò detto, diede le mosse a uno che, con quella ingordezza che va il frate al brodo, si gì a pasturare della vaccina (disse il Romanesco); e dato il cenno al terzo, che corse al pasto come il pesce al lombrico, ci fu da ridere perché, appoggiando  il  luccio  nel  serbatoio,  fece  tre  tuoni  sanza  baleni;  e  fattole  sudar  le tempie, le fe’ dire: “Questi trentuni son sanza discrezione”. E per non ti
Ragionamento di Pietro Aretino
Così farò. Un certo pinchellone, che di una sua vigna che avea al mondo postosi cento ducati in cassa, si cacciò in capo di volermi per moglie, e accennato di ciò un mio barbiere, me ne fece dare un motto: e udendo io dei cotanti che egli avea per quello che me ne parlò, lo attaccai nella speranza talmente che, tenendosi certo di avermi, mi comparse in casa. E accarezzandolo molto, feci sì che in un mese, con quei cento ducati, mi fornì i letti, la cocina e la casa di tutto quello che i letti, la cocina e la casa avevano di bisogno; e datogli una o due volte merenda, e non più, coltagli la cagione del petorsello a dosso, con un “testa di cavallo’, con un “gaglioffo, furfante, spilorcio, goffo, ignorante’, gli diedi della porta nel petto. E accortosi dello errore suo, il disgraziato si fece frate dal collo torto: e io allegra. Perché? Perché acquista  grandemente  una  puttana  quando  può  vantarsi  di  avere fatto disperare, fallire o impazzare altrui. Sanza invidia. Quanti denari ho io guadagnati con mettere in mezzo questo e quello! In casa mia cenava spesso gente, e dopo cena, venute le carte in tavola, “Orsù” diceva io, “giochiamo duo giuli di confetti, e a chi viene, poniamo caso, il re di coppe, paghi”; e così, perduti e comperati i confetti, le persone che, viste le carte, tanto si ponno tener di non ci fare quanto una puttana di non farne, cavati fuora i denari, cominciavano a far da dovero: intanto comparsi duo  barri  con  volto  di  sempliciotti,  fattosi  pregare  un  pezzo,  pigliate  le carte più false che i doppioni mirandolini, balordon balordone tiravano a sé i denari dei convitati, accennandogli io del giuoco aveano in mano, parendomi poco la falsità delle carte. Queste son burle. Per  duo  ducati  feci  intendere  a  uno  come  il  suo  nimico  veniva  due  ore inanzi dì solo solo a corcarsi meco: che appostato da lui, fu tagliato a pezzi. Un pizzico di vespa. Ma dimmi, perché ci veniva due ore inanzi dì? Perché in quella ora si partiva da me uno altro che non ci poteva restar più. Ma tu ti credi forse che sì bene dormiva uno amoroso, che fosse solo a fregarmela,  ah?  Io  mi  levai  mille  volte  da  lato  al  mercatante,  fingendo scorrenza di corpo o di stomaco, e giva a contentare questo e quello nascoso per casa; e la state, incolpando il caldo, gli usciva da canto in camiscia, e passeggiato per la sala unpoco, mi appoggiava in su la finestra parlando con laluna, con le stelle e col cielo: onde me ne toglieva talvolta due così dietrovia per uno spasso.
Ragionamento di Pietro Aretino