gabbare

[gab-bà-re]
gàbbo
In sintesi
ingannare, imbrogliare, beffare
← dal fr. ant. gaber; cfr. gabbo.

A
v.tr.

1
Ingannare: attento a non farti g. da quel ciarlatano
2
Deridere, schernire, beffare: non credo che così gabbasse la mia persona (Dante)

B
v.intr. pr

gabbàrsi Prendersi gioco, farsi beffe, ridere di qualcuno: si gabbavano di me con questa gentilissima (Dante) || PROV. Avuta la grazia, gabbato lo santo, ricevuto un beneficio, si dimentica il benefattore

Citazioni
gatta, botarsi, se la ritrovasse, mandarla di cera a nostra Donna d’Orto San Michele,  e  così  fece.  O  non  è  questa  non  mancanza  di  fede,  ma  uno gabbamento di Dio e di nostra Donna e di tutti suoi Santi? E’ vuole il cuore e la mente nostra; non va caendo immagini di cera, né queste borie e vanità. Chi si recasse ben la mente al petto, e’ vederebbe che molti lacciuoli, con li quali si crede andare in paradiso, le più volte tirano altrui allo inferno.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
forse  alcuna  n’era  conforme  alli  miei  mali,  con  orecchia  l’ascoltava intentissima, di saperla disiderando, acciò che poi fra me ridicendola, con più ordinato parlare e più coperto mi sapessi e potessi in publico alcuna volta dolere, e massimamente di quella parte de’ danni miei che in essa si contenesse. Ma poi che le danze in molti giri volte e reiterate hanno le giovini donne rendute stanche, tutte postesi con noi a sedere, più volte avvenne che i giovini vaghi, di sé d’intorno a noi accumulati, quasi facevano una corona, la quale mai né quivi né altrove avvenne che io vedessi, che ricordandomi del primo giorno, nel quale Panfilo a tutti dimorando di dietro, mi prese, che io invano non levassi più volte gli occhi fra loro rimirando, quasi tuttavia sperando in simile modo Panfilo rivedere. Tra questi adunque mirando,  vedea  alcuna  volta  alcuni  con  occhi  intentissimi  mirare  il  suo disio, e io in quegli atti sagacissima per addietro, con occhio perplesso ogni cosa mirava, e conosceva chi amava e chi scherniva; e talora l’uno laudava e talora l’altro, e in me diceva talvolta che il mio migliore sarebbe stato se così io come quelle facevano avessi fatto, servando l’anima libera come quelle, gabbando, servavano; poi dannando cotal pensiero, più contenta (se essere si  può  contenta  di  male  avere)  sono  d’avere  fedelmente  amato.  Ritorno adunque e gli occhi e ’l pensiero agli atti vaghi de’ giovini amanti, e quasi alcuna consolazione prendendo di quelli, li quali ferventemente amare discerno, più con meco stessa di ciò li commendo, e quelli lungamente con intero animo avendo mirati, così fra me medesima tacita incomincio: — Oh felici voi a’ quali come a me non è tolta la vista di voi stessi! Ohimè! che così come voi fate, soleva io per addietro fare. Lunga sia la vostra felicità, acciò che io sola di miseria possa essemplo rimanere a’ mondani. Almeno, se Amore, faccendomi mal contenta della cosa amata da me, sarà cagione che li miei giorni si raccorcino, me ne seguirà che io, come Dido, con dolorosa fama diventerò etterna. E questo detto, tacendo torno gli occhi a riguardare quello che diversi diversamente adoperino. Oh quanti già in simili luoghi ne vidi, li quali dopo avere mirato, e non avendo la loro donna veduta, reputando meno che bello il festeggiare, malinconiosi si partivano! De’ quali alcuno, avvegna che debole, riso nel mezzo de’ miei mali trovava luogo, veggendomi compagnia ne’ dolori, e conoscendo per li miei mali stessi li guai altrui. Adunque, carissime donne, così disposta, quale le mie parole dimostrano, m’aveano li dilicati bagni, le faticose cacce e li marini liti d’ogni Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
teco in uno medesimo fuoco, come Campaneo con la sua amante donna divenne a piè di Tebe. E dicendo Florio queste parole piangendo, il duca, che dalla dolente festa tornava, venne; il quale come Florio sentì, celando il nuovo dolore, nel viso allegrezza mostrando, e andatogli incontro lietamente nelle sue braccia il ricevette, faccendosi festa insieme, però che di perfetto amore amavano e come essi insieme furono nella sala montati, Florio domandò  il  duca  della  festa,  se  era  stata  bella  e  se  egli  avea  veduta Biancofiore. Il duca rispose che la festa era stata bella e grande, e che niuna cosa v’era fallita, fuori solamente la sua presenza; e tutto per ordine gli narrò ciò che fatto vi s’era, e de’ vanti che dati s’aveano al paone che Biancofiore avea portato. Ma ben si guardò di non dire l’ultima cosa che avvenuta v’era, cioè dell’avvelenato paone, per lo quale Biancofiore dovea morire, per tema che Florio non se ne desse troppa malinconia, e di ciò s’avvide ben Florio, che ’l duca si guardava di dirgli quello che egli non avrebbe voluto che avvenuto fosse: però, sanza più adimandare, disse che ben gli piaceva che la festa era stata bella e grande, e che volontieri vi sarebbe stato se agl’iddi fosse piaciuto. 44 Già aveva Febo nascosi i suoi raggi nelle marine onde, quando, preso il cibo, il duca insiememente con Florio cercarono i notturni riposi. Ma Florio porta nell’animo maggiore sollecitudine che di dormire, e sanza adormentarsi aspetta che gli altri s’addormentino della casa; i quali non così tosto come Florio avrebbe voluto s’andarono a letto, ma ridendo e gabbando e con diversi ragionamenti gran parte della notte passarono, la quale  Florio  tutta  divise  per  ore,  con  angosciosa  cura  dubitando  non s’appressasse l’ora che andare di necessità gli convenisse, e fosse veduto. Ma poi che ciascuno pose silenzio e la casa fu d’ogni parte ripiena d’oscurità, Florio con cheto passo, aperte le porti del gran palagio con sottile ingegno, sanza farsi sentire passò di fuori, e tutto soletto pervenne all’ostiere di Ascalion, ove più voci chiamò acciò che aperto gli fosse. E ’l primo che alla sua voce svegliato si levò fu Ascalion, il quale sanza niuno indugio corse ad aprirgli, maravigliandosi forte della sua venuta, e del modo e dell’ora non meno. E poi che essi furono dentro alla fidata camera sanza altra compagnia, Ascalion disse:
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
pronti ripieghi di coscienza per innamorare ambidue i partiti; e tanto bene vi riescì, e tanto seppe destramente metter in mostra questo suo trionfo, che, venuta la cosa agli orecchi del Vescovo, si diceva che questi ad ogni imbroglio che turbava la diocesi usasse esclamare: «Oh fossi io il padre Pendola! Oh avessi in Curia il padre Pendola!» L’umiltà di questo diede maggior rilievo alle esclamazioni episcopali; e venuto a morte il segretario d’allora, vi furono preti d’ambidue i partiti clausetani e bassavoli che supplicarono presso il Frumier perché egli inducesse il padre ad accettare quel posto. Con ciò ognuno sperava d’insediare più saldamente che mai nell’episcopio il proprio partito. Il Frumier ne parlò al padre, questi fece il ritroso, rifiutò la corona come Cesare, ma si lasciò incoronare come Augusto; ed eccolo diventar segretario del  Vescovo, e colla sua destrezza e co’ suoi maneggi padrone a dir poco d’una diocesi. Si aspettavano grandi cose; ma tutti pel momento furono gabbati; tutti peraltro erano contentissimi perché speravano nel futuro e nelle grandi promesse del padre. Egli era da poco installato nella sua nuova dignità, quando il piovano di Teglio me gli presentò nella sua canonica, ove il Vescovo faceva la visita. Gli piacqui, bisogna dire, e mi promise d’interessar a mio favore il senatore Frumier. Questi infatti godeva il diritto di nomina ad un posto in un collegio gratuito per gli studenti poveri presso l’Università di Padova: ed essendo quel posto vacante, lo destinò a me pel venturo novembre. Si lamentò anzi col cognato perché non gli parlasse prima del mio caso, che vi avrebbe provveduto con tutto il cuore. Ma il beneficio veniva a tempo ed io ne ringraziai fervidamente tanto il mio mecenate che l’utile intercessore. Per allora non ci vedeva più in là, e non avea imparato a far saltar la moneta sulla tavola per provare se era buona. Del resto io non era malcontento di cambiar paese. La Pisana, dopoché Lucilio era partito e il Venchieredo aveva abbandonato la loro casa, faceva l’occhiolino a Giulio Del Ponte, e sul serio stavolta, perché l’aveva i suoi quindici anni, e ne mostrava e ne sentiva forse diciotto. Fu appunto in quel torno che per isvagarmi da tanto crepacuore io mi misi a gozzovigliare e a trescare coi buli del paese, e in breve divenni il vagheggino di tutte le ragazze, contadine od artigiane. Quando tornava da qualche fiera o sagra sul mio cavalluccio stornello preso a prestito da Marchetto, suonando il mio piffero alla montanara, ne aveva intorno una dozzina che ballavano la furlana per tutta la via. Ed ora mi pare che avrò somigliato una caricatura del sole che nasce, dipinto da Guido Reni, col suo corteggio delle ore danzanti. Però
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo