frugale

[fru-gà-le]
In sintesi
sobrio; senza esigenze
← dal lat. frugāle(m), deriv. dell’agg. frūgi ‘parco’, che è da frūx frūgis ‘prodotto della terra; frutto’.
agg.
(pl. -li)

Che è moderato e semplice nel mangiare e nel bere: un uomo f. || estens. Semplice, parco: pranzo, mensa, cibo f. || Vita frugale, parsimoniosa || Virtù frugali, di temperanza SIN. sobrio CONT. intemperante

Citazioni
gl’infermi. Si valse dell’autorità che tutto gli conciliava in quel luogo, per attirare i suoi compagni a secondarlo in tali opere; e in ogni cosa onesta e profittevole esercitò come un primato d’esempio, un primato che le sue doti personali sarebbero forse bastate a procacciargli, se fosse anche stato l’infimo per condizione. I vantaggi d’un altro genere, che la sua gli avrebbe potuto procurare, non solo non li ricercò, ma mise ogni studio a schivarli. Volle una tavola piuttosto povera che frugale, usò un vestiario piuttosto povero che semplice; a conformità di questo, tutto il tenore della vita e il contegno. Nè credette mai di doverlo mutare, per quanto alcuni congiunti gridassero e si lamentassero che avvilisse così la dignità della casa. Un’altra guerra ebbe a sostenere con gl’istitutori, i quali, furtivamente e come per sorpresa, cercavano di mettergli davanti, addosso, intorno, qualche suppellettile più signorile, qualcosa che lo facesse distinguer dagli altri, e figurare come il principe del luogo: o credessero di farsi alla lunga ben volere con ciò; o fossero mossi da quella svisceratezza servile che s’invanisce e si ricrea nello splendore altrui; o fossero di que’ prudenti che s’adombrano delle virtù come de’ vizi, predicano sempre che la perfezione sta nel mezzo; e il mezzo lo fissan giusto in quel punto dov’essi sono arrivati, e ci stanno comodi. Federigo, non che lasciarsi vincere da que’ tentativi, riprese coloro che li facevano; e ciò tra la pubertà e la giovinezza. Che, vivente il cardinal Carlo, maggior di lui di ventisei anni, davanti a quella presenza grave, solenne, ch’esprimeva così al vivo la santità, e ne rammentava le opere, e alla quale, se ce ne fosse stato bisogno, avrebbe aggiunto autorità ogni momento l’ossequio manifesto e spontaneo de’ circostanti, quali e quanti si fossero, Federigo fanciullo e giovinetto cercasse di conformarsi al contegno e al pensare d’un tal superiore, non è certamente da farsene maraviglia; ma è bensì cosa molto notabile che, dopo la morte di lui, nessuno si sia potuto accorgere che a Federigo, allor di vent’anni, fosse mancata una guida e un censore. La fama crescente del suo ingegno, della sua dottrina e della sua pietà, la parentela e gl’impegni di più d’un cardinale potente, il credito della sua famiglia, il nome stesso, a cui Carlo aveva quasi annessa nelle menti un’idea di santità e di preminenza, tutto ciò che deve, e tutto ciò che può condurre gli uomini alle dignità ecclesiastiche, concorreva a pronosticargliele. Ma egli, persuaso in cuore di ciò che nessuno il quale professi cristianesimo può negar con la bocca, non ci esser giusta superiorità d’uomo sopra gli uomini, se non in loro servizio, temeva le dignità, e cercava
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Comune vizio de’ cantori è questo, Che di cantar pregati, in fra gli amici, Non vi s’inducon mai; non dimandati, Non fan più fine. Quel Tigellio sardo Fu tale. Augusto, che potea forzarlo, Se il chiedea per l’amor del padre e il suo, Nulla ottenea: se gli venia talento Dall’uova ai frutti ripetuto avria “Evoè Bacco”, ora sul tono acuto, Or sul più basso delle quattro corde. Non mai tenne quest’uomo un egual modo. Or correa per le vie siccome quello Che fugge dal nemico, or come quello Che di Giunone i sacri arredi porta. Ora avea dieci servi, ora dugento: Talor regi e tetrarchi alte parole Risonava: talor: “Non più che un desco A tre piedi e di sal puro una conca Ed una toga che m’escluda il freddo, Sia pur succida, io vo’.” Se dieci cento Mila sesterzj avessi dato a questo Frugal di poche voglie, in cinque giorni Il borsello era vuoto; infino a l’alba Vegliar soleva, e tutto il dì russava. Nessun fu mai più da se stesso impari. Ma qui dirammi alcuno: “E tu? non hai Vizio nessuno?” Ho i miei, più gravi forse. Mentre un dì Menio cardeggiando stava L’assente Novio: “Ehi”, l’interrupe un tale “Non conosci te stesso? O a nova gente Pensi dar ciance?” “A me fo grazia”, ei disse. Matta iniqua indulgenza e da biasmarsi. Ne le magagne tue lippo, e con gli occhi Impiastricciati, perché mai sì acuto Hai ne’ difetti de gli amici il guardo, Come l’aquila o il serpe d’Epidauro?
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni