franchigia

[fran-chì-gia]
In sintesi
esenzione da un pagamento; privilegio che dà autonomia o libertà politica
← dal fr. ant. franchise, deriv. di franc ‘libero’.
1
Esenzione da un dovere o da un pagamento dovuto || Franchigia militare, esenzione dal servizio militare || Franchigia postale, doganale, esenzione totale o parziale da tributo postale, doganale || Spedizione in franchigia, di lettere, pacchi ecc., esenti da affrancatura
2
COMM Nella fornitura di un servizio, quantità di prestazioni comprese nel canone di abbonamento, quindi da non pagare a parte || Numero di scatti telefonici, non tassati in quanto compresi nel canone
3
DIR Nei contratti di assicurazione, livello del danno che deve essere superato per avere diritto al risarcimento
4
MAR Permesso, concesso all'equipaggio di una nave, di scendere a terra per diporto || Durata di questo permesso: due ore di f.
5
ST Privilegio col quale si concedevano agli Stati, ai Comuni, ai cittadini, determinate forme di autonomia civile e politica
6
ant. Condizione di chi è franco da soggezione altrui; libertà, sicurezza

Citazioni
romore e richesta del gonfaloniere a casa, o a palazzo, de’ priori, e per fare esecuzione  contro  a’  grandi;  e  poi  crebbe  il  numero  de’  pedoni  eletti  in MM, e poi in IIIIm. E simile ordine di gente d’arme per lo popolo e colla detta insegna s’ordinò in contado e distretto di Firenze, che·ssi chiamavano le leghe del popolo. E ’l primo de’ detti gonfalonieri fu uno Baldo de’ Ruffoli di porte del Duomo; e al suo tempo uscì fuori gonfalone con arme a disfare i beni d’uno casato detti Galli di porte Sante Marie, per uno micidio che uno di loro avea fatto nel reame di Francia nella persona d’uno popolano. Questa novità di popolo e mutazione di stato fu molto grande alla città di Firenze, e ebbe poi molte e diverse sequele in male e in bene del nostro Comune, come innanzi per gli tempi faremo menzione. E questa novità e cominciamento del popolo non sarebbe venuta fatta a’ popolani per la potenzia de’ grandi, se non fosse che in que’ tempi i grandi di Firenze non furono tra·lloro in tante brighe e discordie, poi che’ Guelfi tornarono in Firenze,  com’erano  allora  ch’egli  avea  grande  guerra  tra  gli  Adimari  e’ Tosinghi, e tra i Rossi e’ Tornaquinci, e tra i Bardi e’ Mozzi, e tra i Gherardini e’ Manieri, e tra i Cavalcanti e’ Bondelmonti, e tra certi de’ Bondelmonti e’ Giandonati, e tra’ Visdomini e’ Falconieri, e tra i Bostichi e’ Foraboschi, e tra’  Foraboschi  e’  Malispini,  e  tra’  Frescobaldi  insieme,  e  tra  la  casa  de’ Donati insieme, e più altri casati. II Come il popolo di Firenze feciono pace co’ Pisani, e molte altre notabili cose. L’anno seguente MCCLXXXXIII quegli che reggeano il popolo di Firenze per fortificare loro stato di popolo e affiebolire il podere de’ grandi e de’ possenti, i quali molte volte acrescono e vivono delle guerre, richesti da’ Pisani di pace, i quali per le guerre erano molto affieboliti e abbassati, il popolo di Firenze non guardando a·cciò, alla detta pace assentirono, mandandone i Pisani il conte Guido da Montefeltro loro capitano, e disfaccendo il castello del Ponte ad Era, e avendo i Fiorentini libera franchigia in Pisa sanza pagare niente di loro mercatantie. E alla detta pace furono i Lucchesi, e’ Sanesi, e tutte le terre della lega di parte guelfa di Toscana. E nota che infino a questo tempo, e più addietro, era tanto il tranquillo stato di Firenze, che di notte non si serravano porte alla città, né avea gabelle in Firenze; e per bisogno di moneta, per non fare libbra, si venderono le mura vecchie,
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
nuove di fini drappi divisata l’una compagnia da l’altra; e furono bene Lm d’uomini d’arme, e tutti si giurarono insieme di mai non tornare a·lloro casa, ch’egli avrebbono buona pace dal re, o di combattersi co·llui e con sua gente,  però  che  meglio  amavano  di  morire  a  la  battaglia  che  vivere  in servaggio. E così caldi e disperati ne vennero al ponte a Guarestona sopra la Liscia presso di Lilla, e acamparsi incontro all’oste del re di Francia; e per loro araldi (ciò sono uomini di corte) feciono richiedere lo re di battaglia. Quando lo re vide venuto così grande esercito de’ Fiaminghi in così poco di tempo, e così disposti a battaglia, si maravigliò molto, e temette forte, avendo assaggiato a Monsimpevero la loro disperata furia; e richiese suo consiglio de’ suoi baroni, de’ quali non v’ebbe niuno sì ardito che non avesse temenza,  dicendo  al  re:  “Bene  che  Idio  ci  desse  di  loro  la  vittoria,  non sarebbe sanza grande pericolo de la nostra gente e cara baronia, però che si combatteranno come gente disperata”. Per la qual cosa il duca di Brabante, ch’era venuto come mezzano nell’oste del re col conte di Savoia insieme, si tramisono d’acordo e pace dal re e’ Fiamminghi; e come piacque a·dDio, e per la tema de’ Franceschi, la pace fue fatta e confermata in questo modo: che’ Fiaminghi rimarrebbono in loro franchigia e libertà per lo modo antico  e  consueto,  e  ch’eglino  riavrebbono  i  loro  signori  liberi  delle  carcere de·re di Francia, ciò era messer Ruberto di Bettona primogenito del conte Guido di Fiandra, e che succedea a essere conte, e messer Guiglielmo di Fiandra, e messer Guido di Namurro suoi fratelli, e più altri baroni e cavalieri e borgesi fiaminghi presi; e che il re ristituirebbe al conte d’Universa, figliuolo del detto messere Ruberto conte di Fiandra, la contea d’Universa e quella di Rastrello,  le  quali  il  re  di  Francia  per  la  guerra  gli  avea  tolte  e levate. D’altra parte i Fiaminghi, per patti della pace e amenda al re, lasciavano a queto tutta la parte di Fiandra dal fiume della Liscia verso Francia che parlano piccardo, cioè Lilla, Doai, e Orci, e Bettona, con più villette; e oltre a·cciò pagare al re in certi termini libbre CCm di buoni parigini. E così fu giurata e promessa, e messa a seguizione, e in questo modo ebbe fine la dura e aspra guerra da·re di Francia a’ Fiaminghi. Lasceremo di questa materia, ch’hae avuto suo fine, e torneremo a nostra, a dire de’ fatti d’Italia e de la nostra città di Firenze, ch’assai novità vi furono in questi tempi. E prima de la morte di papa Benedetto, e di quelli che succedette appresso.
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
rimase reda nulla maschio, ma due figliuole femmine, una nata, e d’una rimase grossa la duchessa; onde a lo re Ruberto suo padre e a tutto il Regno n’ebbe gran dolore, però che ’l re Ruberto non avea altro figliuolo maschio. Questo duca  Carlo  fu  uomo  assai  bello  del  corpo,  e informato,  innanzi grosso, e non troppo grande; andava in capegli sparti, assai era grazioso, di bella faccia ritonda, con piena barba e nera, ma non fu di gran valore a quello che potea essere, né troppo savio; dilettavasi in dilicatamente vivere e de la donna, e più in ozio che in fatica d’arme, con tutto che ’l padre lo re Ruberto il tenea molto corto per gelosia de la sua persona, perché non avea più figliuoli; morì d’etade di.... anni; assai fu cattolico e onesto, e amava giustizia. De la morte di questo signore i cittadini di Firenze ch’amavano parte guelfa ne furono crucciosi, quanto per parte; ma il genero de’ cittadini ne furono contenti per la gravezza della spesa e moneta che traeva de’ cittadini, e per rimanere liberi e franchi, che già cominciava a dispiacere forte a’ cittadini la signoria de’ Pugliesi, i quali avea lasciati suoi uficiali e governatori, che a nulla altra cosa intendeano con ogni sottigliezza se non di fare venire danari in Comune, e di tenere corti i cittadini di loro onori e franchigia, e tutto si voleano per loro; e di certo, se ’l duca non fosse morto, non potea guari durare, che’ Fiorentini avrebbono fatta novità contra la sua signoria, e rubellati da·llui. CIX Come i Fiorentini riformarono la città di signorie dopo la morte del duca. Dapoi che’ Fiorentini ebbono novelle de la morte del duca, ebbono più consigli e ragionamenti e avisi, come dovessono riformare la città di reggimento  e  signoria  per  modo  comune,  acciò  che  si  levassono  le  sette  tra’ cittadini; e come piacque a·dDio, quegli che allora erano priori, con consiglio d’uno buono uomo per sesto, di concordia trovarono questo modo ne la lezione de’ priori e gonfalonieri, cioè che’ priori con due arroti popolani per sesto facessono scelta e rapporto di tutti i cittadini popolani guelfi degni de l’uficio del priorato, d’età da XXX anni in suso; e per simile modo feciono i gonfalonieri de le compagnie con II popolani arroti per gonfalone; e simile recata facessono i capitani di parte guelfa col loro consiglio; e simile i cinque uficiali della mercatantia col consiglio di VII capitudini de le maggiori arti, due consoli per arte. E fatte le dette recate, ne la sala de’
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
Entrai. Non vi posso dire la sorpresa le congratulazioni gli abbracciamenti del dottore, e di Giulio che era con lui. Certo credo che per un fratello non avrebbero fatto maggiori feste e da ciò conobbi che mi volevano un briciolo di bene. Io sentii come un rimorso di stringermi Giulio sul cuore e di baciarlo. Si può dire ch’io aveva tuttora calde le labbra di quelle della Pisana, di colei ch’egli pure aveva amato e che forse colla sua spensieratezza colla sua civetteria gli aveva instillato nelle vene il fuoco febbrile che lo consumava. Ma d’altronde egli ci avea rinunciato per un amore più degno e fortunato; lo ritrovava pallido e scarno bensì ma non certo a peggior partito di quello che fosse a Venezia, ad onta della vita disagiata e soldatesca della caserma. Lucilio mi rassicurò sul suo conto assicurandomi che la malattia non avea fatto progressi; e che il buon umore, la occupazione moderata e continua, il cibo parco e regolare, avrebbero forse indotto alla lunga qualche miglioramento. Giulio sorrideva come chi crede forse ma non estima prezzo dell’opera lo sperare; s’era fatto soldato per morire non per guarire, e s’era tanto accostumato a quell’idea, che la menava innanzi allegramente, e come Anacreonte s’incoronava di rose coll’un piede nel sepolcro. Li domandai delle loro speranze, delle occupazioni, della vita. Tutto andava pel meglio. Speranze impazienti e grandissime per la rivoluzione che fremeva a Roma, a Genova, in Piemonte, a Napoli, pel movimento unitario che incominciava dalla prossima aggregazione di Bologna di Modena e perfino di Pesaro e di Rimini alla Cisalpina. «Toccheremo a Massa il Mediterraneo;» diceva Lucilio « come c’impediranno che si tocchi a Venezia l’Adriatico?...» «E i Francesi?» gli domandai. «I Francesi ci aiutano bene, perché noi non saremmo in grado di aiutarci da noi. Sicuro che bisogna stare cogli occhi aperti, e non sorbire le frottole come da quello sciocco di Villetard: e sopratutto tener salde colle unghie e coi denti le nostre franchigie e non lasciarcele tôrre per oro al mondo.» Erano presso a poco le mie idee; ma dal calore della voce, dalla vivacità del gesto capii di leggieri che la grandiosa solennità del mattino aveva riscaldato anche la guardinga immaginazione di Lucilio, e ch’egli non era in quella sera il medico spassionato di due mesi prima. Così mi piaceva di più; ma era meno infallibile e per quanto i suoi pronostici concordassero coi miei, non volli ancora fidarmene alla cieca. Gli mossi adunque un qualche dubbio sul-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo